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Come inviare la giurisprudenza

ISSN 2282-1317  

  

     Rivista trimestrale di diritto delle procedure di risanamento dell'impresa e del fallimento

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Merito


Il termine per la risoluzione del concordato liquidatorio decorre dall’esaurimento delle operazioni di liquidazione

Concordato preventivo – Risoluzione – Concordato liquidatorio – Decorso del termine di un anno ex art. 186, comma 3, legge fallim.

L’art. 186, comma 3, legge fallim., ove stabilisce che il ricorso per la risoluzione del concordato preventivo deve proporsi entro un anno dalla scadenza del termine fissato per l’ultimo adempimento previsto dal concordato, deve essere interpretato nel senso che ove il termine in questione non sia stato fissato in modo tassativo esso decorre dall’esaurimento delle operazioni di liquidazione che si compiono non soltanto con la vendita dei beni, ma anche con gli effettivi pagamenti.

Detta interpretazione appare ancor più corretta se si consideri che il legislatore, all’art. 186 legge fallim., ha voluto utilizzare proprio la generica espressione “adempimento” e non già quella specifica di “pagamento”.

Nel concordato liquidatorio i termini di adempimento del piano non possono che qualificarsi come “mere prospettazioni”, non potendosi certo trascurare che tali termini dovranno necessariamente confrontarsi con l’andamento dei mercati, delle vendite e dunque con elementi esogeni ed incontrollabili ex ante; ne discende che ove non risultino non conclusi gli adempimenti previsti dal piano, non può dirsi iniziato il decorso del termine annuale di cui all’art. 186, comma 3, legge fallim. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Brescia 16 maggio 2020.




Natura dell’eccezione di esenzione da revocatoria fallimentare

Revocatoria fallimentare di rimesse bancarie – Esenzione da revocatoria ex art. 67 co. 3 lettera b) l.f. – Eccezione in senso stretto – Esclusione – Rilevabilità d’ufficio

Revocatoria fallimentare di rimesse bancarie – Rimesse eseguite su un conto che non consente l'effettivo riutilizzo del denaro – Esenzione da revocatoria ex art. 67 co. 3 lettera b) l.f. – Limitazione di cui all'articolo 70 L.F. – Applicabilità – Esclusione

L’esenzione da revocatoria di cui all’art. 67, terzo comma, lettera b), l. fall., non costituisce oggetto di un’eccezione in senso stretto, perchè l’art. 67 l. fall. per un verso non riserva in modo espresso il rilievo dell’eccezione alla parte e l’allegazione dell’esenzione non corrisponde - come invece avviene nel caso del diritto di annullamento, di rescissione, di risoluzione - all'esercizio di un diritto potestativo del convenuto, da esercitare necessariamente in giudizio perché si verifichi il mutamento della situazione giuridica; per altro verso, nell’elencare le ipotesi di esenzione, dispone che i pagamenti eseguiti a favore di determinati soggetti o in date circostanze “non sono soggetti all’azione revocatoria”, sicché sembra configurare un elemento negativo della fattispecie che, in quanto tale, ben può essere accertato dal giudice d’ufficio.

L'esenzione stabilita dall'art. 67 terzo comma, lettera b), l.fall. e la limitazione degli effetti della revocatoria prevista dall'art.70 l.fall., sono destinate ad operare esclusivamente nei rapporti nei quali il correntista/debitore, effettuato un pagamento, abbia la possibilità di riutilizzare il denaro esistente sul conto e, su tale presupposto, mirano ad evitare che versamenti funzionali a nuovi impieghi da parte del correntista o comunque seguiti da nuovi impieghi possano essere considerati pagamenti di per sé revocabili, esponendo l'accipiens al rischio di dover restituire ben più di quanto si sia risolto effettivamente a suo vantaggio, e non sono quindi applicabili in presenza di un conto aperto al solo scopo di consentire al correntista di ridurre l'ammontare del proprio debito verso la banca. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)
Appello Milano 28 febbraio 2020.




Natura dell’eccezione di esenzione da revocatoria fallimentare

Revocatoria fallimentare di rimesse bancarie – Esenzione da revocatoria ex art. 67 co. 3 lettera b) l.f. – Eccezione in senso stretto – Esclusione – Rilevabilità d’ufficio

Revocatoria fallimentare di rimesse bancarie – Rimesse eseguite su un conto che non consente l'effettivo riutilizzo del denaro – Esenzione da revocatoria ex art. 67 co. 3 lettera b) l.f. – Limitazione di cui all'articolo 70 L.F. – Applicabilità – Esclusione

L’esenzione da revocatoria di cui all’art. 67, terzo comma, lettera b), l. fall., non costituisce oggetto di un’eccezione in senso stretto, perchè l’art. 67 l. fall. per un verso non riserva in modo espresso il rilievo dell’eccezione alla parte e l’allegazione dell’esenzione non corrisponde - come invece avviene nel caso del diritto di annullamento, di rescissione, di risoluzione - all'esercizio di un diritto potestativo del convenuto, da esercitare necessariamente in giudizio perché si verifichi il mutamento della situazione giuridica; per altro verso, nell’elencare le ipotesi di esenzione, dispone che i pagamenti eseguiti a favore di determinati soggetti o in date circostanze “non sono soggetti all’azione revocatoria”, sicché sembra configurare un elemento negativo della fattispecie che, in quanto tale, ben può essere accertato dal giudice d’ufficio.

