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  Crisi d'Impresa e Insolvenza

 

Come inviare la giurisprudenza

ISSN 2282-1317  

  

     Rivista trimestrale di diritto delle procedure di risanamento dell'impresa e del fallimento

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Crisi d'Impresa e Insolvenza
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No alla prededuzione se gli atti di frode erano noti al professionista

Credito professionale – Prededuzione – Credito del professionista che predisposto la documentazione necessaria per l'ammissione al concordato preventivo – Atti di frode noti al professionista

Il credito del professionista che abbia predisposto la documentazione necessaria per l'ammissione al concordato preventivo non è prededucibile nel successivo fallimento ove l'ammissione alla procedura minore sia stata revocata per atti di frode dei quali il professionista stesso fosse a conoscenza. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 15 maggio 2020, n.9027.




I termini dell’art. 69-bis l.f. nell’eccezione revocatoria

Fallimento – Accertamento del passivo – Eccezione revocatoria dell’ipoteca – Termini di cui all’art. 69-bis l.f. – Effetti dell’accoglimento dell’eccezione

L’art. 95, comma 1, legge fall., allorquando si riferisce all’eccezione revocatoria sollevata per le vie brevi dal curatore fallimentare e alla relativa prescrizione dell’azione, richiama il doppio termine di cui all’art. 69 bis, comma 1, legge fall. nonostante l’espresso richiamo nella rubrica della norma da ultimo citata al termine decadenziale dall’azione.

L’accoglimento della eccezione revocatoria sollevata dal curatore in sede di accertamento del passivo con riferimento all’ipoteca comporta solo l’esclusione dell’invocata ipoteca a corredo del credito derivante dal saldo del conto corrente e non già di quest’ultimo in via chirografaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 09 maggio 2020, n.9136.




Cumulo di cause scindibili: l'evento interruttivo relativo a una delle parti (nella specie, apertura del fallimento ex art. 43, comma 3, l.fall.) non spiega effetti nei confronti delle altre

Cause scindibili - Interruzione del processo - Effetti per i litisconsorti non attinti dall'evento interruttivo - Esclusione - Conseguenze - Fattispecie

In caso di cumulo di cause scindibili, l'evento interruttivo relativo a una delle parti (nella specie, apertura del fallimento ex art. 43, comma 3, l.fall.) non spiega effetti nei confronti delle altre, le quali, pertanto, anche laddove il giudice non disponga la separazione delle cause, non sono tenute a riassumere il processo; conseguentemente, qualora la riassunzione non sia stata tempestivamente effettuata nell'interesse della parte colpita dal suddetto evento, l'estinzione si verifica nei soli confronti di quest'ultima, continuando il processo nei confronti degli altri litisconsorti. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza d'appello che - confermando la decisione di primo grado in una causa di opposizione a decreto ingiuntivo instaurata con un unitario atto di citazione dal debitore principale e da due fideiussori, i quali avevano dedotto altresì la mancata sottoscrizione delle fideiussioni - aveva ritenuto che il fallimento del soggetto garantito spiegasse effetto interruttivo sull'intero processo, con conseguente estinzione dello stesso a seguito della mancata tempestiva riassunzione da parte dei condebitori solidali). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 23 aprile 2020, n.8123.




Azione di inefficacia ex art. 44 l.fall. e legittimazione passiva del beneficiario del pagamento

Azione di inefficacia ex art. 44 l.fall. - Legittimazione passiva del beneficiario del pagamento e non del soggetto incaricato della sua esecuzione - Sussistenza - Fondamento - Fattispecie

I pagamenti avvenuti dopo il fallimento e riconducibili, anche indirettamente, al fallito, perché effettuati con suo denaro, su suo incarico ovvero in suo luogo, sono inefficaci, ai sensi dell'art. 44 l. fall., e le conseguenti domande di accertamento della loro inefficacia e di restituzione delle somme indebitamente versate in violazione della "par condicio creditorum" vanno proposte nei confronti dell'"accipiens", che è l'unico legittimato passivo, essendo l'effettivo beneficiario dell'atto solutorio, e non, invece, contro il soggetto eventualmente deputato dal medesimo fallito alla sua esecuzione. (Nella specie, la S.C. ha cassato, decidendo nel merito, la decisione di appello che aveva erroneamente ritenuto legittimato passivo di una domanda ex art. 44 l. fall. un istituto di credito che si era limitato a trasferire del denaro al creditore di una società dichiarata fallita su ordine, impartito con bonifico bancario, del liquidatore di quest'ultima, il quale aveva dichiarato di agire in nome e per conto della società stessa). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 20 marzo 2020, n.7477.




Efficacia della sentenza di fallimento dall'ora 'zero' del giorno della sua pubblicazione o iscrizione

Fallimento - Efficacia della sentenza - Ora "zero" del giorno della sua pubblicazione o iscrizione - Fondamento

In materia fallimentare, nella disciplina successiva al d.lgs. n. 5 del 2006, gli effetti della sentenza dichiarativa di fallimento si producono sin dall'ora "zero" del giorno della sua pubblicazione o iscrizione nel registro delle imprese con riguardo, rispettivamente, da una parte, al debitore fallito ed al creditore istante, e, dall'altra, ai terzi, poiché la legge ricollega detti effetti alla sola data di esecuzione di tali adempimenti, senza ulteriori riferimenti cronologici. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 20 marzo 2020, n.7477.




Fattibilità del piano e convenienza della proposta: il giudizio del tribunale

Concordato preventivo – Fattibilità del piano – Convenienza della proposta – Giudizio di fattibilità del tribunale – Sindacato giudiziale della fattibilità economica – Ammissibilità – Limiti

La valutazione di realizzabilità economica del piano concordatario rientra a pieno titolo nell'ambito di valutazione del tribunale in ordine al mantenimento delle condizioni di ammissibilità del piano medesimo e della proposta di concordato.

Nel giudizio di ammissibilità della domanda di concordato preventivo, il tribunale è quindi tenuto ad una verifica diretta del presupposto di fattibilità del piano per poter ammettere il debitore alla relativa procedura, nel senso che, mentre il controllo di fattibilità giuridica non incontra particolari limiti, quello concernente la fattibilità economica, intesa come realizzabilità di esso nei fatti, può essere svolto nei limiti della verifica della sussistenza, o meno, di una manifesta inettitudine del piano a raggiungere gli obiettivi prefissati, individuabile caso per caso in riferimento alle specifiche modalità indicate dal proponente per superare la crisi, con ciò ponendosi il giudice nella prospettiva funzionale, propria della causa concreta.

(Fattispecie in cui la S.C. ha respinto il motivo di impugnazione con il quale il ricorrente lamentava che la valutazione della consistenza dei fondi rischi attiene alla fattibilità economica del concordato e come tale non sia giudizialmente sindacabile. Il tribunale aveva revocato l’ammissione al concordato ex art. 173 l. fall. approfondendo tra l’altro la questione della capienza del fondo rischi appostato nel piano, ritenendoli insufficienti ai fini dello scrutinio della complessiva realizzabilità del piano). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 13 marzo 2020, n.7158.




La presenza di decine di migliaia di situazioni di sofferenza nel complesso della clientela debitoria non esonera la banca dal dovere di controllo

Avviso al creditore del fallito ex art. 92 legge fall. – Domanda tardiva ex art. 101 legge fall. – Onere della prova in capo al curatore fallimentare

Creditore bancario – Dovere di monitoraggio situazioni debitorie – Esonero – Oggettiva difficoltà di controllo – Indicazione del mercato di riferimento – Attività dell’Autorità di Vigilanza

Il mancato avviso al creditore del fallito ex art. 92 legge fall. integra gli estremi della causa non imputabile del ritardo della domanda di ammissione al passivo ai sensi dell’art. 101, co. 4, legge fall., a meno che il curatore non provi che il creditore abbia avuto notizia del fallimento indipendentemente dalla recezione dell’avviso; in tal caso, infatti, è evidente che il creditore avrebbe comunque potuto presentare la propria domanda di insinuazione.

L’eventuale presenza di decine di migliaia di situazioni di sofferenza nel complesso della clientela debitoria della banca non esonera il creditore bancario dal dovere di controllo delle situazioni debitorie, salva la prova dell’effettiva difficoltà di monitoraggio, fornita mediante l’indicazione di dati concernenti l’area operativa di appartenenza del credito ovvero la sussistenza di attività ispettive dell’Autorità di Vigilanza. (Lucrezia Cipriani) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 marzo 2020, n.7109.




La domanda di concordato con riserva può rivelare il perseguimento di finalità dilatorie

Concordato preventivo - Concordato con riserva - Richiesta di concessione del termine ex art. 161, comma 6, l.fall. - Prova della volontà dilatoria - Esclusione - Fondamento - Domanda anticipata presentata all'ultimo momento utile - Abuso dello strumento concordatario - Sussistenza - Condizioni

La mera presentazione di una richiesta di concessione di un termine ex art. 161, commi 6 e 10, l.fall. costituisce un fatto neutro inidoneo di per sé a dimostrare la volontà del debitore di sfuggire alla dichiarazione di fallimento, giacché il mero differimento del procedimento prefallimentare che ne discende rimane neutralizzato dal fenomeno di consecuzione delle procedure concorsuali; nondimeno, la circostanza della presentazione della domanda anticipata di concordato all'ultimo momento utile può concorrere a dimostrare, unitamente ad altri elementi atti a rappresentare in termini abusivi il quadro d'insieme in cui l'iniziativa è stata assunta, il perseguimento di finalità dilatorie del tutto diverse dall'intenzione di regolare la crisi d'impresa. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 marzo 2020, n.7117.




Preconcordato: natura e funzione

Preconcordato ex art. 161, comma 6, l.fall. - Natura - Funzione - Documentazione della domanda - Diritto dell'imprenditore al termine per la presentazione - Sussistenza - Limiti

Il cd. preconcordato ex art. 161, comma 6, l.fall. costituisce una mera opzione di sviluppo del concordato, alternativa a quella prevista dai primi tre commi della medesima norma, imperniata sulla facoltà dell'imprenditore, che già ha assunto la qualità di debitore concordatario, di procrastinare il deposito di proposta, piano e relativa documentazione, al fine di anticipare i tempi dell'emersione della crisi, mediante una domanda anticipata corredata dai documenti previsti dal primo periodo del citato comma 6 (fatti salvi gli oneri di allegazione funzionali alla valutazione della natura di ordinaria o straordinaria amministrazione degli atti compiuti dall'imprenditore in pendenza della procedura ovvero delle istanze dallo stesso presentate) in un termine, concesso dal Tribunale, cui l'imprenditore ha diritto a meno che il Tribunale non rilevi "aliunde", fin da quel frangente, che l'iniziativa è assunta con abuso dello strumento concordatario. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 marzo 2020, n.7117.




La mera presentazione di una richiesta di concessione di un termine ex art. 161, commi 6 e 10, l.fall. costituisce un fatto neutro inidoneo di per sé a dimostrare la volontà del debitore di sfuggire al fallimento

Concordato preventivo - Concordato con riserva - Richiesta di concessione del termine ex art. 161, comma 6, l.fall. - Prova della volontà dilatoria - Esclusione - Fondamento - Domanda anticipata presentata all'ultimo momento utile - Abuso dello strumento concordatario - Sussistenza - Condizioni

La mera presentazione di una richiesta di concessione di un termine ex art. 161, commi 6 e 10, l.fall. costituisce un fatto neutro inidoneo di per sé a dimostrare la volontà del debitore di sfuggire alla dichiarazione di fallimento, giacché il mero differimento del procedimento prefallimentare che ne discende rimane neutralizzato dal fenomeno di consecuzione delle procedure concorsuali; nondimeno, la circostanza della presentazione della domanda anticipata di concordato all'ultimo momento utile può concorrere a dimostrare, unitamente ad altri elementi atti a rappresentare in termini abusivi il quadro d'insieme in cui l'iniziativa è stata assunta, il perseguimento di finalità dilatorie del tutto diverse dall'intenzione di regolare la crisi d'impresa. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 marzo 2020, n.7117.




Inammissibilità del concordato e regolamento preventivo di giurisdizione

Fallimento – Concordato preventivo – Decreto di ammissione – Proponibilità regolamento preventivo di giurisdizione – Esclusione – Fondamento

Il decreto con il quale il tribunale, ritenendo ammissibile la proposta di concordato preventivo, dichiara aperta la relativa procedura, integra una pronuncia di merito incidente su posizioni di diritto soggettivo (impugnabile con ricorso per cassazione a norma dell'art. 111 cost.) e, pertanto, preclude la proponibilità del regolamento preventivo di giurisdizione, ai sensi dell'art. 41 c.p.c.. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 11 marzo 2020, n.7007.




Presupposti del privilegio per il finanziamento erogato dall’istituto di credito per conto del Fondo di Garanzia delle PMI

Privilegio di cui all’art. 9, comma 5, D.Lgs. n. 123 del 1998 – Presupposti – Revoca – Credito vantato dall’istituto di credito che ha erogato il finanziamento

Il privilegio di cui all’art. 9, comma 5, D.Lgs. n. 123 del 1998 può riconoscersi non solo in caso di inadempimento del beneficiario ma anche di “revoca” del beneficio e ciò in virtù di un’interpretazione estensiva del D.Lgs. n. 123 del 1998, art. 9, comma 5 diretta ad individuare - secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite nella sentenza 11930/2010 - il reale significato e la portata effettiva della norma, anche oltre il limite apparentemente segnato dalla sua formulazione testuale, (tenuto conto dell’intenzione del legislatore e soprattutto della "causa" del credito che, ai sensi dell’art. 2745 c.c., rappresenta la ragione giustificatrice di qualsiasi privilegio).

Anche il credito dell’Amministrazione statale che deriva dall’escussione da parte dell’istituto di credito finanziatore della garanzia prestata ex lege dal Fondo di Garanzia delle PMI, in quanto credito di natura pubblicistica connesso - come tutti gli altri interventi di sostegno previsto dal D.Lgs. n. 123 del 1998, art. 7 - alla finalità di pubblica utilità di sostegno dello sviluppo delle attività produttive, deve fruire del privilegio di cui all’art. 9, comma 5, legge cit. in ragione della particolare meritevolezza dell’interesse tutelato, e ciò a prescindere dal tenore testuale della stessa norma.

Ne consegue che anche "la revoca" non costituisce affatto un presupposto fattuale indefettibile per il riconoscimento in capo al gestore del Fondo di Garanzia dell’invocato privilegio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 09 marzo 2020, n.6508.




Fallimento dell'appaltatore di opera pubblica e credito del subappaltatore, intervengono le Sezioni Unite

Appalto di opere pubbliche – Fallimento dell'appaltatore di opera pubblica – Effetti sul credito dell’appaltatore

Alla luce del principio secondo cui, in caso di fallimento dell'appaltatore di opera pubblica, il meccanismo delineato dal D.Lgs. n. 163 del 2006, art. 118, comma 3 - che consente alla stazione appaltante di sospendere i pagamenti in favore dell'appaltatore, in attesa delle fatture dei pagamenti effettuati da quest'ultimo al subappaltatore deve ritenersi riferito all'ipotesi in cui il rapporto di appalto sia in corso con un'impresa in bonis e, dunque, non è applicabile nel caso in cui, con la dichiarazione di fallimento, il contratto di appalto si scioglie; ne consegue che al curatore è dovuto dalla stazione appaltante il corrispettivo delle prestazioni eseguite fino all'intervenuto scioglimento del contratto e che il subappaltatore deve essere considerato un creditore concorsuale dell'appaltatore come gli altri, da soddisfare nel rispetto della par condicio creditorum e dell'ordine delle cause di prelazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 02 marzo 2020, n.5685.




Riparto fallimentare e deposito delle somme non riscosse: distinzione tra il regime attuale e quello previgente

Fallimento – Ripartizione finale – Creditori irreperibili o che non si presentano – Deposito presso l’ufficio postale – Effetti – Confronto tra regime attuale e previgente

Il senso normativo dell’ultimo periodo dell’art. 117, comma 3, legge fall. traspare immediato non appena si venga a comparare il testo della versione originaria della norma con quello introdotto dalla riforma del 2006.
Laddove quest’ultimo stabilisce che le somme rimaste depositate e non riscosse divengono, trascorso un dato periodo di tempo, disponibili per un’ulteriore distribuzione a vantaggio dei creditori ancora interessati, il vecchio testo provvede alle stesse secondo una prospettiva affatto diversa. Il riferimento alla quietanza, di cui al certificato di deposito, altro non può significare che l’avvenuto deposito presso l’istituto designato vale come distribuzione delle somme al creditore, quand’anche questi non si sia presentato ovvero sia rimasto irreperibile.
Se il regime attuale ha un’ottica fermata sulla concorsualità tra i creditori del fallito, dunque, quello originario si concentrava invece sul rapporto sussistente tra fallito e singolo creditore.
Nel regime originario della legge fallimentare, in altri termini, il deposito delle somme fatto dalla procedura veniva a innestare un rapporto contrattuale in modo diretto corrente tra il creditore - non presentato o irreperibile - e l’istituto depositario. La richiamata "quietanza" rispondeva, quindi, al "pagamento" posto in essere dalla procedura a mezzo deposito liberatorio (come sostanzialmente intestato al creditore che si è disperso): con la medesima forza effettuale, cioè, di cui è dotato il deposito previsto dalla norma dell’art. 1210 c.c..
Del resto, la simmetria tra la posizione del creditore, che (dopo avere fatto domanda di insinuazione) risulta disperso al tempo della distribuzione del ricavato, e la posizione del creditore messo in mora, secondo le regole del codice civile, appare del tutto manifesta.

Nel regime sostituito dalla riforma del 2006, le somme rimaste non riscosse non fanno più parte della massa attiva del fallimento, nè sono più nella disponibilità degli organi della procedura, perché non sono più, prima di ogni altra cosa, di proprietà del debitore ex-fallito (così la disposizione di base dettata dall’art. 2010 c.c., comma 2: "eseguito il deposito... il debitore non può più ritirarlo ed è liberato dalla sua obbligazione").

Di conseguenza, nel contesto del regime originario della legge fallimentare un problema di (eventuale) rapporto tra diritto del creditore insoddisfatto e somme destinate ad altro creditore del comune debitore - come mediato, cioè, dalla responsabilità patrimoniale ex art. 2740 c.c., di quest’ultimo - non aveva proprio alcuno spazio per risultare proponibile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 28 febbraio 2020, n.5618.




Diritti quesiti nel fallimento. Cessione dei crediti: efficacia riguardo al debitore ceduto e pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale

Insinuazione allo stato passivo – Poteri del giudice – Accertamento d’ufficio della fondatezza della domanda – Onere della prova della sussistenza del proprio diritto da parte del soggetto che propone domanda

Cessione dei crediti – Efficacia riguardo al debitore ceduto – Pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale – Art. 58, comma 4, T.U.B. – Effetto sostitutivo – Produzione degli effetti previsti dall’art. 1264, co. 2, cod. civ.

Cessione dei crediti – Condizioni di applicabilità dell’art. 58, comma 2, T.U.B. – Notizia di una cessione già avvenuta – Contenuto informativo minimo

In tema di insinuazione allo stato passivo non vi è spazio per la formazione di «diritti quesiti», sicché il soggetto che chiede l’ammissione ha l’onere di provare la piena sussistenza di tutte le condizioni richieste per poter partecipare al riparto dell’attivo e, al tempo stesso, il giudice è tenuto ad accertare anche d’ufficio il fondamento giuridico della domanda proposta.

Ai sensi dell’art. 58, co. 4, TUB, la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale vale a impedire l’eventualità di pagamenti liberatori nel caso in cui il debitore ceduto, nonostante la sopravvenuta cessione, versi la propria prestazione nelle mani del cedente. Pertanto, la disposizione riveste carattere «sostitutivo» solo rispetto alla notifica della cessione al debitore ceduto o alla sua accettazione, di cui alla norma dell’art. 1264, co. 2, cod. civ.

Il testo della norma dell’art. 58, co. 2, TUB impone un «contenuto informativo minimo», stabilendo che l’iscrizione nel registro delle imprese e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale danno notizia di una cessione avvenuta, senza che tuttavia siano specificati i contorni dei crediti che ne sono oggetto né la reale validità/efficacia dell’operazione posta in essere. (Lucrezia Cipriani) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 28 febbraio 2020, n.5617.




Aumento di capitale deliberato in epoca anteriore al fallimento, clausola compromissoria ed esecuzione coattiva

Società di capitali - Aumento di capitale - Deliberato in epoca anteriore al fallimento - Clausola compromissoria - Esecuzione coattiva dell’obbligo di eseguire i conferimenti dovuti

L’aumento di capitale deliberato in epoca anteriore alla sentenza dichiarativa di fallimento, così come la richiesta di esecuzione dello stesso posta in essere in sede fallimentare, sono da ritenere compresi nell’ambito di applicazione della clausola compromissoria - contenuta nello statuto sociale - concernente i «rapporti sociali».

Il comma 2 della norma dell’art. 2466 cod. civ., che concerne l’esecuzione coattiva dell’obbligo di eseguire i conferimenti dovuti, si applica anche nel caso di scioglimento o fallimento della società a responsabilità limitata, secondo quanto emerge dalla disposizione dell’art. 2491, comma 1, cod. civ.

La clausola arbitrale, eventualmente contenuta nello statuto della società, non si applica nel caso in cui il socio moroso contesti il diritto del curatore di incamerare in via definitiva le somme da questi trattenute in ragione dell’art. 2466, comma 3, cod. civ., non essendo arbitrabili le pretese fatte valere dai soci verso l’amministrazione fallimentare.

Nel caso in cui, in luogo del procedimento speciale previsto dall’art. 2466 cod. civ., il curatore avvii l’esecuzione forzata ex art. 150 l. fall., la richiesta di esecuzione dell’aumento di capitale sfociata nel decreto ingiuntivo non riguarda la materia del credito del socio verso la società fallita, bensì il credito della fallita nei confronti del socio.

Il diritto della società al versamento dei conferimenti dovuti dai soci morosi è da ritenere «disponibile» ai sensi degli artt. 806 e 808 cod. proc. civ., posto che la norma dell’art. 2466, co. 3, cod. civ. abilita l’amministratore, al ricorrere di determinati presupposti, a ridurre il capitale sociale. (Lucrezia Cipriani) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 25 febbraio 2020, n.4956.




Impugnazione della sentenza di fallimento: legittimazione di qualunque interessato, ratio e interesse sopravvenuto

Fallimento – Dichiarazione – Legittimazione ad impugnare di qualunque interessato – Ratio

Fallimento – Dichiarazione – Legittimazione ad impugnare – Interesse ad agire sia sopravvenuto alla sentenza – Esclusione

La peculiare conformazione dell'impugnazione rivolta contro la sentenza dichiarativa di fallimento, discende dalla natura stessa della dichiarazione di fallimento, la quale dispiega i suoi plurimi effetti non solo nei confronti dei partecipanti alla fase prefallimentare, ma anche di pluralità di soggetti che con l'imprenditore hanno intessuto una svariata rete di rapporti: soggetti cui, per tale ragione, il legislatore attribuisce la legittimazione ad aggredire la sentenza dichiarativa di fallimento con lo strumento di cui all'articolo 18 della legge fallimentare.

Tale è quindi la ragione in forza della quale a «qualunque interessato» - nozione in cui devono includersi coloro la cui posizione giuridica risulti incisa dalla sentenza dichiarativa di fallimento per la semplice ragione che il fallimento modifica l'assetto giuridico che li riguarda - devono essere riconosciuti tutti i poteri processuali che non ha potuto esercitare nel giudizio conclusosi con la sentenza di fallimento che egli chiede sia rimossa.

Né v'è dubbio che il riconoscimento della legittimazione processuale «a qualunque interessato», nei ristretti termini e con le modalità previste dalla norma, miri a conseguire un risultato di stabilità giuridica della sentenza dichiarativa di fallimento, che può realizzare la propria funzione se impugnabile anche a notevole distanza di tempo da un numero indeterminato di soggetti.

In definitiva, deve concludersi che gli effetti della sentenza dichiarativa di fallimento si estendono verso una pluralità di terzi, titolari di posizioni giuridiche che sono soggette a modifica dalla pronuncia, i quali avrebbero potuto proporre l'opposizione ex articolo 18 della legge fallimentare: rimedio che, per essi, svolgeva una funzione sostanzialmente analoga a quella che, nel giudizio di cognizione ordinaria, spetta all'opposizione di terzo.

E’ manifestamente infondata l'eccezione di illegittimità costituzionale dell'art. 404 c.p.c. sollevata dagli odierni ricorrenti con riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., «nella parte in cui non prevede che siano assoggettabili a tale rimedio le sentenze dichiarative di fallimento da parte di coloro il cui interesse ad agire sia sopravvenuto alla sentenza stessa», essendo «innegabile che il terzo che subisce un pregiudizio da una sentenza dichiarativa di fallimento nulla ed illegittima non possa difendersi», posto che proprio la vastità della categoria di coloro a carico dei quali operano gli effetti della menzionata sentenza (autori di atti pregiudizievoli ai creditori, parti di rapporti pendenti, creditori non istanti, etc), non identificabili a priori, giustifica la necessità di trattazione e decisione unitarie della pluralità di opposizioni da essi, in ipotesi proponibili, legittimando la previsione, nel sistema della legge fallimentare, di un unico rimedio a ciò destinato (quello, di oggetto ben più ampio rispetto all'opposizione ex art. 404 c.p.c. sancito dall'art. 18 l.fall., nelle varie configurazioni susseguitesi anche dopo le novelle di cui D.Lgs. nn. 5 del 2006 e 169 del 2007), il cui termine iniziale e la relativa decorrenza siano sottratti alla iniziativa degli interessati, così da rendere irretrattabili gli effetti del fallimento dichiarato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 24 febbraio 2020, n.4786.




Giudizio di cassazione: la dichiarazione di fallimento interrompe il mandato difensivo, ma il processo prosegue d’ufficio

Fallimento – Mandato difensivo – Giudizio di cassazione – Ultrattività – Eslcusione

In caso di fallimento del mandante, il mandato difensionale conferito con la procura ad litem, in considerazione delle sue peculiari caratteristiche, non è soggetto alla disciplina del mandato in generale di cui all'art. 78, comma 2, legge fall.; infatti, per effetto della dichiarazione di fallimento, il mandato difensionale prestato nelle controversie non aventi natura personale per il fallito non entra né in una fase di sospensione, in attesa che il curatore eserciti la facoltà di cui all'art. 72 legge fall., né è caratterizzato dall'ultrattività, ma si scioglie immediatamente.

L'ultrattività del mandato - intendendosi per tale la possibilità del difensore di continuare a compiere gli atti processuali in nome e per conto del cliente, che trova la propria fonte nel potere discrezionale del professionista di dichiarare o meno (in quella fase del giudizio) la causa interruttiva - non ha luogo in caso di dichiarazione di fallimento atteso che, proprio perché l'interruzione del giudizio di merito è automatica e deve essere dichiarata dal giudice non appena sia venuto a conoscenza dell'evento, la stessa è sottratta all'ordinario regime dettato in materia dall'art. 300 cod. proc. civ..

Né può invocarsi il principio di ultrattività del mandato in ipotesi di dichiarazione di fallimento intervenuta nel corso di un giudizio di cassazione solo perché l'apertura del fallimento non comporta l'interruzione del giudizio di legittimità, fondandosi la mancata interruzione di tale giudizio esclusivamente sull'impulso d'ufficio che lo caratterizza.

La mancata interruzione del giudizio di legittimità a seguito del verificarsi di uno degli eventi di cui agli artt. 299 e ss. cod. proc. civ. o dell'art. 43 legge fall, non dipende affatto dalla ultrattività del mandato difensivo - che è invece venuto inesorabilmente meno - ma dall'impulso d'ufficio di tale giudizio, la cui struttura impone a ciascuna parte (privata della assistenza tecnica) un particolare onere di attenzione, gli effetti della cui inosservanza ricadono sulla stessa parte.

Ne consegue che, a seguito della dichiarazione di fallimento intervenuta nel giudizio di legittimità, il legale cui era stato precedentemente conferito mandato ad litem, proprio perché (nelle controversie non aventi natura personale del fallito) è definitivamente venuto meno il rapporto professionale che lo legava alla parte assistita, non ha più alcun titolo per proseguire la propria attività difensiva. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 24 febbraio 2020, n.4795.




La mancata opposizione dei creditori alla disaggregazione non esonera la società scissa dalla responsabilità patrimoniale

Società di capitali - Scissione - Soggezione della società scissa a procedura concorsuale - Cancellazione dell’imprenditore dal registro imprese - Esonero della società scissa da responsabilità patrimoniale - Esclusione

La problematica relativa alla soggezione della società scissaalle procedure concorsuali non attiene (anche in caso di scissione totale) al piano dell’organizzazione societaria dell’impresa, bensì a quello dell’operatività dell’impresa e dei suoi rapporti con terzi, contraenti e creditori.

Presupposto di applicazione della norma dell’art. 10 l. fall. è, semplicemente, la cancellazione dell’imprenditore dal registro dell’impresa, senza che a ciò segua necessariamente anche la cessazione della corrispondente attività di impresa. Da quest’angolo visuale la situazione della società scissa in caso di scissione totale è simile a quella dell’imprenditore che abbia ceduto ad altri la propria azienda.

La responsabilità delle beneficiarie per i debiti propri della società scissa, sancita dalle norme degli artt. 2506 bis comma 3 e 2506 quater cod. civ., non vale ad esonerare la scissa da responsabilità patrimoniale, in quanto le limitazioni di (o l’esonero da) tale responsabilità presuppongono una espressa previsione normativa.

La mancata opposizione dei creditori alla disaggregazione dell'ente ex artt. 2506 ter, comma 5, e 2503 cod. civ. non rappresenta un ostacolo alla dichiarazione di fallimento della società scissa, essendo lo strumento dell'opposizione rimedio non «sostitutivo e necessario», ma solo «aggiuntivo». (Lucrezia Cipriani) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 21 febbraio 2020, n.4737.




La società cancellata dal registro delle imprese non può accedere al concordato, neppure in pendenza del termine annuale dell’art. 10 l. fall.

Concordato preventivo – Accesso alla procedura – Società cancellata dal registro delle imprese – Esclusione

Il combinato disposto degli artt. 2495 cod. civ. e 10 l. fall. impedisce al liquidatore della società cancellata dal registro delle imprese, di cui, entro l'anno dalla cancellazione, sia domandato il fallimento, di richiedere il concordato preventivo; quest'ultima procedura, infatti, diversamente dalla prima, che ha finalità solo liquidatorie, tende alla risoluzione della crisi di impresa, sicché l'intervenuta e consapevole scelta di cessare l'attività imprenditoriale, necessario presupposto della cancellazione, ne preclude ipso facto l'utilizzo, per insussistenza del bene al cui risanamento essa dovrebbe mirare (cfr. Cass. 20 dicembre 2015, n. 21286)


Il dato cruciale è rappresentato dalla persistente esistenza, o meno, di una realtà imprenditoriale rispetto alla quale possa porsi l'esigenza di assicurare, attraverso la procedura concordataria, la risoluzione della crisi con le modalità previste dal legislatore; deve pertanto ribadirsi che l'imprenditore il quale volontariamente cessi l'attività di impresa tiene un comportamento a lui imputabile che preclude l'utilizzo di strumenti finalizzati alla composizione della crisi dell'attività imprenditoriale.

