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  Diritto della Famiglia e dei Minori

  

ISSN  2282-6289

       Rivista trimestrale di diritto della famiglia e dei minori

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Diritto della Famiglia e dei Minori
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Separazione: l’obbligo di pagare l’IMU ricade sul coniuge assegnatario anche se l’immobile è di proprietà di terzi

Articolo 4 comma 12 quinques D.L. n. 16/2012 - Traslazione soggettività passiva IMU da proprietario ad assegnatario - Imposizione in capo all’utilizzatore

Articolo 4 comma 12 quinques D.L. n. 16/2012 - Possibilità interpretazione estensiva - Sussiste

L’articolo 4 comma 12 quinques D.L. n. 16/2012 conv. in L. n. 44/2012, sancisce la traslazione della soggettività passiva dell’IMU dal proprietario all’assegnatario dell’alloggio a seguito di separazione, cosicché l’imposizione ricade sempre in capo all’utilizzatore, anche nel caso in cui la proprietà dell’immobile sia di un terzo e non già del coniuge non assegnatario.

La disposizione normativa in parola, non integrando una norma tributaria disciplinante un’ipotesi di agevolazione o di esenzione, ovvero di norma speciale, può essere interpretata estensivamente e non vale per la stessa il divieto di interpretazione analogica nonché di interpretazione estensiva ai sensi dell’art. 14 delle disposizioni preliminari del codice civile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Commissione tributaria regionale Bologna 10 gennaio 2020.




Esenzione totale dall’imposta IMU per i coniugi

IMU – Coniugi – Esenzione dall’imposta – Condizioni

Qualora due coniugi siano anagraficamente residenti ed effettivamente dimoranti in via abituale in due diversi immobili situati in due diversi comuni, e quindi abbiano ciascuno adibito l’immobile ad abitazione principale, si applica ad entrambi l’esenzione totale dal pagamento dell’Imposta municipale propria (IMU), prevista dall’art. 13, comma 2, del Dl 6 dicembre 2011, n. 201. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Commissione tributaria provinciale Bologna 23 dicembre 2019.




Separazione coniugi, contumacia e affidamento esclusivo del minore

Separazione dei coniugi e provvedimenti riguardo la prole – Intervento del PM – Affidamento esclusivo – Inidoneità genitore e prognosi di idoneità – Diritto di mantenimento e ultra petita – Diritto di visita – Condanna alle spese e liquidazione Patrocinio a Spese dello Stato

Ai fini dell'osservanza delle norme che prevedono l'intervento obbligatorio del P.M. nel processo civile, è sufficiente che gli atti siano comunicati all'ufficio del medesimo per consentirgli di intervenire nel giudizio, mentre l'effettiva partecipazione e la formulazione delle conclusioni sono rimesse alla sua diligenza.

In assenza di ogni tipizzazione normativa, le circostanze ostative all’affidamento condiviso devono essere individuate dal giudice con provvedimento motivato, secondo quanto previsto dallo stesso art.337 quater c.c., ogni qualvolta l’affidamento condiviso risulti pregiudizievole all’interesse del minore, come, ad esempio, nel caso in cui un genitore sia indifferente nei confronti del figlio, non contribuisca al mantenimento dello stesso, manifesti un disagio esistenziale incidente sulla relazione affettiva, ecc. Al genitore affidatario in via esclusiva, pertanto, devono essere riservate le scelte sulle questioni di maggior interesse per il figlio - quali quelle in materia di residenza, passaporto o altri documenti, salute e scuola - posto che l’irreperibilità dell’altro genitore renderebbe di fatto impossibile l’adozione condivisa di ogni decisione. Va invece formulata una prognosi favorevole in ordine alla idoneità del genitore che si sia sempre occupato con continuità e responsabilità del figlio minore.
L’assenza di ogni rapporto e il disinteresse manifestato dall’altro genitore rispetto all’affidamento del figlio impongono altresì di stabilire che questi potrà vedere il minore soltanto in presenza del genitore affidatario, previo accordo e compatibilmente con le esigenze del minore.

Nei giudizi di separazione e divorzio, i provvedimenti necessari alla tutela degli interessi morali e materiali della prole - tra i quali rientrano anche quelli di attribuzione e determinazione di un assegno di mantenimento a carico del genitore non affidatario - possono essere adottati d'ufficio, essendo rivolti a soddisfare esigenze e finalità pubblicistiche sottratte all'iniziativa e alla disponibilità delle parti. Il criterio fondamentale cui devono ispirarsi i predetti provvedimenti è rappresentato dall'esclusivo interesse morale e materiale dei figli (previsto in passato dall'art. 155 c.c. e ora dall'art. 337 ter c.c.) con la conseguenza che il giudice non è vincolato alle richieste avanzate ed agli accordi intercorsi tra le parti e può quindi pronunciarsi anche “ultra petitum” (cfr. in tal senso Cass. n. 25055/2017).

Nella condanna della parte soccombente al pagamento delle spese di lite non viene applicata la riduzione degli importi spettanti al difensore prevista dall’art. 130 DPR 115/2002 (in termini Cass., Ord. n. 22017 del 11/09/2018). (Antonella Manisi) (riproduzione riservata)
Tribunale Rimini 29 ottobre 2019.




Risarcimento del danno per il ritardo nel promuovere l’azione di riconoscimento della paternità naturale

Dichiarazione giudiziale di paternità naturale – Risarcimento del danno endofamiliare – Concorso di colpa del figlio ultramaggiorenne – Sussistenza – Criterio di liquidazione – Equità – Metà del minimo assegno di mantenimento mensile

Il ritardo del figlio nel promuovere l’azione di riconoscimento della paternità naturale non può andare a detrimento del padre incrementando sine die l’importo del risarcimento endofamiliare, nei casi in cui l’azione sia concretamente esperibile e non venga esperita.

Il risarcimento del danno deve, in ogni caso, essere parametrato ad un arco temporale in cui può, plausibilmente e secondo l’id quod plerumque accidit, essersi in concreto avvertito il vuoto affettivo-consolatorio dovuto alla mancanza del padre, cioè verosimilmente fino alla maggiore età.

La misura del risarcimento endofamiliare di questo tipo non può che essere stabilita in via equitativa, facendo riferimento al parametro della metà dell’assegno minimo mensile di mantenimento per un figlio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Vicenza 24 ottobre 2019.




La disciplina della Legge 218/95 di diritto internazionale privato non è applicabile al riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale

Delibazione di sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale - Richiesta di delibazione della causa come sentenza straniera - Rigetto

Per l’attribuzione dell’efficacia civile alle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale è necessario il giudizio di delibazione dinanzi alla Corte di Appello competente non essendo possibile il riconoscimento automatico previsto dalla legge 218 del 1995 per le sentenze straniere. (Francesco Indelli) (riproduzione riservata) Appello Bari 22 luglio 2019.




Il tribunale di Milano rigetta la domanda di assegno divorzile dando applicazione ai criteri indicati dalle Sezioni Unite

Divorzio – Assegno divorzile – Applicazione dei criteri di Cass.SU. 18287/18

L’eventuale rilevante squilibrio tra le posizioni economico-patrimoniali dei coniugi non solo non è condizione necessaria e sufficiente al riconoscimento dell’assegno ma deve altresì essere riferibile a scelte fatte in conseguenza del matrimonio o all’interno di esso.

In difetto di prova di tali elementi, l’attività lavorativa e la percezione di redditi in via continuativa, l’età al momento del matrimonio, la non lunga durata dello stesso sono indici che rilevano ai fini dell’esclusione del diritto all’assegno divorzile anche in caso di divergenti condizioni economico-patrimoniali dei coniugi. (Laura Dalla Casa) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 05 luglio 2019.




Stepchild adoption istituto consolidato, dopo le Sezioni Unite

Adozione in casi particolari – Adozione da parte del partner omogenitoriale – Stepchild adoption – Legittimità – Sussiste

Adozione in casi particolari – Stepchild adoption – Disciplina del cognome in presenza di più minori

La discussione giurisprudenziale circa la legittimità dell’adozione ex art 44 lett d) l. 184/83 da parte del partner omogenitoriale (c.d. stepchild adoption) deve ritenersi conclusa a seguito dell’intervento delle Sezioni Unite n. 12193/19 del 6.11.2018 (dep 8.5.2019). Pur riguardando tale sentenza una fattispecie diversa - ovvero la possibilità di trascrivere direttamente in Italia un atto di nascita formatosi all’estero, relativa ad un coppia di uomini e ad una paternità ottenuta con una gestazione per altri (il c.d. utero in affitto) e quindi con una filiazione naturale indifferente per entrambi i genitori (mentre per il genitore di intenzione si tratta di genitorialità non conforme al dato biologico) - la Corte è esplicita, e non si tratta di un mero obiter dictum trattandosi di principio oggetto di espressa massimazione, nell’affermare la possibilità di ricorrere in ogni caso all’adozione in casi particolari ex art 44 lett d) l. 184/83. Principio così massimato: «Il riconoscimento dell'efficacia di un provvedimento giurisdizionale straniero, con il quale sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata e il genitore d'intenzione munito della cittadinanza italiana, trova ostacolo nel divieto di surrogazione di maternità, previsto dall'art. 12, comma 6, della l. n. 40 del 2004, qualificabile come principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di valori fondamentali, quali la dignità della gestante e l'istituto dell'adozione; la tutela di tali valori, non irragionevolmente ritenuti prevalenti sull'interesse del minore, nell'ambito di un bilanciamento effettuato direttamente dal legislatore, al quale il giudice non può sostituire la propria valutazione, non esclude peraltro la possibilità di conferire comunque rilievo al rapporto genitoriale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici, quali l'adozione in casi particolari, prevista dall'art. 44, comma 1, lett. d), della l. n. 184 del 1983». (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In caso di adozione ex art 44 lett d) l. 184/83 da parte del partner omogenitoriale (c.d. stepchild adoption), non vi è ragione per distinguere tra le varie forme di adozione e la pronuncia della Corte Costituzionale, sentenza n. 286 dell’8.11.2016 (G.U. 052 del 28/12/2016), deposito 21/12/2016, impone, con una interpretazione costituzionalmente orientata, ed in questo caso sostanzialmente “obbligata”, di assecondare la volontà dei due genitori, tanto più che gli stessi hanno chiesto unicamente di aggiungere il cognome dell’altro genitore, come previsto dal primo comma dell’art 299 cc e con ciò sancendo la doppia appartenenza, e chiedendo unicamente di avere per i due minori la medesima successione dei cognomi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Minorenni Genova 13 giugno 2019.




Sui rapporti patrimoniali tra conviventi di fatto: applicabilità del reg. 44/2001

Regolamento (CE) n. 44/2001 – Ambito di applicazione ratione materiae – Materia civile e commerciale – Articolo 1, paragrafo 1 e paragrafo 2, lettera a) – Materie escluse – Regime patrimoniale fra coniugi – Articolo 54 – Domanda di rilascio dell’attestato che certifica l’esecutività della decisione emessa dall’autorità giurisdizionale d’origine – Decisione giudiziaria relativa a un credito scaturente dallo scioglimento del regime patrimoniale derivante da una convivenza di fatto

1) L’articolo 54 del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, dev’essere interpretato nel senso che un giudice di uno Stato membro, al quale venga presentata una domanda di rilascio di un attestato che certifica l’esecutività di una decisione emessa dall’autorità giurisdizionale d’origine, deve verificare – in una situazione come quella di cui al procedimento principale, in cui il giudice che ha emesso la decisione da eseguire non si è pronunciato, al momento della sua adozione, sull’applicabilità di tale regolamento – se la controversia rientri nell’ambito di applicazione di detto regolamento.
2) L’articolo 1, paragrafo 1 e paragrafo 2, lettera a), del regolamento n. 44/2001 dev’essere interpretato nel senso che un’azione, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, avente ad oggetto una domanda di scioglimento dei rapporti patrimoniali derivanti da una convivenza di fatto ricade nella nozione di «materia civile e commerciale», ai sensi di tale paragrafo 1, e rientra pertanto nell’ambito di applicazione ratione materiae di tale regolamento. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 06 giugno 2019.




Affido dei minori: nella scelta dell'affidatario si dà preferenza ai parenti

Separazione e divorzio - Affidamento dei figli minori - Inadeguatezza delle figure genitoriali - Affidamento a terzi - Ammissibilità - Preferenza verso i parenti - Sussiste

L'affido a terzi soggetti, in particolare ai parenti, rientra tra le facoltà rimesse al potere discrezionale del giudice già prevista dall'articolo 155, 6° c., c.c., misura che si rende necessaria quando occorre superare difficoltà manifestate dai genitori nell'esercizio delle funzioni genitoriali.

La scelta verso i parenti piuttosto che altri terzi soggetti, va ritenuta privilegiata.
[Sulla base di queste considerazioni il Tribunale non ha ritenuto di delegare l'affidamento a un soggetto istituzionale, attesa l'adeguatezza dimostrata dalla zia paterna nel rispondere alle esigenze del minore.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Como 05 giugno 2019.




Anticipati dall’Erario l’onorario e le spese del difensore d’ufficio di un genitore irreperibile nei procedimenti di adottabilità

Spese di giustizia - Patrocinio a spese dello Stato - Procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore

Deve essere dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 143, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (Testo A)», nella parte in cui non prevede che siano anticipati dall’erario gli onorari e le spese spettanti al difensore d’ufficio di genitore irreperibile nei processi di cui alla legge 4 maggio 1983, n. 184 (Diritto del minore ad una famiglia). La mancata previsione della liquidabilità, a carico dell’erario, degli onorari spettanti al difensore d’ufficio dell’irreperibile nei processi di adottabilità non è frutto di una scelta definitiva del legislatore del 2002 – che, con la disposizione censurata, ha invece solo rinviato ad una successiva «specifica disciplina sulla difesa d’ufficio, nei processi previsti dalla legge 4 maggio 1983 n. 184» – ed è, quindi, solo conseguenza dell’inerzia del legislatore successivo: inerzia protratta da quella lontana data a tutt’oggi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 31 maggio 2019.




Ricongiungimento familiare anche per i conviventi di fatto, alla luce della legge 76 del 2016

Amministrazione pubblica – Arma dei carabinieri – Ricongiungimento familiare – In caso di convivenza di fatto – Diritto – Sussiste

L’ordinamento giuridico italiano ha conosciuto una progressiva evoluzione del concetto di famiglia, oggi comprensivo anche delle unioni di fatto tra individui (anche dello stesso sesso), cui ha fatto da eco una progressiva e conseguente valorizzazione della convivenza stabile quale fonte di effetti giuridici rilevanti. Tale evoluzione, a livello di produzione normativa, è culminata nella legge 20 maggio 2016 n. 76. Questa normativa, recependo in alcuni casi le sollecitazioni della giurisprudenza, equipara il convivente more uxorio al coniuge sotto molteplici profili (per esempio, quanto all’assistenza ospedaliera, ai poteri di rappresentanza conferibili in caso di malattia e incapacità di intendere e di volere, in ordine al subentro nel contratto di locazione della casa di residenza intestato al convivente deceduto). Questa equiparazione deve ritenersi sussistente anche nel caso del ricongiungimento familiare, istituto diretto a rendere effettivo il diritto all'unità della famiglia: tale diritto si esprime nella garanzia della convivenza del nucleo familiare e, pur nel silenzio della legge n. 76/2016, può essere invocato non solo dai coniugi e dai soggetti uniti civilmente, ma anche dai conviventi di fatto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) T.A.R. Reggio Calabria 10 maggio 2019.




Violazione dei doveri derivanti dal matrimonio: illecito civile con risarcimento del danno non patrimoniale

Infedeltà nell'ambito matrimoniale - Disconoscimento di paternità - Illecito civile - Violazione dei diritti costituzionalmente protetti - Risarcimento danni

La violazione dei doveri nascenti dal matrimonio non trova necessariamente la propria sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, ma, ove ne sussistano i presupposti secondo le regole generali, può integrare gli estremi di un illecito civile e la relativa azione deve ritenersi del tutto autonoma rispetto alla domanda di separazione e di addebito ed esperibile a prescindere da dette domande, ben potendo la medesima "causa petendi" dare luogo a una pluralità di azioni autonome contrassegnate ciascuna da un diverso " petitum".

Ne deriva, inoltre che ove nel giudizio di separazione non sia stato domandato l'addebito, o si sia rinunciato alla pronuncia di addebito, il giudicato si forma, coprendo il dedotto e deducibile, unicamente in relazione al "petitum" azionato e non sussiste pertanto alcuna preclusione all'esperimento dell'azione di risarcimento per violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, così come nessuna preclusione si forma in caso di separazione consensuale. (Angela Farella) (Giancarlo Russo Frattasi) (riproduzione riservata)
Tribunale Bari 18 marzo 2019.




Violazione dei diritti nascenti dal matrimonio

Infedeltà nell’ambito matrimoniale - Disconoscimento di paternità - Illecito civile - Violazione dei diritti costituzionalmente protetti-risarcimento danni

La violazione dei diritti nascenti dal matrimonio può integrare gli estremi di un illecito civile e la relativa azione deve ritenersi del tutto autonoma rispetto alla domanda di separazione e di addebito ed esperibile a prescindere da dette domande. (Angela Farella) (riproduzione riservata) Tribunale Bari 18 marzo 2019.




Va tutelato il diritto del minore a conservare i legami affettivi anche con soggetti non consanguinei

Separazione e divorzio – Affidamento del figlio minore – Accertamento di non paternità biologica del marito – Irrilevanza – Diritto del minore a conservare rapporti significativi con soggetti non consanguinei – Affermazione

Il minore deve essere tutelato ex art.333 c.c. dalle conseguenze pregiudizievoli, per la sua crescita, del conflitto coniugale, che rischia di allontanarlo, una volta disgregato il nucleo familiare, dalla figura del “genitore sociale”, atteso l’interesse dei minori alla stabilità dei legami affettivi con le persone con cui hanno vissuto e alla costituzione di uno stato giuridico corrispondente al rapporto di fatto consolidato nel tempo.
L’idoneità genitoriale va valutata anche con riferimento alla capacità di preservare al figlio la continuità delle relazioni parentali attraverso il mantenimento della trama familiare, al di là di egoistiche considerazioni di rivalsa genitoriale. [Nel caso di specie, la madre aveva dedotto e fatto accertare la non paternità biologica del marito; il tribunale, anche in considerazione dell’esigenza di tutela del legame affettivo della minore con il padre – indipendentemente dalla consanguineità – ha disposto la collocazione prevalente della bambina presso il padre.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Como 13 marzo 2019.




Cessione di beni nell’ambito della separazione personale tra coniugi e azione revocatoria ordinaria

Separazione personale – Cessione dei beni tra coniugi – Debito del cedente – Atto successivo al sorgere del debito – Mancanza di funzione solutorio-compensativa – Atto a titolo gratuito – Azione revocatoria ordinaria

Nel caso in cui i coniugi, nell’ambito della separazione personale consensuale, concordino la cessione dei beni dall’uno all’altro coniuge e non sia chiaro che la cessione abbia funzione solutorio-compensativa al fine del mantenimento della parte debole, l’atto si considera a titolo gratuito e come tale è revocabile dai creditori del coniuge cedente con l’azione revocatoria ordinaria. Viceversa, ove si dimostri che l’atto abbia la funzione di integrare o sostituire quanto dovuto al mantenimento del coniuge economicamente debole, ugualmente l’atto è revocabile ove il creditore pregiudicato dimostri la scientia damni del cessionario. La scientia damni è presunta quando il coniuge cedente risulti rivestire cariche sociali in numerose società fallite o in liquidazione e la notizia sia di dominio pubblico. (Paolo Doria) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza 14 gennaio 2019.




Il divario economico rilevante tra le parti non è sufficiente per il riconoscimento dell’assegno divorzile

Assegno divorzile – Natura – Diritto al percepimento – Procedimento del giudice – Divario economico rilevante – Quantificazione a seconda della funzione – Metodo comparatistico

Per stabilire se attribuire o meno l’assegno divorzile, il giudice deve verificare innanzitutto se sussista un divario rilevante nella situazione economica dei coniugi, con l’esercizio di eventuali poteri istruttori d’ufficio. Se non vi è uno squilibrio, non c’è alcun diritto al percepimento, mentre, in caso contrario, si deve comprendere quale ne siano le ragioni. Solo se il divario è conseguenza anche dei sacrifici del richiedente per la famiglia, questi ha diritto all’assegno, stante la rilevanza centrale della funzione compensativa. Vanno poi valutati tutti gli altri parametri dell’art. 5, comma sesto, l. div., con particolare riguardo alla durata del matrimonio.

La natura composita dell’assegno e l’emergere della natura assistenziale portano a riconoscere il diritto quando il richiedente non abbia mezzi adeguati per vivere e non sia in grado di procurarseli. In tal caso la quantificazione sarà sostanzialmente “alimentare”, assumendo così nuova rilevanza la funzione solidaristica dell’istituto, senza che si formino redditi di posizione.

Come evidenziato delle Sezioni Unite, deve altresì porsi attenzione al metodo comparatistico e soprattutto alla funzione di welfare dello Stato di riferimento. In Italia, essendo il sistema del welfare e del reinserimento lavorativo molto ridotto, la corresponsione di un assegno deve essere valorizzata anche quale strumento che consente al coniuge meno abbiente una vita dignitosa sino all’instaurarsi di una nuova situazione lavorativa. (Giulia Travan) (riproduzione riservata)
Tribunale Treviso 08 gennaio 2019.




Ordine di protezione contro gli abusi familiari: istanza presentata con il ricorso per separazione personale

Abusi familiari – Ordine di protezione – Istanza presentata ex art. 342 ter c.c. con il ricorso per separazione personale – Inammissibilità

E’ inammissibile l’istanza di emissione di decreto ex art. 342 ter c.c. avanzata da parte ricorrente in ricorso per separazione dei coniugi, dovendo il ricorso essere proposto al Tribunale in composizione monocratica ex art. 736 bis c.p.c. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 24 dicembre 2018.




Anche nel giudizio di separazione può essere nominato un curatore per i minori coinvolti

Giudizio di separazione – Nomina del curatore speciale per i bambini coinvolti – Necessità – Valutazione del giudice – Sussiste

Il giudizio di separazione, nel quale vengono adottati provvedimenti che concernono il minore, non determina automaticamente, nel caso di rilevante conflittualità tra le parti in causa, una situazione di conflitto di interesse fra i genitori e figli, dovendo piuttosto ritenersi che tale conflitto possa determinarsi in concreto in relazione a comportamenti processuali delle parti che tendano a impedire al giudice una adeguata valutazione dell’interesse del minore ovvero a frapporsi alla libera prospettazione del punto di vista del minore in sede di ascolto da parte del giudice. Si tratta, in questi casi, di una situazione di conflitto che richiede la nomina di un curatore speciale ma la cui individuazione è rimessa alla valutazione del giudice di merito (Cass. 24.5.2018 n. 12957). Nel caso di procedimento minorile, in cui già nominato un curatore, trasmesso al G.O. per competenza, l’originaria nomina della curatela va confermata, attesa la valutazione già fatta a suo tempo dal Tribunale per i minorenni. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 21 dicembre 2018.




Separazione personale dei coniugi e non reclamabilità dei provvedimenti adottati dal giudice istruttore ex art. 709, ultimo comma, c.p.c.

Separazione e divorzio – Provvedimenti del Giudice Istruttore ex art. 709 ult. comma e 710 c.p.c. e 337 bis c.c. di conferma di quelli presidenziali – Reclamabilità ex art. 669 terdecies c.p.c. al Collegio del Tribunale – Esclusione – Fondamento – Inapplicabilità del principio secondo cui la compressione della tutela dei diritti di un organo giudiziario nazionale può consentire di rivolgersi ad altro giudice, diverso dal primo

Nell'ambito del procedimento di separazione personale dei coniugi, al pari di quello di cessazione degli effetti civili del matrimonio, i provvedimenti adottati dal giudice istruttore, ex art. 709, ultimo comma, c.p.c., di conferma di quelli presidenziali, non sono reclamabili né alla Corte di Appello né al Collegio del Tribunale, poiché è garantita l'effettività della tutela delle posizioni soggettive mediante la modificabilità e la revisione al medesimo Giudice Istruttore, a richiesta di parte, dell'assetto delle condizioni separative e divorzili, anche all'esito di una decisione definitiva, piuttosto che dalla moltiplicazione di momenti di riesame e controllo da parte di altro organo giurisdizionale nello svolgimento del giudizio a cognizione piena. (Gilberto Casalino) (riproduzione riservata) Tribunale Bari 22 novembre 2018.




Processo di divorzio: irreclamabilità dell’ordinanza del Giudice Istruttore confermativa o modificativa di quella presidenziale

Separazione e divorzio – Provvedimenti del Giudice Istruttore ex art. 709 c.p.c. – Reclamabilità – Esclusione

L’ordinanza con la quale (pendente il processo di separazione o divorzio) il giudice istruttore può revocare, modificare o integrare i provvedimenti temporanei e urgenti adottati dal Presidente ex art.708 c.p.c. non è suscettibile di reclamo. L’unico rimedio esperibile è l’istanza, rivolta allo stesso giudici istruttore per la revoca, modifica o integrazione della determinazione assunta, salvo che la causa non sia rimessa al Collegio per decidere l’intera controversia.

L’assenza di uno strumento di impugnazione non crea alcuna lacuna nell’ordinamento, laddove le ordinanze in oggetto sono sempre suscettibili di revoca o modifica da parte dello stesso giudice istruttore che le a adottate.

Il legislatore ha previsto espressamente il gravame soltanto avverso i provvedimenti temporanei e urgenti adottati dal Presidente con ordinanza ex art.708, comma 3, c.p.c., che si pone come atto unico e irripetibile, tale da giustificare l’introduzione di uno specifico rimedio impugnatorio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Bari 22 novembre 2018.




E’ trascrivibile in Italia l’atto di nascita formato all’estero, relativo a bambino con genitori dello stesso sesso

Bambino nato a seguito di gestazione per altri – Atto di nascita formato all’estero – Trascrivibilità in Italia – Sussiste

La circostanza che in Italia non siano ammesse tecniche di procreazione medicalmente assistita (nel caso di specie, c.d. gestazione per altri) non può comportare un giudizio di contrarietà all'ordine pubblico dell'atto straniero essendo l’attuale divieto interno frutto di una scelta del legislatore nazionale, scevra da vincoli costituzionali, come desumibile dalle affermazioni della stessa Consulta (v. sent. n. 162 del 2014). Il fatto di riconoscere a un bambino due genitori dello stesso sesso, allo stesso modo, non viola alcun principio fondamentale, non ravvisandosi nell'ordinamento alcun imprescindibile divieto al riconoscimento della genitorialità da parte di tali coppie; la scelta del legislatore italiano nell'ambito della legge n. 76/2016 di non prevedere la c.d. stepchild adoption non può indurre a ritenere contraria all’ordine pubblico tale tipologia genitoriale dal momento che non solo all’estero la stessa è pacificamente prevista e tutelata, ma anche in Italia la genitorialità same sex ha ormai trovato riconoscimento in recenti pronunce giurisprudenziali che, sulla base dell'interesse del minore, hanno autorizzato l'adozione ex art. 44 comma 1 lett. d) della legge n. 184/1983 nell’ambito di coppie omosessuali: ciò a conferma dell’assenza di superiori, contrari e ineludibili principi di rango primario alla genitorialità da parte di coppie dello stesso sesso; non esistendo del resto dati scientifici che attestino la rilevanza dell'orientamento sessuale dei genitori sul benessere dei figli. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 15 novembre 2018.




Il ‘nuovo corso’ sulla spettanza dell’assegno divorzile è applicabile solo in sede di sentenza

Divorzio – Ordinanza presidenziale di riduzione dell’assegno di mantenimento del coniuge separato – Fondata sull’astratta idoneità all’indipendenza economica del beneficiario – Reclamabilità – Affermazione

Il nuovo indirizzo giurisprudenziale secondo il quale l’assegno divorzile non è dovuto tutte le volte in cui l’altro coniuge abbia conseguito – o sia in condizione di conseguire – l’autosufficienza economica può trovare applicazione con la sentenza che dichiara il divorzio, ma non prima: nella fase presidenziale il giudice non è chiamato a formulare un’anticipazione del giudizio relativo alla sussistenza dei requisiti per il riconoscimento dell’assegno di divorzio, ma solo a verificare se nelle more si siano verificati fatti nuovi che consiglino di modificare le previsioni assunte in sede di separazione dei coniugi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Appello L'Aquila 04 ottobre 2018.




Accesso del coniuge, in fase di separazione, ai documenti del partner: contrastanti opinioni nella giurisprudenza amministrativa

Separazione – Diritto del coniuge di accedere ai documenti del congiunto mediante istanza ex lege 241 del 1990 presentata all’agenzia delle entrate – Sussiste

In pendenza della separazione, il coniuge ha diritto di accedere, ai sensi della legge n. 241 del 1990, ai documenti reddituali e patrimoniali del consorte, in possesso dell’Agenzia delle Entrate senza che l’agenzia possa opporre, sul punto, la necessità di una autorizzazione del giudice (la questione è controversa in giurisprudenza. A questo indirizzo aderisce la maggior parte dei giudici: ex multis: T.A.R. Bari, sez. III, 3 febbraio 2017, n. 94; T.A.R. Lazio Roma Sez. III, Sent., 17.04.2015, n. 5717; T.A.R. Friuli-Venezia Giulia Trieste Sez. I, Sent., 08.10.2012, n. 363; T.A.R. Abruzzo L'Aquila Sez. I, Sent., 29.09.2011, n. 466; da ultimo TAR Lazio, Roma, Sez II, 8.2.2017, n. 2161). Contra Consiglio di Stato n. 3461/2017 che ha ritenuto, stante la specialità delle disposizioni di cui al combinato disposto degli artt. 492 bis c.p.c. e 155 quinquies e sexies disp. att. c.p.c. rispetto alle norme dettate dalla legge n. 241/1990, che l’accesso a tali informazioni sia possibile solo su autorizzazione del Tribunale). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) T.A.R. Campania 02 ottobre 2018.




