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(in ordine di data di pubblicazione su questa Rivista)


Imprenditore individuale volontariamente cancellatosi dal registro delle imprese e concordato preventivo

Fallimento - Imprenditore individuale cancellatosi volontariamente dal registro delle imprese - Dichiarazione di fallimento - Proposizione di istanza di ammissione al concordato preventivo - Inammissibilità - Fondamento

Il combinato disposto degli artt. 2495 c.c. e 10 l.fall. impedisce all'imprenditore individuale volontariamente cancellatosi dal registro delle imprese, di cui, entro l'anno dalla cancellazione, sia domandato il fallimento, di richiedere l'ammissione al concordato preventivo, trattandosi di procedura che, diversamente dal fallimento, caratterizzato da finalità solo liquidatorie, tende piuttosto alla risoluzione della crisi di impresa, sicché l'intervenuta e consapevole scelta di cessare l'attività imprenditoriale, necessario presupposto della cancellazione, preclude "ipso facto" l'utilizzo della procedura concordataria per insussistenza del bene al cui risanamento essa dovrebbe mirare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 febbraio 2020, n.4329.




Imprenditore individuale volontariamente cancellatosi dal registro delle imprese e concordato preventivo

Fallimento - Imprenditore individuale cancellatosi volontariamente dal registro delle imprese - Dichiarazione di fallimento - Proposizione di istanza di ammissione al concordato preventivo - Inammissibilità - Fondamento

Il combinato disposto degli artt. 2495 c.c. e 10 l.fall. impedisce all'imprenditore individuale volontariamente cancellatosi dal registro delle imprese, di cui, entro l'anno dalla cancellazione, sia domandato il fallimento, di richiedere l'ammissione al concordato preventivo, trattandosi di procedura che, diversamente dal fallimento, caratterizzato da finalità solo liquidatorie, tende piuttosto alla risoluzione della crisi di impresa, sicché l'intervenuta e consapevole scelta di cessare l'attività imprenditoriale, necessario presupposto della cancellazione, preclude "ipso facto" l'utilizzo della procedura concordataria per insussistenza del bene al cui risanamento essa dovrebbe mirare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 febbraio 2020, n.4329.




Azione revocatoria nei confronti del fallimento dell'acquirente, insinuazione al passivo e valutazione della pregiudiziale costitutiva

Azione revocatoria – In genere – Natura – Oggetto – Reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori – Rilevanza del bene oggetto dell’atto revocato – Finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale – Esclusione – Azione proposta nei confronti del fallimento dell'acquirente – Insinuazione al passivo – Rimessa al giudice delegato la delibazione della pregiudiziale costitutiva

Oggetto della domanda di revocatoria (ordinaria o fallimentare) non è il bene in sè, ma la reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori mediante l'assoggettabilità del bene a esecuzione;
Il bene dismesso con l'atto revocando viene in considerazione, rispetto all'interesse dei creditori dell'alienante, soltanto per il suo valore.
Ove l'azione costitutiva non sia stata dai creditori dell'alienante introdotta prima del fallimento dell'acquirente del bene che ne costituisce oggetto, essa stante l'intangibilità dell'asse fallimentare in base a titoli formati dopo il fallimento (cd. cristallizzazione) - non può essere esperita con la finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale, poichè giustappunto si tratta di un'azione costitutiva che modifica ex post una situazione giuridica preesistente.
In questo caso i creditori dell'alienante (e per essi il curatore fallimentare ove l'alienante sia fallito) restano tutelati nella garanzia patrimoniale generica dalle regole del concorso, nel senso che possono insinuarsi al passivo del fallimento dell'acquirente per il valore del bene oggetto dell'atto di disposizione astrattamente revocabile, demandando al giudice delegato di quel fallimento anche la delibazione della pregiudiziale costitutiva. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 24 giugno 2020, n.12476.




