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  Diritto della Famiglia e dei Minori

  

ISSN  2282-6289

       Rivista trimestrale di diritto della famiglia e dei minori

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Legittimità - 2015


Misura cautelare penale – Applicata a persona con figli – Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dal coniuge e dai figli – Diritto a frequentare i figli – Competenza del giudice civile a regolare i rapporti – Sussiste

L’art. 282 ter c.p.p., comma 2, prevede che il divieto di avvicinamento possa essere imposto anche in riferimento a prossimi congiunti della persona offesa od a persone con questa conviventi, o, comunque, legati da relazione affettiva, qualora sussistano "ulteriori esigenze di cautela" ravvisabili anche nei loro confronti: va, però, rimarcato che tale misura – ove applicata nei confronti di un genitore - non è volta ad impedire il diritto di visita/frequentazione genitore-figlio, bensì ad impedire che l'indagato possa reiterare la condotta recandosi presso i luoghi frequentati dalla parte offesa, sicchè ove lo stesso intenda incontrare il minore anche in forma protetta ed al limite anche tramite servizi sociali, dovrà rivolgere apposita istanza in sede civile per la diversa regolamentazione del diritto di visita ed incontro. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 17 novembre 2015.




Misura cautelare penale – Applicata a persona con figli – Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dal coniuge e dai figli – Diritto a frequentare i figli – Competenza del giudice civile a regolare i rapporti – Sussiste

L’art. 282 ter c.p.p., comma 2, prevede che il divieto di avvicinamento possa essere imposto anche in riferimento a prossimi congiunti della persona offesa od a persone con questa conviventi, o, comunque, legati da relazione affettiva, qualora sussistano "ulteriori esigenze di cautela" ravvisabili anche nei loro confronti: va, però, rimarcato che tale misura – ove applicata nei confronti di un genitore - non è volta ad impedire il diritto di visita/frequentazione genitore-figlio, bensì ad impedire che l'indagato possa reiterare la condotta recandosi presso i luoghi frequentati dalla parte offesa, sicchè ove lo stesso intenda incontrare il minore anche in forma protetta ed al limite anche tramite servizi sociali, dovrà rivolgere apposita istanza in sede civile per la diversa regolamentazione del diritto di visita ed incontro. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 17 novembre 2015.




Diritti della Persona – Diritto al Nome – Conservazione del cognome del marito a seguito di Divorzio – Cittadini stranieri – Legge Applicabile (Conv. Monaco, 5 settembre 1980)

Nel caso di cessazione degli effetti civili di un matrimonio contratto all’estero da due cittadini stranieri, il diritto della moglie di utilizzare l’esclusivo cognome del marito - acquisito, con il consenso di quest’ultimo, al momento dell’assunzione del vincolo - va delibato sulla base dei criteri di collegamento indicati dalla Convenzione di Monaco del 5 settembre 1980, resa esecutiva in Italia con la l. n. 950 del 1984, per la quale i cognomi e i nomi di una persona vengono determinati dalla legge dello Stato di cui è titolare il cittadino. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 13 novembre 2015.




Diritti della Persona – Diritto al Nome – Conservazione del cognome del marito a seguito di Divorzio – Cittadini stranieri – Legge Applicabile (Conv. Monaco, 5 settembre 1980)

Nel caso di cessazione degli effetti civili di un matrimonio contratto all’estero da due cittadini stranieri, il diritto della moglie di utilizzare l’esclusivo cognome del marito - acquisito, con il consenso di quest’ultimo, al momento dell’assunzione del vincolo - va delibato sulla base dei criteri di collegamento indicati dalla Convenzione di Monaco del 5 settembre 1980, resa esecutiva in Italia con la l. n. 950 del 1984, per la quale i cognomi e i nomi di una persona vengono determinati dalla legge dello Stato di cui è titolare il cittadino. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 13 novembre 2015.




Mantenimento in favore del coniuge debole – Eventuale rata di mutuo che grava sul reddito dell'onerato

Nella determinazione dell’obbligo del mantenimento in favore del coniuge debole, ex art. 156 c.c., il giudice deve tener conto dell’eventuale rata di mutuo che grava sul reddito dell’onerato (Nel caso di specie, la moglie aveva un reddito mensile netto di 1.400 euro a fronte del reddito mensile netto del marito di 2.600 euro; il marito era però onerato di una rata mensile di mutuo di circa 900 euro mensili). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI 04 novembre 2015.




