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  Diritto della Famiglia e dei Minori

  

ISSN  2282-6289

       Rivista trimestrale di diritto della famiglia e dei minori

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Merito - 2016


Controversie genitoriali – Figli nati fuori da matrimonio – Domanda di decadenza – Presentata insieme a domanda di regolamentazione della responsabilità genitoriale – Competenza – Tribunale per i Minorenni – Sussiste

Nel caso in cui il genitore invochi una pronuncia di decadenza ex art. 330 c.c. richiedendo, al contempo, misure regolative della responsabilità genitoriale (sub specie di affido esclusivo dei minori al genitore non dichiarato decaduto), si registra una pregiudizialità del giudizio decadenziale che rende le successive richieste consequenziali e dipendenti: non si assiste, cioè, a un giudizio ex art. 316 c.c. “pendente” ove viene promossa anche domanda ex art. 330 c.c. bensì, al contrario, a un procedimento di decadenza con richieste satellitari dipendenti. Ne consegue che la competenza funzionale è del tribunale per i Minorenni. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 30 dicembre 2016.




Controversie genitoriali – Matrimonio celebrato all’estero e non trascritto in Italia – Figli – Figli nati da matrimonio – Sussiste – Tutela ex art. 316 comma IV c.c. – Esclusione – Ricorso al giudizio di separazione/divorzio – Sussiste – Modifica delle condizioni relative ai figli in caso di divorzio intervenuto all’estero – Ricorso ex art. 9 l. div. – Necessità – Sussiste

Nel caso in cui le parti abbiano contratto matrimonio all’estero e sia intervenuta, sempre all’estero, pronuncia di divorzio, il genitore interessato alla modifica delle condizioni regolative della responsabilità genitoriale deve promuovere giudizio di revisione ai sensi dell’art. 9 legge 898 del 1970. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 30 dicembre 2016.




Famiglia – Separazione e divorzio – Figlio naturale – Affidamento congiunto – Collocamento del minore presso uno dei genitori – Diritti costituzionali del genitore collocatario – Valutazione dell’interesse del minore

Nel caso di affidamento congiunto del minore, per il genitore collocatario stabilimento e trasferimento della propria residenza e sede lavorativa costituiscono oggetto di libera e non conculcabile opzione dell'individuo, espressione di diritti fondamentali, sicché, in casi del genere, il giudice è tenuto esclusivamente a stabilire quale sia la soluzione più opportuna per la prole. Il diritto del genitore di determinarsi liberamente in ordine al luogo di ubicazione della propria sede domiciliare e familiare, garantito dalla normativa costituzionale, non è suscettibile di essere valutato negativamente se non quando se ne ponga l'assoluta necessità ai fini della tutela del superiore interesse del minore e, cioè, quando il mutamento della residenza e della collocazione del minore stesso siano concretamente e comprovatamente incompatibili con le esigenze fondamentali personali di quest'ultimo, oltre che con l’interesse alla conservazione di un equilibrato e proficuo rapporto anche con il genitore che non sia prevalente collocatario. Il principio della “maternal preference”, non è inteso in senso assoluto, ma va valutato in relazione agli accertamenti di fatto del CTU. (Bruno Nigro) (riproduzione riservata) Appello Ancona 27 dicembre 2016.




Regolamento dell’ente locale – Previsioni in tema di luoghi, orari, tariffe – Applicabilità anche alle Unioni Civili – Esclusione – Legittimità – Esclusione

L’ente locale non può non applicare anche alla celebrazione delle Unioni Civili, le disposizioni regolamentari introdotte per la celebrazione dei matrimoni civili, riguardanti luoghi, orari e tariffe connessi a tali procedimenti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) T.A.R. Veneto 07 dicembre 2016.




Negoziazione assistita – Accordi in materia di responsabilità genitoriale – Autorizzazione del P.M. – Diniego – Fase presidenziale – Incidente giurisdizionale – Sussiste – Poteri del Giudice – Concessione della autorizzazione – Sussiste – Contenuto dell’accordo – Diversità rispetto a quello presentato al P.M. – Ammissibilità – Sussiste

In materia di negoziazione assistita, successivamente alla mancata autorizzazione del Pubblico Ministero e di trasmissione degli atti ex art. 6 d.l. 132 del 2014, si apre nella procedura negoziativa un «incidente giurisdizionale», ed in particolare un procedimento di volontaria giurisdizione che si svolge nelle forme dei procedimenti in camera di consiglio, in cui il Presiedente o il giudice da lui delegato provvede in composizione monocratica (senza che operi alcuna conversione del procedimento in separazione consensuale o divorzio congiunto o modifica concordata) e stabilisce se concedere o meno l’autorizzazione richiesta tenendo conto dei rilievi mossi dal P.M. ma non essendo in alcun modo vincolato dagli stessi. Infatti, non sono sussistenti limiti alla possibilità per il Presidente del Tribunale di autorizzare anche condizioni assolutamente non in linea con i rilievi mossi dal P.M. e pure del tutto differenti da quelle inizialmente concordate. Invero, la funzione del P.M., instaurato l’incidente giurisdizionale, viene ad esaurirsi (divenendo in tale incidente il P.M. semplice parte, interveniente necessario ex art. 70 comma 1 n. 2 c.p.c.) e ad essere assunta integralmente dal Presidente del Tribunale. Inoltre, anche le diverse condizioni approvate dal Presidente sono comunque frutto di un accordo tra le parti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo 01 dicembre 2016.