Siffatta soluzione è, peraltro, stata recepita per il futuro dal codice della crisi di impresa; a norma dell'ultimo comma dell'art. 33 del D.Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14, che reca la disciplina della cessazione dell'attività in relazione a tutte le procedure, è inammissibile la domanda di concordato preventivo o di omologazione degli accordi di ristrutturazione dei debiti presentata dall'imprenditore cancellato dal registro delle imprese. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 20 febbraio 2020, n.4329.




Concordato preventivo e fallimento: la Cassazione detta le regole di coordinamento della competenza al fine di garantire la soluzione negoziale della crisi

Concordato preventivo e fallimento – Contemporanea pendenza – Criteri e oneri

La domanda di concordato preventivo ed il procedimento prefallimentare debbono essere coordinati in modo da garantire che la soluzione negoziale della crisi, ove percorribile, sia preferita al fallimento. Pertanto, ove siano contemporaneamente pendenti dinanzi ad uno stesso ufficio giudiziario, gli stessi possono essere riuniti ex art. 273 c.p.c., anche di ufficio, consentendo una siffatta riunione di raggiungere l’obiettivo della gestione coordinata.

Ove la domanda di concordato preventivo ed il procedimento prefallimentare siano pendenti dinanzi ad uffici giudiziari diversi, ferma la regola della continenza ex art. 39 c.p.c., comma 2, è onere del debitore che conosce della pendenza dell’istruttoria prefallimentare, anteriormente introdotta, proporre la domanda di concordato preventivo dinanzi al tribunale investito dell’istanza di fallimento, anche quando lo ritenga incompetente, affinché i due procedimenti confluiscano dinanzi al medesimo tribunale, e senza che una siffatta condotta determini acquiescenza ad una eventuale violazione della L. Fall., art. 9.

Allorquando l’istanza di fallimento sia stata depositata dinanzi ad un ufficio giudiziario diverso da quello innanzi al quale sia già pendente una domanda di concordato preventivo, l’obiettivo della gestione coordinata dei due procedimenti può essere conseguito sollecitando il tribunale successivamente adito all’adozione dei provvedimenti di cui alla L. Fall., art. 39, comma 2, che in ogni caso, in ossequio ai principi generali, e vieppiù nell’ottica di garantire preferibilmente la soluzione negoziale della crisi, debbono essere adottati anche di ufficio.

Ove la domanda di concordato preventivo ed il procedimento prefallimentare siano pendenti dinanzi ad uffici giudiziari diversi, è onere del debitore impugnare, nei limiti in cui ciò sia consentito, tutti i provvedimenti adottati, anche in rito, che possano ostacolare il preliminare esame della domanda di concordato preventivo da lui proposta, atteso che l’eventuale accoglimento del reclamo L. Fall., ex art. 18 contro la sentenza di fallimento, di cui si pretenda l’illegittimità a causa del mancato preventivo esame della domanda concordataria, presuppone che quest’ultima sia ancora sub iudice. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 20 febbraio 2020, n.4343.




Per agire in revocatoria è necessario aver introdotto il giudizio di accertamento del credito?

Azione revocatoria – Caratteristiche de credito vantato – Giudizio di accertamento del credito – Necessità – Esclusione

L’attore in revocatoria non deve necessariamente provare di aver preventivamente introdotto il giudizio di accertamento del credito vantato.

Ai fini dell’esperimento dell’azione revocatoria assume rilievo una nozione lata di credito, comprensiva della ragione o aspettativa, con conseguente irrilevanza della certezza del fondamento dei relativi fatti costitutivi, coerentemente con la funzione propria dell’azione, la quale non persegue scopi restitutori.

Per l’accoglimento di detta azione non è dunque necessaria la sussistenza di un credito certo, liquido ed esigibile, bastando una semplice aspettativa che non si riveli "prima facie" pretestuosa e che possa valutarsi come probabile, anche se non definitivamente accertata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 19 febbraio 2020, n.4212.




Crediti sorti nel corso della procedura fallimentare: un anno per proporre insinuazione al passivo

Fallimento – Insinuazione al passivo – Crediti sorti nel corso della procedura fallimentare – Termine

L'insinuazione al passivo dei crediti sorti nel corso della procedura fallimentare non è soggetta al termine di decadenza previsto dalla L. Fall., art. 101, comma 1 ed u.c.; tale insinuazione tuttavia incontra comunque un limite temporale, da individuarsi - in coerenza e armonia con l'intero sistema di insinuazione che è attualmente in essere e sulla scorta dei principi costituzionali di parità di trattamento di cui all'art. 3 Cost. e del diritto di azione in giudizio di cui all'art. 24 Cost. - nel termine di un anno, espressivo dell'attuale sistema in materia, decorrente dal momento in cui si verificano le condizioni di partecipazione al passivo fallimentare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 17 febbraio 2020, n.3872.




L'atto di destinazione di un bene ex art. 2645 ter c.c. ha normalmente natura unilaterale e gratuita

Atto di destinazione di un bene ex art. 2645 ter c.c. - Natura, di regola, unilaterale e gratuita - Sussistenza - Presupposti - Contestuale destinazione di propri beni per le esigenze altrui - Irrilevanza - Inserimento in atto pubblico dal contenuto più ampio - Rilevanza - Limiti

L'atto di semplice destinazione di un bene (senza il trasferimento della proprietà dello stesso) alla soddisfazione di determinate esigenze, ai sensi dell'art. 2645 ter c.c., costituisce, di regola, un negozio unilaterale - non perfezionandosi con l'incontro delle volontà di due o più soggetti, ma essendo sufficiente la sola dichiarazione di volontà del disponente - e a titolo gratuito, in quanto di per sé determina un sacrificio patrimoniale da parte del disponente, che non trova contropartita in una attribuzione in suo favore; esso resta tale anche se, nel contesto di un atto pubblico dal contenuto più ampio, ciascuno dei beneficiari del vincolo abbia a sua volta destinato propri beni in favore delle esigenze di tutti gli altri - risultando in tal caso i diversi negozi di destinazione solo occasionalmente contenuti nel medesimo atto pubblico notarile -, salvo che risulti diversamente, sulla base di una puntuale ricostruzione del contenuto effettivo della volontà delle parti e della causa concreta del complessivo negozio dalle stesse posto in essere. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 13 febbraio 2020, n.3697.




Liquidazione delle spese di lite relative ad azione revocatoria

Liquidazione delle spese di lite relative ad azione revocatoria - Determinazione del valore - Riferimento al credito - Necessità

Il valore della causa relativa ad azione revocatoria si determina in base al credito vantato dall'attore, a tutela del quale viene proposta l'azione revocatoria stessa. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 13 febbraio 2020, n.3697.




Opposizione all'esecuzione per far valere un vincolo di impignorabilità e domanda riconvenzionale per la dichiarazione di inefficacia ex art. 2901 c.c.

Opposizione all'esecuzione - Dedotta esistenza di un vincolo di impignorabilità del bene oggetto di espropriazione - Domanda riconvenzionale volta ad ottenere la dichiarazione di inefficacia ex art. 2901 c.c. dell'atto negoziale a base dell'opposizione - Ammissibilità - Conseguenze

Nel giudizio di opposizione all'esecuzione in cui sia dedotta l'esistenza di un vincolo di impignorabilità del bene assoggettato ad espropriazione derivante da un determinato atto negoziale, è ammissibile la domanda riconvenzionale del creditore opposto volta ad ottenere, ai sensi dell'art. 2901 c.c., la dichiarazione di inefficacia dell'atto negoziale posto a base dell'opposizione, sussistendo connessione, in relazione all'oggetto e/o al titolo, tra le due domande, anche se tale dichiarazione di inefficacia, stante la natura dichiarativa della decisione e la necessità del suo passaggio in giudicato, potrà giovare al creditore esclusivamente ai fini dell'instaurazione di un nuovo processo esecutivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 13 febbraio 2020, n.3697.




Prova per presunzioni della scientia decoctionis del terzo contraente

Fallimento – Revocatoria fallimentare – Scientia decoctionis – Prova presuntiva – Valutazione complessiva degli elementi indiziari – Necessità

Fallimento – Revocatoria fallimentare – Scientia decoctionis – Prova presuntiva – Violazione di legge – Controllo di legittimità

In tema di prova per presunzioni della scientia decoctionis del terzo contraente, la valutazione del giudice circa la sussistenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza ex art. 2729 c.c. non può fondarsi unicamente sull’apprezzamento atomistico degli elementi fattuali, ma deve essere ricavata anche dall’analisi complessiva e coordinata degli indizi.

In tema di prova per presunzioni, la valutazione compiuta in sede di merito riguardo agli elementi indiziari da cui non si riesca ad evincere chiaramente il criterio logico posto alla base della selezione dei fatti e del convincimento del giudice, costituisce violazione dell’art. 2729 c.c. censurabile in sede di legittimità. (Benedetta Bonfanti) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 11 febbraio 2020, n.3327.




Trasformazione di un debito preesistente da chirografario a privilegiato mediante negozio indiretto

Mutuo fondiario – Esenzione da revocatoria – Rilevanza del valore dell’immobile

Revocatoria Fallimentare – Mutuo fondiario ed esenzione da revocatoria – Art. 39 T.U.B.

Revocatoria Fallimentare – Negozio indiretto

L'intima connessione strutturale - che nell'operazione di credito fondiario si pone tra erogazione del mutuo e garanzia ipotecaria - risulta già disvelata del testo dell'art. 38 TUB, comma 1 che appunto lega in modo diretto la concessione del credito alla costituzione della garanzia.

In proposito risulta comunque decisiva la constatazione che la disposizione dell'art. 38, comma 2, TUB stabilisce la regola per cui l'ammontare del finanziamento è "determinato... in rapporto al valore dei beni ipotecati", ciò significando che nel mutuo fondiario l'ammontare del credito non può che dipendere dal valore che possiede l'immobile dato in ipoteca.

Il mutuo fondiario è operazione che si connota per concentrare la copertura del rischio di rientro dell'erogato sul solo immobile "mobilizzato" e contestualmente iscritto in ipoteca di primo grado"

Perciò, il mutuo fondiario possiede requisiti identificativi diversi da quelli dell'ordinario mutuo ipotecario ed è inteso a porre in essere un'operazione diversa e con effetti (anche) distinti da quelli propri dell'ordinario mutuo.

In altri termini, nel mutuo fondiario è proprio la garanzia dell'ipoteca a conformare il credito (merito e quantità), così dando vita a una speciale tipologia di operazione, che il sistema vigente ha inteso proteggere in modo peculiare con l'assegnazione di forti vantaggi disciplinari in ragione della rischiosità sua intrinseca; ne consegue che un mutuo non può, nel corso di svolgimento del relativo rapporto, diventare fondiario e, nel caso di ipoteca posta a servizio di un preesistente mutuo, quest'ultimo rimane semplicemente un ordinario mutuo.

E’ revocabile ai sensi dell’art. 67, comma 1, n. 4 L.F. la stipulazione di un mutuo fondiario propriamente assunta come mera forma, strutturalmente idonea a realizzare la funzione fraudolenta dell’operazione consistente nel rendere contestuale un’ipoteca per un credito preesistente. (Lucio A. de Benedictis) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 10 febbraio 2020, n.3024.




Espropriazione e vendita forzata immobiliare: cancellazione dei gravami indipendentemente dal decorso dei termini per la proponibilità di opposizioni all'esecuzione a norma dell'art. 617 c.p.c.?

Espropriazione e vendita forzata immobiliare – Cancellazione dei gravami – Indipendentemente dal decorso dei termini per la proponibilità di opposizioni all'esecuzione a norma dell'art. 617 c.p.c.

Se, nel procedimento di espropriazione e vendita forzata immobiliare, il decreto di trasferimento del bene, recante l'ordine di cancellazione dei gravami (pignoramenti, ipoteche, privilegi, sequestri conservativi) determini, in forza dell'art. 2878 c.c., n. 7, l'estinzione dei medesimi vincoli, dei quali il Conservatore dei registri immobiliari (oggi Ufficio provinciale del territorio - Servizio di pubblicità immobiliare, istituito presso l'Agenzia delle Entrate) è tenuto ad eseguire la cancellazione, indipendentemente dal decorso dei termini per la proponibilità di opposizioni all'esecuzione a norma dell'art. 617 c.p.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 10 febbraio 2020, n.3096.




Quando la domanda di risoluzione contrattuale promossa prima del fallimento non può proseguire in sede di cognizione ordinaria

Domanda di risoluzione contrattuale - Azione promossa prima del fallimento della parte convenuta - Pretese esclusive di carattere restitutorio o risarcitorio - Ricorso al procedimento di insinuazione al passivo - Necessità - Pretese estranee alla partecipazione al concorso - Proseguibilità con il rito ordinario - Ammissibilità - Fondamento

In materia di fallimento, l'art. 72, comma 5, secondo periodo l. fall. postula - anche alla luce dei principi di specializzazione, concentrazione e speditezza sottesi agli artt. 24 e 52 l.fall., nonché del contraddittorio incrociato tipico del procedimento di accertamento del passivo - che la domanda di risoluzione proposta prima della declaratoria fallimentare, se diretta in via esclusiva a far valere le consequenziali pretese risarcitorie o restitutorie in sede concorsuale, non può proseguire in sede di cognizione ordinaria, ma deve essere interamente proposta secondo il rito speciale disciplinato dagli artt. 93 e ss. l.fall.; deve parimenti essere esaminata e decisa dal giudice fallimentare la domanda di risoluzione che costituisca antecedente logico-giuridico della domanda di risarcimento o restituzione, non essendo applicabile in via analogica l'istituto dell'ammissione con riserva ai sensi dell'art. 96, n. 1 e n. 3, l.fall., né potendosi disporre la sospensione necessaria ai sensi dell'art. 295 c.p.c., in attesa della decisione della causa pregiudiziale di risoluzione in ipotesi proseguita in sede di cognizione ordinaria. Viceversa, la domanda di risoluzione diretta a conseguire finalità estranee alla partecipazione al concorso (come la liberazione della parte "in bonis" dagli obblighi contrattuali o l'escussione di una garanzia di terzi) è procedibile in sede di cognizione ordinaria, dopo l'interruzione del processo ex art. 43 l.fall. e la sua riassunzione nei confronti della curatela fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 07 febbraio 2020, n.2990.




Quando la domanda di risoluzione proposta prima del fallimento non può proseguire in sede di cognizione ordinaria

Fallimento – Accertamento del passivo – Domanda di risoluzione proposta in sede ordianaria – Antecedente logico-giuridico della domanda di risarcimento o restituzione – Domanda di risoluzione diretta a conseguire finalità estranee al concorso – Prosecuzione dopo l’interruzione del processo

Nel sistema concorsuale riformato, la L. Fall., art. 72, comma 5, secondo periodo, impone - anche alla luce dei principi di specializzazione, concentrazione e speditezza sottesi alla L. Fall., artt. 24 e 52, nonchè del contraddittorio incrociato tipico del procedimento di accertamento del passivo - che la domanda di risoluzione proposta prima della dichiarazione di fallimento, se diretta in via esclusiva a far valere le consequenziali pretese risarcitorie o restitutorie in sede fallimentare, non può proseguire in sede di cognizione ordinaria, ma deve essere interamente proposta secondo il rito speciale disciplinato dalla L. Fall., artt. 93 e segg..

In sede di accertamento del passivo, la domanda di risoluzione che costituisca antecedente logico-giuridico della domanda di risarcimento o restituzione deve essere esaminata e decisa dal giudice fallimentare, non essendo applicabile in via analogica l'istituto dell'ammissione con riserva ai sensi della L. Fall., art. 96, nn. 1) o 3), nè potendosi disporre la sospensione necessaria ai sensi dell'art. 295 c.p.c., in attesa della decisione della causa pregiudiziale di risoluzione in ipotesi proseguita in sede di cognizione ordinaria.

La domanda di risoluzione diretta a conseguire finalità estranee alla partecipazione al concorso (come la liberazione della parte in bonis dagli obblighi contrattuali, o l'escussione di una garanzia di terzi) è procedibile in sede di cognizione ordinaria, dopo l'interruzione del processo L. Fall., ex art. 43 e la sua riassunzione nei confronti della curatela fallimentare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 07 febbraio 2020, n.2991.




Continuità aziendale ex art. 186 bis l. fall.: la Cassazione sulla vendita di beni immobili e soddisfo solo differito dei creditori ipotecari

Concordato Preventivo – Continuità aziendale ex art. 186 bis l. fall. – Proposta prevedente l’autofinanziamento del piano con il ricavato della vendita di beni immobili gravati da ipoteche ed il pagamento solo successivo dei relativi creditori prelazionari – Inammissibilità

Viola la clausola di salvaguardia dell’art. 186 bis secondo comma lett. c), la proposta di concordato che prevede la vendita di beni immobili senza destinazione di realizzo immediato in favore ai relativi creditori ipotecari, eventualità non sopperibile neppure con l’attribuzione del diritto di voto a tale categoria di creditori.

Un conto è - anche in ogni altra prospettiva strumentalmente liquidatoria - la nozione di tempi tecnici della procedura o della liquidazione, un altro e ben diverso conto è l'assunzione, con il ricavato della liquidazione, di un rinnovato rischio d'impresa, per via del reimpiego delle somme nel frattempo ricavate non nel pagamento dei creditori muniti di prelazione sui beni alienati ma in altre operazioni economiche, trattandosi di traslazione oggettiva del rischio incompatibile con lo statuto di tali creditori.

E’ quindi incompatibile con il sistema dei privilegi il disallineamento temporale tra le vendite di immobili gravati da ipoteche e il pagamento dei relativi creditori ipotecari, pagati solo a distanza di tempo. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 04 febbraio 2020, n.2422.




Dilazione di pagamento dei creditori privilegiati e valutazione del giudice sulla base della relazione giurata

Concordato preventivo - Voto - Creditori privilegiati - Pagamento dilazionato - Ammissibilità - Conseguenze sull'esercizio del diritto di voto - Accertamento rimesso al giudice di merito

In tema di concordato preventivo la regola generale è quella del pagamento non dilazionato dei creditori privilegiati, sicché l'adempimento con una tempistica superiore a quella imposta dai tempi tecnici della procedura equivale ad una soddisfazione non integrale degli stessi, in ragione della perdita economica conseguente al ritardo rispetto ai tempi normali con il quale i creditori conseguono le somme dovute. La determinazione in concreto di tale perdita, rilevante ai fini del computo del voto ex art. 177, comma 3, l.fall., costituisce un accertamento in fatto che il giudice di merito deve compiere alla luce della relazione giurata del professionista ex art. 160, secondo comma, l.fall., tenendo conto degli eventuali interessi offerti ai creditori e dei tempi tecnici di liquidazione dei beni gravati dal privilegio in ipotesi di soluzione della crisi alternativa al concordato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 04 febbraio 2020, n.2422.




Revocabile la concessione di ipoteca per debito scaduto

Concessione di garanzie reali per debiti scaduti - Revocabilità - Fondamento

L'adempimento di un debito scaduto, pur comportando una diminuzione della garanzia patrimoniale generale, non è soggetto a revoca, ai sensi dell'art. 2901, comma 3, c.c., perché, una volta che si siano verificati gli effetti della mora, costituisce atto dovuto. Tale ultima disposizione, invece, non si applica, né in via di interpretazione estensiva né per analogia, nel caso di concessione di ipoteca per debito già scaduto, atteso che si tratta di un negozio di disposizione patrimoniale che, essendo fondato sulla libera determinazione del debitore, è aggredibile con azione revocatoria ex artt. 2901 e 2902 c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 22 gennaio 2020, n.1414.




Il fallito non può impugnare il decreto di esecutività dello stato passivo

Decreto di esecutività dello stato passivo - Impugnazione - Legittimazione del fallito - Esclusione - Fondamento

In tema di procedure concorsuali, non sussiste la legittimazione del fallito ad impugnare i provvedimenti adottati dal giudice delegato in sede di formazione dello stato passivo non solo perché essi hanno efficacia meramente endoconcorsuale, ma anche per quanto disposto dall'art. 43 l.fall., che sancisce la legittimazione esclusiva del del creditore per i rapporti patrimoniali del fallito compresi nel fallimento e, soprattutto, per l'espressa previsione di cui all'art. 98 l.fall., a tenore del quale il decreto con cui il giudice rende esecutivo lo stato passivo non è suscettibile di denunzia con rimedi diversi dalle impugnazioni tipiche ivi disciplinate, esperibili soltanto dai soggetti legittimati, tra i quali non figura il fallito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 gennaio 2020, n.1197.




Lo stato di insolvenza quando l’attivo supera il passivo

Fallimento – Stato d’insolvenza – Valutazione – Attivo superiore al passivo – Valutazione delle condizioni economiche necessarie (secondo un criterio di normalità) all’esercizio di attività economiche – Stato di impotenza funzionale non transitoria a soddisfare le obbligazioni inerenti all’impresa – Oggetto della cognizione in sede di opposizione allo stato passivo

Lo stato d’insolvenza richiesto ai fini della pronunzia dichiarativa del fallimento dell’imprenditore non è escluso dalla circostanza che l’attivo superi il passivo e che non esistano conclamati inadempimenti esteriormente apprezzabili. In particolare, il significato oggettivo dell’insolvenza, che è quello rilevante agli effetti della L. Fall., art. 5, deriva da una valutazione circa le condizioni economiche necessarie (secondo un criterio di normalità) all’esercizio di attività economiche, e si identifica con uno stato di impotenza funzionale non transitoria a soddisfare le obbligazioni inerenti all’impresa esprimendosi, secondo una tipicità desumibile dai dati dell’esperienza economica, nell’incapacità di produrre beni con margine di redditività da destinare alla copertura delle esigenze di impresa (prima fra tutte l’estinzione dei debiti), nonché nell’impossibilità di ricorrere al credito a condizioni normali, senza rovinose decurtazioni del patrimonio.

Inoltre, nel giudizio di opposizione alla dichiarazione di fallimento lo stato d’insolvenza sottende un giudizio di inidoneità solutoria strutturale del debitore, oggetto di una valutazione complessiva: quanto ai debiti, il computo non si limita alle risultanze dello stato passivo nel frattempo formato ma si estende a quelli emergenti dai bilanci e dalle scritture contabili o in altro modo riscontrati, anche se oggetto di contestazione, quando (e nella misura in cui) il giudice dell’opposizione ne riconosca incidentalmente la ragionevole certezza ed entità; quanto all’attivo, i cespiti vanno considerati non solo per il loro valore contabile o di mercato, ma anche in rapporto all’attitudine ad essere adoperati per estinguere tempestivamente i debiti, senza compromissione - di regola dell’operatività dell’impresa, salvo che l’eventuale fase della liquidazione in cui la stessa si trovi renda compatibile anche il pronto realizzo dei beni strumentali e dell’avviamento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 20 gennaio 2020, n.1069.




La Cassazione sconfessa il 'criterio della prevalenza' nella qualificazione del concordato preventivo in continuità aziendale ex art. 186 bis l. fall.

Concordato Preventivo – Continuità aziendale – Criteri di qualificazione x art. 186 bis l. fall. – Sussistenza di un compendio aziendale idoneo alla continuazione operativa – Sufficienza – Criterio della prevalenza rispetto alla liquidazione dei beni – Inconferenza

Il concordato preventivo in cui alla liquidazione atomistica di una parte dei beni dell'impresa si accompagni una componente di qualsiasi consistenza di prosecuzione dell'attività aziendale rimane regolato nella sua interezza, salvi i casi di abuso, dalla disciplina speciale prevista dall'art. 186-bis legge fall., che al primo comma espressamente contempla anche una simile ipotesi fra quelle ricomprese nel suo ambito.
Tale norma non prevede alcun giudizio di prevalenza fra le porzioni di beni a cui sia assegnato una diversa destinazione, ma una valutazione di idoneità dei beni sottratti alla liquidazione ad essere organizzati in funzione della continuazione, totale o parziale, della pregressa attività di impresa e ad assicurare, attraverso una simile organizzazione, il miglior soddisfacimento dei creditori.

Considerato che la compresenza nel piano concordatario di attività liquidatorie che si accompagnino alla prosecuzione dell'attività aziendale è dunque espressamente contemplata dal legislatore all'interno della norma, osserva la Suprema Corte che non c’è spazio a equivoci di sorta in merito al fatto che l’art. 186 bis l. fall. governi la fattispecie (vale a dire che il concordato tradizionalmente definito come misto sia, nelle intenzioni del legislatore, un concordato in continuità che prevede la dismissione di beni). Il dato normativo non evoca pertanto alcun rapporto di prevalenza di una parte dei beni rispetto all'altra a cui è riservata diversa sorte, ma fa riferimento alla liquidazione dei beni "non funzionali all'esercizio dell'impresa", implicitamente ritenendo che quelli funzionali siano invece destinati alla prosecuzione dell'attività aziendale.  Pertanto, la regola prevista dalla norma non riguarda la quantità delle porzioni a cui sia affidato un diverso destino (e la conseguente prevalenza dell'una rispetto all'altra in funzione delle risorse da devolvere alla soddisfazione dei creditori), ma la funzionalità di una porzione dei beni alla continuazione dell'impresa in uno scenario concordatario. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 15 gennaio 2020, n.734.




Credito dell’avocato che abbia predisposto la domanda di concordato preventivo: prededuzione senza alcuna valutazione dell’utilità della prestazione

Prededuzione – Credito del professionista che abbia predisposto il ricorso per l’ammissione alla procedura concorsuale minore – Avvocato – Concordato preventivo

Il credito del professionista che abbia predisposto il ricorso per l’ammissione alla procedura concorsuale minore rientra tra i crediti sorti "in funzione" di quest’ultima procedura e, come tale, a norma della L. Fall., art. 111, comma 2, va soddisfatto in prededuzione nel successivo fallimento, senza che, ai fini di tale collocazione, debba essere accertato, con valutazione ex post, che la prestazione resa sia stata concretamente utile per la massa in ragione dei risultati raggiunti.

[Nella specie, il credito era sorto in favore del ricorrente in relazione alla prestazione professionale eseguita da quest’ultimo, quale avvocato che aveva curato l’attività necessaria alla predisposizione del ricorso per l’ammissione alla procedura concorsuale pattizia di regolazione della crisi; la S.C. ha, pertanto, ritenuto che non rileva in alcun modo l’esito successivo della proposta concordataria la quale, peraltro, nel caso di specie, aveva determinato l’apertura della procedura ed era stata anche oggetto di approvazione da parte dei creditori, essendo intervenuta l’interruzione della procedura solo in seguito al giudizio negativo espresso, in sede di omologazione della proposta stessa.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 09 gennaio 2020, n.220.




Impugnazione del provvedimento di ammissioni al passivo con riserva

Insinuazione al passivo - Ammissione con riserva - Rimedi - Opposizione allo stato passivo - Ammissibilità - Ragioni

Nella disciplina della legge fallimentare riformata dal d.lgs. n. 5 del 2006 e del d.lgs. n. 169 del 2007, se in sede di insinuazione allo stato passivo il creditore abbia chiesto l'ammissione del proprio credito puramente e semplicemente e sia stato ammesso con riserva, è configurabile una situazione di soccombenza che legittima il creditore a proporre opposizione immediata allo stato passivo nelle forme dell'art. 98 l.fall.. Del pari, laddove il curatore o gli altri creditori intendano contestare l'ammissione, ancorché con riserva, di un altro creditore, sono legittimati (e sono tenuti) a proporre impugnazione immediata avverso detto provvedimento, senza attendere il decreto di cui all'art. 113-bis l.fall.. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 gennaio 2020, n.268.




Eccezione revocatoria nel procedimento di accertamento dei crediti concorsuali

Accertamento del passivo fallimentare – Inefficacia del titolo del credito o della prelazione – Eccezione del Curatore fallimentare – Non necessità di azione revocatoria ordinaria o fallimentare – Accertamento con effetti endoconcorsuali

Nel giudizio di verifica dei crediti, a norma dell'art. 95, comma 1 del R.D. 16 marzo 1942 n. 267, il curatore fallimentare può eccepire l'inefficacia del titolo su cui sono fondati il credito o la prelazione, anche se è prescritta la relativa azione, senza essere tenuto, per ottenere un provvedimento di esclusione del credito o della garanzia, a proporre l'azione revocatoria fallimentare o ad agire in via riconvenzionale nel giudizio di opposizione allo stato passivo promosso dal creditore ai sensi dell'art. 98 del R.D. 16 marzo 1942 n. 267.

Nel caso in cui non sia stata proposta azione revocatoria da parte del curatore fallimentare, ma sia stata solo sollevata eccezione revocatoria (c.d. revocatoria incidentale) di inefficacia del titolo, finalizzata a paralizzare la pretesa del creditore concorsuale, il giudice delegato non dichiara l'inefficacia del titolo del credito o della garanzia, né dispone la restituzione, ma si limita ad escludere il credito o la prelazione fatta valere, in ragione della revocabilità del relativo titolo su cui si fonda la corrispondente pretesa del creditore con effetti limitati all'ambito della verifica dello stato passivo al quale la richiesta del curatore è strettamente funzionale. (Gianni Tognoni) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 08 gennaio 2020, n.140.




Non ha diritto di surroga nei confronti del Fondo di garanzia il committente che paga i dipendenti del proprio appaltatore

Insolvenza del datore di lavoro - Fondo di garanzia INPS - Committente che corrisponde i trattamenti retributivi ed il tfr - Diritto di surroga quale avente diritto del lavoratore - Azione di accertamento - Interesse ad agire - Esclusione - Ragioni

Il committente che, in forza dell'art. 29 del d.lgs. n. 276 del 2003, corrisponda i trattamenti retributivi ed il tfr ai dipendenti del proprio appaltatore, adempie un'obbligazione propria nascente dalla legge, e, pertanto, non diviene avente diritto dal lavoratore, sicché è legittimato a surrogarsi nei diritti di quest'ultimo verso l'appaltatore, ex art. 1203, n. 3, c.c., ma, non avendo titolo per ottenere l'intervento del Fondo di garanzia di cui all'art. 2 della l. n. 297 del 1982, è privo di interesse ad agire, nei confronti dell'INPS, in relazione alla domanda di mero accertamento del diritto di sostituirsi al lavoratore nell'erogazione della prestazione dovuta dal Fondo suddetto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 03 gennaio 2020, n.33.




La Cassazione torna sul trattamento dei creditori postergati nel concordato: è inammissibile la proposta che prevede la loro equiparazione ai chirografari

Concordato – Formazione delle classi – Creditori postergati – Trattamento analogo ai creditori chirografari – Inammissibilità – Violazione della regola della postergazione – Sussistenza

Nel concordato preventivo, se è pur vero che ai creditori postergati può essere attribuito il diritto di voto - avendo gli stessi un interesse giuridicamente rilevante ad esprimere il proprio gradimento o meno sulla proposta concordataria rispetto all'alternativa fallimentare – il giudice deve comunque verificare se la creazione di tale classe di votanti possa determinare in concreto una violazione della regola della postergazione, non potendosi derogare al principio del soddisfacimento solo residuale e sempre posposto dei creditori postergati, attraverso una loro sostanziale equiparazione ai chirografari.

Pertanto, non essendo la volontà del legislatore disponibile dalle parti in sede concordataria, la maggioranza dei creditori non può disporre che sia antergato il soddisfacimento dei postergati, dovendo, invece, il loro soddisfacimento essere sempre posposto a quello integrale degli altri creditori chirografari.