L'esenzione stabilita dall'art. 67 terzo comma, lettera b), l.fall. e la limitazione degli effetti della revocatoria prevista dall'art.70 l.fall., sono destinate ad operare esclusivamente nei rapporti nei quali il correntista/debitore, effettuato un pagamento, abbia la possibilità di riutilizzare il denaro esistente sul conto e, su tale presupposto, mirano ad evitare che versamenti funzionali a nuovi impieghi da parte del correntista o comunque seguiti da nuovi impieghi possano essere considerati pagamenti di per sé revocabili, esponendo l'accipiens al rischio di dover restituire ben più di quanto si sia risolto effettivamente a suo vantaggio, e non sono quindi applicabili in presenza di un conto aperto al solo scopo di consentire al correntista di ridurre l'ammontare del proprio debito verso la banca. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)
Appello Milano 28 febbraio 2020.




Legittimazione attiva del cessionario di credito bancario

Cessione di credito bancario - Legittimazione del presunto cessionario - Prova

In tema di legittimazione attiva del presunto cessionario di un credito bancario per il quale si sia agito in via monitoria, la mera produzione dell’avviso di cessione del credito pubblicato in Gazzetta Ufficiale da parte del presunto cessionario è formalità che, come chiarito dalla Cassazione civile con le sentenze n. 22268/2018 e n. 2780/2019, non risulta sufficiente a dimostrare la prova della cessione ed il contenuto del contratto.

Conseguentemente, in difetto di produzione del contratto di cessione, deve essere sospesa la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo. (Federico Gambini) (Luca Zamagni) (riproduzione riservata)
Tribunale Rimini 27 febbraio 2020.




Legittimazione attiva del cessionario di credito bancario

Cessione di credito bancario - Legittimazione del presunto cessionario - Prova

In tema di legittimazione attiva del presunto cessionario di un credito bancario per il quale si sia agito in via monitoria, la mera produzione dell’avviso di cessione del credito pubblicato in Gazzetta Ufficiale da parte del presunto cessionario è formalità che, come chiarito dalla Cassazione civile con le sentenze n. 22268/2018 e n. 2780/2019, non risulta sufficiente a dimostrare la prova della cessione ed il contenuto del contratto.

Conseguentemente, in difetto di produzione del contratto di cessione, deve essere sospesa la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo. (Federico Gambini) (Luca Zamagni) (riproduzione riservata)
Tribunale Rimini 27 febbraio 2020.




Concordato con riserva e autorizzazione al pagamento della rata della Definizione agevolata 2018

Concordato preventivo – Definizione agevolata 2018 – Adesione del debitore prima della domanda di concordato con riserva ex art. 161, comma 6, l.f. – Autorizzazione al pagamento della rata

Il debitore che, dopo aver aderito alla Definizione agevolata 2018 (c.d. rottamazione ter), presenti domanda di concordato preventivo con riserva ai sensi dell’art. 161, comma 6, legge fall., può essere autorizzato, ai sensi del successivo comma 7, al pagamento della rata in scadenza del piano di pagamento della definizione agevolata qualora ciò consenta di evitare un aggravamento del passivo in danno ai creditori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Busto Arsizio 26 febbraio 2020.




Irretroattività della legge Gelli-Bianco e riparto di responsabilità tra medico e struttura

Legge 24/2017 Gelli-Bianco – Irretroattività del regime di responsabilità – Retroattività dei criteri di liquidazione del danno – Riparto di responsabilità tra medico e struttura ante legge n. 24/2017 – Presunzione di responsabilità paritaria e concorrente – Eccezione solo per devianza del medico

Compensazione spese di lite – Soccombenza reciproca – Accoglimento di una sola domanda – Accoglimento per importo significativamente minore – Sussiste

La legge 24/2017, cd. Gelli-Bianco, è irretroattiva con riferimento all’articolo 7 comma 3 circa il regime di responsabilità.

La legge 24/2017, cd. Gelli-Bianco, è retroattiva con riferimento ai criteri di liquidazione del danno di cui all’articolo 7 comma 4, che confermano quanto già previsto dall’articolo 3 comma 3 della legge n. 183/2012 cd. Balduzzi, rinviando ai parametri di cui all’articolo 139 Cod. Ass.: tale disposizione s’applica quindi a tutti i processi in corso indipendentemente dal momento della verificazione del danno.

In tema di riparto di responsabilità tra medico e struttura ante riforma della legge n. 24/2017 cd. Gelli-Bianco, la responsabilità risarcitoria si presume concorrente e paritaria tra medico e struttura, anche in caso di colpa esclusiva del medico, ed in tale caso la rivalsa della struttura è possibile solo negli eccezionali casi di inescusabilmente grave, del tutto imprevedibile ed oggettivamente improbabile devianza dal programma condiviso della tutela della salute che è oggetto dell’obbligazione.

Ai fini della compensazione delle spese di lite ex art. 92 comma 2 c.p.c., vi è soccombenza reciproca sia nel caso di accoglimento di una sola delle plurime domande azionate, sia nel caso di accoglimento di soli alcuni capi di un’unica domanda, sia nel caso di accoglimento dell’unica domanda per un importo significativamente inferiore sotto il profilo quantitativo da quello domandato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia 19 febbraio 2020.




Concordato preventivo, voto post assembleare e rinuncia al privilegio nei venti giorni successivi all’assemblea dei creditori

Concordato preventivo - Voto post assembleare - Rinuncia al privilegio nei venti giorni successivi

Alcuna norma prevede che la rinunzia al privilegio venga dichiarata nel corso dell’adunanza ai creditori, limitandosi l’art. 177 L.F. a disciplinare le conseguenze che il creditore privilegiato subisce a seguito della espressione di un voto, ovvero la perdita del rango privilegiato.

