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Diritto del Lavoro
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Iscrizione del socio di Srl alla Gestione Commercianti presso l’Inps – Interpretazione del requisito della “prevalenza” del lavoro aziendale di cui all’art. 1 comma 203 lett. c) L. n. 662/1996

1. I requisiti congiunti di abitualità e prevalenza dell’attività del socio di società a responsabilità limitata (l’onere della prova dei quali è a carico dell’INPS) sono da riferire all’attività lavorativa espletata dal soggetto considerato in seno all’impresa che costituisce l’oggetto della società, ovviamente al netto dell’attività eventualmente esercitata in quanto amministratore, per la quale semmai ricorre l’obbligo dell’iscrizione alla gestione di cui alla legge n. 335/1995.

2. Va assicurato alla gestione commercianti il socio di società a responsabilità limitata che si dedica abitualmente e prevalentemente al lavoro in azienda, indipendentemente dal fatto che il suo apporto sia prevalente rispetto agli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa, come invece ritenuto da Cass. nn. 3835 e 17370 del 2016: una tale accezione del requisito della “prevalenza”, infatti, meglio si attaglia alla lettera della disposizione, volta a valorizzare l’elemento del lavoro personale, e meglio aderisce alla ratio dell’estensione dell’obbligo assicurativo introdotto dal legislatore per i soci di società a responsabilità limitata, dal momento che include nell’area di applicazione dell’assicurazione commercianti tutti i casi in cui l’attività del socio, ancorché abituale e prevalente rispetto al resto delle sue proprie attività, non possa essere ritenuta preponderante rispetto agli altri fattori produttivi dell’impresa (fattispecie relativa al lavoro aziendale svolto da un soggetto che rivestiva sia la qualifica di socio sia il ruolo di amministratore unico di società a responsabilità limitata di medie dimensioni). (Alessandra Di Lecce) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro 31 ottobre 2018.




Lavoro – Subordinato – Sanzione disciplinare – Richiesta di audizione comunicata dal lavoratore – Applicazione della sanzione in mancanza di audizione – Annullabilità – Sussiste

Il datore di lavoro, il quale intenda adottare una sanzione disciplinare, non può omettere l’audizione del lavoratore incolpato ove quest’ultimo ne abbia fatto richiesta espressa contestualmente alla comunicazione di giustificazioni scritte.

[Nella fattispecie, il datore di lavoro convocava per l’audizione l’organizzazione sindacale del lavoratore, senza inoltrare alcuna comunicazione di convocazione al lavoratore stesso.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Cassino 08 ottobre 2018.




Previdenza e assistenza – Assegno sociale – Proprietà di immobile improduttivo di reddito – Rilevanza ai fini dell’esclusione dell’assegno – Non sussiste

Ai fini dell’esclusione della concessione dell’assegno sociale rileva l’effettiva percezione di uno o più redditi in misura tale da superare le soglie previste dalla legge, non già la mera titolarità degli stessi.

[Nella fattispecie, il Tribunale ha riconosciuto la spettanza dell’assegno sociale INPS alla parte il cui coniuge era proprietario di una seconda casa concessa in comodato gratuito al figlio.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Cassino 28 settembre 2018.




Scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio – Pensione di riversibilità – Titolarità dell'assegno – Titolarità attuale e concretamente fruibile dell'assegno divorzile al momento della morte dell'ex coniuge

Ai fini del riconoscimento della pensione di riversibilità, in favore del coniuge nei cui confronti è stato dichiarato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, ai sensi dell'art. 9 della legge 1 dicembre 1970 n. 898, nel testo modificato dall'art. 13 della legge 6 marzo 1987 n. 74, la titolarità dell'assegno, di cui all'articolo 5 della stessa legge 1 dicembre 1970 n. 898, deve intendersi come titolarità attuale e concretamente fruibile dell'assegno divorzile, al momento della morte dell'ex coniuge, e non già come titolarità astratta del diritto all'assegno divorzile che è stato in precedenza soddisfatto con la corresponsione in un'unica soluzione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 24 settembre 2018.




Trasferimento del lavoratore - Trattamento economico aggiuntivo - Natura retributiva - Condizioni - Collegamento con la prestazione - Necessità

In caso di trasferimento del lavoratore, alle somme erogate a tale titolo deve riconoscersi natura retributiva qualora si tratti di importi compensativi della maggiore gravosità e del disagio morale ed ambientale dell'attività lavorativa prestata presso la nuova sede per adempiere, sia pure indirettamente, gli obblighi della prestazione lavorativa; il collegamento sinallagmatico con detta prestazione rende, infatti, tali importi un adeguamento della retribuzione ai maggiori esborsi sopportati in considerazione delle mutate condizioni ambientali in cui il lavoratore svolge la propria attività. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 12 settembre 2018.




Sostituzione incarico dirigente medico – Art. 18 ccnl 2000 – Indennità sostitutiva – No mansioni superiori

La sostituzione nell'incarico di dirigente medico del servizio sanitario nazionale ex art. 18 del c.c.n.l. dirigenza medica e veterinaria 2000 non si configura come svolgimento di mansioni superiori poiché' avviene nell'ambito del ruolo e livello unico della dirigenza sanitaria, sicché' non trova applicazione l'articolo 2103 c.c. e al sostituto non spetta il trattamento accessorio del sostituito ma solo la prevista indennità cd. sostitutiva, senza che rilevi, in senso contrario, la prosecuzione dell'incarico oltre il termine di sei mesi (o di dodici se prorogato) per l'espletamento della procedura per la copertura del posto vacante, dovendosi considerare adeguatamente remunerativa l’indennità sostitutiva specificamente prevista dalla disciplina collettiva e, quindi, inapplicabile l'articolo 36 Cost. (Luigi Funari) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 03 settembre 2018.




Successione di imprese nel medesimo appalto – Clausola del capitolato che obblighi il subentrante ad acquisire il personale già impiegato nei servizi – Dovere del nuovo appaltatore di applicare le tutele previste dall’art. 2112 del codice civile garantendo a ciascun lavoratore la continuità del rapporto, l’anzianità maturata e il livello di inquadramento, il trattamento retributivo e l’orario di lavoro goduti in forza all’impresa cessante – Non sussiste – Facoltà di ridefinire i rapporti in armonia con le esigenze gestionali ed organizzative ravvisate e di regolamentarli attraverso la disciplina collettiva prescelta – Sussiste

Successione di imprese nel medesimo appalto – Clausola del capitolato che obblighi il subentrante ad acquisire il personale già impiegato nei servizi – Requisiti di autonomia della struttura organizzativa ed operativa e di discontinuità tra cessante e subentrante tali da escludere l’ipotesi di trasferimento di azienda – Ipotesi in cui il nuovo appaltatore impieghi beni strumentali propri e compia investimenti per l’acquisto di attrezzature, strumenti e materiale da destinare ai servizi appaltati e non consti quindi il trasferimento, tra l’impresa cessante e quella subentrante, di strutture materiali non trascurabili – Non sussistono


In caso di successione di imprese nel medesimo appalto, laddove le pattuizioni intercorse con l’amministrazione committente pongano in capo al soggetto subentrante l’obbligo di acquisire il personale già impiegato nei servizi appaltati, tale impegno non può estendersi fino a ricomprendere tutte le tutele previste dall’art. 2112 del codice civile - implicanti l’obbligo di subentrare nei rapporti di lavoro facenti capo al vecchio appaltatore garantendone la continuità e riconoscendo a ciascun lavoratore l’anzianità maturata, lo stesso livello di inquadramento, il trattamento retributivo e l’orario di lavoro – dovendo detto obbligo viceversa limitarsi all’assunzione del personale in servizio senza precludere all’impresa subentrante di ridefinire i rapporti acquisiti in armonia con le esigenze gestionali ed organizzative ravvisate e di regolamentarli attraverso la disciplina collettiva prescelta. (Alessio Pottini) (riproduzione riservata)

In caso di successione di imprese nel medesimo appalto e in presenza di una specifica clausola che obblighi l’impresa subentrante ad acquisire il personale già impiegato nei servizi, l’ipotesi del trasferimento d’azienda prevista dall’art. 2112 del codice civile deve escludersi, a norma dell’art. 29, comma 3, del decreto legislativo n. 276/2003, quando il nuovo appaltatore sia dotato di propria struttura organizzativa ed operativa e quando siano presenti elementi di discontinuità tra cessante e subentrante, tali da determinare una specifica identità di tale ultima impresa.
Siffatti requisiti di autonomia organizzativa e operativa e di discontinuità sussistono – e deve di conseguenza ravvisarsi mero obbligo di assunzione di lavoratori anziché l’ipotesi di trasferimento d’azienda prevista dall’art. 2112 del codice civile - allorquando il nuovo appaltatore eserciti i servizi oggetto di affidamento adottando mezzi e beni strumentali propri, organizzati in funzione dell’attività economica e dotati di identità autonoma, e compiendo investimenti per l’acquisto di attrezzature, strumenti e materiale di vario genere da destinare ai servizi appaltati, in un’ottica di valorizzazione degli stessi in termini di fruibilità ed efficienza, e non consti quindi il trasferimento, tra l’impresa cessante e quella subentrante, di non trascurabili strutture materiali o altro carattere idoneo a conferire autonoma capacità operativa a maestranze stabilmente coordinate e organizzate tra loro. (Alessio Pottini) (riproduzione riservata)
Tribunale Cagliari 02 agosto 2018.




Periodo di comporto - Assenze successive alla scadenza del periodo di aspettativa per malattia previsto dal c.c.n.l. - Computabilità - Condizioni - Fattispecie

Per la computabilità nel periodo di comporto delle assenze successive alla scadenza del periodo di aspettativa per malattia previsto dal contratto collettivo è necessario accertare, anche in via presuntiva, che il mancato rientro in servizio del lavoratore - o la sua successiva assenza - siano dovuti ad una condizione di malattia, non essendo invece rilevanti le assenze imputabili ad una scelta volontaria, fattispecie suscettibile, ove del caso, di valutazione sul diverso piano disciplinare. (Nella specie, era rimasto accertato che le assenze erano ascrivibili alla volontà del lavoratore di non riprendere servizio per mancata accettazione della proposta di trasferimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 27 luglio 2018.




Esecuzione forzata – Pignorabilità del TFR – Spettante a dipendente pubblico

Anche dopo la riforma del settore disposta con il decreto legislativo n.252 del 2005, le quote accantonate del trattamento di fine rapporto, tanto che siano trattenute presso l’azienda, quanto che siano versate al Fondo di Tesoreria dello Stato presso l’I.N.P.S. ovvero conferite in un fondo di previdenza complementare, sono intrinsecamente dotate di potenzialità satisfattiva futura e corrispondono ad un diritto certo e liquido del lavoratore, di cui la cessazione del rapporto di lavoro determina solo l’esigibilità, con la conseguenza che le stesse sono pignorabili e devono essere incluse nella dichiarazione resa dal terzo ai sensi dell’art.547 c.p.c.. Tale principio, valevole per i lavoratori subordinati del settore privato, si estende anche ai dipendenti pubblici, stante la totale equiparazione del regime di pignorabilità e sequestrabilità del trattamento di fine rapporto o di fine servizio susseguente alle sentenze della Corte Costituzionale n.99 del 1993 e n.225 del 1997. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI 25 luglio 2018.




Lavoratori autonomi - Riforma dei trattamenti pensionistici - Determinazione delle rispettive quote di trattamento pensionistico - Prosecuzione della contribuzione da parte dell’assicurato lavoratore autonomo che abbia già conseguito la prescritta anzianità contributiva minima - Esclusione dal computo della contribuzione successiva

Sono costituzionalmente illegittimi dichiara l’illegittimità costituzionale gli artt. 5, comma 1, della legge 2 agosto 1990, n. 233 (Riforma dei trattamenti pensionistici dei lavoratori autonomi), e 1, comma 18, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare), nella parte in cui, ai fini della determinazione delle rispettive quote di trattamento pensionistico, nel caso di prosecuzione della contribuzione da parte dell’assicurato lavoratore autonomo che abbia già conseguito la prescritta anzianità contributiva minima, non prevedono l’esclusione dal computo della contribuzione successiva ove comporti un trattamento pensionistico meno favorevole. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 23 luglio 2018.




Giurisdizione - Controversie previdenziali - Avviso di addebito emesso dall'INPS - Autorità giudiziaria ordinaria

Similmente, appartengono alla giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria, in funzione di giudice del lavoro, le controversie concernenti la legittimità delle trattenute assicurativo-previdenziali operate dal datore di lavoro su somme corrisposte al lavoratore, trattandosi di materia previdenziale alla quale è completamente estranea la giurisdizione tributaria, mancando del tutto un atto qualificato, rientrante nelle tipologie di cui all'art. 19, d.lgs. n. 546 del 1992 o ad esse assimilabili, che costituisca esercizio del potere impositivo sussumibile nello schema potestà-soggezione proprio del rapporto tributario (cfr. Cass. S.U. n. 26149/17).

Ad analoga conclusione deve pervenirsi anche riguardo alle controversie in cui si discuta della legittimità o meno d'un avviso di addebito emesso dall'INPS, che dal 1° gennaio 2011 ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto istituto (v. art. 30 del d.l. n. 78 del 2010, conv., con modif., dalla l. n. 122 del 2010). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili 23 luglio 2018.




Diritti della persona – Discriminazione per orientamento sessuale – Associazione di tutela della categoria discriminata – Legittimazione ad agire – Diritto al risarcimento – Questione pregiudiziale

Dichiarazione discriminatoria riferita a ipotetica e non attuale selezione di lavoro – Applicabilità delle norme europee di tutela antidiscriminatoria – Questione pregiudiziale


Si sottopongono alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea le seguenti questioni pregiudiziali:
1) se l’interpretazione dell’art.9 della direttiva n.2000/78/CE sia nel senso che un’associazione, composta da avvocati specializzati nella tutela giudiziale di una categoria di soggetti a differente orientamento sessuale, la quale nello statuto dichiari il fine di promuovere la cultura e il rispetto dei diritti della categoria, si ponga automaticamente come portatrice di un interesse collettivo e associazione di tendenza non profit, legittimata ad agire in giudizio, anche con una domanda risarcitoria, in presenza di fatti ritenuti discriminatori per detta categoria;
2) se rientri nell’ambito di applicazione della tutela antidiscriminatoria predisposta dalla direttiva n.2000/78/CE, secondo l’esatta interpretazione dei suoi artt.2 e 3, una dichiarazione di manifestazione del pensiero contraria alla categoria delle persone omosessuali, con la quale, in un’intervista rilasciata nel corso di una trasmissione radiofonica di intrattenimento, l’intervistato abbia dichiarato che mai assumerebbe o vorrebbe avvalersi della collaborazione di dette persone nel proprio studio professionale, sebbene non fosse affatto attuale né programmata dal medesimo una selezione di lavoro. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 20 luglio 2018.




Tribunale ordinario – Concorrenza Sleale – Storno di dipendenti – Schermo societario – Tutela inibitoria

La concorrenza sleale non può mai derivare dalla mera constatazione di un passaggio di collaboratori (cosiddetto storno di dipendenti) da un'impresa ad un'altra concorrente, nè dalla contrattazione che un imprenditore intrattenga con il collaboratore del concorrente, attività in quanto tali legittime essendo espressione dei principi della libera circolazione del lavoro e della libertà di iniziativa economica, ma deve essere connotata anche da una sorta di animus nocendi, che (Cass. 20228/13) viene individuato nelle condotte contraddistinte da ulteriori elementi fattuali quali: a) la quantità dei soggetti stornati, b) la portata dell'organizzazione complessiva dell'impresa concorrente; c) la posizione che i dipendenti stornati rivestivano all'interno dell'azienda concorrente; d) la scarsa fungibilità dei dipendenti; e) la rapidità dello storno; f) il parallelismo con l'iniziativa economica del concorrente stornante: in altre parole, non sono illecite le attività di concorrenza, ma solo quelle caratterizzate dall’intento di nuocere al concorrente (prevalente rispetto a quello ordinario di acquisizione di quote di mercato o di clientela sottraendole ad altri imprenditori) ovvero di acquisire conoscenze e vantaggi imprenditoriali (in fase di ideazione di prodotti, di loro produzione, commercializzazione e vendita) propri di una azienda concorrente.

Quanto all’ultimo degli indici sopra indicati, può essere indicativa la non lineare formula realizzata attraverso la costituzione di una nuova società a responsabilità limitata e quindi di una nuova impresa partecipata dall’asserito fornitore: non che il collegamento societario -anche a mezzo dei soli soci, come nella specie- sia in assoluto indice di illiceità del fine; ma ove si presenti sfornito di giustificazioni (anche meramente patrimoniali o tributarie) e riguardi nuove entità con il medesimo oggetto sociale di altre collegate ed abbia il medesimo legale rappresentante delle altre (come ancora nella specie), risulta difficile immaginare motivi diversi da quelli della creazione di una sorta di schermo con la società collegata (fornitore / cliente) che nella specie avrebbe potuto raggiungere il medesimo risultato a mezzo della apertura [nello stesso Comune della ricorrente] di un altro opificio industriale ove esercitare l’attività industriale già ben avviata [in altra Regione non contigua], piuttosto che fornire lavoro ad una nuova azienda partecipata che assume tutto il personale già formato e qualificato da azienda concorrente presso la quale uno dei soci della nuova società ha svolto attività lavorativa indipendente tale da consentirgli la approfondita conoscenza delle metodologie di lavorazione ed anche delle capacità dei dipendenti stornati.

Accertato lo storno illecito di dipendenti, è assentibile il provvedimento cautelare con cui si fa divieto alla società concorrente di utilizzare le prestazioni lavorative dei dipendenti stornati, nonché di eventuali ulteriori dipendenti già in forza presso la ricorrente, nello svolgimento di mansioni uguali e/o analoghe a quelle già svolte alle dipendenze della ricorrente ed in ogni altra equivalente ex art. 2103 c.c. (Francesco Fontana e Cristina Bertoldo) (riproduzione riservata)
Tribunale Macerata 17 luglio 2018.




Procedure concorsuali - Accertamento del passivo - Accertamento del credito del lavoratore - Giudice del lavoro

Qualora risulti l'interesse del lavoratore all'accertamento del diritto di credito risarcitorio in via non meramente strumentale alla partecipazione al concorso nella procedura di amministrazione straordinaria, bensì effettivo alla tutela della propria posizione all'interno dell'impresa, spetta al giudice del lavoro la cognizione delle domande di impugnazione del licenziamento, di reintegrazione nel posto di lavoro e di accertamento, nel vigore del testo dell'art. 18 I. 300/1970 come novellato dall'art. 1, comma 42 I. 92/2012, della misura dell'indennità risarcitoria dovutagli. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 21 giugno 2018.




Rinvio pregiudiziale – Cooperazione giudiziaria in materia civile – Regolamento (CE) n. 44/2001 – Competenza in materia di contratti individuali di lavoro – Articolo 20, paragrafo 2 – Datore di lavoro convenuto dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui è domiciliato – Domanda riconvenzionale del datore di lavoro – Determinazione del foro competente

L’articolo 20, paragrafo 2, del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, deve essere interpretato nel senso che, in una situazione come quella oggetto del procedimento principale, esso conferisce al datore di lavoro il diritto di presentare, dinanzi al giudice regolarmente investito della domanda principale presentata da un lavoratore, una domanda riconvenzionale fondata su un contratto di cessione di credito, concluso tra il datore di lavoro e il titolare originario del credito, in data successiva alla proposizione di tale domanda principale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 21 giugno 2018.




Contratto di lavoro subordinato – Lavoratori addetti al settore elettrico – Trasferimento a sede distante oltre 30 km da quella di provenienza – Spettanza del rimborso delle spese di viaggio – Sussiste – Assenza di documentazione – Liquidazione equitativa – Ammissibilità

In difetto della puntuale prova delle spese concretamente sostenute, al fine di una liquidazione in via equitativa del compenso per spese di viaggio spettante al lavoratore trasferito in una nuova sede di lavoro distante almeno 30 km da quella di provenienza, si può fare affidamento su quanto riconosciuto al lavoratore dall’azienda in occasione di un precedente trasferimento presso la medesima sede. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Cassino 24 maggio 2018.




Liquidazione - Detraibilità della rendita INAIL per infortunio “in itinere”

L'importo della rendita per l'inabilità permanente corrisposta dall'INAIL per l'infortunio in itinere occorso al lavoratore va detratto dall'ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 22 maggio 2018.




Liquidazione - Detraibilità della pensione di reversibilità

Dal risarcimento del danno patrimoniale patito dal familiare di persona deceduta per colpa altrui non deve essere detratto il valore capitale della pensione di reversibilità accordata dall'Inps al familiare superstite in conseguenza della morte del congiunto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 22 maggio 2018.




Licenziamento – Intimazione prima del termine del comporto – Nullità

Il licenziamento intimato per il perdurare delle assenze per malattia od infortunio del lavoratore, ma prima del superamento del periodo massimo di comporto fissato dalla contrattazione collettiva o, in difetto, dagli usi o secondo equità, è nullo per violazione della norma imperativa di cui all'art. 2110 cod. civ., comma 2. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 22 maggio 2018.




Licenziamento per giustificato motivo oggettivo – Insindacabilità delle scelte economiche – Oggetto della prova di effettività

Nel caso di licenziamento intimato per ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro ed al regolare funzionamento di essa ex art. 3 della legge n. 604/1966 (c.d. licenziamento per giustificato motivo oggettivo), mentre sfugge al controllo del giudice la scelta di natura economica ed organizzativa nei profili di congruità ed opportunità, in ossequio al principio della libertà di iniziativa dell’imprenditore (ex art. 41 Cost.), è invece onere del datore di lavoro dimostrare, in primo luogo, l’effettività delle ragioni poste a fondamento del licenziamento.
Le ragioni inerenti all’organizzazione del lavoro o all’attività produttiva valgono pertanto ad integrare il giustificato motivo oggettivo di licenziamento ai sensi dell’art. 3 della legge n. 604/1966, restando insindacabile, nei suoi profili di congruità ed opportunità, una volta che siano provate l’effettività e la non pretestuosità, la relativa scelta imprenditoriale.
La prova dell’effettività deve riguardare le ragioni addotte.
In tema di licenziamento per g.m.o. determinato da ragioni tecniche, organizzative e produttive, compete al giudice - che non può, invece, sindacare la scelta dei criteri di gestione dell'impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall'art. 41 Cost. - il controllo in ordine all'effettiva sussistenza del motivo addotto dal datore di lavoro, in ordine al quale “il datore di lavoro ha l'onere di provare, anche mediante elementi presuntivi ed indiziari, l'effettività delle ragioni che giustificano l'operazione di riassetto” (cfr. Cass. n. 7474 di data 14.5.2012).
Il fatto di sindacare le scelte di politica aziendale non è pertanto ammesso, mentre deve essere consentito al giudice (e prima ancora al lavoratore) di capire per quale ragione la società datrice di lavoro ha deciso di adottare quella decisione e se quella ragione ha trovato coerente e concreta applicazione nell’organizzazione produttiva.
Sono stati censurati come inidonei a sorreggere un licenziamento per giustificato motivo oggettivo quei riassetti organizzativi attuati in modo meramente strumentale al solo fine di incrementare i profitti e la redditività dell’impresa ma non anche quelli dovuti alla necessità del contenimento dei costi aziendali. Il perseguimento di obiettivi di quest’ultimo tipo è considerato legittimo. (Francesco Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Trento 27 aprile 2018.




Licenziamento – Ritorsività e rappresaglia – Ragione esclusiva – Nesso di causalità ed onere della prova

Si considera di natura ritorsiva il licenziamento che costituisca l’ingiusta ed arbitraria reazione, quale unica ragione (e non soltanto quale ragione determinante) del provvedimento espulsivo, essenzialmente quindi di natura vendicativa.

Per affermare il carattere ritorsivo e quindi la nullità del provvedimento espulsivo occorre specificamente dimostrare che l’intento discriminatorio o di rappresaglia ha avuto efficacia determinativa esclusiva della volontà del datore di lavoro anche rispetto ad altri fatti rilevanti ai fini della configurazione di una giusta causa o di un giustificato motivo di recesso e quindi ai fini della configurazione di un provvedimento legittimo ed è necessaria la prova della sussistenza di un rapporto di causalità tra tali circostanze e l’asserito intento di rappresaglia.

Il motivo illecito conduce alla nullità (cfr. artt. 1324 e 1345 c.c.) del licenziamento allorquando il provvedimento espulsivo sia stato determinato “esclusivamente” da esso e pertanto non è ravvisabile nel caso in cui, assieme a tale motivo illecito concorra, nella determinazione del licenziamento, anche un motivo lecito. E’ stato affermato a tale riguardo dalla Cassazione che “poiché il motivo illecito determina la nullità del licenziamento solo quando il provvedimento espulsivo sia stato determinato esclusivamente da esso, la nullità deve essere esclusa quando con lo stesso concorra, nella determinazione del licenziamento, un motivo lecito” (cfr. Cass. n. 4543 del 1999).

L'onere di provare la sussistenza del motivo illecito del licenziamento, quale è quello discriminatorio o di rappresaglia, grava - in applicazione della regola generale sulla ripartizione dell'onere probatorio di cui all'art. 2697 cod. civ. (cfr. Cass. 15.11.2000 n. 14753) - sul lavoratore che lo alleghi a fondamento della domanda di reintegrazione, tenendo conto però del fatto che tale onere può essere assolto anche attraverso presunzioni che peraltro, per poter assurgere al rango di prova, debbono essere "gravi, precise e concordanti".

Tra le presunzioni, riveste un ruolo rilevante la dimostrazione della inesistenza del diverso motivo addotto a giustificazione del licenziamento. Ne consegue che, nel momento in cui dovesse emergere che il licenziamento è sorretto da un giustificato motivo oggettivo, questa circostanza costituirebbe una riprova dell’inesistenza dell’intento di rappresaglia. Secondo quanto dispone l’art. 5 della legge n. 604/66, incombe sul datore di lavoro di dare la prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo del licenziamento. (Francesco Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Trento 27 aprile 2018.




Licenziamento per giustificato motivo oggettivo – Obbligo di repechage – Onere di allegazione, limiti – Riparto dell’onere della prova – Ragionevolezza

Qualora sia dedotta la violazione dell’obbligo del c.d. “repechage”, grava sul soggetto datoriale l’onere di dare dimostrazione dell’impossibilità di adibire il dipendente licenziato a mansioni diverse nel rispetto dei principi sanciti dall’art. 2103 c.c.

Detto onere probatorio, deve essere peraltro contenuto, nonostante la sua rigorosità, entro limiti di ragionevolezza, nonché nell’ambito delle contrapposte deduzioni delle parti e può considerarsi assolto anche mediante il ricorso a risultanze probatorie di natura presuntiva ed indiziaria. Nell’ottica di allentare il rigore dell’onere probatorio datoriale, si è ritenuto di onerare a sua volta anche il lavoratore che impugni il licenziamento di allegare circostanze idonee a far presumere l’esistenza in seno all’azienda di posti di lavoro cui poter essere ancora utilmente adibito.

Se è vero che la prova dell’impossibilità di un diverso impiego in ambito aziendale non può trasferirsi neppure in parte a carico del lavoratore licenziato, gravando per intero sul datore di lavoro, tuttavia, fermo rimanendo detto principio, il lavoratore deve allegare i fatti, sui quali il datore di lavoro è chiamato a replicare, dai quali risulterebbe l’esistenza di mansioni equivalenti, affinché l’onere della prova a carico del datore di lavoro non si risolva in una prova negativa. (cfr. Cass. 2.4.2004 n. 6556, secondo cui “ai fini della prova della sussistenza del giustificato motivo obiettivo, l’onere della dimostrazione dell’impossibilità di adibire il lavoratore allo svolgimento di altre mansioni analoghe a quelle svolte in precedenza, pur gravando interamente sul datore di lavoro e non potendo essere posto a carico del lavoratore, implica comunque per quest’ultimo un onere di deduzione ed allegazione della possibilità di essere adibito ad altre mansioni sicché, ove il lavoratore ometta di prospettare nel ricorso tale possibilità, non insorge per il datore di lavoro l’onere di offrire la prova sopraindicata”).