E’ quindi inammissibile la proposta di concordato prevedente una classe di postergati da soddisfare in percentuale in concomitanza al pagamento degli altri chirografari, essendo in tal modo introdotta una violazione della regola della postergazione, deroga che non è mai ammissibile, neppure nel caso in cui la proposta concordataria ottenga la maggioranza dei voti in ciascuna classe. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 27 dicembre 2019, n.34539.




L'eccezione di prescrizione del credito tributario maturata successivamente alla notifica della cartella è devoluta alla cognizione del giudice delegato

Credito tributario – Prescrizione maturata dopo la notificazione della cartella – Eccezione del curatore in sede di ammissione al passivo – Giurisdizione del giudice ordinario – Sussistenza – Fondamento

L'eccezione di prescrizione del credito tributario maturata successivamente alla notifica della cartella di pagamento, sollevata dal curatore in sede di ammissione al passivo fallimentare, è devoluta alla cognizione del giudice delegato (in sede di verifica dei crediti) e del tribunale (in sede di opposizione allo stato passivo e di insinuazione tardiva), e non già del giudice tributario, segnando la notifica della cartella il consolidamento della pretesa fiscale e l'esaurimento del potere impositivo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2019, n.34447.




Quando la rinuncia del curatore fallimentare al ricorso per cassazione è inidonea a produrre effetti

Curatore - Poteri - Rinuncia al ricorso per cassazione - Mancata autorizzazione del comitato dei creditori - Conseguenze - Inefficacia

In difetto dell'autorizzazione del comitato dei creditori prevista dall'art. 35 l.fall., la rinuncia del curatore fallimentare al ricorso per cassazione è inidonea a produrre effetti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 20 dicembre 2019, n.34213.




Sovraindebitamento: è inammissibile il provvedimento del giudice che impone il deposito preventivo di una somma per le spese di procedura

Sovraindebitamento – Nomina del Gestore della Crisi – Richiesta del contestuale deposito di un fondo spese – Inammissibilità

In tema di composizione della crisi da sovraindebitamento di cui alla legge n. 3 del 2012, il giudice non può, in assenza di una specifica norma che lo consenta, imporre al debitore, a pena di inammissibilità, il deposito preventivo di una somma per le spese che si presumono necessarie ai fini della procedura, potendo semmai disporre acconti sul compenso finale spettante all'organismo di composizione della crisi, ai sensi dell'art. 15 del d.m. 24 settembre 2014, n. 202, tenendo conto delle circostanze concrete e, in particolare, della consistenza dei beni e dei redditi del debitore in vista della fattibilità della proposta di accordo o del piano del consumatore, anche ai sensi dell'art. 8, comma 2, della legge n. 3 del 2012; nell'ambito della legge 3/2012 non figurano infatti disposizioni analoghe a quelle dettate in materia di concordato preventivo, come l’art. 163, co. 2, n. 4, legge fall. ovvero gli artt. 163, co. 3, e 173, comma 1, legge fall.

Peraltro, nell’ambito del nuovo Codice della Crisi, il rinvio di cui all'art. 65, co. 2 CCII, in base al quale «si applicano, per quanto non specificamente previsto dalle disposizioni della presente sezione, le disposizioni del titolo III in quanto compatibili», potrebbe semmai legittimare l'applicazione degli artt. 44, co. 1, lett. d) e 47, co. 1, lett. d)  CCII in tema di deposito del fondo spese nelle procedure di concordato preventivo e omologazione degli accordi di ristrutturazione, previa apposita verifica di compatibilità, tenuto conto delle specifiche circostanze del caso concreto. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 19 dicembre 2019, n.34105.




Appalto di opere pubbliche stipulato da imprese riunite in associazione temporanea: fallimento di una delle società mandanti e pagamenti per lavori eseguiti

Associazione temporanea di imprese - Stipulazione di appalto di opera pubblica - Fallimento di società mandante - Pagamento effettuato alla società capogruppo mandataria - Inefficacia nei confronti del fallimento della mandante - Fondamento

In tema di appalto di opere pubbliche stipulato da imprese riunite in associazione temporanea, ai sensi degli artt. 23 e 25 del d.lgs. n. 406 del 1991, qualora intervenga il fallimento di una delle società mandanti, i pagamenti per lavori eseguiti in antecedenza vanno effettuati nei confronti della curatela fallimentare, con obbligo dell'amministrazione, che abbia invece pagato alla mandataria, di rinnovare tale adempimento; il fallimento della mandante, invero, pur non comportando lo scioglimento del contratto d'appalto, alla cui esecuzione resta obbligato il mandatario, determina invece, ex art. 78 l.fall. (nel testo anteriore al d.lgs. n.5 del 2006, applicabile "ratione temporis"), lo scioglimento del rapporto di mandato e il conseguente venir meno, nei suoi confronti, dei poteri di gestione e rappresentanza già in capo alla mandataria capogruppo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 dicembre 2019, n.34116.




Ambito della legittimazione del liquidatore del concordato preventivo con cessione dei beni

Concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori - Liquidatore - Legittimazione processuale - Limiti - Conseguenze

In caso di concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori, la legittimazione a disporne viene attribuita al commissario liquidatore, che agisce nella veste di mandatario dei creditori, mentre il debitore mantiene, oltre che la proprietà dei beni, anche la legittimazione processuale; ne consegue che la legittimazione processuale del liquidatore è ancorata e circoscritta al perimetro delle prerogative liquidatorie e distributive che fanno capo allo stesso e, quindi, ai rapporti che nel corso ed in funzione della liquidazione vengono in essere. Ove, pertanto, l'omologazione del concordato e la nomina del liquidatore siano intervenute dopo che l'imprenditore è stato convenuto in giudizio da un creditore con domanda di condanna, non è necessario provvedere all'integrazione del contraddittorio nei confronti del liquidatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 17 dicembre 2019, n.33422.




Privilegio speciale e oneri di allegazione della parte

Privilegio speciale - Oneri di allegazione della parte - Indicazione del titolo della prelazione - Descrizione del bene - Riferimento alla domanda e alla documentazione allegata - Sufficienza - Verifica del giudice - Criteri - Fattispecie

In tema di formazione dello stato passivo, l'indicazione del titolo della prelazione e della descrizione del bene sul quale essa si esercita, se questa ha carattere speciale, sancita dall'art. 93, comma 3, n. 4, l.fall. (nel testo novellato a seguito del d.lgs. n. 5 del 2006 e dal d.lgs. n. 169 del 2007), quale requisito eventuale dell'istanza di ammissione in privilegio, deve essere verificata dal giudice, tenuto conto del principio generale secondo cui l'oggetto della domanda si identifica sulla base delle complessive indicazioni contenute in quest'ultima e dei documenti alla stessa allegati. (Nella specie, la S.C. ha cassato il decreto del tribunale, che aveva omesso di considerare come il bene oggetto della prelazione ipotecaria, ancorchè non indicato nè descritto nella domanda di insinuazione, fosse specificato nel contratto di mutuo inserito nel fascicolo del procedimento di insinuazione al passivo). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 13 dicembre 2019, n.33008.




L'eventuale intervallo di tempo intercorso tra la proposizione della domanda di concordato preventivo e l'apertura del fallimento non determina di per sé soluzione di continuità

Concordato preventivo - Successiva dichiarazione di fallimento - Intervallo di tempo - Soluzione di continuità tra le procedure - Esclusione - Eccezioni - Fattispecie

Nella ipotesi di successione temporale di più procedure concorsuali a carico del medesimo imprenditore, l'eventuale intervallo di tempo intercorso tra la proposizione della domanda di concordato preventivo e l'apertura del fallimento non determina di per sé soluzione di continuità fra le procedure medesime, che costituiscono, di norma, espressione della medesima crisi economica dell'impresa, a meno che detto intervallo non costituisca uno degli elementi dimostrativi della variazione dei presupposti (soggettivi ed oggettivi) del fenomeno della unificazione delle varie procedure. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 11 dicembre 2019, n.32417.




Successione di procedure e valutazione dell'intervallo di tempo che le separa

Ammissione alla procedura di concordato preventivo - Successiva dichiarazione di fallimento - Intervallo di tempo - Soluzione di continuità tra le procedure - Esclusione - Eccezioni - Fattispecie

Nella ipotesi di successione temporale di più procedure concorsuali a carico del medesimo imprenditore, l'eventuale intervallo di tempo intercorso tra la proposizione della domanda di concordato preventivo e l'apertura del fallimento non determina di per sé soluzione di continuità fra le procedure medesime, che costituiscono, di norma, espressione della medesima crisi economica dell'impresa, a meno che detto intervallo non costituisca uno degli elementi dimostrativi della variazione dei presupposti (soggettivi ed oggettivi) del fenomeno della unificazione delle varie procedure. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 11 dicembre 2019, n.32417.




Ai fini della segnalazione alla Centrale Rischi, la nozione di insolvenza non si identifica con quella propria fallimentare

Apertura di credito in conto corrente - Segnalazione alla Banca d'Italia di un credito in "sofferenza" - Condizioni

In tema di apertura di credito in conto corrente, il prolungato inadempimento del correntista all'obbligo di rientrare dall'esposizione debitoria, legittima la banca alla segnalazione alla Centrale Rischi del suo credito come "in sofferenza", atteso che, ai fini di tale segnalazione, la nozione di insolvenza non si identifica con quella propria fallimentare, ma si concretizza in una valutazione negativa della situazione patrimoniale, apprezzabile come "deficitaria" ovvero come di "grave difficoltà economica", senza alcun riferimento al concetto di incapienza o irrecuperabilità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 dicembre 2019, n.31921.




Il creditore può convenire in giudizio il fallito personalmente per chiederne la condanna al pagamento di un credito estraneo alla procedura fallimentare?

Accertamento dei crediti nei confronti del fallito - Condanna del fallito in proprio - Ammissibilità - Condizioni

Il creditore può convenire in giudizio il fallito personalmente, per chiederne la condanna al pagamento di un credito estraneo alla procedura fallimentare, purché dichiari espressamente di voler utilizzare il titolo, dopo la chiusura del fallimento, per agire esecutivamente nei confronti del debitore ritornato "in bonis". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 05 dicembre 2019, n.31843.




La Cassazione interviene sulla compatibilità dell’azione revocatoria con le operazioni di fusione e scissione

Garanzia patrimoniale dei creditori - Azione revocatoria - Fusione e scissione - Compatibilità

La disposizione di cui all’art. 2504-quater c.c. - secondo la quale, eseguite le iscrizioni dell'atto di fusione a norma dell'art. 2504, comma 2, l'invalidità dell'atto di fusione non può essere pronunciata, salvo il diritto al risarcimento del danno eventualmente spettante ai soci o ai terzi danneggiati dalla fusione – non consente di ricavare sistematicamente dalla norma, che esclude solo una dichiarazione di invalidità (per nullità o annullamento) dell'atto di fusione o scissione, l'inesperibilità dell'azione revocatoria ex art. 2901 c.c., che, come è noto, non determina alcuna invalidità dell'atto ma la sua semplice inefficacia relativa rendendolo in opponibile al creditore pregiudicato.

Detta regola, introdotta nel nostro ordinamento dal D.Lgs. 16 gennaio 1991, n. 22, art. 15 in attuazione delle direttive 09/10/1978 n. 855 - 1978/855/CEE (art. 22) e 17/12/1982n. 8911982/891/CEE (art. 19) presuppone una fusione o scissione efficace, supera la distinzione fra nullità e annullabilità, accomunate nella nozione di invalidità, e mira ad evitare la demolizione dell'operazione di trasformazione e la reviviscenza delle società originarie, ma appare pienamente compatibile con la natura e gli effetti dell'azione revocatoria, strumento di conservazione della garanzia patrimoniale, che agisce sul registro della mera inopponibilità dell'atto al creditore pregiudicato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 04 dicembre 2019, n.31654.




Creditore pretermesso dal riparto e impugnazione

Fallimento - Piano di riparto - Chiusura della procedura - Creditore pretermesso - Azione di ripetizione di indebito - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento

A seguito dell'approvazione del piano di riparto fallimentare e della sua mancata impugnazione nei termini di legge, con susseguente chiusura della procedura concorsuale, rimane preclusa ai creditori concorrenti, ancorchè pretermessi, la possibilità di far valere in separato giudizio le proprie ragioni - invero attinenti a rapporti giuridici ormai definiti nell'ambito della procedura medesima – mediante inammissibili azioni di ripetizione dell'indebito o arricchimento senza causa nei confronti del creditore avvantaggiato nel concorso e del curatore del fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 04 dicembre 2019, n.31659.




Consecuzione delle procedure e domanda di concordato preventivo in bianco

Consecuzione – Applicabilità – Domanda di concordato preventivo in bianco – Necessità dell’esistenza di una procedura concorsuale – Dies a quo della retrodatazione – Pubblicazione domanda di ammissione

Ai fini dell’applicazione dell’art. 69 bis legge fall. non è esclusa la presentazione di una domanda di concordato preventivo in bianco, posto che la regola di consecuzione non concerne la compiuta formulazione di una domanda ad hoc ma l’esistenza di una procedura concorsuale poi sfociata nella dichiarazione di fallimento, anche alla luce del comma 2 della norma, che fissa il dies a quo della retrodatazione al momento della pubblicazione della domanda di ammissione. (Lucrezia Cipriani) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 27 novembre 2019, n.31051.




Intervento dell'INPS nel giudizio di opposizione allo stato passivo del fallimento promosso dal concessionario

Fallimento - Credito contributivo - Opposizione allo stato passivo del concessionario - Intervento dell'Inps - Ammissibilità - Pendenza di autonomo ricorso - Irrilevanza

Nel giudizio di opposizione allo stato passivo del fallimento, promosso dal concessionario per crediti contributivi iscritti a ruolo, è ammissibile l'intervento dell'INPS, che conserva la titolarità del credito azionato, senza che rilevi la contemporanea pendenza di una eventuale autonoma opposizione da quest'ultimo proposta, a cui soccorre lo specifico rimedio processuale della riunione dei procedimenti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 27 novembre 2019, n.30999.




L'ammissione in via chirografaria al passivo del fallimento di una società di persone rende inammissibile la successiva domanda di insinuazione in via privilegiata nel fallimento del socio

Credito ammesso in chirografo al fallimento di società personale - Successiva domanda di sua ammissione al passivo, in via ipotecaria, al fallimento del socio - Inammissibilità - Fondamento

L'intervenuta ammissione al passivo del fallimento di una società di persone, in via chirografaria, di un credito rende inammissibile la successiva domanda di insinuazione dello stesso credito, in via privilegiata, al passivo del fallimento del socio illimitatamente responsabile, atteso che il credito insinuato in chirografo al passivo sociale ha già prodotto i suoi effetti, ex art. 148, comma 3, l. fall., anche in relazione alla massa imputabile al singolo socio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 novembre 2019, n.31053.




Credito privilegiato: diritto alla restituzione nei confronti dei garanti e indifferenza per il creditore tra surroga o regresso

Diritto alla restituzione nei confronti dei terzi garanti – Credito privilegiato – Indifferenza per il creditore tra surroga o regresso – Causa che sorregge il privilegio – Fonte del privilegio

Surroga per pagamento – Esclusione natura circolatoria – Estinzione del credito

Diritto di rivalsa – Recupero somma dal debitore finale – Incidenza della surroga sul diritto del solvens

In tema di interventi pubblici a favore delle attività produttive, il diritto dei terzi garanti alla restituzione delle somme erogate per il sostegno delle piccole e medie imprese, costituisce credito privilegiato ai sensi dell’art. 8 bis della legge n. 33/2015, anche laddove si eserciti l’azione di surroga e non quella di regresso, poiché a contare è la «causa» che sorregge il privilegio ex art. 2745 cod. civ.

La figura della surrogazione per pagamento non ha natura meramente circolatoria, posto che il verificarsi della stessa suppone di necessità l'avvenuto pagamento del credito, che, in quanto estinto, non può essere fatto oggetto di circolazione.

La surroga per pagamento non comporta il venir meno del diritto di rivalsa del solvens, essendo l’art. 1203 cod. civ. “a vantaggio” di chi è tenuto con altri o per altri al pagamento del debito, in quanto il depauperamento patrimoniale conseguente alla sussistenza di un debito deve comunque ricadere sul debitore finale e non sul garante che ha pagato il creditore. (Lucrezia Cipriani) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 25 novembre 2019, n.30621.




Tutela dell’acquirente e nullità del contratto preliminare per abuso del diritto

Immobili da costruire – Tutela dell’acquirente – Contratto preliminare – Garanzia rilasciata in data successiva – Abuso del diritto

La proposizione della domanda di nullità del contratto preliminare per mancanza della garanzia accessoria del D.Lgs. n. 122 del 2005, ex art. 2, una volta che sia stata rilasciata la garanzia prescritta per legge in data successiva alla stipula del preliminare, e senza che nelle more si sia manifestata l’insolvenza del promittente venditore ovvero che risulti altrimenti pregiudicato l’interesse del promissario acquirente alla cui tutela è preposta la nullità di protezione prevista dalla norma in esame, costituisce abuso del diritto e non può quindi essere accolta. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. II, 22 novembre 2019, n.30555.




Decreto del giudice delegato di cancellazione delle iscrizioni ex art. 108 l.fall. e legittimazione al reclamo del creditore ipotecario

Decreto del giudice delegato di cancellazione delle iscrizioni ex art. 108, comma 2, l.fall. - Legittimazione al reclamo del creditore ipotecario - Sussistenza - Mancata opposizione alla proposta concordataria - Irrilevanza - Fondamento

In tema di liquidazione dell'attivo nella procedura di concordato preventivo, il creditore ipotecario, ancorché non si sia opposto all'approvazione della proposta, ha interesse ad agire in reclamo avverso il decreto del giudice delegato di cancellazione di un'ipoteca iscritta su un immobile a suo favore, ex art. 108, comma 2, l.fall., al fine di verificare la legittimità della cancellazione con riferimento tanto all'alienazione del bene nell'ambito dell'attività di vendita prevista dall'art. 182, commi 4 e 5, l.fall., nel testo applicabile "ratione temporis", e alla correlata legittimazione del liquidatore giudiziale ad operare in tal senso, quanto al ricorrere delle condizioni relative all'avvenuta riscossione del prezzo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 novembre 2019, n.30454.




Concordato preventivo, vendita di beni, ordine di cancellazione delle iscrizioni pregiudizievoli e verifica delle condizioni da parte del giudice delegato e del tribunale

Concordato preventivo - Vendita di beni - Ordine di cancellazione delle iscrizioni ex art. 108, comma 2, l. fall. - Verifica delle condizioni da parte del giudice delegato e del Tribunale - Estensione - Fondamento

Il giudice delegato, cui sia stata richiesta la cancellazione delle iscrizioni ex art. 108, comma 2, l.fall., così come il Tribunale, in sede di reclamo, non possono limitarsi a constatare la mera previsione in ambito concordatario del provvedimento purgativo, ma devono verificare se ricorrano le condizioni di legge perché la purgazione delle iscrizioni relative ai diritti di prelazione, delle trascrizioni dei pignoramenti, dei sequestri conservativi e di ogni altro vincolo possa essere pronunciata, dato che il provvedimento di omologazione del concordato preventivo riguarda la valutazione del corretto svolgimento della procedura, della fattibilità della proposta e del piano che la supporta e incide sui diritti dei creditori anteriori, a mente dell'art. 184 l.fall., in termini di misura della loro soddisfazione e non di negazione della loro esistenza. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 novembre 2019, n.30454.




Il decreto del giudice delegato di cancellazione delle ipoteche ex art. 108 l.f. è ricorribile per cassazione

Decreto del giudice delegato di cancellazione delle ipoteche ex art. 108, comma 2, l.fall. - Decisione del Tribunale sul reclamo - Ricorso straordinario per cassazione - Ammissibilità - Fondamento

Il provvedimento con il quale il tribunale rigetta il reclamo avverso il decreto del giudice delegato che, a seguito di trasferimento immobiliare, dispone la cancellazione delle ipoteche, ai sensi dell'art. 108, comma 2, l.fall., è ricorribile per cassazione ex art. 111, comma 7, Cost., stante la sua incidenza sui diritti reali di garanzia che diversamente verrebbero sacrificati in via definitiva, non essendo detto provvedimento altrimenti impugnabile. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 novembre 2019, n.30454.




Domanda di adempimento dell'obbligazione del terzo nei confronti dell'imprenditore poi fallito ed eccezioni proponibili dal terzo

Domanda di adempimento dell'obbligazione del terzo nei confronti dell'imprenditore poi fallito - Subentro del curatore nella posizione sostanziale e processuale del fallito - Conseguenze - Eccezioni proponibili dal terzo

Il curatore fallimentare che proponga una domanda di adempimento dell'obbligazione contratta dal terzo nei confronti dell'imprenditore in epoca antecedente al fallimento esercita un'azione già esistente nel patrimonio del fallito, subentrando, conseguentemente, nella stessa posizione sostanziale e processuale di quest'ultimo, indipendentemente dal dissesto successivamente verificatosi; ne consegue che il terzo convenuto in giudizio dal curatore può opporre tutte le eccezioni che avrebbe potuto opporre all'imprenditore fallito, comprese le prove documentali da questi provenienti, senza i limiti di cui agli artt. 2704 ss. c.c. e senza che sia di ostacolo l'art. 2709 c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 novembre 2019, n.30446.




Concordato preventivo: disciplina applicabile al reclamo avverso il decreto di omologazione

Concordato preventivo - Reclamo avverso il decreto di omologazione -  Disciplina applicabile

In tema di concordato preventivo, al provvedimento emesso, ai sensi della L. Fall., art. 183, comma 1, dalla Corte d’appello decidendo sul reclamo avverso il decreto di omologazione si applica la disciplina prevista dalla L. Fall., art. 18, comma 14, di modo che lo stesso è ricorribile per cassazione entro il termine di trenta giorni decorrenti dalla notificazione a cura della cancelleria; infatti il permanere anche rispetto all’impugnazione per cassazione delle ragioni giustificative della necessità di individuare una coincidente disciplina regolante il reclamo avverso il decreto con il quale il Tribunale abbia provveduto sull’omologazione, accordandola o negandola, fa sì che la portata del rinvio compiuta dalla L. Fall., art. 183, comma 2, al procedimento di reclamo vada intesa come riferita all’intero svolgersi delle fasi di impugnazione previsto dalla L. Fall., art. 18 e non solo alla porzione del reclamo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 20 novembre 2019, n.30201.




Gravami contro il provvedimento che respinge l’istanza di fallimento e ricorso per cassazione

Gravami contro il provvedimento che respinge l’istanza di fallimento - Ricorso per cassazione - Esclusione

La decisione assunta dalla Corte d’appello ai sensi della L. Fall., art. 22, comma 4, non ha carattere decisorio nè definitivo e non è quindi impugnabile con il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., dato che l’incidenza sui diritti delle parti non deriva direttamente dal decreto di accoglimento del reclamo, qualsiasi natura abbiano assunto le questioni sollevate in quella sede, ma dalla successiva sentenza dichiarativa di fallimento, autonomamente impugnabile L. Fall., ex art. 18, di cui il provvedimento della corte distrettuale costituisce un momento del relativo complesso procedimento; eventuali vizi in procedendo attinenti al procedimento di reclamo L. Fall., ex art. 22, comma 4, potranno quindi essere fatti valere nel procedimento di impugnazione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 20 novembre 2019, n.30202.




Quando il curatore può trattenere la cauzione

Fallimento - Liquidazione dell'attivo - Procedure competitive di liquidazione dell’attivo - Clausola di incameramento della cauzione - Validità - Condizioni

Nella fase di liquidazione dell'attivo fallimentare, al curatore è riconosciuta la possibilità di incamerare la cauzione prestata da colui che, scelto all'esito di una procedura competitiva finalizzata alla cessione dell'azienda, non addivenga, poi, alla stipula del relativo contratto, così venendo meno al rispetto dell'originaria proposta, a condizione che non venga fornita la prova della non imputabilità dell'inadempimento a fatto e colpa dell'aggiudicatario. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 novembre 2019, n.30200.




Concordato preventivo con riserva: quando la decisione sul compimento di atti straordinari di amministrazione è ricorribile per cassazione

Concordato preventivo c.d. "in bianco" - Autorizzazione ex art. 161, comma 7, l.fall. al compimento di atto urgente di straordinaria amministrazione - Reclamo - Pronuncia anche sull’atto “a valle” - Ricorribilità per cassazione - Fondamento - Fattispecie

In materia di concordato preventivo c.d. "in bianco", il provvedimento con il quale il giudice, nel decidere in sede di reclamo ex art. 26 l.fall. avverso l'autorizzazione, ex art. 161, comma 7, l.fall., al compimento di un atto urgente di straordinaria amministrazione pronunci anche sull'atto "a valle", esorbita dall'ambito della volontaria giurisdizione, assumendo natura decisoria e palesandosi suscettibile di ledere potenzialmente i diritti nascenti dall'atto anzidetto, sicchè deve ritenersi ricorribile per cassazione ex art. 111, comma 7, Cost.. (Nella specie, la S.C., cassando il relativo decreto, ha dichiarato la nullità della statuizione con la quale il giudice del reclamo, anziché limitarsi a revocare l'autorizzazione alla stipula di un affitto d'azienda, aveva pronunciato, altresì, l'annullamento del contratto stipulato). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 novembre 2019, n.29912.




Vincolo di destinazione ex art. 2645-ter c.c. e pregiudizio alle ragioni creditorie

Responsabilità patrimoniale - "Eventus damni" - Vincolo di destinazione ex art. 2645-ter c.c. - Idoneità a sottrarre i beni all'azione esecutiva - Pregiudizio alle ragioni creditorie - Sussistenza

L'atto di costituzione del vincolo sui propri beni ai sensi dell'art. 2645-ter c.c., benché non determini il trasferimento della loro proprietà né la costituzione su di essi di diritti reali in senso proprio, è comunque idoneo a sottrarre i beni vincolati all'azione esecutiva dei creditori, ha effetti connotati dal carattere della "realità" in senso ampio, essendo oggetto di trascrizione, ed è conseguentemente idoneo a pregiudicare le ragioni creditorie, come nelle analoghe (anche se non identiche) situazioni della costituzione del fondo patrimoniale e della costituzione e dotazione di beni in "trust". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 15 novembre 2019, n.29727.




Legittimazione del curatore ad impugnare le misure cautelari reali penali

Dichiarazione di fallimento – Misure di prevenzione – Sequestro funzionale alla confisca – Legittimazione del curatore ad impugnare

Il curatore fallimentare è legittimato a chiedere la revoca del sequestro preventivo ai fini di confisca e a impugnare i provvedimenti in materia cautelare reale anche se il vincolo penale è anteriore alla dichiarazione di fallimento. Tale legittimazione deriva dall’art. 42 l.f. ai sensi del quale la dichiarazione di fallimento conferisce alla curatela la disponibilità di tutti i beni del fallito, compresi quelli già sottoposti a misura cautelare reale. (Giuseppe Caramia) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Penali, 13 novembre 2019, n.45936.




Il giudizio di opposizione all'esecuzione non può essere proseguito dalla curatela fallimentare dopo la dichiarazione di fallimento del debitore opponente

Opposizione all'esecuzione ex art. 615, comma 1, c.p.c. - Sopravvenuto fallimento del debitore opponente - Improcedibilità del giudizio - Fondamento - Fattispecie

Il giudizio di opposizione all'esecuzione ex art. 615, comma 1, c.p.c. non può essere proseguito dalla curatela fallimentare dopo la dichiarazione di fallimento del debitore opponente, perché la causa è attratta alla competenza del tribunale fallimentare stabilita dall'art. 52, comma 2, l.fall., secondo cui ogni credito deve essere accertato in base alle norme prescritte per la verifica dello stato passivo. (Nella fattispecie, la S.C. ha dichiarato l'improcedibilità dell'opposizione a precetto proseguita dalla curatela fallimentare del debitore opponente benché il creditore opposto, per la stessa ragione di credito, fosse già stato ammesso, con provvedimento non impugnato, al passivo fallimentare). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 13 novembre 2019, n.29327.




Revocatoria fallimentare, conoscenza dello stato di insolvenza e valutazione complessiva degli elementi presuntivi

Revocatoria fallimentare - Atti a titolo oneroso - Pagamenti e garanzie - Presupposto soggettivo dell'azione - "Scientia decoctionis" da parte del terzo contraente - Conoscenza effettiva - Desumibilità da elementi presuntivi - Valutazione complessiva - Necessità

In tema di revocatoria fallimentare, la conoscenza dello stato di insolvenza da parte del terzo contraente, pur dovendo essere effettiva, può essere provata anche mediante elementi indiziari idonei a dimostrare per presunzioni detta effettività. All'uopo il giudice, prima è tenuto a selezionare analiticamente gli elementi presuntivi provvisti di potenziale efficacia probatoria, successivamente a sottoporre quelli prescelti ad una valutazione complessiva, tesa ad accertarne la concordanza, quindi ad appurare se la loro combinazione sia idonea a rappresentare una valida prova presuntiva. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza d'appello, che si era limitata ad esaminare singolarmente – e non complessivamente – tre soltanto degli elementi presuntivi tra quelli dedotti dalla curatela). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 novembre 2019, n.29257.




Insinuazione allo stato passivo e poteri del giudice di accertamento d'ufficio della fondatezza della domanda

Insinuazione allo stato passivo - Poteri del giudice - Accertamento d'ufficio della fondatezza della domanda - Sussistenza - Violazione dell'art. 112 c.p.c. - Esclusione

In tema di insinuazione allo stato passivo, non viola l'art. 112 c.p.c. il tribunale che, esercitando il proprio potere d'ufficio di accertare la fondatezza della domanda proposta, rigetti l'opposizione proposta dal creditore, dovendo l'accertamento sull'esistenza del titolo dedotto in giudizio essere compiuto dal giudice "ex officio" in ogni stato e grado del processo, in ognuna delle sue fasi, salvo che tale rilievo non sia impedito o precluso in dipendenza di apposite regole processuali. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 novembre 2019, n.29254.




Insinuazione allo stato passivo e poteri del giudice di accertamento d'ufficio della fondatezza della domanda

Insinuazione allo stato passivo - Poteri del giudice - Accertamento d'ufficio della fondatezza della domanda - Sussistenza - Violazione dell'art. 112 c.p.c. - Esclusione

In tema di insinuazione allo stato passivo, non viola l'art. 112 c.p.c. il tribunale che, esercitando il proprio potere d'ufficio di accertare la fondatezza della domanda proposta, rigetti l'opposizione proposta dal creditore, dovendo l'accertamento sull'esistenza del titolo dedotto in giudizio essere compiuto dal giudice "ex officio" in ogni stato e grado del processo, in ognuna delle sue fasi, salvo che tale rilievo non sia impedito o precluso in dipendenza di apposite regole processuali. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 novembre 2019, n.29254.