Sollevata questione di legittimità costituzionale della nuova norma sui reati familiari

Diritto vivente anteriore alla legge n. 103 del 2017 – Omesso versamento dell’assegno periodico di mantenimento in favore dei figli – Rilevanza penale – Sussistenza – Introduzione del nuovo art. 570-bis c.p. – Esenzione di responsabilità per il genitore di figli non matrimoniali – Questione di legittimità costituzionale – Eccesso di delega

I virtù del diritto vivente anteriore alla entrata in vigore delle modifiche introdotte dal dlgs n. 103 del 2017 (con cui è stato inserito il nuovo art. 570-bis c.p.c.), il reato di omesso versamento dell'assegno periodico per il mantenimento, educazione e istruzione dei figli, previsto dell'art.12-sexies Legge 1 dicembre 1970, n. 898 (richiamato dall'art. 3 della Legge 8 febbraio 2006 n. 54), è configurabile non solo nel caso di separazione dei genitori coniugati, ovvero di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, ma anche in quello di violazione degli obblighi di natura economica derivanti dalla cessazione del rapporto di convivenza. La cennata legge n. 103 del 2017 ha però abrogato i menzionati riferimenti normativi e inserito il già citato art. 570-bis c.p. ove si prevede che “Le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli”. Per effetto della nuova norma, sono stati esclusi dalla punizione penale le omissioni di obblighi economici disposti, in sede giudiziaria, in favore di figli nati fuori del matrimonio, alla luce della testuale individuazione del soggetto attivo del reato di nuova formulazione, che è il coniuge. Conseguentemente, il genitore di figli avuti con persona non unita in matrimonio va ora esente da ogni responsabilità penale in caso di sua sottrazione agli obblighi di mantenimento della prole, né è possibile alcuna interpretazione costituzionalmente orientata della norma in questione, nella parte censurata, contrariamente a quanto era possibile effettuare rispetto alla previgente formulazione dell'art. 3 della legge n. 54/2006, per il chiaro tenore letterale della stessa. Risulta, dunque, essere stata operata dal Legislatore delegato una abrogazione, non solo formale e funzionale alla realizzazione della riserva di codice, ma sostanziale di una parte della previgente previsione incriminatrice. E’ da escludersi che siffatto potere fosse attribuito dalla Legge delega, in considerazione dell’inequivocabile mandato di (mero) trasferimento nell’unicità organica del codice penale di fattispecie criminose disseminate in leggi speciali. Ne consegue che è rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale relativamente agli articoli 2 comma 1 lettera c) e 7 comma 1 lettere b) e o) della decreto legislativo 1° marzo 2018 n. 21 nella parte in cui è abrogata la previsione incriminatrice della violazione degli obblighi di assistenza familiare da parte del genitore non coniugato, per contrasto con gli artt. 25 e 76 della Costituzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Trento 21 settembre 2018.




Intestazione fiduciaria di immobile e ritrasferimento

Obbligazioni e contratti – Compravendita – Rogito stipulato da fiduciario del reale acquirente – Obbligo di ritrasferimento – Sussiste

Il pactum fiduciae in base al quale le parti convengono che l’immobile acquistato col denaro di una di esse sia formalmente intestato all’altra per l’esigenza di sottrarre il bene a possibili azioni esecutive e conservarlo a beneficio dei figli dell’effettiva acquirente obbliga il fiduciario a ritrasferire il bene al fiduciante. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 13 settembre 2018.




Affidamento con limitazione del diritto di visita in un luogo definito

Responsabilità genitoriale – Tempi di frequentazione – Esercizio del diritto di visita – Concentrazione in un luogo determinato – Possibilità – Sussiste

In materia di esercizio della responsabilità genitoriale, il giudice può stabilire che il padre possa e debba occupare un determinato immobile per esercitare il diritto di visita previsto in suo favore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Appello Venezia 28 luglio 2018.




Misure di coercizione indiretta e violazione dei provvedimenti di cui al decreto di regolamentazione dei rapporti genitori e figli

Controversie concernenti l’affidamento e il mantenimento di figli nati fuori del matrimonio promosse ex artt. 337 bis e segg. c.c. – Condanna del genitore al pagamento di somma da parte del tribunale, ai sensi dell’art. 614 bis c.p.c., per ogni violazione o inosservanza dei provvedimenti di cui al decreto di regolamentazione dei rapporti genitori/figli – Inammissibilità

Poiché la sanzione prevista dall’art. 614 c.p.c.  può accedere unicamente a sentenze di condanna ad un obbligo (determinato) di fare o di non fare, tale misura di coercizione indiretta è inammissibile nei procedimenti aventi ad oggetto l’adozione di provvedimenti ex art. 337 bis e ss. c.c. atteso che i “provvedimenti riguardo ai figli” che il Tribunale deve adottare ai sensi dell’art. 337 ter c.c., in relazione al regime di affidamento, alla regolamentazione dell’esercizio della responsabilità genitoriale, ed alla determinazione dei tempi e delle modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore, non comportano alcuna statuizione di “condanna” a carico dell’uno o dell’altro genitore e, inoltre, la competenza ad accertare inadempimenti ai provvedimenti ex artt. 337 bis e ss. c.c. o comportamenti che comunque “arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità di affidamento”  spetta  esclusivamente “al giudice del procedimento in corso” o al tribunale in composizione collegiale, e non certamente al giudice dell’esecuzione (in sede di eventuale opposizione a precetto ex art. 614 bis c.p.c.), come espressamente previsto dall’art. 709 ter c.p.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 12 luglio 2018.




Affidamento condiviso di minore straniero residente in Italia

Genitori stranieri – Madre e minore residente in Italia – Giurisdizione italiana – Affidamento condiviso – Diritto di visita

Pur in presenza dell’elemento di estraneità rappresentato dall’essere entrambi i genitori cittadini stranieri, l’applicazione dei criteri di collegamento di cui all’art. 8 del Regolamento dell’Unione n. 2201/2003 radica la competenza giurisdizionale esclusiva dell’autorità giudiziaria italiana, quale Stato membro nel cui territorio si trova la residenza abituale del minore alla data in cui l’Autorità giudiziaria italiana è stata adita, anche con la finalità di garantire la tutela del minore stesso. Tribunale Rimini 12 giugno 2018.




La nozione di 'coniuge' è neutra dal punto di vista del genere e può comprendere quindi il coniuge dello stesso sesso del cittadino dell’Unione interessato

Cittadinanza dell’Unione – Articolo 21 TFUE – Diritto dei cittadini dell’Unione di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri – Direttiva 2004/38/CE – Articolo 3 – Aventi diritto – Familiari del cittadino dell’Unione – Articolo 2, punto 2, lettera a) – Nozione di “coniuge” – Matrimonio tra persone dello stesso sesso – Articolo 7 – Diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi – Diritti fondamentali

1) In una situazione in cui un cittadino dell’Unione abbia esercitato la sua libertà di circolazione, recandosi e soggiornando in modo effettivo, conformemente alle condizioni di cui all’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE, in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, e in tale occasione abbia sviluppato o consolidato una vita familiare con un cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso, al quale si è unito con un matrimonio legalmente contratto nello Stato membro ospitante, l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che osta a che le autorità competenti dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza rifiutino di concedere un diritto di soggiorno sul territorio di detto Stato membro al suddetto cittadino di uno Stato terzo, per il fatto che l’ordinamento di tale Stato membro non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

2) L’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, il cittadino di uno Stato terzo, dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla sua normativa, dispone di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi nel territorio dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza. Tale diritto di soggiorno derivato non può essere sottoposto a condizioni più rigorose di quelle previste all’articolo 7 della direttiva 2004/38. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 05 giugno 2018.




Convenzione di negoziazione assistita: non ammissibile in caso di divorzio cd. diretto, in virtù dell’applicazione della legge straniera

Convenzione di negoziazione assistita – Applicabilità della legge straniera che consente il divorzio cd. diretto – Ammissibilità – Esclusione

L’art. 6 comma I del d.l. n. 132 del 2014 delimita i casi che consentono il ricorso alla convenzione di negoziazione assistita, in particolare circoscrivendola alle ipotesi di divorzio “di cui all’art. 3, primo comma, numero 2), lettera b), della legge 1° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni” , quanto a dire alle fattispecie in cui “è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale fra i coniugi, ovvero è stata omologata la separazione consensuale”. Di conseguenza, non possono essere oggetto di accordi di negoziazione assistita tutti gli altri casi di scioglimento e cessazione degli effetti civili del matrimonio contemplati dall’art. 3 della legge 898/1970. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 01 giugno 2018.




Il regolamento 2201/2003 include il diritto di visita dei nonni

Regolamento n. 2201 del 2003 - Cooperazione giudiziaria in materia civile - Regolamento (CE) n. 2201/2003 - Ambito di applicazione - Nozione di "diritto di visita" - Articolo 1, paragrafo 2, lettera a), e articolo 2, punti 7 e 10 - Diritto di visita dei nonni - Inclusione

La nozione di «diritto di visita», contenuta all'articolo 1, paragrafo 2, lettera a), nonché all'articolo 2, punti 7 e 10, del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, deve essere interpretata nel senso che essa comprende il diritto di visita dei nonni nei confronti dei loro nipoti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 31 maggio 2018.




Creazione di nuova famiglia di fatto, prova e revoca assegno divorzile

Creazione nuova famiglia di fatto - Prova dell’esistenza della stessa - Revoca assegno divorzile

La creazione di una nuova famiglia di fatto da parte di un coniuge divorziato rescinde ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, facendo venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell'assegno divorzile a carico dell'altro coniuge.
La dimostrazione dell’esistenza di una famiglia di fatto può essere data anche tramite una relazione investigativa, prova atipica avente valore indiziario, utile ai fini del decidere se suffragata da altre evidenze probatorie attestanti la non occasionalità della frequentazione ed il fatto che essa risalga indietro nel tempo. (Alessandro Antonelli) (riproduzione riservata)
Tribunale Ancona 21 maggio 2018.




Applicabilità diretta in Italia della misura del kafalah disposta da tribunale algerino

Kafalah – Applicabilità diretta in Italia di tale misura stabilita da tribunale algerino ex artt. 65 e 66 della legge n. 218/1995 – Ammissibilità – Apertura di tutela in Italia – Esclusione

Poiché al provvedimento di kafalah -istituto contemplato dall'art. 20 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo nonché dagli artt. 3, lett. e), e 33 della Convenzione dell'Aja del 19 ottobre 1996 e consistente in un affido in virtù del quale un soggetto detto “kafil” s'impegna a curare, educare e mantenere il minore detto “makfoul”, come se fosse proprio figlio, sino al raggiungimento della maggiore età, senza tuttavia che il makfoul entri giuridicamente a far parte della famiglia del kafil- emesso da un tribunale dello stato di Algeria deve riconoscersi piena e diretta efficacia nel nostro ordinamento ai sensi degli artt. 65 e 66 l. n. 218/95 e tenuto conto del fatto che l’art. 121 del Codice di Famiglia dell’Algeria (di cui alla legge n. 11 del 9 giugno 1984) prevede espressamente che “L’affidamento legale conferisce al beneficiario la tutela legale e gli da diritto alle medesime prestazioni famigliari e scolastiche di un bambino legittimo”, non deve essere disposta l’apertura della tutela, avendo la minore in Italia, per effetto del provvedimento in questione, un legale rappresentante. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 10 maggio 2018.




Competenza per l’affidamento e il mantenimento di figli nati fuori del matrimonio

Controversie concernenti l’affidamento e il mantenimento di figli nati fuori del matrimonio – Competenza territoriale – Individuazione – Giudice del luogo di abituale residenza del minore

Competente a conoscere le controversie concernenti l’affidamento e il mantenimento di figli nati fuori del matrimonio è il giudice del luogo di residenza abituale del minore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 10 maggio 2018.




Assegnazione della casa familiare trascritta prima del pignoramento e procedura esecutiva con creditore munito di ipoteca iscritta anteriormente

Famiglia - Matrimonio - Separazione personale dei coniugi - Assegnazione della casa familiare - Trascrizione del provvedimento di assegnazione - Successiva trascrizione del pignoramento - Anteriore iscrizione di ipoteca - Inopponibilità dell'assegnazione alla procedura

Procedura esecutiva - Opposizione agli atti - Istanza di sospensione -  Definizione della fase sommaria - Ordinanza di accoglimento o di rigetto - Statuizione in ordine alle spese processuali - Necessità - Riesame nell'eventuale giudizio di merito

Il provvedimento di assegnazione della casa familiare trascritto prima del pignoramento non è opponibile alla procedura esecutiva della quale sia parte un creditore munito di ipoteca iscritta anteriormente alla trascrizione del provvedimento di assegnazione della casa (Cass. 7776/2016). (Giuseppe Caramia) (riproduzione riservata)

Il provvedimento di accoglimento o di rigetto che definisce la fase sommaria dell’opposizione (tanto all’esecuzione, quanto agli atti esecutivi), pur se privo di definitività, deve contenere la statuizione relativa alle spese processuali, che può essere riesaminata nell’eventuale giudizio di merito. (Giuseppe Caramia) (riproduzione riservata)
Tribunale Bari 24 aprile 2018.




Revisione dell'assegno di divorzio e tenore di vita: il mutamento dell’orientamento della giurisprudenza di legittimità non si applica con effetto retroattivo

Revisione dell’assegno di divorzio ex art. 9 della legge n. 898/1970 - Presupposto - Giustificato motivo sopravvenuto - Mutamento della situazione economica delle parti - Necessità - Modifica dell’orientamento della giurisprudenza di legittimità in ordine al parametro del tenore di vita - Esclusione

Il presupposto per disporre la revisione dell’assegno divorzile, ai sensi dell’art. art. 9 co. 1 della legge n. 898/1970, è costituito dal sopraggiungere di un giustificato motivo, da intendersi come fatto nuovo sopravvenuto modificativo della situazione economica delle parti. Non integra siffatto requisito il mero mutamento di giurisprudenza in ordine ai criteri con cui deve attualmente essere commisurato l’assegno di divorzio -e cioè con esclusione della rilevanza del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio- atteso che, altrimenti, si verrebbe ad estendere a rapporti esauriti, perché coperti dal giudicato, una diversa interpretazione della regola giuridica a suo tempo applicata ma con efficacia retroattiva ciò che non è consentito (almeno di regola) nemmeno alla legge né può essere utilmente invocato il principio del c.d. “prospective overruling” atteso che il mutamento di giurisprudenza ha riguardato una norma di carattere sostanziale e non processuale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 24 aprile 2018.




Se il PM è parte per il diritto nazionale, lo è anche ai fini del regolamento 2001/2003; e in tema di rappresentanza del minore in materia successoria

Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Giudice di uno Stato membro investito di una domanda di autorizzazione giudiziaria a rinunciare a un’eredità per conto di un minore – Competenza in materia genitoriale – Proroga di competenza – Articolo 12, paragrafo 3, lettera b) – Accettazione della competenza – Presupposti

In una situazione come quella di cui al procedimento principale, in cui i genitori di un minore, abitualmente residenti con quest’ultimo in uno Stato membro, hanno presentato, per conto di tale minore, una domanda di autorizzazione alla rinuncia di un’eredità dinanzi a un giudice di un altro Stato membro, l’articolo 12, paragrafo 3, lettera b), del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, deve essere interpretato nel senso che: 1) il deposito effettuato congiuntamente dai genitori del minore dinanzi all’autorità giurisdizionale da loro scelta costituisce accettazione univoca di tale giudice da parte degli stessi; 2) un pubblico ministero che, a norma del diritto nazionale, è per legge parte al procedimento instaurato dai genitori è parte al procedimento ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 3, lettera b), del regolamento n. 2201/2003. L’opposizione mossa da tale parte contro la scelta dell’autorità giurisdizionale effettuata dai genitori del minore successivamente alla data in cui tale autorità è stata adita osta a riconoscere che a detta data tutte le parti al procedimento abbiano accettato la proroga di competenza. In mancanza di una siffatta opposizione, l’accordo di tale parte può considerarsi implicito e la condizione relativa all’accettazione della proroga di competenza, in modo univoco da tutte le parti al procedimento alla data in cui tale giudice è adito, può ritenersi soddisfatta, e 3) la circostanza che la residenza del de cuius alla data del suo decesso, il suo patrimonio, oggetto della successione, e le passività dell’asse ereditario si trovassero nello Stato membro cui appartiene il giudice adito consente, in mancanza di elementi che dimostrino che la proroga di competenza rischierebbe di incidere negativamente sulla situazione del minore, di considerare che una siffatta proroga di competenza è conforme all’interesse superiore del minore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 19 aprile 2018.




Indipendentemente dalla convivenza, la nuova famiglia di fatto dell’ex coniuge fa cessare il diritto al mantenimento

Separazione e divorzio – Nuovo stabile legame affettivo da parte del coniuge separato – In assenza di coabitazione – Costituzione di famiglia di fatto – Sussiste – Cessazione del diritto al mantenimento da parte dell’altro coniuge – Affermazione

La costituzione di un nucleo familiare di fatto non è esclusa per il sol fatto che i due partners abbiano liberamente optato per soprassedere dal’instaurazione di una stabile convivenza. Ciò ben può avvenire per le coppie coniugate, quindi anche quelle non coniugate epperò legate affettivamente possono essere intese come nucleo familiare di fatto anche in difetto di stabile coabitazione, ove il loro legame integri una comunione di vita interpersonale.

Tale condizione personale da parte del coniuge separato osta al persistere del diritto al mantenimento da parte dell’altro coniuge, posto che la formazione di una famiglia di fatto costituisce espressione di una scelta di vita esistenziale e consapevole, rescindendo ogni collegamento con il tenore e il modello di vita legati al coniugio e quindi escludendo la solidarietà post-matrimoniale dell’altro coniuge.

[Nella fattispecie, la moglie separata e assegnataria di assegno di mantenimento a carico del marito, pur negando di convivere col nuovo compagno aveva avuto un figlio da costui e lo frequentava regolarmente ricevendo anche contribuzione per il fabbisogno del bambino. La sua condizione di non autosufficienza economica derivava inoltre proprio dalla recente maternità, quindi da presupposti fattuali diversi da quelli posti a base degli accordi di separazione; motivo per cui il Tribunale ha ritenuto che le conseguenze economiche di tale nuova condizione non dovessero ricadere sull’ex coniuge, ad essa estraneo.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Como 12 aprile 2018.




La sottrazione illecita del minore impedisce al giudice dello Stato di rifugio di avere giurisdizione sulla responsabilità genitoriale

Regolamento n. 2201 del 2003 – Regolamento n. 4 del 2009 – Giurisdizione dello Stato in cui il minore è stato condotto illecitamente – Giurisdizione in materia di responsabilità genitoriale o mantenimento – Esclusione

Reference for a preliminary ruling — Urgent preliminary ruling procedure — Article 99 of the Rules of Procedure of the Court — Judicial cooperation in civil matters — Jurisdiction in matters of parental responsibility — Child custody — Regulation (EC) No 2201/2003 — Articles 8, 10 and 13 — Concept of ‘habitual residence’ of a child — Judgment delivered by a court of another Member State concerning the place of residence of a child — Wrongful removal or retention — Jurisdiction in cases of child abduction

L'art. 10 del Reg. 2201/2003 e l’art. 3 del Reg. 4/2009 devono essere interpretati nel senso che, in una causa come quella del procedimento principale, in cui un bambino aveva la residenza in uno Stato Membro ed è stato spostato altrove da uno dei genitori in maniera illecita, l’autorità giurisdizionale di questo altro Stato Membro (quello in cui il minore è stato condotto) non è competente per statuire su una domanda relativa all’affidamento o al mantenimento, in assenza di ogni indicazione in merito al fatto che il genitore avrebbe consentito al trasferimento o non avrebbe introdotto una domanda per il ritorno del minore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Article 10 of Council Regulation (EC) No 2201/2003 of 27 November 2003 concerning jurisdiction and the recognition and enforcement of judgments in matrimonial matters and the matters of parental responsibility, repealing Regulation (EC) No 1347/2000, and Article 3 of Council Regulation (EC) No 4/2009 of 18 December 2008 on jurisdiction, applicable law, recognition and enforcement of decisions and cooperation in matters relating to maintenance obligations, must be interpreted as meaning that, in a case such as that at issue in the main proceedings, in which a child who was habitually resident in a Member State was wrongfully removed by one of the parents to another Member State, the courts of that other Member State do not have jurisdiction to rule on an application relating to custody or the determination of a maintenance allowance with respect to that child, in the absence of any indication that the other parent consented to his removal or did not bring an application for the return of that child.

(L’article 10 du règlement (CE) no 2201/2003 et l’article 3 du règlement (CE) no 4/2009 doivent être interprétés en ce sens que, dans une affaire telle que celle en cause au principal, dans laquelle un enfant qui avait sa résidence habituelle dans un État membre a été déplacé par l’un de ses parents de manière illicite dans un autre État membre, les juridictions de cet autre État membre ne sont pas compétentes pour statuer sur une demande relative au droit de garde ou à la fixation d’une pension alimentaire à l’égard dudit enfant, en l’absence de toute indication selon laquelle l’autre parent aurait acquiescé à son déplacement ou n’aurait pas présenté de demande de retour de celui-ci).
Corte Giustizia UE 10 aprile 2018.




Modifica delle condizioni della separazione e permanenza dei figli minori presso ciascun genitore

Trasferimento di residenza della madre - Modifica del programma di frequentazione genitori/figlia - Conferimento CTU per la valutazione della personalità delle parti ed ascolto della minore - Indicazioni del CTU: collocamento a settimane alternate presso ciascun genitore - Inidoneità - Collocamento presso il padre per garantire il benessere psicofisico della minore

Nel caso in cui la madre si trasferisca in un comune diverso da quello in cui si trova la casa coniugale (ove la figlia ha sempre vissuto, frequenta la scuola, ha le sue amicizie e si dedica allo sport), l'affidamento a settimane alterne a ciascun genitore potrebbe non rivelarsi la soluzione più idonea a tutelare la minore, quando ciò dovesse comportare tempi di spostamento troppo lunghi per frequentare la scuola e rendere difficoltosa la pratica dello sport che, se gradita, deve essere incentivata, in quanto produce effetti positivi sulla stato di salute e dell'interazione sociale con i coetanei. (Nicola Di Benedetto) (riproduzione riservata) Tribunale Civitavecchia 09 aprile 2018.




L’assegno divorzile tra 'tenore di vita' e mancanza di 'mezzi adeguati': criteri per la individuazione in concreto

Divorzio e cessazione degli effetti civili del matrimonio – Assegno divorzile – Nozione di mancanza di mezzi adeguati – Fattispecie

Il divorzio, recidendo in nuce il vincolo matrimoniale, recide tutti gli obblighi che da esso derivano, sia di natura personale che patrimoniale, fatti salvi quegli obblighi di cui la legge medesima afferma la persistenza oltre il divorzio.

Vengono conseguentemente meno gli obblighi di reciproca cooperazione materiale e morale per la famiglia, e quindi anche il conseguente reciproco diritto alla condivisione del benessere economico prodotto con il comune apporto.

Il sesto comma dell’art. 5 L. 898/1970 introduce una eccezione al principio generale del venir meno di ogni legame personale e patrimoniale tra i coniugi divorziati, solo ed unicamente in quei casi in cui il coniuge più debole, nel ritornare alla dimensione economico-patrimoniale individuale, venga a trovarsi in una condizione di «mancanza di mezzi adeguati o di im-possibilità oggettiva di procurarseli»: previsione che, stante la sua natura eccezionale, non può essere applicata oltre i casi in esso considerati, né può essere estesa interpretativamente.

Il “tenore di vita” matrimoniale non è contemplato tra i presupposti tassati-vi che giustificano la concessione di un assegno divorzile, né può rientrarvi per via interpretativa, per la tassatività dei casi oltreché per incompatibilità logica; e non può rientrare tra i criteri di quantificazione, perché in conflitto con il limite posto dai predetti presupposti e perché in contrasto con la finalità assistenziale.

Il principio della «mancanza di mezzi adeguati», avendo funzione assistenziale, va interpretato con riferimento alla disposizione costituzionale che esplicitamente considera l’ipotesi della mancanza di mezzi adeguati, e cioè l’art. 38, secondo comma, Cost., per il quale «i lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati i mezzi adeguati alle loro esigenze di vita, in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria».

Il parametro reddituale standard minimo rappresentato dall’importo dell’assegno sociale, (che in prospettiva dovrebbe essere sostituito dal ReI, reddito di inclusione, di cui alla D.Lgs n. 147 del 15 settembre 2017), che ammonta, oggi, ad euro 453 mensili, che va poi corretto sulla base dei criteri indicati nella prima parte del sesto comma dellart. 5 L. 898/1970.

Il reddito del coniuge più abbiente costituisce il criterio cornice entro il quale, ed in proporzione al quale deve essere quantificato l’assegno, non po-tendo il soddisfacimento della finalità assistenziale del coniuge indigente pro-vocare l’impoverimento l’altro coniuge, e neppure dovendo realizzare una equiparazione patrimoniale, che stante la fine dell’unione familiare ha più ragion d’essere.

Le esigenze della prole non vanno ovviamente considerate nella determinazione dell’assegno divorzile, poiché ne è ben diverso il fondamento, e mentre l’assegno divorzile avendo natura assistenziale non va proporzionato al reddito del coniuge più abbiente, il mantenimento dei figli è invece per legge legato proporzionalmente al reddito di ciascun coniuge (art. 337-ter c.4 c.c.), ed in caso di forti disparità di reddito tra i due genitori i figli hanno pieno diritto di continuare a godere di un tenore di vita proporzionato a quello del genitore più abbiente.
Tribunale Matera 07 marzo 2018.




Sull’ambito di applicazione del Regolamento europeo in materia successoria: quota del coniuge superstite

Rinvio pregiudiziale – Spazio di libertà, sicurezza e giustizia – Regolamento (UE) n. 650/2012 – Successioni e certificato successorio europeo – Ambito di applicazione – Possibilità di far figurare nel certificato successorio europeo la quota del coniuge superstite

L’articolo 1, paragrafo 1, del regolamento (UE) n. 650/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 luglio 2012, relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e all’accettazione e all’esecuzione degli atti pubblici in materia di successioni e alla creazione di un certificato successorio europeo, deve essere interpretato nel senso che rientra nell’ambito di applicazione di tale regolamento una disposizione nazionale, come quella in discussione nel procedimento principale, la quale preveda, in caso di decesso di uno dei coniugi, un conguaglio forfettario degli incrementi patrimoniali realizzati in costanza di matrimonio mediante maggiorazione della quota ereditaria del coniuge superstite. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 01 marzo 2018.




Risarcibile il danno non patrimoniale da matrimonio rovinato

Responsabilità contrattuale – Risarcimento del danno – Danno non patrimoniale – Risarcibilità – Affermazione – Fattispecie in materia di festa di matrimonio rovinata

Il danno non patrimoniale da inadempimento contrattuale deve ritenersi risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di una lesione di un diritto inviolabile costituzionalmente qualificato, dalla consumazione di un reato ex art. 185 c.p. o da una previsione legislativa, atteso che, laddove si faccia riferimento ad un contratto (tipica espressione dell’autonomia contrattuale), sono le parti che all’atto della stipulazione tipizzano gli interessi che intendono perseguire.  
Se i contraenti individuano interessi non economici, ma neanche inerenti a diritti inviolabili, dalla frustrazione di questi interessi, produttiva di un danno consequenziale di tipo morale o esistenziale, non può che derivare l’obbligo di risarcimento.  

Il pregiudizio esistenziale da inadempimento contrattuale per matrimonio rovinato consiste nella sofferenza derivata dalla brutta figura che gli sposi hanno fatto con i propri invitati, dando l’impressione che si fossero rivolti ad una società inadeguata per l’allestimento del ricevimento, che trattava alimenti scadenti (se non proprio nocivi alla salute), così da rovinare la serata sia a sé stessi che agli invitati [nel caso di specie, i testi hanno fornito un’impietosa ricostruzione dei fatti: alcuni invitati che si contorcevano per i forti dolori addominali; altri che affollavano i bagni della struttura; altri che, trovando i bagni occupati, si vedevano costretti a vomitare nel giardino; altri ancora che, in preda alle convulsioni, hanno dovuto abbandonare il banchetto anzitempo, chi tornando a casa e chi recandosi in Pronto Soccorso].

Il danno morale soggettivo da inadempimento contrattuale per matrimonio rovinato è da identificare con la reazione, per un verso, di rabbia e dispiacere (dal momento in cui gli sposi hanno realizzato che la festa era ormai rovinata) e, per altro verso, di imbarazzo (nei confronti degli invitati). Si tratta di una reazione che va valutata alla luce del fatto che è stata determinata dalla piena violazione di un contratto nel quale era dedotto proprio l’interesse alla felice riuscita del banchetto nuziale. [Nel caso di specie, per la liquidazione del pregiudizio è parso congruo parametrarsi agli importi che si trovano sovente liquidati per ingiurie e diffamazioni non particolarmente gravi, alle quali il giudice ha ritenuto di potere paragonare l’episodio in questione.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Paola 15 febbraio 2018.




È delibabile la sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale anche quando le parti abbiano fatto ricorso al processo breve anzichÚ a quello ordinario

Delibazione di sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale - Trattazione della causa mediante processus brevior - Accoglimento

E’ delibabile la sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale emessa a seguito di processo svolto dinanzi al Vescovo Diocesano quando venga accertato che non vi sia stato pregiudizio per la difesa delle parti. (Francesco Indelli) (riproduzione riservata) Appello Lecce 02 febbraio 2018.




Il figlio ultratrentenne, anche se non autosufficiente, non può pretendere di vivere con i genitori

Famiglia – Obbligo di mantenimento della prole – Figlio ultratrentenne – Cessazione dell’obbligo di mantenimento – Sussiste – Cessazione del diritto alla permanenza nell’abitazione dei genitori – Sussiste

La convivenza del figlio maggiorenne col genitore, in assenza di obblighi di mantenimento, è riconducibile ad un negozio atipico di tipo familiare che dà vita ad una forma di detenzione qualificata ma precaria dell’immobile, equiparabile a quella del comodato senza determinazione di durata.

