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ISSN 2282-1317  

  

     Rivista trimestrale di diritto delle procedure di risanamento dell'impresa e del fallimento

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Il mutuo fondiario concesso per importi superiori al limite dell’80% del valore dell’immobile non è nullo

Mutuo fondiario – Superamento del limite di finanziabilità – Conseguenze – Nullità – Esclusione – Riqualificazione

Attestazione cumulativa di conformità dei documenti prodotti – Conseguenze – Irrilevanza

L’art. 38 del T.U. Bancario non mira a creare una sorta di patrimonio di scopo, costituito dal bene ipotecato, finalizzato alla soddisfazione del creditore ipotecario con esclusione, in deroga al principio fissato dall’art. 2740 c.c., di qualsiasi altro bene del debitore bensì semplicemente a dare la nozione del credito fondiario. Pertanto in caso di mutuo fondiario concesso per importi superiori al limite dell’80% del valore dell’immobile, non solo non si è in presenza di una nullità testuale, in quanto quel limite non è riconducibile alla previsione dell’art. 117, ultimo comma, del T.U.B., ma neppure è ipotizzabile una nullità per violazione di norma imperativa con conseguente onere della banca di formulare un’istanza di conversione, dovendosi piuttosto procedere ad una qualificazione di tale contratto in termini di mutuo ordinario per assenza di uno dei requisiti legali del mutuo fondiario, con conseguente inapplicabilità dei privilegi processuali previsti per il mutuo fondiario rispettoso del limite di finanziabilità dettato dalla Banca d’Italia.

L’attestazione cumulativa della conformità degli atti depositati agli originali, prevista dall’art. 16 decies del D.L. n. 179/2012, costituisce una mera irregolarità che, al pari della stessa mancanza di attestazione, non esclude l’utilizzabilità dei documenti prodotti ai fini della decisione in assenza di disconoscimento della conformità degli atti agli originali (cfr. Cass., sez. I, 12/06/2020 n. 11383 con riferimento alla sentenza impugnata). (Stefano Vitale) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 20 ottobre 2020.




Il mutuo fondiario concesso per importi superiori al limite dell’80% del valore dell’immobile non è nullo

Mutuo fondiario – Superamento del limite di finanziabilità – Conseguenze – Nullità – Esclusione – Riqualificazione

Attestazione cumulativa di conformità dei documenti prodotti – Conseguenze – Irrilevanza

L’art. 38 del T.U. Bancario non mira a creare una sorta di patrimonio di scopo, costituito dal bene ipotecato, finalizzato alla soddisfazione del creditore ipotecario con esclusione, in deroga al principio fissato dall’art. 2740 c.c., di qualsiasi altro bene del debitore bensì semplicemente a dare la nozione del credito fondiario. Pertanto in caso di mutuo fondiario concesso per importi superiori al limite dell’80% del valore dell’immobile, non solo non si è in presenza di una nullità testuale, in quanto quel limite non è riconducibile alla previsione dell’art. 117, ultimo comma, del T.U.B., ma neppure è ipotizzabile una nullità per violazione di norma imperativa con conseguente onere della banca di formulare un’istanza di conversione, dovendosi piuttosto procedere ad una qualificazione di tale contratto in termini di mutuo ordinario per assenza di uno dei requisiti legali del mutuo fondiario, con conseguente inapplicabilità dei privilegi processuali previsti per il mutuo fondiario rispettoso del limite di finanziabilità dettato dalla Banca d’Italia.

L’attestazione cumulativa della conformità degli atti depositati agli originali, prevista dall’art. 16 decies del D.L. n. 179/2012, costituisce una mera irregolarità che, al pari della stessa mancanza di attestazione, non esclude l’utilizzabilità dei documenti prodotti ai fini della decisione in assenza di disconoscimento della conformità degli atti agli originali (cfr. Cass., sez. I, 12/06/2020 n. 11383 con riferimento alla sentenza impugnata). (Stefano Vitale) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 20 ottobre 2020.




Natura giuridica del comunicato stampa di Intesa San Paolo a favore dei correntisti delle ex popolari venete

Comunicato stampa di Intesa San Paolo a favore dei correntisti delle ex popolari venete - Sua idoneità ad integrare una offerta al pubblico ex art. 1336 c.c. - Esclusione

Il comunicato stampa con il quale, a seguito della messa in liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.a. e Veneto Banca S.p.a. e della contestuale acquisizione di tali istituti da parte di Intesa San Paolo, quest’ultima abbia dichiarato di aver stanziato un plafond di € 100.000.000, in favore dei soggetti, ex correntisti delle ex popolari venete che avessero perduto parte dei loro risparmi a seguito di investimenti in azioni dei due istituti di credito e che avessero proseguito il rapporto con la banca, cessionaria d’azienda non integra una offerta al pubblico e non è idonea pertanto a vincolare l’offerente nei confronti dei soggetti che l’abbiano accettata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 17 settembre 2020.