Legge di stabilità 2016 – Fondo di solidarietà per il coniuge in stato di bisogno – Decreto attuativo – Mancanza – Conseguenze – Azione per attingere al fondo – Inammissibile

Il fondo di solidarietà per il coniuge in stato di bisogno, introdotto dall’art. 1 commi 414 e ss legge di stabilità per il 2016, non può essere – allo stato – destinatario di alcuna domanda di anticipazione, mancando il decreto attuativo di fonte ministeriale a cui la normativa demanda di individuare gli uffici giudiziari ove attivare la sperimentazione del fondo stesso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo 11 novembre 2016.




Conflitti genitoriali – Ammissibilità della domanda – Microconflittualità – Esclusione

Nel delineare i limiti di applicabilità dello strumento di cui all’art. 709 ter c.p.c., deve escludersi l’intervento del Giudice in caso di micro-conflittualità tra i genitori in quanto l’intervento del giudice è limitato agli affari essenziali del minore e ai casi in cui il disaccordo dei genitori “sia destinato a ripercuotersi sul minore in termini di serio, oggettivo e altrimenti inemendabile pregiudizio”. In particolare, esula dalla cognizione del Giudice dirimere contrasti tra i genitori in ordine a questioni di minima e irrilevante importanza per l’interesse della prole, quale non tanto l’an della telefonata quotidiana tra padre e figli bensì il quando di tale telefonata, non potendo tout court una siffatta questione annoverarsi tra le questioni coinvolgenti l’esercizio della responsabilità genitoriale ed oggetto, ai sensi degli articoli 316, 337 ter c.c. e 709 ter c.p.c. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 07 novembre 2016.




Accordi di separazione o divorzio conclusi davanti al Sindaco – Divieto di patti patrimoniali – Divieto esteso all’assegno di mantenimento o divorzio – Circolare del Min. giustizia 6/15 – Esclusione – Legittimità – Sussiste

E’ legittima la Circolare del Ministero dell’Interno n. 6/15 del 24.4.2015, laddove interpreta l’art. 12, comma 3, terzo periodo, del d.l. n. 132/2014 che così recita “L’accordo non può contenere patti di trasferimento patrimoniale”. Per la circolare citata “Non rientra… nel divieto della norma la previsione, nell’accordo concluso davanti all’ufficiale dello stato civile, di un obbligo di pagamento di una somma di denaro a titolo di assegno periodico, sia nel caso di separazione consensuale (c.d. assegno di mantenimento), sia nel caso di richiesta congiunta di cessazione degli effetti civili o scioglimento del matrimonio (c.d. assegno divorzile)”. La posizione così assunta è condivisibile atteso che l’espressione «patti di trasferimento patrimoniale» si riferisce, letteralmente, agli accordi traslativi della proprietà (o di altri diritti) con i quali i coniugi decidono, mediante il c.d. assegno una tantum (v., in particolare, l’art. 5, comma ottavo, della l. n. 898 del 1970), di regolare l’assetto dei propri rapporti economici una volta per tutte e di trasferire la proprietà o la titolarità di altri diritti sui beni da uno all’altro, anziché prevedere la corresponsione di un assegno periodico. La disposizione concerne propriamente, quindi, i «contratti con effetti reali» che, ai sensi dell’art. 1376 c.c., «hanno per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa determinata, la costituzione o il trasferimento di un diritto reale ovvero il trasferimento di un altro diritto», nei quali «la proprietà o il diritto si trasmettono e si acquistano per effetto del consenso delle parti legittimamente manifestato» (c.d. principio consensualistico). Il divieto legislativo, riferendosi al «trasferimento» e non a tutte le modifiche del patrimonio, proibisce tutti i patti ad effetti reali, che i coniugi non possono inserire tra le condizioni economiche connesse alla separazione personale o al divorzio. Il legislatore – quando ha inteso riferirsi anche alle altre pattuizioni di ordine economico e, in particolare, anche ad accordi aventi effetti obbligatori, con i quali invece un coniuge assume l’obbligo di corrispondere periodicamente un assegno a titolo di mantenimento in favore dell’altro – ha dato rilievo alle «condizioni» economiche, esse sì onnicomprensive, perché disciplinanti tutti gli accordi economici, anche quelli ad effetti obbligatori. La riprova di questa chiara distinzione si rinviene proprio nell’art. 12, comma 3, del d.l. n. 132 del 2014, laddove è netta la differenza, nel linguaggio e nell’intendimento del legislatore, tra le «condizioni» e i «patti di trasferimento patrimoniale», secondo un rapporto di genus ad speciem tra le due espressioni che, diversamente, non avrebbe alcun senso precettivo e condurrebbe alla sostanziale disapplicazione dell’istituto innovativo in presenza di qualsivoglia accordo che rechi condizioni economiche, le quali inevitabilmente incidono, anche mediante la costituzione di obbligazioni, sul patrimonio dei coniugi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato 26 ottobre 2016.




