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ISSN 2282-1317

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Decisioni di Merito


Condizioni di ammissibilità dell’esecuzione presso il domicilio di una pena detentiva non superiore a diciotto mesi

Ordinamento penitenziario - Istituti di prevenzione e di pena - Misure alternative alla detenzione - Sospensione dell'esecuzione ai sensi dell'art. 656 c.p.p. - Esecuzione presso il domicilio di pena detentiva non superiore a diciotto mesi - Richiesta al Magistrato di Sorveglianza - Inammissibilità - Mancata presentazione al Tribunale di Sorveglianza di istanza di misure alternative o rigetto dell'istanza stessa - Nuova sospensione dell'esecuzione ai sensi dell'art. 1 L. N. 100 del 2010 - Necessità - Esecuzione presso il domicilio di pena detentiva non superiore a diciotto mesi - Richiesta al Magistrato di Sorveglianza - Ammissibilità

Emesso il decreto di sospensione dell’esecuzione della pena ai sensi dell’art. 656, comma 5, c.p.p., la richiesta al magistrato di sorveglianza di esecuzione presso il domicilio di una pena detentiva non superiore a diciotto mesi è ammissibile solo in caso di mancata presentazione al tribunale di sorveglianza di istanza di misura alternativa o in caso di rigetto (o dichiarazione di inammissibilità) di quell’istanza da parte del tribunale di sorveglianza, previa ulteriore sospensione dell’esecuzione della pena ai sensi dell’art. 1, comma 3, l. n. 199 del 2010. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria 04 ottobre 2019.




Conflitto tra misure di prevenzione (confisca) trascritte e titolo proprietario costituito retroattivamente con sentenza ex art. 2932 c.c.

Contratto preliminare di vendita – Decreto di confisca – Sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c. – Effetto retroattivo – Buona fede

Le misure di prevenzione trascritte successivamente al contratto preliminare e all’azione giudiziaria ex art. 2932 c.c. non sono opponibili al proprietario, il cui titolo risulta sancito irrevocabilmente con sentenza costitutiva avente efficacia retroattiva – ex tunc – a far data dalla trascrizione del preliminare di vendita (cfr. Cass. S,U., 16 settembre 2015, n. 18131). (Marco Buraggi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 02 ottobre 2019.




Violazione dei diritti fondamentali dei detenuti (art. 3 CEDU) e rimedi risarcitori

Ordinamento penitenziario - Istituti di prevenzione e di pena - Violazione dei diritti fondamentali dei detenuti - Violazione dell'art. 3 CEDU - Rimedi risarcitori - Art. 35 ter O.P. - Questione sulla attualità del pregiudizio dedotto - Carattere preliminare rispetto alla questione sulla irretroattività della norma (Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950, art. 3; l. 4 agosto 1955, n. 848, ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, art. 1; l. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, artt. 35-bis, 35-ter, 69)

Ordinamento penitenziario - Istituti di prevenzione e di pena - Violazione dei diritti fondamentali dei detenuti - Violazione dell'art. 3 CEDU - Rimedi risarcitori - Art. 35 ter O.P. - Questione sulla attualità del pregiudizio dedotto - Carattere preliminare rispetto alla questione sulla irretroattività della norma - Conseguenze (Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950, art. 3; l. 4 agosto 1955, n. 848, ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, art. 1; l. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, artt. 35-bis, 35-ter, 69)

Impugnazione - Motivi specifici - Mancanza - Inammissibilità originaria dell'impugnazione - Conseguenze - Irrevocabilità della statuizione non validamente impugnata (Cod. proc. pen., artt. 581, 591, 609, 666; l. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, artt. 35-bis, 35-ter, 69)

La questione sulla “attualità” o meno del pregiudizio dedotto con la domanda ex art. 35-ter O.P. ha carattere logicamente preliminare rispetto a quella sulla “retroattività” o meno di tale norma.

Il provvedimento dichiarativo dell’inammissibilità della domanda ex art. 35-ter O.P. per ritenuta irretroattività della norma presuppone logicamente l’esclusione dell’attualità del pregiudizio dedotto quale condizione dell’azione ex art. 35-ter cit.

Il decreto dichiarativo dell’inammissibilità della domanda ex art. 35-ter O.P. per ritenuta irretroattività della norma, se impugnato per un motivo (nella fattispecie: la non necessaria attualità del pregiudizio dedotto) privo di correlazione con la motivazione (nella fattispecie: l’irretroattività dell’art. 35-ter O.P.) posta a fondamento di quel decreto, determina l’inammissibilità originaria dell’impugnazione e, con essa, il passaggio in giudicato della statuizione non validamente impugnata (nella fattispecie: la declaratoria di inammissibilità della domanda per ritenuta irretroattività dell’art. 35-ter O.P.). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Alessandria 27 luglio 2019.




I principi di diritto nella sentenza del Processo Aemilia

Successione di leggi penali - Concorso di persone nel reato - Contributo del concorrente esauritosi prima della entrata in vigore di una nuova norma incriminatrice o sanzionatoria - Disciplina applicabile - Disciplina vigente al momento di perfezionamento del reato - Conseguenze in tema di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro

Abuso di ufficio - Violazione di legge o di regolamento -Art. 97 Cost. - Contenuto - Dovere di imparzialità - Rilevanza

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Organizzazioni delocalizzate e "mafie atipiche" - Prova della capacità di intimidazione - Contenuto

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Costituzione di una nuova struttura - Forza di intimidazione - Contenuto - Esternazione - Modalità - Necessità di atti di minaccia o violenza - Esclusione

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Partecipazione all'associazione - Prova del vincolo associativo - Contenuto

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Partecipazione all'associazione - Prova del vincolo associativo - Consumazione di un solo reato fine o condotte non integranti reato - Rilevanza - Condizioni

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Prova del vincolo associativo - Partecipazione a riti di affiliazione

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Prova del vincolo associativo - Frequentazioni e contatti con soggetti affiliati al sodalizio criminale - Rilevanza - Limiti - Utilizzabilità come riscontri - Condizioni

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Prova del vincolo associativo - Atti formali o prove di ingresso - Necessità - Esclusione

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Ruolo di promotore - Nozione

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Ruolo di direzione - Nozione

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Ruolo di organizzatore - Nozione

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Circostanze aggravanti - Disponibilità di armi - Concorso con i reati di detenzione e porto di armi - Sussistenza - Fondamento

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Circostanze aggravanti - Disponibilità di armi - Configurabilità a carico del partecipante - Condizioni - Prova

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Circostanze aggravanti - Finanziamento delle attività economiche con il provento di delitti - Necessaria provenienza delittuosa di tutti i finanziamenti - Esclusione - Fondamento

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Circostanze aggravanti - Finanziamento delle attività economiche con il provento di delitti - Necessario mantenimento effettivo del controllo sulle attività - Esclusione - Fondamento

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Circostanze aggravanti - Finanziamento delle attività economiche con il provento di delitti - Natura oggettiva - Conseguenze per i singoli associati

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Circostanze aggravanti - Finanziamento delle attività economiche con il provento di delitti - Rapporti con la fattispecie di cui all'art. 512 bis c.p. - Differenze - Concorso - Possibilità

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Concorso "esterno" - Configurabilità - Fondamento

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Concorso "esterno" - Distinzione tra partecipe e concorrente eventuale

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Concorso "esterno" - Elemento psicologico - Dolo diretto - Oggetto

Associazione per delinquere di stampo mafioso - Concorso "esterno" - Imprenditore "colluso" e Imprenditore "vittima" - Nozioni

Trasferimento fraudolento di valori -Natura di reato istantaneo con effetti permanenti - Sussistenza - Consumazione - Conseguenze in tema di dies a quo della prescrizione

Trasferimento fraudolento di valori - Elementi costitutivi - Necessario accertamento della concreta capacità elusiva - Esclusione

Trasferimento fraudolento di valori - Tentativo - Configurabilità

Trasferimento fraudolento di valori - Elemento oggettivo

Trasferimento fraudolento di valori - Condotta di assunzione della qualità di socio occulto - Rilevanza - Condizioni

Trasferimento fraudolento di valori - Elemento soggettivo

Trasferimento fraudolento di valori - Elemento soggettivo - Accertamento

Trasferimento fraudolento di valori - Elemento soggettivo - Dolo specifico - Prova

Trasferimento fraudolento di valori - Circostanze aggravanti - Aggravante del metodo mafioso (art. 416 bis.1 c.p.) - Configurabilità - Fattispecie in tema di intestazione fittizia di attività imprenditoriale

Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro - Bene giuridico protetto - Status di uomo libero

Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro - Rapporti con altri reati - Concorso con il delitto di estorsione - Configurabilità

Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico - Abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio - Fatto commesso da pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio abilitato per ragioni diverse da quelle che legittimano l'accesso - Rilevanza

Rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio - Notizie d'ufficio che devono rimanere segrete - Nozione

Estorsione - Elemento oggettivo - Minaccia - Caratteristiche

Estorsione - Elemento oggettivo - Caratteristiche

Estorsione - Assenza di minacce esplicite - Accertamento dell'idoneità della condotta - Modalità

Estorsione - Elemento oggettivo - Capacità di resistenza della vittima - Irrilevanza

Estorsione - Esercizio arbitrario delle proprie ragioni - Criterio distintivo - Elemento psicologico - Rilevanza - Gravità della violenza o della minaccia - Caratteristica qualificante dell'estorsione - Esclusione - Fondamento

Esercizio arbitrario delle proprie ragioni - Reato proprio esclusivo o di mano propria - Soggetto attivo - Titolarità del preteso diritto - Necessità - Concorso di persone nel reato - Conseguenze - Configurabilità del delitto di estorsione

Estorsione - Incarico di riscossione di crediti conferito a soggetto appartenente ad una associazione mafiosa - Configurabilità del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni - Esclusione - Fondamento

Usura - Patto usurario - Successiva violenza o minaccia - Concorso con il reato di estorsione

Usura - Reato a condotta frazionata o a consumazione prolungata - Intervento di terzi estranei all'accordo usurario per la riscossione dei crediti illeciti - Responsabilità a titolo di concorso nel reato - Sussistenza

Ricettazione, riciclaggio ed impiego di beni di provenienza illecita - Elementi distintivi

Impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita - Attività economiche e finanziarie - Nozione - Rinvio a norme civilistiche - Limiti

Impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita - Attività economiche e finanziarie - Necessaria dissimulazione della provenienza illecita - Esclusione - Fondamento

Riciclaggio e illecito reimpiego - Reato presupposto - Associazione di tipo mafioso - Concorso di reati in capo all'associato con riferimento ai proventi del delitto associativo - Configurabilità - Esclusione

Furto - Appropriazione indebita - Elementi distintivi - Autonomo potere dispositivo sulla cosa

Aggravante ex art. 416 bis. 1 C.P. - Finalità di agevolazione dell'organizzazione mafiosa - Configurabilità - Perseguimento di un vantaggio personale - Esclusione - Concorrente finalità di agevolazione dell'organizzazione mafiosa - Sussistenza

Aggravante ex art. 416 bis. 1 C.P. - Finalità di agevolazione dell'organizzazione mafiosa - Natura soggettiva - Conseguenze

Aggravante ex art. 416 bis. 1 C.P. - Metodo mafioso - Riferibilità allo specifico fatto delittuoso - Necessità - Elementi costitutivi - Forza intimidatrice - Desumibilità dalle caratteristiche soggettive del reo - Esclusione

Aggravante ex art. 416 bis. 1 C.P. - Metodo mafioso - Condotta esercitata da una sola persona - Sufficienza - Fondamento

Aggravante ex art. 416 bis. 1 C.P. - Finalità di agevolazione dell'organizzazione mafiosa - Necessaria realizzazione di tale finalità - Esclusione - Conseguenze - Applicabilità al tentativo di reato

Aggravante ex art. 416 bis. 1 C.P. - Finalità di agevolazione dell'organizzazione mafiosa - Dolo specifico - Soggetto estraneo al sodalizio criminoso - Applicabilità - Condizioni

Aggravante ex art. 416 bis. 1 C.P. - Finalità di agevolazione dell'organizzazione mafiosa - Applicabilità al delitto ex art. 512 bis c.p. - Elemento soggettivo - Riferibilità all'associazione - Necessità - Agevolazione del singolo associato - Irrilevanza

Aggravante della transnazionalità - Art. 4 legge 16/3/2006, n. 146 - Contributo - Definizione - Apporto causale alla consumazione del delitto -- Reato transnazionale ex art. 3, comma 1, lett. c), legge n. 146 del 2006 - Implicazione - Nozione

Prove - Mezzi di prova - Documenti - Prova documentale - Sentenza non irrevocabile - Acquisizione e utilizzabilità - Condizioni

Prove - Mezzi di ricerca della prova - Intercettazioni di conversazioni o comunicazioni - Conversazioni contenenti dichiarazioni autoaccusatorie - Valore di prova piena - Sussistenza

Prove - Mezzi di ricerca della prova - Intercettazioni di conversazioni o comunicazioni - Prova del contenuto delle intercettazioni - Trascrizione - Necessità - Esclusione - Deposizione testimoniale - Legittimità - Ragioni

Prove - Chiamata di correo - Riscontri esterni - Associazione per delinquere ex art 416 bis c.p. - Oggetto

Prove - Istruzione dibattimentale - Esame dei testimoni - Contestazioni - Acquisizione delle dichiarazioni predibattimentali nel fascicolo per il dibattimento - Condizioni - Minaccia al testimone - Accertamento - Criteri - Utilizzabilità delle massime di esperienza - Fattispecie in tema di processo per associazione di stampo mafioso

Prove - Associazione a delinquere di stampo mafioso - Utilizzazione dei risultati di indagini storico-sociologiche - Condizioni

La legge 26 ottobre 2016, n. 199 - nell'estendere la punibilità anche al datore di lavoro - non ha introdotto una modifica alla normativa previgente, bensì una nuova norma incriminatrice di condotta precedentemente punita soltanto a titolo di concorso ex art. 110 c.p. nel delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro commesso da terzi; ne consegue, stante il divieto di applicazione retroattiva della legge penale, l'applicazione in giudizio della precedente norma incriminatrice, al momento di realizzazione della condotta.

Il principio di imparzialità dell'azione amministrativa - uno dei tre pilastri, insieme a legalità e a buon andamento, dello statuto costituzionale dell'amministrazione pubblica ex art. 97 Cost. - implica il divieto di favoritismi e l'obbligo di identico trattamento di tutti i soggetti portatori di interessi tutelati; trattandosi di norma immediatamente precettiva nell'orientamento delle condotte del pubblico ufficiale, la sua violazione assume rilievo anche ai fini della configurabilità del reato ex art. 323 c.p.

Ai fini della integrazione del delitto di cui all'art. 416 bis c.p., occorre accertare in capo al sodalizio una capacità di intimidazione effettiva e attuale nonché obbiettivamente riscontrabile e in grado di piegare la volontà di quanti vengano a contatto con i suoi componenti.

In tema di associazione a delinquere di stampo mafioso, rispetto ai nuovi gruppi nati per diaspora da associazioni tradizionali è necessario accertare la dimensione effettiva e riscontrabile del metodo mafioso, i cui indicatori fattuali possono identificarsi nelle modalità con cui sono commessi i delitti-scopo, nel profilo organizzativo, nella disponibilità di armi e nel rapporto con altre associazioni operanti sul territorio, purché detti indici denotino la sussistenza delle caratteristiche di stabilità e di organizzazione e dimostrino la reale capacità di intimidazione del vincolo associativo e la condizione di omertà e di assoggettamento che ne deriva; pertanto, non è necessario che la forza di intimidazione sia esternata attraverso specifici atti di minaccia e violenza, potendosi essa desumere anche dal compimento di atti che, sebbene non violenti, siano evocativi della esistenza attuale della fama criminale dell'associazione.

La partecipazione all'associazione mafiosa può essere provata attraverso indicatori fattuali dai quali, sulla base di attendibili regole di esperienza attinenti propriamente al fenomeno della criminalità di stampo mafioso, possa logicamente inferirsi l'appartenenza, purché si tratti di indizi gravi e precisi quali i comportamenti tenuti nelle pregresse fasi di osservazione e prova, l'affiliazione rituale, l'investitura e la qualifica di uomo d'onore, la commissione di delitti-scopo, oppure di significativi "facta concludentia" idonei, senza alcun automatismo probatorio, a dare la sicura dimostrazione della costante permanenza del vincolo in riferimento allo specifico periodo temporale considerato dall'imputazione.

Allo scopo di dimostrare la sussistenza del delitto di cui all'art. 416 bis c.p. o la commissione di delitti-fine in concorso con soggetti appartenenti al sodalizio o con modalità mafiose o posti in essere per agevolare il gruppo organizzato è sufficiente la commissione di un solo reato-fine e può assumere rilievo anche una condotta di per sé non integrante reato, ma evocativa dell'inserimento organico nel tessuto organizzativo del sodalizio o di peculiare rilievo per la vita e l'attività della consorteria o dimostrativa di vicinanza e solidarietà all'esponente di vertice di essa.

In tema di associazione a delinquere di stampo mafioso, costituiscono comportamento concludente - idoneo, sul piano logico, a costituire indizio di intraneità al sodalizio criminale - la presenza e la partecipazione attiva ad una cerimonia di affiliazione, non potendosi ragionevolmente ritenere che il rito di affiliazione o di conferimento di un grado gerarchico all'interno di un'organizzazione mafiosa possa essere officiato in presenza di soggetti estranei.

In tema di associazione a delinquere di stampo mafioso, la mera frequentazione di soggetti affiliati al sodalizio criminale per motivi di parentela, amicizia o rapporti d'affari ovvero la presenza di occasionali o sporadici contatti in occasione di eventi pubblici e in contesti territoriali ristretti non costituiscono elementi di per sé sintomatici dell'appartenenza all'associazione, ma possono essere utilizzati come riscontri da valutare ai sensi dell'art. 192, comma 3, c.p.p., quando risultino qualificati da abituale o significativa reiterazione e connotati dal necessario carattere individualizzante.

Per la partecipazione all'associazione a delinquere di stampo mafioso non occorrono atti formali o il superamento di particolari prove d'ingresso, il quale può avvenire in modi molto diversi e anche solo mediante l'approvazione del capo all'inclusione dell'adepto, sicché la mancanza di un formale riconoscimento dell'inserimento nell'organizzazione criminosa non esclude che il partecipe sia di fatto in essa inserito e contribuisca con il suo comportamento ai fini dell'associazione.

In tema di associazione a delinquere di stampo mafioso, è promotore è colui che, all'interno di un gruppo criminoso originariamente non qualificato, abbia prestato un contributo particolarmente importante alla formazione e al consolidamento dell'apparato strutturale-strumentale mafioso, ovvero colui che, in un sodalizio mafioso già costituito, abbia concorso ad accrescerne la potenzialità e a diffonderne il programma associativo.

In tema di associazione a delinquere di stampo mafioso, il ruolo di direzione compete a chi occupa un ruolo apicale, amministra, impartisce direttive, ha poteri di iniziativa e decisionali, dovendosi avere riguardo non tanto all'importanza del ruolo che l'associato ha assunto all'interno del sodalizio, bensì alle funzioni concretamente esercitate, riconoscibili e riconosciute nell'ambito del sodalizio e, se svolte a livello locale, dalle strutture gerarchicamente sovraordinate.

In tema di associazione a delinquere di stampo mafioso, il ruolo di organizzatore compete a chi, per rendere l'associazione più efficace ed adeguata al conseguimento dei propri scopi, compie attività di coordinamento del contributo degli affiliati, di adeguamento delle strutture e delle regole di comportamento, di fissazione di tempi e modalità per la realizzazione degli obiettivi sociali, di fornitura di mezzi e anche a chi esplica attività tesa precipuamente al razionale impiego delle risorse e delle strutture associative.

L'aggravante di cui all'art. 416 bis, commi 4 e 5, c.p. è integrata dalla mera disponibilità di armi da parte dell'associazione, indipendentemente dal fatto che essa configuri anche le ipotesi delittuose di porto e detenzione di armi, sia perché la disponibilità non necessariamente corrisponde all'attuale ed effettiva detenzione (e tantomeno al porto), sia perché essa può riguardare perfino armi legalmente detenute, con la conseguenza che l'associazione mafiosa armata non è un reato complesso nel quale possono restare assorbiti l'illegale detenzione o porto di armi.

L'aggravante di cui all'art. 416 bis, comma 4, c.p. (disponibilità di armi) è configurabile a carico di ogni partecipe che, pur non avendone effettiva consapevolezza, ignori per colpa il possesso di armi da parte degli associati, per l'accertamento del quale ben può assumere rilievo il fatto notorio della detenzione di strumenti di offesa in capo ad un determinato sodalizio mafioso, a condizione che detta detenzione sia desumibile da indicatori concreti - quali fatti di sangue ascrivibili al sodalizio o risultanze di titoli giudiziari, intercettazioni, dichiarazioni o altre fonti - di cui il giudice deve specificamente dare conto nella motivazione del provvedimento.

Per configurare l'aggravante di cui all'art. 416 bis, comma 6, c.p. non è necessario che l'attività imprenditoriale mafiosa venga finanziata interamente con fondi provenienti da delitti, perché la predetta norma prevede anche il finanziamento di tipo "misto", derivante "in parte" dai proventi delittuosi e, per il resto, dalla gestione formalmente lecita.

Per configurare l'aggravante di cui all'art. 416 bis, comma 6, c.p. non è necessario che il controllo sulle attività economiche sia effettivamente assunto o mantenuto, ma solo che il finanziamento alimentato dalle fonti di provenienza illecita risulti idoneo a conseguire tale risultato.

La circostanza aggravante di cui all'art. 416 bis, comma 6, c.p. non va riferita alla condotta del singolo partecipe, bensì all'attività del sodalizio criminoso nel suo complesso, costituendone una delle connotazioni oggettive; perciò, l'aggravante è configurabile a carico di tutti i componenti del sodalizio mafioso, purché possa affermarsi che essi erano a conoscenza dell'avvenuto reimpiego ovvero che lo ignoravano per colpa o per errore determinato da colpa, dovendosi ascrivere a questa l'ignoranza di un sodale riguardo ad operazioni di reinvestimento regolarmente o frequentemente realizzate dall'associazione.

La circostanza aggravante di cui all'art. 416 bis, comma 6, c.p. si differenzia dalla fattispecie di cui all'art. 512 bis c.p. (trasferimento fraudolento di valori) e può concorrere con essa in quanto - mentre la prima figura è integrata dal reinvestimento dei proventi illeciti dell'organizzazione criminale in attività economiche delle quali il sodalizio intende assumere o mantenere il controllo e non implica la necessaria interposizione di soggetti terzi - ai fini della configurabilità della seconda occorre una condotta di interposizione fittizia soggettiva nella titolarità di un bene e non è richiesto che il cespite sia di provenienza illecita e "mafiosa".

Il concorso esterno in associazione di tipo mafioso non è un istituto di creazione giurisprudenziale, ma è previsto e punito in forza della generale funzione incriminatrice dell'art. 110 c.p. - il quale estende l'ambito delle fattispecie penalmente rilevanti anche al soggetto che non abbia posto in essere la condotta tipica, ma abbia comunque fornito un contributo atipico, causalmente rilevante e consapevole - e trova testuale conferma nella fattispecie incriminatrice dell'art. 418, comma 1, c.p., configurabile soltanto "fuori dei casi di concorso nel reato".

È concorrente esterno il soggetto che, non inserito stabilmente nella struttura organizzativa dell'associazione e privo dell'affectio societatis, fornisce un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo, sempre che questo esplichi un'effettiva rilevanza causale - e quindi si configuri come condizione necessaria per la conservazione o il rafforzamento delle capacità operative dell'associazione ovvero di un suo particolare settore di attività o articolazione territoriale - e sia diretto alla realizzazione, anche parziale, del programma criminoso del sodalizio. La condotta associativa implica, invece, la conclusione di un pactum sceleris fra il singolo e l'organizzazione criminale in forza del quale il primo rimane stabilmente a disposizione della seconda per il perseguimento dello scopo sociale con la volontà di appartenere al gruppo, che lo include nella propria struttura anche per facta concludentia e senza necessità di manifestazioni formali o rituali.

In tema di concorso esterno, l'agente - pur sprovvisto della volontà di far parte dell'associazione e, dunque, del dolo specifico proprio del partecipe - deve essere consapevole dei metodi e dei fini della stessa, a prescindere dalla condivisione, avversione, disinteresse o indifferenza per siffatti metodi e fini e rendersi conto dell'efficacia causale della sua attività di sostegno per la conservazione o il rafforzamento dell'associazione: si deve dunque rappresentare, nella forma del dolo diretto, l'utilità del contributo fornito alla societas sceleris ai fini della realizzazione, anche parziale, del programma criminoso.

Deve ritenersi "imprenditore colluso" e, cioè, concorrente esterno colui che, senza essere inserito nella struttura organizzativa del sodalizio criminale e privo della affectio societatis, è entrato in un rapporto sinallagmatico con l'associazione tale da produrre vantaggi per entrambi i contraenti, consistenti, per l'imprenditore, nell'imporsi nel territorio in posizione dominante e, per il sodalizio criminoso, nell'ottenere risorse, servizi o utilità; è "imprenditore vittima", invece, quello che, soggiogato dall'intimidazione, non tenta di venire a patti con il sodalizio, ma cede all'imposizione e subisce il relativo danno ingiusto, limitandosi a perseguire un'intesa volta a limitare tale danno.

Il delitto di trasferimento fraudolento di valori, avente natura di reato istantaneo con effetti permanenti, si consuma, qualora la condotta criminosa si articoli in una pluralità di attribuzioni fittizie, nel momento in cui viene realizzato il conferimento di un'apprezzabile signoria sulla res, sicché il permanere della situazione antigiuridica, conseguente alla condotta criminosa, rappresenta un dato non eccedente l'ambito di un post-fatto non punibile ovvero di un pre-fatto di per sé penalmente neutro, che può diventare penalmente rilevante solo in costanza della prova certa e rigorosa di un collegamento di consequenzialità tra esso. Ne discende, in punto di prescrizione, che il dies a quo del termine prescrizionale inizia a decorrere dalla prima delle intestazioni fraudolente e non anche dall'ultima e, inoltre, che non può ravvisarsi la continuazione tra plurime intestazioni succedutesi nel tempo in relazione al medesimo bene.

Ai fini della configurabilità del reato di trasferimento fraudolento di valori ex art. 512 bis c.p. è sufficiente l'accertamento dell'attribuzione fittizia ad altri della titolarità o della disponibilità di denaro, beni o altre utilità, senza che al giudice sia anche richiesto l'apprezzamento della concreta capacità elusiva dell'operazione patrimoniale accertata, trattandosi di situazione estranea agli elementi costitutivi del fatto incriminato.

È astrattamente ipotizzabile il tentativo del delitto di trasferimento fraudolento di valori in tutti i casi in cui il risultato finale della fittizia intestazione o dell'attribuzione in disponibilità non si verifichi per circostanze o cause indipendenti dalla volontà dell'agente.

Per la configurabilità del delitto di trasferimento fraudolento di valori di cui all'art. 512 bis c.p. assume rilevanza penale ogni condotta che determini, consapevolmente, una situazione di apparenza giuridica, di difformità tra titolarità formale e titolarità di fatto di un determinato compendio patrimoniale, pur se non inquadrabile entro tipici modelli civilistici: per la realizzazione dell'effetto finale penalmente rilevante - costituito dalla scissione tra titolarità o disponibilità formali e rapporto reale del potere di fatto sul bene - il legislatore non ha inteso formalizzare i meccanismi attraverso i quali può realizzarsi l' "attribuzione fittizia", né ricondurre la definizione di "titolarità" o "disponibilità" a schemi tipizzati di carattere civilistico, dovendosi piuttosto procedere ad un apprezzamento coordinato ed unitario che tenga conto delle evoluzioni che la storia dei singoli beni può aver subito.

Integra il delitto di trasferimento fraudolento di valori di cui all'art. 512 bis c.p. la condotta di chi, per eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale, acquista la qualità di socio occulto in una società già esistente, partecipando alla gestione e agli utili derivanti dall'attività imprenditoriale.

Il dolo specifico del reato previsto dall'art. 512 bis c.p. consiste nel fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione e ben può essere configurato non solo quando sia già in atto la procedura di prevenzione ma anche prima che la detta procedura sia intrapresa, quando l'interessato possa fondatamente presumerne l'inizio.

L'accertamento della finalità di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione di cui all'art. 512 bis c.p. richiede un globale apprezzamento dell'operazione negoziale che ne illumini l'effettivo significato, così da evitare di confondere lo scopo elusivo con trasferimenti patrimoniali funzionali ad obbiettivi diversi da quello normativamente descritto, come l'evasione o l'elusione fiscale.

Per dimostrare il dolo specifico richiesto dall'art. 512 bis c.p. occorre fornire la prova che l'intestazione è finalizzata ad eludere la normativa in tema di prevenzione patrimoniale, sicché solo la totale inconsapevolezza della finalità elusiva da parte del destinatario del trasferimento fraudolento, concorrente necessario, esclude la sussistenza dell'elemento soggettivo in capo a quest'ultimo.

L'aggravante prevista dall'art.416 bis.1 c.p. attiene all'agevolazione dell'associazione di stampo mafioso, ausilio che può estrinsecarsi anche rispetto alla condotta punita dall'art. 512 bis c.p., se svolta in favore delle risorse personali o materiali dell'organizzazione, della quale consente l'attività o il mantenimento funzionale; infatti, la fattispecie aggravante e quella incriminatrice non sono in rapporto né di continenza né di sovrapponibilità, avendo diversi ambiti di applicazione e tutelando differenti interessi giuridici, e perciò possono concorrere tra loro. (Nella specie l'occultamento giuridico dell'attività imprenditoriale di un soggetto, attraverso la fittizia intestazione ad altri, era funzionale a incrementare la forza del sodalizio di stampo mafioso, determinando un accrescimento della sua posizione sul territorio attraverso il controllo di un'attività economica).

L'art. 603 bis c.p. (intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro) non protegge una forma particolare di manifestazione della libertà del singolo, bensì lo status di uomo libero e, cioè, il complesso delle manifestazioni che si riassumono in tale stato, la cui negazione incide sullo svolgimento della personalità dell'individuo.

La clausola di sussidiarietà prevista dall'art. 603 bis c.p., pur limitando l'applicabilità della fattispecie incriminatrice, non impedisce la sua applicazione nei casi di violazioni meramente formali della normativa giuslavoristica oppure non caratterizzate dagli elementi costituivi delle fattispecie limitrofe della riduzione in schiavitù (art. 600 c.p.), della tratta di persone (art. 601 c.p.), dell'acquisto o alienazione di schiavi (art. 602 c.p.), oppure in ipotesi non caratterizzate da condotte di violenza o minaccia tipiche del reato di estorsione ex art. 629 c.p. o in cui le condotte violente o minatorie non incidano in nessun modo sul bene giuridico della libertà, integrità e dignità del lavoratore, limitandosi a cagionare lesioni meramente patrimoniali; ne consegue che, nei ristretti limiti indicati, è configurabile il concorso tra il reato di estorsione e quello di cui all'art. 603 bis c.p.

Integra il delitto previsto dall'art. 615 ter, comma 2, n. 1, c.p. la condotta del pubblico ufficiale o dell'incaricato di un pubblico servizio che, pur essendo abilitato e pur non violando le prescrizioni formali impartite dal titolare di un sistema informatico o telematico protetto per delimitarne l'accesso, accede o si mantiene nel sistema per ragioni estranee alla funzione o al servizio o comunque diverse rispetto a quelle per le quali la facoltà di accesso gli è attribuita.

In tema di rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio ex art. 326 c.p., le informazioni che devono rimanere segrete non sono solo quelle di cui è tutelata in assoluto la divulgazione, ma anche quelle la cui diffusione è vietata dalle norme sul diritto di accesso e che, dunque, possono essere acquisite esclusivamente attraverso precise modalità di accesso.

La minaccia costitutiva del delitto di estorsione - oltre che palese, esplicita e determinata - può essere manifestata in modi e forme differenti e, cioè, in maniera implicita, larvata, indiretta ed indeterminata, essendo sufficiente che la stessa sia idonea ad incutere timore e a coartare la volontà del soggetto passivo, in relazione alle circostanze concrete, alla personalità dell'agente, alle condizioni soggettive della vittima e alle condizioni ambientali in cui questa opera.

In tema di estorsione, l'idoneità causale degli atti e la univocità della loro destinazione devono essere valutate ex ante, considerando tutte le modalità e le circostanze effettive e concrete della fattispecie, dalle connotazioni storiche del fatto alle sue effettive implicazioni, sia in riferimento alla posizione dell'autore della condotta che a quella del suo interlocutore, nonché il significato del linguaggio e del messaggio alla stregua delle abitudini locali.

In mancanza di minacce esplicite, per integrare il delitto di estorsione l'idoneità della condotta rispetto all'ingiusto risultato deve essere apprezzata avendo riguardo alle sue concrete modalità, alla personalità sopraffattrice del soggetto agente, alle circostanze ambientali, all'ingiustizia del profitto e alle particolari condizioni soggettive della vittima.

Ai fini della valutazione della idoneità di una minaccia estorsiva è priva di rilievo la capacità di resistenza dimostrata, dopo la formulazione della minaccia, dalla vittima.

Il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona e quello di estorsione, pur caratterizzati da un elemento oggettivo non esattamente sovrapponibile, si distinguono in relazione all'elemento psicologico del reato in quanto nel primo l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella convinzione non meramente astratta ed arbitraria, ma ragionevole, anche se infondata, di esercitare un suo diritto, ovvero di soddisfare personalmente una pretesa che potrebbe formare oggetto di azione giudiziaria, mentre nel secondo l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella consapevolezza della sua ingiustizia; al contrario, l'elevata intensità o gravità della violenza o della minaccia non è di per sé elemento caratterizzante dell'estorsione, dato che anche l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni può essere aggravato dall'uso di armi, ma costituisce indice sintomatico del dolo di estorsione.

Il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sia con violenza sulle cose che sulle persone, rientra, diversamente da quello di estorsione, tra i cosiddetti reati propri esclusivi o di mano propria, perciò configurabili solo se la condotta tipica è posta in essere da colui che ha la titolarità del preteso diritto; ne deriva che, in caso di concorso di persone nel reato, solo ove la condotta tipica di violenza o minaccia sia posta in essere dal titolare del preteso diritto è configurabile il concorso di un terzo estraneo nell'esercizio arbitrario delle proprie ragioni mentre, qualora la condotta sia realizzata da un terzo che agisca su mandato del creditore, essa può assumere rilievo soltanto ai sensi dell'art. 629 c.p..

Integra il delitto di estorsione e non quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni la condotta del creditore che incarichi della riscossione non un qualunque terzo, bensì un soggetto che egli sa appartenere ad un'organizzazione criminale che fa dell'intimidazione il proprium del suo illecito agire, poiché il conferimento di un vero e proprio "mandato estorsivo" denota la volontà prevaricatrice caratteristica del reato ex art. 629 c.p. e ciò rende nullo, per illiceità della causa e per contrarietà a norme imperative, ogni atto negoziale volto a conferire apparente legittimità all'attività di recupero credito, pur se esercitata con formali incarichi di riscossione del credito o con cessioni del credito stesso.

Il delitto di estorsione concorre con quello di usura, a condizione che la violenza o la minaccia, assenti al momento della stipula del patto usurario, siano esercitate ed impiegate in un momento successivo per ottenere il pagamento dei pattuiti interessi o degli altri vantaggi.

Il delitto di usura si configura come reato a condotta frazionata o a consumazione prolungata perché i pagamenti effettuati dalla persona offesa in esecuzione del patto usurario compongono il fatto lesivo penalmente rilevante; ne consegue che rispondono a titolo di concorso nel reato i terzi, estranei all'accordo originario, che intervengono dando impulso alla procedura esecutiva per il recupero dei crediti rimasti inadempiuti e per il conseguimento dell'illecito vantaggio usurario dagli stessi preteso.

Commette il solo delitto di impiego di beni di provenienza illecita, nel quale rimangono assorbiti quelli di ricettazione e di riciclaggio, colui che realizza, in un contesto unitario caratterizzato sin dall'origine dal fine di reimpiego dei beni in attività economiche o finanziarie, le condotte tipiche di tutte e tre le fattispecie menzionate; conseguentemente, qualora dopo la loro ricezione o sostituzione, i beni di provenienza illecita siano oggetto, sulla base di una autonoma e successiva determinazione volitiva, di reimpiego, tale condotta deve ritenersi un mero post factum non punibile dei reati di ricettazione o di riciclaggio in forza della clausola di sussidiarietà contenuta nell'art. 648 ter c.p..

Ai dell'art. 648 ter c.p. la nozione di "attività economica o finanziaria" è desumibile dagli artt. 2082, 2135 e 2195 c.c. e si riferisce non solo all'attività produttiva in senso stretto, ma anche all'attività di scambio e di distribuzione dei beni nel mercato del consumo, nonché ad ogni altra attività economica riconducibile a quelle menzionate nelle citate disposizioni civilistiche, fermo restando che il rinvio alle corrispondenti definizioni è meramente descrittivo e non recettizio, dato che non è richiesto, per la consumazione del reato, il concorrente requisito della professionalità, dato che la violazione penale è integrata anche dal reimpiego di una modesta somma di denaro o da condotte occasionali.

Ai fini dell'art. 648 ter c.p. la condotta di impiego, nozione atecnica comprensiva di qualsiasi forma di utilizzazione e/o di investimento dei beni illeciti, non richiede attività dissimulatorie, volte cioè ad ostacolare l'individuazione o l'accertamento della provenienza illecita dei beni, in quanto la fattispecie è orientata in via principale a tutelare il fisiologico sviluppo del mercato che deve essere preservato dall'inquinamento che deriva dall'immissione di capitali illeciti.

Non è configurabile il concorso fra i delitti di cui agli artt. 648 bis o 648 ter c.p. e quello di associazione mafiosa, quando la contestazione di riciclaggio o reimpiego nei confronti dell'associato abbia ad oggetto denaro, beni o utilità provenienti proprio dal delitto di associazione mafiosa, in quanto la commissione del delitto ex art. 416 bis c.p. è di per sé idonea a generare ricchezza illecita, rientrando tra gli scopi del sodalizio criminoso anche quello di trarre vantaggi o profitti da attività illecite per mezzo del metodo mafioso.

Integra il delitto di furto ex art. 624 c.p. e non già quello di appropriazione indebita la condotta del dipendente di una ditta di trasporti che sottragga la merce a lui affidata, atteso che le operazioni materiali di cui è incaricato (trasporto, deposito, conservazione e consegna) non gli conferiscono sui beni affidatigli quell'effettivo potere di autonoma disponibilità che è invece presupposto necessario ai fini dell'integrazione del reato di appropriazione indebita.

L'aggravante di cui all'art. 416 bis.1. c.p. non è configurabile quando l'agente persegue esclusivamente lo scopo di trarre un vantaggio personale dal fatto criminoso, mentre va riconosciuta quando a quella finalità si accompagna anche l'intento di favorire l'interesse della cosca beneficiata.

La circostanza aggravante della finalità di agevolazione dell'attività di un'associazione di tipo mafioso, prevista dall'art. 416 bis.1 c.p., ha natura soggettiva, essendo basata su una particolare motivazione a delinquere e sulla specifica direzione finalistica del dolo e della condotta; ne consegue che tale circostanza è applicabile a ciascun concorrente nel delitto, anche a partecipazione necessaria, solo previo accertamento che il medesimo abbia agito con lo scopo di agevolare l'attività di un'associazione di tipo mafioso, o, comunque, abbia fatto propria tale finalità.

Per la configurabilità della circostanza aggravante di cui all'art. 416 bis.1 c.p., è necessario l'effettivo ricorso al metodo mafioso in relazione allo specifico fatto delittuoso oggetto di giudizio e, dunque, un comportamento oggettivamente idoneo ad esercitare sulle vittime del reato la particolare coartazione psicologica evocata dalla norma menzionata, ossia una condotta specificamente evocativa della forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo, la quale, anche quando il delitto si consumi in territori dove è notoria la presenza di associazioni criminali di cui all'art. 416 bis c.p., non può essere desunta dalle mere caratteristiche soggettive (collegamento con contesti di criminalità organizzata o "caratura mafiosa") di chi agisce.

L'aggravante cosiddetta del "metodo" o della "agevolazione" mafiosa ricorre anche se la condotta in cui essa si concreta è stata esercitata da un solo soggetto e non da una pluralità di persone, essendo sufficiente che il soggetto passivo percepisca la provenienza della minaccia e dell'intimidazione da più individui, in quanto ciò determina ex se un maggiore effetto intimidatorio.

La circostanza aggravante di cui all'art. 416 bis.1 c.p., per avere commesso il delitto allo scopo di agevolare l'attività di associazione di stampo mafioso, non richiede che il fine particolare perseguito sia anche in qualche modo realizzato e, conseguentemente, essa è applicabile anche al tentativo di reato.

La circostanza aggravante di cui all'art. 416 bis.1 c.p., per avere commesso il delitto allo scopo di agevolare l'attività di associazione di stampo mafioso, richiede il dolo specifico dell'agente e può qualificare anche la condotta di chi, senza essere organicamente inserito in un'associazione mafiosa, offre un contributo al perseguimento dei suoi fini, sempre che tale comportamento risulti assistito, sulla base di elementi indiziari o sintomatici, da una cosciente e univoca finalizzazione agevolatrice del sodalizio criminale.

