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Come inviare la giurisprudenza

ISSN 2282-1317  

  

     Rivista trimestrale di diritto delle procedure di risanamento dell'impresa e del fallimento

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Fattibilità del piano e convenienza della proposta: il giudizio del tribunale

Concordato preventivo – Fattibilità del piano – Convenienza della proposta – Giudizio di fattibilità del tribunale – Sindacato giudiziale della fattibilità economica – Ammissibilità – Limiti

La valutazione di realizzabilità economica del piano concordatario rientra a pieno titolo nell'ambito di valutazione del tribunale in ordine al mantenimento delle condizioni di ammissibilità del piano medesimo e della proposta di concordato.

Nel giudizio di ammissibilità della domanda di concordato preventivo, il tribunale è quindi tenuto ad una verifica diretta del presupposto di fattibilità del piano per poter ammettere il debitore alla relativa procedura, nel senso che, mentre il controllo di fattibilità giuridica non incontra particolari limiti, quello concernente la fattibilità economica, intesa come realizzabilità di esso nei fatti, può essere svolto nei limiti della verifica della sussistenza, o meno, di una manifesta inettitudine del piano a raggiungere gli obiettivi prefissati, individuabile caso per caso in riferimento alle specifiche modalità indicate dal proponente per superare la crisi, con ciò ponendosi il giudice nella prospettiva funzionale, propria della causa concreta.

(Fattispecie in cui la S.C. ha respinto il motivo di impugnazione con il quale il ricorrente lamentava che la valutazione della consistenza dei fondi rischi attiene alla fattibilità economica del concordato e come tale non sia giudizialmente sindacabile. Il tribunale aveva revocato l’ammissione al concordato ex art. 173 l. fall. approfondendo tra l’altro la questione della capienza del fondo rischi appostato nel piano, ritenendoli insufficienti ai fini dello scrutinio della complessiva realizzabilità del piano). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 13 marzo 2020, n.7158.




Fattibilità del piano e convenienza della proposta: il giudizio del tribunale

Concordato preventivo – Fattibilità del piano – Convenienza della proposta – Giudizio di fattibilità del tribunale – Sindacato giudiziale della fattibilità economica – Ammissibilità – Limiti

La valutazione di realizzabilità economica del piano concordatario rientra a pieno titolo nell'ambito di valutazione del tribunale in ordine al mantenimento delle condizioni di ammissibilità del piano medesimo e della proposta di concordato.

Nel giudizio di ammissibilità della domanda di concordato preventivo, il tribunale è quindi tenuto ad una verifica diretta del presupposto di fattibilità del piano per poter ammettere il debitore alla relativa procedura, nel senso che, mentre il controllo di fattibilità giuridica non incontra particolari limiti, quello concernente la fattibilità economica, intesa come realizzabilità di esso nei fatti, può essere svolto nei limiti della verifica della sussistenza, o meno, di una manifesta inettitudine del piano a raggiungere gli obiettivi prefissati, individuabile caso per caso in riferimento alle specifiche modalità indicate dal proponente per superare la crisi, con ciò ponendosi il giudice nella prospettiva funzionale, propria della causa concreta.

(Fattispecie in cui la S.C. ha respinto il motivo di impugnazione con il quale il ricorrente lamentava che la valutazione della consistenza dei fondi rischi attiene alla fattibilità economica del concordato e come tale non sia giudizialmente sindacabile. Il tribunale aveva revocato l’ammissione al concordato ex art. 173 l. fall. approfondendo tra l’altro la questione della capienza del fondo rischi appostato nel piano, ritenendoli insufficienti ai fini dello scrutinio della complessiva realizzabilità del piano). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 13 marzo 2020, n.7158.




Fattibilità del piano e convenienza della proposta: il giudizio del tribunale

Concordato preventivo – Fattibilità del piano – Convenienza della proposta – Giudizio di fattibilità del tribunale – Sindacato giudiziale della fattibilità economica – Ammissibilità – Limiti

La valutazione di realizzabilità economica del piano concordatario rientra a pieno titolo nell'ambito di valutazione del tribunale in ordine al mantenimento delle condizioni di ammissibilità del piano medesimo e della proposta di concordato.

Nel giudizio di ammissibilità della domanda di concordato preventivo, il tribunale è quindi tenuto ad una verifica diretta del presupposto di fattibilità del piano per poter ammettere il debitore alla relativa procedura, nel senso che, mentre il controllo di fattibilità giuridica non incontra particolari limiti, quello concernente la fattibilità economica, intesa come realizzabilità di esso nei fatti, può essere svolto nei limiti della verifica della sussistenza, o meno, di una manifesta inettitudine del piano a raggiungere gli obiettivi prefissati, individuabile caso per caso in riferimento alle specifiche modalità indicate dal proponente per superare la crisi, con ciò ponendosi il giudice nella prospettiva funzionale, propria della causa concreta.