Mantenimento in favore del coniuge debole – Eventuale rata di mutuo che grava sul reddito dell'onerato

Nella determinazione dell’obbligo del mantenimento in favore del coniuge debole, ex art. 156 c.c., il giudice deve tener conto dell’eventuale rata di mutuo che grava sul reddito dell’onerato (Nel caso di specie, la moglie aveva un reddito mensile netto di 1.400 euro a fronte del reddito mensile netto del marito di 2.600 euro; il marito era però onerato di una rata mensile di mutuo di circa 900 euro mensili). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI 04 novembre 2015.




Maternità ed infanzia - Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità - Previsione per i liberi professionisti (nella specie, iscritti alla Cassa nazionale di previdenza ed assistenza ragionieri e periti commerciali) che l'indennità di maternità di cui all'art. 70 decreto legislativo 26/03/2001 n. 151 spetta, altresì, per l'ingresso del bambino adottato o affidato, a condizione che non abbia superato i sei anni d'età

Va dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 72 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), nella versione antecedente alle novità introdotte dall’art. 20 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 80 (Misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro, in attuazione dell’articolo 1, commi 8 e 9, della legge 10 dicembre 2014, n. 183), nella parte in cui, per il caso di adozione nazionale, prevede che l’indennità di maternità spetti alla madre libera professionista solo se il bambino non abbia superato i sei anni di età. Nel negare l’indennità di maternità soltanto alle madri libere professioniste che adottino un minore di nazionalità italiana, quando il minore abbia già compiuto i sei anni di età, la disciplina si pone in insanabile contrasto con il principio di eguaglianza e con il principio di tutela della maternità e dell’infanzia, declinato anche come tutela della donna lavoratrice e del bambino. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 22 ottobre 2015.




Maternità ed infanzia - Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità - Previsione per i liberi professionisti (nella specie, iscritti alla Cassa nazionale di previdenza ed assistenza ragionieri e periti commerciali) che l'indennità di maternità di cui all'art. 70 decreto legislativo 26/03/2001 n. 151 spetta, altresì, per l'ingresso del bambino adottato o affidato, a condizione che non abbia superato i sei anni d'età

Va dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 72 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), nella versione antecedente alle novità introdotte dall’art. 20 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 80 (Misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro, in attuazione dell’articolo 1, commi 8 e 9, della legge 10 dicembre 2014, n. 183), nella parte in cui, per il caso di adozione nazionale, prevede che l’indennità di maternità spetti alla madre libera professionista solo se il bambino non abbia superato i sei anni di età. Nel negare l’indennità di maternità soltanto alle madri libere professioniste che adottino un minore di nazionalità italiana, quando il minore abbia già compiuto i sei anni di età, la disciplina si pone in insanabile contrasto con il principio di eguaglianza e con il principio di tutela della maternità e dell’infanzia, declinato anche come tutela della donna lavoratrice e del bambino. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 22 ottobre 2015.




Matrimonio – Simulazione – Decadenza – Incostituzionalità – Esclusione

È manifestamente infondata l'eccezione di illegittimità costituzionale, per contrarietà all'art. 2 Cost., dell'art. 123 c.c. nella parte in cui stabilisce che il matrimonio simulato non può essere impugnato decorso un anno dalla celebrazione indipendentemente dalla mancata convivenza tra i coniugi, posto che non viene in considerazione il diritto di formare una nuova famiglia (avuto riguardo all'eventualità di contrarre nuove nozze), quanto la possibilità, di segno opposto, di rescindere il vincolo già contratto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 31 luglio 2015.




Assegnazione della casa coniugale – Tutela esclusiva della prole – Alienazione dell’immobile – Cessazione delle condizioni legittimanti l’assegnazione – Azione giudiziaria esperibile dal terzo acquirente – Decorrenza dell’indennità di occupazione