Collocamento del minore – Conflitto genitoriale – Criterio della cd. Maternal preference (preferenza per il collocamento presso la madre) – Validità giuridica – Esclusione – Contrasto del criterio in parola con i principi costituzionali – Sussiste

Allorché sussista conflitto genitoriale in ordine al prevalente collocamento dei figli, il criterio “guida” è il superiore interesse del minore non potendo al contrario trovare applicazione quello da alcuni definito come “principio della maternal preference” (nella letteratura di settore: Maternal Preference in Child Custody Decisions), poiché criterio interpretativo non previsto dagli articoli 337-ter e ss del codice civile ed in vero in contrasto con la stessa ratio ispiratrice della legge 54 del 2006 sull’affidamento condiviso. Vi è, invero, che il principio di piena bigenitorialità e quello di parità genitoriale hanno condotto all’abbandono del criterio della “maternal preference” a mezzo di «gender neutral child custody laws», ossia normative incentrate sul criterio della neutralità del genitore affidatario, potendo dunque essere sia il padre, sia la madre, in base al solo preminente interesse del minore, il genitore di prevalente collocamento non potendo essere il solo genere a determinare una preferenza per l’uno o l’altro ramo genitoriale; normative del genere sono univocamente anche quelle da ultimo introdotte in Italia dal Legislatore (in particolare, la legge 54 del 2006; ma anche la legge 219 del 2012 e il dlgs 154 del 2013). Peraltro, non è argomento valido quello ricavabile dalla recente sentenza della Cassazione n. 18087 del 14 settembre 2016: in quel caso, come si legge nella decisione di legittimità de qua, il criterio della c.d. Maternal preference non era stato “tempestivamente contestato” ed era divenuto, dunque, elemento passato in giudicato; comunque, la Suprema Corte ha fondato la sua decisione non certo sul solo criterio sopra indicato, ma su altri numerosi argomenti, specificamente indicati in parte motiva. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 13 ottobre 2016.




Rinvio pregiudiziale – Cooperazione giudiziaria in materia civile – Competenza, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale – Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Articolo 1, paragrafo 1, lettera a) – Ambito di applicazione ratione materiae – Azione per l’annullamento del matrimonio proposta da un terzo successivamente al decesso di uno dei coniugi – Articolo 3, paragrafo 1 – Competenza delle autorità giurisdizionali dello Stato membro di residenza dell’“attore” – Portata

1) L’articolo 1, paragrafo 1, lettera a), del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, deve essere interpretato nel senso che un’azione per l’annullamento del matrimonio proposta da un terzo successivamente al decesso di uno dei coniugi rientra nell’ambito di applicazione del regolamento n. 2201/2003.
2) L’articolo 3, paragrafo 1, lettera a), quinto e sesto trattino, del regolamento n. 2201/2003 deve essere interpretato nel senso che una persona diversa da uno dei coniugi che proponga un’azione per l’annullamento del matrimonio non può avvalersi dei criteri di competenza previsti in tali disposizioni. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 13 ottobre 2016.




Separazione consensuale – Patti negoziali conclusi dai coniugi in occasione della separazione – Annullamento per violenza morale ex art. 1435 c.c. – Elementi necessari per la pronuncia di annullamento – Rigorosa dimostrazione delle condizioni che dimostrano il vizio della volontà – Sussiste – Paura delle conseguenze derivanti sui figli in caso di mancato accordo – Sufficienza – Esclusione – Paura della sottrazione dei minori – Sufficienza – Esclusione

Azione di annullamento delle condizioni di separazione consensuale – Obbligo di ascolto del minore – Applicabilità dell’art. 336-bis c.c. – Esclusione


L’azione di annullamento per violenza morale, ex artt. 1434, 1435 c.c., è esperibile anche in relazione al consenso prestato dai coniugi a patti negoziali conclusi in occasione della separazione consensuale omologata. Tuttavia, non costituisce violenza morale invalidante il negozio, ai sensi dell'art. 1434 e segg. cod. civ., la mera rappresentazione interna di un pericolo, ancorché collegata a determinate circostanze oggettivamente esistenti; in particolare, la minaccia della madre di fissare la residenza abituale dei figli in luogo lontano da quello abituale, ove il marito non firmi gli accordi per una consensuale, non integra la violenza morale richiesta dagli artt. 1434 e 1435 c.c. per la caducazione del contratto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Non è applicabile l’art. 336-bis c.c. nel caso di azione negoziale di annullamento delle condizioni patrimoniali della separazione consensuale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 08 ottobre 2016.




Conflitto genitoriale - Dieta vegana - Esclusione - Riferimento all’alimentazione erogata dalle strutture pubbliche ai minori

Frequentazioni padre-figlia - Ostacolo - Malattia - Solo se idonea a precludere lo spostamento - Certificazione sanitaria - Necessità - Sussiste