Deve quindi ritenersi che il creditore privilegiato possa, rinunziando al privilegio, manifestare il voto favorevole alla proposta successivamente all’adunanza ma entro il termine consentito, non potendosi sostenere che l’adesione tardiva sia limitata ai soli creditori originariamente chirografari (sul punto, Cass. 13828/2000). (Paolo Rosa) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 17 febbraio 2020.




Concordato preventivo, voto post assembleare e rinuncia al privilegio nei venti giorni successivi all’assemblea dei creditori

Concordato preventivo - Voto post assembleare - Rinuncia al privilegio nei venti giorni successivi

Alcuna norma prevede che la rinunzia al privilegio venga dichiarata nel corso dell’adunanza ai creditori, limitandosi l’art. 177 L.F. a disciplinare le conseguenze che il creditore privilegiato subisce a seguito della espressione di un voto, ovvero la perdita del rango privilegiato.

Deve quindi ritenersi che il creditore privilegiato possa, rinunziando al privilegio, manifestare il voto favorevole alla proposta successivamente all’adunanza ma entro il termine consentito, non potendosi sostenere che l’adesione tardiva sia limitata ai soli creditori originariamente chirografari (sul punto, Cass. 13828/2000). (Paolo Rosa) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 17 febbraio 2020.




Assoggettabilità a concordato preventivo di società in house providing

Concordato preventivo – Assoggettabilità – Società in house providing – Gestione del servizio idrico

L’adesione del legislatore della riforma Madia alla tesi panprivatistica comporta che la soggezione alla legge fallimentare discende direttamente dalla scelta di impiegare il modello societario, senza che si possa svolgere un’indagine rispetto alla natura – commerciale o meno – dell’attività oggetto del servizio svolto (nella specie, quello idrico); la necessità di coordinare la disciplina pubblicistica con quella fallimentare (per esempio, in tema di proposte concorrenti) va quindi risolta secondo gli ordinari criteri interpretativi che soccorrono rispetto alle problematiche applicative che sovente si pongono nei rapporti tra le due discipline. (Sergio Della Rocca) (riproduzione riservata) Tribunale Avezzano 13 febbraio 2020.




Revocatoria di cessione immobiliare e scientia decoctionis

Azione revocatoria fallimentare ex secondo comma art. 67 l.f. – Prova della scientia decoctionis

Sussiste la conoscenza del dissesto, ai fini dell’assoggettamento ad azione revocatoria di cessione immobiliare, in presenza delle seguenti circostanze: 1) plurime trascrizioni pregiudizievoli in danno al patrimonio della fallenda, sicuramente note all’acquirente in quanto operatore professionale qualificato (società di grandi dimensioni, titolare di più catene di grande distribuzione alimentare); 2) accelerazione dei tempi della cessione rispetto agli accordi originari in quanto la fallenda non era più in grado di completare i lavori a suo tempo pattuiti; 3) riduzione del prezzo di acquisto, dal quale parte acquirente aveva altresì trattenuto quanto necessario a soddisfare un creditore ipotecario; 4) destinazione diretta del residuo prezzo corrisposto a vari creditori del fallendo. (Giovanni Borsetto) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza 11 febbraio 2020.




La CTU o la perizia resa in altri giudizi fra le stesse od altre parti è una prova atipica

Prove atipiche - Configurabilità - Valore probatorio - Casistica - CTU resa in altri giudizi

L’elencazione delle prove civili contenuta nel codice di rito non è tassativa, e quindi devono ritenersi ammissibili le prove atipiche, la cui efficacia probatoria è quella di presunzioni semplici ex art. 2729 c.c. od argomenti di prova.

E’ prova atipica la CTU o la perizia resa in altri giudizi fra le stesse od altre parti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia 06 febbraio 2020.




Concordato e transazione fiscale: necessario il deposito contestuale, anche se il piano prevede la sola dilazione del pagamento

Concordato preventivo – Proposta prevedente la sola dilazione del credito erariale – Transazione fiscale ex art. 182 ter l. fall. – Necessità – Deposito dell’istanza presso gli Enti e della domanda di concordato – Contestualità

Concordato preventivo – Continuità aziendale – Piano industriale – Arco temporale di durata – Termine triennale

A pena di inammissibilità della domanda, la proposta di accordo per il trattamento del debito fiscale e previdenziale ex art. 182 ter l. fall. deve essere depositata presso gli Enti contestualmente alla presentazione della domanda di concordato, anche quando essa prevede non già la falcidia ma il solo trattamento dilazionato del debito erariale.

Nell’ambito di un piano concordatario in continuità aziendale, è di tre anni l’arco temporale in cui può essere, in via ordinaria, attendibilmente valutato un piano industriale, termine oltre il quale ogni valutazione prognostica diviene fondata su mere ipotesi. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata) (1)


(1) Circa il termine di durata ragionevole del piano, la S.C. è tornata recentemente con Cass. 28.10.2019 n. 27544, est. Didone, osservando che “è diffusa l'opinione, tra i giudici di merito, che la fase esecutiva di un concordato liquidatorio debba concludersi in un arco temporale non superiore al triennio mentre un concordato in continuità aziendale debba esaurirsi nell'ambito del quinquennio. Invero la normativa sulla responsabilità risarcitoria dello Stato per l'irragionevole durata del procedimento (cd. legge Pinto) prevede come termine ragionevole per l'esecuzione individuale quello dei tre anni e come termine ragionevole per la procedura fallimentare quello dei sei anni, tenendo, però, conto, quanto a quest'ultima tipologia, che la scienza aziendalistica ritiene sufficientemente attendibile un piano se formulato in vista di un orizzonte temporale non superiore a tre/cinque anni, così che un'attestazione di fattibilità di un piano di durata superiore non sarebbe idonea a supportare una domanda di concordato. Secondo la Suprema Corte, la procedura fallimentare, per rispettare i dettami dell'art. 2, comma 2, della I. 89/2001 ed i parametri sanciti dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, non dovrebbe superare i cinque anni nel caso di media complessità ed i sette anni in caso di notevole complessità, in tal senso Cass. n. 8468 del 2012 e Cass. n. 23982 del 2017”. (Astorre Mancini)
Tribunale Rimini 06 febbraio 2020.