Per la configurabilità della circostanza aggravante di cui all'art. 416 bis.1 c.p. in relazione al delitto di intestazione fittizia ex art. 512 bis c.p. occorre che la finalità di agevolare l'attività di associazione di stampo mafioso costituisca l'obiettivo diretto della condotta di intestazione fittizia e, cioè, che l'attività economica gestita da esponenti del sodalizio mafioso o, comunque, da persone ad esso legate, sia funzionale agli interessi dell'organizzazione criminale; al contrario, l'aggravante non si può configurare quando l'attività occulta serve gli interessi di un singolo associato, sia pure posizionato a livello di vertice nella cosca, o se quest'ultima possa trarre un vantaggio soltanto indiretto dall'agevolazione del singolo compartecipe.

Per configurare l'aggravante di cui all'art. 4 della legge n. 146 del 2006 occorre accertare un "contributo" e, cioè, un apprezzabile, concreto ed effettivo apporto causale al delitto, mentre il riferimento alla "implicazione" contenuto nell'art. 3, comma 1, lett. c), della medesima legge riguarda un mero coinvolgimento del gruppo criminale.

Le sentenze non passate in giudicato rappresentano documenti utilizzabili come prova solo per i fatti documentali in esse rappresentati, ma non anche per la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove in esse contenute. Non è tuttavia precluso al giudice che si avvalga degli elementi di prova acquisiti al processo, di ripercorrere i percorsi valutativi tracciati in quelle sentenze, fermo restando il dovere di sottoporre gli elementi di prova di cui legittimamente dispone ad autonoma valutazione critica, secondo la regola generale prevista dall'art. 192, comma 1, c.p.p.

Le dichiarazioni autoaccusatorie captate nel corso di attività di intercettazione hanno integrale valenza probatoria, non trovando applicazione al riguardo gli artt. 62 e 63 c.p.p., sicché l'ammissione di circostanze indizianti fatta spontaneamente dall'indagato nel corso di una conversazione legittimamente intercettata non è assimilabile alle dichiarazioni da lui rese dinanzi all'autorità giudiziaria o alla polizia giudiziaria e le registrazioni e i verbali delle conversazioni non sono riconducibili alle testimonianze de relato su dichiarazioni dell'indagato, in quanto integrano la riproduzione fonica o scritta delle dichiarazioni stesse.

Il contenuto delle conversazioni intercettate può essere provato anche mediante deposizione testimoniale, non essendo necessaria la trascrizione delle registrazioni nelle forme della perizia, atteso che la prova è costituita dalla bobina o dalla cassetta e che l'art. 271, comma 1, c.p.p. non richiama la previsione dell'art. 268, comma 7, c.p.p. tra le disposizioni la cui inosservanza determina l'inutilizzabilità e che la mancata trascrizione non è espressamente prevista né come causa di nullità, né è riconducibile alle ipotesi di nullità di ordine generale tipizzate dall'art. 178 c.p.p.

Ai fini della prova dei reati in materia di associazione per delinquere di stampo mafioso, le dichiarazioni dei collaboratori o l'elemento di riscontro individualizzante non devono necessariamente riguardare singole attività attribuite all'accusato, poiché il thema decidendum riguarda la condotta di partecipazione o direzione, con stabile e volontaria compenetrazione del soggetto nel tessuto organizzativo del sodalizio, e, quindi, il "fatto" da dimostrare non è il singolo comportamento dell'associato ma la sua appartenenza al sodalizio. Conseguentemente, la mera frequentazione di soggetti affiliati al sodalizio criminale per motivi di parentela, amicizia o rapporti d'affari ovvero la presenza di occasionali o sporadici contatti in occasione di eventi pubblici e in contesti territoriali ristretti non costituiscono elementi di per sé sintomatici dell'appartenenza all'associazione, ma possono essere utilizzati come riscontri da valutare ai sensi dell'art. 192, comma 3, c.p.p., quando risultino qualificati da abituale o significativa reiterazione e connotati dal necessario carattere individualizzante.

Ai fini dell'acquisizione al fascicolo per il dibattimento delle dichiarazioni predibattimentali del testimone ai sensi dell'art. 500, comma 4, c.p.p., gli elementi raccolti nel dibattimento devono raggiungere un quantum di consistenza non coincidente né con il mero sospetto né con la prova "al di là di ogni ragionevole dubbio", essendo al contrario sufficienti emergenze indiziarie che - in base a parametri di ragionevolezza, plausibilità logica e persuasività - appalesino l'esistenza di una situazione che ha compromesso la genuinità dello esame testimoniale; a tale scopo possono essere impiegate le massime di esperienza che individuano la sussistenza di elementi concreti e specifici nel contesto sociale e nell'ambiente criminale, capace di esercitare una forte influenza intimidatoria. (Nella specie, in cui si procedeva per il reato di cui all'art. 416 bis c.p., la compromissione della genuinità del teste è stata desunta dai riferimenti alla necessità di badare all'interesse dei propri familiari e all'esigenza di continuare a vivere in ambienti ostili e caratterizzati dalla pervasiva presenza di associazioni mafiose).

Ai fini della decisione su fatti di criminalità di stampo mafioso, il giudice deve tenere conto anche dei risultati di indagini storico-sociologiche, le quali costituiscono strumenti di interpretazione delle risultanze probatorie e devono essere valutate con prudente apprezzamento e rigida osservanza del dovere di motivazione, vagliando la loro effettiva idoneità ad essere assunte ad attendibili massime di esperienza, fermo restando il dovere di accertamento della fattispecie concreta oggetto del giudizio in base alle prove raccolte. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Reggio Emilia 10 luglio 2019.




Usura e sospensione dei termini di scadenza

Denuncia querela con riguardo ad ipotesi usura bancaria - Istanza per l’ottenimento del “provvedimento di sospensione dei termini art. 20, co. 7, L. 44/99 come modif. dall’art. 2, co. 1, lett. d) n. 1), L. n. 3/2012 e dall’art. 38 bis D.L. 4 ottobre 2018 n. 113 (convertito in legge 1 dicembre 2018 n. 132)” - Ammissibilità in caso di superamento dei tassi-soglia ex l. 108/96

Considerato che il predetto procedimento penale ha riguardo ad una ipotesi di usura bancaria in relazione ad un contratto di mutuo e che gli esponenti in sede di denuncia querela hanno allegato consulenze di parte e relazioni tecniche da cui emerge che nel corso del predetto rapporto è stato applicato un tasso di interesse superiore al tasso soglia di riferimento, sicché è ipotizzabile nel caso specifico il fumus del reato di cui all’art. 644 c.p. e per cui visto l’art. 20, commi 7 e 7-bis, L. 44/99 nel testo introdotto dall’art. 2, comma 1, lett. d) n. 1), L. n. 3/2012 nonché l’art. 38 bis D.L. 4 ottobre 2018 n. 113 (convertito in legge 1 dicembre 2018 n. 132) dispone la sospensione dei termini di scadenza degli adempimenti amministrativi e per il pagamento dei ratei dei mutui bancari ed ipotecari, nonché di ogni altro atto (decreti ingiuntivi, pignoramenti ecc.) e procedure aventi efficacia esecutiva per la durata di due anni. (Emanuele Argento) (riproduzione riservata) Tribunale Teramo 27 giugno 2019.




Domanda risarcimento dei danni non patrimoniali subiti da un ente locale in conseguenza di atti criminosi di corruzione e concussione

Procedimento civile – Difetto di giurisdizione del G.O. – Efficacia della sentenza penale di condanna generica al risarcimento dei danni – Liquidazione del danno all’immagine di un ente locale

La domanda di risarcimento dei danni non patrimoniali subiti da un ente locale in conseguenza di atti criminosi di corruzione e concussione compiuti da componenti dell’amministrazione pubblica, amministratori di imprese aggiudicatrice di appalti ed appartenenti a clan camorristici va inquadrata nella categoria del danno all’immagine e, pertanto, va dichiarato il difetto di giurisdizione del G.O. in favore della Corte dei Conti esclusivamente nei confronti di amministratori e dipendenti condannati per reati contro la p.a. accertati con sentenza passata in giudicato.

La ripetizione di numerosi comportamenti delittuosi in un determinato arco temporale, univocamente finalizzati a conseguire il controllo degli appalti pubblici comunali ed a trarre da ciò vantaggi economici ed altre utilità, postula che il danno all’immagine subito dal comune è stato causato dall’insieme di essi e non dai singoli episodi sicché  i convenuti vanno ritenuti responsabili in solido ex art. 2055 c.c.

La sentenza penale irrevocabile contenente una condanna generica al risarcimento dei danni ha efficacia di giudicato nel successivo giudizio civile di liquidazione dei danni limitatamente ai soli fatti materiali sicché è onere del danneggiato provare l’effettiva esistenza di danni e l’entità degli stessi ( V. Cassazione civile, sez. III, 14 febbraio 2019, n. 4318). Pertanto la liquidazione del danno all’immagine, in mancanza di allegazione e prova, da parte dell’attore, delle somme o delle altre utilità economiche concretamente percepite dai dipendenti ed amministratori che avrebbero reso possibile utilizzare il criterio previsto dall’art. 1-sexies della L. n. 20/1994, deve avvenire in via equitativa applicando i parametri (gravità dell’illecito, collocazione dell’autore nella struttura amministrativa, dimensioni territoriali dell’ente, diffusione della notizia dell’illecito nella comunità ecc.) elaborati dalla giurisprudenza contabile. (V. Corte Conti, sez. riun., 23 aprile 2003, n. 10). (Stefano Vitale) (riproduzione riservata)
Tribunale Torre Annunziata 03 giugno 2019.




Vendita in sede esecutiva di bene fatto oggetto di sequestro e informazioni al mercato

Espropriazione forzata - Procedura esecutiva immobiliare - Vendita - Beni oggetto di successivo sequestro - Informazione al mercato

Nella procedura esecutiva immobiliare che riguardi un bene sul quale intervenga, medio tempore, un sequestro ex comb. disp. artt. 240 c.p. e 321, comma 2, c.p.p., può essere autorizzata la vendita, a ciò non ostando la adozione (e la trascrizione, purché successiva alla trascrizione del pignoramento o all’iscrizione dell’ipoteca) del sequestro di cui si è detto.

Nell’ottica di una completa informazione del mercato tale vendita andrà autorizzata con alcune “cautele”, relative alla opportunità di una esplicita richiesta del creditore di procedere malgrado la riscontrata criticità, alla necessità di monitorare lo sviluppo del parallelo procedimento penale ed a quella di informare adeguatamente il pubblico dei potenziali interessati della relativa pendenza, allorché si proceda perciò alla formazione degli avvisi di vendita. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli Nord 02 giugno 2019.




Sequestro di bene già oggetto di pignoramento, principi e finalità della normativa

Garanzia patrimoniale - Pignoramento - Sequestro di bene già oggetto di pignoramento - Principi e regole

In relazione al sequestro ex art. 240 c.p., letto in combinato disposto con l’art. 321, comma 2, c.p.p., che interessi un bene già oggetto di pignoramento, vanno affermati i seguenti principi:

-non può trovare applicazione in via analogica l’art. 55, d.lgs. n. 159 del 2011, atteso che – al di fuori di una scelta legislativa esplicita nel senso della equiparazione alla stessa di altre fattispecie - la ratio della norma si connette a doppio filo con la esigenza – che è specifica della c.d. lotta alla criminalità organizzata e quindi settoriale – di estromettere un bene o un complesso di beni dalla circolazione giuridica (il che trova conferma nella prevista possibilità di colpire con tale misura anche fenomeni di intestazione fittizia: v. art. 26, Codice antimafia).
Si tratta di una esigenza preventiva più intesa di quella (propria delle confische “ordinarie” e quindi dei sequestri alle stesse strumentali) di privare puramente e semplicemente il reo della disponibilità del bene e la cui esportazione al di fuori del contesto di riferimento (salva sempre restando una diversa scelta del legislatore) costituirebbe una operazione interpretativa errata;

-non può trovare applicazione l’art. 623 c.p.c., che presuppone una disposizione che determini l’effetto sospensivo di cui il Giudice debba prendere atto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli Nord 02 giugno 2019.




Il fideiussore è liberato se viene accertata l’usura bancaria

Contratti bancari – Usura – Accertamento in sede civile – Obbligo di trasmissione deglli atti al PM – Sussiste – Liberazione dei fideiussori – Affermazione

In caso di condotta oggettivamente usuraria della banca, non solo vanno trasmessi gli atti al PM per verificare la sussistenza del delitto di usura bancaria, ma risultano sollevati dall’obbligazione di garanzia anche i fideiussori che hanno opposto il dolo della condotta usuraria quale eccezione che blocca la possibilità di agire nei loro confronti a prima richiesta sulla base della sola contabilità bancaria. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Benevento 23 aprile 2019.




Reato di falsa fatturazione e soglie di punibilità: la pronuncia della Corte Costituzionale

IVA - Reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto - questione di legittimità costituzionale - Infondatezza

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale (sollevata dal Tribunale ordinario di Palermo con ordinanza del 13 luglio 2017) in riferimento all’art. 3 della Costituzione dell’art. 2 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), «nella parte in cui non prevede che la condotta delittuosa ivi descritta sia punibile quando, congiuntamente: a) l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, ad euro trentamila; b) l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi fittizi, è superiore al cinque per cento dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o comunque, superiore ad euro un milione cinquecentomila, ovvero qualora l’ammontare complessivo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell’imposta, è superiore al cinque per cento dell’ammontare dell’imposta medesima o comunque a euro trentamila». (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 18 aprile 2019.




Vendita di immobili di interesse artistico: l’alienante deve notificare allo Stato tutti gli atti di provenienza

Compravendita - Immobiliare - Beni di interesse artistico - Diritto pubblico di prelazione - Omessa denuncia da parte del venditore - Facoltà di denuncia dell’acquirente - Affermazione - Pluralità di cessioni - Sufficienza della denuncia dell’atto più recente - Esclusione - Omessa denuncia - Inefficacia della vendita per l’ente prelazionario -  Affermazione

La tardiva denuncia ai sensi dell'articolo 59 D.Lgs. 42/2004 è finalizzata a consentire l'esercizio del diritto di prelazione per una finalità pubblicistica. Nell'esercizio della propria valutazione l'ente pubblico non considera solo il bene immobile in quanto tale e la potenziale funzionalità ad uno scopo istituzionale, ma valorizza anche il prezzo della cessione. Ne consegue che nell'ipotesi in cui il bene sia venduto più volte a condizioni economiche diverse, ogni atto dovrà essere notificato anche tardivamente, non potendo la notifica dell'ultimo atto dispositivo sanare l'omissione rispetto al trasferimento precedente.

L'obbligo di pubblicazione grava sull’alienante, ma allorchè il bene sia trasferito a terzi l'obbligazione inadempiuta non può che trasferirsi sul soggetto individuato in base all’atto di provenienza ovvero sul soggetto direttamente interessato. Nell'ipotesi di decesso o rifiuto del soggetto tenuto alla dichiarazione tardiva, questa può essere fatta dall'acquirente. L'atto stipulato in assenza della dovuta denuncia allo Stato per l'eventuale esercizio del diritto di prelazione è inefficace nei confronti del prelazionario. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Ferrara 18 aprile 2019.




La confisca per equivalente non può attuarsi su beni appresi alla procedura concorsuale

Reati tributari - Confisca per equivalente - Su somme assoggettate a procedura concorsuale - Ammissibilità - Esclusione

Il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di cui all'art 12 bis d.lgs. 10 marzo 2000 n.74 non può essere adottato sui beni già assoggettati alla procedura fallimentare, in quanto la dichiarazione di fallimento importa il venir meno del potere di disporre del proprio patrimonio in capo al fallito.

Ai sensi dell'articolo 19 D.P.R. 231/2001, attraverso l'affidamento della gestione dell'impresa e dell'amministrazione del patrimonio ai commissari giudiziali, con la sentenza dichiarativa di insolvenza, e ai commissari straordinari, a seguito del relativo decreto di nomina, non può che registrarsi in capo all'imprenditore dichiarato insolvente il medesimo effetto, ovvero la perdita della disponibilità dei bene e quindi lo spossessamento. Non sono pertanto suscettibili di confisca i beni nella piena disponibilità della procedura concorsuale ex D.Lgs. 270/99. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Potenza 18 aprile 2019.




Omicidio stradale e lesioni personali stradali gravi o gravissime: la revoca della patente non è l’unica sanzione

Nuovo codice della strada - Omicidio stradale - Lesioni personali stradali gravi o gravissime - revoca della patente di guida - Facoltà del giudice di applicare la sospensione

E’ costituzionalmente illegittimo l’art. 222, comma 2, quarto periodo, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui non prevede che, in caso di condanna, ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’art. 444 del codice di procedura penale, per i reati di cui agli artt. 589-bis (Omicidio stradale) e 590-bis (Lesioni personali stradali gravi o gravissime) del codice penale, il giudice possa disporre, in alternativa alla revoca della patente di guida, la sospensione della stessa ai sensi del secondo e terzo periodo dello stesso comma 2 dell’art. 222 cod. strada allorché non ricorra alcuna delle circostanze aggravanti previste dai rispettivi commi secondo e terzo degli artt. 589-bis e 590-bis cod. pen.;

E’ inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 222, comma 3-ter, cod. strada, sollevata dal Tribunale ordinario di Torino, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, con l’ordinanza indicata in epigrafe;

Non sono fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 590-quater cod. pen., inserito dall’art. 1, comma 2, della legge 23 marzo 2016, n. 41 (Introduzione del reato di omicidio stradale e del reato di lesioni personali stradali, nonché disposizioni di coordinamento al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e al decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, e 27 Cost., dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale ordinario di Roma e dal Tribunale ordinario di Torino, con le ordinanze indicate in epigrafe. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 17 aprile 2019.




Incostituzionale l’abrogazione della competenza del giudice di pace per l’esecuzione delle pene pecuniarie?

Esecuzione - Pena pecuniaria - Applicata dal Giudice di Pace - Insolvibilità del condannato - Conversione in lavoro di pubblica utilità o permanenza domiciliare - Competenza - Giudice di pace - Esclusione - Magistrato di sorveglianza - Sussistenza - Questione di legittimità costituzionale (Cost., artt. 3, 76, 97, 111; cod. proc. pen., art. 660; d. lgs. 28 agosto 2000 n. 274, disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'articolo 14 della legge 24 novembre 1999 n. 468, art. 42; d.p.r. 30 maggio 2002 n. 115, testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, artt. 238-bis, 299)  (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n. 35 del 28-8-2019)

Sono rilevanti e non manifestamente infondate:
la questione di legittimità costituzionale dell’art. 299 del d. lgs.30 maggio 2002 n. 113 (trasfuso nel d.p.r. 30 maggio 2002 n. 115) nella parte in cui ha abrogato l’art. 42 del d. lgs. 28 agosto 2000 n. 274 (in base al quale la conversione delle pene pecuniarie inflitte dal giudice di pace è disposta dal giudice di pace competente per l’esecuzione),  per violazione dell’art. 76 Cost.;

e, in via “indotta” dall’eventuale accoglimento della prima, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 238-bis del d.p.r. 30 maggio 2002 n. 115 nella parte in cui (commi 2, 5, 6 e 7), facendo riferimento al giudice competente per il procedimento  di conversione delle pene pecuniarie per insolvibilità del debitore, parla specificamente  di “magistrato di sorveglianza competente”  anziché genericamente di “giudice competente”,  per violazione dell’art. 3 Cost. (principio di ragionevolezza e canone di razionalità), dell’art. 97, comma 2, Cost. (principio del buon andamento dell’amministrazione della giustizia) e dell’art. 111, comma 2, Cost. (principio della ragionevole durata del processo). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Alessandria 16 aprile 2019.




La CEDU sanziona l’Italia che ha aver inflitto la pena del carcere per la diffamazione a mezzo stampa (caso Sallusti)

 

(c) “Necessary in a democratic society”

(i) General principles

51. The general principles concerning the necessity of an interference with freedom of expression are summarised in the cases of Morice v. France [GC], no. 29369/10, §§ 124-139, ECHR 2015 and Belpietro (cited above, §§ 47-54).

52. In particular, the Court points out that the test of “necessity in a democratic society” requires it to determine whether the interference complained of corresponded to a “pressing social need”, whether the reasons adduced by the national authorities to justify the interference were “relevant and sufficient” and whether the sanction imposed was “proportionate to the legitimate aim pursued” (see Belpietro, cited above, §§ 49-50).

(ii) Application of the above principles to the present case

53. In the instant case the national courts found that the content of the articles had led to misinformation of the public, having given false information despite the clarifications disseminated the day prior to their publication. In addition, in the courts’ view, the applicant had seriously tarnished G.C.’s honour and his right to privacy, as well as that of all those involved.

54. The Court sees no reason to depart from the above findings.

55. In particular, it cannot consider arbitrary or manifestly erroneous the assessment carried out by the national authorities, according to which the articles published by the applicant had attributed behaviour to G.C. involving a misuse of his official powers. Moreover, the Court observes that the case involved a minor and also contained defamatory statements against the parents and the doctors.

56. In addition, the Court agrees with the Government that the applicant failed to observe the ethics of journalism by reporting information without first checking its veracity.

57. Furthermore, the Court points out, as it has previously held (see Belpietro, cited above, §§ 58-59), that the head of a newspaper cannot be exempted from his duty to exercise control over the articles published therein and bears responsibility for their content.

58. In the light of the foregoing considerations, and having regard to the margin of appreciation left to the Contracting States in such matters, the Court finds that the domestic authorities were entitled to consider it necessary to restrict the exercise of the applicant’s right to freedom of expression and that his conviction for defamation and omesso controllo accordingly met a “pressing social need”. What remains to be determined is whether the interference at issue was proportionate to the legitimate aim pursued, in view of the sanctions imposed.

59. Although sentencing is in principle a matter for the national courts, the Court considers the imposition of a custodial sentence for a media-related offence, albeit suspended, compatible with journalists’ freedom of expression as guaranteed by Article 10 of the Convention can only be in exceptional circumstances, notably where other fundamental rights have been seriously impaired, as, for example, in the case of hate speech or incitement to violence (see, Cumpănă and Mazăre v. Romania, [GC], no. 33348/96, § 115, ECHR 2004-XI). In this connection, the Court notes the recent legislative initiatives by the Italian authorities aimed, in line with the recent rulings of the Court against Italy, at limiting the use of criminal sanctions for defamation, and introducing, as a notable positive step, the removal of imprisonment as a sanction for defamation (see paragraph 29).

60. In the present case, unlike in Belpietro and Ricci (Ricci v. Italy, no. 30210/06, §§ 59-61, 8 October 2013), the applicant, in addition to being ordered to pay compensation to the magistrate concerned, actually spent twenty-one days under house arrest before the intervention of the President of the Italian Republic (see paragraphs 21-24 above).

61. In this connection, it may be relevant to note that in two similar cases (see Belpietro, cited above, §§ 61-63, and Ricci, cited above, §§ 59-61) the imposition of a custodial sentence (although suspended) led the Court to find a violation of Article 10. In particular, in Belpietro, the applicant, the then editor-in-chief of the newspaper Il Giornale, had been accused of defamation for omitting to exercise the necessary control over an article published by another person in the newspaper. On that occasion the Court held that a prison sentence could only be justified if there were exceptional circumstances, that not being the case since it concerned a lack of control in connection with defamation.

62. The Court considers that, in the circumstances of the instant case, there was no justification for the imposition of a prison sentence. Such a sanction, by its very nature, will inevitably have a chilling effect (see, mutatis mutandis, Kapsis and Danikas v. Greece, no. 52137/12, § 40, 19 January 2017). The fact that the applicant’s prison sentence was suspended does not alter that conclusion, considering that the individual commutation of a prison sentence into a fine is a measure subject to the discretionary power of the President of the Italian Republic. Furthermore, while such an act of clemency dispenses convicted persons from having to serve their sentence, it does not expunge their conviction (see paragraph 26 above; see also Cumpănă and Mazăre v. Romania, cited above, § 116, and Marchenko v. Ukraine, no. 4063/04, § 52, 19 February 2009).

63. The foregoing considerations are sufficient to enable the Court to conclude that the criminal sanction imposed on the applicant was manifestly disproportionate in its nature and severity to the legitimate aim invoked.

64. The Court concludes that the domestic courts in the instant case went beyond what would have amounted to a “necessary” restriction on the applicant’s freedom of expression. The interference was thus not “necessary in a democratic society”.

65. Accordingly, there has been a violation of Article 10 of the Convention. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Europea dei Diritti dell'Uomo 07 marzo 2019.




Utilizzo fraudolento o abusivo delle norme del diritto dell’Unione e esenzione dalla ritenuta alla fonte per i dividendi corrisposti da una società residente in uno Stato membro ad una società residente in un altro Stato membro

Rinvio pregiudiziale – Ravvicinamento delle legislazioni – Regime fiscale comune applicabile alle società capogruppo e controllate di Stati membri diversi – Direttiva 90/435/CEE – Esenzione degli utili distribuiti da società di uno Stato membro a società di altri Stati membri – Beneficiari effettivi degli utili distribuiti – Abuso – Società stabilita in uno Stato membro distributrice di dividendi ad una società collegata stabilita in un altro Stato membro, successivamente trasferiti, interamente o quasi, al di fuori del territorio dell’Unione europea – Controllata soggetta all’obbligo di applicazione di ritenuta alla fonte sugli utili

Il principio generale del diritto dell’Unione secondo cui i singoli non possono avvalersi fraudolentemente o abusivamente delle norme del diritto dell’Unione, dev’essere interpretato nel senso che, a fronte di pratiche fraudolente o abusive, le autorità ed i giudici nazionali devono negare al contribuente il beneficio dell’esenzione dalla ritenuta alla fonte sugli utili distribuiti da una controllata alla propria società madre, di cui all’articolo 5 della direttiva 90/435/CEE del Consiglio, del 23 luglio 1990, concernente il regime fiscale comune applicabile alle società madri e figlie di Stati membri diversi, come modificata dalla direttiva 2003/123/CE del Consiglio, del 22 dicembre 2003, anche in assenza di disposizioni del diritto nazionale o convenzionali che ne prevedano il diniego.

La prova di una pratica abusiva richiede, da un lato, un insieme di circostanze oggettive dalle quali risulti che, nonostante il rispetto formale delle condizioni previste dalla normativa dell’Unione, l’obiettivo perseguito dalla normativa medesima non è stato conseguito e, dall’altro, un elemento soggettivo, consistente nella volontà di ottenere un vantaggio derivante dalla normativa dell’Unione mediante la creazione artificiosa delle condizioni necessarie per il suo ottenimento. La sussistenza di taluni indizi può dimostrare la sussistenza di un abuso, sempreché si tratti di indizi oggettivi e concordanti. Possono costituire indizi di tal genere, segnatamente, l’esistenza di società interposte prive di giustificazione economica nonché la natura puramente formale della struttura del gruppo societario, della costruzione finanziaria e dei finanziamenti.

Al fine di negare ad una società il riconoscimento dello status di beneficiario effettivo di dividendi ovvero di accertare la sussistenza di un abuso, un’autorità nazionale non è tenuta ad individuare la o le entità che essa consideri beneficiari effettivi dei dividendi medesimi.

In una situazione in cui il regime di esenzione dalla ritenuta alla fonte per i dividendi corrisposti da una società residente in uno Stato membro ad una società residente in un altro Stato membro, previsto dalla direttiva 90/435, come modificata dalla direttiva 2003/123, risulti inapplicabile a fronte dell’accertamento di una frode o di un abuso, ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 2, della direttiva medesima, non può essere invocata l’applicazione delle libertà sancite dal Trattato FUE al fine di mettere in discussione la normativa del primo Stato membro posta a disciplina della tassazione di detti dividendi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 26 febbraio 2019.




Terrorismo jihadista: finalità del programma di deradicalizzazione

Sorvegliato speciale - Terrorismo jihadista - Programma di deradicalizzazione - Finalità

La prescrizione di sottoporsi a programma di deradicalizzazione, imposta al sorvegliato speciale che sia stato responsabile di atti preparatori diretti alla commissione di reati con finalità di terrorismo jihadista (diffusione sistematica di messaggi violenti e discorsi d'odio, anche in favore dell'ISIS), non è finalizzata a convertire il sorvegliato speciale ai valori della moderazione, del pluralismo e della laicità, ma ad effettuare un controllo sull'effettività del ripensamento critico dell'attività illecita svolta, ripensamento che costituisce la sola garanzia di eventuale attenuazione o eliminazione della pericolosità qualificata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Appello Bari 19 febbraio 2019.




Il sequestro per equivalente delle liquidità della curatela deve essere eseguito nelle forme del pignoramento presso terzi

Fallimento – Sequestro preventivo per equivalente successivo alla declaratoria di fallimento – Esecuzione nelle forme prescritte dal codice di procedura civile per il pignoramento presso il debitore o presso il terzo

Il sequestro per equivalente delle liquidità della curatela deve essere eseguito nelle forme del pignoramento presso terzi quando si tratta di sequestrare somme acquisite nel corso del procedimento in sede di recupero crediti finalizzato alla ricostruzione dell’attivo fallimentare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Bergamo 03 febbraio 2019.




Rapporti tra sequestro preventivo per equivalente successivo alla declaratoria di fallimento e riparto in sede fallimentare

Fallimento – Riparto finale – Sequestro preventivo per equivalente successivo alla declaratoria di fallimento – Irrilevanza

Con la sentenza di fallimento il fallito perde la disponibilità dei beni a favore della curatela a mente dell’art. 42 l.f., per cui  il sequestro e la successiva confisca non producono effetti e il progetto di riparto predisposto dal curatore in favore dei creditori può essere dichiarato esecutivo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Bergamo 03 febbraio 2019.




Divieto al sorvegliato speciale di detenere e usare telefoni cellulari o altri apparecchi di conversazione

Sorvegliato speciale - Divieto di detenere e usare telefoni cellulari o altri apparecchi di conversazione

La prescrizione del divieto di detenere e usare telefoni cellulari o altri apparecchi radioelettrici di conversazione non può essere imposta in modo automatico al sorvegliato speciale, ma richiede uno specifico accertamento delle esigenze di difesa sociale, che rendano necessario tale divieto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Appello Bari 22 gennaio 2019.




Inammissibilità del reclamo fondato su allegazioni di fatto contrastanti con le attestazioni contenute in documenti del procedimento disciplinare

Esecuzione - Magistratura di sorveglianza - Reclamo giurisdizionale - Sanzioni disciplinari - Dedotta falsità di atti del procedimento disciplinare - Querela di falso - Mancata proposizione - Conseguenze - Manifesta infondatezza del reclamo - Inammissibilità - Dichiarazione de plano

Va dichiarato inammissibile de plano ai sensi dell’art. 666, comma 2, c.p.p. il reclamo giurisdizionale di cui agli artt. 35-bis e 69, comma 6, lettera a), O.P., allorchè il provvedimento di irrogazione della sanzione disciplinare risulta contestato dal reclamante con allegazioni di fatto contrastanti con le attestazioni contenute in documenti del procedimento disciplinare aventi l’efficacia dell’atto pubblico ex art. 2700 c.c. (nella fattispecie, il verbale di contestazione dell’addebito disciplinare ex art. 81, comma 2, DPR 30 giugno 2000 n. 230 e la relazione di servizio ex art. 81, comma 1, stesso DPR), dei quali è stata sostanzialmente dedotta la falsità ideologica, ma rispetto ai quali non è stata già proposta la querela di falso o non è stata richiesta la fissazione di un termine entro cui proporla ai sensi dell’art. 77 d. lgs. 2 luglio 2010 n. 104 (codice del processo amministrativo). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria 08 novembre 2018.




Per il reato di usura, il tasso di mora va valutato solo perché promesso e senza alcuna maggiorazione, unitamente a tutti gli oneri pattuiti in contratto, anche nel ‘’worst case’

Tasso di mora usurario – Sufficienza della sola promessa – “Worst case”

Con riguardo al reato di usura, è pacifico nella giurisprudenza di legittimità che nella determinazione del tasso soglia, al di là del quale gli interessi pattuiti debbono considerarsi usurari, vadano presi in considerazione gli interessi moratori.

La verifica di usurarietà va compiuta, ai sensi dell’art. 1, comma 1, d.l. 29.12.2000, n. 394, convertito dalla Legge 28.02.2001. n. 24, al momento della stipulazione del contratto; l’art. 644 c.p.c. e l’art. 1, comma 1, d.l. cit., impongono di valutare il costo complessivo del credito, prendendo in considerazione tutti gli elementi pattuiti, indipendentemente dal fatto che si siano in concreto verificati, posto che la mera promessa di un elemento di costo si riverbera sull’equilibrio del contratto.

La sommatoria di interessi corrispettivi e di interessi moratori non appare logicamente e giuridicamente corretta perché gli interessi corrispettivi fanno riferimento all’intero capitale e coprono tutto il periodo contrattualmente previsto per il finanziamento, gli interessi di mora si riferiscono invece alla rata scaduta e sono dovuti per il periodo successivo alla scadenza degli stessi.

La circostanza che i due tipi di interesse operino su grandezze diverse ed in tempi diversi, impone di ricorrere ad un tasso composito che corrisponda alla media ponderata del tasso corrispettivo applicato al capitale e del tasso di mora applicato alle rate scadute e riferito ai periodi di insolvenza.

Poiché tale calcolo va condotto al momento della conclusione del contratto (quando nessuna insolvenza si è verificata), si dovrà, come suggerito da autorevole dottrina, assumere come prospettiva quella più estrema, ossia quella dell’inadempimento dalla prima rata e perdurante fino al termine del contratto.

Non è corretto operare la maggiorazione di 2,1 percentuali del tasso soglia con riferimento agli interessi moratori, atteso che essa si basa su un’indagine compiuta dalla Banca d’Italia condotta senza rispettare la metodologia richiesta dalla legge 108/1996: il raffronto non può che essere fatto rispetto al TEGM, quantunque esso non contenga la rilevazione dei tassi di mora; d’altra parte la circostanza che il tasso soglia sia stabilito in misura di molto superiore al TEGM, permette di tenere conto anche di variabili eventuali, quale l’applicazione degli interessi di mora (cfr. Tribunale di Bari, ord. del 2 febbraio 2018; cfr. anche Tribunale di Genova, sent. n. 1157 del 3 maggio 2017).   

In conclusione, poiché nel calcolo del TEG si deve altresì tenere conto di tutti gli altri costi collegati al credito (commissioni, spese istruttoria, spese di riscossione, ecc.), è legittimo disporre che il Pubblico Ministero disponga, tramite consulente tecnico, accertamenti sulla usurarietà del mutuo tenendo conto delle indicazioni suesposte. (Dario Nardone) (riproduzione riservata)
Tribunale Pavia 31 ottobre 2018.




Discrimine tra le misure di sicurezza detentive e quella non detentiva della libertà vigilata

Misure di sicurezza - Libertà vigilata - Prescrizioni - Ricovero obbligatorio in comunità - Carattere sostanzialmente detentivo della misura - Esclusione

Il discrimine tra le misure di sicurezza detentive e quella non detentiva della libertà vigilata consiste non nel contenuto delle limitazioni della libertà personale che esse comportano, ma nella coattività o meno di tali limitazioni. Conseguentemente, deve considerarsi legittima la prescrizione, con la quale il magistrato di sorveglianza pone a carico del libero vigilato l’obbligo di sottoporsi a programma terapeutico presso una comunità, atteso che l’osservanza di tale obbligo non può essere imposta in modo coercitivo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 17 ottobre 2018.




Sollevata questione di legittimità costituzionale della nuova norma sui reati familiari

Diritto vivente anteriore alla legge n. 103 del 2017 – Omesso versamento dell’assegno periodico di mantenimento in favore dei figli – Rilevanza penale – Sussistenza – Introduzione del nuovo art. 570-bis c.p. – Esenzione di responsabilità per il genitore di figli non matrimoniali – Questione di legittimità costituzionale – Eccesso di delega

I virtù del diritto vivente anteriore alla entrata in vigore delle modifiche introdotte dal dlgs n. 103 del 2017 (con cui è stato inserito il nuovo art. 570-bis c.p.c.), il reato di omesso versamento dell'assegno periodico per il mantenimento, educazione e istruzione dei figli, previsto dell'art.12-sexies Legge 1 dicembre 1970, n. 898 (richiamato dall'art. 3 della Legge 8 febbraio 2006 n. 54), è configurabile non solo nel caso di separazione dei genitori coniugati, ovvero di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, ma anche in quello di violazione degli obblighi di natura economica derivanti dalla cessazione del rapporto di convivenza. La cennata legge n. 103 del 2017 ha però abrogato i menzionati riferimenti normativi e inserito il già citato art. 570-bis c.p. ove si prevede che “Le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli”. Per effetto della nuova norma, sono stati esclusi dalla punizione penale le omissioni di obblighi economici disposti, in sede giudiziaria, in favore di figli nati fuori del matrimonio, alla luce della testuale individuazione del soggetto attivo del reato di nuova formulazione, che è il coniuge. Conseguentemente, il genitore di figli avuti con persona non unita in matrimonio va ora esente da ogni responsabilità penale in caso di sua sottrazione agli obblighi di mantenimento della prole, né è possibile alcuna interpretazione costituzionalmente orientata della norma in questione, nella parte censurata, contrariamente a quanto era possibile effettuare rispetto alla previgente formulazione dell'art. 3 della legge n. 54/2006, per il chiaro tenore letterale della stessa. Risulta, dunque, essere stata operata dal Legislatore delegato una abrogazione, non solo formale e funzionale alla realizzazione della riserva di codice, ma sostanziale di una parte della previgente previsione incriminatrice. E’ da escludersi che siffatto potere fosse attribuito dalla Legge delega, in considerazione dell’inequivocabile mandato di (mero) trasferimento nell’unicità organica del codice penale di fattispecie criminose disseminate in leggi speciali. Ne consegue che è rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale relativamente agli articoli 2 comma 1 lettera c) e 7 comma 1 lettere b) e o) della decreto legislativo 1° marzo 2018 n. 21 nella parte in cui è abrogata la previsione incriminatrice della violazione degli obblighi di assistenza familiare da parte del genitore non coniugato, per contrasto con gli artt. 25 e 76 della Costituzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Trento 21 settembre 2018.




Sciopero degli avvocati e imputato in stato di custodia cautelare

Avvocati - Codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze - Imputato in stato di custodia cautelare - Incostituzionalità

La Corte costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 2-bis della legge 13 giugno 1990, n. 146 (Norme sull’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali e sulla salvaguardia dei diritti della persona costituzionalmente tutelati. Istituzione della Commissione di garanzia dell’attuazione della legge), nella parte in cui consente che il codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati – adottato in data 4 aprile 2007 dall’Organismo Unitario dell’Avvocatura (OUA) e da altre associazioni categoriali (UCPI, ANF, AIGA, UNCC), valutato idoneo dalla Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali con delibera n. 07/749 del 13 dicembre 2007 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 3 del 2008 – nel regolare, all’art. 4, comma 1, lettera b), l’astensione degli avvocati nei procedimenti e nei processi in relazione ai quali l’imputato si trovi in stato di custodia cautelare, interferisca con la disciplina della libertà personale dell’imputato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 27 luglio 2018.




Patrocinio infedele: valutazione della complessiva attività professionale nell’ambito della strategia processuale e assenza di nocumento

Patrocinio infedele nel processo tributario - Art.380 c.p. - Valutazione della complessiva attività professionale nell’ambito della strategia processuale - Assenza di nocumento - Esclusione del reato

La condotta rilevante ai fini della configurazione del reato di patrocinio infedele richiede non solamente un comportamento irrispettoso di doveri professionali ma, quale evento della fattispecie incriminatrice, un nocumento agli interessi del proprio assistito.

Nella difficile demarcazione tra condotta illecita disciplinarmente e penalmente rilevante la condotta infedele assistita da dolo generico deve violare ex art.380 c.p. i canoni di correttezza, lealtà, affidabilità.

Nell’accertamento del reato di infedele patrocinio la valutazione del giudice non può limitarsi alla valutazione dei singoli atti, avulsi dal contesto nel quale sono inseriti, ma deve collocare l’attività professionale nell’ambito della strategia di conduzione del processo adottata per il conseguimento del risultato voluto dalla parte.

(nel caso in questione la omissione di alcune attività processuali in sede di contenzioso tributario non aveva pregiudicato in concreto la posizione processuale del ricorrente in quanto la commissione aveva tutta la documentazione idonea a valutare la fondatezza del ricorso e la decisione sfavorevole al contribuente era basata sulla consolidata giurisprudenza in tema di presunzione di distribuzione di dividendi nelle c.d. società a base famigliare). (Arturo Pardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Pesaro 26 luglio 2018.




Falsa attestazione di corrispettivo in atto pubblico: non configurabilità del falso ideologico ex art. 483 c.p.

Falsa attestazione di corrispettivo in atto pubblico - Falso ideologico -  Esclusione

Il falso ideologico del privato è integrato solo se la dichiarazione mendace è "destinata a provare la verità" dei "fatti" attestati nell'atto pubblico nella ipotesi in cui l'ordinamento giuridico ricollega determinati effetti all'atto nel quale la dichiarazione del privato viene inserita.