Ancorché l’assegnazione giudiziale al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sia consentita solo se a costui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti, tale ratio protettiva che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi.
Anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti.
L’assegnazione in questione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole; a tali esigenze è destinato a far fronte l’assegno di divorzio (Cass. 13736/2003; 10994/2007; 18440/2013).
I predetti principi valgono anche nel caso in cui la casa adibita a residenza coniugale sia stata alienata, dopo l’assegnazione all’altro coniuge (affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non auto-sufficienti), dal coniuge proprietario dell’immobile.
Il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni. Tale opponibilità conserva il suo valore finché perduri l’efficacia della pronuncia giudiziale, costituente il titolo in forza del quale il coniuge non titolare di un diritto reale o personale di godimento dell’immobile, acquisisce il diritto di occuparlo (cfr. Cass. S.U. 11096/2002, in motivazione; Cass. 5067/2003; 9181/2004; 12296/2005; 4719/2006).
Il perdurare sine die dell’occupazione dell’immobile, perfino quando ne siano venuti meno i presupposti, si risolverebbe in un ingiustificato, durevole, pregiudizio al diritto del proprietario terzo di godere e disporre del bene, ai sensi degli artt. 42, Cost., e 832, c.c.
Mentre l’efficacia della pronuncia giudiziale del provvedimento di assegnazione può essere messa in discussione tra i coniugi, circa il perdurare dell’interesse dei figli, nelle forme del procedimento di revisione previsto all’art. 9 della L. 898/1970, attraverso la richiesta di revoca del provvedimento di assegnazione, il terzo acquirente – non legittimato ad attivare detto procedimento – non può che proporre, instaurando un ordinario giudizio di cognizione, una domanda di accertamento dell’insussistenza delle condizioni per il mantenimento del diritto personale di godimento a favore del coniuge assegnatario della casa coniugale, per essere venuta meno la presenza di figli minorenni o di figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, con il medesimo conviventi. E ciò al fine di conseguire una declaratoria di inefficacia del titolo che legittima l’occupazione della casa coniugale a tutela della pienezza delle facoltà connesse al diritto dominicale acquisito, non più recessive rispetto alle esigenze di tutela dei figli.
Fino a quando perdura il titolo in forza del quale il coniuge assegnatario della casa coniugale occupa l’immobile, è escluso qualsiasi obbligo di pagamento da parte del beneficiario per tale godimento. Ogni forma di corrispettivo verrebbe a snaturare la funzione stessa dell’istituto (Cass. 12705/2003; 18754/2004).
Tale conclusione è valida anche nel caso in cui sia un terzo, e non il coniuge originario proprietario dell’immobile, a richiederne il rilascio, mediante l’esperimento di un’apposita azione di accertamento dell’insussistenza dei presupposti per il perdurare dell’occupazione dell’ex casa coniugale da parte del coniuge non proprietario della stessa, nonché da parte della prole divenuta economicamente autosufficiente.
L’indennità di occupazione deve essere corrisposta a far data dall’accertamento del venir meno delle condizioni legittimanti l’assegnazione della casa coniugale. (Marco Mariano) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 22 luglio 2015.




Assegnazione della casa coniugale – Tutela esclusiva della prole – Alienazione dell’immobile – Cessazione delle condizioni legittimanti l’assegnazione – Azione giudiziaria esperibile dal terzo acquirente – Decorrenza dell’indennità di occupazione