L’art. 337-ter c.c. stabilisce che in regime di affidamento condiviso la responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori e che le decisioni di maggiore interesse per i figli relative, all’istruzione, educazione, salute e alla scelta della residenza abituale devono essere assunte di comune accordo, tenendo conto della capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli; in caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. La decisione relativa al regime alimentare del figlio minore deve indubbiamente essere considerata di maggiore interesse, inerendo la salute del figlio. In presenza di contrasto genitoriale sulla dieta che il figlio deve seguire, il giudice può decidere valutando in primo luogo eventuali ragioni di carattere medico che possano imporre particolari restrizioni alimentari, dovendo in assenza di tali specifiche limitazioni applicare parametri di normalità statistica che impongono di far seguire ai figli minori un regime alimentare privo di restrizioni. A prescindere, infatti, dalle specifiche convinzioni di ognuno, qualora debbano essere compiute scelte che superino il disaccordo tra i genitori, occorre riferirsi alle condotte normalmente tenute dai genitori nella generalità dei casi per la cura e l’educazione dei figli. Il regime alimentare normalmente seguito nelle scuole è quello che prevede l’introduzione nella dieta di qualunque alimento senza restrizioni. Ciò fa presumete che le strutture a ciò deputate (Ministero della Salute e della Pubblica Istruzione) abbiano ritenuto che ciò garantisca la corretta crescita dei minori. La presenza di un regime alimentare sottoposto allo stretto controllo pubblico delle mense presenti nelle istituzioni scolastiche, scongiura i rischi prospettati dalla resistente che la minore possa essere pregiudicata nella corretta crescita inserendo nella dieta carne, pesce o cibi confezionati, poiché aderendo a tale prospettazione dovrebbe ritenersi che nelle mense scolastiche venga compromessa la salute di tutti i bambini che seguono un “normale” regime alimentare.
Risulta pertanto accertato che non vi sono ragioni connesse alla salute della figlia (allergie, intolleranze etc.) sottese a tale opzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In considerazione della conflittualità tra i genitori che impedisce ogni idonea comunicazione può essere previsto che il calendario di frequentazioni stabilite dal giudice non possa essere modificato per alcuna ragione salva eventuale malattia della minore debitamente certificata da pediatra del Servizio Sanitario nazionale, certificazione che deve contenere espresso riferimento che la malattia non consente lo spostamento della minore, potendo la figlia in caso di mera indisposizioni o di malattia non grave, che ne consenta lo spostamento raggiungere e permanere presso l’abitazione del padre che sarà onerato delle relative cure, certificazione da inviare al servizio socio assistenziale incaricato del monitoraggio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 07 ottobre 2016.




Art. 8 Cedu – Diritto del genitore ad avere una relazione sana con il figlio anche dopo la separazione marito/moglie – Obblighi positivi dello Stato Membro di garantire la relazione

Se l’articolo 8 della Convenzione ha essenzialmente lo scopo di premunire l’individuo contro le ingerenze arbitrarie dei pubblici poteri, esso non si limita a imporre allo Stato di astenersi da simili ingerenze: a questo impegno piuttosto negativo possono aggiungersi obblighi positivi inerenti a un rispetto effettivo della vita privata o famigliare. Tali obblighi possono implicare l’adozione di misure volte al rispetto della vita familiare, incluse le relazioni reciproche fra individui, tra cui la predisposizione di strumenti giuridici adeguati e sufficienti ad assicurare i legittimi diritti degli interessati, nonché il rispetto delle decisioni giudiziarie ovvero di misure specifiche appropriate (si veda, mutatis mutandis, Zawadka c. Polonia, n.48542/99, § 53, 23 giugno 2005). Tali strumenti giuridici devono permettere allo Stato di adottare misure idonee a riunire genitore e figlio, anche in presenza di conflitti fra i genitori (si vedano, mutatis mutandis, Ignaccolo-Zenide c. Romania, n. 31679/96, § 108, CEDU 2000 I, Sylvester c. Austria, nn. 36812/97 e 40104/98, § 68, 24 aprile 2003, Zav°el c. Repubblica ceca, n. 14044/05, § 47, 18 gennaio 2007, e Mihailova c. Bulgaria, n. 35978/02, § 80, 12 gennaio 2006). Peraltro gli obblighi positivi non implicano solo che si vigili affinché il minore possa raggiungere il genitore o mantenere un contatto con lui, bensì comprendono anche tutte le misure propedeutiche che consentono di giungere a tale risultato (si vedano, mutatis mutandis, Kosmopoulou c. Grecia, n. 60457/00, § 45, 5 febbraio 2004, Amanalachioai c. Romania, n. 4023/04, § 95, 26 maggio 2009, Ignaccolo-Zenide, sopra citata, §§ 105 e 112, e Sylvester, sopra citata, § 70). Per essere adeguate, le misure volte a riunire genitore e figlio devono essere attuate rapidamente, in quanto il trascorrere del tempo può avere conseguenze irrimediabili per le relazioni tra il minore e il genitore che non vive con lui (si vedano, mutatis mutandis, Ignaccolo-Zenide, sopra citata, § 102, Maire c. Portogallo, n. 48206/99, § 74, CEDU 2003 VII, Pini e altri c. Romania, nn. 78028/01 e 78030/01, § 175, CEDU 2004 V (estratti), Bianchi c. Svizzera, n. 7548/04, § 85, 22 giugno 2006, e Mincheva c. Bulgaria, n. 21558/03, § 84, 2 settembre 2010). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Europea dei Diritti dell'Uomo 15 settembre 2016.




Morte del coniuge in pendenza del termine per il passaggio in giudicato della sentenza parziale di divorzio - Effetti

Legittimazione del coniuge superstite a proporre appello per far dichiarare la cessazione della materia del contendere anche se in primo grado i coniugi hanno assunto conclusioni conformi


Il coniuge, anche se ha assunto in sede di giudizio di primo grado conclusioni conformi in punto pronuncia sentenza parziale di divorzio, è legittimato a proporre appello al fine di far dichiarare la nullità della sentenza parziale di divorzio per cessazione della materia del contendere in conseguenza della sopravvenuta morte del coniuge nelle more del termine per il passaggio in giudicato, avendo diritto, in un contesto successorio, di essere riconosciuto coniuge superstite anziché divorziato. (Paolo Gallinatti) (riproduzione riservata) Appello Torino 16 agosto 2016.