Omessa comunicazione dell’indirizzo PEC da parte del curatore

Domanda di ammissione al passivo - Trasmissione del ricorso all'indirizzo PEC del curatore - Obbligatorietà - Deposito dell’atto in cancelleria - Improcedibilità - Sanatoria per raggiungimento dello scopo - Condizioni - Omessa comunicazione dell’indirizzo PEC da parte del curatore - Conoscenza o conoscibilità dello stesso - Rilevanza - Onere della prova

In tema di accertamento del passivo, ai sensi dell'art 93, comma 2, l.fall. (nel testo sostituito dall'art. 17, comma 1, d.l. n. 179 del 2012, conv. con modif. dalla l. n. 221 del 2012 e poi modificato dall'art. 1, comma 19, della l. n. 228 del 2012), il ricorso per insinuazione al passivo va trasmesso, a pena di improcedibilità, all'indirizzo PEC del curatore comunicato da quest'ultimo ai creditori, fatti salvi gli effetti della sanatoria dell'atto per raggiungimento dello scopo, qualora la domanda, comunque pervenuta al curatore, sia stata inserita nel progetto di stato passivo ed esaminata, in contraddittorio, all'udienza di verifica; tuttavia, se il curatore non abbia ottemperato all'obbligo di comunicare il proprio indirizzo PEC ai creditori, la domanda non potrà essere dichiarata improcedibile, salvo che la parte interessata dimostri la conoscenza o la conoscibilità dell'indirizzo comunicato dal curatore al Registro delle imprese. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 novembre 2019, n.29258.




Revocatoria fallimentare: fusione di società quale successione a titolo universale ed effetti sulla conoscenza dello stato di insolvenza

Revocatoria fallimentare - Fusione di società - Effetti - Successione a titolo universale - Conoscenza dello stato di insolvenza della società poi incorporata - Trasmissione alla società incorporante - Configurabilità

La fusione di società realizza una successione universale corrispondente a quella "mortis causa" e produce gli effetti, tra loro interdipendenti, dell'estinzione della società incorporata e della contestuale sostituzione nella titolarità dei rapporti giuridici attivi e passivi facenti capo a questa dell'incorporante, la quale rappresenta il nuovo centro di imputazione dei rapporti giuridici già riguardanti i soggetti fusi o incorporati, sicché nel caso di revocatoria fallimentare, al di là del letterale riferimento dell'art. 2504-bis c.c. ai diritti ed agli obblighi, la sostituzione riguarda anche le situazioni di scienza giuridicamente rilevanti, ivi compresa l'eventuale conoscenza dello stato di insolvenza del soggetto incorporato che ha effettuato un pagamento nel periodo sospetto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 novembre 2019, n.29256.




Domanda di ammissione al passivo: trasmissione all'indirizzo PEC del curatore e sanatoria per raggiungimento dello scopo

Domanda di ammissione al passivo - Trasmissione del ricorso all'indirizzo PEC del curatore - Obbligatorietà - Deposito dell’atto in cancelleria - Improcedibilità - Sanatoria per raggiungimento dello scopo - Condizioni - Omessa comunicazione dell’indirizzo PEC da parte del curatore - Conoscenza o conoscibilità dello stesso - Rilevanza - Onere della prova

In tema di accertamento del passivo, ai sensi dell'art 93, comma 2, l.fall. (nel testo sostituito dall'art. 17, comma 1, d.l. n. 179 del 2012, conv. con modif. dalla l. n. 221 del 2012 e poi modificato dall'art. 1, comma 19, della l. n. 228 del 2012), il ricorso per insinuazione al passivo va trasmesso, a pena di improcedibilità, all'indirizzo PEC del curatore comunicato da quest'ultimo ai creditori, fatti salvi gli effetti della sanatoria dell'atto per raggiungimento dello scopo, qualora la domanda, comunque pervenuta al curatore, sia stata inserita nel progetto di stato passivo ed esaminata, in contraddittorio, all'udienza di verifica; tuttavia, se il curatore non abbia ottemperato all'obbligo di comunicare il proprio indirizzo PEC ai creditori, la domanda non potrà essere dichiarata improcedibile, salvo che la parte interessata dimostri la conoscenza o la conoscibilità dell'indirizzo comunicato dal curatore al Registro delle imprese. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 novembre 2019, n.29258.




Liquidazione coatta amministrativa ante d.lgs. 181/2015 e mezzo di impugnazione della decisione del tribunale

Società di intermediazione mobiliare - Liquidazione coatta amministrativa - Opposizione allo stato passivo - Disciplina applicabile “ratione temporis” prima del d.lgs. n. 181 del 2015 - Sentenza - Appello - Ricorso immediato per cassazione - Esclusione

In tema di accertamento del passivo nella liquidazione coatta amministrativa di società di intermediazione mobiliare, nel regime anteriore all'entrata in vigore del d.lgs. n. 181 del 2015, è applicabile "ratione temporis" la norma speciale di cui all'art. 88, comma 1, del d.lgs. n. 385 del 1993, la quale postula l'appellabilità - non la diretta ricorribilità per cassazione ex art. 99 l.fall. - della sentenza del tribunale di decisione delle cause di opposizione al passivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 novembre 2019, n.29052.




Recesso dal contratto di locazione di un aeromobile: non spetta al locatore l'equo indennizzo di cui all'art. 80 l.fall.

Fallimento - Locazione di aeromobile - Amministrazione straordinaria del conduttore - Scioglimento del contratto da parte del commissario - Equo indennizzo - Applicazione della disciplina della locazione di immobili - Esclusione - Ragioni

In tema di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, qualora il commissario dell'impresa conduttrice abbia esercitato il diritto di recedere dal contratto di locazione di un aeromobile, non spetta al locatore del veicolo l'equo indennizzo di cui all'art. 80 l.fall., perché detta norma riguarda solo il recesso del conduttore dalla locazione di beni immobili, mentre l'aeromobile è un bene mobile registrato, assoggettato al relativo regime secondo la previsione di cui all'art. 815 c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 novembre 2019, n.28962.




Recesso dalla locazione e determinazione dell'ìndennizzo

Fallimento del conduttore - Locazione di immobile - Recesso dal contratto da parte del curatore - Diritto del locatore all’equo indennizzo - Determinazione convenzionale - Non consentita - Liquidazione dell’indennizzo - Sindacato di legittimità - Limiti

In caso di fallimento del conduttore di immobile, quando il curatore esercita la facoltà di recedere anticipatamente dal contratto di locazione, ai sensi dell'art. 80, comma 3, l.fall., al locatore spetta un equo indennizzo, il cui importo non è disponibile da parte dell'autonomia dei privati, dovendo essere sempre determinato discrezionalmente dal giudice del merito con valutazione che, se adeguatamente motivata, non è sindacabile dal giudice di legittimità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 novembre 2019, n.28961.




Diritto di insinuarsi al passivo anche per le spese vive sostenute per la presentazione della domanda

Domanda di insinuazione al passivo - Spese vive inerenti la sua presentazione - Inclusione - Onorari del difensore - Esclusione - Fondamento

In tema di ammissione allo stato passivo fallimentare, il creditore ha diritto di insinuarsi anche per le spese vive sostenute per la presentazione della relativa domanda che risultino in concreto indispensabili, restando invece escluse quelle relative ai compensi spettanti al difensore, giacché l'insinuazione può sempre essere richiesta dalla parte personalmente. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 novembre 2019, n.28962.




Quando viene meno l'esenzione dal fallimento dell'impresa societaria agricola

Società semplice - Attività agricola - Liquidazione - Compimento di nuove operazioni - Attività commerciale - Fallibilità - Fattispecie

L'esenzione dal fallimento dell'impresa societaria agricola viene meno quando quest'ultima, pure trovandosi in stato di liquidazione, assuma un nuovo rischio d'impresa esercitando un'attività tipicamente ausiliaria ai sensi dell'art. 2195, comma 1, c.c. (Nella specie la S.C. ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società semplice agricola che, dopo aver ceduto a terzi i terreni su cui esercitava l'attività produttiva, quando era stata ormai posta in liquidazione aveva intrapreso l'attività commerciale di compravendita di piante). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 novembre 2019, n.28984.




Procedimento prefallimentare: l'incompetenza per territorio deve essere eccepita o rilevata d'ufficio non oltre l'udienza di comparizione delle parti

Procedimento prefallimentare - Incompetenza per territorio - Art. 38 c.p.c. - Applicabilità - Eccezione sollevata per la prima volta in sede di reclamo ex art. 18 l.fall. - Tardività - Fondamento

In tema di dichiarazione di fallimento, l'incompetenza per territorio ex art. 9 l.fall., ai sensi dell'art. 38 c.p.c., nel testo modificato dalla l. n. 69 del 2009, applicabile anche al procedimento camerale prefallimentare, deve essere eccepita o rilevata d'ufficio non oltre l'udienza di comparizione delle parti, sicché l'eccezione sollevata per la prima volta in sede di reclamo contro la sentenza dichiarativa di fallimento è tardiva, essendosi già verificata una decadenza nel corso del giudizio di primo grado. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 07 novembre 2019, n.28711.




Un anno per le domande di ammissione al passivo dei crediti sopravvenuti alla dichiarazione di fallimento

Crediti sopravvenuti al fallimento - Insinuazione allo stato passivo - Termine annuale - Applicabilità - “Dies a quo” - Avveramento delle condizioni per insinuarsi

Le domande di ammissione al passivo dei crediti sopravvenuti alla dichiarazione di fallimento, devono essere presentate nel termine di un anno a decorrere dal momento in cui si verificano le condizioni per partecipare al concorso fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 07 novembre 2019, n.28799.




Mutuo bancario, insinuazione al passivo e prova della consegna del denaro

 

In tema di insinuazione allo stato passivo, la banca mutuante che chieda l'ammissione del proprio credito nel fallimento del mutuatario assolve l'onere di provare la consegna del denaro, mediante la produzione della quietanza di erogazione del mutuo e della contabile che attesta lo svincolo delle somme, riprodotte in un atto notarile. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione di merito che aveva ritenuto non provata l'erogazione del mutuo, in mancanza della produzione degli estratti del conto corrente su cui era stato effettuato l'accredito, nonostante fosse stata depositata la sopra illustrata documentazione). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 novembre 2019, n.28526.




Non può aprioristicamente escludersi che gli interessi del creditore risultino meglio tutelati con un piano del consumatore che preveda una dilazione di significativa durata

Accordi di ristrutturazione dei debiti e piani del consumatore – Dilazione del pagamento dei crediti prelatizi – Modalità

Piano del consumatore – Limite di durata – Esclusione

Negli accordi di ristrutturazione dei debiti e nei piani del consumatore, è possibile prevedere la dilazione del pagamento dei crediti prelatizi anche oltre il termine di un anno dall'omologazione previsto dall'art. 8, comma 4, della legge n. 3 del 2012, ed al di là delle fattispecie di continuità aziendale, purché si attribuisca ai titolari di tali crediti il diritto di voto a fronte della perdita economica conseguente al ritardo con cui vengono corrisposte le somme ad essi spettanti o, con riferimento ai piani del consumatore, purché sia data ad essi la possibilità di esprimersi in merito alla proposta del debitore (cfr.Cass. sent. n. 17834 del 2019).

La diversa conclusione non può trovare ostacolo nel fatto che il piano del consumatore non prevede la possibilità del voto, atteso che l'asimmetria (rispetto all'accordo di composizione proponibile dal debitore ex art. 7 della medesima legge. ndr) può essere colmata, alfine, in via interpretativa, nell'ambito delle regole che attengono a quel piano; regole che, per come formulate, non escludono la possibile rilevanza di libere ed appropriate forme di manifestazione di volontà cui associare la tutela del creditore.

Non può aprioristicamente escludersi che gli interessi del creditore risultino meglio tutelati con un piano del consumatore, che preveda una dilazione di significativa durata (anche superiore ai 5-7 anni), piuttosto che per mezzo della vendita forzata dei beni del patrimonio del debitore. Ciò accade, ad esempio, ogniqualvolta il piano preveda il pagamento integrale del debito, mentre il patrimonio del debitore, aggredibile tramite esecuzione forzata, non sia in grado di soddisfare integralmente le ragioni del creditore, in quanto costituito da un unico bene di rilievo (si pensi all'immobile adibito ad abitazione) il cui valore sia pari od inferiore all'ammontare dei debiti. Come è noto, infatti, con la vendita all'incanto, ed in particolare quella di beni immobili, è difficile ricavare una somma maggiore o pari al valore di stima degli stessi, ma anzi, generalmente, il creditore ottiene una somma anche inferiore (spesso di molto) rispetto a tale valore sia perché gli offerenti alle aste si avvalgono sovente della facoltà, prevista dall'art. 571, comma 2 cod. proc. civ., di offrire un corrispettivo ridotto fino ad un quarto rispetto al prezzo base, sia a causa della decurtazione dei costi della procedura dal ricavato.

Se, pertanto, la ratio dell'applicazione del limite implicito di durata massima è quella di tutelare il creditore, nei casi appena visti non si vede perché non possa derogarsi a tale limite, concedendo l'omologa al piano, anche se di durata ultraquinquennale.

Depone in questo senso, del resto, l'ulteriore argomento rappresentato dal fatto che la durata della procedura va computata con riguardo al decreto di omologa, non potendosi ricomprendere la fase esecutiva nell'ambito operativo della legge Pinto ai fini del computo del termine.

Questa Corte, invero, ha precisato che «in tema di equa riparazione per violazione della durata ragionevole del processo, deve escludersi la responsabilità dello Stato ai sensi della legge 29 marzo 2001, n. 89, con riferimento alla protrazione nel tempo dell'attività dei liquidatori nominati con la sentenza di omologazione del concordato preventivo, poiché, chiudendosi questo con il passaggio in giudicato della sentenza di omologazione, ed essendo i liquidatori non organi della procedura pubblica, bensì mandatari dei creditori per il compimento di tutti gli atti necessari alla liquidazione dei beni ceduti, detta attività non rientra nell'organizzazione del servizio pubblico della giustizia» (cfr. Cass. n. 7021 del 2012).

Sotto altro profilo, tale soluzione ha il merito di valorizzare il principio ispiratore delle procedure in esame, vale a dire il principio, di origine comunitaria, della cd. second chance, che trova oggi enunciazione positiva nel regolamento europeo sulle procedure di insolvenza (cfr. "considerando" 10 Reg. 848/2015 UE), e mira a garantire una seconda opportunità agli imprenditori o ai consumatori che si distinguono per meritevolezza e non abbiano causato il proprio dissesto economico in mala fede o in modo fraudolento.

Non può sottacersi, peraltro, che il legislatore prevede - con riguardo ai crediti fiscali - la possibilità di una moratoria molto più lunga dei termini di cui alla cd. legge Pinto. 7.3.2.5. L'adozione di un'interpretazione eccessivamente restrittiva dell'ammissione alle procedure in esame, ed in particolare al piano del consumatore, che consideri come elemento dirimente per negare l'omologa la durata ultraquinquennale dello stesso, rischia, dunque, di minare l'effettività dello strumento e mal si concilia con il processo in atto a livello europeo di cambiamento della cultura giuridica a favore della logica del salvataggio e della seconda chance. Né va dimenticato, poi, che la legge n.3 del 2012 è stata introdotta non soltanto su spinta delle istituzioni europee, ma anche al fine di arginare un fenomeno particolarmente risentito all'interno del nostro Paese, ossia il ricorso al mercato dell'usura da parte di imprenditori o consumatori sovraindebitati (cfr. relazione illustrativa alla legge n. 3 del 2012, in cui si annovera, tra le finalità della legge, quella "di evitare inutili collassi economici con la frequente impossibilità di soddisfacimento dei creditori ma, soprattutto, con il ricorso al mercato dell'usura e, quindi, al crimine organizzato"). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 28 ottobre 2019, n.27544.




Dichiarazione di fallimento di società di fatto e prova della sussistenza del contratto sociale

Dichiarazione di fallimento di società di fatto - Prova della sussistenza del contratto sociale - Manifestazioni esteriori della attività del gruppo

Al fine della dichiarazione di fallimento di una società di fatto, la sussistenza del contratto sociale può risultare, oltre che da prove dirette specificamente riguardanti i suoi requisiti (affectio societatis, costituzione di un fondo comune, partecipazione agli utili ed alle perdite), pure da manifestazioni esteriori della attività del gruppo, quando, per la loro sintomaticità e concludenza, evidenzino l'esistenza della società anche nei rapporti interni; sì che, finanziamenti e fideiussioni in favore dell'imprenditore, se non sono di per sè idonei ad evidenziare il rapporto sociale, fra quest'ultimo ed il finanziatore o garante, specie se giustificabili in relazione a vincoli di coniugio o parentela, possono costituire, pure in tal caso, indici rivelatori del rapporto stesso, qualora, alla stregua della loro sistematicità e di ogni altra circostanza del caso concreto, siano ricollegabili ad una costante opera di sostegno dell'attività dell'impresa, qualificabile come collaborazione del socio al raggiungimento degli scopi sociali. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 28 ottobre 2019, n.27541.




Credito del professionista advisor legale nella predisposizione della domanda di concordato

Concordato preventivo - Credito del professionista che abbia funto da advisor legale nella predisposizione della domanda di concordato - Prededuzione

Non vi è dubbio che il credito del professionista che abbia funto da advisor legale nella predisposizione della domanda di concordato rientri tra i crediti sorti "in funzione" di quest'ultima procedura e, come tale, a norma della L. Fall., art. 111, comma 2, vada soddisfatto in prededuzione nel successivo fallimento, senza che, ai fini di tale collocazione, debba essere accertato, con valutazione ex post, che la prestazione resa sia stata concretamente utile per la massa in ragione dei risultati raggiunti.

[Nel caso di specie, la Suprema corte ha osservato che il collegio di merito, pur rivendicando il compito di valutare in fatto la funzionalità della prestazione professionale secondo un giudizio ex ante, ha applicato in maniera non corretta i principi poco prima affermati, spingendosi a teorizzare, in linea generale, che laddove il concordato preventivo, in precedenza ammesso, "sia caducato per la sua impossibilità giuridica possa presumersi che il nesso di funzionalità non esista e che la prededuzione debba essere esclusa".
In realtà la valutazione del rapporto di funzionalità/strumentalità fra prestazione e procedura deve essere compiuta controllando - come detto - se l'attività professionale prestata potesse essere ricondotta nell'alveo della procedura concorsuale minore e delle finalità dalla stessa perseguite secondo un giudizio ex ante.
Il giudice di merito, nel compiere questa verifica in un'ottica di riconducibilità della prestazione alla struttura della procedura, deve invece astenersi dalla valutazione dei vizi che hanno minato l'iniziativa di risanamento e dell'ascrivibilità degli stessi alla prestazione del creditore istante (quale causa originaria o per aver condiviso errori altrui), poichè questo profilo di indagine riguarda invece, in una prospettiva giocoforza posteriore allo svolgimento dell'incarico, l'esattezza dell'adempimento (e la conseguente utilità in concreto che la prestazione era in grado di procurare) e intercetta un piano diverso rispetto a quello della mera funzionalità, concernente l'esistenza e la consistenza del credito.
E l'indagine su questo piano nel caso di specie non assumeva rilievo, dato che, con l'avvenuta parziale ammissione del credito in privilegio - non impugnata nè dal curatore, nè dalla parte -, si era formato il giudicato interno sul credito del professionista, limitatamente alla somma ammessa, rimanendo così da stabilire soltanto se la stessa dovesse essere collocata in prededuzione.
Pertanto, quando il collegio dell'opposizione all'interno del provvedimento, pur riconoscendo l'esistenza di un collegamento funzionale (nella parte in cui osserva che "il fatto generatore è collegato a un'istanza di concordato"), ha escluso la collocazione del credito in prededuzione in ragione della sua originaria inutilità (nel punto ove ritiene che "un concordato.... che sia in seguito dichiarato inammissibile perchè il Tribunale ne accerti la carenza dei presupposti ovvero ne verifichi la inidoneità giuridica è da considerarsi ab origine inutile"), ha confuso - muovendosi in una prospettiva distonica rispetto ai principi sopra illustrati - il rapporto di funzionalità/strumentalità con l'esattezza dell'adempimento e la conseguente utilità conseguibile da parte dei creditori.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 28 ottobre 2019, n.27538.




Revoca del fallimento, nuova dichiarazione di fallimento e momento di riferimento per l'accertamento dello stato di insolvenza

Istanza per la dichiarazione di fallimento - Sentenza - Revoca del fallimento - Nuova dichiarazione di fallimento - Stato di insolvenza - Accertamento - Momento rilevante - Data della seconda decisione

Nel caso in cui il fallimento venga dichiarato successivamente alla revoca della sentenza che lo aveva aperto in precedenza, l'accertamento dello stato di insolvenza va compiuto con riferimento alla situazione esistente alla data della nuova decisione e non già a quella di presentazione dell'originaria istanza da parte dei creditori o del PM. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 ottobre 2019, n.27200.




La rinuncia alla domanda di concordato preventivo con riserva non impedisce al P.M. di chiedere il fallimento

Concordato preventivo con riserva - Rinuncia dell’istante - Richiesta di fallimento depositata dal P.M. - Ammissibilità - Ragioni

La rinuncia alla domanda di concordato preventivo con riserva, formulata dal debitore nel corso della fase di ammissione al procedimento, non impedisce al P.M., prima che il tribunale dichiari l'inammissibilità della detta domanda, di avanzare una richiesta di fallimento dell'imprenditore, in ragione della ritenuta sua insolvenza di cui sia venuto a conoscenza a seguito della comunicazione ex art. 161, comma cinque, l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 ottobre 2019, n.27200.




Accertamento del passivo, prova dell'esistenza del contratto e di pagamenti anche senza data certa

Accertamento dello stato passivo - Credito documentato da contratto non avente data certa - Mancata ammissione al passivo - Opposizione - Regime probatorio - Fondamento

In sede di accertamento dello stato passivo del fallimento, la mancanza di data certa del contratto prodotto quale prova del credito comporta l'inopponibilità al fallimento delle clausole riportate sulla relativa documentazione, ma ciò non esclude che possa risultare provata la corresponsione di una o più somme da parte del creditore e, quindi, sia la sussistenza di un suo corrispondente credito di restituzione in linea capitale, sia la stessa natura contrattuale del credito; ne discende che detta inopponibilità esclude soltanto che le clausole riportate nella documentazione priva di data certa possano essere considerate ai fini della effettiva regolamentazione del rapporto, mentre l'esistenza del contratto potrà essere oggetto di prova, prescindendo dal documento, con tutti gli altri mezzi consentiti dall'ordinamento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 ottobre 2019, n.27203.




Revocatoria di rimesse bancarie ed effetti della pluralità di domande, una per ogni rimessa in conto corrente

Revocatoria di rimesse bancarie - Pluralità di domande - Effetti - Precisazione delle conclusioni - Richiesta di inefficacia di altre rimesse - Domanda nuova - Somma complessiva richiesta in citazione - Irrilevanza

Nell'azione revocatoria fallimentare, avente ad oggetto la dichiarazione di inefficacia di più rimesse bancarie, non viene proposta una sola domanda, ma tante domande quante sono quelle ritenute revocabili, essendo fondate su fatti costitutivi diversi, sicché, ove nell'atto di citazione sia stata richiesta la revoca di un loro determinato numero, individuato attraverso il rinvio ad una consulenza di parte, costituisce inammissibile domanda nuova, la pretesa di ottenere l'inefficacia di altre rimesse in sede di precisazione delle conclusioni, ancorché nei limiti della somma complessiva di cui si è invocata la condanna con l'atto introduttivo della lite. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 ottobre 2019, n.25852.




Il credito per sanzioni per violazione di leggi tributarie commesse prima del fallimento soggiace alle regole del concorso

Fallimento - Sanzioni pecuniarie per la violazione di leggi tributarie commesse in data antecedente al fallimento - Soddisfazione dell'Amministrazione secondo le regole del concorso

Le sanzioni pecuniarie per la violazione di leggi tributarie commesse in data antecedente al fallimento del contribuente, costituiscono un credito che soggiace all'applicazione di tutte le regole civilistiche, sia che si verta in una fase fisiologica del rapporto obbligatorio, sia che si verta nell'ambito di una procedura concorsuale, dovendo l'Amministrazione soddisfarsi secondo le regole del concorso, nei modi stabiliti dalla legge.

Pertanto, è infondata l'eccezione per la quale, in costanza di fallimento, l'esigibilità delle sanzioni tributarie dovrebbe essere congelata, potendo l'amministrazione finanziaria farle valere esclusivamente una volta che il fallito sia tornato "in bonis", sia perchè il fallimento non equivale alla morte dell'imprenditore, tanto che con esso il contribuente non viene privato della sua qualità di soggetto passivo del rapporto tributario, sia perchè la postergazione del pagamento dei crediti derivanti dalle sanzioni pecuniarie violerebbe la disciplina imperativa di cui all'art. 2752 c.c. e diverrebbe un modo per sfuggire al pagamento delle sanzioni amministrative in danno dell'erario (Cass. 23322/2018). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 14 ottobre 2019, n.25854.




Quando l'inadempimento è sintomatico di un giudizio di inidoneità solutoria strutturale del debitore

Fallimento – Stato di insolvenza – Individuazione – Criteri

Ai fini della dichiarazione di fallimento, è necessario e sufficiente, sul piano del riscontro oggettivo di quello specifico status, l'accertamento di una situazione d'impotenza economico patrimoniale, idonea a privare il soggetto della possibilità di fare fronte, con mezzi "normali", ai propri debiti; accertamento ben suscettibile di esser desunto, dunque, più che dal rapporto tra attività e passività, dalla impossibilità dell'impresa di continuare a operare proficuamente sul mercato, fronteggiando con mezzi ordinari le obbligazioni (cfr. Cass. n. 29913 del 2018).

Sennonché, ammettendo che tutto ciò abbia a tradursi in una situazione di prognosi irreversibile, e non già in una mera temporanea impossibilità di regolare adempimento delle obbligazioni assunte, è certo che legittimamente la situazione di irreversibilità suddetta può essere desunta, nel contesto dei vari elementi, anche dal mancato pagamento dei debiti (cfr. Cass. n. 29913 del 2018; Cass. n. 19611 del 2014 addirittura ha ritenuto sufficiente l'inadempimento di un solo debito). Quel che interessa, infatti, è che l'inadempimento sia sintomatico di un giudizio di inidoneità solutoria strutturale del debitore, e che, quindi, sia oggetto di valutazione complessiva (cfr. Cass. n. 29913 del 2018; Cass. n. 23437 del 2017; Cass.n. 5215 del 2008).

Va, poi, rimarcato che, secondo l'espressa previsione dell'art. 5 I.fall., la situazione di insolvenza può manifestarsi non solo attraverso inadempimenti - come detto - ma anche in altri eventuali "fatti esteriori", e la prova è ricavabile in qualunque modo, comprese le risultanze dello stato passivo (cfr., ex multis, Cass. n. 29913 del 2018; Cass. n. 19141 del 2006).

Questa puntualizzazione consente, allora, di affermare che:
i) è fuor di dubbio che l'accertamento dell'insolvenza, come sopra intesa, non s'identifica, in modo necessario ed automatico, con il mero dato contabile fornito dal raffronto tra l'attivo ed il passivo patrimoniale dell'impresa;
ii) è parimenti indubbio che, in presenza di un eventuale sbilancio negativo, è pur possibile che l'imprenditore continui a godere di credito e sia, di fatto, in condizione di soddisfare regolarmente e con mezzi normali le proprie obbligazioni, configurandosi l'eventuale difficoltà in cui egli versa come meramente transitoria;
iii) al tempo stesso, ove - all'opposto - l'eccedenza di attivo dipenda dal valore di beni patrimoniali non agevolmente liquidabili, o la cui liquidazione risulterebbe incompatibile con la permanenza dell'impresa sul mercato e con il puntuale adempimento di obbligazioni già contratte, il presupposto dell'insolvenza può esser egualmente riscontrato.

In definitiva, quindi, anche a prescindere dal semplice risultato della somma algebrica tra poste attive e passive della situazione patrimoniale, è evidente che sempre dai dati di contabilità dell'impresa è consentito muovere per poter vagliare, nella concretezza di ciascuna singola fattispecie, se il debitore disponga di risorse idonee a fronteggiare in modo regolare le proprie obbligazioni, avendo riguardo alla scadenza di queste ed alla natura e composizione dei cespiti dai quali sia eventualmente ipotizzabile ricavare il necessario per farvi fronte (Cass. n. 23437 del 2017, ha significativamente statuito che «nel giudizio di opposizione alla dichiarazione di fallimento, lo stato di insolvenza sottende un giudizio di inidoneità solutoria strutturale del debitore, oggetto di una valutazione complessiva: quanto ai debiti, il computo non si limita alle risultanze dello stato passivo nel frattempo formato ma si estende a quelli emergenti dai bilanci e dalle scritture contabili o in altro modo riscontrati, anche se oggetto di contestazione, 9 fr quando, e nella misura in cui, il giudice dell'opposizione ne riconosca incidentalmente la ragionevole certezza ed entità; quanto all'attivo, i cespiti vanno considerati non solo per il loro valore contabile o di mercato, ma anche in rapporto all'attitudine ad essere adoperati per estinguere tempestivamente i debiti, senza compromissione - di regola - dell'operatività dell'impresa, salvo che l'eventuale fase della liquidazione in cui la stessa si trovi renda compatibile anche il pronto realizzo dei beni strumentali e dell'avviamento»). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 10 ottobre 2019, n.25474.




Dichiarazione di inammissibilità della domanda concordataria in bianco o con riserva e credito maturato dal professionista attestatore

Concordato preventivo con riserva - Dichiarazione di inammissibilità - Fallimento del proponente - Credito del professionista per la redazione della relazione attestante la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano per l'ammissione al concordato - Prededucibilità - Sussistenza

Ha carattere prededucibile il credito maturato dal professionista che, pendente il termine assegnato dal tribunale ex art. 161, comma 6, l.fall. in ipotesi di domanda di concordato "in bianco o con riserva", sia stato incaricato di redigere l'attestazione, qualora, una volta dichiarata inammissibile la domanda concordataria, sia stato pronunciato il fallimento del debitore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 ottobre 2019, n.25471.




Recesso del curatore dall'affitto di azienda e prededucibilità del credito restitutorio per canoni non pagati

Contratto di affitto di azienda - Fallimento dell'affittante - Recesso del curatore - Credito da restituzione dei canoni versati prima del fallimento - Prededucibilità - Esclusione - Fondamento

In caso di contratto d'affitto d'azienda pendente al momento della dichiarazione di fallimento dell'affittante, quando il curatore abbia esercitato il suo diritto di recesso ex art. 79 l.fall., il credito restitutorio vantato dall'affittuario per i canoni pagati anticipatamente, prima dell'apertura del concorso, non è prededucibile, essendo insufficiente che il credito sia sorto durante la procedura, poichè anche la genesi della relativa obbligazione deve intervenire in un periodo successivo alla sua apertura. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 ottobre 2019, n.25470.




Concordato preventivo: sono atti di frode quelli taciuti e non adeguatamente esposti

Concordato preventivo - Revoca dell’ammissione - Atti di frode - Requisiti - Fatti taciuti o non adeguatamente e compiutamente esposti - Valenza anche solo potenzialmente decettiva - Fattispecie

In tema di concordato preventivo, rientrano tra gli atti di frode rilevanti ai fini della revoca dell'ammissione alla procedura ai sensi dell'art. 173 l.fall., i fatti taciuti nella loro materialità ovvero esposti in maniera non adeguata e compiuta, aventi valenza anche solo potenzialmente decettiva nei confronti dei creditori, a prescindere dal concreto pregiudizio loro arrecato. (Nella specie, la S.C. ha affermato che l'omessa indicazione nella proposta concordataria del contenzioso pendente nei confronti della società proponente, per un valore economico significativo, può costituire atto di frode). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 ottobre 2019, n.25458.