Concordato e transazione fiscale: necessario il deposito contestuale, anche se il piano prevede la sola dilazione del pagamento

Concordato preventivo – Proposta prevedente la sola dilazione del credito erariale – Transazione fiscale ex art. 182 ter l. fall. – Necessità – Deposito dell’istanza presso gli Enti e della domanda di concordato – Contestualità

Concordato preventivo – Continuità aziendale – Piano industriale – Arco temporale di durata – Termine triennale

A pena di inammissibilità della domanda, la proposta di accordo per il trattamento del debito fiscale e previdenziale ex art. 182 ter l. fall. deve essere depositata presso gli Enti contestualmente alla presentazione della domanda di concordato, anche quando essa prevede non già la falcidia ma il solo trattamento dilazionato del debito erariale.

Nell’ambito di un piano concordatario in continuità aziendale, è di tre anni l’arco temporale in cui può essere, in via ordinaria, attendibilmente valutato un piano industriale, termine oltre il quale ogni valutazione prognostica diviene fondata su mere ipotesi. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata) (1)


(1) Circa il termine di durata ragionevole del piano, la S.C. è tornata recentemente con Cass. 28.10.2019 n. 27544, est. Didone, osservando che “è diffusa l'opinione, tra i giudici di merito, che la fase esecutiva di un concordato liquidatorio debba concludersi in un arco temporale non superiore al triennio mentre un concordato in continuità aziendale debba esaurirsi nell'ambito del quinquennio. Invero la normativa sulla responsabilità risarcitoria dello Stato per l'irragionevole durata del procedimento (cd. legge Pinto) prevede come termine ragionevole per l'esecuzione individuale quello dei tre anni e come termine ragionevole per la procedura fallimentare quello dei sei anni, tenendo, però, conto, quanto a quest'ultima tipologia, che la scienza aziendalistica ritiene sufficientemente attendibile un piano se formulato in vista di un orizzonte temporale non superiore a tre/cinque anni, così che un'attestazione di fattibilità di un piano di durata superiore non sarebbe idonea a supportare una domanda di concordato. Secondo la Suprema Corte, la procedura fallimentare, per rispettare i dettami dell'art. 2, comma 2, della I. 89/2001 ed i parametri sanciti dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, non dovrebbe superare i cinque anni nel caso di media complessità ed i sette anni in caso di notevole complessità, in tal senso Cass. n. 8468 del 2012 e Cass. n. 23982 del 2017”. (Astorre Mancini)
Tribunale Rimini 06 febbraio 2020.




Concordato e transazione fiscale: necessario il deposito contestuale, anche se il piano prevede la sola dilazione del pagamento

Concordato preventivo – Proposta prevedente la sola dilazione del credito erariale – Transazione fiscale ex art. 182 ter l. fall. – Necessità – Deposito dell’istanza presso gli Enti e della domanda di concordato – Contestualità

Concordato preventivo – Continuità aziendale – Piano industriale – Arco temporale di durata – Termine triennale

A pena di inammissibilità della domanda, la proposta di accordo per il trattamento del debito fiscale e previdenziale ex art. 182 ter l. fall. deve essere depositata presso gli Enti contestualmente alla presentazione della domanda di concordato, anche quando essa prevede non già la falcidia ma il solo trattamento dilazionato del debito erariale.

Nell’ambito di un piano concordatario in continuità aziendale, è di tre anni l’arco temporale in cui può essere, in via ordinaria, attendibilmente valutato un piano industriale, termine oltre il quale ogni valutazione prognostica diviene fondata su mere ipotesi. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata) (1)


(1) Circa il termine di durata ragionevole del piano, la S.C. è tornata recentemente con Cass. 28.10.2019 n. 27544, est. Didone, osservando che “è diffusa l'opinione, tra i giudici di merito, che la fase esecutiva di un concordato liquidatorio debba concludersi in un arco temporale non superiore al triennio mentre un concordato in continuità aziendale debba esaurirsi nell'ambito del quinquennio. Invero la normativa sulla responsabilità risarcitoria dello Stato per l'irragionevole durata del procedimento (cd. legge Pinto) prevede come termine ragionevole per l'esecuzione individuale quello dei tre anni e come termine ragionevole per la procedura fallimentare quello dei sei anni, tenendo, però, conto, quanto a quest'ultima tipologia, che la scienza aziendalistica ritiene sufficientemente attendibile un piano se formulato in vista di un orizzonte temporale non superiore a tre/cinque anni, così che un'attestazione di fattibilità di un piano di durata superiore non sarebbe idonea a supportare una domanda di concordato. Secondo la Suprema Corte, la procedura fallimentare, per rispettare i dettami dell'art. 2, comma 2, della I. 89/2001 ed i parametri sanciti dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, non dovrebbe superare i cinque anni nel caso di media complessità ed i sette anni in caso di notevole complessità, in tal senso Cass. n. 8468 del 2012 e Cass. n. 23982 del 2017”. (Astorre Mancini)
Tribunale Rimini 06 febbraio 2020.