Morte del coniuge in pendenza del termine per il passaggio in giudicato della sentenza parziale di divorzio - Effetti

Legittimazione del coniuge superstite a proporre appello per far dichiarare la cessazione della materia del contendere anche se in primo grado i coniugi hanno assunto conclusioni conformi


Il coniuge, anche se ha assunto in sede di giudizio di primo grado conclusioni conformi in punto pronuncia sentenza parziale di divorzio, è legittimato a proporre appello al fine di far dichiarare la nullità della sentenza parziale di divorzio per cessazione della materia del contendere in conseguenza della sopravvenuta morte del coniuge nelle more del termine per il passaggio in giudicato, avendo diritto, in un contesto successorio, di essere riconosciuto coniuge superstite anziché divorziato. (Paolo Gallinatti) (riproduzione riservata) Appello Torino 16 agosto 2016.




Pensione di reversibilità – Ripartizione tra coniuge superstite ed ex coniuge – Criteri

Pensione di reversibilità – Ripartizione tra coniuge superstite ed ex coniuge – Soggetto tenuto alla corresponsione degli arretrati – Ente previdenziale – Facoltà di recupero dal coniuge superstite


La ripartizione del trattamento di reversibilità non può ridursi ad un mero calcolo matematico i cui addendi siano costituiti dalla durata dei rispettivi matrimoni delle due parti, ma deve tener conto di ulteriori criteri di valutazione, quali la durata della convivenza prematrimoniale del solo coniuge superstite, stante la parificazione ormai consolidata che assimila la convivenza more uxorio al rapporto matrimoniale, mentre del tutto neutrale è l’eventuale convivenza che abbia preceduto il primo matrimonio, la misura dell’assegno attribuito al coniuge divorziato che non abbia contratto nuovo matrimonio, le complessive condizioni economiche degli aventi diritto, l’età raggiunta e ogni altro elemento utile in relazione alle particolarità del caso concreto. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)

Nel caso in cui il coniuge superstite, dal decesso del coniuge titolare della pensione, abbia percepito integralmente la pensione di reversibilità in parte dovuta anche al coniuge divorziato, spetta all’ente previdenziale l’obbligo di corrispondere al coniuge divorziato gli arretrati, salva la facoltà per l’ente previdenziale di recuperare dal coniuge superstite le somme versate in eccesso. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 03 agosto 2016.




Pensione di reversibilità – Ripartizione tra coniuge superstite ed ex coniuge – Criteri

Pensione di reversibilità – Ripartizione tra coniuge superstite ed ex coniuge – Soggetto tenuto alla corresponsione degli arretrati – Ente previdenziale – Facoltà di recupero dal coniuge superstite


La ripartizione del trattamento di reversibilità non può ridursi ad un mero calcolo matematico i cui addendi siano costituiti dalla durata dei rispettivi matrimoni delle due parti, ma deve tener conto di ulteriori criteri di valutazione, quali la durata della convivenza prematrimoniale del solo coniuge superstite, stante la parificazione ormai consolidata che assimila la convivenza more uxorio al rapporto matrimoniale, mentre del tutto neutrale è l’eventuale convivenza che abbia preceduto il primo matrimonio, la misura dell’assegno attribuito al coniuge divorziato che non abbia contratto nuovo matrimonio, le complessive condizioni economiche degli aventi diritto, l’età raggiunta e ogni altro elemento utile in relazione alle particolarità del caso concreto. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)

Nel caso in cui il coniuge superstite, dal decesso del coniuge titolare della pensione, abbia percepito integralmente la pensione di reversibilità in parte dovuta anche al coniuge divorziato, spetta all’ente previdenziale l’obbligo di corrispondere al coniuge divorziato gli arretrati, salva la facoltà per l’ente previdenziale di recuperare dal coniuge superstite le somme versate in eccesso. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 03 agosto 2016.




Famiglia disgregata – Affidamento condiviso – Difficoltà insuperabili dei genitori nell’adottare scelte nell’interesse dei figli – Inserimento di un coordinatore genitoriale – Sussiste

L’inserimento della figura di un coordinatore genitoriale risponde all’esigenza di individuare un terzo nella famiglia disgregata che possa svolgere un ruolo vicario e di supporto dei genitori sia nella gestione della genitorialità condivisa sia nella individuazioni di soluzioni che, in attuazione del quadro genitoriale configurato dagli accordi o dal tribunale, possa coadiuvare aggiustamenti nelle tempistiche di frequentazione della minore con il genitore non collocatario, oltre che nella attuazione delle scelte, sia di carattere medico sia di carattere scolastico ed educativo- che i genitori dovranno in futuro assumere. Il coordinatore genitoriale, figura nuova nel panorama giuridico italiano ma ben nota in altri ordinamenti (popolare negli USA e species del più ampio genus di ADR - Alternative Dispute Resolution) - è soggetto qualificato, cui viene dunque demandato il compito di prevenire il ricorso a provvedimenti giudiziali in punto di responsabilità genitoriale. È una figura che viene individuata con lo specifico compito di facilitare la risoluzione delle dispute tra genitori altamente conflittuali e con lo scopo di ridurre l’eccessivo ricorso ad azioni giudiziarie. Il coordinatore genitoriale non ha poteri processuali poiché suo scopo è quello di risolvere il conflitto al di fuori del processo: in altri termini a ridurre al massimo il conflitto stesso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 29 luglio 2016.