Azione revocatoria nei confronti del fallimento dell'acquirente, insinuazione al passivo e valutazione della pregiudiziale costitutiva

Azione revocatoria – In genere – Natura – Oggetto – Reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori – Rilevanza del bene oggetto dell’atto revocato – Finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale – Esclusione – Azione proposta nei confronti del fallimento dell'acquirente – Insinuazione al passivo – Rimessa al giudice delegato la delibazione della pregiudiziale costitutiva

Oggetto della domanda di revocatoria (ordinaria o fallimentare) non è il bene in sè, ma la reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori mediante l'assoggettabilità del bene a esecuzione;
Il bene dismesso con l'atto revocando viene in considerazione, rispetto all'interesse dei creditori dell'alienante, soltanto per il suo valore.
Ove l'azione costitutiva non sia stata dai creditori dell'alienante introdotta prima del fallimento dell'acquirente del bene che ne costituisce oggetto, essa stante l'intangibilità dell'asse fallimentare in base a titoli formati dopo il fallimento (cd. cristallizzazione) - non può essere esperita con la finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale, poichè giustappunto si tratta di un'azione costitutiva che modifica ex post una situazione giuridica preesistente.
In questo caso i creditori dell'alienante (e per essi il curatore fallimentare ove l'alienante sia fallito) restano tutelati nella garanzia patrimoniale generica dalle regole del concorso, nel senso che possono insinuarsi al passivo del fallimento dell'acquirente per il valore del bene oggetto dell'atto di disposizione astrattamente revocabile, demandando al giudice delegato di quel fallimento anche la delibazione della pregiudiziale costitutiva. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 24 giugno 2020, n.12476.




Reclamo contro la sentenza di fallimento e conseguenze della irrituale o mancata costituzione del reclamato

Dichiarazione di fallimento - Reclamo - Irrituale o mancata costituzione del reclamato - Conseguenze - Fattispecie

In tema di reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, in caso di irrituale costituzione o di mancata comparizione in udienza del reclamato il giudice, verificata la regolarità del contraddittorio, deve decidere il reclamo nel merito, non potendosi far discendere dalle predette circostanze il disinteresse processuale della parte a coltivare la domanda di fallimento. (Nella specie, la S.C. ha escluso che la mancata costituzione del P.G. presso la Corte d'appello comportasse la rinuncia all'istanza di fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 marzo 2020, n.7121.




Concordato con scissione e violazione delle norme sulla responsabilità patrimoniale del debitore

Concordato preventivo – Scissione – Esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore – Violazione di norme imperative – Fattibilità – Esclusione

Scissione – Opposizione dei creditori – Natura preclusiva dello strumento – Esclusione

La clausola della proposta di concordato preventivo che preveda un esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore è nulla per violazione di norme imperative e comporta la non fattibilità giuridica della proposta concordataria.
[Nel caso di specie, la proposta concordataria tendeva ad ottenere una sorta di "effetto purgativo" a favore del debitore, quale "alienante" di parti dell'azienda a mezzo scissione societaria, conservando alla scissa la gestione dell'impresa, nonché parte dei proventi ritraibili dal relativo esercizio, come pure la disponibilità dei beni non trasferiti alla scissionaria.]

Lo strumento dell'opposizione dei creditori alla scissione (ovvero pure alla fusione) si configura, nel sistema vigente, come rimedio aggiuntivo - non già preclusivo - degli altri e diversi rimedi che l'ordinamento viene a porre a tutela dei creditori dei soggetti partecipanti all’operazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 giugno 2020, n.11347.




Concordato con scissione e violazione delle norme sulla responsabilità patrimoniale del debitore

Concordato preventivo – Scissione – Esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore – Violazione di norme imperative – Fattibilità – Esclusione

Scissione – Opposizione dei creditori – Natura preclusiva dello strumento – Esclusione

La clausola della proposta di concordato preventivo che preveda un esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore è nulla per violazione di norme imperative e comporta la non fattibilità giuridica della proposta concordataria.
[Nel caso di specie, la proposta concordataria tendeva ad ottenere una sorta di "effetto purgativo" a favore del debitore, quale "alienante" di parti dell'azienda a mezzo scissione societaria, conservando alla scissa la gestione dell'impresa, nonché parte dei proventi ritraibili dal relativo esercizio, come pure la disponibilità dei beni non trasferiti alla scissionaria.]

Lo strumento dell'opposizione dei creditori alla scissione (ovvero pure alla fusione) si configura, nel sistema vigente, come rimedio aggiuntivo - non già preclusivo - degli altri e diversi rimedi che l'ordinamento viene a porre a tutela dei creditori dei soggetti partecipanti all’operazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 giugno 2020, n.11347.




