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  Crisi d'Impresa e Fallimento

 

Come inviare la giurisprudenza

ISSN 2282-1317  

Direzione e redazione  

     Rivista trimestrale di diritto delle procedure di risanamento dell'impresa e del fallimento

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Legittimità


Fallimento - Credito fondiario - Onere di insinuazione al passivo - Domanda ultra tardiva

L'onere, per il creditore fondiario che abbia iniziato o proseguito l'azione esecutiva in costanza di fallimento, di chiedere (al fine di trattenere le somme di sua spettanza) l'insinuazione al passivo del proprio credito non può ritenersi assolto nel caso di presentazione di domanda ultra tardiva nella quale non sia allegata e provata la non imputabilità del ritardo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 13 dicembre 2017, n.29972.




Liquidazione coatta ammnistrativa – Azione revocatoria di atti costitutivi di titoli di prelazione per debiti preesistenti non scaduti – Presenza di altri debiti preesistenti e già scaduti ovvero contestualmente creati nei confronti del titolare della garanzia – Inopponibilità della garanzia alla massa dei creditori per l'intera esposizione debitoria garantita

Una volta che l'atto astrattamente pregiudizievole (nella specie consistente nella costituzione di ipoteca volontaria), risulti intervenuto nel biennio sospetto in presenza di una pluralità di debiti, tra i quali solo taluni preesistenti e non esigibili da parte del creditore garantito, ne discende la sua integrale inefficacia nei confronti della massa dei creditori fallimentari, non essendo consentita nell'ambito del "sistema concorsuale" una inopponibilità alla massa dell'atto che viola la par condicio creditorum solo parziale, in relazione cioè a taluni tra i crediti concorrenti e non ad altri.

Va allora affermato che, in tema di revocatoria fallimentare, gli atti costitutivi di titoli di prelazione per debiti preesistenti non scaduti, sono inefficaci ai sensi dell'art. 67, comma 1, n. 3), L. Fall., anche in presenza di altri debiti preesistenti e già scaduti ovvero contestualmente creati nei confronti del titolare della garanzia, restando l'atto pregiudizievole comunque inopponibile alla massa dei creditori per l'intera esposizione debitoria garantita. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 22 novembre 2017, n.27830.




Concordato preventivo - Crediti del professionista derivanti dall'attività di consulenza ed assistenza prestata al debitore - Prededuzione - Sussistenza - Utilità concreta delle prestazioni - Irrilevanza

I crediti del professionista derivanti dall'attività di consulenza ed assistenza prestata al debitore ammesso al concordato preventivo, per la redazione e la presentazione della relativa domanda, sono prededucibili nel fallimento consecutivo ai sensi del novellato L. Fall., art. 111, comma 2.

La norma detta infatti un precetto di carattere generale che, per favorire il ricorso a forme di soluzione concordata della crisi d'impresa, ha introdotto un'eccezione al principio della par condicio ed ha esteso la prededucibilità a tutti i crediti sorti in funzione di precedenti procedure concorsuali (Cass. nn. 8533/013, 8958/014), fra i quali il credito del professionista rientra de plano (Cass. nn. 5098/014, 19013/014), senza che debba verificarsi il "risultato" delle prestazioni (certamente strumentali all'accesso alla procedura minore) da questi eseguite, ovvero la loro concreta utilità per la massa.

I due concetti, di funzionalità ed utilità concreta, non possono infatti fra di loro essere confusi, atteso che la norma di cui alla L. Fall., art. 111, comma 2 risulterebbe priva di senso, e non potrebbe mai ricevere applicazione nel fallimento consecutivo, se la funzionalità delle prestazioni svolte allo scopo di ottenere l'ammissione al concordato dovesse essere valutata ex post e con riguardo al fallimento anzichè alla procedura minore.

La, art. 111 l.fall. non richiede, invece, che, ai fini della collocazione in prededuzione dei crediti derivanti da tali prestazioni, debba essere dimostrata l'utilità concreta delle stesse per la massa: da un lato, infatti, va rilevato che non spetta più al giudice la valutazione della convenienza della proposta; dall'altro va rimarcato che, ove detta utilità dovesse essere verificata ex post, ovvero tenendo conto dei risultati raggiunti, la norma risulterebbe priva di senso, in quanto non potrebbe mai trovare applicazione nel fallimento consecutivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 21 novembre 2017, n.27694.




Data certa dei documenti – Fatto impeditivo rilevabile d’ufficio – Inammissibilità della verificazione del credito ipotecario verso terzo datore di ipoteca fallito – Azione esecutiva del creditore ipotecario su beni del fallito

La mancanza di data certa nelle scritture prodotte dal creditore, che proponga istanza di ammissione al passivo fallimentare, si configura come fatto impeditivo all'accoglimento della domanda ed oggetto di eccezione in senso lato, in quanto tale rilevabile anche di ufficio dal giudice.

Il creditore ipotecario non può avvalersi del procedimento di verificazione dello stato passivo, di cui al capo V della legge fallimentare, rivendicando un diritto reale di garanzia, concesso dal soggetto fallito quale terzo garante, per crediti nascenti da mutui accordati in favore di un soggetto diverso, in quanto non essendo creditore diretto del fallito, l'accertamento del relativo diritto non può essere sottoposto alle regole del concorso, senza che sia instaurato il contraddittorio con la parte che si assume sua debitrice.

