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  Crisi d'Impresa e Insolvenza

 

Come inviare la giurisprudenza

ISSN 2282-1317  

  

     Rivista trimestrale di diritto delle procedure di risanamento dell'impresa e del fallimento

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Responsabilità oggettiva della struttura sanitaria quale 'impresa'

Responsabilità professionale sanitaria – Responsabilità dell’Azienda da rischio d’impresa – Natura e definizione – Applicazione dell’art. 1218 c.c.

L’ art. 1228 c.c., fonda l'imputazione al debitore degli illeciti commessi dai suoi ausiliari sulla base della libertà del titolare dell'obbligazione di decidere come provvedere all'adempimento, accettando il rischio connesso alle modalità prescelte, secondo la struttura di responsabilità da rischio d'impresa ("cuius commoda eius et incommoda") ovvero, secondo la responsabilità organizzativa nell'esecuzione di prestazioni complesse.
L'attività della struttura sanitaria deve conformarsi a criteri di organizzazione e gestione distinti da quelli che governano la condotta del singolo medico, da ciò discende la particolare responsabilità dell'Azienda a causa dell'adozione di uno stringente "standard" operativo, per cui la stessa si modella secondo criteri di natura oggettiva (ex multis Cass. civ. Sez. III, 11 novembre 2019, n. 28987). Il singolo sanitario, infatti, opera sempre nel contesto dei servizi resi dalla struttura presso cui svolge l'attività, che sia stabile o saltuaria, per cui la sua condotta negligente non può essere "isolata" dal complesso delle scelte organizzative, di politica sanitaria e di razionalizzazione dei propri servizi operate dalla struttura, di cui il medico stesso è parte integrante. Pertanto la responsabilità di chi si avvale dell'esplicazione dell'attività del terzo per l'adempimento della propria obbligazione contrattuale trova radice, non già in una colpa "in eligendo" degli ausiliari o "in vigilando" circa il loro operato, ma nel rischio connaturato all'utilizzazione dei terzi nell'adempimento dell'obbligazione (Cass., 27/03/2015, n. 6243), realizzandosi, e non potendo obliterarsi, l'avvalimento dell'attività altrui per l'adempimento della propria obbligazione, comportante l'assunzione del rischio per i danni che al creditore ne derivino (cfr. Cass., 06/06/ 2014, n. 12833). (Olga Tanza) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 06 luglio 2020, n.13869.




Omesso versamento della cauzione, atti di frode, partecipazione del professionista e prededuzione

Concordato preventivo – Attività del professionista che assiste il debitore – Fallimento – Prededuzione – Valutazione della funzionalità ex ante delle prestazioni rese dal professionista – Successivi inadempimenti – Mancato deposito della cauzione – Irrilevanza – Atti di frode – Insussistenza – Partecipatio fraudis del professionista – Necessità

La funzionalità ex ante delle prestazioni rese dal professionista al debitore che presenti una domanda di concordato preventivo non può restare inficiata da successivi inadempimenti del debitore che conducano - come appunto in caso di mancato deposito delle somme "pro expensis" ex art. 163, co. 2 n. 4) legge fall. - alla revoca dell'ammissione al concordato preventivo, a meno che la condotta del debitore integri atti di frode, e ad essi abbia partecipato (o almeno di essi sia stato pienamente consapevole) il professionista.

Affinché il mancato versamento della somma necessaria per le spese di procedura possa essere equiparato al compimento di atti di frode e la conseguente revoca dell'ammissione al concordato possa travolgere anche la prededucibilità del credito del professionista, occorre che sia inequivocabilmente accertata la "partecipatio fraudis" di quest'ultimo all'atto fraudolento del debitore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 02 luglio 2020, n.13596.




Omesso versamento della cauzione, atti di frode, partecipazione del professionista e prededuzione

Concordato preventivo – Attività del professionista che assiste il debitore – Fallimento – Prededuzione – Valutazione della funzionalità ex ante delle prestazioni rese dal professionista – Successivi inadempimenti – Mancato deposito della cauzione – Irrilevanza – Atti di frode – Insussistenza – Partecipatio fraudis del professionista – Necessità

La funzionalità ex ante delle prestazioni rese dal professionista al debitore che presenti una domanda di concordato preventivo non può restare inficiata da successivi inadempimenti del debitore che conducano - come appunto in caso di mancato deposito delle somme "pro expensis" ex art. 163, co. 2 n. 4) legge fall. - alla revoca dell'ammissione al concordato preventivo, a meno che la condotta del debitore integri atti di frode, e ad essi abbia partecipato (o almeno di essi sia stato pienamente consapevole) il professionista.

Affinché il mancato versamento della somma necessaria per le spese di procedura possa essere equiparato al compimento di atti di frode e la conseguente revoca dell'ammissione al concordato possa travolgere anche la prededucibilità del credito del professionista, occorre che sia inequivocabilmente accertata la "partecipatio fraudis" di quest'ultimo all'atto fraudolento del debitore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 02 luglio 2020, n.13596.