(Fattispecie in cui la S.C. ha respinto il motivo di impugnazione con il quale il ricorrente lamentava che la valutazione della consistenza dei fondi rischi attiene alla fattibilità economica del concordato e come tale non sia giudizialmente sindacabile. Il tribunale aveva revocato l’ammissione al concordato ex art. 173 l. fall. approfondendo tra l’altro la questione della capienza del fondo rischi appostato nel piano, ritenendoli insufficienti ai fini dello scrutinio della complessiva realizzabilità del piano). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 13 marzo 2020, n.7158.




Fattibilità del piano e convenienza della proposta: il giudizio del tribunale

Concordato preventivo – Fattibilità del piano – Convenienza della proposta – Giudizio di fattibilità del tribunale – Sindacato giudiziale della fattibilità economica – Ammissibilità – Limiti

La valutazione di realizzabilità economica del piano concordatario rientra a pieno titolo nell'ambito di valutazione del tribunale in ordine al mantenimento delle condizioni di ammissibilità del piano medesimo e della proposta di concordato.

Nel giudizio di ammissibilità della domanda di concordato preventivo, il tribunale è quindi tenuto ad una verifica diretta del presupposto di fattibilità del piano per poter ammettere il debitore alla relativa procedura, nel senso che, mentre il controllo di fattibilità giuridica non incontra particolari limiti, quello concernente la fattibilità economica, intesa come realizzabilità di esso nei fatti, può essere svolto nei limiti della verifica della sussistenza, o meno, di una manifesta inettitudine del piano a raggiungere gli obiettivi prefissati, individuabile caso per caso in riferimento alle specifiche modalità indicate dal proponente per superare la crisi, con ciò ponendosi il giudice nella prospettiva funzionale, propria della causa concreta.

(Fattispecie in cui la S.C. ha respinto il motivo di impugnazione con il quale il ricorrente lamentava che la valutazione della consistenza dei fondi rischi attiene alla fattibilità economica del concordato e come tale non sia giudizialmente sindacabile. Il tribunale aveva revocato l’ammissione al concordato ex art. 173 l. fall. approfondendo tra l’altro la questione della capienza del fondo rischi appostato nel piano, ritenendoli insufficienti ai fini dello scrutinio della complessiva realizzabilità del piano). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 13 marzo 2020, n.7158.




L’art. 614-bis c.p.c. non può applicarsi al padre che non visita il figlio

Genitore non collocatario – Dovere di visitare il figlio minore – Coercizione indiretta ex art. 614-bis cod. proc. civ. – Inammissibilità

Il diritto-dovere di visita del figlio minore che spetta al genitore non collocatario non è suscettibile di coercizione neppure nella forma indiretta di cui all'art. 614-bis cod. proc. civ. trattandosi di una potere-funzione che, non sussumibile negli obblighi la cui violazione integra, ai sensi dell'art. 709-ter cod. proc. civ., una "grave inadempienza", è destinato a rimanere libero nel suo esercizio quale esito di autonome scelte che rispondono, anche, all'interesse superiore del minore ad una crescita sana ed equilibrata. (principio di diritto espresso in sentenza)(Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 06 marzo 2020, n.6471.




Il diritto dovere di visita del genitore non collocatario non è suscettibile di coercizione

Affidamento dei figli - Genitore non collocatario - Dovere di mantenere rapporti con la prole - Condanna ad un "facere infungibile" - Misure di coercizione indiretta - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento

In tema di rapporti con la prole minore, il diritto dovere di visita del genitore non collocatario non è suscettibile di coercizione, neppure nelle forme indirette previste dall’art. 614 bis c.p.c., trattandosi di un “potere-funzione” che, non essendo sussumibile negli obblighi la cui violazione integra una grave inadempienza ex art. 709 ter c.p.c., è destinato a rimanere libero nel suo esercizio, quale esito di autonome scelte che rispondono anche all’interesse superiore del minore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 marzo 2020, n.6471.




Avvocato: la maggiorazione del compenso per la difesa di più persone non dipende dalla riunione di più processi e il giudice non ha l’obbligo di riconoscerla

Avvocato – Compenso – Maggiorazione – Condizioni – Difesa di più persone

In tema di maggiorazione del compenso dell’avvocato di cui al D.M. n. 55 del 2014, art. 12, n. 2, la norma prevede che il compenso "può, di regola, essere aumentato per ogni soggetto oltre il primo nella misura del 20 per cento", e ciò anche quando l’aumento del numero delle parti assistite dipenda dalla riunione di diversi procedimenti; ne deriva da un lato che il giudice di merito ha la facoltà, e non l’obbligo, di riconoscere la maggiorazione di cui si discute; e, dall’altro lato, che detta maggiorazione non dipende dalla riunione di più processi, ma piuttosto dal fatto che, anche per effetto della riunione, l’avvocato si trovi a difendere più soggetti nello stesso procedimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 04 marzo 2020, n.6005.




