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  Diritto Penale dell'Impresa

ISSN 2282-1317

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     Rivista trimestrale di diritto penale dell'economia

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Decisioni di Legittimità


Il dovere del pubblico ufficiale di riferire i fatti costituenti reato non lo esime dalla responsabilità civile per diffamazione

Diffamazione, ingiurie ed offese - Dovere del pubblico ufficiale di riferire fatti di reato - Conseguente responsabilità per diffamazione - Esclusione - Limiti

Il dovere del pubblico ufficiale di riferire i fatti costituenti reato non lo esime dalla responsabilità civile per diffamazione qualora, con lettere dirette a varie autorità, riferisca fatti generici e non accertati, senza indicazione di fonti di prova, ed esprima giudizi offensivi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III 15 gennaio 2020.




Intercettazioni telefoniche, noleggio di apparecchiature alla Procura e interessi di mora

Intercettazioni telefoniche - Noleggio ad una Procura della Repubblica - Liquidazione degli interessi - Applicazione della disciplina di cui al d.lgs. n. 231 del 2002 - Esclusione - Ragioni

In materia di spese di giustizia, il noleggio ad una procura della Repubblica di apparecchiature destinate ad intercettazioni telefoniche non è una transazione commerciale, ma una spesa straordinaria di giustizia sottratta alla libera contrattazione, sicchè al compenso non si applicano gli interessi moratori di cui al d.lgs. n. 231 del 2002, nemmeno alla luce del terzo e quinto considerando della Direttiva n. 7 del 2011 del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 febbraio 2011, applicabile, avendo lo scopo di tutelare la concorrenza, alle "pubbliche amministrazioni aggiudicatrici", dunque, alle sole transazioni commerciali frutto di una procedura di evidenza pubblica. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I 09 gennaio 2020.




Licenziamento disciplinare nel pubblico impiego privatizzato e superamento della pregiudizialità penale

Pubblico impiego privatizzato - Licenziamento disciplinare - Superamento della pregiudizialità penale ex art. 55 ter del d.lgs. n. 165 del 2001 - Derogabilità ad opera della contrattazione collettiva - Esclusione - Fattispecie

In tema di licenziamento disciplinare nel pubblico impiego privatizzato, l'articolo 55 ter del d.lgs. n. 165 del 2001, introdotto dal d.lgs. n. 150 del 2009, che ha previsto la regola generale dell'autonomia del processo penale e del procedimento disciplinare, costituisce, in forza dell'art. 55, comma 1, del medesimo d.lgs. n. 165, norma imperativa ai sensi e per gli effetti degli artt. 1339 e 1419 c.c., sicché non è derogabile ad opera della contrattazione collettiva. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto l'inapplicabilità per i giudizi disciplinari iniziati dal 16 novembre 2009, ovvero dopo l'entrata in vigore del d.lgs. n. 150 del 2009, dell'art. 14 del c.c.n.l. del comparto sanità relativo al triennio 2002-2005, nonché dell'omologo art. 6, comma 4, del c.c.n.l. relativo al triennio 2006-2009, nella parte in cui prevedevano, in caso di commissione in servizio di gravi illeciti di rilevanza penale, la sospensione del procedimento disciplinare fino al giudicato penale). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro 02 gennaio 2020.




Accertamenti tecnici irripetibili (autopsia): inutilizzabilità nel dibattimento penale per violazione del contraddittorio e uilizzabilità nel processo civile

Accertamenti tecnici irripetibili (autopsia) ex art. 360 c.p.p. - Inutilizzabilità nel dibattimento penale per violazione del contraddittorio - Utilizzabilità nel processo civile - Condizioni e limiti - Fattispecie

Gli accertamenti tecnici irripetibili disposti ai sensi dell'art. 360 c.p.p. (nella specie, esame autoptico), ancorché inutilizzabili nel dibattimento penale per violazione del contraddittorio, una volta prodotti nel processo civile entrano a far parte del "thema probandum" e sono soggetti alle regole del rito civile sull'acquisizione della prova; pertanto, il mancato rispetto del contraddittorio nel procedimento penale di provenienza non determina effetti sulla consulenza tecnica d'ufficio che tali accertamenti abbia considerato, a meno che il contraddittorio non sia stato garantito neanche nel processo civile dove la prova è acquisita e che la nullità relativa derivante da tale vizio sia stata eccepita dalla parte interessata nella prima difesa successiva al deposito della relazione. (In applicazione del principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva escluso l'utilizzabilità della c.t.u. fondata su un esame autoptico disposto in sede penale in difetto di previo avviso agli indagati, sebbene la parte interessata non ne avesse tempestivamente eccepito la nullità, limitandosi a svolgere contestazioni sulla legittimità dell'acquisizione della prova nel processo di provenienza). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III 13 dicembre 2019.




Legittimazione del curatore ad impugnare le misure cautelari reali penali

Dichiarazione di fallimento – Misure di prevenzione – Sequestro funzionale alla confisca – Legittimazione del curatore ad impugnare

Il curatore fallimentare è legittimato a chiedere la revoca del sequestro preventivo ai fini di confisca e a impugnare i provvedimenti in materia cautelare reale anche se il vincolo penale è anteriore alla dichiarazione di fallimento. Tale legittimazione deriva dall’art. 42 l.f. ai sensi del quale la dichiarazione di fallimento conferisce alla curatela la disponibilità di tutti i beni del fallito, compresi quelli già sottoposti a misura cautelare reale. (Giuseppe Caramia) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Penali 13 novembre 2019.




Partecipazione alla vendita fallimentare dell’agente sotto copertura

Incanti – Turbativa – Vendite fallimentari – Configurabilità

Incanti – Turbativa – Vendite fallimentari – Partecipazione dell’agente sotto copertura – Reato impossibile – Esclusione

Il delitto di turbata libertà degli incanti è configurabile in ogni situazione in cui vi sia una procedura di gara, anche quindi nell'ambito di una procedura per la vendita all'asta di beni ricompresi nel fallimento.

Circa il rilievo della partecipazione alla vicenda criminosa del militare della GdF quale agente sotto copertura, il quale s'era limitato a manifestare l'intenzione di partecipare all'asta proponendosi come potenziale offerente ed entrando in interlocuzione con gli imputati, che ne pretendevano la desistenza, si avverte da parte della giurisprudenza di legittimità che non è configurabile il reato impossibile, in presenza dell'attività di agenti "infiltrati" o "provocatori", quando l'azione criminosa non derivi, esclusivamente, dagli spunti e dalle sollecitazioni istigatrici di questi, ma costituisca invece (come nel caso di specie) l'effetto di autonomi stimoli ed elementi condizionanti. L'inidoneità della condotta, infatti, va valutata oggettivamente con giudizio ex ante, nel suo valore assoluto e non di relazione con la simultanea azione dell' "infiltrato". (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 03 ottobre 2019.




Sequestro giudiziario di azienda: il compenso del coadiutore è a carico dell’amministratore giudiziario

Sequestro giudiziario di azienda – Coadiutore – Funzione – Compenso – A carico dell’amministratore giudiziario – Fattispecie

Nell’ambito del sequestro giudiziario di azienda, il «coadiutore» è un soggetto che collabora in via diretta con l'amministratore giudiziario al fine di contribuire a realizzare gli scopi del pubblico ufficio di gestione giudiziaria; la sua retribuzione - nella dimensione normativa - è pertanto a carico dell'amministratore giudiziario, sotto forma di 'spesa sostenuta' (e con inserimento della medesima nel conto della gestione ai sensi dell'art. 42 co.3 d.lgs. n.159 del 2011).

Tuttavia, laddove il soggetto in esame venga «assunto» dalla società sottoposta a sequestro, lo stesso perde la qualifica di coadiutore dell'amministratore giudiziario, non essendo prevista dalla legge simile modalità operativa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 13 settembre 2019.




Rapporti tra giudizio penale e civile e sospensione necessaria: le Sez. Unite affermano il principio della interpretazione restrittiva

Rapporti tra giudizio penale e civile - Operatività della sospensione necessaria - Ambito di applicazione

In tema di rapporto tra giudizio penale e giudizio civile, i casi di sospensione necessaria previsti dall'art. 75 c.p.p., comma 3, che rispondono a finalità diverse da quella di preservare l'uniformità dei giudicati, e richiedono che la sentenza che definisca il processo penale influente sia destinata a produrre in quello civile il vincolo rispettivamente previsto dagli artt. 651, 651 bis, 652 e 654 c.p.p., vanno interpretati restrittivamente, di modo che la sospensione non si applica qualora il danneggiato proponga azione di danno nei confronti del danneggiante e dell'impresa assicuratrice della responsabilità civile dopo la pronuncia di primo grado nel processo penale nel quale il danneggiante sia imputato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 21 maggio 2019.




La PA risponde del fatto illecito del dipendente costituente reato

Pubblica Amministrazione - Atto illecito del dipendente - Condotte penalmente illecite dei dipendenti dirette a perseguire finalità esclusivamente personali - Responsabilità civile della P.A. - Sussistenza - Condizioni

Lo Stato o l’ente pubblico risponde civilmente del danno cagionato a terzi dal fatto penalmente illecito del dipendente anche quando questi abbia approfittato delle sue attribuzioni ed agito per finalità esclusivamente personali od egoistiche ed estranee a quelle della amministrazione di appartenenza, purché la sua condotta sia legata da un nesso di occasionalità necessaria con le funzioni o poteri che il dipendente esercita o di cui è titolare, nel senso che la condotta illecita dannosa – e, quale sua conseguenza, il danno ingiusto a terzi – non sarebbe stata possibile, in applicazione del principio di causalità adeguata ed in base ad un giudizio contro fattuale riferito al tempo della condotta, senza l’esercizio di quelle funzioni o poteri che, per quanto deviato o abusivo od illecito, non ne integrino uno sviluppo oggettivamente anomalo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 16 maggio 2019.




Legittimazione del curatore ad impugnare il sequestro preventivo

Fallimento - Sequestro preventivo - Impugnazione - Legittimazione del curatore

Rimessa alle Sezioni Unite Civili della Cassazione la questione  concernente la legittimazione del curatore fallimentare ad impugnare i provvedimenti in tema di sequestro preventivo, quando questo sia stato disposto prima della dichiarazione di fallimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 16 aprile 2019.




Depenalizzazione di delitti e contravvenzioni: violazioni finanziarie e disciplina del d.lgs. n. 90 del 2017

Disciplina del d.lgs. n. 90 del 2017 - Disposizioni più favorevoli al trasgressore in tema di determinazione della sanzione - Applicabilità anche ai procedimenti decisi con sentenza pubblicata prima dell'entrata in vigore della menzionata normativa ed impugnata davanti alla Corte di cassazione per motivi diversi dalla determinazione della sanzione - Ammissibilità - Fondamento

In tema di violazioni delle disposizioni in materia di antiriciclaggio, il d.lgs. n. 90 del 2017 ha introdotto il principio dell'applicazione dello "ius superveniens" più favorevole al trasgressore, il quale è applicabile anche ai procedimenti decisi con sentenza pubblicata prima dell'entrata in vigore del d.lgs. citato che sia stata impugnata davanti alla Corte di cassazione in assenza di uno specifico motivo di ricorso sulla determinazione quantitativa della sanzione, poiché il giudizio di legittimità, avendo ad oggetto non già l'operato del giudice di merito, bensì la conformità all'ordinamento giuridico della decisione adottata, non richiede necessariamente un errore del primo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II 25 marzo 2019.




Sanzioni irrogate da Banca d'Italia, mancata comunicazione all'incolpato della proposta formulata dalla Commissione per l'esame delle irregolarità e violazione del diritto di difesa

Sanzioni irrogate dalla Banca d'Italia - Comunicazione all'incolpato della proposta della Commissione per l'esame delle irregolarità - Omessa previsione - Conseguenze - Lesione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa - Violazione delle tutele di cui all'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - Esclusione - Fondamento

In tema di sanzioni irrogate dalla Banca d'Italia, deve escludersi che la mancata comunicazione all'incolpato della proposta conclusiva formulata dalla Commissione per l'esame delle irregolarità al Direttorio della medesima Banca comporti la violazione del diritto di difesa e dei principi sanciti dall'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo perché il procedimento amministrativo deve ritenersi "ab origine" conforme alle prescrizioni di tale ultima disposizione, essendo il provvedimento sanzionatorio impugnabile davanti ad un giudice indipendente ed imparziale, dotato di giurisdizione piena e presso il quale è garantito il pieno dispiegamento del contraddittorio tra le parti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II 22 marzo 2019.




Sequestro penale o confisca di beni oggetto di espropriazione forzata e tutela dell’interesse dell’aggiudicatario

Espropriazione forzata – Beni immobili – Sequestro penale o confisca – Prevalenza dell’interesse dell’aggiudicatario del bene

Nel caso di sequestro penale o confisca disposti ai sensi della L. 31 maggio 1965, n. 575 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere) su un bene immobile che è oggetto di espropriazione forzata, l'interesse dello Stato a confiscare il bene prevale, secondo quanto disposto dall'art. 1, comma 194, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, su quello del creditore a soddisfarsi sull'immobile, ma è sempre recessivo rispetto a quello del terzo che si sia reso aggiudicatario del bene, anche in via provvisoria, in data anteriore all'entrata in vigore della stessa legge n. 228 del 2012 (1 gennaio 2013). Ai tali fini è irrilevante la circostanza che l'Erario abbia proposto opposizione di terzo con ricorso depositato anteriormente all'aggiudicazione, qualora la procedura esecutiva non sia stata tempestivamente sospesa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III 08 febbraio 2019.




Espropriazione forzata: tutela dell'aggiudicatario e interesse pubblico alla stabilità degli effetti delle vendite giudiziarie

Espropriazione forzata - Tutela dell'aggiudicatario - Interesse pubblico alla stabilità degli effetti delle vendite giudiziarie

Una delle componenti che concorre in modo significativo all'efficienza delle vendite giudiziarie è rappresentata dalla tutela dell'aggiudicatario. Infatti, la partecipazione ad un'asta giudiziaria sarà tanto più "appetibile", quanto minori siano le incertezze in ordine alla stabilità degli effetti dell'aggiudicazione. La prospettiva di un acquisto stabile e sicuro attira un più elevato numero di partecipanti all'asta e determina una più animata competitività nella gara, e quindi, si traduce, in ultima analisi, in un maggior ricavo in minor tempo.

Sebbene l'aggiudicatario non vanti sul bene espropriato un diritto soggettivo pieno, quanto piuttosto un'aspettativa, questa non è di mero fatto, bensì di diritto. Infatti, in capo all'aggiudicatario deve essere ravvisato un affidamento qualificato sulla stabilità della vendita giudiziaria, come si ricava dall'art. 187 bis disp. att. c.p.c. e dalla L. Fall., art. 18 (v. Sez. U, Sentenza n. 21110 del 28/11/2012, Rv. 624256).

Il favor legis di cui gode l'aggiudicatario, anche provvisorio, non trova la propria giustificazione nell'esigenza di tutela di una posizione giuridica individuale, bensì nell'interesse generale - di matrice pubblicistica - alla stabilità degli effetti delle vendite giudiziarie, quale momento essenziale per non disincentivare la partecipazione alle aste e quindi per garantire la fruttuosità delle stesse, in ossequio del principio costituzionale di ragionevole durata del processo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III 08 febbraio 2019.




La critica è l’unico strumento di controllo democratico dei comportamenti dei magistrati

Libertà di stampa - Critica giudiziaria - Continenza delle espressioni - Critica alla professionalità del magistrato - Controllo democratico - Dovere civico - Liceità

Il diritto di critica dei provvedimenti giudiziari e dei comportamenti dei magistrati deve essere riconosciuto nel modo più ampio possibile, non solo perché la cronaca e la critica possono essere tanto più larghe e penetranti quanto più alta è la posizione dell’uomo pubblico oggetto di censura e più incisivi sono i provvedimenti che può adottare, ma anche perché la critica è l’unico reale ed efficace strumento di controllo democratico dell’esercizio di una rilevante attività istituzionale che viene esercitata in nome del popolo italiano da persone che, a garanzia della fondamentale libertà della decisione, godono di ampia autonomia ed indipendenza. (Giuseppe D’Elia) (riproduzione riservata) Cassazione penale 30 gennaio 2019.




Delega orale al sostituto dell’Avvocato: consentita

Avvocato – Sostituto d’udienza – Delega – In forma orale – Sussiste

L’art. 14, comma 2, della legge del 31 dicembre del 2012 n. 247 prevede che "gli avvocati possono farsi sostituire da altro avvocato, con incarico verbale o da un praticante abilitato, con delega scritta". Questa norma - che risponde ad esigenze di semplificazione insite nella riforma dell’ordinamento forense e di "armonizzazione in ambito europeo" (si fa riferimento all’ordinamento francese ed a quello inglese, che ammettono che la sostituzione in udienza da parte del difensore di fiducia non debba avere forma scritta) - nasce dall’esigenza "di sopperire all’impossibilità di presenziare all’udienza (o all’atto da compiere) da parte del difensore titolare". Si deve dunque ritenere tacitamente abrogato, ex art. 15 disp. prel. cod. civ., l’art. 9 r.d.l. n. 1578 del 1933, che prevedeva la necessità che la delega avesse forma scritta. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 20 dicembre 2018.




Prevalenza degli effetti della confisca penale sui diritti dei terzi creditori anche se garantiti da iscrizioni anteriori

Esecuzione immobiliare – Confisca del bene pignorato – Trascrizione della confisca – Diritti reali di garanzia iscritti anteriormente – Prevalenza della misura di sicurezza patrimoniale – Tutela del terzo – Incidente di esecuzione

Esecuzione immobiliare – Aggiudicazione del bene staggito – Confisca del bene pignorato – Inopponibilità del vincolo penale al terzo aggiudicatario in sede esecutiva

È principio generale dell'ordinamento quello per cui gli effetti della confisca penale (di qualunque natura) prevalgono sui diritti dei terzi creditori del soggetto in danno del quale la confisca è operata, anche se si tratta di diritti reali di garanzia iscritti anteriormente; pertanto, la confisca penale intervenuta prima  del pignoramento prevale senz’altro su quest’ultimo, sul piano civile, indipendentemente dalla data della sua trascrizione, mentre la eventuale tutela dei diritti dei creditori pignoranti è possibile solo in sede penale. (Giuseppe Caramia) (riproduzione riservata)

Il principio generale della prevalenza degli effetti della confisca penale sui diritti dei terzi creditori anche se garantiti da iscrizioni anteriori, opera ove il provvedimento ablativo (a prescindere dalla sua trascrizione) intervenga nel momento in cui il bene confiscato risulti ancora di proprietà del condannato e non nel caso in cui il medesimo bene,  in sede di esecuzione forzata, sia stato già oggetto di un provvedimento di aggiudicazione in favore di un terzo. (Giuseppe Caramia) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III 30 novembre 2018.




Produzione di materiale pedopornografico e reato di cui all'art. 600-ter, comma 1, c.p.

Produzione di materiale pedopornografico - Reato di cui all'art. 600-ter, comma 1 c.p. - Accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale - Necessità - Esclusione

Ai fini dell'integrazione del reato di cui all'art. 600-ter, primo comma, n. 1), cod. pen., con riferimento alla condotta di produzione di materiale pedopornografico, non è più necessario, viste le nuove formulazioni della disposizione introdotte a partire dalla legge 6 febbraio 2006, n. 38, l'accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Penali 15 novembre 2018.




Sequestro preventivo finalizzato alla confisca ed esecuzione immobiliare anteriore alla trascrizione del pignoramento

Sequestro preventivo finalizzato alla confisca – Esecuzione immobiliare – Anteriorità della trascrizione del pignoramento – Liquidazione in sede esecutiva – Inopponibilità al terzo acquirente del vincolo penale

Acquisto in sede esecutiva – Indicazione del vincolo penale nell’avviso di vendita – Buona fede del terzo acquirente

Ai sensi dell'art. 2915 c.c., l'opponibilità del vincolo penale al terzo acquirente in sede esecutiva dipende dalla trascrizione del sequestro (ex art. 104 disp. att. c.p.p.), che deve essere antecedente a quella del pignoramento immobiliare, venendo così a rappresentare il presupposto per la confisca anche successivamente all'acquisto. Diversamente, se la trascrizione del sequestro è successiva, il bene deve ritenersi appartenente al terzo "pleno iure" con conseguente impossibilità della confisca posteriore all'acquisto. (Giuseppe Caramia) (riproduzione riservata)

La mera indicazione della trascrizione del sequestro nel bando di vendita, non è elemento idoneo ad escludere la buona fede e consentire conseguentemente la confisca, poiché la buona fede, deve essere valutata rispetto al reato e non alle vicende del processo. (Giuseppe Caramia) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 09 novembre 2018.




Le presunzioni legali previste dalle norme tributarie non possono costituire fonti di prova della commissione di reati

Prelievi di cassa – Presunzioni di ricavi – Inapplicabilità all’accertamento penale dei reati

Le presunzioni legali previste dalle norme tributarie non possono costituire di per sé fonti di prova della commissione dei reati previsti dal D. Lgs. n. 74 del 2000, potendo solamente essere fondamento di elementi indiziari atti a giustificare l’adozione di misure cautelari reali a carico del soggetto interessato. (Domenico Di Pasquale) (riproduzione riservata) Cassazione penale 30 ottobre 2018.




Richiesta tardiva di riesame e revoca del sequestro

Sequestro – Istanza tardiva – Revoca

La mancata tempestiva proposizione, da parte dell'interessato, della richiesta di riesame avverso il provvedimento applicativo di una misura cautelare reale non ne preclude la revoca per la mancanza delle condizioni di applicabilità, neanche in assenza di fatti sopravvenuti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Penali 11 ottobre 2018.




Sequestro penale nei confronti di società fallita per reati tributari commessi dai suoi organi

Sequestro penale per equivalente – Reati tributari – Sequestro eseguito nei confronti di società fallita per i reati commessi dai suoi organi

Nessuna norma di legge prevede che possa disporsi la confisca per equivalente nei confronti della persona giuridica per reati tributari commessi dai suoi organi; ne consegue che la società
nei confronti della quale sia stato disposto il sequestro per equivalente, così come non può essere chiamata a rispondere dei reati tributari in contestazione, non può comunque essere destinataria di detta misura cautelare, tanto più nel caso in cui le somme sequestrate siano il risultato di attività recuperatorie poste in essere dal curatore a seguito dell'acquisizione di beni all’attivo della procedura. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 10 ottobre 2018.




I messaggi sui social destinati a gruppi chiusi devono essere considerati alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e inviolabile

Chat pubbliche e private – Messaggi destinati ad un gruppo ristretto – Corrispondenza privata, chiusa e inviolabile

I messaggi che circolano attraverso le nuove "forme di comunicazione", ove inoltrati non ad una moltitudine indistinta di persone ma unicamente agli iscritti ad un determinato gruppo, come appunto nelle chat private o chiuse, devono essere considerati alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e inviolabile e tale caratteristica è logicamente incompatibile con i requisiti propri della condotta diffamatoria, ove anche intesa in senso lato, che presuppone la destinazione delle comunicazioni alla divulgazione nell'ambiente sociale

[Nel caso di specie, la conversazione tra gli iscritti al sindacato era da essi stessi intesa e voluta come privata e riservata, uno sfogo in un ambiente ad accesso limitato, con esclusione della possibilità che quanto detto in quella sede potesse essere veicolato all'esterno (tanto che ciò è avvenuto per mano di un anonimo), il che porta ad escludere qualsiasi intento o idonea modalità di diffusione denigratoria.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro 10 settembre 2018.




Effetti della sentenza C 546/14 UE sul reato di omesso versamento dell’IVA

Omesso versamento IVA – Concordato preventivo – Pagamento parziale di un debito IVA – Diversa valutazione dell'elemento soggettivo del reato – Pagamento dilazionato dell’imposta

I fumus del reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10 ter, deve essere valutato in maniera diversa e più attenta, anche sotto il profilo dell'elemento soggettivo del reato, a seguito della modifica, ad opera della legge di bilancio n. 232 del 2016, art. 1, comma 81, la quale ha dato applicazione alla sentenza della Corte di Giustizia del 7 aprile 2016, C. 546/14, che ha ritenuto pienamente compatibile con il diritto UE il pagamento parziale di un debito IVA, da parte di un imprenditore in stato di insolvenza, nell'ambito di una procedura di concordato preventivo.

In presenza di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, non è configurabile il “fumus” del reato di cui all’art. 10 ter, D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74 (omesso versamento IVA), a carico del debitore ammesso al concordato preventivo con pagamento dilazionato o parziale dell’imposta. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 04 settembre 2018.




Punibilità delle condotte di bancarotta commesse nella gestione di società ammesse al concordato preventivo con continuità

Procedure concorsuali – Concordato preventivo con continuità – Bancarotta – Punibilità ex art.236 L.F. – Sussiste

L'articolo 186 bis della Legge fallimentare non ha introdotto un nuovo Istituto concordatario ma ha completamente disciplinato presupposti ed effetti di una procedura già ricompresa nella pluralità di forme attraverso cui il concordato preventivo poteva già essere declinato. Siffatta ricostruzione esclude qualsiasi incidenza della modifica normativa sul precetto penale e, dunque, un fenomeno di successione nel tempo di norme extrapenali rilevante ex articolo 2 c.p.

Pertanto, le innovazioni normative dell'istituto del concordato preventivo con continuità aziendale non costituiscono modificazioni della norma extrapenale integratrice del precetto di cui all'articolo 236 L.F., che trova applicazione anche in riferimento al concordato preventivo con continuità dell'attività di impresa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 03 settembre 2018.




La Corte di Giustizia UE dirà se la generica dichiarazione di non volere dipendenti omosessuali integra una condotta discriminatoria

Diritti della persona – Discriminazione per orientamento sessuale – Associazione di tutela della categoria discriminata – Legittimazione ad agire – Diritto al risarcimento – Questione pregiudiziale

Dichiarazione discriminatoria riferita a ipotetica e non attuale selezione di lavoro – Applicabilità delle norme europee di tutela antidiscriminatoria – Questione pregiudiziale

Si sottopongono alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea le seguenti questioni pregiudiziali:
1) se l’interpretazione dell’art.9 della direttiva n.2000/78/CE sia nel senso che un’associazione, composta da avvocati specializzati nella tutela giudiziale di una categoria di soggetti a differente orientamento sessuale, la quale nello statuto dichiari il fine di promuovere la cultura e il rispetto dei diritti della categoria, si ponga automaticamente come portatrice di un interesse collettivo e associazione di tendenza non profit, legittimata ad agire in giudizio, anche con una domanda risarcitoria, in presenza di fatti ritenuti discriminatori per detta categoria;
2) se rientri nell’ambito di applicazione della tutela antidiscriminatoria predisposta dalla direttiva n.2000/78/CE, secondo l’esatta interpretazione dei suoi artt.2 e 3, una dichiarazione di manifestazione del pensiero contraria alla categoria delle persone omosessuali, con la quale, in un’intervista rilasciata nel corso di una trasmissione radiofonica di intrattenimento, l’intervistato abbia dichiarato che mai assumerebbe o vorrebbe avvalersi della collaborazione di dette persone nel proprio studio professionale, sebbene non fosse affatto attuale né programmata dal medesimo una selezione di lavoro. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 20 luglio 2018.




L’allacciamento abusivo alla pubblica fontana non integra il reato di furto

Acque pubbliche – Allacciamento abusivo alla fontana pubblica – Configurabilità del reato di furto – Esclusione

Le acque pubbliche a cui si riferisce l’art.17 del R.D. 1755 del 1933 sono quelle sotterranee e superficiali a cui gli enti pubblici abilitati non abbiano ancora conferito una destinazione particolare. L’impossessamento abusivo di tali acque integra esclusivamente l’illecito amministrativo di cui all’art.23 D.Lgs. 152/99 e non anche il delitto di furto, atteso che tali beni appartengono allo Stato e fanno parte del demanio pubblico.

Per quanto riguarda, invece, le acque già convogliate nell’acquedotto comunale, occorre distinguere le ipotesi in cui l’impossessamento si realizzi mediante un vero e proprio allaccio abusivo (ossia, mediante la costituzione di un’utenza), con il conseguente mutamento della destinazione impressa al bene dall’ente gestore, da quelle in cui il bene sia già stato destinato da tale ente alla pubblica fruizione, ma il privato cittadino ne usufruisca in violazione delle modalità stabilite. Nel primo caso si tratta di acque separate dall’insieme e costituenti un bene autonomo su cui l’ente esercita una signoria propria.

Nella seconda ipotesi, se è vero che l’acqua già convogliata nell’acquedotto comunale non può definirsi pubblica, la sua natura pubblica può derivare dalla sua destinazione, impressa dall’ente gestore, a una regolata fruizione pubblica. In questo caso la condotta del soggetto agente si sostanzia nell’impossessamento di acque destinate alla pubblica fruizione in misura eccessiva e con modalità diverse da quelle stabilite dall’ente gestore (senza che ciò comporti un mutamento della destinazione impressa al bene e la realizzazione di una vera e propria utenza abusiva), e può integrare gli estremi dell’illecito amministrativo e non quelli del delitto di furto.

[Nella fattispecie, la Corte ha annullato la sentenza di condanna per furto comminata al ricorrente per avere collegato con un tubo di gomma la fontana pubblica cittadina all’impianto privato del proprio bar gestito dal ricorrente.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 20 luglio 2018.




Falso in bilancio: rilevanza e struttura dell'elemento soggettivo

Falso in bilancio - Elemento soggettivo - Struttura - Accertamento - Necessità

In tema di falso in bilancio, dove l'elemento soggettivo presenta una struttura complessa comprendendo il dolo generico (avente ad oggetto la rappresentazione del mendacio), il dolo specifico (profitto ingiusto) ed il dolo intenzionale di inganno dei destinatari, il predetto elemento soggettivo non può ritenersi provato - in quanto "in re ipsa" - nella violazione di norme contabili sulla esposizione delle voci in bilancio, nè può ravvisarsi nello scopo di far vivere artificiosamente la società, dovendo, invece, essere desunto da inequivoci elementi che evidenzino, nel redattore del bilancio, la consapevolezza del suo agire abnorme o irragionevole attraverso artifici contabili. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 16 maggio 2018.




Falso in bilancio: rilevanza e struttura dell'elemento soggettivo

Falso in bilancio - Elemento soggettivo - Struttura - Accertamento - Necessità

In tema di falso in bilancio, dove l'elemento soggettivo presenta una struttura complessa comprendendo il dolo generico (avente ad oggetto la rappresentazione del mendacio), il dolo specifico (profitto ingiusto) ed il dolo intenzionale di inganno dei destinatari, il predetto elemento soggettivo non può ritenersi provato - in quanto "in re ipsa" - nella violazione di norme contabili sulla esposizione delle voci in bilancio, nè può ravvisarsi nello scopo di far vivere artificiosamente la società, dovendo, invece, essere desunto da inequivoci elementi che evidenzino, nel redattore del bilancio, la consapevolezza del suo agire abnorme o irragionevole attraverso artifici contabili. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 16 maggio 2018.




Detenzione in condizioni non conformi ai criteri di cui all'art. 3 della CEDU: diritto al risarcimento prescritto in 10 anni

Responsabilità dello Stato - Risarcimento danni da detenzione in condizioni non conformi all'art. 3 CEDU - Prescrizione - Decorrenza

II diritto ad una somma di denaro pari a otto euro per ciascuna giornata di detenzione in condizioni non conformi ai criteri di cui all'art. 3 della CEDU, previsto dall'art. 35 ter, comma 3, ord. pen., si prescrive in dieci anni, decorrenti dal compimento di ciascun giorno di detenzione nelle indicate condizioni. Coloro che abbiano cessato di espiare la pena detentiva prima dell'entrata in vigore della detta nuova normativa, se non sono incorsi nelle decadenze previste dall'art. 2 d.l. n. 92 del 2014 conv. con modif. in l. n. 117 del 2014, hanno anch'essi diritto all'indennizzo ex art. 35 ter, comma 3, ord. pen., il cui termine di prescrizione in questa caso non opera prima del 28 giugno 2014, data di entrata in vigore del d.l. cit.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 08 maggio 2018.




È tentata violenza l’invio di SMS ad un minore per coartarlo a compiere atti sessuali

Violenza sessuale – Tentativo – Mediante SMS diretti ad un minore per costringerlo ad atti sessuali – In caso di rifiuto del minore all’incontro – Sussiste

È configurabile il tentativo del delitto di violenza sessuale quando, pur in mancanza del contatto fisico tra imputato e persona offesa, la condotta tenuta dal primo denoti il requisito soggettivo dell’intenzione di raggiungere l’appagamento dei propri istinti sessuali e quello oggettivo dell’idoneità a violare la libertà di autodeterminazione della vittima nella sfera sessuale. [Nella fattispecie, la Corte confermava la sussistenza della tentata violenza sessuale commessa con l’invio ad un minore di SMS dal chiaro contenuto minaccioso ed intimidatorio, diretti a costringere il destinatario a compiere o subire un atto sessuale contro la propria volontà, e risultati infruttuosi solo per il rifiuto all’incontro sessuale da parte del minore.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 07 maggio 2018.




Commette appropriazione indebita l’amministratore che trattiene i versamenti dei condomini senza pagare le spese del condominio

Appropriazione indebita – Amministratore di condominio – Mancato pagamento di debiti condominiali – A fronte della riscossione dei contributi dei condomini – Sussiste

L’amministratore di condominio instaura con i condomini un rapporto di mandato nel cui ambito può ricevere dagli stessi somme di denaro al fine di provvedere all’esecuzione di specifici pagamenti o da riversare nella cassa condominiale onde far fronte alle spese di gestione del condominio. In virtù dei generali principi in tema di consumazione del reato di appropriazione indebita, è ravvisabile un’oggettiva interversione del possesso ogniqualvolta l’amministratore, anziché dare corso ai suoi obblighi, dia alle somme a lui rimesse dai condomini una destinazione del tutto incompatibile con il mandato ricevuto e coerente invece con sue finalità personali.

[Nella fattispecie, la prova della ricorrenza degli elementi costitutivi del reato era costituita dal mancato pagamento di numerose spese condominiali e dal conseguente indebito impossessamento della somma a ciò destinata da parte dell’amministratore, di fatto costringendo il nuovo amministratore a costituire un fondo cassa a carico dei condomini per fare fronte ai debiti mai precedentemente estinti.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 07 maggio 2018.