Ne discende in sostanza una diversa ampiezza dell’onere della prova che incombe sul datore di lavoro, nel senso che tanto più analitiche saranno le allegazioni del lavoratore, tanto maggiormente articolate dovranno essere le deduzioni che il datore di lavoro dovrà formulare e tanto maggiormente mirati i mezzi di prova che dovrà indicare per dare dimostrazione dell’impossibilità del c.d. “repechage”.

Tale principio affermato dalla Cassazione non fa venir meno il fatto che, sia pur in difetto di allegazioni, l’onere della prova non debba comunque essere assolto dal datore di lavoro, anche se potrà essere adempiuto mediante il ricorso a risultanze probatorie che (nel caso di doglianza generica) potranno essere anche soltanto di natura presuntiva ed indiziaria.

Deve osservarsi inoltre che una cosa è l’onere della prova, altro e ben differente è l’onere della allegazione (da valutarsi tenendo conto del fatto che il lavoratore licenziato si trova ormai estromesso dall’organizzazione aziendale e quindi in una situazione di evidente difficoltà nell’acquisizione di dati di fatto e circostanze da allegare), sicché porre a carico del lavoratore l’onere della allegazione non significa anche addossargli l’onere della prova che resta a carico del datore di lavoro. (Francesco Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Trento 27 aprile 2018.




«Rinvio pregiudiziale – Agenti commerciali indipendenti – Direttiva 86/653/CEE – Diritto dell’agente commerciale ad una indennità o al risarcimento del danno a seguito della cessazione del contratto di agenzia commerciale – Articolo 17 – Esclusione del diritto all’indennità in caso di risoluzione del contratto nel corso del periodo di prova contrattualmente pattuito»

L’articolo 17 della direttiva 86/653/CEE del Consiglio, del 18 dicembre 1986, relativa al coordinamento dei diritti degli Stati membri concernenti gli agenti commerciali indipendenti, dev’essere interpretato nel senso che la disciplina dell’indennità e del risarcimento ivi prevista, rispettivamente ai paragrafi 2 e 3, è applicabile nel caso in cui la cessazione del contratto di agenzia commerciale abbia luogo nel corso del periodo di prova pattuito nel contratto stesso. Corte Giustizia UE 19 aprile 2018.




Rinvio pregiudiziale – Trasporto – Regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato – Regolamento (CE) n. 261/2004 – Articolo 5, paragrafo 3 – Articolo 7, paragrafo 1 – Diritto alla compensazione – Esenzione – Nozione di “circostanze eccezionali” – “Sciopero selvaggio”

L’articolo 5, paragrafo 3, del regolamento (CE) n. 261/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 febbraio 2004, che istituisce regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato e che abroga il regolamento (CEE) n. 295/91, letto alla luce del considerando 14 dello stesso, dev’essere interpretato nel senso che l’assenza spontanea di una parte significativa del personale di volo («sciopero selvaggio»), come quella di cui trattasi nei procedimenti principali, che trae origine dall’annuncio a sorpresa da parte di un vettore aereo operativo di una ristrutturazione dell’impresa, a seguito di un appello diffuso non dai rappresentanti dei dipendenti dell’impresa, bensì spontaneamente dai dipendenti stessi, i quali si sono messi in congedo di malattia, non rientra nella nozione di «circostanze eccezionali» ai sensi di tale disposizione. Corte Giustizia UE 17 aprile 2018.




Pubblico impiego – Insegnamento – Graduatorie ad esaurimento – precedente cancellazione – Reinserimento – Ammissibilità

Se è vero che la legge n. 296/2006 ha trasformato le graduatorie permanenti in graduatorie ad esaurimento, è altrettanto vero che ha previsto la possibilità di nuovi inserimenti. Se da un lato il legislatore si è premurato di garantire a coloro che avevano già intrapreso un apposito percorso di studi l’inserimento nella graduatoria medesima, in applicazione del principio dell’affidamento, nulla ha disposto per quanto riguarda il reinserimento dei candidati precedentemente depennati. Non avendo la nuova legge nulla disposto sulla questione del reinserimento e non sussistendo tra le due norme “una contraddizione tale da renderne impossibile la contemporanea applicazione”, appare evidente la perdurante vigenza della precedenti disposizioni e, conseguentemente, della possibilità di reinserimento di coloro che risultavano già iscritti, pienamente compatibile con la regola del divieto di inserimenti ex novo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Cassino 26 marzo 2018.




Fallimento - Licenziamento intimato dal curatore - Illegittimità - Conseguenze - Retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello della reintegrazione

Volta che la scelta di sciogliersi dal rapporto di lavoro pendente è stata effettuata dal curatore del fallimento con modalità giudicate errate con sentenza passata in cosa giudicata, la curatela è soggetta al principio, valido per ogni datore di lavoro, secondo cui nell'ipotesi di licenziamento illegittimo il legislatore ha inteso attribuire diritti retributivi al lavoratore malgrado la non avvenuta prestazione lavorativa, prevedendo analiticamente il risarcimento del danno commisurato alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello della reintegrazione (secondo la formulazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, vigente all'epoca dei fatti), e ciò in ragione del fatto che nel caso di licenziamento illegittimo l'equiparazione della mera utilizzabilità delle energie lavorative del prestatore alla loro effettiva utilizzazione consegue, oltre che alla ricostituzione del rapporto e al ripristino della lex contractus, all'accertamento giudiziale dell'illegittimità del comportamento datoriale, e cioè dell'imputabilità al datore di lavoro della mancata prestazione lavorativa (tra molte, cfr. Cass. SS.UU. n. 2334 del 1991 e n. 508 del 1999; Cass. n. 13953 del 2000; Cass. n. 6155 del 2004). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 23 marzo 2018.




Rito del lavoro – Ricorso – Diritto di difesa – Indeterminatezza petitum e causa petendi – Nullità

Rito del lavoro – Ricorso – Indeterminatezza petitum e causa petendi – Nullità – Insanabilità – Rinnovazione o integrazione del ricorso – Inapplicabilità

Rito del lavoro – Ricorso – Giusto processo – Oralità, concentrazione ed immediatezza – Ragionevole durata


Nel rito del lavoro, il ricorso è affetto da nullità insanabile qualora l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto posti a fondamento delle domande risulti carente e contraddittoria, così da integrare indeterminatezza del petitum e della causa petendi pregiudicando, di conseguenza, il diritto di difesa delle parti convenute e precludendo al giudice l’esame del merito della controversia, ponendolo nell’impossibilità di comprendere linearmente l’oggetto del contendere e di esercitare correttamente i suoi poteri istruttori. (Fabrizio Botta) (riproduzione riservata)

Nel rito del lavoro, l’indeterminatezza del petitum e della causa petendi non può essere sanata attraverso il meccanismo della rinnovazione o integrazione del ricorso ex art. 164, comma 5, c.p.c. (Fabrizio Botta) (riproduzione riservata)

Nel rito del lavoro, al fine del perseguimento del principio della ragionevole durata del processo e dei principi di oralità, concentrazione e immediatezza, gli elementi di fatto e di diritto posti a base delle diverse domande e/o istanze dell’attore e del convenuto devono essere compiutamente contenuti nei rispettivi atti introduttivi. (Fabrizio Botta) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 20 marzo 2018.




Giudizio contabile a carico di dipendente di ente locale – Condanna in primo grado ed assoluzione in appello – Diritto del dipendente ad ottenere la rifusione delle spese legali (per il doppio grado di giudizio) in misura superiore a quanto liquidato dal giudice contabile – Insussistenza

Il D.L. n. 203/2005 è rubricato proprio “Misure di contrasto all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria” e nel relativo art. 10 bis, comma 10, è trasparente la finalità di prevenire abusi nella liquidazione delle spese ad opera dell'amministrazione di appartenenza, rimettendo alla competenza funzionale del giudice contabile ogni determinazione a riguardo. Tanto in definitiva porta ad escludere che, almeno dopo l’anzidetto decreto legge, ed in particolare l’art, 10 bis, comma dieci, cit., possa ammettersi la possibilità di un rimborso extragiudiziale alternativo od integrativo a quello giudiziale. (Antonello Falco) (riproduzione riservata) Tribunale Bari 12 marzo 2018.




Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Lavoro a tempo determinato – Contratti conclusi con un datore di lavoro rientrante nel settore pubblico – Misure dirette a sanzionare il ricorso abusivo ai contratti a tempo determinato – Principi di equivalenza e di effettività

La clausola 5 dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, che figura in allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, dev’essere interpretata nel senso che essa non osta a una normativa nazionale che, da un lato, non sanziona il ricorso abusivo, da parte di un datore di lavoro rientrante nel settore pubblico, a una successione di contratti a tempo determinato mediante il versamento, al lavoratore interessato, di un’indennità volta a compensare la mancata trasformazione del rapporto di lavoro a tempo determinato in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato bensì, dall’altro, prevede la concessione di un’indennità compresa tra 2,5 e 12 mensilità dell’ultima retribuzione di detto lavoratore, accompagnata dalla possibilità, per quest’ultimo, di ottenere il risarcimento integrale del danno dimostrando, mediante presunzioni, la perdita di opportunità di trovare un impiego o il fatto che, qualora un concorso fosse stato organizzato in modo regolare, egli lo avrebbe superato, purché una siffatta normativa sia accompagnata da un meccanismo sanzionatorio effettivo e dissuasivo, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 07 marzo 2018.




Trasferimento d’azienda – Licenziamento del lavoratore – Retribuzioni pregresse ed indennità risarcitoria – Compatibilità

In caso di accertato trasferimento d’azienda, il giudice non incorre in duplicazioni risarcitorie nell’accogliere il petitum del lavoratore licenziato teso ad ottenere la condanna del cedente e del cessionario d’azienda al pagamento dell’indennità risarcitoria di cui al comma 5 dell’art. 18 st. lav., oltre alle retribuzioni maturate dal licenziamento sino al ripristino del rapporto di lavoro, in quanto la prima tutela ha presupposto nella declaratoria di illegittimità del licenziamento, mentre la seconda poggia sull’accertata successione in capo al cessionario del rapporto di lavoro. (Lorenzo Tamos) (riproduzione riservata) Appello Milano 07 marzo 2018.




Fallimento – Credito da lavoro dipendente – Compatibilità della qualità di amministratore di società di capitali con quella di lavoratore subordinato – Ammissione

L’amministratore di una società di capitali può assumere la qualità di dipendente della stessa qualora non sia amministratore unico ma membro di un consiglio, ancorché investito di mansioni di consigliere delegato, in modo che la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro siano ricollegabili ad una volontà della società distinta da quella del singolo amministratore. (Emanuela Calamia) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 01 marzo 2018.




Fallimento – Credito da lavoro dipendente – Compatibilità della qualità di amministratore di società di capitali con quella di lavoratore subordinato – Ammissione

L’amministratore di una società di capitali può assumere la qualità di dipendente della stessa qualora non sia amministratore unico ma membro di un consiglio, ancorché investito di mansioni di consigliere delegato, in modo che la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro siano ricollegabili ad una volontà della società distinta da quella del singolo amministratore. (Emanuela Calamia) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 01 marzo 2018.




Fusione societaria - Effetti - Rapporti di lavoro - Applicazione del contratto collettivo - Contrattazione collettiva dell'impresa cedente sostituita da quella applicata nell'impresa cessionaria anche se più sfavorevole

La fusione comporta (nel testo anteriore alle modifiche introdotte, dal 1°gennaio 2004, dal D.lg. 17 gennaio 2003, n. 6, secondo cui la fusione tra società si risolve in una vicenda meramente evolutivo-modificativa dello stesso soggetto giuridico, che conserva la propria identità, pur in un nuovo assetto organizzativo, Cass. sez. un. 17 settembre 2010 n. 19698), nei rapporti tra le due società (incorporante ed incorporata), una successione a titolo universale (Cass. 22 marzo 2010 n. 6845), pur regolata esclusivamente dalla volontà delle società partecipanti (Cass. sez. un. n.19698 del 2010) mentre con riferimento ai rapporti di lavoro essa non può che essere disciplinata dall'art. 2112 c.c. (cfr. Cass. n. 106142011) che ha peraltro soggiunto che l'applicazione del principio statuito dalla citata norma (secondo il quale ai lavoratori che passano alle dipendenze dell'impresa incorporante si applica il contratto collettivo che regolava il rapporto di lavoro presso l'azienda cedente) vale solo nel caso in cui l'impresa cessionaria non applichi alcun contratto collettivo, mentre, in caso contrario, la contrattazione collettiva dell'impresa cedente è sostituita immediatamente ed in tutto da quella applicata nell'impresa cessionaria anche se più sfavorevole.

Nel caso di specie, la sentenza impugnata aveva contraddittoriamente ed insufficientemente fatto discendere dalla sola asserzione dell'esistenza di un patto scritto e dalla prosecuzione del rapporto di lavoro il mantenimento, in forma piena e senza riassobimento, di un assegno ad personam goduto presso la società incorporata, senza alcuna effettiva verifica del titolo di tale mantenimento, e senza peraltro valutare l'eventuale diversa disciplina collettiva applicata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro 27 febbraio 2018.




Lavoro dipendente - Controlli difensivi - Tutela del patrimonio aziendale - Indizi specifici di attività illecite del lavoratore - Utilizzo del dato a fini disciplinari

La novella dell’art. 4 st. lav. ha ricondotto i c.d. controlli difensivi alla fattispecie prevista dal primo comma, trattandosi normalmente di controlli diretti alla tutela del patrimonio aziendale.  Ogni spazio ulteriore di legittimità di tali controlli è condizionato dall’esistenza di indizi specifici di attività illecite del lavoratore, la cui conoscenza non sia stata ricavata dal controllo stesso.

I controlli effettuati sugli strumenti in uso al lavoratore possono essere ricondotti alla fattispecie del secondo comma solo se i software utilizzati per la verifica sono i medesimi in uso al lavoratore; essi sono legittimi se il lavoratore è previamente informato sulla loro effettuazione, secondo quanto previsto dal codice della privacy.

L’utilizzo del dato a fini disciplinari è una forma di trattamento del dato; se esso avviene in assenza di adeguata informazione, l’inutilizzabilità del dato, prevista dall’art. 11, c. 2°, d.lgs. 196/03, comporta che il fatto contestato debba ritenersi insussistente. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Padova 22 gennaio 2018.




Esecuzione forzata - Obblighi di fare e di non fare - Sentenza di accertamento del diritto di iscrizione negli elenchi di variazione quale bracciante agricolo - Natura dichiarativa - Conseguenze - Esecuzione in forma specifica - Esclusione - Fondamento

La sentenza del giudice del lavoro che accerta il diritto ad essere iscritto negli elenchi INPS quale bracciante agricolo, ha natura dichiarativa e, pertanto, non è provvisoriamente esecutiva ex art. 282 c.p.c., né è in ogni caso idonea a dare corso all'esecuzione in forma specifica ai sensi degli artt. 612 e ss. c.p.c. poiché, ai fini della sua attuazione, è necessario un provvedimento di iscrizione da parte dell'INPS, integrante obbligo di carattere infungibile. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI 18 gennaio 2018.




Fallimento - Credito del lavoratore non più iscritto ad un fondo di previdenza complementare - Intervento del Fondo di garanzia I.N.P.S.

Il lavoratore non più iscritto ad un fondo di previdenza complementare non ha possibilità di fare richiesta di intervento al Fondo di Garanzia della Posizione Previdenziale Complementare di cui all’art. 5 D.lgs. 80/92, presupposto per il cui intervento è l’iscrizione ad un fondo di previdenza complementare.

Pertanto, non essendo riuscito a recuperare dal datore di lavoro il credito maturato a titolo di TFR e non potendo più fare ricorso al Fondo di Garanzia ex art. 5 D.lgs. 80/92, ove mai non potesse nemmeno chiedere l’intervento del Fondo di Garanzia ex lege 297/82, il lavoratore rimarrebbe praticamente privo di tutela, in spregio alla Direttiva 80/987/CEE, l’adeguamento alla quale ha consentito al lavoratore iscritto ad un Fondo di Previdenza Complementare il ricorso al Fondo di Garanzia della Posizione Previdenziale Complementare e, dunque, ampliato la tutela del lavoratore rimasto insoddisfatto dal datore di lavoro.

In detta ipotesi, deve dunque ritenersi sussistente l'obbligo del Fondo di Garanzia ex lege 297/1982 di corrispondere al ricorrente la quota di TFR che residua dal rapporto di lavoro svolto alle dipendenze della società fallita. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Santa Maria Capua Vetere 04 dicembre 2017.




Clausola di gradimento – Trasferimento – Giusta causa di licenziamento – Integrazione del contraddittorio

Il rifiuto del committente di ammettere il lavoratore negli spazi di lavoro di sua pertinenza, sul presupposto che questi ha posto in essere illeciti extracontrattuali, non costituisce di per sé ragione organizzativa sufficiente a giustificare il trasferimento del lavoratore, né il rifiuto opposto dal lavoratore al trasferimento costituisce di per sé giustificato motivo di licenziamento. Occorre che vengano forniti dal committente o dal datore di lavoro elementi di giudizio tali da rendere quantomeno verosimile il compimento dell’illecito, e per conseguenza non contrario al principio di buona fede il rifiuto del gradimento del lavoratore. In ogni caso tale rifiuto, pur provenendo dal committente, ponendo il lavoratore nella condizione di non poter svolgere la prestazione lavorativa, costituisce un atto gestorio del rapporto di lavoro. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Padova 01 dicembre 2017.




Controversie previdenziali – Efficacia probatoria del verbale ispettivo – Natura di atto pubblico – Affermazione – Dichiarazioni di terzi – Prevalenza della prova testimoniale – Affermazione

I verbali e le attestazioni provenienti dai funzionari ispettivi degli istituti previdenziali ed assistenziali possono far fede fino a querela di falso solo relativamente alla loro provenienza dal sottoscrittore, al contenuto delle dichiarazioni e di altri fatti che il pubblico ufficiale attesta essere avvenuti in sua presenza o di quanto egli stesso dichiara di aver compiuto.
Per quanto riguarda, invece, circostanze o fatti accertati per essere stati riferiti da terzi, i verbali degli ispettori, per la loro natura di atto pubblico, hanno un’attendibilità che può essere inficiata da specifiche prove contrarie.
In caso di difformità tra la dichiarazione stragiudiziale all’ispettore e la deposizione testimoniale, si sostiene la prevalenza di quest’ultima, in quanto vera prova assistita dalle garanzie tipiche della presenza e verbalizzazione del giudice, del contraddittorio tra le parti e della responsabilità per falsa testimonianza.
Ne consegue che nel giudizio promosso per l’accertamento dell'insussistenza dell’obbligo contributivo preteso dall’INPS sulla base di un verbale ispettivo, incombe sull’Istituto previdenziale la prova dei fatti costitutivi del credito preteso, rispetto ai quali il verbale non riveste efficacia probatoria. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Cassino 25 ottobre 2017.




Processo civile - Giudizi per prestazioni previdenziali - Indicazione del valore della prestazione dedotta in giudizio - Omissione - Sanzione dell’inammissibilità del ricorso - Irragionevolezza - Incostituzionalità

L’eccessiva gravità della sanzione e delle sue conseguenze, rispetto al fine perseguito, comporta la manifesta irragionevolezza dell’art. 152 disp. att. cod. proc. civ., ultimo periodo («A tale fine la parte ricorrente, a pena di inammissibilità di ricorso, formula apposita dichiarazione del valore della prestazione dedotta in giudizio, quantificandone l’importo nelle conclusioni dell’atto introduttivo»), il quale, nei giudizi per prestazioni previdenziali, sanziona con l’inammissibilità del ricorso l’omessa indicazione del valore della prestazione dedotta in giudizio, il cui importo deve essere specificato nelle conclusioni dell’atto introduttivo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 24 ottobre 2017.




Società - Rapporto con il liquidatore - Parasubordinazione - Clausola compromissoria - Divieto di cui all'art. 806, co. 2, c.p.c. - Applicazione - Esclusione

Il rapporto tra liquidatore e società non può essere definito di parasubordinazione, come chiarito dalle Sezioni Unite per l’analoga figura dell’amministratore, per cui è valida la clausola compromissoria inserita nel contratto individuale tra liquidatore e società,  non operando nella fattispecie il divieto di cui all’art .806, comma 2 c.p.c.. (Gastone Pea) (riproduzione riservata) Tribunale Venezia 27 giugno 2017.




Gruppo di imprese – Collegamento – Obblighi inerenti ad un rapporto di lavoro subordinato con una delle imprese del gruppo – Estensione alle altre – Esclusione – Limiti

Il collegamento economico-funzionale tra imprese gestite da società del medesimo gruppo non è di per sé solo sufficiente a far ritenere che gli obblighi inerenti ad un rapporto di lavoro subordinato, formalmente intercorso fra un lavoratore ed una di esse, si debbano estendere anche all'altra, a meno che non sussista una situazione che consenta di ravvisare - anche all'eventuale fine della valutazione di sussistenza del requisito numerico per l'applicabilità della cosiddetta tutela reale del lavoratore licenziato - un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro. Tale situazione ricorre ogni volta che vi sia una simulazione o una preordinazione in frode alla legge del frazionamento di un'unica attività fra i vari soggetti del collegamento economico - funzionale e ciò venga accertato in modo adeguato, attraverso l'esame delle attività di ciascuna delle imprese gestite formalmente da quei soggetti, che deve rivelare l'esistenza dei seguenti requisiti: a) unicità della struttura organizzativa e produttiva; b) integrazione tra le attività esercitate dalle varie imprese del gruppo e il correlativo interesse comune; c) coordinamento tecnico e amministrativo - finanziario tale da individuare un unico soggetto direttivo che faccia confluire le diverse attività delle singole imprese verso uno scopo comune; d) utilizzazione contemporanea della prestazione lavorativa da parte delle varie società titolari delle distinte imprese, nel senso che la stessa sia svolta in modo indifferenziato e contemporaneamente in favore dei vari imprenditori. E si tratta di una valutazione di fatto rimessa al giudice di merito e sindacabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione (Cass. 20 dicembre 2016, n. 26346; Cass. 11 novembre 2014, n. 23995; Cass. 16 gennaio 2014, n. 798; Cass. 12 febbraio 2013, n. 3482; Cass. 7 settembre 2007, n. 18843; Cass. 15 maggio 2006, n. 11107). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 07 giugno 2017.




Assemblea sindacale ex art. 20 della l. n. 300 del 1970 - Convocazione - Diritto spettante alle rappresentanze sindacali unitarie come organo collegiale ed alle sue singole componenti

Il diritto di convocare l’assemblea sindacale di cui all’art. 20 della l. n. 300 del 1970 deve riconoscersi, oltre che alle rappresentanze sindacali unitarie come organo collegiale, anche alle sue singole componenti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 06 giugno 2017.




Azienda – Cessione – Lavoratore dipendente – Consenso del contraente ceduto – Esclusione – Facoltà di recesso

Nelle ipotesi di cessione d'azienda si realizza, con riferimento alla posizione del lavoratore, una successione legale nel contratto che non richiede il consenso del contraente ceduto, il quale potrà successivamente esercitare il proprio diritto di recesso nei termini sanciti dal comma quarto dell'art.2112 c.c. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 23 maggio 2017.




Rapporto di lavoro – Lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente – Interpretazione – Disabilità non grave – Trasferimento del lavoratore – Divieto

La disposizione dell'art. 33, comma 5, della legge n. 104 del 1992, laddove vieta di trasferire, senza consenso, il lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente, deve essere interpretata in termini costituzionalmente orientati in funzione della tutela della persona disabile, sicché il trasferimento del lavoratore è vietato anche quando la disabilità del familiare, che egli assiste, non si configuri come grave, a meno che il datore di lavoro, a fronte della natura e del grado di infermità psico-fisica di quello, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive e urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 19 maggio 2017.




Divorzio – Diritto dell’ex coniuge al 40% del T.F.R. – Art. 12-bis legge n. 898 del 1970 – Diritto di credito spettante anche sull’eventuale esodo percepito – Esclusione

Divorzio – Diritto dell’ex coniuge al 40% del T.F.R. – Art. 12-bis legge n. 898 del 1970 – Diritto di credito spettante anche sui fondi destinati in previdenza complementare – Esclusione


Il diritto dell’ex coniuge a una quota del TFR dell’ex congiunto, ai sensi dell’art. 12-bis l. 898/1970, non compete con riguardo a quelle somme che risultino essere destinate a un fondo di previdenza complementare. Infatti, premesso che l’art. 12 bis l. 898/1970 riconosce al coniuge divorziato titolare di assegno divorzile la quota del 40% del TFR “percepito” alla cessazione del rapporto di lavoro, è evidente che quanto accantonato su fondo pensione non viene riscosso alla cessazione del rapporto di lavoro. Ciò per il fatto che nel caso in cui il Tfr sia conferito ad un fondo di previdenza complementare, la liquidazione non è riconosciuta alla cessazione del rapporto di lavoro, ma alla maturazione dei requisiti per la pensione. Inoltre, le somme versate non sono riconosciute come liquidazione, ma come pensione integrativa, che viene erogata, nella maggior parte dei casi, in forma di rendita ed in alcuni casi in forma di capitale. In definitiva, tale istituto rientra nella previsione dell’art. 2123 c.c., quale forma di previdenza integrativa, e non nella previsione dell’art. 2120 c.c., al quale si riferisce l’art. 12 bis della legge n. 898/1970. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il diritto dell’ex coniuge a una quota del TFR dell’ex congiunto, ai sensi dell’art. 12-bis l. 898/1970, non compete con riguardo a quelle somme che siano erogate a titolo di incentivo all’esodo. Questo istituto, infatti, ha natura sostanzialmente risarcitoria: erogato nell’ambito di una trattativa tra lavoratore e datore di lavoro finalizzata allo scioglimento del rapporto di lavoro, mira a sostituire mancati guadagni futuri (lucro cessante). A differenza del TFR, dunque, l’incentivo all’esodo non è costituito da somme accantonate durante il pregresso periodo lavorativo “coincidente con il matrimonio”, bensì va a sostituire un (mancato) reddito lavorativo futuro, ed al momento della sua erogazione in alcun modo è “riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 18 maggio 2017.




Cessione di azienda – Sgravi contributivi connessi alla mobilità – Diversità del soggetto subentrante rispetto al cedente – Effettiva creazione di nuovi posti di lavoro – Necessità

Ai fini della concessione degli sgravi contributivi ex art. 8, commi 4 e 4-bis della legge 223 del 1991 (assunzione di lavoratori e tempo indeterminato posti in mobilità) occorre che, in caso di cessione di azienda, il nuovo datore di lavoro sia diverso dal precedente, posto che il riconoscimento degli sgravi in questione richiede l’accertamento della obiettiva diversità del soggetto subentrante rispetto al cedente e quindi l’effettiva creazione di nuovi posti di lavoro; al riguardo va precisato che è del tutto irrilevante la circostanza che il passaggio dei lavoratori abbia luogo nell’ambito di una procedura fallimentare, posto che irrilevanti sono le finalità perseguite dal cedente, siano esse quelle dell’incremento dell’attivo fallimentare o della continuazione dell’attività di impresa: ciò che rileva è che il fallimento non determina di per sé il venir meno del bene giuridico “azienda” inteso come complesso di elementi materiali e giuridici organizzati al fine dell’esercizio dell’impresa e dunque la possibilità di una sua cessione nell’ambito di un regolare contratto di vendita o di affitto di azienda. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 27 aprile 2017.