I titolari di diritti di reali di garanzia su beni immobili compresi nel fallimento e già costituiti in garanzia per crediti vantati verso debitori diversi dal fallito devono avvalersi, per la realizzazione delle loro pretese in sede esecutiva, delle modalità di cui agli artt. 602, 603 e 604 c.p.c. (Gianni Tognoni) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 20 novembre 2017, n.27504.




Fallimento - Domande di rivendica e restituzione - Ammissione al passivo del controvalore del bene - Esperimento infruttuoso della domanda di rivendica - Esclusione - Onere della prova

La facoltà riconosciuta dall'art. 103 l.fall. al titolare del diritto in tema di domande di rivendica e restituzione, di richiedere l'ammissione al passivo del controvalore del bene alla data di apertura del concorso, non presuppone l'esperimento infruttuoso della domanda di rivendica o di restituzione.

L'impossibilità della restituzione del bene può risultare da attività poste in essere dagli organi della procedura e che siano note al titolare del diritto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 08 novembre 2017, n.26424.




Fallimento - Azione revocatoria fallimentare - Atti estintivi di debiti pecuniari non effettuati con danaro o altri mezzi normali di pagamento - Natura straordinaria o meno dell’atto - Cessione di credito - Irrilevanza

In tema di azione revocatoria di atti estintivi di debiti pecuniari non effettuati con danaro o con altri mezzi normali di pagamento di cui all’art. 67, comma 1, n. 2 l.fall., la natura straordinaria o meno dell’atto esula dalla nozione di “pagamento anormale” fatta propria dalla citata disposizione normativa con rifermento alla figura della cessione del credito, posto che, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza della Corte di cassazione, la cessione di credito, quando "effettuata in funzione solutoria di un debito scaduto ed esigibile, si caratterizza come anomala rispetto al pagamento effettuato in danaro od altri titoli di credito equivalenti, in quanto il relativo processo satisfattorio non è usuale, alla stregua delle ordinarie transazioni commerciali". Resta unicamente salva, va precisato, l'eventualità che la cessione sia stata nel concreto prevista come mezzo di "estinzione contestuale al sorgere del credito" al cui specifico soddisfacimento venga per l'appunto destinata (cfr., tra le ultime, Cass., 20 settembre 2013, n. 21610; Cass., 29 luglio 2009, n. 17683). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 02 novembre 2017, n.26063.




Contratti di garanzia - Fideiussione e contratto autonomo di garanzia - Distinzione - Effetti ai fini della revocatoria fallimentare - Incidenza per la massa dei creditori

Il fatto che fideiussione e contratto autonomo diano luogo a figure di garanzia tra loro diverse non comporta che le stesse siano regolate, o debbano venire regolate, in modo diverso sotto ogni profilo di disciplina; ai fini della revocatoria, infatti, nel rapporto tra debitore principale e creditore beneficiario, il pagamento fatto dal garante autonomo produce effetti identici - sotto il profilo dell'attribuzione patrimoniale - a quello posto in essere dal fideiussore: in entrambi i casi si tratta di un pagamento del terzo che trova titolo nell'assunzione negoziale di un obbligo di garanzia e che risulta dunque revocabile ex art. 67, comma 2, l.fall. al ricorrere di identici presupposti, sia oggettivi (pagamento e regresso) che soggettivi.

A ben vedere, anzi, nel porre a confronto fideiussione e contratto autonomo rispetto all'angolo visuale del fallimento (o liquidazione coatta) del debitore principale, è proprio questa seconda figura a risultare di maggiore peso e incidenza per la massa dei creditori insinuati, in quanto il contratto autonomo assicura al garante che ha pagato un regresso assai più agevole di quello del fideiussore, perchè in sè svincolato dalle vicende inerenti al rapporto garantito (salvo il caso ricorrano gli estremi dell'exceptio doli generalis). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 02 novembre 2017, n.26062.




Fallimento – Opposizione allo stato passivo – Produzione di documenti a mezzo PEC – Acquisizione alla sfera di cognizione del giudice – Necessità di produzione in sede di opposizione – Eslcusione

L'art. 99, comma 2, n. 4, allorchè fa riferimento ai "documenti prodotti" dal creditore, va adesso coordinato con le nuove disposizioni che non prevedono più la formazione, nella fase sommaria, di un apposito fascicolo di parte, ma semplicemente la trasmissione dei documenti alla PEC del curatore (che successivamente provvede, tramite la cancelleria, a renderli disponibili, sempre mediante il sistema informatico, al giudice delegato per il successivo esame), la locuzione contenuta nell'art. 99, comma 2, n. 4, l.fall. deve dunque intendersi riferita ai documenti trasmessi a mezzo PEC al curatore (oltre che ai titoli di credito depositati in originale presso la cancelleria del tribunale ed a quelli "nuovi" depositati al momento della presentazione del ricorso in opposizione).