Illecito amministrativo della società e legittimazione processuale della curatela fallimentare

Fallimento - Legittimazione processuale della curatela fallimentare - Sanzioni amministrative - Sussistenza

Se per un verso non può affermarsi che, dopo l'apertura del fallimento, il legale rappresentante del fallimento sia sempre il curatore, atteso che, sia pure in limitati casi, coesiste con quella del curatore la legale rappresentanza del soggetto originariamente investito dei relativi poteri (ad es. per presentare istanza di concordato fallimentare o per impugnare le cartelle esattoriali che il curatore non abbia impugnato o per liquidare beni che il curatore abbia abbandonato etc.), con riferimento all'illecito amministrativo della società deve nondimeno riconoscersi la legittimazione processuale della curatela fallimentare, potendo configurarsi, in conseguenza dell'applicazione della relativa sanzione, il sorgere di un credito privilegiato dell'Erario nei confronti del fallimento, rispetto al quale deve configurarsi la legittimazione in capo all'organo istituzionalmente preposto alla ricostruzione e alla tutela del patrimonio fallimentare. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 09 aprile 2018.




Illecito amministrativo della società e legittimazione processuale della curatela fallimentare

Fallimento - Legittimazione processuale della curatela fallimentare - Sanzioni amministrative - Sussistenza

Se per un verso non può affermarsi che, dopo l'apertura del fallimento, il legale rappresentante del fallimento sia sempre il curatore, atteso che, sia pure in limitati casi, coesiste con quella del curatore la legale rappresentanza del soggetto originariamente investito dei relativi poteri (ad es. per presentare istanza di concordato fallimentare o per impugnare le cartelle esattoriali che il curatore non abbia impugnato o per liquidare beni che il curatore abbia abbandonato etc.), con riferimento all'illecito amministrativo della società deve nondimeno riconoscersi la legittimazione processuale della curatela fallimentare, potendo configurarsi, in conseguenza dell'applicazione della relativa sanzione, il sorgere di un credito privilegiato dell'Erario nei confronti del fallimento, rispetto al quale deve configurarsi la legittimazione in capo all'organo istituzionalmente preposto alla ricostruzione e alla tutela del patrimonio fallimentare. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 09 aprile 2018.




È utilizzabile l’intercettazione del professionista che consiglia l’evasione fiscale

Processo penale – Divieto di utilizzo di intercettazioni – A carico di professionisti – Liceità dell’attività professionale – Necessità – Sussiste

L’art.271 c.p.p., comma 2, deve essere interpretato nel senso che il divieto di utilizzazione delle intercettazioni relative alle conversazioni o comunicazioni delle persone di cui all’art.200 c.p.p., comma 1, è posto a tutela dei soggetti ivi indicati e dell’esercizio della loro funzione professionale purché detto esercizio sia causa della conoscenza del fatto. Ne consegue che detto divieto sussiste ed è operativo quando le conversazioni o le comunicazioni intercettate siano pertinenti all’attività professionale svolta; e non sussiste quando abbiano ad oggetto un’attività in sé illecita, tale da esulare rispetto ai limiti dello svolgimento di un incarico professionale, il quale presuppone, ove non si voglia cadere nell’insanabile contraddizione logica di ritenere tutelato dall’ordinamento lo svolgimento di un’attività criminosa, la piena liceità della condotta tenuta. [Nella fattispecie, la Corte ha ritenuto utilizzabili le risultanze delle intercettazioni a carico del commercialista dell’indagato, al quale il professionista suggeriva servizi destinati a sottrarre i redditi all’imposizione fiscale trasferendoli in paradisi fiscali.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 26 marzo 2018.




Omesso versamento di ritenute e 'abolitio criminis' parziale con riferimento alle condotte aventi ad oggetto somme pari o inferiori a E. 150.000,00

Tributi - Ritenute - Omesso versamento - Modifica dell'art. 10-bis d.lgs. n. 74 del 2000 ad opera dell'art. 7, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 158 del 2015 - Abolitio criminis parziale con riferimento alle condotte aventi ad oggetto somme pari o inferiori a E. 150.000,00 commesse in epoca antecedente

La modifica dell'art. 10-bis d.lgs. n. 74 del 2000 ad opera dell'art. 7, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 158 del 2015, che ha escluso la rilevanza penale dell'omesso versamento di ritenute dovute o certificate sino all'ammontare di E. 150.000,00, ha determinato una "abolitio criminis" parziale con riferimento alle condotte aventi ad oggetto somme pari o inferiori a detto importo, commesse in epoca antecedente. (Sez. 3, n. 34362 del 11/05/2017 - dep. 13/07/2017, Sbrolla, Rv. 270961), pienamente applicabile all'analoga modifica effettuata dal medesimo d. Igs. all'art. 10-ter che ha escluso la configurabilità del reato per gli omessi versamenti dell'acconto relativo all'imposta sul valore aggiunto inferiori alla soglia di € 250.000 per ciascun periodo di imposta. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 12 marzo 2018.




Omesso versamento di ritenute e 'abolitio criminis' parziale con riferimento alle condotte aventi ad oggetto somme pari o inferiori a E. 150.000,00

Tributi - Ritenute - Omesso versamento - Modifica dell'art. 10-bis d.lgs. n. 74 del 2000 ad opera dell'art. 7, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 158 del 2015 - Abolitio criminis parziale con riferimento alle condotte aventi ad oggetto somme pari o inferiori a E. 150.000,00 commesse in epoca antecedente

La modifica dell'art. 10-bis d.lgs. n. 74 del 2000 ad opera dell'art. 7, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 158 del 2015, che ha escluso la rilevanza penale dell'omesso versamento di ritenute dovute o certificate sino all'ammontare di E. 150.000,00, ha determinato una "abolitio criminis" parziale con riferimento alle condotte aventi ad oggetto somme pari o inferiori a detto importo, commesse in epoca antecedente. (Sez. 3, n. 34362 del 11/05/2017 - dep. 13/07/2017, Sbrolla, Rv. 270961), pienamente applicabile all'analoga modifica effettuata dal medesimo d. Igs. all'art. 10-ter che ha escluso la configurabilità del reato per gli omessi versamenti dell'acconto relativo all'imposta sul valore aggiunto inferiori alla soglia di € 250.000 per ciascun periodo di imposta. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 12 marzo 2018.




Non è reato la vendita dei beni a prezzo di mercato

Sottrazione fraudolenta dell'imposta - Vendita di beni a prezzo di mercato - Reato - Insussistenza

La vendita delle attrezzature delta società amministrata che sia stata effettuata a prezzo di mercato con incameramento del corrispettivo da parte della società alienante, configura un atto, che, sebbene pregiudizievole per l'Erario essendo stato il danaro destinato al soddisfacimento di altri debiti da cui la stessa società era gravata, è privo tuttavia del carattere fraudolento richiesto per il perfezionamento del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento dell'imposta. Non può pertanto condividersi il diverso ragionamento seguito dalla Corte distrettuale che, malgrado la dimostrazione che assume essere stata fornita dall'imputata in ordine alla devoluzione del corrispettivo incassato ad altri pagamenti dovuti dalla società (stipendi, assicurazioni, cassa edile), ha ritenuto sulla base del solo atto dispositivo, senza che ricossero gli estremi della simulazione né di altri atti fraudolenti, la penale responsabilità dell'imputato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 06 marzo 2018.




Non è reato la vendita dei beni a prezzo di mercato

Sottrazione fraudolenta dell'imposta - Vendita di beni a prezzo di mercato - Reato - Insussistenza

La vendita delle attrezzature delta società amministrata che sia stata effettuata a prezzo di mercato con incameramento del corrispettivo da parte della società alienante, configura un atto, che, sebbene pregiudizievole per l'Erario essendo stato il danaro destinato al soddisfacimento di altri debiti da cui la stessa società era gravata, è privo tuttavia del carattere fraudolento richiesto per il perfezionamento del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento dell'imposta. Non può pertanto condividersi il diverso ragionamento seguito dalla Corte distrettuale che, malgrado la dimostrazione che assume essere stata fornita dall'imputata in ordine alla devoluzione del corrispettivo incassato ad altri pagamenti dovuti dalla società (stipendi, assicurazioni, cassa edile), ha ritenuto sulla base del solo atto dispositivo, senza che ricossero gli estremi della simulazione né di altri atti fraudolenti, la penale responsabilità dell'imputato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 06 marzo 2018.




Responsabilità degli enti, accertamento in concreto e rilevanza della decisione di applicazione della particolare tenuità del fatto emessa nei confronti della persona fisica

Responsabilità degli enti - Accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio il reato fu commesso - Opportuna verifica della sussistenza in concreto del fatto reato

In tema di responsabilità degli enti, in presenza di una sentenza di applicazione della particolare tenuità del fatto, nei confronti della persona fisica responsabile della commissione del reato, il giudice deve procedere all'accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio il reato fu commesso; accertamento di responsabilità che non può prescindere da una opportuna verifica della sussistenza in concreto del fatto reato, in quanto l'applicazione dell'art. 131 bis, cod. pen. non esclude la responsabilità dell'ente, in via astratta, ma la stessa deve essere accertata effettivamente in concreto; non potendosi utilizzare, allo scopo, automaticamente la decisione di applicazione della particolare tenuità del fatto, emessa nei confronti della persona fisica. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 febbraio 2018.




Responsabilità degli enti, accertamento in concreto e rilevanza della decisione di applicazione della particolare tenuità del fatto emessa nei confronti della persona fisica

Responsabilità degli enti - Accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio il reato fu commesso - Opportuna verifica della sussistenza in concreto del fatto reato

In tema di responsabilità degli enti, in presenza di una sentenza di applicazione della particolare tenuità del fatto, nei confronti della persona fisica responsabile della commissione del reato, il giudice deve procedere all'accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio il reato fu commesso; accertamento di responsabilità che non può prescindere da una opportuna verifica della sussistenza in concreto del fatto reato, in quanto l'applicazione dell'art. 131 bis, cod. pen. non esclude la responsabilità dell'ente, in via astratta, ma la stessa deve essere accertata effettivamente in concreto; non potendosi utilizzare, allo scopo, automaticamente la decisione di applicazione della particolare tenuità del fatto, emessa nei confronti della persona fisica. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 febbraio 2018.




Mancata consegna della PEC per casella piena del destinatario

Notificazioni e comunicazioni - Utilizzo della PEC - Mancata consegna per casella piena del destinatario - Comunicazione perfezionata mediante deposito in cancelleria

Rientra nella previsione di cui all’art. 16, comma 6, d.l. n. 179 del 2012 (mancata consegna del messaggio PEC imputabile al destinatario (la quale si verifica "quando il destinatario medesimo, venendo meno agli obblighi previsti dall’art. 20 d.m. n. 44 del 2011, non si doti dei necessari strumenti informatici ovvero non ne verifichi l’efficienza") il caso di mancata consegna della notifica dovuta a "casella piena" del destinatario, trattandosi di causa imputabile a quest'ultimo, il quale, evidentemente, non ha adempiuto all’obbligo di dotarsi di servizio automatico di avviso dell’imminente saturazione della propria casella di posta elettronica certificata e di verificare l’effettiva disponibilità dello spazio disco a disposizione, di cui all’art. 20, comma 5, d.m. n. 44 del 2011. In detta ipotesi, la comunicazione si ha per perfezionata mediante deposito in cancelleria, ai sensi dell’art. 16, comma 6, d.l. n. 179 del 2012. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 01 dicembre 2017.




Verifica del tasso alcolemico eseguito dal personale sanitario e obbligo di avviso ex art. 114 disp. att. c.p.p.

Codice della Strada – Verifica del tasso alcolemico – Eseguito dal personale sanitario – Obbligo di dare l'avviso di cui all'art. 114 disp. att., cod. proc. pen.

Nell'ipotesi in cui la polizia giudiziaria proceda ai sensi dell'art. 186, comma 5, C.d.S., sussiste l'obbligo di dare l'avviso di cui all'art. 114 disp. att., cod. proc. pen., allorché il conducente sia già indiziato di reato, al momento in cui la P.G. ha inviato al personale sanitario la richiesta di procedere ad esami clinici per la verifica del tasso alcolemico, e se l'accertamento non venga espletato a fini di cura della persona, ma sia eccentrico rispetto alle finalità terapeutiche del caso concreto e unicamente finalizzato alla ricerca della prova della colpevolezza del soggetto indiziato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 09 novembre 2017.




La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto non è applicabile dal giudice di pace

Processo penale - Esclusione della punibilità - Speciale tenuità del fatto - Applicabilità ai procedimenti relativi a reati di competenza del giudice di pace - Esclusione

La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall'art. 131-bis cod. pen., non è applicabile nei procedimenti relativi a reati di competenza del giudice di pace. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Penali 28 settembre 2017.




La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto non è applicabile dal giudice di pace

Processo penale - Esclusione della punibilità - Speciale tenuità del fatto - Applicabilità ai procedimenti relativi a reati di competenza del giudice di pace - Esclusione

La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall'art. 131-bis cod. pen., non è applicabile nei procedimenti relativi a reati di competenza del giudice di pace. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Penali 28 settembre 2017.




Bancarotta fraudolenta e affitto di azienda

Fallimento – Bancarotta fraudolenta – Affitto di azienda – Fattispecie

Integra il reato di bancarotta fraudolenta la concessione dell’azienda in affitto ad altra società che non provveda a pagare il canone, soprattutto dove risulti che il legale rappresentante della prima società, poi divenuta insolvente, sia stato partecipe alle decisioni della seconda. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 13 settembre 2017.




Bancarotta fraudolenta e affitto di azienda

Fallimento – Bancarotta fraudolenta – Affitto di azienda – Fattispecie

Integra il reato di bancarotta fraudolenta la concessione dell’azienda in affitto ad altra società che non provveda a pagare il canone, soprattutto dove risulti che il legale rappresentante della prima società, poi divenuta insolvente, sia stato partecipe alle decisioni della seconda. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 13 settembre 2017.




Perquisizione e sequestro di sistema informatico

Perquisizione e sequestro penale - Sistema informatico o telematico - Misure tecniche e procedure idonee a garantire la conservazione dei dati informatici originali e la conformità ed immodificabilità delle copie estratte

Gli art. 247, comma 1 bis, e 260, comma 2, cod. proc. pen., in tema di perquisizione - e di sequestro - di sistema informatico o telematico si limitano a richiedere l'adozione di misure tecniche e di procedure idonee a garantire la conservazione dei dati informatici originali e la conformità ed immodificabilità delle copie estratte per evitare il rischio di alterazioni, senza imporre misure e procedure tipizzate, né sui modi e neanche dove e quando, e quindi devono ritenersi misure idonee quelle individuate dall'Autorità giudiziaria procedente al momento dell'analisi dei dati da parte dei tecnici incaricati per l'estrazione dei dati, e non anche al momento del sequestro, nel luogo del sequestro. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 03 luglio 2017.




Perquisizione e sequestro di sistema informatico

Perquisizione e sequestro penale - Sistema informatico o telematico - Misure tecniche e procedure idonee a garantire la conservazione dei dati informatici originali e la conformità ed immodificabilità delle copie estratte

Gli art. 247, comma 1 bis, e 260, comma 2, cod. proc. pen., in tema di perquisizione - e di sequestro - di sistema informatico o telematico si limitano a richiedere l'adozione di misure tecniche e di procedure idonee a garantire la conservazione dei dati informatici originali e la conformità ed immodificabilità delle copie estratte per evitare il rischio di alterazioni, senza imporre misure e procedure tipizzate, né sui modi e neanche dove e quando, e quindi devono ritenersi misure idonee quelle individuate dall'Autorità giudiziaria procedente al momento dell'analisi dei dati da parte dei tecnici incaricati per l'estrazione dei dati, e non anche al momento del sequestro, nel luogo del sequestro. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 03 luglio 2017.




IVA: la gravità della frode può e deve essere desunta anche da ulteriori elementi

Reati tributari – Omesso versamento dell’IVA – Gravità della frode – Elementi di valutazione

Ove non si sia in presenza di un danno di rilevantissima gravità, per milioni di euro, la gravità della frode può e deve essere desunta anche da ulteriori elementi, quali l'organizzazione posta in essere, la partecipazione di più soggetti al fatto, l'utilizzazione di "cartiere" o società-schermo, l'interposizione di una pluralità di soggetti, la sistematicità delle operazioni fraudolente, la loro reiterazione nel tempo, la connessione con altri gravi reati, l'esistenza di un contesto associativo criminale, dovendo il giudice valutare caso per caso la concreta valenza di tali elementi nella fattispecie al suo esame, essendo comunque sufficiente l'indicazione in motivazione di quelli ritenuti rilevanti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 22 giugno 2017.




IVA: la gravità della frode può e deve essere desunta anche da ulteriori elementi

Reati tributari – Omesso versamento dell’IVA – Gravità della frode – Elementi di valutazione

Ove non si sia in presenza di un danno di rilevantissima gravità, per milioni di euro, la gravità della frode può e deve essere desunta anche da ulteriori elementi, quali l'organizzazione posta in essere, la partecipazione di più soggetti al fatto, l'utilizzazione di "cartiere" o società-schermo, l'interposizione di una pluralità di soggetti, la sistematicità delle operazioni fraudolente, la loro reiterazione nel tempo, la connessione con altri gravi reati, l'esistenza di un contesto associativo criminale, dovendo il giudice valutare caso per caso la concreta valenza di tali elementi nella fattispecie al suo esame, essendo comunque sufficiente l'indicazione in motivazione di quelli ritenuti rilevanti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 22 giugno 2017.




Sul principio di tendenziale equiparazione della sanzione amministrativa a quella penale (guida in stato di ebbrezza)

Sanzioni amministrative e penali - Principio di tendenziale equiparazione della sanzione amministrativa a quella penale - Riserva assoluta di legge per le norme penali - Presunzione di non colpevolezza - Divieto assoluto di retroattività della sanzione amministrativa

Circolazione stradale - Revoca della patente di guida - Natura amministrativa

Non è possibile affermare che dalla pronuncia della Corte EDU 4/03/2014 Grande Stevens c. Italia possa trarsi in termini assoluti ed astratti un principio di tendenziale equiparazione della sanzione amministrativa a quella penale, scardinando principi come la riserva assoluta di legge per le norme penali (art. 25 Cost.), la presunzione di non colpevolezza (pure affermata in Corte EDU 23/09/2008, Grayson e Barnham c. Regno Unito), che, interpretata in tutta la sua estensione, renderebbe illegittima la provvisoria esecutività di condanne pecuniarie anche in materia extrapenale, od anche il divieto assoluto di retroattività della sanzione amministrativa.

Al contrario, una corretta applicazione dei principi convenzionali porta, non già ad un'assimilazione indifferenziata delle sanzioni amministrative alle sanzioni penali, ma ad un'attenta disamina delle peculiarità del caso concreto in cui tali principi sono stati enunciati così come del caso concreto in cui essi sono invocati. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Una lettura sistematica della disposizione che impone la revoca della patente di guida consente di ribadirne la natura amministrativa, e la dimensione accessoria, ancillare, rispetto al procedimento penale, pur quando ordinata dal giudice penale; tant'è che resta eseguibile ad opera del prefetto, ai sensi dell'art. 224, comma 3, cod. strada, anche in caso di estinzione del reato per causa diversa dalla morte dell'imputato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 11 maggio 2017.




Ammissibile l’appello del PM avverso il rigetto della richiesta di confisca dei beni

Procedimento penale – Richiesta di confisca dei beni – Rigetto – Appello – Ammissibilità

Il decreto con cui il giudice rigetta la richiesta del pubblico ministero di applicazione della misura di prevenzione patrimoniale della confisca, anche qualora non preceduta da sequestro, è appellabile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Penali 27 aprile 2017.




Ammissibile l’appello del PM avverso il rigetto della richiesta di confisca dei beni

Procedimento penale – Richiesta di confisca dei beni – Rigetto – Appello – Ammissibilità

Il decreto con cui il giudice rigetta la richiesta del pubblico ministero di applicazione della misura di prevenzione patrimoniale della confisca, anche qualora non preceduta da sequestro, è appellabile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Penali 27 aprile 2017.




Intercettazioni, manifestazione indebita del convincimento del magistrato e ricusazione

Processo penale - Ricusazione - Manifestazione indebita del convincimento del magistrato - Intercettazioni

Il provvedimento di cui all'art. 267, comma 1, cod. proc. pen. non può costituire manifestazione indebita del convincimento del magistrato, rilevante ai fini della ricusazione di cui all'art. 37, comma 1, lettera b), cod. proc. pen., qualora la sua motivazione sia riferita ai presupposti per le intercettazioni, ovvero all'esistenza dí gravi indizi di reato e all'assoluta indispensabilità delle stesse ai fini della prosecuzione delle indagini. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 30 marzo 2017.




Intercettazioni, manifestazione indebita del convincimento del magistrato e ricusazione

Processo penale - Ricusazione - Manifestazione indebita del convincimento del magistrato - Intercettazioni

Il provvedimento di cui all'art. 267, comma 1, cod. proc. pen. non può costituire manifestazione indebita del convincimento del magistrato, rilevante ai fini della ricusazione di cui all'art. 37, comma 1, lettera b), cod. proc. pen., qualora la sua motivazione sia riferita ai presupposti per le intercettazioni, ovvero all'esistenza dí gravi indizi di reato e all'assoluta indispensabilità delle stesse ai fini della prosecuzione delle indagini. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 30 marzo 2017.




Periodo feriale e rilevanza del termine per la redazione delle sentenze ai fini dell’impugnazione

Procedimento penale – Termine per la redazione delle sentenze – Periodo feriale – Rilevanza ai fini della impugnazione

Rimessione del ricorso alle Sezioni Unite, non solo per la speciale importanza della questione, ma per evitare potenziali contrasti giurisprudenziali, sulla base del seguente quesito: «Se, anche dopo l'entrata in vigore della legge 28 aprile 2014, n.67 e le modifiche apportate al periodo feriale dal decreto-legge 12 settembre 2014, n.132 convertito con modificazioni dalla legge 10 novembre 2014, n.162, il termine per la redazione della sentenza di cui all'art. 544 cod. proc. pen., quale presupposto di decorrenza dell'ulteriore termine per l'impugnazione ai sensi dell'art.585 cod. proc. pen., non possa ritenersi soggetto alla sospensione nel periodo feriale a norma dell'arti legge 7 ottobre 1969, n.742». (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 21 marzo 2017.




Bancarotta fraudolenta documentale ex art. 216 legge fall. e redazione del bilancio di esercizio

Fallimento – Bancarotta fraudolenta – Scritture contabili – Bilancio – Esclusione

Il reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui all'art. 216 legge fall. non può avere ad oggetto il bilancio, non rientrando quest'ultimo nella nozione di "libri" e "scritture contabili" prevista dalla norma citata al comma 1, n. 2 (Sez. 5, Sentenza n. 47683 del 04/10/2016; v. anche sent. n. 12897 del 1999).

Tale principio va ribadito, posto che l'art. 2214 c.c., che è la norma che dà contenuto all'art. 216 legge fall., inserita nel paragrafo delle scritture contabili, menziona, al comma 1, tra i libri obbligatori, quello giornale e quello degli inventari, mentre, al comma 2, le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell'impresa, da tenere in modo ordinato assieme alle lettere, alle fatture e ai telegrammi sia spediti che ricevuti. Non menziona invece il bilancio che non può certo essere fatto rientrare tra queste ultime, di natura eventuale e condizionata a differenza del bilancio. Si legge, d'altra parte, nell'art. 2217 c.c. che il bilancio si pone a chiusura dell'inventario, come il conto dei profitti e delle perdite, ed è dunque distinto da quello, che contiene la indicazione e valutazione delle singole attività e passività della impresa; il bilancio serve piuttosto a rappresentare la situazione patrimoniale e finanziaria della società oltre al risultato economico, in modo evidente, sicchè è da escludere che sia rilevante ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 216. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 06 marzo 2017.




Bancarotta fraudolenta documentale ex art. 216 legge fall. e redazione del bilancio di esercizio

Fallimento – Bancarotta fraudolenta – Scritture contabili – Bilancio – Esclusione

Il reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui all'art. 216 legge fall. non può avere ad oggetto il bilancio, non rientrando quest'ultimo nella nozione di "libri" e "scritture contabili" prevista dalla norma citata al comma 1, n. 2 (Sez. 5, Sentenza n. 47683 del 04/10/2016; v. anche sent. n. 12897 del 1999).

Tale principio va ribadito, posto che l'art. 2214 c.c., che è la norma che dà contenuto all'art. 216 legge fall., inserita nel paragrafo delle scritture contabili, menziona, al comma 1, tra i libri obbligatori, quello giornale e quello degli inventari, mentre, al comma 2, le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell'impresa, da tenere in modo ordinato assieme alle lettere, alle fatture e ai telegrammi sia spediti che ricevuti. Non menziona invece il bilancio che non può certo essere fatto rientrare tra queste ultime, di natura eventuale e condizionata a differenza del bilancio. Si legge, d'altra parte, nell'art. 2217 c.c. che il bilancio si pone a chiusura dell'inventario, come il conto dei profitti e delle perdite, ed è dunque distinto da quello, che contiene la indicazione e valutazione delle singole attività e passività della impresa; il bilancio serve piuttosto a rappresentare la situazione patrimoniale e finanziaria della società oltre al risultato economico, in modo evidente, sicchè è da escludere che sia rilevante ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 216. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 06 marzo 2017.




L'uso di scrittura privata falsa non è più previsto dalla legge come reato

Uso di atto falso – Scrittura privata – Reato – Esclusione

Il D.Igs. 7/2016 ha abrogato il reato di falso in scrittura privata di cui all'art. 485 cod. pen. nonché ha cancellato il secondo comma dell'art. 489 cod. pen. che così recitava "Qualora si tratti di scritture private chi commette il fatto è punibile soltanto se ha agito al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno", con la conseguenza che il testo vigente della norma di cui all'art. 489 cod. pen. è rimasto il seguente: "Chiunque senza essere concorso nella falsità, fa uso di un atto falso soggiace alle pene stabilite negli articoli precedenti, ridotte di un terzo".
 
E’, pertanto, del tutto evidente dal contesto normativo sopra richiamato che anche l'uso di scrittura privata falsa non è più previsto dalla legge come reato.
Ciò è desumibile:
a) dal fatto che mentre il secondo comma dell'art. 489 cod. pen. faceva espresso richiamo alle "scritture private" il testo normativo oggi vigente fa un più generico riferimento all'atto falso";
b) dal fatto che nel concetto come detto più generico di "atto falso" non possono più essere ricomprese le "scritture private" sia per espressa eliminazione della parte della norma che le riguardava, sia per il fatto che la norma stessa prevede un trattamento sanzionatorio ("soggiace alle pene stabilite dagli articoli precedenti ridotte di un terzo") che è venuto meno attraverso l'abrogazione dell'art. 485 cod. pen. così facendo perdere il parametro normativo di riferimento;
c) dal fatto che sarebbe a dir poco illogico (se non addirittura incostituzionale) che il Legislatore abbia stabilito che non è più reato falsificare una scrittura privata mentre continuerebbe ad esserlo la condotta - indubbiamente meno grave - del fare uso della scrittura falsa;
d) dal fatto che mentre secondo il testo dell'art. 489 cod. pen. vigente all'epoca delle condotte qui in esame il Legislatore aveva richiesto per la punibilità dell'uso della scrittura privata falsa un elemento ulteriore - il dolo specifico (il "fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno") attualmente l'uso della scrittura privata falsa sarebbe punibile a mero titolo di "dolo generico" così addirittura estendendo in fatto le ipotesi di punibilità dell'uso di tale scrittura.
Da quanto detto è pertanto chiaro che l'unica lettura possibile e costituzionalmente orientata del contesto normativo sopra descritto nel quale il Legislatore aveva in origine deciso di ben differenziare l'ipotesi specifica dell'uso della "scrittura privata" falsa rispetto a quella più generica dell'uso di un "atto falso" ed ha, con l'intervento operato con il D.Igs. 7/2016, addirittura eleminato ogni riferimento alla "scrittura privata" è quella di ritenere che anche l'uso di scrittura privata falsa oggi non è più previsto dalla legge come reato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 02 febbraio 2017.




L'uso di scrittura privata falsa non è più previsto dalla legge come reato

Uso di atto falso – Scrittura privata – Reato – Esclusione

Il D.Igs. 7/2016 ha abrogato il reato di falso in scrittura privata di cui all'art. 485 cod. pen. nonché ha cancellato il secondo comma dell'art. 489 cod. pen. che così recitava "Qualora si tratti di scritture private chi commette il fatto è punibile soltanto se ha agito al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno", con la conseguenza che il testo vigente della norma di cui all'art. 489 cod. pen. è rimasto il seguente: "Chiunque senza essere concorso nella falsità, fa uso di un atto falso soggiace alle pene stabilite negli articoli precedenti, ridotte di un terzo".
 
E’, pertanto, del tutto evidente dal contesto normativo sopra richiamato che anche l'uso di scrittura privata falsa non è più previsto dalla legge come reato.
Ciò è desumibile:
a) dal fatto che mentre il secondo comma dell'art. 489 cod. pen. faceva espresso richiamo alle "scritture private" il testo normativo oggi vigente fa un più generico riferimento all'atto falso";
b) dal fatto che nel concetto come detto più generico di "atto falso" non possono più essere ricomprese le "scritture private" sia per espressa eliminazione della parte della norma che le riguardava, sia per il fatto che la norma stessa prevede un trattamento sanzionatorio ("soggiace alle pene stabilite dagli articoli precedenti ridotte di un terzo") che è venuto meno attraverso l'abrogazione dell'art. 485 cod. pen. così facendo perdere il parametro normativo di riferimento;
c) dal fatto che sarebbe a dir poco illogico (se non addirittura incostituzionale) che il Legislatore abbia stabilito che non è più reato falsificare una scrittura privata mentre continuerebbe ad esserlo la condotta - indubbiamente meno grave - del fare uso della scrittura falsa;
d) dal fatto che mentre secondo il testo dell'art. 489 cod. pen. vigente all'epoca delle condotte qui in esame il Legislatore aveva richiesto per la punibilità dell'uso della scrittura privata falsa un elemento ulteriore - il dolo specifico (il "fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno") attualmente l'uso della scrittura privata falsa sarebbe punibile a mero titolo di "dolo generico" così addirittura estendendo in fatto le ipotesi di punibilità dell'uso di tale scrittura.
Da quanto detto è pertanto chiaro che l'unica lettura possibile e costituzionalmente orientata del contesto normativo sopra descritto nel quale il Legislatore aveva in origine deciso di ben differenziare l'ipotesi specifica dell'uso della "scrittura privata" falsa rispetto a quella più generica dell'uso di un "atto falso" ed ha, con l'intervento operato con il D.Igs. 7/2016, addirittura eleminato ogni riferimento alla "scrittura privata" è quella di ritenere che anche l'uso di scrittura privata falsa oggi non è più previsto dalla legge come reato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 02 febbraio 2017.




Assenza del difensore al giudizio abbreviato d’appello per legittimo impedimento

Processo penale – Giudizio abbreviato d’appello – Rito camerale – Assistenza del difensore – Necessità – Legittimo impedimento

Nel giudizio abbreviato di appello, soggetto al rito camerale, il legittimo impedimento del difensore impone il rinvio del procedimento: ne deriva che, se il difensore non compare senza addurre alcun legittimo impedimento, il procedimento è celebrato senza cha la mancata comparizione determini l'obbligo di provvedere ex art. 97, comma 4, cod. proc. pen.; se invece il difensore non compare ma rappresenta e documenta tempestivamente il proprio impedimento a comparire chiedendo un differimento dell'udienza, il giudice è tenuto a pronunciarsi sull'esistenza o meno di un legittimo impedimento e ad assumere i provvedimenti di conseguenza. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 02 gennaio 2017.




Remissione tacita della querela e mancata comparizione del querelante alla udienza dibattimentale

Querela - Remissione tacita - Mancata comparizione alla udienza dibattimentale del querelante

Integra remissione tacita di querela la mancata comparizione alla udienza dibattimentale del querelante, previamente ed espressamente avvertito dal giudice che l'eventuale sua assenza sarà interpretata come fatto incompatibile con la volontà di persistere nella querela" (conferma l'indirizzo di SS.UU. n. 31668/2016). (Antonio Fattore) (riproduzione riservata) Cassazione penale 21 dicembre 2016.




Confisca per equivalente ex d.lgs. 231/2001, fattibilità del piano e accertamento dei diritti dei terzi di buona fede

Confisca per equivalente ex d.lgs. 231 del 2001 – Verifica delle ragioni dei terzi – Competenza del giudice fallimentare – Esclusione

Confisca per equivalente ex d.lgs. 231 del 2001 – Diritti acquisiti dai terzi di buona fede – Requisito della realità – Necessità – Diritti di credito – Esclusione

Concordato preventivo – Cessione dei beni – Fattibilità giuridica del piano – Sequestro preventivo di beni ex d.lgs. 231 del 2001 – Cessazione del vincolo cautelare – Competenza del giudice penale

La verifica delle ragioni dei terzi che possono essere di ostacolo all’attuazione della confisca per equivalente di cui al d.lgs.  231 del 2001, al fine di accertarne la buona fede secondo quanto stabilito dalla norma citata, spetta al giudice penale e non al giudice fallimentare (Cass. Pen., sez. un., 11170/14). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

I diritti acquisiti dai terzi di buona fede, da far salvi rispetto alla confisca ai sensi dell'art. 19 del d.lgs. n. 231 del 2001, sono quelli identificati dal connotato della realità, in rapporto ai beni oggetto di apprensione a tutela delle ragioni dello Stato, non anche i diritti di credito (Cass. Pen., sez. un., 11170/14). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

In tema di concordato preventivo con cessione totale dei beni, la fattibilità giuridica del piano costituisce presupposto di ammissibilità della proposta; ne consegue che quando a carico della società proponente sia stato disposto un sequestro preventivo di beni destinato alla confisca secondo il regime di cui al d.lgs. 231 del 2001, è sempre necessario ottenere dal giudice penale la cessazione del vincolo cautelare, in mancanza, restando sottratto al giudice della procedura concorsuale ogni potere di sindacare la legittimità del provvedimento, la proposta va dichiarata senz'altro inammissibile. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 20 dicembre 2016.