L'atto notarile fa fede delle dichiarazioni rese davanti al pubblico ufficiale e degli altri fatti che vengono attestati come avvenuti in sua presenza ma non ha la funzione di attestare la veridicità del corrispettivo del prezzo dichiarato tra le parti.
 
(Fattispecie nella quale è stata esclusa la sussistenza del reato nella ipotesi di dichiarazione mendace del corrispettivo percepito in un atto di vendita immobiliare: non avendo il rogito la funzione di comprovare la rispondenza al vero delle pattuizioni intervenute tra le parti) (Arturo Pardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Pesaro 15 giugno 2018.




Notizia dell'insolvenza appresa dal PM nello svolgimento di indagini estranee all'ambito del processo penale. Soccombenza del PM e condanna alle spese del Ministero della giustizia

Processo civile – Pubblico ministero – Appello – Richiesta di rigetto del Procuratore Generale

Fallimento – Procedimento – Richiesta di fallimento del pubblico ministero – Notizia dell'insolvenza appresa nello svolgimento di indagini estranee all'ambito del processo penale – Legittimazione – Esclusione

Registro degli atti non costituenti notizie di reato – Modello 45 – Svolgimento di indagini che preludano alla formulazione di richieste al giudice civile – Esclusione

Processo civile – Pubblico ministero – Impugnazione – Soccombenza del Pubblico ministero – Spese processuali sostenute dalla parte vittoriosa poste a carico del Ministero della Giustizia

Nel processo civile, le conclusioni finali del rappresentante in appello dell'ufficio del Pubblico ministero appellante delimitano l'ambito della decisione del giudice, il quale non può accogliere l'appello del Pubblico ministero se il Procuratore Generale abbia concluso per il suo rigetto.

Il Pubblico ministero non è legittimato a chiedere il fallimento dell'imprenditore, quando abbia appreso la pretesa notizia dell'insolvenza nello svolgimento di indagini totalmente estranee all'ambito del processo penale.

L'iscrizione in modello 45 (registro degli atti non costituenti notizie di reato) di atti non costituenti notizia di reato non può essere finalizzata dal Pubblico ministero allo svolgimento di indagini che preludano alla formulazione di richieste al giudice civile.

E' astrattamente ipotizzabile che, in caso di soccombenza del Pubblico ministero impugnante nel processo civile, le spese processuali sostenute dalla parte vittoriosa siano poste a carico del Ministero della Giustizia.
Appello Bari 23 aprile 2018.




Guida in stato di ebrezza ed accertamenti ematici

Guida in stato di ebrezza – Mancato avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore – Prelievi senza consenso per esclusive necessità di accertamento giudiziario – Inutilizzabilità della prova

In tema di guida in stato di ebrezza, ove il prelievo ematico sia stato eseguito dai medici dell'ospedale non per necessità sanitarie ma a richiesta degli agenti di p.g. per approfondire un'ipotesi di reità che risultava possibile in base ad un apprezzamento empirico, in assenza dell'avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore ex art. 114 dip. att. c.p.p., l'esito dell'analisi eseguita sul campione ematico è inutilizzabile e quindi inidonea a dare prova che l'imputato si trovasse nel particolare stato di alterazione accertato in quel modo. (Ugo Leonetti) (riproduzione riservata) Appello Bologna 26 marzo 2018.




Sentenza emessa dal giudice di pace in esecuzione e competenza a disporre la conversione ex art. 55 d. lgs. 274/2000 della pena pecuniaria non eseguita per insolvibilità del condannato

Esecuzione - Pena pecuniaria - Applicata dal Giudice di Pace - Insolvibilità del condannato - Conversione in lavoro di pubblica utilità o permanenza domiciliare - Competenza - Magistrato di sorveglianza - Esclusione - Giudice di Pace - Sussistenza

Spetta al giudice di pace che ha emesso la sentenza in esecuzione e non al magistrato di sorveglianza la competenza a disporre la conversione ex art. 55 d. lgs. 274/2000 della pena pecuniaria non eseguita per insolvibilità del condannato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria 24 marzo 2018.




No alla doppia sanzione e diretta applicabilità del principio del ne bis in idem

Rinvio pregiudiziale – Direttiva 2003/6/CE – Manipolazione del mercato – Sanzioni – Normativa nazionale che prevede una sanzione amministrativa e una sanzione penale per gli stessi fatti – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articolo 50 – Principio del ne bis in idem – Natura penale della sanzione amministrativa – Esistenza di uno stesso reato – Articolo 52, paragrafo 1 – Limitazioni apportate al principio del ne bis in idem – Presupposti

L’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea dev’essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale, che consente di celebrare un procedimento riguardante una sanzione amministrativa pecuniaria di natura penale nei confronti di una persona per condotte illecite che integrano una manipolazione del mercato, per le quali è già stata pronunciata una condanna penale definitiva a suo carico, nei limiti in cui tale condanna, tenuto conto del danno causato alla società dal reato commesso, sia idonea a reprimere tale reato in maniera efficace, proporzionata e dissuasiva.

Il principio del ne bis in idem garantito dall’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea conferisce ai soggetti dell’ordinamento un diritto direttamente applicabile nell’ambito di una controversia come quella oggetto del procedimento principale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 20 marzo 2018.




No alla doppia sanzione e diretta applicabilità del principio del ne bis in idem

Rinvio pregiudiziale – Direttiva 2003/6/CE – Manipolazione del mercato – Sanzioni – Normativa nazionale che prevede una sanzione amministrativa e una sanzione penale per gli stessi fatti – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articolo 50 – Principio del ne bis in idem – Natura penale della sanzione amministrativa – Esistenza di uno stesso reato – Articolo 52, paragrafo 1 – Limitazioni apportate al principio del ne bis in idem – Presupposti

L’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea dev’essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale, che consente di celebrare un procedimento riguardante una sanzione amministrativa pecuniaria di natura penale nei confronti di una persona per condotte illecite che integrano una manipolazione del mercato, per le quali è già stata pronunciata una condanna penale definitiva a suo carico, nei limiti in cui tale condanna, tenuto conto del danno causato alla società dal reato commesso, sia idonea a reprimere tale reato in maniera efficace, proporzionata e dissuasiva.

Il principio del ne bis in idem garantito dall’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea conferisce ai soggetti dell’ordinamento un diritto direttamente applicabile nell’ambito di una controversia come quella oggetto del procedimento principale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 20 marzo 2018.




Usura, consulenza del PM e incidente probatorio

 

Ai fini dell'integrazione del reato di cui all'art. 644 c.p. occorre accertare anche gli interessi moratori applicati e le modalità di calcolo del tasso effettivo di estinzione anticipata.

Poiché una consulenza di parte dello stesso organo inquirente potrebbe non essere risolutiva, ben potendo i querelanti chiedere, nella prosecuzione del giudizio, che si proceda con una perizia, è opportuno procedersi con incidente probatorio, ai sensi degli articoli 392 e 393 c.p.p. (Giuseppe De Simone) (riproduzione riservata)
Tribunale Rieti 30 gennaio 2018.




Appalti pubblici di lavori e condotta penalmente rilevante di un ex amministratore

Rinvio pregiudiziale – Appalti pubblici di lavori – Direttiva 2004/18/CE – Articolo 45, paragrafi 2 e 3 – Condizioni di esclusione dalla partecipazione all’appalto pubblico – Dichiarazione relativa all’assenza di sentenze definitive di condanna a carico degli ex amministratori della società offerente – Condotta penalmente rilevante di un ex amministratore – Condanna penale – Dissociazione completa ed effettiva dell’impresa offerente rispetto a tale amministratore – Prova – Valutazione da parte dell’amministrazione aggiudicatrice dei requisiti di tale obbligo

La direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, in particolare l’articolo 45, paragrafo 2, primo comma, lettere c), d) e g), di tale direttiva, nonché i principi di parità di trattamento e di proporzionalità, devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che consente all’amministrazione aggiudicatrice:
- di tener conto, secondo le condizioni da essa stabilite, di una condanna penale a carico dell’amministratore di un’impresa offerente, anche se detta condanna non è ancora definitiva, per un reato che incide sulla moralità professionale di tale impresa, qualora il suddetto amministratore abbia cessato di esercitare le sue funzioni nell’anno precedente la pubblicazione del bando di gara d’appalto pubblico, e
-di escludere tale impresa dalla partecipazione alla procedura di aggiudicazione di appalto in questione con la motivazione che, omettendo di dichiarare detta condanna non ancora definitiva, l’impresa non si è effettivamente e completamente dissociata dalla condotta del suddetto amministratore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 20 dicembre 2017.




La Corte di Giustizia ritorna sul caso Taricco: il principio di legalità prevale sulla disapplicazione

Rinvio pregiudiziale – Articolo 325 TFUE – Sentenza dell’8 settembre 2015, Taricco e a. (C 105/14, EU:C:2015:555) – Procedimento penale riguardante reati in materia di imposta sul valore aggiunto (IVA) – Normativa nazionale che prevede termini di prescrizione che possono determinare l’impunità dei reati – Lesione degli interessi finanziari dell’Unione europea – Obbligo di disapplicare qualsiasi disposizione di diritto interno che possa pregiudicare gli obblighi imposti agli Stati membri dal diritto dell’Unione – Principio di legalità dei reati e delle pene

L’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE dev’essere interpretato nel senso che esso impone al giudice nazionale di disapplicare, nell’ambito di un procedimento penale riguardante reati in materia di imposta sul valore aggiunto, disposizioni interne sulla prescrizione, rientranti nel diritto sostanziale nazionale, che ostino all’inflizione di sanzioni penali effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea o che prevedano, per i casi di frode grave che ledono tali interessi, termini di prescrizione più brevi di quelli previsti per i casi che ledono gli interessi finanziari dello Stato membro interessato, a meno che una disapplicazione siffatta comporti una violazione del principio di legalità dei reati e delle pene a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile, o dell’applicazione retroattiva di una normativa che impone un regime di punibilità più severo di quello vigente al momento della commissione del reato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 05 dicembre 2017.




Misure di sicurezza personali aggiunte a pena detentiva e riesame della pericolosità sociale

Misure di sicurezza - Personali - Aggiunte a pena detentiva - Esecuzione - Pericolosità sociale - Riesame - Epoca immediatamente precedente l'estinzione della pena - Ammissibilità

Se è vero che la misura di sicurezza aggiunta a pena detentiva deve essere eseguita dopo che la pena è stata scontata o altrimenti estinta (art. 211, comma 1, c.p.), cionondimeno il riesame della pericolosità sociale dell’interessato può essere effettuato dal magistrato di sorveglianza ai sensi dell’art. 679, comma 1, c.p.p. anche in epoca immediatamente precedente il momento estintivo della pena. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 22 novembre 2017.




Sulla richiesta di sospensione dell’esecutività del provvedimento emesso all’esito del procedimento di esecuzione (art. 666, comma 7, c.p.p.) il giudice può provvedere de plano e senza contraddittorio

 

La dichiarazione di inammissibilità o il rigetto dell’istanza di misure alternative presentata ai sensi dell’art. 656, comma 6, c.p.p.  comporta ex art. 656, comma 8, c.p.p. la revoca del decreto di sospensione dell’esecuzione immediatamente ed indipendentemente dall’impugnazione del provvedimento del tribunale di sorveglianza, la cui esecuzione non è suscettibile di sospensione ai sensi dell’art. 666, comma 7, c.p.p. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 22 novembre 2017.




Circonvenzione di incapace, rilevanza nel giudizio civile dello stato di deficienza psichica accertato in giudizio concluso con assoluzione della donataria e beneficiaria di testamento pubblico

Circonvenzione di incapace - Stato di deficienza psichica - Accertamento in appello nel giudizio penale conclusosi con l'assoluzione della donataria e beneficiaria di testamento pubblico - Rilevanza nel giudizio civile di annullamento del testamento

L'assenza di uno stato di deficienza psichica, che da solo pure puo'  integrare il delitto di circonvenzione di incapace, accertata in sede di appello nel relativo giudizio penale conclusosi con l'assoluzione della donataria e beneficiaria di testamento pubblico, e' rilevante anche nel giudizio civile di annullamento del testamento e la decisione penale, benché impugnata agli effetti civili in cassazione, puo' costituire fonte di convincimento per il giudice civile ferma restando l'autonomia del processo civile da quello penale. (Giovanni Sanna) (riproduzione riservata) Tribunale Savona 21 novembre 2017.




A quali condizioni è rilevante ai fini di usura la penale di estinzione anticipata? (una sentenza)

Contratti bancari – Interessi – Tasso mensile pari a un 1/12 del tasso annuo nominale – Maggior onere finanziario su base annuo – Indeterminatezza del tasso – Non sussiste

Penale di estinzione anticipata – Natura giuridica

Usura – Penale di estinzione anticipata – Inerenza all’erogazione del credito – Sussiste

Usura – Poteri dell’autorità amministrativa secondo la legge n. 108/96 – Rilevazione statistica dell’andamento dei tassi medi di mercato – Affermazione – Potere di escludere la rilevanza usuraria di costi inerenti all’erogazione del credito – Non sussiste

Usura – Poteri dell’autorità amministrativa secondo la legge n. 108/96 – Necessaria simmetria tra TEGM e TEG – Non sussiste

Usura – Verifica di usurarietà del tasso – Rilevanza di interessi e altre remunerazioni in quanto semplicemente “promessi o convenuti” (art. 644 c.p.; art. un. d.l. 394/00) – Limiti – Applicazione ai soli costi ragionevolmente certi al momento della conclusione del contratto perché inerenti alla regolare esecuzione del programma negoziale

Usura – Verifica di usurarietà del tasso – Oneri eventuali – Penale di estinzione anticipata –  Rilevanza in quanto semplicemente promessa – Non sussiste – Rilevanza in quanto effettivamente applicata o applicabile – Sussiste

È legittima e non genera indeterminatezza del tasso di interesse la clausola del contratto di mutuo che preveda un tasso periodale (in specie mensile) pari a 1/n (in specie 1/12) del tasso annuo nominale, ancorché ciò determini un maggiore onere finanziario, rilevato nel TAEG. (Enrico Astuni) (riproduzione riservata)

La commissione di estinzione anticipata si qualifica in diritto come multa penitenziale (art. 1373 co. 3 c.c.), se è il corrispettivo pattuito per la facoltà di recesso dal contratto, per l’intero capitale o per una parte, o come penale per inadempimento, subordinata al verificarsi delle condizioni (risoluzione) che consentono alla banca di chiedere l’immediato rimborso del credito. In entrambi i casi, funzione della commissione è di ristorare forfetariamente la banca delle remunerazioni contrattuali perdute per effetto dell’anticipata chiusura del piano di rimborso. (Enrico Astuni) (riproduzione riservata)

La penale di estinzione anticipata è costo inerente all’erogazione del credito, essendo contenuta nel contratto di credito, stimolandone il regolare adempimento e costituendo un succedaneo delle remunerazioni contrattuali perdute dalla banca per effetto dell’anticipata estinzione. (Enrico Astuni) (riproduzione riservata)

La legge n. 108/96 ha demandato all’autorità amministrativa di fare una rilevazione statistica dell'andamento dei tassi medi di mercato (praticati dal sistema bancario-finanziario e distinti per classi omogenee di operazioni), ma non il potere di definire la fattispecie usuraria e di escludere la rilevanza di costi comunque collegati all’erogazione del credito. Che pertanto le istruzioni della Banca d’Italia non abbiano considerato e tuttora non considerino la penale di estinzione (come la mora e altri oneri previsti per il caso di inadempimento) nella rilevazione del TEGM non osta alla sua rilevanza ai fini della verifica di usurarietà ai sensi dell’art. 644 c.p.. (Enrico Astuni) (riproduzione riservata)

Malgrado il contrario avviso di Cassazione 22 giugno 2016 n. 12965, non esiste un raffronto diretto tra TEGM e TEG. Parametro di verifica della non usurarietà del TEG contrattuale è infatti non il TEGM ma il tasso soglia ricavato dall’applicazione al TEGM dello spread normativamente previsto.
Che dunque nel TEG siano computati ai fini della verifica di legalità costi non rilevati nel TEGM – perché ritenuti, a ragione o a torto, non significativi su un piano statistico (costi atipici, di rara applicazione ecc.) o non idonei a rappresentare il costo normale del credito (mora e altri effetti dell’inadempimento) – non nuoce alla comparabilità col tasso soglia. (Enrico Astuni) (riproduzione riservata)

Benché l’art. 644 c.p. e l’art. unico della legge di interpretazione autentica (d.l. 394/00 conv. in legge 24/01) non distinguano tra costi effettivi, ragionevolmente certi o meramente possibili, sulla base del programma negoziale e dei dati disponibili, soltanto i costi effettivi (già sostenuti) o ragionevolmente certi (futuri ma inerenti alla regolare esecuzione del programma negoziale) al momento della conclusione del contratto esprimono un peso economico e finanziario superiore a 0 capace di “superare il limite stabilito dalla legge […] nel momento in cui sono promessi” e concorrono pertanto alla determinazione ex ante del TEG contrattuale. (Enrico Astuni) (riproduzione riservata)

Al momento della conclusione del contratto, gli oneri eventuali (penale di estinzione anticipata, mora ecc.) esprimono un peso economico e finanziario pari a 0 e non sono in grado di “superare il limite stabilito dalla legge […] nel momento in cui sono promessi”. Pertanto, perché assumano rilevanza ai fini della verifica del TEG la sola pattuizione contrattuale è insufficiente, così come è irrilevante un ipotetico worst case. Gli oneri eventuali concorrono invece alla verifica del TEG se e nella misura in cui si rendano effettivamente applicati o applicabili. (Enrico Astuni) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 13 settembre 2017.




Bancarotta e divieto di prevalenza della circostanza attenuante ex art. 219, comma 3, l.f.: illegittimità costituzionale

Fallimento – Bancarotta – Concorso di circostanze – Divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 219, comma 3, l.f. – Illegittimità costituzionale

Va dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 219, terzo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa) sulla recidiva di cui all'art. 99, quarto comma, cod. pen. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 17 luglio 2017.




Bancarotta e divieto di prevalenza della circostanza attenuante ex art. 219, comma 3, l.f.: illegittimità costituzionale

Fallimento – Bancarotta – Concorso di circostanze – Divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 219, comma 3, l.f. – Illegittimità costituzionale

Va dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall'art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 219, terzo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa) sulla recidiva di cui all'art. 99, quarto comma, cod. pen. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 17 luglio 2017.




Legittimazione del curatore alla impugnazione del sequestro penale

Dichiarazione di fallimento – Effetti – Spossessamento dei beni – Sequestro preventivo per equivalente – Inammissibilità – Legittimazione attiva all’impugnazione in capo al curatore – Sussistenza

Nel settore delle cautele reali il concetto di disponibilità di cui all’art. 322-ter c.p. va inteso in senso sostanziale e fattuale, corrispondente all’istituto di matrice civile del possesso, analogamente al potere esercitato dal curatore fallimentare sull’attivo fallimentare in forza della sentenza dichiarativa di fallimento, che ha l’effetto di privare il fallito dell’amministrazione e della disponibilità dei suoi beni.

Va dunque affermata la legittimazione attiva del curatore a proporre richiesta di riesame avverso il decreto di sequestro preventivo per equivalente che colpisce i beni componenti l’attivo fallimentare.

Successivamente alla sentenza di fallimento, i beni facenti parte della massa attiva non sono più sequestrabili, stante la carenza in capo al reo del requisito della disponibilità dei beni richiesto dall’art. 322-ter c.p.

In definitiva quindi, con sentenza dichiarativa di fallimento si realizza uno “spossessamento” del reo in favore della curatela e, da quel momento, sulla massa attiva non è più imprimibile il vincolo del sequestro ai sensi dell’art. 322- ter c.p.

(La decisione del Tribunale di Rimini aderisce al più recente orientamento giurisprudenziale in punto alla legittimazione del curatore ad impugnare il provvedimento di sequestro penale di beni appresi al fallimento, v. Cass. pen. 2016/42469). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Tribunale Rimini 22 maggio 2017.




Legittimazione del curatore alla impugnazione del sequestro penale

Dichiarazione di fallimento – Effetti – Spossessamento dei beni – Sequestro preventivo per equivalente – Inammissibilità – Legittimazione attiva all’impugnazione in capo al curatore – Sussistenza

Nel settore delle cautele reali il concetto di disponibilità di cui all’art. 322-ter c.p. va inteso in senso sostanziale e fattuale, corrispondente all’istituto di matrice civile del possesso, analogamente al potere esercitato dal curatore fallimentare sull’attivo fallimentare in forza della sentenza dichiarativa di fallimento, che ha l’effetto di privare il fallito dell’amministrazione e della disponibilità dei suoi beni.

Va dunque affermata la legittimazione attiva del curatore a proporre richiesta di riesame avverso il decreto di sequestro preventivo per equivalente che colpisce i beni componenti l’attivo fallimentare.

Successivamente alla sentenza di fallimento, i beni facenti parte della massa attiva non sono più sequestrabili, stante la carenza in capo al reo del requisito della disponibilità dei beni richiesto dall’art. 322-ter c.p.

In definitiva quindi, con sentenza dichiarativa di fallimento si realizza uno “spossessamento” del reo in favore della curatela e, da quel momento, sulla massa attiva non è più imprimibile il vincolo del sequestro ai sensi dell’art. 322- ter c.p.

(La decisione del Tribunale di Rimini aderisce al più recente orientamento giurisprudenziale in punto alla legittimazione del curatore ad impugnare il provvedimento di sequestro penale di beni appresi al fallimento, v. Cass. pen. 2016/42469). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Tribunale Rimini 22 maggio 2017.




Cooperazione amministrativa nel settore fiscale e accesso del giudice e del terzo alla richiesta di informazioni

Rinvio pregiudiziale – Direttiva 2011/16/UE – Cooperazione amministrativa nel settore fiscale – Articolo 1, paragrafo 1 – Articolo 5 – Richiesta di informazioni rivolta ad un terzo – Diniego di risposta – Sanzione – Nozione di “prevedibile pertinenza” delle informazioni richieste – Controllo dell’autorità interpellata – Sindacato giurisdizionale – Portata – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articolo 51 – Attuazione del diritto dell’Unione – Articolo 47 – Diritto ad un ricorso giurisdizionale effettivo – Accesso del giudice e del terzo alla richiesta di informazioni rivolta dall’autorità richiedente

1) L’articolo 51, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea deve essere interpretato nel senso che uno Stato membro attua il diritto dell’Unione, nell’accezione di tale disposizione, – e che, di conseguenza, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea risulta applicabile – quando attraverso la propria normativa commina una sanzione pecuniaria a carico di un amministrato che si rifiuti di fornire informazioni nel contesto di uno scambio tra autorità tributarie, fondato, segnatamente, sulle disposizioni della direttiva 2011/16/UE del Consiglio, del 15 febbraio 2011, relativa alla cooperazione amministrativa nel settore fiscale e che abroga la direttiva 77/799/CEE.

2) L’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea deve essere interpretato nel senso che un amministrato, cui sia stata inflitta una sanzione pecuniaria per inottemperanza ad una decisione amministrativa che gli ingiunge di fornire informazioni nel contesto di uno scambio tra amministrazioni tributarie nazionali in forza della direttiva 2011/16, è legittimato a contestare la legittimità di tale decisione.

3) L’articolo 1, paragrafo 1, e l’articolo 5 della direttiva 2011/16 devono essere interpretati nel senso che la «prevedibile pertinenza» delle informazioni richieste da uno Stato membro a un altro Stato membro costituisce una condizione che la richiesta di informazioni deve soddisfare per essere idonea a innescare in capo allo Stato membro interpellato l’obbligo di rispondervi e, di riflesso, rappresenta una condizione di legittimità della decisione di ingiunzione rivolta da tale Stato membro a un amministrato e della misura sanzionatoria inflitta a quest’ultimo per inosservanza di tale decisione.

4) L’articolo 1, paragrafo 1, e l’articolo 5 della direttiva 2011/16 devono essere interpretati nel senso che la verifica dell’autorità interpellata, adita con una richiesta di informazioni proveniente dall’autorità richiedente in forza di tale direttiva, non si limita alla regolarità formale di detta richiesta, ma deve consentire a tale autorità interpellata di assicurarsi che le informazioni domandate non siano prive di qualsiasi prevedibile pertinenza alla luce dell’identità del contribuente coinvolto e di quella del terzo eventualmente informato, nonché delle esigenze dell’indagine tributaria in questione. Le medesime disposizioni della direttiva 2011/16 e l’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea devono essere interpretati nel senso che, nell’ambito di un ricorso proposto da un amministrato avverso una misura sanzionatoria inflittagli dall’autorità interpellata per inottemperanza ad una decisione di ingiunzione adottata da quest’ultima in seguito a una richiesta di informazioni rivolta dall’autorità richiedente in forza della direttiva 2011/16, il giudice nazionale dispone, oltre che di una competenza a modificare la sanzione inflitta, di una competenza a verificare la legittimità di tale decisione di ingiunzione. Per quanto riguarda la condizione di legittimità di detta decisione consistente nella prevedibile pertinenza delle informazioni richieste, il sindacato giurisdizionale si limita alla verifica dell’assenza manifesta di siffatta pertinenza.

5) L’articolo 47, secondo comma, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea deve essere interpretato nel senso che il giudice dello Stato membro interpellato, nell’ambito dell’esercizio del proprio sindacato giurisdizionale, deve avere accesso alla richiesta di informazioni rivolta dallo Stato membro richiedente allo Stato membro interpellato. Per contro, l’amministrato interessato non dispone di un diritto di accesso alla richiesta di informazioni nella sua interezza, richiesta che rimane un documento segreto, conformemente all’articolo 16 della direttiva 2011/16. Allo scopo di far esaminare pienamente la sua causa quanto all’assenza di prevedibile pertinenza delle informazioni richieste è sufficiente, in linea di principio, che egli disponga delle informazioni contemplate all’articolo 20, paragrafo 2, di tale direttiva. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 16 maggio 2017.




Cooperazione amministrativa nel settore fiscale e accesso del giudice e del terzo alla richiesta di informazioni

Rinvio pregiudiziale – Direttiva 2011/16/UE – Cooperazione amministrativa nel settore fiscale – Articolo 1, paragrafo 1 – Articolo 5 – Richiesta di informazioni rivolta ad un terzo – Diniego di risposta – Sanzione – Nozione di “prevedibile pertinenza” delle informazioni richieste – Controllo dell’autorità interpellata – Sindacato giurisdizionale – Portata – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articolo 51 – Attuazione del diritto dell’Unione – Articolo 47 – Diritto ad un ricorso giurisdizionale effettivo – Accesso del giudice e del terzo alla richiesta di informazioni rivolta dall’autorità richiedente

1) L’articolo 51, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea deve essere interpretato nel senso che uno Stato membro attua il diritto dell’Unione, nell’accezione di tale disposizione, – e che, di conseguenza, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea risulta applicabile – quando attraverso la propria normativa commina una sanzione pecuniaria a carico di un amministrato che si rifiuti di fornire informazioni nel contesto di uno scambio tra autorità tributarie, fondato, segnatamente, sulle disposizioni della direttiva 2011/16/UE del Consiglio, del 15 febbraio 2011, relativa alla cooperazione amministrativa nel settore fiscale e che abroga la direttiva 77/799/CEE.

2) L’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea deve essere interpretato nel senso che un amministrato, cui sia stata inflitta una sanzione pecuniaria per inottemperanza ad una decisione amministrativa che gli ingiunge di fornire informazioni nel contesto di uno scambio tra amministrazioni tributarie nazionali in forza della direttiva 2011/16, è legittimato a contestare la legittimità di tale decisione.

3) L’articolo 1, paragrafo 1, e l’articolo 5 della direttiva 2011/16 devono essere interpretati nel senso che la «prevedibile pertinenza» delle informazioni richieste da uno Stato membro a un altro Stato membro costituisce una condizione che la richiesta di informazioni deve soddisfare per essere idonea a innescare in capo allo Stato membro interpellato l’obbligo di rispondervi e, di riflesso, rappresenta una condizione di legittimità della decisione di ingiunzione rivolta da tale Stato membro a un amministrato e della misura sanzionatoria inflitta a quest’ultimo per inosservanza di tale decisione.

4) L’articolo 1, paragrafo 1, e l’articolo 5 della direttiva 2011/16 devono essere interpretati nel senso che la verifica dell’autorità interpellata, adita con una richiesta di informazioni proveniente dall’autorità richiedente in forza di tale direttiva, non si limita alla regolarità formale di detta richiesta, ma deve consentire a tale autorità interpellata di assicurarsi che le informazioni domandate non siano prive di qualsiasi prevedibile pertinenza alla luce dell’identità del contribuente coinvolto e di quella del terzo eventualmente informato, nonché delle esigenze dell’indagine tributaria in questione. Le medesime disposizioni della direttiva 2011/16 e l’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea devono essere interpretati nel senso che, nell’ambito di un ricorso proposto da un amministrato avverso una misura sanzionatoria inflittagli dall’autorità interpellata per inottemperanza ad una decisione di ingiunzione adottata da quest’ultima in seguito a una richiesta di informazioni rivolta dall’autorità richiedente in forza della direttiva 2011/16, il giudice nazionale dispone, oltre che di una competenza a modificare la sanzione inflitta, di una competenza a verificare la legittimità di tale decisione di ingiunzione. Per quanto riguarda la condizione di legittimità di detta decisione consistente nella prevedibile pertinenza delle informazioni richieste, il sindacato giurisdizionale si limita alla verifica dell’assenza manifesta di siffatta pertinenza.

5) L’articolo 47, secondo comma, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea deve essere interpretato nel senso che il giudice dello Stato membro interpellato, nell’ambito dell’esercizio del proprio sindacato giurisdizionale, deve avere accesso alla richiesta di informazioni rivolta dallo Stato membro richiedente allo Stato membro interpellato. Per contro, l’amministrato interessato non dispone di un diritto di accesso alla richiesta di informazioni nella sua interezza, richiesta che rimane un documento segreto, conformemente all’articolo 16 della direttiva 2011/16. Allo scopo di far esaminare pienamente la sua causa quanto all’assenza di prevedibile pertinenza delle informazioni richieste è sufficiente, in linea di principio, che egli disponga delle informazioni contemplate all’articolo 20, paragrafo 2, di tale direttiva. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 16 maggio 2017.




Operazione triangolare con cessione all’estero esente IVA

Operazione triangolare – Cessione all’estero esente IVA – Non necessità che il trasporto sia avvenuto a nome del cedente – Necessità che l’operazione sia voluta dall’origine come cessione all’estero

Ai fini della configurabilità di una cessione all’estero esente da IVA, a seguito di operazione triangolare ex art. 8 coma 1 lettera a) DPR n. 63371972, non è necessario il dato formale che il trasporto all’estero sia avvenuto a cura e nome del cedente; rileva piuttosto il dato sostanziale relativo al fatto che, sin dall’origine e nella sua rappresentazione documentale, l’operazione sia stata voluta come cessione interna in vista di un trasporto a cessionario non comunitario, nel senso che tale destinazione sia riferibile alla comune volontà degli originati contraenti. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Commissione tributaria regionale Bologna 21 aprile 2017.




Indennizzo in favore delle vittime da reato e onere della prova

Indennizzo in favore delle vittime da reato - Obbligo dello Stato - Prova dell’impossibilità della vittima di ottenere il risarcimento del danno da parte del responsabile del reato

L’obbligo dello Stato di corrispondere un indennizzo in favore delle vittime da reato, previsto dalla Direttiva 2004/80/CE del 29.04.2004, presuppone la prova dell’impossibilità della vittima di ottenere il risarcimento del danno da parte del responsabile del reato, perché soggetto incapiente o non identificato. Ne consegue che in mancanza della predetta prova​ la domanda di indennizzo nei confronti dello Stato deve essere respinta. (Giuseppe Marra) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 18 aprile 2017.




Indennizzo in favore delle vittime da reato e onere della prova

Indennizzo in favore delle vittime da reato - Obbligo dello Stato - Prova dell’impossibilità della vittima di ottenere il risarcimento del danno da parte del responsabile del reato

L’obbligo dello Stato di corrispondere un indennizzo in favore delle vittime da reato, previsto dalla Direttiva 2004/80/CE del 29.04.2004, presuppone la prova dell’impossibilità della vittima di ottenere il risarcimento del danno da parte del responsabile del reato, perché soggetto incapiente o non identificato. Ne consegue che in mancanza della predetta prova​ la domanda di indennizzo nei confronti dello Stato deve essere respinta. (Giuseppe Marra) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 18 aprile 2017.




Efficacia extrapenale della sentenza penale nelle ipotesi tassativamente previste non suscettibili di applicazione analogica

Rapporti tra giudizio penale e giudizio civile - Efficacia extrapenale della sentenza penale nelle ipotesi tassativamente previste non suscettibili di applicazione analogica - Inidoneità ad acquisire efficacia di giudicato extrapenale dei provvedimenti del GUP in tema di diritto alla restituzione di beni già sequestrati penalmente; “ne bis in idem” , ipotesi non ricorrente

Le disposizioni di cui agli artt. 651, 652, 653 e 654 c.p.p. costituiscono eccezioni al principio dell'autonomia e della separazione dei giudizi penale e civile, pertanto non sono applicabili in via analogica oltre i casi espressamente previsti.
Ne consegue che soltanto la sentenza penale irrevocabile di assoluzione (per essere rimasto accertato che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto è stato compiuto nell'adempimento di un dovere o nell'esercizio di una facoltà legittima), se pronunciata a seguito di dibattimento, ha efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo per le restituzioni ed il risarcimento del danno, mentre le sentenze di non doversi procedere perché il reato è estinto per prescrizione o per amnistia non hanno alcuna efficacia extrapenale, a nulla rilevando che il giudice penale, per pronunciare la sentenza di proscioglimento, abbia dovuto accertare i fatti e valutarli giuridicamente;in tal caso il giudice civile, pur tenendo conto degli elementi di prova acquisiti in sede penale, deve interamente ed autonomamente rivalutare il fatto in contestazione.

La sentenza del GUP che abbia dichiarato il non luogo a procedere non spiega Pertanto alcuna efficacia di giudicato nel giudizio civile; né, tanto meno, hanno efficacia di giudicato, affermativa o negatoria di diritti privatistici, i provvedimenti,ancorché non più impugnabili in sede penale, resi dal GUP in tema di restituzione di beni oggetto di sequestro preventivo caducato a seguito della sentenza di non doversi procedere.

Non ricorre violazione del divieto di “ne bis in idem” quando il giudice civile decide sulla controversia circa la proprietà/ possesso di beni (nella specie cambiali ipotecarie), già oggetto di sequestro penale preventivo, per cui il GUP, dopo aver dichiarato il proscioglimento (per prescrizione), abbia disposto la restituzione dei medesimi ad una parte contendente, quella da esso ritenuta titolata. (Fausto Galeotti) (riproduzione riservata)
Appello Brescia 22 marzo 2017.




Efficacia extrapenale della sentenza penale nelle ipotesi tassativamente previste non suscettibili di applicazione analogica

Rapporti tra giudizio penale e giudizio civile - Efficacia extrapenale della sentenza penale nelle ipotesi tassativamente previste non suscettibili di applicazione analogica - Inidoneità ad acquisire efficacia di giudicato extrapenale dei provvedimenti del GUP in tema di diritto alla restituzione di beni già sequestrati penalmente; “ne bis in idem” , ipotesi non ricorrente

Le disposizioni di cui agli artt. 651, 652, 653 e 654 c.p.p. costituiscono eccezioni al principio dell'autonomia e della separazione dei giudizi penale e civile, pertanto non sono applicabili in via analogica oltre i casi espressamente previsti.
Ne consegue che soltanto la sentenza penale irrevocabile di assoluzione (per essere rimasto accertato che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto è stato compiuto nell'adempimento di un dovere o nell'esercizio di una facoltà legittima), se pronunciata a seguito di dibattimento, ha efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo per le restituzioni ed il risarcimento del danno, mentre le sentenze di non doversi procedere perché il reato è estinto per prescrizione o per amnistia non hanno alcuna efficacia extrapenale, a nulla rilevando che il giudice penale, per pronunciare la sentenza di proscioglimento, abbia dovuto accertare i fatti e valutarli giuridicamente;in tal caso il giudice civile, pur tenendo conto degli elementi di prova acquisiti in sede penale, deve interamente ed autonomamente rivalutare il fatto in contestazione.

La sentenza del GUP che abbia dichiarato il non luogo a procedere non spiega Pertanto alcuna efficacia di giudicato nel giudizio civile; né, tanto meno, hanno efficacia di giudicato, affermativa o negatoria di diritti privatistici, i provvedimenti,ancorché non più impugnabili in sede penale, resi dal GUP in tema di restituzione di beni oggetto di sequestro preventivo caducato a seguito della sentenza di non doversi procedere.

Non ricorre violazione del divieto di “ne bis in idem” quando il giudice civile decide sulla controversia circa la proprietà/ possesso di beni (nella specie cambiali ipotecarie), già oggetto di sequestro penale preventivo, per cui il GUP, dopo aver dichiarato il proscioglimento (per prescrizione), abbia disposto la restituzione dei medesimi ad una parte contendente, quella da esso ritenuta titolata. (Fausto Galeotti) (riproduzione riservata)
Appello Brescia 22 marzo 2017.




Antimafia: anche dopo la confisca definitiva la liquidazione dei beni precede la destinazione

Antimafia – Confisca dei beni – Procedimento di liquidazione – Avvio successivo alla confisca definitiva – Ammissibilità – Procedimento di destinazione dei beni – Avvio successivo all’avvenuta liquidazione – Necessità

Prima di procedere alla destinazione dei beni è necessario e doveroso dare avvio alla liquidazione dei beni per soddisfare i creditori utilmente collocati al passivo.
La fase della liquidazione è la precondizione imposta dal Legislatore per poter utilmente e legittimamente procedere alla successiva destinazione dei beni, rimettendo alla discrezionalità del Giudice Delegato la scelta prudenziale in ordine al momento in cui procedere alla verifica dei crediti e alla conseguente liquidazione.
La normativa non impone che il procedimento di verifica dei crediti e quello di liquidazione inizino e si esauriscano prima della confisca definitiva.
Se, quindi, è possibile che la verifica sia avviata prima della confisca e le domande tardive possono essere proposte ed esaminate finanche dopo un anno dalla confisca definitiva, va da sé che anche l’attività di liquidazione può svolgersi a seguito dell’irrevocabilità del provvedimento ablatorio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi 24 febbraio 2017.




Il sistema sanzionatorio dei reati tributari esclude il ne bis in idem

Reato tributario – Concorso di sanzione penale e sanzione tributaria – Ne bis in idem – Esclusione

In relazione al tema del cd. doppio binario sanzionatorio e della violazione del divieto di ne bis in idem, non è sufficiente arrestarsi alla mera qualificazione formale attribuita dalla legge nazionale, essendo necessaria un’attenta valutazione del grado di severità della sanzione (scandagliando le finalità della norma sanzionatoria, l’intento repressivo e la capacità deterrente della stessa) e la natura della violazione o dell’offesa (il che implica la disamina degli interessi protetti per verificare se essi possano caratterizzarsi come interessi di determinate categorie od invece generali).
Va da sé che il ne bis in idem postula l’identità delle condotte colpite dalle sanzioni, verificata in relazione alla coincidenza del fatto concreto inteso in senso storico-naturalistico.
Ben pochi dubbi possono sussistere sulla natura sostanzialmente penale delle sanzioni amministrative previste dalla legislazione tributaria italiana. Tuttavia, la violazione del ne bis in idem è innescata non dalla mera pendenza contemporanea di due procedimenti suscettibili di condurre all’applicazione di due sanzioni di valenza sostanzialmente penale per il medesimo fatto, ma dalla circostanza che uno di essi venga instaurato o prosegua dopo che l’altro si sia chiuso con una decisione definitiva (non importa se di assoluzione o di condanna).
L’art.9 L.689/91 attribuisce al principio di specialità la funzione di criterio generale di regolazione dei rapporti tra norme sanzionatorie penali e amministrative, sancendo la recessività della previsione sanzionatoria amministrativa di fronte a quella penale. Regola affermata nella disciplina penale tributaria varata con il D.Lgs. 10 marzo 2000, n.74. Le sanzioni tributarie non sono applicabili all’imputato salvo che non sia definitivamente esclusa sul piano penale la rilevanza del fatto: fisiologicamente, non vi è spazio per un cumulo tra sanzioni amministrative e penali.
L’effettivo pagamento delle sanzioni tributarie e il ne bis in idem sostanziale possono discendere essenzialmente da una libera scelta dell’interessato finalizzata a beneficiare dei trattamenti premiali codificati dal D.Lgs. n.74/2000 e/o dalle circostanze attenuanti generiche. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi 07 novembre 2016.