Ne consegue che, una volta trasmesso alla PEC del curatore e successivamente inserito nel sistema telematico, il documento probatorio appartiene ormai al fascicolo informatico della procedura (interamente sostitutivo del tradizionale sistema cartaceo, articolato sulla distinzione materiale tra fascicolo della procedura e fascicolo di parte), definito ai sensi del D.M. 11 febbraio 2011, n. 44, art. 9, comma 1, come il fascicolo destinato a raccogliere "gli atti, i documenti, gli allegati, le ricevute di posta elettronica certificata e i dati del procedimento medesimo da chiunque formati, ovvero le copie informatiche dei medesimi atti quando siano stati depositati su supporto cartaceo" e dunque, come si ricava dalla lettura dei successivi artt. 12 e ss., destinato a ricomprendere anche i documenti probatori (ivi compresi gli allegati non informatici, per i quali la cancelleria provvede comunque ad effettuare copia informatica e ad inserirla nel fascicolo informatico).

Il documento probatorio, dunque, una volta "depositato" dal creditore, entra a far parte dell'unico fascicolo della procedura e unitamente ad esso è destinato ad essere necessariamente acquisito, alla stregua di qualsiasi atto contenuto nel fascicolo d'ufficio, nella sfera cognitiva del giudice dell'impugnazione, alla sola condizione che sia stato specificamente indicato nel ricorso in opposizione.

E' in questo senso, allora, che può e deve essere inteso il richiamo al principio di non dispersione della prova, atteso che l'automatica migrazione dei documenti probatori all'interno del sistema del fascicolo informatico, secondo le nuove forme dell'ammissione al passivo di cui al D.L. n. 179 del 2012, reca con sè la necessità che quei documenti restino nella sfera di cognizione del giudice anche nella fase dell'opposizione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 26 ottobre 2017, n.25513.




Concordato preventivo - Risoluzione - Dichiarazione di fallimento d’ufficio - Esclusione - Questione di legittimità costituzionale - Manifesta infondatezza

E’ manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del rinvio contenuto nell’art. 186 l.fall. all’art. 137 l.fall. nella parte in cui non consente al giudice di dichiarare d’ufficio il fallimento dell’imprenditore a seguito della pronuncia di risoluzione del concordato preventivo.

“… questa Corte, con la sentenza n. 240 del 2003, richiamata dal rimettente, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 6 e 8 del r.d. n. 267 del 1942, sollevata in riferimento all’art. 111 Cost., affermando che rientra «nella discrezionalità del legislatore riconoscere al giudice il potere officioso sopra descritto ovvero disporre che il giudice riferisca in ogni caso dell’insolvenza, perché si attivi, al pubblico ministero», senza dunque ritenere il carattere costituzionalmente imposto di una tale previsione;

… la successiva sentenza n. 184 del 2013 … ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata in riferimento agli artt. 76 e 77 Cost., dell’art. 4 del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell’articolo 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), che ha sostituito l’art. 6 del r.d. n. 267 del 1942 ed ha eliminato il potere del tribunale di dichiarare d’ufficio il fallimento, sottolineando che detta norma «risponde ad un criterio di coerenza interno al sistema», tenuto conto che «[i]l nostro ordinamento processuale civile è, sia pure in linea tendenziale e non senza qualche eccezione, ispirato dal principio ne procedat judex ex officio (sentenza n. 123 del 1970), così da escludere che in capo all’organo giudicante siano allocati anche significativi poteri di impulso processuale»;

… la coerenza della norma censurata con il novellato sistema della legge concorsuale fondamentale è stata rimarcata anche dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui l’abrogazione espressa del potere del tribunale di dichiarare d’ufficio il fallimento, nel caso di risoluzione del concordato preventivo, realizzata dall’art. 17, comma 1, del d.lgs. n. 169 del 2007, che ha modificato il citato art. 186, ha avuto «valore meramente ricognitivo di una abrogazione implicita che è stata indotta» dalla riformulazione dell’art. 6 del r.d. n. 267 del 1942, «in modo da rendere incompatibile la sopravvivenza dell’istituto nell’ambito della disciplina del concordato preventivo» (Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenza 15 maggio 2015, n. 9934); …” (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale, 25 ottobre 2017, n.222.




Azioni che derivano dal fallimento – Azione ex art. 2467 c.c. per la restituzione del rimborso di un finanziamento sociale – Legittimazione del curatore fallimentare – Competenza del tribunale falimentare

Nell'ambito della disciplina introdotta dall'art. 2467 cod. civ., comma 1, occorre distinguere tra la regola dettata dalla prima parte, che dispone la postergazione del rimborso dei finanziamenti effettuati dai soci, rispetto al soddisfacimento degli altri creditori, ed il rimedio previsto dalla seconda parte della medesima disposizione, che pone a carico dei soci l'obbligo di restituire i rimborsi ottenuti nell'anno precedente alla dichiarazione di fallimento della società.
L’obbligo di restituzione dei rimborsi dei finanziamenti di cui il socio ha beneficiato è destinato ad operare esclusivamente in caso di fallimento della società, e di conseguenza, la legittimazione all'esercizio dell'azione restitutoria è riconosciuta al curatore, in rappresentanza della massa dei creditori.
Non essendo la domanda proposta dal curatore ai sensi dell’art. 2467 c.c. annoverabile tra le azioni rinvenute nel patrimonio della società fallita, nel cui esercizio egli riveste la medesima posizione sostanziale e processuale, ma trattandosi di un'azione che trae origine dal fallimento, non può trovare applicazione la speciale competenza delle sezioni specializzate in materia d'impresa, prevista dal D.Lgs. n. 168 del 2003, art. 3, come modificato dal D.L. n. 1 del 2012, art. 2, comma 1, lett. d), restando la controversia devoluta alla competenza funzionale del tribunale che ha dichiarato il fallimento, ai sensi dell'art. 24 L. Fall. (Gianni Tognoni) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 24 ottobre 2017, n.25163.