Famiglia disgregata – Affidamento condiviso – Difficoltà insuperabili dei genitori nell’adottare scelte nell’interesse dei figli – Inserimento di un coordinatore genitoriale – Sussiste

L’inserimento della figura di un coordinatore genitoriale risponde all’esigenza di individuare un terzo nella famiglia disgregata che possa svolgere un ruolo vicario e di supporto dei genitori sia nella gestione della genitorialità condivisa sia nella individuazioni di soluzioni che, in attuazione del quadro genitoriale configurato dagli accordi o dal tribunale, possa coadiuvare aggiustamenti nelle tempistiche di frequentazione della minore con il genitore non collocatario, oltre che nella attuazione delle scelte, sia di carattere medico sia di carattere scolastico ed educativo- che i genitori dovranno in futuro assumere. Il coordinatore genitoriale, figura nuova nel panorama giuridico italiano ma ben nota in altri ordinamenti (popolare negli USA e species del più ampio genus di ADR - Alternative Dispute Resolution) - è soggetto qualificato, cui viene dunque demandato il compito di prevenire il ricorso a provvedimenti giudiziali in punto di responsabilità genitoriale. È una figura che viene individuata con lo specifico compito di facilitare la risoluzione delle dispute tra genitori altamente conflittuali e con lo scopo di ridurre l’eccessivo ricorso ad azioni giudiziarie. Il coordinatore genitoriale non ha poteri processuali poiché suo scopo è quello di risolvere il conflitto al di fuori del processo: in altri termini a ridurre al massimo il conflitto stesso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 29 luglio 2016.




Filiazione – Minore nato a seguito di maternità surrogata, perfezionata all’estero – Impugnazione per difetto di veridicità – Interesse del minore a conservare lo status di figlio – Rilevanza – Sussiste – Interpretazione dell’art. 263 c.c. – Questione di legittimità costituzionale

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 263 cod. civ., nella parte in cui non prevede che l'impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità del figlio minorenne possa essere accolta solo quando sia ritenuta dal giudice rispondente all'interesse del minore stesso, in riferimento agli artt. 2, 3, 30 e 31 della Costituzione, e in riferimento all’articolo 117, comma 1, della Costituzione in relazione all’art. 8 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, firmata a Roma il 04.11.1950 e resa esecutiva con legge 04.08.1955, n.848. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 25 luglio 2016.




Diritto alla continuità affettiva – Obbligo del giudice di sentire gli affidatari del minore – Omesso ascolto – Nullità della sentenza – Legittimazione degli affidatari a impugnare la sentenza – Esclusione

In virtù dell’art. 5 legge 184 del 1983, come modificato dalla legge 173 del 2015, la famiglia collocataria del minore deve essere convocata, a pena di nullità, nel procedimento di adottabilità relativa al medesimo. Si tratta di norma processuale applicabile ai processi pendenti. La nuova formulazione della disposizione, in assenza di altre modifiche di coordinamento, non attribuisce agli affidatari la qualità di “parti” del processo e, pertanto, non di legittima a impugnare in appello la sentenza. La nullità può dunque, semmai, esser fatta valere dal P.M. o dal curatore del minore, soggetti ai quali gli affidatari possono rivolgersi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Milano 19 luglio 2016.




Processo civile – Azione cautelare possessoria – Esperita dal coniuge assegnatario della casa coniugale contro il coniuge spogliante – Ammissibilità – Reclamo da parte del terzo proprietario dell’immobile – Inammissibilità

Il principio stabilito da Cass. 21/3/2013, n.7241, secondo il quale “la convivenza more uxorio determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Ne consegue che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio”, deve essere a maggior ragione applicato fra coniugi, rispetto a ciascuno dei quali – pur se non proprietario – può sicuramente ricostruirsi una posizione di compossesso del bene.
Venuta meno la vita coniugale con la separazione, se vi sono figli minori o non autosufficienti, in mancanza di accordo è il giudice della separazione, pur non innovando il titolo di godimento o i diritti reali delle parti, a concentrare la situazione possessoria in capo al coniuge in favore del quale venga disposta l’assegnazione della casa familiare.
In questa sede non è opponibile al possessore il vieto brocardo feci, sed jure feci. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Ravenna 13 luglio 2016.




Processo civile – Azione cautelare possessoria – Esperita dal coniuge assegnatario della casa coniugale contro il coniuge spogliante – Ammissibilità – Reclamo da parte del terzo proprietario dell’immobile – Inammissibilità

Il principio stabilito da Cass. 21/3/2013, n.7241, secondo il quale “la convivenza more uxorio determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Ne consegue che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio”, deve essere a maggior ragione applicato fra coniugi, rispetto a ciascuno dei quali – pur se non proprietario – può sicuramente ricostruirsi una posizione di compossesso del bene.
Venuta meno la vita coniugale con la separazione, se vi sono figli minori o non autosufficienti, in mancanza di accordo è il giudice della separazione, pur non innovando il titolo di godimento o i diritti reali delle parti, a concentrare la situazione possessoria in capo al coniuge in favore del quale venga disposta l’assegnazione della casa familiare.
In questa sede non è opponibile al possessore il vieto brocardo feci, sed jure feci. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Ravenna 13 luglio 2016.