Il sistema sanzionatorio dei reati tributari esclude il ne bis in idem

Reato tributario – Concorso di sanzione penale e sanzione tributaria – Ne bis in idem – Esclusione

In relazione al tema del cd. doppio binario sanzionatorio e della violazione del divieto di ne bis in idem, non è sufficiente arrestarsi alla mera qualificazione formale attribuita dalla legge nazionale, essendo necessaria un’attenta valutazione del grado di severità della sanzione (scandagliando le finalità della norma sanzionatoria, l’intento repressivo e la capacità deterrente della stessa) e la natura della violazione o dell’offesa (il che implica la disamina degli interessi protetti per verificare se essi possano caratterizzarsi come interessi di determinate categorie od invece generali).
Va da sé che il ne bis in idem postula l’identità delle condotte colpite dalle sanzioni, verificata in relazione alla coincidenza del fatto concreto inteso in senso storico-naturalistico.
Ben pochi dubbi possono sussistere sulla natura sostanzialmente penale delle sanzioni amministrative previste dalla legislazione tributaria italiana. Tuttavia, la violazione del ne bis in idem è innescata non dalla mera pendenza contemporanea di due procedimenti suscettibili di condurre all’applicazione di due sanzioni di valenza sostanzialmente penale per il medesimo fatto, ma dalla circostanza che uno di essi venga instaurato o prosegua dopo che l’altro si sia chiuso con una decisione definitiva (non importa se di assoluzione o di condanna).
L’art.9 L.689/91 attribuisce al principio di specialità la funzione di criterio generale di regolazione dei rapporti tra norme sanzionatorie penali e amministrative, sancendo la recessività della previsione sanzionatoria amministrativa di fronte a quella penale. Regola affermata nella disciplina penale tributaria varata con il D.Lgs. 10 marzo 2000, n.74. Le sanzioni tributarie non sono applicabili all’imputato salvo che non sia definitivamente esclusa sul piano penale la rilevanza del fatto: fisiologicamente, non vi è spazio per un cumulo tra sanzioni amministrative e penali.
L’effettivo pagamento delle sanzioni tributarie e il ne bis in idem sostanziale possono discendere essenzialmente da una libera scelta dell’interessato finalizzata a beneficiare dei trattamenti premiali codificati dal D.Lgs. n.74/2000 e/o dalle circostanze attenuanti generiche. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi 07 novembre 2016.




La confisca per equivalente ex art. 322 ter c.p. non ostacola la vendita in sede esecutiva

Espropriazione forzata - Confisca per equivalente ex art. 322 ter c.p. - Preclusione al promovimento o alla prosecuzione delle procedure esecutive individuali - Esclusione

La preclusione al promovimento o alla prosecuzione delle procedure esecutive individuali non si applica alla confisca per equivalente ex art. 322 ter c.p. (estesa ai reati tributari dall’art. 1, comma 143, della l. n. 244/2007), in quanto trattasi di disciplina prevista dal legislatore soltanto per le misure di prevenzione (art. 55 del codice antimafia) e per la cd. confisca allargata di cui all’art. 12 sexies del d.l. n. 306/1992, convertito con modificazioni dalla l. n. 356/1992 (art. 1, comma 190, della l. n. 228/2012). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Trento 26 ottobre 2016.




La confisca per equivalente ex art. 322 ter c.p. non ostacola la vendita in sede esecutiva

Espropriazione forzata - Confisca per equivalente ex art. 322 ter c.p. - Preclusione al promovimento o alla prosecuzione delle procedure esecutive individuali - Esclusione

La preclusione al promovimento o alla prosecuzione delle procedure esecutive individuali non si applica alla confisca per equivalente ex art. 322 ter c.p. (estesa ai reati tributari dall’art. 1, comma 143, della l. n. 244/2007), in quanto trattasi di disciplina prevista dal legislatore soltanto per le misure di prevenzione (art. 55 del codice antimafia) e per la cd. confisca allargata di cui all’art. 12 sexies del d.l. n. 306/1992, convertito con modificazioni dalla l. n. 356/1992 (art. 1, comma 190, della l. n. 228/2012). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Trento 26 ottobre 2016.




Esclusione del responsabile civile dal giudizio abbreviato

Processo penale - Giudizio abbreviato - Accoglimento della richiesta - Esclusione del responsabile civile

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 87, comma 3, del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione: l’esclusione del responsabile civile dal giudizio abbreviato si connota come una scelta non irragionevole – proprio perché anch’essa coerente con gli immutati obiettivi di fondo del rito speciale – effettuata dal legislatore nell’esercizio dell’ampia discrezionalità di cui fruisce nella disciplina degli istituti processuali. Nessun pregiudizio al diritto di azione della parte civile deriva, d’altronde, dalla soluzione legislativa censurata. Per espresso disposto dell’art. 88, comma 2, cod. proc. pen., infatti, l’esclusione del responsabile civile non pregiudica l’esercizio in sede civile dell’azione risarcitoria. Inoltre, ove la parte civile non accetti il giudizio abbreviato – com’è in sua facoltà – essa non subisce neppure la sospensione del processo civile fino alla pronuncia della sentenza penale non più soggetta a impugnazione, prevista dall’art. 75, comma 3, cod. proc. pen. (art. 441, comma 5, cod. proc. pen.). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 07 ottobre 2016.




Retroattività della legge penale più favorevole

Rinvio pregiudiziale – Articolo 6 TUE – Articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Principio di retroattività della legge penale più favorevole – Cittadini italiani che hanno organizzato l’ingresso illegale nel territorio italiano di cittadini rumeni – Fatti commessi prima dell’adesione della Romania all’Unione – Effetto dell’adesione della Romania sul reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – Attuazione del diritto dell’Unione – Competenza della Corte

L’articolo 6 TUE e l’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea devono essere interpretati nel senso che l’adesione di uno Stato all’Unione non osta a che un altro Stato membro possa infliggere una sanzione penale a coloro che, prima di tale adesione, abbiano commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini del primo Stato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 06 ottobre 2016.




Retroattività della legge penale più favorevole

Rinvio pregiudiziale – Articolo 6 TUE – Articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Principio di retroattività della legge penale più favorevole – Cittadini italiani che hanno organizzato l’ingresso illegale nel territorio italiano di cittadini rumeni – Fatti commessi prima dell’adesione della Romania all’Unione – Effetto dell’adesione della Romania sul reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – Attuazione del diritto dell’Unione – Competenza della Corte

L’articolo 6 TUE e l’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea devono essere interpretati nel senso che l’adesione di uno Stato all’Unione non osta a che un altro Stato membro possa infliggere una sanzione penale a coloro che, prima di tale adesione, abbiano commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini del primo Stato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 06 ottobre 2016.




In materia di braccialetto elettronico

Rinvio pregiudiziale – Procedimento pregiudiziale d’urgenza – Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale – Decisione quadro 2002/584/GAI – Articolo 26, paragrafo 1 – Mandato d’arresto europeo – Effetti della consegna – Deduzione del periodo di custodia scontato nello Stato membro di esecuzione – Nozione di “custodia” – Misure restrittive della libertà diverse dalla reclusione – Arresti domiciliari associati ad un braccialetto elettronico – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articoli 6 e 49

L’articolo 26, paragrafo 1, della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009, dev’essere interpretato nel senso che misure quali gli arresti domiciliari per un periodo di nove ore notturne, associati alla sorveglianza della persona interessata a mezzo di un braccialetto elettronico, all’obbligo di presentarsi quotidianamente o più volte alla settimana ad un commissariato di polizia ad ore stabilite, nonché al divieto di chiedere il rilascio di documenti validi per l’espatrio, non sono, in linea di principio, tenuto conto del tipo, della durata, degli effetti e delle modalità di esecuzione dell’insieme di tali misure, talmente coercitive da comportare un effetto di privazione della libertà analogo a quello determinato dalla carcerazione e da essere quindi qualificate come «custodia» ai sensi della citata disposizione, circostanza che spetta in ogni caso al giudice del rinvio verificare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 28 luglio 2016.




Depenalizzazione - Fatti costituenti reato e depenalizzati dal dlgs n. 7 del 2016 - Applicazione sanzioni nei procedimenti civili

Fatti costituenti reato – Abrogazione ex dlgs 7 del 2016 – Nuovi sanzioni pecuniarie civili – Applicabilità ai fatti commessi in data anteriore alla entrata in vigore delle norme di depenalizzazione – Sussiste – Processi civili pendenti – Sussiste

Ai fatti costituenti reato e depenalizzati dal dlgs n. 7 del 2016, commessi anteriormente alla entrata in vigore del cennato decreto n. 7/2016, si applicano le nuove sanzioni pecuniarie civili, anche nell’ambito di procedimenti pendenti davanti al giudice civile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 07 luglio 2016.




Crisi da sovraindebitamento, improcedibilità dell’espropriazione forzata e intangibilità dell’aggiudicazione

Espropriazione forzata - Estinzione o improcedibilità - Intangibilità dell’assegnazione e dell’aggiudicazione - Composizione della crisi da sovraindebitamento

La disposizione di cui all’articolo 187-bis disp. att. c.p.c. (che prevede l’intangibilità nei confronti dei terzi aggiudicatari o assegnatari degli effetti dell’aggiudicazione o dell’assegnazione per il caso di estinzione o di chiusura anticipata del processo esecutivo) è applicabile anche alle ipotesi di improcedibilità dell’esecuzione individuale derivante dalla instaurazione della procedura di sovraindebitamento ex art. 10 l. n. 3/2012 ed altresì al caso di sopravvenuto sequestro preventivo come misura di prevenzione di cui all’articolo 55 del TU antimafia. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Firenze 06 luglio 2016.




Crisi da sovraindebitamento, improcedibilità dell’espropriazione forzata e intangibilità dell’aggiudicazione

Espropriazione forzata - Estinzione o improcedibilità - Intangibilità dell’assegnazione e dell’aggiudicazione - Composizione della crisi da sovraindebitamento

La disposizione di cui all’articolo 187-bis disp. att. c.p.c. (che prevede l’intangibilità nei confronti dei terzi aggiudicatari o assegnatari degli effetti dell’aggiudicazione o dell’assegnazione per il caso di estinzione o di chiusura anticipata del processo esecutivo) è applicabile anche alle ipotesi di improcedibilità dell’esecuzione individuale derivante dalla instaurazione della procedura di sovraindebitamento ex art. 10 l. n. 3/2012 ed altresì al caso di sopravvenuto sequestro preventivo come misura di prevenzione di cui all’articolo 55 del TU antimafia. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Firenze 06 luglio 2016.




Rapporto tra misure di prevenzione, tutela dei diritti di terzi (creditori) e procedure esecutive individuali

Opposizione all’esecuzione – Misure di prevenzione ex art. 12 sexies L. 356/92 – Procedure esecutive individuali – Codice Antimafia

Sui beni oggetto di misure di prevenzione e/o sicurezza ai sensi dell’art. 12 sexies, legge n. 356 del 1992 (c.d. confisca allargata), la disciplina dettata dal Nuovo Codice Antimafia è immediatamente applicabile e, di conseguenza, non possono essere iniziate o proseguite azioni esecutive da parte dei creditori. (Gabriele Potenza) (riproduzione riservata) Tribunale Tivoli 26 maggio 2016.




Rapporto tra misure di prevenzione, tutela dei diritti di terzi (creditori) e procedure esecutive individuali

Opposizione all’esecuzione – Misure di prevenzione ex art. 12 sexies L. 356/92 – Procedure esecutive individuali – Codice Antimafia

Sui beni oggetto di misure di prevenzione e/o sicurezza ai sensi dell’art. 12 sexies, legge n. 356 del 1992 (c.d. confisca allargata), la disciplina dettata dal Nuovo Codice Antimafia è immediatamente applicabile e, di conseguenza, non possono essere iniziate o proseguite azioni esecutive da parte dei creditori. (Gabriele Potenza) (riproduzione riservata) Tribunale Tivoli 26 maggio 2016.




Mandato d’arresto europeo e notifica / citazione

Rinvio pregiudiziale – Procedimento pregiudiziale d’urgenza – Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale – Decisione quadro 2002/584/GAI – Mandato d’arresto europeo – Articolo 4 bis, paragrafo 1 – Procedure di consegna tra Stati membri – Condizioni di esecuzione – Motivi di non esecuzione facoltativa – Eccezioni – Esecuzione obbligatoria – Pena pronunciata in contumacia – Nozione di “citazione in giudizio ad personam” e di “notifica ufficiale con altri mezzi” – Nozioni autonome di diritto dell’Unione

L’articolo 4 bis, paragrafo 1, lettera a), i), della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, quale modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009, dev’essere interpretato nel senso che le espressioni «citato personalmente» e «di fatto informato ufficialmente con altri mezzi della data e del luogo fissati per il processo, in modo tale che si è stabilito inequivocabilmente che era al corrente del processo fissato», che figurano in tale disposizione, costituiscono nozioni autonome del diritto dell’Unione e devono essere interpretate in modo uniforme in tutta l’Unione europea.
2) L’articolo 4 bis, paragrafo 1, lettera a), i), della decisione quadro 2002/584, quale modificata dalla decisione quadro 2009/299, dev’essere interpretato nel senso che una citazione, come quella controversa nel procedimento principale, che non è stata notificata direttamente all’interessato, ma che è stata consegnata, presso l’indirizzo di quest’ultimo, a un adulto convivente che si è impegnato a recapitargliela, senza che il mandato d’arresto europeo permetta di determinare se, ed eventualmente, quando tale adulto abbia effettivamente recapitato tale citazione all’interessato, non soddisfa, da sola, i requisiti enunciati in tale disposizione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 24 maggio 2016.




Mandato d’arresto europeo e notifica / citazione

Rinvio pregiudiziale – Procedimento pregiudiziale d’urgenza – Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale – Decisione quadro 2002/584/GAI – Mandato d’arresto europeo – Articolo 4 bis, paragrafo 1 – Procedure di consegna tra Stati membri – Condizioni di esecuzione – Motivi di non esecuzione facoltativa – Eccezioni – Esecuzione obbligatoria – Pena pronunciata in contumacia – Nozione di “citazione in giudizio ad personam” e di “notifica ufficiale con altri mezzi” – Nozioni autonome di diritto dell’Unione

L’articolo 4 bis, paragrafo 1, lettera a), i), della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, quale modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009, dev’essere interpretato nel senso che le espressioni «citato personalmente» e «di fatto informato ufficialmente con altri mezzi della data e del luogo fissati per il processo, in modo tale che si è stabilito inequivocabilmente che era al corrente del processo fissato», che figurano in tale disposizione, costituiscono nozioni autonome del diritto dell’Unione e devono essere interpretate in modo uniforme in tutta l’Unione europea.
2) L’articolo 4 bis, paragrafo 1, lettera a), i), della decisione quadro 2002/584, quale modificata dalla decisione quadro 2009/299, dev’essere interpretato nel senso che una citazione, come quella controversa nel procedimento principale, che non è stata notificata direttamente all’interessato, ma che è stata consegnata, presso l’indirizzo di quest’ultimo, a un adulto convivente che si è impegnato a recapitargliela, senza che il mandato d’arresto europeo permetta di determinare se, ed eventualmente, quando tale adulto abbia effettivamente recapitato tale citazione all’interessato, non soddisfa, da sola, i requisiti enunciati in tale disposizione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 24 maggio 2016.




Richiesta di pagamento da parte del debitore durante il pignoramento e dopo la presentazione di un ricorso per concordato in bianco: reati configurabili, insussistenza del dolo o colpa

Pignoramento presso terzi – Pagamento al debitore da parte dei funzionari AUSL in pendenza di ricorso per concordato in bianco, depositato successivamente al pignoramento, sulla base di reiterate richieste del debitore tramite il proprio legale – Configurabilità dei reati di cui agli artt. 388 c.p. “Mancata esecuzione di un ordine del giudice”, 323 c.p. “Abuso d’ufficio”, art. 388 bis c.p. “Violazione colposa dei doveri di custodia di cose sottoposte a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo” – Esclusione – Assenza dell’elemento soggettivo in relazione agli artt. 388 e 323 c.p. – Assenza di colpa in relazione all’art. 388 bis c.p. – Assenza di elementi di reato a carico del debitore e del suo legale

È infondata la notizia di reato con riferimento alla fattispecie di cui all'art. 388 c.p., avuto precipuo riguardo all'elemento soggettivo, non ravvisandosi dagli atti la volontà, ad opera degli indagati, organi dell'AUSL, di eludere l'esecuzione di un provvedimento del giudice civile e, comunque, di frustrare le esigenze perseguite dal creditore, atteso che deve considerarsi sostanzialmente veritiera la dichiarazione negativa di terzo ex art. 547 c.p.c., dato che i pagamenti effettuati successivamente al pignoramento erano stati eseguiti da parte degli indagati a seguito di reiterate istanze della Farmacia debitrice fondate sulla comprovata presentazione, da parte di quest'ultima, di ricorso prenotativo ex art. 161 comma IV L. Fall., e, successivamente, di istanza per l'ammissione alla procedura di concordato preventivo.
A prescindere o meno dalla correttezza dell'operato tenuto dagli indagati, può più che fondatamente escludersi nel loro operato la ravvisabilità dell'elemento soggettivo tipizzato dall'art. 388 c.p., il quale postula "la volontà cosciente del colpevole di eludere la esecuzione di un provvedimento del giudice" (Cass., Sez. VI, sentenza n. 25905 del 16.04.2015), oppure di sottrarre la cosa di proprietà sottoposta a pignoramento.
Deve escludersi altresì il dolo in relazione all’art. 323 c.p. dato che non sussistono circostanze che inducano a ritenere che gli atti amministrativi contestati siano stati perpetrati al fine e con la consapevolezza di arrecare alla persona offesa un pregiudizio caratterizzato dal requisito dell'ingiustizia - ovvero, della non spettanza in base alle norme dell'ordinamento giuridico -, tenuto conto dell'assenza di qualsivoglia elemento dal quale inferire la sussistenza di ragioni di risentimento o di malanimo nutriti dagli indagati.
Non sussiste inoltre la fattispecie di cui all'art. 388 bis c.p., non emergendo prova anche del carattere colposo della condotta tenuta dai funzionari dell’AUSL né tantomeno della solo asserita - in sede di opposizione alla richiesta di archiviazione - "negligenza gravissima".
Da ultimo, non si ravvisano elementi di reità a carico della debitrice, titolare della farmacia, e del di lei legale, essendosi i medesimi limitati a richiedere il pagamento delle somme spettanti alla farmacia sulla base di prospettazioni giuridiche. (Gianluca Dalla Riva) (riproduzione riservata)
Tribunale Teramo 11 aprile 2016.




Richiesta di pagamento da parte del debitore durante il pignoramento e dopo la presentazione di un ricorso per concordato in bianco: reati configurabili, insussistenza del dolo o colpa

Pignoramento presso terzi – Pagamento al debitore da parte dei funzionari AUSL in pendenza di ricorso per concordato in bianco, depositato successivamente al pignoramento, sulla base di reiterate richieste del debitore tramite il proprio legale – Configurabilità dei reati di cui agli artt. 388 c.p. “Mancata esecuzione di un ordine del giudice”, 323 c.p. “Abuso d’ufficio”, art. 388 bis c.p. “Violazione colposa dei doveri di custodia di cose sottoposte a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo” – Esclusione – Assenza dell’elemento soggettivo in relazione agli artt. 388 e 323 c.p. – Assenza di colpa in relazione all’art. 388 bis c.p. – Assenza di elementi di reato a carico del debitore e del suo legale

È infondata la notizia di reato con riferimento alla fattispecie di cui all'art. 388 c.p., avuto precipuo riguardo all'elemento soggettivo, non ravvisandosi dagli atti la volontà, ad opera degli indagati, organi dell'AUSL, di eludere l'esecuzione di un provvedimento del giudice civile e, comunque, di frustrare le esigenze perseguite dal creditore, atteso che deve considerarsi sostanzialmente veritiera la dichiarazione negativa di terzo ex art. 547 c.p.c., dato che i pagamenti effettuati successivamente al pignoramento erano stati eseguiti da parte degli indagati a seguito di reiterate istanze della Farmacia debitrice fondate sulla comprovata presentazione, da parte di quest'ultima, di ricorso prenotativo ex art. 161 comma IV L. Fall., e, successivamente, di istanza per l'ammissione alla procedura di concordato preventivo.
A prescindere o meno dalla correttezza dell'operato tenuto dagli indagati, può più che fondatamente escludersi nel loro operato la ravvisabilità dell'elemento soggettivo tipizzato dall'art. 388 c.p., il quale postula "la volontà cosciente del colpevole di eludere la esecuzione di un provvedimento del giudice" (Cass., Sez. VI, sentenza n. 25905 del 16.04.2015), oppure di sottrarre la cosa di proprietà sottoposta a pignoramento.
Deve escludersi altresì il dolo in relazione all’art. 323 c.p. dato che non sussistono circostanze che inducano a ritenere che gli atti amministrativi contestati siano stati perpetrati al fine e con la consapevolezza di arrecare alla persona offesa un pregiudizio caratterizzato dal requisito dell'ingiustizia - ovvero, della non spettanza in base alle norme dell'ordinamento giuridico -, tenuto conto dell'assenza di qualsivoglia elemento dal quale inferire la sussistenza di ragioni di risentimento o di malanimo nutriti dagli indagati.
Non sussiste inoltre la fattispecie di cui all'art. 388 bis c.p., non emergendo prova anche del carattere colposo della condotta tenuta dai funzionari dell’AUSL né tantomeno della solo asserita - in sede di opposizione alla richiesta di archiviazione - "negligenza gravissima".
Da ultimo, non si ravvisano elementi di reità a carico della debitrice, titolare della farmacia, e del di lei legale, essendosi i medesimi limitati a richiedere il pagamento delle somme spettanti alla farmacia sulla base di prospettazioni giuridiche. (Gianluca Dalla Riva) (riproduzione riservata)
Tribunale Teramo 11 aprile 2016.




Circostanze del reato: nuova pronuncia di incostituzionalità

Reati e pene - Circostanze del reato - Concorso di circostanze aggravanti e attenuanti - Divieto di prevalenza della circostanza attenuante della collaborazione di cui all'art. 73, comma 7, del d.P.R. 09/10/1990 n. 309 (in materia di disciplina degli stupefacenti) sull'aggravante della recidiva reiterata di cui all'art. 99, comma quarto, cod. pen.

E’ costituzionalmente illegittimo l’art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall’art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 73, comma 7, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza) sulla recidiva reiterata prevista dall’art. 99, quarto comma, cod. pen.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 07 aprile 2016.




Depenalizzazione civile: il giudice penale non può decidere l’appello ai soli effetti civili

Depenalizzazione ex dlgs. 7 del 2016 – Abolizione di reato – Giudizio di appello – Assoluzione dell’imputato – Capi civili – Revoca – Sussiste – Potere del giudice penale di decidere l’appello agli effetti civili – Esclusione

Il reato di ingiuria è stato depenalizzato e trasformato in illecito (esclusivamente) civile dal d.lgs. 7/2016. L’intervenuta depenalizzazione del reato di ingiuria esonera il giudice dal prendere posizione sulla fondatezza dell’appello agli effetti civili. A differenza, infatti, del coevo d.lgs. 8/2016 (operante un intervento di depenalizzazione mediante conversione in illecito amministrativo di taluni reati), il d.lgs. 7/2016 non contiene una norma che imponga al giudice di decidere sull’appello agli effetti civili malgrado l’assoluzione dell’imputato per il mutamento normativo sopravvenuto e ciò impedisce l’applicazione analogica – che sarebbe in malam partem per l’imputato - dell’art. 578 c.p.p., operante solo per il caso di dichiarazione di estinzione del reato per amnistia o prescrizione. Trattasi di differenza di regime che non appare irragionevole, in quanto la ratio dell’opera di depenalizzazione portata avanti dal d.lgs. 7/2016 è quella di collocare integralmente in ambito privatistico talune controversie prima di rilevanza penale, sicché, grazie all’iniziativa della persona offesa, potrà essere il giudice civile a decidere sulla sussistenza dei presupposti per la condanna dell’odierno imputato al risarcimento del danno e per la conseguente applicabilità delle sanzioni pecuniarie civili di nuova introduzione (di cui è espressamente prevista l’applicazione retroattiva, con il limite del giudicato). Se così non fosse – e se, quindi, il giudice penale, in grado di appello, potesse decidere agli effetti civili sulla fondatezza del gravame – la persona offesa alcun interesse avrebbe più ad agire in sede civile, così frustrandosi la prevista applicazione retroattiva delle sanzioni privatistiche di nuova introduzione (di competenza, appunto, del giudice civile). Nel caso, invece, della conversione in illecito amministrativo, la previsione da parte del d.lgs. 8/2016 di un regime analogo a quello previsto dall’art. 578 c.p.p. ben si giustifica con il fatto che l’eventuale pretesa risarcitoria della persona offesa nessuna tutela potrebbe avere dinanzi all’Autorità Amministrativa, a cui il giudice penale deve rimettere gli atti nell’assolvere l’imputato perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Cosenza 26 febbraio 2016.




Depenalizzazione civile: il giudice penale non può decidere l’appello ai soli effetti civili

Depenalizzazione ex dlgs. 7 del 2016 – Abolizione di reato – Giudizio di appello – Assoluzione dell’imputato – Capi civili – Revoca – Sussiste – Potere del giudice penale di decidere l’appello agli effetti civili – Esclusione

Il reato di ingiuria è stato depenalizzato e trasformato in illecito (esclusivamente) civile dal d.lgs. 7/2016. L’intervenuta depenalizzazione del reato di ingiuria esonera il giudice dal prendere posizione sulla fondatezza dell’appello agli effetti civili. A differenza, infatti, del coevo d.lgs. 8/2016 (operante un intervento di depenalizzazione mediante conversione in illecito amministrativo di taluni reati), il d.lgs. 7/2016 non contiene una norma che imponga al giudice di decidere sull’appello agli effetti civili malgrado l’assoluzione dell’imputato per il mutamento normativo sopravvenuto e ciò impedisce l’applicazione analogica – che sarebbe in malam partem per l’imputato - dell’art. 578 c.p.p., operante solo per il caso di dichiarazione di estinzione del reato per amnistia o prescrizione. Trattasi di differenza di regime che non appare irragionevole, in quanto la ratio dell’opera di depenalizzazione portata avanti dal d.lgs. 7/2016 è quella di collocare integralmente in ambito privatistico talune controversie prima di rilevanza penale, sicché, grazie all’iniziativa della persona offesa, potrà essere il giudice civile a decidere sulla sussistenza dei presupposti per la condanna dell’odierno imputato al risarcimento del danno e per la conseguente applicabilità delle sanzioni pecuniarie civili di nuova introduzione (di cui è espressamente prevista l’applicazione retroattiva, con il limite del giudicato). Se così non fosse – e se, quindi, il giudice penale, in grado di appello, potesse decidere agli effetti civili sulla fondatezza del gravame – la persona offesa alcun interesse avrebbe più ad agire in sede civile, così frustrandosi la prevista applicazione retroattiva delle sanzioni privatistiche di nuova introduzione (di competenza, appunto, del giudice civile). Nel caso, invece, della conversione in illecito amministrativo, la previsione da parte del d.lgs. 8/2016 di un regime analogo a quello previsto dall’art. 578 c.p.p. ben si giustifica con il fatto che l’eventuale pretesa risarcitoria della persona offesa nessuna tutela potrebbe avere dinanzi all’Autorità Amministrativa, a cui il giudice penale deve rimettere gli atti nell’assolvere l’imputato perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Cosenza 26 febbraio 2016.




Quantificazione degli onorari spettanti all’amministratore giudiziario, nominato nell’ambito di una procedura di sequestro antimafia

Sequestro ex art. 20 d.lgs. 159 del 6 settembre 2011 (codice antimafia) – Criteri di liquidazione onorari amministratore giudiziario – Valore dei “beni costituiti in azienda” – Applicazione art. 3 comma I lett. a) d.P.R. n. 177/2015

Sequestro ex art. 20 d.lgs. 159 del 6 settembre 2011 (codice antimafia) – Acconto onorari amministratore giudiziario ex art. 42, 5° comma d.lgs. 159 del 6 settembre 2011 (codice antimafia) – Criteri di quantificazione dell’acconto

Nella quantificazione degli onorari spettanti all’amministratore giudiziario, nominato nell’ambito di una procedura di sequestro antimafia, il valore dei “beni costituiti in azienda” di cui all’art. 3 comma I lett. a), d.P.R. n. 177/2015, è rappresentato dall’attivo “contabile”, come risultante dall’ultimo bilancio approvato nel corso della procedura e/o dall’ultima situazione contabile patrimoniale disponibile. (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)

L’acconto sugli onorari spettanti all’amministratore giudiziario, nominato nell’ambito di una procedura di sequestro antimafia, deve essere quantificato nella quota parte, per il periodo di attività svolta, del corrispettivo totale liquidabile per la ipotizzata durata massima della procedura prospettata dal legislatore delegato (ossia 30 mesi). (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 15 febbraio 2016.




Quantificazione degli onorari spettanti all’amministratore giudiziario, nominato nell’ambito di una procedura di sequestro antimafia

Sequestro ex art. 20 d.lgs. 159 del 6 settembre 2011 (codice antimafia) – Criteri di liquidazione onorari amministratore giudiziario – Valore dei “beni costituiti in azienda” – Applicazione art. 3 comma I lett. a) d.P.R. n. 177/2015

Sequestro ex art. 20 d.lgs. 159 del 6 settembre 2011 (codice antimafia) – Acconto onorari amministratore giudiziario ex art. 42, 5° comma d.lgs. 159 del 6 settembre 2011 (codice antimafia) – Criteri di quantificazione dell’acconto

Nella quantificazione degli onorari spettanti all’amministratore giudiziario, nominato nell’ambito di una procedura di sequestro antimafia, il valore dei “beni costituiti in azienda” di cui all’art. 3 comma I lett. a), d.P.R. n. 177/2015, è rappresentato dall’attivo “contabile”, come risultante dall’ultimo bilancio approvato nel corso della procedura e/o dall’ultima situazione contabile patrimoniale disponibile. (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)

L’acconto sugli onorari spettanti all’amministratore giudiziario, nominato nell’ambito di una procedura di sequestro antimafia, deve essere quantificato nella quota parte, per il periodo di attività svolta, del corrispettivo totale liquidabile per la ipotizzata durata massima della procedura prospettata dal legislatore delegato (ossia 30 mesi). (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 15 febbraio 2016.




Omesso versamento di ritenute: revoca delle sentenze di condanna emesse per importi inferiori alle nuove soglie di punibilità

Reato di omesso versamento di ritenute – Riduzione delle soglie di punibilità ex art.7 D.Lgs. n.158/2015 – Sentenza di condanna irrevocabile per omesso versamento di importi inferiori alle nuove soglie – Revocabilità – Sussiste

Si deve ritenere che la recente modifica legislativa, intervenuta su uno degli elementi costitutivi del reato – la soglia di punibilità – abbia ristretto la portata applicativa dell’art.10 bis D. L.vo 74/00 a soltanto alcuni dei fatti ad esso precedentemente riconducibili, con la conseguenza che la nuova norma ha comportato la sostanziale abrogazione della fattispecie nella parte riferita a fatti che non comportano il superamento delle nuove soglie.
Con riferimento a tali fatti, penalmente non più rilevanti, non vi è alcuna continuità normativa ma una abolitio criminis che consente di ritenere applicabile, nel caso di sentenza di condanna irrevocabile, la disposizione di cui all’art.2, comma 2, c.p..
La sentenza pronunciata dovrà pertanto essere revocata ai sensi dell’art.673 comma 1 c.p.p., dichiarando che il fatto non è più previsto dalla legge come reato. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Udine 01 febbraio 2016.




Omesso versamento di ritenute: revoca delle sentenze di condanna emesse per importi inferiori alle nuove soglie di punibilità

Reato di omesso versamento di ritenute – Riduzione delle soglie di punibilità ex art.7 D.Lgs. n.158/2015 – Sentenza di condanna irrevocabile per omesso versamento di importi inferiori alle nuove soglie – Revocabilità – Sussiste

Si deve ritenere che la recente modifica legislativa, intervenuta su uno degli elementi costitutivi del reato – la soglia di punibilità – abbia ristretto la portata applicativa dell’art.10 bis D. L.vo 74/00 a soltanto alcuni dei fatti ad esso precedentemente riconducibili, con la conseguenza che la nuova norma ha comportato la sostanziale abrogazione della fattispecie nella parte riferita a fatti che non comportano il superamento delle nuove soglie.
Con riferimento a tali fatti, penalmente non più rilevanti, non vi è alcuna continuità normativa ma una abolitio criminis che consente di ritenere applicabile, nel caso di sentenza di condanna irrevocabile, la disposizione di cui all’art.2, comma 2, c.p..
La sentenza pronunciata dovrà pertanto essere revocata ai sensi dell’art.673 comma 1 c.p.p., dichiarando che il fatto non è più previsto dalla legge come reato. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Udine 01 febbraio 2016.




Sequestro di prevenzione e dichiarazione di fallimento

Sequestro di prevenzione ex d.lgs. n. 159 del 2011 – Dichiarazione di fallimento – Rapporti

Sequestro di prevenzione ex d.lgs. n. 159 del 2011 – Sequestro di società – Esclusione

Sequestro di prevenzione ex d.lgs. n. 159 del 2011 – Sequestro di azienda – Sequestro di partecipazioni sociali – Effetti – Poteri dell’amministratore giudiziario – Rappresentanza legale della società

Non può considerarsi fattore ostativo alla dichiarazione di fallimento la circostanza che tutti i beni aziendali siano sottoposti a sequestro dall’Autorità giudiziaria penale, in quanto, secondo il sistema delineato dall’art. 63 del D.l.gs. n. 159/2011, l’inesistenza di una massa attiva che possa essere attratta alla procedura fallimentare è verificabile solo ex post dagli organi del fallimento, una volta aperto il concorso, non potendo quell’inesistenza essere fatta oggetto di valutazione sommaria in sede prefallimentare. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

La previsione di un sequestro preventivo che abbia ad oggetto una società, così come contemplato dall’art. 104 bis disp. att. c.p.p., costituisce riferimento lessicale non coerente con l’intero ordinamento societario e vale, con tutta probabilità, a descrivere, sul piano empirico, il sequestro della totalità delle partecipazioni sociali unitamente al patrimonio aziendale e, con esso, lo svuotamento di ogni potere gestorio da parte degli organi societari sul complesso dei beni sociali. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

Il sequestro delle partecipazioni sociali e dell’azienda non ha alcuna influenza sull’organizzazione della società e sugli organi sociali che restano immutati. Pertanto, va escluso che il sequestro delle partecipazioni sociali e dell’azienda abbia l’effetto di sostituire gli amministratori volontari con l’amministratore giudiziario, il quale, da un lato, non diviene legale rappresentante della società e, dall’altro, può gestire l’azienda oggetto di spossessamento ed esercitare i diritti incorporati nella partecipazione sociale. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)
Appello Napoli 25 gennaio 2016.




Sequestro di prevenzione e dichiarazione di fallimento

Sequestro di prevenzione ex d.lgs. n. 159 del 2011 – Dichiarazione di fallimento – Rapporti

Sequestro di prevenzione ex d.lgs. n. 159 del 2011 – Sequestro di società – Esclusione

Sequestro di prevenzione ex d.lgs. n. 159 del 2011 – Sequestro di azienda – Sequestro di partecipazioni sociali – Effetti – Poteri dell’amministratore giudiziario – Rappresentanza legale della società

Non può considerarsi fattore ostativo alla dichiarazione di fallimento la circostanza che tutti i beni aziendali siano sottoposti a sequestro dall’Autorità giudiziaria penale, in quanto, secondo il sistema delineato dall’art. 63 del D.l.gs. n. 159/2011, l’inesistenza di una massa attiva che possa essere attratta alla procedura fallimentare è verificabile solo ex post dagli organi del fallimento, una volta aperto il concorso, non potendo quell’inesistenza essere fatta oggetto di valutazione sommaria in sede prefallimentare. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

La previsione di un sequestro preventivo che abbia ad oggetto una società, così come contemplato dall’art. 104 bis disp. att. c.p.p., costituisce riferimento lessicale non coerente con l’intero ordinamento societario e vale, con tutta probabilità, a descrivere, sul piano empirico, il sequestro della totalità delle partecipazioni sociali unitamente al patrimonio aziendale e, con esso, lo svuotamento di ogni potere gestorio da parte degli organi societari sul complesso dei beni sociali. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

Il sequestro delle partecipazioni sociali e dell’azienda non ha alcuna influenza sull’organizzazione della società e sugli organi sociali che restano immutati. Pertanto, va escluso che il sequestro delle partecipazioni sociali e dell’azienda abbia l’effetto di sostituire gli amministratori volontari con l’amministratore giudiziario, il quale, da un lato, non diviene legale rappresentante della società e, dall’altro, può gestire l’azienda oggetto di spossessamento ed esercitare i diritti incorporati nella partecipazione sociale. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)
Appello Napoli 25 gennaio 2016.




Sospensione delle esecuzioni forzate a danno delle vittime di usura

Usura – Sospensione dei termini per i processi esecutivi ex L.44/99

Qualora le indagini preliminari abbiano ottenuto un riscontro per il reato di cui all’art.644 codice penale, va conseguentemente accolta la richiesta di sospensione degli atti esecutivi concernenti le procedure pendenti a carico di coloro che rivestono il ruolo di parte offesa del reato. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata) Tribunale Pistoia 20 gennaio 2016.




Sospensione delle esecuzioni forzate a danno delle vittime di usura

Usura – Sospensione dei termini per i processi esecutivi ex L.44/99

Qualora le indagini preliminari abbiano ottenuto un riscontro per il reato di cui all’art.644 codice penale, va conseguentemente accolta la richiesta di sospensione degli atti esecutivi concernenti le procedure pendenti a carico di coloro che rivestono il ruolo di parte offesa del reato. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata) Tribunale Pistoia 20 gennaio 2016.




Accertamento dell'usura ed affidamento dell'indagine ad esperto

Usura - Accertamento - Ordinanza di integrazione delle indagini

Nell’ambito di un procedimento penale volto ad accertare il reato di usura, va rigettata la richiesta di archiviazione del PM motivata sul fatto che la CTU - affidata ad un esperto in materia non «estraneo alla Banca d’Italia» - abbia escluso la ricorrenza dell’usura mediante un calcolo che non tenga conto degli interessi di mora.

Nel caso di specie, il GIP ha disposto una nuova CTU da affidare «ad esperto in materia estraneo alla Banca d’Italia», che accerti gli effettivi tassi pattuiti ed applicati al rapporto comprendendovi anche l’insoluto; dovendo poi spiegare il CTU in modo più specifico le ragioni dell’esclusione dei c.d. interessi moratori dalla base di calcolo del tasso soglia. (Federica Lazzoni) (riproduzione riservata)
Tribunale Pistoia 19 gennaio 2016.




Accertamento dell'usura ed affidamento dell'indagine ad esperto

Usura - Accertamento - Ordinanza di integrazione delle indagini

Nell’ambito di un procedimento penale volto ad accertare il reato di usura, va rigettata la richiesta di archiviazione del PM motivata sul fatto che la CTU - affidata ad un esperto in materia non «estraneo alla Banca d’Italia» - abbia escluso la ricorrenza dell’usura mediante un calcolo che non tenga conto degli interessi di mora.

Nel caso di specie, il GIP ha disposto una nuova CTU da affidare «ad esperto in materia estraneo alla Banca d’Italia», che accerti gli effettivi tassi pattuiti ed applicati al rapporto comprendendovi anche l’insoluto; dovendo poi spiegare il CTU in modo più specifico le ragioni dell’esclusione dei c.d. interessi moratori dalla base di calcolo del tasso soglia. (Federica Lazzoni) (riproduzione riservata)
Tribunale Pistoia 19 gennaio 2016.




Inapplicabilità della disciplina cd. antiusura alla clausola penale

Clausola Penale – Leasing – Disciplina cd. Antiusura – Inapplicabilità

Non può ricomprendersi nelle remunerazioni da considerare ai fini della verifica del superamento del cosiddetto “tasso soglia” anche la somma dovuta a titolo di penale per l'inadempimento, in quanto essa non incide sul calcolo del tasso di interesse praticato, considerato che si tratta di una somma predeterminata, se pure in proporzione alla somma rimasta inadempiuta, la quale, pur avendo una funzione assimilabile a quella degli interessi moratori, ha natura diversa rispetto agli interessi in genere, la cui caratteristica peculiare è il maturare con il passare del tempo, caratteristica che non si riscontra nella penale.
Conferma tale interpretazione la possibilità concessa al debitore di chiedere giudizialmente la riduzione ad equità della penale che sia "eccessiva", avuto sempre riguardo all’interesse che il creditore aveva all’adempimento. (Nicola Vascellari) (riproduzione riservata)
Tribunale Treviso 07 gennaio 2016.




L’imputato è innocente sino a condanna definitiva anche nel civile

Responsabilità per il fatto di reato del dipendente – Danno all’immagine della società – Prova – Processo penale in corso – Esclusione

La società che assuma di avere subito danni non patrimoniali in conseguenza dei reati posti in essere da suoi dipendenti, in ragione della risonanza mediatica che essi reati hanno provocato, è tenuta ad offrire prova degli elementi costitutivi del fatto illecito allegato ossia la colpevolezza dei dipendenti stessi e il nesso di causa tra la loro condotta e il pregiudizio subito; questi elementi non possono ritenersi provati per il sol fatto che i presunti autori del reato sono imputati già solo osservando che, sino alla pronuncia della sentenza di condanna definitiva, i medesimi sono da considerarsi innocenti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 19 novembre 2015.