Confisca per equivalente ex d.lgs. 231/2001, fattibilità del piano e accertamento dei diritti dei terzi di buona fede

Confisca per equivalente ex d.lgs. 231 del 2001 – Verifica delle ragioni dei terzi – Competenza del giudice fallimentare – Esclusione

Confisca per equivalente ex d.lgs. 231 del 2001 – Diritti acquisiti dai terzi di buona fede – Requisito della realità – Necessità – Diritti di credito – Esclusione

Concordato preventivo – Cessione dei beni – Fattibilità giuridica del piano – Sequestro preventivo di beni ex d.lgs. 231 del 2001 – Cessazione del vincolo cautelare – Competenza del giudice penale

La verifica delle ragioni dei terzi che possono essere di ostacolo all’attuazione della confisca per equivalente di cui al d.lgs.  231 del 2001, al fine di accertarne la buona fede secondo quanto stabilito dalla norma citata, spetta al giudice penale e non al giudice fallimentare (Cass. Pen., sez. un., 11170/14). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

I diritti acquisiti dai terzi di buona fede, da far salvi rispetto alla confisca ai sensi dell'art. 19 del d.lgs. n. 231 del 2001, sono quelli identificati dal connotato della realità, in rapporto ai beni oggetto di apprensione a tutela delle ragioni dello Stato, non anche i diritti di credito (Cass. Pen., sez. un., 11170/14). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

In tema di concordato preventivo con cessione totale dei beni, la fattibilità giuridica del piano costituisce presupposto di ammissibilità della proposta; ne consegue che quando a carico della società proponente sia stato disposto un sequestro preventivo di beni destinato alla confisca secondo il regime di cui al d.lgs. 231 del 2001, è sempre necessario ottenere dal giudice penale la cessazione del vincolo cautelare, in mancanza, restando sottratto al giudice della procedura concorsuale ogni potere di sindacare la legittimità del provvedimento, la proposta va dichiarata senz'altro inammissibile. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 20 dicembre 2016.




Sequestro preventivo penale, rapporti con il fallimento, legittimazione del custode giudiziario e del curatore

Fallimento - Rapporto col sequestro preventivo penale - Custode giudiziario - Litis consorzio necessario - Esclusione - Sequestro penale - Effetti nei confronti del fallimento

Fallimento - Confisca del capitale sociale - Oggetto - Quote di partecipazione dell’indiziato di mafia

Il sequestro preventivo penale dei beni di una società di capitali non rende il custode giudiziario di tali beni contraddittore necessario nel procedimento diretto alla dichiarazione di fallimento, per la validità del quale è sufficiente la convocazione dell'amministratore della medesima società, che resta nella titolarità di tutte le funzioni non riguardanti la gestione del patrimonio.

D'altronde, la stessa dichiarazione di fallimento non comporta l'estinzione della società, ma solo la liquidazione dei beni, con conseguente legittimatone processuale dell'organo di rappresentanza a difendere gli interessi dell'ente nell'ambito della procedura fallimentare, né reca alcun pregiudizio alla procedura di prevenzione patrimoniale diretta alla confisca dei beni aziendali (sia quando il fallimento sia stato pronunciato prima del sequestro preventivo, sia quando sia stato dichiarato successivamente) dovendo essere privilegiato l'interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia rispetto all'interesse meramente privatistico della par condicio creditorum perseguito dalla normativa fallimentare.

Il principio richiamato vale ovviamente anche con riguardo alla società le cui quote siano state oggetto di una misura segregativa con affidamento ad un terzo, di nomina ovvero controllo giudiziale, tanto più che anche l'istanza di fallimento rientra in tale corrente attività conservativa, senza perciò che vi sia l’esigenza di integrazione dell'ordinario potere di amministrazione: così questa Corte ha stabilito che il ricorso per la dichiarazione di fallimento del debitore, nel caso in cui si tratti di una società, deve essere presentato dall'amministratore, dotato del potere di rappresentanza legale, senza necessità della preventiva autorizzazione dell'assemblea o dei soci, non trattandosi di un atto negoziale né di un atto di straordinaria amministrazione, ma di una dichiarazione di scienza, peraltro doverosa, in quanto l'omissione risulta penalmente sanzionata.

Tale principio trova applicazione anche nel caso in cui l'amministratore sia stato nominato dal custode giudiziario della quota pari all'intero capitale sociale di cui il giudice per le indagini preliminari abbia disposto il sequestro (Cass. 19983/2009). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

In tema di fallimento della società di capitali, la confisca del "capitale sociale", disposta ai sensi dell'art. 2-ter della legge n. 575 del 1965, deve intendersi riferita alle quote di partecipazione dell'indiziato di mafia, non al patrimonio sociale, cosicché essa non interferisce con la dichiarazione di fallimento della società.

E neppure rileva, agli effetti della dichiarazione di fallimento della società, che il creditore sociale non dimostri la propria buona fede nell'acquisto del titolo sui beni aziendali, in quanto tale stato soggettivo incide esclusivamente sui conflitti interni alla procedura di confisca, mentre i beni aziendali non sono colpiti in modo diretto da questa, al pari della società in sé considerata (Cass. 8238/2012). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 14 dicembre 2016.




Sequestro preventivo penale, rapporti con il fallimento, legittimazione del custode giudiziario e del curatore

Fallimento - Rapporto col sequestro preventivo penale - Custode giudiziario - Litis consorzio necessario - Esclusione - Sequestro penale - Effetti nei confronti del fallimento

Fallimento - Confisca del capitale sociale - Oggetto - Quote di partecipazione dell’indiziato di mafia

Il sequestro preventivo penale dei beni di una società di capitali non rende il custode giudiziario di tali beni contraddittore necessario nel procedimento diretto alla dichiarazione di fallimento, per la validità del quale è sufficiente la convocazione dell'amministratore della medesima società, che resta nella titolarità di tutte le funzioni non riguardanti la gestione del patrimonio.

D'altronde, la stessa dichiarazione di fallimento non comporta l'estinzione della società, ma solo la liquidazione dei beni, con conseguente legittimatone processuale dell'organo di rappresentanza a difendere gli interessi dell'ente nell'ambito della procedura fallimentare, né reca alcun pregiudizio alla procedura di prevenzione patrimoniale diretta alla confisca dei beni aziendali (sia quando il fallimento sia stato pronunciato prima del sequestro preventivo, sia quando sia stato dichiarato successivamente) dovendo essere privilegiato l'interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia rispetto all'interesse meramente privatistico della par condicio creditorum perseguito dalla normativa fallimentare.

Il principio richiamato vale ovviamente anche con riguardo alla società le cui quote siano state oggetto di una misura segregativa con affidamento ad un terzo, di nomina ovvero controllo giudiziale, tanto più che anche l'istanza di fallimento rientra in tale corrente attività conservativa, senza perciò che vi sia l’esigenza di integrazione dell'ordinario potere di amministrazione: così questa Corte ha stabilito che il ricorso per la dichiarazione di fallimento del debitore, nel caso in cui si tratti di una società, deve essere presentato dall'amministratore, dotato del potere di rappresentanza legale, senza necessità della preventiva autorizzazione dell'assemblea o dei soci, non trattandosi di un atto negoziale né di un atto di straordinaria amministrazione, ma di una dichiarazione di scienza, peraltro doverosa, in quanto l'omissione risulta penalmente sanzionata.

Tale principio trova applicazione anche nel caso in cui l'amministratore sia stato nominato dal custode giudiziario della quota pari all'intero capitale sociale di cui il giudice per le indagini preliminari abbia disposto il sequestro (Cass. 19983/2009). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

In tema di fallimento della società di capitali, la confisca del "capitale sociale", disposta ai sensi dell'art. 2-ter della legge n. 575 del 1965, deve intendersi riferita alle quote di partecipazione dell'indiziato di mafia, non al patrimonio sociale, cosicché essa non interferisce con la dichiarazione di fallimento della società.

E neppure rileva, agli effetti della dichiarazione di fallimento della società, che il creditore sociale non dimostri la propria buona fede nell'acquisto del titolo sui beni aziendali, in quanto tale stato soggettivo incide esclusivamente sui conflitti interni alla procedura di confisca, mentre i beni aziendali non sono colpiti in modo diretto da questa, al pari della società in sé considerata (Cass. 8238/2012). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 14 dicembre 2016.




Molestie olfattive: odore del sugo, fritti ecc. sulla base di prova testimoniale

Molestie olfattive - Criterio della normale tollerabilità - Elementi probatori - Dichiarazioni delle persone offese e del tecnico di loro fiducia

La contravvenzione prevista dall’art. 674 c.p. è configurabile anche nel caso di "molestie olfattive" a prescindere dal soggetto emittente, con la specificazione che quando non esiste una predeterminazione normativa dei limiti delle emissioni, si deve avere riguardo al criterio della normale tollerabilità di cui all’art. 844 c.c., che comunque costituisce un referente normativo, per il cui accertamento non è necessario disporre perizia tecnica, potendo il giudice fondare il suo convincimento su elementi probatori di diversa natura e dunque sulle dichiarazioni delle persone offese e del tecnico di loro fiducia. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 22 novembre 2016.




Ne bis in idem: alla Corte di Giustizia il doppio binario sanzioni tributarie e penali

Condotta illecita – Condanna penale irrevocabile – Procedimento amministrativo d’irrogazione di sanzione – Conformità all’art. 50 CDFUE – Rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia

In tema di sanzioni amministrative tributarie, va disposto il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia della questione interpretativa dell’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, chiedendo di precisare se tale disposizione, alla luce dell’art. 4 del protocollo 7 della Convenzione dei diritti dell’uomo, osti alla possibilità di celebrare un procedimento amministrativo avente ad oggetto un fatto (nella specie, condotta illecita di manipolazione del mercato) per cui il medesimo soggetto abbia già riportato condanna penale irrevocabile. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. V, tributaria 13 ottobre 2016.




Ne bis in idem: alla Corte di Giustizia il doppio binario sanzioni tributarie e penali

Condotta illecita – Condanna penale irrevocabile – Procedimento amministrativo d’irrogazione di sanzione – Conformità all’art. 50 CDFUE – Rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia

In tema di sanzioni amministrative tributarie, va disposto il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia della questione interpretativa dell’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, chiedendo di precisare se tale disposizione, alla luce dell’art. 4 del protocollo 7 della Convenzione dei diritti dell’uomo, osti alla possibilità di celebrare un procedimento amministrativo avente ad oggetto un fatto (nella specie, condotta illecita di manipolazione del mercato) per cui il medesimo soggetto abbia già riportato condanna penale irrevocabile. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. V, tributaria 13 ottobre 2016.




Utilizzo della procedura di concordato preventivo per il compimento di atti dissipativi o distrattivi del patrimonio

Concordato preventivo - Utilizzo della procedura per il compimento di atti dissipativi o distrattivi del proprio patrimonio - Approvazione dei creditori e omologa del tribunale - Irrilevanza

Concordato preventivo - Applicazione dell’articolo 236 l.f. - Fatti commessi attraverso la procedura - Piano congegnato in maniera frodatoria - Distorsione delle finalità della normativa concordataria

Concordato preventivo - Carattere frodatorio del piano - Accertamento in concreto - Manipolazione della realtà aziendale - Frode -  Caratteristiche

Concordato preventivo - Compimento di atti distorsivi o dissipativi del patrimonio - Attivazione della giurisdizione penale prima che sia disposta la revoca del concordato ex art. 173 l.f.

Mediante il concordato preventivo, l'imprenditore può compiere atti dissipativi o distrattivi del proprio patrimonio, rilevanti ai sensi dell'art. 216 l.f. (richiamato dall'art. 236 l.f.) nonostante il piano sia stato approvato dai creditori e omologato dal tribunale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L'art. 236 l.f., nel prevedere l'applicazione degli artt. 223 e 224 legge fall. "nel caso di concordato preventivo", si riferisce non solo ai fatti commessi ante procedura, ma - com'è desumibile dallo stesso tenore letterale della norma - anche ai fatti commessi "attraverso la procedura", indebitamente piegata a fini illeciti.

Perché ciò si verifichi occorre, però, che il piano sia congegnato in maniera frodatoria, per la realizzazione di interessi diversi da quelli sottesi alla normativa concordataria, pensata e voluta dal legislatore per favorire il risanamento delle imprese o la loro liquidazione a condizione che ciò avvenga nel rispetto dei principi che sovrintendono all'esercizio dell'attività imprenditoriale e alla definizione concordata delle crisi, con la conseguenza che l'imprenditore, il quale si rivolga al ceto creditorio per coinvolgere i creditori nella gestione della propria crisi, anche attraverso la rinuncia, totale o parziale, ai loro crediti, debba farlo in maniera trasparente e attraverso la rappresentazione della reale situazione aziendale, per consentire ai creditori l'espressione di un voto consapevole e al tribunale l'adempimento della sua funzione di verifica. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il carattere frodatorio del piano va accertato in concreto e deve consistere in una chiara e indiscutibile manipolazione della realtà aziendale, tale da falsare il giudizio dei creditori e orientarli in maniera presumibilmente diversa rispetto a quella che sarebbe conseguita alla corretta rappresentazione della situazione aziendale. La "frode" non può consistere, quindi, in una diversa lettura dei dati esposti nel piano da parte dei soggetti cui è demandata la funzione di verifica, ma presuppone una rappresentazione non veritiera della realtà aziendale, attuata attraverso la volontaria pretermissione - nel piano - di cespiti rilevanti (beni strumentali, crediti, ecc.), attraverso l'indicazione di attività o l'esposizione di passività inesistenti, ovvero in presenza di qualunque altro comportamento obbiettivamente idoneo ad ingannare i creditori e che legittimerebbe la revoca del concordato, ex art. 173 legge fall.

L'indicazione legislativa contenuta nella norma suddetta costituisce, infatti, valido riferimento per giungere non solo alla risoluzione del concordato preventivo, ma anche per punire, sub specie di distrazione o dissipazione, condotte che tradiscono, in modo indiscutibile e non congetturale, lo spirito e la funzione degli istituti di "risoluzione della crisi d'impresa", pensati dal legislatore per favorire la salvaguardia di valori aziendali inevitabilmente compromessi dal fallimento e non certo per consentire all'imprenditore di avvantaggiarsi, a danno dei creditori, delle "crisi" cui ha dato luogo; sempreché, ovviamente, le condotte censurate determinino una distrazione o dissipazione di attività aziendali. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La giurisdizione penale può attivarsi prima che sia disposta, da parte degli organi fallimentari, la "revoca" del concordato, ex art. 173 l.f. in ragione della tendenziale autosufficienza della giurisdizione penale, che le consente di risolvere ogni questione da cui dipenda la decisione (art. 2 cod. proc. pen.). E poiché nello specifico del concordato preventivo l'art. 236 legge fall. fa salva espressamente l'applicabilità degli artt. 223 e 224, ne consegue che ogni condotta rivolta a commettere i reati previsti dalle norme suddette, in qualunque momento posta in essere (prima dell'ammissione alla procedura concordataria, durante lo svolgimento della procedura o dopo la revoca del provvedimento di ammissione), diviene perseguibile dal giudice penale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

 

Cassazione penale 06 ottobre 2016.




Utilizzo della procedura di concordato preventivo per il compimento di atti dissipativi o distrattivi del patrimonio

Concordato preventivo - Utilizzo della procedura per il compimento di atti dissipativi o distrattivi del proprio patrimonio - Approvazione dei creditori e omologa del tribunale - Irrilevanza

Concordato preventivo - Applicazione dell’articolo 236 l.f. - Fatti commessi attraverso la procedura - Piano congegnato in maniera frodatoria - Distorsione delle finalità della normativa concordataria

Concordato preventivo - Carattere frodatorio del piano - Accertamento in concreto - Manipolazione della realtà aziendale - Frode -  Caratteristiche

Concordato preventivo - Compimento di atti distorsivi o dissipativi del patrimonio - Attivazione della giurisdizione penale prima che sia disposta la revoca del concordato ex art. 173 l.f.

Mediante il concordato preventivo, l'imprenditore può compiere atti dissipativi o distrattivi del proprio patrimonio, rilevanti ai sensi dell'art. 216 l.f. (richiamato dall'art. 236 l.f.) nonostante il piano sia stato approvato dai creditori e omologato dal tribunale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L'art. 236 l.f., nel prevedere l'applicazione degli artt. 223 e 224 legge fall. "nel caso di concordato preventivo", si riferisce non solo ai fatti commessi ante procedura, ma - com'è desumibile dallo stesso tenore letterale della norma - anche ai fatti commessi "attraverso la procedura", indebitamente piegata a fini illeciti.

Perché ciò si verifichi occorre, però, che il piano sia congegnato in maniera frodatoria, per la realizzazione di interessi diversi da quelli sottesi alla normativa concordataria, pensata e voluta dal legislatore per favorire il risanamento delle imprese o la loro liquidazione a condizione che ciò avvenga nel rispetto dei principi che sovrintendono all'esercizio dell'attività imprenditoriale e alla definizione concordata delle crisi, con la conseguenza che l'imprenditore, il quale si rivolga al ceto creditorio per coinvolgere i creditori nella gestione della propria crisi, anche attraverso la rinuncia, totale o parziale, ai loro crediti, debba farlo in maniera trasparente e attraverso la rappresentazione della reale situazione aziendale, per consentire ai creditori l'espressione di un voto consapevole e al tribunale l'adempimento della sua funzione di verifica. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il carattere frodatorio del piano va accertato in concreto e deve consistere in una chiara e indiscutibile manipolazione della realtà aziendale, tale da falsare il giudizio dei creditori e orientarli in maniera presumibilmente diversa rispetto a quella che sarebbe conseguita alla corretta rappresentazione della situazione aziendale. La "frode" non può consistere, quindi, in una diversa lettura dei dati esposti nel piano da parte dei soggetti cui è demandata la funzione di verifica, ma presuppone una rappresentazione non veritiera della realtà aziendale, attuata attraverso la volontaria pretermissione - nel piano - di cespiti rilevanti (beni strumentali, crediti, ecc.), attraverso l'indicazione di attività o l'esposizione di passività inesistenti, ovvero in presenza di qualunque altro comportamento obbiettivamente idoneo ad ingannare i creditori e che legittimerebbe la revoca del concordato, ex art. 173 legge fall.

L'indicazione legislativa contenuta nella norma suddetta costituisce, infatti, valido riferimento per giungere non solo alla risoluzione del concordato preventivo, ma anche per punire, sub specie di distrazione o dissipazione, condotte che tradiscono, in modo indiscutibile e non congetturale, lo spirito e la funzione degli istituti di "risoluzione della crisi d'impresa", pensati dal legislatore per favorire la salvaguardia di valori aziendali inevitabilmente compromessi dal fallimento e non certo per consentire all'imprenditore di avvantaggiarsi, a danno dei creditori, delle "crisi" cui ha dato luogo; sempreché, ovviamente, le condotte censurate determinino una distrazione o dissipazione di attività aziendali. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La giurisdizione penale può attivarsi prima che sia disposta, da parte degli organi fallimentari, la "revoca" del concordato, ex art. 173 l.f. in ragione della tendenziale autosufficienza della giurisdizione penale, che le consente di risolvere ogni questione da cui dipenda la decisione (art. 2 cod. proc. pen.). E poiché nello specifico del concordato preventivo l'art. 236 legge fall. fa salva espressamente l'applicabilità degli artt. 223 e 224, ne consegue che ogni condotta rivolta a commettere i reati previsti dalle norme suddette, in qualunque momento posta in essere (prima dell'ammissione alla procedura concordataria, durante lo svolgimento della procedura o dopo la revoca del provvedimento di ammissione), diviene perseguibile dal giudice penale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

 

Cassazione penale 06 ottobre 2016.




Estinzione del reato tributario per pagamento del debito nei giudizi in corso all’entrata in vigore del D.Lgs. 158/2015

Reati tributari – Omesso versamento di ritenute o Iva, indebita compensazione – Pagamento del debito tributario – Dopo l’apertura del dibattimento – Giudizi in corso alla data di entrata in vigore del Lgs. 158/2015 – Estinzione del reato – Sussiste

Avendo l’art.11 del D.Lgs. 24 settembre 2015, n.158, nel caso dei reati di cui agli artt.10 bis, 10 ter e 10 quater, comma 1, D.Lgs. 74 del 2000, attribuito efficacia estintiva all’integrale pagamento dei debiti tributari prima dell’inizio del giudizio penale, la diversa natura assegnata al pagamento dei debito tributario, quale fatto che non riguarda più soltanto il quantum della punibilità ma l’an della punibilità, comporta che nei procedimenti in corso, anche se sia stato oltrepassato il limite temporale di rilevanza previsto dalla norma, l’imputato debba essere considerato nelle medesime condizioni fondanti l’efficacia della causa estintiva; il principio di uguaglianza impone infatti di ritenere che, sotto il profilo sostanziale, il pagamento del debito tributario assuma la medesima efficacia estintiva, sia che avvenga prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, sia, nei procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del D.Lgs. 158 del 2015, che avvenga dopo tale limite, purché prima del giudicato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 settembre 2016.




Estinzione del reato tributario per pagamento del debito nei giudizi in corso all’entrata in vigore del D.Lgs. 158/2015

Reati tributari – Omesso versamento di ritenute o Iva, indebita compensazione – Pagamento del debito tributario – Dopo l’apertura del dibattimento – Giudizi in corso alla data di entrata in vigore del Lgs. 158/2015 – Estinzione del reato – Sussiste

Avendo l’art.11 del D.Lgs. 24 settembre 2015, n.158, nel caso dei reati di cui agli artt.10 bis, 10 ter e 10 quater, comma 1, D.Lgs. 74 del 2000, attribuito efficacia estintiva all’integrale pagamento dei debiti tributari prima dell’inizio del giudizio penale, la diversa natura assegnata al pagamento dei debito tributario, quale fatto che non riguarda più soltanto il quantum della punibilità ma l’an della punibilità, comporta che nei procedimenti in corso, anche se sia stato oltrepassato il limite temporale di rilevanza previsto dalla norma, l’imputato debba essere considerato nelle medesime condizioni fondanti l’efficacia della causa estintiva; il principio di uguaglianza impone infatti di ritenere che, sotto il profilo sostanziale, il pagamento del debito tributario assuma la medesima efficacia estintiva, sia che avvenga prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, sia, nei procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del D.Lgs. 158 del 2015, che avvenga dopo tale limite, purché prima del giudicato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 settembre 2016.




Applicazione di misure cautelari personali anche prima della sentenza di fallimento

Fallimento - Reato di bancarotta - Applicazione di misure cautelari personali

E’ legittima l'applicazione di misure cautelari personali per il reato di bancarotta anche prima della pronunzia della sentenza dichiarativa del fallimento qualora ricorrano le condizioni previste dall’art. 238, comma 2, legge fall. per l'esercizio anticipato dell'azione penale. (massima ufficiale) Cassazione penale 22 settembre 2016.




Applicazione di misure cautelari personali anche prima della sentenza di fallimento

Fallimento - Reato di bancarotta - Applicazione di misure cautelari personali

E’ legittima l'applicazione di misure cautelari personali per il reato di bancarotta anche prima della pronunzia della sentenza dichiarativa del fallimento qualora ricorrano le condizioni previste dall’art. 238, comma 2, legge fall. per l'esercizio anticipato dell'azione penale. (massima ufficiale) Cassazione penale 22 settembre 2016.




Oggetto e limiti del sequestro preventivo in caso di emissione di fatture per operazioni inesistenti

Reati tributari – Emissione di fatture per operazioni inesistenti – Concorso col reato di utilizzo di fatture per operazioni inesistenti – Esclusione – Reato plurisoggettivo: non sussiste – Principio solidaristico: esclusione – Sequestro preventivo – Su utilità diverse dal prezzo del reato – Limiti

La condotta posta in essere dal soggetto che emette le fatture per operazioni inesistenti e quella di chi si avvale di dette fatture sono “autonome” e non danno luogo ad un illecito plurisoggettivo (il concorso nel reato è anzi espressamente escluso dal legislatore), sicché non può trovare applicazione il principio solidaristico (con conseguente irrilevanza del riparto tra i correi del profitto conseguito) affermato dalla sentenza delle Sezioni Unite n.26654 del 27/3/2008.
Per il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti deve farsi riferimento non tanto al profitto quanto al prezzo del reato, venendo in considerazione per l’emittente il compenso pattuito o riscosso per eseguire il delitto.
Solo in mancanza di acquisizioni processuali che consentano di determinare esattamente il prezzo del reato deve ritenersi corretto il sequestro preventivo con riferimento a qualsiasi utilità economicamente valutabile immediatamente o mediatamente derivante dalla commissione del reato. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 24 agosto 2016.




Nello stalking tra vicini la vittima è sempre credibile

Atti persecutori - Stalking - Condominio - Processo penale - Valutazione della prova

Nel reato di atti persecutori tra vicini, di cui all'art. 612 bis c.p., le regole dettate dall’art. 192 c. 3 c.p.p., non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone. (Nella fattispecie la Corte ha riconosciuto il reato di stalking nella condotta del condomino che abbia posto in essere atti concreti tali da esasperare il vicino di casa, inducendolo ad assumere terapie tranquillanti, ad assentarsi dal luogo di lavoro ed a creare nel medesimo uno stato di ansia che gli renda la vita impossibile). (Ciro Cardinale) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 giugno 2016.




Ricettazione prefallimentare e concorso in bancarotta fraudolenta patrimoniale, distinzione

Società - Amministratore di fatto - Funzioni direttive - Valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimità

Reati fallimentari - Amministratore di fatto - Doveri dell'amministratore di diritto - Penale responsabilità - Sussistenza

Bancarotta fraudolenta - Elemento soggettivo - Consapevole volontà dei singoli atti di distrazione e della idoneità dei medesimi a cagionare danno ai creditori

Bancarotta fraudolenta documentale generica - Elemento soggettivo - Dolo generico, nella forma del dolo intenzionale

Bancarotta fraudolenta e ricettazione prefallimentare - Distinzione -  Mancanza di accordo con l'imprenditore dichiarato fallito

La prova della posizione di amministratore di fatto si traduce nell'accertamento di elementi sintomatici dell'inserimento organico del soggetto, con funzioni direttive, in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell'attività della società, accertamento che costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimità, ove sostenuta da congrua e logica motivazione.

(Nel caso di specie, sono emersi da un lato, il diretto interesse dell’imputato nella conduzione della società fallita, dall'altro il concreto esercizio da parte sua di un ruolo di gestione effettiva, concretizzatosi nell'assunzione di lavoratori nell'interesse della suddetta società, che venivano da lui retribuiti, nonostante l'amministratore di diritto fosse altra persona.) (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

In tema di reati fallimentari, il soggetto che, ai sensi della disciplina dettata dall'art. 2639, c.c., assume la qualifica di amministratore "di fatto" della società fallita è da ritenere gravato dell'intera gamma dei doveri cui è soggetto l'amministratore "di diritto", per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, egli assume la penale responsabilità per tutti i comportamenti penalmente rilevanti a lui addebitabili. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

L'elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta anche per l'amministratore "di fatto" consiste nella consapevole volontà dei singoli atti di distrazione e della idoneità dei medesimi a cagionare danno ai creditori, in quanto privi di sinallagma rispondente al fine istituzionale dell'impresa, in considerazione, ad esempio, della natura fittizia dell'operazione, che incide negativamente sul patrimonio della società. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Nella bancarotta fraudolenta documentale generica, l’elemento soggettivo consiste nel dolo generico, nella forma del dolo intenzionale, costituito dalla coscienza e volontà dell'irregolare o incompleta tenuta delle scritture contabili e dalla consapevolezza che questa rende o potrà rendere impossibile ovvero difficile, la ricostruzione delle vicende del patrimonio del fallito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il delitto di ricettazione prefallimentare (art. 232, comma 3, n. 2 legge fall.), si configura solo in mancanza di un accordo con l'imprenditore dichiarato fallito; pertanto, il fatto del terzo non fallito che distragga beni prima del fallimento, in accordo con l'imprenditore, è punibile a titolo di concorso in bancarotta fraudolenta patrimoniale ex art. 216, comma 1 e art. 223, comma 1, legge fall. e non a norma del citato art. 232. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 23 giugno 2016.




Ricettazione prefallimentare e concorso in bancarotta fraudolenta patrimoniale, distinzione

Società - Amministratore di fatto - Funzioni direttive - Valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimità

Reati fallimentari - Amministratore di fatto - Doveri dell'amministratore di diritto - Penale responsabilità - Sussistenza

Bancarotta fraudolenta - Elemento soggettivo - Consapevole volontà dei singoli atti di distrazione e della idoneità dei medesimi a cagionare danno ai creditori

Bancarotta fraudolenta documentale generica - Elemento soggettivo - Dolo generico, nella forma del dolo intenzionale

Bancarotta fraudolenta e ricettazione prefallimentare - Distinzione -  Mancanza di accordo con l'imprenditore dichiarato fallito

La prova della posizione di amministratore di fatto si traduce nell'accertamento di elementi sintomatici dell'inserimento organico del soggetto, con funzioni direttive, in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell'attività della società, accertamento che costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimità, ove sostenuta da congrua e logica motivazione.

(Nel caso di specie, sono emersi da un lato, il diretto interesse dell’imputato nella conduzione della società fallita, dall'altro il concreto esercizio da parte sua di un ruolo di gestione effettiva, concretizzatosi nell'assunzione di lavoratori nell'interesse della suddetta società, che venivano da lui retribuiti, nonostante l'amministratore di diritto fosse altra persona.) (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

In tema di reati fallimentari, il soggetto che, ai sensi della disciplina dettata dall'art. 2639, c.c., assume la qualifica di amministratore "di fatto" della società fallita è da ritenere gravato dell'intera gamma dei doveri cui è soggetto l'amministratore "di diritto", per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, egli assume la penale responsabilità per tutti i comportamenti penalmente rilevanti a lui addebitabili. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

L'elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta anche per l'amministratore "di fatto" consiste nella consapevole volontà dei singoli atti di distrazione e della idoneità dei medesimi a cagionare danno ai creditori, in quanto privi di sinallagma rispondente al fine istituzionale dell'impresa, in considerazione, ad esempio, della natura fittizia dell'operazione, che incide negativamente sul patrimonio della società. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Nella bancarotta fraudolenta documentale generica, l’elemento soggettivo consiste nel dolo generico, nella forma del dolo intenzionale, costituito dalla coscienza e volontà dell'irregolare o incompleta tenuta delle scritture contabili e dalla consapevolezza che questa rende o potrà rendere impossibile ovvero difficile, la ricostruzione delle vicende del patrimonio del fallito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il delitto di ricettazione prefallimentare (art. 232, comma 3, n. 2 legge fall.), si configura solo in mancanza di un accordo con l'imprenditore dichiarato fallito; pertanto, il fatto del terzo non fallito che distragga beni prima del fallimento, in accordo con l'imprenditore, è punibile a titolo di concorso in bancarotta fraudolenta patrimoniale ex art. 216, comma 1 e art. 223, comma 1, legge fall. e non a norma del citato art. 232. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 23 giugno 2016.




Confisca di edificio realizzato con fondi di provenienza illecita su un suolo di provenienza lecita

Misure di prevenzione - Confisca di un edificio realizzato con fondi di provenienza illecita su un suolo di provenienza lecita - Regime penalistico della parte di valore economico e di utilizzabilità nettamente prevalenti

In tema di misure di prevenzione, è legittima la confisca di un edificio realizzato con fondi di provenienza illecita su un suolo di provenienza lecita, se il primo abbia un valore preponderante rispetto al secondo, poichè, quando un bene si compone di più unità, il regime penalistico cui assoggettare il cespite nella sua interezza è quello proprio della parte di valore economico e di utilizzabilità nettamente prevalenti, diventando irrilevante il principio civilistico dell'accessione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 08 giugno 2016.




Confisca di edificio realizzato con fondi di provenienza illecita su un suolo di provenienza lecita

Misure di prevenzione - Confisca di un edificio realizzato con fondi di provenienza illecita su un suolo di provenienza lecita - Regime penalistico della parte di valore economico e di utilizzabilità nettamente prevalenti

In tema di misure di prevenzione, è legittima la confisca di un edificio realizzato con fondi di provenienza illecita su un suolo di provenienza lecita, se il primo abbia un valore preponderante rispetto al secondo, poichè, quando un bene si compone di più unità, il regime penalistico cui assoggettare il cespite nella sua interezza è quello proprio della parte di valore economico e di utilizzabilità nettamente prevalenti, diventando irrilevante il principio civilistico dell'accessione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 08 giugno 2016.




Le Sezioni Unite definiscono il reato di falso in bilancio

Falso in bilancio - Esposizione o omissione i fatti oggetto di valutazione - Consapevole scostamento da criteri di valutazione normativamente fissati o da criteri tecnici generalmente accettati - Ingiunzione in errore ne i destinatari delle comunicazioni

Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l'agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni. (Principio di diritto enunciato dalla Corte)

"Va dunque, per completezza, definito il concetto di "rilevanza" ai fini del falso in bilancio. Esso, come evidenziato, tra le altre, dalla sentenza Giovagnoli, ha la sua riconoscibile origine nella normativa comunitaria (art. 2 punto 16 Direttiva UE 2013/34/UE, relativa ai bilanci di esercizio, ai bilanci consolidati ed alle relative relazioni e tipologie di imprese, recepito con d. Igs. 14 agosto 2015, n. 136), che definisce rilevante l'informazione «quando la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori, sulla base del bilancio dell'impresa».
Il requisito risulta aver sostituito il previgente parametro della idoneità «ad indurre in errore i destinatari» (oltre alle soglie percentuali di punibilità) in relazione alla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società. Ma, a ben vedere, la idoneità ad indurre in errore, altro non è che il riflesso soggettivo della rilevanza della alterazione (conseguente a una condotta commissiva od omissiva) dei dati di bilancio e si risolve nella efficacia decettiva o fuorviante dell'informazione omessa o falsa. Il falso insomma deve essere tale da alterare in misura apprezzabile il quadro d'insieme e deve avere la capacità di influire sulle determinazioni dei soci, dei creditori o del pubblico. Da questo punto di vista, la rilevanza altro non è che la pericolosità conseguente alla falsificazione; il che suggella, se pur ce ne fosse bisogno, la natura, appunto di reato di pericolo (concreto) delle "nuove" false comunicazioni sociali.
10.2 Eliminato quindi ogni riferimento a soglie percentuali di rilevanza (chiaro indice di un criterio valutativo agganciato al dato quantitativo), la nuova normativa affida al giudice la valutazione - in concreto - della incidenza della falsa appostazione o della arbitraria preterizione della stessa; dovrà dunque il giudice operare una valutazione di causalità ex ante, vale a dire che dovrà valutare la potenzialità decettiva della informazione falsa contenuta nel bilancio e, in ultima analisi, dovrà esprimere un giudizio prognostico sulla idoneità degli artifizi e raggiri contenuti nel predetto documento contabile, nell'ottica di una potenziale induzione in errore in incertam personam. Tale rilevanza, proprio perché non più ancorata a soglie numeriche predeterminate, ma apprezzata dal giudicante in relazione alle scelte che i destinatari dell'informazione (soci, creditori, potenziali investitori) potrebbero effettuare, connota la falsità di cui agli artt. 2621, 2621 bis 2622 cod. civ.. Essa, dunque, deve riguardare dati informativi essenziali, idonei a ingannare e a determinare scelte potenzialmente pregiudizievoli per i destinatari. Ed è ovvio, in base a ciò che si è premesso, che tale potenzialità ingannatoria ben può derivare, oltre che dalla esposizione in bilancio di un bene inesistente o dalla omissione di un bene esistente, dalla falsa valutazione di un bene che pure è presente nel patrimonio sociale. L'alterazione di tali dati, per altro, non deve necessariamente incidere solo sul versante quantitativo, ben potendo anche il c.d. "falso qualitativo" avere una attitudine ingannatoria e una efficacia fuorviante nei confronti del lettore del bilancio. Invero, la impropria appostazione di dati veri, l'impropria giustificazione causale di "voci", pur reali ed esistenti, ben possono avere effetto decettivo (ad esempio: mostrando una situazione di liquidità fittizia) e quindi incidere negativamente su quel bene della trasparenza societaria, che si è visto costituire il fondamento della tutela penalistica del bilancio.
11. Poiché poi il soggetto attivo (gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci, i liquidatori) deve avere agito «consapevolmente» ed «al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto», il delitto è connotato da dolo specifico.
12. A conclusione delle argomentazioni sopra svolte, si deve - dunque -affermare che, pur dopo le modifiche apportate dalla legge n. 69 del 2015, (anche) in tema di false comunicazioni sociali, il falso valutativo mantiene il suo rilievo penale. Precisamente deve essere enunciato il seguente principio di diritto:
"Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di 'valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l'agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni"." (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 27 maggio 2016.