Omesso versamento della cauzione, atti di frode, partecipazione del professionista e prededuzione

Concordato preventivo – Attività del professionista che assiste il debitore – Fallimento – Prededuzione – Valutazione della funzionalità ex ante delle prestazioni rese dal professionista – Successivi inadempimenti – Mancato deposito della cauzione – Irrilevanza – Atti di frode – Insussistenza – Partecipatio fraudis del professionista – Necessità

La funzionalità ex ante delle prestazioni rese dal professionista al debitore che presenti una domanda di concordato preventivo non può restare inficiata da successivi inadempimenti del debitore che conducano - come appunto in caso di mancato deposito delle somme "pro expensis" ex art. 163, co. 2 n. 4) legge fall. - alla revoca dell'ammissione al concordato preventivo, a meno che la condotta del debitore integri atti di frode, e ad essi abbia partecipato (o almeno di essi sia stato pienamente consapevole) il professionista.

Affinché il mancato versamento della somma necessaria per le spese di procedura possa essere equiparato al compimento di atti di frode e la conseguente revoca dell'ammissione al concordato possa travolgere anche la prededucibilità del credito del professionista, occorre che sia inequivocabilmente accertata la "partecipatio fraudis" di quest'ultimo all'atto fraudolento del debitore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 02 luglio 2020, n.13596.




Concordato preventivo e compensazione tra crediti tributari

Concordato preventivo - Richiesta di rimborso di credito IVA formatosi durante lo svolgimento della procedura concorsuale - Opponibilità in compensazione, da parte dell’Ufficio, di crediti sorti successivamente all’apertura della procedura - Ammissibilità - Inopponibilità in compensazione di crediti formatisi antecedentemente - Fondamento

In materia di concordato preventivo, ove l'imprenditore concordante o i suoi aventi causa chiedano il rimborso di un credito IVA formatosi durante lo svolgimento della procedura concorsuale, l'amministrazione finanziaria può opporre in compensazione crediti che siano sorti successivamente all'apertura della procedura medesima, mentre - al contrario - non può opporre in compensazione crediti formatisi in epoca precedente l'apertura della procedura, stante il principio richiamato dagli artt. 56 e 169 l. fall., applicabile anche ai crediti erariali. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 02 luglio 2020, n.13467.




Il solo esame obiettivo non può accertare di per sé l’insussistenza di postumi invalidanti permanenti

Risarcimento danni – Micropermanente – Insussistenza di postumi invalidanti permanenti sulla base del solo esame obiettivo – Esclusione

In tema di risarcimento del danno da cd. micropermanente, la disposizione contenuta nel D.L. n. 1 del 2012, art. 32, comma 3 ter, conv., con modif., dalla L. n. 27 del 2012, costituisce non già una norma di tipo precettivo, ma una "norma in senso lato", a cui può esser data un’interpretazione compatibile con l’art. 32 Cost., dovendo essa esser intesa nel senso che l’accertamento del danno alla persona deve essere condotto secondo una rigorosa criteriologia medico-legale, nel cui ambito, tuttavia, non sono precluse fonti di prova diverse dai referti di esami strumentali, i quali non sono l’unico mezzo utilizzabile ma si pongono in una posizione di fungibilità ed alternatività rispetto all’esame obiettivo (criterio visivo) e all’esame clinico.

Il solo esame obiettivo, pertanto, non può comportare, di per sé, l’insussistenza di postumi invalidanti permanenti, in contrasto con quanto affermato dalla stessa CTU e con la documentata situazione di lesione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 01 luglio 2020, n.13292.




Azione revocatoria nei confronti del fallimento dell'acquirente, insinuazione al passivo e valutazione della pregiudiziale costitutiva

Azione revocatoria – In genere – Natura – Oggetto – Reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori – Rilevanza del bene oggetto dell’atto revocato – Finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale – Esclusione – Azione proposta nei confronti del fallimento dell'acquirente – Insinuazione al passivo – Rimessa al giudice delegato la delibazione della pregiudiziale costitutiva

Oggetto della domanda di revocatoria (ordinaria o fallimentare) non è il bene in sè, ma la reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori mediante l'assoggettabilità del bene a esecuzione;
Il bene dismesso con l'atto revocando viene in considerazione, rispetto all'interesse dei creditori dell'alienante, soltanto per il suo valore.
Ove l'azione costitutiva non sia stata dai creditori dell'alienante introdotta prima del fallimento dell'acquirente del bene che ne costituisce oggetto, essa stante l'intangibilità dell'asse fallimentare in base a titoli formati dopo il fallimento (cd. cristallizzazione) - non può essere esperita con la finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale, poichè giustappunto si tratta di un'azione costitutiva che modifica ex post una situazione giuridica preesistente.
In questo caso i creditori dell'alienante (e per essi il curatore fallimentare ove l'alienante sia fallito) restano tutelati nella garanzia patrimoniale generica dalle regole del concorso, nel senso che possono insinuarsi al passivo del fallimento dell'acquirente per il valore del bene oggetto dell'atto di disposizione astrattamente revocabile, demandando al giudice delegato di quel fallimento anche la delibazione della pregiudiziale costitutiva. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 24 giugno 2020, n.12476.