Lavoratore autonomo (nella specie professionista iscritto all’albo degli Avvocati) che ricopre la carica di Assessore Comunale – Assenza di prova in ordine alla sospensione dell’attività professionale – Diritto di richiedere il rimborso degli oneri previdenziali versati durante l’esercizio delle pubbliche funzioni – Insussistenza

Affinché l’amministrazione locale possa farsi carico del versamento degli oneri previdenziali a favore dei propri amministratori esclusivamente al fine di consentire agli stessi di dedicarsi a tempo pieno allo svolgimento del mandato istituzionale, è necessario ritenere che il principio della parità di trattamento imponga anche ai lavoratori autonomi, al pari di quelli dipendenti, di sospendere la propria attività lavorativa.
Il pregiudizio che determinate categorie di lavoratori autonomi possano subire dalla sospensione della rinuncia temporanea della propria attività professionale può al più determinare una disparità di fatto non considerata dal legislatore e non superabile in via interpretativa con riguardo a disposizioni di legge dettate a tutela dell’esercizio di pubbliche funzioni.
Una diversa lettura creerebbe una situazione di disparità di trattamento fra lavoratori dipendenti e non dipendenti in punto di percezione delle indennità previste dall’art. 82 TUEL.
Questa disposizione normativa, infatti, dispone che l’indennità di funzione, prevista dal comma 1 per le categorie di amministratori ivi indicate, sia “dimezzata per i lavoratori dipendenti che non abbiano richiesto l'aspettativa”. A fronte del collocamento in aspettativa, oltre al mancato dimezzamento dell’indennità, il legislatore (art. 86 comma 1) concede all’amministratore che sia lavoratore dipendente il diritto al versamento dei contributi a carico dell’amministrazione locale presso cui espleta il mandato.
Ove l’analogo beneficio, previsto dall’art. 86, comma 2, TUEL per i lavoratori non dipendenti, non fosse collegato alla esplicita e totale rinuncia, durante il mandato, all’attività professionale espletata, questi ultimi si troverebbero nella condizione di cumulare due benefici che il legislatore, per i lavoratori dipendenti, ritiene invece incompatibili (l’indennità di funzione in misura piena, ex art. 82, comma 1, TUEL ed il versamento dei contributi sostitutivi, ex art. 86, comma 2, TUEL), oltre alla possibilità di continuare a svolgere la propria attività professionale o imprenditoriale, non dedicandosi a tempo pieno all’espletamento dell’incarico di amministratore. (Antonello Falco) (riproduzione riservata)
Tribunale Bari 26 aprile 2017.




Rapporto di lavoro – Ferie – Periodo di prova – Ratio – Sospensione

In ipotesi di godimento di ferie da parte del dipendente, il periodo di prova rimane sospeso e inizia nuovamente a decorrere soltanto con la ripresa dell’attività lavorativa poiché la previsione di un patto di prova è funzionale, da un lato, alla verifica da parte del datore di lavoro delle capacità professionali e della complessiva idoneità del lavoratore avuto riguardo alle obbligazioni tipiche del rapporto di lavoro subordinato; dall’altro, a consentire a entrambe le parti di vagliare la convenienza della possibile futura collaborazione senza vincolarsi da subito a un rapporto di lavoro di lunga durata. (Fabrizio Botta) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 24 aprile 2017.




Licenziamento – Procedimento disciplinare – Assistenza da parte di un legale – Violazione procedimento – Non sussiste

È legittimo il rifiuto opposto dal datore di lavoro alla richiesta di un proprio dipendente, avanzata nel corso di un procedimento disciplinare, di farsi assistere da un legale per rendere le proprie giustificazioni orali. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 11 aprile 2017.




Lavoro – Dipendente – Diritto al TFR – In caso di insolvenza del datore di lavoro – Operatività del Fondo di garanzia – Requisito di non fallibilità del datore di lavoro – Verifica in concreto – Sussiste

Ai fini della tutela prevista dalla legge n.297 del 1982 in favore del lavoratore per il pagamento del TFR in caso di insolvenza del datore di lavoro, quest’ultimo, se assoggettabile a fallimento ma non dichiarabile fallito per la esiguità del credito azionato, va considerato in concreto non soggetto a fallimento e pertanto opera la disposizione di cui all’art.2, quinto comma, della predetta legge, secondo cui il lavoratore può conseguire le prestazioni del Fondo di garanzia costituito presso l’INPS, essendo sufficiente che il lavoratore abbia esperito infruttuosamente una procedura di esecuzione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Rovereto 28 marzo 2017.




Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Direttiva 2000/78/CE – Parità di trattamento – Discriminazione basata sulla religione o sulle convinzioni personali – Regolamento interno di un’impresa che vieta ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili di natura politica, filosofica o religiosa – Discriminazione diretta – Insussistenza – Discriminazione indiretta – Divieto posto ad una dipendente di indossare il velo islamico

L’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretato nel senso che il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali ai sensi di tale direttiva.

Siffatta norma interna di un’impresa privata può invece costituire una discriminazione indiretta ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2000/78, qualora venga dimostrato che l’obbligo apparentemente neutro da essa previsto comporta, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia, a meno che esso sia oggettivamente giustificato da una finalità legittima, come il perseguimento, da parte del datore di lavoro, di una politica di neutralità politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti, e che i mezzi impiegati per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari, circostanza, questa, che spetta al giudice del rinvio verificare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 14 marzo 2017.




Contributi previdenziali – Contratto di lavoro a progetto – Assenza del progetto – Evasione contributiva – Sussiste

L’accertamento dell’esistenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato in luogo di uno a progetto, stante la mancanza di uno specifico progetto concretizza l’ipotesi di “evasione contributiva” e non la meno grave fattispecie di “omissione contributiva”, anche laddove il contratto di lavoro a progetto sia stato regolarmente registrato (1).
In ipotesi di “evasione contributiva”, il datore di lavoro è gravato dall’onere di provare la mancanza dell’intento fraudolento e tale onere non può reputarsi assolto in ragione della sola formale, puntuale annotazione dei dati contributivi (poi accertati come infedeli) sui libri di cui è obbligatoria la tenuta (2). (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro 13 marzo 2017.




Licenziamento – Procedimento disciplinare – Accesso all’armadio personale del dipendente – Violazione procedimento – Non sussiste

È legittima, pur in assenza di contraddittorio, la perquisizione dell’armadio personale di un lavoratore volto ad accertare la presenza di beni aziendali dallo stesso occultati (nel caso specifico, si trattava di pratiche affidate al lavoratore ma non eseguite), laddove ciò avvenga nell’ambito di un procedimento disciplinare. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 02 marzo 2017.




Rapporto previdenziale – Art. 28 legge n. 300/1970 – Reintegrazione – Contribuzione – Sussiste

Ha diritto al versamento della contribuzione previdenziale maturata nel periodo intercorso tra la data del licenziamento e la data del ripristino del rapporto di lavoro anche il lavoratore-sindacalista reintegrato a seguito di accoglimento del ricorso per condotta antisindacale proposto dall’associazione di riferimento. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 27 febbraio 2017.




Rapporto di lavoro - Estinzione - Risoluzione e Recesso - Licenziamento - Esclusione

L’estinzione del rapporto di lavoro, con passaggio diretto ed immediato verso il nuovo gestore degli impianti di distribuzione del gas, disciplinata dall’art. 2 del D.M. 21.04.2011, non è qualificabile come licenziamento, il quale implica l’esercizio del potere unilaterale di recesso, ma come risoluzione in conseguenza del verificarsi di un evento successivo alla conclusione del contratto che ne impedisce la regolare prosecuzione. (Fabrizio Botta) (riproduzione riservata) Tribunale Como 09 febbraio 2017.




Licenziamento – Contestazione disciplinare – Assenza di immediatezza e tempestività – Reintegrazione – Sussiste

La tutela reintegratoria di cui all’art. 18, comma 4, legge n. 300/1970 trova applicazione anche nell’ipotesi in cui il fatto non sia stato “regolarmente contestato” ex art. 7, legge n. 300/1970 (1).
La contestazione dell’assenza dal servizio mossa oltre un anno dopo il suo compimento deve ritenersi “abnorme” e “totalmente priva di ragioni” perché viola il principio di immediatezza della contestazione (2). (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro 31 gennaio 2017.




Rapporto di lavoro subordinato – Diritto alla prosecuzione del rapporto fino al compimento dei 70 anni – Esclusione

Non sussiste un diritto del lavoratore alla prosecuzione del rapporto di lavoro fino a 70 anni.
L’art.24, comma 4, D.L. n.201/2011 si limita a prefigurare condizioni previdenziali di incentivo alla prosecuzione del rapporto che può estendersi fino ai settant’anni di età, sempreché vi sia una concorde valutazione delle parti (datore di lavoro e dipendente) “sulla base di una reciproca valutazione di interessi”. [Nella fattispecie, il Giudice ha confermato la legittimità del licenziamento per raggiunti limiti di età di lavoratrice assunta a 65 anni.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Palermo 19 gennaio 2017.




Lavoro – Cessazione del rapporto – Licenziamento per giusta causa da altro datore di lavoro – Lesione dell’elemento fiduciario

L'aver taciuto di essere stato in precedenza licenziato per giusta causa da altro datore di lavoro può assumere rilevanza sulla complessiva valutazione dell'azienda circa l'affidabilità che il datore di lavoro deve riporre sui propri dipendenti, ma non è tale da ledere irrimediabilmente la fiducia che sta alla base del rapporto di lavoro e da giustificare il licenziamento, soprattutto quando il lavoratore abbia dimostrato, nel corso del rapporto, assoluta correttezza e diligenza nello svolgimento dell'attività lavorativa e non abbia mai dato adito a rilievi di sorta, dimostrandosi professionalmente idoneo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 30 dicembre 2016.




Contratto collettivo – Obblighi di informazione e consultazione – Differenze – Adempimento parziale – Condotta antisindacale – Sussiste

Laddove il contratto collettivo distingua l’istituto della “informazione sindacale” dall’istituto della “consultazione sindacale”, prevedendo per ciascuno di essi distinti contenuti e modalità, l’adempimento del solo obbligo di informazione non vale a far ritenere parimenti adempiuto anche l’obbligo di consultazione, ancorché suscettibile di creare un’occasione di discussione comune. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 29 dicembre 2016.




Lavoro – Licenziamento individuale intimato per giustificato motivo oggettivo – Andamento economico negativo dell'azienda – Prova – Esclusione – Veridicità – Necessità

Ai fini della legittimità del licenziamento individuale intimato per giustificato motivo oggettivo ai sensi dell'art. 3 della l. n. 604 del 1966, l'andamento economico negativo dell'azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare ed il giudice accertare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all'attività produttiva ed all'organizzazione del lavoro, tra le quali non è possibile escludere quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività dell'impresa, determinino un effettivo mutamento dell'assetto organizzativo attraverso la soppressione di una individuata posizione lavorativa; ove però il licenziamento sia stato motivato richiamando l'esigenza di fare fronte a situazioni economiche sfavorevoli ovvero a spese notevoli di carattere straordinario ed in giudizio si accerti che la ragione indicata non sussiste, il recesso può risultare ingiustificato per una valutazione in concreto sulla mancanza di veridicità e sulla pretestuosità della causale addotta dall'imprenditore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 07 dicembre 2016.




Azienda – Trasferimento – Appalto – Passaggio di dipendenti da appaltatore ad un altro – Automaticità – Esclusione

Il passaggio dei dipendenti dal precedente appaltatore al nuovo subentrato nell'appalto (in assenza di contestuale trasferimento di non trascurabili strutture materiali organizzate o, almeno, di know how o di altri caratteri idonei a conferire autonoma capacità operativa a maestranze stabilmente coordinate e organizzate tra loro) non è automatico nè forma oggetto di diritto acquisito in capo ai lavoratori del vecchio appaltatore, non esistendo alcuna norma di legge che lo stabilisca.

E se tale passaggio di personale non è automatico, ciò vuol dire che necessita pur sempre di apposite concordi dichiarazioni di volontà (contestuali o collegate) delle imprese o della stazione appaltante. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro 06 dicembre 2016.




Rapporto di lavoro dirigenziale – Mutamento sostanziale – Dimissioni – Indennità di preavviso

Ha diritto all’indennità sostitutiva del preavviso ex art. 24 del CCNL Dirigenti Commercio il dirigente che rassegni le proprie dimissioni entro sessanta giorni dalla comunicazione di un nuovo incarico che lo privi dei poteri di partecipazione al governo dell’organizzazione imprenditoriale e di rappresentanza societaria (1). (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 10 novembre 2016.




Contratto a tempo determinato – Indennità risarcitoria – Quantificazione – Giudizi pendenti – Art. 32, comma 7, della legge n. 183 del 2010

È legittima la quantificazione dell’indennità risarcitoria omnicomprensiva, prevista per le ipotesi di conversione del contratto a tempo determinato, sulla base di un importo compreso tra le 2,5 e le 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto anche con riguardo ai giudizi pendenti dinnanzi alla Suprema Corte di Cassazione alla data di entrata in vigore della legge n. 183 del 2010 (1). (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 10 novembre 2016.




Personale scolastico - Illegittima reiterazione di contratti a termine su cd. organico di diritto - Misure sanzionatorie adeguate - Individuazione

Nel settore scolastico, in caso di illegittima reiterazione di contratti a termine su cd. organico di diritto, costituiscono misure sanzionatorie proporzionate, effettive ed idonee la stabilizzazione ai sensi della l. n. 107 del 2015, l’immissione in ruolo secondo il sistema di reclutamento previgente, o, in mancanza, il risarcimento del danno presunto ex art. 32, comma 5, della l. n. 183 del 2010, salva la prova del maggior pregiudizio subito. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 07 novembre 2016.




Personale scolastico assunto con contratti a termine - Diritto alla progressione stipendiale - Sussistenza - Fondamento

Nel settore scolastico, la clausola 4 dell’Accordo quadro allegato alla direttiva n. 99/70/CEE impone di riconoscere anche al personale assunto con contratti a termine la progressione stipendiale prevista per i dipendenti a tempo indeterminato; ne consegue la disapplicazione di ogni disposizione contrattuale contraria, ferma, in ogni caso, l’inapplicabilità dell’art. 53 della l. n. 312 del 1980, vigente per i soli docenti di religione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 07 novembre 2016.




Contratto di agenzia - Autonoma e spontanea assunzione di garanzia dell'agente - Autonomia negoziale delle parti - Ammissibilità

L'autonoma e spontanea assunzione di garanzia dell'agente, in funzione della stipulazione di un contratto dallo stesso procurato con un cliente ritenuto non solvibile dal preponente, per tale ragione rifiutatosi di accedere alla conclusione e determinatosi ad essa per la sola garanzia così prestata, senza alcuna propria imposizione di un vincolo coercitivo, si iscrive nell'ambito dell'autonomia negoziale delle parti, ai sensi dell'art. 1322 c.c. Essa infatti accede, in funzione di prestazione accessoria quale autonoma garanzia, al contratto di agenzia, senza interferire nell'equilibrio sinallagmatico delle sue prestazioni tipiche, né tanto meno alterarlo: ed è pertanto legittima. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 31 ottobre 2016.




Rapporto di lavoro – Patto di non concorrenza – Sviamento di clientela

È legittimo il patto di non concorrenza che ha quale oggetto l’esercizio di specifiche mansioni, nell’arco di 18 mesi a decorrere dalla cessazione del rapporto di lavoro, all’interno di una sola regione italiana e per un corrispettivo pari ad un terzo dello stipendio annuale lordo, da erogarsi in tranches mensili (1). (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Tribunale Treviso 31 ottobre 2016.




Fallimento – Stato passivo – Riparto – Credito del lavoratore – Ritenute fiscali e previdenziali – Intervento del Fondo di Garanzia dell’I.N.P.S. – Erogazione a favore del lavoratore al netto delle ritenute

Mentre il credito del lavoratore deve essere ammesso al passivo al lordo delle ritenute, L’I.N.P.S., quale gestore del Fondo di previdenza, è tenuto a pagare al lavoratore l’importo decurtato di quelle stesse ritenute che il curatore stesso dovrebbe operare qualora in sede di riparto provvedesse a soddisfare il credito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Appello Firenze 18 ottobre 2016.




Esecuzione forzata - Somme dovute dai privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento - Prevista possibilità di pignoramento, nella misura di un quinto, per i tributi dovuti allo Stato, alle Province ed ai Comuni, ed in eguale misura per ogni altro credito - Mancata previsione di un minimo impignorabile necessario a garantire al lavoratore mezzi adeguati alle sue esigenze di vita e ad una retribuzione "in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa". In subordine: Mancata previsione che le soglie di pignorabilità siano le stesse di quelle indicate dalla legge in materia di tributi [d.l. 02/03/2012, n. 16, convertito in legge 26/04/2012, n. 44] e che quindi debbano essere graduate a seconda della retribuzione, come indicato dall'art. 72-ter del d.P.R. 29/09/1973, n. 602, in misura pari ad 1/10 per importi fino a 2.500,00 euro; in misura pari ad 1/7 per importi da 2.500,00 a 5.000,00 euro e che resta ferma la misura di cui all'art. 545, comma 4, c.p.c. se le somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, superano i cinquemila euro

E’ manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 545, quarto comma, del codice di procedura civile, sollevata, in riferimento agli artt. 1, 2 e 4 della Costituzione: la questione sollevata risulta analoga a quella di cui è stata dichiarata la non fondatezza in riferimento agli artt. 3 e 36 della Costituzione, con sentenza di questa Corte n. 248 del 2015; tale sentenza precisava, tra l’altro, che «la tutela della certezza dei rapporti giuridici, in quanto collegata agli strumenti di protezione del credito personale, non consente di negare in radice la pignorabilità degli emolumenti ma di attenuarla per particolari situazioni la cui individuazione è riservata alla discrezionalità del legislatore», mentre, con riguardo alla questione sollevata in riferimento all’art. 3 Cost., sia in relazione al regime di impignorabilità delle pensioni, sia – in via subordinata – all’art. 72-ter del d.P.R. n. 602 del 1973, le argomentazioni del giudice rimettente non sono state condivise «in ragione della eterogeneità dei tertia comparationis rispetto alla disposizione impugnata». (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 12 ottobre 2016.




Rito del lavoro: l’inosservanza del termine dilatorio a comparire non comporta nullità dell’atto di appello – Differenza con il rito ordinario – Nullità della sola notificazione sanabile con la costituzione spontanea dell'appellato o ex art. 291 c.p.c. – Efficacia “ex tunc” della sanatoria ex art. 291 c.p.c. applicabile a tutte le nullità in genere della notificazione, derivanti da vizi che non consentono all'atto di raggiungere lo scopo a cui è destinato, ossia la regolare costituzione del rapporto processuale

Nel rito del lavoro l'inosservanza, in sede di ricorso in appello, del termine dilatorio a comparire non è configurabile come vizio di forma e di contenuto dell'atto introduttivo, atteso che, a differenza di quanto avviene nel rito ordinario, essa si verifica quando l'impugnazione è stata già proposta mediante il deposito dei ricorso in cancelleria, mentre nel procedimento ordinario di cognizione il giorno dell'udienza di comparizione è fissato dalla parte, considerato altresì, che tale giorno è fissato, nel rito dei lavoro, dal giudice col suo provvedimento. Pertanto, tale inosservanza non comporta la nullità dello stesso atto di appello, bensì quella della sua notificazione, sanabile "ex tunc" per effetto di spontanea costituzione dell'appellato o di rinnovazione, disposta dal giudice ex art. 291 c.p.c., costituendo questa norma espressione di un principio generale dell'ordinamento, riferibile ad ogni atto che introduce il rapporto processuale e lo ricostituisce in una nuova fase giudiziale, per cui sono sanabili "ex tunc", con effetto retroattivo a seguito della rinnovazione disposta dal giudice, non solo le nullità contemplate dall'art. 160 c.p.c., ma tutte le nullità in genere della notificazione, derivanti da vizi che non consentono all'atto di raggiungere lo scopo a cui è destinato, ossia la regolare costituzione del rapporto processuale, senza che rilevi che tali nullità trovino la loro origine in una causa imputabile all'ufficiale giudiziario o alla parte istante. (Patrizia Perrino) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 10 ottobre 2016.




Società - Di capitali - Società per azioni - Organi sociali - Amministratori - Qualità di amministratore di società di capitali e di lavoratore subordinato della stessa società - Cumulabilità - Condizioni - Prova della subordinazione - Necessità - Contenuto

Le qualità di amministratore e di lavoratore subordinato di una stessa società di capitali sono cumulabili purché si accerti l'attribuzione di mansioni diverse da quelle proprie della carica sociale ed è altresì necessario che colui che intenda far valere il rapporto di lavoro subordinato fornisca la prova del vincolo di subordinazione e cioè dell'assoggettamento, nonostante la carica sociale rivestita, al potere direttivo, di controllo e disciplinare dell'organo di amministrazione della società. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I 30 settembre 2016.




Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Motivi del ricorso - Violazione di norme del diritto - Giusta causa di licenziamento - Ambito - Oneri di deduzione - Denuncia come vizio di motivazione - Modalità

La giusta causa di licenziamento, quale clausola generale, viene integrata valutando una molteplicità di elementi fattuali, la cui disapplicazione è deducibile in sede di legittimità come violazione di legge, ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c, solo ove si denunci che la combinazione ed il peso dei dati fattuali, come definiti ed accertati dal giudice di merito, non ne consentono la riconduzione alla nozione legale; al contrario, l'omesso esame di un parametro, tra quelli individuati dalla giurisprudenza, avente valore decisivo, nel senso che l'elemento trascurato avrebbe condotto ad un diverso esito della controversia, va denunciato come vizio di cui all'art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., ferma, in tal caso, la possibilità di argomentare successivamente che tale vizio avrebbe cagionato altresì un errore di sussunzione per falsa applicazione di legge. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 23 settembre 2016.




Lavoro - Lavoro subordinato - Categorie e qualifiche dei prestatori di lavoro - Mansioni - Diverse da quelle dell'assunzione - Impiego pubblico contrattualizzato - Svolgimento di fatto di mansioni dirigenziali - Diritto del lavoratore al corrispondente trattamento economico - Onere di allegazione e prova del dipendente - Contenuto - Atto di preposizione irregolare - Irrilevanza

In tema di impiego pubblico contrattualizzato, l'espletamento di fatto di mansioni dirigenziali da parte di un funzionario fa sorgere il diritto al corrispondente trattamento economico a condizione che il lavoratore assolva all'onere di allegazione e prova circa la pienezza delle mansioni assegnate, sotto il profilo qualitativo e quantitativo, in relazione alle concrete attività svolte, nonché in ordine alle responsabilità attribuite, restando irrilevante, a tal fine, la presenza di un atto formale di preposizione privo dei requisiti di regolarità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 23 settembre 2016.




Lavoro - Lavoro subordinato - Rinunzie e transazione - Ricevuta a saldo (qualificazione e valore) - Efficacia di rinuncia e transazione - Condizioni - Consapevole volontà abdicativa - Necessità - Fattispecie

La quietanza a saldo sottoscritta dal lavoratore, che contenga una dichiarazione di rinuncia a maggiori somme riferita, in termini generici, ad una serie di titoli in astratto ipotizzabili in relazione alla prestazione di lavoro subordinato e alla conclusione del relativo rapporto, in quanto assimilabile alle clausole di stile e non sufficiente di per sé a comprovare l'effettiva sussistenza di una volontà dispositiva, può assumere il valore di rinuncia o di transazione a condizione che risulti accertato, sulla base dell'interpretazione del documento o per il concorso di altre specifiche circostanze desumibili "aliunde", che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati od obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere sui medesimi. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito ritenendo che il riferimento generico all'indennità di anzianità maturata al 31 maggio 1982, presente nell'accordo sottoscritto all'atto della risoluzione del rapporto, fosse del tutto inidoneo a radicare nel lavoratore la consapevolezza di rinunciare al computo del compenso per lavoro straordinario ai fini della determinazione del t.f.r. nel suo complesso). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 19 settembre 2016.




Ordinamento giudiziario - Magistrati onorari - Giudice di pace - Rapporto di pubblico impiego o parasubordinato - Equiparazione - Esclusione - Questione di costituzionalità - Manifesta infondatezza

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, in relazione agli art. 3 e 38 Cost., delle norme che disciplinano la posizione del giudice di pace, non essendo quest'ultimo equiparabile ad un pubblico dipendente né ad un lavoratore parasubordinato, in quanto la categoria dei funzionari onorari, della quale fa parte, presuppone un rapporto di servizio volontario, con attribuzione di funzioni pubbliche, ma senza la presenza degli elementi caratterizzanti l'impiego pubblico, come l'accesso alla carica mediante concorso, l'inserimento nell'apparato amministrativo della P.A., lo svolgimento del rapporto secondo lo statuto apposito per tale impiego, il carattere retributivo del compenso e la durata potenzialmente indeterminata del rapporto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 09 settembre 2016.




Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Direttiva 2003/88/CE – Articolo 7 – Diritto alle ferie annuali retribuite – Collocamento a riposo su richiesta dell’interessato – Lavoratore che non ha usufruito di tutte le ferie annuali retribuite prima della fine del suo rapporto di lavoro – Normativa nazionale che esclude l’indennità finanziaria per ferie annuali retribuite non godute – Congedo per malattia – Dipendenti pubblici

L’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, deve essere interpretato nel senso che: esso osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che priva del diritto all’indennità finanziaria per ferie annuali retribuite non godute il lavoratore il cui rapporto di lavoro sia cessato a seguito della sua domanda di pensionamento e che non sia stato in grado di usufruire di tutte le ferie prima della fine di tale rapporto di lavoro; unlavoratore ha diritto, al momento del pensionamento, all’indennità finanziaria per ferie annuali retribuite non godute per il fatto di non aver esercitato le sue funzioni per malattia; un lavoratore il cui rapporto di lavoro sia cessato e che, in forza di un accordo concluso con il suo datore di lavoro, pur continuando a percepire il proprio stipendio, fosse tenuto a non presentarsi sul posto di lavoro per un periodo determinato antecedente il suo pensionamento non ha diritto all’indennità finanziaria per ferie annuali retribuite non godute durante tale periodo, salvo che egli non abbia potuto usufruire di tali ferie a causa di una malattia; spetta, da un lato, agli Stati membri decidere se concedere ai lavoratori ferie retribuite supplementari che si sommano alle ferie annuali retribuite minime di quattro settimane previste dall’articolo 7 della direttiva 2003/88. In tale ipotesi, gli Stati membri possono prevedere di concedere a un lavoratore che, a causa di una malattia, non abbia potuto usufruire di tutte le ferie annuali retribuite supplementari prima della fine del suo rapporto di lavoro, un diritto all’indennità finanziaria corrispondente a tale periodo supplementare. Spetta, dall’altro lato, agli Stati membri stabilire le condizioni di tale concessione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 20 luglio 2016.




