La stanza del Canella

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La Stanza del Canella

La novità più sorprendente è rappresentata dalla terza sala dove si rivela una nuova mano, più sensibile al paesaggio e attenta al reale.

L’ambiente è dedicato alla rappresentazione della villa dei Guerrieri di Volta Mantovana, che era il luogo di delizie del proprietario. Infatti un angelo nella volta ostende un cartiglio con il verso di Virgilio: "Deus nobis haec otia dedit" (Bucoliche, V, 6).

Si richiama direttamente al soffitto della camera del Sole nel Palazzo Te la volta, scompartita in losanghe azzurre con figurine bianche in stucco.

Nelle pareti si rivela un nuovo, più attuale intervento, del tutto svincolato dall’immaginario classicistico.

In cinque riquadri, presentati come scene teatrali con eleganti sipari e ghirlande di fiori, emerge una singolare sensibilità al paesaggio.

Vi si riconosce l’intervento del veronese Giuseppe Canella (1788-1847) che diventerà grande paesaggista nel corso dell’Ottocento. Presso le Raccolte d’Arte del Museo del Castello Sforzesco di Milano è conservata una breve biografia manoscritta del Canella. Il pittore afferma che abbandona Verona attorno al 1810 e lavora per Mantova e Venezia sulle orme del padre Giovanni, pittore prospettico e quadraturista.

Un segno dell’opera mantovana del Canella è stato riconosciuto in un complesso di tempere di palazzo Massarani, confrontabili con le scene della dimora di Tullo Guerrieri.

Rivelatore della cultura del Canella è il paesaggio con il fluire del Mincio: i vasi con fiori e il tripode fumigante documentano la conoscenza della tradizione di paesaggio francese. Come è stato indicato, il Canella si riallaccia al vedutismo veneto settecentesco, in particolare al Bellotto, richiamato per la vivida percezione della realtà.

Il profilo di Volta Mantovana è nitido nella scena con il borgo visto da lontano. Si distinguono la chiesa parrocchiale, il convento delle monache e l’edificio della villa. In altri riquadri la villa si avvicina e si dispiega nell’amenità del sito con i bellissimi verzieri. In primo piano statue allegoriche e trofei di frutta ritmano la scena.

Sorprendente è il riscontro con i documenti d’archivio e i rilievi catastali. Già nel 1659 compare in un inventario la descrizione del giardino. Vi è una grande profusione di elementi architettonici: una fontana costituita da varie vasche, pergolati, un poggio, statue di dee e personaggi. Le aiuole erano recintate da siepi di bosso, disposte a formare parterres con fiori.

In un inventario del 1732 vengono citate piante di agrumi. Dal più completo inventario del 1766 si desume che il giardino ha mutato il suo aspetto: i dislivelli naturali del terreno sono sfruttati in soluzioni originali. Aumentano i poggi da cui si può ammirare il panorama. I viali rettilinei e simmetrici, fiancheggiati da statue, si incontrano ortogonalmente con nuovi effetti prospettici.

Varia è la qualità delle piante: non solo aranci e limoni, ma anche fichi.

L’adesione alla realtà da parte del Canella è lucida e razionale: pausati gli spazi, calibrati i volumi, ariose le quinte arboree.

Insomma l’appartamento -sia per la splendida decorazione conservata, sia per la prestigiosa collocazione urbanistica, sia infine per le altre pagine d’arte conservate nel palazzo- si impone all’attenzione come un bene da scoprire, salvaguardare, far rivivere.

 

Chiara Tellini Perina*

* Titolare di Storia dell’arte presso la Scuola
di Paleografia e Filologia Musicale
Università degli Studi di Pavia.

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