Azione revocatoria nei confronti del fallimento dell'acquirente, insinuazione al passivo e valutazione della pregiudiziale costitutiva

Azione revocatoria – In genere – Natura – Oggetto – Reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori – Rilevanza del bene oggetto dell’atto revocato – Finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale – Esclusione – Azione proposta nei confronti del fallimento dell'acquirente – Insinuazione al passivo – Rimessa al giudice delegato la delibazione della pregiudiziale costitutiva

Oggetto della domanda di revocatoria (ordinaria o fallimentare) non è il bene in sè, ma la reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori mediante l'assoggettabilità del bene a esecuzione;
Il bene dismesso con l'atto revocando viene in considerazione, rispetto all'interesse dei creditori dell'alienante, soltanto per il suo valore.
Ove l'azione costitutiva non sia stata dai creditori dell'alienante introdotta prima del fallimento dell'acquirente del bene che ne costituisce oggetto, essa stante l'intangibilità dell'asse fallimentare in base a titoli formati dopo il fallimento (cd. cristallizzazione) - non può essere esperita con la finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale, poichè giustappunto si tratta di un'azione costitutiva che modifica ex post una situazione giuridica preesistente.
In questo caso i creditori dell'alienante (e per essi il curatore fallimentare ove l'alienante sia fallito) restano tutelati nella garanzia patrimoniale generica dalle regole del concorso, nel senso che possono insinuarsi al passivo del fallimento dell'acquirente per il valore del bene oggetto dell'atto di disposizione astrattamente revocabile, demandando al giudice delegato di quel fallimento anche la delibazione della pregiudiziale costitutiva. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 24 giugno 2020, n.12476.




Autorizzazione a stare in giudizio per il fallimento concessa nel corso del giudizio

Fallimento - Autorizzazione a stare in giudizio per il fallimento - Concessione nel corso del giudizio - Ammissibilità - Limiti

La mancanza di autorizzazione del giudice delegato al curatore perché intraprenda un giudizio, concernendo un'attività svolta nell'esclusivo interesse del fallimento procedente, è suscettibile di sanatoria con effetto "ex tunc", anche mediante successiva autorizzazione nel corso del processo, purché l'inefficacia degli atti non sia stata nel frattempo già accertata e sanzionata dal giudice. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 23 giugno 2020, n.12252.




Locazione: inutilizzabilità totale o parziale del bene e sospensione del canone

Locazione - Realizzazione esecutiva del sinallagma - Detenzione della cosa locata - Sospensione totale o parziale del canone

L'importanza della prestazione, per così dire, permanente del locatore, ovvero la detenzione dell'immobile da parte del conduttore che è derivata dalla consegna, non è sufficiente per compiere e cristallizzare la realizzazione esecutiva del sinallagma, ovvero per escludere definitivamente la sussistenza di buona fede oggettiva nella reazione sospensiva del conduttore alle inadempienze del locatore rispetto alle ulteriori sue obbligazioni.

E se, allora, la permanenza della detenzione della cosa locata è compatibile con la sospensione totale del canone nel caso in cui l'inutilizzabilità di detta detenzione renda totale anche l'inadempimento del locatore, qualora invece sussista ancora un grado di utilizzabilità dell'immobile locato, ovvero una "quota" di adempimento del locatore, il conduttore potrà sospendere in proporzione il versamento del canone, applicandosi quindi integralmente l'art. 1460 e seguendo, per effettuarne nel concreto la corretta applicazione, il parametro posto nel comma 2 dell'articolo, ove lo si evince a contrario: se non corrisponde alla buona fede oggettiva sospendere l'adempimento nel caso in cui l'inadempimento o l'adempimento inesatto di controparte "avuto riguardo alle circostanze" non giustifichi la sospensione, viceversa la sospensione è corrispondente alla buona fede oggettiva quando "avuto riguardo alle circostanze" l'inadempimento o l'adempimento inesatto del locatore è tale da giustificare il rifiuto di adempimento del conduttore. E in questo raffronto sintonizzante non può non venire inclusa pure la sospensione parziale - quindi la determinazione proporzionale del quantum del canone sospeso -, proprio perchè (cfr. art. 1218 c.c.) si tratta di una reazione che deve essere il consequenziale riverbero non solo di un inadempimento, ma - come il più delle volte è configurabile nel contratto locatizio quando l'eccipiente è il conduttore che permanga nella detenzione dell'immobile - anche di un adempimento inesatto (exceptio non rite adimpleti contractus). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 22 giugno 2020, n.12103.