Previdenza – Obblighi contributivi – Gestione separata – Obbligatorietà dell’iscrizione per professionista soggetto a contribuzione solo integrativa a favore della propria Cassa di categoria – Non sussiste

Con l’art.18, co.12, D.L. 98/2011 (conv. Il L.111/2011) il legislatore ha chiarito che l’iscrizione alla Gestione separate ha carattere residuale, essendo obbligatoria solo per I lavoratori autonomi che esercitano una professione per la quale non sia obbligatoria l’iscrizione ad apposite albi, ovvero per coloro che, pur iscritti, svolgano un’attività non soggetta a versamento contributivo agli enti di previdenza per I liberi professionisti.
La legge non pone alcuna distinzione in merito alla tipologia di contribuzione cui il reddito frutto della libera professione è assoggettato. Pertanto non rileva che il reddito percepito sia assoggettato al solo c.d. contributo integrativo e non anche al contributo soggettivo.
Non trova riscontro il principio per il quale ogni reddito debba essere assoggettato, in quanto tale, all’obbligazione di natura previdenziale. Al contrario, l’art.18 co.12 fa esclusivo e reiterato riferimento alla “attività”, senza invece considerare, ai fini dell’iscrizione, il diverso concetto di “reddito”.
Le conclusioni non mutano alla luce della normativa di cui al D.Lgs. 314/97 o della L.662/96. Esse contemplano eccezioni all’identità, tendenziale, delle rispettive basi imponibili. L’iscrizione alla gestione separata, per la funzione di tutela previdenziale residuale per i soggetti che, altrimenti, ne sarebbero privi, si discosta in modo non irrazionale da quella tendenza legislativa. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 08 giugno 2016.




Fallimento - Accertamento del passivo - Crediti da lavoro subordinato - Esenzione dalla sospensione feriale dei termini - Accelerazione dell'incasso del credito - Esclusione - Trattamento non favorevole al lavoratore - Disparità di trattamento rispetto agli altri creditori - Rimessione della questione alle Sezioni Unite della Corte di cassazione

Rimessi gli atti al Primo Presidente, perchè valuti l'opportunità che le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si pronuncino sulla questione dell'assoggettabilità o meno al regime della sospensione feriale di cui alla legge n. 742 del 1969 dei termini processuali dei giudizi aventi ad oggetto l'insinuazione allo stato passivo del fallimento di crediti nascenti dal rapporto di lavoro.

La Prima Sezione intende mettere in discussione l'orientamento espresso dalla S.U. secondo il quale la non applicazione della sospensione feriale dei termini alle controversie di lavoro previste dall'art. 409 c.p.c., opera anche nelle cause di accertamento dei crediti di lavoro nel fallimento, in ragione della speciale natura della materia che ne forma oggetto (per tutte, Cass. S.U. n. 24665/09).
"Tale approccio - osserva la Prima Sezione -, che si fonda sul dato strettamente testuale, sembra non tener conto che il mancato assoggettamento delle controversie in materia di lavoro e previdenza ai termini di sospensione feriale trova la sua ragion d'essere nell'intento di dare attuazione al dettato dell'art. 35 Cost. anche in sede contenziosa, garantendo una più rapida definizione dei giudizi in cui sono in discussione i diritti che nascono dal rapporto di lavoro subordinato: ad avviso del collegio, la norma di cui alla L. n. 742 del 1969, art. 3, presiede, in buona sostanza, alle medesime esigenze, di immediatezza e concentrazione del rito laburistico, che hanno condotto alla riforma introdotta dalla L. n. 533 del 1973, ed alle sue successive modifiche.
Queste esigenze non ricorrono però in un procedimento avente ad oggetto l'ammissione di crediti di lavoro allo stato passivo del fallimento, atteso che, quali che siano i suoi tempi di definizione, all'accoglimento della domanda, che è di mero accertamento, consegue il diritto del lavoratore a partecipare al concorso e non già ad ottenere l'immediato pagamento del credito ammesso: il credito verrà soddisfatto, al pari di quello di ogni altro creditore insinuato, solo nel caso, e nei limiti, in cui via sia capienza nell'attivo e solo all'esito della formazione e dell'approvazione di eventuali piani di riparto parziali o di quello finale.
La mancata previsione di norme acceleratorie del procedimento di cui alla L. Fall., art. 93 e segg., in cui si controverta di crediti da lavoro trova dunque logica spiegazione nell'assoggettamento anche di tali crediti alla speciale disciplina concorsuale.
Il ritenere, ciò nonostante, che il procedimento predetto rientri fra quelli contemplati dalla L. n. 742 del 1969, art. 3, non comporta alcun vantaggio per il lavoratore, ma, al contrario lo sfavorisce rispetto a tutti gli altri creditori, precludendogli di usufruire di un maggior termine per impugnare il provvedimento di esclusione dallo stato passivo pur in difetto di quelle esigenze di speditezza che giustificano l'inapplicabilità della sospensione feriale nelle ordinarie controversie di lavoro.
Non può farsi a meno di rilevare, peraltro, come, nel pervenire all'interpretazione dell'art. 3 cit., che qui si contesta, non sia stato tenuto nella giusta considerazione il fatto che, nel regime anteriore all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006, di riforma organica delle procedure concorsuali, tutti i giudizi di impugnazione allo stato passivo erano regolati dal rito di cognizione ordinaria.
L'affermazione dell'inapplicabilità dei termini di sospensione feriale ad un processo che, sebbene vertente in tema di crediti di lavoro, era scandito secondo forme e tempi certamente non ispirati al principio della concentrazione, oltre a creare un'ingiustificata disparità di trattamento fra i titolari di tali crediti e tutti gli altri creditori, ha di fatto onerato il solo lavoratore del rispetto di esigenze di speditezza non individuate dal legislatore e non avvertite dai giudici, non di rado dando luogo ad esiti che, per certi versi, potrebbero definirsi paradossali, atteso che sono stati dichiarati inammissibili (per tardività) appelli o ricorsi per cassazione proposti contro sentenze emesse a distanza di anni dall'introduzione del giudizio; anche nel caso di specie, del resto, l'opposizione allo stato passivo proposta dai G. è stata definita in primo grado dopo circa tre anni dal deposito del ricorso introduttivo e la corte d'appello ha impiegato quasi due anni per dichiarare inammissibile l'impugnazione.
Non appare, d'altro canto, implausibile una diversa lettura, costituzionalmente orientata, del ridetto art. 3 ,che, facendo leva sull'esplicita menzione dell'art. 409 c.p.c., individui le controversie cui non si applica il termine di sospensione feriale esclusivamente in quelle soggette al rito laburistico.
Nè tale lettura appare preclusa dall'art. 92, dell'ordinamento giudiziario, che pure contempla, fra le cause trattate dai magistrati durante il periodo feriale, quelle relative alla materia del lavoro, attesa la prevalenza della disciplina fallimentare, che attrae nel suo ambito, consentendo di includerle nella relativa materia, le impugnazioni allo stato passivo aventi ad oggetto l'accertamento di crediti di lavoro.
Occorre da ultimo chiedersi se la questione interpretativa abbia ancora rilievo nei giudizi di impugnazione dello stato passivo di fallimenti dichiarati dopo l'entrata in vigore del D.Lgs. di riforma della legge fallimentare, che ha introdotto l'art. 36 bis, a norma del quale non sono soggetti alla sospensione feriale i soli termini processuali previsti nella L. Fall., artt. 26 e 36. La disposizione è già stata interpretata, in base ad un argomento a contrario, nel senso che la sospensione è applicabile ad ogni altro procedimento c.d. endofallimentare (Cass. nn. 2706/09, 12960/012).
Resta dunque da stabilire se, per la sua specialità, essa prevalga sulla L. n. 742 del 1969, art. 3, consentendo in tal modo di ritenere che nel nuovo regime tutti i giudizi di impugnazione dello stato passivo, ivi compresi quelli aventi ad oggetto l'accertamento di crediti di lavoro, sono soggetti ai termini di sospensione feriale." (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 04 maggio 2016.




Licenziamento disciplinare – Recidiva – Sospensione sanzioni disciplinari – Art. 7, comma 6 St. Lav.

È corretto l’operato del giudice che ha compreso tra i comportamenti che hanno portato al licenziamento disciplinare per recidiva anche quelli sospesi in virtù dell’impugnazione da parte del lavoratore al Collegio e per i quali il datore di lavoro ha adìto l’autorità giudiziaria ex art. 7, 6° comma della legge n. 300 del 1970. La sospensione delle sanzioni agisce infatti su misure disciplinari già efficaci e consiste in una ineseguibilità temporanea della singola sanzione e non invece un impedimento alla sua considerazione quale componente della recidiva che ha portato al licenziamento per recidiva. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) (1) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 19 aprile 2016.




Contributi Previdenziali - Avviso di addebito Inps - Pendenza del Giudizio Tributario - Iscrizione a ruolo - Validità

In tema di iscrizione a ruolo dei crediti degli enti previdenziali, l'art. 24, comma 3, del d.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, che prevede la non iscrivibilità a ruolo del credito previdenziale sino a quando non vi sia il provvedimento esecutivo del giudice, qualora l'accertamento su cui la pretesa creditoria si fonda sia impugnato davanti all'autorità giudiziaria, va interpretato nel senso che l'accertamento, cui la norma si riferisce, non è solo quello eseguito dall'ente previdenziale, ma anche quello operato da altro ufficio pubblico come l'Agenzia delle entrate, né è necessario, ai fini della non iscrivibilità a ruolo, che, in quest'ultima ipotesi, l'INPS sia messo a conoscenza dell'impugnazione dell'accertamento innanzi al giudice tributario. (1) (Michele Vanolli) (riproduzione riservata) Tribunale Parma 13 aprile 2016.




Procedimento ex art. 700 c.p.c. – Dipendente Pubblico – Trasferimento – Mobilità (volontaria) esterna – Giurisdizione del Giudice Ordinario – Sussistenza – Atti amministrativi – Disapplicazione

Procedimento ex art. 700 c.p.c. – Dipendente Pubblico – Trasferimento – Mobilità (volontaria) esterna – Perfezionamento

Procedimento ex art. 700 c.p.c. – Dipendente Pubblico – Trasferimento – Mobilità (volontaria) esterna – Periculum in mora – Sussistenza


Nel pubblico impiego, la procedura di mobilità esterna, costituendo mera cessione di un contratto già in essere - e, dunque, distinguendosi dalla differente procedura concorsuale finalizzata alla nuova assunzione - va ricompresa nella giurisdizione del Giudice Ordinario. Sussiste dunque la giurisdizione del Giudice Ordinario con riferimento alla domanda cautelare del dipendente pubblico avente ad oggetto l’accertamento del proprio diritto al trasferimento disposto in seguito all’accoglimento dell’istanza di mobilità volontaria, successivamente (illegittimamente) revocato dalla Pubblica Amministrazione.
Il Giudice Ordinario, in questi casi, ha anche il potere di disapplicare quegli atti amministrativi che, lungi dall’essere espressione della potestà pubblicistica della Pubblica Amministrazione (cd. atti di macroorganizzazione), sono adottati da quest’ultima con le capacità ed i poteri del privato datore di lavoro. (Francesca Fonzetti) (riproduzione riservata)

La deliberazione con la quale la Pubblica Amministrazione revochi il trasferimento del dipendente, disposto a seguito dell’accoglimento della domanda di mobilità volontaria, è illegittima se adottata successivamente al perfezionamento del trasferimento stesso, che coincide con il momento in cui la Pubblica Amministrazione di provenienza concede il relativo nulla osta, non richiedendosi, ai fini del perfezionamento della fattispecie traslativa de qua, la stipulazione di un nuovo contratto di lavoro con la Pubblica Amministrazione di destinazione. (Francesca Fonzetti) (riproduzione riservata)

Il periculum in mora nell’ambito di un giudizio cautelare promosso dal dipendente pubblico ed avente ad oggetto l’accertamento del proprio diritto al trasferimento, illegittimamente revocato dalla Pubblica Amministrazione di destinazione, sussiste allorquando, nelle more di un eventuale giudizio di merito, il diritto del ricorrente subirebbe un vulnus che, coinvolgendo la sua più intima sfera personale e familiare, certamente non poterebbe trovare adeguato ristoro nell’eventuale sentenza favorevole emessa all’esito di tale giudizio (nella specie, il Tribunale ha ritenuto sussistente il periculum in mora sul presupposto che l’illegittima revoca del trasferimento disposta dalla Pubblica Amministrazione fosse idonea ad incidere sugli impegni familiari della ricorrente, che erano senz’altro aumentati, se non addirittura più che raddoppiati, in seguito alla nascita del secondo figlio). (Francesca Fonzetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Ivrea 25 marzo 2016.




Posizione previdenziale – Regolarizzazione postuma – Esclusione – Art. 31 comma 8 dl 69 del 2013 – Ambito di applicazione

Anche dopo l’entrata in vigore dell’art. 31, comma 8, del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69, (Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, non sono consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale, dovendo l’impresa deve essere in regola con l’assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell’offerta e conservare tale stato per tutta la durata della procedura di aggiudicazione e del rapporto con la stazione appaltante, restando dunque irrilevante, un eventuale adempimento tardivo dell’obbligazione contributiva. L’istituto dell’invito alla regolarizzazione (il c.d. preavviso di DURC negativo), già previsto dall’art. 7, comma 3, del decreto ministeriale 24 ottobre 2007 e ora recepito a livello legislativo dall’art. 31, comma 8, del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69 può operare solo nei rapporti tra impresa ed Ente previdenziale, ossia con riferimento al DURC chiesto dall’impresa e non anche al DURC richiesto dalla stazione appaltante per la verifica della veridicità dell’autodichiarazione resa ai sensi dell’art. 38, comma 1, lettera i) ai fini della partecipazione alla gara d’appalto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato 29 febbraio 2016.




Posizione previdenziale – Regolarizzazione postuma – Esclusione – Art. 31 comma 8 dl 69 del 2013 – Ambito di applicazione

Anche dopo l’entrata in vigore dell’art. 31, comma 8, del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69, (Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, non sono consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale, dovendo l’impresa deve essere in regola con l’assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell’offerta e conservare tale stato per tutta la durata della procedura di aggiudicazione e del rapporto con la stazione appaltante, restando dunque irrilevante, un eventuale adempimento tardivo dell’obbligazione contributiva. L’istituto dell’invito alla regolarizzazione (il c.d. preavviso di DURC negativo), già previsto dall’art. 7, comma 3, del decreto ministeriale 24 ottobre 2007 e ora recepito a livello legislativo dall’art. 31, comma 8, del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69 può operare solo nei rapporti tra impresa ed Ente previdenziale, ossia con riferimento al DURC chiesto dall’impresa e non anche al DURC richiesto dalla stazione appaltante per la verifica della veridicità dell’autodichiarazione resa ai sensi dell’art. 38, comma 1, lettera i) ai fini della partecipazione alla gara d’appalto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato 29 febbraio 2016.




Impiego pubblico - Istruzione Pubblica e Privata - Iscrizione nelle graduatorie nazionali per l’attribuzione di incarichi a tempo determinato del personale docente delle istituzioni dell’Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM) previste dall’art. 19 del d.L. 12.9.2013, n. 104 (convertito con modifiche nella L. n. 128/2013) e dal d.m. Istruzione 30.6.2014, n. 526.

L’accesso alle graduatorie previste dall’art. 19 del d.L. n. 104/2013 è consentito ove ricorrano tre requisiti tra loro concorrenti: docenti con contratto a tempo determinato, superamento del concorso selettivo per l’inclusione nelle graduatorie d’istituto, tre anni di insegnamento nelle istituzioni AFAM. Per l’accesso alle graduatorie predette non è necessario che il periodo di docenza svolto in esecuzione di contratti a tempo determinato abbia avuto ad oggetto la materia per la quale si chiede l’iscrizione in graduatoria.
Il Tribunale di Ravenna ha implicitamente riconosciuto la giurisdizione dell’A.G.O. anziché del G.A. (Carlo Dalla Vecchia) (riproduzione riservata)
Tribunale Ravenna 01 febbraio 2016.




Personale militare – Indennità di trasferimento – Spettanza

Prima dell’entrata in vigore (al 1° gennaio 2013) dell’art. 1, co. 163, l. 24 dicembre 2012, n. 228 - che ha introdotto il comma 1-bis nell’art. 1, l. 29 marzo 2001, n. 86 - spetta al personale militare l’indennità di trasferimento prevista dal comma 1 del medesimo articolo, a seguito del mutamento della sede di servizio dovuto a soppressione (o diversa dislocazione) del reparto di appartenenza (o relative articolazioni), anche in presenza di clausole di gradimento (o istanze di scelta) della nuova sede, purché ricorrano gli ulteriori presupposti individuati dalla norma, ovvero una distanza fra la nuova e l’originaria sede di servizio superiore ai 10 chilometri e l’ubicazione in comuni differenti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato 29 gennaio 2016.




Opposizione allo stato passivo – Tempestività – Deposito – Cancelleria del tribunale – Busta paga – Efficacia confessoria – Socio società cooperativa – Cumulo attività lavoro subordinato

Il ricorso introduttivo del procedimento di opposizione allo stato passivo deve considerarsi tempestivo quando è depositato entro 30 giorni (dalla comunicazione dell’esito del procedimento di accertamento del passivo) nella “cancelleria del tribunale” essendo allo scopo giuridicamente irrilevante la distinzione tra cancelleria del contenzioso civile e cancelleria fallimentare.

La busta paga, per pacifica e costante giurisprudenza, ha efficacia confessoria nei confronti del datore di lavoro, anche con specifico riferimento ai giudizi di opposizione allo stato passivo, trattandosi di documento proveniente dal datore di lavoro, avente contenuto predeterminato obbligatoriamente per legge e penalmente sanzionato.

In una società cooperativa di produzione e lavoro, il socio può cumulare a tale qualità quella di lavoratore subordinato, come espressamente previsto dalla legge 142/2001, dimostrando di svolgere mansioni diverse da quelle svolte nella qualità di consigliere di amministrazione e la subordinazione al potere direttivo e disciplinare spettante agli altri consiglieri di amministrazione. (Fiorenza Chiara Villa) (riproduzione riservata)
Tribunale Massa 19 gennaio 2016.




Medico ospedaliero - Irap

Il medico ospedaliero che svolga attività di libero professionista intra moenia non è tenuto a corrispondere in prima persona l’Irap restando il tributo di competenza dell’azienda sanitaria. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 13 gennaio 2016.




Presupposti di compensabilità tra crediti – Credito “sub iudice” – Compensazione giudiziale, legale, e compensazione cosiddetta “atecnica” in materia di crediti di lavoro – Applicabilità dei presupposti di cui all’art. 1243 c.c. anche alla fattispecie della compensazione “atecnica”

Nel giudizio di opposizione all’ingiunzione promossa per crediti di lavoro, non merita accoglimento l’eccezione di compensazione sollevata dal datore di lavoro opponente, ed avente ad oggetto un suo supposto controcredito per risarcimento del danno, ove detto controcredito sia stato già dedotto per l’accertamento in un separato giudizio.
La compensazione presuppone, ex art. 1243 cod. civ., che i crediti siano certi, liquidi ed esigibili (o di facile e pronta liquidazione), sicché, ove uno dei due crediti oggetto di compensazione sia contestato in un giudizio differente rispetto a quello in cui è sollevata l’eccezione di compensazione, non si applica la compensazione legale, attesa la sua illiquidità, né la compensazione giudiziale, poiché potrà essere liquidato soltanto in quel separato giudizio, né si applica la cosiddetta "compensazione atecnica", perché essa non può essere utilizzata per dare ingresso ad una sorta di "compensazione di fatto", sganciata da ogni limite previsto dalla disciplina codicistica.

Nota: a favore dell’indirizzo espresso nella pronuncia: CC 1695/2015, 20864/2015, 21736/2015, CC 9608/2013, CC 2480/2003, CC 580/2001; contra: CC 23573/2013; sul contrasto giurisprudenziale: CC sez. III 11/09/2015 n° 18001 ha rimesso gli atti al Primo Presidente perché valuti l'opportunità che le SSUU si pronuncino ai sensi dell'art. 374, comma 2, c.p.c.). (Paolo Martini) (Matteo Nerbi) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia 12 gennaio 2016.




Prescrizione – Sospensione – Crediti retributivi – Riforma Fornero

Dall’entrata in vigore della legge n. 92 del 18 luglio 2012 (c.d. Legge Fornero) non decorre più la prescrizione quinquennale dei crediti retributivi in costanza di rapporto. Infatti, il ridimensionamento previsto dalla nuova legge per le tutele (art. 18 dello St. Lav.) potrebbe causare nel lavoratore un “timore nel far valere le proprie ragioni” tale da essere idoneo a sospendere la decorrenza della prescrizione fino al giorno di cessazione del rapporto. (1) (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 16 dicembre 2015.




Procedimento disciplinare – Lavoratore distaccato – Organo competente

Procedimento disciplinare – Sentenza di patteggiamento – Rilevanza


In materia di pubblico impiego, l’organo competente per il procedimento disciplinare è quello, ex art. 55 bis, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001, del luogo in cui il dipendente, anche se in posizione di distacco, presta effettivamente la propria attività lavorativa. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

A norma degli artt. 445 e 653 cod. proc. pen., come modificati dalla legge 27 marzo 2001 n. 97, le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento) hanno efficacia di giudicato nei giudizi disciplinari che si svolgono davanti alle pubbliche autorità quanto all'accertamento del fatto, alla sua illiceità penale e all'affermazione della responsabilità penale dell'imputato. Pertanto la sentenza di applicazione di pena patteggiata, a prescindere dalla sua qualificazione come sentenza di condanna, presuppone pur sempre un'ammissione di colpevolezza ed esonera il giudice disciplinare dall'onere di verifica sul punto. La scelta del giudice del merito di non procedere ad attività istruttoria in presenza di una sentenza di patteggiamento è, dunque, coerente con i principi sopra enunciati. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro 09 dicembre 2015.




Controversie in materia di lavoro - Giudizio di opposizione all'ordinanza che accoglie o rigetta il licenziamento del lavoratore - Incompatibilità per il giudice persona fisica della fase sommaria a giudicare nel giudizio di opposizione - Procedimento civile - Astensione e ricusazione del giudice - Astensione del giudice dell'opposizione al licenziamento del lavoratore che abbia già giudicato sul licenziamento stesso in fase di cognizione sommaria

Non è fondata, in riferimento agli artt. 3 e 24, oltre che all’art. 111, della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale degli artt. 1, comma 51, della legge n. 92 del 2012 e 51, primo comma, numero 4), del codice di procedura civile; il fatto che entrambe le fasi (sommaria e di opposizione) del (primo grado) del giudizio impugnatorio dei licenziamenti possano essere svolte dal medesimo magistrato «non confligge con il principio di terzietà del giudice e si rivela, invece, funzionale all’attuazione del principio del giusto processo, per il profilo della sua ragionevole durata. E ciò a vantaggio anche, e soprattutto, del lavoratore, il quale, in virtù dell’effetto anticipatorio (potenzialmente idoneo anche ad acquisire carattere definitivo) dell’ordinanza che chiude la fase sommaria, può conseguire una immediata, o comunque più celere, tutela dei propri diritti, mentre la successiva, ed eventuale, fase a cognizione piena è volta a garantire alle parti, che non restino soddisfatte dal contenuto dell’ordinanza opposta, una pronuncia più pregnante e completa»; (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 01 dicembre 2015.




Pubblico impiego privatizzato – Violazione norme imperative – Art. 55-bis del d.lgs. n. 165 del 2001 – Tutela reintegratoria ex art 18 st.lav., come modificato dalla l. n. 92 del 2012 – Applicabilità (legge 92 del 2012)

In caso di licenziamento intimato al pubblico impiegato in violazione di norme imperative, quali l’art. 55-bis, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001, si applica la tutela reintegratoria di cui all’art. 18 st.lav., come modificato dalla l. n. 92 del 2012, trattandosi di nullità prevista dalla legge. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 26 novembre 2015.




Legge 92 del 2012 – Rito cd. Fornero – Rinunzia da parte del lavoratore – Ammissibilità – Esclusione (legge 92 del 2012)

L’individuazione dei presupposti per l’applicabilità del rito di cui all’art. 1, commi 47 e seg., l. n. 92 del 2012 rientra nei poteri-doveri del giudice, in quanto detto rito integra una tecnica di tutela volta ad abbreviare i tempi per la decisione definitiva, ogni qual volta la domanda abbia ad oggetto l’impugnativa di un licenziamento rientrante nelle ipotesi di cui all’art. 18 della l. n. 300 del 1970, non potendo il lavoratore licenziato rinunciare al rito speciale, non essendo la specialità prevista nel suo esclusivo interesse. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 11 novembre 2015.




Domanda ammissione al passivo – Crediti da lavoro – Quote di T.F.R. destinate a previdenza complementare – Legittimazione attiva del lavoratore dipendente all’ammissione privilegiata – Sussiste

Nel caso in cui il lavoratore opti per la destinazione alla previdenza complementare, il pagamento che il datore di lavoro esegue a favore del fondo per conto del lavoratore realizza una delegazione di pagamento ai sensi dell’art. 1269, c.c., dunque il lavoratore può agire per far valere il diritto al pagamento delle quote delle retribuzioni trattenute e non versate, rimando titolare del suo credito come sorto nell’ambito del rapporto di lavoro; l’individuazione del lavoratore quale creditore “principale” non soddisfatto determina necessariamente che tali importi siano ammessi in via privilegiata ex art. 2751 bis n. 1 c.c. e non quali contributi ex art. 2754 c.c. ed ancor meno quale credito di natura risarcitoria. (Gualtiero Terenghi) (riproduzione riservata) Tribunale Busto Arsizio 06 novembre 2015.




Lavoro subordinato (rapporto di) – Trattamento di Fine Rapporto – Momento di insorgenza – Cessazione del rapporto lavorativo – Valenza dell’accantonamento della quota annuale e dell'anticipazione del trattamento – Distinzione

Concordato preventivo – Divieto di azioni esecutive individuali – Ambito di applicabilità – Creditori anteriori – Credito da TFR per rapporto di lavoro cessato successivamente – Esclusione


Ai sensi dell’art. 2120 c.c., il credito per TFR del lavoratore deve ritenersi sorto alla data del licenziamento ovvero al momento della cessazione del rapporto ed in conseguenza di essa, essendo irrilevante, al fine di ipotizzare una diversa decorrenza, l'accantonamento annuale della quota del trattamento, che costituisce una mera modalità di calcolo dell'unico diritto che matura nel momento anzidetto, ovvero l'anticipazione sul trattamento medesimo, che è corresponsione di somme provvisoriamente quantificate e prive del requisito della certezza, atteso che il diritto all’integrale prestazione matura, per l’appunto, solo alla fine del rapporto lavorativo (cfr. Cass. 2010/3894). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

La moratoria delle azioni esecutive individuali di cui all’art. 168 l. fall. e l’obbligatorietà dello stesso concordato omologato (art. 184 l. fall.) valgono esclusivamente nei confronti dei creditori concordatari ossia per titolo o causa anteriori alla pubblicazione del ricorso per concordato nel registro delle imprese e non anche per i creditori le cui ragioni si radicano in fattispecie perfezionatesi successivamente, come nel caso di credito relativo alla indennità di Trattamento di Fine Rapporto derivante da rapporto di lavoro cessato dopo l’approvazione del concordato. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Tribunale Pesaro 27 ottobre 2015.




Lavoro subordinato – Superamento del periodo di comporto – Riammissione al servizio – Comportamento acquiescente della volontà di non voler esercitare il potere di recesso – Sussistenza – Licenziamento intimato due mesi dopo la riammissione – Illegittimità

Preclusioni processuali – Corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato ex art. 112 c.p.c. – Risarcimento conseguente a licenziamento illegittimo – Domanda di condanna proposta dal lavoratore – Petitum limitato in primo grado alle cinque mensilità ex art. 18 St. Lav. – Richiesta in appello di tutte le retribuzioni perse successivamente alla data del licenziamento – Domanda nuova – Sussistenza – Inammissibilità


Deve ritenersi illegittimo il licenziamento intimato dal datore per asserito superamento del periodo di comporto, ogni qual volta la riammissione in servizio dopo il periodo di malattia  integri comportamento acquiescente della volontà di non volersi avvalere del potere di recesso.