Giudizio di separazione – Ricorso – Nullità della notificazione – Effetti – Regressione del processo alla fase presidenziale – Esclusione

Termini ex art. 183 c.p.c. – Decorrenza – Dies a quo – Differimento – Sussiste


Alla nullità della notifica del ricorso per separazione giudiziale non consegue la regressione del procedimento alla fase presidenziale, non essendo tale rimedio previsto dall’ordinamento, bensì la revoca degli eventuali provvedimenti provvisori dati dal Presidente, attesa l’incidenza su di essi del vizio di notifica e della mancata costituzione della parte convenuta, ed il dovere del Giudice Istruttore, nell’ambito del suo generale potere di modifica e integrazione dei provvedimenti presidenziali ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 709 c.p.c., di dare i provvedimenti temporanei e urgenti nell’interesse dei coniugi e della prole, ferme restando tuttavia le determinazioni di impulso processuale contenute nell’ordinanza presidenziale in relazione al passaggio alla fase istruttoria, determinazioni che non vengono travolte dalla nullità della notifica del ricorso ai sensi dell’art. 159 c.p.c. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La decorrenza dei termini ex art. 183 comma VI c.p.c. può essere differita a data diversa da quella dell’udienza o della notifica del provvedimento pronunciato a seguito di riserva ex art. 186 c.p.c. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 08 luglio 2016.




Ricorso per modifica di provvedimento TM/CA – Conferma di affidamento condiviso – Conflittualità tra i genitori – Verificata disponibilità delle parti di affidarsi al professionista coordinatore genitoriale – Nomina del coordinatore genitoriale convenuto dalle parti – Incarico dei genitori a professionista terzo, ADR – Attuazione del progetto di genitorialità condivisa – Compiti, durata e ripartizione tra i genitori dei costi del coordinatore genitoriale

Nel caso di perdurante conflitto genitoriale, in specie decidendo in parziale modifica del provvedimento del Tribunale per i Minorenni/Corte d’Appello risalenti agli anni 2012/2013 e confermando l’affido condiviso, il Tribunale può invitare le parti, il CTU e i CTP 'a verificare la possibilità di ricorrere alla figura del “coordinatore genitoriale” comprendendo la funzione e ritenendo che tale figura sia quella, nel caso di specie, maggiormente idonea ad aiutare i genitori nell’attuazione del progetto di genitorialità condivisa, a mantenere basso -se non a evitare- il livello del conflitto, a trovare con l’aiuto di un terzo soluzioni avuto riguardo alle scelte fondamentali della vita della minore (quali ad esempio quelle sanitarie, quelle scolastiche, quelle connesse alla opportunità/inopportunità di apportare modifiche e deroghe al calendario di frequentazioni della minore che potrebbero non essere in grado di gestire in autonomia'. Il Tribunale può prendere atto che 'le parti, il CTU e i CTP hanno convenuto in merito alla necessità di provvedere l’inserimento della figura di un coordinatore genitoriale che possa svolgere un ruolo vicario e di supporto di questi genitori sia nella gestione della genitorialità condivisa' sia nella individuazione di soluzioni 'in attuazione del quadro genitoriale configurato dalla CTU'.
Il Tribunale può altresì prendere atto 'della disponibilità delle parti di affidarsi all’indicato professionista che', nel caso di specie 'viene nominato come coordinatore genitoriale. Il coordinatore genitoriale, figura nuova nel panorama giuridico italiano ma ben nota in altri ordinamenti -popolare negli USA e species del più ampio genus  di ADR (Alternative Dispute Resolution)- è soggetto qualificato, cui viene demandato il compito di prevenire il ricorso a provvedimenti giudiziari in punto di responsabilità genitoriale. E’ una figura che viene individuata con lo specifico compito di facilitare la risoluzione delle dispute tra genitori altamente conflittuali e con lo scopo di ridurre l’eccessivo ricorso ad azioni giudiziarie. Il coordinatore genitoriale non ha poteri processuali poiché suo scopo è quello di risolvere il conflitto al di fuori del processo: in altri termini di ridurre al massimo il conflitto stesso'. Nella 'consapevolezza che le buone competenze genitoriali e la capacità di entrambi' i genitori 'di comprendere il ruolo cruciale che una buona relazione tra i medesimi potrà ricoprire allo scopo di evitare nella figlia minore il rischio evolutivo a cui potrebbe, in caso contrario, essere prognosticamene esposta'.
Infine il Tribunale può indicare gli specifici compiti del coordinatore genitoriale, con riferimento alla linea guida VI della coordinazione genitoriale, la durata dell’intervento e la misura del riparto tra i genitori del relativo costo.

Nota: L’intervento di coordinazione genitoriale è un’importante innovazione nel trattamento dell’alta conflittualità genitoriale, per definizione è centrato sul minore, ovvero la sua primaria finalità è di proteggere i minori coinvolti nel conflitto genitoriale. L’evoluzione della coordinazione genitoriale deve molto alla mediazione familiare e la storia milanese della mediazione familiare deve molto all’opera di Irene Bernardini (06 09 1953 - 21 07 2016): il progresso di oggi ne custodisca il ricordo. (Claudia Piccinelli) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 07 luglio 2016.




Rapporti tra coniugi – Diritti inalienabili della persona – Violazione – Illiceità – Sussiste – Violenza contro la donna – Ragioni culturali – Scriminante – Esclusione

In materia di comportamenti illeciti consumati in ambito domestico, anche un solo schiaffo rivolto dal marito alla moglie costituisce un atto di violenza, non potendo l’Ordinamento consentire mai e in nessuna misura che la dignità della donna venga ad essere calpestata dall’arbitrio altrui, non essendo il matrimonio il luogo in cui i diritti inalienabili della persona possano essere sottomessi in ragione di logiche culturali o sociali; ciò va chiarito al fine di escludere che una determinata consuetudine o determinati costumi culturali possano condurre ad accettare delle pratiche violente al fine di rispettare l’altrui patrimonio culturale o sociale; infatti, la Costituzione italiana funge da “filtro” rispetto alle abitudini culturali che vogliano far ingresso nel Paese, nel senso di non tollerare e soprattutto ammettere quelle che violino i diritti fondamentali, come tutelati a livello costituzionale. L’integrazione culturale presuppone l’esaltazione dei diritti e non la loro rinuncia. Per tali ragioni, il fattore culturale non ha alcuna valenza scriminante. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 30 giugno 2016.