Ancorché l’assegnazione giudiziale al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sia consentita solo se a costui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti, tale ratio protettiva che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi.
Anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti.
L’assegnazione in questione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole; a tali esigenze è destinato a far fronte l’assegno di divorzio (Cass. 13736/2003; 10994/2007; 18440/2013).
I predetti principi valgono anche nel caso in cui la casa adibita a residenza coniugale sia stata alienata, dopo l’assegnazione all’altro coniuge (affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non auto-sufficienti), dal coniuge proprietario dell’immobile.
Il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni. Tale opponibilità conserva il suo valore finché perduri l’efficacia della pronuncia giudiziale, costituente il titolo in forza del quale il coniuge non titolare di un diritto reale o personale di godimento dell’immobile, acquisisce il diritto di occuparlo (cfr. Cass. S.U. 11096/2002, in motivazione; Cass. 5067/2003; 9181/2004; 12296/2005; 4719/2006).
Il perdurare sine die dell’occupazione dell’immobile, perfino quando ne siano venuti meno i presupposti, si risolverebbe in un ingiustificato, durevole, pregiudizio al diritto del proprietario terzo di godere e disporre del bene, ai sensi degli artt. 42, Cost., e 832, c.c.
Mentre l’efficacia della pronuncia giudiziale del provvedimento di assegnazione può essere messa in discussione tra i coniugi, circa il perdurare dell’interesse dei figli, nelle forme del procedimento di revisione previsto all’art. 9 della L. 898/1970, attraverso la richiesta di revoca del provvedimento di assegnazione, il terzo acquirente – non legittimato ad attivare detto procedimento – non può che proporre, instaurando un ordinario giudizio di cognizione, una domanda di accertamento dell’insussistenza delle condizioni per il mantenimento del diritto personale di godimento a favore del coniuge assegnatario della casa coniugale, per essere venuta meno la presenza di figli minorenni o di figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, con il medesimo conviventi. E ciò al fine di conseguire una declaratoria di inefficacia del titolo che legittima l’occupazione della casa coniugale a tutela della pienezza delle facoltà connesse al diritto dominicale acquisito, non più recessive rispetto alle esigenze di tutela dei figli.
Fino a quando perdura il titolo in forza del quale il coniuge assegnatario della casa coniugale occupa l’immobile, è escluso qualsiasi obbligo di pagamento da parte del beneficiario per tale godimento. Ogni forma di corrispettivo verrebbe a snaturare la funzione stessa dell’istituto (Cass. 12705/2003; 18754/2004).
Tale conclusione è valida anche nel caso in cui sia un terzo, e non il coniuge originario proprietario dell’immobile, a richiederne il rilascio, mediante l’esperimento di un’apposita azione di accertamento dell’insussistenza dei presupposti per il perdurare dell’occupazione dell’ex casa coniugale da parte del coniuge non proprietario della stessa, nonché da parte della prole divenuta economicamente autosufficiente.
L’indennità di occupazione deve essere corrisposta a far data dall’accertamento del venir meno delle condizioni legittimanti l’assegnazione della casa coniugale. (Marco Mariano) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 22 luglio 2015.




Assegnazione della casa coniugale – Tutela dei terzi – Azione di revisione delle condizioni di separazione o divorzio – Inammissibilità

Il terzo acquirente della casa coniugale, già assegnata al coniuge affidatario del figlio minorenne o maggiorenne non economicamente autosufficiente, non è legittimato, venuti meno i presupposti per l’assegnazione, a chiedere la revisione ai sensi dell’art. 9 della legge n. 898. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 22 luglio 2015.




Assegnazione della casa coniugale – Tutela dei terzi – Azione di revisione delle condizioni di separazione o divorzio – Inammissibilità

Il terzo acquirente della casa coniugale, già assegnata al coniuge affidatario del figlio minorenne o maggiorenne non economicamente autosufficiente, non è legittimato, venuti meno i presupposti per l’assegnazione, a chiedere la revisione ai sensi dell’art. 9 della legge n. 898. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 22 luglio 2015.




Minori – Procedimento – “Prescrizione” ai genitori di sottoporsi a un sostegno psicoterapeutico individuale o a un percorso di sostegno alla genitorialità – Illegittima – Contrasto con l’art. 32 della Costituzione – Sussiste

La prescrizione ai genitori di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale e a un percorso di sostegno alla genitorialità da seguire insieme è lesiva del diritto alla libertà personale costituzionalmente garantito e alla disposizione che vieta l'imposizione, se non nei casi previsti dalla legge, di trattamenti sanitari. Tale prescrizione, pur volendo ritenere che non imponga un vero obbligo a carico delle parti, comunque le condiziona ad effettuare un percorso psicoterapeutico individuale e di coppia confliggendo così con l'art. 32 della Costituzione. Inoltre, la prescrizione di un percorso psicoterapeutico individuale e di sostegno alla genitorialità da seguire in coppia esula dai poteri del giudice investito della controversia sull'affidamento dei minori anche se viene disposta con la finalità del superamento di una condizione, rilevata dal CTU, di immaturità della coppia genitoriale che impedisce un reciproco rispetto dei rispettivi ruoli. Mentre infatti la previsione del mandato conferito al Servizio sociale resta collegata alla possibilità di adottare e modificare i provvedimenti che concernono il minore, la prescrizione di un percorso terapeutico ai genitori è connotata da una finalità estranea al giudizio quale quella di realizzare una maturazione personale dei genitori che non può che rimanere affidata al loro diritto di auto-determinazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 01 luglio 2015.