Fallimento dell'appaltatore di opera pubblica e credito del subappaltatore, intervengono le Sezioni Unite

Appalto di opere pubbliche – Fallimento dell'appaltatore di opera pubblica – Effetti sul credito dell’appaltatore

Alla luce del principio secondo cui, in caso di fallimento dell'appaltatore di opera pubblica, il meccanismo delineato dal D.Lgs. n. 163 del 2006, art. 118, comma 3 - che consente alla stazione appaltante di sospendere i pagamenti in favore dell'appaltatore, in attesa delle fatture dei pagamenti effettuati da quest'ultimo al subappaltatore deve ritenersi riferito all'ipotesi in cui il rapporto di appalto sia in corso con un'impresa in bonis e, dunque, non è applicabile nel caso in cui, con la dichiarazione di fallimento, il contratto di appalto si scioglie; ne consegue che al curatore è dovuto dalla stazione appaltante il corrispettivo delle prestazioni eseguite fino all'intervenuto scioglimento del contratto e che il subappaltatore deve essere considerato un creditore concorsuale dell'appaltatore come gli altri, da soddisfare nel rispetto della par condicio creditorum e dell'ordine delle cause di prelazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 02 marzo 2020, n.5685.




Fallimento dell'appaltatore di opera pubblica e credito del subappaltatore, intervengono le Sezioni Unite

Appalto di opere pubbliche – Fallimento dell'appaltatore di opera pubblica – Effetti sul credito dell’appaltatore

Alla luce del principio secondo cui, in caso di fallimento dell'appaltatore di opera pubblica, il meccanismo delineato dal D.Lgs. n. 163 del 2006, art. 118, comma 3 - che consente alla stazione appaltante di sospendere i pagamenti in favore dell'appaltatore, in attesa delle fatture dei pagamenti effettuati da quest'ultimo al subappaltatore deve ritenersi riferito all'ipotesi in cui il rapporto di appalto sia in corso con un'impresa in bonis e, dunque, non è applicabile nel caso in cui, con la dichiarazione di fallimento, il contratto di appalto si scioglie; ne consegue che al curatore è dovuto dalla stazione appaltante il corrispettivo delle prestazioni eseguite fino all'intervenuto scioglimento del contratto e che il subappaltatore deve essere considerato un creditore concorsuale dell'appaltatore come gli altri, da soddisfare nel rispetto della par condicio creditorum e dell'ordine delle cause di prelazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 02 marzo 2020, n.5685.




Riparto fallimentare e deposito delle somme non riscosse: distinzione tra il regime attuale e quello previgente

Fallimento – Ripartizione finale – Creditori irreperibili o che non si presentano – Deposito presso l’ufficio postale – Effetti – Confronto tra regime attuale e previgente

Il senso normativo dell’ultimo periodo dell’art. 117, comma 3, legge fall. traspare immediato non appena si venga a comparare il testo della versione originaria della norma con quello introdotto dalla riforma del 2006.
Laddove quest’ultimo stabilisce che le somme rimaste depositate e non riscosse divengono, trascorso un dato periodo di tempo, disponibili per un’ulteriore distribuzione a vantaggio dei creditori ancora interessati, il vecchio testo provvede alle stesse secondo una prospettiva affatto diversa. Il riferimento alla quietanza, di cui al certificato di deposito, altro non può significare che l’avvenuto deposito presso l’istituto designato vale come distribuzione delle somme al creditore, quand’anche questi non si sia presentato ovvero sia rimasto irreperibile.
Se il regime attuale ha un’ottica fermata sulla concorsualità tra i creditori del fallito, dunque, quello originario si concentrava invece sul rapporto sussistente tra fallito e singolo creditore.
Nel regime originario della legge fallimentare, in altri termini, il deposito delle somme fatto dalla procedura veniva a innestare un rapporto contrattuale in modo diretto corrente tra il creditore - non presentato o irreperibile - e l’istituto depositario. La richiamata "quietanza" rispondeva, quindi, al "pagamento" posto in essere dalla procedura a mezzo deposito liberatorio (come sostanzialmente intestato al creditore che si è disperso): con la medesima forza effettuale, cioè, di cui è dotato il deposito previsto dalla norma dell’art. 1210 c.c..
Del resto, la simmetria tra la posizione del creditore, che (dopo avere fatto domanda di insinuazione) risulta disperso al tempo della distribuzione del ricavato, e la posizione del creditore messo in mora, secondo le regole del codice civile, appare del tutto manifesta.

Nel regime sostituito dalla riforma del 2006, le somme rimaste non riscosse non fanno più parte della massa attiva del fallimento, nè sono più nella disponibilità degli organi della procedura, perché non sono più, prima di ogni altra cosa, di proprietà del debitore ex-fallito (così la disposizione di base dettata dall’art. 2010 c.c., comma 2: "eseguito il deposito... il debitore non può più ritirarlo ed è liberato dalla sua obbligazione").

Di conseguenza, nel contesto del regime originario della legge fallimentare un problema di (eventuale) rapporto tra diritto del creditore insoddisfatto e somme destinate ad altro creditore del comune debitore - come mediato, cioè, dalla responsabilità patrimoniale ex art. 2740 c.c., di quest’ultimo - non aveva proprio alcuno spazio per risultare proponibile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 28 febbraio 2020, n.5618.