Lo scopo di lucro (c.d. soggettivo) non è elemento essenziale per il riconoscimento della qualità di imprenditore commerciale

Società cooperativa - Imprenditore commerciale - Presupposti - Lucro oggettivo - Necessità - Fine mutualistico - Compatibilità - Conseguenze - Fallibilità - Fattispecie

Lo scopo di lucro (c.d. lucro soggettivo) non è elemento essenziale per il riconoscimento della qualità di imprenditore commerciale, essendo individuabile l'attività di impresa tutte le volte in cui sussista una obiettiva economicità dell'attività esercitata, intesa quale proporzionalità tra costi e ricavi (cd. lucro oggettivo), requisito quest'ultimo che, non essendo inconciliabile con il fine mutualistico, ben può essere presente in una società cooperativa, la quale pertanto, ove svolga attività commerciale, in caso di insolvenza, può essere assoggettata a fallimento, in applicazione dell'art. 2545 terdecies c.c. (Nella specie, la S.C. ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società cooperativa che gestiva impianti sportivi e centri di fisioterapia, svolgendo anche attività remunerate in favore di terzi). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 ottobre 2019, n.25478.




Impugnazione dell'ordine di liberazione dell'immobile trasferito

Ordine di rilascio immediato dell'immobile trasferito adottato dal giudice delegato - Reclamo ex art. 26 l. fall. - Necessità - Proposizione dell'opposizione all'esecuzione - Rigetto - Appello - Ricorso per cassazione avverso la sentenza di rigetto dell'impugnazione averso il decreto di rilascio - Inammissibilità dell'intero procedimento - Rilevabilità d'ufficio da parte del giudice di legittimità - Sussistenza - Fattispecie

Il decreto emesso dal giudice delegato di immediata liberazione dell'immobile trasferito assoggettato a procedura concorsuale, deve essere impugnato in sede fallimentare mediante il reclamo previsto dall'art. 26 l. fall. Pertanto, il giudice di legittimità, investito del ricorso per cassazione avverso la sentenza di rigetto dell'impugnazione con cui sia stato confermata la reiezione dell'opposizione all'esecuzione pronunciata dal tribunale avverso il decreto di rilascio emesso dal giudice delegato, è tenuto pregiudizialmente a rilevarne d'ufficio l'inammissibilità, cassando senza rinvio, poiché la domanda può essere proposta solo mediante il reclamo ex art. 26 cit. (Fattispecie relativa alla richiesta di rilascio di un immobile intestato a società fallita dopo l'apertura del fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 08 ottobre 2019, n.25025.




Nullità della divisione che comprenda edifici abusivi ed eccezione nell'ambito dell'espropriazione forzata

Comunioni relativi ad edifici – Immobili abusivi – Scioglimento – Esclusione – Scioglimento della comunione (ordinaria o ereditaria) relativa ad un edificio abusivo che si renda necessaria nell'ambito dell'espropriazione di beni – Eccezione

Gli atti di scioglimento delle comunioni relativi ad edifici, o a loro parti, sono soggetti alla comminatoria della sanzione della nullità prevista dalla L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, per gli atti tra vivi aventi per oggetto diritti reali relativi ad edifici realizzati prima della entrata in vigore della L. n. 47 del 1985 dai quali non risultino gli estremi della licenza o della concessione ad edificare o della concessione rilasciata in sanatoria ovvero ai quali non sia unita copia della domanda di sanatoria corredata dalla prova del versamento delle prime due rate di oblazione o dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante che la costruzione dell'opera è stata iniziata in data anteriore al 1 settembre 1967.

Gli atti di scioglimento della comunione ereditaria sono soggetti alla comminatoria della sanzione della nullità, prevista dal D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 46, comma 1, (già L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 17) e dalla L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 40, comma 2, per gli atti tra vivi aventi per oggetto diritti reali relativi ad edifici o a loro parti dai quali non risultino gli estremi della licenza o della concessione ad edificare o della concessione rilasciata in sanatoria.

Quando sia proposta domanda di scioglimento di una comunione (ordinaria o ereditaria che sia), il giudice non può disporre la divisione che abbia ad oggetto un fabbricato abusivo o parti di esso, in assenza della dichiarazione circa gli estremi della concessione edilizia e degli atti ad essa equipollenti, come richiesti dal D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 46 e dalla L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 40, comma 2, costituendo la regolarità edilizia del fabbricato condizione dell'azione ex art. 713 c.c., sotto il profilo della "possibilità giuridica", e non potendo la pronuncia del giudice realizzare un effetto maggiore e diverso rispetto a quello che è consentito alle parti nell'ambito della loro autonomia negoziale. La mancanza della documentazione attestante la regolarità edilizia dell'edificio e il mancato esame di essa da parte del giudice sono rilevabili d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio.

Allorquando tra i beni costituenti l'asse ereditario vi siano edifici abusivi, ogni coerede ha diritto, ai sensi all'art. 713 c.c., comma 1, di chiedere e ottenere lo scioglimento giudiziale della comunione ereditaria per l'intero complesso degli altri beni ereditari, con la sola esclusione degli edifici abusivi, anche ove non vi sia il consenso degli altri condividenti.

In forza delle disposizioni eccettuative di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, comma 5 e al L. n. 47 del 1985, art. 40, commi 5 e 6, lo scioglimento della comunione (ordinaria o ereditaria) relativa ad un edificio abusivo che si renda necessaria nell'ambito dell'espropriazione di beni indivisi (divisione c.d. "endoesecutiva" o nell'ambito del fallimento (ora, liquidazione giudiziale) e delle altre procedure concorsuali (divisione c.d. "endoconcorsuale") è sottratta alla comminatoria di nullità prevista, per gli atti di scioglimento della comunione aventi ad oggetto edifici abusivi, dal D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 46, comma 1, e dalla L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 40, comma 2. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 07 ottobre 2019, n.25021.




Alla Regione spetta il privilegio per il credito relativo alla tassa automobilistica

Opposizione allo stato passivo - Credito della Regione per la tassa automobilistica - Privilegio ex art. 2752, comma 4, c.c. - Sussistenza - Fondamento

In sede di ammissione allo stato passivo fallimentare, deve riconoscersi alla Regione il privilegio in relazione al credito tributario vantato per la tassa automobilistica, perché il privilegio generale mobiliare per i crediti tributari degli enti locali è volto ad assicurare agli enti medesimi la provvista dei mezzi economici necessari per l'adempimento dei loro compiti istituzionali, previsti dalla Costituzione, sicché l'espressione "legge per la finanza locale", contenuta nell'art. 2752, comma 4, c.c., non va riferita ad una legge specifica istitutiva della singola imposta, bensì a tutte le disposizioni che disciplinano i tributi degli enti locali, con interpretazione estensiva da applicarsi anche ai tributi regionali e confermata dall'art. 13, comma 13, del d.l. n. 201 del 2011, conv. con modif. dalla l. n. 214 del 2011, in riferimento ai tributi comunali e provinciali. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 04 ottobre 2019, n.24836.




Partecipazione alla vendita fallimentare dell’agente sotto copertura

Incanti – Turbativa – Vendite fallimentari – Configurabilità

Incanti – Turbativa – Vendite fallimentari – Partecipazione dell’agente sotto copertura – Reato impossibile – Esclusione

Il delitto di turbata libertà degli incanti è configurabile in ogni situazione in cui vi sia una procedura di gara, anche quindi nell'ambito di una procedura per la vendita all'asta di beni ricompresi nel fallimento.

Circa il rilievo della partecipazione alla vicenda criminosa del militare della GdF quale agente sotto copertura, il quale s'era limitato a manifestare l'intenzione di partecipare all'asta proponendosi come potenziale offerente ed entrando in interlocuzione con gli imputati, che ne pretendevano la desistenza, si avverte da parte della giurisprudenza di legittimità che non è configurabile il reato impossibile, in presenza dell'attività di agenti "infiltrati" o "provocatori", quando l'azione criminosa non derivi, esclusivamente, dagli spunti e dalle sollecitazioni istigatrici di questi, ma costituisca invece (come nel caso di specie) l'effetto di autonomi stimoli ed elementi condizionanti. L'inidoneità della condotta, infatti, va valutata oggettivamente con giudizio ex ante, nel suo valore assoluto e non di relazione con la simultanea azione dell' "infiltrato". (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale, 03 ottobre 2019, n.45434.




Reclamo avverso il decreto di omologazione del concordato preventivo e prova della instaurazione del contraddittorio

Reclamo ex art. 183 l.fall. - Mancata comparizione delle parti in udienza - Assenza di prova della notificazione del ricorso e del decreto ai reclamati - Rinnovazione degli adempimenti notificatori - Inammissibilità - Fondamento - Fattispecie

Nel procedimento di reclamo avverso il decreto del Tribunale di omologazione del concordato preventivo, di cui all'art. 183 l.fall., qualora il ricorrente non depositi le notificazioni del ricorso e del decreto di fissazione ai reclamati, da effettuarsi nel termine di trenta giorni ex art. 18 l.fall. - applicabile in assenza di contrarie disposizioni -, la Corte d'appello, rilevata la mancata comparizione delle parti in udienza e impossibilitata a controllare l'avvenuta corretta instaurazione del contraddittorio, deve definire in rito il procedimento, che ha natura camerale, non potendo accordarsi un nuovo termine per la notificazione, da momento che non è consentito rinnovare un atto mai compiuto o giuridicamente inesistente. (Nella specie, la Corte d'appello aveva erroneamente disposto rinvio ex art. 348, comma 2, c.p.c. affermando che, in difetto di espressa previsione di improcedibilità, occorreva fare riferimento alle norme generali sull'appello). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 03 ottobre 2019, n.24797.




Ammissione al passivo del credito per aggio del concessionario

Aggio del concessionario - Ammissione al passivo del credito - Inerenza al tributo riscosso ai fini del privilegio - Esclusione - Fondamento

L'aggio costituisce il compenso spettante al concessionario esattore per l'attività svolta su incarico e mandato dell'ente impositore ed il relativo credito non muta la sua natura di corrispettivo per un servizio reso in base al soggetto (contribuente, ente impositore o entrambi "pro quota") a carico del quale, a seconda delle circostanze, è posto il pagamento: pertanto, in sede di accertamento al passivo dei crediti insinuati dal concessionario, il credito per aggio non può in alcun modo essere considerato inerente al tributo riscosso e non è quindi assistito dal relativo privilegio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 ottobre 2019, n.24588.




Riscossione dei crediti previdenziali, fallimento del debitore e ammissione al passivo in base al mero estratto di ruolo da integrare con la produzione dei documenti giustificativi

Riscossione dei crediti previdenziali – Fallimento del debitore – Estratto di ruolo – Sufficienza – Avviso di addebito – Equipollenza

Ai fini della riscossione dei crediti previdenziali, le pretese iscritte a ruolo dalle società concessionarie per la riscossione sono sottoposte, in caso di fallimento del debitore, al rito dell'accertamento del passivo ex artt. 92 e ss. l.fall., nel cui ambito la relativa domanda di ammissione è proponibile in base al mero estratto di ruolo (da integrare con la produzione dei documenti giustificativi, in ipotesi di contestazione da parte del curatore), senza che sia richiesta la previa notifica della cartella di pagamento. All'estratto di ruolo può ritenersi equivalente l'avviso di addebito emesso dall'INPS avendo lo stesso efficacia di titolo esecutivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 ottobre 2019, n.24589.




Domanda di insinuazione al privilegio formulata per la prima volta in sede di opposizione allo stato passivo

Privilegio generale ex art. 2752, comma 1, c.c. come novellato dall’art. 23, comma 37, d.l. n. 98 del 2011 - Applicazione anche ai crediti sorti in epoca anteriore alla modifica - Accertamento del passivo non ancora definitivo - Ammissibilità - Condizioni - Fattispecie

Il privilegio generale sui mobili per i crediti erariali deve essere riconosciuto anche per il periodo antecedente alla novella dell'art. 2752, comma 1, c.c., introdotta dall'art. 23, comma 37, del d.l. n. 98 del 2011, conv. con modif. dalla l. n. 111 del 2011, purché sia ancora in corso il procedimento di accertamento del passivo e il creditore istante abbia formulato tempestivamente – dopo l'entrata in vigore della riforma (6 luglio 2011) – la relativa domanda di riconoscimento del rango privilegiato. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto inammissibile una domanda di insinuazione al privilegio, formulata per la prima volta in sede di opposizione allo stato passivo, dopo che nell'originaria domanda di partecipazione al concorso, depositata prima della modifica dell'art. 2752 c.c., era stato richiesto soltanto il rango chirografario, senza tuttavia invocare il privilegio ora spettante, dopo che la novella era già entrata in vigore, prima che il giudice delegato dichiarasse esecutivo lo stato passivo ex art. 96 l.fall.). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 ottobre 2019, n.24587.




Compravendita stipulata dal fallito dopo la dichiarazione di fallimento

Compravendita immobiliare stipulata dal fallito dopo il fallimento – Inefficacia ex art. 44 L.F. – Fondamento – Buona fede dei terzi acquirenti – Irrilevanza

Nella compravendita stipulata dal fallito dopo la dichiarazione di fallimento, l'inefficacia dell'atto ex art. 44 L.F. è conseguenza automatica dell'indisponibilità del patrimonio del medesimo, con effetti "erga omnes", non essendo impedita l'opponibilità dell'atto ai terzi di buona fede, dalla mancata o ritardata trascrizione della sentenza di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 ottobre 2019, n.24602.




La somministrazione di alimenti e bevande fuori dell'azienda esclude l'attività agrituristica

Imprenditore agricolo - Somministrazione di alimenti e bevande da consumarsi al di fuori dell'azienda - Attività agrituristica - Esclusione - Regime forfettario di determinazione del reddito e dell'IVA - Applicabilità - Esclusione

La somministrazione di pasti e bevande svolta al di fuori dei locali (edifici o parti già esistenti del fondo) dell'azienda agricola, ove non rientri nelle attività di cui all'art. 2, comma 3, lett. d), della l. n. 96 del 2006, non costituisce attività agrituristica, con conseguente inapplicabilità del regime fortettario di determinazione del reddito di impresa e dell' IVA di cui all'art. 5, comma 2, della l. n. 413 del 1991. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 30 settembre 2019, n.24271.




In sede di impugnazione della sentenza dichiarativa di fallimento, l'accertamento dell'insolvenza può fondarsi anche su fatti diversi da quelli in base ai quali il fallimento è stato dichiarato

Accertamento dello stato di insolvenza - Fatti diversi da quelli posti a base della dichiarazione di fallimento - Rilevanza - Limiti

In sede di impugnazione della sentenza dichiarativa di fallimento, l'accertamento dello stato di insolvenza va compiuto con riferimento alla data della dichiarazione di fallimento, ma può fondarsi anche su fatti diversi da quelli in base ai quali il fallimento è stato dichiarato, purché si tratti di fatti anteriori alla pronuncia, anche se conosciuti successivamente in sede di gravame. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 30 settembre 2019, n.24424.




Fallimento, clausola compromissoria statutaria e competenza arbitrale per la controversia in ordine all'esecuzione dei conferimenti

Fallimento - Versamenti dei soci a responsabilità limitata - Arbitrato - Sopravvenuto fallimento - Clausola compromissoria statutaria - Controversia in ordine all'esecuzione dei conferimenti - Diritti disponibili

La controversia integrata dall'opposizione di cui alla L. Fall., art. 150, è da annoverare tra quelle relative a diritti inerenti al rapporto sociale, perchè inscindibilmente correlata alla partecipazione e tramite essa al rapporto in base al quale è stata assunta la deliberazione di aumento di capitale da parte della società in bonis;

L'inerenza alla dimensione sociale organizzativa resta palesata dall'essere (stato) il diritto patrimoniale legato alla partecipazione sociale;

Anche in caso di sopravvenuto fallimento rileva la clausola compromissoria statutaria, e la controversia in ordine all'esecuzione dei conferimenti è da considerare relativa a diritti disponibili, siccome attinente al credito della società e al debito (individuale) del socio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 30 settembre 2019, n.24444.




Giudizio di risoluzione e annullamento del concordato preventivo e necessaria partecipazione del garante

Concordato preventivo - Annullamento e risoluzione - Procedimento - Attuale testo dell’art. 137 l.fall. - Garante - Litisconsorzio necessario -  Sussistenza - Fondamento

In tema di risoluzione e annullamento del concordato preventivo, l'attuale testo dell'art. 137 l.fall. (conseguente alle modifiche apportate dall'art. 9, comma 10, d.lgs. n. 169 del 2007), cui rinvia l'art. 186 stessa legge, postulando che al procedimento sia chiamato a partecipare anche l'eventuale garante, include quest'ultimo accanto al debitore tra i soggetti del processo, così da concretizzare una fattispecie di litisconsorzio necessario processuale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 30 settembre 2019, n.24441.




Dichiarazione di fallimento: i bilanci costituiscono mezzo di prova privilegiato ma non assurgono a prova legale

Requisiti di non fallibilità ex art. 1, comma 2, l.fall. - Onere probatorio a carico del debitore - Bilanci degli ultimi tre esercizi - Valore probatorio privilegiato - Mezzi di prova alternativi - Ammissibilità - Fondamento

In tema di dichiarazione di fallimento, ai fini della prova della sussistenza dei requisiti di non fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, l.fall., i bilanci degli ultimi tre esercizi che l'imprenditore è tenuto a depositare, ai sensi dell'art. 15, comma 4, l.fall., costituiscono mezzo di prova privilegiato, in quanto idonei a chiarire la situazione patrimoniale e finanziaria dell'impresa, senza assurgere tuttavia a prova legale, sicché in mancanza dei detti bilanci il debitore può dimostrare la sua non fallibilità con strumenti probatori alternativi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 27 settembre 2019, n.24138.




Impugnazione del piano riparto e violazione del contraddittorio

Piano di riparto parziale – Natura del provvedimento – Ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111, comma 7, Cost. – Ammissibilità

Piano di riparto parziale – Reclamo – Legittimazione – Qualunque interessato

Piano di riparto – Impugnazione – Violazione delle norme sul litisconsorzio necessario – Vizio del processo – Annullamento anche d'ufficio – Rinvio della causa al giudice di prime cure

Il decreto del tribunale che dichiara esecutivo il piano di riparto parziale, pronunciato sul reclamo avente ad oggetto il provvedimento del giudice delegato, nella parte in cui decide la controversia concernente, da un lato, il diritto del creditore concorrente a partecipare al riparto dell'attivo fino a quel momento disponibile e, dall'altro, il diritto degli ulteriori interessati ad ottenere gli accantonamenti delle somme necessarie al soddisfacimento dei propri crediti, nei casi previsti dalla L. Fall., art. 113, si connota per i caratteri della decisorietà e della definitività e, pertanto, avverso di esso, è ammissibile il ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111, comma 7, Cost.

In tema di riparto fallimentare, ai sensi della L. Fall., art. 110 (nel testo applicabile ratione temporis come modificato dal D.Lgs. n. 169 del 2007), sia il reclamo L. Fall., ex art. 36 avverso il progetto - predisposto dal curatore - di riparto, anche parziale, delle somme disponibili, sia quello L. Fall., ex art. 26 contro il decreto del giudice delegato che abbia deciso il primo reclamo, possono essere proposti da qualunque controinteressato, inteso quale creditore che, in qualche modo, sarebbe potenzialmente pregiudicato dalla diversa ripartizione auspicata dal reclamante, ed in entrambe le impugnazioni il ricorso va notificato a tutti i restanti creditori ammessi al riparto anche parziale.

E’ applicabile anche nell'ambito dei procedimenti in camera di consiglio, ed in quelli di impugnazione del piano di riparto dell'attivo il principio per cui, quando risulta integrata la violazione delle norme sul litisconsorzio necessario, non rilevata nè dal giudice di primo grado, che non abbia disposto l'integrazione del contraddittorio, nè da quello di appello, che non abbia provveduto a rimettere la causa al primo giudice, resta viziato, ai sensi dell'art. 354 c.p.c., comma 1, l'intero processo e s'impone, in sede di giudizio di cassazione, l'annullamento, anche d'ufficio, delle pronunce emesse ed il conseguente rinvio della causa al giudice di prime cure, a norma dell'art. 383 c.p.c., comma 3. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 26 settembre 2019, n.24068.




L’associazione in partecipazione è un contratto di scambio o un contratto associativo?

Associazione in partecipazione – Inadempimento dell’associante – Risoluzione del contratto – Effetti restitutori – Dell’apporto in quanto tale – Della somma invece derivante dall’applicazione, nei confronti l’apporto, degli utili/perdite derivati dalla gestione dell’affare

In relazione agli effetti restitutori conseguenti alla risoluzione per inadempimento di un contratto di associazione in partecipazione, occorre valutare se alla soluzione tradizionale, che esclude l’applicazione del comma 2 dell’art. 1458 c.c., non sia preferibile quella che invece l’ammette (con conseguente diritto dell’associato all’ottenimento di una somma che conteggi gli esiti positivi o negativi della gestione svolta), sulla base dell’analogia ravvisabile tra questo contratto e quelli societari, della disciplina della restituzione nel caso di sopravvenuta scadenza del termine fissato nel contratto ai sensi dell’art. 2253 c.c., nonché del riscontro disciplinare fornito dalla norma dell’art. 77 comma 1 legge fallimentare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 23 settembre 2019, n.23608.




Concordato preventivo con cessione dei beni e legittimazione del liquidatore nei giudizi di accertamento di crediti o debiti

Concordato preventivo con cessione dei beni - Commissario liquidatore - Legittimazione nei giudizi di accertamento di crediti o debiti nei confronti dell'imprenditore - Insussistenza - Fondamento

In tema di concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori, il commissario liquidatore non ha la legittimazione ad agire o resistere, in relazione ai giudizi di accertamento delle ragioni di credito e pagamento dei relativi debiti, ancorchè influenti sul riparto che segue le operazioni di liquidazione, potendo, al più, spiegare intervento, in quanto la legittimazione processuale spetta all'imprenditore sottoposto al concordato preventivo, che, invero, prosegue l'esercizio dell'impresa durante lo svolgimento della procedura ed è, quindi, soggetto passivo anche in relazione agli obblighi maturati dopo l'ammissione alla procedura concordataria e dopo l'omologazione della relativa proposta. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 20 settembre 2019, n.23520.




Azione di responsabilità esercitata dal curatore: comporta la modifica della legittimazione attiva ma non dei presupposti delle due azioni

Azione di responsabilità sociale e dei creditori sociali - Fallimento della società - Curatore - Mutamento della legittimazione attiva - Diversità di presupposti e natura giuridica delle azioni - Mancata specificazione del titolo nella domanda - Conseguenze

L'azione di responsabilità esercitata dal curatore ex art. 146 l.fall. cumula in sé le diverse azioni previste dagli artt. 2393 e 2394 c.c. a favore, rispettivamente, della società e dei creditori sociali, in relazione alle quali assume contenuto inscindibile e connotazione autonoma - quale strumento di reintegrazione del patrimonio sociale unitariamente considerato a garanzia sia degli stessi soci che dei creditori sociali –, implicando una modifica della legittimazione attiva, ma non della natura giuridica e dei presupposti delle due azioni, che rimangono diversi ed indipendenti. Ne discende che la mancata specificazione del titolo nella domanda giudiziale, lungi dal determinare la sua nullità per indeterminatezza, fa presumere, in assenza di un contenuto anche implicitamente diretto a far valere una sola delle azioni, che il curatore abbia inteso esercitare congiuntamente entrambe le azioni. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 settembre 2019, n.23452.




Compensi professionali per l'attività preparatoria per l’ammissione all’amministrazione controllata

Compensi professionali - Attività preparatoria per l’ammissione all’amministrazione controllata - Natura del credito - Criteri di liquidazione - Attività successiva - Natura

Il compenso professionale relativo all'attività svolta prima dell'ammissione all'amministrazione controllata ha carattere concordatario, opponibile ai creditori partecipanti al concordato e privilegiato ex art. 2751 bis c.c., da liquidare sul parametro degli onorari previsti per la tariffa professionale in materia stragiudiziale per l'assistenza in procedure concorsuali; viceversa, l'attività successiva è di straordinaria amministrazione e dunque soggetta alla preventiva autorizzazione scritta del giudice delegato, ove non sia dimostrata la concreta finalizzazione della medesima al risanamento dell'impresa, mediante il miglioramento della sua capacità produttiva e reddituale, elementi che una volta provati consentono di ritenere di ordinaria amministrazione l'atto finalizzato al recupero dell'impresa. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 16 settembre 2019, n.22992.




Sequestro giudiziario di azienda: il compenso del coadiutore è a carico dell’amministratore giudiziario

Sequestro giudiziario di azienda – Coadiutore – Funzione – Compenso – A carico dell’amministratore giudiziario – Fattispecie

Nell’ambito del sequestro giudiziario di azienda, il «coadiutore» è un soggetto che collabora in via diretta con l'amministratore giudiziario al fine di contribuire a realizzare gli scopi del pubblico ufficio di gestione giudiziaria; la sua retribuzione - nella dimensione normativa - è pertanto a carico dell'amministratore giudiziario, sotto forma di 'spesa sostenuta' (e con inserimento della medesima nel conto della gestione ai sensi dell'art. 42 co.3 d.lgs. n.159 del 2011).

Tuttavia, laddove il soggetto in esame venga «assunto» dalla società sottoposta a sequestro, lo stesso perde la qualifica di coadiutore dell'amministratore giudiziario, non essendo prevista dalla legge simile modalità operativa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale, 13 settembre 2019, n.42718.




La sospensione dei procedimenti esecutivi prevista dall'art. 20, comma 4, l. n. 44/1999 non si applica al procedimento c.d. 'prefallimentare'

Procedimento per la dichiarazione di fallimento – Sospensione ex art. 20, comma 4, l. n. 44 del 1999 – Applicabilità – Esclusione – Fase successiva alla dichiarazione di fallimento – Applicabilità della norma – Sussistenza – Fondamento

La sospensione dei procedimenti esecutivi prevista dall'art. 20, comma 4, della l. n. 44 del 1999, in favore delle vittime di richieste estorsive e dell'usura, non si applica al procedimento c.d. "prefallimentare", che non rivela natura esecutiva, ma cognitiva; l'istituto in parola, per converso, può operare nella fase a vocazione liquidatoria inaugurata dalla sentenza dichiarativa di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 12 settembre 2019, n.22787.




Risoluzione del contratto di leasing e applicazione dell’articolo 1, comma 138 della Legge n. 142 del 2017

Risoluzione del contratto di leasing per inadempimento dell’utilizzatore in data anteriore alla entrata in vigore della Legge n. 124 del 2017 -  Applicabilità della nuova disciplina

Contratto di leasing - Penale - Mancata riconsegna del bene - Contemperamento degli interessi del concedente e dell’utilizzatore - Principi di buona fede e correttezza

La disciplina tipica del contratto di leasing introdotta dalla Legge n. 124 del 2017 deve ritenersi applicabile anche ai contratti risolti prima della sua entrata in vigore.

Trattandosi di normativa volta a regolare in via generale gli effetti economici della risoluzione del contratto di leasing per inadempimento dell’utilizzatore, deve ritenersi infatti che essa sia applicabile anche nei giudizi in corso, pur se pendenti nella fase di legittimità, essendo sufficiente che la nuova disciplina interferisca con questioni ancora dibattute tra le parti.

L’articolo 1, comma 138, L. n. 124/2017 afferma il diritto dell’utilizzatore sul ricavato della vendita del bene oggetto del contratto di leasing e stabilisce che il concedente debba corrispondere in favore del primo tale ricavato dedotte le somme pari all'ammontare dei canoni scaduti, del capitale a scadere, del prezzo pattuito per l'esercizio dell'opzione finale e degli ulteriori crediti maturati sino alla vendita; viene così implicitamente stabilita una postergazione del diritto di credito della concedente all’avvenuta collocazione sul mercato del bene.

Tale meccanismo, però, funziona e ha un senso solo se l’utilizzatore restituisce il bene. Evidenti ragioni di logica e un’interpretazione della nuova disciplina ispirata ai principi di buona fede e correttezza impediscono un’applicazione della normativa che consenta all’utilizzatore di beneficiare dei propri inadempimenti per bloccare il tutto e impedire alla concedente l’incasso dei canoni scaduti, di quelli a scadere e delle restanti somme che le spettano.

La restituzione del bene è invece il presupposto per l’esercizio dei diritti da parte dell’utilizzatore; ove questa non sia avvenuta, non si può in alcun modo ostacolare il diritto della concedente al pagamento della penale contrattuale. (Andrea Santambrogio) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 12 settembre 2019, n.22731.




Spese sostenute dal creditore istante e privilegio ex artt. 2755 e 2770 c.c.

Opposizione a sentenza dichiarativa di fallimento - Spese sostenute dal creditore istante - Privilegio ex artt. 2755 e 2770 c.c. - Esclusione - Fondamento

In sede di ammissione allo stato passivo, le spese sostenute dal creditore istante nel giudizio di opposizione alla sentenza di fallimento, in quanto sorte successivamente all'apertura del concorso dei creditori e, pertanto, inidonee ad integrare un credito concorsuale, non possono godere del privilegio di cui agli artt. 2755 e 2770 c.c., perché tali cause di prelazione concernono le spese relative all'apertura dell'esecuzione singolare o collettiva (nel caso del fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 settembre 2019, n.22725.




Disciplina applicabile alle opposizioni allo stato passivo nelle liquidazioni coatte amministrative pendenti al 16 gennaio 2006

Liquidazione coatta amministrativa pendente alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 - Opposizione allo stato passivo - Impugnazione avverso la decisione del tribunale - Disciplina applicabile - Disposizioni anteriori al menzionato decreto - Fondamento

Alle opposizioni allo stato passivo delle liquidazioni coatte amministrative pendenti al 16 gennaio 2006, data di entrata in vigore della novella dell'art. 99 l.fall., (ex d.lgs. n. 5 del 2006), si applica la disciplina previgente, che non prevedeva il ricorso diretto per cassazione, bensì l'appello avverso la decisione di primo grado assunta con sentenza. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 settembre 2019, n.22558.




Procedure competitive, termine ex art. 490, comma 2, c.p.c. e discrezionalità del curatore

Procedure competitive - Discrezionalità del curatore - Termine ex art. 490, comma 2, c.p.c. - Applicabilità - Esclusione - Adeguatezza della pubblicità - Sufficienza

L'art. 107 l.fall., nel testo applicabile "ratione temporis", prima dell'efficacia delle modifiche introdotte dall'art. 11 del d.l. n. 83 del 2015, conv. con modif. dalla l. n. 132 del 2015, attribuisce al curatore ampia discrezionalità circa le modalità di liquidazione dei beni fallimentari tramite procedure competitive, sicchè non è necessario il rispetto del termine di quarantacinque giorni previsto dall'art. 490, comma 2, c.p.c., purchè la vendita avvenga con pubblicità idonea ad assicurare la massima informazione e partecipazione degli interessati. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 settembre 2019, n.22383.