Cessione di crediti in blocco: ammissibile la prova della cessione mediante testimonianze o presunzioni

Contratto di cessione di crediti in blocco – Dimostrazione della sua esistenza mediante testimonianze o presunzioni – Ammissibilità

Poiché secondo la giurisprudenza di legittimità “Il contratto di cessione di crediti in blocco non risulta soggetto a forme sacramentali o comunque particolari al fine specifico della sua validità” (Cass. 28/2/2020 n. 5617), la prova della cessione può essere fornita con ogni mezzo e quindi anche mediante testimonianze o presunzioni. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 14 novembre 2020.




Domanda di concordato preventivo in violazione dell’art.163 bis L.F.

Domanda di accesso alla procedura di concordato preventivo – Stipulazione prima del suo deposito di atti aventi finalità di aggirare l’art.163 bis L.F. e di limitare e condizionare la procedura competitiva – Violazione dell’art.163 bis L.F – Sussistenza – Inammissibilità della domanda di concordato preventivo – Dichiarazione di fallimento

Non è fattibile il piano di concordato preventivo che violi l’art.163 bis L.F. e, più in generale, il principio di ordine pubblico economico della necessaria collocazione mediante procedimento competitivo dei beni aziendali. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Lucca 05 gennaio 2021.




Azione revocatoria dell’atto di scissione, competenza e rapporto con i rimedi di tutela preventiva e successiva previsti dagli artt. 2504 quater, 2503 e 2506 quater c.c.

Tribunale fallimentare – Competenza ratione materiae – Azione revocatoria dell’atto di scissione – Azione derivante dal fallimento  – Sussistenza

Società di capitali – Scissione – Natura giuridica – Azione revocatoria della scissione – Ammissibilità

Società di capitali – Scissione – Rapporto tra azione revocatoria ordinaria e rimedi di cui agli artt. 2503, 2504 quater, comma 2, e 2506 quater, ultimo comma, c.c. – Complementarità

Società di capitali – Scissione – Rapporto tra opposizione dei creditori e revocatoria ordinaria-fallimentare

Società di capitali – Scissione – Rapporto tra risarcimento del danno di cui all’art. 2504 quater c.c. e revocatoria ordinaria-fallimentare

Società di capitali – Scissione – Rapporto tra responsabilità solidale ex art. 2506 quater, ultimo comma, c.c. e revocatoria ordinaria-fallimentare

L’azione revocatoria dell’atto di scissione societaria è soggetta alla competenza del Tribunale fallimentare e non già a quella della Sezione specializzata in materia di impresa, potendo essere inquadrata tra le “azioni che derivano dal fallimento” nel cui novero rientrano tutte le azioni che originano dalla dichiarazione di fallimento o che, in conseguenza dell’apertura di una procedura concorsuale, subiscono un mutamento strutturale, per le quali sussiste la necessità di realizzare l’unità di esecuzione sul patrimonio del fallito e la concentrazione dinanzi ad un medesimo tribunale, restando escluse solo le azioni che erano nel patrimonio dell’imprenditore prima della dichiarazione giudiziale di insolvenza.

Sussiste un rapporto di specialità reciproca tra l’art. 66 R.D. 276/1942 e l’art. 3 comma 2 lett. a del D.Lgs. 168/2003, che individuano due fori concorrenti. Nello specifico, la prima disposizione è norma speciale nella parte in cui ha riguardo esclusivamente alle azioni revocatorie, generale nella parte in cui prevede l’impugnativa di tutti gli atti di disposizione. La seconda, nel prevedere la competenza del tribunale delle imprese, è una disposizione speciale nella parte in cui ha riguardo ai rapporti societari, generale nella parte in cui ha riguardo a tutte le controversie inerenti agli stessi rapporti societari. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)

La scissione è un’operazione di riorganizzazione della struttura societaria ed è una fattispecie a formazione progressiva nel cui ambito concorrono due negozi giuridici autonomi e collegati: il primo, riferibile ai soci, realizza una modifica del contratto di società e ha valenza endosocietaria; il secondo, che è propriamente un atto di gestione, opera sul piano patrimoniale ed ha, perciò, anche una valenza esterna.