Sanzioni Consob e tassatività delle fattispecie: insussistenza della responsabilità dei Consiglieri di sorveglianza per concorso omissivo quoad functionem in assenza di illecito in capo ai Consiglieri di gestione

Sanzioni Consob – Consiglieri di sorveglianza di società quotata – Concorso omissivo quoad functioem nell’illecito dei Consiglieri di gestione – Insussistenza

Relazione sulla corporate governance – Contenuto – Omissione di informazioni – Consiglieri di sorveglianza – Concorso omissivo quoad functioem nell’illecito dei Consiglieri di gestione – Insussistenza

Sanzioni Consob – Principio di legalità della pena – Principio di tassatività e sufficiente determinatezza delle sanzioni

Il concorso omissivo dei Consiglieri di sorveglianza di una società quotata nell’illecito dei Consiglieri di gestione presuppone la configurabilità di un illecito in capo a questi ultimi.

Dal momento che il legislatore non ha previsto alcuna sanzione in capo ai Consiglieri di gestione per l’omissione nella relazione annuale sul governo societario delle informazioni che non rientrano tra quelle previste dal comma 2, lett. a) dell’articolo 123 bis TUF, non è possibile individuare un concorso quoad functionem dei Consiglieri di sorveglianza nella relativa omissione.

Il principio di legalità della pena è ricavabile anche per le sanzioni amministrative dall’art. 25, secondo comma, della Costituzione, in base al quale è necessario che sia la legge a configurare, con sufficienza adeguata alla fattispecie, i fatti da punire; da tale principio discende il corollario della tassatività e sufficiente determinatezza delle norme sanzionatorie che, per un verso, vuole evitare che, in contrasto con il principio della divisione dei poteri, l’autorità amministrativa o il giudice assumano un ruolo creativo, individuando in luogo del legislatore il confine tra il lecito e l’illecito e, per un altro verso, intende garantire la libera autodeterminazione individuale, permettendo al destinatario della norma penale di apprezzare a priori le conseguenze giuridico-penali della propria condotta. (Eva R. Desana) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. II, 25 febbraio 2020, n.4962.




Sanzioni Consob e tassatività delle fattispecie: insussistenza della responsabilità dei Consiglieri di sorveglianza per concorso omissivo quoad functionem in assenza di illecito in capo ai Consiglieri di gestione

Sanzioni Consob – Consiglieri di sorveglianza di società quotata – Concorso omissivo quoad functioem nell’illecito dei Consiglieri di gestione – Insussistenza

Relazione sulla corporate governance – Contenuto – Omissione di informazioni – Consiglieri di sorveglianza – Concorso omissivo quoad functioem nell’illecito dei Consiglieri di gestione – Insussistenza

Sanzioni Consob – Principio di legalità della pena – Principio di tassatività e sufficiente determinatezza delle sanzioni

Il concorso omissivo dei Consiglieri di sorveglianza di una società quotata nell’illecito dei Consiglieri di gestione presuppone la configurabilità di un illecito in capo a questi ultimi.

Dal momento che il legislatore non ha previsto alcuna sanzione in capo ai Consiglieri di gestione per l’omissione nella relazione annuale sul governo societario delle informazioni che non rientrano tra quelle previste dal comma 2, lett. a) dell’articolo 123 bis TUF, non è possibile individuare un concorso quoad functionem dei Consiglieri di sorveglianza nella relativa omissione.

Il principio di legalità della pena è ricavabile anche per le sanzioni amministrative dall’art. 25, secondo comma, della Costituzione, in base al quale è necessario che sia la legge a configurare, con sufficienza adeguata alla fattispecie, i fatti da punire; da tale principio discende il corollario della tassatività e sufficiente determinatezza delle norme sanzionatorie che, per un verso, vuole evitare che, in contrasto con il principio della divisione dei poteri, l’autorità amministrativa o il giudice assumano un ruolo creativo, individuando in luogo del legislatore il confine tra il lecito e l’illecito e, per un altro verso, intende garantire la libera autodeterminazione individuale, permettendo al destinatario della norma penale di apprezzare a priori le conseguenze giuridico-penali della propria condotta. (Eva R. Desana) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. II, 25 febbraio 2020, n.4962.




Sanzioni Consob e tassatività delle fattispecie: insussistenza della responsabilità dei Consiglieri di sorveglianza per concorso omissivo quoad functionem in assenza di illecito in capo ai Consiglieri di gestione

Sanzioni Consob – Consiglieri di sorveglianza di società quotata – Concorso omissivo quoad functioem nell’illecito dei Consiglieri di gestione – Insussistenza

Relazione sulla corporate governance – Contenuto – Omissione di informazioni – Consiglieri di sorveglianza – Concorso omissivo quoad functioem nell’illecito dei Consiglieri di gestione – Insussistenza

Sanzioni Consob – Principio di legalità della pena – Principio di tassatività e sufficiente determinatezza delle sanzioni

Il concorso omissivo dei Consiglieri di sorveglianza di una società quotata nell’illecito dei Consiglieri di gestione presuppone la configurabilità di un illecito in capo a questi ultimi.

Dal momento che il legislatore non ha previsto alcuna sanzione in capo ai Consiglieri di gestione per l’omissione nella relazione annuale sul governo societario delle informazioni che non rientrano tra quelle previste dal comma 2, lett. a) dell’articolo 123 bis TUF, non è possibile individuare un concorso quoad functionem dei Consiglieri di sorveglianza nella relativa omissione.