Fallimento – Finanziamento soci ex art. 2467 c.c. – Rimborso – Restituzione – Competenza Tribunale Fallimentare – Regolamento di Competenza

Nell’ambito della disciplina introdotta dell’art. 2467, co. 1, c.c. occorre distinguere tra la regola dettata dalla prima parte, che dispone la postergazione del rimborso dei finanziamenti effettuati dai soci, come qualificati dal secondo comma, rispetto al soddisfacimento degli altri creditori, ed il rimedio previsto dalla seconda parte della medesima disposizione, che pone a carico dei soci l’obbligo di restituire i rimborsi ottenuti nell’anno precedente la dichiarazione di fallimento della società. Tale rimedio, pur costituendo applicazione della predetta regola, è destinato a operare esclusivamente in caso di fallimento della società, come reso evidente dal riferimento temporale adottato ai fini dell’individuazione dei rimborsi soggetti a restituzione, che, presupponendo l’intervenuta dichiarazione di fallimento, consente di riconoscere esclusivamente al curatore, in rappresentanza della massa dei creditori, la legittimazione all’esercizio dell’azione restitutoria.

L’azione di restituzione prevista dalla seconda parte dell’art. 2467, co. 1, c.c. trae origine dal fallimento. Pertanto, non può trovare applicazione la competenza speciale delle sezioni specializzate in materia di impresa, prevista dall’art. 3 del d.lgs. n. 168 del 2003, come modificato dall’art. 2, co. 1, lett. d), del d.l. n. 1 del 2012, restando la controversia devoluta alla competenza funzionale del tribunale che ha dichiarato il fallimento, ai sensi dell’art. 24 della legge fall. (Pietro Bianchi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 24 ottobre 2017, n.25163.




Concordato preventivo – Attività stragiudiziali compiute dall’avvocato ai fini della presentazione della domanda – Liquidazione unitaria con quelle giudiziali – Discipline di cui al D.M. 24 novembre 1990, n. 392 e di cui al D.M. n. 127 del 2004 – D.L. 24 gennaio 2012, n. 1

Le attività stragiudiziali compiute dall’avvocato ai fini della presentazione della domanda di concordato preventivo sono strettamente connesse a quella giudiziali, con la conseguenza che le stesse vanno liquidate unitamente a quelle giudiziali in base alla tariffa giudiziale; la natura delle predette attività, consistenti nella partecipazione ad incontri con il liquidatore della società in crisi e con gli altri professionisti sono complementari a quelle riguardanti direttamente lo studio della controversia, la redazione ed il deposito del ricorso e la partecipazione alle fasi successive del procedimento, così da ritenerne giustificata l'aggregazione in un'unica prestazione complessa avente ad oggetto la rappresentanza tecnica e la difesa della debitrice nell’ambito della procedura concorsuale.

A tale conclusione è possibile pervenire sia sulla base della disciplina di cui al D.M. 24 novembre 1990, n. 392 che della disciplina successiva di cui al D.M. n. 127 del 2004, con la precisazione che a principi non diversi s'ispira la nuova disciplina introdotta dal D.M. 20 luglio 2012, n. 140, che ha stabilito i parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi, in attuazione del nuovo regime introdotto dal D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 9, convertito con modificazioni dalla L. 24 marzo 2012, n. 17: nel disporre che la determinazione dei compensi relativi all'attività giudiziale civile, amministrativa e tributaria che abbia luogo in base ai parametri previsti dall'allegata Tabella A - Avvocati, l'art. 11 di detto decreto ribadisce, infatti, espressamente il carattere omnicomprensivo dell'importo risultante dalla loro applicazione, richiamando l'art. 1, comma terzo, secondo cui "i compensi liquidati comprendono l'intero corrispettivo per la prestazione professionale, incluse le attività accessorie alla stessa", e precisando inoltre, per maggior chiarezza, al comma 8, che "il compenso, ai sensi dell'art. 1, comma 3, comprende ogni attività accessoria, quali, a titolo di esempio, gli accessi agli uffici pubblici, le trasferte, la corrispondenza anche telefonica o telematica o collegiale con il cliente, le attività connesse a oneri amministrativi o fiscali, le sessioni per rapporti con colleghi, ausiliari, consulenti, magistrati". (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 19 ottobre 2017, n.24682.