Non vi è alcuna norma che attribuisca al figlio maggiorenne il diritto incondizionato di permanere nell’abitazione di proprietà esclusiva dei genitori contro la loro volontà e in forza del solo vincolo familiare. I genitori hanno quindi il diritto di richiedere al figlio convivente di rilasciare e liberare l’immobile occupato col solo limite – imposto dal principio di buona fede – che sia concesso all’altra parte un termine ragionevole, commisurato anche alla durata del rapporto.

Tale diritto sussiste anche nell’ipotesi in cui il figlio maggiorenne, di un’età tale da non aver più diritto al mantenimento, non sia pienamente autosufficiente. Infatti, in tale ipotesi troverà applicazione la somministrazione alimentare, ben potendo i soggetti tenuti all’obbligazione adempiere con modalità diverse, come, ad esempio, il riconoscimento di un assegno periodico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Modena 01 febbraio 2018.




Comportamenti violenti del marito nei confronti della moglie; rilevanza degli effetti anche nei confronti dei figli

Separazione personale coniugi – Prova violazione doveri fondamentali della persona e violenza – Addebito e affido esclusivo

Nella materia delle violenze endofamiliari, la prova dei fatti è tipicamente indiziaria, raramente sussistendo prove dirette di vicende che si svolgono all’interno delle mura domestiche. In tale prospettiva, possono assumere valore indiziario anche la dichiarazione de relato actoris, i referti di pronto soccorso, i rapporti di intervento della forza pubblica, elementi che, unitariamente considerati, possono essere sono illuminanti della incapacità del soggetto violento di resistere ai propri agiti e controllare i propri impulsi violenti, particolarmente quando lo stesso abbia fatto assistere i figli a scene di violenza nei confronti della madre ingenerando in loro uno stato di agitazione e terrore, tale da compromettere i rapporti con gli stessi.  

Le condotte di minaccia, violenza psicologica e fisica, data la loro gravità, traducendosi in una violazione dei beni e diritti fondamentali della persona sono di per sé stesse causalmente rilevanti della crisi coniugale e tali da esonerare il giudice, ai fini della dichiarazione dell’addebitabilità della separazione, dal dovere di comparare con essi il comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze.

La violenza perpetrata dal padre nei confronti dalla madre alla presenza dei figli denota l’inidoneità del padre non solo sotto il profilo dell’accudimento primario, ma anche sotto quello delle esigenze affettive e evolutive della prole minore e in grado di garantire la figura genitoriale paterna, che rende allo stato non attuabile un affidamento condiviso. Deve quindi disporsi l’affido esclusivo. (M. Cristina Capurso) (riproduzione riservata)
Tribunale Trani 29 gennaio 2018.




Convivenza di fatto ex lege 76/2016: chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate

Status di convivente – Dimostrazione – Residenza anagrafica nella casa del partner – Requisito necessario – Esclusione – Autocertificazione dello status – Sussiste

Convivenza di fatto – Decesso del convivente – Diritto del convivente superstite a restare nella casa familiare – Natura del diritto – Diritto personale di godimento

La legge 20 maggio 2016, n. 76, in tema di regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, al comma 37 dell’articolo 1 stabilisce che ai fini dell’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 13 del regolamento del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989 n. 223. Poichè ai fini dell’accertamento della stabile convivenza la legge n. 76 del 2016 richiama il concetto di famiglia anagrafica previsto dal regolamento anagrafico di cui al DPR n. 223 del 1989, tale status può risultare dai registri anagrafici o essere oggetto di autocertificazione resa ai sensi dell’art. 47 del DPR n .445 del 2000. Pertanto, lo status di convivente può essere riconosciuto sulla base di una autocertificazione resa ai sensi del citato articolo 47 sebbene la convivenza con il de cuius non risulti da alcun registro anagrafico e la convivente superstite non abbia la residenza anagrafica nella casa di proprietà del de cuius. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il diritto di abitazione riconosciuto al convivente di fatto superstite dall’art. 42 della legge 76 del 2016 è riconducibile ad un diritto personale di godimento che viene acquistato dal convivente in dipendenza del titolo giuridico individuato dall'ordinamento nella comunanza di vita attuata anche mediante la coabitazione, ossia attraverso la destinazione dell'immobile all'uso abitativo dei conviventi. Il riconoscimento del diritto di continuare ad abitare nella casa comune ad opera del citato articolo 1 comma 42 della legge n. 76 del 2016 è volto a garantire la tutela del diritto all’abitazione dalle pretese restitutorie dei successori del defunto per un lasso di tempo ragionevolmente sufficiente a consentite al convivente superstite di provvedere in altro modo a soddisfare l’esigenza abitativa. Il convivente, dunque, non assume la qualifica di legatario dell’immobile in quanto manca una disposizione testamentaria volta a istituirlo come tale ai sensi dell’articolo 588 del codice civile. Alla luce delle suesposte considerazioni, deve escludersi che il diritto di abitazione ex art.1 comma 42 della legge 76 del 2016 debba essere indicato nella dichiarazione di successione, in quanto diritto personale di godimento attribuito ad un soggetto che non è erede o legatario. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Agenzia delle Entrate 11 gennaio 2018.




Il 'divorzio privato' non ricade nell’ambito di applicazione della cooperazione giudiziaria civile europea

Regolamento (UE) n. 1259/2010 – Cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale – Riconoscimento di un divorzio di natura privata pronunciato da un’istanza religiosa in uno Stato terzo – Sfera di applicazione di detto regolamento»

L’articolo 1 del regolamento (UE) n. 1259/2010 del Consiglio, del 20 dicembre 2010, relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale va interpretato nel senso che il divorzio risultante da una dichiarazione unilaterale di uno dei coniugi dinanzi a un tribunale religioso, come quello oggetto del procedimento principale, non ricade nella sfera di applicazione ratione materiae di detto regolamento (dalla motivazione: diversi Stati membri hanno introdotto nei loro ordinamenti giuridici, dopo l’adozione del regolamento Roma III, la possibilità di pronunciare divorzi senza l’intervento di un’autorità statale. Tuttavia, l’inclusione dei divorzi privati nell’ambito di applicazione di detto regolamento richiederebbe un riassetto che ricade nella competenza del solo legislatore dell’Unione". In tal senso, alla luce della definizione della nozione di «divorzio» di cui al regolamento n. 2201/2003, risulta dagli obiettivi perseguiti dal regolamento n. 1259/2010 che esso ricomprende unicamente i divorzi pronunciati da un’autorità giurisdizionale statale, da un’autorità pubblica o con il suo controllo). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 20 dicembre 2017.




Trascrivibilità diretta dell’adozione del figlio biologico della partner ottenuta all’estero da due cittadine Italiane

Rifiuto da parte dell’Ufficiale di Stato Civile di trascrivere il provvedimento di adozione del figlio biologico della partner ottenuto all’estero da due cittadine Italiane – Richiesta al TM di verificare la conformità con la legislazione Italiana – Inammissibilità della domanda avanzata dall’Ufficiale di Stato Civile – Trascrivibilità diretta del provvedimento di adozione – Non contrarietà all’ordine pubblico

Il provvedimento di adozione di un minore da parte della partner della mamma biologica, emesso da un’autorità giurisdizionale straniera è direttamente trascrivibile dall’Ufficiale di Stato civile Italiano, negli appositi registri ex art.41, co.1, L.218/1995, senza necessità di alcun procedimento, siccome a norma dell’art.64 e ss. L.218/1995 non è ravvisabile alcun contrasto con l’ordine pubblico secondo la lettura evolutiva della nozione di “constatata impossibilità di affidamento preadottivo” di cui all’art.44, L.184/1983 elaborata dalla Corte di Cassazione con la sentenza 12962/2016. (Carla Nassetti) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 19 dicembre 2017.




Surrogazione di maternità: il disconoscimento presuppone sempre che sia valutato il superiore interesse del minore

Minore nato da maternità surrogata – Azione ex art. 263 c.c. – Interesse superiore del bambino – Considerazione – Sussiste

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 263 del codice civile, sollevata dalla Corte d’appello di Milano, in riferimento agli artt. 2, 3, 30, 31 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848. L’affermazione della necessità di considerare il concreto interesse del minore in tutte le decisioni che lo riguardano è fortemente radicata nell’ordinamento sia interno, sia internazionale e questa Corte, sin da epoca risalente, ha contribuito a tale radicamento. Non si vede conseguentemente perché, davanti all’azione di cui all’art. 263 cod. civ., fatta salva quella proposta dallo stesso figlio, il giudice non debba valutare: se l’interesse a far valere la verità di chi la solleva prevalga su quello del minore; se tale azione sia davvero idonea a realizzarlo (come è nel caso dell’art. 264 cod. civ.); se l’interesse alla verità abbia anche natura pubblica (ad esempio perché relativa a pratiche vietate dalla legge, quale è la maternità surrogata, che offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane) ed imponga di tutelare l’interesse del minore nei limiti consentiti da tale verità. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 18 dicembre 2017.




Rilascio di passaporto in favore di minore, istanza del genitore affidatario in via esclusiva e autorizzazione del Giudice Tutelare

Rilascio di passaporto in favore di minore – Istanza presentata da genitore cui il minore sia affidato in via esclusiva – Autorizzazione del Giudice Tutelare – Necessità – Esclusione

Deve ritenersi inammissibile, in quanto non necessaria, l’istanza di rilascio di passaporto in favore di minore che venga richiesta al Giudice Tutelare da parte del genitore cui il minore sia stato affidato in via esclusiva e ciò in quanto egli è direttamente legittimato a richiederla alla competente Questura senza necessità né di autorizzazione da parte dell’A.G. né del consenso dell’altro genitore, in virtù di quanto stabilito dall’art. 3 lett. b della legge n. 1185/1967. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 12 dicembre 2017.




Separazione dei coniugi mediante negoziazione assistita: l’accordo di trasferimento immobiliare va autenticato dal notaio

Separazione dei coniugi – Mediante negoziazione assistita – Accordo di trasferimento immobiliare tra i coniugi – Trascrizione – Autenticazione delle firme – Necessità di pubblico ufficiale – Sussiste

La certificazione di autenticità delle sottoscrizioni dei coniugi resa dai loro avvocati è strumentale non già alla trascrizione dell’accordo di negoziazione assistita nei registri immobiliari, ma alla trascrizione del medesimo nell’archivio dello stato civile e all’annotazione dello stesso a margine dell’atto di nascita e dell’atto di matrimonio.

L’equiparazione tra l’accordo di negoziazione assistita e i provvedimenti giurisdizionali di separazione e divorzio prevista dall’art. 6, comma 3, primo periodo, del d.l. n. 132/2014 concerne esclusivamente i contenuti tipici dei provvedimenti giurisdizionali di divorzio e di separazione; non riguarda, invece, quelle pattuizioni che esulano da tale contenuto tipico, che certamente le parti possono stipulare a latere ed inserire nei verbali d’udienza, ma di cui il Tribunale si limita a prendere atto, senza statuire alcunché.

Ove i coniugi intendano aggiungere delle pattuizioni che esulano dal contenuto tipico dell’accordo di separazione o divorzio, sarà necessario rispettare le forme prescritte per tali negozi dalla normativa civilistica, sia ad substantiam, sia ai fini della trascrizione. Di conseguenza, non potrà che farsi applicazione di quanto previsto dall’art. 5 del d.l. n. 132/2014. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia 21 novembre 2017.




E’ possibile ottenere un'anticipazione d'udienza in una procedura di 'famiglia'?

Procedura per la regolamentazione dei rapporti patrimoniali e personali tra i genitori ed i figli nati fuori dal matrimonio - Istanza di anticipazione dell'udienza già fissata - Presupposti - Gravi motivi - Sussistono

Va accolta l'istanza di anticipazione dell'udienza, già in precedenza fissata per la comparizione delle parti dinanzi al giudice delegato, in presenza di circostanze di fatto gravi (nel caso di specie la madre non permetteva al padre di vedere il minore ed aveva usato violenza verso il padre, in presenza del minore). (Luigi Cardillo) (riproduzione riservata) Tribunale Monza 20 novembre 2017.




Illecito endofamiliare: ammissibile la domanda di risarcimento in sede di separazione se la mancata connessione non è rilevata in termini

Separazione e divorzio – Risarcimento del danno da illecito endofamiliare – Connessione con domanda di separazione – Esclusione – Rilevabilità entro la prima udienza – Affermazione

La domanda di risarcimento dei danni da illecito endofamiliare e la domanda di separazione personale, poiché soggette a riti processuali diversi e solo parzialmente connesse per causa petendi, non sono di regola cumulabili nel medesimo giudizio; tuttavia, tale difetto di connessione qualificata può essere eccepita dalle parti o rilevata dal giudice non oltre la prima udienza: in difetto, è ammissibile la simultanea trattazione delle due domande nel medesimo giudizio.
Reiterati comportamenti ingiuriosi, violenti e gravemente intimidatori del coniuge nei confronti dell’altro fanno senz’altro ritenere integrata la fattispecie risarcitoria ex art.2059 c.c. sub a). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Ragusa 15 novembre 2017.




Assegni divorzili: necessità di specifica richiesta del coniuge e mantenimento del figlio non economicamente indipendente

Divorzio – Coniuge separato avente diritto ad assegno di mantenimento – Necessità di specifica richiesta di assegno divorzile – Sussiste

Mantenimento del figlio maggiorenne – Che abbia svolto lavori precari – Indipendenza economica – Non sussiste – Onere del beneficiario di informazione sulla propria situazione reddituale e lavorativa – Sussiste

L’assegno di mantenimento conseguente a separazione consensuale è prestazione ben diversa dall’assegno divorzile, soggetto a specifica disciplina circa l’an ed il quantum debeatur, ed è subordinato a condizioni il cui presupposto (persistenza dello status di separazione) ovviamente viene  meno una volta  caducati gli effetti civili del vincolo matrimoniale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Non potendo ritenersi che il figlio abbia conseguito la autosufficienza economica per il sol fatto di avere svolto alcuni lavori precari, devesi confermare  il contributo economico già concordato tra i  genitori con gli accordi separativi. Tuttavia il soggetto alimentando è tenuto a fornire le informazioni relative alle proprie condizioni reddituali e lavorative, onde evitare al debitore dell’assegno i pregiudizi economici che potrebbero derivargli, sul piano fiscale, ove egli per ignoranza incolpevole richiedesse le detrazioni fiscali (per carichi familiari) relativamente al soggetto beneficiario dello assegno, che va quindi onerato della informazione, trimestrale, circa la propria situazione reddituale e lavorativa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Como 15 novembre 2017.




Matrimonio celebrato all’estero e non trascritto: proposizione di ricorso per la regolamentazione completa dei rapporti genitori/figli

Matrimonio celebrato all’estero e non trascritto in Italia - Proposizione di ricorso ex art. 337 bis c.c. da uno dei coniugi onde ottenere la regolamentazione completa dei rapporti genitori/figli - Inammissibilità

E’ inammissibile il ricorso proposto ai sensi degli artt. 337-bis e segg, c.c. da soggetto unitosi in matrimonio all’estero con il quale si chieda la regolamentazione completa dei rapporti genitori/figli finché permanga il vincolo del matrimonio, a nulla rilevando che il matrimonio non sia stato trascritto in Italia, atteso che tale formalità non ha natura costitutiva ma meramente certificativa e scopo di pubblicità di un atto già di per sè valido (anche per il nostro ordinamento) sulla base del principio locus regit actum. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 14 novembre 2017.




Assegno divorzile: il tribunale di Torino si adegua al nuovo orientamento di Cassazione

Divorzio – Assegno divorzile – Spettanza – Indipendenza economica – Cass. Civ. n. 11504 del 2017

In virtù dei principi enunciati dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 10/05/2017 n. 11504, abbandonando il criterio del tenore di vita avuto dai coniugi in costanza di matrimonio, al fine di riconoscere o meno l’assegno divorzile deve guardarsi al concetto di auto sufficienza economica quale parametro di riferimento mutuato per analogia dalla disciplina dell’assegno per i figli maggiorenni. Detto paramento deve essere “individuato nel raggiungimento dell’“indipendenza economica” del richiedente: se è accertato che quest’ultimo è “economicamente indipendente” o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto” perché “l’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica giustificata dalla funzione esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile. Gli indicatori dell’autonomia economica del coniuge più devono “essere così individuati: 1) il possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza («dimora abituale»: art. 43, secondo comma, cod. civ.) della persona che richiede l’assegno; 3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 23 ottobre 2017.




Autosufficienza economica per il riconoscimento dell’assegno divorzile e parametri applicabili

Assegno divorzile - Criterio dell’autosufficienza economica - Parametri per la determinazione dell’an - Parametri personali e patrimoniali

Va oggi superato il dogma della natura assistenziale dell’assegno divorzile, affermando che, dopo il divorzio, sopravvive solo l’esigenza di compensare il coniuge debole per i sacrifici fatti a favore della famiglia durante il matrimonio; diviene, perciò, fondamentale perimetrare il concetto di “autosufficienza economica”.
In particolare, deve essere tenuto presente che la struttura familiare si è oggi modificata e si riscontrano sempre più casi nei quali entrambi i coniugi svolgono un’attività lavorativa: dunque riconoscere il diritto all’assegno divorzile basandosi soltanto sul tenore di vita precedente, si risolverebbe in una richiesta a volte ingiustificata da parte dell’ex coniuge, soprattutto guardando all’impoverimento subito dalle parti in seguito al divorzio. Inoltre, occorre equilibrare le fortune economiche dei coniugi rispetto agli sforzi e alle rinunce da ciascuno di essi effettuati a favore della famiglia.
Vi sono due ordini di parametri da utilizzare al fine di comprendere se vi sia autosufficienza economica del coniuge richiedente l’assegno divorzile: da un lato, parametri di natura personale, dall’altro, parametri inerenti la sfera patrimoniale dei coniugi. In ciascuno di tali ambiti rientrano voci di varia natura che dovranno essere valutati dal tribunale complessivamente ed in relazione alla fattispecie concreta in esame. (Giulia Travan) (riproduzione riservata)
Tribunale Treviso 14 ottobre 2017.




Le ordinanze ex art.709 ter c.p.c. non sono impugnabili

Separazione e divorzio – Provvedimenti del Giudice Istruttore ex art.709 ter c.p.c. – Impugnabilità – Esclusione

I provvedimenti ex art. 709 ter c.p.c. adottati con ordinanza dal giudice istruttore nel corso di un procedimento di separazione o di divorzio sono connotati dall’assenza di decisorietà (stricto sensu intesa) e di definitività e non subordinati alla ricorrenza dei presupposti tipici del fumus boni iuris e del periculum in mora, e dunque non assimilabili ai provvedimenti cautelari.
L'art. 708 c.p.c. è norma eccezionale e concerne esclusivamente il reclamo avverso l'ordinanza presidenziale (sicché non è estensibile analogicamente alle ordinanze del G.I.). Peraltro, connotandosi i provvedimenti in parola per l’assenza di natura decisoria, verosimilmente la mancanza di uno strumento di impugnazione non si risolve in queste ipotesi in una vera e propria lacuna. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Locri 04 ottobre 2017.




Assegno divorzile: il Tribunale di Torino si adegua al nuovo orientamento di Cassazione. Sul concetto di 'indipendenza economica'

Divorzio – Assegno divorzile – Spettanza – Indipendenza economica – Cass. Civ. n. 11504 del 2017 – Chiarimenti

In virtù dei principi enunciati dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 10/05/2017 n. 11504, al fine di riconoscere o meno l’assegno divorzile deve guardarsi al concetto di auto sufficienza economica quale parametro di riferimento mutuato per analogia dalla disciplina dell’assegno per i figli maggiorenni. Detto paramento deve essere “individuato nel raggiungimento dell’“indipendenza economica” del richiedente: se è accertato che quest’ultimo è “economicamente indipendente” o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto” perché “l’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica giustificata dalla funzione esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile. Per “indipendenza economica” deve intendersi la capacità per una determinare persona adulta e sana – tenuto conto del contesto sociale di inserimento – di provvedere al proprio sostentamento, inteso come capacità di avere risorse sufficienti per le proprie spese ordinariamente sopportate. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 04 ottobre 2017.




Si alla stepchild adoption: consentito dalla legge 76 del 2016. L’unione civile è famiglia e il minore cresce bene con famiglie omogenitoriali

Unione civile – Classificazione – Famiglia – Sussiste – Omogenitorialità – Idonea crescita del minore – Sussiste

Adozione coparentale – Coppia formata da persone dello stesso sesso – Coppia formata da due uomini – Cd. stepchild adoption – Ammissibilità – Sussiste

La legge n. 76 del 2016 ha eletto le coppie formate da persone dello stesso sesso, ove sussistenti vincoli affettivi, al rango di “famiglia”. La stabile relazione affettiva tra due persone dello stesso sesso, che si riconoscano come parti di un medesimo progetto di vita, con le aspirazioni, i desideri e i sogni comuni per il futuro, la condivisione insieme dei frammenti di vita quotidiana, costituisce a tutti gli effetti una “famiglia”, luogo in cui è possibile la crescita di un minore, senza che il mero fattore “omoaffettività” possa costituire ostacolo formale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Nell’ipotesi di minore concepito e cresciuto nell’ambito di una coppia dello stesso sesso, sussiste il diritto ad essere adottato dalla madre non biologica, secondo le disposizioni sulla adozione in casi particolari ex art. 44 lett. D della Legge 4 maggio 1983, n. 184, sussistendo, in ragione del rapporto genitoriale di fatto instauratosi fra il genitore sociale ed il minore, l’interesse concreto del minore al suo riconoscimento. Questa interpretazione è stata di recente avallata dall’articolo 1 della legge 76 del 2016. Infatti, la «clausola di salvaguardia» che chiude il comma 20 di detto articolo apre alla possibilità di un’applicazione alle unioni civili delle disposizioni in materia di adozioni, ma solo, per l’appunto, nei limiti del diritto vigente. La sua funzione, dunque, è quella di chiarire all’interprete che la mancata previsione legislativa dell’accesso all’adozione coparentale non deve essere letta come un segnale di arresto o di contrarietà rispetto all’orientamento consolidatosi negli ultimi anni in giurisprudenza in favore dell’adozione coparentale ai sensi della lettera d) dell’art. 44 l. 184 del 1983. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Minorenni Bologna 31 agosto 2017.




Ricorso per separazione depositato ma non notificato: ammissibile il cautelare autonomo sulla scuola. Tra pubblica e privata, prevale la scuola pubblica

Conflitto genitoriale per l’iscrizione scolastica – Ricorso presentato allorchè penda il giudizio di separazione – Ricorso depositato ma non notificato – Ammissibilità del ricorso cautelare – Sussiste

Conflitto genitoriale per l’iscrizione scolastica – Scuola pubblica in difetto di accordo – Sussiste

Il ricorso promosso per risolvere il conflitto insorto tra i genitori in merito alla iscrizione scolastica non è automaticamente inammissibile in ragione della pendenza di un procedimento per separazione personale tra le parti: in particolare, il ricorso non può stimarsi inammissibile ove vi sia prova che il ricorso per separazione personale sia stato depositato con successiva emanazione del decreto di fissazione della relativa udienza presidenziale ma non vi sia invece prova dell’avvio del relativo iter notificatorio, il che impedisce di avere certezza che il procedimento prenda effettivamente vita all’udienza fissata; in tale condizione di stallo, negare l’accesso al rimedio azionato potrebbe risolversi di fatto in un diniego di tutela, tanto più a fronte di una decisione che deve necessariamente essere adottata in tempi brevi, stante la prossimità con l’apertura dell’anno scolastico. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Nel dissenso fra i genitori, il Tribunale deve dare preferenza alla scelta di un istituto pubblico di istruzione scelto tra quelli prossimi al luogo di residenza del minore, soluzione che offre peraltro ai figli la garanzia di una istruzione di stampo pluralistico senza oneri per le famiglie. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 10 agosto 2017.




Filiazione e necessità del riconoscimento del genitore

Famiglia – Filiazione – Status di figlio – Diritti del minore – Presupposti – Necessità riconoscimento del genitore – Esclusione

Famiglia – Filiazione – Riconoscimento – Rifiuto del consenso da parte dell’altro genitore – Modalità di esercizio del diritto al riconoscimento

La riforma della filiazione (legge 219/2012; d.lgs. 154/2013) ha abrogato la precedente distinzione tra figli legittimi e figli naturali riconoscendo (art. 315 c.c.) l’unicità dello status del figlio nato nell’ambito o al di fuori di un matrimonio, confermando espressamente (art. 315 – bis c.c.) il diritto del minore ad essere mantenuto, educato ed istruito da entrambi i genitori sin dalla nascita indipendentemente dal riconoscimento da parte del genitore. Tale riconoscimento non è elemento costitutivo o condizione di efficacia dello status di figlio che sorge con la nascita ma condiziona esclusivamente il concreto esercizio, e riconoscimento esterno, della responsabilità genitoriale (art. 361, comma 4 c.c.) di cui sono titolari i genitori, in ragione degli evidenti profili di pubblicità legati alla registrazione negli archivi dell’Ufficio dello Stato Civile dell’atto di riconoscimento. (Marco Valecchi) (riproduzione riservata)

La manifestazione della volontà di riconoscere il figlio nato fuori dal matrimonio, irrevocabile ai sensi dell’art. 256 c.c., avviene secondo le forme previste dall’art. 254 c.c. o, in difetto del consenso dell’altro genitore che lo abbia già effettuato, con la notifica del ricorso ai sensi dell’art. 250, comma 4 c.c. che instaura un procedimento regolato dal rito camerale che si conclude con una sentenza con cui, ove l’opposizione sia ritenuta infondata, il tribunale ordinario detterà contestualmente i provvedimenti ritenuti opportuni ai sensi degli artt. 315 – bis e 262 c.c. dando atto del perfezionamento dell’efficacia della volontà di riconoscere il figlio palesata con la proposizione del ricorso e non revocabile ed ordinando all’Ufficiale di Stato Civile l’annotazione nell’atto di nascita del minore ai sensi dell’art. 49, comma 1 lett k) del DPR 396/2000. (Marco Valecchi) (riproduzione riservata)
Tribunale Prato 26 luglio 2017.




Mancata indicazione del luogo di celebrazione del matrimonio e trascrizione dell'atto di omologazione formato presso il Consolato del Regno del Marocco a favore di coniugi marocchini residenti in Italia

Trascrizione di atto di matrimonio straniero perfezionato in territorio italiano - Trascrizione di atto di omologazione di matrimonio formato presso il Consolato del Regno del Marocco in Italia - Mancata indicazione del luogo di celebrazione del matrimonio omologato - Trascrivibile

In conformità al principio del favor validitatis che emerge dalla normativa internazionale, è trascrivibile in Italia, sia ai sensi dell'art. 28 della legge n. 218/1995, che riconosce validità al matrimonio celebrato secondo la legge nazionale dei due coniugi al momento della celebrazione, sia alla luce della convenzione consolare tra la Repubblica italiana e il Regno del Marocco del 18.2.1994, l'atto di omologazione di matrimonio formato presso il Consolato del Regno del Marocco in Italia in favore di due coniugi marocchini residenti in Italia, e ciò anche nel caso in cui tale atto non contenga l'indicazione del luogo di celebrazione del matrimonio omologato (nel caso specifico, il Tribunale ha ordinato la trascrizione dell'atto adottato dal Consolato del Marocco di Milano sul presupposto secondo cui la mancata indicazione del luogo di celebrazione del matrimonio non integra un profilo di contrarietà all'ordine pubblico interno e che, inoltre, tale carenza poteva essere colmata facendo riferimento alla sede in Italia del Consolato, inteso come luogo presso il quale - attraverso l'atto di omologazione - si era concluso l'iter matrimoniale che aveva preso avvio in territorio marocchino mediante l'espletamento delle formalità previste dal rito nuziale tradizionale). (Piero Tandura) (riproduzione riservata) Tribunale Belluno 24 luglio 2017.




Il figlio maggiorenne diventa disoccupato: non rinasce il mantenimento. Modifica inammissibile

Figlio maggiorenne indipendente economicamente – Sopravvenuto stato di disoccupazione – Richiesta di modifica delle condizioni di divorzio per prevedere assegno di mantenimento – Inammissibilità

Raggiunta l’indipendenza economica del figlio non può rivivere l’obbligo di mantenimento a carico del genitore, potendo eventualmente sorgere obblighi alimentari, accertabili con autonomo procedimento diverso da quello di modifica delle condizioni di divorzio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 21 luglio 2017.




Assegno divorzile: il Tribunale di Roma 'mitiga' gli effetti del nuovo orientamento di Cassazione

Divorzio – Assegno divorzile – Spettanza – Indipendenza economica – Precisazioni – Posizione sociale dell’avente diritto – Rilevanza – Sussiste

In virtù dei principi enunciati dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 10/05/2017 n. 11504, nel giudizio diretto al riconoscimento dell’assegno divorzile, occorre in via preliminare accertare (prescindendo dunque da qualsiasi comparazione con le condizioni dell’altro coniuge e con il pregresso tenore di vita) se il coniuge richiedente versi o meno in una condizione di obiettiva indipendenza economica, desunta – salvi casi specifici – da indicatori quali il possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu "imposti" e del costo della vita nel luogo di residenza dell'ex coniuge richiedente), le capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all'età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), la stabile disponibilità di una casa di abitazione. Una volta escluso che il coniuge, all’esito del giudizio di cui sopra, operato sulla base del principio di autoresponsabilità economica, si trovi (in atto o in potenza) in una simile condizione di indipendenza, ed abbia quindi in linea astratta diritto a percepire l’assegno divorzile, occorre fare riferimento, sulla base del concorrente principio della solidarietà postconiugale, ai criteri di commisurazione indicati dall’art. 5 l div. ("(....) condizioni dei coniugi, (....) ragioni della decisione, (....) contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, (....) reddito di entrambi (....)"), e "valutare" "tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio" al fine di determinare in concreto la misura dell'assegno di divorzio. Questi principi devono però essere integrati dagli elementi in fatto emergenti dal caso concreto: infatti, nel considerare le esigenze minime che possono e devono essere salvaguardate in virtù della solidarietà postconiugale, occorre avere riguardo anche alla posizione sociale dell’avente diritto (elemento cui fanno richiamo persino le disposizioni che regolano l’obbligo agli alimenti – v. art. 438 c.c.). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 21 luglio 2017.