Il principio di legalità della pena è ricavabile anche per le sanzioni amministrative dall’art. 25, secondo comma, della Costituzione, in base al quale è necessario che sia la legge a configurare, con sufficienza adeguata alla fattispecie, i fatti da punire; da tale principio discende il corollario della tassatività e sufficiente determinatezza delle norme sanzionatorie che, per un verso, vuole evitare che, in contrasto con il principio della divisione dei poteri, l’autorità amministrativa o il giudice assumano un ruolo creativo, individuando in luogo del legislatore il confine tra il lecito e l’illecito e, per un altro verso, intende garantire la libera autodeterminazione individuale, permettendo al destinatario della norma penale di apprezzare a priori le conseguenze giuridico-penali della propria condotta. (Eva R. Desana) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. II, 25 febbraio 2020, n.4962.




Giudizio di cassazione: la dichiarazione di fallimento interrompe il mandato difensivo, ma il processo prosegue d’ufficio

Fallimento – Mandato difensivo – Giudizio di cassazione – Ultrattività – Eslcusione

In caso di fallimento del mandante, il mandato difensionale conferito con la procura ad litem, in considerazione delle sue peculiari caratteristiche, non è soggetto alla disciplina del mandato in generale di cui all'art. 78, comma 2, legge fall.; infatti, per effetto della dichiarazione di fallimento, il mandato difensionale prestato nelle controversie non aventi natura personale per il fallito non entra né in una fase di sospensione, in attesa che il curatore eserciti la facoltà di cui all'art. 72 legge fall., né è caratterizzato dall'ultrattività, ma si scioglie immediatamente.

L'ultrattività del mandato - intendendosi per tale la possibilità del difensore di continuare a compiere gli atti processuali in nome e per conto del cliente, che trova la propria fonte nel potere discrezionale del professionista di dichiarare o meno (in quella fase del giudizio) la causa interruttiva - non ha luogo in caso di dichiarazione di fallimento atteso che, proprio perché l'interruzione del giudizio di merito è automatica e deve essere dichiarata dal giudice non appena sia venuto a conoscenza dell'evento, la stessa è sottratta all'ordinario regime dettato in materia dall'art. 300 cod. proc. civ..

Né può invocarsi il principio di ultrattività del mandato in ipotesi di dichiarazione di fallimento intervenuta nel corso di un giudizio di cassazione solo perché l'apertura del fallimento non comporta l'interruzione del giudizio di legittimità, fondandosi la mancata interruzione di tale giudizio esclusivamente sull'impulso d'ufficio che lo caratterizza.

La mancata interruzione del giudizio di legittimità a seguito del verificarsi di uno degli eventi di cui agli artt. 299 e ss. cod. proc. civ. o dell'art. 43 legge fall, non dipende affatto dalla ultrattività del mandato difensivo - che è invece venuto inesorabilmente meno - ma dall'impulso d'ufficio di tale giudizio, la cui struttura impone a ciascuna parte (privata della assistenza tecnica) un particolare onere di attenzione, gli effetti della cui inosservanza ricadono sulla stessa parte.

Ne consegue che, a seguito della dichiarazione di fallimento intervenuta nel giudizio di legittimità, il legale cui era stato precedentemente conferito mandato ad litem, proprio perché (nelle controversie non aventi natura personale del fallito) è definitivamente venuto meno il rapporto professionale che lo legava alla parte assistita, non ha più alcun titolo per proseguire la propria attività difensiva. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 24 febbraio 2020, n.4795.




Soltanto la separazione personale dei coniugi, ma non anche quella di fatto, costituisce condizione ostativa all'acquisto della cittadinanza italiana mediante matrimonio con un cittadino italiano

Cittadinanza - Acquisizione per matrimonio - Condizione ostativa - Separazione personale - Separazione di fatto - Esclusione - Ragioni

Ai sensi dell'art. 5, comma 1, della l. n. 91 del 1992, così come modificato dall'art. 1, comma 11, della l. n. 94 del 2009, soltanto la separazione personale dei coniugi, ma non anche quella di fatto, costituisce condizione ostativa all'acquisto della cittadinanza italiana mediante matrimonio con un cittadino italiano, come si evince dal tenore testuale della norma in questione che adopera l'espressione "separazione personale", utilizzata anche negli artt. 150, 154 e 155 c.c. prima delle modifica intervenuta con il d.lgs. n. 154 del 2013, cogliendosi peraltro la differenza tra "separazione personale" e "separazione di fatto" anche nell'art. 6 della l. n. 184 del 1983 in tema di adozioni. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 febbraio 2020, n.4819.




Avvocato: la prestazione deve ritenersi esaurita quando il giudice deposita la sentenza conclusiva del giudizio

Avvocato – Contratto d’opera professionale – Conclusione – Decorrenza della prescrizione

Il contratto d’opera professionale è caratterizzato dal principio della "postnumerazione” di cui agli artt. 2225 e 2233 c.c., in virtù del quale principio il diritto dell’avvocato al pagamento del compenso professionale sorge solo quando la sua prestazione è esaurita, e la sua prestazione deve ritenersi esaurita quando il giudice dinanzi al quale ha svolto il patrocinio deposita la sentenza conclusiva del giudizio.

