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  Diritto della Famiglia e dei Minori

  

ISSN  2282-6289

       Rivista trimestrale di diritto della famiglia e dei minori

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Famiglia
Merito - 2010


Status di convivente – Dimostrazione – Residenza anagrafica nella casa del partner – Requisito necessario – Esclusione – Autocertificazione dello status – Sussiste

Convivenza di fatto – Decesso del convivente – Diritto del convivente superstite a restare nella casa familiare – Natura del diritto – Diritto personale di godimento


La legge 20 maggio 2016, n. 76, in tema di regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, al comma 37 dell’articolo 1 stabilisce che ai fini dell’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 13 del regolamento del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989 n. 223. Poichè ai fini dell’accertamento della stabile convivenza la legge n. 76 del 2016 richiama il concetto di famiglia anagrafica previsto dal regolamento anagrafico di cui al DPR n. 223 del 1989, tale status può risultare dai registri anagrafici o essere oggetto di autocertificazione resa ai sensi dell’art. 47 del DPR n .445 del 2000. Pertanto, lo status di convivente può essere riconosciuto sulla base di una autocertificazione resa ai sensi del citato articolo 47 sebbene la convivenza con il de cuius non risulti da alcun registro anagrafico e la convivente superstite non abbia la residenza anagrafica nella casa di proprietà del de cuius. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il diritto di abitazione riconosciuto al convivente di fatto superstite dall’art. 42 della legge 76 del 2016 è riconducibile ad un diritto personale di godimento che viene acquistato dal convivente in dipendenza del titolo giuridico individuato dall'ordinamento nella comunanza di vita attuata anche mediante la coabitazione, ossia attraverso la destinazione dell'immobile all'uso abitativo dei conviventi. Il riconoscimento del diritto di continuare ad abitare nella casa comune ad opera del citato articolo 1 comma 42 della legge n. 76 del 2016 è volto a garantire la tutela del diritto all’abitazione dalle pretese restitutorie dei successori del defunto per un lasso di tempo ragionevolmente sufficiente a consentite al convivente superstite di provvedere in altro modo a soddisfare l’esigenza abitativa. Il convivente, dunque, non assume la qualifica di legatario dell’immobile in quanto manca una disposizione testamentaria volta a istituirlo come tale ai sensi dell’articolo 588 del codice civile. Alla luce delle suesposte considerazioni, deve escludersi che il diritto di abitazione ex art.1 comma 42 della legge 76 del 2016 debba essere indicato nella dichiarazione di successione, in quanto diritto personale di godimento attribuito ad un soggetto che non è erede o legatario. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Agenzia delle Entrate 11 gennaio 2018.




Divorzio – Contributo di mantenimento dei figli minori – Revisione della quantificazione rispetto a quella operata in sede di separazione – Decorrenza – Dalla data della domanda di primo grado – Affermazione

Mentre l’assegno di divorzio, nella sua originaria quantificazione, decorre dal momento della formazione del titolo in forza del quale è dovuto, cioè dal passaggio in giudicato della sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, la variazione dell’ammontare dell’assegno medesimo disposta in seguito a procedimento di revisione ai sensi dell’art.9 della legge 1 dicembre 1970 n.898, deve decorrere dalla data della domanda di revisione, non da quella della decisione su di essa, in applicazione del principio generale secondo il quale un diritto non può restare pregiudicato dal tempo necessario per farlo valere in giudizio.
La decisione giurisdizionale di revisione non può avere decorrenza anticipata al momento dell’accadimento innovativo, rispetto alla data della domanda di innovazione. Per derogare al principio generale devono essere addotti o risultare in atti elementi, quali modifiche alla situazione generale intervenute in corso di causa. [Nella fattispecie, la doglianza riguardava la decorrenza della riduzione dell’assegno di mantenimento divorzile rispetto alla misura disposta in sede di separazione, riduzione retrodatata dalla Corte d’Appello a far tempo dalla data della domanda di primo grado.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 11 settembre 2018.




Filiazione - Riconoscimento del figlio naturale - Atto di nascita - Necessità di un ulteriore atto formale di riconoscimento - Esclusione

Il riconoscimento del figlio naturale si fa nell'atto di nascita (o in atto autentico successivo o posteriore), con la conseguenza che la dichiarazione della madre nell'atto di nascita implica riconoscimento della filiazione naturale, senza necessità di un ulteriore atto formale di riconoscimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. II 25 settembre 2018.