Le Sezioni Unite definiscono il reato di falso in bilancio

Falso in bilancio - Esposizione o omissione i fatti oggetto di valutazione - Consapevole scostamento da criteri di valutazione normativamente fissati o da criteri tecnici generalmente accettati - Ingiunzione in errore ne i destinatari delle comunicazioni

Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l'agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni. (Principio di diritto enunciato dalla Corte)

"Va dunque, per completezza, definito il concetto di "rilevanza" ai fini del falso in bilancio. Esso, come evidenziato, tra le altre, dalla sentenza Giovagnoli, ha la sua riconoscibile origine nella normativa comunitaria (art. 2 punto 16 Direttiva UE 2013/34/UE, relativa ai bilanci di esercizio, ai bilanci consolidati ed alle relative relazioni e tipologie di imprese, recepito con d. Igs. 14 agosto 2015, n. 136), che definisce rilevante l'informazione «quando la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori, sulla base del bilancio dell'impresa».
Il requisito risulta aver sostituito il previgente parametro della idoneità «ad indurre in errore i destinatari» (oltre alle soglie percentuali di punibilità) in relazione alla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società. Ma, a ben vedere, la idoneità ad indurre in errore, altro non è che il riflesso soggettivo della rilevanza della alterazione (conseguente a una condotta commissiva od omissiva) dei dati di bilancio e si risolve nella efficacia decettiva o fuorviante dell'informazione omessa o falsa. Il falso insomma deve essere tale da alterare in misura apprezzabile il quadro d'insieme e deve avere la capacità di influire sulle determinazioni dei soci, dei creditori o del pubblico. Da questo punto di vista, la rilevanza altro non è che la pericolosità conseguente alla falsificazione; il che suggella, se pur ce ne fosse bisogno, la natura, appunto di reato di pericolo (concreto) delle "nuove" false comunicazioni sociali.
10.2 Eliminato quindi ogni riferimento a soglie percentuali di rilevanza (chiaro indice di un criterio valutativo agganciato al dato quantitativo), la nuova normativa affida al giudice la valutazione - in concreto - della incidenza della falsa appostazione o della arbitraria preterizione della stessa; dovrà dunque il giudice operare una valutazione di causalità ex ante, vale a dire che dovrà valutare la potenzialità decettiva della informazione falsa contenuta nel bilancio e, in ultima analisi, dovrà esprimere un giudizio prognostico sulla idoneità degli artifizi e raggiri contenuti nel predetto documento contabile, nell'ottica di una potenziale induzione in errore in incertam personam. Tale rilevanza, proprio perché non più ancorata a soglie numeriche predeterminate, ma apprezzata dal giudicante in relazione alle scelte che i destinatari dell'informazione (soci, creditori, potenziali investitori) potrebbero effettuare, connota la falsità di cui agli artt. 2621, 2621 bis 2622 cod. civ.. Essa, dunque, deve riguardare dati informativi essenziali, idonei a ingannare e a determinare scelte potenzialmente pregiudizievoli per i destinatari. Ed è ovvio, in base a ciò che si è premesso, che tale potenzialità ingannatoria ben può derivare, oltre che dalla esposizione in bilancio di un bene inesistente o dalla omissione di un bene esistente, dalla falsa valutazione di un bene che pure è presente nel patrimonio sociale. L'alterazione di tali dati, per altro, non deve necessariamente incidere solo sul versante quantitativo, ben potendo anche il c.d. "falso qualitativo" avere una attitudine ingannatoria e una efficacia fuorviante nei confronti del lettore del bilancio. Invero, la impropria appostazione di dati veri, l'impropria giustificazione causale di "voci", pur reali ed esistenti, ben possono avere effetto decettivo (ad esempio: mostrando una situazione di liquidità fittizia) e quindi incidere negativamente su quel bene della trasparenza societaria, che si è visto costituire il fondamento della tutela penalistica del bilancio.
11. Poiché poi il soggetto attivo (gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci, i liquidatori) deve avere agito «consapevolmente» ed «al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto», il delitto è connotato da dolo specifico.
12. A conclusione delle argomentazioni sopra svolte, si deve - dunque -affermare che, pur dopo le modifiche apportate dalla legge n. 69 del 2015, (anche) in tema di false comunicazioni sociali, il falso valutativo mantiene il suo rilievo penale. Precisamente deve essere enunciato il seguente principio di diritto:
"Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di 'valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l'agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni"." (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 27 maggio 2016.




Non luogo a procedere del GUP e merito

Processo penale – Udienza preliminare – Sentenza di non luogo a procedere – Motivazione di natura esclusivamente processuale – Valutazioni di merito sulle prove o sulla colpevolezza dell’imputato – Esclusione

Il giudice dell’udienza preliminare, ai fini della pronuncia di sentenza di non luogo a provvedere a norma dell’art.425 cod. proc. pen., comma 3, deve limitarsi a valutare – sulla base di un giudizio prognostico di valenza meramente processuale – se gli elementi acquisiti risultino insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l’accusa in giudizio, in modo così radicale da rendere inutile lo svolgimento del dibattimento, anche con riferimento agli ulteriori elementi di prova, ai chiarimenti e agli approfondimenti probatori che ivi potranno essere disposti. Nell’effettuare tale valutazione, il giudice dell’udienza preliminare non può procedere ad una complessa ed approfondita disamina del merito del materiale probatorio né può formulare un giudizio sulla colpevolezza, non colpevolezza dell’imputato (che è riservato al giudice del dibattimento in esito all’assunzione delle prove), essendogli inibito il proscioglimento in tutti quei casi in cui gli elementi di prova acquisiti a carico dell’imputato si prestino a valutazioni alternative, aperte o, comunque, siano tali da poter essere diversamente valutati nel dibattimento anche alla luce delle future acquisizioni probatorie.
[Nella fattispecie, il GUP aveva dichiarato non doversi procedere nei confronti del vice direttore di una banca, imputato di avere richiesto interessi usurari ad un correntista. La motivazione, fra l’altro, era basata sul presupposto che l’imputato non disponesse di autonomia tale da mettere in discussione le modalità di computo degli interessi praticate dall’istituto, mentre dall’informativa della Guardia di Finanza figurava invece che egli, quale vice direttore centrale, determinava o concorreva a determinare le condizioni di erogazione del credito.] (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 20 maggio 2016.




Depenalizzazione ex dlgs 7 del 2016: nuova pronuncia della Cassazione

Impugnazioni – Interesse ad impugnare – Parte civile – Danneggiamento “semplice” – Interesse ad impugnare la sentenza di assoluzione dopo le modifiche introdotte dal d.lgs. n. 7 del 2016 – Esclusione

E’ inammissibile, per sopravvenuta carenza di interesse, il ricorso per cassazione proposto dalla parte civile avverso una sentenza di assoluzione dal reato di danneggiamento “semplice”, trasformato dal d.lgs. 16 gennaio 2016, n. 7 in illecito civile.
Dalla motivazione. A seguito del Decreto legislativo n. 7 del 15 gennaio 2016 il delitto di danneggiamento semplice, risulta non più previsto dalla legge come reato. Venendo meno il presupposto della punibilità del fatto-reato di danneggiamento semplice, il giudizio di impugnazione proposto soltanto dalla parte civile non può svolgersi con l'esame dei motivi di ricorso poiché il giudice penale non potrebbe comunque pronunciare alcuna sentenza di condanna anche avente ad oggetto le sole statuizioni civili. Infatti, in tema di parte civile, è ammissibile l'impugnazione proposta dalla parte civile avverso la sentenza di assoluzione (art. 576 cod. proc. pen.) preordinata a chiedere l'affermazione della responsabilità dell'imputato, quale logico presupposto della condanna alle restituzioni e al risarcimento del danno, con la conseguenza che detta richiesta non può condurre ad una modifica della decisione penale, sulla quale si è formato il giudicato, in mancanza dell'impugnazione del P.M., ma semplicemente all'affermazione della responsabilità dell'imputato per un fatto previsto dalla legge come reato, che giustifica la condanna alle restituzioni ed al risarcimento del danno. In tale ipotesi, il giudice dell'impugnazione, dovendo decidere su una domanda civile necessariamente dipendente da un accertamento sul fatto reato, e, dunque, sulla responsabilità dell'autore dell'illecito, può, seppure in via incidentale, statuire in modo difforme sul fatto oggetto dell'imputazione, ritenendolo ascrivibile al soggetto prosciolto (Sez. 2, Sentenza n. 897 del 24/10/2003, Rv. 227966). Avuto pertanto riguardo al nesso di necessaria accessorietà rispetto ad un fatto reato deve pertanto escludersi la sussistenza di interesse ad impugnare ai soli effetti civili una pronuncia di proscioglimento per fatti non più previsti dalla legge come reato quali il danneggiamento semplice già previsto e punito dal previgente art.635 cod.pen.. Eventuali domande formulabili a seguito della riforma della disciplina del danneggiamento semplice verranno pertanto avanzate in altra sede. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 16 maggio 2016.




Depenalizzazione ex dlgs 7 del 2016: nuova pronuncia della Cassazione

Impugnazioni – Interesse ad impugnare – Parte civile – Danneggiamento “semplice” – Interesse ad impugnare la sentenza di assoluzione dopo le modifiche introdotte dal d.lgs. n. 7 del 2016 – Esclusione

E’ inammissibile, per sopravvenuta carenza di interesse, il ricorso per cassazione proposto dalla parte civile avverso una sentenza di assoluzione dal reato di danneggiamento “semplice”, trasformato dal d.lgs. 16 gennaio 2016, n. 7 in illecito civile.
Dalla motivazione. A seguito del Decreto legislativo n. 7 del 15 gennaio 2016 il delitto di danneggiamento semplice, risulta non più previsto dalla legge come reato. Venendo meno il presupposto della punibilità del fatto-reato di danneggiamento semplice, il giudizio di impugnazione proposto soltanto dalla parte civile non può svolgersi con l'esame dei motivi di ricorso poiché il giudice penale non potrebbe comunque pronunciare alcuna sentenza di condanna anche avente ad oggetto le sole statuizioni civili. Infatti, in tema di parte civile, è ammissibile l'impugnazione proposta dalla parte civile avverso la sentenza di assoluzione (art. 576 cod. proc. pen.) preordinata a chiedere l'affermazione della responsabilità dell'imputato, quale logico presupposto della condanna alle restituzioni e al risarcimento del danno, con la conseguenza che detta richiesta non può condurre ad una modifica della decisione penale, sulla quale si è formato il giudicato, in mancanza dell'impugnazione del P.M., ma semplicemente all'affermazione della responsabilità dell'imputato per un fatto previsto dalla legge come reato, che giustifica la condanna alle restituzioni ed al risarcimento del danno. In tale ipotesi, il giudice dell'impugnazione, dovendo decidere su una domanda civile necessariamente dipendente da un accertamento sul fatto reato, e, dunque, sulla responsabilità dell'autore dell'illecito, può, seppure in via incidentale, statuire in modo difforme sul fatto oggetto dell'imputazione, ritenendolo ascrivibile al soggetto prosciolto (Sez. 2, Sentenza n. 897 del 24/10/2003, Rv. 227966). Avuto pertanto riguardo al nesso di necessaria accessorietà rispetto ad un fatto reato deve pertanto escludersi la sussistenza di interesse ad impugnare ai soli effetti civili una pronuncia di proscioglimento per fatti non più previsti dalla legge come reato quali il danneggiamento semplice già previsto e punito dal previgente art.635 cod.pen.. Eventuali domande formulabili a seguito della riforma della disciplina del danneggiamento semplice verranno pertanto avanzate in altra sede. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 16 maggio 2016.




Nozione di 'fatti materiali' e mancata esposizione in bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio sociale

Società - Falso in bilancio - Mancata esposizione in bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio sociale - Reato di pericolo

Anche qualora si propenda per una interpretazione restrittiva della nozione di "fatti materiali", la nuova formulazione dell'art. 2622 cod. civ., introdotta dall'art. 11 della legge 27 maggio 2015, n. 69, si pone, quanto alla condotta di mancata esposizione in bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio sociale, in rapporto di continuità normativa con la fattispecie previgente, determinando una successione di leggi penali, ai sensi dell'art. 2, comma quarto, cod. pen. (Redazione IL CASO.it - Riproduzione riservata)

"... 1. Preliminarmente tuttavia è necessario verificare se il fatto per cui si procede sia tuttora previsto dalla legge come reato, atteso che successivamente alla proposizione del ricorso è entrata in vigore la I. n. 69/2015 che ha significativamente ridisegnato le fattispecie di false comunicazioni sociali previste dal testo degli artt. 2621 e 2622 cod. civ. vigente all'epoca dei fatti e della pronunzia della sentenza impugnata.
La legge menzionata ha infatti configurato due autonomi titoli di reato, configurati entrambi come delitti e collocati, rispettivamente, nei citati artt. 2621 e 2622 cod.civ. al fine di differenziare la repressione delle false comunicazioni sociali a seconda che il fatto sia commesso nell'ambito di una società "non quotata" ovvero di una "quotata". Differenziazione che si traduce soprattutto nella previsione di diverse cornici edittali di pena: da uno a cinque anni di reclusione nel primo caso, da tre a otto nel secondo. Ed infatti, a parte alcuni pur non marginali dettagli di cui si dirà in seguito, la struttura delle due incriminazioni è pressoché identica e tesa a superare l'assetto ideato dal legislatore del 2002 nel quale era prevista una fattispecie contravvenzionale di pericolo ed un delitto di danno - in un rapporto di sostanziale progressione criminosa tra loro - quest'ultimo diversamente configurato qualora il fatto riguardasse una quotata esclusivamente in merito al profilo del trattamento sanzionatorio ed al regime di procedibilità.
La novella propone invece due reati di pericolo (invero tre se si considera anche l'ipotesi attenuata di cui all'art. 2621-bis cod. civ., configurata come vero e proprio titolo autonomo di reato), integrati a prescindere dalla causazione di un danno a soci o creditori, che ripropongono in buona parte il profilo strutturale della fattispecie contravvenzionale contenuta nel previgente testo dell'art. 2621 cod. civ. Scompare altresì per le società non quotate la procedibilità a querela della persona offesa, rivelandosi in tal senso l'intenzione di recuperare coerenza sistematica attraverso la tutela esclusiva della trasparenza dell'informazione societaria. Quelli di nuovo conio rimangono invece reati propri degli amministratori, dei direttori generali, dei dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, dei sindaci e dei liquidatori.
Con riguardo all'oggetto materiale del reato è stata conservata la tipizzazione delle comunicazioni sociali rilevanti introdotta dalla precedente riforma del 2002, individuate nei bilanci, nelle relazioni e nelle altre comunicazioni dirette ai soci e al pubblico previste dalla legge. Invero tale ultimo inciso è stato "spostato", rispetto alla formulazione previgente, in coda all'elenco, con l'apparente intento di fugare eventuali residui dubbi circa il fatto che la specificazione riguardi non solo le comunicazioni, ma altresì le relazioni. Viene dunque confermata l'irrilevanza penale delle condotte che riguardano comunicazioni "atipiche", comunicazioni interorganiche e quelle dirette ad unico destinatario, sia esso un soggetto privato o pubblico, le quali, sussistendone le condizioni, possono configurare, a seconda dei casi, i reati di truffa ovvero quelli previsti dagli artt. 2625, 2637 e 2638 cod. civ. o ancora quello di cui all'art. 185 TUIF.
Il legislatore ha invece provveduto, come già accennato, all'eliminazione dell'evento di danno e delle soglie previsti nella previgente formulazione dei due articoli menzionati. Eliminazione cui ha corrisposto una rimodulazione delle condotte tipiche, ora integrate dall'esposizione in una delle comunicazioni tipizzate di «fatti materiali non rispondenti al vero» ovvero nell'omissione di «fatti materiali la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene». Nell'ipotesi prevista dall'art. 2621 - dedicata come ricordato alle sole società non quotate - i "fatti materiali" non rispondenti al vero ovvero quelli occultati devono inoltre essere 'rilevanti'.
La novella ha dunque ripreso la molto discussa formula utilizzata dal legislatore del 2002 per circoscrivere l'oggetto della condotta attiva, amputandola però del riferimento alle valutazioni («ancorché oggetto di valutazioni») contenuto nel testo previgente dei due articoli e provvedendo contestualmente a replicarla anche nella definizione di quello della condotta omissiva, in relazione alla quale le due norme incriminatrici in precedenza evocavano le 'informazioni' oggetto di omessa comunicazione.
Sempre con riguardo all'elemento oggettivo delle due fattispecie, è stato inoltre riproposto il requisito dell'idoneità ingannatoria della falsa comunicazione (e cioè della attitudine delle medesime ad indurre in errore i loro destinatari), che è stato peraltro "rafforzato" attraverso l'aggiunta dell'avverbio 'concretamente', in grado di qualificare i due delitti come reati di pericolo, per l'appunto, concreto.
Per quanto riguarda invece le modifiche apportate alla struttura dell'elemento soggettivo, deve osservarsi come il legislatore abbia confermato, con riguardo ad entrambe le figure di reato, la necessità di un dolo specifico, caratterizzato dal fine di procurare per sé o per altri un ingiusto profitto. La novella non ha invece riproposto la espressa caratterizzazione dello stesso come intenzionale, attraverso la soppressione dell'inciso 'con l'intenzione di ingannare i soci o il pubblico' che era stato introdotto nel 2002. In diretta relazione alla descrizione della condotta ha fatto invece la sua comparsa l'avverbio «consapevolmente', che appare sintomatico della volontà del legislatore di escludere la rilevanza del dolo eventuale.
Le modifiche apportate dalla I. n. 69/2015 hanno innanzi tutto ampliato l'ambito di operatività dell'incriminazione delle false comunicazioni sociali, avendo comportato, come evidenziato, l'eliminazione dell'evento e delle soglie previste dal precedente testo dell'art. 2622 cod. civ., mantenendo invece nella sostanza identico il profilo della condotta tipica. In tal senso l'odierno fenomeno successorio assume caratteristiche opposte a quello generato dal d. Igs. n. 61/2002, che aveva invece ristretto gli orizzonti applicativi della fattispecie tracciati nell'originario testo della disposizione del codice civile. Ma non è in dubbio che tra la fattispecie previgente e quella di nuova configurazione nell'art. 2621 cod. civ. sussista un evidente rapporto di continuità normativa.
Qualche perplessità ha suscitato la già segnalata epurazione dello specifico riferimento alle "valutazioni" contenuto nel testo previgente dei due articoli e alla sostituzione, con riguardo all'ipotesi omissiva, del termine 'informazioni' con la locuzione 'fatti materiali'. Il contrasto giurisprudenziale che in ordine a tale profilo si è creato (si vedano, in particolare, Sez. 5, n. 33774 del 16/06/2015, Crespi e altri, Rv. 264868; Sez. 5, n. 6916 del 08/01/2016, Banca Popolare Dell'Alto Adige Soc. Coop.p.a., Rv. 265692; contra, Sez. 5, n. 890 del 12/11/2015, Giovagnoli, Rv. 265691) è stato di recente risolto dalle Sezioni Unite di questa Corte (con sentenza del 31 marzo 2016, la cui motivazione non è stata ancora depositata), che ha interpretato la norma nel senso di non escludere la rilevanza del falso c.d. "qualitativo" 'se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l'agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni' (in tali termini è stata diffusa l'informazione provvisoria).
Si tratta comunque di questione che non necessita di essere ulteriormente approfondita in questa sede, atteso che l'oggetto della contestazione mossa all'imputata riguarda la mancata esposizione nel bilancio di poste attive e passive effettivamente esistenti nel patrimonio della società.
Un fatto, dunque, certamente riconducibile allo schema della nuova incriminazione anche qualora si propenda per una interpretazione restrittiva della nozione di "fatti materiali".
Invero, la nuova formulazione dell'art. 2622 cod. civ., introdotta dall'art. 11 della legge 27 maggio 2015, n. 69, si pone, quanto alla condotta di mancata esposizione in bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio sociale, in rapporto di continuità normativa con la fattispecie previgente, determinando una successione di leggi penali, ai sensi dell'art. 2, comma quarto, cod. pen. (Sez. 5, n. 37570 del 08/07/2015, P.C. in proc. Fiorini, Rv. 265020)
Cassazione penale 16 maggio 2016.




Nozione di 'fatti materiali' e mancata esposizione in bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio sociale

Società - Falso in bilancio - Mancata esposizione in bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio sociale - Reato di pericolo

Anche qualora si propenda per una interpretazione restrittiva della nozione di "fatti materiali", la nuova formulazione dell'art. 2622 cod. civ., introdotta dall'art. 11 della legge 27 maggio 2015, n. 69, si pone, quanto alla condotta di mancata esposizione in bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio sociale, in rapporto di continuità normativa con la fattispecie previgente, determinando una successione di leggi penali, ai sensi dell'art. 2, comma quarto, cod. pen. (Redazione IL CASO.it - Riproduzione riservata)

"... 1. Preliminarmente tuttavia è necessario verificare se il fatto per cui si procede sia tuttora previsto dalla legge come reato, atteso che successivamente alla proposizione del ricorso è entrata in vigore la I. n. 69/2015 che ha significativamente ridisegnato le fattispecie di false comunicazioni sociali previste dal testo degli artt. 2621 e 2622 cod. civ. vigente all'epoca dei fatti e della pronunzia della sentenza impugnata.
La legge menzionata ha infatti configurato due autonomi titoli di reato, configurati entrambi come delitti e collocati, rispettivamente, nei citati artt. 2621 e 2622 cod.civ. al fine di differenziare la repressione delle false comunicazioni sociali a seconda che il fatto sia commesso nell'ambito di una società "non quotata" ovvero di una "quotata". Differenziazione che si traduce soprattutto nella previsione di diverse cornici edittali di pena: da uno a cinque anni di reclusione nel primo caso, da tre a otto nel secondo. Ed infatti, a parte alcuni pur non marginali dettagli di cui si dirà in seguito, la struttura delle due incriminazioni è pressoché identica e tesa a superare l'assetto ideato dal legislatore del 2002 nel quale era prevista una fattispecie contravvenzionale di pericolo ed un delitto di danno - in un rapporto di sostanziale progressione criminosa tra loro - quest'ultimo diversamente configurato qualora il fatto riguardasse una quotata esclusivamente in merito al profilo del trattamento sanzionatorio ed al regime di procedibilità.
La novella propone invece due reati di pericolo (invero tre se si considera anche l'ipotesi attenuata di cui all'art. 2621-bis cod. civ., configurata come vero e proprio titolo autonomo di reato), integrati a prescindere dalla causazione di un danno a soci o creditori, che ripropongono in buona parte il profilo strutturale della fattispecie contravvenzionale contenuta nel previgente testo dell'art. 2621 cod. civ. Scompare altresì per le società non quotate la procedibilità a querela della persona offesa, rivelandosi in tal senso l'intenzione di recuperare coerenza sistematica attraverso la tutela esclusiva della trasparenza dell'informazione societaria. Quelli di nuovo conio rimangono invece reati propri degli amministratori, dei direttori generali, dei dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, dei sindaci e dei liquidatori.
Con riguardo all'oggetto materiale del reato è stata conservata la tipizzazione delle comunicazioni sociali rilevanti introdotta dalla precedente riforma del 2002, individuate nei bilanci, nelle relazioni e nelle altre comunicazioni dirette ai soci e al pubblico previste dalla legge. Invero tale ultimo inciso è stato "spostato", rispetto alla formulazione previgente, in coda all'elenco, con l'apparente intento di fugare eventuali residui dubbi circa il fatto che la specificazione riguardi non solo le comunicazioni, ma altresì le relazioni. Viene dunque confermata l'irrilevanza penale delle condotte che riguardano comunicazioni "atipiche", comunicazioni interorganiche e quelle dirette ad unico destinatario, sia esso un soggetto privato o pubblico, le quali, sussistendone le condizioni, possono configurare, a seconda dei casi, i reati di truffa ovvero quelli previsti dagli artt. 2625, 2637 e 2638 cod. civ. o ancora quello di cui all'art. 185 TUIF.
Il legislatore ha invece provveduto, come già accennato, all'eliminazione dell'evento di danno e delle soglie previsti nella previgente formulazione dei due articoli menzionati. Eliminazione cui ha corrisposto una rimodulazione delle condotte tipiche, ora integrate dall'esposizione in una delle comunicazioni tipizzate di «fatti materiali non rispondenti al vero» ovvero nell'omissione di «fatti materiali la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene». Nell'ipotesi prevista dall'art. 2621 - dedicata come ricordato alle sole società non quotate - i "fatti materiali" non rispondenti al vero ovvero quelli occultati devono inoltre essere 'rilevanti'.
La novella ha dunque ripreso la molto discussa formula utilizzata dal legislatore del 2002 per circoscrivere l'oggetto della condotta attiva, amputandola però del riferimento alle valutazioni («ancorché oggetto di valutazioni») contenuto nel testo previgente dei due articoli e provvedendo contestualmente a replicarla anche nella definizione di quello della condotta omissiva, in relazione alla quale le due norme incriminatrici in precedenza evocavano le 'informazioni' oggetto di omessa comunicazione.
Sempre con riguardo all'elemento oggettivo delle due fattispecie, è stato inoltre riproposto il requisito dell'idoneità ingannatoria della falsa comunicazione (e cioè della attitudine delle medesime ad indurre in errore i loro destinatari), che è stato peraltro "rafforzato" attraverso l'aggiunta dell'avverbio 'concretamente', in grado di qualificare i due delitti come reati di pericolo, per l'appunto, concreto.
Per quanto riguarda invece le modifiche apportate alla struttura dell'elemento soggettivo, deve osservarsi come il legislatore abbia confermato, con riguardo ad entrambe le figure di reato, la necessità di un dolo specifico, caratterizzato dal fine di procurare per sé o per altri un ingiusto profitto. La novella non ha invece riproposto la espressa caratterizzazione dello stesso come intenzionale, attraverso la soppressione dell'inciso 'con l'intenzione di ingannare i soci o il pubblico' che era stato introdotto nel 2002. In diretta relazione alla descrizione della condotta ha fatto invece la sua comparsa l'avverbio «consapevolmente', che appare sintomatico della volontà del legislatore di escludere la rilevanza del dolo eventuale.
Le modifiche apportate dalla I. n. 69/2015 hanno innanzi tutto ampliato l'ambito di operatività dell'incriminazione delle false comunicazioni sociali, avendo comportato, come evidenziato, l'eliminazione dell'evento e delle soglie previste dal precedente testo dell'art. 2622 cod. civ., mantenendo invece nella sostanza identico il profilo della condotta tipica. In tal senso l'odierno fenomeno successorio assume caratteristiche opposte a quello generato dal d. Igs. n. 61/2002, che aveva invece ristretto gli orizzonti applicativi della fattispecie tracciati nell'originario testo della disposizione del codice civile. Ma non è in dubbio che tra la fattispecie previgente e quella di nuova configurazione nell'art. 2621 cod. civ. sussista un evidente rapporto di continuità normativa.
Qualche perplessità ha suscitato la già segnalata epurazione dello specifico riferimento alle "valutazioni" contenuto nel testo previgente dei due articoli e alla sostituzione, con riguardo all'ipotesi omissiva, del termine 'informazioni' con la locuzione 'fatti materiali'. Il contrasto giurisprudenziale che in ordine a tale profilo si è creato (si vedano, in particolare, Sez. 5, n. 33774 del 16/06/2015, Crespi e altri, Rv. 264868; Sez. 5, n. 6916 del 08/01/2016, Banca Popolare Dell'Alto Adige Soc. Coop.p.a., Rv. 265692; contra, Sez. 5, n. 890 del 12/11/2015, Giovagnoli, Rv. 265691) è stato di recente risolto dalle Sezioni Unite di questa Corte (con sentenza del 31 marzo 2016, la cui motivazione non è stata ancora depositata), che ha interpretato la norma nel senso di non escludere la rilevanza del falso c.d. "qualitativo" 'se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l'agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni' (in tali termini è stata diffusa l'informazione provvisoria).
Si tratta comunque di questione che non necessita di essere ulteriormente approfondita in questa sede, atteso che l'oggetto della contestazione mossa all'imputata riguarda la mancata esposizione nel bilancio di poste attive e passive effettivamente esistenti nel patrimonio della società.
Un fatto, dunque, certamente riconducibile allo schema della nuova incriminazione anche qualora si propenda per una interpretazione restrittiva della nozione di "fatti materiali".
Invero, la nuova formulazione dell'art. 2622 cod. civ., introdotta dall'art. 11 della legge 27 maggio 2015, n. 69, si pone, quanto alla condotta di mancata esposizione in bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio sociale, in rapporto di continuità normativa con la fattispecie previgente, determinando una successione di leggi penali, ai sensi dell'art. 2, comma quarto, cod. pen. (Sez. 5, n. 37570 del 08/07/2015, P.C. in proc. Fiorini, Rv. 265020)
Cassazione penale 16 maggio 2016.




Concorso del professionista incaricato della tenuta della contabilità nel reato di frode fiscale con fatture per operazioni inesistenti

Frode fiscale - Emissione di fatture per operazioni inesistenti - Partecipazione del professionista al meccanismo fraudolento - Concorso nel reato di cui all'art. 8, d.lgs. n. 74 del 2000 - Elementi

E' configurabile il concorso nel reato di frode fiscale di coloro che - pur essendo estranei e non rivestendo cariche nella società cui si riferisce la emissione di fatture per operazioni inesistenti - abbiano, in qualsivoglia modo, partecipato a creare il meccanismo fraudolento che ha consentito al contribuente di potersi procurare fatture passive da inserire in dichiarazione per abbattere l'imponibile societario, non rilevando peraltro la prova dell'effettivo inserimento in dichiarazione delle medesime stante la natura di reato di pericolo del delitto di cui all'art. 8, d.lgs. n. 74 del 2000 che punisce la sola emissione o rilascio delle fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, a differenza della speculare previsione dell'art. 2, d.lgs. n. 74 del 2000, che non richiede solo l'avvalersi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, ma anche, e soprattutto, l'indicazione in una delle dichiarazioni relative a dette imposte di elementi passivi fittizi (v., sulla responsabilità del professionista in consimili ipotesi: Sez. 3, sentenza n. 19335 del 2015, ric. Magistroni, non massimata). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 aprile 2016.




Concorso del professionista incaricato della tenuta della contabilità nel reato di frode fiscale con fatture per operazioni inesistenti

Frode fiscale - Emissione di fatture per operazioni inesistenti - Partecipazione del professionista al meccanismo fraudolento - Concorso nel reato di cui all'art. 8, d.lgs. n. 74 del 2000 - Elementi

E' configurabile il concorso nel reato di frode fiscale di coloro che - pur essendo estranei e non rivestendo cariche nella società cui si riferisce la emissione di fatture per operazioni inesistenti - abbiano, in qualsivoglia modo, partecipato a creare il meccanismo fraudolento che ha consentito al contribuente di potersi procurare fatture passive da inserire in dichiarazione per abbattere l'imponibile societario, non rilevando peraltro la prova dell'effettivo inserimento in dichiarazione delle medesime stante la natura di reato di pericolo del delitto di cui all'art. 8, d.lgs. n. 74 del 2000 che punisce la sola emissione o rilascio delle fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, a differenza della speculare previsione dell'art. 2, d.lgs. n. 74 del 2000, che non richiede solo l'avvalersi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, ma anche, e soprattutto, l'indicazione in una delle dichiarazioni relative a dette imposte di elementi passivi fittizi (v., sulla responsabilità del professionista in consimili ipotesi: Sez. 3, sentenza n. 19335 del 2015, ric. Magistroni, non massimata). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 aprile 2016.




Danno da diffamazione a mezzo di trasmissione televisiva

Lesione del diritto all’immagine – Diffamazione a mezzo di trasmissione televisiva – Danno non patrimoniale – Sussiste

È pacificamente configurabile la risarcibilità del danno non patrimoniale allorquando il fatto lesivo incida sui diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla Costituzione, e fra tali diritti rientra l’immagine. Per cui, allorquando si verifichi la lesione di tale immagine, è risarcibile, oltre al danno patrimoniale, se verificatosi e se dimostrato, soprattutto il danno non patrimoniale costituito – come danno conseguenza – dalla diminuzione della considerazione della persona da parte dei consociati in genere o di settori o categorie di essi con le quali essa abbia a interagire. In particolare, la diffamazione postula una liquidazione del danno non patrimoniale necessariamente operata con criteri equitativi, il ricorso ai quali è insito nella natura stessa del danno e nella funzione del risarcimento, realizzato mediante la dazione di una somma di denaro compensativa di un pregiudizio di tipo non economico (v. per la diffamazione a mezzo stampa, ma con principio chiaramente estensibile anche alla diffamazione a mezzo di trasmissione televisiva, Sez. 3^ n. 25739-14, n. 17395-07). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 27 aprile 2016.