Se il fallimento è stato dichiarato quando era ancora possibile la risoluzione del concordato preventivo, il creditore istante non è tenuto a sopportare gli effetti esdebitatori

Concordato preventivo omologato - Successiva dichiarazione di fallimento - Azione di risoluzione o di annullamento del concordato - Carenza - Insinuazione al passivo - Falcidia concordataria - Applicabilità - Esclusione - Fondamento

In tema di insinuazione al passivo, se il fallimento sia stato dichiarato quando era ancora possibile la risoluzione ex art. 186 l.fall. del concordato preventivo omologato, il creditore istante non è tenuto a sopportare gli effetti esdebitatori e definitivi ex art. 184 l.fall., posto che l'attuazione del piano è resa impossibile per l'intervento di un evento come il fallimento che, sovrapponendosi al concordato medesimo, inevitabilmente lo rende irrealizzabile. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 22 giugno 2020, n.12085.




Se il fallimento è stato dichiarato quando era ancora possibile la risoluzione del concordato preventivo, il creditore istante non è tenuto a sopportare gli effetti esdebitatori

Concordato preventivo omologato - Successiva dichiarazione di fallimento - Azione di risoluzione o di annullamento del concordato - Carenza - Insinuazione al passivo - Falcidia concordataria - Applicabilità - Esclusione - Fondamento

In tema di insinuazione al passivo, se il fallimento sia stato dichiarato quando era ancora possibile la risoluzione ex art. 186 l.fall. del concordato preventivo omologato, il creditore istante non è tenuto a sopportare gli effetti esdebitatori e definitivi ex art. 184 l.fall., posto che l'attuazione del piano è resa impossibile per l'intervento di un evento come il fallimento che, sovrapponendosi al concordato medesimo, inevitabilmente lo rende irrealizzabile. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 22 giugno 2020, n.12085.




Il fallimento della società scissa deve essere dichiarato entro l'anno

Dichiarazione di fallimento - Scissione di società totalitaria - Successione tra enti - Cancellazione della scissa dal registro delle imprese - Decorso del termine annuale - Sussistenza

In tema di dichiarazione di fallimento in presenza di una scissione di società totalitaria, verificandosi un fenomeno di tipo successorio tra soggetti distinti e dunque l'estinzione della società scissa, trova applicazione la regola di cui all'art. 10 l.fall. per cui il fallimento di quest'ultima potrà essere pronunciato entro un anno dalla sua cancellazione dal registro delle imprese. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 giugno 2020, n.11984.




Nullità ex art. 1346 c.c. della clausola che rimette, pur entro determinati limiti minimi e massimi, la determinazione degli interessi alla discrezionalità della banca

Conto corrente – Interessi – Determinabilità dell’oggetto – Tutele

È nulla per indeterminatezza dell’oggetto ai sensi dell’art. 1346 c.c. la clausola relativa agli interessi in un rapporto di conto corrente in cui la concreta determinazione del tasso variabile, pur entro determinate soglie minime e massime fissate nel contratto, dipende dalla mera discrezionalità di una delle parti del contratto e non sia, invece, rimessa ad un elemento esterno al contratto.
Sul piano rimediale, la nullità per indeterminatezza dell’oggetto ex art. 1346 c.c. della clausola di un rapporto di conto corrente che rimette la determinazione del tasso d’interessi variabile alla mera discrezionalità della banca, posta la sua natura generale, è regolata dalla disciplina di diritto comune; non si applica, invece, la regola dell’art. 117,7 comma T.u.b., che è riferita testualmente alle sole violazioni dei commi 4 e 5 dello stesso art. 117 T.u.b. e si pone quale rimedio correttivo delle peculiari ipotesi di nullità di protezione previste dal Titolo del T.u.b. dedicato alla trasparenza delle condizioni contrattuali. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 18 giugno 2020, n.11876.




Concordato preventivo con continuità aziendale: condizioni per la dilazione del pagamento dei crediti privilegiati anche oltre il termine di un anno

Concordato preventivo con continuità aziendale - Creditori privilegiati - Pagamento dilazionato ultrannuale - Ammissibilità - Esercizio del diritto di voto - Criteri - Fondamento

Nel concordato preventivo con continuità aziendale è consentita la dilazione del pagamento dei crediti privilegiati anche oltre il termine di un anno dall'omologazione, purché si accordi ai titolari di tali crediti il diritto di voto e la corresponsione degli interessi. In tal caso, il diritto di voto dei privilegiati dilazionati andrà calcolato sulla base del differenziale tra il valore del loro credito al momento della presentazione della domanda di concordato e quello calcolato al termine della moratoria, dovendo i criteri per tale determinazione essere contenuti nel piano concordatario a pena di inammissibilità della proposta, come si desume sia dall'art. 86 del d.lgs. n. 14 del 2019 che dall'art. 2426, comma 1, n. 8), c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 giugno 2020, n.11882.