Omessa produzione del contratto di finanziamento, nullità del negozio e azzeramento degli interessi

Contratti bancari – Mancanza di contratto scritto – Nullità – Usura sopravvenuta – Irrilevanza – Fideiussione – Contratto autonomo di garanzia

Nel caso in cui la banca, nell’ambito di un’opposizione a decreto ingiuntivo, non produca il contratto scritto di finanziamento, sussiste la nullità assoluta del negozio e la sanzione è l’azzeramento di ogni interesse e commissione, non potendosi applicare il c.d. tasso BOT di cui al 7° comma dell’art. 117 T.U.B., che concerne le diverse ipotesi di nullità parziale per mancanza della clausola di pattuizione degli interessi in quanto assente (4° comma) o indeterminata (6° comma).

Qualora l’usura si manifesti nell’ambito di un’apertura di credito in conto corrente per anticipazioni nel corso del rapporto e non risulti pattuita nel contratto, va qualificata come sopravvenuta ed è quindi irrilevante.

Nel caso in cui vi sia prestazione di garanzia da parte di un terzo, ai fini della qualificazione come contratto autonomo di garanzia occorre che la banca dia la prova del rafforzamento della posizione creditoria non solo con l’affiancamento di un ulteriore soggetto obbligato, ma anche con la possibilità di pretendere da parte di quest’ultimo l’adempimento a prescindere dalle vicende relative al rapporto fondamentale; tale qualificazione è esclusa quando risulti che le parti abbiano espressamente e ripetutamente qualificato il negozio come fideiussione e la garanzia sia stata prestata su un modulo prestampato e predisposto unilateralmente con clausole serialmente sottoposte a tutti i clienti della banca. (Paolo Doria) (riproduzione riservata)
Tribunale Vicenza 05 febbraio 2020.




Linee di credito autoliquidanti, patto di compensazione e fallimento

Fallimento – Patto di compensazione – Inopponibilità – Inefficacia delle rimesse bancarie successive alla dichiarazione di fallimento – Obbligo di restituzione

Il rapporto negoziale complesso caratterizzato dall’apertura di credito in conto corrente ex art. 1842 c.c., e dall’obbligo della banca di incassare i crediti presso terzi (mandato all’incasso in rem propriam), per poi compensare automaticamente le contrapposte partite in forza di un apposito patto accessorio di compensazione, non è opponibile al curatore del fallimento del correntista fallito, in quanto l’immediato scioglimento del contratto di conto corrente bancario ai sensi dell’art. 78 L.F. si estende, in forza della sua natura accessoria, anche al patto di compensazione (a differenza di quanto avviene invece nella procedura di concordato preventivo, dove è tendenzialmente prevista la prosecuzione dei rapporti pendenti – arg. ex art. 169 bis L.F.).

Dallo scioglimento automatico del contratto di conto corrente di corrispondenza e del pactum de compensando accessorio, conseguono sia la cristallizzazione del saldo attivo in essere alla data del fallimento, sia che l’istituto di credito non abbia più titolo a trattenere le somme versate da terzi in favore del soggetto frattanto fallito, originandosi l’obbligo ex art. 44 L.F. di restituire alla curatela gli accrediti pervenuti sul conto corrente dopo la dichiarazione di fallimento; difatti, l’obbligazione dell’istituto di credito, quale mandatario del correntista, di restituire al mandante le somme riscosse, non sorge al momento del conferimento del mandato, bensì all’atto della riscossione del credito, così verificandosi, l’impossibilità, per la banca, di operare la compensazione ex art. 56 L.F. tra reciproci debiti e crediti. (Andrea Gorgoni) (riproduzione riservata)
Tribunale Pavia 04 febbraio 2020.




Linee di credito autoliquidanti, patto di compensazione e fallimento

Fallimento – Patto di compensazione – Inopponibilità – Inefficacia delle rimesse bancarie successive alla dichiarazione di fallimento – Obbligo di restituzione

Il rapporto negoziale complesso caratterizzato dall’apertura di credito in conto corrente ex art. 1842 c.c., e dall’obbligo della banca di incassare i crediti presso terzi (mandato all’incasso in rem propriam), per poi compensare automaticamente le contrapposte partite in forza di un apposito patto accessorio di compensazione, non è opponibile al curatore del fallimento del correntista fallito, in quanto l’immediato scioglimento del contratto di conto corrente bancario ai sensi dell’art. 78 L.F. si estende, in forza della sua natura accessoria, anche al patto di compensazione (a differenza di quanto avviene invece nella procedura di concordato preventivo, dove è tendenzialmente prevista la prosecuzione dei rapporti pendenti – arg. ex art. 169 bis L.F.).

Dallo scioglimento automatico del contratto di conto corrente di corrispondenza e del pactum de compensando accessorio, conseguono sia la cristallizzazione del saldo attivo in essere alla data del fallimento, sia che l’istituto di credito non abbia più titolo a trattenere le somme versate da terzi in favore del soggetto frattanto fallito, originandosi l’obbligo ex art. 44 L.F. di restituire alla curatela gli accrediti pervenuti sul conto corrente dopo la dichiarazione di fallimento; difatti, l’obbligazione dell’istituto di credito, quale mandatario del correntista, di restituire al mandante le somme riscosse, non sorge al momento del conferimento del mandato, bensì all’atto della riscossione del credito, così verificandosi, l’impossibilità, per la banca, di operare la compensazione ex art. 56 L.F. tra reciproci debiti e crediti. (Andrea Gorgoni) (riproduzione riservata)
Tribunale Pavia 04 febbraio 2020.