Il pignoramento immobiliare prevale sul sequestro preventivo penale trascritto successivamente

Processo Civile – Espropriazione forzata in genere – Ipoteca – Sequestro preventivo penale ex art. 321 c.p.p. posteriore al pignoramento – Art. 1, co. 194 ss. L. 228/2012 – Art. 55 del D.lgs. 159/11 – Rapporti

Nell’ipotesi di sequestro preventivo penale ai sensi dell’art. 321 c.p.p. e, quindi, esclusi i casi di sequestro disposto ai sensi dell’art. 55 del D.lgs. 159/11 (codice antimafia), fino a quando non sia disposta la confisca, non sussistono valide ragioni per fermare la procedura esecutiva che, dunque, potrà liberamente proseguire. In tale fattispecie, pertanto, il pignoramento immobiliare instaurato dal creditore ipotecario, prevale sul sequestro preventivo penale trascritto successivamente. (Giuseppe Cudoni) (riproduzione riservata) Tribunale Sassari 02 novembre 2015.




Il pignoramento immobiliare prevale sul sequestro preventivo penale trascritto successivamente

Processo Civile – Espropriazione forzata in genere – Ipoteca – Sequestro preventivo penale ex art. 321 c.p.p. posteriore al pignoramento – Art. 1, co. 194 ss. L. 228/2012 – Art. 55 del D.lgs. 159/11 – Rapporti

Nell’ipotesi di sequestro preventivo penale ai sensi dell’art. 321 c.p.p. e, quindi, esclusi i casi di sequestro disposto ai sensi dell’art. 55 del D.lgs. 159/11 (codice antimafia), fino a quando non sia disposta la confisca, non sussistono valide ragioni per fermare la procedura esecutiva che, dunque, potrà liberamente proseguire. In tale fattispecie, pertanto, il pignoramento immobiliare instaurato dal creditore ipotecario, prevale sul sequestro preventivo penale trascritto successivamente. (Giuseppe Cudoni) (riproduzione riservata) Tribunale Sassari 02 novembre 2015.




Guida in stato di ebbrezza; affidabilità dell’accertamento del tasso alcolemico effettuato tramite prelievo ematico eseguito a distanza di oltre due ore dal sinistro

Guida in stato di ebbrezza – Accertamento del tasso alcolemico tramite prelievo del sangue – Sussistenza di un notevole lasso di tempo tra sinistro e prelievo ematico – Derubricazione dalla lett. C) alla Lett. B) dell’art. 186, comma 2, D.Lgs n. 285/1992

L’esito del prelievo ematico effettuato in struttura sanitaria a distanza di oltre due ore dall’incidente stradale non è attendibile in ordine alla precisa determinazione del valore di alcool nel sangue del conducente dell’autovettura, essendo tale lasso di tempo evidentemente troppo lungo affinché la misura accertata possa essere riportata al momento in cui si è verificato il sinistro. Di conseguenza, tenuto conto del quantitativo di alcool ingerito e del peso dell’imputata nonché dell’andamento del tasso alcolemico del sangue, che inizia con una fase ascendente e poi, raggiunto il massimo, comincia a scendere fino ad esaurirsi, va derubricato dalla lett. C) alla lett. B) dell’art. 186, comma 2, D.Lgs n. 285/1992 il fatto contestato allorché, all’esito del dibattimento, venga accertato che l’imputata aveva indugiato nell’assunzione di bevande alcoliche poco prima di mettersi alla guida ed incorrere in un incidente stradale autonomo (fattispecie nella quale il Tribunale ha ritenuto di derubricare il reato dalla lett. C) alla lett. B) dell’art. 186, comma 2, C.d.S. a fronte di un accertamento tramite prelievo del sangue che, eseguito a distanza di circa 2 ore e mezzo dal sinistro, aveva fornito un riscontro positivo pari a 1,98 g/l). (Piero Tandura) (riproduzione riservata) Tribunale Belluno 19 ottobre 2015.




Spese di Giustizia e art. 97 c.p.p.

Spese di giustizia - Liquidazione dell'onorario e delle spese al difensore d'ufficio - Legittimazione a proporre istanza nei confronti dello Stato - Estensione, in base all'interpretazione giurisprudenziale costituente diritto vivente, al difensore designato dal giudice, ai sensi dell'art. 97, comma 4, c.p.p.

E’ manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 116 e 117 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia – Testo A), sollevata, in riferimento all’articolo 3 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Lecce. Non coglie nel segno la censura rinvenibile nella asserita ingiustificata disparità di trattamento che verrebbe a determinarsi, ad avviso del rimettente, tra il sostituto di un difensore di fiducia nominato ex art. 97, comma 4, c.p.p. – ammesso alla liquidazione erariale per l’attività svolta in udienza, in conseguenza appunto della sua equiparazione, a tale effetto, al difensore di ufficio – e il sostituto, “con delega” del difensore di fiducia, cui il diritto a tale liquidazione non è riconosciuto; infatti, nel primo caso, stante l’assenza in udienza del difensore di fiducia o di un suo incaricato, il sostituto è nominato direttamente dal magistrato procedente; diversamente, nel secondo caso, il sostituto interviene su delega del titolare della difesa dell’imputato, per cui il suo diritto a compenso per l’attività svolta inerisce al rapporto con il delegante o, al più, con il cliente del medesimo, ma non è certamente riconducibile ad un mandato ex officio che possa giustificare una conseguente liquidazione erariale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 15 ottobre 2015.




Spese di Giustizia e art. 97 c.p.p.

Spese di giustizia - Liquidazione dell'onorario e delle spese al difensore d'ufficio - Legittimazione a proporre istanza nei confronti dello Stato - Estensione, in base all'interpretazione giurisprudenziale costituente diritto vivente, al difensore designato dal giudice, ai sensi dell'art. 97, comma 4, c.p.p.

E’ manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 116 e 117 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia – Testo A), sollevata, in riferimento all’articolo 3 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Lecce. Non coglie nel segno la censura rinvenibile nella asserita ingiustificata disparità di trattamento che verrebbe a determinarsi, ad avviso del rimettente, tra il sostituto di un difensore di fiducia nominato ex art. 97, comma 4, c.p.p. – ammesso alla liquidazione erariale per l’attività svolta in udienza, in conseguenza appunto della sua equiparazione, a tale effetto, al difensore di ufficio – e il sostituto, “con delega” del difensore di fiducia, cui il diritto a tale liquidazione non è riconosciuto; infatti, nel primo caso, stante l’assenza in udienza del difensore di fiducia o di un suo incaricato, il sostituto è nominato direttamente dal magistrato procedente; diversamente, nel secondo caso, il sostituto interviene su delega del titolare della difesa dell’imputato, per cui il suo diritto a compenso per l’attività svolta inerisce al rapporto con il delegante o, al più, con il cliente del medesimo, ma non è certamente riconducibile ad un mandato ex officio che possa giustificare una conseguente liquidazione erariale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 15 ottobre 2015.




Sequestro ex art. 321 c.p.p. di azienda, prosecuzione contratti e pagamento dei debiti precedenti al sequestro

Sequestro ex art. 321 c.p.p. – Sequestro di azienda – Prosecuzione contratti – Pagamento debiti precedenti al sequestro – Applicazione dell’art. 56, 3° comma d.lgs. 159/2011  e 74 l.f.

Sequestro ex art. 321 c.p.p. – Sequestro di azienda – Effetti – Poteri dell’amministratore giudiziario – Finalità della custodia

Il combinato disposto degli artt. 56, 3° comma d.lgs. 159/2011 (c.d. codice antimafia) e 74 l.f., applicabile anche al sequestro di azienda ex art. 321 c.p.p., consente, in caso di prosecuzione dei contratti e di continuazione della attività aziendale, il pagamento dei crediti maturati prima del sequestro e nascenti dai contratti proseguiti, prescindendo dalla successiva fase di verifica del credito, purché si operi una preliminare valutazione informale di buona fede e fermo restando il diritto dell’amministratore giudiziario a richiedere la restituzione delle somme ai sensi dell’art. 61, comma 10, d.lgs. 159/2011. (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)

Il sequestro ex art. 321 c.p.p. dell’azienda non comporta il trasferimento di quest’ultima all’amministratore giudiziario, il quale è chiamato ad amministrare l’azienda “per conto di spetta” nella prospettiva di garantire la utile prosecuzione dell’attività di impresa sul mercato, a salvaguardia della sua utilità economica, dei livelli occupazionali e nella prospettiva di incremento della redditività del bene, peculiare della procedura di prevenzione e speculare a quella della procedura fallimentare. (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 05 ottobre 2015.




Sequestro ex art. 321 c.p.p. di azienda, prosecuzione contratti e pagamento dei debiti precedenti al sequestro

Sequestro ex art. 321 c.p.p. – Sequestro di azienda – Prosecuzione contratti – Pagamento debiti precedenti al sequestro – Applicazione dell’art. 56, 3° comma d.lgs. 159/2011  e 74 l.f.

Sequestro ex art. 321 c.p.p. – Sequestro di azienda – Effetti – Poteri dell’amministratore giudiziario – Finalità della custodia

Il combinato disposto degli artt. 56, 3° comma d.lgs. 159/2011 (c.d. codice antimafia) e 74 l.f., applicabile anche al sequestro di azienda ex art. 321 c.p.p., consente, in caso di prosecuzione dei contratti e di continuazione della attività aziendale, il pagamento dei crediti maturati prima del sequestro e nascenti dai contratti proseguiti, prescindendo dalla successiva fase di verifica del credito, purché si operi una preliminare valutazione informale di buona fede e fermo restando il diritto dell’amministratore giudiziario a richiedere la restituzione delle somme ai sensi dell’art. 61, comma 10, d.lgs. 159/2011. (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)

Il sequestro ex art. 321 c.p.p. dell’azienda non comporta il trasferimento di quest’ultima all’amministratore giudiziario, il quale è chiamato ad amministrare l’azienda “per conto di spetta” nella prospettiva di garantire la utile prosecuzione dell’attività di impresa sul mercato, a salvaguardia della sua utilità economica, dei livelli occupazionali e nella prospettiva di incremento della redditività del bene, peculiare della procedura di prevenzione e speculare a quella della procedura fallimentare. (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 05 ottobre 2015.




Attività promozionale e commerciale svolta a mezzo telefono e rifiuto del destinatario

Attività promozionale e commerciale svolta a mezzo telefono - Rifiuto del destinatario - Petulanza - Presupposti

Le continue telefonate sulle utenze private e professionali fatte senza autorizzazione del destinatario per scopi promozionali e commerciali possono, in determinate circostanze, essere caratterizzate dalla petulanza ed interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della libertà delle persone e, in presenza del rifiuto espresso dal destinatario, non può essere applicata l'esimente dell'esercizio di un diritto. (Carlo G. Alvano) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli 18 settembre 2015.




Attività promozionale e commerciale svolta a mezzo telefono e rifiuto del destinatario

Attività promozionale e commerciale svolta a mezzo telefono - Rifiuto del destinatario - Petulanza - Presupposti

Le continue telefonate sulle utenze private e professionali fatte senza autorizzazione del destinatario per scopi promozionali e commerciali possono, in determinate circostanze, essere caratterizzate dalla petulanza ed interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della libertà delle persone e, in presenza del rifiuto espresso dal destinatario, non può essere applicata l'esimente dell'esercizio di un diritto. (Carlo G. Alvano) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli 18 settembre 2015.




Reati ex dpr 309/90: discrezionalità della revoca della patente di guida per fatto di lieve entità

Condanna ex art.73, comma 5, D.P.R. 309/90 per fatto di lieve entità - Revoca della patente di guida ex art.120 C.d.S. - Discrezionalità

L’automatismo tra condanna penale e revoca della patente di guida ex art.120 C.d.S. poteva affermarsi quando l’art. 73, comma 5, DPR 309/90 non costituiva autonoma ipotesi di reato ma mera circostanza di reato e le fattispecie in materia di stupefacenti avevano una caratterizzazione unitaria.
A seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 32/2014 che dichiarava l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 bis DL 272/2005 scompariva l’omologazione del trattamento sanzionatorio riferito a droghe leggere e pesanti; e, con il DL 146/2013, quella che era stata fino a quel momento considerata come circostanza attenuante (art. 73, 5° comma, DPR 309/90) veniva a costituire autonoma ipotesi di reato.
Deve, perciò, ritenersi superato l’automatismo tra condanna penale per tale ipotesi e revoca della patente di guida.

Secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata, venendo in considerazione diritti a copertura costituzionale (libertà di circolazione), nell’ipotesi di fatto di lieve entità o condanna per droghe leggere, se la pena inflitta in tale ultimo caso non superi il massimo edittale previsto per la fattispecie di lieve entità, l’autorità amministrativa, prima di emettere il provvedimento di revoca, dovrebbe esaminare la posizione dell’interessato, tenendo conto non solo della condanna penale ma anche della sua condotta successiva e delle prospettive di reinserimento sociale, valutando, all’esito, se il persistente possesso della patente possa rappresentare uno strumento di riabilitazione o, all’opposto, un aggravamento della pericolosità sociale. Ciò perché la ratio del provvedimento ex art. 120 CdS è quella di garantire la sicurezza pubblica, escludendo dalla conduzione dei veicoli coloro i quali siano ritenuti pericolosi, pericolosità che, in caso di condanna per un fatto di lieve entità, non può ritenersi presunta. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi 29 luglio 2015.




Equa riparazione nel processo penale: intervento della Consulta

Processo penale - Equa riparazione per violazione della ragionevole durata del processo

Va dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2-bis, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile), nella parte in cui prevede che il processo penale si considera iniziato con l’assunzione della qualità di imputato, ovvero quando l’indagato ha avuto legale conoscenza della chiusura delle indagini preliminari, anziché quando l’indagato, in seguito a un atto dell’autorità giudiziaria, ha avuto conoscenza del procedimento penale a suo carico. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 23 luglio 2015.




Equa riparazione nel processo penale: intervento della Consulta

Processo penale - Equa riparazione per violazione della ragionevole durata del processo

Va dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2-bis, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile), nella parte in cui prevede che il processo penale si considera iniziato con l’assunzione della qualità di imputato, ovvero quando l’indagato ha avuto legale conoscenza della chiusura delle indagini preliminari, anziché quando l’indagato, in seguito a un atto dell’autorità giudiziaria, ha avuto conoscenza del procedimento penale a suo carico. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 23 luglio 2015.




Sequestro finalizzato alla confisca (codice antimafia) e accertamento pretesa creditoria in sede civile

Sequestro finalizzato alla confisca (codice antimafia) – Accertamento pretesa creditoria in sede civile – Ammissibilità

L’accertamento della pretesa creditoria a fronte di una confisca non ancora definita rende inapplicabile l’accertamento incidentale in sede penale ex art. 52 cod. antimafia.
 
E’ onere dell’amministratore giudiziario dare la prova positiva dei rapporti illeciti o almeno sospetti tra le parti non potendosi pretendere la prova negativa da parte del creditore istante. (Giuseppe Testa) (riproduzione riservata)
Tribunale Catania 22 luglio 2015.




Sequestro finalizzato alla confisca (codice antimafia) e accertamento pretesa creditoria in sede civile

Sequestro finalizzato alla confisca (codice antimafia) – Accertamento pretesa creditoria in sede civile – Ammissibilità

L’accertamento della pretesa creditoria a fronte di una confisca non ancora definita rende inapplicabile l’accertamento incidentale in sede penale ex art. 52 cod. antimafia.
 
E’ onere dell’amministratore giudiziario dare la prova positiva dei rapporti illeciti o almeno sospetti tra le parti non potendosi pretendere la prova negativa da parte del creditore istante. (Giuseppe Testa) (riproduzione riservata)
Tribunale Catania 22 luglio 2015.




Sospensione dei termini del processo esecutivo a favore delle vittime dell'usura, effetti e decorrenza

Usura - Sospensione dei termini a favore di soggetti vittime dell'usura - Effetti - Decorrenza

Il termine di sospensione di cui all'articolo 20 della legge 18 marzo 1900, n. 44, disposizione che ha effetto sui termini sugli adempimenti in scadenza connessi al processo esecutivo, decorre dal momento in cui viene presentata l'istanza all'autorità che può dare concreta attuazione alla sospensione. (Nel caso di specie, il Tribunale ha fissato la decorrenza del termine dalla presentazione dell'istanza di sospensione al Procuratore della Repubblica). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Chieti 22 luglio 2015.




Sospensione dei termini del processo esecutivo a favore delle vittime dell'usura, effetti e decorrenza

Usura - Sospensione dei termini a favore di soggetti vittime dell'usura - Effetti - Decorrenza

Il termine di sospensione di cui all'articolo 20 della legge 18 marzo 1900, n. 44, disposizione che ha effetto sui termini sugli adempimenti in scadenza connessi al processo esecutivo, decorre dal momento in cui viene presentata l'istanza all'autorità che può dare concreta attuazione alla sospensione. (Nel caso di specie, il Tribunale ha fissato la decorrenza del termine dalla presentazione dell'istanza di sospensione al Procuratore della Repubblica). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Chieti 22 luglio 2015.




Costituzione di parte civile del Comune in un processo per violenza sessuale

Persone giuridiche - Responsabilità penale - Costituzione di parte civile del Comune in processi di violenza sessuale - Esclusione

La costituzione di parte civile del Comune, in casi di violenza sessuale, è inammissibile per l'eccessiva estensione del concetto di causa che porta a risultati in contrasto con le esigenze del diritto. Il danno identificabile nelle spese sostenute dal Comune, quale finanziatore di servizi rivolti alle vittime della violenza sessuale, non rappresenta la "conseguenza immediata e diretta" (art. 1223 c.c.) dell'azione del reo, ma è l'espressione di una discrezionalità su interessi sociali meritevoli di protezione, avulsa dal determinismo eziologico che la legge richiede per far dipendere, rispetto all'azione criminosa, il necessario effetto degli eventi. (Francesco Forlenza) (riproduzione riservata) Giudice Indagini Preliminari Trento 17 giugno 2015.




Cronaca giudiziaria: il tribunale di Milano fa il punto delle regole

Cronaca giudiziaria – Critica di personaggio politico – Diffamazione – Condizioni – Incidenza in modo negativo sulla figura presa di mira – Sufficienza ai fini della diffamazione – Esclusione

Posto che qualunque critica che concerna persone è idonea a incidere in qualche modo in senso negativo sulla reputazione di qualcuno, escludere il diritto di critica ogniqualvolta leda, sia pure in modo minimo, la reputazione di taluno significherebbe negare il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Infatti, sostenere una tesi diversa significherebbe affermare che nel nostro ordinamento giuridico è previsto e tutelato il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero solo ed esclusivamente nel caso che questo consista in approvazioni e non in critiche. Pertanto il diritto di critica può essere esercitato utilizzando espressioni di qualsiasi tipo anche lesive della reputazione altrui, purché siano strumentalmente collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato dall'opinione o comportamento preso di mira e non si risolvano in un'aggressione gratuita e distruttiva dell'onore e della reputazione del soggetto interessato. Consegue che non è giuridicamente nè logicamente corretto sostenere il prevalere del diritto all'onore ed alla reputazione sul diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero in chiave critica, anche in presenza di capacità lesive estremamente ridotte, tali, quindi, da non giustificare in nessun caso detta prevalenza (Nel caso di specie, il tribunale ha respinto la domanda di Roberto Formigoni che aveva convenuto, dinanzi al giudice di Milano, la RAI - Radiotelevisione Italiana S.p.A., nella qualità di concessionaria del servizio pubblico, Milena Jole Gabanelli, quale autrice e conduttrice del programma “Report” e Alberto Nerazzini, quale giornalista della redazione, lamentando il contenuto diffamatorio di alcuni passaggi della puntata “Il Papa re”, andato in onda il 4 novembre del 2012 su Rai Tre. Il giudice ha anche condannato Formigoni per azione temeraria). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 16 giugno 2015.




Omesso versamento di ritenute fino al 17 settembre 2011 e disparità di trattamento rispetto ai più gravi delitti di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione

Reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto - Art. 10-bis del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 - Questione di legittimità costituzionale - Disparità di trattamento - Omesso versamento delle ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituti - Esclusione

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale - violazione dell'art. 3 della Costituzione per la irragionevole disparità di trattamento della fattispecie considerata sia rispetto ai più gravi delitti di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione (artt. 4 e 5 del d.lgs. n. 74 del 2000), integrati da condotte maggiormente insidiose e lesive degli interessi del fisco; sia rispetto alla fattispecie criminosa analoga dell’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto (IVA), prevista dall’art. 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000, quale risultante a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale parziale di cui alla sentenza n. 80 del 2014 di questa Corte - dell’art. 10-bis del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento delle ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti – ovvero l’omesso versamento «di ritenute certificate, dovute in base alla relativa dichiarazione annuale» – per importi non superiori, per ciascun periodo d’imposta, ad euro 50.000, anziché ad euro 103.291,38. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 05 giugno 2015.




Omesso versamento di ritenute fino al 17 settembre 2011 e disparità di trattamento rispetto ai più gravi delitti di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione

Reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto - Art. 10-bis del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 - Questione di legittimità costituzionale - Disparità di trattamento - Omesso versamento delle ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituti - Esclusione

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale - violazione dell'art. 3 della Costituzione per la irragionevole disparità di trattamento della fattispecie considerata sia rispetto ai più gravi delitti di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione (artt. 4 e 5 del d.lgs. n. 74 del 2000), integrati da condotte maggiormente insidiose e lesive degli interessi del fisco; sia rispetto alla fattispecie criminosa analoga dell’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto (IVA), prevista dall’art. 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000, quale risultante a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale parziale di cui alla sentenza n. 80 del 2014 di questa Corte - dell’art. 10-bis del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento delle ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti – ovvero l’omesso versamento «di ritenute certificate, dovute in base alla relativa dichiarazione annuale» – per importi non superiori, per ciascun periodo d’imposta, ad euro 50.000, anziché ad euro 103.291,38. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 05 giugno 2015.




Reato di usura: i funzionari a livello locale della banca non possono influire sulla determinazione dei tassi di interesse e delle clausole contrattuali

Usura - Indagini preliminari - Archiviazione per i funzionari locali della banca e iscrizione nel registro degli indagati dei vertici dell'istituto

Può essere accolta la richiesta di archiviazione avanzata dagli indagati per il reato di usura che siano funzionari della banca a livello locale, in quanto gli stessi non hanno una reale possibilità di influire sulla determinazione dei tassi di interesse e delle clausole contrattuali che vengono invece definite a livello centrale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Giudice Indagini Preliminari Campobasso 19 maggio 2015.




Reato di usura: i funzionari a livello locale della banca non possono influire sulla determinazione dei tassi di interesse e delle clausole contrattuali

Usura - Indagini preliminari - Archiviazione per i funzionari locali della banca e iscrizione nel registro degli indagati dei vertici dell'istituto

Può essere accolta la richiesta di archiviazione avanzata dagli indagati per il reato di usura che siano funzionari della banca a livello locale, in quanto gli stessi non hanno una reale possibilità di influire sulla determinazione dei tassi di interesse e delle clausole contrattuali che vengono invece definite a livello centrale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Giudice Indagini Preliminari Campobasso 19 maggio 2015.




Usura: il parere del pubblico ministero comporta l'automatica sospensione della procedura esecutiva

Usura - Sospensione dei termini processuali - Parere favorevole del pubblico ministero - Sospensione della procedura esecutiva

Il provvedimento favorevole del pubblico ministero ai sensi dell'articolo 20, comma 7, della legge n. 34 del 1999, come modificato dall'articolo 2 della legge numero 3 del 2012, comporta la sospensione della procedura esecutiva nei confronti del soggetto vittima dell'usura. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Salerno 14 maggio 2015.




Usura: il parere del pubblico ministero comporta l'automatica sospensione della procedura esecutiva

Usura - Sospensione dei termini processuali - Parere favorevole del pubblico ministero - Sospensione della procedura esecutiva

Il provvedimento favorevole del pubblico ministero ai sensi dell'articolo 20, comma 7, della legge n. 34 del 1999, come modificato dall'articolo 2 della legge numero 3 del 2012, comporta la sospensione della procedura esecutiva nei confronti del soggetto vittima dell'usura. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Salerno 14 maggio 2015.




Reclamo giurisdizionale ex art. 35-bis O.P. e notifica dell'avviso di fissazione dell’udienza al Ministro della Giustizia pro tempore

Ordinamento penitenziario – Reclamo giurisdizionale – Legittimazione passiva del ministro della giustizia – Sussistenza – Rappresentanza dell'avvocatura dello stato – Obbligatorietà (L. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, art. 35-bis; r.d. 30 ottobre 1933 n. 1611, approvazione del T.U. delle leggi e delle norme giuridiche sulla rappresentanza e difesa in giudizio dello Stato e sull’ordinamento dell’Avvocatura dello Stato, art. 11)

Ordinamento penitenziario – Reclamo giurisdizionale – Avviso dell'udienza – Notificazione all'amministrazione interessata – Inesistenza – Nullità – Regime – Disciplina generale della nullità – Applicabilità – Esclusione (L. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, art. 35-bis; r.d. 30 ottobre 1933 n. 1611, approvazione del T.U. delle leggi e delle norme giuridiche sulla rappresentanza e difesa in giudizio dello Stato e sull’ordinamento dell’Avvocatura dello Stato, art. 11; cod. proc. pen., art. 180)

Poiché il procedimento conseguente al reclamo giurisdizionale ex art. 35-bis O.P. si deve svolgere nel contraddittorio dell’Amministrazione interessata (che solitamente è quella penitenziaria) e poiché in subiecta materia non esistono disposizioni derogatorie delle norme sulla rappresentanza e difesa in giudizio dello Stato contenute nel r.d. 30 ottobre 1933 n. 1611, in applicazione dell’art. 11 del predetto r.d. l’avviso di fissazione dell’udienza deve essere notificato al Ministro della Giustizia pro tempore presso l’Avvocatura distrettuale dello Stato. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata)

L’omessa notificazione all’Amministrazione interessata del decreto di fissazione dell’udienza a seguito del reclamo giurisdizionale ex art. 35-bis O.P. determina la nullità del procedimento, la quale è rilevabile d’ufficio ai sensi dell’art. 11, comma 3, r.d. 30 ottobre 1933 n. 1611: norma speciale che prevale su quella generale ex art. 180 c.p.p.. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 28 aprile 2015.




Intercettazioni telefoniche e telematiche, dichiarazioni autoaccusatorie ed eteroaccusatorie e criteri di interpretazione

Giudizio immediato – Criteri di interpretazione delle intercettazioni telefoniche e telematiche – Dichiarazioni autoaccusatorie ed eteroaccusatorie – Rilevanza

Formulazione capo d’imputazione – Mancanza di indicazione precisa della norma violata e oggetto della condotta – Violazione art. 417 co. 1 lett. b) c.p.p., interpretato in modo conforme al principio del “giusto processo” sancito dagli artt. 111, 117 Cost., 6 C.E.D.U – Sussistenza

I criteri concernenti la valutazione delle intercettazioni delle comunicazioni telefoniche devono tener conto, in particolare, della identificazione dei soggetti, della comprensione e corretta interpretazione del linguaggio utilizzato nel suo significato letterale e della comprensione, tramite l’utilizzo di criteri di comune esperienze, del significato effettivo del linguaggio caratterizzato sia da riferimenti allusivi sia da termini criptati diretti a dissimulare il reale oggetto del colloquio.
In materia d’intercettazioni telefoniche non trovano applicazione gli artt. 62 e 63 c.p.p., in quanto le ammissioni di circostanze indizianti, fatte spontaneamente dall'indagato nel corso di una conversazione telefonica la cui intercettazione sia stata ritualmente autorizzata, non sono assimilabili alle dichiarazioni da lui rese nel corso dell'interrogatorio dinanzi all’autorità giudiziaria o a quello di polizia giudiziaria, né le registrazioni e i verbali delle conversazioni telefoniche sono riconducibili alle testimonianze “de relato” sulle dichiarazioni dell’indagato, in quanto integrano la riproduzione fonica o scritta delle dichiarazioni stesse di cui rendono in modo immediato e senza fraintendimenti il contenuto (Cass. Sez. VI, sent. n. 317 del 29-03-1994, Cuozzo).
In ogni caso le dichiarazioni con le quali un soggetto si accusa della commissione di reati hanno integrale valenza probatoria (Cass. Sez. V, sent. n. 27656 del 09-07-2001, Corso). (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Il par. 1 dell’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU), afferma il generale principio del processo equo che impone di dare un’informazione completa e dettagliata dell’accusa al soggetto indagato/accusato, mentre il par. 3 alla lett. a) estende il diritto di informazione dell’accusato ad avere notizia sull’addebito sia per quanto concerne i fatti materiali sia per il loro inquadramento giuridico e alla lett. b) tutela il diritto dell’accusato a preparare la propria difesa in maniera effettiva pure in relazione alle questioni di diritto. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

L’art. 417 co. 1 lett b) nel regolare il potere della Pubblica Accusa di formulare l’imputazione ha la funzione, nella dialettica del processo penale connotata dalla relazione tra l’autorità giudiziaria e le parti processuali, di consentire al giudice, nell’esercizio della sua funzione giurisdizionale, di individuare con precisione le norme giuridiche applicabili e all’imputato di potersi difendere sia sotto il profilo della qualificazione giuridica del fatto sia sul piano dell’esatta ricostruzione dei fatti oggetto del processo e deve essere interpretato in modo conforme ai canoni costituzionali e, precisamente, al principio del giusto processo, fissato dall’art. 111 Cost. e dall’art. 6 C.E.D.U. richiamato  dall’art. 117 Cost. (cfr. Corte europea  diritti dell’uomo, 01-03-2001, Dallos c. Ungheria).  (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

L’art. 521 c.p.p. delinea il contenuto e i limiti del potere del giudice è conforme al principio del giusto processo previsto dall’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e con il significato che ad esso viene dato dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo nel rispetto delle condizioni che saranno di seguito analizzate (C eur. dir. umani, Grande Camera, 25 marzo 1999, Pélissier e Sassi c. Francia, par. 51; Sez. II, 1 marzo 2001, Dallos c. Ungheria, par. 47; 20 settembre 2001, Lakatosc. Ungheria ; Sez. I, 20 aprile 2006, I.H. c. Austria; Sez. II, 11 dicembre 2007, Drassich c. Italia). (Luca Caravella) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli Nord 17 aprile 2015.




Intercettazioni telefoniche e telematiche, dichiarazioni autoaccusatorie ed eteroaccusatorie e criteri di interpretazione

Giudizio immediato – Criteri di interpretazione delle intercettazioni telefoniche e telematiche – Dichiarazioni autoaccusatorie ed eteroaccusatorie – Rilevanza

Formulazione capo d’imputazione – Mancanza di indicazione precisa della norma violata e oggetto della condotta – Violazione art. 417 co. 1 lett. b) c.p.p., interpretato in modo conforme al principio del “giusto processo” sancito dagli artt. 111, 117 Cost., 6 C.E.D.U – Sussistenza

I criteri concernenti la valutazione delle intercettazioni delle comunicazioni telefoniche devono tener conto, in particolare, della identificazione dei soggetti, della comprensione e corretta interpretazione del linguaggio utilizzato nel suo significato letterale e della comprensione, tramite l’utilizzo di criteri di comune esperienze, del significato effettivo del linguaggio caratterizzato sia da riferimenti allusivi sia da termini criptati diretti a dissimulare il reale oggetto del colloquio.
In materia d’intercettazioni telefoniche non trovano applicazione gli artt. 62 e 63 c.p.p., in quanto le ammissioni di circostanze indizianti, fatte spontaneamente dall'indagato nel corso di una conversazione telefonica la cui intercettazione sia stata ritualmente autorizzata, non sono assimilabili alle dichiarazioni da lui rese nel corso dell'interrogatorio dinanzi all’autorità giudiziaria o a quello di polizia giudiziaria, né le registrazioni e i verbali delle conversazioni telefoniche sono riconducibili alle testimonianze “de relato” sulle dichiarazioni dell’indagato, in quanto integrano la riproduzione fonica o scritta delle dichiarazioni stesse di cui rendono in modo immediato e senza fraintendimenti il contenuto (Cass. Sez. VI, sent. n. 317 del 29-03-1994, Cuozzo).
In ogni caso le dichiarazioni con le quali un soggetto si accusa della commissione di reati hanno integrale valenza probatoria (Cass. Sez. V, sent. n. 27656 del 09-07-2001, Corso). (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Il par. 1 dell’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU), afferma il generale principio del processo equo che impone di dare un’informazione completa e dettagliata dell’accusa al soggetto indagato/accusato, mentre il par. 3 alla lett. a) estende il diritto di informazione dell’accusato ad avere notizia sull’addebito sia per quanto concerne i fatti materiali sia per il loro inquadramento giuridico e alla lett. b) tutela il diritto dell’accusato a preparare la propria difesa in maniera effettiva pure in relazione alle questioni di diritto. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

L’art. 417 co. 1 lett b) nel regolare il potere della Pubblica Accusa di formulare l’imputazione ha la funzione, nella dialettica del processo penale connotata dalla relazione tra l’autorità giudiziaria e le parti processuali, di consentire al giudice, nell’esercizio della sua funzione giurisdizionale, di individuare con precisione le norme giuridiche applicabili e all’imputato di potersi difendere sia sotto il profilo della qualificazione giuridica del fatto sia sul piano dell’esatta ricostruzione dei fatti oggetto del processo e deve essere interpretato in modo conforme ai canoni costituzionali e, precisamente, al principio del giusto processo, fissato dall’art. 111 Cost. e dall’art. 6 C.E.D.U. richiamato  dall’art. 117 Cost. (cfr. Corte europea  diritti dell’uomo, 01-03-2001, Dallos c. Ungheria).  (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

L’art. 521 c.p.p. delinea il contenuto e i limiti del potere del giudice è conforme al principio del giusto processo previsto dall’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e con il significato che ad esso viene dato dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo nel rispetto delle condizioni che saranno di seguito analizzate (C eur. dir. umani, Grande Camera, 25 marzo 1999, Pélissier e Sassi c. Francia, par. 51; Sez. II, 1 marzo 2001, Dallos c. Ungheria, par. 47; 20 settembre 2001, Lakatosc. Ungheria ; Sez. I, 20 aprile 2006, I.H. c. Austria; Sez. II, 11 dicembre 2007, Drassich c. Italia). (Luca Caravella) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli Nord 17 aprile 2015.




Reato di omesso versamento dell'Iva e delle ritenute: la presentazione della domanda di concordato preventivo può costituire una scriminante

Omesso versamento dell'Iva e delle ritenute - Presentazione in epoca anteriore alla scadenza di domanda di concordato preventivo - Scriminante

In tema di reato di cui all'articolo 10 bis e 10 ter del decreto legislativo n. 74 del 2000 (omesso versamento dell'Iva e delle ritenute operate), la presentazione di domanda di concordato preventivo (ammessa dal tribunale competente e sfociata in un accordo di ristrutturazione dei debiti ex articolo 182 bis LF) che abbia avuto luogo in epoca anteriore alla scadenza dei pagamenti può costituire, dal punto di vista soggettivo, una scriminante del reato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Piacenza 15 marzo 2015.




Reato di omesso versamento dell'Iva e delle ritenute: la presentazione della domanda di concordato preventivo può costituire una scriminante

Omesso versamento dell'Iva e delle ritenute - Presentazione in epoca anteriore alla scadenza di domanda di concordato preventivo - Scriminante

In tema di reato di cui all'articolo 10 bis e 10 ter del decreto legislativo n. 74 del 2000 (omesso versamento dell'Iva e delle ritenute operate), la presentazione di domanda di concordato preventivo (ammessa dal tribunale competente e sfociata in un accordo di ristrutturazione dei debiti ex articolo 182 bis LF) che abbia avuto luogo in epoca anteriore alla scadenza dei pagamenti può costituire, dal punto di vista soggettivo, una scriminante del reato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Piacenza 15 marzo 2015.




Rapporti tra esecuzione civile e misure di prevenzione penale: revoca dell'aggiudicazione del bene per il quale non sia ancora stato emesso il decreto di trasferimento

Sequestro di prevenzione ex d.lgs n. 159 del 2011 - Rapporto con l'espropriazione individuale - Bene già aggiudicato all'acquirente per il quale non sia ancora stato emesso il decreto di trasferimento - Improseguibilità della procedura - Revoca dell'aggiudicazione - Restituzione agli aggiudicatari delle somme versate a saldo prezzo

Qualora venga sottoposto a sequestro di prevenzione (cui sia applicabile il decreto legislativo n. 159 del 2011 - cd. codice o testo unico antimafia) un bene già aggiudicato in sede di espropriazione individuale e per il quale non sia ancora stato emesso il relativo decreto di trasferimento, il giudice dell'esecuzione dichiara l'improseguibilità della procedura esecutiva ai sensi dell'articolo 55 del decreto legislativo citato, revoca l'aggiudicazione dei beni dei quali è stato disposto il sequestro di prevenzione e, qualora sia stato effettuato il pagamento a favore del creditore fondiario, ordina a questi la restituzione in favore degli aggiudicatari delle somme versate a titolo di saldo prezzo, liquidando infine i compensi in favore del custode giudiziario e del delegato alle operazioni di vendita.

Prima del loro deposito in cancelleria, i decreti di trasferimento sono da considerarsi alla stregua di mere bozze informali, prive di alcuna valenza giuridica, essendo principio generale che, in mancanza di attestazione di deposito, l'atto del giudice non assurge alla dignità di provvedimento o quantomeno è privo di qualsivoglia rilevanza processuale. Ne consegue che non è in alcun modo sindacabile la scelta del giudice di non provvedere al deposito in cancelleria del suo provvedimento, o quanto meno la stessa non integra una revoca del medesimo.

Nell'ambito della procedura di espropriazione individuale, è il decreto di trasferimento del giudice, il quale ha natura di atto esecutivo, che determina l'effetto traslativo del diritto, ai sensi dell'articolo 586 c.p.c., a favore dell'aggiudicatario, il quale, prima della pronuncia di detto decreto, non può considerarsi titolare di un diritto al trasferimento ma piuttosto titolare di un mero interesse o aspettativa alla definizione della vendita nel rispetto dei limiti, delle condizioni e delle regole previste dall'ordinamento giuridico.

La materia dei rapporti fra misure di prevenzione patrimoniali e altri vincoli di natura civilistica è ormai improntata alla regola della tendenziale prevalenza della prima sui secondi, tenuto conto del preminente interesse dell'ordinamento - una volta riscontrati i presupposti per la sottoposizione di un bene a sequestro - a concentrare in sede penale sia ogni questione relativa all'accertamento e alla tutela dei possibili diritti dei terzi sul bene (tramite l'accertamento della buona fede e l'ammissione del credito ai sensi degli articoli 52 e seguenti del decreto legislativo n. 559 del 2011), sia la scelta delle modalità di liquidazione del bene (è indicativo, infatti, che l'articolo 48 del d.lgs citato, pur prevedendo la possibilità di alienazione a terzi del bene confiscato, limiti significativamente le prospettive di liquidazione subordinandole ad una verifica della meritevolezza dell'assegnatario. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Palermo 06 marzo 2015.




Rapporti tra esecuzione civile e misure di prevenzione penale: revoca dell'aggiudicazione del bene per il quale non sia ancora stato emesso il decreto di trasferimento

Sequestro di prevenzione ex d.lgs n. 159 del 2011 - Rapporto con l'espropriazione individuale - Bene già aggiudicato all'acquirente per il quale non sia ancora stato emesso il decreto di trasferimento - Improseguibilità della procedura - Revoca dell'aggiudicazione - Restituzione agli aggiudicatari delle somme versate a saldo prezzo

Qualora venga sottoposto a sequestro di prevenzione (cui sia applicabile il decreto legislativo n. 159 del 2011 - cd. codice o testo unico antimafia) un bene già aggiudicato in sede di espropriazione individuale e per il quale non sia ancora stato emesso il relativo decreto di trasferimento, il giudice dell'esecuzione dichiara l'improseguibilità della procedura esecutiva ai sensi dell'articolo 55 del decreto legislativo citato, revoca l'aggiudicazione dei beni dei quali è stato disposto il sequestro di prevenzione e, qualora sia stato effettuato il pagamento a favore del creditore fondiario, ordina a questi la restituzione in favore degli aggiudicatari delle somme versate a titolo di saldo prezzo, liquidando infine i compensi in favore del custode giudiziario e del delegato alle operazioni di vendita.

Prima del loro deposito in cancelleria, i decreti di trasferimento sono da considerarsi alla stregua di mere bozze informali, prive di alcuna valenza giuridica, essendo principio generale che, in mancanza di attestazione di deposito, l'atto del giudice non assurge alla dignità di provvedimento o quantomeno è privo di qualsivoglia rilevanza processuale. Ne consegue che non è in alcun modo sindacabile la scelta del giudice di non provvedere al deposito in cancelleria del suo provvedimento, o quanto meno la stessa non integra una revoca del medesimo.

Nell'ambito della procedura di espropriazione individuale, è il decreto di trasferimento del giudice, il quale ha natura di atto esecutivo, che determina l'effetto traslativo del diritto, ai sensi dell'articolo 586 c.p.c., a favore dell'aggiudicatario, il quale, prima della pronuncia di detto decreto, non può considerarsi titolare di un diritto al trasferimento ma piuttosto titolare di un mero interesse o aspettativa alla definizione della vendita nel rispetto dei limiti, delle condizioni e delle regole previste dall'ordinamento giuridico.