Concordato preventivo con continuità aziendale: condizioni per la dilazione del pagamento dei crediti privilegiati anche oltre il termine di un anno

Concordato preventivo con continuità aziendale - Creditori privilegiati - Pagamento dilazionato ultrannuale - Ammissibilità - Esercizio del diritto di voto - Criteri - Fondamento

Nel concordato preventivo con continuità aziendale è consentita la dilazione del pagamento dei crediti privilegiati anche oltre il termine di un anno dall'omologazione, purché si accordi ai titolari di tali crediti il diritto di voto e la corresponsione degli interessi. In tal caso, il diritto di voto dei privilegiati dilazionati andrà calcolato sulla base del differenziale tra il valore del loro credito al momento della presentazione della domanda di concordato e quello calcolato al termine della moratoria, dovendo i criteri per tale determinazione essere contenuti nel piano concordatario a pena di inammissibilità della proposta, come si desume sia dall'art. 86 del d.lgs. n. 14 del 2019 che dall'art. 2426, comma 1, n. 8), c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 giugno 2020, n.11882.




Concordato preventivo con continuità aziendale: condizioni per la dilazione del pagamento dei crediti privilegiati anche oltre il termine di un anno

Concordato preventivo con continuità aziendale - Creditori privilegiati - Pagamento dilazionato ultrannuale - Ammissibilità - Esercizio del diritto di voto - Criteri - Fondamento

Nel concordato preventivo con continuità aziendale è consentita la dilazione del pagamento dei crediti privilegiati anche oltre il termine di un anno dall'omologazione, purché si accordi ai titolari di tali crediti il diritto di voto e la corresponsione degli interessi. In tal caso, il diritto di voto dei privilegiati dilazionati andrà calcolato sulla base del differenziale tra il valore del loro credito al momento della presentazione della domanda di concordato e quello calcolato al termine della moratoria, dovendo i criteri per tale determinazione essere contenuti nel piano concordatario a pena di inammissibilità della proposta, come si desume sia dall'art. 86 del d.lgs. n. 14 del 2019 che dall'art. 2426, comma 1, n. 8), c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 giugno 2020, n.11882.




Concessione del termine per integrare la proposta di concordato anche in mancanza di rilievi del tribunale

Concordato preventivo - Proposta - Mancanza di rilievi del tribunale nell'udienza camerale ex art. 162 l.fall. - Termine per integrare la proposta - Assegnazione - Facoltà - Fattispecie

In tema di ammissione al concordato preventivo, la mancata formulazione da parte del giudice, nel corso dell'udienza camerale, di osservazioni critiche in ordine alla proposta concordataria non impedisce al proponente di richiedere, nel suo interesse, un termine per integrarla, in relazione ad eventuali profili di inammissibilità che potrebbero emergere in sede di decisione, mentre l'art. 162, comma 1, l.fall. attribuisce al giudice un potere discrezionale, il cui omesso esercizio non necessita di motivazione, né è censurabile in sede di legittimità. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza con la quale la corte d'appello, aveva accolto il reclamo della proponente, che lamentava il pregiudizio subito per avere il tribunale omesso, in sede di udienza camerale, di prospettarle la questione posta a fondamento della decisione di inammissibilità della proposta concordataria). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 giugno 2020, n.11882.




Rilevanza della natura professionale del creditore bancario ai fini della prova per presunzioni della conoscenza dello stato di insolvenza

Azione revocatoria fallimentare – Scientia decoctionis – Prova per presunzioni

In tema di prova per presunzioni, il giudice di merito deve esercitare la sua discrezionalità nell’apprezzamento e nella ricostruzione dei fatti in modo da rendere chiaramente apprezzabile il criterio logico posto a base della selezione delle risultante probatorie e del proprio convincimento; in particolare, valutando dapprima analiticamente gli elementi indiziari, poi effettuando una valutazione complessiva degli stessi per accertare la loro concordanza ai fini del convincimento sulla prova presuntiva.

In sede di sindacato sul ragionamento presuntivo ex art. 2729 c.c., occorre verificare che l’apprezzamento dei requisiti di gravità, precisione e concordanza sia stato ricavato dal complesso degli indizi, sia pure previamente individuati per la loro idoneità a fondare il ragionamento presuntivo, e che non sia stato omesso l’esame di un fatto secondario dedotto come giustificativo dell’inferenza di un fatto noto principale, purché decisivo.

La qualità di operatore economico qualificato del creditore bancario, pur non potendo costituire autonomamente prova della scientia decoctionis, costituisce uno degli elementi su cui il giudice deve fondare il proprio ragionamento presuntivo e non può che rilevare, ai fini della conoscenza dello stato di insolvenza, rispetto alla valutazione da parte della banca di altri elementi di fatto quali l’ingente esposizione debitoria della società poi fallita, l’esistenza di perdite di bilancio rilevanti, e lo stato di liquidazione della società stessa.

In tema di revocatoria di pagamenti, la valutazione dello stato di insolvenza dev’essere operata con riferimento al tempo in cui il pagamento risulta realmente effettuato e, quindi, ricevuto dal creditore, non potendo che rilevare il momento in cui si realizza lo spostamento patrimoniale dal debitore al creditore, e, dunque, il depauperamento del primo, cui la revocatoria intende porre rimedio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 17 giugno 2020, n.11696.