Fallimento del debitore principale – Debito garantito da fideiussione non ancora scaduto – Decorrenza del termine per proporre le istanze contro il debitore

Fideiussione con beneficio di escussione – Fallimento del debitore principale – Decadenza dalla fideiussione prevista dall'art. 1957 c.c. – Istanza di insinuazione al passivo fallimentare nel termine semestrale


In caso di fallimento del debitore principale, il debito garantito da fideiussione che non sia ancora scaduto deve intendersi tale, ai sensi dell'art. 55 l.fall., comma 2, alla data di dichiarazione del fallimento, con la conseguenza che da questa data decorre il termine entro cui il creditore deve proporre le sue istanze contro il debitore, ai sensi dell'art. 1957 c.c., comma 1, per fare salvi i suoi diritti nei confronti del fideiussore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

In caso di fideiussione con pattuizione del beneficio di escussione (art. 1944 c.c., comma 2), se il debitore principale fallisce, il creditore garantito, per evitare la decadenza dalla fideiussione prevista dall'art. 1957 c.c., comma 1, non potendo più assumere iniziative individuali, deve proporre istanza di insinuazione al passivo fallimentare nel termine semestrale previsto dallo stesso art. 1957 c.c., decorrente dalla data di apertura della procedura concorsuale. Viceversa, in ipotesi di fideiussione senza beneficio di escussione (c.d. fideiussione solidale - art. 1944 c.c., comma 1), il creditore, esercitando la facoltà di scelta che è propria delle obbligazioni solidali, potrà promuovere le sue "istanze" indifferentemente nei confronti del debitore principale fallito (mediante domanda di ammissione al passivo del fallimento) ovvero nei confronti del garante (nelle forme ordinarie). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 16 ottobre 2017, n.24296.




Fallimento - Accertamento del passivo - Opposizione allo stato passivo - Eccezioni - Proponibilità - Mancata presentazione delle osservazioni ex art. 95 legge fall. - Irrilevanza - Fondamento

Nel giudizio di opposizione allo stato passivo del fallimento il creditore, il cui credito sia stato escluso o ridotto nel progetto del curatore, può proporre le eccezioni e depositare i documenti ritenuti rilevanti ancorché non abbia presentato alcuna preventiva osservazione ex art. 95, comma 2, l. fall., dovendosi escludere che il mancato esercizio di tale facoltà comporti il prodursi di preclusioni, attesa la non equiparabilità del suddetto giudizio a quello d'appello, con conseguente inapplicabilità dell'art. 345 c.p.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 ottobre 2017, n.24160.




Istituti o enti di credito - Altre aziende di credito - Liquidazione - Istituto di credito - Cessione delle attività e passività - Debiti del cedente - Azione nei confronti del cedente - Improcedibilità - Responsabilità del cessionario - Limiti - Debiti risultanti dallo stato passivo - Fondamento

L'azione proposta dal creditore di un istituto di credito, posto in liquidazione coatta amministrativa con cessione delle attività e passività, è improcedibile nei confronti della banca cedente, mentre nei confronti della banca cessionaria può trovare accoglimento solo per i debiti risultanti dallo stato passivo della liquidazione, come espressamente prevede l'art. 90 del d.lgs. n. 385 del 1993. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 ottobre 2017, n.24181.




Fallimento – Sentenza dichiarativa – Opposizione – Reclamo avverso sentenza dichiarativa di fallimento – Legittimazione – S.r.l. che ha domandato il proprio fallimento – Legittimazione del socio occulto o di fatto ad opporsi alla sentenza – Esclusione – Fondamento

Il socio di una s.r.l. fallita, il cui amministratore abbia domandato il proprio fallimento, non è legittimato a proporre reclamo avverso la sentenza dichiarativa, in quanto la delibera assembleare che ha autorizzato l'organo amministrativo alla presentazione dell'istanza ha efficacia vincolante, ex art. 2377, comma 1, c.c., per tutti i soci, ancorché non intervenuti o dissenzienti, salvo che non sia stata impugnata e poi sospesa od annullata; a maggior ragione, dunque, un interesse a proporre reclamo non può essere riconosciuto al socio occulto, ossia a chi eserciti l’attività di direzione e coordinamento in modo illecito, approfittando ed abusando dei poteri di direzione, ed eludendo per fini propri i principi di corretta gestione societaria ed imprenditoriale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 ottobre 2017, n.23579.




Fallimento - Accertamento del passivo - Credito documentato da scrittura privata non avente data certa - Prova del momento di conclusione del negozio - Deduzione di fatto diverso da quelli tipizzati nell'art. 2704 c.c. - Ammissibilità - Limiti - Fattispecie

In sede di accertamento dello stato passivo, ai fini dell'opponibilità al fallimento di un credito documentato con scrittura privata non avente data certa, mediante la quale voglia darsi la prova del momento in cui il negozio è stato concluso, il creditore può dimostrare la certezza della data attraverso fatti, quali che siano, equipollenti a quelli previsti dall'art. 2704 c.c., ivi compresa la documentazione proveniente dalla società “in bonis”, ove tale documentazione sia idonea allo scopo. (Nella specie, riguardante un contratto di licenza di marchio nel quale erano subentrate il creditore istante e la società “in bonis”, poi fallita, la S.C., in applicazione del suesposto principio, ha cassato la pronuncia di merito che aveva negato rilievo, ai fini della certezza della data del contratto, alle scritture contabili e al bilancio della fallita, attestante l’uso del marchio, a una lettera inviata a mezzo fax dalla società concernente la ricezione delle fatture relative al credito insinuato e ad una richiesta di pagamento inviata con raccomandata riferita alle medesime fatture). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 ottobre 2017, n.23582.