La materia dei rapporti fra misure di prevenzione patrimoniali e altri vincoli di natura civilistica è ormai improntata alla regola della tendenziale prevalenza della prima sui secondi, tenuto conto del preminente interesse dell'ordinamento - una volta riscontrati i presupposti per la sottoposizione di un bene a sequestro - a concentrare in sede penale sia ogni questione relativa all'accertamento e alla tutela dei possibili diritti dei terzi sul bene (tramite l'accertamento della buona fede e l'ammissione del credito ai sensi degli articoli 52 e seguenti del decreto legislativo n. 559 del 2011), sia la scelta delle modalità di liquidazione del bene (è indicativo, infatti, che l'articolo 48 del d.lgs citato, pur prevedendo la possibilità di alienazione a terzi del bene confiscato, limiti significativamente le prospettive di liquidazione subordinandole ad una verifica della meritevolezza dell'assegnatario. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Palermo 06 marzo 2015.




Licenziamento disciplinare; principio di immediatezza della contestazione ex art 7, co. II, L. 300/1970; produzione in giudizio di documenti aziendali

Primo licenziamento sub judice - Intimazione secondo licenziamento per giusta causa fondato su fatti diversi da quelli posti a sostegno del primo provvedimento di recesso - Attesa esito primo giudizio per la contestazione disciplinare - Violazione del principio di tempestività e immediatezza della contestazione disciplinare e del successivo recesso datoriale - Licenziamento illegittimo

Produzione in giudizio di documenti aziendali - Violazione dell’obbligo di fedeltà - Esclusione - Esercizio del diritto ex art. 51 del codice penale - Illegittimità del licenziamento per giusta causa

Il principio della necessaria immediatezza della contestazione disciplinare prevale anche nell’ipotesi in cui il lavoratore sia stato già raggiunto da altro procedimento espulsivo, dal momento che il primo licenziamento, intimato al lavoratore nei confronti del quale è applicabile la tutela reale, determina solo un’interruzione di fatto del rapporto di lavoro ma non incide sulla sua continuità, assicurandone la copertura retributiva e previdenziale e quindi permane la possibilità di irrogare un secondo licenziamento, che opera solo nell’ipotesi in cui sia per qualsiasi motivo caducato il primo provvedimento risolutorio.
Pertanto se il datore di lavoro viene a conoscenza di fatti disciplinarmente rilevanti posti in essere dal lavoratore in pendenza di altro precedente giudizio, avente ad oggetto l’impugnazione del primo licenziamento, non è tenuto ad attendere l’esito di quest’ultimo ma deve immediatamente contestarli, pena la violazione del predetto principio e la conseguente illegittimità del secondo licenziamento. (Alessandro Del Borrello) (riproduzione riservata)

È legittima la produzione in un precedente giudizio, pendente tra lavoratore e datore di lavoro, di copia della documentazione aziendale in quanto tale comportamento non viola l’obbligo di fedeltà né costituisce giusta causa di licenziamento soprattutto se finalizzata ad approntare la propria difesa, operando la scriminante dell’esercizio del diritto di cui all’art. 51 del codice penale che ha valenza generale. (Alessandro Del Borrello) (riproduzione riservata)
Tribunale Vasto 03 marzo 2015.




Non applicabile alle vittime dei reati di mafia la disposizione per le vittime del terrorismo

Patrocinio a spese dello Stato – Vittime di reati di mafia – Applicabilità dell’art. 10 legge 206 del 2004 – Esclusione

Ai sensi dell’art. 10 della L. n. 206/2004, nei procedimenti penali, civili, amministrativi e contabili, il patrocinio delle vittime degli atti di terrorismo e delle stragi di tale matrice o dei superstiti è a totale carico dello Stato, prescindendosi da qualsiasi preventiva istanza di ammissione al patrocinio statale nonché dai limiti reddituali di cui al D.P.R. n. 115/2002; tale disposizione non è estensibile anche alle vittime di reati di mafia, non essendo espressamente richiamata dall’art. 34 D.L. n. 159/2007, conv. con mod. in L. n. 222/2007. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Catanzaro 20 febbraio 2015.




Non applicabile alle vittime dei reati di mafia la disposizione per le vittime del terrorismo

Patrocinio a spese dello Stato – Vittime di reati di mafia – Applicabilità dell’art. 10 legge 206 del 2004 – Esclusione

Ai sensi dell’art. 10 della L. n. 206/2004, nei procedimenti penali, civili, amministrativi e contabili, il patrocinio delle vittime degli atti di terrorismo e delle stragi di tale matrice o dei superstiti è a totale carico dello Stato, prescindendosi da qualsiasi preventiva istanza di ammissione al patrocinio statale nonché dai limiti reddituali di cui al D.P.R. n. 115/2002; tale disposizione non è estensibile anche alle vittime di reati di mafia, non essendo espressamente richiamata dall’art. 34 D.L. n. 159/2007, conv. con mod. in L. n. 222/2007. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Catanzaro 20 febbraio 2015.




Liberazione anticipata speciale e unificazione di pene concorrenti


Istituti di prevenzione e di pena – Ordinamento penitenziario –  Liberazione anticipata – Liberazione anticipata speciale – Unificazione di pene concorrenti – Reati ostativi – Scindibilità del cumulo –  Esclusione (Cost., artt. 3, 27; cod. pen., art. 76; l. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, artt. 4-bis, 54; d.l. 23 dicembre 2013 n. 146, convertito con modificazioni nella l. 21 febbraio 2014 n. 10, misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione  controllata della popolazione carceraria, art. 4).

La liberazione anticipata speciale non può essere disposta in relazione a pena determinata a seguito di cumulo comprensivo anche di quella  inflitta per un reato ex art. 4-bis O.P. ostativo alla sua concessione, non potendosi procedere alla scissione al fine di imputare la parte di pena espiata al predetto reato ostativo. Contrariamente all’assunto in materia della Corte di cassazione, infatti, non possono applicarsi a tale beneficio i principi elaborati dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità a proposito delle misure alternative alla detenzione, atteso che il beneficio stesso è finalizzato esclusivamente alla riduzione della popolazione carceraria e non anche al reinserimento sociale del condannato. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria 10 febbraio 2015.




Mancato pagamento delle ritenute risultanti dalle certificazioni rilasciate ai sostituti d'imposta

Sostituto d'imposta - Ritenute - Omesso pagamento - Consegna delle certificazioni - Prova

La prova che il sostituto d'imposta abbia operato la trattenuta e non abbia poi versato il relativo importo all'Amministrazione finanziaria non esime il magistrato dal valutare se il pubblico ministero abbia fornito la prova dell'avvenuta consegna ai sostituti delle relative certificazioni. (Antonio Bolognese) (riproduzione riservata) Tribunale Brindisi 03 febbraio 2015.




Mancato pagamento delle ritenute risultanti dalle certificazioni rilasciate ai sostituti d'imposta

Sostituto d'imposta - Ritenute - Omesso pagamento - Consegna delle certificazioni - Prova

La prova che il sostituto d'imposta abbia operato la trattenuta e non abbia poi versato il relativo importo all'Amministrazione finanziaria non esime il magistrato dal valutare se il pubblico ministero abbia fornito la prova dell'avvenuta consegna ai sostituti delle relative certificazioni. (Antonio Bolognese) (riproduzione riservata) Tribunale Brindisi 03 febbraio 2015.




Sequestro preventivo dell'immobile di proprietà e destinato ad abitazione delle vittime del reato di usura assoggettato ad esecuzione forzata su richiesta della banca

Usura - Reato - Sequestro preventivo dell'immobile oggetto di esecuzione - Ammissibilità

Qualora, sulla base di consulenza tecnica, sia ravvisabile il fumus del delitto di usura di cui all'articolo 644 c.p. e vi sia urgenza di intervenire al fine di evitare la vendita, in sede di esecuzione immobiliare, dell'immobile destinato ad abitazione delle parti lese, la quale determinerebbe l'aggravamento e la protrazione delle conseguenze dannose del reato, è possibile disporre, ai sensi dell'articolo 321 e seguenti c.p.p., il sequestro preventivo dell'immobile medesimo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 30 gennaio 2015.




Sequestro preventivo dell'immobile di proprietà e destinato ad abitazione delle vittime del reato di usura assoggettato ad esecuzione forzata su richiesta della banca

Usura - Reato - Sequestro preventivo dell'immobile oggetto di esecuzione - Ammissibilità

Qualora, sulla base di consulenza tecnica, sia ravvisabile il fumus del delitto di usura di cui all'articolo 644 c.p. e vi sia urgenza di intervenire al fine di evitare la vendita, in sede di esecuzione immobiliare, dell'immobile destinato ad abitazione delle parti lese, la quale determinerebbe l'aggravamento e la protrazione delle conseguenze dannose del reato, è possibile disporre, ai sensi dell'articolo 321 e seguenti c.p.p., il sequestro preventivo dell'immobile medesimo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 30 gennaio 2015.




Responsabilità del sindaco per false comunicazioni sociali

False comunicazioni sociali – Cd. frode in valutazione – Valutazioni altamente tecniche – Responsabilità del sindaco non controllore contabile – In mancanza di dolo specifico – Esclusione

Il collegio sindacale – ancorché non investito del controllo contabile – non può considerarsi libero da responsabilità in ordine alla veridicità e regolarità del bilancio.
La sua vigilanza può portare alla luce le cd. frodi in valutazione solo ove vi siano sintomi eclatanti, tra cui: la totale difformità tra i criteri di valutazione in concreto adottati e quelli che, nelle note esplicative al bilancio, vengono indicati come adottati; la violazione delle clausole generali che presiedono alla redazione del bilancio, quali la chiarezza, l’intelligibilità, la prudenza.
La responsabilità penale in ordine a falsità consistenti in valutazioni prognostiche altamente tecniche può essere pienamente accertata dalla ritenuta sussistenza della partecipazione cosciente e volontaria del sindaco al progetto illecito. In capo al garante cui è contestata un’omissione penalmente rilevante ex art.40 cpv. c.p. deve dimostrarsi la percezione effettiva dei campanelli d’allarme, laddove la mera conoscibilità farebbe scivolare l’elemento psicologico dell’agente nell’area della colpa. Il segnale d’allarme penalmente rilevante è qualificato; non può essere generico, ma deve riferirsi alla tipologia del reato della cui commissione costituisce sintomo tangibile; deve consistere in anomalie specifiche e peculiari in relazione all’evento illecito che sta per realizzarsi.
[Nella fattispecie, il Tribunale ha assolto per non aver commesso il fatto i componenti del collegio sindacale di una nota compagnia assicuratrice accusati di concorso e comunque di mancato impedimento del reato di false comunicazioni sociali in relazione all’appostamento in bilancio di una riserva sinistri inferiore al limite stabilito dalla legge.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 26 gennaio 2015.




Sequestro preventivo di beni segregati ed elementi indiziari della segregazione apparente

Segregazione in trust - Sequestro preventivo dei beni segregati - Esclusione - Elementi indiziari della segregazione apparente

Segregazione in trust - Natura fittizia della costituzione del trust - Elementi sintomatici per escludere la natura truffaldina dell'operazione - Fattispecie

I beni costituiti in trust (dei quali il trustee diviene proprietario e gestore sino alla restituzione degli stessi, alla scadenza del trust, ai soggetti indicati come beneficiari finali) non possono formare oggetto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, a meno che non sussistano elementi indiziari sintomatici del fatto che il proprietario continui ad amministrarli in veste di trustee, conservandone la piena disponibilità, ovvero che tale disponibilità "uti dominus" persista, indipendentemente dalla titolarità apparente del diritto in capo a terzi che assumono la veste formale di trustee. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

È possibile escludere la natura fittizia della costituzione in trust di determinati beni e che abbia, quindi, natura truffaldina l'operazione negoziale mediante la quale un determinato soggetto ha assunto la qualifica di trustee qualora:
- l'originario proprietario non rivesta la qualifica di trustee e, pur rivestendo quella di guardiano del trust, abbia un mero diritto di informativa circa gli atti di disposizione dei beni confluiti in trust che siano autonomamente deliberati dal trustee ed il guardiano non abbia alcun potere di revoca del trustee il medesimo;
- il trust abbia lo scopo dichiarato di mantenere il patrimonio intatto per gli eredi diretti del proprietario e beneficiari dello stesso siano le figlie o, in caso di premorienza, i discendenti in linea retta delle stesse, posto che il vincolo appena descritto corrisponde pienamente alle tipiche finalità dell'istituto in questione, implicando l'esclusione di qualsiasi potere di deviazione dallo scopo prefissato in capo al proprietario e, di conseguenza, di possibili vantaggi patrimoniali a suo favore, non essendo egli tra i beneficiari finali del trust;
- i beni costituiti in trust siano utilizzati dai membri della famiglia del proprietario ove ciò avvenga sulla base di contratti di affitto regolarmente registrati dei quali il trustee non ha potuto che prendere atto;
- la irrevocabilità del trust unitamente alla piena discrezionalità del trustee nell'espletamento delle proprie funzioni e nell'esercizio della facoltà di cessione dei beni, la previsione di un compenso professionale in suo favore e la facoltà di revoca del trustee solo in capo ai beneficiari di reddito e solo per giusta causa;
- il trustee sia un operatore professionale del settore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Cremona 10 gennaio 2015.




Sequestro preventivo di beni segregati ed elementi indiziari della segregazione apparente

Segregazione in trust - Sequestro preventivo dei beni segregati - Esclusione - Elementi indiziari della segregazione apparente

Segregazione in trust - Natura fittizia della costituzione del trust - Elementi sintomatici per escludere la natura truffaldina dell'operazione - Fattispecie

I beni costituiti in trust (dei quali il trustee diviene proprietario e gestore sino alla restituzione degli stessi, alla scadenza del trust, ai soggetti indicati come beneficiari finali) non possono formare oggetto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, a meno che non sussistano elementi indiziari sintomatici del fatto che il proprietario continui ad amministrarli in veste di trustee, conservandone la piena disponibilità, ovvero che tale disponibilità "uti dominus" persista, indipendentemente dalla titolarità apparente del diritto in capo a terzi che assumono la veste formale di trustee. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

È possibile escludere la natura fittizia della costituzione in trust di determinati beni e che abbia, quindi, natura truffaldina l'operazione negoziale mediante la quale un determinato soggetto ha assunto la qualifica di trustee qualora:
- l'originario proprietario non rivesta la qualifica di trustee e, pur rivestendo quella di guardiano del trust, abbia un mero diritto di informativa circa gli atti di disposizione dei beni confluiti in trust che siano autonomamente deliberati dal trustee ed il guardiano non abbia alcun potere di revoca del trustee il medesimo;
- il trust abbia lo scopo dichiarato di mantenere il patrimonio intatto per gli eredi diretti del proprietario e beneficiari dello stesso siano le figlie o, in caso di premorienza, i discendenti in linea retta delle stesse, posto che il vincolo appena descritto corrisponde pienamente alle tipiche finalità dell'istituto in questione, implicando l'esclusione di qualsiasi potere di deviazione dallo scopo prefissato in capo al proprietario e, di conseguenza, di possibili vantaggi patrimoniali a suo favore, non essendo egli tra i beneficiari finali del trust;
- i beni costituiti in trust siano utilizzati dai membri della famiglia del proprietario ove ciò avvenga sulla base di contratti di affitto regolarmente registrati dei quali il trustee non ha potuto che prendere atto;
- la irrevocabilità del trust unitamente alla piena discrezionalità del trustee nell'espletamento delle proprie funzioni e nell'esercizio della facoltà di cessione dei beni, la previsione di un compenso professionale in suo favore e la facoltà di revoca del trustee solo in capo ai beneficiari di reddito e solo per giusta causa;
- il trustee sia un operatore professionale del settore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Cremona 10 gennaio 2015.




Crediti contestati nel concordato preventivo. Opponibilità al fallimento del decreto ingiuntivo privo della dichiarazione di esecutorietà. Codice antimafia e concordato preventivo. Concordato misto,disciplina applicabile

Concordato Preventivo – Crediti contestati – Trattamento degli stessi nella proposta di concordato – Regolazione del diritto di voto – Disciplina – Distinzione

Concordato Preventivo – Trattamento nel piano del creditore con ipoteca non consolidata – Collocazione privilegiata del relativo credito – Ammissibilità

Concordato preventivo – Concordato misto – Continuità aziendale e liquidazione di beni non funzionali all'impresa – Applicazione della disciplina più confacente alle varie parti del piano

Concordato preventivo – Concordato misto – Nomina del liquidatore giudiziale nella persona del commissario giudiziale o nella persona del liquidatore della società – Inammissibilità – Conflitto di interessi – Sussistenza – Incompatibilità ex art. 28 L.F.

Concordato preventivo – Codice Antimafia (D. Lgs. 6 settembre 2011 n.159) – Provvedimento di confisca intervenuto nella fase di esecuzione del concordato – Destinazione ai creditori concordatari del 60 % del ricavato della vendita del bene confiscato

Non va confusa la disciplina del voto da attribuire ai crediti contestati rispetto al trattamento riservato agli stessi all’interno della proposta concordataria.
Quanto al primo profilo, la presentazione del concordato non può costituire un pregiudizio per il debitore sul piano della possibilità di contestare la fondatezza di pretese economiche avanzate da terzi nei suoi confronti.
L’art. 2424 bis terzo comma c.c. offre in tal senso un criterio valido anche in ambito concordatario; in particolare, detto articolo impone in linea generale di iscrivere nel passivo dello stato patrimoniale un fondo se sia certo o anche solo probabile che in futuro vi sarà una perdita o maturerà un debito allo stato non agevolmente determinabile nell’ammontare e/o nella data di insorgenza; è necessario invece menzionare nella nota integrativa l’esistenza del rischio che l’impresa sia chiamata a pagare un debito contestato possibile, mentre non vi è l’obbligo di iscrizione del rischio remoto, vale a dire del rischio che ha scarsissime possibilità di verificarsi.
Allo stesso modo in ambito concordatario i crediti contestati andranno inclusi nella relazione sulla situazione patrimoniale dell’impresa ai sensi dell’art. 161 secondo comma lett. a) l. fall, ma saranno ammessi al voto, in parallelo con quanto avviene in sede di redazione dello stato patrimoniale, solo qualora la loro esistenza possa ritenersi probabile.
Il legislatore ha così espressamente previsto la possibilità che il debitore o un suo creditore contestino la sussistenza o l’ammontare di un credito incluso o meno nell’elenco rettificato dal Commissario ex art. 171 primo comma l. fall. attribuendo al Giudice Delegato il potere di statuire in ordine ad esso, esercitando un sindacato di verosimiglianza e probabilità, unicamente ai fini della partecipazione del titolare al voto, ex art. 176 l. fall.
Rispetto al trattamento da riservare all’interno della proposta concordataria ai crediti contestati è necessario invece sottolineare come il debitore sia l’unico arbitro del contenuto della stessa, che non può essere in alcun modo integrata dal G.D. alla procedura o dal Tribunale.
Dunque il debitore ha l’obbligo di rendere manifesta l’esistenza del credito in contestazione ai creditori ma ha il diritto di non prevedere alcun pagamento se ritiene che lo stesso non sia dovuto; saranno poi i creditori, nell’ambito del giudizio di fattibilità economica del piano loro riservato, a valutare il rischio che il debitore rimanga invece soccombente e che di conseguenza si ampli il novero dei crediti da soddisfare con l’attivo disponibile.
(Fattispecie in cui la società debitrice, pur rappresentando ai creditori l’esistenza di debiti contestati derivanti da imposta di registro e da comunicazione di irregolarità a seguito di liquidazione del modello IVA per il 2011, ha ritenuto di non dover indicare questi importi fra le passività potenziali). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

L’orientamento della giurisprudenza di legittimità in ordine alla non opponibilità al fallimento del decreto ingiuntivo privo della dichiarazione di esecutorietà apposta in epoca anteriore all’inizio della procedura (si veda in questo senso, ex multis, Cass. 13.1.2014 n.2112) trova giustificazione in funzione dell’insinuazione al passivo fallimentare del relativo credito e si fonda sulla non opponibilità alla massa dei creditori di un credito e della relativa iscrizione ipotecaria che non abbia acquisito il crisma del giudicato in epoca antecedente alla dichiarazione di fallimento, ma non può estendersi in ambito concordatario, dove il debitore rimane in bonis e deve giocoforza far fronte ai titoli di prelazione legittimamente acquisiti nei suoi confronti, a prescindere dalla loro definitività alla data dell’avvio della procedura.
(Fattispecie di concordato preventivo in cui la società proponente ha considerato in privilegio un credito assistito da ipoteca iscritta in forza di decreto ingiuntivo solo provvisoriamente esecutivo). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

Al concordato c.d. misto, il quale preveda cioè sia la continuità aziendale sia la liquidazione di determinati elementi dell'impresa, deve essere applicata la disciplina volta a volta più confacente con la porzione di piano concordatario che viene in esame, facendo così applicazione in ambito concorsuale della generale disciplina del contratto misto, attesa la natura negoziale del piano concordatario approvato dalla maggioranza dei creditori (si veda, Cass. sez. un. 12.5.2008 n. 11656).
(Fattispecie di concordato preventivo in cui l’elemento prevalente è rappresentato dalla liquidazione del patrimonio immobiliare, essendo la continuità aziendale funzionale alla migliore gestione dello stesso. Il Tribunale osserva, alla luce di quanto statuito, “che nella fase esecutiva del concordato l’imprenditore avrà la disponibilità dei beni e si farà carico della gestione dell’impresa, avendo cura di non intralciare in alcun modo la dismissione del compendio mobiliare e immobiliare; i liquidatore giudiziali invece si preoccuperanno della liquidazione degli assets costituenti l’attivo, si faranno carico dell’organizzazione della relativa attività e del riparto delle risorse così ottenute; il nominando comitato dei creditori avrà voce per l’autorizzazione delle sole operazioni ricollegate alla dismissione del compendio costituente l’attivo”). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

L’ufficio di liquidatore giudiziale non può essere assunto dalla persona già in carica come liquidatore della società ovvero che abbia svolto il pregresso ruolo di commissario giudiziale, il quale non può cumulare la funzione gestoria con quella di sorveglianza dell’adempimento del concordato (cfr. Cass. 1237/2013). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

La semplice richiesta  di applicazione di una misura di prevenzione patrimoniale avanzata dal Pubblico Ministero nelle more del giudizio non è astrattamente idonea a compromettere la fattibilità economica del concordato. Il codice antimafia disciplina i rapporti fra fallimento e provvedimenti di sequestro o confisca, prevedendo che la confisca dei beni aziendali prevale sulla disciplina concorsuale, in quanto deve essere privilegiato l’interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia rispetto all’interesse meramente privatistico della par condicio creditorum perseguito dalla normativa fallimentare; in questa prospettiva i beni assoggettati a sequestro o confisca sono esclusi dalla massa attiva del fallimento.
Se l’imprenditore proponente il concordato è destinatario della proposta di una misura di prevenzione patrimoniale, egli non si sottrae alla disciplina che regola la gestione del patrimonio di un qualsiasi soggetto in bonis, con l’unica differenza che la sua esposizione debitoria andrà considerata, ex art. 184 l. fall., nella misura falcidiata all’esito della procedura concorsuale minore.
In caso di provvedimento di confisca ci sarà un definitivo pregiudizio all’esecuzione del concordato, dal momento che i terzi potranno comunque veder destinata alla loro soddisfazione solamente una percentuale (60%) del ricavato dalla vendita dei beni sequestrati o confiscati, secondo il limite previsto dal successivo art. 53 del D. Lgs. 159/2011, di modo che anche una liquidazione dell’attivo che rispetti le previsioni di piano non sarebbe comunque sufficiente a soddisfare nella misura promessa il ceto creditorio.
(L’art. 53 del D. Lgs. 159/2011, come modificato dalla legge 147/2013, prevede che “ I crediti per titolo anteriore al sequestro, verificati ai sensi delle disposizioni di cui al capo II, sono soddisfatti dallo Stato nel limite del 60 per cento del valore dei beni sequestrati o confiscati, risultante dalla stima redatta dall'amministratore o dalla minor somma eventualmente ricavata dalla vendita degli stessi”). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Tribunale Forlì 24 dicembre 2014.




Crediti contestati nel concordato preventivo. Opponibilità al fallimento del decreto ingiuntivo privo della dichiarazione di esecutorietà. Codice antimafia e concordato preventivo. Concordato misto,disciplina applicabile

Concordato Preventivo – Crediti contestati – Trattamento degli stessi nella proposta di concordato – Regolazione del diritto di voto – Disciplina – Distinzione

Concordato Preventivo – Trattamento nel piano del creditore con ipoteca non consolidata – Collocazione privilegiata del relativo credito – Ammissibilità

Concordato preventivo – Concordato misto – Continuità aziendale e liquidazione di beni non funzionali all'impresa – Applicazione della disciplina più confacente alle varie parti del piano

Concordato preventivo – Concordato misto – Nomina del liquidatore giudiziale nella persona del commissario giudiziale o nella persona del liquidatore della società – Inammissibilità – Conflitto di interessi – Sussistenza – Incompatibilità ex art. 28 L.F.

Concordato preventivo – Codice Antimafia (D. Lgs. 6 settembre 2011 n.159) – Provvedimento di confisca intervenuto nella fase di esecuzione del concordato – Destinazione ai creditori concordatari del 60 % del ricavato della vendita del bene confiscato

Non va confusa la disciplina del voto da attribuire ai crediti contestati rispetto al trattamento riservato agli stessi all’interno della proposta concordataria.
Quanto al primo profilo, la presentazione del concordato non può costituire un pregiudizio per il debitore sul piano della possibilità di contestare la fondatezza di pretese economiche avanzate da terzi nei suoi confronti.
L’art. 2424 bis terzo comma c.c. offre in tal senso un criterio valido anche in ambito concordatario; in particolare, detto articolo impone in linea generale di iscrivere nel passivo dello stato patrimoniale un fondo se sia certo o anche solo probabile che in futuro vi sarà una perdita o maturerà un debito allo stato non agevolmente determinabile nell’ammontare e/o nella data di insorgenza; è necessario invece menzionare nella nota integrativa l’esistenza del rischio che l’impresa sia chiamata a pagare un debito contestato possibile, mentre non vi è l’obbligo di iscrizione del rischio remoto, vale a dire del rischio che ha scarsissime possibilità di verificarsi.
Allo stesso modo in ambito concordatario i crediti contestati andranno inclusi nella relazione sulla situazione patrimoniale dell’impresa ai sensi dell’art. 161 secondo comma lett. a) l. fall, ma saranno ammessi al voto, in parallelo con quanto avviene in sede di redazione dello stato patrimoniale, solo qualora la loro esistenza possa ritenersi probabile.
Il legislatore ha così espressamente previsto la possibilità che il debitore o un suo creditore contestino la sussistenza o l’ammontare di un credito incluso o meno nell’elenco rettificato dal Commissario ex art. 171 primo comma l. fall. attribuendo al Giudice Delegato il potere di statuire in ordine ad esso, esercitando un sindacato di verosimiglianza e probabilità, unicamente ai fini della partecipazione del titolare al voto, ex art. 176 l. fall.
Rispetto al trattamento da riservare all’interno della proposta concordataria ai crediti contestati è necessario invece sottolineare come il debitore sia l’unico arbitro del contenuto della stessa, che non può essere in alcun modo integrata dal G.D. alla procedura o dal Tribunale.
Dunque il debitore ha l’obbligo di rendere manifesta l’esistenza del credito in contestazione ai creditori ma ha il diritto di non prevedere alcun pagamento se ritiene che lo stesso non sia dovuto; saranno poi i creditori, nell’ambito del giudizio di fattibilità economica del piano loro riservato, a valutare il rischio che il debitore rimanga invece soccombente e che di conseguenza si ampli il novero dei crediti da soddisfare con l’attivo disponibile.
(Fattispecie in cui la società debitrice, pur rappresentando ai creditori l’esistenza di debiti contestati derivanti da imposta di registro e da comunicazione di irregolarità a seguito di liquidazione del modello IVA per il 2011, ha ritenuto di non dover indicare questi importi fra le passività potenziali). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

L’orientamento della giurisprudenza di legittimità in ordine alla non opponibilità al fallimento del decreto ingiuntivo privo della dichiarazione di esecutorietà apposta in epoca anteriore all’inizio della procedura (si veda in questo senso, ex multis, Cass. 13.1.2014 n.2112) trova giustificazione in funzione dell’insinuazione al passivo fallimentare del relativo credito e si fonda sulla non opponibilità alla massa dei creditori di un credito e della relativa iscrizione ipotecaria che non abbia acquisito il crisma del giudicato in epoca antecedente alla dichiarazione di fallimento, ma non può estendersi in ambito concordatario, dove il debitore rimane in bonis e deve giocoforza far fronte ai titoli di prelazione legittimamente acquisiti nei suoi confronti, a prescindere dalla loro definitività alla data dell’avvio della procedura.
(Fattispecie di concordato preventivo in cui la società proponente ha considerato in privilegio un credito assistito da ipoteca iscritta in forza di decreto ingiuntivo solo provvisoriamente esecutivo). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

Al concordato c.d. misto, il quale preveda cioè sia la continuità aziendale sia la liquidazione di determinati elementi dell'impresa, deve essere applicata la disciplina volta a volta più confacente con la porzione di piano concordatario che viene in esame, facendo così applicazione in ambito concorsuale della generale disciplina del contratto misto, attesa la natura negoziale del piano concordatario approvato dalla maggioranza dei creditori (si veda, Cass. sez. un. 12.5.2008 n. 11656).
(Fattispecie di concordato preventivo in cui l’elemento prevalente è rappresentato dalla liquidazione del patrimonio immobiliare, essendo la continuità aziendale funzionale alla migliore gestione dello stesso. Il Tribunale osserva, alla luce di quanto statuito, “che nella fase esecutiva del concordato l’imprenditore avrà la disponibilità dei beni e si farà carico della gestione dell’impresa, avendo cura di non intralciare in alcun modo la dismissione del compendio mobiliare e immobiliare; i liquidatore giudiziali invece si preoccuperanno della liquidazione degli assets costituenti l’attivo, si faranno carico dell’organizzazione della relativa attività e del riparto delle risorse così ottenute; il nominando comitato dei creditori avrà voce per l’autorizzazione delle sole operazioni ricollegate alla dismissione del compendio costituente l’attivo”). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

L’ufficio di liquidatore giudiziale non può essere assunto dalla persona già in carica come liquidatore della società ovvero che abbia svolto il pregresso ruolo di commissario giudiziale, il quale non può cumulare la funzione gestoria con quella di sorveglianza dell’adempimento del concordato (cfr. Cass. 1237/2013). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

La semplice richiesta  di applicazione di una misura di prevenzione patrimoniale avanzata dal Pubblico Ministero nelle more del giudizio non è astrattamente idonea a compromettere la fattibilità economica del concordato. Il codice antimafia disciplina i rapporti fra fallimento e provvedimenti di sequestro o confisca, prevedendo che la confisca dei beni aziendali prevale sulla disciplina concorsuale, in quanto deve essere privilegiato l’interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia rispetto all’interesse meramente privatistico della par condicio creditorum perseguito dalla normativa fallimentare; in questa prospettiva i beni assoggettati a sequestro o confisca sono esclusi dalla massa attiva del fallimento.
Se l’imprenditore proponente il concordato è destinatario della proposta di una misura di prevenzione patrimoniale, egli non si sottrae alla disciplina che regola la gestione del patrimonio di un qualsiasi soggetto in bonis, con l’unica differenza che la sua esposizione debitoria andrà considerata, ex art. 184 l. fall., nella misura falcidiata all’esito della procedura concorsuale minore.
In caso di provvedimento di confisca ci sarà un definitivo pregiudizio all’esecuzione del concordato, dal momento che i terzi potranno comunque veder destinata alla loro soddisfazione solamente una percentuale (60%) del ricavato dalla vendita dei beni sequestrati o confiscati, secondo il limite previsto dal successivo art. 53 del D. Lgs. 159/2011, di modo che anche una liquidazione dell’attivo che rispetti le previsioni di piano non sarebbe comunque sufficiente a soddisfare nella misura promessa il ceto creditorio.
(L’art. 53 del D. Lgs. 159/2011, come modificato dalla legge 147/2013, prevede che “ I crediti per titolo anteriore al sequestro, verificati ai sensi delle disposizioni di cui al capo II, sono soddisfatti dallo Stato nel limite del 60 per cento del valore dei beni sequestrati o confiscati, risultante dalla stima redatta dall'amministratore o dalla minor somma eventualmente ricavata dalla vendita degli stessi”). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Tribunale Forlì 24 dicembre 2014.




Reato di omesso versamento ritenute INPS e rilevanza dell'improvvisa crisi di liquidità

Reato di omesso versamento ritenute INPS – Crisi di liquidità – Esclusione elemento soggettivo – Rilevanza

Va assolto dal reato di omesso versamento delle ritenute INPS l'imputato che ha adottato tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il proprio patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un'improvvisa crisi di liquidità, le somme necessarie ad assolvere al debito contratto nei confronti dell'INPS, senza esservi riuscito per cause indipendenti alla propria volontà e a lui non imputabili. (Luca Scaricaciottoli) (riproduzione riservata) Tribunale Chieti 02 dicembre 2014.




Reato di omesso versamento ritenute INPS e rilevanza dell'improvvisa crisi di liquidità

Reato di omesso versamento ritenute INPS – Crisi di liquidità – Esclusione elemento soggettivo – Rilevanza

Va assolto dal reato di omesso versamento delle ritenute INPS l'imputato che ha adottato tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il proprio patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un'improvvisa crisi di liquidità, le somme necessarie ad assolvere al debito contratto nei confronti dell'INPS, senza esservi riuscito per cause indipendenti alla propria volontà e a lui non imputabili. (Luca Scaricaciottoli) (riproduzione riservata) Tribunale Chieti 02 dicembre 2014.




I rimedi risarcitori previsti dall’art. 35-ter, commi 1-2, O.P., presupposti

Esecuzione – Violazione dei diritti fondamentali dei detenuti – Violazione dell'art. 3 CEDU – Rimedi risarcitori – Art. 35-ter O.P. – Retroattività – Esclusione – Conseguenze (Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950, art. 3; l. 4 agosto 1955 n. 848, ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, art. 1; l. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, artt. 35-bis, 35-ter, 69; d.l. 26 giugno 2014 n. 92, convertito con modificazioni dalla l. 11 agosto 2014 n. 117, disposizioni urgenti in materia di rimedi risarcitori in favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell'articolo 3 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nonchè di modifiche al codice di procedura penale e alle disposizioni di attuazione, all'ordinamento del Corpo di polizia penitenziaria e all'ordinamento penitenziario, anche minorile, artt. 1, 2).

Tranne che nei casi tassativamente indicati dalla disciplina transitoria contenuta nell’art. 2 d.l. 26 giugno 2014 n. 92, i rimedi risarcitori previsti dall’art. 35-ter O.P.(introdotto dall’art. 1 d.l. 92/2014) possono essere azionati solo rispetto a pregiudizi prodottisi successivamente al 28 giugno 2014 (data dell’entrata in vigore del d.l. 92/2014), attesa la non retroattività della norma. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata)

I rimedi risarcitori previsti dall’art. 35-ter, commi 1-2, O.P. possono essere azionati innanzi al magistrato di sorveglianza solo in presenza di due presupposti costituiti dallo stato detentivo in carcere dell’istante e dall’attualità del pregiudizio dedotto. Negli altri casi, invece, essi vanno azionati innanzi al giudice civile. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata)
Tribunale Alessandria 31 ottobre 2014.




Sequestro preventivo, bonifica, messa in sicurezza ed aggravamento del danno ambientale

Sequestro preventivo, bonifica, messa in sicurezza ed aggravamento del danno ambientale – Intervenuto fallimento della società proprietaria dei beni sottoposti a sequestro preventivo – Ordinanza di revoca del sequestro preventivo – Rilascio dei beni in favore dei curatori fallimentari – Riesame reale avverso il provvedimento di revoca del sequestro preventivo

Fallimento – Mancanza di fondi – Tutela della salute dell’ambiente e dell’incolumità pubblica – Aree da bonificare di pertinenza del fallimento già sottoposte a sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. – Non tutelabilità da parte del fallimento dei superiori interessi pubblici – Tutela dei creditori fallimentari – Giudizio di bilanciamento di interessi – Prevalenza dell’interesse penale

Qualora una procedura fallimentare non sia dotata, neppure in previsione, di sufficienti risorse finanziarie per svolgere tutte le attività di gestione dinamica e statica delle aree sottoposte a sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. solo il mantenimento del vincolo penale è in grado di garantire l’esecuzione di adempimenti di particolare rilievo a tutela della salute, dell’ambiente e dell’incolumità pubblica con conseguente prevalenza delle ragioni sottese al vincolo reale, rispetto all’interesse dei creditori fallimentari. (Raffaella Mancini) (riproduzione riservata)

Le esigenze cautelari tutelate dal sequestro preventivo si ritengono prevalenti rispetto agli interessi perseguiti dalla procedura fallimentare qualora vi sia la necessità di effettuare adempimenti di particolare rilievo a tutela della salute, dell’ambiente e dell’incolumità pubblica, che esporrebbero la procedura fallimentare ad ingenti oneri insostenibili. (Raffaella Mancini) (riproduzione riservata)

Le ragioni dei creditori fallimentari, anziché essere tutelate, potrebbero essere frustrate qualora il curatore fallimentare debba sostenere ingenti oneri per l’acquisizione di beni sottoposti a sequestro preventivo a fronte di un’incerta e futura possibilità di realizzo di attivo fallimentare. (Raffaella Mancini) (riproduzione riservata)

Qualora gli organi fallimentari non siano in grado di sostenere un enorme dispendio di energie di natura economica che l’apprensione dei beni sottoposti a sequestro preventivo comporta per lo svolgimento di attività di gestione e di bonifica dei detti beni, sussiste una prevalenza delle ragioni sottese al vincolo reale rispetto a quelle attinenti alla tutela degli interessi dei creditori nella procedura fallimentare. (Raffaella Mancini) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 13 ottobre 2014.




Sequestro preventivo, bonifica, messa in sicurezza ed aggravamento del danno ambientale

Sequestro preventivo, bonifica, messa in sicurezza ed aggravamento del danno ambientale – Intervenuto fallimento della società proprietaria dei beni sottoposti a sequestro preventivo – Ordinanza di revoca del sequestro preventivo – Rilascio dei beni in favore dei curatori fallimentari – Riesame reale avverso il provvedimento di revoca del sequestro preventivo

Fallimento – Mancanza di fondi – Tutela della salute dell’ambiente e dell’incolumità pubblica – Aree da bonificare di pertinenza del fallimento già sottoposte a sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. – Non tutelabilità da parte del fallimento dei superiori interessi pubblici – Tutela dei creditori fallimentari – Giudizio di bilanciamento di interessi – Prevalenza dell’interesse penale

Qualora una procedura fallimentare non sia dotata, neppure in previsione, di sufficienti risorse finanziarie per svolgere tutte le attività di gestione dinamica e statica delle aree sottoposte a sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. solo il mantenimento del vincolo penale è in grado di garantire l’esecuzione di adempimenti di particolare rilievo a tutela della salute, dell’ambiente e dell’incolumità pubblica con conseguente prevalenza delle ragioni sottese al vincolo reale, rispetto all’interesse dei creditori fallimentari. (Raffaella Mancini) (riproduzione riservata)

Le esigenze cautelari tutelate dal sequestro preventivo si ritengono prevalenti rispetto agli interessi perseguiti dalla procedura fallimentare qualora vi sia la necessità di effettuare adempimenti di particolare rilievo a tutela della salute, dell’ambiente e dell’incolumità pubblica, che esporrebbero la procedura fallimentare ad ingenti oneri insostenibili. (Raffaella Mancini) (riproduzione riservata)

Le ragioni dei creditori fallimentari, anziché essere tutelate, potrebbero essere frustrate qualora il curatore fallimentare debba sostenere ingenti oneri per l’acquisizione di beni sottoposti a sequestro preventivo a fronte di un’incerta e futura possibilità di realizzo di attivo fallimentare. (Raffaella Mancini) (riproduzione riservata)

Qualora gli organi fallimentari non siano in grado di sostenere un enorme dispendio di energie di natura economica che l’apprensione dei beni sottoposti a sequestro preventivo comporta per lo svolgimento di attività di gestione e di bonifica dei detti beni, sussiste una prevalenza delle ragioni sottese al vincolo reale rispetto a quelle attinenti alla tutela degli interessi dei creditori nella procedura fallimentare. (Raffaella Mancini) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 13 ottobre 2014.




Proroga della sospensione ex art.20 L.44/1999 (Disposizioni concernenti il fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura)

P.M. - Proroga della sospensione ex art.20 L.44/1999 - Abnormità - Potere di accertamento del Giudice

L’art. 20 L.44/1999 non conferisce al PM il potere di prorogare oltre il periodo stabilito dalla norma la sospensione dei termini di pagamento e processuali. Ne discende come l’atto del PM che disponga una tale proroga debba stimarsi abnorme e debba dunque essere considerato tamquam non esset dal Giudice. (Francesco Lupia) (riproduzione riservata) Tribunale Avezzano 08 ottobre 2014.