Il limite del 'quinto' vige anche nel sequestro per equivalente

Sequestro “per equivalente” – Eseguito su libretto pensionistico – In misura eccedente il limite di 1/5 del totale al netto delle ritenute – Nullità

Il divieto di sequestro e pignoramento di trattamenti retributivi, pensionistici ed assistenziali in misura eccedente un quinto del loro importo al netto delle ritenute costituisce regola generale dell’ordinamento processuale, stante la riconducibilità dei predetti trattamenti (nella misura di 4/5 del loro importo netto) all’area dei diritti inalienabili della persona tutelati dall’art. 2 Cost.. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 12 aprile 2016.




Remissione tacita della querela e verifica che la persona offesa e querelante abbia ricevuto l'avviso che l’eventuale successiva assenza sarà interpretata come abbandono dell’istanza di punizione

Persona offesa dal reato - Querela e istanza - Remissione - Remissione tacita - Verifica che la persona offesa e querelante abbia ricevuto l'avviso che l’eventuale successiva assenza sarà interpretata come abbandono dell’istanza di punizione

La mancata comparizione del querelante – previamente ed espressamente avvisato che l’eventuale successiva assenza sarà interpretata come abbandono dell’istanza di punizione – integra gli estremi della remissione tacita extraprocessuale, trattandosi di  condotta (omissiva) posta in essere da un soggetto che non riveste la qualità di “parte in senso tecnico” ed alla cui inerzia non può attribuirsi alcuna connotazione di natura “processuale”, costituendo soltanto il momento in cui il giudice, nel suo libero convincimento, ritiene integrata la “prova” di una decisione presa a “monte”. A tal fine, il giudice deve verificare con estremo rigore che la persona offesa-querelante abbia personalmente ricevuto detto avviso, che non sussistano manifestazioni di segno opposto e nulla induca a dubitare che si tratti di perdurante assenza dovuta a libera e consapevole scelta. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 22 marzo 2016.




Remissione tacita della querela e verifica che la persona offesa e querelante abbia ricevuto l'avviso che l’eventuale successiva assenza sarà interpretata come abbandono dell’istanza di punizione

Persona offesa dal reato - Querela e istanza - Remissione - Remissione tacita - Verifica che la persona offesa e querelante abbia ricevuto l'avviso che l’eventuale successiva assenza sarà interpretata come abbandono dell’istanza di punizione

La mancata comparizione del querelante – previamente ed espressamente avvisato che l’eventuale successiva assenza sarà interpretata come abbandono dell’istanza di punizione – integra gli estremi della remissione tacita extraprocessuale, trattandosi di  condotta (omissiva) posta in essere da un soggetto che non riveste la qualità di “parte in senso tecnico” ed alla cui inerzia non può attribuirsi alcuna connotazione di natura “processuale”, costituendo soltanto il momento in cui il giudice, nel suo libero convincimento, ritiene integrata la “prova” di una decisione presa a “monte”. A tal fine, il giudice deve verificare con estremo rigore che la persona offesa-querelante abbia personalmente ricevuto detto avviso, che non sussistano manifestazioni di segno opposto e nulla induca a dubitare che si tratti di perdurante assenza dovuta a libera e consapevole scelta. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 22 marzo 2016.




Bancarotta fraudolenta per distrazione di beni conferiti in società fiduciaria

Società fiduciaria – In liquidazione coatta amministrativa – Distrazione di titoli e denaro conferiti dai clienti – Bancarotta fraudolenta patrimoniale – Sussiste

La facoltà di servirsi dei titoli dati in gestione dai fiducianti è implicita nel possesso dei beni gestiti dall’imprenditore, in qualsiasi modo da lui ottenuto, e perciò attribuiti al patrimonio dell’impresa fallita, sicché, conseguita dagli amministratori di una società fiduciaria posta in liquidazione coatta la disponibilità dei titoli e valori conferiti dai fiducianti, essi al pari di ogni altro bene patrimoniale si considerano oggetto di bancarotta fraudolenta, in quanto a seguito di fallimento si attribuiscono al patrimonio d’impresa tutti i beni che hanno fatto capo all’imprenditore nella gestione della sua attività, e pertanto quelli di cui ha avuto il possesso.
La natura di intermediario dell’impresa fallita e l’esistenza del consenso dei clienti alla (generica) utilizzazione degli strumenti finanziari e delle disponibilità liquide non esclude l’attribuibilità al patrimonio del soggetto in liquidazione coatta amministrativa dei beni dallo stesso gestiti, in qualsiasi modo essi siano stati ottenuti, e quindi la loro idoneità a formare oggetto di distrazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 17 marzo 2016.




Bancarotta fraudolenta per distrazione di beni conferiti in società fiduciaria

Società fiduciaria – In liquidazione coatta amministrativa – Distrazione di titoli e denaro conferiti dai clienti – Bancarotta fraudolenta patrimoniale – Sussiste

La facoltà di servirsi dei titoli dati in gestione dai fiducianti è implicita nel possesso dei beni gestiti dall’imprenditore, in qualsiasi modo da lui ottenuto, e perciò attribuiti al patrimonio dell’impresa fallita, sicché, conseguita dagli amministratori di una società fiduciaria posta in liquidazione coatta la disponibilità dei titoli e valori conferiti dai fiducianti, essi al pari di ogni altro bene patrimoniale si considerano oggetto di bancarotta fraudolenta, in quanto a seguito di fallimento si attribuiscono al patrimonio d’impresa tutti i beni che hanno fatto capo all’imprenditore nella gestione della sua attività, e pertanto quelli di cui ha avuto il possesso.
La natura di intermediario dell’impresa fallita e l’esistenza del consenso dei clienti alla (generica) utilizzazione degli strumenti finanziari e delle disponibilità liquide non esclude l’attribuibilità al patrimonio del soggetto in liquidazione coatta amministrativa dei beni dallo stesso gestiti, in qualsiasi modo essi siano stati ottenuti, e quindi la loro idoneità a formare oggetto di distrazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 17 marzo 2016.




L’amministratore di sostegno non risponde del reato di abbandono di incapaci

Abbandono di persone incapaci – Amministratore di sostegno – Configurabilità del reato – Condizioni

In tema di abbandono di persone minori o incapaci, l’amministratore di sostegno non risponde del reato di cui all’art. 591 cod. pen. in quanto, salvo che sia diversamente stabilito nel decreto di nomina, lo stesso non è investito di una posizione di garanzia rispetto ai beni della vita e dell’incolumità individuale del soggetto incapace ma solo di un compito di assistenza nella gestione dei suoi interessi patrimoniali. Infatti, pur avendo un dovere di relazionare periodicamente (secondo la cadenza temporale stabilita dal giudice) sull’attività svolta e sulle condizioni di vita personale e sociale del beneficiario, il compito dell’amministratore di sostegno resta fondamentalmente quello di assistere la persona nella gestione dei propri interessi patrimoniali e non anche la “cura della persona”, poiché l’art. 357 cod. civ., che indica tale funzione a proposito dei tutore, non rientra tra le disposizioni richiamate dall’art. 411 tra le “norme applicabili all’amministrazione di sostegno”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 26 febbraio 2016.




Pubblicazione arbitraria atti procedimento penale

Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale non coperti dal segreto – Monoffensività della condotta – Autonoma pretesa risarcitoria – Esclusione – Apprezzamento della marginalità della riproduzione – Necessità

Il reato di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale non coperti dal segreto, di cui all’art. 684, commi 2 e 3, c.p., ha natura monoffensiva, tutelando solo l’amministrazione della giustizia e non anche la reputazione e la riservatezza del soggetto sottoposto a procedimento penale, sicché la sua sola violazione non legittima una autonoma pretesa risarcitoria, fermo l’apprezzamento della marginalità della riproduzione alla luce del principio della irrisarcibilità del danno non patrimoniale di lieve entità. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 25 febbraio 2016.




Pubblicazione arbitraria atti procedimento penale

Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale non coperti dal segreto – Monoffensività della condotta – Autonoma pretesa risarcitoria – Esclusione – Apprezzamento della marginalità della riproduzione – Necessità

Il reato di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale non coperti dal segreto, di cui all’art. 684, commi 2 e 3, c.p., ha natura monoffensiva, tutelando solo l’amministrazione della giustizia e non anche la reputazione e la riservatezza del soggetto sottoposto a procedimento penale, sicché la sua sola violazione non legittima una autonoma pretesa risarcitoria, fermo l’apprezzamento della marginalità della riproduzione alla luce del principio della irrisarcibilità del danno non patrimoniale di lieve entità. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 25 febbraio 2016.




Art. 2049 c.c.: applicabile anche in caso di agenzia

Responsabilità ex art. 2049 c.c. – Rapporto di occasionalità necessaria – Chiarimenti – Rapporto di Agenzia

Ai fini della responsabilità solidale ex art. 2049 c.c. del committente è sufficiente un rapporto di occasionalità necessaria tra il fatto dannoso e le mansioni esercitate dal preposto, che ricorre quando l'illecito è stato compiuto sfruttando comunque i compiti da questo svolti, anche se egli ha agito oltre i limiti delle sue incombenze e persino se ha violato gli obblighi a lui imposti (ex multis e tra le più recenti Sez. 6, n. 17049 del 14 aprile 2011, M. e altri, Rv. 250498; Sez. 6 civ., n. 20924 del 15 ottobre 2015, Rv. 637475). In tal senso, non è necessario che sussista uno stabile rapporto di lavoro subordinato tra i due soggetti, essendo sufficiente che l'autore del fatto illecito sia legato al committente anche solo temporaneamente od occasionalmente e che l'incombenza disimpegnata abbia determinato una situazione tale da agevolare o rendere possibile il fatto illecito e l'evento dannoso (ex muitis Sez. 5, n. 32461 del 22 marzo 2013, R.C. e Bogui, Rv. 257115). In particolare, quella del committente è una responsabilità di natura oggettiva ispirata a regole di solidarietà sociale, tesa ad attribuire - secondo la teoria della distribuzione dei costi e dei profitti - l'onere dei rischio a colui che si giova dell'opera di terzi. Ed in quest'ottica va affermata la responsabilità del committente per l'attività illecita posta in essere dall'agente anche privo del potere di rappresentanza, richiedendosi in tal senso soltanto che la commissione dell'illecito sia stato agevolato o reso possibile dalle incombenze demandate a quest'ultimo e che il committente abbia avuto la possibilità di esercitare poteri di direttiva e di vigilanza (Sez. 3 civ. n. 14578 del 22 giugno 2007, Rv. 598802; si v. anche Sez. 3 civ. n. 1516 del 24 gennaio 2007, Rv. 594385 ad oggetto fattispecie con forti analogie a quella oggetto del presente procedimento). II contratto di agenzia non è dunque, di per sé, estraneo all'ambito di applicazione dell'art. 2049 c.c., nemmeno nell'ipotesi in cui il suo contenuto sia quello del mandato senza rappresentanza. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 23 febbraio 2016.




Art. 2049 c.c.: applicabile anche in caso di agenzia

Responsabilità ex art. 2049 c.c. – Rapporto di occasionalità necessaria – Chiarimenti – Rapporto di Agenzia

Ai fini della responsabilità solidale ex art. 2049 c.c. del committente è sufficiente un rapporto di occasionalità necessaria tra il fatto dannoso e le mansioni esercitate dal preposto, che ricorre quando l'illecito è stato compiuto sfruttando comunque i compiti da questo svolti, anche se egli ha agito oltre i limiti delle sue incombenze e persino se ha violato gli obblighi a lui imposti (ex multis e tra le più recenti Sez. 6, n. 17049 del 14 aprile 2011, M. e altri, Rv. 250498; Sez. 6 civ., n. 20924 del 15 ottobre 2015, Rv. 637475). In tal senso, non è necessario che sussista uno stabile rapporto di lavoro subordinato tra i due soggetti, essendo sufficiente che l'autore del fatto illecito sia legato al committente anche solo temporaneamente od occasionalmente e che l'incombenza disimpegnata abbia determinato una situazione tale da agevolare o rendere possibile il fatto illecito e l'evento dannoso (ex muitis Sez. 5, n. 32461 del 22 marzo 2013, R.C. e Bogui, Rv. 257115). In particolare, quella del committente è una responsabilità di natura oggettiva ispirata a regole di solidarietà sociale, tesa ad attribuire - secondo la teoria della distribuzione dei costi e dei profitti - l'onere dei rischio a colui che si giova dell'opera di terzi. Ed in quest'ottica va affermata la responsabilità del committente per l'attività illecita posta in essere dall'agente anche privo del potere di rappresentanza, richiedendosi in tal senso soltanto che la commissione dell'illecito sia stato agevolato o reso possibile dalle incombenze demandate a quest'ultimo e che il committente abbia avuto la possibilità di esercitare poteri di direttiva e di vigilanza (Sez. 3 civ. n. 14578 del 22 giugno 2007, Rv. 598802; si v. anche Sez. 3 civ. n. 1516 del 24 gennaio 2007, Rv. 594385 ad oggetto fattispecie con forti analogie a quella oggetto del presente procedimento). II contratto di agenzia non è dunque, di per sé, estraneo all'ambito di applicazione dell'art. 2049 c.c., nemmeno nell'ipotesi in cui il suo contenuto sia quello del mandato senza rappresentanza. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 23 febbraio 2016.




Depenalizzazione ex dlgs 7 del 2016: prime applicazioni. Sentenza non irrevocabile: ferme le statuizioni civili? Il quesito alle Sezioni Unite

Reato – Abolitio criminis – Sentenza NON Irrevocabile – Revoca – Effetti – Statuizioni civili – Persistenza – Dubbi interpretativi – Rimessione alle Sezioni Unite

L’eventuale revoca della sentenza di condanna per abolitio criminis ai sensi dell'art. 2, comma secondo, c.p. conseguente alla perdita del carattere di illecito penale del fatto, non comporta il venir meno della natura di illecito civile del medesimo fatto, con la conseguenza che la sentenza non deve essere revocata relativamente alle statuizioni civili derivanti da reato, le quali continuano a costituire fonte di obbligazioni efficaci nei confronti della parte danneggiata (Sez. 5, n. 4266/06 dei 20 dicembre 2005, Colacito, Rv. 233598; Sez. 5, n. 28701 del 24 maggio 2005, P.G. in proc. Romiti ed altri, Rv. 231866; Sez. 6, n. 2521 del 21 gennaio 1992, Dalla Bona, Rv. 190006). In altri termini, quando un fatto costituisce illecito civile nel momento in cui è stato commesso, su di esso non influiscono le successive vicende riguardanti la punibilità del reato ovvero la rilevanza penale di quel fatto e cioè quello della "indifferenza" dei capi civili della sentenza rispetto alla sorte della regiudicanda penale (Sez. 6, n. 31957 del 25/01/2013 - dep. 23/07/2013, Cordaro e altri, Rv. 255598). Ed infatti l'abrogazione della norma penale in presenza di una condanna irrevocabile comporta la revoca della sentenza da parte del giudice dell'esecuzione, ma limitatamente ai capi penali e non anche a quelli civili, la cui esecuzione ha comunque luogo secondo le norme del codice di procedura civile: sicché se vi è stata costituzione di parte civile, con conseguente condanna al risarcimento dei danni a carico dell'imputato o del responsabile civile, questa statuizione resta ferma (cfr., Corte cost., ord. n. n. 273 del 2002, in cui si sottolinea come la formula assolutoria adottata a seguito della sopravvenuta abrogazione della norma incriminatrice "non è fra quelle alle quali l'art. 652 c.p.p. attribuisce efficacia nel giudizio civile"). Infatti, se l'art. 2 c.p. disciplina espressamente la sola cessazione dell'esecuzione e degli effetti penali della condanna, ne deriva, attraverso un'argomentazione a contrario, che le obbligazioni civili derivanti dal reato abrogato non cessano, in quanto per il diritto del danneggiato al risarcimento dei danni trovano applicazione i principi generali sulla successione delle leggi stabiliti dall'art. 11 preleggi, non quelli contenuti nel citato art. 2 c.p. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 23 febbraio 2016.




Depenalizzazione ex dlgs 7 del 2016: prime applicazioni. Sentenza non irrevocabile: ferme le statuizioni civili? Il quesito alle Sezioni Unite

Reato – Abolitio criminis – Sentenza NON Irrevocabile – Revoca – Effetti – Statuizioni civili – Persistenza – Dubbi interpretativi – Rimessione alle Sezioni Unite

L’eventuale revoca della sentenza di condanna per abolitio criminis ai sensi dell'art. 2, comma secondo, c.p. conseguente alla perdita del carattere di illecito penale del fatto, non comporta il venir meno della natura di illecito civile del medesimo fatto, con la conseguenza che la sentenza non deve essere revocata relativamente alle statuizioni civili derivanti da reato, le quali continuano a costituire fonte di obbligazioni efficaci nei confronti della parte danneggiata (Sez. 5, n. 4266/06 dei 20 dicembre 2005, Colacito, Rv. 233598; Sez. 5, n. 28701 del 24 maggio 2005, P.G. in proc. Romiti ed altri, Rv. 231866; Sez. 6, n. 2521 del 21 gennaio 1992, Dalla Bona, Rv. 190006). In altri termini, quando un fatto costituisce illecito civile nel momento in cui è stato commesso, su di esso non influiscono le successive vicende riguardanti la punibilità del reato ovvero la rilevanza penale di quel fatto e cioè quello della "indifferenza" dei capi civili della sentenza rispetto alla sorte della regiudicanda penale (Sez. 6, n. 31957 del 25/01/2013 - dep. 23/07/2013, Cordaro e altri, Rv. 255598). Ed infatti l'abrogazione della norma penale in presenza di una condanna irrevocabile comporta la revoca della sentenza da parte del giudice dell'esecuzione, ma limitatamente ai capi penali e non anche a quelli civili, la cui esecuzione ha comunque luogo secondo le norme del codice di procedura civile: sicché se vi è stata costituzione di parte civile, con conseguente condanna al risarcimento dei danni a carico dell'imputato o del responsabile civile, questa statuizione resta ferma (cfr., Corte cost., ord. n. n. 273 del 2002, in cui si sottolinea come la formula assolutoria adottata a seguito della sopravvenuta abrogazione della norma incriminatrice "non è fra quelle alle quali l'art. 652 c.p.p. attribuisce efficacia nel giudizio civile"). Infatti, se l'art. 2 c.p. disciplina espressamente la sola cessazione dell'esecuzione e degli effetti penali della condanna, ne deriva, attraverso un'argomentazione a contrario, che le obbligazioni civili derivanti dal reato abrogato non cessano, in quanto per il diritto del danneggiato al risarcimento dei danni trovano applicazione i principi generali sulla successione delle leggi stabiliti dall'art. 11 preleggi, non quelli contenuti nel citato art. 2 c.p. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 23 febbraio 2016.




Depenalizzazione ex dlgs 7 del 2016: prime applicazioni. Sentenza irrevocabile: ferme le statuizioni civili

Reato – Abolitio criminis – Sentenza Irrevocabile – Revoca – Effetti – Statuizioni civili – Persistenza – Sussiste

L’eventuale revoca della sentenza di condanna per abolitio criminis ai sensi dell'art. 2, comma secondo, c.p. conseguente alla perdita del carattere di illecito penale del fatto, non comporta il venir meno della natura di illecito civile del medesimo fatto, con la conseguenza che la sentenza non deve essere revocata relativamente alle statuizioni civili derivanti da reato, le quali continuano a costituire fonte di obbligazioni efficaci nei confronti della parte danneggiata (Sez. 5, n. 4266/06 dei 20 dicembre 2005, Colacito, Rv. 233598; Sez. 5, n. 28701 del 24 maggio 2005, P.G. in proc. Romiti ed altri, Rv. 231866; Sez. 6, n. 2521 del 21 gennaio 1992, Dalla Bona, Rv. 190006). In altri termini, quando un fatto costituisce illecito civile nel momento in cui è stato commesso, su di esso non influiscono le successive vicende riguardanti la punibilità del reato ovvero la rilevanza penale di quel fatto e cioè quello della "indifferenza" dei capi civili della sentenza rispetto alla sorte della regiudicanda penale (Sez. 6, n. 31957 del 25/01/2013 - dep. 23/07/2013, Cordaro e altri, Rv. 255598). Ed infatti l'abrogazione della norma penale in presenza di una condanna irrevocabile comporta la revoca della sentenza da parte del giudice dell'esecuzione, ma limitatamente ai capi penali e non anche a quelli civili, la cui esecuzione ha comunque luogo secondo le norme del codice di procedura civile: sicché se vi è stata costituzione di parte civile, con conseguente condanna al risarcimento dei danni a carico dell'imputato o del responsabile civile, questa statuizione resta ferma (cfr., Corte cost., ord. n. n. 273 del 2002, in cui si sottolinea come la formula assolutoria adottata a seguito della sopravvenuta abrogazione della norma incriminatrice "non è fra quelle alle quali l'art. 652 c.p.p. attribuisce efficacia nel giudizio civile"). Infatti, se l'art. 2 c.p. disciplina espressamente la sola cessazione dell'esecuzione e degli effetti penali della condanna, ne deriva, attraverso un'argomentazione a contrario, che le obbligazioni civili derivanti dal reato abrogato non cessano, in quanto per il diritto del danneggiato al risarcimento dei danni trovano applicazione i principi generali sulla successione delle leggi stabiliti dall'art. 11 preleggi, non quelli contenuti nel citato art. 2 c.p. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 23 febbraio 2016.




Depenalizzazione ex dlgs 7 del 2016: prime applicazioni. Sentenza irrevocabile: ferme le statuizioni civili

Reato – Abolitio criminis – Sentenza Irrevocabile – Revoca – Effetti – Statuizioni civili – Persistenza – Sussiste

L’eventuale revoca della sentenza di condanna per abolitio criminis ai sensi dell'art. 2, comma secondo, c.p. conseguente alla perdita del carattere di illecito penale del fatto, non comporta il venir meno della natura di illecito civile del medesimo fatto, con la conseguenza che la sentenza non deve essere revocata relativamente alle statuizioni civili derivanti da reato, le quali continuano a costituire fonte di obbligazioni efficaci nei confronti della parte danneggiata (Sez. 5, n. 4266/06 dei 20 dicembre 2005, Colacito, Rv. 233598; Sez. 5, n. 28701 del 24 maggio 2005, P.G. in proc. Romiti ed altri, Rv. 231866; Sez. 6, n. 2521 del 21 gennaio 1992, Dalla Bona, Rv. 190006). In altri termini, quando un fatto costituisce illecito civile nel momento in cui è stato commesso, su di esso non influiscono le successive vicende riguardanti la punibilità del reato ovvero la rilevanza penale di quel fatto e cioè quello della "indifferenza" dei capi civili della sentenza rispetto alla sorte della regiudicanda penale (Sez. 6, n. 31957 del 25/01/2013 - dep. 23/07/2013, Cordaro e altri, Rv. 255598). Ed infatti l'abrogazione della norma penale in presenza di una condanna irrevocabile comporta la revoca della sentenza da parte del giudice dell'esecuzione, ma limitatamente ai capi penali e non anche a quelli civili, la cui esecuzione ha comunque luogo secondo le norme del codice di procedura civile: sicché se vi è stata costituzione di parte civile, con conseguente condanna al risarcimento dei danni a carico dell'imputato o del responsabile civile, questa statuizione resta ferma (cfr., Corte cost., ord. n. n. 273 del 2002, in cui si sottolinea come la formula assolutoria adottata a seguito della sopravvenuta abrogazione della norma incriminatrice "non è fra quelle alle quali l'art. 652 c.p.p. attribuisce efficacia nel giudizio civile"). Infatti, se l'art. 2 c.p. disciplina espressamente la sola cessazione dell'esecuzione e degli effetti penali della condanna, ne deriva, attraverso un'argomentazione a contrario, che le obbligazioni civili derivanti dal reato abrogato non cessano, in quanto per il diritto del danneggiato al risarcimento dei danni trovano applicazione i principi generali sulla successione delle leggi stabiliti dall'art. 11 preleggi, non quelli contenuti nel citato art. 2 c.p. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 23 febbraio 2016.




Intercettazione di chat con sistema Blackberry

Processo penale – Intercettazione di comunicazioni con sistema Blackberry svolta in Italia – Necessità di rogatoria internazionale – Non sussiste

Processo penale – Intercettazione di comunicazioni con sistema Blackberry – Necessità di procedere a sequestro probatorio ex art.254 bis c.p.p. – Non sussiste – Legittimità dell’intercettazione ex art.266 bis c.p.p. – Sussiste

Processo penale – Diritto di accesso del difensore ai mezzi di prova – Dati contenuti su supporti informatici – Sufficienza della duplicazione dei dati

Processo penale – Misure cautelari – Ricorso per Cassazione contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame – Cognizione

Processo penale – Misure cautelari – Sussistenza delle esigenze cautelari – In caso di decorso di un apprezzabile periodo di tempo dai fatti contestati – Necessità di rigorosa motivazione sull’attualità e l’intensità dell’esigenza cautelare

Reato – Aggravante del metodo mafioso ex art.7 D.L. 152/91 – Elemento oggettivo

Processo penale – Reato di illecita concorrenza con minaccia o violenza – Elemento oggettivo

È principio consolidato che la destinazione ad uno specifico “nodo” telefonico, posto in Italia, delle telefonate estere, provenienti da una determinata zona (cd. Instradamento), non rende necessario il ricorso alla rogatoria internazionale, in quanto l’intera attività di captazione e registrazione si svolge sul territorio dello Stato (cfr. Sez.6, n.18480 del 12/12/2015, Zinghini, non mas.;m sez,6, n.10051 del 3/12/2007, Ortiz e altri, Rv 239459). (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)

In materia di utilizzazione di messaggistica con sistema Blackberry è corretto acquisirne i contenuti mediante intercettazione ex art.266 bis c.p.p. e seguenti atteso che le chat, anche se non contestuali, costituiscono un flusso di comunicazioni. [La Corte ha precisato che “il sequestro probatorio di supporti informatici o di documenti informatici, anche detenuti da fornitori di servizi telematici, esclude, di per sé, il concetto di comunicazione e va disposto quando è necessario acquisire al processo documenti ai fini di prova, mediante accertamenti che devono essere svolti sui dati in essi contenuti, mentre nel caso di specie è pienamente legittimo (ed anzi doveroso) il ricorso alla procedura di intercettazione regolata dagli artt.266 bis c.p.p. e seguenti”.] (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)

La giurisprudenza ha già segnalato la necessità che la difesa predisponga i propri supporti tecnologici per acquisire la fonte conoscitiva, rappresentata dalle risultanze dei mezzi di prova esperiti, mediante operazioni tecnologiche (sul punto, si veda la parte motiva della sentenza Sez.6, n.53425 del 22/10/2014 P.M. in proc. B., Rv. 262334). Il principio deve essere qui ribadito, atteso che il dato informatico rileva con riguardo al patrimonio informativo in esso contenuto e la dottrina ha da tempo evidenziato che il concetto stesso di copia perde di significato nel caso del documento informatico, dovendosi più propriamente parlare di operazione di duplicazione. [Con la decisione in oggetto la Corte ha rigettato il ricorso della difesa che non risultava avesse chiesto alla Cancelleria copia dei supporti informatici DVD, cosa che gli avrebbe consentito di accedere ai documenti con tecnologie opportune con un proprio personal computer.] (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)

L’ambito del controllo che la Corte di Cassazione esercita in tema di misure cautelari non riguarda la ricostruzione dei fatti, né le valutazioni, tipiche del giudice di merito, sull’attendibilità delle fonti e la rilevanza e/o concludenza dei dati probatori, né la riconsiderazione delle caratteristiche soggettive delle persone indagate, compreso l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate: tutti questi accertamenti rientrano nel compito esclusivo e insindacabile del giudice cui è stata richiesta l’applicazione della misura cautelare e del tribunale del riesame. Il giudice di legittimità deve invece verificare che l’ordinanza impugnata contenga l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che hanno sorretto la decisione e sia immune da illogicità evidenti:il controllo investe, in sintesi, la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento (in tal senso, Sez.6, n.3529 dell’1/2/1999, Sabatini, Rv.212565; Sez.4, n.2050 del 24/10/1996, Marseglia, Rv.206104). (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)

Anche se il tempo trascorso dalla commissione del reato non esclude automaticamente l’attualità e la concretezza delle condizioni di cui all’art.274 c.1, lett.c), c.p.p. (cfr., già, Sez.4, n.6717 del 26/6/2007, Rocchetti, Rv.239019); tuttavia è indubbio che in presenza di una distanza temporale dai fatti che sia oggettivamente apprezzabile, l’obbligo di motivazione debba essere adempiuto in termini particolarmente rigorosi nell’indicare le ragioni sia dell’attualità del tipo di esigenza cautelare ritenuta sussistente che della scelta della misura cautelare, perché tale distanza temporale per sé costituisce un elemento di fatto tendenzialmente dissonante con l’attualità e l’intensità dell’esigenza cautelare, ancorché non per sé incompatibile (si veda Sez.4, n.24478 del 12/3/2015, Palermo, Rv.263722). (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)

La ratio legislativa dell’aggravante dell’utilizzazione del “metodo mafioso”, prevista dal D.L. 13/5/1991, n.152, art.7 (conv. In L.12/7/1991, n.203) è quella di reprimere il metodo mafioso, che può essere utilizzato anche dal delinquente individuale sul presupposto dell’esistenza in una data zona di associazioni mafiose: si intende, cioè, punire con maggiore severità la condotta illecita di chi, partecipe o meno in un reato associativo, utilizzi metodi mafiosi, cioè si comporti come mafioso oppure ostenti, in maniera evidente e provocatoria, una condotta idonea ad esercitare sui soggetti passivi quella particolare coartazione e quella conseguente intimidazione che sono proprie delle attività criminali poste in essere da organizzazioni di tipo mafioso. Ne consegue che la tipicità dell’atto intimidatorio, necessario per la configurabilità di detta circostanza aggravante, è ricollegabile non già alla natura ed alle caratteristiche dell’atto violento in sé considerato, bensì al metodo utilizzato, nel senso che la violenza con cui esso è compiuto deve risultare in qualche modo collegata, nel concreto, alla forza intimidatrice del vincolo associativo. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)

In merito alla condotta di cui all’art.513-bis c.p., ai fini della configurazione di tale fattispecie, sono da qualificare atti di concorrenza illecita tutti quei comportamenti sia “attivi” che “impeditivi” dell’altrui concorrenza, che, commessi da un imprenditore con violenza o minaccia, sono idonei a falsare il mercato e a consentirgli di acquisire in danno dell’imprenditore minacciato, illegittime posizioni di vantaggio sul libero mercato, senza alcun merito derivante dalla propria capacità operativa (in tal senso, Sez.2, n.15781 del 26/3/2015, Arrichiello e altri, Rv.263529). (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 23 dicembre 2015.




Il professionista attestatore del concordato preventivo non riveste la qualità di pubblico ufficiale

Concordato preventivo - Professionista attestatore - Qualità di pubblico ufficiale - Esclusione

Il professionista che, ai sensi dell'articolo 161, comma 3, legge fall., attesta la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano di concordato preventivo svolge funzioni in parte assimilabili a quelle di un ausiliario del giudice e non di pubblico ufficiale. L'attestazione dallo stesso resa non vincola, infatti, il controllo di legittimità esercitato dal giudice sul giudizio di fattibilità della proposta di concordato, affidando peraltro ai creditori la valutazione di merito su tale giudizio, avente ad oggetto le probabilità di successo economico del piano ed i rischi allo stesso inerenti.

In proposito, va poi dato rilievo al fatto che nessuna norma attribuisce al detto professionista la qualità di pubblico ufficiale, aspetto, questo, reso significativo dalla circostanza per la quale ad altri soggetti operanti nell'ambito delle procedure concorsuali tale qualifica è invece espressamente conferita dalla legge fallimentare, al curatore dall'art. 30, al commissario giudiziale dall'art. 165 ed al commissario liquidatore dall'art. 199 legge fall., mancanza di previsione normativa che è stata ritenuta determinante per escludere la qualità di pubblico ufficiale in capo al liquidatore giudiziale nominato nella procedura di concordato preventivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 02 dicembre 2015.




Il professionista attestatore del concordato preventivo non riveste la qualità di pubblico ufficiale

Concordato preventivo - Professionista attestatore - Qualità di pubblico ufficiale - Esclusione

Il professionista che, ai sensi dell'articolo 161, comma 3, legge fall., attesta la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano di concordato preventivo svolge funzioni in parte assimilabili a quelle di un ausiliario del giudice e non di pubblico ufficiale. L'attestazione dallo stesso resa non vincola, infatti, il controllo di legittimità esercitato dal giudice sul giudizio di fattibilità della proposta di concordato, affidando peraltro ai creditori la valutazione di merito su tale giudizio, avente ad oggetto le probabilità di successo economico del piano ed i rischi allo stesso inerenti.

In proposito, va poi dato rilievo al fatto che nessuna norma attribuisce al detto professionista la qualità di pubblico ufficiale, aspetto, questo, reso significativo dalla circostanza per la quale ad altri soggetti operanti nell'ambito delle procedure concorsuali tale qualifica è invece espressamente conferita dalla legge fallimentare, al curatore dall'art. 30, al commissario giudiziale dall'art. 165 ed al commissario liquidatore dall'art. 199 legge fall., mancanza di previsione normativa che è stata ritenuta determinante per escludere la qualità di pubblico ufficiale in capo al liquidatore giudiziale nominato nella procedura di concordato preventivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 02 dicembre 2015.




Competenza del giudice civile per regolare i rapporti tra padre e figli, in presenza di misura cautelare penale

Misura cautelare penale – Applicata a persona con figli – Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dal coniuge e dai figli – Diritto a frequentare i figli – Competenza del giudice civile a regolare i rapporti – Sussiste

L’art. 282 ter c.p.p., comma 2, prevede che il divieto di avvicinamento possa essere imposto anche in riferimento a prossimi congiunti della persona offesa od a persone con questa conviventi, o, comunque, legati da relazione affettiva, qualora sussistano "ulteriori esigenze di cautela" ravvisabili anche nei loro confronti: va, però, rimarcato che tale misura – ove applicata nei confronti di un genitore - non è volta ad impedire il diritto di visita/frequentazione genitore-figlio, bensì ad impedire che l'indagato possa reiterare la condotta recandosi presso i luoghi frequentati dalla parte offesa, sicchè ove lo stesso intenda incontrare il minore anche in forma protetta ed al limite anche tramite servizi sociali, dovrà rivolgere apposita istanza in sede civile per la diversa regolamentazione del diritto di visita ed incontro. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 17 novembre 2015.