Fallimento – Accertamento del passivo – Diritti del lavoratore – Competenza del giudice del lavoro – Limiti

Le domande di accertamento o costitutive di diritti del lavoratore, anche se seguite da richieste di condanna al risarcimento dei danni o al pagamento dei crediti, rientrano nella competenza del giudice del lavoro il quale dovrà limitare la propria pronuncia all'accertamento o alla costituzione del diritto (senza pronunciare condanne); e ciò in quanto la vis actractiva attribuita, ai sensi della, art. 24 l. fall., alla competenza del tribunale fallimentare riguarda tutte le azioni derivanti dal fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 06 ottobre 2017, n.23418.




Fallimento – Dichiarazione – Requisiti dimensionali – Attivo patrimoniale – Piccolo imprenditore – Rimanenze di magazzino

Nella valutazione del capitale investito, ai fini del riconoscimento della qualifica di piccolo imprenditore, trovano applicazione i principi di logica contabile, cui si richiama la art. 1, comma 2, lett. a) l.fall., (nel testo modificato dal D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, art. 1) e di cui è espressione lo stesso art. 2424 c.c., con la conseguenza che, pur non essendo il piccolo imprenditore tenuto alla redazione di un bilancio come quello previsto per le società di capitali, tra le poste attive della situazione patrimoniale vanno incluse anche le rimanenze di magazzino, mentre nel passivo devono essere computati i debiti contratti per l'acquisto degli stessi beni. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 04 ottobre 2017, n.23196.




Concordato preventivo – Sindacato del tribunale sulla causa concreta – Eventuale indisponibilità dell’immobile – Eventuale mancato rinnovo dell’autorizzazione amministrativa

Il sindacato del tribunale sulla effettiva realizzabilità della causa concreta della proposta di concordato preventivo può estendersi a fattori quali l’imminente scadenza del contratto di affitto di azienda, con conseguente eventuale indisponibilità dell’immobile ospitante la struttura aziendale, nonché l’eventualità del mancato rinnovo dell’accreditamento presso il servizio sanitario nazionale necessario per la prosecuzione dell’attività sanitaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 28 settembre 2017, n.22691.




Concordato preventivo – Nomina a liquidatore della stessa persona nominata commissario giudiziale – Conflitto di interessi – Omessa contestazione dell’attività svolta – Fattispecie

Concordato preventivo – Astensione dal voto – Espressione di posizione non adesiva alla proposta – Legittimazione ad impugnare il decreto di omologazione – Sussistenza


Se è vero che la nomina a liquidatore della persona già nominata commissario giudiziale collide con il requisito di cui al combinato disposto degli artt. 182, secondo comma, e 28, secondo comma, l.fall. che il liquidatore sia immune da conflitti di interessi, anche potenziali, situazione si verifica invece nel caso in cui nella persona del liquidatore si cumulino la funzione gestoria con quella di sorveglianza dell'adempimento del concordato, di cui all'art. 185, primo comma, l.fall. (Cass. 1237/2013), è anche vero che qualora la nomina a liquidatore del commissario giudiziale non sia stata oggetto di contestazione e l'attività sia stata conseguentemente svolta, non possa negarsi al liquidatore il compenso per l'attività svolta, secondo un principio più generale di presunzione di legittimità dell'attività comunque compiuta.

[Nella specie, il ricorrente ha omesso di dedurre circostanze specifiche ai fini dell'interesse ad agire in rapporto alla censura in questione.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

E’ legittimato alla opposizione al concordato, ai sensi dell’art. 180, comma 2, l.fall., chi, pur astenendosi dal voto, abbia fatto constatare in adunanza una posizione non adesiva alla proposta, tanto più in considerazione del principio per cui la legittimazione ad impugnare il decreto di omologazione del concordato preventivo discende unicamente dall'avere assunto la qualità di parte in senso formale nel giudizio di cui all'art. 180 l.fall. ed essere ivi rimasto soccombente. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 25 settembre 2017, n.22272.




Fallimento – Contratti ad esecuzione continuata o periodica – Subentro del curatore – Pagamento integrale delle forniture già avvenute – Principio generale – Esclusione – Contratto di somministrazione – Distinzione fra crediti del somministrante aventi natura concorsuale perché sorti in data anteriore al fallimento e quelli aventi natura prededudicibile perché sorti in data posteriore

L’art. 74 l.fall., nello stabilire che il curatore che subentra in un contratto ad esecuzione continuata o periodica deve pagare integralmente anche il prezzo delle forniture già avvenute o dei servizi già erogati, non costituisce attuazione concreta di un principio generale attinente alla natura del contratto, ma detta una disciplina di carattere eccezionale, che non può trovare applicazione in tutti gli altri casi di continuazione del rapporto, nel corso di procedure concorsuali, cui tale disciplina non sia espressamente estesa.

Infatti nei contratti di durata, quale quello di somministrazione - in cui all'unità sinallagmatica della fase genetica corrisponde la continuità o la periodicità della fase esecutiva - ogni atto di prestazione e controprestazione, pur non estinguendo il vincolo negoziale, non costituisce adempimento parziale, ma adempimento pieno delle obbligazioni che da essi sorgono: il subentro del curatore nel contratto, pertanto, non impedirebbe di per sè di operare una distinzione - che è preclusa unicamente dalla norma in esame - fra i crediti del somministrante aventi natura concorsuale perché sorti in data anteriore al fallimento e quelli aventi natura prededudicibile perché sorti in data posteriore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 25 settembre 2017, n.22274.