E poiché l’art. 2957 c.c., comma 2, fa decorre la prescrizione presuntiva del diritto all’onorario professionale dalla conclusione del giudizio per il quale l’opera professionale è stata svolta, solo da tale momento l’obbligazione può dirsi "scaduta", ed il relativo diritto può essere fatto valere.

[Nel caso di specie, la Corte d’Appello ha errato nel ritenere che la sola presentazione all’ordine degli avvocati del parere di congruità della parcella costituisse il momento di "scadenza dell’obbligazione" ai sensi dell’art. 2957 c.c.; per le stesse ragioni, e per i medesimi fini, irrilevante era il momento in cui l’avvocato depositò la propria comparsa conclusionale, in quanto il dies a quo del termine di decadenza andava ravvisato nel deposito della sentenza conclusiva del giudizio.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 21 febbraio 2020, n.4595.




La società cancellata dal registro delle imprese non può accedere al concordato, neppure in pendenza del termine annuale dell’art. 10 l. fall.

Concordato preventivo – Accesso alla procedura – Società cancellata dal registro delle imprese – Esclusione

Il combinato disposto degli artt. 2495 cod. civ. e 10 l. fall. impedisce al liquidatore della società cancellata dal registro delle imprese, di cui, entro l'anno dalla cancellazione, sia domandato il fallimento, di richiedere il concordato preventivo; quest'ultima procedura, infatti, diversamente dalla prima, che ha finalità solo liquidatorie, tende alla risoluzione della crisi di impresa, sicché l'intervenuta e consapevole scelta di cessare l'attività imprenditoriale, necessario presupposto della cancellazione, ne preclude ipso facto l'utilizzo, per insussistenza del bene al cui risanamento essa dovrebbe mirare (cfr. Cass. 20 dicembre 2015, n. 21286)


Il dato cruciale è rappresentato dalla persistente esistenza, o meno, di una realtà imprenditoriale rispetto alla quale possa porsi l'esigenza di assicurare, attraverso la procedura concordataria, la risoluzione della crisi con le modalità previste dal legislatore; deve pertanto ribadirsi che l'imprenditore il quale volontariamente cessi l'attività di impresa tiene un comportamento a lui imputabile che preclude l'utilizzo di strumenti finalizzati alla composizione della crisi dell'attività imprenditoriale.

Siffatta soluzione è, peraltro, stata recepita per il futuro dal codice della crisi di impresa; a norma dell'ultimo comma dell'art. 33 del D.Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14, che reca la disciplina della cessazione dell'attività in relazione a tutte le procedure, è inammissibile la domanda di concordato preventivo o di omologazione degli accordi di ristrutturazione dei debiti presentata dall'imprenditore cancellato dal registro delle imprese. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 20 febbraio 2020, n.4329.




Concordato preventivo e fallimento: la Cassazione detta le regole di coordinamento della competenza al fine di garantire la soluzione negoziale della crisi

Concordato preventivo e fallimento – Contemporanea pendenza – Criteri e oneri

La domanda di concordato preventivo ed il procedimento prefallimentare debbono essere coordinati in modo da garantire che la soluzione negoziale della crisi, ove percorribile, sia preferita al fallimento. Pertanto, ove siano contemporaneamente pendenti dinanzi ad uno stesso ufficio giudiziario, gli stessi possono essere riuniti ex art. 273 c.p.c., anche di ufficio, consentendo una siffatta riunione di raggiungere l’obiettivo della gestione coordinata.

Ove la domanda di concordato preventivo ed il procedimento prefallimentare siano pendenti dinanzi ad uffici giudiziari diversi, ferma la regola della continenza ex art. 39 c.p.c., comma 2, è onere del debitore che conosce della pendenza dell’istruttoria prefallimentare, anteriormente introdotta, proporre la domanda di concordato preventivo dinanzi al tribunale investito dell’istanza di fallimento, anche quando lo ritenga incompetente, affinché i due procedimenti confluiscano dinanzi al medesimo tribunale, e senza che una siffatta condotta determini acquiescenza ad una eventuale violazione della L. Fall., art. 9.

Allorquando l’istanza di fallimento sia stata depositata dinanzi ad un ufficio giudiziario diverso da quello innanzi al quale sia già pendente una domanda di concordato preventivo, l’obiettivo della gestione coordinata dei due procedimenti può essere conseguito sollecitando il tribunale successivamente adito all’adozione dei provvedimenti di cui alla L. Fall., art. 39, comma 2, che in ogni caso, in ossequio ai principi generali, e vieppiù nell’ottica di garantire preferibilmente la soluzione negoziale della crisi, debbono essere adottati anche di ufficio.

Ove la domanda di concordato preventivo ed il procedimento prefallimentare siano pendenti dinanzi ad uffici giudiziari diversi, è onere del debitore impugnare, nei limiti in cui ciò sia consentito, tutti i provvedimenti adottati, anche in rito, che possano ostacolare il preliminare esame della domanda di concordato preventivo da lui proposta, atteso che l’eventuale accoglimento del reclamo L. Fall., ex art. 18 contro la sentenza di fallimento, di cui si pretenda l’illegittimità a causa del mancato preventivo esame della domanda concordataria, presuppone che quest’ultima sia ancora sub iudice. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 20 febbraio 2020, n.4343.