Al coniuge in buona fede spetta una congrua indennità di cui all’art. 129 bis c.c. nel caso di matrimonio nullo per un vizio concernente la psiche dell’altro coniuge

Delibazione di sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale - Domanda riconvenzionale per il riconoscimento della responsabilità del coniuge in mala fede - Riconoscimento del diritto ad ottenere una congrua indennità - Accoglimento

Deve essere riconosciuta una congrua indennità, ex art. 129 bis c.c., al coniuge in buona fede allorquando la nullità del matrimonio pronunciata dal giudice ecclesiastico per un vizio concernente la psiche di uno dei coniuge non può essere ritenuta imputabile all’altro coniuge atteso che quest’ultimo al momento del matrimonio era in buona fede. (riproduzione riservata) Appello Bari 20 luglio 2017.




Inserimento di foto di figli minori sui social network nonostante l’opposizione di un genitore

Responsabilità genitoriale – Inserimento di foto di figli minori sui social network nonostante l’opposizione di un genitore – Illiceità

L’inserimento di foto dei figli minori sui social network avvenuto con l’opposizione di uno dei genitori integra violazione della norma di cui all’art. 10 c.c. (concernente la tutela dell’immagine), del combinato disposto degli artt. 4,7,8 e 145 del d. lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (riguardanti la tutela della riservatezza dei dati personali) nonché degli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York del 20-11-1989 ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 991 n. 176, sicché va vietata la pubblicazione di tali immagini e disposta la rimozione di quelle già inserite. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 19 luglio 2017.




Divorzio: assegno a carico dell’eredità

Divorzio – Assegno a carico dell’eredità – Condizioni per il riconoscimento

L'assegno a carico dell'eredità, previsto dall'art. 9 bis della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (non modificato dalla legge 6 marzo 1987, n. 74) in favore dell'ex coniuge in precedenza beneficiario dell'assegno di divorzio, avendo natura assistenziale, postula che il medesimo si trovi in stato di bisogno, vale a dire manchi delle risorse economiche occorrenti per soddisfare le essenziali e primarie esigenze di vita. Pertanto, detto assegno va quantificato in relazione al complesso degli elementi espressamente indicati nello stesso art. 9-bis, cioè tenendo conto, oltre che della misura dell'assegno di divorzio, dell'entità del bisogno, dell'eventuale pensione di reversibilità, delle sostanze ereditarie, del numero e della qualità degli eredi e delle loro condizioni economiche. A tale riguardo, l'entità del bisogno deve essere valutata non già con riferimento alle norme dettate da leggi speciali per finalità di ordine generale di sostegno dell'indigenza, bensì in relazione al contesto socio-economico del richiedente e del "de cuius", in analogia a quanto previsto dall'art. 438 cod. civ. in materia di alimenti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 15 luglio 2017.




No all’assegno di divorzio se l’ex moglie ha un nuovo compagno. La legge n. 76 del 2016 lo conferma

Divorzio – Formazione di una famiglia di fatto da parte dell’ex coniuge – Diritto all’assegno di divorzio – Esclusione – Legge n. 76 del 2016 – Diritto del convivente agli alimenti – Elemento rafforzativo della esclusione del diritto all’assegno divorzile

L'instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell'assegno divorzile a carico dell'altro coniuge, sicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso. Infatti, la formazione di una famiglia di fatto - costituzionalmente tutelata ai sensi dell'art. 2 Cost. come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell'individuo - è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l'assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale con l'altro coniuge, il quale non può che confidare nell'esonero definitivo da ogni obbligo. L’entrata in vigore della nuova disciplina delle convivenze, contenuta nel comma 65 dell’art. 1 della l.n. 76/2016, prevedendo che sul convivente more uxorio gravi eventuale onere per gli alimenti a favore del convivente che cessata la convivenza versi in stato di bisogno, è indice che rafforza la rilevanza della convivenza more uxorio, come causa interruttiva della solidarietà post coniugale. Il riconoscimento di diritti in capo al convivente, nei confronti dell’altro, in caso di cessazione della convivenza è ulteriore elemento ermeneutico a sostegno del venir meno degli obblighi di mantenimento gravanti sull’ex coniuge, poiché diversamente argomentando l’ex coniuge, beneficiario dell’assegno, potrebbe avere diritto a sostegno economico sia dall’ex coniuge sia dall’ex convivente (seppure con la diversa ampiezza riconosciuta dal legislatore che prevede assegno divorzile nel primo caso, alimenti nel secondo). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 07 luglio 2017.




Come determinazione giurisdizione e legge applicabile in materia di responsabilità genitoriale. Sul mantenimento a carico del genitore disoccupato

Figlio nato fuori da matrimonio – Obbligo del mantenimento a carico dei genitori – Genitore disoccupato – Esonero dall’obbligo – Esclusione

Affidamento dei minori – Giurisdizione e legge applicabile

Mantenimento dei minori – Giurisdizione e legge applicabile

La specifica natura dell’obbligazione gravante sui genitori per il mantenimento dei figli, per il solo fatto di averli generati, impone il riconoscimento dell’obbligo di mantenimento anche a carico del genitore disoccupato, rilevando la sola capacità lavorativa generica. In presenza di genitore disoccupato ma dotato di capacità lavorativa, l’autorità giudiziaria può fissare un mantenimento di almeno euro 150 mensili. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Con riferimento alle domande relative all’affidamento sussiste la competenza giurisdizionale di giudice italiano, ai sensi dell’art. 8 del Regolamento (CE) n.2201/2003, per le domande relative alla responsabilità genitoriale su un figlio, quando il minore risieda abitualmente nello Stato adito al momento della domanda. Quanto alla legge applicabile, in virtù della Convenzione dell’Aja del 19 ottobre 1996, ratificata dall’Italia con la legge 18 giugno 2015 n. 101, l’esercizio della responsabilità genitoriale è disciplinato dalla legge dello Stato di residenza abituale del minore (art. 17). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Quanto alla domanda relativa alla determinazione di un assegno per il mantenimento del minore da porre a carico del padre, la giurisdizione e la legge applicabile devono essere determinati applicando il regolamento dell’Unione Europea n.4/2009 relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento ed all’esecuzione delle decisioni ed alla cooperazione in materia di obbligazioni alimentari. Lo strumento si applica, tra l’altro, alle obbligazioni alimentari derivanti da rapporti di famiglia e pur non contenendo una definizione di obbligazione alimentare in tale nozione deve senza dubbio essere compreso l’assegno di mantenimento dovuto dal genitore per il figlio. Ai sensi dall’articolo 3 la competenza spetta ad una delle seguenti autorità giurisdizionale dello Stato membro: quella in cui il convenuto risieda abitualmente; quella in cui il creditore risieda abitualmente; quella che sia competente secondo la legge del foro a conoscere di un’azione relativa allo Stato delle persone qualora la domanda relativa all’obbligazione alimentare sia accessoria rispetto a detta azione (salvo che tale competenza sia fondata unicamente sulla cittadinanza di una delle parti); quella che sia competenze secondo la legge del foro a conoscere di un’azione relativa alla responsabilità genitoriale (per es. una domanda di affidamento) qualora la domanda relativa all’obbligazione alimentare sia accessoria rispetto a detta azione (salvo che tale competenza sia fondata unicamente sulla cittadinanza di una delle parti). Applicando il richiamato art. 3 Reg. n.4/2009, sussiste la giurisdizione del giudice italiano sia in quanto luogo di residenza abituale del convenuto sia in quanto luogo di residenza abituale del creditore. Per determinare la legge applicabile all’obbligazione alimentare, l’articolo 15 del regolamento n.4/2009 rinvia al Protocollo dell’Aja del 23 novembre 2007 che detta criteri per la determinazione della legge applicabile alle obbligazioni alimentari, derivanti da rapporti di famiglia, di parentela, di matrimonio e di affinità, vincolante per gli Stati Membri dell’Unione (ad eccezione di Regno Unito e Danimarca) a seguito della ratifica compiuta dall’Unione Europea. Per individuare i criteri di collegamento per la determinazione delle legge applicabile alle obbligazioni alimentari dei genitori nei confronti dei figli, occorre richiamare l’articolo 4 del Protocollo dell’Aja 2007, che individua una serie di criteri, applicabili a cascata, il primo dei quali dispone che qualora il creditore abbia adito l’autorità dello Stato di residenza abituale del debitore si applicherà la lex fori. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 07 luglio 2017.




Si alla stepchild adoption: consentito dalla legge 76 del 2016. L’unione civile è famiglia

Adozione coparentale – Coppia formata da persone dello stesso sesso – Coppia formata da due uomini – Cd. stepchild adoption – Ammissibilità – Sussiste

Unione civile – Classificazione – Famiglia – Sussiste

Nell’ipotesi di minore concepito e cresciuto nell’ambito di una coppia dello stesso sesso, sussiste il diritto ad essere adottato dalla madre non biologica, secondo le disposizioni sulla adozione in casi particolari ex art. 44 lett. D della Legge 4 maggio 1983, n. 184, sussistendo, in ragione del rapporto genitoriale di fatto instauratosi fra il genitore sociale ed il minore, l’interesse concreto del minore al suo riconoscimento. Questa interpretazione è stata di recente avallata dall’articolo 1 della legge 76 del 2016. Infatti, la «clausola di salvaguardia» che chiude il comma 20 di detto articolo apre alla possibilità di un’applicazione alle unioni civili delle disposizioni in materia di adozioni, ma solo, per l’appunto, nei limiti del diritto vigente. La sua funzione, dunque, è quella di chiarire all’interprete che la mancata previsione legislativa dell’accesso all’adozione coparentale non deve essere letta come un segnale di arresto o di contrarietà rispetto all’orientamento consolidatosi negli ultimi anni in giurisprudenza in favore dell’adozione coparentale ai sensi della lettera d) dell’art. 44 l. 184 del 1983. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La legge n. 76 del 2016 ha eletto le coppie formate da persone dello stesso sesso, ove sussistenti vincoli affettivi, al rango di “famiglia”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Minorenni Bologna 06 luglio 2017.




Responsabilità del genitore per mancato riconoscimento del figlio naturale

Filiazione naturale – Riconoscimento giudiziale della paternità – Obbligo di mantenimento – Retroattività – Prescrizione – Responsabilità per inadempimento degli obblighi genitoriali – Prova del danno – Valutazione equitativa

Il genitore che, omettendo il riconoscimento, obbliga il figlio ad intraprendere l’azione giudiziale per l’accertamento del rapporto di filiazione non può giovarsi del conseguente ritardo: ne deriva che la prescrizione del diritto al mantenimento non decorre dalla nascita, ma dal momento dell’accertamento giudiziale della paternità (o maternità). Tuttavia, poiché la prestazione degli alimenti in favore dei figli costituisce un’obbligazione di durata, il termine quinquennale per la prescrizione non decorre unitariamente, bensì dalla data delle singole scadenze in relazione alle quali sorge l’interesse a ciascun adempimento.

Premesso che la sentenza dichiarativa della filiazione naturale produce gli effetti del riconoscimento, essa comporta per il genitore l’adempimento degli obblighi derivanti dalla filiazione legittima, compreso l’obbligo di mantenimento il quale ha efficacia retroattiva.

Il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli sussiste per il solo fatto di averli generati, e non viene meno neppure per il fatto che l’altro genitore abbia provveduto integralmente alle esigenze dei figli. L’inadempimento di quegli obblighi costituisce un illecito civile riconducibile nell’alveo delle previsioni dell’art.2043 c.c., con la conseguente esperibilità, laddove determini la lesione di diritti costituzionalmente garantiti, dell’azione per il ristoro del danno non patrimoniale.

Il danno da privazione della figura paterna determina una grave lesione della sfera dei diritti della persona tutelati dalle previsioni costituzionali, e può essere provato attraverso il ricorso a presunzioni semplici nonché attraverso il ricorso a nozioni di comune esperienza. Esso deve essere quantitativamente determinato con il criterio equitativo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Massa 04 luglio 2017.




Affidamento esclusivo con concentrazione delle competenze genitoriali (cd. affido superesclusivo)

Provvedimenti in materia di affidamento dei figli – Genitore inidoneo ad esercitare la responsabilità genitoriale – Affidamento esclusivo dei figli al genitore idoneo con facoltà di assumere (da solo) ogni scelta importante – Sussiste

In presenza di una grave inadeguatezza di uno dei genitori ad esercitare le funzioni genitoriali, il tribunale può affidare i figli in via esclusiva al genitore idoneo, attribuendo a questi l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale per tutte le questioni riguardanti la prole – istruzione, educazione, salute, determinazione della residenza abituale, richiesta di documenti etc. - da assumere tenendo conto della capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli, decisioni da assumere anche senza il consenso dell’altro genitore (cd. affidamento esclusivo rafforzato o superesclusivo). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 16 giugno 2017.




Figlio maggiorenne? La competenza è monocratica ma il processo collegiale può salvare la domanda

Provvedimenti in materia di Mantenimento dei figli – Richiesta di modifica – Figlio maggiorenne – Competenza – Giudice monocratico – Sussiste – Erronea introduzione del rito – Conseguenze in caso di mancata eccezione

La controversia avente ad oggetto la modifica delle modalità di mantenimento di figlia maggiorenne rientra tra le competenze monocratiche. Tuttavia, la mancata eccezione delle parti in merito al procedimento instaurato, il pieno rispetto del principio del contraddittorio e delle garanzie difensive della parte resistente, e la constatazione che per consolidata giurisprudenza i provvedimenti aventi ad oggetto le modalità di affidamento e mantenimento dei figli nati fuori del matrimonio pur avendo la forma di decreto hanno contenuto decisorio (“al predetto decreto vanno riconosciuti i requisiti della decisorietà, in quanto risolve contrapposte pretese di diritto soggettivo, e di definitività, perché ha un'efficacia assimilabile "rebus sic stantibus" a quella del giudicato” Cass. n. 6132/2015), oltre al rilievo che allo stato un mutamento del rito imporrebbe la necessità di procrastinare i tempi della decisione con compromissione del principio costituzionale della ragionevole durata del processo, inducono ad emettere la decisione dovendosi ritenere rispettati i principi del giusto processo nell’ambito del procedimento instaurato con rito camerale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 16 giugno 2017.




In pendenza dei termini per impugnare, è inammissibile il ricorso per la modifica delle condizioni di affidamento o mantenimento dei figli

Provvedimenti in materia di affidamento e mantenimento dei figli – Istanza di modifica delle statuizioni emesse dal giudice del primo grado – Pendenza dei termini per proporre impugnazione o pendenza del giudizio di impugnazione – Conseguenze – Inammissibilità del giudizio di modifica per “mancanza di oggetto”

Presupposto per proporre modifica dei provvedimenti di affidamento e mantenimento dei figli è il passaggio in giudicato del provvedimento (ovvero del suo capo) che si intende modificare. Pertanto, per poter proporre istanza di modifica di provvedimento emesso per la disciplina delle modalità di affidamento e mantenimento della prole è necessario che il decreto sia non più soggetto ad impugnazione, in quanto eventuali richieste di modifica delle statuizioni contenute nel decreto emesso dal Tribunale del primo grado in pendenza dei termini di impugnazione ovvero in pendenza di procedimento di secondo grado sono inammissibili per “mancanza di oggetto” (cfr., per analogia, Cass. 22.4.2002, n.5861). Tale conclusione discende dalla necessità di evitare l’adozione di giudicati contrastanti, in quanto qualora sia stata sottoposta al giudice del secondo grado la valutazione in merito alle statuizioni contenute nel decreto adottato dal giudice di prime cure, investire quest’ultimo di successiva domanda avente oggetto analogo a quello del giudizio di reclamo, farebbe correre il rischio di emissione di provvedimenti tra loro divergenti con indubbia compromissione della certezza del diritto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 16 giugno 2017.




Regolamento n. 1215 del 2012 e regimi patrimoniali tra i coniugi

Regolamento (UE) n. 1215/2012 – Articolo 1, paragrafo 2, lettera a) – Ambito di applicazione – Materie escluse – Regime patrimoniale fra coniugi – Scioglimento del matrimonio – Liquidazione di un bene acquistato in costanza di matrimonio

L’articolo 1, paragrafo 2, lettera a), del regolamento (UE) n. 1215/2012 deve essere interpretato nel senso che una controversia come quella di cui al procedimento principale, relativa alla liquidazione, in seguito alla pronuncia di una sentenza di divorzio, di un bene mobile acquistato in costanza di matrimonio da coniugi cittadini di uno Stato membro, ma residenti in un altro Stato membro, rientra non già nell’ambito di applicazione di tale regolamento, bensì nell’ambito dei regimi patrimoniali fra coniugi e, quindi, delle esclusioni previste da detto articolo 1, paragrafo 2, lettera a). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 14 giugno 2017.




Residenza abituale del minore e situazione del concepito

Rinvio pregiudiziale – Cooperazione giudiziaria in materia civile – Competenza, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale – Sottrazione internazionale di minori – Convenzione dell’Aja del 25 ottobre 1980 – Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Articolo 11 – Domanda di ritorno – Nozione di “residenza abituale” di un lattante – Minore nato, conformemente alla volontà dei suoi genitori, in uno Stato membro diverso da quello della loro residenza abituale – Soggiorno ininterrotto del minore durante i primi mesi di vita nel suo Stato membro di nascita – Decisione della madre di non far ritorno nello Stato membro dove si trovava la residenza abituale della coppia

L’articolo 11, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, dev’essere interpretato nel senso che, in una situazione quale quella di cui al procedimento principale, in cui un minore è nato ed ha soggiornato ininterrottamente con sua madre per diversi mesi, conformemente alla volontà comune dei suoi genitori, in uno Stato membro diverso da quello in cui questi ultimi avevano la loro residenza abituale prima della sua nascita, l’intenzione iniziale dei genitori in merito al ritorno della madre, in compagnia del minore, in quest’ultimo Stato membro non può consentire di ritenere che detto minore abbia ivi la sua «residenza abituale», ai sensi di detto regolamento. Di conseguenza, in una situazione siffatta, il diniego della madre di far ritorno in questo stesso Stato membro in compagnia del minore non può essere considerato come un «illecito trasferimento o mancato ritorno» del minore, ai sensi di detto articolo 11, paragrafo 1. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 08 giugno 2017.




Impossibilità di omologa dell’accordo tra coniugi 'separati in casa'

Separazione dei coniugi – Omologa dell’accordo di “separati in casa” – Esclusione

Fermo restando che sul piano personale le parti hanno facoltà di comportarsi e autodeterminarsi come meglio credono, la loro volontà non può però piegare gli istituti giuridici sino a dare riconoscimento e tutela a situazioni le quali non solo non sono previste dall’ordinamento ma si pongono altresì in contrasto con i principi che ispirano la normativa in materia familiare.
L’ordinamento non può dare riconoscimento, con le relative conseguenze di legge, a soluzioni “ibride” che contemplino il venir meno tra i coniugi di gran parte dei doveri derivanti dal matrimonio, pur nella persistenza della coabitazione, la quale ex art. 143 cc costituisce anch’essa uno di questi doveri e rappresenta la “cornice” in cui si inseriscono i vari aspetti e modi di essere della vita coniugale; è vero che in costanza di matrimonio tale dovere può essere derogato, per accordo tra i coniugi, nel superiore interesse della famiglia, per ragioni di lavoro, studio ecc.. sì da non escludere la comunione di vita interpersonale, ma ciò non autorizza ad affermare la validità di un accordo (con le conseguenze di legge della separazione) volto a preservare e legittimare la mera coabitazione una volta che sia cessata la comunione  materiale e spirituale tra le parti.
L’istituto della separazione trova giustificazione in una situazione di intollerabilità della convivenza oggettivamente apprezzabile e giuridicamente controllabile, talché non si vede come possa “oggettivamente” apprezzarsi la condizione di intollerabilità della convivenza laddove gli stessi coniugi progettino di prorogarla a tempo indeterminato per ragioni di convenienze varie.
Al desiderio dei coniugi di proseguire una convivenza meramente formale (pur legittimo sul piano personale ed attuabile nella sfera privata), non corrisponde alcun “tipo” di strumento e/o istituto nell’attuale ordinamento, ergo il desiderio non può assurgere a diritto;  non può quindi trovare accoglimento la pretesa di attribuire, con il provvedimento di omologa, riconoscimento giuridico, con i conseguenti effetti tipici della separazione coniugale, ad un accordo privatistico che regolamenti la condizione di “separati in casa”; del resto, diversamente opinando, l’istituto della separazione consensuale, se del tutto svincolato da riferimenti oggettivi, si presterebbe fin troppo facilmente ad operazioni elusive o accordi simulatori, per finalità anche illecite. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Como 06 giugno 2017.




Processo contumaciale e separazione

Separazione - Presupposti

In materia di separazione, in ipotesi di contumacia della parte convenuta, la constatata indisponibilità delle parti ad una riconciliazione, per tutto il tempo in cui il processo si è protratto, dimostra la fondatezza dell’assunto del ricorrente. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 03 giugno 2017.




La pronuncia ex art. 250 c.c. ha come effetto il riconoscimento del figlio, senza necessità di alcun successivo comportamento del ricorrente

Riconoscimento del figlio – Art. 250 c.c. – Sentenza che accoglie il ricorso – Autorizzazione al riconoscimento – Esclusione – Effetti della sentenza: riconoscimento del figlio

Alla pronuncia giudiziale ex art. 250 c.c., da intendersi non meramente autorizzativa del riconoscimento ma pienamente sostitutiva dello stesso, consegue l’annotazione della paternità a margine dell’atto di nascita: il riconoscimento paterno è, infatti, costituito dallo stesso esercizio dell’azione giudiziale ex art. 250 c.c. e la volontà di riconoscere il minore è stata ribadita dalla parte anche in udienza dinanzi al giudice. Del resto, la disposizione appena citata perderebbe di significato ove si ritenesse che, pronunciata la sentenza che tiene luogo del consenso mancante del genitore che per primo ha riconosciuto, fosse necessario formalizzare il riconoscimento del secondo genitore innanzi all’Ufficiale di stato civile, e ciò anche sulla scorta della considerazione per cui solo così ragionando si è in grado di scongiurare le problematiche che potrebbero verificarsi allorché il genitore, pur autorizzato al riconoscimento ex art. 250 c.c., non potesse poi procedere a detto incombente, anche per cause dallo stesso indipendenti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 26 maggio 2017.




Irrilevanza del tenore di vita in costanza di matrimonio ai fini dell’attribuzione dell’assegno divorzile

Assegno divorzile – Criteri per l’attribuzione – Provvedimenti presidenziali provvisori – Irrilevanza del tenore di vita in costanza di matrimonio – Rilevanza di altri indici patrimoniali

Affidamento condiviso dei figli minori – Difficoltà relazionali tra un genitore ed il minore adolescente – Irrilevanza ai fini della regolamentazione del calendario di visita – Funzionalità dell’affidamento condiviso per il mantenimento della relazione parentale

Secondo i più recenti orientamenti della giurisprudenza appare privo di rilevanza per la concessione dell’assegno divorzile il parametro relativo al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, essendo piuttosto rilevanti atri indici, quali il “possesso” di redditi ed il patrimonio mobiliare e immobiliare, le “capacità e possibilità effettive” di lavoro personale e la “stabile disponibilità” di un’abitazione (da ultimo, in tal senso, Cass. civ. n. 11504/17). (Anna Alibrandi) (riproduzione riservata)

Nel caso di difficoltà relazionali tra un genitore (nella specie, il padre) ed il figlio minore adolescente, ove emerga che tali difficoltà, da un lato, siano conseguenza normale dell’età adolescenziale del minore e delle tensioni tra i genitori separati, dall’altro non siano di gravità tale da giustificare l’accoglimento della richiesta esplicitata dallo stesso minore durante l’ascolto ai sensi dell’art. 336 bis c.c., è necessario procedere alla fissazione di un calendario di visita idoneo a consentire la frequentazione tra genitore e figlio, al fine di appianare le divergenze e mantenere il rapporto parentale. (Anna Alibrandi) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia 25 maggio 2017.




Revocatoria della donazione di immobile in adempimento di impegno assunto in sede divorzile

Azione revocatoria ordinaria – Donazione immobiliare in adempimento di accordi assunti in sede di divorzio – Mediazione obbligatoria – Esclusione – Revocabilità – Sussiste – Necessità di revoca della sentenza di divorzio – Esclusione

Non è obbligatoria la procedura di mediazione in materia di azione revocatoria di trasferimento immobiliare, poiché la funzione dell’azione revocatoria ordinaria è soltanto quella di ricostituire la garanzia generica ex art.2740 c.c. tramite l’inefficacia relativa dell’atto dispositivo, sicché non v’è controversia alcuna sulla validità dell’atto, né tantomeno sull’oggetto della disposizione.
È legittima la domanda di revocatoria di cessione di quota immobiliare in adempimento di un obbligo previsto dalla sentenza di divorzio senza la formulazione della revocatoria della sentenza di divorzio, poiché il disposto dell’art.2901 c.c. richiama espressamente gli atti di disposizione patrimoniale, nel cui ambito non è possibile comprendere le sentenze di divorzio.
[Nella fattispecie, la Corte d’Appello ha confermato la revocazione della donazione all’ex coniuge e al figlio minore del fallito della quota di comproprietà su un immobile, cessione espressamente eseguita senza corrispettivo e per spirito di liberalità, anche se prevista come impegno nella sentenza di divorzio.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Appello Milano 25 maggio 2017.




Nuovo 'assegno di divorzio': il Tribunale di Milano segue la Cassazione

Assegno divorzile – Parametro di riferimento – Revirement della Cassazione – Tenore di vita – Esclusione

Il presupposto giuridico per il riconoscimento dell’assegno divorzile non è il pregresso tenore di vita matrimoniale, bensì la “non” indipendenza economica dell’ex coniuge richiedente. Per “indipendenza economica” deve intendersi la capacità per una determinare persona adulta e sana – tenuto conto del contesto sociale di inserimento – di provvedere al proprio sostentamento, inteso come capacità di avere risorse sufficienti per le spese essenziali (vitto, alloggio, esercizio dei diritti fondamentali). Un parametro (non esclusivo) di riferimento può essere rappresentato dall’ammontare degli introiti che, secondo le leggi dello Stato, consente (ove non superato) a un individuo di accedere al patrocinio a spese dello Stato (soglia che, ad oggi, è di euro 11.528,41 annui ossia circa euro 1000 mensili). Ulteriore parametro, per adattare “in concreto” il concetto di indipendenza, può anche essere il reddito medio percepito nella zona in cui il richiedente vive ed abita. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 22 maggio 2017.




Diritto al risarcimento del danno da mancato riconoscimento del figlio: sul dies a quo della prescrizione e sulla liquidazione (criterio tabellare)

Mancato riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio – Diritto al risarcimento del danno – Prescrizione – Decorrenza – Dalla sentenza di accertamento della filiazione – Sussiste – Contrario orientamento – Non condivisibile

Mancato riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio – Diritto al risarcimento del danno – Danno cd. endo-famiiare – Sussiste

In materia di mantenimento del figlio nato fuori da matrimonio, il diritto al rimborso "pro quota" delle spese sostenute dalla nascita del figlio, spettante al genitore che lo ha allevato, e il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale non è utilmente azionabile se non dal momento della sentenza di accertamento della filiazione, che conseguentemente costituisce il "dies a quo" della decorrenza della ordinaria prescrizione. Il diverso, ed isolato orientamento giurisprudenziale affermato nella decisione “Tribunale di Roma, I Sezione civile, 1.4.2014, edita”, non appare condivisibile poiché non conforme al consolidato principio che osta all’accertamento incidenter tantum degli status. Ammettere, infatti, la decorrenza della prescrizione prima della pronuncia accertativa dello status filiationis, imporrebbe ammettere la possibilità di azionare la relativa domanda di risarcimento del danno anche prescindendo da pregressa sentenza di accertamento giudiziale della filiazione, con conseguente possibilità per il giudice, eventualmente investito dell’istanza di risarcimento del danno prima dello accertamento della filiazione, di compiere tale accertamento in via incidentale, mentre per consolidata giurisprudenza: “L'accertamento incidentale relativo ad una questione di stato delle persone non è consentita dal nostro ordinamento giuridico, ostandovi nel quadro normativo attuale l'art. 3 cod. proc. pen. e l'art. 8 d.lgs. 2 luglio 2010 n. 104” (Cass. 12.3.2012, n. 3934). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’obbligo dei genitori di provvedere a mantenere, istruire ed educare la prole discende dal fatto stesso della procreazione è ed giuridicamente cristallizzato nell’art. 30 della Costituzione e nel codice civile. Gli obblighi genitoriali oltre ad essere puntualmente definiti dalle norme interne trovano disciplina anche nelle norme sovrannazionali; la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, firmata a Nizza nel dicembre 2000, che dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha lo stesso valore giuridico dei Trattati, prevede all’art.7 il rispetto della vita privata e della vita familiare, all’art.14 il diritto all’istruzione, all’art.24 il diritto del bambino alla protezione e alle cure necessarie per il suo benessere. Diritti che richiamano quelli indicati nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, interpretati dalle numerose decisioni emesse in materia dalla Corte di Strasburgo, che ha più volte ribadito, in applicazione del combinato disposto degli artt. 8 e 14 della Convenzione EDU il diritto inviolabile del figlio di essere amato e assistito dai genitori, senza discriminazioni anche nel caso di figlio nato fuori del matrimonio, individuando come espressione del diritto fondamentale alla vita familiare la possibilità per genitori e figli di godere della reciproca presenza, con continuità e assiduità di relazione (cfr. sent Corte EDU 5.4.2005 Monory c. Romania e Ungheria)….il diritto del figlio di avere cura, assistenza morale e materiale, istruzione e mantenimento da entrambi i genitori costituisce un diritto fondamentale dalla cui violazione discende il diritto al risarcimento del danno. Dalla nozione di illecito endo-familiare elaborata dalla giurisprudenza di merito (Trib. Venezia, 30 giugno 2004; Corte app. Bologna, 10 febbraio 2004) e di legittimità (Cass., 7 giugno 2000, n. 7713; Cass., 10 maggio 2005, n. 9801, Cass., 15 settembre 2011, n. 18853), discende che la violazione dei relativi doveri genitoriali non trova necessariamente sanzione nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, ma qualora cagioni una lesione di diritti costituzionalmente protetti, può integrare gli estremi dell'illecito civile e dare luogo ad un'azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c.. A seguito della decisione delle Sezioni unite della Suprema Corte, n. 26972/2008, in base a un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c., può essere disposta la risarcibilità del pregiudizio di natura non patrimoniale, quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, che abbiano tutela costituzionale. Qualora venga provato il totale disinteresse del genitore nel confronti del figlio, estrinsecatosi nella violazione degli obblighi connessi alla responsabilità genitoriale (cura, istruzione, educazione, mantenimento), ciò genera un vulnus dei diritti fondamentali del figlio che trovano nella carta Costituzionale (art. 2 e 30) e nelle norme di diritto internazionale richiamate un elevato grado di riconoscimento e tutela. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 19 maggio 2017.