Alle Sezioni Unite la diffamazione a causa di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento arbitrario

Diffamazione a mezzo stampa – Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale – Risarcimento del danno – Pubblicazione parziale di atti non divulgabili – Integrazione del reato di cui all’art. 684 c.p. – Rimessione della questione alle Sezioni Unite

In materia di risarcimento del danno conseguente al reato di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale, vanno rimessi gli atti alle Sezioni Unite con riferimento alla questione relativa alla interpretazione del combinato disposto degli artt. 114 c.p.p. e 684 c.p., oggetto di contrasto e giudicata di particolare importanza, se la valutazione del giudice di merito debba ritenersi vincolata al semplice rilievo della minima riproduzione di un atto non divugabile ovvero possa essere orientata all’apprezzamento dei contenuti della riproduzione medesima. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 28 ottobre 2015.




Alle Sezioni Unite la diffamazione a causa di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento arbitrario

Diffamazione a mezzo stampa – Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale – Risarcimento del danno – Pubblicazione parziale di atti non divulgabili – Integrazione del reato di cui all’art. 684 c.p. – Rimessione della questione alle Sezioni Unite

In materia di risarcimento del danno conseguente al reato di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale, vanno rimessi gli atti alle Sezioni Unite con riferimento alla questione relativa alla interpretazione del combinato disposto degli artt. 114 c.p.p. e 684 c.p., oggetto di contrasto e giudicata di particolare importanza, se la valutazione del giudice di merito debba ritenersi vincolata al semplice rilievo della minima riproduzione di un atto non divugabile ovvero possa essere orientata all’apprezzamento dei contenuti della riproduzione medesima. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 28 ottobre 2015.




Omesso versamento di imposte: l'amministratore è responsabile anche se subentrato dopo la presentazione della dichiarazione

Reati tributari – Omesso versamento di Iva – Amministratore subentrato ad altri dopo la presentazione della dichiarazione ma prima della scadenza del termine per il versamento – Responsabilità – Sussiste

Risponde del reato di omesso versamento di IVA anche il soggetto che, subentrando ad altri nella carica di amministratore o liquidatore di una società di capitali, dopo la presentazione della dichiarazione d’imposta e prima della scadenza del versamento, omette di versare all’Erario le somme dovute sulla base della dichiarazione medesima, senza compiere il previo controllo di natura puramente contabile sugli ultimi adempimenti fiscali, in quanto attraverso tale condotta lo stesso si espone volontariamente a tutte le conseguenze che possono derivare da pregresse inadempienze (cfr. Sez.3, n.34927 del 24/06/2015, Alfieri, Rv.264882). (Chiara Bosi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 ottobre 2015.




Omesso versamento di imposte: l'amministratore è responsabile anche se subentrato dopo la presentazione della dichiarazione

Reati tributari – Omesso versamento di Iva – Amministratore subentrato ad altri dopo la presentazione della dichiarazione ma prima della scadenza del termine per il versamento – Responsabilità – Sussiste

Risponde del reato di omesso versamento di IVA anche il soggetto che, subentrando ad altri nella carica di amministratore o liquidatore di una società di capitali, dopo la presentazione della dichiarazione d’imposta e prima della scadenza del versamento, omette di versare all’Erario le somme dovute sulla base della dichiarazione medesima, senza compiere il previo controllo di natura puramente contabile sugli ultimi adempimenti fiscali, in quanto attraverso tale condotta lo stesso si espone volontariamente a tutte le conseguenze che possono derivare da pregresse inadempienze (cfr. Sez.3, n.34927 del 24/06/2015, Alfieri, Rv.264882). (Chiara Bosi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 ottobre 2015.




Nullità della sentenza di non luogo a procedere del GUP per carenza dell'elemento soggettivo

Processo penale – Udienza preliminare – Sentenza di non luogo a procedere – Per carenza di dolo – Nullità

Con riguardo alla natura della sentenza di proscioglimento ex art.425 c.p.p., inerente alla prognosi di non evoluzione in senso favorevole al’accusa del materiale probatorio raccolto, non potendo il giudice esprimere un giudizio di colpevolezza dell’imputato, le conclusioni del GUP circa l’insussistenza dell’elemento soggettivo non sono coerenti con i limiti del giudizio prognostico dell’udienza preliminare, in quanto non si può escludere che dallo sviluppo del dibattimento possano emergere elementi che consentano di diversamente qualificare l’elemento soggettivo in relazione alla condotta dell’imputato. [Fattispecie relativa alla contestazione del reato di usura aggravata in capo al direttore di un istituto di credito. Il Gup aveva dichiarato di non doversi procedere per carenza dell’elemento soggettivo, ritenendo che non si potesse riconoscere in capo all’imputato un atteggiamento doloso. La Corte ha annullato la sentenza rimettendo gli atti al Tribunale per l’ulteriore corso del giudizio]. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 23 ottobre 2015.




Il giornale on line è soggetto alla stessa disciplina di quello cartaceo

Stampa - Testata giornalistica telematica - Concetto ampio di stampa - Applicazione della normativa che disciplina l'attività d'informazione professionale diretta al pubblico

Stampa - Giornale on line - Sequestro preventivo - Esclusione

La testata giornalistica telematica, in quanto assimilabile funzionalmente a quella tradizionale, rientra nel concetto ampio dl 'stampa' e soggiace alla normativa, di rango costituzione e di livello ordinario, che disciplina l'attività d'informazione professionale diretta al pubblico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il giornale on line, al pari di quello cartaceo, non può essere oggetto di sequestro preventivo, eccettuati i casi tassativamente previsti dalla legge, tra i quali non è compreso il reato di diffamazione a mezzo stampa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 17 luglio 2015.




Il giornale on line è soggetto alla stessa disciplina di quello cartaceo

Stampa - Testata giornalistica telematica - Concetto ampio di stampa - Applicazione della normativa che disciplina l'attività d'informazione professionale diretta al pubblico

Stampa - Giornale on line - Sequestro preventivo - Esclusione

La testata giornalistica telematica, in quanto assimilabile funzionalmente a quella tradizionale, rientra nel concetto ampio dl 'stampa' e soggiace alla normativa, di rango costituzione e di livello ordinario, che disciplina l'attività d'informazione professionale diretta al pubblico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il giornale on line, al pari di quello cartaceo, non può essere oggetto di sequestro preventivo, eccettuati i casi tassativamente previsti dalla legge, tra i quali non è compreso il reato di diffamazione a mezzo stampa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 17 luglio 2015.




Trasmissione delle dichiarazioni e violazioni commesse dagli intermediari: si applica il cumulo giuridico e quindi la sanzione per la violazione più grave aumentata fino al doppio

Intermediari - Trasmissione delle dichiarazioni - Distinzione tra violazioni formali e non formali - Ammissibilità

Sanzioni tributarie - Disposizioni generali - Interpretazione dell'articolo 12 del D. Lgs n. 472 del 1997 - Violazione della medesima disposizione - Distinzione tra unica azione od omissione o più omissioni della medesima disposizione - Irrilevanza

Nell'ambito delle infrazioni commesse dall'intermediario, è possibile distinguere le violazioni formali da quelle non formali ed anche individuare quelle "meramente formali" di cui all'ultimo comma dell'art 6 del D. Lgs 472/1997, in quanto sono ipotizzabili fattispecie in cui la condotta dell'intermediario agevola l'evasione o comunque determina un minor incasso erariale (infrazioni non meramente formali) ed ipotesi in cui tale condotta arreca solo un qualche ritardo o difficoltà alle operazioni di accertamento o riscossione (infrazioni formali). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

L'articolo 12 del D. Lgs n. 472 del 1997, nella parte in cui prevede che "è punito con la sanzione che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave, aumentata fino al doppio, chi, con una sola azione od omissione, viola diverse disposizioni anche relative a tributi diversi ovvero commette, anche con più azioni od omissioni, diverse violazioni della medesima disposizione" deve essere interpretato nel senso che diviene irrilevante stabilire se le diverse violazioni della medesima disposizione sono frutto di un'unica omissione oppure di più omissioni della medesima disposizione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI 05 giugno 2015.




Trasmissione delle dichiarazioni e violazioni commesse dagli intermediari: si applica il cumulo giuridico e quindi la sanzione per la violazione più grave aumentata fino al doppio

Intermediari - Trasmissione delle dichiarazioni - Distinzione tra violazioni formali e non formali - Ammissibilità

Sanzioni tributarie - Disposizioni generali - Interpretazione dell'articolo 12 del D. Lgs n. 472 del 1997 - Violazione della medesima disposizione - Distinzione tra unica azione od omissione o più omissioni della medesima disposizione - Irrilevanza

Nell'ambito delle infrazioni commesse dall'intermediario, è possibile distinguere le violazioni formali da quelle non formali ed anche individuare quelle "meramente formali" di cui all'ultimo comma dell'art 6 del D. Lgs 472/1997, in quanto sono ipotizzabili fattispecie in cui la condotta dell'intermediario agevola l'evasione o comunque determina un minor incasso erariale (infrazioni non meramente formali) ed ipotesi in cui tale condotta arreca solo un qualche ritardo o difficoltà alle operazioni di accertamento o riscossione (infrazioni formali). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

L'articolo 12 del D. Lgs n. 472 del 1997, nella parte in cui prevede che "è punito con la sanzione che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave, aumentata fino al doppio, chi, con una sola azione od omissione, viola diverse disposizioni anche relative a tributi diversi ovvero commette, anche con più azioni od omissioni, diverse violazioni della medesima disposizione" deve essere interpretato nel senso che diviene irrilevante stabilire se le diverse violazioni della medesima disposizione sono frutto di un'unica omissione oppure di più omissioni della medesima disposizione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI 05 giugno 2015.




Sequestro penale di beni acquisiti dalla massa attiva del fallimento: legittimazione del curatore ad impugnare il sequestro e competenza del giudice penale ad accertare la buona fede dei terzi

Responsabilità amministrativa delle società e degli enti - Sequestro e confisca - Rapporti con la procedura fallimentare - Acquisizione dei beni oggetto di sequestro finalizzato alla confisca alla massa attiva del fallimento - Comparazione tra i contrapposti interessi - Legittimazione del curatore all'impugnazione del provvedimento di sequestro - Verifica delle ragioni dei terzi di buona fede - Competenza del giudice penale

Il curatore fallimentare non è legittimato a proporre impugnazione contro il provvedimento di sequestro adottato ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo n. 231 del 2001.

La verifica delle ragioni dei terzi al fine di accertare la buona fede spetta al giudice penale e non al giudice fallimentare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 17 marzo 2015.




Sequestro penale di beni acquisiti dalla massa attiva del fallimento: legittimazione del curatore ad impugnare il sequestro e competenza del giudice penale ad accertare la buona fede dei terzi

Responsabilità amministrativa delle società e degli enti - Sequestro e confisca - Rapporti con la procedura fallimentare - Acquisizione dei beni oggetto di sequestro finalizzato alla confisca alla massa attiva del fallimento - Comparazione tra i contrapposti interessi - Legittimazione del curatore all'impugnazione del provvedimento di sequestro - Verifica delle ragioni dei terzi di buona fede - Competenza del giudice penale

Il curatore fallimentare non è legittimato a proporre impugnazione contro il provvedimento di sequestro adottato ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo n. 231 del 2001.

La verifica delle ragioni dei terzi al fine di accertare la buona fede spetta al giudice penale e non al giudice fallimentare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 17 marzo 2015.




Giudizio penale e giudizio civile: quando l’assoluzione vincola il giudice civile

Sentenza penale di assoluzione - Efficacia vincolante per il giudizio civile - Condizioni

La sentenza penale di assoluzione non ha efficacia vincolante per il giudice civile, quando la vittima del reato, sebbene regolarmente citata quale parte civile, abbia scelto di non costituirsi parte civile, ed abbia proposto la domanda di risarcimento del danno dinanzi al giudice civile prima che fosse pronunciata la sentenza penale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III 12 marzo 2015.




Omesso versamento dell'Iva e causa di forza maggiore

Imposta sul valore aggiunto - Omesso versamento - Applicazione alle omissioni relative all'anno 2005 - Forza maggiore - Requisiti - Esclusione

Il reato di omesso versamento dell'imposta sul valore aggiunto (art. 10-ter D.Lgs. n. 74 del 2000), entrato in vigore il 4 luglio 2005, che punisce (il mancato adempimento dell'obbligazione tributaria entro la scadenza del termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo di imposta dell'anno successivo, è applicabile anche alle omissioni dei versamenti relativi all'anno 2005, senza che ciò comporti violazione dei principio di irretroattività della norma penale.

In ordine al reato in questione, si osserva che:
a) il margine dì scelta esclude sempre la forza maggiore perché non esclude la suitas della condotta; b) la mancanza di provvista necessaria all'adempimento dell'obbligazione tributaria penalmente rilevante non può pertanto essere addotta a sostegno della forza maggiore quando sia comunque il frutto di una scelta o di una politica imprenditoriale volta a fronteggiare una crisi di liquidità; c) non si può invocare la forza maggiore quando l'inadempimento penalmente sanzionato sia stato con-causato dal mancato pagamento alla singole scadenze mensili e dunque da una situazione di illegittimità; d) l'inadempimento tributario penalmente rilevante può essere attribuito a forza maggiore solo quando derivi da fatti non imputabili all'imprenditore il quale non abbia potuto porvi tempestivamente rimedio per cause indipendenti dalla sua volontà e che sfuggono al suo dominio finalistico. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III 25 febbraio 2015.




Omesso versamento dell'Iva e causa di forza maggiore

Imposta sul valore aggiunto - Omesso versamento - Applicazione alle omissioni relative all'anno 2005 - Forza maggiore - Requisiti - Esclusione

Il reato di omesso versamento dell'imposta sul valore aggiunto (art. 10-ter D.Lgs. n. 74 del 2000), entrato in vigore il 4 luglio 2005, che punisce (il mancato adempimento dell'obbligazione tributaria entro la scadenza del termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo di imposta dell'anno successivo, è applicabile anche alle omissioni dei versamenti relativi all'anno 2005, senza che ciò comporti violazione dei principio di irretroattività della norma penale.

In ordine al reato in questione, si osserva che:
a) il margine dì scelta esclude sempre la forza maggiore perché non esclude la suitas della condotta; b) la mancanza di provvista necessaria all'adempimento dell'obbligazione tributaria penalmente rilevante non può pertanto essere addotta a sostegno della forza maggiore quando sia comunque il frutto di una scelta o di una politica imprenditoriale volta a fronteggiare una crisi di liquidità; c) non si può invocare la forza maggiore quando l'inadempimento penalmente sanzionato sia stato con-causato dal mancato pagamento alla singole scadenze mensili e dunque da una situazione di illegittimità; d) l'inadempimento tributario penalmente rilevante può essere attribuito a forza maggiore solo quando derivi da fatti non imputabili all'imprenditore il quale non abbia potuto porvi tempestivamente rimedio per cause indipendenti dalla sua volontà e che sfuggono al suo dominio finalistico. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III 25 febbraio 2015.




Nel processo instaurato per l'accertamento della responsabilità da reato dell'ente, non è ammissibile la costituzione di parte civile

Responsabilità da reato dell'ente - Costituzione di parte civile - Esclusione

Nel processo instaurato per l'accertamento della responsabilità da reato dell'ente, non è ammissibile la costituzione di parte civile, atteso che l'istituto non è previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2001, e l'omissione non rappresenta una lacuna normativa, ma corrisponde ad una consapevole scelta del legislatore.

In particolare, la parte civile non è menzionata nella sezione 2^ del capo 3^ del decreto dedicata ai soggetti del procedimento a carico dell'ente, nè ad essa si fa alcun accenno nella disciplina relativa alle indagini preliminari, all'udienza preliminare, ai procedimenti speciali, alle impugnazioni ovvero nelle disposizioni sulla sentenza, istituti che, invece, nei rispettivi moduli previsti nel codice di procedura penale contengono importanti disposizioni sulla parte civile e sulla persona offesa.
Peraltro, accanto alla materiale "assenza" di riferimenti riguardanti la parte civile, il D.Lgs. n. 231 del 2001, contiene alcuni dati specifici ed espressi che confermano la volontà di escludere questo soggetto dal processo. Da un lato, vi è l'art. 27, che nel disciplinare la responsabilità patrimoniale dell'ente la limita all'obbligazione per il pagamento della sanzione pecuniaria, senza fare alcuna menzione alle obbligazioni civili; dall'altro lato, appare particolarmente significativa la regolamentazione del sequestro conservativo, di cui all'art. 54. L'omologo istituto codicistico di cui all'art. 316 c.p.p., pone questa misura cautelare reale sia a tutela del pagamento della "pena pecuniaria, delle spese del procedimento e di ogni altra somma dovuta all'erario", sia delle "obbligazioni civili derivanti dal reato", in quest'ultimo caso attribuendo alla parte civile la possibilità di richiedere il sequestro; invece, il citato D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 54, limita il sequestro conservativo al solo scopo di assicurare il pagamento della sanzione pecuniaria (oltre che delle spese del procedimento e delle somme dovute all'erario), sequestro che può essere richiesto unicamente dal pubblico ministero.
Anche qui il legislatore ha compiuto una scelta consapevole, escludendo la funzione di garantire le obbligazioni civili, funzione che, nella struttura della norma codicistica, presuppone la richiesta della parte civile (Cass., Sez. 6, Sentenza n. 2251/2010, cit.).
Deve dunque conclusivamente affermarsi, sulla base della disciplina positiva richiamata, come la costituzione di parte civile nel processo penale per la rivendicazione del risarcimento dei danni nei confronti dell'ente responsabile ai sensi del D.Lgs. n. 231 del 2001, non sia ammessa, con la conseguente nullità della corrispondente ammissione avvenuta nel corso del presente giudizio e della successiva condanna dell'ente al risarcimento dei danni in favore delle parti civili. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 27 gennaio 2015.




Nel processo instaurato per l'accertamento della responsabilità da reato dell'ente, non è ammissibile la costituzione di parte civile

Responsabilità da reato dell'ente - Costituzione di parte civile - Esclusione

Nel processo instaurato per l'accertamento della responsabilità da reato dell'ente, non è ammissibile la costituzione di parte civile, atteso che l'istituto non è previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2001, e l'omissione non rappresenta una lacuna normativa, ma corrisponde ad una consapevole scelta del legislatore.

In particolare, la parte civile non è menzionata nella sezione 2^ del capo 3^ del decreto dedicata ai soggetti del procedimento a carico dell'ente, nè ad essa si fa alcun accenno nella disciplina relativa alle indagini preliminari, all'udienza preliminare, ai procedimenti speciali, alle impugnazioni ovvero nelle disposizioni sulla sentenza, istituti che, invece, nei rispettivi moduli previsti nel codice di procedura penale contengono importanti disposizioni sulla parte civile e sulla persona offesa.
Peraltro, accanto alla materiale "assenza" di riferimenti riguardanti la parte civile, il D.Lgs. n. 231 del 2001, contiene alcuni dati specifici ed espressi che confermano la volontà di escludere questo soggetto dal processo. Da un lato, vi è l'art. 27, che nel disciplinare la responsabilità patrimoniale dell'ente la limita all'obbligazione per il pagamento della sanzione pecuniaria, senza fare alcuna menzione alle obbligazioni civili; dall'altro lato, appare particolarmente significativa la regolamentazione del sequestro conservativo, di cui all'art. 54. L'omologo istituto codicistico di cui all'art. 316 c.p.p., pone questa misura cautelare reale sia a tutela del pagamento della "pena pecuniaria, delle spese del procedimento e di ogni altra somma dovuta all'erario", sia delle "obbligazioni civili derivanti dal reato", in quest'ultimo caso attribuendo alla parte civile la possibilità di richiedere il sequestro; invece, il citato D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 54, limita il sequestro conservativo al solo scopo di assicurare il pagamento della sanzione pecuniaria (oltre che delle spese del procedimento e delle somme dovute all'erario), sequestro che può essere richiesto unicamente dal pubblico ministero.
Anche qui il legislatore ha compiuto una scelta consapevole, escludendo la funzione di garantire le obbligazioni civili, funzione che, nella struttura della norma codicistica, presuppone la richiesta della parte civile (Cass., Sez. 6, Sentenza n. 2251/2010, cit.).
Deve dunque conclusivamente affermarsi, sulla base della disciplina positiva richiamata, come la costituzione di parte civile nel processo penale per la rivendicazione del risarcimento dei danni nei confronti dell'ente responsabile ai sensi del D.Lgs. n. 231 del 2001, non sia ammessa, con la conseguente nullità della corrispondente ammissione avvenuta nel corso del presente giudizio e della successiva condanna dell'ente al risarcimento dei danni in favore delle parti civili. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 27 gennaio 2015.




Blindatura in trust dei beni immobili acquistati con il denaro ricavato dall'evasione tributaria e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte

Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte - Blindatura in trust dei beni immobili acquistati con il denaro ricavato dall'evasione tributaria - Reato di cui all'articolo 11 d.lgs 74/200

Integra la fattispecie del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte di cui all'articolo 11 del decreto legislativo n. 74 del 2000, la condotta di colui che compie un'operazione di dismissione del patrimonio personale conclusasi con la "blindatura" in trust dei beni immobili acquistati con il denaro derivante dall'evasione tributaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 26 gennaio 2015.




Blindatura in trust dei beni immobili acquistati con il denaro ricavato dall'evasione tributaria e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte

Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte - Blindatura in trust dei beni immobili acquistati con il denaro ricavato dall'evasione tributaria - Reato di cui all'articolo 11 d.lgs 74/200

Integra la fattispecie del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte di cui all'articolo 11 del decreto legislativo n. 74 del 2000, la condotta di colui che compie un'operazione di dismissione del patrimonio personale conclusasi con la "blindatura" in trust dei beni immobili acquistati con il denaro derivante dall'evasione tributaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 26 gennaio 2015.




Omesso versamento di ritenute e causa di forza maggiore: l'evento deve essere inevitabile ed indipendente dalla volontà dell'agente

Omesso versamento di ritenute - Causa di forza maggiore - Omessa riscossione di crediti - Rateizzazione dell'importo dovuto - Irrilevanza - Verificarsi di una situazione di crisi finanziaria - Irrilevanza - Indagine sulle cause e la tempistica dell'esimente - Necessità - Forza maggiore quale elemento inevitabile - Onere della prova

Il reato di mancato versamento, per un ammontare superiore ad euro 50.000, delle ritenute complessivamente risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituti entro la scadenza del termine finale per la presentazione della dichiarazione annuale non può ritenersi escluso, ai sensi dell'articolo 45 c.p., a causa della mancata riscossione dei crediti vantati dalla società dell'indagato nei confronti di terzi e dall'aver concordato con l'Agenzia delle entrate un piano di rateizzazione del dovuto, in quanto il mero verificarsi di una situazione di crisi finanziaria non comporta automaticamente la sussistenza di una condizione riconducibile a quella prevista dall'articolo 45 citato, assumendo rilevanza le cause e la tempistica di una tale evenienza, nonché le scelte in concreto operate dal soggetto agente. La forza maggiore, infatti, consiste in un evento di origine naturale o umana imprevedibile o, anche se preveduto, inevitabile, per cui essa non è invocabile nel caso in cui l'agente stesso si sia posto in condizioni di illegittimità, ponendo in essere una condotta non conforme alla legge o alle regole generali di prudenza e diligenza, con l'ulteriore precisazione che incombe su colui che invoca l'applicazione dell'esimente l'onere di allegare elementi precisi e specifici che consentano al giudice di verificare la sussistenza della forza maggiore o del caso fortuito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 11 dicembre 2014.




Omesso versamento di ritenute e causa di forza maggiore: l'evento deve essere inevitabile ed indipendente dalla volontà dell'agente

Omesso versamento di ritenute - Causa di forza maggiore - Omessa riscossione di crediti - Rateizzazione dell'importo dovuto - Irrilevanza - Verificarsi di una situazione di crisi finanziaria - Irrilevanza - Indagine sulle cause e la tempistica dell'esimente - Necessità - Forza maggiore quale elemento inevitabile - Onere della prova

Il reato di mancato versamento, per un ammontare superiore ad euro 50.000, delle ritenute complessivamente risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituti entro la scadenza del termine finale per la presentazione della dichiarazione annuale non può ritenersi escluso, ai sensi dell'articolo 45 c.p., a causa della mancata riscossione dei crediti vantati dalla società dell'indagato nei confronti di terzi e dall'aver concordato con l'Agenzia delle entrate un piano di rateizzazione del dovuto, in quanto il mero verificarsi di una situazione di crisi finanziaria non comporta automaticamente la sussistenza di una condizione riconducibile a quella prevista dall'articolo 45 citato, assumendo rilevanza le cause e la tempistica di una tale evenienza, nonché le scelte in concreto operate dal soggetto agente. La forza maggiore, infatti, consiste in un evento di origine naturale o umana imprevedibile o, anche se preveduto, inevitabile, per cui essa non è invocabile nel caso in cui l'agente stesso si sia posto in condizioni di illegittimità, ponendo in essere una condotta non conforme alla legge o alle regole generali di prudenza e diligenza, con l'ulteriore precisazione che incombe su colui che invoca l'applicazione dell'esimente l'onere di allegare elementi precisi e specifici che consentano al giudice di verificare la sussistenza della forza maggiore o del caso fortuito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 11 dicembre 2014.




La Cassazione valorizza la separazione patrimoniale e il vincolo di destinazione del trust anche ai fini della tutela penale

Trust - Natura - Natura formale della intestazione al trustee - Costituzione di nuovo soggetto - Esclusione - Attribuzione al patrimonio destinato di un fine prestabilito - Perdita della disponibilità da parte del disponente - Formale disponibilità in capo al trustee per l'adempimento dello scopo

Trust - Schema negoziale recepito nell'ordinamento giuridico italiano - Autonomia del patrimonio - Potere-dovere del trustee di amministrare- Intestazione formale al trustee - Separazione dal patrimonio del trustee - "Incomunicabilità bidirezionale" tra il patrimonio separato e il patrimonio del soggetto che ne è titolare - Affidamento al trustee sulla base della fiducia

Fiducia - Assenza di rapporti negoziali tra fiduciario e fiduciante - Discrezionalità del fiduciario - Configurabilità di un trust interno

Trust - Tutela penale - Rilevanza del vincolo di destinazione che grava sui beni - Intestazione formale al trustee - Proprietà temporale diversa da quella di cui all'articolo 832 c.c.

Il trust non è un ente dotato di personalità giuridica, ma un insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato formalmente intestati al trustee, che è l'unico soggetto di riferimento nei rapporti con i terzi, non quale legale rappresentante, ma come colui che dispone del diritto. Da ciò consegue che l'intestazione del patrimonio separato al trustee è meramente formale, in quanto i beni e i rapporti giuridici conferiti rimangono ancorati al fine determinato dal regolamento del trust, il cui scopo non è, pertanto, quello di dar vita ad un nuovo soggetto, ma unicamente quello di istituire un patrimonio destinato al fine prestabilito, fermo restando che il disponente, con la costituzione del trust, proprio in ragione dello scopo cui è destinato il complesso dei beni e rapporti giuridici, ne perde subito la disponibilità, potendo essergli riservati, nel regolamento del trust, solo poteri circoscritti o per lo più di controllo e, per la stessa ragione, il trustee ne acquista la formale disponibilità al fine di meglio adempiere allo scopo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Lo schema del trust, così come riconosciuto e veicolato nel nostro ordinamento dalla giurisprudenza, mutua profili sostanziali dallo schema anglosassone, quali l'autonomia del patrimonio conferito, il potere-dovere del trustee di amministrare, gestire o disporre dei beni del trust (con l'obbligo di rendere il conto) l'essere i beni del trust intestati al trustee, ma esclusi dal patrimonio di quest'ultimo, andando a formare una massa autonoma e distinta secondo uno schema di separazione patrimoniale perfetta, intesa come "incomunicabilità bidirezionale" tra il patrimonio separato e il patrimonio del soggetto che ne è titolare, caratteristica, questa, che deriva dall' "affidamento" del diritto al trustee sulla base della fiducia che ispira il negozio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Dalla fiducia deriva anche l'assenza di rapporti negoziali tra fiduciario e fiduciante e la assoluta discrezionalità di gestione del fiduciario, determinata dalla mancanza di precetti dettagliati, cosicché il riconoscimento di una intestazione meramente formale dei diritti al trustee stempera i dubbi sulla configurabilità di un trust interno a causa delle caratteristiche dei diritti reali dell'ordinamento giuridico italiano, in quanto queste problematiche perdono rilevanza nella realtà concreta a fronte dell'incisività innovativa delle caratteristiche proprie del negozio del trust e dell'agilità decisionale dispositiva, tesa al conseguimento dello scopo, consentita dalla particolare configurazione dei poteri del trustee. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Anche ai fini dell'inquadramento della tutela penale assumono rilevanza preminente, nell'interpretazione del negozio, sia il vincolo di destinazione che grava sui beni (il quale, determinandone la funzione economico sociale, ne impedisce la commistione con il patrimonio del trustee) sia l'esistenza di beneficiari del negozio fiduciario, a favore dei quali deve indirizzarsi tutta l'attività di gestione dei beni e rapporti conferiti nel trust, dovendosi attribuire all'intestazione formale del diritto di proprietà al trustee la valenza di una proprietà temporale, sostanziata dal possesso del bene, sicuramente diversa da quella delineata nell'articolo 832 c.c. e svincolata dal potere di disporre dei beni in misura piena ed esclusiva.
(Nel caso di specie, la Corte ha condiviso la decisione del tribunale del riesame, secondo la quale il potere esercitato dall'imputato come trustee sui beni conferiti in trust non era definibile come diritto di godere e disporre dei beni stessi in modo pieno ed esclusivo, concetto nel quale si sostanzia il diritto di proprietà secondo la nota di spedizione dell'articolo 832 c.c.; detto potere era piuttosto definibile come situazione reale di proprietà finalizzata e funzionale che si esercita su di un patrimonio separato ed autonomo rispetto a quello facente capo all'imputato, svincolato, come si è detto, dal programma fiduciario che il trustee ha l'obbligo di perseguire e che è senz'altro riconducibile al concetto generale di possesso penalmente rilevante di cui all'articolo 646 c.p.; la violazione di questo vincolo funzionale e la destinazione di beni conferiti in trust a finalità proprie del trustee o comunque a finalità diverse da quelle per realizzare le quali il trust è stato istituito concreta quella interversione nel possesso che costituisce l'essenza del diritto di cui all'articolo 646 c.p.). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 03 dicembre 2014.




La Cassazione valorizza la separazione patrimoniale e il vincolo di destinazione del trust anche ai fini della tutela penale

Trust - Natura - Natura formale della intestazione al trustee - Costituzione di nuovo soggetto - Esclusione - Attribuzione al patrimonio destinato di un fine prestabilito - Perdita della disponibilità da parte del disponente - Formale disponibilità in capo al trustee per l'adempimento dello scopo

Trust - Schema negoziale recepito nell'ordinamento giuridico italiano - Autonomia del patrimonio - Potere-dovere del trustee di amministrare- Intestazione formale al trustee - Separazione dal patrimonio del trustee - "Incomunicabilità bidirezionale" tra il patrimonio separato e il patrimonio del soggetto che ne è titolare - Affidamento al trustee sulla base della fiducia

Fiducia - Assenza di rapporti negoziali tra fiduciario e fiduciante - Discrezionalità del fiduciario - Configurabilità di un trust interno

Trust - Tutela penale - Rilevanza del vincolo di destinazione che grava sui beni - Intestazione formale al trustee - Proprietà temporale diversa da quella di cui all'articolo 832 c.c.

Il trust non è un ente dotato di personalità giuridica, ma un insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato formalmente intestati al trustee, che è l'unico soggetto di riferimento nei rapporti con i terzi, non quale legale rappresentante, ma come colui che dispone del diritto. Da ciò consegue che l'intestazione del patrimonio separato al trustee è meramente formale, in quanto i beni e i rapporti giuridici conferiti rimangono ancorati al fine determinato dal regolamento del trust, il cui scopo non è, pertanto, quello di dar vita ad un nuovo soggetto, ma unicamente quello di istituire un patrimonio destinato al fine prestabilito, fermo restando che il disponente, con la costituzione del trust, proprio in ragione dello scopo cui è destinato il complesso dei beni e rapporti giuridici, ne perde subito la disponibilità, potendo essergli riservati, nel regolamento del trust, solo poteri circoscritti o per lo più di controllo e, per la stessa ragione, il trustee ne acquista la formale disponibilità al fine di meglio adempiere allo scopo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Lo schema del trust, così come riconosciuto e veicolato nel nostro ordinamento dalla giurisprudenza, mutua profili sostanziali dallo schema anglosassone, quali l'autonomia del patrimonio conferito, il potere-dovere del trustee di amministrare, gestire o disporre dei beni del trust (con l'obbligo di rendere il conto) l'essere i beni del trust intestati al trustee, ma esclusi dal patrimonio di quest'ultimo, andando a formare una massa autonoma e distinta secondo uno schema di separazione patrimoniale perfetta, intesa come "incomunicabilità bidirezionale" tra il patrimonio separato e il patrimonio del soggetto che ne è titolare, caratteristica, questa, che deriva dall' "affidamento" del diritto al trustee sulla base della fiducia che ispira il negozio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Dalla fiducia deriva anche l'assenza di rapporti negoziali tra fiduciario e fiduciante e la assoluta discrezionalità di gestione del fiduciario, determinata dalla mancanza di precetti dettagliati, cosicché il riconoscimento di una intestazione meramente formale dei diritti al trustee stempera i dubbi sulla configurabilità di un trust interno a causa delle caratteristiche dei diritti reali dell'ordinamento giuridico italiano, in quanto queste problematiche perdono rilevanza nella realtà concreta a fronte dell'incisività innovativa delle caratteristiche proprie del negozio del trust e dell'agilità decisionale dispositiva, tesa al conseguimento dello scopo, consentita dalla particolare configurazione dei poteri del trustee. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Anche ai fini dell'inquadramento della tutela penale assumono rilevanza preminente, nell'interpretazione del negozio, sia il vincolo di destinazione che grava sui beni (il quale, determinandone la funzione economico sociale, ne impedisce la commistione con il patrimonio del trustee) sia l'esistenza di beneficiari del negozio fiduciario, a favore dei quali deve indirizzarsi tutta l'attività di gestione dei beni e rapporti conferiti nel trust, dovendosi attribuire all'intestazione formale del diritto di proprietà al trustee la valenza di una proprietà temporale, sostanziata dal possesso del bene, sicuramente diversa da quella delineata nell'articolo 832 c.c. e svincolata dal potere di disporre dei beni in misura piena ed esclusiva.
(Nel caso di specie, la Corte ha condiviso la decisione del tribunale del riesame, secondo la quale il potere esercitato dall'imputato come trustee sui beni conferiti in trust non era definibile come diritto di godere e disporre dei beni stessi in modo pieno ed esclusivo, concetto nel quale si sostanzia il diritto di proprietà secondo la nota di spedizione dell'articolo 832 c.c.; detto potere era piuttosto definibile come situazione reale di proprietà finalizzata e funzionale che si esercita su di un patrimonio separato ed autonomo rispetto a quello facente capo all'imputato, svincolato, come si è detto, dal programma fiduciario che il trustee ha l'obbligo di perseguire e che è senz'altro riconducibile al concetto generale di possesso penalmente rilevante di cui all'articolo 646 c.p.; la violazione di questo vincolo funzionale e la destinazione di beni conferiti in trust a finalità proprie del trustee o comunque a finalità diverse da quelle per realizzare le quali il trust è stato istituito concreta quella interversione nel possesso che costituisce l'essenza del diritto di cui all'articolo 646 c.p.). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 03 dicembre 2014.