Il curatore fallimentare è legittimato a far valere la nullità del contratto bancario non redatto per iscritto

Contratti bancari - Nullità del contratto per vizio di forma - Potere di eccezione del curatore - Sussistenza - Fondamento

Il curatore fallimentare è legittimato a far valere la nullità del contratto bancario non redatto per iscritto, in violazione dell'art. 117, commi 1 e 3, del d.lgs. n. 385 del 1993, perché il curatore ha la gestione del patrimonio fallimentare e la sua posizione di terzietà rispetto al fallito è prevista per assicurare una maggiore protezione della massa dei creditori, come confermato dall'art. 119, comma 4, del d.lgs. citato, che riconosce al curatore, in quanto soggetto che subentra nell'amministrazione dei beni del fallito, il diritto ad ottenere la documentazione inerente i rapporti bancari intrattenuti dal fallito con l'istituto di credito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 settembre 2019, n.22385.




Nel concordato preventivo la proposta non può contenere l'estensione dell'effetto esdebitatorio ai fideiussori

Concordato preventivo - Clausola di esdebitazione dei fideiussori - Ammissibilità - Esclusione - Ragioni

Nel concordato preventivo la proposta del debitore non può contenere una clausola che preveda l'estensione dell'effetto esdebitatorio del concordato anche ai fideiussori in caso di omologa del concordato, poiché l'art. 184, comma 1, l.fall., in deroga alla regola generale posta dall'art. 1301 c.c., assicura in ogni caso ai creditori la conservazione dell'azione per l'intero credito contro i coobbligati, i fideiussori e gli obbligati in via di regresso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 settembre 2019, n.22382.




Nel concordato preventivo il fideiussore del proponente non ha diritto di voto

Concordato preventivo - Fideiussore del proponente - Adunanza dei creditori - Diritto di voto - Esclusione - Ragioni

Nel concordato preventivo il fideiussore del proponente non ha diritto di voto, atteso che l'art. 174, comma 4, l.fall. consente soltanto il suo intervento nell'adunanza e che prima del pagamento egli non ha un credito di regresso nei confronti del debitore, potendo esercitare verso di lui solo l'azione di rilievo, ex art. 1950 c.c., che mira ad ottenere un "facere" e non un "dare". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 settembre 2019, n.22382.




Nel concordato preventivo il fideiussore del proponente non ha diritto di voto

Fideiussore del proponente - Adunanza dei creditori - Diritto di voto - Esclusione - Ragioni

Nel concordato preventivo il fideiussore del proponente non ha diritto di voto, atteso che l'art. 174, comma 4, l.fall. consente soltanto il suo intervento nell'adunanza e che prima del pagamento egli non ha un credito di regresso nei confronti del debitore, potendo esercitare verso di lui solo l'azione di rilievo, ex art. 1950 c.c., che mira ad ottenere un "facere" e non un "dare". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 settembre 2019, n.22382.




Opposizione allo stato passivo, eccezioni nuove del curatore e termine a difesa per l'opponente

Opposizione allo stato passivo - Eccezioni nuove del curatore - Proponibilità - Conseguenze - Termine a difesa per l'opponente - Necessità - Condizioni - Fattispecie

Nel giudizio di opposizione allo stato passivo il curatore può introdurre eccezioni nuove, ossia non formulate già in sede di verifica; in tal caso peraltro, e solo in relazione ai contenuti e termini dell'eccezione nuova, il rispetto del principio del contraddittorio esige che sia concesso termine all'opponente per dispiegare le proprie difese e produrre la documentazione probatoria idonea a supportarle. (In applicazione di tale principio la S.C. ha confermato il decreto del Tribunale di inammissibilità della produzione documentale sull'esistenza, entità e rango del credito insinuato, richiesta dall'opponente, in quanto estranea al tema dei controcrediti introdotto con l'eccezione del curatore). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 settembre 2019, n.22386.




Concordato preventivo: clausola di estensione dell'effetto esdebitatorio del concordato anche ai fideiussori

Proposta di concordato - Clausola di esdebitazione dei fideiussori - Ammissibilità - Esclusione - Ragioni

Nel concordato preventivo la proposta del debitore non può contenere una clausola che preveda l'estensione dell'effetto esdebitatorio del concordato anche ai fideiussori in caso di omologa del concordato, poiché l'art. 184, comma 1, l.fall., in deroga alla regola generale posta dall'art. 1301 c.c., assicura in ogni caso ai creditori la conservazione dell'azione per l'intero credito contro i coobbligati, i fideiussori e gli obbligati in via di regresso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 settembre 2019, n.22382.




Opposizione di terzo all'esecuzione e interruzione del processo per fallimento del debitore

Fallimento in corso di causa del debitore esecutato - Conseguenze - Interruzione del giudizio - Eventuale riassunzione nei confronti della curatela - Pronuncia di sentenza - Natura dichiarativa della stessa - Suoi effetti - Fattispecie

In tema di opposizione di terzo ex art. 619 c.p.c., qualora, nel corso del giudizio, il debitore esecutato sia dichiarato fallito, il processo deve essere interrotto, ai sensi dell'art. 43, comma 3, l.fall., e la pretesa dell'opponente va accertata in sede fallimentare. L'eventuale riassunzione del processo nei confronti della curatela potrà condurre alla pronuncia di una sentenza meramente dichiarativa e non di condanna, inopponibile al fallimento ed idonea esclusivamente a costituire un titolo da fare valere verso il fallito ove dovesse tornare "in bonis" o se il bene oggetto del contendere dovesse restare invenduto alla chiusura della procedura concorsuale. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto inammissibile per carenza di interesse il ricorso proposto dal creditore nei riguardi della curatela, poiché la sentenza di secondo grado che aveva accolto l'originaria opposizione non era opponibile al fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 05 settembre 2019, n.22166.




Liquidazione del compenso ai diversi curatori fallimentari che si sono succeduti nell'incarico

Successione di curatori - Liquidazione dei rispettivi compensi - Modalità - Motivazione analitica - Necessità - Fondamento

La liquidazione del compenso ai diversi curatori fallimentari che si sono succeduti nell'incarico necessita di specifica ed analitica motivazione, sorretta dalla valutazione personalizzata, non cumulativa, dell'opera prestata da ciascuno di essi, dei risultati ottenuti e della sollecitudine con cui sono state condotte le operazioni; in particolare, ai fini dell'applicazione del criterio di proporzionalità ex art. 39, comma 3, l.fall., deve essere precisato l'ammontare dell'attivo realizzato da ciascun curatore, determinando, all'interno dei valori così identificati, il compenso da attribuire ad ognuno temperando il criterio di cassa della realizzazione dell'attivo con quello di competenza, nei casi in cui il momento solutorio, conseguente alla fase liquidatoria dei beni, ricada temporalmente nella gestione del curatore subentrato, pur essendo causalmente riferibile ad operazioni condotte da quello revocato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 05 settembre 2019, n.22272.




Nell'istanza di ammissione al passivo l'esposizione dei fatti e degli elementi di diritto che costituiscono la ragione della domanda può essere sintetica

Domanda di ammissione al passivo - Esposizione dei fatti e degli elementi di diritto - Sinteticità - Sufficienza - Documentazione prodotta - Rilevanza - Fattispecie

In tema di formazione dello stato passivo, l'esposizione dei fatti e degli elementi di diritto che costituiscono la ragione della domanda può essere sintetica, purché ne sia assicurata chiarezza ed intelligibilità, assumendo rilevanza anche le complessive indicazioni contenute nell'atto processuale e nei documenti ad esso allegati. (Nella specie, la Corte ha cassato il decreto impugnato che aveva dichiarato inammissibile la domanda di insinuazione al passivo, per carenza dei requisiti ex art. 93, comma 3, n. 3, l.fall., nonostante dalle fatture prodotte dall'istante fosse desumibile la natura dei rapporti contrattuali tra le parti e la domanda esponesse con chiarezza le somme distinguendole anche secondo il loro rango). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 04 settembre 2019, n.22080.




Tutela degli acquirenti di immobili da costruire: la Cassazione indica i presupposti per l’escussione della garanzia

Disposizioni per la tutela dei diritti patrimoniali degli acquirenti di immobili da costruire – Garanzia fideiussoria – Escussione – Presupposti – Necessità che il soggetto che intende fruire della polizza sia ancora "acquirente" – Interpretazione proposta dalla Cassazione

La norma specifica sulla escussione della garanzia fideiussoria di cui al D.Lgs. 20 giugno 2005 n. 122 (Disposizioni per la tutela dei diritti patrimoniali degli acquirenti di immobili da costruire), ovvero la norma che determina quando e sulla base di quali presupposti è possibile escutere, cioè l'art. 3, comma 3, fornisce un dettato incompatibile con l'interpretazione nel senso della escutibilità della garanzia a contratto già sciolto.
Invero, nel caso di crisi integrante la species della lettera a) del comma 2 dell'art. 3, occorre che il soggetto che intende fruire della polizza escutendo la compagnia garante sia ancora "acquirente", anche se deve avere comunicato a controparte "la volontà di recedere": e ciò significa che il contratto preliminare deve essere ancora in vigore tra le parti, tanto che la manifestazione della volontà di recederne non ha ancora comportato il suo venir meno, essendo rimasto appunto "acquirente" (è evidente che si intende promissario acquirente) chi vuole escutere.
Negli ulteriori casi di cui alle lettere b), c) e d) dello stesso comma 2 è parimenti chiara l'incompatibilità dell'escussione con il pregresso scioglimento del contratto, in quanto proprio l'escussione viene subordinata alla mancanza di volontà di subentrare nel contratto di chi, giuridicamente, ha preso il posto del costruttore. Questo significa che il legislatore - in un'ottica di evidente controbilanciamento degli interessi coinvolti - ha inteso porre un limite all'escussione, nel senso di preservare al costruttore, ora come organo di procedura concorsuale, la possibilità di proseguire il rapporto contrattuale anche se sussiste la situazione di crisi.
Diversamente opinando, id est nel senso che non verrebbe ad incidere sulla escussione l'esser venuto meno del contratto preliminare, tale possibilità di subentro può essere tolta al promittente alienante (o essere già stata tolta anche da anni, se si prescinde appunto da questo limite) dalla parte promissaria acquirente, la quale, optando per la risoluzione del contratto (di solito per inadempimento del costruttore, è ovvio) prima che si verifichi la situazione - giuridica e non meramente economica - di crisi che è il presupposto dell'escussione della fideiussione, potrebbe rendere appunto il subentro impossibile ma, nonostante ciò, fruire della garanzia, nullificando il significato della condizione posta dal legislatore, in contrasto con il principio conservativo che deve governare ogni ermeneutica.
Il dettato del comma 7, infine, a ben guardare non confligge con l'interpretazione che riconosce necessaria la permanenza del contratto preliminare quando viene escussa la garanzia, in quanto, stabilendo che l'efficacia della fideiussione cessa quando dell'immobile viene trasferito il diritto di proprietà (o altro diritto reale di godimento), presuppone l'adempimento del contratto preliminare, e dunque la sua permanenza e la ricostruzione che ne discende si manifesta chiaramente conforme alla ratio normativa, ut supra evidenziata, di garantire una più intensa tutela al cliente di impresa edile che anticipa il corrispettivo dell'immobile che entri in sua proprietà per l'ipotesi di una evoluzione negativa dell'attività imprenditoriale su cui oggettivamente anch'egli ha fondato un proprio rischio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 29 agosto 2019, n.21792.




La simulazione di un contratto di compravendita è opponibile al fallimento della parte acquirente

Vendita immobiliare - Simulazione - Opponibilità al fallimento - Condizioni

La simulazione di un contratto di compravendita è opponibile al fallimento della parte acquirente, ma l'accordo simulatorio deve essere provato per mezzo di scrittura recante la controdichiarazione dotata di data certa, ex art. 2704 c.c., che ne dimostri tanto la formazione in data antecedente al fallimento, quanto il perfezionamento in epoca anteriore o coeva alla stipulazione dell'atto simulato, essendo irrilevante che il prezzo dichiarato nel contratto sia stato, o meno, in tutto o in parte pagato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 09 agosto 2019, n.21253.




Ripianamento di un debito a mezzo di nuovo credito con ipoteca contestuale ove manca il passaggio delle somme dal mutuante al mutuatario

Contratto di mutuo - Ripianamento di un debito a mezzo di nuovo credito - Ipoteca contestuale - Nuovo contratto di mutuo - Esclusione - Consegna delle somme - Necessità - Pactum de non petendo ad tempus

Il «ripianamento» di un debito a mezzo di nuovo «credito», che la banca già creditrice metta in opera con il proprio cliente al fine di conseguire un’ipoteca contestuale, non dà vita a nuovo contratto di mutuo, perché la struttura contrattuale del mutuo implica la consegna delle somme di denaro che ne costituiscono oggetto e, per essere tale, la consegna deve realizzare il passaggio delle somme dal patrimonio del mutuante a quello del mutuatario, con conseguente trasferimento della proprietà delle somme e connessa acquisizione della loro disponibilità da parte dal mutuatario. L’accordo tra banca e cliente esclude la stessa eventualità di consegna e trasferimento di proprietà delle somme, giusta la compiuta posta «in dare» sul conto corrente, che in via automatica ed immediata modifica il saldo ex art. 1852 cod. civ.

Il «ripianamento» di un debito a mezzo di nuovo «credito», che la banca già creditrice metta in opera con il proprio cliente al fine di conseguire un’ipoteca contestuale, determinando il riposizionamento della scadenza del debito pregresso, configura un pactum de non petendo ad tempus. Non comportando novazione, tale patto non è sufficiente a reggere una domanda di ammissione al passivo fallimentare che abbia ad oggetto la restituzione delle somme di danaro di cui al pregresso credito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 05 agosto 2019, n.20896.




Clausola di pegno omnibus e propagazione della nullità parziale ex art. 1419 cod. civ.

Pegno omnibus - Nullità parziale ex art. 1419 cod. civ. - Propagazione - Clausola di pegno omnibus carattere connotativo del “fare credito”

Ai fini del giudizio di eventuale propagazione della nullità parziale ex art. 1419 cod. civ., per stabilire il ruolo che le condizioni generali di un contratto bancario assegnano alla clausola di pegno omnibus non risulta determinante la presenza, nel medesimo contratto, di altre clausole che pongono dei beni alla specifica sicurezza di talune voci di credito. La costante presenza (da tempi remoti) della clausola omnibus nei moduli contrattuali predisposti dalle banche manifesta come tale clausola rivesta, in linea di principio, carattere connotativo del «fare credito» di questo tipo di imprese. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 agosto 2019, n.20895.




Concordato preventivo e revoca del voto già espresso in adunanza

Concordato preventivo - Revoca del voto già espresso in adunanza - Limiti

In tema di concordato preventivo, nel regime vigente a seguito della modifica della novella apportata con d.l. n. 83 del 2015, conv. con l. n. 132 del 2015, in vigore dal 21 agosto 2015, la revoca del voto espresso dal creditore soggiace agli stringenti limiti di cui all'art. 178, comma 4, l.fall., che permette al solo creditore che non abbia espresso il proprio assenso o diniego in adunanza, di far pervenire un suffragio postumo nei venti giorni dalla chiusura del verbale di quest'ultima, così implicitamente escludendo la possibilità di modificare il voto già espresso in detta sede, e all'art. 179, comma 2 l.fall., che tale possibilità di modifica circoscrive al caso di mutamento delle condizioni di fattibilità del piano. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 agosto 2019, n.20892.




Omologazione del concordato preventivo e termine per il reclamo

Concordato preventivo - Omologazione - Reclamo - Termine di trenta giorni ex art. 18 legge fall. - Applicabilità - Fondamento

Il reclamo alla corte d'appello avverso il decreto con il quale il tribunale abbia provveduto sull'omologazione (accordandola o negandola) del concordato preventivo, ai sensi dell'art. 183 l.fall., va proposto entro il termine di trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento impugnato, in quanto l'impugnabilità con il reclamo medesimo anche della sentenza dichiarativa di fallimento postula l'applicazione del termine previsto dall'art. 18 l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 agosto 2019, n.20892.




Risoluzione del concordato preventivo con cessione dei beni e inadempimento di scarsa importanza

Concordato preventivo con cessione dei beni - Risoluzione ex art. 186 l.fall. - Condizioni - Inadempimento di non scarsa importanza - Valutazione - Percentuale di soddisfacimento indicata dal debitore - Rilevanza

Il concordato preventivo con cessione dei beni deve essere risolto, a norma dell'art. 186 l.fall., qualora emerga che esso sia venuto meno alla sua funzione di soddisfare in una qualche misura i creditori chirografari e integralmente quelli privilegiati non falcidiati, salvo che l'inadempimento abbia scarsa importanza, tenuto conto della percentuale di soddisfacimento indicata nella proposta dal debitore, anche se quest'ultimo non si sia espressamente obbligato a garantirla. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 luglio 2019, n.20652.




Il provvedimento che declina la competenza sull'istanza di fallimento deve essere comunicato alle parti

Istanza di fallimento - Provvedimento che dichiara l'incompetenza ex art. 9-bis l.fall. - Comunicazione alle parti costituite - Necessità

Ordinanza ex art. 9-bis l.fall. - Regolamento necessario di competenza - Ammissibilità - Misure cautelari sul patrimonio del fallendo durante la sospensione del processo - Possibilità - Sussistenza

Giudizio prefallimentare - Mancata comunicazione dell'ordinanza che declina la competenza - Conseguenze

Il provvedimento che declina la competenza del tribunale sull'istanza di fallimento ex art. 9-bis l.fall. deve essere comunicato alle parti costituite, secondo i principi generali in tema di provvedimenti del giudice. (Principio pronunciato ex art. 363, comma 3, c.p.c.).

E' ammissibile il regolamento necessario di competenza avverso l'ordinanza che decide sulla competenza, ai sensi dell'art. 9-bis l.fall., con la possibilità, durante la sospensione del processo ex art. 48 c.p.c., che il creditore istante ovvero il P.M. invochino l'adozione di misure cautelari sul patrimonio del fallendo, ai sensi dell'art. 15 l.fall. (Principio pronunciato ex art. 363, comma 3, c.p.c.).

Le parti del giudizio prefallimentare possono subire un pregiudizio, ove sia stata omessa la comunicazione dell'ordinanza che declina la competenza, trovandosi nella condizione di non poter promuovere il regolamento nel termine fissato dall'art. 47 c.p.c.: spetta al giudice del merito apprezzare nel caso concreto l'esistenza di siffatto pregiudizio, anche tenendo conto dell'interesse delle parti alla proposizione del regolamento, che chiaramente difetta nel soggetto che abbia ottenuto dal primo giudice adito esattamente l'accoglimento dell'eccezione di incompetenza proposta. (Principio pronunciato ex art. 363, comma 3, c.p.c.). (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. I, 31 luglio 2019, n.20666.




Postergazione del finanziamento del socio

Finanziamento del socio - Fallimento della società - Applicabilità dell’art. 2467 c.c. - Ammissione al passivo - Rango postergato - Fondamento

In tema di insinuazione allo stato passivo, il credito derivante dal finanziamento alla società fallita in qualunque forma effettuato dal socio, in una situazione finanziaria in cui sarebbe stato ragionevole un conferimento ai sensi dell'art. 2467 c.c., va ammesso al concorso con il rango postergato non essendo equiparabile ad un credito chirografario. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 luglio 2019, n.20649.




Procedimento prefallimentare e incompetenza per territorio

Procedimento prefallimentare - Incompetenza per territorio - Art. 38 c.p.c. - Applicabilità - Conseguenze - Proposizione per la prima volta in sede di reclamo ex art. 18 l.fall. - Tardività - Fondamento - Fattispecie

In tema di dichiarazione di fallimento, l'incompetenza per territorio ex art. 9 l.fall., ai sensi dell'art. 38 c.p.c., nel testo modificato dalla l. n. 69 del 2009, applicabile anche al procedimento camerale prefallimentare, deve essere eccepita o rilevata d'ufficio non oltre l'udienza di comparizione delle parti, sicché l'eccezione sollevata per la prima volta in sede di reclamo contro la sentenza dichiarativa di fallimento è tardiva, essendosi già verificata una decadenza nel corso del giudizio di primo grado. (La S.C. ha enunciato il principio in una fattispecie in cui l'eccezione di incompetenza territoriale era stata sollevata dal fallito in corte d'appello, senza essersi difeso in precedenza innanzi al tribunale). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 luglio 2019, n.20661.




Fallimento del datore di lavoro, sospensione del rapporto di lavoro subordinato e indennità sostitutiva del preavviso

Fallimento del datore di lavoro - Cessazione dell'attività aziendale - Sospensione del rapporto di lavoro subordinato - Dichiarazione di scioglimento del curatore - Diritto all’indennità sostitutiva del preavviso - Sussistenza - Ragioni

In caso di fallimento del datore di lavoro, salvo che sia stato autorizzato l'esercizio provvisorio, il rapporto di lavoro entra in una fase di sospensione fino a quando il curatore non abbia effettuato la dichiarazione ai sensi dell'art. 72, comma 2, l.fall. di volersi sciogliere dal contratto, per effetto della quale il lavoratore ha diritto di insinuarsi al passivo anche per l'indennità sostitutiva del preavviso ex art. 2118 c.c., non configurandosi il recesso del curatore per giusta causa ed attesa la natura indennitaria e non risarcitoria di tale importo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 luglio 2019, n.20647.




La prestazione del coadiutore del curatore non iscritto all'albo professionale non è nulla

Coadiutore del curatore fallimentare - Prestazione di opera professionale di natura intellettuale e necessità di iscrizione nell’apposito albo prescritto dalla legge - Esclusione - Fondamento - Inapplicabilità degli artt. 1418 e 2231 c.c.

La nomina di un coadiutore, ai sensi dell'art. 32, comma 2, legge fall., resta assoggettata alle norme pubblicistiche che regolano l'affidamento di incarichi nella procedura fallimentare e l'attività prestata non è perciò riconducibile all'esecuzione di un contratto d'opera professionale, atteso che la curatela si avvale di esso per ricevere un contributo tecnico al perseguimento delle finalità istituzionali; ne consegue che al rapporto che si instaura tra le parti è inapplicabile la disciplina risultante dagli artt. 1418 e 2231 c.c., in forza della quale l'esecuzione di una prestazione d'opera professionale di natura intellettuale, effettuata da chi non sia iscritto nell'apposito albo previsto dalla legge, dà luogo a nullità assoluta del contratto tra professionista e cliente, privando il professionista non iscritto del diritto al pagamento del compenso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 25 luglio 2019, n.20193.




Contratto preliminare e fallimento del promittente venditore: la scelta del curatore fra l'esecuzione e lo scioglimento del contratto può essere tacita o desumersi da fatti concludenti

Contratto preliminare di compravendita - Fallimento del promittente venditore - Scelta del curatore fra l'esecuzione e lo scioglimento del contratto - Manifestazione di volontà tacita o per fatti concludenti - Validità - Fattispecie

In tema di contratto preliminare di compravendita immobiliare ed in ipotesi di fallimento del promittente venditore, l'esercizio da parte del curatore della facoltà di scelta tra lo scioglimento o il subingresso nel contratto, ai sensi dell'art. 72 l.fall. (nel testo previgente alle modifiche introdotte dal d.lgs. n. 5 del 2006), può anche essere tacito, ovvero espresso per fatti concludenti, non essendo necessario un negozio formale, né un atto di straordinaria amministrazione soggetto ad autorizzazione del giudice delegato, in quanto tale scelta costituisce espressione di una prerogativa discrezionale del curatore stesso. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che il curatore avesse validamente espresso la volontà di sciogliersi dal vincolo contrattuale, proponendo l'azione di rilascio dell'immobile promesso in vendita dal fallito). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 25 luglio 2019, n.20215.




Revocatoria nei confronti di procedure concorsuali: la questione di nuovo alle Sezioni Unite

Revocatoria nei confronti di procedure concorsuali – Rimessione alle Sezioni Unite Civili della Cassazione

4.11.4 Se ne potrebbero trarre, dunque, le seguenti conclusioni applicative:
a) qualora la domanda di revocatoria sia stata introdotta prima dell'apertura della liquidazione concorsuale e sia stata trascritta, essa prosegue davanti al giudice ordinario: le statuizioni di condanna derivanti dalla decisione di quest'ultimo vincolano la massa concorsuale;
b) qualora la domanda di revocatoria sia stata introdotta prima dell'apertura della liquidazione giudiziale, ma non sia stata trascritta o non sia trascrivibile, essa è improcedibile, stanti le barriere erette dalla L. Fall., artt. 45 e 52;
c) nei casi sub b), e nell'ipotesi in cui la domanda di revocatoria non sia stata introdotta prima dell'apertura della liquidazione giudiziale, sarebbe possibile formulare, comunque, una domanda di ammissione al passivo per il corrispondente valore del pagamento o del bene oggetto dell'atto dispositivo astrattamente revocabile.

4.11.5 Ma in questa ipotesi il giudice delegato (nonchè il giudice delle eventuali impugnazioni dello stato passivo) dovrà delibare la pregiudiziale pretesa costitutiva (avente ad oggetto i presupposti dell'azione revocatoria, che rappresenta il presupposto per l'ammissione al passivo del suddetto credito restitutorio) incidenter tantum (ossia, senza efficacia di giudicato): la L. Fall., art. 93, (corrispondente all'art. 201 CCII) non ammette, infatti, domande di ammissione al passivo diverse (ed ulteriori) rispetto a quelle aventi ad oggetto il riconoscimento di un credito, ovvero la restituzione o rivendicazione di beni mobili o immobili nei riguardi della curatela.
Naturalmente anche tale "soluzione mediana" richiede l'interpello delle Sezioni Unite perchè involge, pur sempre, la questione dell'ammissibilità della delibazione incidentale sulla sussistenza dei presupposti applicativi dell'azione revocatoria nei confronti di un fallimento o comunque di una procedura giudiziale di liquidazione.

4.12 Va aggiunto, sotto il profilo sistematico (e come già sopra accennato), che vi è anche la norma dettata del D.Lgs. n. 270 del 1999, art. 91, dedicato alla regolamentazione della procedura di amministrazione straordinaria, ad ammettere la c.d. revocatoria aggravata nei confronti degli appartenenti al medesimo gruppo di quella dichiarata insolvente, parallelamente a quanto ora disposto dal D.Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14, art. 290, comma 3. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 23 luglio 2019, n.19881.




Revocatoria ordinaria: onere della prova a carico del curatore

Revocatoria ordinaria - Esperimento da parte del curatore fallimentare di società di capitali - "Eventus damni" - Onere della prova - Contenuto

In materia di azione revocatoria ordinaria di un atto di disposizione patrimoniale compiuto da società di capitali successivamente dichiarata fallita, il curatore, al fine di dimostrare la sussistenza dell'"eventus damni", ha l'onere di provare la consistenza dei crediti vantati dai creditori ammessi al passivo fallimentare; la sussistenza, al tempo del compimento del negozio, di una situazione patrimoniale della società che mettesse a rischio la realizzazione dei crediti sociali ed il mutamento qualitativo o quantitativo della garanzia patrimoniale generica, rappresentata dal patrimonio sociale, determinato dall'atto dispositivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 19 luglio 2019, n.19515.




Impugnazione del decreto del GD che dichiara l'inammissibilità della domanda tardiva senza fissare l'udienza

Domanda tardiva - Decreto di inammissibilità - Omessa udienza di verifica - Reclamo ex art. 26 l.fall. - Esclusione - Opposizione allo stato passivo - Ammissibilità - Fondamento

Il decreto del giudice delegato che, senza fissare l'udienza di verifica, dichiari senz'altro inammissibile la domanda di insinuazione tardiva di un credito, perché formulata oltre il termine di cui all'art. 101 l.fall., è impugnabile con l'opposizione di cui all'art. 99 l.fall. e non con il reclamo ex art. 26 l.fall., trattandosi di provvedimento che concorre alla formazione definitiva dello stato passivo ed incide sul diritto alla partecipazione al concorso del creditore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 17 luglio 2019, n.19151.




Prosecuzione della prestazione lavorativa dopo il fallimento e prededuzione per i crediti maturati dal lavoratore

Crediti di lavoro - Fallimento del datore di lavoro - Prosecuzione della prestazione lavorativa - Obbligo di pagamento delle retribuzioni - Fondamento

La dichiarazione di fallimento dell'imprenditore non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto di lavoro, in quanto l'azienda, nella sua universalità, sopravvive e l'impresa non cessa, passando soltanto da una gestione per fini di produzione, suscettibile peraltro di essere continuata o ripresa, ad una gestione per fini di liquidazione, sicché, nel caso in cui la prestazione lavorativa sia proseguita dopo la dichiarazione di fallimento e, di fatto, anche oltre il periodo di esercizio provvisorio dell'impresa autorizzato dal tribunale, i crediti maturati dal lavoratore devono essere ammessi al passivo in prededuzione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 luglio 2019, n.18779.




I creditori titolari di un diritto di ipoteca o pegno sui beni del fallimento costituiti in garanzia non sono creditori del fallito

Creditore garantito dal fallito per credito verso debitori diversi dal fallito - Art. 52 l.fall. - Ammissione al procedimento di verificazione - Esclusione - Fondamento

I creditori titolari di un diritto di ipoteca o di pegno sui beni compresi nel fallimento costituiti in garanzia per crediti vantati verso debitori diversi dal fallito non possono, anche dopo la novella introdotta dal d.lgs. n. 5 del 2006, avvalersi del procedimento di verificazione dello stato passivo di cui al capo V della legge fallimentare, in quanto non sono creditori del fallito e non possono proporre domanda di separazione ex art. 103 l.fall, non risultando neanche tra i destinatari dell'avviso del curatore ex artt. 92 e 107, comma 3, l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 luglio 2019, n.18790.




Alle Sezioni Unite la questione della prededuzione del credito del subappaltatore

Appalti pubblici - Fallimento dell’affidatario - Prededuzione del subappaltatore - Rimessione alle Sezioni Unite

Alle Sezioni Unite la seguente questione se, ove residui un credito dell'appaltatore verso l'amministrazione appaltante e l'amministrazione abbia in base al contratto opposto la condizione di esigibilità di cui al D.Lgs. n. 163 del 2006, art. 118, il curatore della stazione appaltante che voglia incrementare l'attivo debba subire o meno, sul piano della concreta funzionalità rispetto agli interessi della massa, la prededuzione del subappaltatore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 12 luglio 2019, n.18837.




Termine per la proposizione dalla domanda di ammissione allo stato passivo del creditore sopravvenuto

Fallimento – Domanda di ammissione al passivo – Credito sopravvenuto alla dichiarazione di fallimento – Termine per la proposizione della domanda – Applicabilità integrale dell’art. 101 l.f. – Esclusione – Individuazione del termine

Alla domanda di ammissione allo stato passivo del credito sopravvenuto alla dichiarazione di fallimento non si applica il termine decadenziale annuale decorrente dal deposito di esecutività dello stato passivo di cui all’art. 101 l.f. poiché lesivo del principio di parità di trattamento di cui all’ art. 3 Cost e del diritto di azione in giudizio di cui all’art. 24 Cost.; attraverso l’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 101 l.f. alla luce dei principi richiamati, il termine va individuato in un anno dal momento in cui si verificano le condizioni di partecipazione al passivo fallimentare. (Benedetta Bonfanti) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 10 luglio 2019, n.18544.