L’assegno di divorzio dopo Cass. Civ. n. 11504 del 2017. Mantenere i figli della compagna non ha alcuna rilevanza giuridica per l’assegno di divorzio

Assegno divorzile – Nuovo orientamento della Suprema Corte: Cass. Civ. n. 11504 del 2017 – Indipendenza economica – Persona di età avanzata e senza lavoro – Diritto all’assegno di divorzio – Sussiste – Valutazione anche del parametro del “tenore di vita” – Sussiste

Ex marito onerato di assegno divorzile in favore dell’ex moglie – Figli della nuova compagna – Mantenimento erogato dall’ex marito – Rilevanza rispetto all’assegno divorzile – Esclusione

In materia di assegno divorzile, secondo il recente orientamento espresso dalla Corte di Cassazione (sez. I, sentenza 10/05/2017 n° 11504), il parametro cui ancorare la valutazione della impossibilità dell’ex coniuge richiedente di procurarsi adeguati mezzi per ragioni obiettive, da intendersi come insufficienza dei medesimi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre l'istante, non è il tenore di vita familiare ma l’indipendenza economica del richiedente l’assegno; tale presupposto deve ritenersi sussistente nel caso in cui il coniuge più debole (nel caso di specie la moglie), abbia un’età avanzata (nel caso di specie: 61 anni) e non abbia propri redditi e non sia presumibilmente in grado di reperire redditi idonei a garantirle l’indipendenza economica. Nella valutazione di detto parametro, ai fini dell’assegno divorzile, il giudice è tenuto comunque ad analizzare anche il diverso parametro del cd. tenore di vita. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La partecipazione all’onere di mantenimento dei figli della compagna è da qualificare – quanto a colui che la sostiene - come obbligazione naturale, recessiva rispetto all’obbligazione legale di provvedere al mantenimento della ex coniuge. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 19 maggio 2017.




Dichiarazioni dei redditi inattendibili e conseguenze processuali nel giudizio di separazione/divorzio

Procedimento di separazione o divorzio – Obbligo di rendere nota la propria situazione patrimoniale – Violazione – Conseguenze – Art. 116 c.p.c. – Sussiste

Procedimento di separazione o divorzio – Dichiarazione dei redditi della parte – Istruttoria – Dichiarazione risultata infedele – Obbligo di segnalazione alla Guardia di Finanza – Sussiste

Nell’imporre ai coniugi, nei procedimenti di separazione o divorzio di presentare non solo “la dichiarazione personale dei redditi”, ma anche “ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune”, il legislatore ha imposto un comportamento di lealtà processuale peculiare, che giunge sino al dovere di fornire alla controparte elementi contrari al proprio interesse. Questa deroga ai principi che reggono in generale l’attività difensiva, trova fondamento, anche dal punto di vista costituzionale, nei particolari obblighi di reciproca protezione che derivano dal rapporto matrimoniale (art. 29 Cost.). La sanzione processuale di comportamenti che si sottraggono al particolare obbligo di lealtà così individuato non può che essere la valutazione del giudicante (art. 116 c.p.c.) del “contegno” del singolo coniuge nel procedimento separativo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Nell’ambito dei procedimenti in materia di famiglia, ove le risultanze delle dichiarazioni dei redditi risultino non congruenti rispetto alle risultanze processuali, l’autorità giudiziaria ha il dovere di segnalare la posizione del contribuente alla Guardia di Finanza ai sensi dell’art. 36 del d. P.R. 29 novembre 1973, n. 600, come modificato dall’art. 19, comma 1, lett. d), della legge 413 del 1991 che prevede che "i soggetti pubblici incaricati istituzionalmente di svolgere attività ispettive o di vigilanza nonché gli organi giurisdizionali civili e amministrativi che, a causa o nell'esercizio delle loro funzioni, vengono a conoscenza di fatti che possono configurarsi come violazioni tributarie devono comunicarli direttamente ovvero, ove previste, secondo le modalità stabilite da leggi o norme regolamentari per l'inoltro della denuncia penale, al comando della Guardia di Finanza competente in relazione al luogo di rilevazione degli stessi, fornendo l'eventuale documentazione atta a comprovarli". (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 19 maggio 2017.




Quota dell’ex coniuge sul TFR: non spetta sulle somme costituenti incentivo all’esodo o destinate a previdenza complementare

Divorzio – Diritto dell’ex coniuge al 40% del T.F.R. – Art. 12-bis legge n. 898 del 1970 – Diritto di credito spettante anche sull’eventuale esodo percepito – Esclusione

Divorzio – Diritto dell’ex coniuge al 40% del T.F.R. – Art. 12-bis legge n. 898 del 1970 – Diritto di credito spettante anche sui fondi destinati in previdenza complementare – Esclusione

Il diritto dell’ex coniuge a una quota del TFR dell’ex congiunto, ai sensi dell’art. 12-bis l. 898/1970, non compete con riguardo a quelle somme che risultino essere destinate a un fondo di previdenza complementare. Infatti, premesso che l’art. 12 bis l. 898/1970 riconosce al coniuge divorziato titolare di assegno divorzile la quota del 40% del TFR “percepito” alla cessazione del rapporto di lavoro, è evidente che quanto accantonato su fondo pensione non viene riscosso alla cessazione del rapporto di lavoro. Ciò per il fatto che nel caso in cui il Tfr sia conferito ad un fondo di previdenza complementare, la liquidazione non è riconosciuta alla cessazione del rapporto di lavoro, ma alla maturazione dei requisiti per la pensione. Inoltre, le somme versate non sono riconosciute come liquidazione, ma come pensione integrativa, che viene erogata, nella maggior parte dei casi, in forma di rendita ed in alcuni casi in forma di capitale. In definitiva, tale istituto rientra nella previsione dell’art. 2123 c.c., quale forma di previdenza integrativa, e non nella previsione dell’art. 2120 c.c., al quale si riferisce l’art. 12 bis della legge n. 898/1970. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il diritto dell’ex coniuge a una quota del TFR dell’ex congiunto, ai sensi dell’art. 12-bis l. 898/1970, non compete con riguardo a quelle somme che siano erogate a titolo di incentivo all’esodo. Questo istituto, infatti, ha natura sostanzialmente risarcitoria: erogato nell’ambito di una trattativa tra lavoratore e datore di lavoro finalizzata allo scioglimento del rapporto di lavoro, mira a sostituire mancati guadagni futuri (lucro cessante). A differenza del TFR, dunque, l’incentivo all’esodo non è costituito da somme accantonate durante il pregresso periodo lavorativo “coincidente con il matrimonio”, bensì va a sostituire un (mancato) reddito lavorativo futuro, ed al momento della sua erogazione in alcun modo è “riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 18 maggio 2017.




Assegno divorzile e mantenimento del medesimo tenore di vita del periodo di convivenza matrimoniale

Divorzio – Assegno divorzile – Sussistenza del diritto – Mantenimento del medesimo tenore di vita del periodo di convivenza matrimoniale – Esclusione – Mancanza di indipendenza economica – Necessità

Per verificare se il coniuge richiedente abbia o meno diritto all’assegno divorzile non deve più accertarsi se lo stesso disponga di risorse economiche (ovvero sia in grado di procurarsele) tali da consentirgli di poter continuare a godere, sebbene in via solo tendenziale, il medesimo tenore di vita del periodo di convivenza matrimoniale, ma è necessario invece appurare se lo stesso sia o meno indipendente o autosufficiente economicamente, avuto riguardo al costo della vita del luogo in cui risiede. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 16 maggio 2017.




Se il diritto all’assegno spetta, va quantificato ai fini della indipendenza economica e non del tenore di vita

Divorzio – Assegno divorzile – Determinazione del diritto all’assegno di divorzio – Criterio del tenore di vita – Esclusione – Cass. 11504/2017 – Riferimento alla indipendenza economica – Sussiste – Diritto all’assegno – Quantificazione – Al fine di consentire il raggiungimento della indipendenza economica – Sussiste

Nella valutazione dell’an dell’assegno di divorzio il giudice non deve tener conto del pregresso tenore di vita ma deve valutare se il richiedente sia o meno “economicamente indipendente”. L’utilizzo di un parametro simile è corroborato dalla disciplina prevista in materia di filiazione, atteso che, con riferimento ad un vincolo (stavolta) tendenzialmente perenne quale quello di filiazione, l’art. 337-septies c.c. prevede che il giudice possa disporre il pagamento di un assegno periodico per il figlio maggiorenne che sia non “economicamente indipendente”. Non si comprende, allora, per quale ragione il raggiungimento dell’autosufficienza economica, indipendentemente dal tenore di vita goduto in ambito familiare, determini il venir meno del diritto del figlio (che continua ad essere tale) al mantenimento da parte del genitore, laddove per contro l’ex coniuge debba aver diritto a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di un rapporto (matrimoniale) ormai venuto meno. Può, inoltre, procedersi ad un’assimilazione tra il principio di “autoresponsabilità” economica sancito in materia di filiazione (secondo cui sottesa al rifiuto ingiustificato del figlio maggiorenne di raggiungere l’indipendenza economica, con conseguente perdita del diritto al mantenimento da parte del genitore vi è la libertà delle scelte esistenziali della persona - Cass. n. 18076/2014) e il medesimo principio vigente in ambito di divorzio, poiché in sede di scioglimento del vincolo matrimoniale gli ex coniugi sono consapevoli delle conseguenze sul piano economico derivanti dalle proprie scelte. Principio di “autoresponsabilità economica dei coniugi” che è, peraltro, in linea con le legislazioni di molti Paesi europei. Ai fini dell’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’assegno divorzile, deve verificarsi la “indipendenza economica” del coniuge richiedente avendo riguardo ad una serie di criteri, quali: i) il possesso di redditi di qualsiasi specie; ii) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari; iii) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale; iv) la stabile disponibilità di una casa di abitazione. Nel caso in cui sussista il diritto all’assegno divorzile, esso deve essere determinato al solo fine di consentire all’avente diritto il raggiungimento dell’indipendenza economica (e non anche il tenore di vita precedentemente goduto). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo 12 maggio 2017.




Dichiarazione giudiziale di maternità: anonimato e diritto alle origini

Dichiarazione giudiziale di maternità – Anonimato della madre – Tutela – Decesso della madre – Diritto del figlio – Prevalenza

Nell’ordinamento vigente resta fermo il principio in base al quale deve essere rispettata la volontà della madre di rimanere anonima, al momento del parto, qualora non vi sia espressione di una diversa determinazione da parte della stessa. Tuttavia, successivamente alla sua morte, una diversa determinazione in tal senso può provenire anche dagli eredi. In tal caso, è ammissibile l’azione di dichiarazione giudiziale di maternità nonostante l’opzione per il parto anonimo al momento della nascita del ricorrente. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 12 maggio 2017.




Affidamento dei figli minori e nomina del coordinatore genitoriale

Separazione personale dei coniugi – Affidamento dei figli minori – Risoluzione dei conflitti genitoriali – Art. 337 ter c.c. – Provvedimenti relativi alla prole – Nomina di coordinatore genitoriale – Ammissibilità

Nell’ambito del giudizio di separazione personale, ove non ricorrano le circostanze per disporre l’affidamento esclusivo dei figli a uno dei genitori, onde risolvere i conflitti che tra essi insorgono nei rapporti con i figli, nell’assumere i provvedimenti relativi alla prole ex art. 337 ter c.c., può disporsi il ricorso, per un periodo limitato di tempo, a una figura professionale esterna con il compito i) di monitorare l’andamento dei rapporti genitori/figli, fornendo le opportune indicazioni eventualmente correttive dei comportamenti disfunzionali dei genitori e intervenendo a sostegno di essi in funzione di mediazione; ii) di coadiuvare i genitori nelle scelte formative dei figli, vigilando in particolare sulla osservanza del calendario delle visite previsto per il genitore non collocatario assumendo al riguardo le opportune decisioni in caso di disaccordo; iii) di redigere relazione informativa sull’attività svolta, da trasmettere al Giudice Tutelare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 05 maggio 2017.




Responsabilità genitoriale: pernottamento graduale e spese straordinarie

Esercizio della responsabilità genitoriale – Regolamentazione – Primi anni di vita del bambino – Pernottamento in favore del genitore non collocatario – Gradualità – Sussiste

Esercizio della responsabilità genitoriale – Contributo dei genitori alle spese cd. straordinarie – Precisazione – Chiarimenti

In materia di regolamentazione dell’esercizio della responsabilità genitoriale, con riguardo alla determinazione delle modalità di frequentazione del figlio in tenera età con il genitore non collocatario, il giudice può statuire l’introduzione graduale di pernotti continuativi. Nei primi anni di vita del bambino, infatti, l’universo conoscitivo si identifica prevalentemente con un referente, in genere costituito dalla figura materna (o comunque dall’adulto di riferimento), con il quale soltanto il figlio è in grado di relazionarsi, gradualmente poi estendendosi il suo percorso conoscitivo ad altri adulti. Questo esclude che le figure genitoriali possano avere nei primi anni di vita del bambino pari rilevanza. A partire dal compimento del 3° anno di vita del minore si può introdurre il pernottamento consecutivo specie in relazione ai periodi di vacanza estivi ed alle festività (Natale, Pasqua, etc.), introducendo gradualmente ulteriori pernottamenti. È solo con la frequentazione del ciclo scolastico elementare che il bambino acquisisce il senso del tempo e dunque può essere introdotto un regime “ordinario” di frequentazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’assegno di mantenimento è comprensivo delle voci di spesa caratterizzate dall’ordinarietà o comunque dalla frequenza, in modo da consentire al genitore beneficiario una corretta ed oculata amministrazione del budget di cui sa di poter disporre. Al di fuori di queste spese ordinarie vi sono le spese straordinarie, cosiddette non soltanto perché oggettivamente imprevedibili nell’an, ma altresì perché, anche quando relative ad attività prevedibili sono comunque indeterminabili nel quantum ovvero attengono ad esigenze episodiche e saltuarie. Tra le spese straordinarie, vanno distinte le spese che devono considerarsi obbligatorie, perché di fatto conseguenziali a scelte già concordate tra i coniugi (es. libri di testo spesa consequenziale alla scelta della scuola o acquisto farmaci conseguenti alla prescrizione del medico scelto di comune accordo) oppure connesse a decisioni talmente urgenti da non consentire la previa concertazione, da quelle invece subordinate al consenso di entrambi i genitori. Tra le spese comprese nell’assegno di mantenimento devono essere considerate: vitto, abbigliamento, contributo per spese dell’abitazione, spese per tasse scolastiche (eccetto quelle universitarie) e materiale scolastico di cancelleria, mensa, medicinali da banco (comprensivi anche di antibiotici, antipiretici e comunque di medicinali necessari alla cura di patologie ordinarie e/o stagionali), spese di trasporto urbano (tessera autobus e metro), carburante, ricarica cellulare, uscite didattiche organizzate dalla scuola in ambito giornaliero; prescuola, doposcuola e baby sitter se già presenti nell’organizzazione familiare prima della cessazione della convivenza; trattamenti estetici (parrucchiere, estetista, ecc.). Le spese straordinarie subordinate al consenso di entrambi i genitori, sono suddivise nelle seguenti categorie: scolastiche: iscrizioni e rette di scuole private e, iscrizioni, rette ed eventuali spese alloggiative ove fuori sede, di università pubbliche e private, ripetizioni, viaggi di istruzione organizzati dalla scuola; spese di natura ludica o parascolastica: corsi di lingua o attività artistiche (musica, disegno, pittura), corsi di informatica, centri estivi, viaggi di istruzione, vacanze trascorse autonomamente senza i genitori, spese di acquisto e manutenzione straordinaria di mezzi di trasporto (mini-car, macchina, motorino, moto); spese sportive: attività sportiva comprensiva dell’attrezzatura e di quanto necessario per lo svolgimento dell’eventuale attività agonistica; spese medico sanitarie: spese per interventi chirurgici, spese odontoiatriche, oculistiche e sanitarie non effettuate tramite SSN, spese mediche e di degenza per interventi presso strutture pubbliche o private convenzionate, esami diagnostici, analisi cliniche, visite specialistiche, cicli di psicoterapia e logopedia. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 05 maggio 2017.




Lite temeraria per la madre che ostacola o ritarda l’accertamento di paternità sulla figlia

Azioni di Stato – Azione di impugnazione per difetto di veridicità – Accertamento peritale non contestato dalle parti – Possibilità di definire, in modo celere, la lite, nell’interesse superiore del bambino – Condotta processuale ostacolante – Lite temeraria – Sussiste Quantificazione – Ammontare delle spese di lite

Nei procedimenti giurisdizionali che hanno ad oggetto l’accertamento del vero status di figli minori di età (come nel caso di specie, impugnazione per difetto di veridicità ex art. 263 c.c.), costituisce condotta processuale temeraria quella serbata dalla parte che, a fronte di accertamenti peritali non contestati, causi consapevolmente l’allungamento dei tempi di definizione della lite o eviti, sempre consapevolmente, soluzioni amichevoli introducendo in causa domande palesemente viziate in rito. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 26 aprile 2017.




Genitore gravemente disabile ma con patrimonio: si al mantenimento del figlio

Provvedimenti in materia di Mantenimento dei figli – Genitore portatore di grave invalidità ma titolare di patrimonio consistente (nel caso di specie, somme su conto corrente bancario) – Obbligo del mantenimento – Sussiste

Anche a fronte della gravissima condizione di salute del genitore, permane l’onere di contribuire al mantenimento del figlio ove il detto genitore abbia a disposizioni somme che consentono di farvi fronte. Nella determinazione del quantum dell’assegno occorre, tuttavia, tenere conto della grave ed irreversibile compromissione delle capacità lavorative dell’onerato, e di quelle di attendere alle funzioni elementari quotidiane, situazione che impone di considerare che l’importo a disposizione potrà essere destinato alle spese correlate al suo accudimento per l’intero corso della vita. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 21 aprile 2017.




Azione di regresso di un genitore verso l’altro: inammissibile nel rito camerale. Va fatta causa autonoma con rito ordinario

Esercizio della responsabilità genitoriale – Mantenimento anticipato da uno dei genitori – Azione di regresso – Proponibilità nel rito camerale instaurato per regolare i rapporti con i figli e fissare il mantenimento – Esclusione – Necessità della causa autonoma secondo rito ordinario

La domanda di rimborso delle spese di mantenimento già sostenute da uno dei genitori può esercitarsi nei limiti degli obblighi gravanti sui genitori stessi in base ai principi di cui all’art. 316-bis c.c. (già artt. 148 e 261 c.c.), nel senso che è obbligo dei genitori adempiere ai loro doveri nei riguardi dei figli in proporzione alle loro sostanze e capacità di lavoro professionale e casalingo, ma trattandosi di rimborso di spese, già sostenute, queste devono essere adeguatamente provate nel loro an e nel quantum da chi alleghi di averle sostenute anche in luogo dell’altro obbligato, secondo le regole generali dell’azione di regresso. Non è possibile chiederne la rifusione semplicemente applicando matematicamente al tempo passato la misura del contributo di mantenimento a fissarsi per il futuro, né valutando il contributo che avrebbe dovuto essere prestato pro tempore dal genitore inadempiente (v. Cass. I, 4.11.2010, n. 22506). Si tratta quindi di azione di regresso che dev’essere introdotta nell’ambito di un procedimento ordinario, non potendo essere decisa nelle forme del rito camerale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 21 aprile 2017.




Conflitto genitoriale innescato dalla crisi della coppia e istanza del genitore non coabitante di vedere il minore

Figli nati Fuori dal Matrimonio – Interesse del minore alla bigenitorialità – Ricorso del genitore non coabitante – Attribuzione di compiti di cura e spese – Accoglimento

In caso di conflitto genitoriale innescato dalla crisi della coppia, l’istanza del genitore non coabitante di vedere il minore va accolta e, in caso di attribuzione di maggior tempo ad uno dei due genitori si possono attribuire all’altro specifici compiti di cura e spesa per riequilibrare situazioni di accesa conflittualità. (Giorgio Jachia) (riproduzione riservata) Tribunale Salerno 18 aprile 2017.




Domanda di alimenti presentata dal convivente: inammissibile nel procedimento avente ad oggetto le questioni sui figli

Convivenza di fatto – Domanda di alimenti – Cumulo processuale con la domanda relativa all’esercizio della responsabilità genitoriale – Esclusione

La domanda in materia di alimenti presentata dal convivenza di fatto, ai sensi della legge n. 76 del 2016, deve essere introdotta, ex artt. 163 e ss. c.p.c., con atto di citazione e rientra nella competenza del tribunale in composizione monocratica, senza l’intervento del Pubblico ministero. La differenza di rito tra la domanda di alimenti e il procedimento per la disciplina dell’affidamento e mantenimento dei figli minori (rito camerale, di competenza collegiale, con necessario intervento del Pubblico ministero) impone di dichiarare l’inammissibilità della domanda alimentare, in applicazione di quanto disposto dall’art. 40 c.p.c., che consente nello stesso processo un cumulo di domande soggette a riti diversi soltanto in ipotesi qualificate di connessione (ex artt. 31, 32, 34, 35, 36 c.p.c.), escludendo di contro la possibilità di proporre più domande connesse soggettivamente ma caratterizzate da riti diversi. Né il cumulo delle domande risulterebbe giustificato da ragioni di economia processuale: poiché se da una parte la trattazione contestuale dei procedimenti eviterebbe ai conviventi una pluralità di processi, dall’altra rischierebbe di rallentare la trattazione delle controversie aventi ad oggetto la disciplina dell’affidamento e del mantenimento dei minori, per le quali il legislatore ha previsto un rito semplificato che, in caso di conflitto genitoriale, consente la rapida adozione di misure definitive nei confronti dei figli. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 17 aprile 2017.




Fondo di solidarietà del coniuge debole: accesso al fondo solo se titolari di assegno ex art. 156 c.c.

Legge di stabilità 2016 – Fondo di solidarietà per il coniuge debole – Coniuge titolare di assegno per i figli – Accesso al Fondo – Esclusione – Assegno di mantenimento ex art. 156 c.c. – Necessità – Sussiste

Il presupposto per l’accesso al fondo di solidarietà previsto dalla legge 208 del 2015 è che il richiedente «non abbia ricevuto l’assegno determinato ai sensi dell’articolo 156 del codice», ossia l’assegno di separazione; si tratta, per vero, di una misura a sostegno del “coniuge debole” e non dei minori; la Dottrina ha sollevato dubbi in merito alla legittimità costituzionale di questa scelta (art. 3 Cost.) poiché solo il “genitore” che sia al contempo titolare di assegno ex art. 156 c.c. ha diritto di accesso al Fondo e non anche quello astrattamente più svantaggiato ossia il genitore che non goda di alcun assegno (e magari non percepisca alcun reddito per sé); tuttavia, al momento, il regime giuridico in esame è eccezionale e transitorio e, pertanto, sperimentale (dunque, non destinato a perdurare nel tempo); ne consegue che il coniuge legittimato a ricevere il solo assegno per i figli (ex art. 337-ter c.c.) ma non titolare di assegno per sé, ex art. 156 c.c., non ha titolo per accedere al Fondo di solidarietà per il coniuge debole. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 13 aprile 2017.




Omologa di accordo fra coniugi concernente anche la disciplina dei rapporti fra loro e il figlio nascituro

Matrimonio - Separazione consensuale - Disciplina dei rapporti fra i genitori e il figlio nascituro - Omologazione - Ammissibilità

Può essere omologato l’accordo raggiunto fra i coniugi in sede di separazione consensuale concernente anche la disciplina dei rapporti fra di loro e il figlio nascituro. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 04 aprile 2017.




Diritto del padre di visita della figlia in uno spazio neutro

Procedimento ex art. 316 c.c. e ss. (Regolamento dei figli nati fuori dal matrimonio) – Provvedimenti provvisori – Percorsi di mediazione, psicologici e di sostegno alla genitorialità – Diritto del padre ad incontrare la figlia – Sussiste

Procedimento ex art. 316 c.c. e ss. (Regolamento dei figli nati fuori dal matrimonio) – Provvedimenti provvisori – Regolamentazione visite padre-figlia – Diritto del padre ad incontrare la figlia – Incontri in spazio neutro – Sussiste

Procedimento ex art. 316 c.c. e ss. (Regolamento dei figli nati fuori dal matrimonio) – Provvedimenti provvisori – Regolamentazione visite padre-figlia – Diritto del padre ad incontrare la figlia – Incontri con l’aiuto di un educatore privato – Sussiste

In attesa dello svolgimento del percorso di mediazione intrapreso dalle parti, del percorso di psicoterapia della madre, del percorso psicologico del padre e del percorso di sostegno alla genitorialità iniziato da entrambi, il padre ha il diritto ad incontrare la figlia  al fine di evitare il rischio di un pregiudizio per la minore. (Luigi Cardillo) (riproduzione riservata)

Il padre ha il diritto ad incontrare la figlia in uno spazio neutro al fine di evitare il rischio di un pregiudizio per la minore, la quale sin dalla nascita non ha una relazione con il padre. I Servizi Sociali territorialmente competenti dovranno predisporre gli incontri con cadenza all’inizio quindicinale e modulando nel proseguo le modalità ed i tempi in relazione allo sviluppo e all’esito degli accertamenti disposti. (Luigi Cardillo) (riproduzione riservata)

Nelle more dell’attivazione degli incontri in spazio neutro da parte dei Servizi Sociali territorialmente competenti, il padre ha il diritto ad incontrare la figlia secondo le modalità indicate da un educatore privato, scelto di comune accordo dalle parti e con ripartizione al 50% delle relative spese. (Luigi Cardillo) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 24 marzo 2017.




Decadenza dalla responsabilità genitoriale promossa nel giudizio di separazione personale e competenza del giudice ordinario

Matrimonio – Separazione giudiziale – Domanda di decadenza dalla responsabilità genitoriale promossa nel giudizio di separazione personale – Competenza del Giudice Ordinario – Sussistenza

Decadenza dalla responsabilità genitoriale ex art. 330 c.c. – Fattispecie

Spetta al giudice investito del procedimento di separazione personale, ai sensi dell’art. 38 disp. att. c.c., pronunciare sulla domanda di decadenza dalla responsabilità genitoriale, formulata nel corso dello stesso. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il persistente disinteresse sia morale che materiale del genitore nei confronti della figlia unitamente alla aggressione fisica e verbale perpetrata tale determinare nella minore un grave turbamento, giustificano, ex art. 330 c.c., la adozione della misura della revoca della responsabilità genitoriale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova 21 marzo 2017.




Abbandono della casa familiare, domanda di addebito e condanna alle spese di lite

Separazione di coniugi – Allontanamento dalla residenza familiare e violazione dei doveri nascenti dal vincolo coniugale – Domanda di addebito – Fondatezza

Onere della prova in capo al coniuge che ha posto in essere la condotta – Compete

Condanna del coniuge soccombente al pagamento delle spese di lite – Sussiste

E’ meritevole di accoglimento la domanda di addebito della separazione nei confronti del coniuge che, dopo solo qualche mese dalla data del matrimonio, abbandona la residenza coniugale per decisione unilaterale ed ingiustificata, in assenza di precedenti e diverse circostanze ostative alla protrazione dell’unità coniugale. Grava sul medesimo l’onere di dimostrare l’eventuale sussistenza di una giusta causa a sostegno della propria condotta. La pronuncia sulle spese di lite segue la soccombenza. (Luisa Dabbene) (riproduzione riservata) Tribunale Asti 20 marzo 2017.




Affido esclusivo se il genitore si disinteressa del figlio

Provvedimenti in materia di Affidamento dei figli – Genitore non collocatario che si disinteressi dei figli e non adempia al dovere del mantenimento – Esclusione dall’affidamento – Affidamento eslcusivo al genitore collocatario – Sussiste

Perché possa derogarsi alla regola dell’affidamento condiviso, occorre che risulti, nei confronti di uno dei genitori, una sua condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa o comunque tale appunto da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore (come nel caso, ad esempio, di un sostanziale disinteresse di uno dei genitori per le complessive esigenze di cura, di istruzione e di educazione del minore), con la conseguenza che l’esclusione della modalità dell’affidamento condiviso dovrà risultare sorretta da una motivazione non più solo in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa del genitore che in tal modo si escluda dal pari esercizio della potestà genitoriale e sulla non rispondenza, quindi, all’interesse del figlio dell’adozione, nel caso concreto, del modello legale prioritario di affidamento. Pertanto, deve ritenersi che ipotesi di affidamento esclusivo siano individuabili ogni qualvolta l’interesse del minore possa essere pregiudicato da un affidamento condiviso, ad esempio, nel caso in cui un genitore sia indifferente nei confronti del figlio, non contribuisca al mantenimento del figlio, manifesti un disagio esistenziale incidente sulla relazione affettiva, ecc. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 17 marzo 2017.