Art. 709-ter c.p.c. – Violazioni di contenuto economico – Applicabilità – Eslcusione

L’istituto rimediale tipizzato nell’art. 709-ter c.p.c. è espressamente modellato attorno «all’esercizio della responsabilità genitoriale» e «alle modalità dell’affidamento è competente il giudice». Osta all’ampliamento della tutela in esame, la natura giuridica dell’istituto: l’art. 709-ter c.p.c., infatti, va inscritto nell’ambito dei “rimedi risarcitori con funzione non riparatoria, ma sostanzialmente sanzionatoria”; in particolare, in virtù del referente normativo in parola, il giudice ha il potere di emettere pronunce di condanna al risarcimento dei danni, la cui natura assume sembianze punitive. Trattandosi di una «sanzione sostanziale» non ne è consentita l’applicazione oltre i casi previsti dalla Legge, in virtù del principio inderogabile di legalità e tipicità delle sanzioni. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 18 giugno 2016.




Nascituro concepito fuori da matrimonio – Morte del presunto padre e cremazione del corpo – Azione della madre per accedere a materiale biologico del presunto padre al fine di effettuare il test del D.N.A. in vista della futura azione di accertamento della paternità – Ammissibilità – Sussiste

Convivenze di fatto – Elemento costitutivo – Dichiarazione anagrafica – Esclusione


E’ ammissibile l’azione cautelare, promossa dalla madre del nascituro, concepito fuori dal matrimonio, dopo la morte del padre, per accedere a materiale biologico del medesimo al fine di conservare elementi di prova da spendere nel futuro giudizio di paternità, da instaurare ex art. 269 c.c.; l’azione può in particolare essere promossa dove il corpo del presunto padre non possa essere oggetto di esumazione, attesa la intervenuta cremazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Avendo la convivenza natura “fattuale”, e, cioè, traducendosi in una formazione sociale non esternata dai partners a mezzo di un vincolo civile formale, la dichiarazione anagrafica è strumento privilegiato di prova e non anche elemento costitutivo e ciò si ricava, oggi, dall’art. 1 comma 36 della Legge 76 del 2016, in materia di “regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. La definizione normativa che il Legislatore ha introdotto per i conviventi è scevra da ogni riferimento ad adempimenti formali: “si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile”. In altri termini, il convivere è un “fatto” giuridicamente rilevante da cui discendono effetti giuridici ora oggetto di regolamentazione normativa. Tant’è che la dichiarazione anagrafica è richiesta dalla legge 76 del 2016 «per l’accertamento della stabile convivenza», quanto a dire per la verifica di uno dei requisiti costitutivi ma non anche per appurarne l’effettiva esistenza fattuale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 31 maggio 2016.




Nascituro concepito fuori da matrimonio – Morte del presunto padre e cremazione del corpo – Azione della madre per accedere a materiale biologico del presunto padre al fine di effettuare il test del D.N.A. in vista della futura azione di accertamento della paternità – Ammissibilità – Sussiste

Convivenze di fatto – Elemento costitutivo – Dichiarazione anagrafica – Esclusione


E’ ammissibile l’azione cautelare, promossa dalla madre del nascituro, concepito fuori dal matrimonio, dopo la morte del padre, per accedere a materiale biologico del medesimo al fine di conservare elementi di prova da spendere nel futuro giudizio di paternità, da instaurare ex art. 269 c.c.; l’azione può in particolare essere promossa dove il corpo del presunto padre non possa essere oggetto di esumazione, attesa la intervenuta cremazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Avendo la convivenza natura “fattuale”, e, cioè, traducendosi in una formazione sociale non esternata dai partners a mezzo di un vincolo civile formale, la dichiarazione anagrafica è strumento privilegiato di prova e non anche elemento costitutivo e ciò si ricava, oggi, dall’art. 1 comma 36 della Legge 76 del 2016, in materia di “regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. La definizione normativa che il Legislatore ha introdotto per i conviventi è scevra da ogni riferimento ad adempimenti formali: “si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile”. In altri termini, il convivere è un “fatto” giuridicamente rilevante da cui discendono effetti giuridici ora oggetto di regolamentazione normativa. Tant’è che la dichiarazione anagrafica è richiesta dalla legge 76 del 2016 «per l’accertamento della stabile convivenza», quanto a dire per la verifica di uno dei requisiti costitutivi ma non anche per appurarne l’effettiva esistenza fattuale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 31 maggio 2016.




Azione di stato – Domanda giudiziale per l’autorizzazione a riconoscere il figlio nato fuori da matrimonio

In materia di riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio, non sussiste la giurisdizione del giudice italiano ove, seppur il presunto padre sia italiano con residenza in Italia, la madre resistente sia cittadina di altro Stato UE residente in suddetto Stato e il minore, nato in altro Stato UE, sia ivi residente e cittadino di detto Paese. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 16 maggio 2016.





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