Separazione/Divorzio – Modifica delle condizioni – Sopravvenienze – Necessità – Sussiste

Il giudicato "rebus sic stantibus", che connota le pronunce relative a rapporti soggetti a mutamenti determinati da eventi successivi, è pur sempre dotato, fin quando non vengano accertate sopravvenienze tali da imporre delle modifiche o revoche, di autorità, intangibilità e stabilità, ancorché limitate nel tempo (Cass., 22 maggio 2009, n. 11913); in particolare, la revisione delle condizioni di separazione o divorzio richiede la dimostrazione di cc.dd. "sopravvenienze" successive al provvedimento giudiziale di cui si chiede la modifica. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 01 luglio 2015.




Separazione/Divorzio – Affidamento condiviso – Genitore collocatario – Diritto a percepire un assegno per i figli da parte del genitore non convivente – Sussiste

Separazione/Divorzio – Spese straordinarie – Indumenti e libri – Esclusione


L’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori è istituto che, in quanto fondato sull'esclusivo interesse del minore, non fa venir meno l'obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza, rimanendo per converso escluso che l'istituto stesso implichi, come conseguenza "automatica", che ciascuno dei genitori debba provvedere paritariamente, in modo diretto ed autonomo, alle predette esigenze. La previsione di un assegno si rivela quantomeno opportuna, se non necessaria, quando l'affidamento condiviso preveda un collocamento prevalente presso uno dei genitori: assegno da porsi a carico del genitore non collocatario. Infatti, il genitore collocatario, essendo più ampio il tempo di permanenza presso di lui, avrà necessità di gestire, almeno in parte, il contributo al mantenimento da parte dell'altro genitore, dovendo provvedere in misura più ampia alle spese correnti e all'acquisto di beni durevoli che non attengono necessariamente alle spese straordinarie (indumenti, libri, ecc.). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Gli indumenti e i libri non rientrano necessariamente nelle spese straordinarie. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 01 luglio 2015.




Sentenza pronunciata dal tribunale ecclesiastico – Delibazione – Convivenza protrattasi per tre anni – Rilevanza – Sussiste

La convivenza "come coniugi" deve intendersi quale elemento essenziale del "matrimonio - rapporto", che si manifesta come consuetudine di vita coniugale comune, stabile e continua nel tempo, ed esteriormente riconoscibile attraverso corrispondenti, specifici fatti e comportamenti dei coniugi, e quale fonte di una pluralità di diritti inviolabili, di doveri inderogabili, di responsabilità anche genitoriali in presenza di figli, di aspettative legittime e di legittimi affidamenti degli stessi coniugi e dei figli, sia come singoli sia nelle reciproche relazioni familiari. In tal modo intesa, la convivenza "come coniugi", protrattasi per almeno tre anni dalla data di celebrazione del matrimonio "concordatario" regolarmente trascritto, connotando nell'essenziale l'istituto del matrimonio nell'ordinamento italiano, è costitutiva di una situazione giuridica disciplinata da norme costituzionali, convenzionali ed ordinarie, di "ordine pubblico italiano" e, pertanto, anche in applicazione dell'art. 7 Cost., comma 1, e del principio supremo di laicità dello Stato, è ostativa - ai sensi dell'Accordo, con Protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell'11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, reso esecutivo dalla L. 25 marzo 1985, n. 121, (in particolare, dell'art. 8, n. 2, lett. c, dell'Accordo e del punto 4, lett. b, del Protocollo addizionale), e dell'art. 797 c.p.c., comma 1, n. 7, - alla dichiarazione di efficacia nella Repubblica Italiana delle sentenze definitive di nullità di matrimonio pronunciate dai tribunali ecclesiastici, per qualsiasi vizio genetico del matrimonio accertato e dichiarato dal giudice ecclesiastico nell'"ordine canonico" nonostante la sussistenza di detta convivenza coniugale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 01 luglio 2015.




Nascita di feto morto - Liquidazione equitativa del danno non patrimoniale - Criteri - Applicazione delle tabelle predisposte dal tribunale di Milano - Parametri previsti per la perdita del rapporto parentale - Applicazione automatica - Esclusione - Fondamento

In materia di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, non è adeguatamente motivata la sentenza del giudice di merito che, facendo applicazione dei parametri previsti al riguardo dalle tabelle elaborate dal tribunale di Milano, abbia liquidato, per il pregiudizio subito dai genitori in ragione della nascita di un feto morto, una somma pari ai valori più elevati della forbice risarcitoria ivi contemplata, senza considerare che essa, in quanto dichiaratamente calcolata in ragione della qualità e quantità della relazione affettiva con la persona perduta, non è di per sé utilizzabile nel caso del figlio nato morto, dove tale relazione è solo potenziale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III 19 giugno 2015.