Diritto vivente anteriore alla legge n. 103 del 2017 – Omesso versamento dell’assegno periodico di mantenimento in favore dei figli – Rilevanza penale – Sussistenza – Introduzione del nuovo art. 570-bis c.p. – Esenzione di responsabilità per il genitore di figli non matrimoniali – Questione di legittimità costituzionale – Eccesso di delega

I virtù del diritto vivente anteriore alla entrata in vigore delle modifiche introdotte dal dlgs n. 103 del 2017 (con cui è stato inserito il nuovo art. 570-bis c.p.c.), il reato di omesso versamento dell'assegno periodico per il mantenimento, educazione e istruzione dei figli, previsto dell'art.12-sexies Legge 1 dicembre 1970, n. 898 (richiamato dall'art. 3 della Legge 8 febbraio 2006 n. 54), è configurabile non solo nel caso di separazione dei genitori coniugati, ovvero di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, ma anche in quello di violazione degli obblighi di natura economica derivanti dalla cessazione del rapporto di convivenza. La cennata legge n. 103 del 2017 ha però abrogato i menzionati riferimenti normativi e inserito il già citato art. 570-bis c.p. ove si prevede che “Le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli”. Per effetto della nuova norma, sono stati esclusi dalla punizione penale le omissioni di obblighi economici disposti, in sede giudiziaria, in favore di figli nati fuori del matrimonio, alla luce della testuale individuazione del soggetto attivo del reato di nuova formulazione, che è il coniuge. Conseguentemente, il genitore di figli avuti con persona non unita in matrimonio va ora esente da ogni responsabilità penale in caso di sua sottrazione agli obblighi di mantenimento della prole, né è possibile alcuna interpretazione costituzionalmente orientata della norma in questione, nella parte censurata, contrariamente a quanto era possibile effettuare rispetto alla previgente formulazione dell'art. 3 della legge n. 54/2006, per il chiaro tenore letterale della stessa. Risulta, dunque, essere stata operata dal Legislatore delegato una abrogazione, non solo formale e funzionale alla realizzazione della riserva di codice, ma sostanziale di una parte della previgente previsione incriminatrice. E’ da escludersi che siffatto potere fosse attribuito dalla Legge delega, in considerazione dell’inequivocabile mandato di (mero) trasferimento nell’unicità organica del codice penale di fattispecie criminose disseminate in leggi speciali. Ne consegue che è rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale relativamente agli articoli 2 comma 1 lettera c) e 7 comma 1 lettere b) e o) della decreto legislativo 1° marzo 2018 n. 21 nella parte in cui è abrogata la previsione incriminatrice della violazione degli obblighi di assistenza familiare da parte del genitore non coniugato, per contrasto con gli artt. 25 e 76 della Costituzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Trento 21 settembre 2018.




Famiglia - Matrimonio - Regime patrimoniale della comunione legale - Beni acquistati separatamente dai coniugi nei due anni successivi all’entrata in vigore della legge n. 151 del 1975 - Estensione della comunione legale a tali beni - Condizioni

La comunione legale, in assenza della dichiarazione di dissenso di cui all'art. 228, comma 1, della l. n. 151 del 1975, decorre dal 16 gennaio 1978 e interessa i beni acquistati dai coniugi separatamente nel primo biennio di applicazione della legge stessa - e, dunque, in pendenza del regime transitorio - solo se ancora esistenti, alla scadenza del biennio, nel patrimonio del coniuge che li ha acquistati. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II 22 agosto 2018.




Scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio – Pensione di riversibilità – Titolarità dell'assegno – Titolarità attuale e concretamente fruibile dell'assegno divorzile al momento della morte dell'ex coniuge

Ai fini del riconoscimento della pensione di riversibilità, in favore del coniuge nei cui confronti è stato dichiarato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, ai sensi dell'art. 9 della legge 1 dicembre 1970 n. 898, nel testo modificato dall'art. 13 della legge 6 marzo 1987 n. 74, la titolarità dell'assegno, di cui all'articolo 5 della stessa legge 1 dicembre 1970 n. 898, deve intendersi come titolarità attuale e concretamente fruibile dell'assegno divorzile, al momento della morte dell'ex coniuge, e non già come titolarità astratta del diritto all'assegno divorzile che è stato in precedenza soddisfatto con la corresponsione in un'unica soluzione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 24 settembre 2018.