Quando il giudice deve dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo del contributo unificato

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato - Contributo unificato iniziale non dovuto per causa suscettibile di venire meno - Attestazione del giudice dell'impugnazione di sussistenza dei presupposti processuali - Necessità

Il giudice dell’impugnazione, una volta che pronunci l’integrale rigetto o l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’impugnazione deve dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo del contributo unificato anche nel caso in cui quest’ultimo non sia stato inizialmente versato per una causa suscettibile di venir meno (come nel caso di ammissione della parte al patrocinio a spese dello Stato), mentre può esimersi dalla suddetta attestazione quando la debenza del contributo unificato iniziale sia esclusa dalla legge in modo assoluto e definitivo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




Il giudice dell’impugnazione può attestare i presupposti per il versamento del doppio contributo condizionandone la debenza all’obbligo di versare il contributo iniziale

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato - Attestazione del giudice dell'impugnazione di sussistenza dei presupposti processuali condizionata alla sussistenza dell'obbligo di versare il contributo unificato iniziale - Ammissibilità

Poiché l’obbligo di versare un importo “ulteriore” del contributo unificato è normativamente dipendente – ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del T.U.S.G. – dalla sussistenza dell’obbligo della parte impugnante di versare il contributo unificato iniziale, ben può il giudice dell’impugnazione attestare la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento del doppio contributo, condizionandone l’effettiva debenza alla sussistenza dell’obbligo di versare il contributo unificato iniziale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




L’ulteriore importo per il contributo unificato ha natura di debito tributario

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato - Natura di obbligazione tributaria “ex lege” - Questione in ordine alla sua debenza -  Giurisdizione del giudice tributario - Sussistenza

L’ulteriore importo di contributo unificato che la parte impugnante è obbligata a versare, allorquando ricorrano i presupposti di cui all’art. 13, comma 1-quater T.U.S.G. ha natura di debito tributario; pertanto, la questione circa la sua debenza è estranea alla cognizione della giurisdizione civile ordinaria, spettando invece alla giurisdizione del giudice tributario. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




Gratuito patrocinio: a chi spetta provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione

Gratuito patrocinio - Revoca dell'ammissione - Giudizio di Cassazione - Giudice competente - Individuazione

Le Sezioni unite civili, risolvendo un contrasto, hanno affermato che, in tema di patrocinio a spese dello Stato nei giudici civili, la competenza a provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione al detto patrocinio spetta, per il giudizio di cassazione, al giudice del rinvio ovvero – nel caso di mancato rinvio – al giudice che ha pronunciato il provvedimento impugnato; quest’ultimo, ricevuta copia della sentenza della Corte di cassazione ai sensi dell’art. 388 c.p.c., è tenuto a valutare la sussistenza delle condizioni previste dall’art. 136 T.S.G.U. per la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato cui una delle parti sia stata ammessa. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




Presupposti per la debenza dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato - Debenza - Presupposti - Attestazione del giudice dell'impugnazione - Contenuto

La debenza di ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione è normativamente condizionata a “due presupposti”, il primo dei quali – di natura processuale – è costituito dall’avere il giudice adottato una pronuncia di integrale rigetto o di inammissibilità o di improcedibilità dell’impugnazione, mentre il secondo – appartenente al diritto sostanziale tributario – consiste nella sussistenza dell’obbligo della parte che ha proposto impugnazione di versare il contributo unificato iniziale con riguardo al momento della iscrizione della causa al ruolo. L’attestazione del giudice dell’impugnazione ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, secondo periodo T.U.S.G., riguarda solo la sussistenza del primo presupposto, mentre spetta all’amministrazione giudiziaria accertare la sussistenza del secondo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




Quando il giudice dell’impugnazione non è tenuto a dare atto della non-sussistenza dei presupposti per il raddoppio del contributo unificato

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato - Obbligo del giudice di dare atto della non-sussistenza dei presupposti - Esclusione

Il giudice dell’impugnazione non è tenuto a dare atto della non-sussistenza dei presupposti per il raddoppio del contributo unificato quando il tipo di pronuncia non è inquadrabile nei tipi previsti dalla norma (pronuncia di integrale rigetto o di inammissibilità o di improcedibilità dell’impugnazione), dovendo invece rendere l’attestazione di cui all’art. 13, comma 1 quater, T.U.S.G. solo quando tali presupposti sussistono. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




Per agire in revocatoria è necessario aver introdotto il giudizio di accertamento del credito?

Azione revocatoria – Caratteristiche de credito vantato – Giudizio di accertamento del credito – Necessità – Esclusione

L’attore in revocatoria non deve necessariamente provare di aver preventivamente introdotto il giudizio di accertamento del credito vantato.

Ai fini dell’esperimento dell’azione revocatoria assume rilievo una nozione lata di credito, comprensiva della ragione o aspettativa, con conseguente irrilevanza della certezza del fondamento dei relativi fatti costitutivi, coerentemente con la funzione propria dell’azione, la quale non persegue scopi restitutori.