Concordato preventivo - Annullamento e risoluzione - Fissazione della data di scadenza dell'ultimo pagamento - Termine per la richiesta di risoluzione - Decorrenza

Il termine per domandare la risoluzione del concordato preventivo, ai sensi dell'art. 186, comma 3, l.fall., nel testo ratione temporis anteriore alle modifiche apportate all’istituto negli artt. 160, comma 4 e 161, comma 2, l.fall. a seguito del d.l. n. 83 del 2015 conv. con modif. dalla l. n. 132 del 2015, decorre dall’ultimo adempimento previsto ma ha natura decadenziale e non processuale, poiché il dedotto inadempimento e la predetta domanda non sono eventi o atti interni alla procedura, che si chiude con l’omologazione, ciò escludendo ogni richiamo pertinente all'art. 36 bis l.fall., che sottrae alla sospensione feriale i termini processuali previsti negli artt. 26 e 36 l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 settembre 2017, n.22273.




Fallimento - Organi - Giudice delegato - Provvedimenti - Reclami - Interesse ex art. 100 c.p.c. - Necessità - Sussistenza - Fallimento di società di capitali - Provvedimenti sulla liquidazione dei beni sociali – Sospensione della vendita - Legittimazione del legale rappresentante - Esclusione - Ragioni

Il legale rappresentante della società fallita, a differenza di quest'ultima, non è legittimato a proporre reclamo ex art. 26 l.fall. avverso il provvedimento del giudice delegato che abbia negato la sospensione della vendita coattiva dei beni sociali, in quanto egli non vanta alcun reale diritto su quei beni, essendo perciò titolare non del necessario interesse ex art. 100 c.p.c., bensì di un mero interesse di fatto alla conservazione del patrimonio sociale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 settembre 2017, n.21837.




Fallimento – Locazione finanziaria – Fallimento dell’utilizzatore – Scioglimento del contratto – Credito del concedente – Distinzione

In caso di fallimento dell'utilizzatore e di opzione del curatore per lo scioglimento del vincolo contrattuale, il credito vantato dal concedente si specifica in due segmenti; il primo relativo ad una somma certa e determinata già alla data della dichiarazione di fallimento (rappresentato dai canoni scaduti e non pagati) ed il secondo relativo ad una somma indeterminata, variabile e dipendente dalla reazione del mercato alla nuova allocazione del bene (rappresentato dalla differenza tra il valore residuo del bene alla data di fallimento e quanto incassato, che può essere anche negativa).

Appare, quindi, evidente che - per il primo segmento di credito - il concedente è legittimato ad insinuarsi ordinariamente al passivo e ad essere soddisfatto in sede fallimentare, indipendentemente dalla vendita o altra allocazione del bene in leasing, mentre l'ulteriore ed eventuale segmento di credito potrà essere insinuato solo a latere della collocazione stessa, da cui strettamente dipende.

La Corte ha quindi enunciato il seguente principio di diritto:
“in caso di fallimento dell'utilizzatore e di opzione del curatore per lo scioglimento del vincolo contrattuale il concedente non può richiedere subito, mediante l'insinuazione al passivo ed ex art. 93 l.fall., anche il pagamento dei canoni residui che l'utilizzatore avrebbe dovuto corrispondere nell'ipotesi di normale svolgimento del rapporto di locazione finanziaria, in quanto con la cessazione dell'utilizzazione del bene viene meno l'esigibilità di tale credito, ma ha esclusivamente diritto alla restituzione immediata del bene ed un diritto di credito eventuale, da esercitarsi mediante successiva insinuazione al passivo, nei limiti in cui, venduto o altrimenti allocato a valori mercato il bene oggetto del contratto di leasing, dovesse verificarsi una differenza tra il credito vantato alla data del fallimento e la minor somma ricavata dalla allocazione del bene cui è tenuto il concedente stesso, secondo la nuova regolazione degli interessi fra le parti direttamente fissata dalla legge". (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 13 settembre 2017, n.21213.




Concordato preventivo – Domanda di concordato con riserva – Sottoscrizione del solo difensore munito di procura – Sufficienza – Formalità di cui all’art. 152 l.f. – Deposito della domanda di concordato completa

Se, ai fini della presentazione della domanda di concordato con riserva di cui all’art. 161, comma 6, l.fall., è sufficiente che il ricorso sia sottoscritto dal difensore munito di procura, non occorrendo che sia personalmente sottoscritto anche dal debitore, attesa la scissione tra i due momenti, del deposito della domanda di concordato con riserva, e del deposito della proposta, oltre che del piano e della documentazione, nel termine fissato dal giudice (Cass., sez. 1, 12/1/2017, n. 598), allora le formalità prescritte dall’art. 152 l.fall. dovranno essere rispettate solo al momento del successivo completamento della domanda con il deposito della proposta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 04 settembre 2017, n.20725.




Fallimento – Dichiarazione – Competenza territoriale – Competenza del pubblico ministero richiedente – Irrilevanza

Fallimento – Dichiarazione – Competenza territoriale – Istanza di fallimento proposta dal pubblico ministero diverso da quello applicato alla sede del tribunale competente – Dichiarazione resa dal PM in udienza di voler far propria la volontà espressa dal PM che ha proposto l’istanza


In tema di competenza territoriale per la dichiarazione di fallimento, non è rilevante la competenza del pubblico ministero richiedente, bensì quella del tribunale, della quale soltanto si occupa la legge fallimentare, radicandola (art. 9) nel luogo in cui l'imprenditore ha la sede principale dell'impresa.