Famiglia – Diritto degli ascendenti di mantenere rapporti con i nipoti minori – Applicabilità ai nonni non biologici – Affermazione

L’art.317 bis c.c. deve essere interpretato sistematicamente alla luce delle disposizioni costituzionali, europee ed internazionali. È la nozione stessa di nucleo familiare ad essere stata rivisitata ed ampliata dalla giurisprudenza della Corte EDU e della Corte di Giustizia della UE. Il concetto di famiglia di cui all’art.8 della Convenzione riguarda, infatti, le relazioni basate sul matrimonio ed anche altri legami familiari de facto, in cui le parti convivono al di fuori del matrimonio, o in cui altri fattori dimostrano che la relazione è sufficientemente stabile. Nella medesima prospettiva di alargamento del concetto di famiglia e di tutela preminente dell’interesse dei minori si è peraltro sostanzialmente posta anche la giurisprudenza della Corte di Cassazione.

Alla luce dei principi desumibili dall’art.8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, dall’art.24, comma 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e dagli artt.2 e 30 Cost., il diritto degli ascendenti, azionabile anche in giudizio, di instaurare e mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, previsto dall’art.317 bis c.c., cui corrisponde lo speculare diritto del minore di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi coni parenti, ai sensi dell’art.315 bis c.c., non va riconosciuto solo ai soggetti legati al minore da un rapporto di parentela in linea retta scendente, ma anche ad ogni altra persona che affianchi il nonno biologico del minore, sia esso il coniuge o il convivente di fatto, e che si sia dimostrato idoneo ad instaurare con il minore medesimo una relazione affettiva stabile, dalla quale quest’ultimo posa trarre un beneficio sul piano della sua formazione e del suo equilibrio psico-fisico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 25 luglio 2018.




Divorzio – Congiunto – Rinuncia di uno dei coniugi alla domanda – Irrilevanza e inammissibilità – Affermazione

In tema di divorzio a domanda congiunta, l’accordo sotteso alla relativa domanda riveste natura meramente ricognitiva con riferimento ai presupposti necessari per lo scioglimento del vincolo coniugale, mentre ha valore negoziale per quanto concerne la prole e i rapporti economici.
Deve escludersi che la revoca del consenso da parte di uno dei coniugi comporti l’arresto del procedimento, dovendo il tribunale provvedere ugualmente all’accertamento dei presupposti per la pronuncia di divorzio, per poi passare, in caso di esito positivo della verifica, all’esame delle condizioni concordate dai coniugi, valutandone la conformità a norme inderogabili e agli interessi dei figli minori. La revoca del consenso da parte di uno dei coniugi risulta pertanto irrilevante sotto il primo profilo e inammissibile sotto il secondo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI 24 luglio 2018.




Filiazione naturale - Dichiarazione giudiziale di paternità e maternità - Ammissibilità dell'azione - Interesse del minore - Accertamento - Criteri

Ai fini dell'ammissibilità dell'azione di accertamento giudiziale della paternità, ai sensi dell'art. 269 c.c., la contrarietà all'interesse del minore sussiste solo in caso di concreto accertamento di una condotta del preteso padre che sarebbe tale da giustificare una dichiarazione di decadenza dalla responsabilità genitoriale, ovvero della prova dell'esistenza di gravi rischi per l'equilibrio affettivo e psicologico del minore e per la sua collocazione sociale, risultanti da fatti obbiettivi, emergenti dalla pregressa condotta di vita del preteso padre. Ne consegue che, in mancanza di tali elementi, l'interesse del minore all'accertamento della paternità deve essere ritenuto di regola sussistente, avuto riguardo al miglioramento obiettivo della sua situazione giuridica in conseguenza degli obblighi che ne derivano in capo al genitore, senza che rilevino, al fine di escludere la ricorrenza dell'interesse del minore, l'attuale mancanza di rapporti affettivi con il genitore e la possibilità futura di instaurarli o, ancora, le normali difficoltà di adattamento psicologico conseguenti al nuovo "status", oppure le intenzioni manifestate dal presunto genitore di non voler comunque adempiere i doveri morali inerenti la responsabilità genitoriale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I 21 giugno 2018.