È ammissibile l’azione revocatoria ex art. 2901 c.c. dell’atto di assegnazione patrimoniale prodotto per effetto della scissione. L’actio pauliana, infatti, non mira a ricostituire l’assetto societario preesistente bensì ad ottenere la declaratoria di inefficacia relativa dell’atto impugnato, di cui presuppone la validità.

L’art. 2504 quater c.c., nel sancire l’inammissibilità di tutti i rimedi volti ad invalidare l’operazione di scissione una volta eseguite le iscrizioni nel registro delle imprese, esprime una regola eccezionale che non può essere analogicamente estesa alla categoria dell’inefficacia e, perciò, non preclude la revocabilità della scissione societaria (rectius: degli effetti patrimoniali scaturenti dall'atto di scissione). Ciò in quanto, mediante tale azione, non si mira a ricostituire l'assetto societario preesistente all'atto di scissione ma ad ottenere la reintegrazione della garanzia patrimoniale del debitore inciso da tale operazione tramite la declaratoria di inefficacia dei “trasferimenti” patrimoniali scaturiti dalla stessa (richiama Trib. Pescara 4.5.2017 e Cass. civ. 31654/19). (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)

L’azione revocatoria in ambito fallimentare ha una funzione riparatoria-sanzionatoria oltre che di reintegra, ed offre una tutela complementare rispetto ai rimedi di tutela, preventiva e successiva, previsti dagli artt. 2504 quater, 2503 e 2506 quater, ultimo comma, c.c. i quali hanno unicamente la funzione di prevenire un pregiudizio e reintegrare delle loro ragioni economiche i creditori. La funzione precipua del rimedio revocatorio, destinato ad operare ogni qual volta le operazioni di circolazione dei beni si sostanzino nel compimento di atti pregiudizievoli, giustifica la compressione del principio della certezza dei traffici. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)

L’opposizione dei creditori ex art. 2503 c.c. è uno strumento di controllo di legittimità, formale e sostanziale, della decisione degli amministratori di attuare l’operazione di scissione in ragione del potenziale pregiudizio che può derivare alle loro ragioni economiche. Non rientra tra le finalità dell’istituto la funzione di prevenire il compimento di un’operazione illecita di distrazione di elementi attivi del patrimonio della società scissa in favore della società beneficiaria, poiché ciò implicherebbe che il legislatore ammette, tramite la scissione, il compimento di atti illeciti in danno dei creditori con conseguente pregiudizio per la legalità e certezza dei traffici giuridici. Mentre la revocatoria ordinaria fallimentare rende inefficace l’operazione ex post, potendo mirare al solo atto di assegnazione patrimoniale, senza intaccare la nuova organizzazione societaria; sanziona e neutralizza gli effetti di atti illeciti; tutela anche i creditori posteriori. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)

La revocatoria (sia essa fallimentare o ordinaria) riguarda un pregiudizio diverso da quello dell'art. 2504 quater cod. civ., che prevede il rimedio risarcitorio per coloro che hanno subito un danno diretto ed immediato a seguito della scissione. Il "danno revocatorio” e il danno ex art. 2504-quater cod. civ. non sono concetti omogenei, in quanto definiscono entità sostanzialmente diverse: il primo (indiretto) deriva dalla lesione della garanzia patrimoniale, il secondo deriva dalla lesione diretta del patrimonio del creditore” (richiama Trib. Palermo, sent. 25 maggio 2012). Inoltre, la revocatoria ordinaria-fallimentare di cui agli artt. 66 R.D. 267/42, 2901 c.c. ha una funzione di tipo riparatorio-sanzionatorio rappresentando una sanzione civile indiretta rispetto a un atto che presenta i connotati del fatto illecito. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)

L’art. 2506 quater, comma 3, c.c. nel prevedere un regime di responsabilità sussidiaria della scissa per i debiti della beneficiaria nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto assegnato, offre una tutela più limitata rispetto a quella offerta dal rimedio revocatorio, di cui possono avvantaggiarsi i soli creditori anteriori all’operazione di scissione, che hanno diritto di agire esecutivamente sui beni solo dopo la preventiva escussione o richiesta negativa nei confronti della società scissa. I suddetti limiti, come noto, non operano nella revocatoria ordinaria-fallimentare, che è esercitabile a beneficio di tutti i creditori concorrenti nel fallimento, sia anteriori sia successivi all’atto impugnato.