Nascita di feto morto - Liquidazione equitativa del danno non patrimoniale - Criteri - Applicazione delle tabelle predisposte dal tribunale di Milano - Parametri previsti per la perdita del rapporto parentale - Applicazione automatica - Esclusione - Fondamento

In materia di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, non è adeguatamente motivata la sentenza del giudice di merito che, facendo applicazione dei parametri previsti al riguardo dalle tabelle elaborate dal tribunale di Milano, abbia liquidato, per il pregiudizio subito dai genitori in ragione della nascita di un feto morto, una somma pari ai valori più elevati della forbice risarcitoria ivi contemplata, senza considerare che essa, in quanto dichiaratamente calcolata in ragione della qualità e quantità della relazione affettiva con la persona perduta, non è di per sé utilizzabile nel caso del figlio nato morto, dove tale relazione è solo potenziale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III 19 giugno 2015.




Audizione del minore – Necessità – Sussiste

L’audizione dei minori, già prevista nell'art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20.11.1989, è divenuta un adempimento necessario nelle procedure giudiziarie che li riguardino, ai sensi dell'art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 25.1.1996, ratificata con la legge n. 77 del 2003, nonché degli artt. 315 bis (introdotto dalla legge n. 219 del 2012), 336 bis e 337 octies c.c. (inseriti dal d.lgs. n. 154 del 2013, che ha altresì abrogato l'art. 155-sexies c.c.). Ne consegue che - anche in tema di dichiarazione dello stato di adottabilità - l'ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore ove capace di discernimento, costituisce una modalità, tra le più rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonché elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse (cfr. ex plurimis, Cass. 11687/2013; 19202/2014; 6129/2015). Con la conseguenza che, una volta disposta tale audizione anche in grado di appello, il giudice del gravame non può prescindere dal tenere conto delle relative risultanze (Cass. 19202/2014). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 09 giugno 2015.




Audizione del minore – Necessità – Sussiste

L’audizione dei minori, già prevista nell'art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20.11.1989, è divenuta un adempimento necessario nelle procedure giudiziarie che li riguardino, ai sensi dell'art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 25.1.1996, ratificata con la legge n. 77 del 2003, nonché degli artt. 315 bis (introdotto dalla legge n. 219 del 2012), 336 bis e 337 octies c.c. (inseriti dal d.lgs. n. 154 del 2013, che ha altresì abrogato l'art. 155-sexies c.c.). Ne consegue che - anche in tema di dichiarazione dello stato di adottabilità - l'ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore ove capace di discernimento, costituisce una modalità, tra le più rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonché elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse (cfr. ex plurimis, Cass. 11687/2013; 19202/2014; 6129/2015). Con la conseguenza che, una volta disposta tale audizione anche in grado di appello, il giudice del gravame non può prescindere dal tenere conto delle relative risultanze (Cass. 19202/2014). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 09 giugno 2015.




Separazione/Divorzio – Mantenimento dei figli – Spese straordinarie – Inclusione nell’assegno di mantenimento in via forfetaria

Devono intendersi spese straordinarie quelle che, per la loro rilevanza, imprevedibilità e imponderabilità, esulano dall'ordinario regime di vita dei figli, cosicché la loro inclusione in via forfettaria nell'ammontare dell'assegno, posto a carico di uno dei genitori, può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità sancito dalla legge e con quello dell'adeguatezza del mantenimento, nonché recare pregiudizio alla prole, che potrebbe essere privata di cure necessarie o di altri indispensabili apporti; pertanto, pur non trovando la distribuzione delle spese straordinarie una disciplina specifica nelle norme inerenti alla fissazione dell'assegno periodico, deve ritenersi che la soluzione di stabilire in via forfettaria ed aprioristica ciò che è imponderabile e imprevedibile, oltre ad apparire in contrasto con il principio logico secondo cui soltanto ciò che è determinabile può essere preventivamente quantificato, introduce, nell'individuazione del contributo in favore della prole, una sorta di alea incompatibile con i principi che regolano la materia (v. Cass. n. 9372/2012). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 09 giugno 2015.