Dal disposto dell’art. 7 l.fall., si trae solo che il pubblico ministero è legittimato alla richiesta per dichiarazione di fallimento in tutti i casi nei quali abbia istituzionalmente appreso la "notizia decoctionis", a prescindere dal luogo in cui il reato è stato commesso ed il procedimento penale conseguentemente avviato.

Non può dunque costituire ostacolo alla procedibilità della richiesta di declaratoria di fallimento il fatto che essa sia stata indirizzata ad un tribunale diverso da quello presso il quale il pubblico ministero richiedente esercita le sue funzioni nell'ambito dei procedimenti penali a norma dell'art. 51 c.p.p. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Nel caso di istanza di fallimento proposta da pubblico ministero diverso da quello applicato alla sede del tribunale competente per la dichiarazione ai sensi dell’art. 9 l.fall.,  non è nulla né efficace la dichiarazione resa dal pubblico ministero in udienza di voler far propria la volontà espressa dal pubblico ministero che ha proposto l’istanza. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 25 agosto 2017, n.20400.




Fallimento - Contratto di appalto - Fallimento dell'appaltatore - Fonte di responsabilità della procedura nei confronti del committente -  Esclusione - Pagamento in proporzione del prezzo pattuito per l'intera opera

Lo scioglimento del contratto di appalto in conseguenza del fallimento dell'appaltatore, a norma dell’art. 81, l.fall., costituisce un effetto legale "ex nunc" della sentenza dichiarativa e non è, quindi, causa di responsabilità della procedura nei confronti del committente, il quale, pertanto, è tenuto, a norma dell'art. 1672 c.c., al pagamento in proporzione, nei limiti in cui è per lui utile, del prezzo pattuito per l'intera opera, da determinare, specie nel caso in cui il corrispettivo sia stato pattuito a corpo anche con il ricorso a criteri equitativi, che il giudice può sempre utilizzare, anche d'ufficio, ove dia conto dei dati obiettivi utilizzati e del processo logico seguito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 25 agosto 2017, n.20398.




Fallimento - Insinuazione tardiva - Opposizione allo stato passivo - Decorrenza del termine - Comunicazione del curatore

Fallimento - Insinuazione tardiva - Opposizione allo stato passivo - Decorrenza del termine - Comunicazione del curatore


Deve essere esclusa la possibilità di ricollegare la decorrenza del termine per l'impugnazione dell’opposizione allo stato passivo al mero deposito del decreto di variazione dello stato passivo adottato sulla base dell'insinuazione tardiva, non risultando tale adempimento sufficiente a garantire l'effettiva conoscenza del provvedimento da parte degli altri creditori e dovendosi, pertanto, fare riferimento alla comunicazione del curatore, quale unico strumento idoneo a determinarne la conoscenza legale e quindi non surrogabile da altri atti o fatti idonei ad evidenziare una conoscenza aliunde acquisita.

In tema d'impugnazioni, la giurisprudenza di legittimità e quella costituzionale hanno infatti evidenziato ripetutamente l'esigenza di operare un bilanciamento tra la tutela della certezza giuridica e quella del diritto di difesa, ribadendo costantemente, in presenza di termini brevi, la necessità di ancorarne la decorrenza alla conoscenza legale del provvedimento da impugnare, ovverosia ad una conoscenza conseguita per effetto di un'attività svolta nel processo o in funzione dello stesso, della quale la parte sia destinataria o da essa stessa posta in essere, normativamente idonea a determinare detta conoscenza, o comunque a farla considerare acquisita con effetti esterni rilevanti sul piano processuale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L’onere di dimostrare la tardività dell’opposizione allo stato passivo incombe sulla parte che la eccepisce, e ciò non già in virtù del principio di vicinanza della prova, ma in virtù delle regole generali, le quali pongono a carico dell'impugnante che intenda avvalersi del termine lungo soltanto l'onere di precisare di non aver ricevuto alcuna comunicazione; in contrario, non vale osservare che il creditore tardivamente ammesso al passivo non è in possesso dell'avviso comunicato agli altri creditori, ben potendo egli controllare l'avvenuta effettuazione dello stesso in base agli atti della procedura, ed estrarne eventualmente copia da produrre in giudizio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 18 agosto 2017, n.20182.




Fallimento - Accertamento del passivo - Opposizione allo stato passivo - Natura impugnatoria - Nuove eccezioni proponibili dal curatore - Preclusione di cui all'art. 345 c. p. c. - Configurabilità - Esclusione - Fondamento

Nel giudizio di opposizione allo stato passivo non opera, nonostante la sua natura impugnatoria, la preclusione di cui all'art. 345 c.p.c. in materia di "ius novorum", con riguardo alle nuove eccezioni proponibili dal curatore, in quanto il riesame, a cognizione piena, del risultato della cognizione sommaria proprio della verifica, demandato al giudice dell'opposizione, se esclude l'immutazione del "thema disputandum" e non ammette l'introduzione di domande riconvenzionali della curatela, non ne comprime tuttavia il diritto di difesa, consentendo, quindi, la formulazione di eccezioni non sottoposte all'esame del giudice delegato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 luglio 2017, n.19003.





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