Rilevanza della natura professionale del creditore bancario ai fini della prova per presunzioni della conoscenza dello stato di insolvenza

Azione revocatoria fallimentare – Scientia decoctionis – Prova per presunzioni

In tema di prova per presunzioni, il giudice di merito deve esercitare la sua discrezionalità nell’apprezzamento e nella ricostruzione dei fatti in modo da rendere chiaramente apprezzabile il criterio logico posto a base della selezione delle risultante probatorie e del proprio convincimento; in particolare, valutando dapprima analiticamente gli elementi indiziari, poi effettuando una valutazione complessiva degli stessi per accertare la loro concordanza ai fini del convincimento sulla prova presuntiva.

In sede di sindacato sul ragionamento presuntivo ex art. 2729 c.c., occorre verificare che l’apprezzamento dei requisiti di gravità, precisione e concordanza sia stato ricavato dal complesso degli indizi, sia pure previamente individuati per la loro idoneità a fondare il ragionamento presuntivo, e che non sia stato omesso l’esame di un fatto secondario dedotto come giustificativo dell’inferenza di un fatto noto principale, purché decisivo.

La qualità di operatore economico qualificato del creditore bancario, pur non potendo costituire autonomamente prova della scientia decoctionis, costituisce uno degli elementi su cui il giudice deve fondare il proprio ragionamento presuntivo e non può che rilevare, ai fini della conoscenza dello stato di insolvenza, rispetto alla valutazione da parte della banca di altri elementi di fatto quali l’ingente esposizione debitoria della società poi fallita, l’esistenza di perdite di bilancio rilevanti, e lo stato di liquidazione della società stessa.

In tema di revocatoria di pagamenti, la valutazione dello stato di insolvenza dev’essere operata con riferimento al tempo in cui il pagamento risulta realmente effettuato e, quindi, ricevuto dal creditore, non potendo che rilevare il momento in cui si realizza lo spostamento patrimoniale dal debitore al creditore, e, dunque, il depauperamento del primo, cui la revocatoria intende porre rimedio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 17 giugno 2020, n.11696.




Contratti pendenti nel concordato preventivo: anticipazione bancaria contro cessione di credito e mandato all’incasso con patto di compensazione

Concordato preventivo – Autorizzazione (o diniego) allo scioglimento dei contratti pendenti – Effetti – Giudicato – Esclusione – Anticipazione bancaria contro cessione di credito – Mandato all’incasso ed annesso patto di compensazione

Il provvedimento di autorizzazione (o diniego) allo scioglimento dei contratti, a norma dell’art. 169-bis l. fall., non è destinato a produrre effetti di diritto sostanziale con efficacia di giudicato e ad incidere in modo definitivo su diritti soggettivi; di conseguenza, la parte non soddisfatta può adire il giudice e contestare la ritenuta sussistenza (o insussistenza) dei presupposti per lo scioglimento del contratto attraverso una domanda da proporsi nell’ambito di un giudizio a cognizione piena.
L’art. 169 bis l. fall., che consente al debitore proponente un concordato di chiedere al giudice delegato lo scioglimento dei contratti pendenti, è applicabile al contratto-quadro di anticipazione bancaria contro cessione di credito o mandato all’incasso ed annesso patto di compensazione, fino a quando la banca nell’anticipare al cliente l’importo dei crediti non ancora scaduti vantati da quest’ultimo nei confronti dei terzi, non abbia ancora raggiunto il tetto massimo convenuto tra le parti. L’art. 169 bis l. fall. è inapplicabile alla singola operazione di anticipazione bancaria in conto corrente contro cessione di credito o mandato all’incasso con annesso patto di compensazione, ancora in corso al momento dell’apertura del concordato, avendo la banca, con l’erogazione della anticipazione, già compiutamente eseguito la propria prestazione. Il collegamento negoziale e funzionale esistente tra il contratto di anticipazione bancaria ed il mandato all’incasso con patto di compensazione, che consente alla banca di incamerare i riversare in conto corrente le somme derivanti dall’incasso dei singoli crediti del proprio cliente nei confronti di terzi, dando luogo ad un unico rapporto negoziale, determina l’applicazione della c.d. compensazione impropria tra i reciproci debiti e crediti della banca con il cliente e la conseguente inoperatività del principio di “cristallizzazione” dei crediti, rendendo, pertanto, del tutto irrilevante che l’attività di incasso della banca sia svolta in epoca successiva all’apertura della procedura di concordato preventivo. (Edoardo Staunovo-Polacco) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 15 giugno 2020, n.11524.