(Fattispecie in cui la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva dichiarato la illegittimità del recesso datoriale in presenza di una chiara volontà del datore di voler continuare ad avvalersi delle presentazioni del lavoratore, recesso esercitato a distanza di due mesi dalla riammissione in servizio, a nulla rilevando i successivi eventi rappresentati dalla fruizione di ferie e di un ulteriore periodo di riposo per ragioni di salute). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

Costituisce domanda nuova in appello, come tale inammissibile ai sensi dell'art. 437 c.p.c., la richiesta del lavoratore di condanna del datore di lavoro al pagamento di tutte le retribuzioni maturate successivamente alla data del licenziamento dichiarato illegittimo dal primo giudice, ove egli sia limitato in primo grado a chiedere la liquidazione del danno nella misura minima di cinque mensilità (cfr. Cass. 1995/6253). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro 14 ottobre 2015.




Contratto a tempo determinato – Art. 4, D. L.vo n. 368 del 2001 – Pluralità di proroghe apposte ad un medesimo contratto a termine – Illegittimità – Conseguenze

In tema di proroga del contratto a tempo determinato, l’art. 4 del D. L.vo n. 368 del 2001 testualmente prevede che il contratto a tempo determinato può essere, con il consenso del lavoratore, prorogato solo quando la durata iniziale del contratto sia inferiore a tre anni. In questi casi la proroga è ammessa una sola volta ed a condizione che sia richiesta da ragioni oggettive e si riferisca alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto è stato stipulato a tempo determinato.

Dalla violazione della previsione di cui all’art. 4 del D. L.vo n. 368 del 2001 discende l’illegittimità della proroga del termine apposto al contratto del 6.1.2003 e la conseguente illegittimità della clausola di apposizione del medesimo termine, in quanto illegittimamente prorogato per più di una volta; il termine deve, quindi, ritenersi apposto contra legem e come tale è affetto da nullità, con conseguente inidoneità di tale atto ad incidere sulla continuità giuridica del rapporto di lavoro a tempo indeterminato. (Roberto Cerreti) (riproduzione riservata)
Appello Roma 06 ottobre 2015.




Art. 28 Statuto Lavoratori – Condotta antisindacale – Proselitismo – Volantinaggio – Diritto di affissione – Posta elettronica aziendale – Esclusione

La rivisitazione in chiave evolutiva del volantinaggio tramite posta elettronica non può prescindere dalla disciplina normativa, prima fra tutte dall'art. 26 Statuto dei lavoratori e dei suoi limiti.

Il proselitismo consiste in una attività di convinzione svolta sul luogo di lavoro attraverso strumenti comunicativi, tuttavia non è ammissibile l'equiparazione del volantinaggio tradizionale con quello telematico.

La rete aziendale di posta elettronica è uno spazio appositamente creato dall'istituto di credito e destinato esclusivamente allo svolgimento dell'attività lavorativa e non può avere un impiego diverso.

Non può essere svolta l'attività di proselitismo avvalendosi della rete aziendale di posta elettronica, essendo tale sistema uno spazio chiuso ed accessibile solo per ragioni di servizio, che non può essere assimilato ad altri spazi aziendali aperti e utilizzabili dai lavoratori anche per finalità non direttamente riconducibili allo svolgimento della prestazione lavorativa.

La diffusione tramite la rete informatica deve in ogni caso essere sottoposta al controllo del datore di lavoro che è tenuto ad adottare tutti i provvedimenti tecnici necessari a garantire la protezione e la sicurezza dei dati e della privacy. (Massimiliano Elia, Luca Fazzini) (riproduzione riservata)
Tribunale Asti 29 settembre 2015.




Licenziamento dirigente d’azienda – Licenziamento nullo – Licenziamento ingiustificato – “Collegato lavoro” – Doppio termine di decadenza di 60 e 270 giorni – Applicabilità – Esclusione

L’art. 10 della Legge 15 luglio 1966, n. 604 esclude i dirigenti dalla disciplina limitativa dei licenziamenti individuali, mentre l’art. 32 della Legge 4 novembre 2010 n. 183 (cd. “Collegato lavoro”) non contempla espressamente l’ipotesi del licenziamento del dirigente. Considerato pertanto che le norme in tema di decadenza sono di stretta interpretazione, e che non ricorrono elementi univoci in senso contrario, al licenziamento nullo o privo di giustificatezza del dirigente d’azienda non si applica il doppio termine di decadenza di 60 e 270 giorni previsto dall’art. 6 della Legge 15 luglio 1966, n. 604 (così come modificato dall’art. 32 della Legge 4 novembre 2010 n. 183). (Fabrizio De Francesco) (riproduzione riservata) Tribunale Rovereto 11 agosto 2015.




Infermiere professionale – Licenziamento – Giusta causa – Grave negligenza – Pregiudizio potenziale

È legittimo il licenziamento dell’infermiere professionale in conseguenza a due episodi di “grave negligenza” che avrebbero potuto produrre un “pregiudizio all’incolumità delle persone o alla sicurezza degli ambienti affidati”. La gravità della negligenza è amplificata dal fatto che le disattenzioni commesse dal lavoratore erano direttamente connesse alle sue specifiche mansioni di infermiere professionale. In questo contesto è sufficiente che il pregiudizio causato sia anche solo potenziale, purché concreto e non meramente ipotetico. (1) (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 04 agosto 2015.




Diritto all’immagine – Diffusione della immagine per finalità informative a mezzo della televisione – Condizioni di legittimità

Il pubblico impiegato che abbia adottato o concorso alla formazione, nell'esercizio delle proprie funzioni, di atti amministrativi lesivi di interessi legittimi, ne risponde nei confronti del terzo danneggiato dal provvedimento, non ostandovi il disposto del D.P.R. n. 3 del 1957, art. 23, il quale, interpretato in modo costituzionalmente orientato, non esclude la responsabilità del pubblico dipendente per lesione di interessi legittimi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III 31 luglio 2015.




Trattamento economico complessivo dei dipendenti pubblici anche di qualifiche dirigenziali ivi compreso il trattamento accessorio - Previsione che lo stesso, per gli anni 2011, 2012 e 2013, non superi in ogni caso il trattamento ordinariamente spettante per l'anno 2010, al netto degli effetti derivanti da eventi straordinari della dinamica retributiva, ivi incluse le variazioni dipendenti da eventuali arretrati, conseguimento di funzioni diverse in corso di anno, fermo in ogni caso quanto previsto dal c. 21, terzo e quarto periodo, per le progressioni di carriera comunque denominate, malattia, missioni svolte all'estero, effettiva presenza in servizio fatto salvo quanto previsto dal c. 17, secondo periodo, e dall'art. 8, c.14 - Previsione che, a decorrere dal 1° - 1- 2011 e fino al 31- 12- 2014 l'ammontare complessivo destinato annualmente al trattamento accessorio del personale, anche di livello dirigenziale, di ciascuna delle amministrazioni di cui all'art. 1, c. 2, del d.lgs n. 165/2001, non può superare il corrispondente importo dell'anno 2010 ed è comunque ridotto automaticamente in misura proporzionale alla riduzione del personale in servizio - Previsione che a decorrere al 1° -1- 2015, le risorse destinate annualmente al trattamento accessorio sono decurtate di un importo pari alle riduzioni operate per effetto del precedente periodo. - Previsione della proroga fino al 31- 12- 2014 delle vigenti disposizioni che limitano la crescita dei trattamenti economici del personale delle pubbliche amministrazioni previsti dalle disposizioni medesime

Va dichiarata l’illegittimità costituzionale sopravvenuta, a decorrere dal giorno successivo alla pubblicazione di questa sentenza nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica e nei termini indicati in motivazione, del regime di sospensione della contrattazione collettiva, risultante da: art. 16, comma 1, lettera b), del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111, come specificato dall’art. 1, comma 1, lettera c), primo periodo, del d.P.R. 4 settembre 2013, n. 122 (Regolamento in materia di proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti, a norma dell’articolo 16, commi 1, 2 e 3, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111); art. 1, comma 453, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2014) e art. 1, comma 254, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2015). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 23 luglio 2015.




Fallimento - Accertamento del passivo - Versamento del TFR al fondo di previdenza complementare - Conferimento di somme da parte del lavoratore - Fallimento del datore di lavoro - Scioglimento del rapporto di delegazione - Legittimazione del lavoratore a richiedere al datore di lavoro le quote non versate al fondo - Sussistenza

Al fine di individuare il soggetto legittimato a presentare domanda di ammissione allo stato passivo delle somme dirette al fondo di previdenza complementare si deve verificare il tipo di contratto di finanziamento con il quale il lavoratore ha inteso conferire le quote di TFR al fondo stesso.

L’art. 8 del D.Lgs. 252/2005, al comma 2, nel prevedere le forme di finanziamento del fondo di previdenza complementare, utilizza l’espressione “conferimento” di somme da parte del lavoratore, per cui la dizione atecnica di conferimento e la mancata previsione dello strumento tecnico-giuridico tramite il quale deve essere eseguito il finanziamento, inducono a ritenere che il legislatore abbia riservato alla volontà del lavoratore e del fondo di previdenza stabilire se utilizzare, quale strumento tecnico-giuridico per il finanziamento, la delegazione di pagamento, con incarico conferito dal lavoratore al proprio datore di lavoro di versare le quote di TFR al fondo ovvero prevedere la cessione del credito futuro alle quote di TFR direttamente al fondo.

La sentenza con la quale è stato dichiarato il fallimento del datore di lavoro determina, ai sensi dell’art. 78, comma 2, legge fall., lo scioglimento del contratto di delegazione per fallimento del mandatario, con la conseguenza che l’opponente consegue il diritto alla restituzione delle quote di TFR trattenute dal datore di lavoro non versate al fondo di previdenza complementare.

Nel caso di specie, il contratto di finanziamento utilizzato dal lavoratore era una delegazione di pagamento con la quale il lavoratore ha delegato il datore di lavoro a prelevare dalla retribuzione e dalla quota annuale del TFR i contributi previsti dagli accordi contrattuali e a provvedere al versamento secondo i termini che saranno stabiliti dal fondo previdenziale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli Nord 15 luglio 2015.




Licenziamento – Scarso Rendimento – Tempestività – Proporzionalità – Risoluzione per inadempimento – Sinallagma contrattuale

È legittimo il licenziamento per “scarso rendimento” da parte del datore di lavoro che, dopo un congruo periodo di monitoraggio della condotta del lavoratore al fine di verificare la sproporzione della sua attività con gli obiettivi fissati dai programmi di produzione, anche paragonandola al rendimento dei colleghi, comunica tempestivamente la decisione al dipendente. Per una simile valutazione, non è rilevante un singolo episodio o più episodi singolarmente considerati bensì una condotta continuativa tenuta dal lavoratore. Quest’ultima è l’oggetto del sinallagma contrattuale e ripetuti episodi che provino la mancanza di diligenza e di professionalità media possono portare ad un’ipotesi di recesso del datore per notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore. (1) (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 09 luglio 2015.




Danno al dipendente - Costrittività organizzative

Il datore di lavoro risponde del danno arrecato al dipende per effetto di costrittività organizzative: la circostanza che la condotta di mobbing provenga da altro dipendente in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima, non vale ad escludere la responsabilità del datore stesso, su cui incombono gli obblighi di cui all'art. 2049 c.c., ove questo sia rimasto colpevolmente inerte alla rimozione del fatto lesivo. Peraltro, la durata e le modalità con cui viene posta in essere la condotta mobbizzante devono essere considerati per ritenere che la condotta stessa fosse conosciuta o addirittura tollerata. Cassazione civile, sez. IV, lavoro 15 maggio 2015.




Rito cd. Fornero – Procedimento di cui all’art. 1, commi 48 e segg. legge n. 92 del 2012 – Identità tra giudice della prima fase e giudice della fase di opposizione – Nullità della sentenza – Esclusione – Incostituzionalità – Esclusione (Legge 92 del 2012)

Il fatto che entrambe le fasi dell’unico grado del giudizio di cui all’art. 1 commi 48 e ss l. 92/2012 possano essere svolte dal medesimo magistrato non confligge con il principio di terzietà del giudice e si rivela, invece, funzionale all’attuazione del principio del giusto processo, per il profilo della sua ragionevole durata. E ciò a vantaggio anche, e soprattutto, del lavoratore, il quale, in virtù dell’effetto anticipatorio (potenzialmente idoneo anche ad acquisire carattere definitivo) dell’ordinanza che chiude la fase sommaria, può conseguire una immediata, o comunque più celere, tutela dei propri diritti, mentre la successiva, ed eventuale, fase a cognizione piena è volta a garantire alle parti, che non restino soddisfatte dal contenuto dell’ordinanza opposta, una pronuncia più pregnante e completa (La Consulta dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 51, primo comma, numero 4, del codice di procedura civile, e 1, comma 51, della legge 28 giugno 2012, n. 92 - Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita- , sollevata, dal Tribunale ordinario di Milano). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 13 maggio 2015.




Trattamenti pensionistici – Rivalutazione automatica – Esclusione in ragione della contingente situazione finanziaria – Illegittimità costituzionale – Fondatezza

Misura introdotta dall’art. 24 comma 25 del d.l. 201 del 2011 – Fattispecie tributaria – Esclusione


Deve essere dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nella parte in cui prevede che «In considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento». La perequazione automatica dei trattamenti pensionistici è uno strumento di natura tecnica, volto a garantire nel tempo il rispetto del criterio di adeguatezza di cui all’art. 38, secondo comma, Cost. Tale strumento si presta contestualmente a innervare il principio di sufficienza della retribuzione di cui all’art. 36 Cost., principio applicato ai trattamenti di quiescenza, intesi quale retribuzione differita. Per le sue caratteristiche di neutralità e obiettività e per la sua strumentalità rispetto all’attuazione dei suddetti principi costituzionali, la tecnica della perequazione si impone, senza predefinirne le modalità, sulle scelte discrezionali del legislatore, cui spetta intervenire per determinare in concreto il quantum di tutela di volta in volta necessario. Un tale intervento deve ispirarsi ai principi costituzionali di cui agli artt. 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost., principi strettamente interconnessi, proprio in ragione delle finalità che perseguono.  La ragionevolezza di tali finalità consente di predisporre e perseguire un progetto di eguaglianza sostanziale, conforme al dettato dell’art. 3, secondo comma, Cost. così da evitare disparità di trattamento in danno dei destinatari dei trattamenti pensionistici. La censura relativa al comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico, induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con «irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività». L’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio. Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36, primo comma, Cost.) e l’adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se non esplicita, del principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. e al contempo attuazione del principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, secondo comma, Cost.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Gli elementi indefettibili della fattispecie tributaria sono tre: la disciplina legale deve essere diretta, in via prevalente, a procurare una (definitiva) decurtazione patrimoniale a carico del soggetto passivo; la decurtazione non deve integrare una modifica di un rapporto sinallagmatico; le risorse, connesse ad un presupposto economicamente rilevante e derivanti dalla suddetta decurtazione, devono essere destinate a sovvenire pubbliche spese. Un tributo consiste in un «prelievo coattivo che è finalizzato al concorso alle pubbliche spese ed è posto a carico di un soggetto passivo in base ad uno specifico indice di capacità contributiva» (sentenza n. 102 del 2008). Tale indice deve esprimere l’idoneità di ciascun soggetto all’obbligazione tributaria (fra le prime, sentenze n. 91 del 1972, n. 97 del 1968, n. 89 del 1966, n. 16 del 1965 e n. 45 del 1964). Il comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201 del 2011, come convertito, che dispone per un biennio il blocco del meccanismo di rivalutazione dei trattamenti pensionistici superiori a tre volte il trattamento minimo INPS, non riveste, quindi, natura tributaria, in quanto non prevede una decurtazione o un prelievo a carico del titolare di un trattamento pensionistico. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 30 aprile 2015.




Licenziamento disciplinare – Giusta causa – Permesso per l’assistenza di persone con handicap – Utilizzo per soddisfare proprie esigenze personali – Abusività – Giusta causa – Sussistenza

È legittimo il licenziamento disciplinare del lavoratore che usufruisce del permesso per assistere il genitore disabile per partecipare a una serata danzante. La condotta del lavoratore implica un disvalore sociale giacché il lavoratore usufruisce di permessi per l’assistenza a portatori di handicap per soddisfare le proprie esigenze personali scaricando il costo di tali esigenze sull’intera collettività, stante che i permessi sono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi viene sollevato dall’ente previdenziale del relativo onere anche ai fini contributivi e costringe il datore di lavoro ad organizzare ad ogni permesso diversamente il lavoro in azienda e i compagni di lavoro chiamati a sostituirlo e ad una maggiore penosità della prestazione lavorativa. (1) (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 20 aprile 2015.




Agenzia delle Entrate – Conferimento di funzioni dirigenziali ai funzionari mediante contratto – Assenza di procedura concorsuale – Copertura normativa del sistema ai sensi dell’art. 8 comma 24 d.l. 16/2012 – Incostituzionalità – Sussiste – Corte cost. 35 del 2015 – Accertamenti emessi dal Dirigente decaduto – Effetti – Illegittimità – Sussiste

Per effetto della pronuncia della Corte costituzionale n. 35 del 2015, che ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 8 comma 24 del d.l. 16/2012 (in virtù del quale, l’Agenzia delle Entrate poteva conferire incarichi dirigenziali provvisori mediante contratto), gli accertamenti firmati dai funzioni-dirigenti decaduti sono illegittimi. In particolare, va dichiarata la nullità dell’atto di accertamento sottoscritto da soggetto non dotato di valida qualifica funzionale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Commissione tributaria provinciale Milano 10 aprile 2015.




Agenzia delle Entrate – Conferimento di funzioni dirigenziali ai funzionari mediante contratto – Assenza di procedura concorsuale – Copertura normativa del sistema ai sensi dell’art. 8 comma 24 d.l. 16/2012 – Incostituzionalità – Sussiste

Il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica deve avvenire previo esperimento di un pubblico concorso, e il concorso è necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio. Anche il passaggio ad una fascia funzionale superiore comporta l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regola del pubblico concorso. L’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, ha contribuito all’indefinito protrarsi nel tempo di un’assegnazione asseritamente temporanea di mansioni superiori, senza provvedere alla copertura dei posti dirigenziali vacanti da parte dei vincitori di una procedura concorsuale aperta e pubblica. Per questo, ne va dichiarata l’illegittimità costituzionale per violazione degli artt. 3, 51 e 97 Cost. (La Consulta: 1) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 8, comma 24, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44;; 2) dichiara, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 14, del decreto-legge 30 dicembre 2013, n. 150 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 27 febbraio 2014, n. 15; 3) dichiara, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l’illegittimità costituzionale dell’art 1, comma 8, del decreto-legge 31 dicembre 2014, n. 192 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 17 marzo 2015.




Periodo precedente la riforma introdotta dal dlgs 124/1993 – Versamenti effettuati dal datore di lavoro ai fondi di previdenza complementare – Natura previdenziale – Sussiste

Con riferimento al periodo precedente la riforma introdotta dal Decreto Legislativo 21 aprile 1993, n. 124, i versamenti effettuati dal datore di lavoro ai fondi di previdenza complementare hanno – a prescindere dalla natura del soggetto destinatario della contribuzione e, pertanto, sia nel caso in cui il fondo abbia una personalità giuridica autonoma, sia in quello in cui esso consista in una gestione separata nell’ambito dello stesso soggetto datore di lavoro – natura previdenziale e non retributiva e non sussistono pertanto i presupposti per l’inserimento dei suddetti versamenti nella base di calcolo delle indennità collegate alla cessazione del rapporto di lavoro. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 12 marzo 2015.




Primo licenziamento sub judice - Intimazione secondo licenziamento per giusta causa fondato su fatti diversi da quelli posti a sostegno del primo provvedimento di recesso - Attesa esito primo giudizio per la contestazione disciplinare - Violazione del principio di tempestività e immediatezza della contestazione disciplinare e del successivo recesso datoriale - Licenziamento illegittimo

Produzione in giudizio di documenti aziendali - Violazione dell’obbligo di fedeltà - Esclusione - Esercizio del diritto ex art. 51 del codice penale - Illegittimità del licenziamento per giusta causa


Il principio della necessaria immediatezza della contestazione disciplinare prevale anche nell’ipotesi in cui il lavoratore sia stato già raggiunto da altro procedimento espulsivo, dal momento che il primo licenziamento, intimato al lavoratore nei confronti del quale è applicabile la tutela reale, determina solo un’interruzione di fatto del rapporto di lavoro ma non incide sulla sua continuità, assicurandone la copertura retributiva e previdenziale e quindi permane la possibilità di irrogare un secondo licenziamento, che opera solo nell’ipotesi in cui sia per qualsiasi motivo caducato il primo provvedimento risolutorio.
Pertanto se il datore di lavoro viene a conoscenza di fatti disciplinarmente rilevanti posti in essere dal lavoratore in pendenza di altro precedente giudizio, avente ad oggetto l’impugnazione del primo licenziamento, non è tenuto ad attendere l’esito di quest’ultimo ma deve immediatamente contestarli, pena la violazione del predetto principio e la conseguente illegittimità del secondo licenziamento. (Alessandro Del Borrello) (riproduzione riservata)

È legittima la produzione in un precedente giudizio, pendente tra lavoratore e datore di lavoro, di copia della documentazione aziendale in quanto tale comportamento non viola l’obbligo di fedeltà né costituisce giusta causa di licenziamento soprattutto se finalizzata ad approntare la propria difesa, operando la scriminante dell’esercizio del diritto di cui all’art. 51 del codice penale che ha valenza generale. (Alessandro Del Borrello) (riproduzione riservata)
Tribunale Vasto 03 marzo 2015.




Rito di cui all’art. 1, commi 48 e segg. legge n. 92 del 2012 – Identità tra giudice della prima fase e giudice della fase ordinaria – Nullità della sentenza – Esclusione

La fase dell’opposizione, ai sensi dell’art. 1 della legge 28 giugno 2012, n. 92, non costituisce un grado diverso rispetto alla fase che ha preceduto l’ordinanza e pertanto non sussiste alcun vizio della sentenza nel caso in cui il giudice persona fisica di essa sia lo stesso della fase ordinaria. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 17 febbraio 2015.




Contratto di somministrazione - Attribuzione al lavoratore somministrato di mansioni diverse da quelle previste nel contratto di somministrazione - Legittimità - Rispetto dei principi di correttezza e buona fede - Sussistenza

Dall’art. 23, co. 6^, d. lgs. n. 276/2003 e dalla prevista possibilità di adibizione a mansioni diverse durante l’utilizzazione del lavoratore che resta pur sempre dipendente dell’impresa di somministrazione si evince che il legislatore considera questa come un’evenienza del tutto lecita, che – come tale – non incide sulla validità dei contratti (commerciale e di lavoro) collegati, ma solo sulla responsabilità dell’utilizzatrice.

[…] la norma va letta in combinato disposto con i principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto (art .1375 c.c.). (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Appello Roma 31 gennaio 2015.




Falso lavoratore autonomo – Iscrizione e pagamento contributi per lavoro autonomo – Accertamento natura subordinata del rapporto – Sanzioni civili – Omissione contributiva – Sussiste

Nel vigore della legge n. 662/96, in tema di obbligazioni contributive nei confronti delle gestioni previdenziali e assistenziali, il datore di lavoro che abbia denunciato il rapporto di lavoro quale autonomo, così come qualificato dalle parti, e abbia provveduto al versamento dei contributi al relativo ente previdenziale, deve pagare, in caso di obbligo contributivo successivamente riconosciuto in sede amministrativa o giudiziale, le sanzioni civili per omissione ai sensi dell’art. 1, comma 217, lettera a), della suddetta legge e non già per evasione contributiva. (1) (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 27 gennaio 2015.




Licenziamento per giusta causa – Molestie nei confronti delle colleghe – Legittimità del licenziamento – Proporzionalità e appropriatezza della sanzione – Lesione del vincolo fiduciario

Licenziamento per giusta causa – Affissione del codice disciplinare – Non necessarietà – Presunzione legale di conoscenza dei codici etici aziendali e del codice disciplinare contenuto nel C.C.N.L.


In riferimento a condotte, poste in essere dal lavoratore, consistenti in reiterati comportamenti che costituiscono mancanza di rispetto e molestia grave nei confronti delle colleghe, tali da non poter essere consentite in ambito lavorativo, il datore di lavoro ha un preciso obbligo, discendente dall'art. 2087 c.c., di non tollerarle, adottando i necessari provvedimenti.
Nella specie, il provvedimento di licenziamento per giusta causa deve ritenersi appropriato e proporzionato alla gravità delle plurime condotte poste in essere, così da ledere irreparabilmente il vincolo fiduciario che sta alla base del rapporto di lavoro subordinato”. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)

La sottoscrizione, da parte del dipendente, che attesti la presa visione dei codici etici aziendali fa presumere che gli stessi siano legalmente conosciuti dal momento della predetta sottoscrizione, il che rende superflua la prova dell’eventuale affissione.
Quanto poi al codice disciplinare contenuto nel C.C.N.L., va osservato che esso è parte integrante del contratto collettivo che regola il rapporto di lavoro del dipendente.
Esso si considera pertanto legalmente conosciuto dal lavoratore, senza necessità alcuna di prova in ordine alla sua affissione; e ciò anche considerato il divieto – argomentabile e desumibile dall’art. 1175 c.c. – di venire contra factum proprium, il quale impone ai soggetti giuridici l’obbligo di coerenza ed esclude la possibilità di invocare la tutela giuridica, quando essa si ponga in contrasto con comportamento in antecedenza tenuto da colui che la richiede. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 02 gennaio 2015.




Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato – Successione di contratti di lavoro a tempo determinato – Insegnamento – Settore pubblico – Supplenze di posti vacanti e disponibili in attesa dell’espletamento di procedure concorsuali – Clausola 5, punto 1 – Misure di prevenzione del ricorso abusivo ai contratti a tempo determinato – Nozione di “ragioni obiettive” che giustificano tali contratti – Sanzioni – Divieto di trasformazione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato – Assenza di diritto al risarcimento del danno – Incompatibilità – Sussiste (Dir. 1999/70/CE)

La clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, che figura nell’allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, deve essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale, quale quella di cui trattasi nei procedimenti principali, che autorizzi, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti nonché di personale amministrativo, tecnico e ausiliario, senza indicare tempi certi per l’espletamento di dette procedure concorsuali ed escludendo qualsiasi possibilità, per tali docenti e detto personale, di ottenere il risarcimento del danno eventualmente subito a causa di un siffatto rinnovo. Risulta, infatti, che tale normativa, fatte salve le necessarie verifiche da parte dei giudici del rinvio, da un lato, non consente di definire criteri obiettivi e trasparenti al fine di verificare se il rinnovo di tali contratti risponda effettivamente ad un’esigenza reale, sia idoneo a conseguire l’obiettivo perseguito e sia necessario a tal fine, e, dall’altro, non prevede nessun’altra misura diretta a prevenire e a sanzionare il ricorso abusivo ad una successione di contratti di lavoro a tempo determinato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 26 novembre 2014.