Sequestro preventivo penale dei beni di società di capitali e posizione del custode giudiziario nel procedimento per dichiarazione di fallimento

Fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Società con beni sottoposti a sequestro preventivo penale - Procedimento prefallimentare - Convocazione dell'amministratore - Sufficienza - Partecipazione del custode giudiziario dei beni - Necessità - Esclusione - Fondamento

Il sequestro preventivo penale dei beni di una società di capitali non rende il custode giudiziario di tali beni contraddittore necessario nel procedimento diretto alla dichiarazione di fallimento, per la validità del quale è sufficiente la convocazione dell'amministratore della medesima società, che resta nella titolarità di tutte le funzioni non riguardanti la gestione del patrimonio. D'altronde, la stessa dichiarazione di fallimento non comporta l'estinzione della società, ma solo la liquidazione dei beni, con conseguente legittimazione processuale dell'organo di rappresentanza a difendere gli interessi dell'ente nell'ambito della procedura fallimentare, né reca alcun pregiudizio alla procedura di prevenzione patrimoniale diretta alla confisca dei beni aziendali (sia quando il fallimento sia stato pronunciato prima del sequestro preventivo, sia quando sia stato dichiarato successivamente), dovendo essere privilegiato l'interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia rispetto all'interesse meramente privatistico della "par condicio creditorum" perseguito dalla normativa fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI 04 novembre 2014.




Sequestro preventivo penale dei beni di società di capitali e posizione del custode giudiziario nel procedimento per dichiarazione di fallimento

Fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Società con beni sottoposti a sequestro preventivo penale - Procedimento prefallimentare - Convocazione dell'amministratore - Sufficienza - Partecipazione del custode giudiziario dei beni - Necessità - Esclusione - Fondamento

Il sequestro preventivo penale dei beni di una società di capitali non rende il custode giudiziario di tali beni contraddittore necessario nel procedimento diretto alla dichiarazione di fallimento, per la validità del quale è sufficiente la convocazione dell'amministratore della medesima società, che resta nella titolarità di tutte le funzioni non riguardanti la gestione del patrimonio. D'altronde, la stessa dichiarazione di fallimento non comporta l'estinzione della società, ma solo la liquidazione dei beni, con conseguente legittimazione processuale dell'organo di rappresentanza a difendere gli interessi dell'ente nell'ambito della procedura fallimentare, né reca alcun pregiudizio alla procedura di prevenzione patrimoniale diretta alla confisca dei beni aziendali (sia quando il fallimento sia stato pronunciato prima del sequestro preventivo, sia quando sia stato dichiarato successivamente), dovendo essere privilegiato l'interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia rispetto all'interesse meramente privatistico della "par condicio creditorum" perseguito dalla normativa fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI 04 novembre 2014.




Sham trust e confisca per equivalente

Confisca dei beni per equivalente - Trust - Beni conferiti rimasti nella disponibilità dell'indagato - Sham trust - Confisca - Ammissibilità

Sono assoggettabili al sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente i beni rientranti nella disponibilità dell'indagato, ancorchè conferiti in trust, che lo stesso continui ad amministrare conservandone la piena disponibilità.

Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che l'indagato non avrebbe mai perso la disponibilità dei beni conferiti in trust, continuando ad amministrarli ed esercitando sugli stessi un'effettiva "signoria di fatto". Indici di tale stato di fatto sono stati ritentuti: 1) i rapporti di stretta parentela tra tutti i soggetti coinvolti, specie la moglie dell'indagato quale trustee, così come il proprio legale di fiducia quale guardiano; 2) l'epoca di istituzione del trust, successiva di soli due mesi e dieci giorni al fallimento della società; 3) la precedente costituzione di società di fatto gestite dall'indagato e strumentali ai suoi interessi nel settore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 29 ottobre 2014.




Sham trust e confisca per equivalente

Confisca dei beni per equivalente - Trust - Beni conferiti rimasti nella disponibilità dell'indagato - Sham trust - Confisca - Ammissibilità

Sono assoggettabili al sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente i beni rientranti nella disponibilità dell'indagato, ancorchè conferiti in trust, che lo stesso continui ad amministrare conservandone la piena disponibilità.

Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che l'indagato non avrebbe mai perso la disponibilità dei beni conferiti in trust, continuando ad amministrarli ed esercitando sugli stessi un'effettiva "signoria di fatto". Indici di tale stato di fatto sono stati ritentuti: 1) i rapporti di stretta parentela tra tutti i soggetti coinvolti, specie la moglie dell'indagato quale trustee, così come il proprio legale di fiducia quale guardiano; 2) l'epoca di istituzione del trust, successiva di soli due mesi e dieci giorni al fallimento della società; 3) la precedente costituzione di società di fatto gestite dall'indagato e strumentali ai suoi interessi nel settore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 29 ottobre 2014.




Accesso abusivo ad un sistema informatico e rilevanza delle disposizioni impartite dal titolare del sistema

Accesso abusivo ad un sistema informatico - Pubblico ufficiale - Rilevanza delle disposizioni impartite dal titolare del sistema - Direzione finalistica della condotta soggettivamente intesa - Irrilevanza - Violazione della regola di imparzialità e trasparenza amministrative - Irrilevanza

Si ha accesso abusivo ad un sistema informatico, rilevante ai sensi dell’articolo 645 ter c.p., sia quando l’gente violi i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema (nozione specificata, da parte della dottrina, con riferimento alla violazione delle prescrizioni contenute in disposizioni organizzative interne, in prassi aziendali o in clausole di contratti individuali di lavoro) sia allorquando si pongano in essere operazioni di natura ontologicamente diversa da quelle di cui l’agente è incaricato ed in relazione alle quali l’accesso era a lui consentito. Pertanto, il giudizio circa l’esistenza del dissenso del dominus loci deve assumere come parametro la sussistenza o meno di un’obiettiva violazione, da parte dell’agente, delle prescrizioni impartite dal dominus loci stesso circa l’uso del sistema e non può essere formulato unicamente in base alla direzione finalistica della condotta, soggettivamente intesa. Ad ulteriore precisazione, va precisato che vengono in rilievo al riguardo quelle disposizioni che regolano l’accesso al sistema e che stabiliscono per quali attività e per quanto tempo la permanenza si può protrarre, mentre devono ritenersi irrilevanti, ai fini della configurazione della fattispecie, eventuali disposizioni sull’impiego successivo dei dati. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il parametro di riferimento per la valutazione dell’accesso abusivo ad un sistema informatico rilevante ai sensi dell’articolo 645 ter c.p. non è costituito dall’attività amministrativa, la quale persegue fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, efficacia, imparzialità, pubblicità, e trasparenza, bensì dalle disposizioni impartite dal dominus loci, non essendo identificabile l’abusività dell’accesso al sistema informatico nella violazione della regola di imparzialità e trasparenza che regge l’azione amministrativa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 24 ottobre 2014.




Accesso abusivo ad un sistema informatico e rilevanza delle disposizioni impartite dal titolare del sistema

Accesso abusivo ad un sistema informatico - Pubblico ufficiale - Rilevanza delle disposizioni impartite dal titolare del sistema - Direzione finalistica della condotta soggettivamente intesa - Irrilevanza - Violazione della regola di imparzialità e trasparenza amministrative - Irrilevanza

Si ha accesso abusivo ad un sistema informatico, rilevante ai sensi dell’articolo 645 ter c.p., sia quando l’gente violi i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema (nozione specificata, da parte della dottrina, con riferimento alla violazione delle prescrizioni contenute in disposizioni organizzative interne, in prassi aziendali o in clausole di contratti individuali di lavoro) sia allorquando si pongano in essere operazioni di natura ontologicamente diversa da quelle di cui l’agente è incaricato ed in relazione alle quali l’accesso era a lui consentito. Pertanto, il giudizio circa l’esistenza del dissenso del dominus loci deve assumere come parametro la sussistenza o meno di un’obiettiva violazione, da parte dell’agente, delle prescrizioni impartite dal dominus loci stesso circa l’uso del sistema e non può essere formulato unicamente in base alla direzione finalistica della condotta, soggettivamente intesa. Ad ulteriore precisazione, va precisato che vengono in rilievo al riguardo quelle disposizioni che regolano l’accesso al sistema e che stabiliscono per quali attività e per quanto tempo la permanenza si può protrarre, mentre devono ritenersi irrilevanti, ai fini della configurazione della fattispecie, eventuali disposizioni sull’impiego successivo dei dati. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il parametro di riferimento per la valutazione dell’accesso abusivo ad un sistema informatico rilevante ai sensi dell’articolo 645 ter c.p. non è costituito dall’attività amministrativa, la quale persegue fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, efficacia, imparzialità, pubblicità, e trasparenza, bensì dalle disposizioni impartite dal dominus loci, non essendo identificabile l’abusività dell’accesso al sistema informatico nella violazione della regola di imparzialità e trasparenza che regge l’azione amministrativa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 24 ottobre 2014.




La confisca deve rispettare il diritto delle banche vittime del reato di truffa che hanno iscritto ipoteca sui beni confiscati

Confisca - Oggetto - Beni immobili - Ipoteche iscritte da banche vittime dei delitti di truffa - Cancellazione - Esclusione

Gli istituti bancari rimasti vittime dei delitti di truffa o appropriazione indebita all’atto dell’erogazione di mutui, in forza dei quali erano state iscritte ipoteche di sugli immobili confiscati, devono essere considerati terzi estranei ai reati posti in essere dal soggetto nei cui confronti è applicata la misura di prevenzione patrimoniale e, pertanto, nei loro confronti non può essere ordinata la cancellazione della trascrizione dell’ipoteca nei registri immobiliari. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 31 luglio 2014.




La confisca deve rispettare il diritto delle banche vittime del reato di truffa che hanno iscritto ipoteca sui beni confiscati

Confisca - Oggetto - Beni immobili - Ipoteche iscritte da banche vittime dei delitti di truffa - Cancellazione - Esclusione

Gli istituti bancari rimasti vittime dei delitti di truffa o appropriazione indebita all’atto dell’erogazione di mutui, in forza dei quali erano state iscritte ipoteche di sugli immobili confiscati, devono essere considerati terzi estranei ai reati posti in essere dal soggetto nei cui confronti è applicata la misura di prevenzione patrimoniale e, pertanto, nei loro confronti non può essere ordinata la cancellazione della trascrizione dell’ipoteca nei registri immobiliari. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 31 luglio 2014.




Trasferimento unilaterale del minore: scatta il reato ex art. 574 c.p.

Trasferimento unilaterale del minore – Senza il consenso dell’altro – Sottrazione di minore – Art. 574 c.p. – Sussiste

Entrambi i coniugi sono contitolari dei poteri-doveri disciplinati dall'art. 316 cod. civ., ma affinché la condotta di uno di essi possa integrare l'ipotesi criminosa prevista dall'art. 574 c.p., è necessario che il comportamento dell'agente porti ad una globale sottrazione del minore alla vigilanza dell'altro genitore, sì da impedirgli l'esercizio della funzione educativa ed i poteri inerenti all'affidamento, rendendogli impossibile l'ufficio che gli è stato conferito dall'ordinamento nell'interesse del minore stesso e della società (Sez. 6, n. 7836 del 08/04/1999, dep. 16/06/1999, Rv. 214761; Sez. 5, n. 37321 del 08/07/2008, dep. 01/10/2008,Rv. 241637; Sez. 6, n. 22911 del 19/02/2013, dep. 27/05/2013, Rv. 255621). Ne consegue che risponde del delitto di sottrazione di persona incapace il genitore che, senza il consenso dell'altro, porta via con sè il figlio minore, allontanandolo dal domicilio stabilito, ovvero lo trattiene presso di sè, quando tale condotta determina un impedimento per l'esercizio delle diverse manifestazioni della potestà dell'altro genitore, come le attività di assistenza e di cura, la vicinanza affettiva, la funzione educativa, identificandosi nel regolare svolgimento della funzione genitoriale il principale bene giuridico tutelato dalla norma. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 29 luglio 2014.




Falso profilo su social network: scatta il reato di sostituzione di persona

Sostituzione di persona - Creazione e utilizzo di un "account" mediante abusivo utilizzo dell’effige di una terza persona - Reato - Sussistenza

Integra il reato di sostituzione di persona (art. 494 cod. pen.), la condotta di colui che crei ed utilizzi un “profilo” su social network, utilizzando abusivamente l’effige di una persona del tutto inconsapevole, al fine di comunicare con altri iscritti e di condividere materiale in rete. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 16 giugno 2014.




Falso profilo su social network: scatta il reato di sostituzione di persona

Sostituzione di persona - Creazione e utilizzo di un "account" mediante abusivo utilizzo dell’effige di una terza persona - Reato - Sussistenza

Integra il reato di sostituzione di persona (art. 494 cod. pen.), la condotta di colui che crei ed utilizzi un “profilo” su social network, utilizzando abusivamente l’effige di una persona del tutto inconsapevole, al fine di comunicare con altri iscritti e di condividere materiale in rete. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 16 giugno 2014.




L’accordo di ristrutturazione dei debiti non inibisce le azioni esecutive penali

Accordo di ristrutturazione dei debiti - Divieto di azioni cautelari ed esecutive - Oggetto del divieto - Azioni penali - Esclusione

Le azioni cautelari ed esecutive che non possono essere iniziate e proseguite dopo la pubblicazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti di cui all’articolo 182 bis L.F. sono solo quelle di natura civilistica e non anche quelle penali. (Fattispecie in tema di sequestro preventivo per equivalente). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 12 giugno 2014.




L’accordo di ristrutturazione dei debiti non inibisce le azioni esecutive penali

Accordo di ristrutturazione dei debiti - Divieto di azioni cautelari ed esecutive - Oggetto del divieto - Azioni penali - Esclusione

Le azioni cautelari ed esecutive che non possono essere iniziate e proseguite dopo la pubblicazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti di cui all’articolo 182 bis L.F. sono solo quelle di natura civilistica e non anche quelle penali. (Fattispecie in tema di sequestro preventivo per equivalente). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 12 giugno 2014.




Usura in concreto: condizioni di difficoltà economica o finanziaria e dolo generico della consapevolezza della difficoltà economica o finanziaria del soggetto passivo e della sproporzione degli interessi

Usura – Art. 644 c.p. – Usura in concreto – Condizioni di difficoltà economica o finanziaria – Carenza, anche solo momentanea, di liquidità – Valutazione in base a valorizzando parametri desunti dal mercato – Dolo – Consapevolezza della condizione di difficoltà economica o finanziaria del soggetto passivo e la sproporzione degli interessi

Ai fini dell'integrazione dell'elemento materiale della c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) occorre che il soggetto passivo versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria e che gli interessi (pur inferiori al tasso-soglia usurario ex lege) ed i vantaggi e i compensi pattuiti, risultino, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all'opera di mediazione.

In tema di c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) la 'condizione di difficoltà economica' della vittima consiste in una carenza, anche solo momentanea, di liquidità, a fronte di una condizione patrimoniale di base nel complesso sana; la 'condizione di difficoltà finanziaria' investe, invece, più in generale l'insieme delle attività patrimoniali del soggetto passivo, ed è caratterizzata da una complessiva carenza di risorse e di beni.

In tema di c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) le 'condizioni di difficoltà economica o finanziaria' della vittima (che integrano la materialità del reato) si distinguono dallo 'stato di bisogno' (che integra la circostanza aggravante di cui all'art. 644 c.p., comma 5, n. 3) perchè le prime consistono in una situazione meno grave (tale da privare la vittima di una piena libertà contrattuale, ma in astratto reversibile) del secondo (al contrario, consistente in uno stato di necessità tendenzialmente irreversibile, non tale da annientare in modo assoluto qualunque libertà di scelta, ma che comunque, comportando un impellente assillo, compromette fortemente la libertà contrattuale del soggetto, inducendolo a ricorrere al credito a condizioni sfavorevoli).

In tema di c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) le 'condizioni di difficoltà economica o finanziaria' della vittima (che integrano la materialità del reato) vanno valutate in senso oggettivo, ovvero valorizzando parametri desunti dal mercato, e non meramente soggettivo, ovvero sulla base delle valutazioni personali della vittima, opinabili e di difficile accertamento ex post.

In tema di cd. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) il dolo generico, oltre alla coscienza e volontà di concludere un contratto sinallagmatico con interessi, vantaggi o compensi usurari, include anche la consapevolezza della condizione di difficoltà economica o finanziaria del soggetto passivo e la sproporzione degli interessi, vantaggi o compensi pattuiti rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all'opera di mediazione.
Cassazione penale 07 maggio 2014.




Usura in concreto: condizioni di difficoltà economica o finanziaria e dolo generico della consapevolezza della difficoltà economica o finanziaria del soggetto passivo e della sproporzione degli interessi

Usura – Art. 644 c.p. – Usura in concreto – Condizioni di difficoltà economica o finanziaria – Carenza, anche solo momentanea, di liquidità – Valutazione in base a valorizzando parametri desunti dal mercato – Dolo – Consapevolezza della condizione di difficoltà economica o finanziaria del soggetto passivo e la sproporzione degli interessi

Ai fini dell'integrazione dell'elemento materiale della c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) occorre che il soggetto passivo versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria e che gli interessi (pur inferiori al tasso-soglia usurario ex lege) ed i vantaggi e i compensi pattuiti, risultino, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all'opera di mediazione.

In tema di c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) la 'condizione di difficoltà economica' della vittima consiste in una carenza, anche solo momentanea, di liquidità, a fronte di una condizione patrimoniale di base nel complesso sana; la 'condizione di difficoltà finanziaria' investe, invece, più in generale l'insieme delle attività patrimoniali del soggetto passivo, ed è caratterizzata da una complessiva carenza di risorse e di beni.

In tema di c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) le 'condizioni di difficoltà economica o finanziaria' della vittima (che integrano la materialità del reato) si distinguono dallo 'stato di bisogno' (che integra la circostanza aggravante di cui all'art. 644 c.p., comma 5, n. 3) perchè le prime consistono in una situazione meno grave (tale da privare la vittima di una piena libertà contrattuale, ma in astratto reversibile) del secondo (al contrario, consistente in uno stato di necessità tendenzialmente irreversibile, non tale da annientare in modo assoluto qualunque libertà di scelta, ma che comunque, comportando un impellente assillo, compromette fortemente la libertà contrattuale del soggetto, inducendolo a ricorrere al credito a condizioni sfavorevoli).

In tema di c.d. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) le 'condizioni di difficoltà economica o finanziaria' della vittima (che integrano la materialità del reato) vanno valutate in senso oggettivo, ovvero valorizzando parametri desunti dal mercato, e non meramente soggettivo, ovvero sulla base delle valutazioni personali della vittima, opinabili e di difficile accertamento ex post.

In tema di cd. usura in concreto (art. 644 c.p., commi 1 e 3, seconda parte) il dolo generico, oltre alla coscienza e volontà di concludere un contratto sinallagmatico con interessi, vantaggi o compensi usurari, include anche la consapevolezza della condizione di difficoltà economica o finanziaria del soggetto passivo e la sproporzione degli interessi, vantaggi o compensi pattuiti rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all'opera di mediazione.
Cassazione penale 07 maggio 2014.




Omesso versamento di ritenute previdenziali e irrilevanza della situazione di illiquidità sopravvenuta

Omesso versamento di ritenute previdenziali - Presupposto della punibilità della condotta - Mancato accantonamento delle somme trattenute e dovute all'Istituto - Situazione di illiquidità sopravvenuta - Irrilevanza.

La punibilità della condotta prevista dal reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali deve essere individuato nel mancato accantonamento delle somme dovute all'Istituto (in nome e per conto del quale tali somme sono state trattenute) di modo che non puoi ipotizzarsi l'impossibilità di versamento per fatti sopravvenuti, quali potrebbe essere la situazione di illiquidità della società rappresentata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 gennaio 2014.




Omesso versamento di ritenute previdenziali e irrilevanza della situazione di illiquidità sopravvenuta

Omesso versamento di ritenute previdenziali - Presupposto della punibilità della condotta - Mancato accantonamento delle somme trattenute e dovute all'Istituto - Situazione di illiquidità sopravvenuta - Irrilevanza.

La punibilità della condotta prevista dal reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali deve essere individuato nel mancato accantonamento delle somme dovute all'Istituto (in nome e per conto del quale tali somme sono state trattenute) di modo che non puoi ipotizzarsi l'impossibilità di versamento per fatti sopravvenuti, quali potrebbe essere la situazione di illiquidità della società rappresentata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 gennaio 2014.




Omesso versamento dell'Iva, elemento soggettivo del reato ed irrilevanza della crisi di liquidità al momento della scadenza della dichiarazione annuale

Iva - Omesso versamento - Reato di cui all'art. 10 ter d.lvo. n. 74/2000 - Termine annuale - Obbligo di tenere a disposizione dell'erario l'Iva riscossa - Organizzazione su scala annuale - Crisi di liquidità del soggetto al momento della scadenza del termine lungo - Irrilevanza.

Ogni qualvolta che il soggetto di imposta riscuote l’Iva, deve tenerla accantonata per l'erario, organizzando le risorse disponibili in modo tale da poter adempiere all'obbligazione tributaria. Va precisato che, con l'introduzione della norma penale di cui all'articolo 10 ter del d.lvo. n. 74 del 2000, il quale stabilisce nuove condizioni e un nuovo termine per la propria applicazione, l’esigenza di organizzazione di cui si è detto deve essere strutturata su scala annuale. Non può quindi invocarsi, per escludere la colpevolezza, la crisi di liquidità del soggetto attivo al momento della scadenza del termine lungo, ove non si dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta di non far debitamente fronte alla esigenza organizzativa predetta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 21 gennaio 2014.




Omesso versamento dell'Iva, elemento soggettivo del reato ed irrilevanza della crisi di liquidità al momento della scadenza della dichiarazione annuale

Iva - Omesso versamento - Reato di cui all'art. 10 ter d.lvo. n. 74/2000 - Termine annuale - Obbligo di tenere a disposizione dell'erario l'Iva riscossa - Organizzazione su scala annuale - Crisi di liquidità del soggetto al momento della scadenza del termine lungo - Irrilevanza.

Ogni qualvolta che il soggetto di imposta riscuote l’Iva, deve tenerla accantonata per l'erario, organizzando le risorse disponibili in modo tale da poter adempiere all'obbligazione tributaria. Va precisato che, con l'introduzione della norma penale di cui all'articolo 10 ter del d.lvo. n. 74 del 2000, il quale stabilisce nuove condizioni e un nuovo termine per la propria applicazione, l’esigenza di organizzazione di cui si è detto deve essere strutturata su scala annuale. Non può quindi invocarsi, per escludere la colpevolezza, la crisi di liquidità del soggetto attivo al momento della scadenza del termine lungo, ove non si dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta di non far debitamente fronte alla esigenza organizzativa predetta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 21 gennaio 2014.




Confisca per equivalente dei beni profitto di reato e curatore fallimentare rappresentante dei creditori considerati terzi in buona fede

Responsabilità di persone giuridiche - Confisca per equivalente di beni corrispondenti al profitto del reato - Salvezza dei diritti acquisiti dai terzi in buona fede - Curatore quale terzo in buona fede - Valutazione della prevalenza o meno delle esigenze cautelari rispetto ai diritti dei terzi.

Ai sensi e per gli effetti dell'articolo 19 del d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 (confisca per equivalente di beni corrispondenti al profitto del reato), il curatore fallimentare deve essere considerato terzo in quanto rappresentante di interessi qualificabili come diritti di terzi in buona fede (i creditori) sui beni oggetto di confisca, la posizione dei quali deve pertanto essere valutata dal giudice nella prospettiva della prevalenza o meno, rispetto agli stessi, delle esigenze cautelari sottese alla confisca, esigenze che incontrano anche il limite costituito dalla possibilità di restituire parte del profitto del reato al danneggiato, anch'egli rappresentato dal curatore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 05 dicembre 2013.




Confisca per equivalente dei beni profitto di reato e curatore fallimentare rappresentante dei creditori considerati terzi in buona fede

Responsabilità di persone giuridiche - Confisca per equivalente di beni corrispondenti al profitto del reato - Salvezza dei diritti acquisiti dai terzi in buona fede - Curatore quale terzo in buona fede - Valutazione della prevalenza o meno delle esigenze cautelari rispetto ai diritti dei terzi.

Ai sensi e per gli effetti dell'articolo 19 del d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 (confisca per equivalente di beni corrispondenti al profitto del reato), il curatore fallimentare deve essere considerato terzo in quanto rappresentante di interessi qualificabili come diritti di terzi in buona fede (i creditori) sui beni oggetto di confisca, la posizione dei quali deve pertanto essere valutata dal giudice nella prospettiva della prevalenza o meno, rispetto agli stessi, delle esigenze cautelari sottese alla confisca, esigenze che incontrano anche il limite costituito dalla possibilità di restituire parte del profitto del reato al danneggiato, anch'egli rappresentato dal curatore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 05 dicembre 2013.




Bancarotta impropria societaria, aggravamento del dissesto già irreversibile e occultamento nei dati di bilancio

Bancarotta impropria - Reato societario - Aggravamento del dissesto - Occultamento in bilancio della sostanziale perdita del capitale sociale - Occultamento della necessità di rifinanziare o porre in liquidazione la società.

Il reato di bancarotta impropria sussiste anche quando la condotta illecita abbia determinato anche solo un'aggravamento del dissesto già in atto della società, posto che il reato di bancarotta impropria da reato societario è integrato dal comportamento dell'amministratore che esponga nel bilancio dati non veri al fine di occultare la sostanziale perdita del capitale sociale, evitando così che si palesi la necessità di procedere al suo rifinanziamento o alla liquidazione della società, provvedimenti la cui mancata adozione determina appunto l'aggravamento del dissesto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile 21 novembre 2013.




Bancarotta impropria societaria, aggravamento del dissesto già irreversibile e occultamento nei dati di bilancio

Bancarotta impropria - Reato societario - Aggravamento del dissesto - Occultamento in bilancio della sostanziale perdita del capitale sociale - Occultamento della necessità di rifinanziare o porre in liquidazione la società.

Il reato di bancarotta impropria sussiste anche quando la condotta illecita abbia determinato anche solo un'aggravamento del dissesto già in atto della società, posto che il reato di bancarotta impropria da reato societario è integrato dal comportamento dell'amministratore che esponga nel bilancio dati non veri al fine di occultare la sostanziale perdita del capitale sociale, evitando così che si palesi la necessità di procedere al suo rifinanziamento o alla liquidazione della società, provvedimenti la cui mancata adozione determina appunto l'aggravamento del dissesto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile 21 novembre 2013.




Il concordato preventivo non esclude il reato di omesso pagamento dell’Iva

Nel concordato preventivo, il debito IVA deve essere sempre pagato per intero, a prescindere dalla presenza o meno di una transazione fiscale, poiché la norma che lo stabilisce va considerata inderogabile e di ordine pubblico economico internazionale.

Reato di omesso versamento dell'Iva - Concordato preventivo - Facoltà del debitore di prevedere il pagamento dell'Iva mediante transazione fiscale o la redazione del piano.

Costituisce diritto vivente il principio (espresso da ultimo da Cass. civ., 16 maggio 2012, n. 7667; ma nello stesso senso anche da Cass. civ, 4 novembre 2011, n. 22931) secondo cui "In tema di omologazione del concordato preventivo con transazione fiscale, secondo l'istituto di cui all'art. 182 ter L.F., anche per le procedure cui non sia applicabile "ratione temporis" l'art. 32 del d.l. 29 novembre 2008, n. 185 (convertito nella legge 28 gennaio 2009, n. 2), che ha modificato il primo comma dell'art. 182 ter l.f., prevedendo espressamente che la proposta, quanto all'IVA, può configurare solo la dilazione del pagamento, sussiste l’intangibilità del predetto debito d'imposta. Le entrate derivanti dall'applicazione di un'aliquota uniforme, valida per tutti gli Stati membri, agli imponibili relativi a detto tributo, costituiscono, infatti, risorse proprie iscritte nel bilancio dell'Unione europea, con la conseguenza che il relativo credito, il quale attiene comunque a tributi costituenti risorse proprie dell'Unione europea, non può essere oggetto di accordo per un pagamento parziale neppure ai sensi dell'art. 182 ter nella versione introdotta dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5." (Franco Benassi - Riproduzione riservata)

L'accesso alla procedura di concordato preventivo è atto di autonomia privata, d'iniziativa del debitore, che mira a sfociare nel cd. patto concordatario con i creditori. Si tratta, quindi, di una scelta tutta interna alla volontà del debitore, che, come tale, non può portare ad elidere gli obblighi giuridici, specie quelli aventi rilievo pubblicistico, quali l’obbligo del versamento dell'IVA, la cui omissione è sanzionata penalmente. Al debitore che chiede l’accesso alla procedura di concordato preventivo, sono, infatti, offerte varie soluzioni, quali la transazione fiscale o la redazione di un piano che, presentato tempestivamente ed in presenza di risorse che permettono il pagamento dei creditori di grado poziore, consenta il pagamento integrale dell’Iva. (La Corte di cassazione ha riformato la decisione con la quale il Tribunale di Napoli, ritenendo l’insussistenza del rato di omesso versamento dell’Iva per essere la società stata ammessa alla procedura di concordato preventivo in data antecedente alla scadenza del pagamento, ha annullato il decreto di sequestro preventivo per equivalente sui beni del legale rappresentante indagato per il reato di omesso versamento dell’iva cui all’art. 10 del d.lgs. n. 74 del 2000) (Franco Benassi - Riproduzione riservata)
Cassazione penale 31 ottobre 2013.




Il concordato preventivo non esclude il reato di omesso pagamento dell’Iva

Nel concordato preventivo, il debito IVA deve essere sempre pagato per intero, a prescindere dalla presenza o meno di una transazione fiscale, poiché la norma che lo stabilisce va considerata inderogabile e di ordine pubblico economico internazionale.

Reato di omesso versamento dell'Iva - Concordato preventivo - Facoltà del debitore di prevedere il pagamento dell'Iva mediante transazione fiscale o la redazione del piano.

Costituisce diritto vivente il principio (espresso da ultimo da Cass. civ., 16 maggio 2012, n. 7667; ma nello stesso senso anche da Cass. civ, 4 novembre 2011, n. 22931) secondo cui "In tema di omologazione del concordato preventivo con transazione fiscale, secondo l'istituto di cui all'art. 182 ter L.F., anche per le procedure cui non sia applicabile "ratione temporis" l'art. 32 del d.l. 29 novembre 2008, n. 185 (convertito nella legge 28 gennaio 2009, n. 2), che ha modificato il primo comma dell'art. 182 ter l.f., prevedendo espressamente che la proposta, quanto all'IVA, può configurare solo la dilazione del pagamento, sussiste l’intangibilità del predetto debito d'imposta. Le entrate derivanti dall'applicazione di un'aliquota uniforme, valida per tutti gli Stati membri, agli imponibili relativi a detto tributo, costituiscono, infatti, risorse proprie iscritte nel bilancio dell'Unione europea, con la conseguenza che il relativo credito, il quale attiene comunque a tributi costituenti risorse proprie dell'Unione europea, non può essere oggetto di accordo per un pagamento parziale neppure ai sensi dell'art. 182 ter nella versione introdotta dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5." (Franco Benassi - Riproduzione riservata)

L'accesso alla procedura di concordato preventivo è atto di autonomia privata, d'iniziativa del debitore, che mira a sfociare nel cd. patto concordatario con i creditori. Si tratta, quindi, di una scelta tutta interna alla volontà del debitore, che, come tale, non può portare ad elidere gli obblighi giuridici, specie quelli aventi rilievo pubblicistico, quali l’obbligo del versamento dell'IVA, la cui omissione è sanzionata penalmente. Al debitore che chiede l’accesso alla procedura di concordato preventivo, sono, infatti, offerte varie soluzioni, quali la transazione fiscale o la redazione di un piano che, presentato tempestivamente ed in presenza di risorse che permettono il pagamento dei creditori di grado poziore, consenta il pagamento integrale dell’Iva. (La Corte di cassazione ha riformato la decisione con la quale il Tribunale di Napoli, ritenendo l’insussistenza del rato di omesso versamento dell’Iva per essere la società stata ammessa alla procedura di concordato preventivo in data antecedente alla scadenza del pagamento, ha annullato il decreto di sequestro preventivo per equivalente sui beni del legale rappresentante indagato per il reato di omesso versamento dell’iva cui all’art. 10 del d.lgs. n. 74 del 2000) (Franco Benassi - Riproduzione riservata)
Cassazione penale 31 ottobre 2013.




Tardiva richiesta del proprio fallimento e accertamento in concreto della colpa grave

Omessa o tardiva richiesta del proprio fallimento - Colpa grave - Accertamento in concreto - Necessità.