Leasing finanziario: risoluzione in data anteriore al fallimento, disciplina applicabile e art. 177 CCI

Fallimento – Leasing finanziario – Risoluzione – In data anteriore al fallimento – Disciplina applicabile

Codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza – Leasing – Risoluzione – Disciplina – Stima del giudice delegato

Gli effetti della risoluzione del contratto di leasing finanziario per inadempimento dell'utilizzatore, verificatasi in data anteriore alla data di entrata in vigore della L. 124 del 2017 (art. 1, commi 136- 140), sono regolati dalla disciplina della L. Fall., art. 72-quater, applicabile anche al caso di risoluzione del contratto avvenuta prima della dichiarazione di fallimento dell'utilizzatore.

In caso di fallimento dell'utilizzatore, il concedente avrà diritto alla restituzione del bene e dovrà insinuarsi al passivo fallimentare per poter vendere o allocare il bene e trattenere, in tutto o in parte, l'importo incassato.

La vendita avverrà a cura dello stesso concedente, previa stima del valore di mercato del bene disposta dal giudice delegato in sede di accertamento del passivo.

Sulla base del valore di mercato del bene, come stabilito mediante la stima su menzionata, sarà determinato l'eventuale credito della curatela nei confronti del concedente o il credito, in moneta fallimentare, di quest'ultimo, corrispondente alla differenza tra il valore del bene ed il suo credito residuo, pari ai canoni scaduti e non pagati ante fallimento ed ai canoni a scadere, in linea capitale, oltre al prezzo pattuito per l'esercizio dell'opzione.

Eventuali rettifiche, sulla base di quanto effettivamente realizzato dalla vendita del bene, potranno farsi valere in sede di riparto.

Il Codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza (D.Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14, pubblicato nella G.U. del 14 febbraio 2019), all'art. 177, detta una disciplina della locazione finanziaria pienamente coerente con la disciplina della L. Fall., art. 72-quater e della L. n. 124 del 2017, prevedendo che nella liquidazione giudiziale del patrimonio dell'utilizzatore, in caso di scioglimento del contatto, il concedente ha diritto alla restituzione del bene ed è tenuto a versare alla curatela fallimentare l'eventuale differenza tra la maggiore somma ricavata dalla vendita a valori di mercato, dedotta una somma pari all'ammontare di eventuali canoni scaduti e non pagati fino alla data dello scioglimento e dei canoni a scadere, solo in linea capitale, oltre al prezzo pattuito per l'esercizio dell'opzione finale di acquisto.

La medesima disposizione, al comma 2, prevede che il concedente ha diritto di insinuarsi allo stato passivo per la differenza tra il credito vantato alla data di apertura della liquidazione giudiziale e quanto ricavabile dalla nuova allocazione del bene secondo la stima disposta dal giudice delegato. Viene dunque espressamente prevista la stima del giudice delegato quale necessario presidio per determinare il valore di mercato del bene, già desumibile dall'attuale sistema della legge fallimentare, seppure non esplicitata nella disposizione della L. Fall., art. 72-quater. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 10 luglio 2019, n.18543.




Revoca del preliminare volto a costituire in favore del promissario acquirente un diritto di prelazione

Rinnovazione per atto pubblico di preliminare di compravendita immobiliare già redatto per scrittura privata - Effetti - Prelazione ex art. 2775 bis c.c. - Revocabilità - Fondamento

In presenza della prova della "scientia decoctionis", può essere revocato, ai sensi dell'art. 67, comma 2, l.fall., il contratto preliminare di compravendita immobiliare, stipulato con atto pubblico nei sei mesi anteriori alla dichiarazione di fallimento del promittente venditore, prima già redatto con scrittura privata, in quanto volto a costituire in favore del promissario acquirente un diritto di prelazione, sfruttando gli effetti dell'art. 2775 bis c.c., che non nasce da una fattispecie legale, in sé non suscettibile di revoca, ma consegue alla formazione di un atto negoziale, volto esclusivamente alla rinnovazione del primo contratto con le forme idonee alla trascrizione, senza che abbia rilievo il fatto che tale atto non riguardi crediti contestualmente creati, posto che la valutazione negativa dell'ordinamento nei confronti della violazione delle regole della "par condicio creditorum", resa manifesta nel disposto dell'art. 67, comma 1, l.fall. con riguardo alla costituzione negoziale di garanzie per crediti preesistenti anche non scaduti, vale "a fortiori" anche per gli atti costitutivi di diritti di prelazione che riguardino crediti già sorti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 luglio 2019, n.18181.




Efficacia probatoria delle buste paga rilasciate al lavoratore

Buste paga rilasciate al lavoratore - Efficacia probatoria - Condizioni - Facoltà di contestazione da parte del curatore - Sussiste

In tema di accertamento dello stato passivo, le buste paga rilasciate al lavoratore dal datore di lavoro ove munite, alternativamente, della firma, della sigla o del timbro di quest'ultimo, possono essere utilizzate come prova del credito oggetto di insinuazione, considerato che ai sensi dell'art. 3 della l. n. 4 del 1953 la loro consegna al lavoratore è obbligatoria, ferma restando la facoltà del curatore di contestarne le risultanze con altri mezzi di prova, ovvero con specifiche deduzioni e argomentazioni volte a dimostrarne l'inesattezza, la cui valutazione è rimessa al prudente apprezzamento del giudice. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 luglio 2019, n.18169.




Sovraindebitamento: la Cassazione ammette la dilazione ultrannuale del pagamento dei creditori privilegiati

Sovraindebitamento – Dilazione di pagamento ultrannuale dei creditori privilegiati o con diritto di prelazione – Ammissibilità – Valutazione di convenienza riservata ai creditori

Il principio in base al quale nel concordato preventivo è possibile proporre la dilazione del pagamento dei creditori privilegiati o con prelazione, equiparandoli, ai fini del voto, ai chirografari per la perdita derivante dalla dilazione e dunque per la parte del credito in tal modo non interamente soddisfatta, è applicabile agli accordi di composizione della crisi da sovraindebitamento.

E' dunque errato affermare che, nella procedura di accordo ex lege n. 3 del 2012, sia precluso al debitore proporre una dilazione di pagamento del creditore ipotecario al di là della fattispecie di continuità d'impresa e al di là del termine previsto dall’art. 186-bis legge fall..

Né la diversa conclusione può trovare ostacolo nel fatto che il piano del consumatore non prevede la possibilità del voto, atteso che l'asimmetria può essere colmata in via interpretativa nell'ambito delle regole che attengono a quel piano, regole che, per come formulate, non escludono la possibile rilevanza di libere e appropriate forme di manifestazione di volontà cui associare la tutela del creditore.

I piani del consumatore ove il pagamento avvenga con orizzonte temporale ultrannuale rilevante non sono senz’altro illegittimiti, in quanto tale aspetto deve ritenersi compreso nella valutazione di convenienza, notoriamente riservata ai creditori che hanno diritto di voto; sono difatti questi a dover valutare se una proposta di accordo implicante pagamenti dilazionati sia o meno conveniente a fronte delle possibili alternative di soddisfacimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 03 luglio 2019, n.17834.




Natura del provvedimento che autorizza il curatore all’abbandono di beni e ricorso per cassazione

Fallimento – Rinuncia alla acquisizione all’attivo di beni – Reclamo – Ricorso per cassazione avverso la decisione del tribunale – Natura – Inammissibilità

In generale deve escludersi il connotato della natura decisoria degli atti che sono espressione dei poteri ordinatori del tribunale e del giudice delegato, in quanto le decisioni del tribunale sulle corrispondenti tipologie di reclami attengono esclusivamente alla individuazione delle modalità ritenute più opportune per amministrare in modo appropriato e utile alla massa il patrimonio del fallito, atteso che di siffatta amministrazione il fallito è stato spogliato con la dichiarazione di fallimento.

I relativi provvedimenti non assumono dunque carattere decisorio, perché non è previsto un diritto del fallito di determinare le decisioni gestionali degli organi della procedura; e non possiedono neppure carattere definitivo, poiché la corrispondente scelta gestoria è sempre suscettibile di modificazione, salva l'eventuale maturazione medio tempore di incompatibili diritti di terzi.

Ne segue che al fallito compete solo la facoltà di ottenere, attraverso eventuali reclami, un riesame di merito delle scelte gestionali, oltre che naturalmente di formulare osservazioni e contestazioni in sede di rendiconto, in ipotesi di paventata lesione del diritto di vedere reintegrato il suo patrimonio a seguito della chiusura del fallimento.

Non è pertanto impugnabile per cassazione il provvedimento adottato dal tribunale a seguito di reclamo proposto avverso il decreto del giudice delegato di autorizzazione alla derelizione di un compendio aziendale, comprensivo di sito di discarica e connessi impianti. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 03 luglio 2019, n.17835.




Revocabilità del privilegio speciale del venditore ex art. 2762 cod. civ.

Privilegio speciale del venditore ex art. 2762 cod. civ. - Revocabilità - Esclusione - Fondamento

In tema di azione revocatoria fallimentare, l'espressione, adoperata dall'art. 67, comma 2, l.fall., secondo cui sono revocabili, fra l'altro, gli atti "costitutivi di un diritto di prelazione per debiti contestualmente creati", si riferisce al caso in cui il diritto di prelazione sorga come effetto giuridico di un atto negoziale diretto a crearlo e, quindi, esclusivamente come effetto di una dichiarazione di volontà delle parti e non per diretta volontà della legge. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 03 luglio 2019, n.17808.




Insinuazione del credito da saldo negativo di conto corrente: occorre produrre l’estratto conto analitico

Fallimento – Domanda di ammissione al passivo della banca – Saldo negativo – Produzione dell’estratto conto analitico – Necessità

In tema di ammissione al passivo fallimentare, nell’insinuare il credito da saldo negativo di conto corrente, la banca ha l’onere di dare conto dell’intera evoluzione del rapporto tramite il deposito degli estratti conto integrali, dovendosi rendere conto analitico e continuo dello svolgimento dell’intero rapporto di conto corrente, per sua natura caratterizzato dal concorrere tanto di poste attive, quanto di poste passive alla progressiva formazione del saldo del conto medesimo.

[Nel caso di specie era stato prodotto l’estratto posizione rischio autenticato ai sensi del D.Lgs. n. 385 del 193, ex art. 50, il quale, per sua natura, non possiede l’analiticità degli estratti conto trimestrali.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 01 luglio 2019, n.17640.




Credito del professionista per l'attività di presentazione dell'istanza di autofallimento

Credito del professionista - Attività svolta in vista della presentazione dell'istanza di autofallimento - Prededuzione ex art. 111, comma 2, l. fall. - Configurabilità - Fondamento

Il credito del professionista che abbia assistito il debitore nella preparazione della documentazione per la proposizione dell'istanza di fallimento in proprio - sebbene sia attività che può essere svolta personalmente dal debitore ma che lo stesso ha scelto, per ragioni di opportunità o di convenienza, di affidare ad un esperto di settore - costituisce un credito sorto in funzione della procedura fallimentare come tale, prededucibile ai sensi dell'art. 111, comma 2, l. fall., trattandosi di norma generale, applicabile a tutte le procedure concorsuali, come ormai definitivamente chiarito anche dall'abrogazione dell'art. 182 quater, comma 4, l. fall., ad opera del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 giugno 2019, n.17596.




Crediti prededucibili: decadenza ex art. 101 L.F. e compensi liquidati ex art. 25 l.fall.

Crediti prededucibili - Verifica dello stato passivo - Condizioni - Domanda tardiva - Termini di decadenza ex art. 101 l.fall. - Applicabilità

In tema di insinuazione al passivo i crediti prededucibili, sorti prima o dopo la dichiarazione di fallimento, salvo che non risultino contestati per collocazione ed ammontare ovvero siano sorti a seguito di provvedimenti di liquidazione dei compensi di cui all'art. 25 l.fall., devono essere accertati nelle forme della verifica dello stato passivo e sono soggetti ai termini di decadenza previsti per le domande tardive dall'art. 101, commi 1 e 4, l.fall., ben potendo l'epoca di maturazione del credito, tuttavia, assumere rilievo ai fini della non imputabilità del ritardo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 giugno 2019, n.17594.




Concordato preventivo: pagamenti e atti di straordinaria amministrazione non autorizzati comportano la revoca dell’ammissione

Concordato preventivo – Pagamenti e atti di straordinaria amministrazione – Difetto di autorizzazione del giudice delegato – Revoca dell’ammissione al concordato – Funzionalità dell’atto non autorizzato alla migliore soddisfazione dei creditori – Onere della prova

In tema di concordato preventivo, i pagamenti eseguiti dall'imprenditore ammesso alla procedura ovvero gli atti di straordinaria amministrazione di cui alla L. Fall., art. 167, compiuti in difetto di autorizzazione del giudice delegato, comportano, ai sensi della L. Fall., art. 173, comma 3, la revoca della suddetta ammissione, salvo che l'imprenditore ammesso alla procedura negoziale dimostri, nel conseguente giudizio di revoca L. Fall., ex art. 173, che tali atti (non assentiti giudizialmente) non siano pregiudizievoli per gli interessi dei creditori, essendo ispirati, al contrario, al criterio della migliore soddisfazione dei creditori, ovvero non siano diretti a frodare le ragioni di questi ultimi, così non pregiudicando le possibilità di adempimento della proposta formulata con la domanda di concordato. Tale dimostrazione probatoria potrà essere fornita positivamente tramite l'allegazione e la prova da parte del debitore ammesso alla procedura concorsuale di elementi fattuali per l'apprezzamento positivo dell'atto non autorizzato, accertamento quest'ultimo da compiersi ad opera del giudice di merito. (Giuseppe Caramia) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 21 giugno 2019, n.16808.




Atti e pagamenti non autorizzati nel concordato: è possibile dare la prova che non sono pregiudizievoli per gli interessi dei creditori

Concordato preventivo – Pagamenti e atti di straordinaria amministrazione in difetto di autorizzazione del giudice delegato – Revoca della procedura – Limiti – Prova che gli atti non sono pregiudizievoli per gli interessi dei creditori

In tema di Concordato preventivo, i pagamenti eseguiti dall'imprenditore ammesso alla procedura ovvero gli atti di straordinaria amministrazione di cui alla L. Fall., art. 167, compiuti in difetto di autorizzazione del giudice delegato, comportano, ai sensi della L. Fall., art. 173, comma 3, la revoca della suddetta ammissione, salvo che l'imprenditore ammesso alla procedura negoziale dimostri, nel conseguente giudizio di revoca L. Fall., ex art. 173, che tali atti (non assentiti giudizialmente) non siano pregiudizievoli per gli interessi dei creditori, essendo ispirati, al contrario, al criterio della migliore soddisfazione dei creditori, ovvero non siano diretti a frodare le ragioni di questi ultimi, così non pregiudicando le possibilità di adempimento della proposta formulata con la domanda di concordato.

Tale dimostrazione probatoria potrà essere fornita positivamente tramite l'allegazione e la prova da parte del debitore ammesso alla procedura concorsuale di elementi fattuali per l'apprezzamento positivo dell'atto non autorizzato, accertamento quest'ultimo da compiersi ad opera del giudice di merito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 21 giugno 2019, n.16808.




Atti e pagamenti non autorizzati nel concordato: è possibile dare la prova che non sono pregiudizievoli per gli interessi dei creditori

Concordato preventivo – Pagamenti e atti di straordinaria amministrazione in difetto di autorizzazione del giudice delegato – Revoca della procedura – Limiti – Prova che gli atti non sono pregiudizievoli per gli interessi dei creditori

In tema di Concordato preventivo, i pagamenti eseguiti dall'imprenditore ammesso alla procedura ovvero gli atti di straordinaria amministrazione di cui alla L. Fall., art. 167, compiuti in difetto di autorizzazione del giudice delegato, comportano, ai sensi della L. Fall., art. 173, comma 3, la revoca della suddetta ammissione, salvo che l'imprenditore ammesso alla procedura negoziale dimostri, nel conseguente giudizio di revoca L. Fall., ex art. 173, che tali atti (non assentiti giudizialmente) non siano pregiudizievoli per gli interessi dei creditori, essendo ispirati, al contrario, al criterio della migliore soddisfazione dei creditori, ovvero non siano diretti a frodare le ragioni di questi ultimi, così non pregiudicando le possibilità di adempimento della proposta formulata con la domanda di concordato.

Tale dimostrazione probatoria potrà essere fornita positivamente tramite l'allegazione e la prova da parte del debitore ammesso alla procedura concorsuale di elementi fattuali per l'apprezzamento positivo dell'atto non autorizzato, accertamento quest'ultimo da compiersi ad opera del giudice di merito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 21 giugno 2019, n.16808.




Trasformazione eterogenea di una società di capitali in comunione di azienda

Trasformazione eterogenea di società in comunione di azienda - Dichiarazione di fallimento - Ammissibilità - Termine annuale - Cancellazione dal registro delle imprese - Fondamento

La trasformazione eterogenea di una società di capitali in comunione di azienda, ai sensi dell'art. 2500 septies c.c., non preclude la dichiarazione del fallimento della medesima società entro un anno dalla sua cancellazione dal registro delle imprese, trattandosi pur sempre di un fenomeno successorio tra soggetti distinti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 giugno 2019, n.16511.




Mutuo stipulato per ‘contestualizzare’ un'ipoteca per debiti pregressi. Tra revocatoria e nullità

Contratto di Mutuo - Garantito da ipoteca - Riposizionamento delle scadenze di precedente esposizione non garantita - Nullità - Esclusione - Rimedio dell'azione revocatoria - Tentativo di recupero dell'impresa in crisi

Nel valutare le conseguenze dell’operazione mediante la quale l’imprenditore contrae con una banca un mutuo garantito da ipoteca che sortisce l’effetto di riposizionare le scadenze di una precedente esposizione non garantita nei confronti della medesima banca, appare opportuno tenere presente che:

- secondo Cass., Sez. Un. Civ., 25 ottobre 1993, n. 10603, non dà luogo a nullità del contratto l'intento di frodare i creditori (il cui diritto è altrimenti tutelato, come, ad es., con le azioni revocatorie);

- secondo Cass. civ, 26 settembre 2016, n. 19196, la disposizione dell'art. 216, comma 3, legge fall. non dà luogo alla nullità del contratto, ma costituisce il presupposto degli atti lesivi della par condicio creditorum.

Alla luce di tali principi, la fattispecie concreta in esame propone due ordini di peculiarità che potrebbero manifestarsi non privi di significato.

L'alterazione dei rapporti stabiliti dalla legge con gli altri creditori chirografari - che segue alla «contestualizzazione» dell'ipoteca per un debito pregresso - nell'operazione in discorso è realizzata per il tramite del riposizionamento delle scadenze del medesimo, per il mezzo cioè della concessione di un nuovo differimento dell'esigibilità della relativa prestazione. Si pone dunque il quesito se questo profilo dell'operazione risulti in sé stesso assorbito dal meccanismo rimediale dell'azione revocatoria (così come viene in sostanza a ritenere il provvedimento impugnato) o se non debba invece indagarsi, tenuto conto anche delle specifiche pattuizioni poste a servizio del riposizionamento, se nei fatti si tratti di un tentativo di recupero dell'impresa in crisi, che si manifesti plausibile, o per contro si risolva in artificiale mantenimento in vita di un'impresa ormai decotta o comunque sprovvista della possibilità di onorare il debito contratto (cfr. gli artt. 217, n. 4 e 218 legge fall.).

L'apprestamento di una simile operazione, d'altro canto, reca pure con sé - perché intesa a evitare che un'ipoteca introdotta a garanzia di un debito pregresso venga fatta oggetto di revoca - l'indicazione di un ulteriore atteggiamento della Banca, come inteso a spostare in là nel tempo il dies di decorrenza della revocatoria delle ipoteche contestuali. Con la conseguente proposizione di un ulteriore interrogativo circa il nesso tra la detta indicazione e il corpo dell'operazione: se cioè trattasi di un profilo facente sostanzialmente parte della struttura e della funzione della medesima o, per contro, di una semplice sua ricaduta accidentale, quando non propriamente occasionale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 14 giugno 2019, n.16081.




Riassunzione del giudizio interrotto dall'apertura del fallimento e decorrenza del termine per la parte che abbia fatto domanda di ammissione allo stato passivo

Interruzione di diritto del processo ex art. 43 l.fall. - Riassunzione del giudizio - Termine - Decorrenza - Dalla pendenza del procedimento concorsuale - Esclusione - Dalla conoscenza effettiva - Individuazione

In caso di interruzione del processo determinata, "ipso iure", dall'apertura del fallimento ai sensi dell'art. 43, comma 3, l.fall., il termine per la riassunzione del giudizio a carico della parte non colpita dall'evento interruttivo, la quale abbia preso parte al procedimento fallimentare presentando domanda di ammissione allo stato passivo, non decorre dalla legale conoscenza che abbia avuto della pendenza del procedimento concorsuale, ma dal momento in cui essa abbia avuto conoscenza effettiva del procedimento concorsuale, decorrente, in assenza di ulteriori elementi, dal momento in cui sia stata depositata o inviata la domanda di ammissione allo stato passivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 14 giugno 2019, n.15996.




Decorso delle prescrizioni presuntive dopo la dichiarazione di fallimento del debitore

Prescrizioni presuntive - Natura - Decorso dopo la dichiarazione di fallimento del debitore

Le prescrizioni presuntive di cui agli artt. 2954 ss. c.c. sono fenomeni di natura probatoria, sostanziandosi in presunzioni di “avvenuto pagamento”; non dà perciò luogo a prescrizione presuntiva la fattispecie in cui una frazione del tempo stabilito dalla norma di legge fondante la stessa sia decorsa dopo la dichiarazione di fallimento del debitore, pur se prima che il creditore abbia presentato domanda di insinuazione nel relativo passivo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 14 giugno 2019, n.16123.




Ammissione al passivo dei crediti tributari sulla base del ruolo senza la previa notificazione della cartella esattoriale

Credito tributario - Insinuazione del concessionario - Estratto del ruolo - Sufficienza - Copie su supporto analogico di un documento informatico - Efficacia probatoria - Condizioni - Fondamento

Il concessionario del servizio di riscossione dei tributi può domandare l'ammissione al passivo dei crediti tributari maturati nei confronti del fallito sulla base del ruolo, senza che occorra anche la previa notificazione della cartella esattoriale, ed anzi sulla base del solo estratto, in ragione del processo di informatizzazione dell'amministrazione finanziaria che, comportando la smaterializzazione del ruolo, rende indisponibile un documento cartaceo, imponendone la sostituzione con una stampa dei dati riguardanti la partita da riscuotere; ne consegue che, stante il disposto dell'art. 23 del d.lgs. n. 82 del 2005 (modificato dall'art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 235 del 2010), gli estratti del ruolo, consistenti in copie operate su supporto analogico di un documento informatico, formate nell'osservanza delle regole tecniche che presiedono alla trasmissione dei dati dall'ente creditore al concessionario, hanno piena efficacia probatoria ove il curatore non contesti la loro conformità all'originale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 giugno 2019, n.16112.




Fallimento e accertamento del passivo: anche il portatore di un titolo di credito che eserciti l'azione causale ha l'onere di produrre il titolo in originale

Titolo di credito - Domanda di ammissione al passivo - Azione causale del portatore - Deposito del titolo in originale - Necessità - Omesso deposito - Ammissione con riserva - Fondamento

In sede di domanda di ammissione al passivo fallimentare, anche il portatore di un titolo di credito che eserciti l'azione causale ha l'onere di produrre il titolo in originale ai sensi dell'art. 66 del r.d. n. 1669 del 1933 e dell'art. 58 del r.d. n. 1736 del 1933, e, in mancanza, il credito verso il traente fallito deve essere ammesso con riserva, essendo la produzione del titolo intesa ad evitare la possibilità di insinuazione da parte di altri creditori in via cambiaria, ovvero ad assicurare al debitore l'esercizio di eventuali azioni cambiarie di regresso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 giugno 2019, n.16109.




La presunzione di coincidenza della sede effettiva con la sede legale è superabile

Dichiarazione di fallimento - Competenza territoriale - Criterio - Sede effettiva - Nozione - Fattispecie

In tema di individuazione del tribunale competente a dichiarare il fallimento, ai sensi dell'art. 9, comma 1, l.fall., la presunzione "iuris tantum" di coincidenza della sede effettiva con la sede legale è superabile attraverso prove univoche che dimostrino che il centro direzionale dell'attività dell'impresa è altrove e che la sede legale ha carattere solo formale o fittizio, rilevando a tal fine, in particolare, la mancanza di una concreta struttura operativa presso la sede legale, sicché debba riconoscersi che detta sede sia solo un mero recapito. (Nella specie, la S.C. ha considerato decisiva l'ubicazione della sede legale presso lo studio di un commercialista e la circostanza che gli atti di gestione e le decisioni effettive per la vita dell'impresa erano assunti altrove). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 giugno 2019, n.16116.




Effetti della desistenza dalla istanza di fallimento in sede di reclamo

Sentenza dichiarativa di fallimento - Giudizio di reclamo - Desistenza dell'unico creditore istante - Conseguenze - Revoca del fallimento - Condizioni

In tema di revoca della sentenza di fallimento, qualora l'unico creditore istante desista dalla domanda, occorre distinguere la desistenza dovuta al pagamento del credito da quella non accompagnata dall'estinzione dell'obbligazione: in questo secondo caso la desistenza, quale atto di natura meramente processuale rivolto, al pari della domanda iniziale, al giudice, che ne deve tenere conto ai fini della decisione, è inidonea a determinare la revoca della sentenza di fallimento, ove prodotta soltanto in sede di reclamo, al contrario, la desistenza conseguente all'estinzione dell'obbligazione fa venir meno la legittimazione del creditore istante al momento della dichiarazione di fallimento se il pagamento risulti avvenuto in epoca antecedente a questa, con atto di data certa ai sensi dell'art. 2704 c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 giugno 2019, n.16122.




Istanza di autofallimento e onere della prova

Autofallimento - Onere della prova - Contenuto - Fattispecie

L'imprenditore che presenti istanza di autofallimento, oltre a provare lo stato di insolvenza, ha l'onere, ai sensi dell'art. 14 l.fall., di dimostrare la sussistenza di almeno uno dei requisiti dimensionali normativamente previsti, ai fini della fallibilità, dall'art. 1 l.fall., con riferimento all'arco temporale degli ultimi tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza della Corte di appello che aveva ritenuto la sussistenza dei presupposti del fallimento sulla base della situazione di squilibrio finanziario riferita ad un solo bilancio antecedente gli ultimi tre esercizi). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 giugno 2019, n.16117.




La disciplina della prededuzione trova applicazione anche nel concordato preventivo

Concordato preventivo - Prededuzione - Applicazione

La disciplina della prededuzione trova applicazione, generale e indistinta, a tutte le procedure concorsuali regolate dalla legge fallimentare e dunque pure al concordato, sebbene l'art. 111 l. fall. non sia espressamente richiamato all'interno del disposto dell'art. 169 l. fall. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 11 giugno 2019, n.15724.




Prededuzione e privilegio, caratteristiche e distinzione

Prededuzione – Natura – Distinzione dal privilegio

La prededuzione, definita in dottrina come diritto dei creditori della massa di essere soddisfatti nei limiti della capienza dell'attivo realizzato con precedenza assoluta rispetto ai creditori concorrenti e prima del riparto si differenzia radicalmente dal privilegio.

Il privilegio infatti è una prelazione accordata in considerazione della causa del credito, ex artt. 2741, comma 2, e 2745 cod, civ., e consiste in una qualità del credito che, in caso di concorso con altri creditori nell'esecuzione forzata, consente una soddisfazione prioritaria; !a prededuzione invece è un'operazione di prelevamento che si realizza tramite la separazione delle somme necessarie per la copertura delle spese della procedura dal ricavato dell'espropriazione forzata dei beni del debitore.

Dunque il primo, quale eccezione alla par condicio creditorum, riconosce una preferenza ad alcuni creditori e su certi beni, nasce fuori e prima del processo esecutivo, ha natura sostanziale e si trova in un rapporto di accessorietà con il credito garantito, poiché ne suppone l'esistenza e lo segue; la seconda, diversamente, attribuisce una precedenza rispetto a tutti i creditori sull'intero patrimonio del  debitore, ha natura procedurale perché nasce e si realizza in tale ambito e assiste il credito di massa finchè esiste la procedura concorsuale in cui lo stesso ha avuto origine, venendo meno con la sua cessazione.

E la diversità di piani su cui i due istituti operano è evidente ove si consideri che la prededuzione può aggiungersi alle cause legittime di prefazione nei rapporti interni alla categoria dei debiti di massa (potendosi ipotizzare l'esistenza di crediti prededucibili privilegiati o anche garantiti da ipoteca), quando vi sia insufficienza di attivo e sia necessario procedere a una gradazione pure nella soddisfazione dei creditori prededucibili.

La prededuzione attribuisce quindi una precedenza processuale, in ragione della strumentalità dell'attività da cui il credito consegue agli scopi della procedura, onde renderla più efficiente, precedenza che viene accordata al credito non sempre e comunque, ma all'interno dell'ambito processuale in cui lo stesso ha avuto origine e a condizione che in quell'ambito si rimanga. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 11 giugno 2019, n.15724.




Prededuzione e consecuzione di procedure: la Cassazione ribadisce caratteristiche ed effetti

Prededuzione – Natura – Effetti

Prededuzione – Consecuzione delle procedure – Caratteristiche – Elemento di congiunzione fra procedure distinte

Prededuzione – Compenso previsto del professionista attestatore – Presupposti – Carattere strumentale dell'attività svolta – Consecuzione delle procedure – Effetti

La prededuzione non attribuisce una causa di prelazione ma una precedenza processuale, in ragione della strumentalità dell'attività da cui il credito consegue agli scopi della procedura, onde renderla più efficiente.

La consecuzione è un fenomeno generalissimo consistente nel collegamento fra procedure concorsuali di qualsiasi tipo volte a regolare una coincidente situazione di dissesto dell'impresa, che trova nell'art. 69-bis l. fall. una sua particolare disciplina nel caso in cui esso si atteggi a consecuzione fra una o più procedure minori e un fallimento finale.
 
Il fenomeno della consecuzione funge da elemento di congiunzione fra procedure distinte e consente di traslare dall'una all'altra procedura la precedenza procedimentale in cui consiste la prededuzione, facendo sì che la stessa valga non solo nell'ambito in cui è maturata ma anche nell'altro che alla prima sia conseguito.

In merito al riconoscimento della natura prededucibile del compenso previsto per remunerare la prestazione del professionista incaricato di redigere la relazione di cui all'art. 161, comma 3, l. fall., l'intervenuta abrogazione del disposto dell'art. 182-quater, comma 4, l. fall. ad opera della l. 134/2012 non ha affatto voluto escludere la possibilità di riconoscere anche a questo credito la natura prededucibile, ma ha inteso più semplicemente ricondurre la disciplina di questa particolare fattispecie di credito ai principi generali previsti dall'ordinamento concorsuale.

Tale credito ben può dunque avere natura prededucibile ove sia riconosciuto, ai sensi dell'art. 111, comma 2, l. fall., il carattere strumentale dell'attività professionale svolta rispetto alla procedura concorsuale a cui si riferisce; il medesimo credito dovrà inoltre essere collocato in prededuzione anche nella procedura consecutiva, fallimento o altra procedura concorsuale minore che sia, nel caso in cui si accerti che le due procedure sono unite da un rapporto di consecuzione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 11 giugno 2019, n.15724.