Linee di credito autoliquidanti, patto di compensazione e fallimento

Fallimento – Patto di compensazione – Inopponibilità – Inefficacia delle rimesse bancarie successive alla dichiarazione di fallimento – Obbligo di restituzione

Il rapporto negoziale complesso caratterizzato dall’apertura di credito in conto corrente ex art. 1842 c.c., e dall’obbligo della banca di incassare i crediti presso terzi (mandato all’incasso in rem propriam), per poi compensare automaticamente le contrapposte partite in forza di un apposito patto accessorio di compensazione, non è opponibile al curatore del fallimento del correntista fallito, in quanto l’immediato scioglimento del contratto di conto corrente bancario ai sensi dell’art. 78 L.F. si estende, in forza della sua natura accessoria, anche al patto di compensazione (a differenza di quanto avviene invece nella procedura di concordato preventivo, dove è tendenzialmente prevista la prosecuzione dei rapporti pendenti – arg. ex art. 169 bis L.F.).

Dallo scioglimento automatico del contratto di conto corrente di corrispondenza e del pactum de compensando accessorio, conseguono sia la cristallizzazione del saldo attivo in essere alla data del fallimento, sia che l’istituto di credito non abbia più titolo a trattenere le somme versate da terzi in favore del soggetto frattanto fallito, originandosi l’obbligo ex art. 44 L.F. di restituire alla curatela gli accrediti pervenuti sul conto corrente dopo la dichiarazione di fallimento; difatti, l’obbligazione dell’istituto di credito, quale mandatario del correntista, di restituire al mandante le somme riscosse, non sorge al momento del conferimento del mandato, bensì all’atto della riscossione del credito, così verificandosi, l’impossibilità, per la banca, di operare la compensazione ex art. 56 L.F. tra reciproci debiti e crediti. (Andrea Gorgoni) (riproduzione riservata)
Tribunale Pavia 04 febbraio 2020.




Linee di credito autoliquidanti, patto di compensazione e fallimento

Fallimento – Patto di compensazione – Inopponibilità – Inefficacia delle rimesse bancarie successive alla dichiarazione di fallimento – Obbligo di restituzione

Il rapporto negoziale complesso caratterizzato dall’apertura di credito in conto corrente ex art. 1842 c.c., e dall’obbligo della banca di incassare i crediti presso terzi (mandato all’incasso in rem propriam), per poi compensare automaticamente le contrapposte partite in forza di un apposito patto accessorio di compensazione, non è opponibile al curatore del fallimento del correntista fallito, in quanto l’immediato scioglimento del contratto di conto corrente bancario ai sensi dell’art. 78 L.F. si estende, in forza della sua natura accessoria, anche al patto di compensazione (a differenza di quanto avviene invece nella procedura di concordato preventivo, dove è tendenzialmente prevista la prosecuzione dei rapporti pendenti – arg. ex art. 169 bis L.F.).

Dallo scioglimento automatico del contratto di conto corrente di corrispondenza e del pactum de compensando accessorio, conseguono sia la cristallizzazione del saldo attivo in essere alla data del fallimento, sia che l’istituto di credito non abbia più titolo a trattenere le somme versate da terzi in favore del soggetto frattanto fallito, originandosi l’obbligo ex art. 44 L.F. di restituire alla curatela gli accrediti pervenuti sul conto corrente dopo la dichiarazione di fallimento; difatti, l’obbligazione dell’istituto di credito, quale mandatario del correntista, di restituire al mandante le somme riscosse, non sorge al momento del conferimento del mandato, bensì all’atto della riscossione del credito, così verificandosi, l’impossibilità, per la banca, di operare la compensazione ex art. 56 L.F. tra reciproci debiti e crediti. (Andrea Gorgoni) (riproduzione riservata)
Tribunale Pavia 04 febbraio 2020.




Linee di credito autoliquidanti, patto di compensazione e fallimento

Fallimento – Patto di compensazione – Inopponibilità – Inefficacia delle rimesse bancarie successive alla dichiarazione di fallimento – Obbligo di restituzione

Il rapporto negoziale complesso caratterizzato dall’apertura di credito in conto corrente ex art. 1842 c.c., e dall’obbligo della banca di incassare i crediti presso terzi (mandato all’incasso in rem propriam), per poi compensare automaticamente le contrapposte partite in forza di un apposito patto accessorio di compensazione, non è opponibile al curatore del fallimento del correntista fallito, in quanto l’immediato scioglimento del contratto di conto corrente bancario ai sensi dell’art. 78 L.F. si estende, in forza della sua natura accessoria, anche al patto di compensazione (a differenza di quanto avviene invece nella procedura di concordato preventivo, dove è tendenzialmente prevista la prosecuzione dei rapporti pendenti – arg. ex art. 169 bis L.F.).

Dallo scioglimento automatico del contratto di conto corrente di corrispondenza e del pactum de compensando accessorio, conseguono sia la cristallizzazione del saldo attivo in essere alla data del fallimento, sia che l’istituto di credito non abbia più titolo a trattenere le somme versate da terzi in favore del soggetto frattanto fallito, originandosi l’obbligo ex art. 44 L.F. di restituire alla curatela gli accrediti pervenuti sul conto corrente dopo la dichiarazione di fallimento; difatti, l’obbligazione dell’istituto di credito, quale mandatario del correntista, di restituire al mandante le somme riscosse, non sorge al momento del conferimento del mandato, bensì all’atto della riscossione del credito, così verificandosi, l’impossibilità, per la banca, di operare la compensazione ex art. 56 L.F. tra reciproci debiti e crediti. (Andrea Gorgoni) (riproduzione riservata)
Tribunale Pavia 04 febbraio 2020.