Contratti pendenti nel concordato preventivo: anticipazione bancaria contro cessione di credito e mandato all’incasso con patto di compensazione

Concordato preventivo – Autorizzazione (o diniego) allo scioglimento dei contratti pendenti – Effetti – Giudicato – Esclusione – Anticipazione bancaria contro cessione di credito – Mandato all’incasso ed annesso patto di compensazione

Il provvedimento di autorizzazione (o diniego) allo scioglimento dei contratti, a norma dell’art. 169-bis l. fall., non è destinato a produrre effetti di diritto sostanziale con efficacia di giudicato e ad incidere in modo definitivo su diritti soggettivi; di conseguenza, la parte non soddisfatta può adire il giudice e contestare la ritenuta sussistenza (o insussistenza) dei presupposti per lo scioglimento del contratto attraverso una domanda da proporsi nell’ambito di un giudizio a cognizione piena.
L’art. 169 bis l. fall., che consente al debitore proponente un concordato di chiedere al giudice delegato lo scioglimento dei contratti pendenti, è applicabile al contratto-quadro di anticipazione bancaria contro cessione di credito o mandato all’incasso ed annesso patto di compensazione, fino a quando la banca nell’anticipare al cliente l’importo dei crediti non ancora scaduti vantati da quest’ultimo nei confronti dei terzi, non abbia ancora raggiunto il tetto massimo convenuto tra le parti. L’art. 169 bis l. fall. è inapplicabile alla singola operazione di anticipazione bancaria in conto corrente contro cessione di credito o mandato all’incasso con annesso patto di compensazione, ancora in corso al momento dell’apertura del concordato, avendo la banca, con l’erogazione della anticipazione, già compiutamente eseguito la propria prestazione. Il collegamento negoziale e funzionale esistente tra il contratto di anticipazione bancaria ed il mandato all’incasso con patto di compensazione, che consente alla banca di incamerare i riversare in conto corrente le somme derivanti dall’incasso dei singoli crediti del proprio cliente nei confronti di terzi, dando luogo ad un unico rapporto negoziale, determina l’applicazione della c.d. compensazione impropria tra i reciproci debiti e crediti della banca con il cliente e la conseguente inoperatività del principio di “cristallizzazione” dei crediti, rendendo, pertanto, del tutto irrilevante che l’attività di incasso della banca sia svolta in epoca successiva all’apertura della procedura di concordato preventivo. (Edoardo Staunovo-Polacco) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 15 giugno 2020, n.11524.




Concordato con scissione e violazione delle norme sulla responsabilità patrimoniale del debitore

Concordato preventivo – Scissione – Esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore – Violazione di norme imperative – Fattibilità – Esclusione

Scissione – Opposizione dei creditori – Natura preclusiva dello strumento – Esclusione

La clausola della proposta di concordato preventivo che preveda un esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore è nulla per violazione di norme imperative e comporta la non fattibilità giuridica della proposta concordataria.
[Nel caso di specie, la proposta concordataria tendeva ad ottenere una sorta di "effetto purgativo" a favore del debitore, quale "alienante" di parti dell'azienda a mezzo scissione societaria, conservando alla scissa la gestione dell'impresa, nonché parte dei proventi ritraibili dal relativo esercizio, come pure la disponibilità dei beni non trasferiti alla scissionaria.]

Lo strumento dell'opposizione dei creditori alla scissione (ovvero pure alla fusione) si configura, nel sistema vigente, come rimedio aggiuntivo - non già preclusivo - degli altri e diversi rimedi che l'ordinamento viene a porre a tutela dei creditori dei soggetti partecipanti all’operazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 giugno 2020, n.11347.




Concordato con scissione e violazione delle norme sulla responsabilità patrimoniale del debitore

Concordato preventivo – Scissione – Esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore – Violazione di norme imperative – Fattibilità – Esclusione

Scissione – Opposizione dei creditori – Natura preclusiva dello strumento – Esclusione

La clausola della proposta di concordato preventivo che preveda un esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore è nulla per violazione di norme imperative e comporta la non fattibilità giuridica della proposta concordataria.
[Nel caso di specie, la proposta concordataria tendeva ad ottenere una sorta di "effetto purgativo" a favore del debitore, quale "alienante" di parti dell'azienda a mezzo scissione societaria, conservando alla scissa la gestione dell'impresa, nonché parte dei proventi ritraibili dal relativo esercizio, come pure la disponibilità dei beni non trasferiti alla scissionaria.]

Lo strumento dell'opposizione dei creditori alla scissione (ovvero pure alla fusione) si configura, nel sistema vigente, come rimedio aggiuntivo - non già preclusivo - degli altri e diversi rimedi che l'ordinamento viene a porre a tutela dei creditori dei soggetti partecipanti all’operazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 giugno 2020, n.11347.




Concordato con scissione e violazione delle norme sulla responsabilità patrimoniale del debitore

Concordato preventivo – Scissione – Esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore – Violazione di norme imperative – Fattibilità – Esclusione

Scissione – Opposizione dei creditori – Natura preclusiva dello strumento – Esclusione

La clausola della proposta di concordato preventivo che preveda un esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore è nulla per violazione di norme imperative e comporta la non fattibilità giuridica della proposta concordataria.
[Nel caso di specie, la proposta concordataria tendeva ad ottenere una sorta di "effetto purgativo" a favore del debitore, quale "alienante" di parti dell'azienda a mezzo scissione societaria, conservando alla scissa la gestione dell'impresa, nonché parte dei proventi ritraibili dal relativo esercizio, come pure la disponibilità dei beni non trasferiti alla scissionaria.]