L’alienazione genitoriale non è una 'patologia' ma un comportamento illecito: condanna ex art. 96 comma III c.c. per l’alienante

Alienazione genitoriale – Strumento processuale utilizzato dal genitore alienante – Condanna ex art. 96 comma III c.c. – Sussiste

Il termine alienazione genitoriale – se non altro per la prevalente e più accreditata dottrina scientifica e per la migliore giurisprudenza – non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile, bensì un insieme di comportamenti posti in essere dal genitore collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale; condotte che non abbisognano dell’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o la radice anche patologia delle condotte medesime. In caso di azione infondata posta in essere dal genitore che abbia attuato comportamenti alienanti, si impone una pronuncia di condanna ex art. 96 comma III c.p.c., registrandosi un grave abuso dello strumento processuale. In particolare, l’azione promossa dalla madre, la quale proponga ricorso contro il padre, per questioni relative ai figli, e risulti poi essere l’autrice di comportamenti alienanti, è da ritenere processualmente viziata da colpa grave e come tale meritevole di sanzione ex art. 96 comma III c.p.c. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 11 marzo 2017.




Ricorso del genitore coabitante per trasferimento in altra regione

Interesse del minore al proprio contesto sociale – Ricorso del genitore coabitante per trasferimento in altra regione – Terzo trasferimento – Ostacolo crescita armonica – Rigetto

In caso di conflitto genitoriale innescato dall’istanza del co-residente di esercitare il proprio diritto a trasferire la propria residenza in località non limitrofa il Giudice, preso atto che trattasi del terzo trasferimento nel giro di pochi anni, rilevato che l’unica famiglia frequentata dal minore è quella del genitore non co-residente, considerato che nella nuova residenza il minore non avrebbe alcun punto di riferimento se non il genitore co-residente, conferisce prevalenza all’interesse del minore a mantenere equilibrati ed adeguati contatti e rapporti con entrambi i genitori e con gli ascendenti. (Giorgio Jachia) (riproduzione riservata) Tribunale Salerno 11 marzo 2017.




Lite temeraria e condanna per il genitore che fa causa davanti al Tribunale ordinario per eludere la competenza del Tribunale dei minori previamente adito

Riparto di competenza tra tribunale ordinario e tribunale minorile – Processo pendente davanti al TM – Azione proposta davanti al TO – Azione cd. da disturbo – Lite temeraria – Sussiste – Finalità non meritevole di tutela – Tentativo di sottrazione della competenza al giudice previamente adito

In materia di riparto di competenza tra Tribunale per i Minorenni (TM) e Tribunale Ordinario (TO), con riferimento al caso in cui il procedimento diretto ad ottenere provvedimenti limitativi o ablativi della responsabilità genitoriale sia proposto davanti all’ufficio minorile prima di quello di separazione, di divorzio o ex art. 316 cod. civ., il tribunale per i minorenni resta competente a conoscere della domanda diretta ad ottenere la declaratoria di decadenza o la limitazione della responsabilità genitoriale ancorché, nel corso del giudizio, sia stata proposta, innanzi al tribunale ordinario, domanda di separazione personale dei coniugi o di divorzio, nel rispetto del principio della perpetuatio jurisdictionis" di cui all'art 5 cod. proc. civ. In particolare, nel caso in cui, a fronte di un processo minorile pendente e in cui sia stata espletata una CTU (dunque, in avanzata fase istruttoria), una delle parti instauri nuova e autonoma causa davanti al Tribunale ordinario, per sottrarre all’ufficio previamente adito la competenza (cd. azione da disturbo), si realizza un uso distorto dello strumento processuale che giustifica la sanzione ex art. 96 comma III c.p.c. per lite temeraria. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 09 marzo 2017.




Il giudice del Paese terzo che non abbia alcun collegamento sui minori emette provvedimenti non idonei a sospendere il processo italiano (ove residenti i bambini)

Litispendenza – Procedimento pendente in Paese Terzo – Paese che non abbia alcun collegamento con i minori contesti – Astratta riconoscibilità del provvedimento emesso dal giudice di detto Paese – Esclusioni

Con riguardo alla disciplina della lis pendens disciplinata dall’articolo 7 legge 215 del 1998, deve ritenersi non astrattamente riconoscibile un provvedimento in materia di responsabilità genitoriale emesso da un giudice straniero di un Paese Terzo (extra UE) che non abbia alcun collegamento con i bambini contesi, i quali non siano nati e non abbiano mai vissuto in detto Paese e che sempre in detto Paese non abbiano la residenza abituale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 09 marzo 2017.




Litispendenza internazionale anche tra cause con oggetto diverso (separazione e divorzio)

Litispendenza internazionale ex art. 19 Reg. 2001 del 2003 – Diversità del titolo o dell’oggetto – Rilevanza – Esclusione – Causa preventivamente instaurata in materia di divorzio – Causa successivamente instaurata in materia di divorzio – Litispendenza – Sussiste

Judicial cooperation in civil matters — Jurisdiction, recognition and enforcement of judgments in matrimonial matters and matters of parental responsibility — Regulation (EC) No 2201/2003 — Lis pendens — Articles 16 and 19(1) and (3) — Judicial separation proceedings in a first Member State and divorce proceedings in a second Member State

Per determinare se sussista una situazione di litispendenza, in materia matrimoniale non è richiesta l’identità di causa e di oggetto delle domande proposte dinanzi ad autorità giurisdizionali di Stati membri diversi: se è vero che le domande devono riguardare le stesse parti, esse possono avere oggetto distinto, purché vertano sulla separazione personale, sul divorzio o sull’annullamento del matrimonio. Tale interpretazione è corroborata dal confronto tra i paragrafi 1 e 2 dell’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003, da cui risulta che solo tale paragrafo 2, concernente domande sulla responsabilità genitoriale, subordina la sua applicazione all’identità di oggetto e di causa delle azioni proposte. Di conseguenza, può esservi una situazione di litispendenza quando dinanzi a due autorità giurisdizionali di Stati membri diversi sono instaurati, come nel caso di specie, un procedimento di separazione personale dinanzi a una di esse e un procedimento di divorzio dinanzi all’altra, o quando dinanzi a entrambe è presentata domanda di divorzio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

In order then to determine whether a situation of lis pendens exists, it is apparent from the wording of Article 19(1) of Regulation No 2201/2003 that matrimonial matters applications brought before the courts of different Member States are not required to have the same cause of action. While the proceedings must involve the same parties, they may have a different cause of action, provided that they concern judicial separation, divorce or marriage annulment. That interpretation is supported by a comparison of paragraphs 1 and 2 of Article 19 of Regulation No 2201/2003, from which it is clear that only the application of paragraph 2, concerning proceedings relating to parental responsibility, is subject to the proceedings brought having the same cause of action. Consequently, a situation of lis pendens may exist where two courts of different Member States are seised, as in the main case, of judicial separation proceedings in one case and divorce proceedings in the other, or where both are seised of an application for divorce. In such circumstances and where the parties are the same, in accordance with Article 19(1) of Regulation No 2201/2003, the court second seised is of its own motion to stay its proceedings until such time as the jurisdiction of the court first seised is established. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 24 febbraio 2017.




Gli alimenti versati dai nonni non comportano diminuzione dell’assegno di mantenimento dovuto dal coniuge

Separazione dei coniugi – Assegno di mantenimento – Riduzione a seguito di versamento di assegno alimentare da parte di terzi obbligati – Esclusione

È vero che in linea di principio l’assegno di mantenimento gravante sul coniuge ex art.147 c.c. comprende una quota a titolo di alimenti, nel senso che il primo ha un contenuto più ampio rispetto al secondo, dovendo garantire non solo i bisogni primari ma, pur se entro certi limiti, lo stesso tenore di vita proprio del periodo di convivenza famigliare prima della separazione.
Tuttavia, se la limitata entità dell’assegno di mantenimento è tale che nonostante il suo pagamento l’avente diritto non cessa di versare in stato di bisogno, posto che l’art.441, II co,, c.c., prevede espressamente che sia ipotizzabile un cumulo di assegni alimentari a carico di più obbligati, è da ritenere inammissibile l’eccezione di parziale estinzione del debito da mantenimento per l’avvenuto pagamento di assegni alimentari da parte dei nonni ex art.433 c.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Taranto 22 febbraio 2017.




Competenza giurisdizionale per la modifica dei provvedimenti già assunti

Rinvio pregiudiziale – Cooperazione giudiziaria in materia civile – Competenza in materia di responsabilità genitoriale – Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Articoli da 8 a 15 – Competenza in materia di obbligazioni alimentari – Regolamento (CE) n. 4/2009 – Articolo 3, lettera d) – Decisioni contrapposte emesse da giudici di Stati membri differenti – Minore che risiede abitualmente nello Stato membro di residenza della madre – Competenza dei giudici dello Stato membro di residenza del padre a modificare una decisione passata in giudicato da essi precedentemente adottata e riguardante la residenza del minore, le obbligazioni alimentari e l’esercizio del diritto di visita – Insussistenza

L'articolo 8 del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, e l'articolo 3 del regolamento (CE) n. 4/2009 del Consiglio, del 18 dicembre 2008, relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni e alla cooperazione in materia di obbligazioni alimentari, devono essere interpretati nel senso che, in un procedimento come quello principale, i giudici dello Stato membro che hanno adottato una decisione passata in giudicato in materia di responsabilità genitoriale e di obbligazioni alimentari riguardanti un figlio minore non sono più competenti a pronunciarsi su una domanda di modifica dei provvedimenti adottati con tale decisione, qualora la residenza abituale del minore si trovi nel territorio di un altro Stato membro. La competenza a pronunciarsi su tale domanda spetta ai giudici di quest'ultimo Stato membro. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 15 febbraio 2017.




Nato da parto anonimo: sulle modalità di accesso alle origini

Figlio nato da parto anonimo – Diritto a conoscere le proprie origini – Sussistenza – Previa verifica della persistenza nella madre della volontà di conservare l’anonimato – Necessità – Modalità di attuazione del provvedimento che riconosce il diritto

In tema di parto anonimo, per effetto della sentenza delle Corte costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte stessa, idonee ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità della donna, fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia rimossa in seguito all’interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità (La Corte di Appello di Salerno si conforma ai principi enunciati dalle Sezioni Unite, con sentenza n. 1946 del 25 gennaio 2017, disponendo, nel caso di specie, che la Stazione dei Carabinieri territorialmente competente provveda, con facoltà di subdelega, agli opportuni adempimenti). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Salerno 07 febbraio 2017.




Convivenze di fatto: la dichiarazione anagrafica non ha valore costitutivo

Convivenza di fatto – Dichiarazione anagrafica – Valore costitutivo della convivenza – Esclusione

L’art. 1 comma 37 – nel fare salva la sussistenza dei presupposti della convivenza di fatto, indicati nel comma 36 – finalizza espressamente gli istituti propri dell’ordinamento anagrafico all’accertamento della stabile convivenza e non già alla costituzione della convivenza di fatto. Pertanto, in applicazione della generale disciplina in materia di iscrizione dei cittadini residenti all’estero, il Comune richiesto deve provvedere a registrare i cittadini conviventi residenti all’stero, nella medesima scheda di famiglia anagrafica AIRE, in quanto iscritti nello stesso comune AIRE e residenti allo stesso indirizzo estero. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Ministero dell'Interno 06 febbraio 2017.




I genitori litigano sulla scuola: prevale la scuola pubblica, ma non sempre

Conflitto genitoriale – Iscrizione scolastica dei figli – Figli iscritti in precedenza in una scuola privata – Persistenza della iscrizione – Interesse del minore – Sussiste

In materia di conflitti genitoriali, là dove non esista, o non persista, un’intesa tra i genitori a favore di qualsivoglia istituto scolastico privato, la decisione dell’Ufficio giudiziario – in sé sostitutiva di quella della coppia genitoriale – non può che essere a favore dell’istruzione pubblica, secondo i canoni dall’ordinamento riconosciuti come idonei allo sviluppo culturale di qualsiasi soggetto minore residente sul territorio. Questa regola può subire eccezioni nelle ipotesi in cui, per le peculiarità del caso concreto, emergano evidenti controindicazioni all’interesse del minore e, quindi, la soluzione della scuola pubblica possa non essere quella più rispondente all’interesse del minore (ad es. difficoltà di apprendimento, particolari fragilità di inserimento nel contesto dei coetanei o fragilità personali del minore, esigenze di coltivare studi in sintonia con la dotazione culturale o l’estrazione nazionale dei genitori ecc.) (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 02 febbraio 2017.




Condannata l’Agenzia delle Entrate: il coniuge ha diritto di conoscere i rapporti finanziari del congiunto, ai fini del processo di separazione

Separazione dei coniugi – Istanza del coniuge di accesso alla anagrafe tributaria per acquisire i rapporti finanziari del congiunto – Accesso agli atti – Diniego dell’Agenzia delle Entrate – Illegittimità – Sussiste

Il diritto di accesso regolato dalla legge 241 del 1990 è riconosciuto al coniuge, anche in pendenza del giudizio di separazione o divorzio, per accedere alla documentazione fiscale, reddituale e patrimoniale dell’altro coniuge, al fine di difendere il proprio interesse giuridico, attuale e concreto, la cui necessità di tutela è reale ed effettiva e non semplicemente ipotizzata. In particolare, costituiscono oggetto dell’accesso (nella forma della sola visione) anche le “comunicazioni” relative ai rapporti finanziari: gli atti in questione rientrano nell’ampia nozione di documento amministrativo di cui all’art. 22 della legge 7 agosto 1990, nr. 241, trattandosi di atti utilizzabili dall’Amministrazione finanziaria per l’esercizio delle proprie funzioni istituzionali, ancorché non formati da questa. Quanto ai controinteressati, giova ricordare che la tutela degli interessi economici e della serenità dell’assetto familiare, soprattutto nei riguardi dei figli minori delle parti in causa, prevale o quantomeno deve essere contemperata con il diritto alla riservatezza previsto dalla normativa vigente in materia di accesso a tali documenti “sensibili” del coniuge. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) T.A.R. Puglia 31 gennaio 2017.




Giurisdizione e regolamento n. 2201 del 2003

Procedimento di separazione – Giurisdizione – Reg. 2201 / 2003

Nel caso in cui i coniugi non abbiano cittadinanza comune, devono trovare applicazione i criteri di cui alla lett. a) dell’articolo 3 del Reg. 2201 del 2003, ai fini della giurisdizione: "sono competenti a decidere sulle questioni inerenti al divorzio, alla separazione personale dei coniugi e all'annullamento del matrimonio le autorità giurisdizionali dello Stato membro nel cui territorio si trova: — la residenza abituale dei coniugi, o — l'ultima residenza abituale dei coniugi se uno di essi vi risiede ancora, o — la residenza abituale del convenuto, o — in caso di domanda congiunta, la residenza abituale di uno dei coniugi, o — la residenza abituale dell'attore se questi vi ha risieduto almeno per un anno immediatamente prima della domanda, o — la residenza abituale dell'attore se questi vi ha risieduto almeno per sei mesi immediatamente prima della domanda ed è cittadino dello Stato membro stesso o, nel caso del Regno Unito e dell'Irlanda, ha ivi il proprio «domicile»; b) di cui i due coniugi sono cittadini". (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Catania 26 gennaio 2017.




Famiglia: se pende appello, non può instaurarsi altra lite sul minore davanti al Tribunale per i Minorenni – Art. 709-ter anche d’ufficio

Procedimento instaurato davanti al tribunale ordinario – provvedimento conclusivo – Giudizio di impugnazione – pendenza – Proposizione di altra domanda davanti al tribunale per i minorenni – Competenza del giudice di appello – Persistenza – Sussiste – Tutela del principio di concentrazione delle tutele – Inammissibilità delle azioni cd. da disturbo

Controversie genitoriali – Sanzioni ex art. 709-ter c.p.c. – Applicabilità ex officio – Sussiste

Controversie genitoriali – Allontanamento del genitore con i figli – Poteri del giudice – Ordine di rientro del genitore – Inammissibilità – Rientro del minore – Ammissibilità

Si deve escludere che l'iniziativa del P.M. minorile vanifichi l'applicabilità della vis actractiva prevista dall'art. 38 disp. att. c.c. la cui ratio è di evitare l'uso strumentale del ricorso al giudice minorile quando sia già incardinato un procedimento riguardante il conflitto tra genitori nel quale, alla luce dell'attuale quadro normativo e giurisprudenziale, vengono in luce tutti i profili relativi all'affidamento dei figli minori, compresa la eventuale necessità di adottare provvedimenti come l'affidamento a terzi o limitativi della responsabilità genitoriale in funzione del best interest del minore, ancorchè non richiesti o sollecitati dalle parti (Cass. 432/2016e Cass.10365/2016 cit.). Si tratta di un principio cui non possono consentirsi deroghe e pertanto non si può consentire che il ricorso al Tribunale per i minorenni, proposto durante la pendenza del processo di impugnazione del provvedimento adottato dal Tribunale ordinario, costituisca una forma surrettizia di (ulteriore) impugnazione, in aperta violazione del principio di concentrazione delle tutele. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Le sanzioni perviste dall’art. 709 ter c.p.c. possono essere applicate d’ufficio dal giudice. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La libertà personale e la libertà di circolazione sul territorio nazionale sono diritti fondamentali costituzionalmente protetti, e quindi in nessun caso si può imporre a un genitore che si sia allontanato dalla casa familiare, di rientrarvi; la legge consente eventualmente di allontanare i figli da detto genitore, se inadeguato, ma non certamente di limitare la libertà personale dell’adulto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Appello Catania 26 gennaio 2017.




Rapporti tra causa italiana di separazione e causa straniera di divorzio

Separazione dei coniugi – Proposta in Italia dopo domanda di divorzio presentata all’estero dall’altro coniuge – Litispendenza – Affermazione – Pregiudizialità della causa straniera – Affermazione

In caso di domanda di divorzio introdotta all’estero da uno dei in data anteriore al ricorso per separazione presentato in Italia dall’altro coniuge, sussiste identità di oggetto e causa petendi, dovendo il giudice procedere ad una valutazione di equivalenza delle situazioni soggettive fatte valere sotto il profilo sostanziale (intollerabilità della prosecuzione della convivenza coniugale e dei rimedi perseguiti), prescindendosi  dalla inevitabile diversità della qualificazione giuridica di tali situazioni e degli strumenti di tutela nell’ambito dei due diversi ordinamenti.
In ogni caso, anche ove dovessero escludersi i presupposti della litispendenza, dovrebbe affermarsi la pregiudizialità della causa straniera ex art. 7, 3° co., L.217/95, essendo indubbia la incompatibilità tra il pronunciando divorzio e la domanda di separazione coniugale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Como 24 gennaio 2017.




Domanda di alimenti del convivente: non proponibile nel giudizio dei figli

Alimenti in favore del convivente – Art. 1 comma 65 legge 76 del 2016 – Proponibilità della domanda alimentare nella controversia avente ad oggetto i figli – Esclusione

Alimenti in favore del convivente – Diritto agli alimenti – Nascita – Applicabilità alle convivenze terminate prima del 5 giugno 2016 – Esclusione

All’istituto degli alimenti va ricondotta la domanda alimentare del convivente di fatto, come riconosciuta dall’art. 1 comma 65 della legge 76 del 2016. La controversia in materia di alimenti è regolata dalle norme di diritto sostanziale di cui agli artt. 433 e ss c.c. e dalle norme processuali di cui agli artt. 163 e ss c.p.c. E’ competente il giudice ordinario in composizione monocratica, senza intervento del Pubblico Ministero. L’azione va introdotta con atto di citazione. La controversia avente ad oggetto il conflitto genitoriale in caso di figli nati fuori da matrimonio è regolata dalle norme di diritto sostanziale di cui agli artt. 337-bis e ss c.c. e dalle norme di diritto processuale di cui all’art. 38 disp att c.c., come riscritto dall’art. 3 comma 1 della legge 219 del 2012. Per l’effetto, nei procedimenti in materia di affidamento e di mantenimento dei minori si applicano gli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile: il tribunale competente provvede in composizione collegiale, in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero e i provvedimenti emessi sono immediatamente esecutivi, salvo che il giudice disponga diversamente. Sussiste competenza funzionale del Tribunale. Alla luce dei riferimenti normativi sin qui illustrati, deve ritenersi inammissibile la domanda ex art. 1 comma 65 legge 76/2016 proposta nel giudizio camerale ex art. 38 disp. att. c.c.: l’art. 40 c.p.c. consente nello stesso processo il cumulo di domande soggette a riti diversi soltanto in ipotesi qualificate di connessione (art. 31, 32, 34, 35 e 36), così escludendo la possibilità di proporre più domande connesse soggettivamente e caratterizzate da riti diversi. Gli argomenti che possono essere svolti per giustificare il cumulo possono essere individuati nella evidente economica processuale che si realizzerebbe trattando i “problemi” della famiglia in un’unica causa: tuttavia, l’opportunità della trattazione contestuale delle due cause se da un lato evita ai conviventi una pluralità di processi, d’altro canto rischia di rallentare e appesantire la trattazione della controversia minorile, alla quale il Legislatore riserva un regime accelerato e semplificato al fine di consentire al giudice del conflitto genitoriale di pervenire velocemente a misure regolative definitive. Se in occasione della domanda minorile il giudice dovesse anche istruire la causa di alimenti, questa finalità sarebbe se non compromessa quanto meno frustrata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

La legge 76 del 2016 ha introdotto nell’ordinamento il diritto agli alimenti in favore del convivente con decorrenza dal 5 giugno 2016 (data di entrata in vigore delle nuove norme); pertanto, una pretesa alimentare del convivente more uxorio è possibile solo per quelle convivenze che siano cessate a partire dal 5 giugno 2016: il diritto alimentare, infatti, nella convivenza di mero fatto, sorge nel momento in cui si verifica lo stato di bisogno e coincide, dunque, con la cessazione del legame. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 23 gennaio 2017.




Contrasto dei genitori sulla iscrizione scolastica? Prevale la scuola pubblica

Esercizio della responsabilità genitoriale – Scelte dei genitori nell’interessi dei figli – Contrasto in merito alle iscrizioni scolastiche – Scuola privata oppure scuola pubblica – Mancanza di necessità di garantire continuità formativa – Scelta giudiziale in favore della scuola pubblica – Sussiste – Volontà contraria del figlio minore – Rilevanza – Non sussiste

Esercizio della responsabilità genitoriale – Scelte dei genitori nell’interessi dei figli – Consenso prestato per le iscrizioni scolastiche – Efficacia – Limitatamente al solo ciclo frequentato dalla prole al momento di espressione del consenso – Sussiste

In caso di contrasto genitoriale in merito alla iscrizione scolastica dei figli (tra scuola privata e scuola pubblica), in assenza della necessità di salvaguardare la continuità formativa, il Tribunale deve optare per la scuola pubblica italiana considerata quella che l’ordinamento democratico mette a disposizione di tutti i minori e della quale il giudice deve presumere la capacità di fornire idonea educazione scolastica. Analoga presunzione non può operare con la scuola privata in quanto organizzata non dallo Stato italiano ma da soggetti diversi che solo entrambi i genitori possono valutare come positivi per l’educazione dei loro figli. Né può essere decisiva la diversa volontà dei figli: infatti, la volontà della prole minore di età non può superare le osservazioni riportate quanto all’impossibilità per il giudice di ordinare l’iscrizione ad un nuovo ciclo di scuola privata nel dissenso di uno dei genitori. Peraltro, che l’opinione del minore nella scelta scolastica sia importante, ma non dirimente, si evince dalla non necessità del suo ascolto in sede di iscrizione, ritenendo l’ordinamento che tale scelta sia da rimettere ai genitori. Ciò in quanto l’immaturità del minore fa ritenere che lo stesso non abbia le necessarie categorie e conoscenze per valutare la qualità dell’offerta formativa, dell’impostazione didattica e culturale dei diversi istituti, capacità riconosciute dall’ordinamento scolastico ai soli genitori chiamati a sottoscrivere la scheda di iscrizione che non prevede la sottoscrizione del minore. Sono i soli genitori che assumono di fronte all’ordinamento e ai figli il compito e la responsabilità della scelta scolastica, senza che sia prevista l’espressione di una adesione del minore a tale scelta. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il consenso prestato per le iscrizioni scolastiche, in mancanza di espresse specificazioni, ha effetto con riguardo al solo ciclo frequentato dai figli al momento di espressione del consenso. Tale conclusione è desumibile dalla necessità per i genitori di rinnovare il proprio consenso ad ogni mutamento di ciclo scolastico, essendo stabilito dall’ordinamento scolastico che i genitori provvedano all’iscrizione dei figli ad ogni mutamento di ciclo. Peraltro una diversa interpretazione, portata alle estreme conseguenze imporrebbe ai genitori che avessero prestato il consenso alla frequentazione di una scuola privata dell’infanzia di assicurare la frequenza scolastica nella medesima struttura fino al compimento degli studi anche universitari, qualora la struttura avesse classi di istruzione di ogni ordine e grado, affermazione che si porrebbe in palese contrasto con i più elementari canoni dell’ermeneutica. Per quanto esposto deve ritenersi che il consenso eventualmente prestato dai genitori, riguardi il solo ciclo scolastico che il figlio stia frequentando nel periodo in cui l’accordo viene concluso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 20 gennaio 2017.




Trasferimento del bambino se i genitori litigano. Provvedimenti ex art. 709-ter c.p.c. anche d’ufficio

Esercizio della responsabilità genitoriale – Scelte dei genitori nell’interessi dei figli – Scelta della residenza abituale – Consenso di entrambi i genitori – Mancanza di assenso al trasferimento del minore – Esigenza di preservare l’habitat del bambino – Rigetto della richiesta di trasferimento

Misure rimediali previste dall’articolo 709-ter c.p.c. – Attivazione ex officio da parte del Tribunale – Ammissibilità – Sussiste

In merito alla residenza abituale della prole, il novellato art. 316 c.c. nel definire la responsabilità genitoriale ha espressamente previsto che siano i genitori a stabilire di comune accordo la residenza abituale dei figli minori; l’eventuale trasferimento del figlio a fronte del dissenso di uno dei due genitori può essere autorizzato (ovvero ratificato) solo qualora siano provati giustificati motivi che rendano tale soluzione necessaria, dovendo in mancanza rigettare la richiesta al fine di preservare l’habitat del figlio inteso non solo come casa di abitazione, ma anche come rete di relazioni familiari, scolastiche ed amicali. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Le misure rimediali di cui all’articolo 709-ter c.p.c. possono essere attivate d’Ufficio dal giudice, a tutela del primario interesse del minore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 20 gennaio 2017.




Assegno divorzile: l’assegno di separazione è il 'tetto massimo' da non superare

Divorzio – Assegno divorzile – Assetto stabilito nella separazione – Assegno di mantenimento ex art. 156 c.c. – Quantificazione – “Tetto massimo” entro cui contenere l’assegno di divorzio – Sussiste

L'assetto economico concordato dai coniugi in sede di separazione costituisce un utile elemento di valutazione ai fini della determinazione e quantificazione dell'assegno divorzile e, di regola, esso costituisce l'ammontare massimo entro i cui limiti va fissato il quantum del predetto assegno divorzile, salvo venga data prova di un significativo incremento della situazione economico-patrimoniale del coniuge obbligato, successivo alla separazione, conseguente ad aspettative maturate nel corso del matrimonio e quindi costituente sviluppo naturale e prevedibile dell'attività svolta durante il matrimonio o venga data prova comunque di una significativa modifica della situazione economico-reddituale dei coniugi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 18 gennaio 2017.




Assegnazione della casa coniugale su accordo

Assegnazione della casa familiare – Assenza di figli – Ammissibilità – Esclusione – Eccezione – Accordo dei coniugi

Nel giudizio di separazione o divorzio, la casa coniugale non può essere assegnata a uno dei coniugi in mancanza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti (comuni) o in mancanza di specifico accordo delle parti; se un tale accordo sussisteva al momento della separazione e non è confermato in sede di divorzio, del pari non può procedersi al vincolo ex art. 337-sexies c.c. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 18 gennaio 2017.




Prova per testi su 'relazione extraconiugale': inammissibile – 'nuovi compagni' dei genitori separati – assegno perequativo

Richieste istruttorie – Adulterio – prova – Capitoli di prova che chiamano il teste a riferire circa una “relazione extraconiugale” – Ammissibilità – Esclusione

Genitori separati – Diritto del genitore ad includere nelle frequentazioni con i figli il nuovo Convivente – Sussiste – Condizioni – Preminente interesse del minore

Mantenimento dei figli – Collocamento dei figli presso uno dei genitori – Genitore non collocatario – Diritto a un assegno di mantenimento per i figli, cd. Perequativo – Condizioni

Non si può interrogare un teste sull’esistenza di una “relazione extraconiugale”, ma semmai sui fatti storici dai quali può desumersi l’esistenza di tale relazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Va rigettata la domanda del genitore volta ad ottenere che il Tribunale inibisca i contatti tra i figli comuni e il nuovo partner dell’altro genitore là dove la relazione tra esso genitore e nuovo compagno si sia consolidata e per il tempo trascorso debba ritenersi che i minori abbiano ormai presumibilmente metabolizzato la presenza – nel caso di specie - del nuovo compagno nella vita della madre. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Nel caso di collocamento dei figli presso uno dei genitori, il genitore non collocatario può comunque essere titolare di un assegno di mantenimento – cd. assegno perequativo – a titolo di contributo per far fronte alle spese di mantenimento dei minori nei tempi in cui gli stessi sono con lui. Ciò è possibile alle seguenti condizioni: a) che sussista una evidente disparità reddituale tra le parti; b) che i tempi di permanenza dei figli presso il genitore non collocatario siano particolarmente ampi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 18 gennaio 2017.