Esercizio di Mansioni superiori – Accertamento giudiziale – Caratteristiche

Con riferimento all’esercizio di mansioni superiore a quanto dedotto in contratto, l’accertamento giudiziale postula un’operazione logica di comparazione tra le mansioni astrattamente previste per la qualifica superiore e quelle svolte in concreto dal prestatore (Cass. 4508/2003). L’indagine deve riguardare, da un lato, la pienezza dell’assegnazione alle più elevate mansioni, nel senso che la stessa abbia comportato la responsabilità diretta e l’esercizio dell’autonomia e dell’iniziativa proprie della corrispondente categoria, dall’altro, il carattere di prevalenza o almeno di equivalenza temporale delle stesse, in rapporto a continuità, rilevanza ed impegno giornaliero (ex plurimis, Cass. 12125/00, 11125/01, 3859/06). E’, viceversa, ostativa al riconoscimento della tutela giuridica l’adibizione che rivesta carattere di temporaneità ed occasionalità (Cass. 4946/04). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Lamezia Terme 25 novembre 2014.




Art. 6 CCNL dirigenti credito – Azione penale nei confronti del dirigente – Rifusione da parte della Società delle spese del giudizio sostenute dal dirigente – Presupposti

L’art. 6 del CCNL dei dirigenti del settore del Credito non si riferisce a tutte le ipotesi di reato commesso “durante o in occasione” del rapporto di lavoro ma univocamente e soltanto a quello commesso nell’”esercizio delle sue funzioni”, in particolare il beneficio previsto dalla norma, che pone a carico dell’Azienda le spese giudiziali sostenute dal dirigente, si applica solo in caso di corretto esercizio delle funzioni e quando la parte lesa del reato non sia l’azienda stessa.

Per espressa previsione delle Parti sociali e in base alla interpretazione letterale, ex. art. 1362 c.c., la norma in oggetto si applica esclusivamente alle fattispecie attinenti “strictu sensu” al processo penale, come ad esempio l’informazione di garanzia. (Nel caso si trattava di contestazioni da parte della Banca d’Italia, le quali solo potenzialmente avrebbero potuto avere risvolti penalistici). (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 18 novembre 2014.




Impiego di lavoratori non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria - Omesso versamento dei contributi e premi - Prevista sanzione non inferiore a euro 3.000 per ogni lavoratore, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata

E’ costituzionalmente illegittimo l’art. 36-bis, comma 7, lettera a), del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonchè interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 4 agosto 2006, n. 248, che ha modificato l’art. 3, comma 3, del decreto-legge 22 febbraio 2002, n. 12 (Disposizioni urgenti per il completamento delle operazioni di emersione di attività detenute all’estero e di lavoro irregolare), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge del 23 aprile 2002, n. 73, nella parte in cui stabilisce: «L’importo delle sanzioni civili connesse all’omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore di cui al periodo precedente non può essere inferiore a euro 3.000, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata». (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 13 novembre 2014.




Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articolo 21 – Direttiva 2000/78/CE – Articoli 2, paragrafo 2, 4, paragrafo 1, e 6, paragrafo 1 – Discriminazione basata sull’età – Disposizione nazionale – Condizione per l’assunzione degli agenti della polizia locale – Fissazione dell’età massima a 30 anni – Giustificazioni

Gli articoli 2, paragrafo 2, 4, paragrafo 1, e 6, paragrafo 1, lettera c), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, devono essere interpretati nel senso che ostano ad una normativa nazionale, come quella in discussione nel procedimento principale, che fissa a 30 anni l’età massima per l’assunzione degli agenti della polizia locale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 13 novembre 2014.




Estinzione e risoluzione del rapporto di lavoro subordinato – Licenziamento – Insussistenza del “fatto materiale” – Illegittimità – Reintegrazione

Il nuovo art. 18 ha tenuto distinta, invero, dal fatto materiale la sua qualificazione come giusta causa o giustificato motivo, sicché occorre operare una distinzione tra l'esistenza del fatto materiale e la sua qualificazione. La reintegrazione trova ingresso in relazione alla verifica della sussistenza/insussistenza del fatto materiale posto a fondamento del licenziamento, così che tale verifica si risolve e si esaurisce nell'accertamento, positivo o negativo, dello stesso fatto, che dovrà essere condotto senza margini per valutazioni discrezionali, con riguardo alla individuazione della sussistenza o meno del fatto della cui esistenza si tratta, da intendersi quale fatto materiale, con la conseguenza che esula dalla fattispecie che è alla base della reintegrazione ogni valutazione attinente al profilo della proporzionalità della sanzione rispetto alla gravità del comportamento addebitato (nel caso di specie è stata disposta la reintegrazione del lavoratore direttore di banca accusato di condotte inadempienti nella gestione dell'ufficio, atteso che l'istruttoria svolta aveva escluso la commissione delle condotte come contestate, ossia con riferimento ai connotati dell'abitualità che le rendevano più gravi rispetto ad una condotta occasionale, e perciò inidonee a giustificare la massima sanzione disciplinare). (1) (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 06 novembre 2014.




TFR – Carattere personale del credito – Esclusione

Trattamento di fine rapporto – Cedibilità delle somme di fine rapporto – Ammissibilità

Rapporto di lavoro privato – Trattamento di fine rapporto – Cessione nel limite del quinto – Esclusione


Se nel contratto di finanziamento è prevista la cedibilità per intero del TFR, questa trova applicazione anche nei rapporti di lavoro del settore privato senza limite del quinto. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo 30 ottobre 2014.




Contratto di appalto – Responsabilità dell’appaltatore per crediti da lavoro – Pagamento del TFR – Solidarietà ex art. 29, comma 2, D. Lgs. 276/2003 – Sussistenza – Irrilevanza della riforma del TFR

Contratto di appalto – Responsabilità dell’appaltatore per crediti da lavoro – Pagamento del TFR – Solidarietà ex art. 29, comma 2, D. Lgs. 276/2003 – Sussistenza – Limitatamente alle pretese correlate al contratto di appalto non investito da decadenza


L’obbligazione del datore di lavoro relativa al pagamento del TFR e la correlata obbligazione solidale del committente non vengono meno per effetto della riforma del TFR, introdotta dall’art. 1, commi 755 e ss., legge 22.12.2006 n. 296 (legge finanziaria per il 2007) e successivi decreti ministeriali attuativi.
Secondo tali norme, a decorrere dal 1° gennaio 2007 tutti i lavoratori sono chiamati a scegliere se mantenere il TFR in azienda o versare lo stesso a forme previdenziali, ma queste disposizioni non incidono sulla titolarità passiva del rapporto obbligatorio, secondo quanto si evince in particolare dall’art. 2 d.m. 30.01.2007: ne deriva che la nuova disciplina non porta a una riconsiderazione dell’art. 29, comma 2, d.lgs. 276/2003, azionato nel presente giudizio. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)

In presenza di negozi giuridici formalmente distinti, il decorso di due anni dalla cessazione del primo appalto, determina senz’altro la decadenza dal diritto di far valere la responsabilità solidale del committente, con riguardo alle pretese economiche correlate al primo contratto. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 30 ottobre 2014.




Notifica della sentenza presso Cancelleria del Tribunale – Indirizzo PEC avvocato indicato nell’atto – Non sussiste domiciliazione ex lege presso la cancelleria

Svolgimento di attività lavorativa durante il periodo di malattia – Compatibilità con la malattia – Onere probatorio del lavoratore


Dalla mancata osservanza dell’onere di elezione di domicilio di cui all’art. 82 RD 37/1934, per gli avvocati che esercitano il proprio ufficio in un giudizio che si svolge fuori dalla circoscrizione del tribunale al quale sono assegnati, consegue la domiciliazione ex lege presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria innanzi alla quale è in corso il giudizio solo se il difensore, non adempiendo all’obbligo prescritto dall’art. 125 c.p.c., non abbia indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata al proprio ordine. (Nel caso di specie la Corte di Appello di L’Aquila ha stabilito che, vista l’indicazione nel ricorso dell’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine, il procuratore appellante non poteva ritenersi domiciliato ex lege presso la cancelleria del Tribunale di Avezzano). (1) (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)

Se la malattia che giustifica l’assenza può consentire lo svolgimento di altra attività lavorativa (la cui prova deve essere offerta dal datore di lavoro), non può che essere onere del prestatore di lavoro fornire la prova della compatibilità dell’attività con la malattia impeditiva della prestazione lavorativa contrattuale e la sua idoneità a pregiudicare il recupero delle normali energie psico-fisiche. (1) (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Appello L'Aquila 23 ottobre 2014.




Licenziamento per giusta causa – Insussistenza del fatto – Presupposti per il regime della reintegrazione e per il regime indennitario – Differenze – Tipizzazione delle condotte nel contratto collettivo o nel codice disciplinare – Rilevanza

Licenziamento per giusta causa – Mancata prova dell’insussistenza del fatto contestato – Nozione di fatto contestato quale fatto giuridico e non materiale


In presenza o in assenza di codice disciplinare ovvero di specifica normativa collettiva, l’insussistenza del fatto contestato ha una duplice valenza: a) il fatto, secondo un criterio di indefettibile rilevanza disciplinare dell’addebito, non rientra tra quelli che astrattamente giustificherebbero il licenziamento; b) il fatto in concreto non è stato commesso dal lavoratore incolpato. In entrambi i casi opera la tutela reintegratoria di cui al quarto comma dell’art. 18. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)

Il fatto contestato deve intendersi non come fatto materiale, ma come fatto giuridico, cioè non come mera condotta materiale, ma come condotta imputabile e colposa, dovendosi altresì considerare il disposto normativo di cui all’art. 2106 c.c. Essendo stato accertato che il fatto addebitato sussiste ed in concreto, per il contesto complessivo delle circostanze in cui si è verificato, può qualificarsi come giusta causa di licenziamento, in difetto anche di ragioni giustificatrici e considerato anche che la contestualizzazione della condotta stessa non giunge a sminuirne la gravità, il licenziamento deve essere valutato allo stato come legittimo. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Tribunale Foggia 06 ottobre 2014.




Giornalista – Regime giuridico applicabile – Art. 24 legge 241/2011 – Rimessione alle Sezioni Unite

Alle Sezioni Unite stabilire se, nel caso di lavoro giornalistico, è applicabile il quarto comma dell'art. 24 della legge n. 214/2011, che, in relazione ai lavoratori la cui pensione è a carico dell'A.G.O. e delle forme esclusive e sostitutive della medesima (tra queste ultime è ricompresa per giurisprudenza l'I.N.P.G.I.) prevede l'incentivazione del proseguimento dell'attività lavorativa, fatti salvi i limiti ornamentali dei rispettivi settori, o il ventiquattresimo comma della stessa norma di legge, in base al quale gli enti e le forme gestorie di cui al d.lgs n. 509/1994 e n. 103/1996 (tra i quali pure rientra l'I.N.P.G.I.) adottano nell'esercizio della loro autonomia gestionale, entro e non oltre il 30.9.2012, misure volte ad assicurare l'equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni pensionistiche secondo bilanci tecnici riferiti ad un arco temporale di cinquanta anni. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 03 ottobre 2014.




Processo civile – Rito del Lavoro – Art. 281-sexies c.p.c. – Applicabilità – Sussiste

Nel rito del lavoro ogni udienza, a cominciare dalla prima, è destinata alla discussione orale e, quindi, alla pronunzia della sentenza ed alla lettura del dispositivo sulle conclusioni proposte in ricorso, per l'attore, e nella memoria di costituzione per il convenuto, di modo che il giudice non è tenuto ad invitare le parti alla precisazione delle conclusioni prima della pronunzia delle sentenze. Ne consegue, che la disposizione dell'art. 281 sexies del cod. proc. civ. che prevede la possibilità per il giudice di esporre a verbale, subito dopo la lettura del dispositivo di sentenza, le ragioni di fatto e di diritto poste a base della decisione, è applicabile al rito del lavoro a condizione del suo adattamento al rito speciale, nel quale non è prevista l'udienza di precisazione delle conclusioni. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 02 ottobre 2014.




Illegittimità del licenziamento – Obbligazioni contributive e previdenziali – Sanzioni civili – Applicabilità – Condizioni e presupposti

In caso di reintegra del lavoratore illegittimamente licenziato, il datore di lavoro, qualora il licenziamento sia dichiarato nullo od inefficace, è soggetto alle sanzioni civili per omissione contributiva, mentre, in caso di risoluzione del rapporto senza giusta causa o giustificato motivo, resta applicabile l’ordinario regime della mora debendi, fermo restando che, per il periodo successivo all’ordine di reintegrazione, riprende vigore, in ogni caso, l’ordinaria disciplina dell’omissione e dell’evasione contributiva. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 29 settembre 2014.




Pensione di inabilità art. 2 comma 12 L. n. 335/1995 – Assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa – Pubblico dipendente affetto da patologia neoplastica – Sussiste

L’inabilità che deve essere totale ed investire l’attività lavorativa generica deve identificarsi con uno stato di fatto caratterizzato dall’assenza di una capacità lavorativa tale da consentire un’attività redditizia senza usura ultra vires. Inoltre, l’inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa deve risultare completa nel senso di determinare una esclusione del soggetto dal mondo del lavoro al solo titolo della condizione invalidante. La sindrome ansioso-depressiva, insorta in seguito alla patologia neoplastica, comprimono in maniera significativa l’autonomia gestionale e relazionale della ricorrente in misura tale da renderla inidonea a qualsiasi attività lavorativa. (Pasquale Gallelli) (riproduzione riservata) Corte dei Conti 26 settembre 2014.




Diritto del lavoratore alla contribuzione previdenziale - Domanda di condanna del datore di lavoro al versamento - Condizione di ammissibilità - Partecipazione dell’ente previdenziale al processo -  Sussiste

Il lavoratore può chiedere la condanna del datore di lavoro al pagamento dei contributi previdenziali in favore dell'ente previdenziale solo se quest'ultimo sia parte nel medesimo giudizio, restando esclusa in difetto l'ammissibilità di tale pronuncia (che sarebbe una condanna nei confronti di terzo, non ammessa nel nostro ordinamento in difetto di espressa previsione). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 15 settembre 2014.




Ex coniuge divorziato – T.F.R. percepito dall’altro (ex) coniuge – Diritto a una percentuale del trattamento di fine rapporto – Sussiste – Presupposti – Riconoscimento dell’assegno divorzile – Statuizione definitiva, passata in giudicato – Necessità – Sussiste

In materia di diritto della (ex) moglie a una quota del trattamento di fine rapporto del (l’ex) marito, ai sensi dell’art. 12 bis della legge n. 898/1970, il diritto alla quota del TFR viene costituito e diviene esigibile solo con il passaggio in giudicato della sentenza che liquidi l’assegno di divorzio; da ciò consegue, quindi, che, anche indipendentemente dalla decorrenza dell'assegno di divorzio, ove l'indennità sia percepita dall'avente diritto dopo la domanda di divorzio, l'attribuzione del diritto alla quota di T.F.R. dovrà pur sempre essere subordinata al definitivo riconoscimento giudiziario della concreta spettanza dell'assegno. Detto in altri termini, l'art. 12 bis citato condiziona il diritto alla percentuale del trattamento di fine rapporto in questione al diritto all'assegno di divorzio e quindi, prima che tale diritto sia accertato con sentenza passata in giudicato, la domanda di attribuzione di detta percentuale non può essere accolta. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Bari 28 luglio 2014.




Accordo sindacale su videosorveglianza stipulato con gli Organi di Coordinamento delle RSA e non con le singole RSA – Legittimità alla luce del mutato quadro normativo dell’art. 8, D.L. 13 agosto 2011, n.138

Diritto di informazione – Parità di trattamento fra sindacati – Insussistenza del principio


Alla luce del tenore della normativa che si ricava dall’art. 8 D.L. 138/2011, la previsione di vincolatività degli accordi, nelle materie espressamente individuate e quindi anche in materia di videosorveglianza, sottoscritti dagli Organi di Coordinamento delle RSA su base maggioritaria, in deroga all’art. 4 St., si coniuga agevolmente con la previsione di un interlocutore sindacale unitario e più rappresentativo, su base territoriale, rispetto alle singole rappresentanze sindacali aziendali, all’evidente fine di garantire una disciplina omogenea e non frammentaria in relazione a questioni che esulano la stretta realtà della singola unità produttiva. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)

L’impegno di informazione, in quanto di origine contrattuale, ai sensi della clausola contenuta nell’art. 6 dell’accordo impugnato, risulta assunto nei soli confronti delle parti contraenti. Ne deriva che, in difetto di un principio di parità di trattamento fra sindacati e di un generale obbligo di informazioni nei confronti del sindacato, al di fuori delle ipotesi legali o convenzionali tipiche, la doglianza, come proposta, è infondata. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 22 luglio 2014.




Rito cd. Fornero – Giudice dell’opposizione – Stesso giudice che ha pronunciato l’ordinanza nella prima fase – Questione di legittimità costituzionale – Inammissibilità

E’ manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 51, della legge 28 giugno 2012, n. 92 (Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita) e dell’art. 51, primo comma, numero 4), del codice di procedura civile, sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo e secondo comma, 24, primo e secondo comma, 25, primo comma, 97 e 111, primo comma, della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Siena − sezione lavoro. La questione risolve nell’improprio tentativo di ottenere dalla Corte Costituzionale, con uso distorto dell’incidente di costituzionalità, l’avallo dell’interpretazione proposta dal rimettente in ordine ad un contesto normativo suscettibile di duplice lettura. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 16 luglio 2014.




Lavoro e occupazione - Organizzazione dell'orario di lavoro - Regime sanzionatorio per violazione da parte del datore di lavoro di divieti relativi alla durata massima dell'orario di lavoro, del limite massimo di lavoro straordinario, del limite minimo di riposo giornaliero e del limite minimo di riposo settimanale - Questione di legittimità costituzionale

Deve essere dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 18-bis, commi 3 e 4, del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66 (Attuazione delle direttive 93/104/CE e 2000/34/CE concernenti taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro), nel testo introdotto dall’art. 1, comma 1, lettera f), del decreto legislativo 19 luglio 2004, n. 213 (Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, in materia di apparato sanzionatorio dell’orario di lavoro). Le sanzioni amministrative di cui all’art. 18-bis del d.lgs. n. 66 del 2003 sono più alte di quelle irrogate nel sistema precedente; e, trattandosi di un’operazione di puro confronto aritmetico, non sussistono dubbi interpretativi.  Ne discende la fondatezza della questione di legittimità costituzionale, perché effettivamente sussiste la violazione del criterio direttivo contenuto nell’art. 2, comma 1, lettera c), della legge di delega n. 39 del 2002, sicché se ne impongono l’accoglimento e la conseguente declaratoria di illegittimità costituzionale delle censurate disposizioni, per violazione dell’art. 76 Cost.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 04 giugno 2014.




Concordato preventivo - Deroga all'articolo 2112 c.c. - Limiti

La deroga all'articolo 2112 c.c. consentita dal comma 4 bis lett b-bis) dell'art. 47 della legge 428 del 2009 può avere ad oggetto esclusivamente le modalità di svolgimento del rapporto di lavoro (mansioni, qualifica, orario di lavoro eccetera), in quanto per incidere sui diritti assicurati dai commi 1 e 2 dell'articolo 2112 c.c. è necessario l'accordo stipulato con il singolo lavoratore interessato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Padova 27 marzo 2014.




Contratto a progetto - Contratto a termine - Accertamento rapporto di lavoro subordinato - Risoluzione per mutuo consenso.

Il rapporto a tempo determinato, connotato da illegittimità del termine, può risolversi per mutuo consenso anche per fatti concludenti e il giudizio sulla configurabilità di un accordo, al fine di porre fine al rapporto lavorativo, è devoluto al giudice del merito. (Marco Scialdone) (riproduzione riservata)

Nel contratto di lavoro, al pari della sua esecuzione, anche il suo contrario assume valore dichiarativo, per cui il comportamento, protratto per un tempo apprezzabile che si risolve nella totale mancanza di operatività di un rapporto caratterizzato dal complesso intreccio di molteplici obbligazioni reciproche, deve essere valutato in modo socialmente tipico quale dichiarazione risolutoria. Operano, infatti, principi di settore (la caratterizzazione professionale del lavoratore; l'obbligazione retributiva del datore di lavoro funzionale alla soddisfazione di bisogni primari del dipendente; la nascita dell'inderogabile rapporto previdenziale) che non consentono di considerare esistente un rapporto di lavoro senza esecuzione. (Marco Scialdone) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 12 marzo 2014.




Rito cd. Fornero – Giudice che abbia definito il ricorso proposto ex art. 1 comma 48 l. 92/2012 – Medesimo giudice designato anche per trattare e definire l’opposizione proposta ex art. 1 comma 51 l. 92/2012 – Obbligo di astensione.

La normativa ex legge Fornero prevede un procedimento bifasico, caratterizzato da una iniziale fase sommaria e da una successiva fase di merito a cognizione piena, con l'avvertenza che entrambe le fasi hanno tuttavia ad oggetto la medesima res iudicanda. Conseguentemente, non si applicano i principi di diritto affermati dalla Corte di Cassazione e dalla Corte Costituzionale, secondo cui l'art. 51, n. 4 c.p.c. non riguarda le ipotesi in cui il giudice che definisce il giudizio abbia emesso precedentemente (ma nel corso dello stesso processo) provvedimenti a cognizione sommaria o con efficacia esclusivamente esecutiva come, ad esempio, le ordinanze ingiuntive ex artt. 186 bis, ter, quater c.p.c. (Cass., ordinanza n. 18047/2008; Corte Cost., ordinanza n. 168/2000). Alla luce di quanto sopra esposto, appaiono applicabili alla presente fattispecie i principi di diritto che si possono enucleare dalla citata sentenza della Corte Costituzionale n. 387/1999: si impone una interpretazione costituzionalmente orientata della normativa in esame e dell’art. 51 n. 4 c.p.c., con le modalità descritte dalla Corte Costituzionale e, per l’effetto, non si pone affatto la questione di costituzionalità. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 10 marzo 2014.




Contratto di agenzia – Indennità di cessazione del rapporto ex art. 1751 c.c. – Pattuizione di un compenso contrattualmente determinato secondo l’AEC – Necessità che tale compenso sia non inferiore a quanto spettante ex art. 1751 c.c. – Sussiste.

In tema di cessazione del rapporto di agenzia, l’articolo 17 della direttiva n. 86/653/CEE, relativa al coordinamento dei diritti degli Stati membri concernenti gli agenti commerciali indipendenti, deve essere interpretato, alla luce della relativa decisione della Corte di giustizia delle Comunità Europee del 23 marzo 2006, c-465/04, nel senso che l’indennità di cessazione del rapporto prevista dalla citata direttiva non può essere sostituita da un’indennità contrattualmente determinata secondo criteri diversi, a meno che quest’ultima non assicuri all’agente un trattamento più favorevole, dovendosi, in difetto, riconoscere la differenza necessaria per ricondurla ad equità, tramite la complessiva corresponsione di quanto comunque spettante sulla base della previsione di cui all’art. 1751 c.c.. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia 11 febbraio 2014.




Art. 1 comm1 51, l. 92/2012 (cd. Rito Fornero) – Giudice che ha pronunciato l’ordinanza all’esito della fase sommaria (art. 1 comma 49 l. 92/2012) – Medesimo giudice investito del giudizio di opposizione (art. 1 comma 51 l. 92/2012) – Obbligo di astensione ex art. 51 comma I n. 4 c.p.c. – Esclusione – Legittimità costituzionale – Rimessione alla Consulta (artt. 51, comma I, n. 4 c.p.c., 1 comma 51 l. 92/2012).

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli art. 51, comma I, n. 4 c.p.c. e 1, comma 51, legge 28 giugno 2012 n. 92 (disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita), nella parte in cui non prevedono l’obbligo di astensione per l’organo giudicante (persona fisica) investito del giudizio di  opposizione ex art. 51, comma I, l. 92/12 che abbia pronunciato l’ordinanza ex art. 1, comma 49, l. 92/2012, in riferimento agli artt.  24 e 111 della Costituzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 06 febbraio 2014.




Art. 1 comm1 51, l. 92/2012 (cd. Rito Fornero) – Giudice che ha pronunciato l’ordinanza all’esito della fase sommaria (art. 1 comma 49 l. 92/2012) – Medesimo giudice investito del giudizio di opposizione (art. 1 comma 51 l. 92/2012) – Obbligo di astensione ex art. 51 comma I n. 4 c.p.c. – Esclusione – Legittimità costituzionale – Rimessione alla Consulta (artt. 51, comma I, n. 4 c.p.c., 1 comma 51 l. 92/2012).

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli art. 51, comma I, n. 4 c.p.c. e 1, comma 51, legge 28 giugno 2012 n. 92 (disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita), nella parte in cui non prevedono l’obbligo di astensione per l’organo giudicante (persona fisica) investito del giudizio di opposizione ex art. 51, comma I, l. 92/12 che abbia pronunciato l’ordinanza ex art. 1, comma 49, l. 92/2012, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione. Tribunale Milano 27 gennaio 2014.




Accertamento rapporto di lavoro subordinato – Riammissione in servizio – Ius variandi da parte del datore di lavoro – Trasferimento.

L’azione promossa da un lavoratore a progetto e volta a far accertare la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato non è equiparabile ad una impugnativa di licenziamento e, quindi, non può trovare applicazione la disciplina prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che obbliga alla reintegrazione nel medesimo posto di lavoro. (Marco Scialdone) (riproduzione riservata)

La riammissione in servizio a seguito della accertamento della natura subordinata di un contratto di collaborazione c.d. a progetto può avvenire del tutto legittimamente anche in una sede di lavoro diversa da quella dove il lavoratore aveva prestato la propria attività in precedenza. (Marco Scialdone) (riproduzione riservata)

L’esercizio dello ius variandi da parte del datore di lavoro può realizzarsi legittimamente in modo contestuale al momento del ripristino del rapporto di lavoro. (Marco Scialdone) (riproduzione riservata)

L’esercizio dello ius variandi da parte del datore di lavoro può realizzarsi legittimamente in modo contestuale al momento del ripristino del rapporto di lavoro. (Marco Scialdone) (riproduzione riservata).

Le ragioni legittimanti il trasferimento non debbono essere comunicate contestualmente al provvedimento che dispone la variazione della sede di lavoro ma queste debbono essere comunicate solo in caso di espressa richiesta da parte del lavoratore al momento di ricezione dell’ordine datoriale di assegnazione in servizio.
Tribunale Roma 21 gennaio 2014.




Rito cd. Fornero – Giudice che abbia definito il ricorso proposto ex art. 1 comma 48 l. 92/2012 – Medesimo giudice designato anche per trattare e definire l’opposizione proposta ex art. 1 comma 51 l. 92/2012 – Obbligo di astensione – Insussistenza – Diverso indirizzo che predica l’astensione – Critiche.

Non ricorre l’ipotesi di cui all’art. 51 n. 4 c.p.c nei confronti del giudice assegnatario dell’opposizione ex art. 1 comma 51 L.n. 92/2012, che abbia già trattato del tema controverso quale giudice designato per la decisione del ricorso ex art. 1 comma 48 L.cit. Infatti, è da escludersi la natura impugnatoria del giudizio di opposizione, tale da individuare la cognizione da parte di un giudice necessariamente diverso. Il rapporto tra le due fasi è quella tipica e ricorrente di un momento a cognizione meramente sommaria – introdotta dal legislatore per scopo acceleratorio – con una fase successiva ed eventuale a cognizione piena, secondo le caratteristiche, con riguardo ai diversi profili soggettivi, oggettivi e procedimentali, sovra evidenziate. Il diverso orientamento - che predica, invece, il dovere di astensione - sembra esaurirsi nel richiamare quanto indicato nella sentenza della Corte Costituzionale n.387/1999 riguardante un istituto affatto diverso rispetto a quello qui in esame, configurato in relazione a un tipo di risoluzione di contrasto specifico tra sindacato e datore di lavoro, per l’esercizio e la tutela di diritti collettivi. Procedimento, per altro, scandito con forme, tipologie di provvedimenti, termini, individuazione degli interessi in contrasto affatto diversi rispetto a quanto prefigurato nell’art. 1 della legge n. 92/2012, che persegue lo scopo di organizzare un meccanismo acceleratorio della risoluzione della controversia individuale in tema di rapporto di lavoro, con l’utilizzo di una procedura bifasica, che come si è detto, non rappresenta certo una novità nell’ambito della procedura civile, anche avuto riguardo alla possibile “definitività” del provvedimento interinale ( si pensi, ad esempio, al decreto ingiuntivo non opposto, che ha valore di giudicato, ovvero all’ordinanza ex art. 186 quater c.p.c ). La morfologia strutturale dell’istituto tipizzato dalla l. 92/12 corrisponde integralmente al codice genetico tipico dei procedimenti bifasici in cui l’unico processo di merito è scandito in due fasi: una preliminare e sommaria e una eventuale (se c’è opposizione) di cognizione ulteriore e piena, adottandosi, quindi una forma processuale tipica delle opposizioni o corrispondente ai modelli procedimentali che prevedono provvedimenti interinali a contenuto decisorio ma cedevoli nell’eventuale successivo fase di giudizio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 11 ottobre 2013.