Lo strumento dell'opposizione dei creditori alla scissione (ovvero pure alla fusione) si configura, nel sistema vigente, come rimedio aggiuntivo - non già preclusivo - degli altri e diversi rimedi che l'ordinamento viene a porre a tutela dei creditori dei soggetti partecipanti all’operazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 giugno 2020, n.11347.




Contestazioni relative alla mancata omologazione proponibili nel giudizio di opposizione alla sentenza di fallimento

Concordato preventivo - Diniego di omologazione - Successiva sentenza di fallimento - Contestazioni relative alla mancata omologazione - Proponibilità nel giudizio di opposizione alla sentenza di fallimento - Fondamento

Nel caso di mancata proposizione di autonoma impugnazione, ai sensi dell'art. 111, comma 7, Cost., avverso il decreto della corte d'appello di revoca dell'omologazione del concordato preventivo, il debitore può legittimamente proporre le proprie doglianze in merito nel giudizio di impugnazione della sentenza di fallimento successivamente pronunciata dal tribunale, a seguito della rimessione degli atti da parte della corte d'appello ai sensi dell'art. 22, comma 4, l.fall., in quanto il rapporto tra i due procedimenti si atteggia come di conseguenzialità (eventuale del fallimento) e di assorbimento (dei vizi del provvedimento di rigetto in motivi di impugnazione del successivo fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 giugno 2020, n.11354.




Contestazioni relative alla mancata omologazione proponibili nel giudizio di opposizione alla sentenza di fallimento

Concordato preventivo - Diniego di omologazione - Successiva sentenza di fallimento - Contestazioni relative alla mancata omologazione - Proponibilità nel giudizio di opposizione alla sentenza di fallimento - Fondamento

Nel caso di mancata proposizione di autonoma impugnazione, ai sensi dell'art. 111, comma 7, Cost., avverso il decreto della corte d'appello di revoca dell'omologazione del concordato preventivo, il debitore può legittimamente proporre le proprie doglianze in merito nel giudizio di impugnazione della sentenza di fallimento successivamente pronunciata dal tribunale, a seguito della rimessione degli atti da parte della corte d'appello ai sensi dell'art. 22, comma 4, l.fall., in quanto il rapporto tra i due procedimenti si atteggia come di conseguenzialità (eventuale del fallimento) e di assorbimento (dei vizi del provvedimento di rigetto in motivi di impugnazione del successivo fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 giugno 2020, n.11354.




Concordato preventivo, vendita immobiliare e presentazione di un’offerta in aumento dopo l’aggiudicazione

Concordato preventivo - Procedimento per la vendita immobiliare - Presentazione di un’offerta in aumento dopo l’aggiudicazione - Sospensione della vendita - Necessità - Esclusione - Presupposti

Nell'ambito della procedura di concordato preventivo la presentazione di un'offerta in aumento rispetto al prezzo di aggiudicazione e prima del decreto di trasferimento, pur rappresentando un significativo parametro di valutazione, non può integrare, di per sé, un elemento sufficiente a giustificare la sospensione della vendita, a meno che l'inferiorità del prezzo rispetto a quello giusto non sia desumibile anche da altri elementi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 giugno 2020, n.11352.




Concordato preventivo, vendita immobiliare e presentazione di un’offerta in aumento dopo l’aggiudicazione

Concordato preventivo - Procedimento per la vendita immobiliare - Presentazione di un’offerta in aumento dopo l’aggiudicazione - Sospensione della vendita - Necessità - Esclusione - Presupposti

Nell'ambito della procedura di concordato preventivo la presentazione di un'offerta in aumento rispetto al prezzo di aggiudicazione e prima del decreto di trasferimento, pur rappresentando un significativo parametro di valutazione, non può integrare, di per sé, un elemento sufficiente a giustificare la sospensione della vendita, a meno che l'inferiorità del prezzo rispetto a quello giusto non sia desumibile anche da altri elementi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 giugno 2020, n.11352.




Dichiarazione dello stato d'insolvenza degli enti creditizi e valore probatorio degli atti della Banca d'Italia e dei commissari straordinari

Enti creditizi - Giudizi per la dichiarazione dello stato di insolvenza - Atti della Banca d’Italia o dei commissari straordinari - Valore probatorio - Limiti - Fondamento

Nei giudizi instaurati per la dichiarazione dello stato d'insolvenza degli enti creditizi, gli atti provenienti dalla Banca d'Italia o dai commissari straordinari non hanno il valore di prova privilegiata ex art. 2700 c.c. in quanto non sono formati da pubblici ufficiali nell'esercizio di una funzione specificatamente diretta alla documentazione. Tuttavia tali atti, proprio in ragione della loro origine e delle finalità perseguite dai soggetti che li pongono in essere, costituiscono una legittima fonte di informazione, utile all'accertamento dei fatti di causa in senso stretto, che, ove non sia validamente contraddetta, ben può concorre alla formazione del convincimento del giudice, il quale è tenuto ad ammettere le prove che le altre parti deducano per contrastare le risultanze in questo modo acquisite, ma non ad acquisirne d'ufficio per controllare la loro rispondenza al vero. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 giugno 2020, n.11267.





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