Separazione/Divorzio – Mantenimento dei figli – Spese straordinarie – Inclusione nell’assegno di mantenimento in via forfetaria

Devono intendersi spese straordinarie quelle che, per la loro rilevanza, imprevedibilità e imponderabilità, esulano dall'ordinario regime di vita dei figli, cosicché la loro inclusione in via forfettaria nell'ammontare dell'assegno, posto a carico di uno dei genitori, può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità sancito dalla legge e con quello dell'adeguatezza del mantenimento, nonché recare pregiudizio alla prole, che potrebbe essere privata di cure necessarie o di altri indispensabili apporti; pertanto, pur non trovando la distribuzione delle spese straordinarie una disciplina specifica nelle norme inerenti alla fissazione dell'assegno periodico, deve ritenersi che la soluzione di stabilire in via forfettaria ed aprioristica ciò che è imponderabile e imprevedibile, oltre ad apparire in contrasto con il principio logico secondo cui soltanto ciò che è determinabile può essere preventivamente quantificato, introduce, nell'individuazione del contributo in favore della prole, una sorta di alea incompatibile con i principi che regolano la materia (v. Cass. n. 9372/2012). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 09 giugno 2015.




Matrimonio – Spese sulla casa comune – Ripetizione – Esclusione

Le spese che l’uno dei coniugi abbia affrontato per apportare migliorie sull’abitazione familiare, in costanza di matrimonio, non sono ripetibili nemmeno ai sensi dell’art. 2041 c.c. Infatti, in questi casi, l'effettuazione della spesa è avvenuta in adempimento dell'obbligo di contribuzione di cui all'art. 143 c.c. e, conseguentemente, non sussiste il diritto al rimborso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 27 maggio 2015.




Rettifica del sesso da parte di persona coniugata – Conseguenze – Corte costituzionale, sentenza n. 170 del 2014 – Effetti – Mantenimento in vita del matrimonio – Sussiste – Sino all’intervento del Legislatore

La sentenza n. 170 del 2014 della Corte costituzionale – con la quale è stata dichiarato l’illegittimità delle norme in tema di rettifica del sesso nella parte in cui non prevedono la possibilità di mantenere in vita il rapporto di coppia con altra forma di convivenza giuridicamente riconosciuta, con modalità da statuire dal legislatore – non è di mero monito ma autoapplicativa, con la conseguenza che è costituzionalmente necessario conservare alla coppia il riconoscimento dei diritti e doveri conseguenti al matrimonio fino a quando il legislatore non intervenga. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 21 aprile 2015.




Rettifica del sesso da parte di persona coniugata – Conseguenze – Corte costituzionale, sentenza n. 170 del 2014 – Effetti – Mantenimento in vita del matrimonio – Sussiste – Sino all’intervento del Legislatore

La sentenza n. 170 del 2014 della Corte costituzionale – con la quale è stata dichiarato l’illegittimità delle norme in tema di rettifica del sesso nella parte in cui non prevedono la possibilità di mantenere in vita il rapporto di coppia con altra forma di convivenza giuridicamente riconosciuta, con modalità da statuire dal legislatore – non è di mero monito ma autoapplicativa, con la conseguenza che è costituzionalmente necessario conservare alla coppia il riconoscimento dei diritti e doveri conseguenti al matrimonio fino a quando il legislatore non intervenga. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 21 aprile 2015.




Separazione consensuale – Divorzio congiunto – Accordi dei coniugi – Qualificabilità come negozi o contratti – Sussiste – Conseguenze – Impugnabilità (a causa di nullità o annullabilità) – Sussiste – Modalità – Mediante autonomo giudizio di cognizione – Necessità – Sussiste

Divorzio congiunto – Dolo del coniuge – Attività diretta a nascondere parte del vero patrimonio – Appello per far valere dolo revocatorio – Ammissibilità – Sussiste