Linee di credito autoliquidanti, patto di compensazione e fallimento

Fallimento – Patto di compensazione – Inopponibilità – Inefficacia delle rimesse bancarie successive alla dichiarazione di fallimento – Obbligo di restituzione

Il rapporto negoziale complesso caratterizzato dall’apertura di credito in conto corrente ex art. 1842 c.c., e dall’obbligo della banca di incassare i crediti presso terzi (mandato all’incasso in rem propriam), per poi compensare automaticamente le contrapposte partite in forza di un apposito patto accessorio di compensazione, non è opponibile al curatore del fallimento del correntista fallito, in quanto l’immediato scioglimento del contratto di conto corrente bancario ai sensi dell’art. 78 L.F. si estende, in forza della sua natura accessoria, anche al patto di compensazione (a differenza di quanto avviene invece nella procedura di concordato preventivo, dove è tendenzialmente prevista la prosecuzione dei rapporti pendenti – arg. ex art. 169 bis L.F.).

Dallo scioglimento automatico del contratto di conto corrente di corrispondenza e del pactum de compensando accessorio, conseguono sia la cristallizzazione del saldo attivo in essere alla data del fallimento, sia che l’istituto di credito non abbia più titolo a trattenere le somme versate da terzi in favore del soggetto frattanto fallito, originandosi l’obbligo ex art. 44 L.F. di restituire alla curatela gli accrediti pervenuti sul conto corrente dopo la dichiarazione di fallimento; difatti, l’obbligazione dell’istituto di credito, quale mandatario del correntista, di restituire al mandante le somme riscosse, non sorge al momento del conferimento del mandato, bensì all’atto della riscossione del credito, così verificandosi, l’impossibilità, per la banca, di operare la compensazione ex art. 56 L.F. tra reciproci debiti e crediti. (Andrea Gorgoni) (riproduzione riservata)
Tribunale Pavia 04 febbraio 2020.




Mutuo fondiario e violazione del limite di finanziabilità

Mutuo fondiario - Violazione del limite di finanziabilità - Art. 38 TULB - Nullità dell’intero contratto

La violazione del limite di finanziabilità comporta la nullità dell'intero contratto di mutuo.
Ne caso di specie era stato concesso un finanziamento per un importo eccedente l’ottanta per cento del valore del bene ipotecato desumibile dal prezzo di acquisto. (Raffaele Carbone) (riproduzione riservata)
Tribunale Viterbo 04 febbraio 2020.




Pignorabilità del reddito di cittadinanza e mantenimento dei figli minori

Reddito di cittadinanza - Pignorabilità

In tema di mantenimento dei figli minorenni è ammissibile il pignoramento del reddito di cittadinanza nei confronti del coniuge inadempiente all’ordinanza presidenziale.

Il reddito di cittadinanza può essere utilizzato per i bisogni primari delle persone delle quali il titolare ha l’obbligo di prendersi cura, anche se non fa più parte dello stesso nucleo familiare.
 
Il reddito di cittadinanza, essendo una misura contro la povertà, la diseguaglianza e l’esclusione sociale, non ha natura alimentare e non è soggetta alle disposizioni che prevedono divieti di pignorabilità. (Francesco Indelli) (riproduzione riservata)
Tribunale Trani 30 gennaio 2020.




Rispetto dei termini nelle transazioni commerciali

Inadempimento di uno Stato – Direttiva 2011/7/UE – Lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali – Transazioni commerciali in cui il debitore è una pubblica amministrazione – Obbligo degli Stati membri di assicurare che il termine di pagamento delle pubbliche amministrazioni non ecceda 30 o 60 giorni – Obbligo di risultato

Non assicurando che le sue pubbliche amministrazioni rispettino effettivamente i termini di pagamento stabiliti all’articolo 4, paragrafi 3 e 4, della direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza di tali disposizioni. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 28 gennaio 2020.




Cartolarizzazione: il debitore non può eccepire al cessionario la compensazione giudiziale

Cartolarizzazione – Cessione del credito – Eccezioni opponibili al cessionario – Compensazione giudiziale – Esclusione

In presenza di credito ceduto nell’ambito di una operazione di cartolarizzazione, il cliente della banca il cui debito rientri in detto tipo di operazione non ha facoltà di eccepire al cessionario la compensazione giudiziale.

[Fattispecie in tema di eccezione di nullità per usura della clausola che disciplina il regime degli interessi.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Padova 28 gennaio 2020.




Cartolarizzazione: il debitore non può eccepire al cessionario la compensazione giudiziale

Cartolarizzazione – Cessione del credito – Eccezioni opponibili al cessionario – Compensazione giudiziale – Esclusione

In presenza di credito ceduto nell’ambito di una operazione di cartolarizzazione, il cliente della banca il cui debito rientri in detto tipo di operazione non ha facoltà di eccepire al cessionario la compensazione giudiziale.

[Fattispecie in tema di eccezione di nullità per usura della clausola che disciplina il regime degli interessi.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Padova 28 gennaio 2020.




Diritto di prelazione e vendite competitive, right to match dell’offerente già individuato ex art. 163-bis l.f.