Nuova legge sulla continuità affettiva: convocazione degli affidatari in udienza

Legge 173 del 2015 sulla continuità affettiva dei minori – Obbligo di convocare l’affidatario o l’eventuale famiglia collocataria nei procedimenti civili sulla responsabilità genitoriale – Affidatari – Qualità di “parti” – Esclusione – Fonti di informazione – Sussiste

In materia di procedimento civile avente ad oggetto (anche) la responsabilità genitoriale, la norma sulla partecipazione dell’affidatario o del collocatario al processo, di cui all’art. 5, comma I, legge 184 del 1983, come modificata dalla Legge 173 del 2015, opera esclusivamente nell’ipotesi in cui il minore versi in una situazione di affidamento familiare. Ove un affidamento familiare sussista, per gli affidatari valgono le medesime regole fissate per i parenti e familiari nei procedimenti di protezione giuridica degli adulti vulnerabili ove si è chiarito che le persone “altre” che il giudice “deve” sentire non rivestono la veste di parti in senso tecnico-giuridico, svolgendo mere funzioni consultive: sono, cioè, cd. "fonti di informazioni" per il giudice (v. quanto all’art. 712 c.p.c., Cass. civ., sez. I, sentenza 22 aprile 2009 n. 9628). Non trattandosi di litisconsorti o di persone che possano assumere la qualità di “parte” nel processo, agli stessi deve essere resa nota l’udienza del rito alla quale possono partecipare, per presentare memorie scritte oppure rendere dichiarazioni. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 17 gennaio 2017.




Nuova legge sulla continuità affettiva: convocazione degli affidatari in udienza

Legge 173 del 2015 sulla continuità affettiva dei minori – Obbligo di convocare l’affidatario o l’eventuale famiglia collocataria nei procedimenti civili sulla responsabilità genitoriale – Affidatari – Qualità di “parti” – Esclusione – Fonti di informazione – Sussiste

In materia di procedimento civile avente ad oggetto (anche) la responsabilità genitoriale, la norma sulla partecipazione dell’affidatario o del collocatario al processo, di cui all’art. 5, comma I, legge 184 del 1983, come modificata dalla Legge 173 del 2015, opera esclusivamente nell’ipotesi in cui il minore versi in una situazione di affidamento familiare. Ove un affidamento familiare sussista, per gli affidatari valgono le medesime regole fissate per i parenti e familiari nei procedimenti di protezione giuridica degli adulti vulnerabili ove si è chiarito che le persone “altre” che il giudice “deve” sentire non rivestono la veste di parti in senso tecnico-giuridico, svolgendo mere funzioni consultive: sono, cioè, cd. "fonti di informazioni" per il giudice (v. quanto all’art. 712 c.p.c., Cass. civ., sez. I, sentenza 22 aprile 2009 n. 9628). Non trattandosi di litisconsorti o di persone che possano assumere la qualità di “parte” nel processo, agli stessi deve essere resa nota l’udienza del rito alla quale possono partecipare, per presentare memorie scritte oppure rendere dichiarazioni. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 17 gennaio 2017.




Diritti indisponibili e domanda congiunta di addebito della separazione

Matrimonio – Separazione – Domanda di addebito – Conclusioni congiunte – Vincolatività – Esclusione

La richiesta, benché congiunta, di pronuncia di addebito della separazione a uno dei coniugi non è vincolante per il Collegio trattandosi di questione concernente diritti indisponibili e, se pure la parte può ammettere i fatti materiali che giustificherebbero una pronuncia di addebito, spetta unicamente al giudicante valutare se sussistano i presupposti per una pronuncia ai sensi dell’art. 151, comma 2, c.c. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 10 gennaio 2017.




La domanda di decadenza, presentata ab origine, determina la competenza del Tribunale per i Minorenni

Controversie genitoriali – Figli nati fuori da matrimonio – Domanda di decadenza – Presentata insieme a domanda di regolamentazione della responsabilità genitoriale – Competenza – Tribunale per i Minorenni – Sussiste

Nel caso in cui il genitore invochi una pronuncia di decadenza ex art. 330 c.c. richiedendo, al contempo, misure regolative della responsabilità genitoriale (sub specie di affido esclusivo dei minori al genitore non dichiarato decaduto), si registra una pregiudizialità del giudizio decadenziale che rende le successive richieste consequenziali e dipendenti: non si assiste, cioè, a un giudizio ex art. 316 c.c. “pendente” ove viene promossa anche domanda ex art. 330 c.c. bensì, al contrario, a un procedimento di decadenza con richieste satellitari dipendenti. Ne consegue che la competenza funzionale è del tribunale per i Minorenni. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 30 dicembre 2016.




Matrimonio contratto all’estero: non esperibile la tutela per i figli non matrimoniali

Controversie genitoriali – Matrimonio celebrato all’estero e non trascritto in Italia – Figli – Figli nati da matrimonio – Sussiste – Tutela ex art. 316 comma IV c.c. – Esclusione – Ricorso al giudizio di separazione/divorzio – Sussiste – Modifica delle condizioni relative ai figli in caso di divorzio intervenuto all’estero – Ricorso ex art. 9 l. div. – Necessità – Sussiste

Nel caso in cui le parti abbiano contratto matrimonio all’estero e sia intervenuta, sempre all’estero, pronuncia di divorzio, il genitore interessato alla modifica delle condizioni regolative della responsabilità genitoriale deve promuovere giudizio di revisione ai sensi dell’art. 9 legge 898 del 1970. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 30 dicembre 2016.




Collocamento del minore, trasferimento della residenza di uno dei genitori e diritti garantiti del genitore: 'maternal preference' in relazione agli accertamenti di fatto

Famiglia – Separazione e divorzio – Figlio naturale – Affidamento congiunto – Collocamento del minore presso uno dei genitori – Diritti costituzionali del genitore collocatario – Valutazione dell’interesse del minore

Nel caso di affidamento congiunto del minore, per il genitore collocatario stabilimento e trasferimento della propria residenza e sede lavorativa costituiscono oggetto di libera e non conculcabile opzione dell'individuo, espressione di diritti fondamentali, sicché, in casi del genere, il giudice è tenuto esclusivamente a stabilire quale sia la soluzione più opportuna per la prole. Il diritto del genitore di determinarsi liberamente in ordine al luogo di ubicazione della propria sede domiciliare e familiare, garantito dalla normativa costituzionale, non è suscettibile di essere valutato negativamente se non quando se ne ponga l'assoluta necessità ai fini della tutela del superiore interesse del minore e, cioè, quando il mutamento della residenza e della collocazione del minore stesso siano concretamente e comprovatamente incompatibili con le esigenze fondamentali personali di quest'ultimo, oltre che con l’interesse alla conservazione di un equilibrato e proficuo rapporto anche con il genitore che non sia prevalente collocatario. Il principio della “maternal preference”, non è inteso in senso assoluto, ma va valutato in relazione agli accertamenti di fatto del CTU. (Bruno Nigro) (riproduzione riservata) Appello Ancona 27 dicembre 2016.




Incostituzionale l’automatismo del cognome patronimico

Filiazione – Attribuzione del cognome – Automatica attribuzione del cognome paterno – Incostituzionalità – Sussiste

Va dichiarata l’illegittimità costituzionale della norma desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 del codice civile; 72, primo comma, del regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238 (Ordinamento dello stato civile); e 33 e 34 del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127), nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno; va dichiarata in via consequenziale, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), l’illegittimità costituzionale dell’art. 262, primo comma, cod. civ., nella parte in cui non consente ai genitori, di comune accordo, di trasmettere al figlio, al momento della nascita, anche il cognome materno; va dichiarata in via consequenziale, ai sensi dell’art. 27 della legge n. 87 del 1953, l’illegittimità costituzionale dell’art. 299, terzo comma, cod. civ., nella parte in cui non consente ai coniugi, in caso di adozione compiuta da entrambi, di attribuire, di comune accordo, anche il cognome materno al momento dell’adozione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 21 dicembre 2016.




Celebrazione delle unioni civili: no a discriminazioni rispetto ai matrimoni

Regolamento dell’ente locale – Previsioni in tema di luoghi, orari, tariffe – Applicabilità anche alle Unioni Civili – Esclusione – Legittimità – Esclusione

L’ente locale non può non applicare anche alla celebrazione delle Unioni Civili, le disposizioni regolamentari introdotte per la celebrazione dei matrimoni civili, riguardanti luoghi, orari e tariffe connessi a tali procedimenti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) T.A.R. Veneto 07 dicembre 2016.




Negoziazione assistita: se il PM nega l’autorizzazione, il Presidente può concederla al suo posto

Negoziazione assistita – Accordi in materia di responsabilità genitoriale – Autorizzazione del P.M. – Diniego – Fase presidenziale – Incidente giurisdizionale – Sussiste – Poteri del Giudice – Concessione della autorizzazione – Sussiste – Contenuto dell’accordo – Diversità rispetto a quello presentato al P.M. – Ammissibilità – Sussiste

In materia di negoziazione assistita, successivamente alla mancata autorizzazione del Pubblico Ministero e di trasmissione degli atti ex art. 6 d.l. 132 del 2014, si apre nella procedura negoziativa un «incidente giurisdizionale», ed in particolare un procedimento di volontaria giurisdizione che si svolge nelle forme dei procedimenti in camera di consiglio, in cui il Presiedente o il giudice da lui delegato provvede in composizione monocratica (senza che operi alcuna conversione del procedimento in separazione consensuale o divorzio congiunto o modifica concordata) e stabilisce se concedere o meno l’autorizzazione richiesta tenendo conto dei rilievi mossi dal P.M. ma non essendo in alcun modo vincolato dagli stessi. Infatti, non sono sussistenti limiti alla possibilità per il Presidente del Tribunale di autorizzare anche condizioni assolutamente non in linea con i rilievi mossi dal P.M. e pure del tutto differenti da quelle inizialmente concordate. Invero, la funzione del P.M., instaurato l’incidente giurisdizionale, viene ad esaurirsi (divenendo in tale incidente il P.M. semplice parte, interveniente necessario ex art. 70 comma 1 n. 2 c.p.c.) e ad essere assunta integralmente dal Presidente del Tribunale. Inoltre, anche le diverse condizioni approvate dal Presidente sono comunque frutto di un accordo tra le parti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo 01 dicembre 2016.




Il fondo di solidarietà per il coniuge in stato di bisogno non è ancora operativo

Legge di stabilità 2016 – Fondo di solidarietà per il coniuge in stato di bisogno – Decreto attuativo – Mancanza – Conseguenze – Azione per attingere al fondo – Inammissibile

Il fondo di solidarietà per il coniuge in stato di bisogno, introdotto dall’art. 1 commi 414 e ss legge di stabilità per il 2016, non può essere – allo stato – destinatario di alcuna domanda di anticipazione, mancando il decreto attuativo di fonte ministeriale a cui la normativa demanda di individuare gli uffici giudiziari ove attivare la sperimentazione del fondo stesso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo 11 novembre 2016.




L’intervento del giudice non si giustifica in caso di microconflittualità

Conflitti genitoriali – Ammissibilità della domanda – Microconflittualità – Esclusione

Nel delineare i limiti di applicabilità dello strumento di cui all’art. 709 ter c.p.c., deve escludersi l’intervento del Giudice in caso di micro-conflittualità tra i genitori in quanto l’intervento del giudice è limitato agli affari essenziali del minore e ai casi in cui il disaccordo dei genitori “sia destinato a ripercuotersi sul minore in termini di serio, oggettivo e altrimenti inemendabile pregiudizio”. In particolare, esula dalla cognizione del Giudice dirimere contrasti tra i genitori in ordine a questioni di minima e irrilevante importanza per l’interesse della prole, quale non tanto l’an della telefonata quotidiana tra padre e figli bensì il quando di tale telefonata, non potendo tout court una siffatta questione annoverarsi tra le questioni coinvolgenti l’esercizio della responsabilità genitoriale ed oggetto, ai sensi degli articoli 316, 337 ter c.c. e 709 ter c.p.c. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 07 novembre 2016.




Accordo davanti al Sindaco: Il Consiglio di Stato boccia la decisione del TAR e conferma la circolare del Ministero dell’Interno

Accordi di separazione o divorzio conclusi davanti al Sindaco – Divieto di patti patrimoniali – Divieto esteso all’assegno di mantenimento o divorzio – Circolare del Min. giustizia 6/15 – Esclusione – Legittimità – Sussiste

E’ legittima la Circolare del Ministero dell’Interno n. 6/15 del 24.4.2015, laddove interpreta l’art. 12, comma 3, terzo periodo, del d.l. n. 132/2014 che così recita “L’accordo non può contenere patti di trasferimento patrimoniale”. Per la circolare citata “Non rientra… nel divieto della norma la previsione, nell’accordo concluso davanti all’ufficiale dello stato civile, di un obbligo di pagamento di una somma di denaro a titolo di assegno periodico, sia nel caso di separazione consensuale (c.d. assegno di mantenimento), sia nel caso di richiesta congiunta di cessazione degli effetti civili o scioglimento del matrimonio (c.d. assegno divorzile)”. La posizione così assunta è condivisibile atteso che l’espressione «patti di trasferimento patrimoniale» si riferisce, letteralmente, agli accordi traslativi della proprietà (o di altri diritti) con i quali i coniugi decidono, mediante il c.d. assegno una tantum (v., in particolare, l’art. 5, comma ottavo, della l. n. 898 del 1970), di regolare l’assetto dei propri rapporti economici una volta per tutte e di trasferire la proprietà o la titolarità di altri diritti sui beni da uno all’altro, anziché prevedere la corresponsione di un assegno periodico. La disposizione concerne propriamente, quindi, i «contratti con effetti reali» che, ai sensi dell’art. 1376 c.c., «hanno per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa determinata, la costituzione o il trasferimento di un diritto reale ovvero il trasferimento di un altro diritto», nei quali «la proprietà o il diritto si trasmettono e si acquistano per effetto del consenso delle parti legittimamente manifestato» (c.d. principio consensualistico). Il divieto legislativo, riferendosi al «trasferimento» e non a tutte le modifiche del patrimonio, proibisce tutti i patti ad effetti reali, che i coniugi non possono inserire tra le condizioni economiche connesse alla separazione personale o al divorzio. Il legislatore – quando ha inteso riferirsi anche alle altre pattuizioni di ordine economico e, in particolare, anche ad accordi aventi effetti obbligatori, con i quali invece un coniuge assume l’obbligo di corrispondere periodicamente un assegno a titolo di mantenimento in favore dell’altro – ha dato rilievo alle «condizioni» economiche, esse sì onnicomprensive, perché disciplinanti tutti gli accordi economici, anche quelli ad effetti obbligatori. La riprova di questa chiara distinzione si rinviene proprio nell’art. 12, comma 3, del d.l. n. 132 del 2014, laddove è netta la differenza, nel linguaggio e nell’intendimento del legislatore, tra le «condizioni» e i «patti di trasferimento patrimoniale», secondo un rapporto di genus ad speciem tra le due espressioni che, diversamente, non avrebbe alcun senso precettivo e condurrebbe alla sostanziale disapplicazione dell’istituto innovativo in presenza di qualsivoglia accordo che rechi condizioni economiche, le quali inevitabilmente incidono, anche mediante la costituzione di obbligazioni, sul patrimonio dei coniugi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato 26 ottobre 2016.




'Maternal preference': non è un criterio giuridicamente valido

Collocamento del minore – Conflitto genitoriale – Criterio della cd. Maternal preference (preferenza per il collocamento presso la madre) – Validità giuridica – Esclusione – Contrasto del criterio in parola con i principi costituzionali – Sussiste

Allorché sussista conflitto genitoriale in ordine al prevalente collocamento dei figli, il criterio “guida” è il superiore interesse del minore non potendo al contrario trovare applicazione quello da alcuni definito come “principio della maternal preference” (nella letteratura di settore: Maternal Preference in Child Custody Decisions), poiché criterio interpretativo non previsto dagli articoli 337-ter e ss del codice civile ed in vero in contrasto con la stessa ratio ispiratrice della legge 54 del 2006 sull’affidamento condiviso. Vi è, invero, che il principio di piena bigenitorialità e quello di parità genitoriale hanno condotto all’abbandono del criterio della “maternal preference” a mezzo di «gender neutral child custody laws», ossia normative incentrate sul criterio della neutralità del genitore affidatario, potendo dunque essere sia il padre, sia la madre, in base al solo preminente interesse del minore, il genitore di prevalente collocamento non potendo essere il solo genere a determinare una preferenza per l’uno o l’altro ramo genitoriale; normative del genere sono univocamente anche quelle da ultimo introdotte in Italia dal Legislatore (in particolare, la legge 54 del 2006; ma anche la legge 219 del 2012 e il dlgs 154 del 2013). Peraltro, non è argomento valido quello ricavabile dalla recente sentenza della Cassazione n. 18087 del 14 settembre 2016: in quel caso, come si legge nella decisione di legittimità de qua, il criterio della c.d. Maternal preference non era stato “tempestivamente contestato” ed era divenuto, dunque, elemento passato in giudicato; comunque, la Suprema Corte ha fondato la sua decisione non certo sul solo criterio sopra indicato, ma su altri numerosi argomenti, specificamente indicati in parte motiva. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 13 ottobre 2016.




REG 2201/2003: azione di annullamento del matrimonio proposta dal terzo

Rinvio pregiudiziale – Cooperazione giudiziaria in materia civile – Competenza, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale – Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Articolo 1, paragrafo 1, lettera a) – Ambito di applicazione ratione materiae – Azione per l’annullamento del matrimonio proposta da un terzo successivamente al decesso di uno dei coniugi – Articolo 3, paragrafo 1 – Competenza delle autorità giurisdizionali dello Stato membro di residenza dell’“attore” – Portata

1) L’articolo 1, paragrafo 1, lettera a), del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, deve essere interpretato nel senso che un’azione per l’annullamento del matrimonio proposta da un terzo successivamente al decesso di uno dei coniugi rientra nell’ambito di applicazione del regolamento n. 2201/2003.
2) L’articolo 3, paragrafo 1, lettera a), quinto e sesto trattino, del regolamento n. 2201/2003 deve essere interpretato nel senso che una persona diversa da uno dei coniugi che proponga un’azione per l’annullamento del matrimonio non può avvalersi dei criteri di competenza previsti in tali disposizioni. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 13 ottobre 2016.




Annullamento dei patti della separazione per violenza morale

Separazione consensuale – Patti negoziali conclusi dai coniugi in occasione della separazione – Annullamento per violenza morale ex art. 1435 c.c. – Elementi necessari per la pronuncia di annullamento – Rigorosa dimostrazione delle condizioni che dimostrano il vizio della volontà – Sussiste – Paura delle conseguenze derivanti sui figli in caso di mancato accordo – Sufficienza – Esclusione – Paura della sottrazione dei minori – Sufficienza – Esclusione

Azione di annullamento delle condizioni di separazione consensuale – Obbligo di ascolto del minore – Applicabilità dell’art. 336-bis c.c. – Esclusione

L’azione di annullamento per violenza morale, ex artt. 1434, 1435 c.c., è esperibile anche in relazione al consenso prestato dai coniugi a patti negoziali conclusi in occasione della separazione consensuale omologata. Tuttavia, non costituisce violenza morale invalidante il negozio, ai sensi dell'art. 1434 e segg. cod. civ., la mera rappresentazione interna di un pericolo, ancorché collegata a determinate circostanze oggettivamente esistenti; in particolare, la minaccia della madre di fissare la residenza abituale dei figli in luogo lontano da quello abituale, ove il marito non firmi gli accordi per una consensuale, non integra la violenza morale richiesta dagli artt. 1434 e 1435 c.c. per la caducazione del contratto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Non è applicabile l’art. 336-bis c.c. nel caso di azione negoziale di annullamento delle condizioni patrimoniali della separazione consensuale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 08 ottobre 2016.




NO alla dieta vegana imposta ai figli

Conflitto genitoriale - Dieta vegana - Esclusione - Riferimento all’alimentazione erogata dalle strutture pubbliche ai minori

Frequentazioni padre-figlia - Ostacolo - Malattia - Solo se idonea a precludere lo spostamento - Certificazione sanitaria - Necessità - Sussiste

L’art. 337-ter c.c. stabilisce che in regime di affidamento condiviso la responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori e che le decisioni di maggiore interesse per i figli relative, all’istruzione, educazione, salute e alla scelta della residenza abituale devono essere assunte di comune accordo, tenendo conto della capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli; in caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. La decisione relativa al regime alimentare del figlio minore deve indubbiamente essere considerata di maggiore interesse, inerendo la salute del figlio. In presenza di contrasto genitoriale sulla dieta che il figlio deve seguire, il giudice può decidere valutando in primo luogo eventuali ragioni di carattere medico che possano imporre particolari restrizioni alimentari, dovendo in assenza di tali specifiche limitazioni applicare parametri di normalità statistica che impongono di far seguire ai figli minori un regime alimentare privo di restrizioni. A prescindere, infatti, dalle specifiche convinzioni di ognuno, qualora debbano essere compiute scelte che superino il disaccordo tra i genitori, occorre riferirsi alle condotte normalmente tenute dai genitori nella generalità dei casi per la cura e l’educazione dei figli. Il regime alimentare normalmente seguito nelle scuole è quello che prevede l’introduzione nella dieta di qualunque alimento senza restrizioni. Ciò fa presumete che le strutture a ciò deputate (Ministero della Salute e della Pubblica Istruzione) abbiano ritenuto che ciò garantisca la corretta crescita dei minori. La presenza di un regime alimentare sottoposto allo stretto controllo pubblico delle mense presenti nelle istituzioni scolastiche, scongiura i rischi prospettati dalla resistente che la minore possa essere pregiudicata nella corretta crescita inserendo nella dieta carne, pesce o cibi confezionati, poiché aderendo a tale prospettazione dovrebbe ritenersi che nelle mense scolastiche venga compromessa la salute di tutti i bambini che seguono un “normale” regime alimentare.
Risulta pertanto accertato che non vi sono ragioni connesse alla salute della figlia (allergie, intolleranze etc.) sottese a tale opzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In considerazione della conflittualità tra i genitori che impedisce ogni idonea comunicazione può essere previsto che il calendario di frequentazioni stabilite dal giudice non possa essere modificato per alcuna ragione salva eventuale malattia della minore debitamente certificata da pediatra del Servizio Sanitario nazionale, certificazione che deve contenere espresso riferimento che la malattia non consente lo spostamento della minore, potendo la figlia in caso di mera indisposizioni o di malattia non grave, che ne consenta lo spostamento raggiungere e permanere presso l’abitazione del padre che sarà onerato delle relative cure, certificazione da inviare al servizio socio assistenziale incaricato del monitoraggio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 07 ottobre 2016.




'Genitore sociale' tutelabile ex art. 333 codice civile: in materia di omogenitorialità

Unione formata da persone dello stesso sesso – Figlio biologico di uno dei partner – Rottura della relazione – Diritto del minore a continuare ad avere rapporti significativi con il cd. “genitore sociale” – Art. 337-ter c.c. – Esclusione – Art. 333 c.c. – Sussiste

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 337-ter del codice civile sollevata – in riferimento agli articoli 2, 3, 30 e 31 della Costituzione, ed all’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. L’intervento del giudice a tutela del diritto del figlio minore a «conservare rapporti significativi» con persone diverse dai genitori, quale previsto e disciplinato dall’art. 337-ter cod. civ., ha esclusivo riguardo a soggetti comunque legati al minore da un vincolo parentale – all’interno, quindi, di un contesto propriamente familiare – non creandosi, tuttavia, in tal modo, un “vuoto di tutela” quanto all’interesse del minore a mantenere rapporti, non meno significativi, eventualmente intrattenuti con adulti di riferimento che non siano suoi parenti. E, infatti, l’interruzione ingiustificata, da parte di uno o di entrambi i genitori, in contrasto con l’interesse del minore, di un rapporto significativo, da quest’ultimo instaurato e intrattenuto con soggetti che non siano parenti, è riconducibile alla ipotesi di condotta del genitore “comunque pregiudizievole al figlio”, in relazione alla quale l’art. 333 dello stesso codice già consente al giudice di adottare “i provvedimenti convenienti” nel caso concreto. E ciò su ricorso del pubblico ministero (a tanto legittimato dall’art. 336 cod. civ.), anche su sollecitazione dell’adulto (non parente) coinvolto nel rapporto in questione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 05 ottobre 2016.




Diritto alla salute del disabile e assistenza da parte del convivente more uxorio

Assistenza - Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone portatrici di handicap - Permessi al lavoratore per l'assistenza al portatore di handicap in situazione di gravità - Soggetti beneficiari - Convivente more uxorio

Deve essere dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), come modificato dall’art. 24, comma 1, lettera a), della legge 4 novembre 2010 n. 183, nella parte in cui non include il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l’assistenza alla persona con handicap in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine entro il secondo grado. La norma, non includendo il convivente nell’elencazione dei soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito, viola l’art. 3 Cost. per contraddittorietà logica, atteso che la disposizione intende tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile. La convivenza more uxorio rilevante va intesa come relazione che si fondi su una relazione affettiva, tipica del “rapporto familiare”, nell’ambito della platea dei valori solidaristici postulati dalle “aggregazioni” cui fa riferimento l’art. 2 Cost.: la distinta considerazione costituzionale della convivenza e del rapporto coniugale non esclude la comparabilità delle discipline riguardanti aspetti particolari dell’una e dell’altro che possano presentare analogie ai fini del controllo di ragionevolezza a norma dell’art. 3 Cost. In questo caso l’elemento unificante tra le due situazioni è dato proprio dall’esigenza di tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile grave, nella sua accezione più ampia, collocabile tra i diritti inviolabili dell’uomo ex art. 2 Cost. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 23 settembre 2016.




Ancora condannata l’Italia per il diritto di visita del padre

Art. 8 Cedu – Diritto del genitore ad avere una relazione sana con il figlio anche dopo la separazione marito/moglie – Obblighi positivi dello Stato Membro di garantire la relazione

Se l’articolo 8 della Convenzione ha essenzialmente lo scopo di premunire l’individuo contro le ingerenze arbitrarie dei pubblici poteri, esso non si limita a imporre allo Stato di astenersi da simili ingerenze: a questo impegno piuttosto negativo possono aggiungersi obblighi positivi inerenti a un rispetto effettivo della vita privata o famigliare. Tali obblighi possono implicare l’adozione di misure volte al rispetto della vita familiare, incluse le relazioni reciproche fra individui, tra cui la predisposizione di strumenti giuridici adeguati e sufficienti ad assicurare i legittimi diritti degli interessati, nonché il rispetto delle decisioni giudiziarie ovvero di misure specifiche appropriate (si veda, mutatis mutandis, Zawadka c. Polonia, n.48542/99, § 53, 23 giugno 2005). Tali strumenti giuridici devono permettere allo Stato di adottare misure idonee a riunire genitore e figlio, anche in presenza di conflitti fra i genitori (si vedano, mutatis mutandis, Ignaccolo-Zenide c. Romania, n. 31679/96, § 108, CEDU 2000 I, Sylvester c. Austria, nn. 36812/97 e 40104/98, § 68, 24 aprile 2003, Zav°el c. Repubblica ceca, n. 14044/05, § 47, 18 gennaio 2007, e Mihailova c. Bulgaria, n. 35978/02, § 80, 12 gennaio 2006). Peraltro gli obblighi positivi non implicano solo che si vigili affinché il minore possa raggiungere il genitore o mantenere un contatto con lui, bensì comprendono anche tutte le misure propedeutiche che consentono di giungere a tale risultato (si vedano, mutatis mutandis, Kosmopoulou c. Grecia, n. 60457/00, § 45, 5 febbraio 2004, Amanalachioai c. Romania, n. 4023/04, § 95, 26 maggio 2009, Ignaccolo-Zenide, sopra citata, §§ 105 e 112, e Sylvester, sopra citata, § 70). Per essere adeguate, le misure volte a riunire genitore e figlio devono essere attuate rapidamente, in quanto il trascorrere del tempo può avere conseguenze irrimediabili per le relazioni tra il minore e il genitore che non vive con lui (si vedano, mutatis mutandis, Ignaccolo-Zenide, sopra citata, § 102, Maire c. Portogallo, n. 48206/99, § 74, CEDU 2003 VII, Pini e altri c. Romania, nn. 78028/01 e 78030/01, § 175, CEDU 2004 V (estratti), Bianchi c. Svizzera, n. 7548/04, § 85, 22 giugno 2006, e Mincheva c. Bulgaria, n. 21558/03, § 84, 2 settembre 2010). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Europea dei Diritti dell'Uomo 15 settembre 2016.




Morte del coniuge in pendenza del termine per il passaggio in giudicato della sentenza parziale di divorzio

Morte del coniuge in pendenza del termine per il passaggio in giudicato della sentenza parziale di divorzio - Effetti

Legittimazione del coniuge superstite a proporre appello per far dichiarare la cessazione della materia del contendere anche se in primo grado i coniugi hanno assunto conclusioni conformi

Il coniuge, anche se ha assunto in sede di giudizio di primo grado conclusioni conformi in punto pronuncia sentenza parziale di divorzio, è legittimato a proporre appello al fine di far dichiarare la nullità della sentenza parziale di divorzio per cessazione della materia del contendere in conseguenza della sopravvenuta morte del coniuge nelle more del termine per il passaggio in giudicato, avendo diritto, in un contesto successorio, di essere riconosciuto coniuge superstite anziché divorziato. (Paolo Gallinatti) (riproduzione riservata) Appello Torino 16 agosto 2016.




Morte del coniuge in pendenza del termine per il passaggio in giudicato della sentenza parziale di divorzio

Morte del coniuge in pendenza del termine per il passaggio in giudicato della sentenza parziale di divorzio - Effetti

Legittimazione del coniuge superstite a proporre appello per far dichiarare la cessazione della materia del contendere anche se in primo grado i coniugi hanno assunto conclusioni conformi

Il coniuge, anche se ha assunto in sede di giudizio di primo grado conclusioni conformi in punto pronuncia sentenza parziale di divorzio, è legittimato a proporre appello al fine di far dichiarare la nullità della sentenza parziale di divorzio per cessazione della materia del contendere in conseguenza della sopravvenuta morte del coniuge nelle more del termine per il passaggio in giudicato, avendo diritto, in un contesto successorio, di essere riconosciuto coniuge superstite anziché divorziato. (Paolo Gallinatti) (riproduzione riservata) Appello Torino 16 agosto 2016.