Legge 219/2012 – Nuovo art. 38 disp. att. c.c. – Nuova competenza del TO sulle controversie ex art. 317-bis c.c. – Presupposti – Richiesta di modifica di precedente provvedimento ex art. 330 c.c. assunto dal TM – Incompetenza – Sussiste.

Con la legge 219/2012, il legislatore riformulato l’art. 38 disp. att. c.c. ha previsto una nuova competenza del T.O. per le controversie insorte tra genitori di figli non matrimoniali. Tale competenza non sussiste, tuttavia, dove la domanda sia intesa ad ottenere la modifica di un provvedimento pronunciato dal tribunale per i Minorenni ex art. 330 c.c.: in tal caso non si verte in tema di mero affidamento di minore nato da coppia non coniugata la cui relazione sia cessata, quanto a dire di un caso riconducibile al disposto normativo di cui all’art. 317 bis c.c., che presuppone l’esercizio integro della potestà genitoriale, bensì di ipotesi in cui si contesta la quantomeno persistente sussistenza di elementi che hanno già condotto all’adozione di un provvedimento limitativo della potestà. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 11 ottobre 2013.




Processo del lavoro - Poteri istruttori del giudice - Contemperamento del principio dispositivo con quello della ricerca della verità - Giudizio rimesso alla discrezionalità del giudice di merito.

Processo del lavoro - Poteri istruttori del giudice di merito - Sindacabilità da parte del giudice di legittimità - Vizio di motivazione.

Processo del lavoro - Poteri istruttori del giudice di merito - Potere dovere del giudice di disporre d'ufficio atti istruttori per superare l'incertezza - Irrilevanza di preclusioni e decadenze.

Rapporto di lavoro - Procedimento disciplinare - Giudizio di proporzionalità tra violazione contestata e provvedimento adottato - Valutazione della gravità dell'inadempimento del lavoratore e della adeguatezza della sanzione - Giudizio di merito sottratto al sindacato di legittimità.


Nel rito del lavoro l'esercizio di poteri istruttori d'ufficio, nell'ambito del contemperamento del principio dispositivo con quello della ricerca della verità, involge un giudizio di opportunità rimesso ad un apprezzamento meramente discrezionale del giudice di merito. (Laura De Simone) (riproduzione riservata)

L'esercizio di poteri istruttori d'ufficio del giudice di merito è sindacabile da parte del giudice di legittimità solo come vizio di motivazione ai sensi del n. 5 dell'art. 360 c.p.c., qualora la sentenza di merito non adduca adeguata motivazione sul ricorso a detti poteri. (Laura De Simone) (riproduzione riservata)

Nel rito del lavoro ove il giudice reputi insufficienti le prove acquisite su istanza di parte non può limitarsi a fare meccanica applicazione della regola formale di giudizio fondata sull'onere della prova, ma ha il potere-dovere di provvedere d'ufficio ad atti istruttori per superare l'incertezza circa i fatti costitutivi dei diritti in contestazione, indipendentemente dal verificarsi di preclusioni e decadenze in danno delle parti. (Laura De Simone) (riproduzione riservata)

In tema di verifica giudiziale della correttezza del procedimento disciplinare, il giudizio di proporzionalità tra violazione contestata e provvedimento adottato si sostanzia nella valutazione della gravità dell'inadempimento del lavoratore e dell'adeguatezza della sanzione ed è giudizio di merito sottratto al sindacato del giudice di legittimità. (Laura De Simone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro 19 agosto 2013.




Rito cd. Fornero – Giudice dell’opposizione – Stesso giudice che ha pronunciato l’ordinanza nella prima fase – Questione di legittimità costituzionale

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, co. 51, nel contesto procedimentale di inserimento (art. 1, co. 47 ss., l. 2012/n. 92), come dell’art. 51 co. 1, n. 4, cpc, nella parte in cui la prima disposizione non prevede che il giudizio di opposizione abbia svolgimento davanti al medesimo giudice persona fisica della fase sommaria e la seconda non esclude dalla sua operatività la fattispecie in parola, in violazione dell’art. 3 co. 1 e 2, dell’art. 24 co. 1 e 2, dell’art. 25 co. 1, dell’art. 97 e dell’art. 111, co. 1, pt. II, Cost.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Siena 15 agosto 2013.




Lavoro – CCNL di imprese esercenti servizi ambientali – Mancato preavviso assenza dal lavoro – Legittimità del licenziamento.

Richiesta di audizione personale – Formulazione in termini non chiari ed univoci.


La sanzione del licenziamento è espressamente tipizzata dal CCNL, avendo le parti sociali già qualificato come inadempimento grave ed importante, idoneo a recidere il vincolo fiduciario, il periodo minimo di quattro giorni di assenza ingiustificata. Un'assenza priva di preavviso, prolungata nel tempo e mancante di giustificazione lede la fiducia che ripone il datore di lavoro nel dipendente al fine di una corretta esecuzione del servizio pubblico gestito, dovendo l'azienda potere far affidamento sulla continuità e regolarità della prestazione lavorativa. In tale ottica la norma contrattuale impone la comunicazione e la giustificazione prima dell'inizio dell'orario di lavoro proprio allo scopo di consentire l'adozione di adeguate misure organizzative. (Alessandro Cortese) (riproduzione riservata)

La volontà di essere ascoltato deve essere comunicata in termini univoci, a tutela dell'affidamento del datore di lavoro, il quale non può essere esposto ingiustamente al rischio di sentirsi dichiarare illegittimo il licenziamento per un vizio di procedura determinato, fra l'altro, proprio dal contenuto incerto e poco chiaro della comunicazione del lavoratore. (Alessandro Cortese) (riproduzione riservata)
Tribunale Cosenza 12 agosto 2013.




Rito cd. Fornero – Giudice che abbia definito il ricorso proposto ex art. 1, comma 48, l. 92/2012 – Medesimo giudice designato anche per trattare e definire l’opposizione proposta ex art. 1 comma 51 l. 92/2012 – Obbligo di astensione.

Il giudice che si è pronunciato sul ricorso proposto ex art. 1 comma 48 legge n.92/2012 non può essere assegnatario dell’opposizione ex art. 1 comma 51 legge n. 92/2012, posto che la seconda fase del procedimento costituisce una effettiva revisio prioris istantiae. (Laura De Simone) (riproduzione riservata)

Deve essere accolta la domanda di ricusazione del giudice assegnatario dell’opposizione ex art. 1 comma 51 legge n. 92/2012  che precedentemente si sia pronunciato sul ricorso proposto ex art. 1 comma 48 legge n.92/2012, avendo le due fasi del procedimento ad oggetto la medesima res iudicanda. (Laura De Simone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 11 luglio 2013.




Rito cd. Fornero – Giudice che abbia definito il ricorso proposto ex art. 1 comma 48 l. 92/2012 – Medesimo giudice designato anche per trattare e definire l’opposizione proposta ex art. 1 comma 51 l. 92/2012 – Obbligo di astensione – Insussistenza (artt. 52 c.p.c., 1 commi 48-51 L. 92/2012).

Non ricorre l’ipotesi di cui all’art. 51 n. 4 c.p.c nei confronti del giudice assegnatario dell’opposizione ex art. 1 comma 51 L.n. 92/2012, che abbia già trattato del tema controverso quale giudice designato per la decisione del ricorso ex art. 1 comma 48 L.cit. La legge 28 giugno 2012 n. 92 (cd. rito fornero), nei commi 47 e ss dell’art. 1, tipizza un classico modello procedimentale cd. bifasico in cui ad una fase necessaria a carattere prettamente sommario segue una fase eventuale a cognizione piena, destinata a concludersi con un provvedimenti suscettibile di passare in giudicato: ebbene, l'emissione di provvedimenti di urgenza o a cognizione sommaria da parte dello stesso giudice che è chiamato a decidere il merito della causa, costituisce una situazione ordinaria del giudizio e non può in nessun modo pregiudicarne l'esito, né determina un obbligo di astensione o una facoltà della parte di chiedere la ricusazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 19 giugno 2013.




Rito cd. Fornero – Giudice che abbia definito il ricorso proposto ex art. 1 comma 48 l. 92/2012 – Medesimo giudice designato anche per trattare e definire l’opposizione proposta ex art. 1 comma 51 l. 92/2012 – Obbligo di astensione – Insussistenza.

Non ricorre l’ipotesi di cui all’art. 51 n. 4 c.p.c nei confronti del giudice assegnatario dell’opposizione ex art. 1 comma 51 L.n. 92/2012, che abbia già trattato del tema controverso quale giudice designato per la decisione del ricorso ex art. 1 comma 48 L.cit. La legge 28 giugno 2012 n. 92 (cd. rito Fornero), nei commi 47 e ss dell’art. 1, tipizza un classico modello procedimentale cd. bifasico in cui ad una fase necessaria a carattere prettamente sommario segue una fase eventuale a cognizione piena, destinata a concludersi con un provvedimenti suscettibile di passare in giudicato: ebbene, l'emissione di provvedimenti di urgenza o a cognizione sommaria da parte dello stesso giudice che è chiamato a decidere il merito della causa, costituisce una situazione ordinaria del giudizio e non può in nessun modo pregiudicarne l'esito, né determina un obbligo di astensione o una facoltà della parte di chiedere la ricusazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 19 giugno 2013.




Rito cd. Fornero – Giudice che abbia definito il ricorso proposto ex art. 1 comma 48 l. 92/2012 – Medesimo giudice designato anche per trattare e definire l’opposizione proposta ex art. 1 comma 51 l. 92/2012 – Obbligo di astensione – Insussistenza.

Non ricorre l’ipotesi di cui all’art. 51 n. 4 c.p.c nei confronti del giudice assegnatario dell’opposizione ex art. 1 comma 51 L.n. 92/2012, che abbia già trattato del tema controverso quale giudice designato per la decisione del ricorso ex art. 1 comma 48 L.cit. La legge 28 giugno 2012 n. 92 (cd. rito fornero), nei commi 47 e ss dell’art. 1, tipizza un classico modello procedimentale cd. bifasico in cui ad una fase necessaria a carattere prettamente sommario segue una fase eventuale a cognizione piena, destinata a concludersi con un provvedimenti suscettibile di passare in giudicato: ebbene, l'emissione di provvedimenti di urgenza o a cognizione sommaria da parte dello stesso giudice che è chiamato a decidere il merito della causa, costituisce una situazione ordinaria del giudizio e non può in nessun modo pregiudicarne l'esito, né determina un obbligo di astensione o una facoltà della parte di chiedere la ricusazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 19 giugno 2013.




Danno da infortunio sul lavoro – Ammissione al passivo – Privilegio ex art. 2751 bis n. 1 c.c. – Determinazione del danno: criteri. 

Il danno c. d. differenziale da infortunio sul lavoro va ammesso al passivo in privilegio ai sensi dell’art. 2751 bis, n. 1 cod. civ., in base alla sentenza della C. Cost. 17 novembre 1983, n. 326 che ha dichiarato l’incostituzionalità della norma citata nella parte in cui non munisce di privilegio il credito del dipendente per danni derivanti da infortunio sul lavoro. (Francesco Gabassi – Riproduzione riservata) 

L'infortunato non può cumulare il risarcimento spettante da parte dell'assicurazione del responsabile civile all'indennizzo del danno biologico ricevuto dall’Inail né è ammessa la duplicazione della voce relativa al danno patrimoniale da sempre ricompreso nell'indennizzo Inail. Conseguentemente, al lavoratore infortunato spetta il risarcimento solo nella misura del differenziale derivante dal raffronto tra l'ammontare complessivo del risarcimento e quello delle indennità liquidate dall'Inail in dipendenza del sinistro al fine di evitare una ingiustificata duplicazione. (Francesco Gabassi – Riproduzione riservata)
Tribunale Udine 03 maggio 2013.




Rito cd. Fornero – Giudice che abbia definito il ricorso proposto ex art. 1 comma 48 l. 92/2012 – Medesimo giudice designato anche per trattare e definire l’opposizione proposta ex art. 1 comma 51 l. 92/2012 – Obbligo di astensione – Insussistenza (artt. 52 c.p.c., 1 commi 48-51 L. 92/2012).

Non ricorre l’ipotesi di cui all’art. 51 n. 4 c.p.c nei confronti del giudice assegnatario dell’opposizione ex art. 1 comma 51 L.n. 92/2012, che abbia già trattato del tema controverso quale giudice designato per la decisione del ricorso ex art. 1 comma 48 L.cit. Infatti, è da escludersi la natura impugnatoria del giudizio di opposizione previsto dalla normativa sopra richiamata, tale da individuare la cognizione da parte di un giudice necessariamente diverso. Il rapporto tra le due fasi è quella tipica e ricorrente di un momento a cognizione meramente sommaria – introdotta dal legislatore per scopo acceleratorio – con una fase successiva e  eventuale a cognizione piena, secondo le caratteristiche, con riguardo ai diversi profili soggettivi, oggettivi e procedimentali, sovra evidenziate. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 04 aprile 2013.




Rito cd. Fornero – Giudice che abbia definito il ricorso proposto ex art. 1 comma 48 l. 92/2012 – Medesimo giudice designato anche per trattare e definire l’opposizione proposta ex art. 1 comma 51 l. 92/2012 – Obbligo di astensione – Insussistenza (artt. 52 c.p.c., 1 commi 48-51 L. 92/2012).

Non ricorre l’ipotesi di cui all’art. 51 n. 4 c.p.c nei confronti del giudice assegnatario dell’opposizione ex art. 1 comma 51 L.n. 92/2012, che abbia già trattato del tema controverso quale giudice designato per la decisione del ricorso ex art. 1 comma 48 L.cit. Infatti, è da escludersi la natura impugnatoria del giudizio di opposizione previsto dalla normativa sopra richiamata, tale da individuare la cognizione da parte di un giudice necessariamente diverso. Il rapporto tra le due fasi è quella tipica e ricorrente di un momento a cognizione meramente sommaria – introdotta dal legislatore per scopo acceleratorio – con una fase successiva e eventuale a cognizione piena, secondo le caratteristiche, con riguardo ai diversi profili soggettivi, oggettivi e procedimentali, sovra evidenziate. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 04 aprile 2013.




Rito cd. Fornero – Giudice che abbia definito il ricorso proposto ex art. 1 comma 48 l. 92/2012 – Medesimo giudice designato anche per trattare e definire l’opposizione proposta ex art. 1 comma 51 l. 92/2012 – Obbligo di astensione – Insussistenza.

Non ricorre l’ipotesi di cui all’art. 51 n. 4 c.p.c nei confronti del giudice assegnatario dell’opposizione ex art. 1 comma 51 L.n. 92/2012, che abbia già trattato del tema controverso quale giudice designato per la decisione del ricorso ex art. 1 comma 48 L.cit. Infatti, è da escludersi la natura impugnatoria del giudizio di opposizione previsto dalla normativa sopra richiamata, tale da individuare la cognizione da parte di un giudice necessariamente diverso. Il rapporto tra le due fasi è quella tipica e ricorrente di un momento a cognizione meramente sommaria – introdotta dal legislatore per scopo acceleratorio – con una fase successiva e eventuale a cognizione piena, secondo le caratteristiche, con riguardo ai diversi profili soggettivi, oggettivi e procedimentali, sovra evidenziate. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 04 aprile 2013.




Condotta antisindacale – Licenziamenti collettivi – Caratteristiche

La definizione della condotta antisindacale di cui all'art. 28 St. Lav. non è analitica ma teleologica, poiché individua il comportamento illegittimo non in base a caratteristiche strutturali, bensì alla sua idoneità a ledere i "beni" protetti. Pertanto, per integrarne gli estremi, è sufficiente che il comportamento datoriale leda oggettivamente gli interessi collettivi di cui sono portatrici le organizzazioni sindacali, non essendo necessario (ma neppure sufficiente) uno specifico intento lesivo da parte del datore di lavoro, potendo sorgere l'esigenza di una tutela della libertà sindacale anche in relazione a un'errata valutazione del datore di lavoro circa la portata della sua condotta, così come l'intento lesivo del datore di lavoro non può di per sé far considerare antisindacale una condotta che non abbia rilievo obbiettivamente tale da limitare la libertà sindacale. In particolare, nell’ambito della procedura di cui alla l. n. 223/1991 (art. 24 che richiama testualmente le norme dettate in materia di mobilità, artt. 4 e 5), saranno antisindacali, dunque, quelle condotte suscettibili di conculcare gli interessi collettivi ai quali le oo. ss. sovraintendono. Più nel dettaglio, nella procedura in esame è agevole rilevare la natura collettiva e meta-individuale dell’interesse di cui i sindacati si fanno portatori. Essi sono destinatari, in primo luogo, della comunicazione preventiva a seguito della quale possono richiedere un esame congiunto della situazione essendo ad esse riconosciuta la legittimazione a “sedersi al tavolo delle trattative” con i rappresentanti dell’impresa al fine di valutare la sussistenza dei presupposti della paventata riduzione del personale e per studiare e suggerire eventuali soluzioni alternative per far fronte all’esigenza di riduzione o trasformazione dell’attività o del lavoro nel tentativo di evitare il ricorso alla riduzione del personale o di contenere il numero dei licenziamenti che restano l’extrema ratio, dovendo anche, eventualmente, in tale contesto, esaminarsi la possibilità di far ricorso a misure sociali di accompagnamento finalizzate a favorire la riqualificazione e la riconversione dei lavoratori. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Rossano 27 marzo 2013.




Contratto a progetto - Accertamento rapporto di lavoro subordinato - Risoluzione per mutuo consenso.

Il considerevole intervallo di tempo trascorso tra la scadenza del contratto e la proposizione della domanda giudiziale (quattro anni), unitamente al fatto che l'interessato non abbia dato più notizie di sé dopo la cessazione del contratto di collaborazione e che abbia instaurato altri rapporti di lavoro senza prima offrire le sue prestazioni al datore di lavoro, ben può essere interpretato come espressione per fatti concludenti di una volontà tacita di risolvere il rapporto. (Marco Scialdone) (riproduzione riservata)

A fronte della protratta e ingiustificata inerzia del lavoratore, non può essere sottovalutato il legittimo affidamento, altrettanto meritevole di tutela, che il datore di lavoro ha riposto nella definitiva cessazione del rapporto. (Marco Scialdone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 25 febbraio 2013.




Sentenza, ordinanza e decreto in materia civile – Nullità ed inesistenza della sentenza – Insussistenza – Verbale d’udienza – Funzione – Lavoro subordinato (controversie individuali di) – Lettura del dispositivo in udienza – Attestazione nel verbale d'udienza – Necessità – Attestazione contenuta nella narrativa della sentenza – Rilevanza – Esclusione – Fondamento.

Scopo del verbale d’udienza è in generale l’attestazione che l’udienza si sia effettivamente celebrata, e – per quanto riguarda specificamente il rito del lavoro – l'attestazione della lettura del dispositivo all'udienza di discussione della causa. (Antonino Fazio) (riproduzione riservata)

La nullità della sentenza si configura solo ove emerga un vizio del procedimento tale da impedire all’atto viziato (rectius, assente) di conseguire il proprio scopo, e solo a condizione che vi sia una espressa contestazione del vizio procedimentale da parte del difensore. (Antonino Fazio) (riproduzione riservata)

Con la pubblicazione del dispositivo, in quanto atto idoneo a certificare – in ragione del rito applicabile – la lettura del dispositivo, ed a fortiori la celebrazione dell’udienza, può ritenersi aliunde conseguito lo scopo che la legge attribuisce al verbale d’udienza, di guisa che l’assenza dello stesso nel fascicolo d’ufficio costituisce mera irregolarità e non già vizio di nullità della sentenza; e ciò in conformità alle prescrizioni dell’art. 156 c.p.c., a mente del quale la nullità può essere dichiarata ove espressamente prevista, e mai quando sia stato comunque raggiunto lo scopo cui era destinato l’atto viziato. (Antonino Fazio) (riproduzione riservata)
Tribunale Piacenza 12 febbraio 2013.




Rito del lavoro – Decadenza dal diritto di produrre documenti – Preclusioni istruttorie – Produzione in giudizio del contratto collettivo – Potere d’ufficio del giudice – Artt. 421 e 425 c.p.c. – Principio dispositivo.

Trasferimento d’azienda – Continuità del rapporto di lavoro – Mantenimento dei diritti dei lavoratori – Art. 2112 c.c. – Assunzione anteriore al trasferimento – Anzianità di servizio maturata dall’originaria assunzione – Inquadramento aziendale – Pagamento delle differenze retributive maturate per il superiore inquadramento.


Nel processo del lavoro il contratto collettivo applicabile al rapporto di lavoro in contestazione è producibile in giudizio in ogni momento, e finanche in grado di appello, per mezzo dell’esercizio del potere d’ufficio del giudice ai sensi dell’art. 425 c.p.c. ultimo comma. E’ comunque fermo il principio secondo cui il potere istruttorio del giudice officioso di cui all’art. 421 c.p.c., così come quello previsto dall’art. 425 c.p.c., non può in ogni caso essere esercitato al di fuori del raccordo con il concorrente e generale principio dispositivo, secondo il quale sono suscettibili di prova esclusivamente i fatti specificamente allegati dalle parti in quanto posti a fondamento delle domande azionate. (Monica Tognazzo, Federico Mincao) (riproduzione riservata)

In caso di trasferimento d’azienda il presupposto di fatto per l’operatività delle disposizioni dell’art. 2112 c.c. a favore del lavoratore è che egli sia stato assunto alle dipendenze dell’imprenditore cedente in un momento anteriore al trasferimento, cosicché il cessionario abbia acquisito, quale successore nella titolarità dell’azienda, la qualità di nuovo datore di lavoro. La ratio sottesa all’art. 2112 c.c. è ravvisabile nella necessità di assicurare il trasferimento del rapporto di lavoro dal cedente al cessionario dell’azienda o del suo ramo al fine di preservarne, in linea quantomeno tendenziale, il contenuto sostanziale originario.
Ne consegue il diritto del lavoratore al riconoscimento dell’anzianità di servizio sin dall’originaria assunzione, il diritto al corrispondente inquadramento aziendale e al pagamento delle differenze retributive maturate in conseguenza del superiore inquadramento. (Monica Tognazzo, Federico Mincao) (riproduzione riservata)
Tribunale Padova 14 dicembre 2012.




Contratto a progetto - Accertamento rapporto di lavoro subordinato - Svolgimento attività ultronee rispetto al progetto.

Laddove le attività lavorative richieste non siano strettamente connesse al progetto, ma pur sempre rientranti nella medesima tipologia, tale circostanza non è in sé idonea a ritenere viziato l’intero rapporto. Una simile conseguenza può essere determinata solo dallo svolgimento di attività lavorativa in assenza di progetto, dunque qualora il soggetto abbia esclusivamente o quantomeno prevalentemente svolto attività lavorativa estranea al progetto, mentre può ritenersi tollerabile lo svolgimento, purché contenuto in termini di marginalità, di attività ulteriore oltre a quella rientrante nel progetto. (Marco Scialdone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 06 novembre 2012.




Rapporto di lavoro subordinato – Orario di lavoro – Lavoro straordinario e festivo.

Opera la deroga prevista dall’art. 17 comma 5 del D.Lgs. n. 66 del 2003 nei confronti del dipendente che, seppur chiamato a svolgere in via non prevalente mansioni manuali, ha il potere di autodeterminarsi l’orario di lavoro e i periodi di ferie. Onde, nei confronti del personale che abbia le suddette caratteristiche, e che percepisca altresì un superminimo mensile erogato a compenso di eventuali disagi causati da protrazioni d’orario che si rendessero necessarie per l’espletamento delle mansioni affidate, non essendovi il potere datoriale di controllare le modalità ed i tempi della prestazione lavorativa resa, non sussiste l’obbligo del datore di lavoro di retribuire il lavoro straordinario, di far fruire del riposo giornaliero e settimanale secondo le modalità previste dal CCNL di riferimento o dagli articoli 5,7 e 9 del D. Lgs. n. 66/2003. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) Appello Milano 24 ottobre 2012.




Rapporto di lavoro subordinato - Estinzione e risoluzione del rapporto: licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Rapporto di lavoro subordinato - Mansioni inferiori - Art. 2103 c.c. - Legittimità del patto di dequalificazione del dirigente.


L’ineseguibilità della prestazione non realizza un giustificato motivo di licenziamento qualora il lavoratore possa essere adibito ad una diversa attività riconducibile – secondo un’interpretazione del contratto secondo buona fede – alle mansioni attualmente assegnate o a quelle equivalenti, o se ciò è impossibile – a mansioni anche inferiori, purchè la diversità sia utilizzabile nell’impresa secondo l’assetto organizzativo insindacabilmente stabilito dall’imprenditore. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)

Il patto di dequalificazione, quale unico mezzo per conservare il rapporto di lavoro, costituisce non già una deroga all’art. 2103 c.c. bensì un adeguamento del contratto alla nuova situazione di fatto, sorretto dal consenso e dall’interesse del lavoratore; pertanto la validità del patto presuppone l’impossibilità sopravvenuta di assegnare mansioni equivalenti alle ultime esercitate e la manifestazione della disponibilità del lavoratore ad accettarle. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Appello Milano 13 settembre 2012.




Danno biologico – Danno morale – Duplicazione risarcitoria – Condizioni.

Il danno non patrimoniale derivante dalla lesioni dell'integrità fisica del lavoratore, identificato nella sommatoria di danno biologico (all'integrità fisa) e danno morale (consistente nella sofferenza per l'ingiuria fisica subita), non richiede, ai fini della risarcibilità, la sussistenza dei presupposti di cui all'art. 185 c.p., essendo riferibile ai diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti. In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, al fine di stabilire se il risarcimento sia stato duplicato ovvero sia stato erroneamente sottostimato, rileva non il nome assegnato dal giudicante al pregiudizio lamentato dall'attore (biologico, morale, esistenziale) ma unicamente il concreto pregiudizio preso in esame dal giudice. Si ha pertanto duplicazione di risarcimento solo quando il medesimo pregiudizio sia stato liquidato due volte, sebbene con l'uso di nomi diversi" (Cass. n. 10527/2011, v, anche Cass. n. 15414/2011cfr., in materia di danno subito dal lavoratore, anche Cass. n. 9238/2010, n. 23053/2009). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 02 aprile 2012.




Rapporto di lavoro subordinato – Trasferimento di ramo di azienda – Normativa comunitaria e legislazione nazionale – Nozione di ramo d’azienda.