Concordato preventivo – Liquidazione dei beni – Natura coattiva delle vendite

Vendite coattive – Diritto di prelazione convenzionale – Compatibilità – Esclusione – Diritto di rilancio – Right to match

Per effetto delle modifiche apportate all’art. 182, comma 5, legge fall. ed all’introduzione dell’art. 163-bis legge fall., nessun dubbio vi può essere in relazione alla natura coattiva di tutti i trasferimenti posti in essere in qualunque fase della procedura di concordato preventivo, ove non si può prescindere dalla regola della competitività e dagli effetti purgativi e liberatori che ne conseguono.

Non è condivisibile il principio, enunciato dalla sentenza n. 14083/2004 delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, della compatibilità del diritto di prelazione convenzionale con le vendite coattive, in quanto la prelazione, attribuendo una posizione di indubbio vantaggio, può disincentivare potenziali terzi interessati dal partecipare alla gara, perché consci della possibilità di essere superati dal prelazionario il quale ne può attendere semplicemente l’esito senza partecipare, laddove, partecipando invece alla competizione, non solo avrebbe probabilmente offerto un prezzo superiore e non si sarebbe limitato a pareggiare l’offerta dell’aggiudicatario, ma avrebbe in ogni caso innescato una competizione tra vari contendenti, la sola che assicura il maggior prezzo e quindi la migliore soddisfazione dei creditori.

Piuttosto, è compatibile con la disciplina in esame il cd. “diritto di rilancio”, in quanto esercitabile dall’offerente originario solo nell’ambito di una successiva gara con l’aggiudicatario, ciò che consente di innescare un’ulteriore competizione per l’acquisto dell’azienda che non può che giovare alla massimizzazione del ricavato e costringere l’offerente originario a conformare comunque la propria offerta alle condizioni stabilite dal provvedimento che dispone la gara. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Latina 28 gennaio 2020.




Diritto di prelazione e vendite competitive, right to match dell’offerente già individuato ex art. 163-bis l.f.

Concordato preventivo – Liquidazione dei beni – Natura coattiva delle vendite

Vendite coattive – Diritto di prelazione convenzionale – Compatibilità – Esclusione – Diritto di rilancio – Right to match

Per effetto delle modifiche apportate all’art. 182, comma 5, legge fall. ed all’introduzione dell’art. 163-bis legge fall., nessun dubbio vi può essere in relazione alla natura coattiva di tutti i trasferimenti posti in essere in qualunque fase della procedura di concordato preventivo, ove non si può prescindere dalla regola della competitività e dagli effetti purgativi e liberatori che ne conseguono.

Non è condivisibile il principio, enunciato dalla sentenza n. 14083/2004 delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, della compatibilità del diritto di prelazione convenzionale con le vendite coattive, in quanto la prelazione, attribuendo una posizione di indubbio vantaggio, può disincentivare potenziali terzi interessati dal partecipare alla gara, perché consci della possibilità di essere superati dal prelazionario il quale ne può attendere semplicemente l’esito senza partecipare, laddove, partecipando invece alla competizione, non solo avrebbe probabilmente offerto un prezzo superiore e non si sarebbe limitato a pareggiare l’offerta dell’aggiudicatario, ma avrebbe in ogni caso innescato una competizione tra vari contendenti, la sola che assicura il maggior prezzo e quindi la migliore soddisfazione dei creditori.

Piuttosto, è compatibile con la disciplina in esame il cd. “diritto di rilancio”, in quanto esercitabile dall’offerente originario solo nell’ambito di una successiva gara con l’aggiudicatario, ciò che consente di innescare un’ulteriore competizione per l’acquisto dell’azienda che non può che giovare alla massimizzazione del ricavato e costringere l’offerente originario a conformare comunque la propria offerta alle condizioni stabilite dal provvedimento che dispone la gara. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Latina 28 gennaio 2020.




Diritto di prelazione e vendite competitive, right to match dell’offerente già individuato ex art. 163-bis l.f.

Concordato preventivo – Liquidazione dei beni – Natura coattiva delle vendite

Vendite coattive – Diritto di prelazione convenzionale – Compatibilità – Esclusione – Diritto di rilancio – Right to match

Per effetto delle modifiche apportate all’art. 182, comma 5, legge fall. ed all’introduzione dell’art. 163-bis legge fall., nessun dubbio vi può essere in relazione alla natura coattiva di tutti i trasferimenti posti in essere in qualunque fase della procedura di concordato preventivo, ove non si può prescindere dalla regola della competitività e dagli effetti purgativi e liberatori che ne conseguono.

Non è condivisibile il principio, enunciato dalla sentenza n. 14083/2004 delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, della compatibilità del diritto di prelazione convenzionale con le vendite coattive, in quanto la prelazione, attribuendo una posizione di indubbio vantaggio, può disincentivare potenziali terzi interessati dal partecipare alla gara, perché consci della possibilità di essere superati dal prelazionario il quale ne può attendere semplicemente l’esito senza partecipare, laddove, partecipando invece alla competizione, non solo avrebbe probabilmente offerto un prezzo superiore e non si sarebbe limitato a pareggiare l’offerta dell’aggiudicatario, ma avrebbe in ogni caso innescato una competizione tra vari contendenti, la sola che assicura il maggior prezzo e quindi la migliore soddisfazione dei creditori.

Piuttosto, è compatibile con la disciplina in esame il cd. “diritto di rilancio”, in quanto esercitabile dall’offerente originario solo nell’ambito di una successiva gara con l’aggiudicatario, ciò che consente di innescare un’ulteriore competizione per l’acquisto dell’azienda che non può che giovare alla massimizzazione del ricavato e costringere l’offerente originario a conformare comunque la propria offerta alle condizioni stabilite dal provvedimento che dispone la gara. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Latina 28 gennaio 2020.





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