La sussistenza del reato di aggravamento del dissesto per aver tardato di richiedere il proprio fallimento presuppone l'accertamento in concreto della gravità della colpa, la quale non può, pertanto, ritenersi presunta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 24 ottobre 2013.




Tardiva richiesta del proprio fallimento e accertamento in concreto della colpa grave

Omessa o tardiva richiesta del proprio fallimento - Colpa grave - Accertamento in concreto - Necessità.

La sussistenza del reato di aggravamento del dissesto per aver tardato di richiedere il proprio fallimento presuppone l'accertamento in concreto della gravità della colpa, la quale non può, pertanto, ritenersi presunta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 24 ottobre 2013.




La persona beneficiaria può trasferirsi se nulla prevede al riguardo il decreto di nomina dell’amministratore di sostegno

Amministrazione di sostegno – Trasferimento della persona beneficiaria in altro luogo, senza autorizzazione del g.t. – Reato ex art. 650 c.p. – Non sussiste.

Amministrazione di sostegno – Interdizione – Differenze – Incapacità totale di provvedere ai propri interessi (artt. 404, 414 c.c.).

Provvedimenti dell’autorità dati per ragioni di giustizia – Reato ex art. 650 c.p. – Presupposti.

La persona beneficiaria, in assenza di espressa previsione contenuta nel decreto ex art. 404 c.c., conserva la facoltà di scegliere il luogo in cui vivere e dove trasferirsi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La persona beneficiaria non è considerata dal legislatore incapace di intendere e di volere, essendo estranea in linea di principio all'istituto dell'amministrazione di sostegno specifiche situazioni di infermità mentale che rendano la persona totalmente incapace di provvedere ai propri interessi, sì da porla in condizione di essere interdetta o inabilitata ai sensi degli artt. 414 e 415 c.c.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il reato contravvenzionale di cui all'art. 650 c.p. concernente l'inosservanza di provvedimenti dell'autorità "dati per ragioni di giustizia" può avere a presupposto solo provvedimenti oggettivamente amministrativi che, sebbene emanati per ragioni inerenti a finalità di giustizia in senso lato, hanno come contenuto un esercizio della potestà amministrativa destinata a produrre effetti nei rapporti esterni all'attività specifica e propria del giudice. Di tal che tra i provvedimenti considerati dalla fattispecie regolata dall'art. 650 c.p., avente peculiare natura residuale ("se il fatto non costituisce un più grave reato"), non ricadono quelli tipici della funzione giurisdizionale (sentenza, ordinanza, decreto) e certamente non quelli emessi dal giudice in sede civile. Per provvedimento dell'autorità, ai fini dell'art. 650 c.p., deve intendersi, infatti, ogni atto con cui l'autorità I imponga ad una o più persone determinate un particolare condotta, commissiva od I omissiva, dettata da contingenti ragioni a tutela di interessi collettivi (id est pubblici) afferenti a scopi di giustizia, sicurezza, ordine pubblico, igiene. In tale quadro normativo, in cui l'esercizio del potere dell'autorità (amministrativa) è destinato ad operare direttamente nei rapporti esterni all'attività propria del giudice, non possono venire in rilievo i provvedimenti giurisdizionali in senso stretto, cioè gli atti tipici del giudice (peri l'appunto sentenza, ordinanza, decreto), che non riguardano in via immediata un interesse di carattere generale ovvero, se anche lo riguardano, non attengono a quel substrato di ordine pubblico, inteso in senso lato e diffuso, che rappresenta l'oggetto, sia pure residuale, della tutela apprestata dall'art. 650 c.p.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 23 settembre 2013.




Reato di omesso versamento dell'Iva ex art. 10-ter d.lgs 74/2000, rapporto non di specialità ma di progressione illecita con la fattispecie che prevede la sanzione amministrativa ed elemento psicologico

Omesso versamento dell'Iva - Reato di cui all'articolo 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74 - Sanzione amministrativa di cui all'articolo 13 d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 471 - Rapporto non di specialità ma di progressione illecita.

Omesso versamento dell'Iva - Reato di cui all'articolo 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74 - Applicazione alle omissioni dei versamenti IVA relativi all'anno 2005 - Violazione del principio di irretroattività della norma penale - Esclusione.

Omesso versamento dell'Iva - Reato di cui all'articolo 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74 - Dolo generico - Coscienza è volontà di non versare all'erario le ritenute effettuate nel periodo considerato per importo superiore ad euro 50.000 - Estensione delle esigenze di organizzazione su scala annuale - Esclusione della colpevolezza in ragione della crisi di liquidità - Scelta di non far debitamente fronte all'obbligo del versamento.

Fra l'art. 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74, inserito dall'art. 35, comma 7, d.l. 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, entrato in vigore il 4 luglio 2006 (il quale punisce con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo di imposta successivo, l'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a cinquantamila Euro per ciascun periodo di imposta), e il comma 1 dell'art. 13 d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 471 (che assoggetta alla sanzione amministrativa pari al trenta per cento di ogni importo non versato chiunque non esegue, in tutto o in parte, alle prescritte scadenze periodiche, i versamenti dei debiti IVA), intercorre un rapporto non di specialità ma di progressione illecita, il quale comporta l'applicabilità con giunta delle due sanzioni.

L’art. 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74, inserito dall'art. 35, comma 7, d.l. 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, entrato in vigore il 4 luglio 2006 il quale punisce con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo di imposta successivo, l'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a cinquantamila Euro per ciascun periodo di imposta, è applicabile anche alle omissioni dei versamenti IVA relativi all'anno 2005, senza che ciò comporti violazione del principio di irretroattività della norma penale.

Il reato di omesso versamento dell’Iva, di cui all’ art. 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74, è punibile a titolo di dolo generico: ad integrarne l’elemento psicologico basta la coscienza e volontà di non versare all'Erario le ritenute effettuate nel periodo considerato, coscienza e volontà che deve investire anche la soglia di Euro cinquantamila, quale elemento costitutivo del fatto e che contribuisce a definire il disvalore della condotta. L'introduzione della norma penale, stabilendo nuove condizioni e un nuovo termine per la propria applicazione, estende la detta esigenza di organizzazione su scala annuale, per cui non può essere invocata, per escludere la colpevolezza, la crisi di liquidità del soggetto attivo al momento della scadenza del termine lungo, ove non si dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta (protrattasi, in sede di prima applicazione della norma, nella seconda metà del 2006) di non far debitamente fronte alla esigenza predetta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 12 settembre 2013.




Reato di omesso versamento dell'Iva ex art. 10-ter d.lgs 74/2000, rapporto non di specialità ma di progressione illecita con la fattispecie che prevede la sanzione amministrativa ed elemento psicologico

Omesso versamento dell'Iva - Reato di cui all'articolo 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74 - Sanzione amministrativa di cui all'articolo 13 d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 471 - Rapporto non di specialità ma di progressione illecita.

Omesso versamento dell'Iva - Reato di cui all'articolo 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74 - Applicazione alle omissioni dei versamenti IVA relativi all'anno 2005 - Violazione del principio di irretroattività della norma penale - Esclusione.

Omesso versamento dell'Iva - Reato di cui all'articolo 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74 - Dolo generico - Coscienza è volontà di non versare all'erario le ritenute effettuate nel periodo considerato per importo superiore ad euro 50.000 - Estensione delle esigenze di organizzazione su scala annuale - Esclusione della colpevolezza in ragione della crisi di liquidità - Scelta di non far debitamente fronte all'obbligo del versamento.

Fra l'art. 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74, inserito dall'art. 35, comma 7, d.l. 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, entrato in vigore il 4 luglio 2006 (il quale punisce con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo di imposta successivo, l'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a cinquantamila Euro per ciascun periodo di imposta), e il comma 1 dell'art. 13 d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 471 (che assoggetta alla sanzione amministrativa pari al trenta per cento di ogni importo non versato chiunque non esegue, in tutto o in parte, alle prescritte scadenze periodiche, i versamenti dei debiti IVA), intercorre un rapporto non di specialità ma di progressione illecita, il quale comporta l'applicabilità con giunta delle due sanzioni.

L’art. 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74, inserito dall'art. 35, comma 7, d.l. 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, entrato in vigore il 4 luglio 2006 il quale punisce con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo di imposta successivo, l'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a cinquantamila Euro per ciascun periodo di imposta, è applicabile anche alle omissioni dei versamenti IVA relativi all'anno 2005, senza che ciò comporti violazione del principio di irretroattività della norma penale.

Il reato di omesso versamento dell’Iva, di cui all’ art. 10-ter d.lgs 10 marzo 2000, n. 74, è punibile a titolo di dolo generico: ad integrarne l’elemento psicologico basta la coscienza e volontà di non versare all'Erario le ritenute effettuate nel periodo considerato, coscienza e volontà che deve investire anche la soglia di Euro cinquantamila, quale elemento costitutivo del fatto e che contribuisce a definire il disvalore della condotta. L'introduzione della norma penale, stabilendo nuove condizioni e un nuovo termine per la propria applicazione, estende la detta esigenza di organizzazione su scala annuale, per cui non può essere invocata, per escludere la colpevolezza, la crisi di liquidità del soggetto attivo al momento della scadenza del termine lungo, ove non si dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta (protrattasi, in sede di prima applicazione della norma, nella seconda metà del 2006) di non far debitamente fronte alla esigenza predetta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 12 settembre 2013.




Responsabilità penale dell'amministratore di fatto anche per i doveri cui è soggetto l'amministratore di diritto

Amministratore di fatto - Responsabilità penale - Responsabilità per i comportamenti addebitabili all'amministratore di diritto - Sussistenza - Fattispecie in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale.

Sulla base della disciplina dettata dall'art. 2639 c.c., colui che assume la qualifica di amministratore "di fatto" della società fallita è da ritenere gravato dell'intera gamma dei doveri cui è soggetto l'amministratore "di diritto", per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, egli assume la penale responsabilità per tutti i comportamenti penalmente rilevanti a lui addebitabili (come i fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale), tra i quali vanno ricomprese le condotte dell'amministratore "di diritto", anche nel caso di colpevole e consapevole inerzia a fronte di tali condotte, in applicazione della regola di cui all'art. 40 c.p., comma 2. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 26 giugno 2013.




Responsabilità penale dell'amministratore di fatto anche per i doveri cui è soggetto l'amministratore di diritto

Amministratore di fatto - Responsabilità penale - Responsabilità per i comportamenti addebitabili all'amministratore di diritto - Sussistenza - Fattispecie in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale.

Sulla base della disciplina dettata dall'art. 2639 c.c., colui che assume la qualifica di amministratore "di fatto" della società fallita è da ritenere gravato dell'intera gamma dei doveri cui è soggetto l'amministratore "di diritto", per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, egli assume la penale responsabilità per tutti i comportamenti penalmente rilevanti a lui addebitabili (come i fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale), tra i quali vanno ricomprese le condotte dell'amministratore "di diritto", anche nel caso di colpevole e consapevole inerzia a fronte di tali condotte, in applicazione della regola di cui all'art. 40 c.p., comma 2. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 26 giugno 2013.




L'incarico al consulente non esclude l'obbligo del contribuente di presentare la dichiarazione

Dichiarazioni fiscali – Incarico al consulente fiscale – Obbligo a carico del contribuente – Sussistenza

L'incarico al consulente non esclude l'obbligo del contribuente di presentare la dichiarazione, il quale rimane comunque direttamente tenuto all'assolvimento degli obblighi indipendentemente dalla presenza di un consulente al quale ha affidato l’incarico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 21 maggio 2013.




L'incarico al consulente non esclude l'obbligo del contribuente di presentare la dichiarazione

Dichiarazioni fiscali – Incarico al consulente fiscale – Obbligo a carico del contribuente – Sussistenza

L'incarico al consulente non esclude l'obbligo del contribuente di presentare la dichiarazione, il quale rimane comunque direttamente tenuto all'assolvimento degli obblighi indipendentemente dalla presenza di un consulente al quale ha affidato l’incarico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 21 maggio 2013.




Doppia sanzione penale per l’inadempimento all'obbligazione fissata dal giudice civile

Reati in materia di inadempimento alle obbligazioni alimentari – Art. 570 comma II c.p.c. – Art. 12-sexies l. 898/1970 – Autonomia – Sussiste.

Va affermata la completa autonomia tra il reato di cui all'art. 570 comma 2 cod. pen. ed il reato di cui all'art. 12 sexies l. 1 dicembre 1970 n. 898 che, pur possedendo quale caratteristica comune l'inadempimento all'obbligazione fissata dal giudice civile, divergono quanto agli ulteriori elementi costitutivi, richiedendo il primo l'ulteriore condizione dello stato di bisogno del creditore, insussistente nel secondo caso, il cui elemento specializzante è costituito dalla presenza della sentenza di divorzio e di un assegno determinato in sede giudiziaria. Ne consegue che la disposizione speciale richiede sul piano economico un minus rispetto alla previsione codicistica, situazione che evidenzia la totale autonomia delle fattispecie. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 10 maggio 2013.




La confisca prevale sull’ipoteca: primi effetti delle modifiche introdotte dal patto di Stabilità 2013

Procedimento civile - Esecuzione - Ipoteca iscritta su bene poi assoggettato a confisca a titolo di misura di prevenzione ex lege n. 575 del 1965 - Prevalenza della confisca - Effetti - Risarcimento del danno - Competenza - Ammissione del credito - Condizioni - Procedimento (art. 1, commi 189 - 205, Legge 228/2012).

In virtù dell’art. 1, commi da 189 a 205, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, cd. Legge di Stabilità 2013, va risolto nel senso della prevalenza della misura di prevenzione patrimoniale il quesito relativo ai rapporti tra confisca ed ipoteca, indipendentemente dal dato temporale. L’acquisto del bene confiscato da parte dello Stato, a seguito dell’estinzione di diritto dei pesi e degli oneri iscritti o trascritti prima della misura di prevenzione della confisca, è così non a titolo derivativo, ma libero dai pesi e dagli oneri, pur iscritti o trascritti anteriormente alla misura di prevenzione. Il titolare del diritto reale di godimento o di garanzia è ammesso, ora, ad una tutela di tipo risarcitorio e la competenza è attribuita al tribunale che ha disposto la confisca. L’ammissione del credito, di natura concorsuale, è subordinata alla condizione di cui all’art. 52, comma 1, lett. g, del d.lgs. n. 159 del 2001, vale a dire che il credito non sia strumentale all’attività illecita o a quella che ne costituisce il frutto o il reimpiego, a meno che il creditore dimostri di avere ignorato in buona fede il nesso di strumentalità. Al creditore è addossato l’onere di provare la ricorrenza delle condizioni per l’ammissione al passivo del suo credito. Il diniego di ammissione al credito è impugnabile ex art. 666 cod. proc. pen. Competente a conoscere delle opposizioni – proposte dai creditori concorrenti – al piano di riparto proposto dall’Agenzia Nazionale è il giudice civile del luogo dove ha sede il tribunale che ha disposto la confisca. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 07 maggio 2013.




La confisca prevale sull’ipoteca: primi effetti delle modifiche introdotte dal patto di Stabilità 2013

Procedimento civile - Esecuzione - Ipoteca iscritta su bene poi assoggettato a confisca a titolo di misura di prevenzione ex lege n. 575 del 1965 - Prevalenza della confisca - Effetti - Risarcimento del danno - Competenza - Ammissione del credito - Condizioni - Procedimento (art. 1, commi 189 - 205, Legge 228/2012).

In virtù dell’art. 1, commi da 189 a 205, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, cd. Legge di Stabilità 2013, va risolto nel senso della prevalenza della misura di prevenzione patrimoniale il quesito relativo ai rapporti tra confisca ed ipoteca, indipendentemente dal dato temporale. L’acquisto del bene confiscato da parte dello Stato, a seguito dell’estinzione di diritto dei pesi e degli oneri iscritti o trascritti prima della misura di prevenzione della confisca, è così non a titolo derivativo, ma libero dai pesi e dagli oneri, pur iscritti o trascritti anteriormente alla misura di prevenzione. Il titolare del diritto reale di godimento o di garanzia è ammesso, ora, ad una tutela di tipo risarcitorio e la competenza è attribuita al tribunale che ha disposto la confisca. L’ammissione del credito, di natura concorsuale, è subordinata alla condizione di cui all’art. 52, comma 1, lett. g, del d.lgs. n. 159 del 2001, vale a dire che il credito non sia strumentale all’attività illecita o a quella che ne costituisce il frutto o il reimpiego, a meno che il creditore dimostri di avere ignorato in buona fede il nesso di strumentalità. Al creditore è addossato l’onere di provare la ricorrenza delle condizioni per l’ammissione al passivo del suo credito. Il diniego di ammissione al credito è impugnabile ex art. 666 cod. proc. pen. Competente a conoscere delle opposizioni – proposte dai creditori concorrenti – al piano di riparto proposto dall’Agenzia Nazionale è il giudice civile del luogo dove ha sede il tribunale che ha disposto la confisca. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 07 maggio 2013.




Sottrazione dei beni dalla casa coniugale? È reato

Casa coniugale – Assegnazione della casa al coniuge – Sottrazione di beni da parte dell’altro coniuge – Reato – Sussiste.

Il coniuge che sottragga beni dall’abitazione coniugale assegnata all’altro coniuge, commette il delitto di cui all’art. 646 c.p.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 11 marzo 2013.




Imposizione al coniuge del taglio dei capelli e violenza privata

Taglio dei capelli alla moglie, da parte del marito – Gesto subito dalla moglie e motivato dal marito, per effetto della gelosia – Reato di violenza privata – Art. 610 c.p. – Sussiste.

La condotta del marito che imponga alla moglie il taglio dei capelli, per gelosia, integra il reato di violenza privata, ex art. 610 c.p.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 06 marzo 2013.




Stato di disoccupazione e responsabilità per omesso mantenimento dei figli

Mantenimento dei figli – Omissione – Stato di disoccupazione – Responsabilità penale ex art. 570 comma II c.p. – Sussiste.

La sufficienza dei mezzi predisposti dalla madre è dato indifferente ai fini della configurabilità del delitto di cui all'art. 570, comma II, n. 2 c.p. Giacché lo stato di bisogno dei figli minori ricorre anche quando alla somministrazione dei mezzi di sussistenza provveda la madre. Inoltre, la generica indicazione della condizione di disoccupato, non escludendo in radice altre possibili fonti reddituali, non esime da responsabilità per il reato di omessa prestazione dei mezzi di sussistenza incombendo sull'interessato, ai fini della scriminante dello stato di bisogno, l'onere di allegare gli elementi indicativi della effettiva impossibilità di adempiere. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 04 marzo 2013.




Esame critico e neutrale delle dichiarazioni del minore da parte del giudice

Valutazione delle dichiarazioni del minore da parte del giudice – Esame critico e neutrale – Sussiste.

Le dichiarazioni del bambini devono essere valutate dai giudici con la necessaria neutralità ed il dovuto rigore e con l'opportuno aiuto delle scienze che hanno rilievo in materia (pedagogia, psicologia, sessuologia); l'esame critico deve essere particolarmente pregnante in presenza di dichiarazioni de relato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Le dichiarazioni del minore (nel caso di specie: in sede di testimonianza) devono essere esaminate con particolare attenzione e rigore, valutando la posizione psicologica del dichiarante rispetto al contesto di tutte le situazioni interne ed esterne; la sua attitudine, in termini intellettivi ed affettivi, a dichiarare i fatti stessi, tenuto conto della capacità del minore di recepire le informazioni, di ricordarle e raccordarle; nonché, sul piano esterno, le condizioni emozionali che modulano i suoi rapporti con il mondo esterno; la qualità e la natura delle dinamiche familiari; i processi di rielaborazione delle vicende vissute, con particolare attenzione a certe naturali e tendenziose affabulazioni. Nel contesto del minore di età, infatti, i fatti narrati possano interagire con gli aspetti più intimi della sua personalità adolescenziale o infantile, sì da accentuare il rischio di suggestioni, di reazioni emotive, di comportamenti di compiacenza o autoprotettivi È indubbio, peraltro, che quanto più il bambino è piccolo, tanto più limitata è la sua capacità di vigilanza e di elaborazione cognitiva: ciò che impone una attenzione ancor maggiore nella valutazione delle sue dichiarazioni. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

È vero che il minore in tenera età non può riferire ciò che non sa, ma è altrettanto vero che i concetti di spazio e di tempo sono per lui estremamente limitati e non si può quindi pretendere una narrazione logica in ogni sua parte. In particolare, è manifestamente illogico che un bambino possa inventarsi completamente fatti che esulano del tutto dalla sua esperienza anche fantastica; però occorre pur sempre un ancoraggio radicale ad una realtà fattuale nella cui evocazione non emergano stridenti contraddizioni. Solo un siffatto esame complessivo, una volta accertata la capacità del minore di comprendere e riferire i fatti, può consentire di escludere l'intervento di fattori inquinanti idonei ad inficiare la sua credibilità e di valutare correttamente il contenuto intrinseco delle sue dichiarazioni, sotto il profilo della loro reiterazione e coerenza, precisione, spontaneità e logicità. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

È poi vero che i bambini piccoli non mentono consapevolmente e la loro fantasia attinge pur sempre ad un patrimonio conoscitivo ma è anche vero che questo principio deve essere contemperato con la consapevolezza che gli stessi possono essere dichiaranti attendibili se lasciati liberi di raccontare, ma diventano altamente malleabili in presenza di suggestioni eteroindotte; interrogati con domande inducenti, tendono a conformarsi alle aspettative dello interlocutore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) 
Cassazione penale 20 febbraio 2013.




Illeciti tributari penali e responsabilità della persona giuridica per i reati posti in essere nel suo interesse

Illeciti tributari penali - Responsabilità della persona giuridica per i reati posti in essere nel suo interesse - Esclusione.

Illeciti tributari penali - Reati presupposto - Esclusione - Responsabilità dell'ente - Esclusione.

Illeciti tributari penali - Responsabilità della persona giuridica per i reati posti in essere nel suo interesse - Autonomia del diritto tributario dal sistema del diritto penale - Esclusione.

Illeciti tributari penali - Responsabilità della persona giuridica per i reati posti in essere nel suo interesse - Differenziazione del trattamento in base alla natura transnazionale o meno del reato - Irragionevolezza.

Illeciti tributari penali - Recupero dei proventi del reato attraverso la confisca di valore - Inefficacia del sistema punitivo - Disparità di trattamento

Nell'attuale sistema punitivo manca una previsione che consenta di poter ritenere la persona giuridica responsabile per gli illeciti penali tributari posti in essere nel suo interesse ed a suo vantaggio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Gli illeciti tributari non rientrano nel novero dei reati presupposto che, commessi da soggetti apicali subordinati della persona giuridica, nell'interesse e a vantaggio della stessa, danno luogo a responsabilità da reato dell'ente in base al decreto legislativo n. 231 del 2001, e che consentirebbe di ricorrere allo strumento della confisca per equivalente per l'ammontare del prezzo del profitto del reato sul patrimonio dell'ente collettivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La responsabilità degli enti per i reati tributari non può essere fatta derivare dalla responsabilità assegnata alle persone giuridiche nel diritto tributario, in quanto il sistema del diritto penale tributario deve essere letto ed interpretato nell'ambito del complessivo sistema del diritto penale e non può essere ritenuto un mero apparato sanzionatorio di disposizioni tributarie avente vita a sé stante ed avulso dal generale sistema punitivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Non appare ragionevole la scelta del legislatore italiano, il quale, con riferimento alla responsabilità della persona giuridica per gli illeciti penali tributari posti in essere nel suo interesse ed a suo vantaggio, ha differenziato il trattamento in base alla natura transnazionale o meno del reato, con la conseguenza che per le indagini su reati tributari compiute nell'ambito di fenomeni associativi a carattere transnazionale sarà possibile ravvisare una responsabilità della persona giuridica ed operare la confisca per equivalente dei beni della società coinvolta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il sistema punitivo attuale nella materia di reati tributari, e soprattutto quello volto al recupero dei proventi del reato attraverso la confisca di valore, è inefficace ed evidenzia una disparità di trattamento in riferimento alla previsione della confisca non solo tra le persone fisiche e le persone giuridiche, ma tra le stesse persone giuridiche, a seconda che le stesse rappresentino una emanazione meramente strumentale degli autori del reato ovvero siano persone giuridiche di dimensione non modesta rispetto alle quali il contributo delle persone fisiche non può mutarne a tal punto la natura così che per queste ultime può ben parlarsi di una vera e propria impunità fiscale rispetto alle prime. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 10 gennaio 2013.




Illeciti tributari penali e responsabilità della persona giuridica per i reati posti in essere nel suo interesse

Illeciti tributari penali - Responsabilità della persona giuridica per i reati posti in essere nel suo interesse - Esclusione.

Illeciti tributari penali - Reati presupposto - Esclusione - Responsabilità dell'ente - Esclusione.

Illeciti tributari penali - Responsabilità della persona giuridica per i reati posti in essere nel suo interesse - Autonomia del diritto tributario dal sistema del diritto penale - Esclusione.

Illeciti tributari penali - Responsabilità della persona giuridica per i reati posti in essere nel suo interesse - Differenziazione del trattamento in base alla natura transnazionale o meno del reato - Irragionevolezza.

Illeciti tributari penali - Recupero dei proventi del reato attraverso la confisca di valore - Inefficacia del sistema punitivo - Disparità di trattamento

Nell'attuale sistema punitivo manca una previsione che consenta di poter ritenere la persona giuridica responsabile per gli illeciti penali tributari posti in essere nel suo interesse ed a suo vantaggio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Gli illeciti tributari non rientrano nel novero dei reati presupposto che, commessi da soggetti apicali subordinati della persona giuridica, nell'interesse e a vantaggio della stessa, danno luogo a responsabilità da reato dell'ente in base al decreto legislativo n. 231 del 2001, e che consentirebbe di ricorrere allo strumento della confisca per equivalente per l'ammontare del prezzo del profitto del reato sul patrimonio dell'ente collettivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La responsabilità degli enti per i reati tributari non può essere fatta derivare dalla responsabilità assegnata alle persone giuridiche nel diritto tributario, in quanto il sistema del diritto penale tributario deve essere letto ed interpretato nell'ambito del complessivo sistema del diritto penale e non può essere ritenuto un mero apparato sanzionatorio di disposizioni tributarie avente vita a sé stante ed avulso dal generale sistema punitivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Non appare ragionevole la scelta del legislatore italiano, il quale, con riferimento alla responsabilità della persona giuridica per gli illeciti penali tributari posti in essere nel suo interesse ed a suo vantaggio, ha differenziato il trattamento in base alla natura transnazionale o meno del reato, con la conseguenza che per le indagini su reati tributari compiute nell'ambito di fenomeni associativi a carattere transnazionale sarà possibile ravvisare una responsabilità della persona giuridica ed operare la confisca per equivalente dei beni della società coinvolta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il sistema punitivo attuale nella materia di reati tributari, e soprattutto quello volto al recupero dei proventi del reato attraverso la confisca di valore, è inefficace ed evidenzia una disparità di trattamento in riferimento alla previsione della confisca non solo tra le persone fisiche e le persone giuridiche, ma tra le stesse persone giuridiche, a seconda che le stesse rappresentino una emanazione meramente strumentale degli autori del reato ovvero siano persone giuridiche di dimensione non modesta rispetto alle quali il contributo delle persone fisiche non può mutarne a tal punto la natura così che per queste ultime può ben parlarsi di una vera e propria impunità fiscale rispetto alle prime. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 10 gennaio 2013.




Bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione: stato di insolvenza quale conseguenza della condotta e rilevanza del dolo

Bancarotta fraudolenta - Bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione - Elemento essenziale del reato - Stato di insolvenza - Rapporto causale con la condotta dell'agente - Necessità - Elemento soggettivo di dolo - Necessità.

Nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in qualità di evento dello stesso, e pertanto deve porsi in rapporto causale con la condotta dell'agente e deve essere altresì sorretto dall'elemento soggettivo di dolo. Cassazione penale 06 dicembre 2012.




Bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione: stato di insolvenza quale conseguenza della condotta e rilevanza del dolo

Bancarotta fraudolenta - Bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione - Elemento essenziale del reato - Stato di insolvenza - Rapporto causale con la condotta dell'agente - Necessità - Elemento soggettivo di dolo - Necessità.

Nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in qualità di evento dello stesso, e pertanto deve porsi in rapporto causale con la condotta dell'agente e deve essere altresì sorretto dall'elemento soggettivo di dolo. Cassazione penale 06 dicembre 2012.




Sequestro conservativo penale e costituzione di trust quale indice di elevata capacità distrattiva dell'imputato

Misure cautelari reali - Sequestro conservativo - Presupposti - Costituzione di trust - Indice di elevata abilità distrattiva - Sussistenza.

La costituzione di un trust utilizzato per il reimpiego di ingenti somme ricavate dalla vendita degli immobili della persona offesa dal reato può costituire indice di abilità distrattiva tale da giustificare la concessione di un sequestro conservativo emesso dal giudice delle indagini preliminari sui beni dell'imputato. (316, 318 c.p.p.) (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 28 giugno 2012.




Omicidio commesso dal paziente dimesso dall'ospedale e responsabilità penale dei medici

Paziente dimesso dall'ospedale – Omicidio commesso dallo stesso – Responsabilità dei medici – Esclusione.

I medici aventi in cura il paziente non rispondono in sede penale, per omissione di atti d'ufficio (il non averlo trattenuto in ospedale) dove questi, una volta uscito dal nosocomio, commetta omicidio, là dove non sussistessero le condizioni per trattenere il paziente stesso in ricovero come, ad esempio, predisponendo un TSO. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale 15 maggio 2012.




Periodico on line, responsabilità del direttore e applicazione dell'articolo 57 del codice penale

Reati a mezzo stampa - Responsabilità del direttore responsabile di periodico on line - Applicazione dell'articolo 57 c.p. - Esclusione.

Il periodico on line non può essere ricondotto al concetto di stampa di cui all'articolo 57, c.p. L'inapplicabilità di detta norma al direttore della rivista on line discende sia dalla impossibilità di ricomprendere quest'ultima attività nel concetto di stampa periodica, sia dalla oggettiva impossibilità del direttore responsabile di rispettare il precetto normativo, il quale comporterebbe la sua punizione a titolo di responsabilità oggettiva e, quindi,il venir meno non solo del necessario collegamento psichico tra la condotta del soggetto astrattamente punibile e l'evento verificatosi ma lo stesso nesso causale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale 29 novembre 2011.




Accesso abusivo ad un sistema informatico protetto commesso da parte di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico ufficio

Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico - Abuso di qualità - Reato autonomo - Esclusione - Circostanza aggravante - Sussistenza

Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico - Soggetto autorizzato - Reato - Sussistenza - Condizioni

La fattispecie di accesso abusivo ad un sistema informatico protetto commesso dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di pubblico ufficio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio costituisce una circostanza aggravante del delitto previsto dall'art. 615 ter comma 1 c.p. e non un'ipotesi autonoma di reato. (massima ufficiale)

Integra il delitto previsto dall'art. 615 ter c.p. colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l'accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l'ingresso nel sistema. (massima ufficiale)
Cassazione penale 27 ottobre 2011.




Accesso abusivo ad un sistema informatico protetto commesso da parte di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico ufficio

Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico - Abuso di qualità - Reato autonomo - Esclusione - Circostanza aggravante - Sussistenza

Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico - Soggetto autorizzato - Reato - Sussistenza - Condizioni

La fattispecie di accesso abusivo ad un sistema informatico protetto commesso dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di pubblico ufficio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio costituisce una circostanza aggravante del delitto previsto dall'art. 615 ter comma 1 c.p. e non un'ipotesi autonoma di reato. (massima ufficiale)

Integra il delitto previsto dall'art. 615 ter c.p. colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l'accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l'ingresso nel sistema. (massima ufficiale)
Cassazione penale 27 ottobre 2011.




Strumentalità dell'azione e risarcimento ex art. 96 c.p.c.

Liti temerarie – Azione civile strumentale – Pregiudizio obiettivo per la parte vittima dell’azione temeraria – Rimedi per contrastare l’azione temeraria – Legge 69/2009 – Art. 96, comma III, c.p.c. – Attenzione, comprensione e diligenza del giudice.

Non c’è dubbio che già il solo dovere di difendersi in un giudizio civile, affrontandone comunque i costi di difesa notoriamente non indifferenti e i disagi conseguenti in termini di durata della pendenza e incertezza di soluzione, costituisca un obiettivo pregiudizio di fatto che, quanto l’azione dalla quale ci si deve difendere è solo strumentale, può essere per sé idoneo ad influire sulle scelte e le condotte professionali future del convenuto.
Il sistema giudiziario prevede, però, in sé rimedi specifici nei confronti dell’azione “temeraria”, sia nel settore civile che in quello penale, rimedi che sono attivabili d’ufficio dal magistrato, oltre a potere essere sollecitati dal convenuto. E’, dunque, possibile trovare una risposta efficace dall’applicazione attenta e coerente delle norme che lo stesso Legislatore ha posto a contrasto dell’azione strumentale e temeraria.
Quanto, in particolare, all’azione civile strumentale, il recente intervento del Legislatore della Legge 69/2009 – con l’inserimento di un ultimo comma dell’art. 96 c.p.c. che specificamente prevede, nel caso di condanna alle spese della parte soccombente, la possibilità di condanna, anche d’ufficio, al pagamento a favore della controparte di somma equitativamente determinata – indica un ulteriore e specifico rimedio, la cui attivazione dipende solo dall’attenzione, comprensione e diligenza del giudice, eventualmente opportunamente sollecitato dalla parte interessata. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 11 febbraio 2011.




Responsabilità da reato dell’ente e costituzione di parte civile

Persona giuridica - Società - In genere - Responsabilità da reato degli enti - Procedimento - Costituzione di parte civile - Ammissibilità - Esclusione - Ragioni.

Nel processo instaurato per l'accertamento della responsabilità da reato dell'ente, non è ammissibile la costituzione di parte civile, atteso che l'istituto non è previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2001 e l'omissione non rappresenta una lacuna normativa, ma corrisponde ad una consapevole scelta del legislatore. (massima ufficiale) Cassazione penale 22 gennaio 2011.




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Nel processo instaurato per l'accertamento della responsabilità da reato dell'ente, non è ammissibile la costituzione di parte civile, atteso che l'istituto non è previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2001 e l'omissione non rappresenta una lacuna normativa, ma corrisponde ad una consapevole scelta del legislatore. (massima ufficiale) Cassazione penale 22 gennaio 2011.





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