Dichiarazione di adottabilità - Sentenza di appello - Ricorso per cassazione - Deposito in cancelleria della copia autentica della sentenza contenente la certificazione della sua irrevocabilità - Attestazione implicita dell’avvenuta notifica d’ufficio della decisione ex art. 17, c. 1, l. n. 184 del 1983 - Configurabilità - Conseguenze

In tema di ricorso per cassazione avverso la sentenza di appello che dichiara l'adottabilità di un minore, il deposito in cancelleria della copia autentica della sentenza impugnata, recante il timbro della cancelleria attestante l'intervenuta irrevocabilità della decisione, a seguito della mancata proposizione del ricorso per cassazione ex art. 325 c.p.c., è idonea ad attestare, per implicito, anche l'avvenuta notificazione alle parti della decisione della corte d'appello effettuata ai sensi dell'art. 17 della legge 184 del 1983, essendo eventualmente onere del ricorrente dimostrare l'esistenza in fatto di circostanze che avrebbero potuto sovvertire l'inevitabile constatazione dell'avvenuto spirare dei termini, quali ad es., l'avvenuta notifica della sentenza in versione non integrale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I 26 giugno 2018.




Filiazione naturale - Riconoscimento - Figli premorti - Clausole limitatrici - Impugnazione per difetto di veridicità - Disconoscimento di paternità - Diversità degli oneri probatori - Esclusione - Ragioni

In tema di azione di impugnazione del riconoscimento del figlio naturale per difetto di veridicità, stante la nuova disciplina introdotta dalle riforme del 2012 e 2013 in materia di filiazione, la prova della "assoluta impossibilità di concepimento" non è diversa rispetto a quella che è necessario fornire per le altre azioni di stato, richiedendo il diritto vigente che sia il "favor veritatis" ad orientare le valutazioni da compiere in tutti i casi di accertamento o disconoscimento della filiazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I 19 luglio 2018.




Adozione – Diritto del minore a vivere nell’ambito della propria famiglia – Comprovata inadeguatezza della capacità genitoriale del padre – Incapacità di elaborare un progetto di vita credibile per i figli – Giudizio prognostico sul recupero delle capacità genitoriali – Incertezza sugli esiti e sui tempi – Incompatibilità con la necessità del minore di conseguire un armonico sviluppo psico-fisico – Conseguenze – Stato di abbandono – Sussistenza

Il prioritario diritto dei minori a crescere nell'ambito della loro famiglia di origine non esclude la pronuncia della dichiarazione di adottabilità quando, nonostante l'impegno profuso dal genitore per superare le proprie difficoltà personali e genitoriali, permanga tuttavia la sua incapacità di elaborare un progetto di vita credibile per i figli, e non risulti possibile prevedere con certezza l'adeguato recupero delle capacità genitoriali in tempi compatibili con l'esigenza dei minori di poter conseguire una equilibrata crescita psico-fisica. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I 21 giugno 2018.




Comunione fra i coniugi – Immobile acquistato dal coniuge con denaro ricevuto in donazione – Donazione indiretta dell’intero immobile – Esclusione – Comunione legale – Sussiste

Ove la donazione riguardi una somma di denaro impiegata dal donatario per l’acquisto della casa familiare e ove detto acquisto sia condiviso con il coniuge, il donatario in tal modo dona al coniuge il 50% della proprietà consentendone l’intestazione allo stesso. Non può pertanto ravvisarsi una donazione indiretta dell’intero immobile al donatario tale da escludere la comunione del bene tra i coniugi. [Nella fattispecie, la Corte ha respinto il ricorso proposto dall’ex marito contro la ex moglie al fine di vedersi riconosciuta l’esclusiva proprietà dell’immobile oggetto, a suo dire, di donazione indiretta da parte della madre la quale gli aveva fornito il denaro necessario all’acquisto.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI 24 luglio 2018.





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