Rapporto di lavoro subordinato – Trasferimento di ramo di azienda – Validità della cessione di ramo – Art. 2112 c.c. – Necessità di continuazione dell’attività produttiva – Onere del cedente di verificare le capacità e potenzialità imprenditoriali del cessionario – Irrilevanza.


In materia di trasferimento di parte (c.d. ramo) d’azienda, tanto la normativa comunitaria (direttive CE nn.9850 e 200123) quanto la legislazione nazionale  (art. 2112 comma quinto cod. civ., sostituito dall’art.32 del d. lgs. 10 settembre 2003 n. 276) perseguono il fine di evitare che il trasferimento si trasformi in semplice strumento di sostituzione del datore di lavoro, in una pluralità di rapporti individuali, con altro sul quale i lavoratori possano riporre minore affidamento sul piano sia della solvibilità sia dell’attitudine a proseguire con continuità l’attività produttiva.
La citata direttiva del 1998 richiede, pertanto, che il ramo d’azienda oggetto del trasferimento costituisca un’entità economica con propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati per un’attività economica, essenziale o accessoria e analogamente l’art. 2112 quinto comma cod. civ. si riferisce alla “parte d’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata”.
Deve, quindi, trattarsi di un’entità economica organizzata in modo stabile e non destinata all’esecuzione di una sola opera (cfr. Corte di Giustizia CE, sentenza 24 gennaio 2002, C.510) ovvero di un’organizzazione quale legame funzionale che renda le attività dei lavoratori interagenti e capaci di tradursi in beni o servizi determinati, là dove infine il motivo del trasferimento ben può consistere nell’intento di superare uno stato di difficoltà economica. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)

L’evento della cessione di azienda è certamente in grado di incidere sui diritti dei lavoratori, sicchè il legislatore con l’art. 2112 c.c. e la L. 4281990 art. 47, hanno predisposto una serie di cautele che vanno dalla previsione della responsabilità solidale del cedente con il cessionario, in relazione ai crediti maturati dai dipendenti, all’intervento delle organizzazioni sindacali, non ponendo alcun limite nel rispetto dell’art. 41 della Costituzione. Ne consegue che la validità della cessione non è condizionata alla prognosi della continuazione dell’attività produttiva e di conseguenza all’onere del cedente di verificare le capacità e potenzialità del cessionario. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro 26 gennaio 2012.




Limite di altezza minimo per il lavoratore – Funzioni amministrative – Irragionevolezza del limite – Sussiste.

E' illegittimo stabilire un limite minimo di statura per il lavoratore che, in definitiva, dovrà svolgere mansioni amministrative, anche se collegate a un servizio, come quello delle ferrovie, che richiede di manovrare impianti e impone dunque una certa prestanza fisica. Risulta contro i principi costituzionali, poi, la previsione di livello minimo di altezza che sia identico per uomini e donne. E laddove la disposizione scaturisca da un decreto ministeriale come nel caso del settore dei trasporti la legittimità del provvedimento deve essere apprezzata dal giudice del merito che può anche disapplicarlo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 12 gennaio 2012.




Contratto di lavoro a tempo determinato – Personale della scuola – Abuso da successione di contratti a termine reiterati oltre il limite dei trentasei mesi – Contrasto con la direttiva comunitaria 99/70/CE – Trasformazione in contratto a tempo indeterminato – Esclusione – Risarcimento del danno da responsabilità extracontrattuale – Spettanza – Commisurazione del risarcimento del danno all’indennità omnicomprensiva e forfetizzata, prevista ex art.32/5 L.n.183/10.

La reiterazione dei contratti a termine per il personale della scuola, protratta oltre i trentasei mesi, è illegittima e viola, in via diretta, la Direttiva 99/70/CE, ma non determina la trasformazione del rapporto di lavoro in rapporto a tempo indeterminato, esclusa nel settore del pubblico impiego dall’art.36 D.l.vo n.165/01. Il lavoratore ha comunque diritto al risarcimento del danno – dovendo qualificarsi come extracontrattuale la responsabilità della P.A. ex art.2043 c.c. – diritto che si prescrive nel termine quinquennale di cui all’art. 2947 c.c., decorrente a ritroso dalla data della notificazione della domanda giudiziale. Tale risarcimento deve essere commisurato all’indennità onnicomprensiva e forfetizzata, prevista dall’art.32/5 L.n.183/10. (Cinzia Ganzerli) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 14 dicembre 2011.




L’indennità forfettaria per la conversione giudiziale del rapporto di lavoro a tempo determinato in rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Rapporto di lavoro subordinato – Contratto di lavoro a tempo determinato – Conversione giudiziale dello stesso in rapporto di lavoro a tempo indeterminato – Indennità forfettaria ex art. 32, comma 5°, legge n. 183/2010 in luogo del risarcimento del danno – Questione di legittimità costituzionale – Infondatezza.

Rapporto di lavoro subordinato – Contratto di lavoro a tempo determinato – Conversione giudiziale dello stesso in rapporto di lavoro a tempo indeterminato – Indennità forfettaria ex art. 32, comma 5°, legge n. 183/2010 in luogo del risarcimento del danno – Applicazione ex art. 32 cit. comma 7°, anche ai casi sub judice – Questione di legittimità costituzionale – Infondatezza.


E’ costituzionalmente legittimo il disposto dell’art. 32, comma 5°, legge 183/2010, nella parte in cui prevede che al lavoratore che ottenga la conversione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato spetti, per il periodo dalla scadenza del termine alla sentenza di conversione, non l’integrale risarcimento del danno, ma solo una indennità forfettaria. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)

E’ costituzionalmente legittimo il disposto dell’art. 32, comma 7°, legge 183/2010 nella parte in cui prevede che la disciplina dell’indennità forfettaria debba essere applicata anche nei casi sub judice né ciò configura “un’ingerenza illecita del legislatore nell’amministrazione della giustizia”. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)

L’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 32, comma 5°, legge 183/2010 è quella per cui la indennità forfettaria sostituisce il risarcimento del danno secondo il diritto comune e non si aggiunge a detto risarcimento nonchè quella per cui la previsione di detta indennità non preclude il diritto alla conversione del rapporto a tempo determinato in rapporto a tempo indeterminato. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata) 

L’indennità forfettaria ex art. 32, comma 5°, legge 183/2010 ha una “chiara valenza sanzionatoria” e non ammette la detrazione dell’aliunde perceptum. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)



(1) La sentenza della Corte Costituzionale n. 303/2011 definisce le questioni di legittimità costituzionale sollevate da più Giudici in ordine al disposto dell'art. 32, commi da 5 a 7, della legge 4 novembre 2010, n. 83 (c.d. “Collegato Lavoro”).
Il comma 5, come è noto, prevede che nei casi di conversione del contratto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato, il Giudice condanna il datore di lavoro a risarcire il lavoratore in ragione di un'indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, e non può, dunque, condannare invece il datore di lavoro a risarcire il lavoratore nella misura di tutte le retribuzioni che sarebbero maturate fra la scadenza del termine e la sentenza.
Secondo la Corte Costituzionale tale norma non viola alcun precetto costituzionale. La Corte ha riconosciuto, inoltre, legittimo anche il comma 7, che prevede che la norma si applichi, retroattivamente, a tutti i giudizi in corso (anche di cassazione).
In questo modo la Corte Costituzionale respinge le due ulteriori e diverse interpretazioni (estreme) che erano state proposte in ordine alla indennità forfettaria. Si era detto cioè che la indennità sarebbe stata sostitutiva anche della conversione a tempo indeterminato del rapporto, e si era detto che la indennità sarebbe stata aggiuntiva rispetto al risarcimento del danno patrimoniale liquidato secondo il diritto comune. Entrambe le letture sono state respinte dalla Corte Costituzionale.
La norma di cui al comma 5 protegge il datore di lavoro nei casi in cui il giudizio di impugnazione del contratto a tempo determinato sia molto lungo. In questo caso il periodo fra la scadenza del termine e la sentenza poteva dar luogo ad un cospicuo risarcimento e la indennità, dunque, consente un "risparmio". Ma va detto che, invece, nel caso di giudizio molto breve, la indennità può essere sfavorevole al datore di lavoro, perché può costare di più delle retribuzioni che sarebbero maturate fra la scadenza del termine e la sentenza. E ciò tanto più in quanto, secondo la Corte Costituzionale, dalla indennità non può essere dedotto il c.d. aliunde perceptum.
Va segnalato che la Corte Costituzionale adombra che nel caso di giudizio molto lungo il lavoratore potrebbe ricorrere al rimedio del giudizio cautelare. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 11 novembre 2011.




Rapporto di lavoro - Pubblica amministrazione - Collocamento a riposo tramite risoluzione del rapporto - Natura discrezionale - Motivazione - Necessità.

Il provvedimento di collocamento a riposo tramite risoluzione del rapporto di lavoro che l’Amministrazione emana ex art. 72 comma 11 D.L. n. 112/2008 conv. in L. n. 133/2008 e di cui alla circolare n. 94/2009, è un provvedimento discrezionale e non obbligatorio, e deve essere motivato. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Tribunale Piacenza 09 novembre 2011.




Agenzia Entrate - Incarichi dirigenziali conferiti in via provvisoria ai funzionari - Nullità - Sussiste

L’art. 24, co. 2, del regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle Entrate stabilisce che «per inderogabili esigenze di funzionamento dell'Agenzia, le eventuali vacanze sopravvenute possono essere provvisoriamente coperte, previo interpello e salva l'urgenza, mediante la stipula di contratti individuali di lavoro a termine con propri funzionari, con l'attribuzione dello stesso trattamento economico dei dirigenti) fino all'attuazione delle procedure di accesso alla dirigenza»; detti incarichi, conferiti senza l'espressa indicazione di un termine di durata, e sostanzialmente prorogati di anno in anno, risultano espletati da funzionari non dirigenti, senza che l'Agenzia delle Entrate abbia contemporaneamente provveduto a bandire le procedure concorsuali per l'accesso alla qualifica dirigenziale, e implicano indiscutibilmente l'espletamento di mansioni superiori dirigenziali da personale privo della relativa qualifica. Però, l'espletamento di mansioni superiori da parte di dipendenti pubblici contrattualizzati, al di fuori di ipotesi tassativamente previste, è vietato dal D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, all' art. 56, nel testo sostituito dal D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, art. 25, e successivamente modificato prima dal D.Lgs. 29 ottobre 1998, n. 387, art. 15 e poi dal D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 52, con conseguente nullità dell'atto di conferimento illegittimo. Configurandosi il conferimento di un incarico dirigenziale in favore di un funzionario non dirigente alla stregua dell'assegnazione di mansioni superiori al di fuori delle ipotesi tassativamente previste dalla legge, il relativo atto di conferimento deve considerarsi radicalmente nullo ai sensi dell'art. 52 co. 5 del D.Lgs. n. 165/2001. Ed in effetti tale norma stabilisce espressamente che "al di fuori delle ipotesi di cui al comma 2, è nulla l'assegnazione del lavoratore a mansioni proprie di una qualifica superiore". (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) T.A.R. Lazio 30 settembre 2011.




Licenziamento - Giusta causa - Immediatezza del provvedimento espulsivo - Lasso temporale tra i fatti della contestazione - Decorrenza - Conoscenza da parte del lavoratore.

Licenziamento - Giusta causa - Proporzionalità tra fatto addebitato recesso - Ripercussione sulla rapporto della condotta.

Licenziamento - Dipendente di istituto di credito - Gravità del comportamento - Valutazione - Affidamento che il pubblico ripone nella lealtà e correttezza dei dipendenti e funzionari bancari - Rilevanza.


In tema di licenziamento per giusta causa, il lasso temporale tra i fatti e la contestazione, rilevante ai fini della valutazione dell’immediatezza del provvedimento espulsivo, decorre dall’avvenuta conoscenza da parte del datore di lavoro della situazione contestata, e non già dall’astratta percettibilità o possibilità di conoscenza dei fatti stessi. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

In caso di licenziamento per giusta causa, ai fini della valutazione della proporzionalità tra fatto addebitato e recesso, viene in considerazione non l’assenza o la speciale tenuità del danno patrimoniale, ma la ripercussione sul rapporto di una condotta suscettibile di porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento, in quanto sintomatico di un certo atteggiarsi del lavoratore rispetto agli obblighi assunti. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

Nell’ipotesi di licenziamento di dipendente di istituto di credito, la gravità del comportamento posto in essere dal dipendente deve essere valutata con particolare rigore, in quanto, in tale ipotesi viene minato non solo l’affidamento il datore ripone nei confronti del proprio dipendente, ma anche quello, particolarmente delicato, che il pubblico ripone nella lealtà e nella correttezza dei dipendenti e funzionari bancari. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)
Tribunale Piacenza 13 settembre 2011.




Invalidità civile – Giudizi in materia d'invalidità civile – Carenza di legittimazione passiva del Ministero dell’Economia e delle Finanze – Legittimazione passiva della sola INPS.

Il decreto legge 1 luglio 2009, n. 78, convertito in legge 3 agosto 2009, n. 102, è stato pubblicato in G.U. il 1 luglio 2009, ed è entrato in vigore in tale data, per effetto dell'espressa previsione dell'art. 25 del D.L. medesimo. In particolare, l'art. 20, rubricato "contrasto alle frodi in materia d'invalidità civile" dispone, al quinto comma, che "All'articolo 10, comma 6, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248) sono apportate le seguenti modificazioni:
a) nel primo periodo è soppressa la parola "anche";
b) nel secondo periodo sono soppresse le parole "sia presso gli uffici dell'Avvocatura dello Stato, ai sensi dell'art. 11 del Regio Decreto 30 ottobre 1933, n. 1611";
c) nel terzo periodo sono soppresse le parole "è litisconsorte necessario ai sensi dell'articolo 102 del codice di procedura civile".
Ne discende che, per tutti i ricorsi depositati a partire dal giorno 1 luglio 2009, non solo non è più richiesta la notifica dell'atto introduttivo all'Avvocatura dello Stato, ma viene meno la natura di litisconsorte necessario del Ministero dell'Economia e delle Finanze che l'art. 10 della legge 248/05 conferiva, nella materia de quo, all'amministrazione suddetta. In sostanza, dal 1 luglio 2009, i giudizi in materia d'invalidità civile vanno instaurati unicamente nei confronti dell'INPS. (1) (Pasquale Gallelli) (riproduzione riservata)


(1) Si tratta di una delle prime sentenze con cui i giudici di merito (nello steso senso si è espresso lo stesso Tribunale con la sentenza 19 aprile 2011, Giudice del lavoro L. Mascini) hanno dato applicazione alla novità introdotta dal D.L. 78/2009, in materia di legittimazione passiva nei casi di ricorsi per invalidità civile. Prima dell'importante novità introdotta dal suddetto provvedimento legislativo, infatti, i ricorsi dovevano essere notificati all'Avvocatura dello Stato e vedevano come litisconsorte necessario anche  il Ministero dell'Economia e delle Finanze.
Nel caso in esame l'INPS aveva eccepito il difetto di integrazione del contraddittorio, avendo il ricorrente chiamato in giudizio esclusivamente l'INPS e non anche il Ministero dell'Economia e delle Finanze. Il Tribunale di Catanzaro, nelle due sentenze citate, ed in particolare in quella sopra riportata, ha dichiarato la carenza di legittimazione passiva del Ministero dell'Economia e delle Finanze, ritenendo come unico soggetto passivamente legittimato l'INPS. (Pasquale Gallelli) (riproduzione riservata)
Tribunale Catanzaro 18 febbraio 2011.




Pubblica amministrazione – Rapporto di lavoro – Dipendenti pubblici – Collocamento a riposo – Discrezionalità.

Il provvedimento di collocamento a riposo tramite risoluzione del rapporto di lavoro che l’Amministrazione emana ex art. 72 comma 11 D.L. n. 112/2008 conv. in L. n. 133/2008 e di cui alla circolare n. 94/2009, è un provvedimento discrezionale e non obbligatorio, e deve essere motivato. (gm) (riproduzione riservata) Tribunale Piacenza 11 novembre 2010.




Congedo straordinario - Assistente di soggetti portatori di handicap - Pluralità di assistiti - Limite di due anni di congedo riferito a ciascun soggetto.

In caso di soggetti con handicap grave, il limite di due anni di congedo straordinario retribuito di cui all’art. 42 comma 5 D.Lgs. n. 151/2001, deve essere inteso non già come limite complessivo per il lavoratore che assiste il portatore di handicap, ma, nel caso di più soggetti portatori di handicap, come limite riferito a ciascuno di essi. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Tribunale Piacenza 14 ottobre 2010.




Lavoro subordinato (rapporto di) – Licenziamento per giusta causa – Operazione pacifica di operazioni anomale – Conseguenze in tema di riparto dell’onere della prova – Condanna alle spese.

Il compimento di un’operazione oggettivamente anomala da parte del lavoratore subordinato costituisce una giusta causa di licenziamento ai sensi dell’art. 2119 c.c.- La pacifica verificazione dell’operazione, da una parte, esonera il datore di lavoro dall’onere della prova impostogli dall’art. 5 della Legge 15 luglio 1966, n. 604 e, dall’altra, impone al lavoratore che intenda liberarsi della responsabilità l’onere di giustificare la bontà del comportamento posto alla base del licenziamento (nella specie, a fronte della documentazione fornita dalla banca – datore di lavoro, attestante la fittizietà di un’operazione di prelievo da conto corrente per evidente difformità della firma del cliente, sarebbe stato onere dell’operatore di sportello licenziato provare che il prelievo era avvenuto secondo le regole bancarie previste e che i beneficiari dello stesso erano stati il titolare del conto corrente o il suo delegato). (amv) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 22 febbraio 2010.




Lavoro – Lavoro subordinato – Diritti ed obblighi del datore e del prestatore di lavoro – In genere.

In tema di assistenza alle persone handicappate, il diritto del familiare lavoratore, che assiste con continuità un familiare od affine portatore di handicap, a non essere trasferito ad altra sede senza il suo consenso non può essere invocato ove il lavoratore versi in una situazione di incompatibilità ambientale. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili 09 luglio 2009.




Fallimento – Stato passivo – Opposizione – Credito per omesso versamento di contributi sindacali – Natura – Cessione del credito – Collocazione in privilegio.

Divieto di cessione della retribuzione da lavoro dipendente – Deroghe – Deleghe sindacali – Ammissibilità.


Il credito delle organizzazioni sindacali per omesso versamento dei contributi loro dovuti dal datore di lavoro in forza delle c.d. “deleghe” sindacali va ammesso allo stato passivo in privilegio ex art 2751 bis n. 1 codice civile, avendo queste natura di cessione parziale del credito retributivo. (fc) (riproduzione riservata)

Il disposto degli artt. 1 e 5 del D.P.R. 180/50, recante il divieto di cessione dei crediti derivanti da stipendi e salari, non osta alla piena validità ed efficacia delle cessioni relative alle trattenute sindacali in virtù della loro riconducibilità al novero delle eccezioni previste dalla legge ed in forza di una lettura sistematica di tali disposizioni con l’art. 52 del medesimo D.P.R.. Da un lato, infatti, deve ritenersi che la cedibilità di quote dello stipendio, nei casi di cui all’art. 52 DPR 180/50, incontri il solo limite quantitativo del quinto e degli altri requisiti (durata massima, natura dei rapporti di lavoro) ivi previsti, a prescindere dalla finalità perseguita con la cessione. Dall’altro, siffatta deroga al principio di incedibilità trova specifico fondamento positivo nell’art. 26 St. lavoratori in virtù della piena meritevolezza della libertà di proselitismo sindacale quale interesse di rango costituzionale sotteso a questo tipo di cessione fermi restandone, al contempo, la piena compatibilità con la ratio della riforma del citato D.P.R. (da individuarsi nella protezione del lavoratore dall’usura) ed il pieno rispetto del disposto di cui all’art. 36 Cost. (principio di sufficienza della retribuzione) per la normale, assoluta esiguità degli stessi contributi. (fc) (riproduzione riservata)
Tribunale Bologna 29 aprile 2009.




Lavoro – Cessazione del rapporto – Licenziamento illegittimo seguito da successivo licenziamento – Reintegrazione nel posto di lavoro basata sul primo licenziamento – Illegittimità.

Premesso che deve essere condiviso il principio enunciato dalla Corte di Cassazione, secondo il quale il licenziamento illegittimo non è idoneo ad estinguere il rapporto al momento in cui è stato intimato, determinando unicamente una sospensione della prestazione dedotta nel sinallagma, a causa del rifiuto del datore a ricevere la stessa, e non esclude che il datore di lavoro possa rinnovare il licenziamento (sent. 6055/2008), dalla illegittimità di un primo licenziamento non può conseguire l’ordine di reintegrazione del lavoratore qualora il rapporto di lavoro si sia risolto per effetto di un secondo licenziamento tempestivamente impugnato ma legittimo in quanto fondato su giustificato motivo oggettivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Milano 14 novembre 2008.




Lavoro subordinato – Trasferimento d’azienda – Trasferimento del titolo sportivo a in base alle Norme della FIGC – Conservazione dell’identità – Sussistenza – Trasferimento di beni immateriali – Irrilevanza – Inesistenza di rapporto contrattuale – Irrilevanza – Applicazione dell’art. 2112 cod. civ. – Prosecuzione del rapporto di lavoro subordinato – Sussistenza.

Il trasferimento del titolo sportivo da una società ad un'altra, attuato dalla FIGC ai sensi dell’art. 52 delle Norme FIGC, presuppone il mutamento di titolarità dell’attività economica organizzata preesistente e la conservazione in capo alla seconda società dell’identità della precedente, pur in assenza del trasferimento di beni materiali organizzati. Indipendentemente da un rapporto contrattuale diretto tra le due società, sussistono pertanto in ispecie i requisiti richiesti dall’art. 2112 cod. civ. per il trasferimento d’azienda, con conseguente applicazione del regime inderogabile previsto da tale norma a garanzia della prosecuzione del rapporto di lavoro e della conservazione dei diritti che ne derivano. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Torino 28 ottobre 2008.




Lavoro – Rapporto a tempo determinato – Disposizione transitoria concernente l’indennizzo per violazione di norme in materia di apposizione e proroga del termine – Limitazione ai giudizi in corso – Illegittimità costituzionale – Non manifesta infondatezza.

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 bis del d.lgs. 6 settembre 2001 n. 368, introdotto dall’art. 21, comma 1 bis, della legge 6 agosto 2008 n. 133, per contrasto con gli artt. 3 e 24, primo comma e 117, primo comma, della Costituzione, nella parte in cui prevede l’applicazione della nuova e peggiorativa disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato soltanto a coloro che sono parte in un giudizio in corso, indipendentemente dalla data di stipulazione del contratto. Appello Milano 28 ottobre 2008.




Attività sportiva dilettantistica – Remunerazione dell’atleta – Rapporto di lavoro sportivo – Sussistenza.

Attività sportiva – Divieto di tesseramento degli atleti stranieri under 23 – Violazione di libertà di attività economica – Discriminazione – Sussistenza.


Anche nell’ambito delle discipline sportive qualificate come dilettantistiche è configurabile un rapporto di lavoro sportivo quando l’attività dell’atleta sia remunerata e le somme allo stesso erogate non siano semplici rimborsi spese. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il divieto di tesseramento previsto dalla delibera FIPAV per gli atleti stranieri under 23 viola una libertà fondamentale in campo economico quale è quella di esercitare una attività lavorativa in condizioni di parità ed avendo tale divieto portata discriminatoria, alla fattispecie sarà applicabile l’azione contro la discriminazione di cui all’art. 44 del d. lgs. 286/98. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Trento 27 ottobre 2008.




Lavoro subordinato – Pulizia dei locali dell’impresa – Libertà di orario ed assenza di controllo e di direttive – Lavoro continuativo nell’ambito del potere organizzativo del datore di lavoro – Assenza di rischio – Compenso predeterminato nel quantum – Natura subordinata – Sussistenza.

Nonostante la concreta attività posta in essere dal lavoratore (di carattere non professionale ed estremamente semplice quale la pulizia dei locali dell’impresa) sia caratterizzata da una certa libertà - senza la necessità di un controllo datoriale e di direttive continuative - e non sia legata al rispetto di uno specifico orario, il rapporto deve comunque essere inquadrato nell’ambito della tipologia del lavoro subordinato ove si tratti di mansioni pur sempre eseguite in modo continuativo nell’ambito di un potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione dell’autonomia del lavoratore ed inserimento dello stesso nell'organizzazione aziendale, con assenza totale di rischio e pagamento del compenso in modo fisso e predeterminato nel quantum. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Savona 03 ottobre 2007.




Iscrizione a ruolo di crediti di enti previdenziali – Opposizione – Omessa indicazione nel ruolo delle motivazioni dell’accertamento – Irrilevanza.

Iscrizione a ruolo di crediti di enti previdenziali – Opposizione – Omessa motivazione delle motivazioni – Mezzo processuale – Opposizione agli atti esecutivi.

Contributi ad enti previdenziali – Gestione commercianti – Soci amministratori – Attività abituale e prevalente – Obbligo contributivo – Sussistenza.


La cartella esattoriale rappresenta solo il momento conclusivo dell’iter amministrativo, l’atto cioè mediante il quale l’ente accertatore dell’infrazione richiede a mezzo del concessionario la corresponsione degli importi dovuti a seguito dell’infrazione accertata. L’indicazione delle norme violate e, più nel dettaglio, le motivazioni che hanno indotto gli accertatori a ritenere la sussistenza della violazione sono contenute in altri atti, quali il verbale di accertamento dell’infrazione notificato e richiamato per relationem nella cartella. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Nel giudizio di opposizione contro i ruoli dei crediti degli enti previdenziali di cui all’art. 24 d.lgs. 46/1999, possono essere dedotti motivi inerenti il merito della pretesa e non questioni quali l’omessa motivazione delle somme richieste mediante il ruolo, che devono invece essere dedotte mediante l’opposizione di cui all’art. 617 cod. proc. civ.. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L’obbligo contributivo nella gestione commercianti, previsto dalla Legge n. 662/1996, sussiste anche in capo ai soci amministratori di società a responsabilità limitata, laddove l’attività da loro svolta rivesta il carattere dell’abitualità e della prevalenza e non si limiti a decisioni meramente gestionali che non determinano alcuna compartecipazione al lavoro aziendale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Savona 26 luglio 2007.




Fermo amministrativo di autoveicolo – Giurisdizione tributaria – Giudizi pendenti avanti all’A.G.O. – Revoca della sospensione della esecutorietà del fermo – Compensazione delle spese.

Dall’entrata in vigore dell’art. 35, comma 26 quinquies, del D.L. n. 223/2006 che, modificando l’art. 19, comma 1, del D.lgs. n. 546/1992, le impugnazioni che riguardano iscrizioni di ipoteca su beni immobili o fermo di beni mobili ex art. 86 d.p.r. n. 602/1973 appartengono alla giurisdizione tributaria e sono di competenza della Commissione Tributaria Provinciale. Da tale modifica normativa deriva la carenza di giurisdizione del giudice ordinario, il che giustifica la revoca della sospensione della provvisoria esecutorietà del fermo eventualmente disposta dallo stesso giudice e la compensazione delle spese nei giudizi avanti a lui pendenti. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Savona 20 marzo 2007.




Opposizione a cartella esattoriale – Sgravio della cartella successivo alla notifica del ricorso in opposizione – Regolamento delle spese processuali – Onere a carico dell’istituto convenuto.

Qualora lo sgravio della cartella esattoriale, basato sul riconoscimento della fondatezza delle ragioni dell’opponente, abbia luogo in data successiva alla notifica del ricorso ex art. 24 d.lgs. n. 46/1999, appare giustificato l’accollo all’istituto convenuto delle spese processuali nella misura del 50%. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Savona 18 dicembre 2006.



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