Spese di insinuazione al passivo sostenute dall'agente della riscossione

Credito dell'agente della riscossione - Spese di insinuazione - Natura concorsuale - Fondamento - Conseguenze - Ammissione al passivo in chirografo

Le spese di insinuazione al passivo sostenute dall'agente della riscossione (cd. diritti di insinuazione) rappresentano i costi normativamente forfetizzati di una funzione pubblicistica e hanno natura concorsuale, essendo previste da una disposizione speciale equiordinata rispetto al principio legislativo di eguaglianza sostanziale e di pari accesso al concorso di tutti i creditori, di cui agli artt. 51 e 52 l.fall., sicché tali spese devono essere ammesse al passivo fallimentare in applicazione estensiva dell'art. 17 del d.lgs. n. 112 del 1999, che prevede la rimborsabilità delle spese relative alle procedure esecutive individuali, risultando altrimenti ingiustificato un trattamento differenziato delle due voci di spesa, fermo restando che il credito per le spese di insinuazione va riconosciuto in via chirografaria, non essendo relativo al tributo riscosso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 giugno 2019, n.15717.




Eccezione di prescrizione del credito tributario svolta dal curatore

Credito tributario - Eccezione di prescrizione sollevata dopo la notificazione della cartella e il sollecito di pagamento - Giurisdizione del giudice tributario - Sussistenza - Fondamento

L'eccezione di prescrizione del credito tributario, svolta dal curatore in sede di ammissione al passivo fallimentare, successivamente alla notificazione della cartella di pagamento, costituisce un fatto estintivo dell'obbligazione che, riguardando l'"an" e il "quantum" del tributo, rientra nella cognizione del giudice tributario, a nulla rilevando l'invio al contribuente di un successivo sollecito di pagamento, non trattandosi di un atto di esecuzione forzata, la cui cognizione è demandata al giudice ordinario, bensì di un atto assimilabile all'avviso di mora ex art. 50, comma 2, del d.P.R. n. 602 del 1973, impugnabile davanti alle commissioni tributarie. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 giugno 2019, n.15717.




Effetti della revocatoria ordinaria trascritta prima del fallimento dell'acquirente

Revocatoria ordinaria - Esercizio da parte del creditore dell'alienante - Trascrizione anteriore al fallimento - Procedibilità dopo la dichiarazione di fallimento dell'acquirente - Condizioni - Conseguenze

Il divieto di azioni esecutive individuali posto dall'art. 51 l.fall. non osta alla procedibilità dell'azione revocatoria ordinaria già promossa dal creditore dell'alienante, ove la domanda ex art. 2901 c.c. sia stata trascritta anteriormente alla dichiarazione di fallimento dell'acquirente perché altrimenti il creditore dell'alienante, pur trovandosi nella condizione di poter opporre l'azione proposta alla massa, ai sensi dell'art. 45 l.fall., resterebbe privo della garanzia patrimoniale ex art. 2740 c.c. e l'atto fraudolento gioverebbe ai creditori dell'acquirente fallito per il sol fatto che a questi si è sostituito il curatore; il vittorioso esperimento dell'azione revocatoria ordinaria, trascritta anteriormente alla data di fallimento dell'acquirente, non abilita, tuttavia, il creditore dell'alienante non fallito a promuovere l'esecuzione sui beni compravenduti ma lo colloca in posizione analoga a quella del titolare di un diritto di prelazione e gli consente di conseguire, in sede di ricavato della vendita del bene, la separazione della somma corrispondente al suo credito verso l'alienante, per esserne soddisfatto in via prioritaria. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 31 maggio 2019, n.14892.




Tra la domanda di concordato preventivo e l'istanza di fallimento ricorre un rapporto di continenza che impone la riunione

Concordato preventivo e istanza di fallimento - Rapporto di continenza - Omessa riunione dei procedimenti - Conseguenze - Dichiarazione di fallimento - Nullità - Esclusione - Condizioni

Tra la domanda di concordato preventivo e l'istanza di fallimento ricorre un rapporto di continenza, che impone la riunione dei relativi procedimenti ai sensi dell'art. 273 c.p.c.; tuttavia l'omessa riunione non determina alcuna nullità, né impedisce la dichiarazione di fallimento, quando il tribunale abbia già disposto la revoca dell'ammissione alla procedura concordataria, purchè il debitore abbia avuto formale conoscenza dell'iniziativa per la sua dichiarazione di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 maggio 2019, n.15094.




Amministrazione straordinaria (Alitalia) e requisiti per il riconoscimento al dirigente della indennità supplementare di cui all'accordo 27 aprile 1995

Alitalia – Dirigente – Indennità supplementare – Riconoscimento – Presupposti – Risoluzione del rapporto di lavoro – Stato di disoccupazione – Esclusione – Trasferimento diretto – Esclusione

L’unico requisito, per il godimento della indennità supplementare di cui all'accordo interconfederale del 27 aprile 1995, è rappresentato dalla risoluzione del rapporto di lavoro in essere da parte del datore di lavoro e non già dalla dimostrazione, da parte del lavoratore, dello stato di disoccupazione successivo al licenziamento. La norma contrattuale in esame prevede, infatti, la risoluzione da parte dell'amministrazione straordinaria del rapporto di lavoro a tempo indeterminato motivato da esigenze di ristrutturazione, riorganizzazione, riconversione ovvero crisi aziendale, come unica (e necessaria) condizione per l'erogazione della contestata indennità supplementare.

Sulla base del D.L. n. 347 del 2003, art. 5, comma 2 ter, le modalità di passaggio dei lavoratori impiegati dalla società in amministrazione straordinaria a quella subentrate prevedono: a) la cessione immediata del rapporto di lavoro dall'impresa cedente a quella subentrante; b) la cessione del rapporto di lavoro tra le due imprese, ma con effetto posticipato al termine di un periodo di collocamento in cassa integrazione dei dipendenti ceduti; c) il licenziamento dei lavoratori e l'assunzione di un obbligo di riassunzione (immediata o posticipata nel tempo) da parte della impresa cessionaria.

Ne consegue che, solo nelle prime due ipotesi sopra indicate, si può fondatamente ravvisare un trasferimento diretto del rapporto di lavoro preesistente alle dipendenze dell'impresa in amministrazione straordinaria (con tutte le conseguenze in ordine al mantenimento del trattamento normativo e contrattuale discendente dal precedente rapporto lavorativo), posto che, nella terza ipotesi sopra prospettata, interviene, comunque, un'interruzione del rapporto di lavoro con l'impresa in a.s. e l'instaurazione (se dimostrato) di un nuovo rapporto di lavoro con la cessionaria, che potrebbe, in ipotesi, realizzarsi anche a distanza di tempo dal recesso datoriale qui in considerazione, in conseguenza dell'obbligo di riassunzione assunto dall'impresa cessionaria.

Ne discende, come ulteriore conseguenza, che, nella terza ipotesi presa in esame, esiste realmente un concreto "rischio da disoccupazione" determinato dal licenziamento, rischio la cui ricorrenza legittima l'erogazione dell'indennità supplementare, in aggiunta agli altri emolumenti contrattuali e normativi discendenti dalla cessazione del rapporto di lavoro. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 31 maggio 2019, n..




Effetti del fallimento del soccombente in pendenza del giudizio di impugnazione

Fallimento del soccombente in pendenza del giudizio di impugnazione - Improcedibilità - Esclusione - Fondamento - Fattispecie

Nel caso in cui un soggetto, rimasto soccombente all'esito di un giudizio di condanna, sia dichiarato fallito nel corso del giudizio di impugnazione, l'azione proposta non è improcedibile, in quanto, a norma dell'art. 96 l fall., il creditore, sulla base della sentenza impugnata, può insinuarsi al passivo con riserva, mentre il curatore, dal suo canto, può proseguire il giudizio di impugnazione. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza con cui il giudice di secondo grado, in seguito al fallimento di una società condannata in primo grado al pagamento di una somma di denaro inferiore a quella richiesta dall'attore appellante, aveva dichiarato improcedibile il giudizio di appello.) (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 30 maggio 2019, n.14768.




La rinuncia al concordato non esclude la prededuzione per gli atti legalmente compiuti dall'imprenditore dopo la presentazione di una domanda di concordato in bianco

Concordato preventivo - Atti legalmente compiuti dall'imprenditore dopo la presentazione di una domanda di concordato in bianco -  Prededucibilità - Rinuncia al concordato - Consecuzione tra le procedure - Mancanza di discontinuità dell'insolvenza

I crediti di terzi, scaturenti da atti legalmente compiuti dall'imprenditore dopo la presentazione di una domanda di concordato in bianco, sono in astratto prededucibili, per espressa disposizione di legge, nel fallimento o nella liquidazione coatta amministrativa, anche ove vi sia stata rinuncia al concordato, poiché il requisito della consecuzione tra le procedure dipende dalla mancanza di discontinuità dell'insolvenza. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 29 maggio 2019, n.14713.




Atti legalmente compiuti ex art. 161, comma 7, L.F.: rileva la distinzione tra atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione

Concordato preventivo - Atti legalmente compiuti dall'imprenditore dopo la presentazione di una domanda di concordato - Distinzione tra atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione - Idoneità dell'atto a incidere negativamente sul patrimonio del debitore

La nozione di atti legalmente compiuti, di cui alla L. Fall., art. 161, comma 7, è legata innanzi tutto al significato della distinzione tra atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione, la quale va intesa secondo la L. Fall., art. 167; sicché resta incentrata sul requisito della idoneità dell'atto a incidere negativamente sul patrimonio del debitore, pregiudicandone la consistenza o compromettendone la capacità a soddisfare le ragioni dei creditori, perché in grado di determinarne la riduzione ovvero di gravarlo di vincoli e di pesi cui non corrisponde l'acquisizione di utilità reali prevalenti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 29 maggio 2019, n.14713.




Preconcordato: atti di gestione dell'impresa senza necessità di autorizzazione del tribunale

Concordato preventivo – Atti compiuti nella fase di preconcordato (c.d. “concordato in bianco” o “concordato con riserva”) – Atti di gestione dell'impresa – Atti consentiti – Criterio distintivo

Nella fase di preconcordato, ai sensi della L. Fall., art. 161, comma 7, è consentito al ricorrente di compiere atti di gestione dell'impresa, senza necessità di autorizzazione del tribunale, ai soli fini della conservazione dell'integrità e del valore del patrimonio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 29 maggio 2019, n.14713.




Preconcordato: atti di gestione dell'impresa, distinzione tra atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione e interesse della massa dei creditori

Concordato preventivo – Atti compiuti nella fase di preconcordato (c.d. “concordato in bianco” o “concordato con riserva”) – Carattere di ordinaria o di straordinaria amministrazione – Valutazione – Interesse della massa dei creditori

Anche dopo la presentazione di una domanda di concordato con riserva, la valutazione in ordine al carattere di ordinaria o di straordinaria amministrazione dell'atto deve essere compiuta con riferimento all'interesse della massa dei creditori, e non dell'imprenditore insolvente, essendo possibile che atti astrattamente qualificabili di ordinaria amministrazione se compiuti nel normale esercizio dell'impresa possano, invece, assumere un diverso connotato se compiuti nel contesto procedimentale attivato dalla domanda suddetta, laddove gli stessi finiscano con l'investire gli interessi del ceto creditorio mediante l'assunzione di ulteriori debiti o la sottrazione di beni alla disponibilità della massa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 29 maggio 2019, n.14713.




Prededuzione e atti consentiti nel preconcordato: la Cassazione, su sollecitazione del Procuratore generale, riepiloga i principi cardine con una serie di decisioni ‘gemelle’ (sentenze da 14713/19 a 14733/19)

Concordato preventivo – Atti legalmente compiuti dall'imprenditore dopo la presentazione di una domanda di concordato in bianco – Prededucibilità – Rinuncia al concordato – Consecuzione tra le procedure – Mancanza di discontinuità dell'insolvenza

Concordato preventivo – Atti compiuti nella fase di preconcordato (c.d. “concordato in bianco” o “concordato con riserva”) – Atti di gestione dell'impresa – Atti consentiti – Criterio distintivo

Concordato preventivo – Atti legalmente compiuti dall'imprenditore dopo la presentazione di una domanda di concordato – Distinzione tra atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione – Idoneità dell'atto a incidere negativamente sul patrimonio del debitore

Concordato preventivo – Atti compiuti nella fase di preconcordato (c.d. “concordato in bianco” o “concordato con riserva”) – Carattere di ordinaria o di straordinaria amministrazione – Valutazione – Interesse della massa dei creditori

Concordato preventivo – Atti compiuti nella fase di preconcordato (c.d. “concordato in bianco” o “concordato con riserva”) – Carattere di ordinaria o di straordinaria amministrazione – Valutazione – Onere di fornire informazioni sul tipo di proposta

I crediti di terzi, scaturenti da atti legalmente compiuti dall'imprenditore dopo la presentazione di una domanda di concordato in bianco, sono in astratto prededucibili, per espressa disposizione di legge, nel fallimento o nella liquidazione coatta amministrativa, anche ove vi sia stata rinuncia al concordato, poiché il requisito della consecuzione tra le procedure dipende dalla mancanza di discontinuità dell'insolvenza.

Nella fase di preconcordato, ai sensi della L. Fall., art. 161, comma 7, è consentito al ricorrente di compiere atti di gestione dell'impresa, senza necessità di autorizzazione del tribunale, ai soli fini della conservazione dell'integrità e del valore del patrimonio.

La nozione di atti legalmente compiuti, di cui alla L. Fall., art. 161, comma 7, è legata innanzi tutto al significato della distinzione tra atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione, la quale va intesa secondo la L. Fall., art. 167; sicché resta incentrata sul requisito della idoneità dell'atto a incidere negativamente sul patrimonio del debitore, pregiudicandone la consistenza o compromettendone la capacità a soddisfare le ragioni dei creditori, perché in grado di determinarne la riduzione ovvero di gravarlo di vincoli e di pesi cui non corrisponde l'acquisizione di utilità reali prevalenti.

Anche dopo la presentazione di una domanda di concordato con riserva, la valutazione in ordine al carattere di ordinaria o di straordinaria amministrazione dell'atto deve essere compiuta con riferimento all'interesse della massa dei creditori, e non dell'imprenditore insolvente, essendo possibile che atti astrattamente qualificabili di ordinaria amministrazione se compiuti nel normale esercizio dell'impresa possano, invece, assumere un diverso connotato se compiuti nel contesto procedimentale attivato dalla domanda suddetta, laddove gli stessi finiscano con l'investire gli interessi del ceto creditorio mediante l'assunzione di ulteriori debiti o la sottrazione di beni alla disponibilità della massa.

La necessità di valutare l'atto compiuti nella fase di preconcordato in coerenza con la situazione nella quale è posto in essere impone al debitore, che intenda presentare una domanda di concordato "con riserva", l'onere di fornire informazioni sul tipo di proposta (o anche sul contenuto del piano) idonee a discernere verso quale forma di concordato egli abbia inteso indirizzarsi, per modo da confrontare rispetto a essa la valutazione degli atti consentiti; sicchè in difetto l'atto, che si riveli idoneo a incidere negativamente sul patrimonio, deve essere considerato, ai fini dell'art. 161, comma 7, come di amministrazione straordinaria. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

(Conformi: Cass. civ., Sez. I, 29 maggio 2019, nn. 14713/19, 14714/19, 14715/19, 14716/19, 14717/19, 14718/19, 14719/19, 14720/19, 14721/19, 14722/19, 14723/19, 14724/19, 14725/19, 14726/19, 14727/19, 14728/19, 14729/19, 14730/19, 14731/19, 14732/19, 14733/19)
Cassazione civile, sez. I, 29 maggio 2019, n.14713.




E' ammissibile la compensazione del credito IVA chiesto a rimborso dal fallito con i debiti erariali sorti anteriormente alla dichiarazione di fallimento

Fallimento - Credito d'IVA - Compensazione con debiti erariali - Ammissibilità - Principio di neutralità - Violazione - Esclusione - Fondamento - Posizione IVA prefallimentare e postfallimentari - Diversità - Coincidenza della partita IVA - Irrilevanza - Ragioni - Redazione di due distinte dichiarazioni IVA - Necessità

In materia tributaria è ammissibile la compensazione, ex art. 56 della l. fall., del credito IVA chiesto a rimborso dal fallito con i debiti erariali, sorti anteriormente alla dichiarazione di fallimento, anche quando il controcredito del fallito divenga liquido od esigibile successivamente, non determinandosi violazione del principio di neutralità dell'imposta poiché la posizione IVA maturata in epoca precedente la dichiarazione di fallimento è differente da quella successiva, ponendosi la coincidenza della partita IVA per le operazioni prefallimentari e postfallimentari come circostanza meramente occasionale, che non muta l'autonomia giuridica delle operazioni facenti capo al fallito, di cui il curatore è avente causa e amministratore del patrimonio, e quelle riferibili alla massa dei creditori, nel cui interesse opera il curatore stesso, quale gestore del patrimonio altrui, con conseguente necessità di redazione, ai sensi dell'art. 74-bis del d.P.R. n. 633 del 1972, di due distinte dichiarazioni IVA, aventi ad oggetto le operazioni effettuate dal fallito anteriormente e successivamente al fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 29 maggio 2019, n.14620.




Individuazione del dies a quo per l'azione di risoluzione del concordato preventivo

Concordato preventivo - Risoluzione per inadempimento ex art. 186 l. fall. - Presupposti - Termine annuale di decadenza - Dies a quo - Anticipazione - Esclusione

In tema di concordato preventivo, pur dovendosi riconoscere, in capo ai creditori, il diritto di agire per la risoluzione nel caso in cui sia emersa l'impossibilità di soddisfarli nella misura proposta ed omologata, a prescindere dalla scadenza dei termini di adempimento delle obbligazioni concordatarie, non è consentito individuare un "dies a quo" del termine di decadenza della suddetta azione anticipato rispetto a quello previsto dall'art. 186, comma 3, l. fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 29 maggio 2019, n.14601.




Le posizioni IVA prefallimentare e postfallimentare sono diverse e la coincidenza della partita IVA è irrilevante

Fallimento - Credito d'IVA - Compensazione con debiti erariali - Ammissibilità - Principio di neutralità - Violazione - Esclusione - Fondamento - Posizione IVA prefallimentare e postfallimentari - Diversità - Coincidenza della partita IVA - Irrilevanza - Ragioni - Redazione di due distinte dichiarazioni IVA - Necessità

In materia tributaria è ammissibile la compensazione, ex art. 56 della l. fall., del credito IVA chiesto a rimborso dal fallito con i debiti erariali, sorti anteriormente alla dichiarazione di fallimento, anche quando il controcredito del fallito divenga liquido od esigibile successivamente, non determinandosi violazione del principio di neutralità dell'imposta poiché la posizione IVA maturata in epoca precedente la dichiarazione di fallimento è differente da quella successiva, ponendosi la coincidenza della partita IVA per le operazioni prefallimentari e postfallimentari come circostanza meramente occasionale, che non muta l'autonomia giuridica delle operazioni facenti capo al fallito, di cui il curatore è avente causa e amministratore del patrimonio, e quelle riferibili alla massa dei creditori, nel cui interesse opera il curatore stesso, quale gestore del patrimonio altrui, con conseguente necessità di redazione, ai sensi dell'art. 74-bis del d.P.R. n. 633 del 1972, di due distinte dichiarazioni IVA, aventi ad oggetto le operazioni effettuate dal fallito anteriormente e successivamente al fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 29 maggio 2019, n.14620.




Licenziamento illegittimo da parte del curatore e risarcimento del danno

Fallimento del datore di lavoro - Effetti sui rapporti di lavoro - Sospensione - Licenziamento intimato dal curatore - Dichiarazione di illegittimità - Conseguenze patrimoniali - Diritto del lavoratore all'ammissione al passivo - Sussistenza - Limiti

In caso di fallimento del datore di lavoro, ove non vi sia esercizio provvisorio di impresa, il rapporto di lavoro entra in una fase di sospensione, con conseguente venir meno dell'obbligo di corrispondere la retribuzione in difetto dell'esecuzione della prestazione lavorativa, sino a quando il curatore non decida la prosecuzione o lo scioglimento del rapporto ex art. 72 l.fall., "ratione temporis" applicabile, nell'esercizio di una facoltà comunque sottoposta al rispetto delle norme limitative dei licenziamenti individuali e collettivi; ne deriva che, qualora sia accertata la illegittimità del licenziamento intimato dal curatore, il lavoratore ha diritto all'ammissione al passivo fallimentare per il credito risarcitorio che ne consegue, corrispondente alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quella della reintegra. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 28 maggio 2019, n.14503.




Natura dei certificati di partecipazione ai fondi comuni di investimento

Fondi comuni di investimento - Certificati nominativi di partecipazione - Natura - Titoli di credito - Fondamento

I certificati nominativi di partecipazione ai fondi comuni di investimento, di cui all'art. 36, comma 5, d.lgs. n. 58 del 1998 posseggono la natura giuridica di titoli di credito, giacchè incorporano il diritto alla prestazione e possono circolare limitatamente ad uno dei soggetti partecipanti al fondo, come è confermato dalla norma citata che ne prevede espressamente il carattere nominativo o al portatore, secondo caratteristiche tipiche anche dei titoli di credito, proprio in relazione alla loro funzione di libera circolazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 maggio 2019, n.14325.




Liquidazione coatta amministrativa precedente all'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 e rito applicabile alla insinuazione tardiva di credito

Liquidazione coatta amministrativa precedente all'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 - Insinuazione tardiva di credito - Rito applicabile

All'istanza di insinuazione tardiva di un credito nel passivo di una liquidazione coatta amministrativa già pendente alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 si applica il rito ordinario di cognizione, sicché il procedimento deve concludersi non con decreto impugnabile con i mezzi e le forme di cui agli artt. 98 e 99 l. fall., ma, secondo la previgente disciplina, con sentenza appellabile e quindi ricorribile per cassazione nel termine di sessanta giorni, sancendo l'art. 150 del d.lgs. n. 5 del 2006 l'applicabilità del rito novellato esclusivamente alle procedure concorsuali apertesi successivamente a quella data. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 maggio 2019, n.14329.




Credito della associazione professionale escluso dallo stato passivo e legittimazione alla opposizione

Credito di un'associazione professionale escluso dallo stato passivo - Legittimazione del professionista associato a proporre opposizione in proprio - Esclusione - Fondamento

L'associazione professionale costituisce un centro di imputazione di situazioni giuridiche autonomo e distinto da quello del singolo associato, con la conseguenza che quest'ultimo non è legittimato a proporre in proprio l'opposizione allo stato passivo contro l'esclusione di un credito di cui è titolare l'associazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 maggio 2019, n.14321.




Chiusura del fallimento per insufficienza dell’attivo, cancellazione della società dal registro imprese e sorte di rapporti obbligatori e crediti non realizzati dal curatore fallimentare

Chiusura del fallimento per insufficienza dell’attivo - Cancellazione dal registro delle imprese - Estinzione della società e fenomeno di tipo successorio - Rapporti obbligatori e crediti non realizzati dal curatore fallimentare - Trasferimento in capo ai soci

Anche in conseguenza della obbligatoria cancellazione dal registro delle imprese, ai sensi della L. Fall., art. 118, n. 4, a seguito di chiusura del fallimento per insufficienza dell’attivo, si determina l’estinzione della società ed un fenomeno di tipo successorio, in forza del quale i rapporti obbligatori (ed i conseguenti crediti) facenti capo all’ente, ma che non siano stati realizzati dal curatore fallimentare, si trasferiscono ai soci in regime di contitolarità o comunione indivisa, salvo che il mancato espletamento del recupero giudiziale consenta di ritenere che la società vi abbia rinunciato, a favore di una più rapida conclusione del procedimento liquidatorio. Ove il credito litigioso pendente non sia stato portato, o dai soci o dagli amministratori o dai liquidatori, a conoscenza del curatore del fallimento, il quale non lo abbia perciò incluso tra le voci dell’attivo da realizzare, si deve legittimamente ritenere che esso ab origine sia stato tacitamente rinunciato dalla società e quindi non possa formare oggetto di recupero giudiziale in forza della legittimazione successoria dei soci a seguito della estinzione della società fallita. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 22 maggio 2019, n.13921.




Il creditore rimasto estraneo all’accordo di ristrutturazione dei debiti può chiedere il fallimento

Accordo di ristrutturazione dei debiti - Domanda di fallimento del creditore rimasto estraneo - Ammissibilità

Nulla osta alla procedibilità di una domanda di fallimento presentata, dopo l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti, da un creditore che ad esso sia rimasto estraneo. Diversamente opinando, si finirebbe infatti per privare quest’ultimo - che a quell’accordo ha legittimamente scelto di non aderire - di una fondamentale forma di tutela del proprio credito, da coordinare con gli interessi degli altri creditori aderenti all’accordo, in funzione della garanzia patrimoniale del debitore ex art. 2740 c.c. e del correlato principio della par conditio creditorum di cui all’art. 2741 c.c.. Inoltre, si consentirebbe una compressione dei suoi diritti tanto più inammissibile in quanto l’istituto degli accordi L. Fall., ex art. 182 bis fa perno proprio sul presupposto della loro idoneità ad assicurare l’integrale pagamento dei creditori estranei (fatte salve la dilazione di cui al comma 1 della norma citata e la possibilità della deroga agli artt. 1372 e 1411 c.c. prevista dalla L. Fall., art. 182-septies, cui fanno eco i più ampi "Accordi di ristrutturazione ad efficacia estesa" introdotti dall’art. 61 CCI), i quali perciò si pongono, rispetto all’accordo, in posizione analoga ai creditori non vincolati dagli effetti obbligatori del concordato omologato L. Fall., ex art. 184. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 22 maggio 2019, n.13850.




Prescrizione dell'azione revocatoria nell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi

Azione revocatoria fallimentare - Prescrizione - Art. 2935 c.c. - Decorrenza - Delimitazione del periodo sospetto - Esclusione

In tema di prescrizione dell'azione revocatoria nell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, disciplinata dal d.lgs. n. 270 del 1999, la regola secondo cui la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, ai sensi dell'art. 2935 c.c., si riferisce al termine fissato per l'esercizio della detta azione, non anche alla delimitazione del periodo sospetto, di cui all'art. 67 l.fall., e alla conseguente identificazione degli atti revocabili al suo interno, per i quali, nell'ipotesi di consecuzione di procedure concorsuali, il computo a ritroso di tale periodo decorre dalla data di ammissione alla prima procedura. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 22 maggio 2019, n.13838.




Se il contratto di leasing si è risolto per inadempimento dell’utilizzatore prima del suo fallimento si applica l'art. 1526 c.c.

Leasing – Fallimento – Risoluzione del contratto ante fallimento – Applicazione dell’art. 72quater l.f. – Esclusione

Se il contratto di leasing si è risolto, per inadempimento dell’utilizzatore, prima del suo fallimento, si applica l'art. 1526 c.c. invece che l’art. 72-quater l.fall., poiché questa norma, avente carattere eccezionale, presuppone lo scioglimento del contratto per  volontà del curatore e quale conseguenza del fallimento.

La necessità di un'esegesi restrittiva della norma fallimentare, dunque, non consente di ritenere superata la distinzione tra leasing finanziario e leasing traslativo, con le differenti conseguenze che da essa derivano nel caso di risoluzione del contratto per inadempimento. (Pietro Gobio Casali) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 17 maggio 2019, n.10733.




Pagamento del fideiussore sottratto all'inefficacia e alla revocatoria

Fallimento del titolare di conto corrente bancario con scoperto garantito da fideiussione - Accreditamento di somme sul conto, da parte del fideiussore, con riduzione dello scoperto - Insussistenza di debiti del fideiussore verso il fallito - Presunzione di adempimento del debito fideiussorio da parte del fideiussore - Inefficacia dell'accreditamento ex art. 44 l.fall. o revocabilità ex art. 67 l.fall. - Esclusione - Fondamento - Fattispecie

Il principio di autonomia contrattuale consente al fideiussore di uno scoperto di conto corrente bancario di poter estinguere il proprio debito fideiussorio, oltre che in modo diretto (ossia mediante versamento alla banca personalmente), altresì in modo indiretto (cioè mediante accreditamento della somma sul conto del garantito, perché la banca se ne giovi), di modo che, quando un terzo versi sul conto corrente del debitore, e dopo il fallimento di costui, una somma a riduzione dello scoperto del conto stesso per il quale egli aveva prestato fideiussione, e non risulti la sussistenza di debiti verso il fallito da parte del terzo, deve ritenersi che questi abbia adempiuto il proprio debito fideiussorio, restando pertanto il relativo accreditamento sottratto alla dichiarazione di inefficacia di cui all'art. 44 l.fall. ovvero all'azione revocatoria di cui all'art. 67 l.fall. (Principio affermato con riferimento al versamento diretto sul conto corrente del fallito effettuato, ex art. 1180 c.c., dal genitore del fideiussore del rapporto bancario, ad estinzione del debito fideiussorio del figlio verso la banca, soggetto diverso dal fallito). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 17 maggio 2019, n.13458.




Destinazione in favore di taluni creditori sociali dei beni personali dei soci illimitatamente responsabili

Società - Attivo concordatario - Apporto di beni personali dei soci illimitatamente responsabili - Neutralità rispetto all'attivo - Esclusione - Conseguenze

In tema di concordato preventivo, i beni personali dei soci illimitatamente responsabili (nella specie, di una s.a.s.) non entrano automaticamente nell'attivo concordatario; tuttavia, qualora i detti soci apportino i loro beni personali, questi non possono più essere considerati in modo neutrale rispetto all'attivo patrimoniale, specie ove provengano dalla liquidazione di beni sui quali grava un vincolo in favore di taluni creditori sociali, sicché il ricavato della loro liquidazione deve essere destinato al soddisfacimento dei creditori prelatizi, secondo il giudizio comparativo richiesto dall'art. 160, comma 2, l. fall.  (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 17 maggio 2019, n.13391.




Il versamento del fideiussore sul conto corrente del debitore non è inefficace ex art. 44 L.F.

Fallimento del titolare di conto corrente bancario con scoperto garantito da fideiussione - Accreditamento di somme sul conto, da parte del fideiussore, con riduzione dello scoperto - Insussistenza di debiti del fideiussore verso il fallito - Presunzione di adempimento del debito fideiussorio da parte del fideiussore - Inefficacia dell'accreditamento ex art. 44 l.fall. o revocabilità ex art. 67 l.fall. - Esclusione - Fondamento - Fattispecie

Il principio di autonomia contrattuale consente al fideiussore di uno scoperto di conto corrente bancario di poter estinguere il proprio debito fideiussorio, oltre che in modo diretto (ossia mediante versamento alla banca personalmente), altresì in modo indiretto (cioè mediante accreditamento della somma sul conto del garantito, perché la banca se ne giovi), di modo che, quando un terzo versi sul conto corrente del debitore, e dopo il fallimento di costui, una somma a riduzione dello scoperto del conto stesso per il quale egli aveva prestato fideiussione, e non risulti la sussistenza di debiti verso il fallito da parte del terzo, deve ritenersi che questi abbia adempiuto il proprio debito fideiussorio, restando pertanto il relativo accreditamento sottratto alla dichiarazione di inefficacia di cui all'art. 44 l.fall. ovvero all'azione revocatoria di cui all'art. 67 l.fall. (Principio affermato con riferimento al versamento diretto sul conto corrente del fallito effettuato, ex art. 1180 c.c., dal genitore del fideiussore del rapporto bancario, ad estinzione del debito fideiussorio del figlio verso la banca, soggetto diverso dal fallito). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 17 maggio 2019, n.13458.





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