Nella separazione consensuale, così come nel divorzio congiunto, si stipula un accordo, di natura sicuramente negoziale che, frequentemente, per i profili patrimoniali, si configura come un vero e proprio contratto. Non rileva che, in sede di divorzio, esso sia recepito, fatto proprio dalla sentenza: all’evidenza, tale pronuncia è necessaria per lo scioglimento del vincolo matrimoniale ma, quanto all’accordo, si tratta di un controllo esterno del giudice, analogo a quello della separazione consensuale. Ove l’accordo (o il contratto) sia nullo, tale nullità potrebbe essere fatta valere da chiunque vi avesse interesse e dunque anche da chi avesse dato causa a tale nullità. E tale accordo (o contratto) potrebbe essere oggetto di annullamento da parte del soggetto incapace o la cui volontà risulti viziata (ad es. da un errore, magari sulla sussistente dell’interesse del minore ovvero dal dolo di una delle parti). Ma nullità o annullamento non potrebbero costituire motivo di impugnazione da parte dei soggetti dell’accordo da cui essi sono vincolati, ma dovrebbero essere fatti valere in un autonomo giudizio di cognizione (Cass. Civ. n. 17067 del 2003, Cass. Civ. n. 18066 del 2014). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Le sentenze possono essere impugnate per revocazione se pronunciate in grado di appello oppure nel giudizio di Cassazione (o se emesse in primo grado, a talune condizioni, quando siano passate in giudicato; v. artt. 395, 396 c.p.c.). Il vizio revocatorio (e specificamente quello di cui all’art. 395 c.p.c.) può proporsi con i motivi di appello con i quali può censurarsi ogni profilo di ingiustizia della sentenza di primo grado, nessuno escluso. In questo caso, trattandosi di atto di appello, ove si faccia valere una ipotesi di “dolo revocatorio” la domanda non potrà essere giudicata nuova. In particolare, può essere fatto valere il dolo processuale revocatorio, ai sensi dell’art. 395 n. 1 c.p.c. là dove la sentenza di divorzio congiunto sia stata pronunciata all’esito di artifici e raggiri posti in essere da uno dei coniugi e diretti ad impedire al giudice l’accertamento della verità, sottraendo, anche al consorte, la verità in ordine alla effettiva consistenza del patrimonio di cui titolare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 21 aprile 2015.




Separazione – Assegno di mantenimento in favore della moglie – Moglie e marito comproprietari della casa familiare – Accollo dell’intero mutuo da parte del marito – Rilevanza ai fini dell’assegno di mantenimento – Sussiste

In materia di separazione dei coniugi, nel fissare il mantenimento in favore della moglie, il giudice deve tenere in considerazione il fatto (se ricorrente) che il marito si sia accollato l’intero mutuo sulla casa in comproprietà. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI 08 aprile 2015.




Separazione – Assegno di mantenimento in favore della moglie – Moglie e marito comproprietari della casa familiare – Accollo dell’intero mutuo da parte del marito – Rilevanza ai fini dell’assegno di mantenimento – Sussiste

In materia di separazione dei coniugi, nel fissare il mantenimento in favore della moglie, il giudice deve tenere in considerazione il fatto (se ricorrente) che il marito si sia accollato l’intero mutuo sulla casa in comproprietà. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI 08 aprile 2015.




Assegno divorzile – Formazione di una nuova famiglia di fatto – Perdita – Sussiste – Carattere – Definitività – Sussiste

La formazione di una nuova famiglia di fatto da parte del coniuge divorziato determina la perdita definitiva dell’assegno divorzile di cui il medesimo benefici. Infatti, il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei partner, non può che venir meno di fronte all’esistenza di una vera e propria famiglia, ancorché di fatto. Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso, pur dovendosi ribadire che non vi è né identità, né analogia tra il nuovo matrimonio del coniuge divorziato, che fa automaticamente cessare il suo diritto all’assegno, e la fattispecie in esame che necessita di un accertamento e di una pronuncia giurisdizionale. La perdita dell’assegno è definitiva e non si realizza una fase di quiescenza (che può terminare con la fine della convivenza). Infatti, una famiglia di fatto, espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, da parte del coniuge, eventualmente potenziata dalla nascita di figli (ciò che dovrebbe escludere ogni residua solidarietà post-matrimoniale con l’altro coniuge) deve essere caratterizzata dalla assunzione piena di un rischio, in relazione alle vicende successive della famiglia di fatto, mettendosi in conto la possibilità di una cessazione del rapporto tra conviventi (ferma restando evidentemente la permanenza di ogni obbligo verso i figli). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 03 aprile 2015.





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