Proroga della sospensione ex art.20 L.44/1999 (Disposizioni concernenti il fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura)

P.M. - Proroga della sospensione ex art.20 L.44/1999 - Abnormità - Potere di accertamento del Giudice

L’art. 20 L.44/1999 non conferisce al PM il potere di prorogare oltre il periodo stabilito dalla norma la sospensione dei termini di pagamento e processuali. Ne discende come l’atto del PM che disponga una tale proroga debba stimarsi abnorme e debba dunque essere considerato tamquam non esset dal Giudice. (Francesco Lupia) (riproduzione riservata) Tribunale Avezzano 08 ottobre 2014.




Maternità surrogata: il falso c’è ma è innocuo. Sentenza innovativa del Tribunale di Varese

Surrogazione di maternità – Dichiarazioni rese dai genitori circa il loro status e la nascita del minore – Falsità – Sussiste – Punibilità – Esclusione – Falso Innocuo per effetto delle sentenze della CEDU – Sussiste

I genitori di prole, nata attraverso maternità cd. surrogata, i quali non rappresentino alle autorità italiane la loro effettiva condizione, ottengono un'iscrizione anagrafica del tutto difforme dal vero con una condotta che ricade nel fascio applicativo sanzionato dall’art. 495 codice penale. Nella vicenda in esame il falso non si consuma nel momento di formazione dell'atto di nascita (accadimento che segue le norme dello Stato in cui il minore è nato), ma in un momento successivo prodromico all'assegnazione dello status di genitore in conformità all'ordinamento italiano, procedimento amministrativo nel cui svolgimento si inserisce la condotta maliziosamente articolata dai genitori che occultano il ricorso alla maternità surrogata cercando di far apparire la madre o il padre (o entrambi i genitori) quale genitore biologico del minore. Sulla condotta penalmente rilevante sopra descritta incidono, però, le recenti sentenze della Corte EDU(C. EDU, quinta sezione, 26 giugno 2014, Mennesson c. Francia, ric. n. 65192/11, e C. EDU, quinta sezione, 26 giugno 2014, Labassee c. Francia, ric. n. 65941/11, entrambe le sentenze sono definitive): ad oggi il soggetto che ricorre a metodi di fecondazione diversi da quelli consentiti e disciplinati dalla legge nazionale non può vedersi disconoscere sic et simpliciter il proprio rapporto genitoriale, perché ciò costituirebbe una lesione intollerabile all'identità del figlio, ma al contempo non può formalmente dichiarare le circostanze in cui è nato il discendente, perché non è stata introdotta alcuna legislazione in ambito interno destinata a disciplinare simili attestazioni (quanto meno con riferimento alla linea biologica parentale) né tanto meno è stata approntata una regolamentazione utile a definire le modalità di conservazione dei dati concernenti i profili biologi degli ascendenti naturali, così di fatto privando i nati con simili metodi procreativi di ogni possibilità di reperire -seppur a determinate condizioni- informazioni essenziali circa la propria provenienza e origine. Si deve dunque affermare che, nel caso in esame, l’attestazione della qualità di genitore innanzi al pubblico ufficiale rilasciata dagli agenti non comporta alcun nocumento per il bene giuridico tutelato dalla norma penale (veridicità della dichiarazione) in un sistema giuridico come quello attuale  in cui è divenuto sostanzialmente ininfluente -secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani- il metodo di concepimento della prole quale presupposto per il riconoscimento della maternità e paternità, attesa al contempo l’inerzia del legislatore nazionale che non ha previsto, né imposto che le parti interessate si esprimano in merito alle tecniche cui hanno fatto ricorso per la fecondazione al fine di ponderare almeno la posizione del genitore naturale. Ne consegue, inevitabilmente, che è intervenuta una sostanziale elisione dell'antigiuridicità del fatto, che trasmuta da falso punibile a falso innocuo, con tutte le conseguenze che si traggono in dispositivo in punto di assoluzione degli imputati. Per tali motivi, i genitori vanno assolti dal reato loro ascritto perché il fatto non costituisce reato a seguito delle sentenze pronunciate dalla Corte  Europea dei diritti umani nei casi Mennesson c. Francia e Labassee c. Francia. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese 08 ottobre 2014.




Rimedi risarcitori per violazione dell’art. 3 CEDU, previsti dall’art. 35-ter O.P.: competenza del magistrato di sorveglianza e del giudice civile

Esecuzione – Violazione dei diritti fondamentali dei detenuti – Violazione dell’art. 3 cedu – Rimedi risarcitori – Pregiudizio non attuale – Competenza – Magistrato di sorveglianza – Insussistenza – Tribunale civile – Sussistenza (Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950, art. 3; l. 4 agosto 1955, n. 848, ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, art. 1; l. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, artt. 35-bis, 35-ter, 69).

I rimedi risarcitori conseguenti alla violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU), previsti dall’art. 35-ter O.P., vanno azionati innanzi al magistrato di sorveglianza in presenza di un pregiudizio attuale al momento della presentazione dell’istanza, mentre vanno esperiti innanzi al tribunale civile in presenza di un pregiudizio in quel momento non più esistente. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria 26 settembre 2014.




Relazione ex articolo 161, comma 3, L.F., reato di false attestazioni e relazioni ex articolo 236 bis L.F., misura cautelare della interdizione all’esercizio della professione di dottore commercialista

Concordato preventivo - Relazione del professionista - Reato di false attestazioni e relazioni di cui all’articolo 236 bis L.F. - Omessa verifica di dati rilevanti per la fattibilità del piano - Misura cautelare dell’interdizione all’esercizio della professione

Sussistono gravi indizi di colpevolezza per il delitto di cui all’articolo 236 bis L.F. in capo al professionista attestatore che, nella relazione di cui all’articolo 161, comma 3, L.F. provveda a verificare l’esistenza e l’affidabilità della società offerente una garanzia di rilevante entità sulla quale si fonda la proposta di concordato e che, allo stesso modo, non verifichi l’identità del legale rappresentante di detta società che ha sottoscritto la dichiarazione di disponibilità di cui sopra e che, ciò nonostante, si esprima in termini di certezza sulla fattibilità dell’operazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 16 luglio 2014.




Relazione ex articolo 161, comma 3, L.F., reato di false attestazioni e relazioni ex articolo 236 bis L.F., misura cautelare della interdizione all’esercizio della professione di dottore commercialista

Concordato preventivo - Relazione del professionista - Reato di false attestazioni e relazioni di cui all’articolo 236 bis L.F. - Omessa verifica di dati rilevanti per la fattibilità del piano - Misura cautelare dell’interdizione all’esercizio della professione

Sussistono gravi indizi di colpevolezza per il delitto di cui all’articolo 236 bis L.F. in capo al professionista attestatore che, nella relazione di cui all’articolo 161, comma 3, L.F. provveda a verificare l’esistenza e l’affidabilità della società offerente una garanzia di rilevante entità sulla quale si fonda la proposta di concordato e che, allo stesso modo, non verifichi l’identità del legale rappresentante di detta società che ha sottoscritto la dichiarazione di disponibilità di cui sopra e che, ciò nonostante, si esprima in termini di certezza sulla fattibilità dell’operazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 16 luglio 2014.




Omesso versamento delle ritenute nel termine annuale e impossibilità in concreto di far fronte al pagamento

Omesso pagamento del termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale delle ritenute - Reato di cui all’articolo 10 bis del d.l.vo 74/2000 - Dimostrazione dell’impossibilità di far fronte al pagamento

Va assolto dal reato di cui all’articolo 10 bis del decreto legislativo n. 74 del 2000 l’imprenditore che abbia fatto tutto il possibile possibile per far fronte alle scadenze anche mediante il sacrificio di beni personali dando così dimostrazione dell’imprevedibile ed insormontabile ore ostacolo a fronte al pagamento di in contestazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Pesaro 08 luglio 2014.




Omesso versamento delle ritenute nel termine annuale e impossibilità in concreto di far fronte al pagamento

Omesso pagamento del termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale delle ritenute - Reato di cui all’articolo 10 bis del d.l.vo 74/2000 - Dimostrazione dell’impossibilità di far fronte al pagamento

Va assolto dal reato di cui all’articolo 10 bis del decreto legislativo n. 74 del 2000 l’imprenditore che abbia fatto tutto il possibile possibile per far fronte alle scadenze anche mediante il sacrificio di beni personali dando così dimostrazione dell’imprevedibile ed insormontabile ore ostacolo a fronte al pagamento di in contestazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Pesaro 08 luglio 2014.




Decreto legge non convertito, istanza di liberazione anticipata speciale e applicazione della legge meno favorevole

Ordinamento penitenziario – Benefici penitenziari – Liberazione anticipata – Liberazione anticipata speciale – Condannati per delitto ex art. 4-bis o.p. – D.L. 146/2013 – Istanza pendente al momento della conversione – Disciplina applicabile – Testo originario del D.L. 146/2013 – Esclusione – Modicazione apportata in sede di conversione – Applicabilità (Cost., artt. 25, 77; l. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, artt. 4-bis, 54; d.l. 23 dicembre 2013 n. 146, misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria, art. 4; l. 21 febbraio 2014 n. 10, conversione in legge, con modificazioni, del d.l. 23 dicembre 2013 n. 146, recante misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria, art. 1)

L’art. 77, 3° comma, Cost. impedisce al decreto-legge non convertito di inserirsi in quel fenomeno di successione di leggi nel tempo, cui si riferisce invece l’art. 25, 2° comma, Cost.; conseguentemente, l’istanza di liberazione anticipata speciale presentata da soggetto condannato per taluno dei delitti previsti dall’art. 4-bis O.P., se ancora pendente al momento della conversione del decreto-legge 146/2013, va decisa alla stregua della disciplina introdotta dalla legge di conversione 10/2014, sebbene meno favorevole all’istante. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 17 giugno 2014.




La Corte Costituzionale sul delitto di stalking

Delitto di cd. stalking – Art. 612-bis c.p. – Illegittimità costituzionale – Indeterminatezza della fattispecie – Infondatezza della questione

Delitto di cd. stalking – Art. 612-bis c.p. – Caratteristiche del reato (art. 612-bis c.p.)

E’ manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 612-bis c.p. La fattispecie di cui all’art. 612-bis cod. pen. si configura come specificazione delle condotte di minaccia o di molestia già contemplate dal codice penale, sin dalla sua originaria formulazione, agli artt. 612 e 660. Con lo speciale reato di cui all’art. 612-bis cod. pen. il legislatore, in sostanza, ha ulteriormente connotato le condotte di minaccia e molestia, richiedendo che le stesse siano realizzate in modo reiterato e idoneo a cagionare almeno uno degli eventi indicati nel testo normativo (stato di ansia o di paura, timore per l’incolumità e cambiamento delle abitudini di vita). Tale ulteriore connotazione è volta ad individuare specifici fenomeni di molestia assillante che si caratterizzano per un atteggiamento predatorio nei confronti della vittima, bene espresso dal termine inglese “stalking”, con cui viene solitamente descritto questo comportamento criminale. Le peculiarità, che contraddistinguono la minaccia e la molestia in questi casi, espongono la vittima a conseguenze nella vita emotiva (stato di ansia e di paura ovvero timore per l’incolumità) e pratica (cambiamento delle abitudini di vita), che rappresentano eventi individuati dal legislatore proprio al fine di meglio circoscrivere la nuova area di illecito, caratterizzata da un aggravato disvalore rispetto alle generiche minacce e molestie e che, pertanto, giustificano una più severa reazione penale. Ancora, occorre tenere conto del fatto che si è ormai consolidato un “diritto vivente” che qualifica il delitto di cui all’art. 612-bis cod. pen. come reato abituale di evento, per la cui sussistenza occorre una condotta reiterata, idonea a causare nella vittima una delle conseguenze descritte e, sotto il profilo dell’elemento soggettivo, richiede il dolo generico, il quale è integrato dalla volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime a produrre almeno uno degli eventi previsti dalla norma incriminatrice (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenze n. 20993 e n. 7544 del 2012). Ciò conferma quanto risulta evidente già dalla formulazione legislativa del precetto e, cioè, che il reato di cui all’art. 612-bis cod. pen. non attenua in alcun modo la determinatezza della incriminazione rispetto alle fattispecie di molestie o di minacce, di cui costituisce una specificazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In relazione ai diversi elementi che, nella loro combinazione, integrano il reato di cui all’art. 612-bis cod. pen., il concetto di «reiterazione», utilizzato nella norma incriminatrice, chiarisce in modo preciso che sono necessarie almeno due condotte di minacce o molestia. Ciò, tuttavia, non è sufficiente, in quanto le medesime devono anche essere idonee a cagionare uno dei tre eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice. Una tale valutazione di idoneità non può che essere condotta in concreto dal giudice esaminando il singolo caso sottoposto al suo giudizio e tenendo conto che, come ha ripetutamente sottolineato la giurisprudenza di legittimità (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenze n. 46331 del 2013 e n. 6417 del 2010), non è sufficiente il semplice verificarsi di uno degli eventi previsti dalla norma penale, né basta l’astratta idoneità della condotta a cagionarlo, occorrendo invece dimostrare il nesso causale tra la condotta posta in essere dall’agente e i turbamenti derivati alla vita privata della vittima. Quanto al «perdurante e grave stato di ansia e di paura» e al «fondato timore per l’incolumità», trattandosi di eventi che riguardano la sfera emotiva e psicologica, essi debbono essere accertati attraverso un’accurata osservazione di segni e indizi comportamentali, desumibili dal confronto tra la situazione pregressa e quella conseguente alle condotte dell’agente, che denotino una apprezzabile destabilizzazione della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima. A questo proposito, del resto, anche la giurisprudenza di legittimità (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione quinta penale, sentenza n. 14391 del 2012) ha precisato che la prova dello stato di ansia e di paura può e deve essere ancorata ad elementi sintomatici che rivelino un reale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente, nonché dalle condizioni soggettive della vittima, purché note all’agente, e come tali necessariamente rientranti nell’oggetto del dolo. Anche sotto questo profilo, dunque, è dimostrato che l’enunciato legislativo di cui all’art. 612-bis cod. pen., pur richiedendo un’attenta considerazione di dati riscontrabili sul piano dei comportamenti e dell’esperienza, consente al giudice di appurare con ragionevole certezza il verificarsi dei fenomeni in esso descritti e, pertanto, non presenta vizi di indeterminatezza, ai sensi dell’art. 25, secondo comma, Cost. L’aggettivazione, inoltre, in termini di «grave e perdurante» stato di ansia o di paura e di «fondato» timore per l’incolumità, vale a circoscrivere ulteriormente l’area dell’incriminazione, in modo che siano doverosamente ritenute irrilevanti ansie di scarso momento, sia in ordine alla loro durata sia in ordine alla loro incidenza sul soggetto passivo, nonché timori immaginari o del tutto fantasiosi della vittima. A tale ultimo riguardo, deve rammentarsi come spetti al giudice ricostruire e circoscrivere l’area di tipicità della condotta penalmente rilevante sulla base dei consueti criteri ermeneutici, in particolare alla luce del principio di offensività, che per giurisprudenza costante di questa Corte costituisce canone interpretativo unanimemente accettato (ex plurimis, sentenze n. 139 del 2014 e n. 62 del 1986). Infine, il riferimento del legislatore alle abitudini di vita costituisce un chiaro e verificabile rinvio al complesso dei comportamenti che una persona solitamente mantiene nell’ambito familiare, sociale e lavorativo, e che la vittima è costretta a mutare a seguito dell’intrusione rappresentata dall’attività persecutoria, mutamento di cui l’agente deve avere consapevolezza ed essersi rappresentato, trattandosi di reato per l’appunto punibile solo a titolo di dolo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 11 giugno 2014.




Al fine di verificare l’eventuale superamento del tasso soglia, vanno rilevati e calcolati gli interessi a qualunque titolo convenuti

Usura – Interessi moratori – Tasso soglia

Usura – Interessi moratori – Tasso soglia

Usura – Interessi moratori – Tasso soglia

Al fine di accertare la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato di usura è necessario - come ribadito dall’ormai consolidato orientamento della Cassazione civile - rilevare gli interessi moratori: la norma di interpretazione autentica (d.l. n. 394/2000) della legge sull’usura, infatti, prevede espressamente che, al fine di verificare l’eventuale superamento del «tasso soglia», vanno calcolati gli interessi a qualunque titolo convenuti (anche moratori, quindi). (Aldo Angelo Dolmetta) (riproduzione riservata)

Nel calcolo finalizzato alla verifica del superamento del «tasso soglia», il tasso degli interessi corrispettivi va sommato alla maggiorazione (c.d. «spread») prevista per la determinazione del tasso moratorio; e non al tasso moratorio stesso. (Aldo Angelo Dolmetta) (riproduzione riservata)

La soglia di usura cui confrontare il tasso «maggiorato» (: il tasso degli interessi corrispettivi, cui si aggiunge lo «spread» previsto per la determinazione del tasso moratorio) è il «tasso soglia» di cui alle rilevazioni trimestrali, privo di qualsiasi addizione. (Aldo Angelo Dolmetta) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 10 giugno 2014.




Al fine di verificare l’eventuale superamento del tasso soglia, vanno rilevati e calcolati gli interessi a qualunque titolo convenuti

Usura – Interessi moratori – Tasso soglia

Usura – Interessi moratori – Tasso soglia

Usura – Interessi moratori – Tasso soglia

Al fine di accertare la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato di usura è necessario - come ribadito dall’ormai consolidato orientamento della Cassazione civile - rilevare gli interessi moratori: la norma di interpretazione autentica (d.l. n. 394/2000) della legge sull’usura, infatti, prevede espressamente che, al fine di verificare l’eventuale superamento del «tasso soglia», vanno calcolati gli interessi a qualunque titolo convenuti (anche moratori, quindi). (Aldo Angelo Dolmetta) (riproduzione riservata)

Nel calcolo finalizzato alla verifica del superamento del «tasso soglia», il tasso degli interessi corrispettivi va sommato alla maggiorazione (c.d. «spread») prevista per la determinazione del tasso moratorio; e non al tasso moratorio stesso. (Aldo Angelo Dolmetta) (riproduzione riservata)

La soglia di usura cui confrontare il tasso «maggiorato» (: il tasso degli interessi corrispettivi, cui si aggiunge lo «spread» previsto per la determinazione del tasso moratorio) è il «tasso soglia» di cui alle rilevazioni trimestrali, privo di qualsiasi addizione. (Aldo Angelo Dolmetta) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 10 giugno 2014.




Omesso versamento dell'Iva per fatti anteriori al 17 settembre 2011 dopo l'intervento della Corte costituzionale

Iva - Omesso versamento - Reato - Fatti commessi sino al 17 settembre 2011 - Illegittimità costituzionale

In base alla sentenza della Corte costituzionale n. 80 del 2014, la quale ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell'art. 10 ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, deve essere assolto l'imputato che, con riferimento a fatti commessi sino al 17 settembre 2011, ha omesso di versare l'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo d'imposta, ad euro 103.291,38. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Bari 19 maggio 2014.




Omesso versamento dell'Iva per fatti anteriori al 17 settembre 2011 dopo l'intervento della Corte costituzionale

Iva - Omesso versamento - Reato - Fatti commessi sino al 17 settembre 2011 - Illegittimità costituzionale

In base alla sentenza della Corte costituzionale n. 80 del 2014, la quale ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell'art. 10 ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, deve essere assolto l'imputato che, con riferimento a fatti commessi sino al 17 settembre 2011, ha omesso di versare l'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo d'imposta, ad euro 103.291,38. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Bari 19 maggio 2014.




Patrocinio dei non abbienti e derogabilità dei parametri di cui al D.M. 55/2014

Difesa e difensori – Patrocinio dei non abbienti – Compenso del difensore – Liquidazione – Parametri del D.M. 55/2014 –  Derogabilità ex art. 1 D.M. 140/2012 – Ammissibilità (D.p.r. 30 maggio 2002 n. 115, Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, artt. 74 ss., 106-bis, 115 ss.; d. m. giustizia 10 marzo 2014 n. 55, Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense, ai sensi dell’art. 13, comma 6, della legge 31 dicembre 2012 n. 247, artt. 1, 2, 3, 4, 12, 15 e 27; d. m. giustizia 20 luglio 2012 n. 140, Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolarmente vigilate dal Ministero della giustizia, ai sensi dell'articolo 9 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, art. 1)

Nella liquidazione del compenso spettante al difensore di soggetto ammesso al patrocinio a spese dello Stato (o di soggetti ad esso assimilati ex artt. 115 ss. D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115) il giudice non è tenuto ad uniformarsi inderogabilmente ai parametri introdotti dal D.M. 55/2014, dovendosi considerare ancora in vigore l’art. 1, comma 7, D.M. 140/2012, secondo cui le soglie numeriche tabellari non sono vincolanti per la liquidazione stessa (fattispecie in tema di procedimento di sorveglianza). (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria 15 maggio 2014.




Opposizione della persona offesa alla richiesta di archiviazione del PM

Indagini preliminari - Opposizione della persona offesa alla richiesta di archiviazione del PM - Presupposti

L'atto di opposizione della persona offesa, alla richiesta di archiviazione proposta dal PM, deve essere giudicato inammissibile ove non apporti alcun significativo ampliamento al thema probandum che meriti di essere percorso dalle nuove indagini e si limiti a contestare le argomentazioni del pubblico ministero. (Ugo Leonetti) (riproduzione riservata) Tribunale Pavia 12 maggio 2014.




Sequestro antimafia di beni del socio illimitatamente responsabile e separazione dalla massa del fallimento

Fallimento - Sequestro ex articolo 64 decreto legislativo n. 159/2010, Codice antimafia - Socio illimitatamente responsabile - Separazione - Indicazione delle spese di liquidazione già sostenute - Separazione dalle spese di liquidazione dei beni della massa del socio in proprio e da quelle relative ai beni non sottoposti a sequestro

Ove venga disposto il sequestro dei beni di un socio illimitatamente responsabile di società dichiarata fallita ai sensi dell'articolo 64 del cd. Codice antimafia, dovrà disporsi la separazione dei beni sequestrati dalla massa attiva del fallimento e la consegna degli stessi all'amministratore giudiziario, con indicazione dettagliata delle spese di liquidazione già effettuate con riferimento ai beni sequestrati, allo scopo di tenerle separate da quelle relative alla sola massa del socio illimitatamente responsabile in proprio e da quelle riferibili ai beni non sottoposti a sequestro. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Santa Maria Capua Vetere 29 aprile 2014.




Sequestro antimafia di beni del socio illimitatamente responsabile e separazione dalla massa del fallimento

Fallimento - Sequestro ex articolo 64 decreto legislativo n. 159/2010, Codice antimafia - Socio illimitatamente responsabile - Separazione - Indicazione delle spese di liquidazione già sostenute - Separazione dalle spese di liquidazione dei beni della massa del socio in proprio e da quelle relative ai beni non sottoposti a sequestro

Ove venga disposto il sequestro dei beni di un socio illimitatamente responsabile di società dichiarata fallita ai sensi dell'articolo 64 del cd. Codice antimafia, dovrà disporsi la separazione dei beni sequestrati dalla massa attiva del fallimento e la consegna degli stessi all'amministratore giudiziario, con indicazione dettagliata delle spese di liquidazione già effettuate con riferimento ai beni sequestrati, allo scopo di tenerle separate da quelle relative alla sola massa del socio illimitatamente responsabile in proprio e da quelle riferibili ai beni non sottoposti a sequestro. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Santa Maria Capua Vetere 29 aprile 2014.




I presupposti per la pronuncia del decreto di inammissibilità ai sensi dell’art. 666, comma 2, c.p.p.

Esecuzione – Magistratura di sorveglianza – Procedimento – In genere – Manifesta infondatezza – Inammissibilità – Dichiarazione De Plano – Condizioni (C. p. p., art. 666; l. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, art. 35-bis).

Il decreto di inammissibilità ai sensi dell’art. 666, comma 2, c.p.p. può essere emesso quando la richiesta appare infondata per difetto delle condizioni di ammissibilità oppure di quelle di merito stabilite dalla legge e l’infondatezza, a sua volta, risulta manifesta nel senso che non implica valutazioni discrezionali o approfondimenti istruttori (fattispecie in tema di reclamo giurisdizionale ex art. 35-bis O.P.). (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria 14 aprile 2014.




Omesso versamento dell'Iva e incostituzionalità dell'articolo 10-ter del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 per fatti commessi prima del 17 settembre 2011 e per importi inferiori ad euro 103.291,38

Omesso versamento dell'Iva - Reato di cui all'articolo 10-ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 - Fatti commessi fino al 17 settembre 2011 - Omesso versamento per importi non superiori ad euro 103.291,38 - Illegittimità costituzionale

È costituzionalmente illegittimo l’art. 10-ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo di imposta, ad euro 103.291,38. Corte Costituzionale 07 aprile 2014.




Omesso versamento dell'Iva e incostituzionalità dell'articolo 10-ter del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 per fatti commessi prima del 17 settembre 2011 e per importi inferiori ad euro 103.291,38

Omesso versamento dell'Iva - Reato di cui all'articolo 10-ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 - Fatti commessi fino al 17 settembre 2011 - Omesso versamento per importi non superiori ad euro 103.291,38 - Illegittimità costituzionale

È costituzionalmente illegittimo l’art. 10-ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205), nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo di imposta, ad euro 103.291,38. Corte Costituzionale 07 aprile 2014.




Reato di omesso pagamento dell'Iva e concordato preventivo con transazione fiscale cui abbia aderito l'agenzia delle entrate

Reato ex articolo 10 bis d.lgs. 74/2000 - Concordato preventivo - Transazione fiscale che prevede l'integrale pagamento dell'Iva - Adesione dell'agenzia delle entrate - Fatto non costituente reato.

Deve essere assolto dal reato previsto dall'articolo 10 bis del decreto legislativo n. 74 del 2000, perché il fatto non costituisce reato, l'imprenditore che non sia in grado di rispettare il termine del pagamento dell'imposta a causa di uno stato di crisi e di illiquidità incolpevole talmente grave e che abbia presentato domanda di concordato preventivo con transazione fiscale, alla quale l'agenzia delle entrate abbia aderito, e che preveda il pagamento integrale, sia pure dilazionato, del debito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Piacenza 31 marzo 2014.




Reato di omesso pagamento dell'Iva e concordato preventivo con transazione fiscale cui abbia aderito l'agenzia delle entrate

Reato ex articolo 10 bis d.lgs. 74/2000 - Concordato preventivo - Transazione fiscale che prevede l'integrale pagamento dell'Iva - Adesione dell'agenzia delle entrate - Fatto non costituente reato.

Deve essere assolto dal reato previsto dall'articolo 10 bis del decreto legislativo n. 74 del 2000, perché il fatto non costituisce reato, l'imprenditore che non sia in grado di rispettare il termine del pagamento dell'imposta a causa di uno stato di crisi e di illiquidità incolpevole talmente grave e che abbia presentato domanda di concordato preventivo con transazione fiscale, alla quale l'agenzia delle entrate abbia aderito, e che preveda il pagamento integrale, sia pure dilazionato, del debito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Piacenza 31 marzo 2014.




Espulsione della persona che nel paese di destinazione sarebbe esposta a concreto rischio di trattamenti inumani o degradanti

Straniero – Espulsione – Paese di destinazione – Rischio di trattamenti inumani – Divieto (Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950, art. 3; l. 4 agosto 1955, n. 848, ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, art. 1; d. lgs. 25 luglio 1998, n. 286, testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, artt. 16, 19).

L’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU) impedisce l’espulsione (nella fattispecie ex art. 16, comma 5, d. lgs. 25 luglio 1998, n. 286) della persona che, nel Paese di destinazione (nella fattispecie l’Egitto), sarebbe esposta ad un concreto rischio di sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 26 marzo 2014.




Illegittimo prelievo da parte della banca delle somme accantonate per il versamento dell'Iva

Reato di omesso versamento dell'Iva - Elemento psicologico - Illegittimo prelievo da parte della banca delle somme all'uopo accantonate.

Non è ravvisabile l'elemento psicologico del dolo del reato di omesso versamento dell'Iva, di cui agli articoli 10 bis e 10 ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, nell'ipotesi in cui il contribuente abbia provveduto all'accantonamento delle somme necessarie al pagamento dell'imposta ma non vi abbia potuto provvedere a causa di una situazione di illiquidità sopravvenuta e imprevedibile. (Nel caso di specie, la liquidità accantonata per provvedere al pagamento dell'imposta era stata illegittimamente prelevata dalla banca presso la quale erano stati aperti rapporti di conto corrente). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Ravenna 20 febbraio 2014.




Illegittimo prelievo da parte della banca delle somme accantonate per il versamento dell'Iva

Reato di omesso versamento dell'Iva - Elemento psicologico - Illegittimo prelievo da parte della banca delle somme all'uopo accantonate.

Non è ravvisabile l'elemento psicologico del dolo del reato di omesso versamento dell'Iva, di cui agli articoli 10 bis e 10 ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, nell'ipotesi in cui il contribuente abbia provveduto all'accantonamento delle somme necessarie al pagamento dell'imposta ma non vi abbia potuto provvedere a causa di una situazione di illiquidità sopravvenuta e imprevedibile. (Nel caso di specie, la liquidità accantonata per provvedere al pagamento dell'imposta era stata illegittimamente prelevata dalla banca presso la quale erano stati aperti rapporti di conto corrente). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Ravenna 20 febbraio 2014.




Provvedimenti di sospensione dei termini ai sensi dell’art.20, comma 7 Legge n.44/1999. Domanda di reitera della sospensione. Inammissibilità

Provvedimento di sospensione dei termini ex art.20 Legge 23 febbraio 1999 n.44 da parte del Procuratore della Repubblica competente per le indagini preliminari - Istanza di reitera della sospensione già concessa - Carattere eccezionale della norma - Inammissibilità della proroga del termine di 300 giorni della sospensione dei termini delle procedure esecutive - Sua natura anticipatoria degli effetti dell’ammissione ai benefici per le vittime di usura ed estorsione - Esclusione.

Non può essere concessa una nuova sospensione dei termini delle procedure esecutive prevista dall’art.20, comma 7, della Legge 23 febbraio 1999 n.44. Lo impedisce sia la lettera della norma che fissa in 300 giorni il termine di durata della moratoria, che la natura intrinsecamente eccezionale della deroga alla decorrenza dei termini ordinari delle procedure esecutive nonché, più in generale, al regime della responsabilità del debitore di cui all’art.2740 cod. civ. Il provvedimento di sospensione emesso dal Procuratore della Repubblica, essendo unicamente fondato sulle risultanze delle indagini preliminari, non ha il fine di assicurare l’anticipazione degli effetti di tutela patrimoniale della vittima di usura od estorsione apprestata dai benefici economici da essa richiesti e prescinde dallo stato delle relative procedure amministrative nonchè dal loro fumus di fondatezza. (Francesco Camerino) (riproduzione riservata) Tribunale Agrigento 11 febbraio 2014.




Omesso versamento di ritenute ed esclusione della punibilità in ragione della condizione di crisi economica qualificabile come forza maggiore

Omesso versamento di ritenute ex articolo 10 d.lgs. 74/2000 - Condizione di crisi economica - Esclusione dell'elemento soggettivo del dolo - Applicabilità - Esclusione - Cause di forza maggiore - Condizioni.

In tema di reato di cui all'articolo 10 d.lgs. 74/2000, la condizione di crisi non rappresenta un elemento alla stregua del quale escludere l'elemento soggettivo del dolo. Una simile conclusione consegue dal fatto che la consapevolezza e la volontà devono sussistere, ed essere accettate, in relazione al legame intellettivo e volitivo che il soggetto pone tra la condotta e quelle che sono le conseguenze dannose della stessa. Eventuali fattori esterni alla fattispecie penale, quale può essere definita la condizione di crisi economica, possono costituire le ragioni che spingono il soggetto a porre in essere una condotta illecita, senza tuttavia escludere, ma anzi avvalorandolo, il legame intellettivo e volitivo di cui si è detto. Sembra, invero, più corretto qualificare la crisi economica alla stregua di una forza esterna in grado di condizionare la condotta del sostituto d'imposta, il quale non avrà alcuna possibilità se non quella di reagire illecitamente. La qualificazione di crisi economica in termini di forza maggiore richiede, però, il concreto accertamento di due condizioni: i) che la condizione di crisi non sia imputabile al contribuente, venendo altrimenti meno l'imprevedibilità della stessa; che la crisi non possa essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso, da parte dell'imprenditore, ad idonee misure da valutarsi in concreto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 10 gennaio 2014.




Omesso versamento di ritenute ed esclusione della punibilità in ragione della condizione di crisi economica qualificabile come forza maggiore

Omesso versamento di ritenute ex articolo 10 d.lgs. 74/2000 - Condizione di crisi economica - Esclusione dell'elemento soggettivo del dolo - Applicabilità - Esclusione - Cause di forza maggiore - Condizioni.

In tema di reato di cui all'articolo 10 d.lgs. 74/2000, la condizione di crisi non rappresenta un elemento alla stregua del quale escludere l'elemento soggettivo del dolo. Una simile conclusione consegue dal fatto che la consapevolezza e la volontà devono sussistere, ed essere accettate, in relazione al legame intellettivo e volitivo che il soggetto pone tra la condotta e quelle che sono le conseguenze dannose della stessa. Eventuali fattori esterni alla fattispecie penale, quale può essere definita la condizione di crisi economica, possono costituire le ragioni che spingono il soggetto a porre in essere una condotta illecita, senza tuttavia escludere, ma anzi avvalorandolo, il legame intellettivo e volitivo di cui si è detto. Sembra, invero, più corretto qualificare la crisi economica alla stregua di una forza esterna in grado di condizionare la condotta del sostituto d'imposta, il quale non avrà alcuna possibilità se non quella di reagire illecitamente. La qualificazione di crisi economica in termini di forza maggiore richiede, però, il concreto accertamento di due condizioni: i) che la condizione di crisi non sia imputabile al contribuente, venendo altrimenti meno l'imprevedibilità della stessa; che la crisi non possa essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso, da parte dell'imprenditore, ad idonee misure da valutarsi in concreto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 10 gennaio 2014.




Affidamento in prova al servizio sociale ed effetto estintivo della pena detentiva; espulsione dello straniero e causa ostativa all’esecuzione della misura di sicurezza

 

L’effetto estintivo della pena detentiva conseguente all’esito positivo dell’affidamento in prova al servizio sociale non costituisce un’estinzione in senso proprio perché deriva da una particolare modalità di esecuzione della pena stessa. A tale effetto estintivo, pertanto, non si ricollega l’inapplicabilità delle misure di sicurezza prevista dall’art. 210, comma 2, c.p. (Cod. pen., art. 210; l. 26 luglio 1975, n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà personale, art. 47). (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata)

In presenza di una causa ostativa all’esecuzione della misura di sicurezza dell’espulsione dello straniero dal territorio dello Stato [nella fattispecie in quanto convivente con parenti entro il secondo grado di nazionalità italiana: art. 19, comma 2, lettera c), d. lgs. 25 luglio 1998, n. 286] e nell’attualità della sua pericolosità sociale, può procedersi alla sostituzione di quella misura di sicurezza con altra adeguata alla particolare situazione del condannato (nella fattispecie con la libertà vigilata) (Cod. pen., artt. 215, 228, 229, 235; cod. proc. pen., art. 679; l. 26 luglio 1975, n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà personale, art. 69; d.p.r. 9 settembre 1990, n. 309, testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, art. 86; d. lgs. 25 luglio 1998, n. 286, testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, artt. 15, 19). (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata)
Tribunale Alessandria 30 novembre 2013.




Legge Severino: compatibile con la Costituzione e la CEDU

Condanna passata in giudicato – Decadenza ex art. 8 dlgs 235/2012 – Legittimità – Sussiste.

Nell’ipotesi di ineleggibilità sopravvenuta derivante da condanna penale passata in giudicato, trattandosi di constatare che è venuto meno un requisito essenziale per continuare a ricoprire l'ufficio pubblico elettivo, la declaratoria di decadenza ha carattere meramente ricognitivo ed automatico, il che esclude di per sé qualsiasi problematica procedimentale, non comportando per sua natura alcuna valutazione discrezionale da parte di qualsivoglia organo o autorità e mancando alcun bilanciamento di interessi eo valutazioni, ma derivando essa unicamente dalla natura dichiarativa della delibera di decadenza collegata ipso iure al passaggio in giudicato della sentenza di condanna se soprattutto di quanto potrebbe ottenere in via definitiva non è vera in assoluto, né trova conforto. Secondo la c.d. legge Severino la causa di incandidabilità (che per il comma 6 dell’art. 8 comporta la decadenza di diritto dalla carica quando la detta causa di incandidabilità si forma in corso di mandato elettivo) è l’aver riportato una certa condanna (o l’aver subito una certa misura di prevenzione) con provvedimento definitivo e non l’aver commesso un determinato fatto criminoso. Se il provvedimento giudiziario diviene definitivo in corso di mandato elettivo non si verifica un’applicazione retroattiva della “sanzione”, ma una incandidabilità' sopravvenuta nel corso del mandato elettivo (che comporta la decadenza dalla carica). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo 14 novembre 2013.




Affidamento in prova per fini terapeutici e tossicodipendenza del condannato

Ordinamento penitenziario – Benefici penitenziari – Misure alternative alla detenzione – Affidamento in prova terapeutico – Presupposti – Tossicodipendenza del condannato – Accertamento – Elementi valutativi – D.M. 186/1990 – Sufficienza – Limiti – Fattispecie (D.p.r. 9 settembre 1990, n. 309, testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, art. 94; d.m. 12 luglio 1990, n. 186, regolamento concernente la determinazione delle procedure diagnostiche e medico-legali per accertare l'uso abituale di sostanze stupefacenti o psicotrope, delle metodiche per quantificare l'assunzione abituale nelle 24 ore e dei limiti quantitativi massimi di principio attivo per le dosi medie giornaliere, art. 1).

L’affidamento in prova per fini terapeutici presuppone la tossicodipendenza del condannato, il cui accertamento può essere basato sull’elemento valutativo indicato dall’art. 1, lettera e), d.m. 12 luglio 1990, n. 186, solo quando la “presenza di sostanze stupefacenti e/o loro metaboliti nei liquidi biologici e/o nei tessuti” sia tale da dimostrare un uso abituale delle sostanze stesse (fattispecie in cui la tossicodipendenza è stata esclusa perché “certificata” dal SERT sulla base di un esame urinario, di un esame dei capelli lunghi cm. 1 e di un esame dei peli pubici: esami effettuati in un arco di tempo assai ristretto e con esiti positivi riferibili tutti ad un’unica assunzione di sostanza stupefacente e/o, comunque, ad assunzioni con modalità di tipo non cronico, ma saltuario). (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 21 agosto 2013.




Divieto di espulsione dello straniero, requisito della convivenza e temporanea coabitazione

Straniero – Divieto di espulsione – Convivenza con parente italiano – Nozione – Coabitazione –  Insufficienza (D. lgs. 25 luglio 1998, n. 286, testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, art. 19).

Il divieto di espulsione previsto dall’art. 19, comma 2, lettera c), d. lgs. 25 luglio 1998, n. 286 presuppone la convivenza dello straniero con un parente entro il secondo grado di nazionalità italiana, ad integrare la quale (convivenza) non è sufficiente una temporanea coabitazione materiale, essendo invece necessaria l’esistenza di una relazione interpersonale caratterizzata da una stabile comunanza di vita e di affetti. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria 03 luglio 2013.




Concessione dell’affidamento in prova terapeutico e controllo del tribunale che lo stato di tossicodipendenza (o di alcooldipendenza) e/o l’esecuzione del programma di recupero non siano preordinati al conseguimento del beneficio

Ordinamento penitenziario – Benefici penitenziari – Misure alternative alla detenzione – Affidamento in prova terapeutico – Presupposti – Tossicodipendenza del condannato – Programma di recupero – Non preordinazione al conseguimento del beneficio – Accertamento – Fattispecie (D.p.r. 9 settembre 1990, n. 309, testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, art. 94).

Ai fini della concessione dell’affidamento in prova “terapeutico” il tribunale di sorveglianza deve accertare che lo stato di tossicodipendenza (o di alcooldipendenza) e/o l’esecuzione del programma di recupero non siano preordinati al conseguimento del beneficio (fattispecie relativa a soggetto che, astenutosi dal consumo di sostanze stupefacenti per oltre sette anni, lo aveva ripreso una tantum nell’imminenza e/o in previsione dell’emissione dell’ordine di esecuzione riguardante una pena detentiva avente durata ostativa alla concessione di altra misura alternativa “ordinaria”). (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 19 giugno 2013.




Inammissibilità dell’impugnazione che non contenga le precise ragioni di dissenso alle argomentazioni del provvedimento impugnato

Impugnazioni penali - Forma - Requisiti - Motivi - Specificità - Ragioni di dissenso rispetto al provvedimento impugnato - Enunciazione - Necessità (Cod. proc. pen., artt. 581, 591, 680).

Va dichiarata inammissibile (perché carente di motivi specifici) l’impugnazione che, contravvenendo alla sua funzione di critica argomentata del provvedimento impugnato, non contiene l’enunciazione di precise ragioni di dissenso rispetto alle argomentazioni poste a fondamento di quel provvedimento (fattispecie relativa ad appello contro ordinanza del magistrato di sorveglianza concernente una misura di sicurezza). (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 19 giugno 2013.