Concordato con scissione e violazione delle norme sulla responsabilità patrimoniale del debitore

Concordato preventivo – Scissione – Esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore – Violazione di norme imperative – Fattibilità – Esclusione

Scissione – Opposizione dei creditori – Natura preclusiva dello strumento – Esclusione

La clausola della proposta di concordato preventivo che preveda un esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore è nulla per violazione di norme imperative e comporta la non fattibilità giuridica della proposta concordataria.
[Nel caso di specie, la proposta concordataria tendeva ad ottenere una sorta di "effetto purgativo" a favore del debitore, quale "alienante" di parti dell'azienda a mezzo scissione societaria, conservando alla scissa la gestione dell'impresa, nonché parte dei proventi ritraibili dal relativo esercizio, come pure la disponibilità dei beni non trasferiti alla scissionaria.]

Lo strumento dell'opposizione dei creditori alla scissione (ovvero pure alla fusione) si configura, nel sistema vigente, come rimedio aggiuntivo - non già preclusivo - degli altri e diversi rimedi che l'ordinamento viene a porre a tutela dei creditori dei soggetti partecipanti all’operazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 giugno 2020, n.11347.




Funzione assistenziale, compensativa e perequativa dell'assegno divorzile

Divorzio - Assegno in favore dell’ex coniuge - Funzione assistenziale, compensativa e perequativa - Fattispecie

L'assegno divorzile in favore dell'ex coniuge ha natura assistenziale, ma anche perequativo-compensativa, discendente direttamente dal principio costituzionale di solidarietà, che conduce al riconoscimento di un contributo volto non a conseguire l'autosufficienza economica del richiedente sulla base di un parametro astratto, bensì un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella vita familiare in concreto, tenendo conto in particolare delle aspettative professionali sacrificate, fermo restando che la funzione equilibratrice non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall'ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi. (In applicazione di questi principi la S.C. ha cassato con rinvio la decisione della corte di merito, in quanto, a fronte dell'adeguata valutazione dei redditi da lavoro dell'ex marito, non era stata operata alcuna quantificazione di quelli della ex moglie, essendo mancata anche la valutazione in ordine al contributo fornito dal coniuge economicamente più debole, alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale dell'altro coniuge). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 febbraio 2020, n.5603.




Contratti pendenti nel concordato preventivo: anticipazione bancaria contro cessione di credito e mandato all’incasso con patto di compensazione

Concordato preventivo – Autorizzazione (o diniego) allo scioglimento dei contratti pendenti – Effetti – Giudicato – Esclusione – Anticipazione bancaria contro cessione di credito – Mandato all’incasso ed annesso patto di compensazione

Il provvedimento di autorizzazione (o diniego) allo scioglimento dei contratti, a norma dell’art. 169-bis l. fall., non è destinato a produrre effetti di diritto sostanziale con efficacia di giudicato e ad incidere in modo definitivo su diritti soggettivi; di conseguenza, la parte non soddisfatta può adire il giudice e contestare la ritenuta sussistenza (o insussistenza) dei presupposti per lo scioglimento del contratto attraverso una domanda da proporsi nell’ambito di un giudizio a cognizione piena.
L’art. 169 bis l. fall., che consente al debitore proponente un concordato di chiedere al giudice delegato lo scioglimento dei contratti pendenti, è applicabile al contratto-quadro di anticipazione bancaria contro cessione di credito o mandato all’incasso ed annesso patto di compensazione, fino a quando la banca nell’anticipare al cliente l’importo dei crediti non ancora scaduti vantati da quest’ultimo nei confronti dei terzi, non abbia ancora raggiunto il tetto massimo convenuto tra le parti. L’art. 169 bis l. fall. è inapplicabile alla singola operazione di anticipazione bancaria in conto corrente contro cessione di credito o mandato all’incasso con annesso patto di compensazione, ancora in corso al momento dell’apertura del concordato, avendo la banca, con l’erogazione della anticipazione, già compiutamente eseguito la propria prestazione. Il collegamento negoziale e funzionale esistente tra il contratto di anticipazione bancaria ed il mandato all’incasso con patto di compensazione, che consente alla banca di incamerare i riversare in conto corrente le somme derivanti dall’incasso dei singoli crediti del proprio cliente nei confronti di terzi, dando luogo ad un unico rapporto negoziale, determina l’applicazione della c.d. compensazione impropria tra i reciproci debiti e crediti della banca con il cliente e la conseguente inoperatività del principio di “cristallizzazione” dei crediti, rendendo, pertanto, del tutto irrilevante che l’attività di incasso della banca sia svolta in epoca successiva all’apertura della procedura di concordato preventivo. (Edoardo Staunovo-Polacco) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 15 giugno 2020, n.11524.