Per l’accoglimento di detta azione non è dunque necessaria la sussistenza di un credito certo, liquido ed esigibile, bastando una semplice aspettativa che non si riveli "prima facie" pretestuosa e che possa valutarsi come probabile, anche se non definitivamente accertata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 19 febbraio 2020, n.4212.




Pagamento dei compensi dell’Avvocato: la competenza quando l’opera è stata prestata in più gradi o fasi del giudizio

Avvocato - Pagamento dei compensi - Opera prestata in più gradi e/o fasi del giudizio - Competenza

Nel caso in cui un avvocato abbia scelto di agire ai sensi della L. 13 giugno 1942, n. 794, ex art. 28, come modificato dalla lett. a) del comma 16 del D.Lgs. 1° settembre 2011, n. 150, art. 34, nei confronti del proprio cliente, proponendo l’azione prevista dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14 e chiedendo la condanna del cliente al pagamento dei compensi per l’opera prestata in più gradi e/o fasi del giudizio, la competenza è dell’ufficio giudiziario di merito che ha deciso per ultimo la causa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 febbraio 2020, n.4247.




Studi associati: la personalità della prestazione è cosa diversa dalla titolarità dei diritti di credito derivanti dallo svolgimento dell’attività

Studio professionale associato - Personalità della prestazione - Titolarità dei diritti di credito derivanti dallo svolgimento dell’attività - Distinzione

Il rispetto del principio di personalità della prestazione, che connota i rapporti di cui agli artt. 2229 c.c. e segg., ben può contemperarsi con l’autonomia riconosciuta allo studio professionale associato, al quale può essere attribuita la titolarità dei diritti di credito derivanti dallo svolgimento dell’attività professionale (nella specie, attività di difesa e assistenza in un contenzioso tributario) degli associati allo studio, non rientrando il diritto al compenso per l’attività svolta tra quelli per i quali sussiste un divieto assoluto di cessione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. II, 17 febbraio 2020, n.3850.




Crediti sorti nel corso della procedura fallimentare: un anno per proporre insinuazione al passivo

Fallimento – Insinuazione al passivo – Crediti sorti nel corso della procedura fallimentare – Termine

L'insinuazione al passivo dei crediti sorti nel corso della procedura fallimentare non è soggetta al termine di decadenza previsto dalla L. Fall., art. 101, comma 1 ed u.c.; tale insinuazione tuttavia incontra comunque un limite temporale, da individuarsi - in coerenza e armonia con l'intero sistema di insinuazione che è attualmente in essere e sulla scorta dei principi costituzionali di parità di trattamento di cui all'art. 3 Cost. e del diritto di azione in giudizio di cui all'art. 24 Cost. - nel termine di un anno, espressivo dell'attuale sistema in materia, decorrente dal momento in cui si verificano le condizioni di partecipazione al passivo fallimentare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 17 febbraio 2020, n.3872.




Prova per presunzioni della scientia decoctionis del terzo contraente

Fallimento – Revocatoria fallimentare – Scientia decoctionis – Prova presuntiva – Valutazione complessiva degli elementi indiziari – Necessità

Fallimento – Revocatoria fallimentare – Scientia decoctionis – Prova presuntiva – Violazione di legge – Controllo di legittimità

In tema di prova per presunzioni della scientia decoctionis del terzo contraente, la valutazione del giudice circa la sussistenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza ex art. 2729 c.c. non può fondarsi unicamente sull’apprezzamento atomistico degli elementi fattuali, ma deve essere ricavata anche dall’analisi complessiva e coordinata degli indizi.

In tema di prova per presunzioni, la valutazione compiuta in sede di merito riguardo agli elementi indiziari da cui non si riesca ad evincere chiaramente il criterio logico posto alla base della selezione dei fatti e del convincimento del giudice, costituisce violazione dell’art. 2729 c.c. censurabile in sede di legittimità. (Benedetta Bonfanti) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 11 febbraio 2020, n.3327.




Prova per presunzioni della scientia decoctionis del terzo contraente

Fallimento – Revocatoria fallimentare – Scientia decoctionis – Prova presuntiva – Valutazione complessiva degli elementi indiziari – Necessità

Fallimento – Revocatoria fallimentare – Scientia decoctionis – Prova presuntiva – Violazione di legge – Controllo di legittimità

In tema di prova per presunzioni della scientia decoctionis del terzo contraente, la valutazione del giudice circa la sussistenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza ex art. 2729 c.c. non può fondarsi unicamente sull’apprezzamento atomistico degli elementi fattuali, ma deve essere ricavata anche dall’analisi complessiva e coordinata degli indizi.

In tema di prova per presunzioni, la valutazione compiuta in sede di merito riguardo agli elementi indiziari da cui non si riesca ad evincere chiaramente il criterio logico posto alla base della selezione dei fatti e del convincimento del giudice, costituisce violazione dell’art. 2729 c.c. censurabile in sede di legittimità. (Benedetta Bonfanti) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 11 febbraio 2020, n.3327.





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