Competenza del magistrato di sorveglianza per la revoca dell’esecuzione presso il domicilio delle pene inferiori ai 18 mesi e ricorso per cassazione per la revoca

Ordinamento penitenziario - Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi - Revoca del beneficio - Competenza - Tribunale di sorveglianza - Esclusione - Magistrato di sorveglianza - Affermazione (L. 26 novembre 2010 n. 199, disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi, art. 1; l. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, artt. 47-ter, 51-ter). 

Ordinamento penitenziario - Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi - Revoca del beneficio - Impugnazione - Reclamo al tribunale di sorveglianza - Esclusione - Ricorso straordinario in cassazione - Ammissibilità (Cost., art. 111; l. 26 novembre 2010 n. 199, disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi, art. 1; l. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, artt. 69-bis). 

Spetta al magistrato di sorveglianza (e non al tribunale di sorveglianza) la competenza a revocare la misura dell’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi, in caso di violazione delle relative prescrizioni. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata)

Il provvedimento di revoca della misura dell’esecuzione al domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi è impugnabile soltanto con il ricorso in Cassazione ex art. 111, comma 7, Cost.. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 22 maggio 2013.




Accertamento dello stato di ebbrezza mediante etilometro e facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia

Accertamento mediante etilometro dello stato di ebbrezza - Accertamento tecnico irripetibile - Obbligo di avvertire la persona della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia - Sussistenza.

L'accertamento mediante etilometro dello stato di ebbrezza (ovvero della misura della concentrazione alcoolica nell'aria alveolare espirata), ai sensi del D.Lgs, 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 4, è da considerarsi accertamento tecnico irripetibile, stante l'alterabilità, modificabilità e tendenza alla dispersione degli elementi di fatto che sono oggetto dell'analisi e, come tale, presuppone che la persona che sia sottoposta all’accertamento sia previamente avvertita della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 15 maggio 2013.




Effetti del sequestro preventivo penale sulla valutazione dello stato di insolvenza

Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Pendenza di domanda di concordato preventivo - Sospensione - Esclusione - Rapporto tra le due procedure - Consequenzialità logica.

Sequestro preventivo penale - Effetti - Valutazione della situazione di decozione della società.

Il procedimento per la dichiarazione di fallimento non può essere sospeso a causa della pendenza di una domanda di concordato preventivo in quanto tra le due procedure esiste un rapporto di consequenzialità logica e non procedimentale, che determina una mera esigenza di coordinamento tra i due procedimenti. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

Un provvedimento di sequestro preventivo penale se priva la società in bonis della disponibilità dell’intero suo patrimonio, esplica tuttavia i suoi effetti, quanto alla indisponibilità del patrimonio anche nei confronti della curatela, determinando uno squilibrio tra massa dei debiti concorsuali e attivo (o liquidità della società debitrice) certamente decisiva ai fini sia della revocata procedura di concordato preventivo, sia – a maggior ragione – ai fini della valutazione della situazione di decozione della società. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)
Appello Reggio Calabria 11 aprile 2013.




Effetti del sequestro preventivo penale sulla valutazione dello stato di insolvenza

Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Pendenza di domanda di concordato preventivo - Sospensione - Esclusione - Rapporto tra le due procedure - Consequenzialità logica.

Sequestro preventivo penale - Effetti - Valutazione della situazione di decozione della società.

Il procedimento per la dichiarazione di fallimento non può essere sospeso a causa della pendenza di una domanda di concordato preventivo in quanto tra le due procedure esiste un rapporto di consequenzialità logica e non procedimentale, che determina una mera esigenza di coordinamento tra i due procedimenti. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

Un provvedimento di sequestro preventivo penale se priva la società in bonis della disponibilità dell’intero suo patrimonio, esplica tuttavia i suoi effetti, quanto alla indisponibilità del patrimonio anche nei confronti della curatela, determinando uno squilibrio tra massa dei debiti concorsuali e attivo (o liquidità della società debitrice) certamente decisiva ai fini sia della revocata procedura di concordato preventivo, sia – a maggior ragione – ai fini della valutazione della situazione di decozione della società. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)
Appello Reggio Calabria 11 aprile 2013.




Detrazione di pena ex art. 54 O.P. e cumulo di periodi detentivi non continuativi

Ordinamento penitenziario – Benefici penitenziari – Liberazione anticipata – Valutazione per semestri – Periodi detentivi inferiori al semestre – Cumulabilità – Condizioni (L. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, art. 54).

Il semestre da valutare agli effetti della detrazione di pena ex art. 54 O.P. può risultare dal cumulo di periodi detentivi non continuativi, purché essi non siano separati da un intervallo temporale così lungo da impedire di verificare concretamente la partecipazione del detenuto al trattamento rieducativo (fattispecie in cui tale possibilità è stata esclusa in relazione a periodi detentivi separati da un intervallo di circa 26 mesi). (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 27 marzo 2013.




Affidamento in prova per fini terapeutici e attualità della tossicodipendenza del condannato

Ordinamento penitenziario – Benefici penitenziari – Misure alternative alla detenzione – Affidamento in prova terapeutico presupposti – Tossicodipendenza del condannato – Attualità – Certificazione del Ser.T. – Carattere vincolante – Esclusione – Fattispecie (D.p.r. 9 settembre 1990, n. 309, testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, art. 94)

L’affidamento in prova per fini terapeutici presuppone l'attualità della tossicodipendenza del condannato, la quale, malgrado la contraria certificazione rilasciata al riguardo da struttura sanitaria pubblica (Ser.T.), va esclusa rispetto ad un detenuto che da circa 5 anni si trova nella condizione di “remissione protratta completa” in base agli indicatori del DSM-IV ed in una situazione di “benessere soggettivo non craving per psicotropi”: circostanze che per la loro concordanza e la loro durata rendono irrilevante il fatto che esse si siano verificate in “ambiente controllato”. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 27 marzo 2013.




Omesso versamento di ritenute, rilevanza della situazione di difficoltà economica o di crisi di liquidità e prova di non colpevolezza

Omesso versamento di ritenute - Accertamento del dolo - Rilevanza della situazione di difficoltà economica o di crisi di liquidità - Prova di non colpevolezza.

Ai fini dell’accertamento dei reati di cui agli articoli 10 bis e 10 ter d.lgs. n. 74/2000 appare corretto, ai fini della esclusione del dolo, prendere in considerazione la situazione di difficoltà economica o di crisi di liquidità del soggetto obbligato, valutandone adeguatamente le cause. Tali situazioni, le quali possono escludere la sussistenza del dolo, debbono essere dimostrate dalla difesa dell'imputato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Novara 20 marzo 2013.




Omesso versamento di ritenute, rilevanza della situazione di difficoltà economica o di crisi di liquidità e prova di non colpevolezza

Omesso versamento di ritenute - Accertamento del dolo - Rilevanza della situazione di difficoltà economica o di crisi di liquidità - Prova di non colpevolezza.

Ai fini dell’accertamento dei reati di cui agli articoli 10 bis e 10 ter d.lgs. n. 74/2000 appare corretto, ai fini della esclusione del dolo, prendere in considerazione la situazione di difficoltà economica o di crisi di liquidità del soggetto obbligato, valutandone adeguatamente le cause. Tali situazioni, le quali possono escludere la sussistenza del dolo, debbono essere dimostrate dalla difesa dell'imputato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Novara 20 marzo 2013.




Liquidazione giudiziale del compenso spettante al professionista forense, criteri di cui al D.M. 140/2012 e momento conclusivo della prestazione

Difesa e difensori – Patrocinio dei non abbienti – Compenso del difensore – Liquidazione – Criteri – D.M. 140/2012 – Prestazione conclusasi prima della sua entrata in vigore – Inapplicabilità – Momento conclusivo della prestazione – Individuazione.

Difesa e difensori – Compenso del difensore – Liquidazione – Criteri – D. M. 140/2012 – Procedimenti di sorveglianza – Limitazioni.

La liquidazione giudiziale del compenso spettante al professionista forense non può essere effettuata in base ai nuovi criteri introdotti dal D.M. 20 luglio 2012 n. 140, qualora alla data della sua entrata in vigore (23 agosto 2012) si fosse già interamente esaurita la prestazione professionale, il cui momento conclusivo per i difensori di soggetti ammessi al patrocinio a spese dello Stato (o in ipotesi ad essa assimilate ex artt. 115 ss. D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115) di regola coincide con il deposito dell’istanza di liquidazione. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata)

Nella liquidazione giudiziale del compenso spettante al difensore per l’attività svolta nei procedimenti di sorveglianza, di regola non deve tenersi conto dei valori medi previsti per la fase istruttoria e per la fase di esecuzione dalla tabella B - Avvocati richiamata dall’art. 14  D.M. 20 luglio 2012 n. 140 ai fini della determinazione del compenso per l’attività giudiziale penale innanzi al giudice monocratico, alla corte d’appello e alla magistratura di sorveglianza. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 27 febbraio 2013.




Azioni di usucapione su bene immobile sottoposto a misura di prevenzione: competenza esclusiva del giudice penale

Azione di usucapione su bene immobile oggetto di provvedimento di sequestro emesso dal giudice penale, sezione misure di prevenzione – Competenza del giudice della prevenzione – Sussiste.

Gli immobili confiscati a norma della legislazione antimafia sono inalienabili, con l'unica eccezione della vendita finalizzata al risarcimento delle vittime dei reati di tipo mafioso, e acquisiscono, per effetto della confisca, un’impronta rigidamente pubblicistica, che tipicizza la condizione giuridica e la destinazione dei beni, non potendo essere distolti da quella normativamente stabilita. In definitiva, i beni confiscati ex lege 575/1965 sono assimilabili ai beni demaniali e ciò trova chiaro riconoscimento nell'art. 47, comma 2, del Codice antimafia, laddove è specificato che la destinazione degli immobili a finalità di pubblico interesse è effettuata con provvedimento dell'Agenzia e che, “anche prima dell'adozione del provvedimento di destinazione, per la tutela dei beni confiscati si applica il secondo comma dell'articolo 823 del codice civile”. Dunque, per effetto del decreto di confisca (peraltro, certamente non sindacabile né modificabile dal giudice civile) l'immobile acquista il regime giuridico dei beni demaniali ed è certamente inalienabile quanto meno a decorrere dalla data di tale decreto. Conseguentemente, da quel momento alcun effetto, ai fini dell’usucapione, può produrre il suo possesso, benché continuato e pacifico. Ne deriva che il possesso di un bene soggetto a confisca di prevenzione appare improduttivo di effetti ai fini dell’usucapione, ai sensi dell’art. 1145 c.c. Ne consegue anche, che colui che assuma di essere titolare del diritto di proprietà sul bene oggetto di sequestro, per averlo usucapito, ove intenda ottenere il riconoscimento del proprio diritto, deve intervenire nel procedimento di prevenzione ed ivi dimostrare la sua buona fede. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo 22 febbraio 2013.




Partecipazione al processo dell’imputato irreversibilmente incapace e necessità dell’intervento del legislatore

Imputato irreversibilmente incapace a partecipare al processo – Applicazione degli artt. 71 e 72 c.p.p. – Questione di legittimità dell'art. 159, primo comma, codice penale – Inammissibilità – Monito al Legislatore – Esigenza di intervento legislativo.

E' inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 159, primo comma, del codice penale, «nella parte in cui prevede la sospensione del corso della prescrizione anche in presenza delle condizioni di cui agli artt. 71 e 72 c.p.p., laddove sia accertata l’irreversibilità dell’incapacità dell’imputato di partecipare coscientemente al processo». Trattasi infatti, di questione che richiede un intervento del legislatore (Nel dichiarare l’inammissibilità della questione – dovuta al rispetto della priorità di valutazione da parte del legislatore sulla congruità dei mezzi per raggiungere un fine costituzionalmente necessario – la Corte ritiene tuttavia di affermare come non sarebbe tollerabile l’eccessivo protrarsi dell’inerzia legislativa in ordine al grave problema individuato nella presente pronuncia). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 14 febbraio 2013.




Esecuzione al domicilio della pena detentiva non superiore a diciotto mesi relativa a collaboratore di giustizia sottoposto a speciali misure di protezione e competenza territoriale

Esecuzione – Magistratura di sorveglianza – Benefici penitenziari – Collaboratori di giustizia – Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi – Competenza per territorio – Magistrato di sorveglianza di Roma – Sussistenza

Sebbene non espressamente menzionata dall’art. 16 nonies, comma 8, d. l. 15 gennaio 1991 n. 8 ed alla stregua di un’interpretazione logico-sistematica di tale disposizione, l’esecuzione al domicilio della pena detentiva non superiore a diciotto mesi (art. 1 l. 26 novembre 2010 n. 199), quando riguarda un collaboratore di giustizia sottoposto a speciali misure di protezione, rientra nella competenza territoriale del magistrato di sorveglianza di Roma. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria 05 febbraio 2013.




Pagamenti a carattere preferenziale distrattivo, esenzione da revocatoria per i pagamenti nei termini d'uso e ratio della norma

Revocatoria fallimentare - Pagamenti di beni e servizi effettuati nell'esercizio dell'attività d'impresa nei termini d'uso - Pagamenti preferenziali a carattere distrattivo - Ipotesi di reato - Esenzione da revocatoria - Esclusione.

Revocatoria fallimentare - Pagamenti di beni e servizi effettuati nell'esercizio dell'attività d'impresa nei termini d'uso - Razio della norma - Tendenza a rafforzare la fiducia del fornitore nell'impresa debitrice.

Non possono considerarsi pagamenti eseguiti nei termini d'uso, e non sono quindi esentati dalla revocatoria ai sensi dell'articolo 67, comma 3, lettera a) legge fall., i pagamenti a carattere preferenziale e distrattivo che dall'imprenditore siano stati effettuati in concomitanza e nell'ambito di condotte idonee a configurare ipotesi di reato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La ratio dell'esenzione dalla revocatoria fallimentare di cui all'articolo 67, comma 3, lettera a), legge fall., in ordine ai pagamenti di beni e servizi effettuati nell'esercizio dell'attività d'impresa nei termini d'uso, può essere individuata anche nella circostanza che detti pagamenti tendono a rafforzare la fiducia del fornitore nell'impresa debitrice. (Giovanni Noschese) (riproduzione riservata)
Tribunale Salerno 14 gennaio 2013.




Pagamenti a carattere preferenziale distrattivo, esenzione da revocatoria per i pagamenti nei termini d'uso e ratio della norma

Revocatoria fallimentare - Pagamenti di beni e servizi effettuati nell'esercizio dell'attività d'impresa nei termini d'uso - Pagamenti preferenziali a carattere distrattivo - Ipotesi di reato - Esenzione da revocatoria - Esclusione.

Revocatoria fallimentare - Pagamenti di beni e servizi effettuati nell'esercizio dell'attività d'impresa nei termini d'uso - Razio della norma - Tendenza a rafforzare la fiducia del fornitore nell'impresa debitrice.

Non possono considerarsi pagamenti eseguiti nei termini d'uso, e non sono quindi esentati dalla revocatoria ai sensi dell'articolo 67, comma 3, lettera a) legge fall., i pagamenti a carattere preferenziale e distrattivo che dall'imprenditore siano stati effettuati in concomitanza e nell'ambito di condotte idonee a configurare ipotesi di reato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La ratio dell'esenzione dalla revocatoria fallimentare di cui all'articolo 67, comma 3, lettera a), legge fall., in ordine ai pagamenti di beni e servizi effettuati nell'esercizio dell'attività d'impresa nei termini d'uso, può essere individuata anche nella circostanza che detti pagamenti tendono a rafforzare la fiducia del fornitore nell'impresa debitrice. (Giovanni Noschese) (riproduzione riservata)
Tribunale Salerno 14 gennaio 2013.




Sovraffollamento carcerario e violazione dell’art. 3 Cedu

Sovraffollamento carcerario – Violazione art. 3 Cedu – Sussiste.

L'Italia ha un anno di tempo per porre riparo al sovraffollamento carcerario che costituisce, ai danni dei detenuti, violazione dell'art. 3 della Convenzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Europea dei Diritti dell'Uomo 08 gennaio 2013.




Detenzione domiciliare generica e condizione di ammissibilità della domanda

Ordinamento penitenziario – Istituti di prevenzione e di pena – Misure alternative alla detenzione – Detenzione domiciliare generica – Presupposti per la concessione – Pena detentiva non superiore ad anni due – Condizione di ammissibilità – Sussistenza al momento della presentazione della domanda – Necessità – Successiva sopravvenienza – Irrilevanza.

L’art. 47 ter, comma 1 bis, O. P., nel prevedere l’applicabilità della detenzione domiciliare c.d. generica per l’espiazione di una pena detentiva non superiore ad anni due, pone una condizione di ammissibilità della relativa domanda del condannato, la quale conseguentemente deve sussistere al momento della presentazione della domanda stessa, restando irrilevante la sua sopravvenienza nel corso del procedimento. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 27 novembre 2012.




L’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi è una misura alternativa alla detenzione in senso proprio

Ordinamento penitenziario – Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi – Natura del beneficio – Modalità speciale di esecuzione della pena – Esclusione – Misura alternativa alla detenzione – Affermazione.

L’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi (art. 1 l. 26 novembre 2010 n. 199) costituisce non una semplice modalità speciale di esecuzione della pena, ma una misura alternativa alla detenzione in senso proprio. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 27 novembre 2012.




E-learning per gli studenti sottoposti ad arresti domiciliari

Arresti domiciliari – Divieto di contatti con i terzi – Deroga al fine di continuare il percorso di studi – E-learning – Sussiste.

L’imputato sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari, al fine di seguire il programma scolastico di studi può rimanere in contatto con i docenti della scuola frequentata per via telematica, sulla base della prospettazione dell’esistenza di un piano educativo documentato e sottoscritto dal Dirigente Scolastico; al contatto con i docenti potrà associarsi, sempre per sola via telematica, quello con i compagni di classe disponibili a sostenere l’indagato nel recupero; ferma restando la principale finalità di e-learning, le forme di comunicazione, didattica e personale, non sono segmentabili, e competerà ai soggetti di cui sopra, coinvolti a vario titolo, determinarne la maggiore efficacia e coerenza, anche in relazione al mezzo, che potrà essere la comunicazione telefonica, ovvero via Skype, quella per mail, via Facebook, Twitter o altro social network, o il più tradizionale recapito di documentazione cartacea. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese 08 novembre 2012.




Compravendita a nome di altro soggetto con falsificazione del documento di identità nullità

Compravendita – Falsificazione del documento identificativo – Truffa – Configurabilità – Sostituzione di persona – Configurabilità.

Truffa – Configurabilità – Annullabilità – Sostituzione di persona – Configurabilità – Nullità (virtuale) del contratto.

Nullità (virtuale) del contratto – Presupposti applicativi.

Art. 1418 c.c. – “Tipicità” della nullità – Interpretazione.

Nell’ipotesi di acquisto di un bene, mediante spendita del nome di un soggetto di cui si sia falsificato il documento identificativo, la compravendita è affetta da nullità (virtuale) in quanto scaturente da un fatto illecito - la condotta dell’”impostore” - penalmente rilevante, sotto il duplice profilo della truffa e della sostituzione di persona ex art. 494 c.p. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Se la truffa é idonea, per principio consolidato, a dare luogo a mera annullabilità - e ciò anche in virtù della coincidenza, sotto il profilo dell'intensità, dell’elemento psicologico della fattispecie criminosa de qua con il dolo c.d. determinante, ovvero condizionante la volontà di contrarre, entrambi risolvendosi in artifizi o raggiri adoperati dall'agente e diretti ad indurre in errore l'altra parte e così a viziarne il consenso - la sostituzione di persona ben può implicare - concretandosi nella violazione di una norma imperativa - sotto il piano civilistico, la nullità (virtuale) del contratto. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

La nullità può prescindere, in presenza di determinati presupposti (ovvero natura imperativa della norma violata e assenza di una diversa sanzione ad hoc), da un’espressa previsione in tal senso, in quanto l’art. 1418 c.c., comma 1, nel prevedere la nullità, quale reazione naturale e fisiologica dell’ordinamento positivo alla violazione di una norma di carattere imperativo ha positivizzato la suddetta categoria che ben si presta a fungere da clausola di chiusura del sistema rimediale. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

L’espressione “altri casi stabiliti dalla legge” di cui all’art. 1418 c.c., non vuol dire necessariamente che la legge deve prevedere, in via espressa, la sanzione della nullità: più semplicemente, é il legislatore che deve stabilire le condizioni alle quali il contratto è nullo, come, appunto, la semplice natura imperativa della norma e l’assenza di altro e diverso strumento di tutela degli interessi sottesi alla fattispecie concreta. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi 19 ottobre 2012.




Misure di prevenzione antimafia e accertamento delle ragioni di credito vantate dai terzi

Opposizione a decreto ingiuntivo - Debitore sottoposto a confisca/sequestro - Applicazione Codice Antimafia - Accertamento del credito innanzi al Giudice delegato.

Le ragioni di credito vantate dai terzi nei confronti del soggetto sottoposto a misura di prevenzione dovranno essere accertate secondo le disposizioni contenute negli articoli 57, 58 e 59 del Codice Antimafia, ovvero, innanzi il Giudice delegato nominato sull'ambito della misura cautelare adottata. (Gennaro Esposito) (riproduzione riservata) Tribunale Trapani 19 ottobre 2012.




Misure di prevenzione antimafia e accertamento delle ragioni di credito vantate dai terzi

Opposizione a decreto ingiuntivo - Debitore sottoposto a confisca/sequestro - Applicazione Codice Antimafia - Accertamento del credito innanzi al Giudice delegato.

Le ragioni di credito vantate dai terzi nei confronti del soggetto sottoposto a misura di prevenzione dovranno essere accertate secondo le disposizioni contenute negli articoli 57, 58 e 59 del Codice Antimafia, ovvero, innanzi il Giudice delegato nominato sull'ambito della misura cautelare adottata. (Gennaro Esposito) (riproduzione riservata) Tribunale Trapani 19 ottobre 2012.




Fallimento, mancato reperimento di beni risultanti dalle scritture contabili e bancarotta fraudolenta

Bancarotta Fraudolenta – Accertamento della distrazione – Comportamento dell’imprenditore – Rilevanza – Sussiste.

In tema di bancarotta fraudolenta, una volta accertato che l’imprenditore ha avuto nella sua disponibilità determinati beni, nel caso in cui egli non renda conto del loro mancato reperimento, né sappia giustificarne la destinazione per effettive necessità dell’impresa, si deve dedurre che gli stessi siano stati dolosamente distratti; ciò in quanto il fallito ha l’obbligo giuridico di fornire dimostrazione della destinazione dei beni acquisiti al suo patrimonio. L’imprenditore, dunque, se “autocertifica” la materiale e giuridica disponibilità di un coacervo di rimanenze di magazzino deve poter poi rispondere della loro destinazione, in caso di accertamento dell’AG. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Lamezia Terme 02 ottobre 2012.




Fallimento, mancato reperimento di beni risultanti dalle scritture contabili e bancarotta fraudolenta

Bancarotta Fraudolenta – Accertamento della distrazione – Comportamento dell’imprenditore – Rilevanza – Sussiste.

In tema di bancarotta fraudolenta, una volta accertato che l’imprenditore ha avuto nella sua disponibilità determinati beni, nel caso in cui egli non renda conto del loro mancato reperimento, né sappia giustificarne la destinazione per effettive necessità dell’impresa, si deve dedurre che gli stessi siano stati dolosamente distratti; ciò in quanto il fallito ha l’obbligo giuridico di fornire dimostrazione della destinazione dei beni acquisiti al suo patrimonio. L’imprenditore, dunque, se “autocertifica” la materiale e giuridica disponibilità di un coacervo di rimanenze di magazzino deve poter poi rispondere della loro destinazione, in caso di accertamento dell’AG. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Lamezia Terme 02 ottobre 2012.




Collegamento negoziale, presupposti, nesso occasionale ed esercizio abusivo di attività finanziaria

Collegamento negoziale tra negozi – Requisiti affinché la validità di un negozio incida sulla validità di negozio collegato.

Collegamento negoziale con contratto di mutuo – Differenze rispetto a mutuo di scopo.

Reato di esercizio abusivo di attività finanziaria – Necessità che l’attività di erogazione di prestiti e finanziamenti sia rivolta ad un numero non determinato di soggetti – Necessità che il soggetto sia inserisca abusivamente nel libero mercato, operando indiscriminatamente tra il pubblico.

Reato di esercizio abusivo di attività finanziaria – Esclusione in caso di collegamento negoziale tra contratto di mutuo e contratto di somministrazione.

Per stabilire se ricorra un collegamento negoziale, trattandosi di materia in cui è sovrana l'autonomia privata, è necessario rifarsi alla volontà delle parti e ricercare, oltre i singoli schemi negoziali (ognuno perfetto in sé e produttivo dei suoi effetti e, pertanto, almeno in apparenza indipendente), se ricorra un collegamento specifico, per cui gli effetti dei vari negozi si coordinino per l’adempimento di una funzione unica. (Francesco Dialti) (riproduzione riservata)

Il nesso tra più negozi fa sì che l'esistenza, la validità, l'efficacia, l'esecuzione di uno influisca sulla validità, sulla efficacia e sulla esecuzione dell'altro. Affinché ciò si verifichi, non è sufficiente un nesso occasionale: il collegamento deve dipendere dalla genesi stessa del rapporto, dalla circostanza cioè che uno dei negozi trovi la propria causa nell'altro, dall'intento specifico e particolare delle parti di coordinare i due negozi, instaurando tra essi una connessione teleologica. (Francesco Dialti) (riproduzione riservata)

L'ipotesi del collegamento negoziale deve essere tenuta distinta da quella del mutuo di scopo; in quest'ultimo, invero, la specifica destinazione della somma mutuata ad un determinato impiego forma oggetto di una vera e propria obbligazione che il mutuatario assume nei confronti del mutuante, la cui violazione dà luogo alla risoluzione del contratto. (Francesco Dialti) (riproduzione riservata)

Ai fini dell'integrazione del reato di esercizio abusivo di attività finanziaria di cui all’articolo 132 Testo Unico Bancario è necessario che l'attività di erogazione di prestiti e finanziamenti sia svolta nei confronti del pubblico, da intendersi in senso non quantitativo, ma qualitativo come rivolta ad un numero non determinato di soggetti; inoltre, per l'integrazione del menzionato reato è necessario che il soggetto si inserisca abusivamente nel libero mercato, con conseguente sottrazione ai controlli di affidabilità e stabilità, ed operando indiscriminatamente tra il pubblico. Ne consegue che non integra tale fattispecie la concessione di finanziamenti rivolta esclusivamente nei confronti di soggetti operanti nello stesso settore commerciale del mutuante ed interessati alla stipula di contratti di somministrazione aventi ad oggetto i prodotti del soggetto mutuante. (Francesco Dialti) (riproduzione riservata)

La sussistenza del collegamento negoziale tra il contratto di mutuo e quello di somministrazione porta ad escludere qualsiasi profilo di illiceità della attività di erogazione di finanziamenti. Trattasi infatti di attività che difetta dei requisiti di professionalità, sistematicità ed abitualità richiesti per l'integrazione della richiamata fattispecie delittuosa, essendo la stessa indirizzata nei confronti di una cerchia predeterminata e ristretta di soggetti e del tutto accessoria e funzionale a quella di impresa. (Francesco Dialti) (riproduzione riservata)
Tribunale Arezzo 02 ottobre 2012.




Collegamento negoziale, presupposti, nesso occasionale ed esercizio abusivo di attività finanziaria

Collegamento negoziale tra negozi – Requisiti affinché la validità di un negozio incida sulla validità di negozio collegato.

Collegamento negoziale con contratto di mutuo – Differenze rispetto a mutuo di scopo.

Reato di esercizio abusivo di attività finanziaria – Necessità che l’attività di erogazione di prestiti e finanziamenti sia rivolta ad un numero non determinato di soggetti – Necessità che il soggetto sia inserisca abusivamente nel libero mercato, operando indiscriminatamente tra il pubblico.

Reato di esercizio abusivo di attività finanziaria – Esclusione in caso di collegamento negoziale tra contratto di mutuo e contratto di somministrazione.

Per stabilire se ricorra un collegamento negoziale, trattandosi di materia in cui è sovrana l'autonomia privata, è necessario rifarsi alla volontà delle parti e ricercare, oltre i singoli schemi negoziali (ognuno perfetto in sé e produttivo dei suoi effetti e, pertanto, almeno in apparenza indipendente), se ricorra un collegamento specifico, per cui gli effetti dei vari negozi si coordinino per l’adempimento di una funzione unica. (Francesco Dialti) (riproduzione riservata)

Il nesso tra più negozi fa sì che l'esistenza, la validità, l'efficacia, l'esecuzione di uno influisca sulla validità, sulla efficacia e sulla esecuzione dell'altro. Affinché ciò si verifichi, non è sufficiente un nesso occasionale: il collegamento deve dipendere dalla genesi stessa del rapporto, dalla circostanza cioè che uno dei negozi trovi la propria causa nell'altro, dall'intento specifico e particolare delle parti di coordinare i due negozi, instaurando tra essi una connessione teleologica. (Francesco Dialti) (riproduzione riservata)

L'ipotesi del collegamento negoziale deve essere tenuta distinta da quella del mutuo di scopo; in quest'ultimo, invero, la specifica destinazione della somma mutuata ad un determinato impiego forma oggetto di una vera e propria obbligazione che il mutuatario assume nei confronti del mutuante, la cui violazione dà luogo alla risoluzione del contratto. (Francesco Dialti) (riproduzione riservata)

Ai fini dell'integrazione del reato di esercizio abusivo di attività finanziaria di cui all’articolo 132 Testo Unico Bancario è necessario che l'attività di erogazione di prestiti e finanziamenti sia svolta nei confronti del pubblico, da intendersi in senso non quantitativo, ma qualitativo come rivolta ad un numero non determinato di soggetti; inoltre, per l'integrazione del menzionato reato è necessario che il soggetto si inserisca abusivamente nel libero mercato, con conseguente sottrazione ai controlli di affidabilità e stabilità, ed operando indiscriminatamente tra il pubblico. Ne consegue che non integra tale fattispecie la concessione di finanziamenti rivolta esclusivamente nei confronti di soggetti operanti nello stesso settore commerciale del mutuante ed interessati alla stipula di contratti di somministrazione aventi ad oggetto i prodotti del soggetto mutuante. (Francesco Dialti) (riproduzione riservata)

La sussistenza del collegamento negoziale tra il contratto di mutuo e quello di somministrazione porta ad escludere qualsiasi profilo di illiceità della attività di erogazione di finanziamenti. Trattasi infatti di attività che difetta dei requisiti di professionalità, sistematicità ed abitualità richiesti per l'integrazione della richiamata fattispecie delittuosa, essendo la stessa indirizzata nei confronti di una cerchia predeterminata e ristretta di soggetti e del tutto accessoria e funzionale a quella di impresa. (Francesco Dialti) (riproduzione riservata)
Tribunale Arezzo 02 ottobre 2012.




Riconoscimento del figlio naturale e istanza di permesso per recarsi nel luogo di nascita del figlio

Ordinamento penitenziario – Benefici penitenziari – Permessi ordinari – Presupposti – Fattispecie

Poiché il riconoscimento del figlio naturale può essere fatto pure nella località di detenzione dell’interessato, va rigettata l’istanza di permesso motivata dalla necessità per il detenuto di recarsi a tal fine presso il luogo di nascita del figlio stesso. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 22 agosto 2012.




Deduzione di costi o spese riconducibili a fatti, atti o attività qualificabili come reato e ius superveniens cui al decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16

Imposte sui redditi – Redditi tassabili – Determinazione – Indeducibilità dei costi o delle spese riconducibili a fatti, atti o attività qualificabili come reato – Illegittimità costituzionale – Questione – Restituzione degli atti – Jus superveniens – Decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44.

Vanno restituiti gli atti ai giudici rimettenti in relazione alla questione di legittimità costituzionale del comma 4-bis dell’art. 14 della legge 24 dicembre 1993, n. 537 (Interventi correttivi di finanza pubblica), aggiunto dal comma 8 dell’art. 2 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2003), in forza del quale: «Nella determinazione dei redditi di cui all’articolo 6, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, non sono ammessi in deduzione i costi o le spese riconducibili a fatti, atti o attività qualificabili come reato, fatto salvo l’esercizio di diritti costituzionalmente riconosciuti» (sollevata in riferimento agli artt. 3, 25, 27 e 97 della Costituzione). Infatti, successivamente all’ordinanza di rimessione, è intervenuto il decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, il quale, all’art. 8, comma 1, ha disposto la sostituzione del comma censurato: il Legislatore, con la nuova formulazione del censurato comma 4-bis, da un lato, ha ridotto l’ambito dei componenti negativi connessi ad illeciti penali e non ammessi in deduzione nella determinazione dei redditi di cui all’art. 6, comma 1, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), limitandolo ai «costi e […] spese dei beni o delle prestazioni di servizio direttamente utilizzati per il compimento di atti o attività qualificabili come delitto non colposo» e, dall’altro, ha richiesto che, in relazione a tale delitto, «il pubblico ministero abbia esercitato l’azione penale o, comunque, […] il giudice abbia emesso il decreto che dispone il giudizio ai sensi dell’articolo 424 del codice di procedura penale ovvero sentenza di non luogo a procedere ai sensi dell’articolo 425 dello stesso codice fondata sulla sussistenza della causa di estinzione del reato prevista dall’articolo 157 del codice penale […]». A fronte di tale ius superveniens – il quale incide direttamente sulla norma censurata ed è applicabile retroattivamente, ove più favorevole –, spetta al giudice rimettente procedere ad una nuova valutazione della rilevanza e non manifesta infondatezza delle questioni sollevate e di conseguenza, deve essere disposta la restituzione degli atti al giudice a quo affinché proceda alla suddetta valutazione alla luce del nuovo quadro normativo (ex plurimis, ordinanze n. 24 del 2012, n. 326 e n. 311 del 2011). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 16 luglio 2012.




Deduzione di costi o spese riconducibili a fatti, atti o attività qualificabili come reato e ius superveniens cui al decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16

Imposte sui redditi – Redditi tassabili – Determinazione – Indeducibilità dei costi o delle spese riconducibili a fatti, atti o attività qualificabili come reato – Illegittimità costituzionale – Questione – Restituzione degli atti – Jus superveniens – Decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44.

Vanno restituiti gli atti ai giudici rimettenti in relazione alla questione di legittimità costituzionale del comma 4-bis dell’art. 14 della legge 24 dicembre 1993, n. 537 (Interventi correttivi di finanza pubblica), aggiunto dal comma 8 dell’art. 2 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2003), in forza del quale: «Nella determinazione dei redditi di cui all’articolo 6, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, non sono ammessi in deduzione i costi o le spese riconducibili a fatti, atti o attività qualificabili come reato, fatto salvo l’esercizio di diritti costituzionalmente riconosciuti» (sollevata in riferimento agli artt. 3, 25, 27 e 97 della Costituzione). Infatti, successivamente all’ordinanza di rimessione, è intervenuto il decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, il quale, all’art. 8, comma 1, ha disposto la sostituzione del comma censurato: il Legislatore, con la nuova formulazione del censurato comma 4-bis, da un lato, ha ridotto l’ambito dei componenti negativi connessi ad illeciti penali e non ammessi in deduzione nella determinazione dei redditi di cui all’art. 6, comma 1, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), limitandolo ai «costi e […] spese dei beni o delle prestazioni di servizio direttamente utilizzati per il compimento di atti o attività qualificabili come delitto non colposo» e, dall’altro, ha richiesto che, in relazione a tale delitto, «il pubblico ministero abbia esercitato l’azione penale o, comunque, […] il giudice abbia emesso il decreto che dispone il giudizio ai sensi dell’articolo 424 del codice di procedura penale ovvero sentenza di non luogo a procedere ai sensi dell’articolo 425 dello stesso codice fondata sulla sussistenza della causa di estinzione del reato prevista dall’articolo 157 del codice penale […]». A fronte di tale ius superveniens – il quale incide direttamente sulla norma censurata ed è applicabile retroattivamente, ove più favorevole –, spetta al giudice rimettente procedere ad una nuova valutazione della rilevanza e non manifesta infondatezza delle questioni sollevate e di conseguenza, deve essere disposta la restituzione degli atti al giudice a quo affinché proceda alla suddetta valutazione alla luce del nuovo quadro normativo (ex plurimis, ordinanze n. 24 del 2012, n. 326 e n. 311 del 2011). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 16 luglio 2012.




Persona giuridica autrice di un illecito amministrativo da reato e richiesta di risarcimento del danno nell'ambito del processo penale

Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale – Decisione quadro 2001/220/GAI – Posizione della vittima nel procedimento penale – Direttiva 2004/80/CE – Indennizzo delle vittime di reato – Responsabilità delle persone giuridiche – Risarcimento nell’ambito del procedimento penale.

L’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro 2001/220/GAI del Consiglio, del 15 marzo 2001, relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale, deve essere interpretato nel senso che non osta a che, nel contesto di un regime di responsabilità delle persone giuridiche come quello in discussione nel procedimento principale, la vittima di un reato non possa chiedere il risarcimento dei danni direttamente causati da tale reato, nell’ambito del processo penale, alla persona giuridica autrice di un illecito amministrativo da reato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte di Giustizia UE 12 luglio 2012.




Persona giuridica autrice di un illecito amministrativo da reato e richiesta di risarcimento del danno nell'ambito del processo penale

Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale – Decisione quadro 2001/220/GAI – Posizione della vittima nel procedimento penale – Direttiva 2004/80/CE – Indennizzo delle vittime di reato – Responsabilità delle persone giuridiche – Risarcimento nell’ambito del procedimento penale.

L’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro 2001/220/GAI del Consiglio, del 15 marzo 2001, relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale, deve essere interpretato nel senso che non osta a che, nel contesto di un regime di responsabilità delle persone giuridiche come quello in discussione nel procedimento principale, la vittima di un reato non possa chiedere il risarcimento dei danni direttamente causati da tale reato, nell’ambito del processo penale, alla persona giuridica autrice di un illecito amministrativo da reato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte di Giustizia UE 12 luglio 2012.




Affidamento in prova al servizio sociale e detenzione domiciliare generica, presupposti e intensità del pericolo di recidiva

Ordinamento penitenziario – Istituti di prevenzione e di pena – Misure alternative alla detenzione – Affidamento in prova al servizio sociale – Detenzione domiciliare generica – Presupposti per la concessione (Legge 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, artt. 47, 47 ter).

Le misure alternative dell’affidamento in prova al servizio sociale ex art. 47 O.P. e quella della detenzione domiciliare “generica” ex art. 47 ter, comma 1-bis O.P. presuppongono entrambe l’idoneità del beneficio ad evitare che il condannato commetta altri reati, cambiando soltanto l’intensità del pericolo di recidiva, che concretamente la misura deve tendere a neutralizzare. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 20 giugno 2012.




Permesso di cui al 2° comma dell'art. 30 l. 354/1975 e avvenimenti riguardanti la vita del figlio minore

Ordinamento penitenziario – Benefici penitenziari – Permessi ordinari – Presupposti – Evento familiare grave – Fattispecie (L. 26 luglio 1975 n. 354, norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, art. 30; l. 27 maggio 1991 n. 176, ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, art. 1; convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, art. 3).

Anche in applicazione dell’art. 3, comma 1, della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, l’evento familiare di particolare gravità, che legittima la concessione del permesso ai sensi del 2° comma dell'art. 30 l. 354/1975, può essere rappresentato da avvenimenti riguardanti la vita del figlio minore, rispetto ai quali l’assenza del genitore detenuto potrebbe gravemente disturbare il processo evolutivo della personalità del figlio stesso (fattispecie relativa al ricevimento del Sacramento dell’Eucarestia da parte del minore). (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria 29 marzo 2012.




Delitto di alterazione di stato e perdita della capacità genitoriale, interesse del minore e pronuncia di incostituzionalità

Art. 569 c.p. – Delitto di alterazione di stato – Perdita di potestà genitoriale – Interesse del minore – Illegittimità costituzionale – Sussiste.

Interesse preminente del minore – Obbligo di tenere presente il suo interesse in ogni atto che lo riguardi – Sussiste.

E’ costituzionalmente illegittimo l’articolo 569 del codice penale, nella parte in cui stabilisce che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione di stato, previsto dall’articolo 567, secondo comma, del codice penale, consegua di diritto la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto (La pronuncia è stata resa nel giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 569 del codice penale promosso dal Tribunale di Milano con ordinanza del 31 gennaio 2011, iscritta al n. 141 del registro ordinanze 2011 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 28, prima serie speciale, dell’anno 2011). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Nell’ordinamento internazionale è principio acquisito che in ogni atto comunque riguardante un minore deve tenersi presente il suo interesse, considerato preminente. E non diverso è l’indirizzo dell’ordinamento interno, nel quale l’interesse morale e materiale del minore ha assunto carattere di piena centralità, specialmente dopo la riforma attuata con legge 19 maggio 1975, n. 151 (Riforma del diritto di famiglia), e dopo la riforma dell’adozione realizzata con la legge 4 maggio 1983, n. 184 (Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori), come modificata dalla legge 28 marzo 2001, n. 149, cui hanno fatto seguito una serie di leggi speciali che hanno introdotto forme di tutela sempre più incisiva dei diritti del minore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 23 febbraio 2012.





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