Talvolta, infatti, il legislatore ha ampliato l’ambito di responsabilità della “società beneficiaria della scissione” ammettendo, quindi, la complementarietà rispetto ai rimedi previsti dagli artt. 2506 e ss. c.c. di altri rimedi aventi una funzione riparatoria e sanzionatoria, tra cui: la revocatoria di cui agli artt. 66 R.D. 267/42, 2901 c.c.; l’art. 15 co. 2 D.Lgs. 472/97, che prevede la responsabilità illimitata delle società beneficiarie per il pagamento delle sanzioni amministrative irrogate nei confronti della scissa in conseguenza di violazioni tributarie commesse dalla stessa in epoca anteriore alla efficacia della scissione; l’art. 30 co. 2 D.lgs. 231/01, che sancisce la responsabilità illimitata della beneficiaria per le sanzioni comminate alla scissa a fronte di illeciti commessi dai suoi esponenti nel caso in cui la beneficiaria medesima sia assegnataria del ramo di attività nell'ambito del quale è stato commesso il reato presupposto. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 16 novembre 2020.




Legittimazione attiva al ricorso monitorio e prova della cessione di crediti in blocco

Cessione di crediti in blocco – Ricorso per decreto ingiuntivo – Legittimazione attiva e passiva

A seguito di ricorso monitorio proposto da un soggetto qualificatosi come mandatario del creditore, il decreto ingiuntivo va emesso nei confronti del primo e non del secondo e in caso contrario, qualora venga proposta opposizione fondata sulla discrepanza tra soggetto ricorrente e soggetto beneficiario del provvedimento, va revocato in quanto emesso nei confronti di un soggetto non legittimato attivamente. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 14 novembre 2020.




Credito al consumo e sottoscrizione del contratto di finanziamento in qualità di coobbligato

Credito al consumo e contratto di finanziamento – Sottoscrizione del contratto in qualità di ‘coobbligato’ con l’obbligato principale – Inefficacia della relativa obbligazione in quanto non riferibile al soggetto finanziato – Nullità per difetto di causa – Inidoneità della dichiarazione di ‘coobbligazione’ a generare un’obbligazione fideiussoria

La sottoscrizione in qualità di coobbligato di un contratto avente ad oggetto il finanziamento richiesto da un altro soggetto (obbligato principale e beneficiario) non produce alcun effetto. Il ‘coobbligato’ come tale non è in alcun modo vincolato verso il creditore, perché il contratto di finanziamento è nullo per difetto di causa nella parte che lo riguarda.

L’apparente impegno contrattuale del coobbligato non vale in sé neppure quale obbligazione fideiussoria, perché la volontà di costituirsi fideiussori dev’essere inequivocabile e non può fondarsi su una dichiarazione a contenuto generico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Treviso 17 dicembre 2020.




Obbligo dell’intermediario di comunicare circostanze essenziali per compiere scelte di investimento

Intermediazione finanziaria – Obbligo dell’intermediario di comunicare circostanze relative all’andamento dei titoli – Fatti essenziali per compiere scelte di investimento – Offerta pubblica di acquisto

Il fatto che l’obbligo di comunicare le circostanze relative all’andamento dei titoli sussista solo per i contratti di consulenza, non significa che l’intermediario non sia tenuto ad informare l’investitore in ordine a determinate circostanze che, pur essendo essenziali per compiere scelte di investimento, non vengono comunicate all’investitore, come quella di un’offerta pubblica di acquisto che preveda addirittura l’azzeramento del capitale in caso di mancata adesione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Milano 09 novembre 2020.




Non è applicabile l’art. 46 l.f. al concordato preventivo. Anche i beni del fondo patrimoniale servono a garantire i creditori

Concordato preventivo “con riserva” – Atti di straordinaria amministrazione – Applicabilità della limitazione sin dal deposito della domanda “in bianco”

Concordato preventivo "con riserva" – Vendita tra coniugi di beni appartenenti a fondo patrimoniale – Fondo patrimoniale – Inapplicabilità dell’art. 46 l.f.

L’art. 161, comma 7, l.f. rappresenta un limite per il debitore al compimento di atti di straordinaria amministrazione già dopo il deposito del ricorso.

Per l’operatività dell’art. 161, comma 7, R.D. 267/1942 non è necessaria l’avvenuta ammissione “alla procedura preconcordataria”.

L’art. 46 l.f. non è applicabile in caso di concordato preventivo essendo questo un accordo fatto dall’imprenditore in stato di crisi con i suoi creditori e che non comporta per il debitore stesso, a differenza del fallimento, la perdita del possesso dei suoi beni.

I beni costituiti in fondo patrimoniale fanno parte del patrimonio che il debitore è tenuto, secondo l’art. 161, comma VII, l.f. a preservare al fine di evitare il depauperamento e la dispersione dell’attivo con cui il debitore può assicurare il soddisfacimento dei creditori secondo il piano concordatario. (Alberto Poli) (riproduzione riservata)
Appello Milano 17 novembre 2020.




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