Criteri di ripartizione della pensione di reversibilità tra coniuge superstite e coniuge divorziato

Pensione di reversibilità – Ripartizione tra coniuge superstite ed ex coniuge – Criteri

Pensione di reversibilità – Ripartizione tra coniuge superstite ed ex coniuge – Soggetto tenuto alla corresponsione degli arretrati – Ente previdenziale – Facoltà di recupero dal coniuge superstite

La ripartizione del trattamento di reversibilità non può ridursi ad un mero calcolo matematico i cui addendi siano costituiti dalla durata dei rispettivi matrimoni delle due parti, ma deve tener conto di ulteriori criteri di valutazione, quali la durata della convivenza prematrimoniale del solo coniuge superstite, stante la parificazione ormai consolidata che assimila la convivenza more uxorio al rapporto matrimoniale, mentre del tutto neutrale è l’eventuale convivenza che abbia preceduto il primo matrimonio, la misura dell’assegno attribuito al coniuge divorziato che non abbia contratto nuovo matrimonio, le complessive condizioni economiche degli aventi diritto, l’età raggiunta e ogni altro elemento utile in relazione alle particolarità del caso concreto. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)

Nel caso in cui il coniuge superstite, dal decesso del coniuge titolare della pensione, abbia percepito integralmente la pensione di reversibilità in parte dovuta anche al coniuge divorziato, spetta all’ente previdenziale l’obbligo di corrispondere al coniuge divorziato gli arretrati, salva la facoltà per l’ente previdenziale di recuperare dal coniuge superstite le somme versate in eccesso. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 03 agosto 2016.




Criteri di ripartizione della pensione di reversibilità tra coniuge superstite e coniuge divorziato

Pensione di reversibilità – Ripartizione tra coniuge superstite ed ex coniuge – Criteri

Pensione di reversibilità – Ripartizione tra coniuge superstite ed ex coniuge – Soggetto tenuto alla corresponsione degli arretrati – Ente previdenziale – Facoltà di recupero dal coniuge superstite

La ripartizione del trattamento di reversibilità non può ridursi ad un mero calcolo matematico i cui addendi siano costituiti dalla durata dei rispettivi matrimoni delle due parti, ma deve tener conto di ulteriori criteri di valutazione, quali la durata della convivenza prematrimoniale del solo coniuge superstite, stante la parificazione ormai consolidata che assimila la convivenza more uxorio al rapporto matrimoniale, mentre del tutto neutrale è l’eventuale convivenza che abbia preceduto il primo matrimonio, la misura dell’assegno attribuito al coniuge divorziato che non abbia contratto nuovo matrimonio, le complessive condizioni economiche degli aventi diritto, l’età raggiunta e ogni altro elemento utile in relazione alle particolarità del caso concreto. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)

Nel caso in cui il coniuge superstite, dal decesso del coniuge titolare della pensione, abbia percepito integralmente la pensione di reversibilità in parte dovuta anche al coniuge divorziato, spetta all’ente previdenziale l’obbligo di corrispondere al coniuge divorziato gli arretrati, salva la facoltà per l’ente previdenziale di recuperare dal coniuge superstite le somme versate in eccesso. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 03 agosto 2016.




Arriva anche in Italia il coordinatore genitoriale

Famiglia disgregata – Affidamento condiviso – Difficoltà insuperabili dei genitori nell’adottare scelte nell’interesse dei figli – Inserimento di un coordinatore genitoriale – Sussiste

L’inserimento della figura di un coordinatore genitoriale risponde all’esigenza di individuare un terzo nella famiglia disgregata che possa svolgere un ruolo vicario e di supporto dei genitori sia nella gestione della genitorialità condivisa sia nella individuazioni di soluzioni che, in attuazione del quadro genitoriale configurato dagli accordi o dal tribunale, possa coadiuvare aggiustamenti nelle tempistiche di frequentazione della minore con il genitore non collocatario, oltre che nella attuazione delle scelte, sia di carattere medico sia di carattere scolastico ed educativo- che i genitori dovranno in futuro assumere. Il coordinatore genitoriale, figura nuova nel panorama giuridico italiano ma ben nota in altri ordinamenti (popolare negli USA e species del più ampio genus di ADR - Alternative Dispute Resolution) - è soggetto qualificato, cui viene dunque demandato il compito di prevenire il ricorso a provvedimenti giudiziali in punto di responsabilità genitoriale. È una figura che viene individuata con lo specifico compito di facilitare la risoluzione delle dispute tra genitori altamente conflittuali e con lo scopo di ridurre l’eccessivo ricorso ad azioni giudiziarie. Il coordinatore genitoriale non ha poteri processuali poiché suo scopo è quello di risolvere il conflitto al di fuori del processo: in altri termini a ridurre al massimo il conflitto stesso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 29 luglio 2016.




Arriva anche in Italia il coordinatore genitoriale

Famiglia disgregata – Affidamento condiviso – Difficoltà insuperabili dei genitori nell’adottare scelte nell’interesse dei figli – Inserimento di un coordinatore genitoriale – Sussiste

L’inserimento della figura di un coordinatore genitoriale risponde all’esigenza di individuare un terzo nella famiglia disgregata che possa svolgere un ruolo vicario e di supporto dei genitori sia nella gestione della genitorialità condivisa sia nella individuazioni di soluzioni che, in attuazione del quadro genitoriale configurato dagli accordi o dal tribunale, possa coadiuvare aggiustamenti nelle tempistiche di frequentazione della minore con il genitore non collocatario, oltre che nella attuazione delle scelte, sia di carattere medico sia di carattere scolastico ed educativo- che i genitori dovranno in futuro assumere. Il coordinatore genitoriale, figura nuova nel panorama giuridico italiano ma ben nota in altri ordinamenti (popolare negli USA e species del più ampio genus di ADR - Alternative Dispute Resolution) - è soggetto qualificato, cui viene dunque demandato il compito di prevenire il ricorso a provvedimenti giudiziali in punto di responsabilità genitoriale. È una figura che viene individuata con lo specifico compito di facilitare la risoluzione delle dispute tra genitori altamente conflittuali e con lo scopo di ridurre l’eccessivo ricorso ad azioni giudiziarie. Il coordinatore genitoriale non ha poteri processuali poiché suo scopo è quello di risolvere il conflitto al di fuori del processo: in altri termini a ridurre al massimo il conflitto stesso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 29 luglio 2016.




Minore nato a seguito di maternità surrogata: questione di legittimità costituzionale art. 263 c.c.

Filiazione – Minore nato a seguito di maternità surrogata, perfezionata all’estero – Impugnazione per difetto di veridicità – Interesse del minore a conservare lo status di figlio – Rilevanza – Sussiste – Interpretazione dell’art. 263 c.c. – Questione di legittimità costituzionale

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 263 cod. civ., nella parte in cui non prevede che l'impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità del figlio minorenne possa essere accolta solo quando sia ritenuta dal giudice rispondente all'interesse del minore stesso, in riferimento agli artt. 2, 3, 30 e 31 della Costituzione, e in riferimento all’articolo 117, comma 1, della Costituzione in relazione all’art. 8 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, firmata a Roma il 04.11.1950 e resa esecutiva con legge 04.08.1955, n.848. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 25 luglio 2016.




Gli affidatari non posso impugnare la sentenza per far valere la nullità posta a loro tutela

Diritto alla continuità affettiva – Obbligo del giudice di sentire gli affidatari del minore – Omesso ascolto – Nullità della sentenza – Legittimazione degli affidatari a impugnare la sentenza – Esclusione

In virtù dell’art. 5 legge 184 del 1983, come modificato dalla legge 173 del 2015, la famiglia collocataria del minore deve essere convocata, a pena di nullità, nel procedimento di adottabilità relativa al medesimo. Si tratta di norma processuale applicabile ai processi pendenti. La nuova formulazione della disposizione, in assenza di altre modifiche di coordinamento, non attribuisce agli affidatari la qualità di “parti” del processo e, pertanto, non di legittima a impugnare in appello la sentenza. La nullità può dunque, semmai, esser fatta valere dal P.M. o dal curatore del minore, soggetti ai quali gli affidatari possono rivolgersi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Milano 19 luglio 2016.




Tutela del possesso sulla casa coniugale nei confronti del terzo proprietario

Processo civile – Azione cautelare possessoria – Esperita dal coniuge assegnatario della casa coniugale contro il coniuge spogliante – Ammissibilità – Reclamo da parte del terzo proprietario dell’immobile – Inammissibilità

Il principio stabilito da Cass. 21/3/2013, n.7241, secondo il quale “la convivenza more uxorio determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Ne consegue che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio”, deve essere a maggior ragione applicato fra coniugi, rispetto a ciascuno dei quali – pur se non proprietario – può sicuramente ricostruirsi una posizione di compossesso del bene.
Venuta meno la vita coniugale con la separazione, se vi sono figli minori o non autosufficienti, in mancanza di accordo è il giudice della separazione, pur non innovando il titolo di godimento o i diritti reali delle parti, a concentrare la situazione possessoria in capo al coniuge in favore del quale venga disposta l’assegnazione della casa familiare.
In questa sede non è opponibile al possessore il vieto brocardo feci, sed jure feci. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Ravenna 13 luglio 2016.




Tutela del possesso sulla casa coniugale nei confronti del terzo proprietario

Processo civile – Azione cautelare possessoria – Esperita dal coniuge assegnatario della casa coniugale contro il coniuge spogliante – Ammissibilità – Reclamo da parte del terzo proprietario dell’immobile – Inammissibilità

Il principio stabilito da Cass. 21/3/2013, n.7241, secondo il quale “la convivenza more uxorio determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Ne consegue che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio”, deve essere a maggior ragione applicato fra coniugi, rispetto a ciascuno dei quali – pur se non proprietario – può sicuramente ricostruirsi una posizione di compossesso del bene.
Venuta meno la vita coniugale con la separazione, se vi sono figli minori o non autosufficienti, in mancanza di accordo è il giudice della separazione, pur non innovando il titolo di godimento o i diritti reali delle parti, a concentrare la situazione possessoria in capo al coniuge in favore del quale venga disposta l’assegnazione della casa familiare.
In questa sede non è opponibile al possessore il vieto brocardo feci, sed jure feci. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Ravenna 13 luglio 2016.




Nullità della notifica del ricorso per separazione e decorrenza dei termini ex 183 c.p.c.

Giudizio di separazione – Ricorso – Nullità della notificazione – Effetti – Regressione del processo alla fase presidenziale – Esclusione

Termini ex art. 183 c.p.c. – Decorrenza – Dies a quo – Differimento – Sussiste

Alla nullità della notifica del ricorso per separazione giudiziale non consegue la regressione del procedimento alla fase presidenziale, non essendo tale rimedio previsto dall’ordinamento, bensì la revoca degli eventuali provvedimenti provvisori dati dal Presidente, attesa l’incidenza su di essi del vizio di notifica e della mancata costituzione della parte convenuta, ed il dovere del Giudice Istruttore, nell’ambito del suo generale potere di modifica e integrazione dei provvedimenti presidenziali ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 709 c.p.c., di dare i provvedimenti temporanei e urgenti nell’interesse dei coniugi e della prole, ferme restando tuttavia le determinazioni di impulso processuale contenute nell’ordinanza presidenziale in relazione al passaggio alla fase istruttoria, determinazioni che non vengono travolte dalla nullità della notifica del ricorso ai sensi dell’art. 159 c.p.c. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La decorrenza dei termini ex art. 183 comma VI c.p.c. può essere differita a data diversa da quella dell’udienza o della notifica del provvedimento pronunciato a seguito di riserva ex art. 186 c.p.c. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 08 luglio 2016.




La nuova figura del coordinatore genitoriale a Milano

Ricorso per modifica di provvedimento TM/CA – Conferma di affidamento condiviso – Conflittualità tra i genitori – Verificata disponibilità delle parti di affidarsi al professionista coordinatore genitoriale – Nomina del coordinatore genitoriale convenuto dalle parti – Incarico dei genitori a professionista terzo, ADR – Attuazione del progetto di genitorialità condivisa – Compiti, durata e ripartizione tra i genitori dei costi del coordinatore genitoriale

Nel caso di perdurante conflitto genitoriale, in specie decidendo in parziale modifica del provvedimento del Tribunale per i Minorenni/Corte d’Appello risalenti agli anni 2012/2013 e confermando l’affido condiviso, il Tribunale può invitare le parti, il CTU e i CTP 'a verificare la possibilità di ricorrere alla figura del “coordinatore genitoriale” comprendendo la funzione e ritenendo che tale figura sia quella, nel caso di specie, maggiormente idonea ad aiutare i genitori nell’attuazione del progetto di genitorialità condivisa, a mantenere basso -se non a evitare- il livello del conflitto, a trovare con l’aiuto di un terzo soluzioni avuto riguardo alle scelte fondamentali della vita della minore (quali ad esempio quelle sanitarie, quelle scolastiche, quelle connesse alla opportunità/inopportunità di apportare modifiche e deroghe al calendario di frequentazioni della minore che potrebbero non essere in grado di gestire in autonomia'. Il Tribunale può prendere atto che 'le parti, il CTU e i CTP hanno convenuto in merito alla necessità di provvedere l’inserimento della figura di un coordinatore genitoriale che possa svolgere un ruolo vicario e di supporto di questi genitori sia nella gestione della genitorialità condivisa' sia nella individuazione di soluzioni 'in attuazione del quadro genitoriale configurato dalla CTU'.
Il Tribunale può altresì prendere atto 'della disponibilità delle parti di affidarsi all’indicato professionista che', nel caso di specie 'viene nominato come coordinatore genitoriale. Il coordinatore genitoriale, figura nuova nel panorama giuridico italiano ma ben nota in altri ordinamenti -popolare negli USA e species del più ampio genus  di ADR (Alternative Dispute Resolution)- è soggetto qualificato, cui viene demandato il compito di prevenire il ricorso a provvedimenti giudiziari in punto di responsabilità genitoriale. E’ una figura che viene individuata con lo specifico compito di facilitare la risoluzione delle dispute tra genitori altamente conflittuali e con lo scopo di ridurre l’eccessivo ricorso ad azioni giudiziarie. Il coordinatore genitoriale non ha poteri processuali poiché suo scopo è quello di risolvere il conflitto al di fuori del processo: in altri termini di ridurre al massimo il conflitto stesso'. Nella 'consapevolezza che le buone competenze genitoriali e la capacità di entrambi' i genitori 'di comprendere il ruolo cruciale che una buona relazione tra i medesimi potrà ricoprire allo scopo di evitare nella figlia minore il rischio evolutivo a cui potrebbe, in caso contrario, essere prognosticamene esposta'.
Infine il Tribunale può indicare gli specifici compiti del coordinatore genitoriale, con riferimento alla linea guida VI della coordinazione genitoriale, la durata dell’intervento e la misura del riparto tra i genitori del relativo costo.

Nota: L’intervento di coordinazione genitoriale è un’importante innovazione nel trattamento dell’alta conflittualità genitoriale, per definizione è centrato sul minore, ovvero la sua primaria finalità è di proteggere i minori coinvolti nel conflitto genitoriale. L’evoluzione della coordinazione genitoriale deve molto alla mediazione familiare e la storia milanese della mediazione familiare deve molto all’opera di Irene Bernardini (06 09 1953 - 21 07 2016): il progresso di oggi ne custodisca il ricordo. (Claudia Piccinelli) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 07 luglio 2016.




Il fattore culturale non consente al marito di assumere atteggiamenti violenti verso la moglie

Rapporti tra coniugi – Diritti inalienabili della persona – Violazione – Illiceità – Sussiste – Violenza contro la donna – Ragioni culturali – Scriminante – Esclusione

In materia di comportamenti illeciti consumati in ambito domestico, anche un solo schiaffo rivolto dal marito alla moglie costituisce un atto di violenza, non potendo l’Ordinamento consentire mai e in nessuna misura che la dignità della donna venga ad essere calpestata dall’arbitrio altrui, non essendo il matrimonio il luogo in cui i diritti inalienabili della persona possano essere sottomessi in ragione di logiche culturali o sociali; ciò va chiarito al fine di escludere che una determinata consuetudine o determinati costumi culturali possano condurre ad accettare delle pratiche violente al fine di rispettare l’altrui patrimonio culturale o sociale; infatti, la Costituzione italiana funge da “filtro” rispetto alle abitudini culturali che vogliano far ingresso nel Paese, nel senso di non tollerare e soprattutto ammettere quelle che violino i diritti fondamentali, come tutelati a livello costituzionale. L’integrazione culturale presuppone l’esaltazione dei diritti e non la loro rinuncia. Per tali ragioni, il fattore culturale non ha alcuna valenza scriminante. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 30 giugno 2016.




Art. 709-ter c.p.c. inapplicabile alle violazioni di contenuto economico

Art. 709-ter c.p.c. – Violazioni di contenuto economico – Applicabilità – Eslcusione

L’istituto rimediale tipizzato nell’art. 709-ter c.p.c. è espressamente modellato attorno «all’esercizio della responsabilità genitoriale» e «alle modalità dell’affidamento è competente il giudice». Osta all’ampliamento della tutela in esame, la natura giuridica dell’istituto: l’art. 709-ter c.p.c., infatti, va inscritto nell’ambito dei “rimedi risarcitori con funzione non riparatoria, ma sostanzialmente sanzionatoria”; in particolare, in virtù del referente normativo in parola, il giudice ha il potere di emettere pronunce di condanna al risarcimento dei danni, la cui natura assume sembianze punitive. Trattandosi di una «sanzione sostanziale» non ne è consentita l’applicazione oltre i casi previsti dalla Legge, in virtù del principio inderogabile di legalità e tipicità delle sanzioni. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 18 giugno 2016.




Accesso del concepito al materiale biologico del presunto padre, defunto prima della nascita

Nascituro concepito fuori da matrimonio – Morte del presunto padre e cremazione del corpo – Azione della madre per accedere a materiale biologico del presunto padre al fine di effettuare il test del D.N.A. in vista della futura azione di accertamento della paternità – Ammissibilità – Sussiste

Convivenze di fatto – Elemento costitutivo – Dichiarazione anagrafica – Esclusione

E’ ammissibile l’azione cautelare, promossa dalla madre del nascituro, concepito fuori dal matrimonio, dopo la morte del padre, per accedere a materiale biologico del medesimo al fine di conservare elementi di prova da spendere nel futuro giudizio di paternità, da instaurare ex art. 269 c.c.; l’azione può in particolare essere promossa dove il corpo del presunto padre non possa essere oggetto di esumazione, attesa la intervenuta cremazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Avendo la convivenza natura “fattuale”, e, cioè, traducendosi in una formazione sociale non esternata dai partners a mezzo di un vincolo civile formale, la dichiarazione anagrafica è strumento privilegiato di prova e non anche elemento costitutivo e ciò si ricava, oggi, dall’art. 1 comma 36 della Legge 76 del 2016, in materia di “regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. La definizione normativa che il Legislatore ha introdotto per i conviventi è scevra da ogni riferimento ad adempimenti formali: “si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile”. In altri termini, il convivere è un “fatto” giuridicamente rilevante da cui discendono effetti giuridici ora oggetto di regolamentazione normativa. Tant’è che la dichiarazione anagrafica è richiesta dalla legge 76 del 2016 «per l’accertamento della stabile convivenza», quanto a dire per la verifica di uno dei requisiti costitutivi ma non anche per appurarne l’effettiva esistenza fattuale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 31 maggio 2016.




Accesso del concepito al materiale biologico del presunto padre, defunto prima della nascita

Nascituro concepito fuori da matrimonio – Morte del presunto padre e cremazione del corpo – Azione della madre per accedere a materiale biologico del presunto padre al fine di effettuare il test del D.N.A. in vista della futura azione di accertamento della paternità – Ammissibilità – Sussiste

Convivenze di fatto – Elemento costitutivo – Dichiarazione anagrafica – Esclusione

E’ ammissibile l’azione cautelare, promossa dalla madre del nascituro, concepito fuori dal matrimonio, dopo la morte del padre, per accedere a materiale biologico del medesimo al fine di conservare elementi di prova da spendere nel futuro giudizio di paternità, da instaurare ex art. 269 c.c.; l’azione può in particolare essere promossa dove il corpo del presunto padre non possa essere oggetto di esumazione, attesa la intervenuta cremazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Avendo la convivenza natura “fattuale”, e, cioè, traducendosi in una formazione sociale non esternata dai partners a mezzo di un vincolo civile formale, la dichiarazione anagrafica è strumento privilegiato di prova e non anche elemento costitutivo e ciò si ricava, oggi, dall’art. 1 comma 36 della Legge 76 del 2016, in materia di “regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. La definizione normativa che il Legislatore ha introdotto per i conviventi è scevra da ogni riferimento ad adempimenti formali: “si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile”. In altri termini, il convivere è un “fatto” giuridicamente rilevante da cui discendono effetti giuridici ora oggetto di regolamentazione normativa. Tant’è che la dichiarazione anagrafica è richiesta dalla legge 76 del 2016 «per l’accertamento della stabile convivenza», quanto a dire per la verifica di uno dei requisiti costitutivi ma non anche per appurarne l’effettiva esistenza fattuale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 31 maggio 2016.




Azioni di Stato: difetto di giurisdizione del giudice italiano se il minore è cittadino di altro Stato e ivi residente

Azione di stato – Domanda giudiziale per l’autorizzazione a riconoscere il figlio nato fuori da matrimonio

In materia di riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio, non sussiste la giurisdizione del giudice italiano ove, seppur il presunto padre sia italiano con residenza in Italia, la madre resistente sia cittadina di altro Stato UE residente in suddetto Stato e il minore, nato in altro Stato UE, sia ivi residente e cittadino di detto Paese. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 16 maggio 2016.




Azioni di Stato: difetto di giurisdizione del giudice italiano se il minore è cittadino di altro Stato e ivi residente

Azione di stato – Domanda giudiziale per l’autorizzazione a riconoscere il figlio nato fuori da matrimonio

In materia di riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio, non sussiste la giurisdizione del giudice italiano ove, seppur il presunto padre sia italiano con residenza in Italia, la madre resistente sia cittadina di altro Stato UE residente in suddetto Stato e il minore, nato in altro Stato UE, sia ivi residente e cittadino di detto Paese. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 16 maggio 2016.




Rifiuto di offerte di lavoro reperite dal padre e perdita dell’assegno di mantenimento

Procedimento civile – Modifica delle condizioni di separazione – Domanda di aumento dell'assegno di mantenimento del coniuge – Situazione economica delle parti identica a quella sussistente al momento della separazione – Rigetto

Procedimento civile – Modifica delle condizioni di separazione – Domanda di una somma mensile quale rimborso forfettario delle spese straordinarie – Rigetto

Procedimento civile – Modifica delle condizioni di separazione  – Domanda di modifica delle modalità di visita al figlio minore – Mancanza di allegazione di fatti – Rigetto

Procedimento civile – Modifica delle condizioni di separazione – Domanda di revoca dell'assegno di mantenimento a favore del coniuge – Riduzione reddito del coniuge obbligato – Rigetto

Procedimento civile – Modifica delle condizioni di separazione – Domanda di revoca dell'assegno di mantenimento a favore del figlio – Rifiuto di offerte di lavoro da parte del figlio – Rigetto – Costante ed effettivo disinteresse al lavoro da parte del figlio – Necessità

Procedimento civile – Modifica delle condizioni di separazione – Spese giudiziali in materia civile – Rigetto domande – Soccombenza reciproca – Compensazione parziale delle spese – Condanna alle spese

Deve respingersi la domanda di aumento dell'assegno di mantenimento formulata dalla moglie quando la situazione economica delle parti appare la medesima di quella sussistente al momento della separazione risalente a circa un anno prima. (Luigi Cardillo) (riproduzione riservata)

Deve respingersi la domanda di una somma mensile di Euro 100,00 quale rimborso forfettario delle spese straordinarie di piccola entità necessarie per il mantenimento dei figli formulata dalla moglie. (Luigi Cardillo) (riproduzione riservata)

Deve respingersi la domanda di modifica delle modalità di visita al figlio minore formulata dalla moglie in quanto destituita di fondamento visto che tale domanda è sfornita di qualunque supporto in punto di allegazioni di specifici fatti. (Luigi Cardillo) (riproduzione riservata)

Deve respingersi la domanda di revoca dell'assegno di mantenimento a favore dell'altro coniuge formulata dal marito, che ha visto deteriorare la propria situazione reddituale, in quanto, in concreto, tra il momento della proposizione di tale domanda e la pronuncia di separazione è intercorso solo un breve lasso temporale pari a circa un anno. (Luigi Cardillo) (riproduzione riservata)

Deve respingersi la domanda di revoca dell'assegno di mantenimento a favore del figlio, non ancora ventenne, quando quest'ultimo rifiuti delle offerte di lavoro reperitegli dal padre. E' fatta salva ogni futura diversa determinazione nel momento in cui dovesse emergere il costante ed effettivo disinteresse del figlio ad ogni ipotesi occupazionale. (Luigi Cardillo) (riproduzione riservata)

Nonostante vi sia la soccombenza reciproca la metà delle spese di lite devono essere poste a carico della moglie atteso il rigetto delle tre domande dalla stessa proposte contro il rigetto delle due domande proposte dal marito. (Luigi Cardillo) (riproduzione riservata)
Tribunale Lecco 10 maggio 2016.




In materia di fondo patrimoniale

Mediazione obbligatoria – Fondo patrimoniale – Esclusione

Cessazione del fondo – Esclusione in caso di figli minori di età – Esclusione in caso di nipoti minori di età – Non sussiste

Cessazione del fondo – Esclusione in caso di figli minori di età – Esclusione in caso di nipoti minori di età – Non sussiste

Nelle controversie in materia di fondo patrimoniale, non si applica la mediazione obbligatoria ex art. 5 D.Lgs. 28/2010, posto che la fattispecie in esame non può considerarsi compresa nei “patti di famiglia” indicati dalla norma citata che si riferisce evidentemente alla ben diversa fattispecie di cui all’art. 768bis c.c. E ciò tanto più se si considera l’ordine degli istituti cui si applica la c.d. mediazione obbligatoria dettato dall’art. 5 del citato Dlgs e la necessità di un’interpretazione restrittiva delle ipotesi di mediazione obbligatoria. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In materia di fondo patrimoniale, se è vero che il legislatore ha voluto prevedere uno strumento giuridico che consenta di assicurare le esigenze della famiglia, mettendo i beni oggetto del fondo al riparo da rischi conseguenti ad una eventuale e non accorta gestione delle vicende patrimoniali dei coniugi, è, altresì, vero che tale vincolo di destinazione, che si traduce di fatto in un serio limite alla libera circolazione dei beni, trova ben precisi correttivi nelle cause di cessazione del fondo che sono appunto identificate nelle ipotesi giuridiche che pongono fine alla vicenda coniugale costitutiva della famiglia. L’eccezione individuata dall’art. 171 comma 2 c.c che di fatto prevede una sorta di ultra attività del fondo al verificarsi delle cause di cessazione previste al comma 1 della citata norma, ovverosia la presenza di figli minori, non può essere interpretata in via estensiva, come pretende la difesa della convenuta. Sono di ostacolo, non solo il dato letterale che usa il termine “figlio” (e non nipote), ma anche la ratio sottesa all’istituto, già sopra indicata. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il fondo patrimoniale costituito dai coniugi viene annotato a margine dell'atto di matrimonio ex art. 167 e 162 c.c. e trascritto nei registri immobiliari ex art. 2647 c.c.; ne consegue che, pur nel silenzio della legge, deve essere disposta l'annotazione del provvedimento, che accerta il venir meno del vincolo costituito dai coniugi sui beni immobili costituenti il fondo e che costituisce titolo esecutivo, rispettivamente a margine dell'atto di matrimonio e nei registri immobiliari al fine di tutelare anche i terzi estranei che dal permanere di tali annotazioni e trascrizioni subiscono un pregiudizio non altrimenti rimediabile. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 29 aprile 2016.




In materia di fondo patrimoniale

Mediazione obbligatoria – Fondo patrimoniale – Esclusione

Cessazione del fondo – Esclusione in caso di figli minori di età – Esclusione in caso di nipoti minori di età – Non sussiste

Cessazione del fondo – Esclusione in caso di figli minori di età – Esclusione in caso di nipoti minori di età – Non sussiste

Nelle controversie in materia di fondo patrimoniale, non si applica la mediazione obbligatoria ex art. 5 D.Lgs. 28/2010, posto che la fattispecie in esame non può considerarsi compresa nei “patti di famiglia” indicati dalla norma citata che si riferisce evidentemente alla ben diversa fattispecie di cui all’art. 768bis c.c. E ciò tanto più se si considera l’ordine degli istituti cui si applica la c.d. mediazione obbligatoria dettato dall’art. 5 del citato Dlgs e la necessità di un’interpretazione restrittiva delle ipotesi di mediazione obbligatoria. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In materia di fondo patrimoniale, se è vero che il legislatore ha voluto prevedere uno strumento giuridico che consenta di assicurare le esigenze della famiglia, mettendo i beni oggetto del fondo al riparo da rischi conseguenti ad una eventuale e non accorta gestione delle vicende patrimoniali dei coniugi, è, altresì, vero che tale vincolo di destinazione, che si traduce di fatto in un serio limite alla libera circolazione dei beni, trova ben precisi correttivi nelle cause di cessazione del fondo che sono appunto identificate nelle ipotesi giuridiche che pongono fine alla vicenda coniugale costitutiva della famiglia. L’eccezione individuata dall’art. 171 comma 2 c.c che di fatto prevede una sorta di ultra attività del fondo al verificarsi delle cause di cessazione previste al comma 1 della citata norma, ovverosia la presenza di figli minori, non può essere interpretata in via estensiva, come pretende la difesa della convenuta. Sono di ostacolo, non solo il dato letterale che usa il termine “figlio” (e non nipote), ma anche la ratio sottesa all’istituto, già sopra indicata. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il fondo patrimoniale costituito dai coniugi viene annotato a margine dell'atto di matrimonio ex art. 167 e 162 c.c. e trascritto nei registri immobiliari ex art. 2647 c.c.; ne consegue che, pur nel silenzio della legge, deve essere disposta l'annotazione del provvedimento, che accerta il venir meno del vincolo costituito dai coniugi sui beni immobili costituenti il fondo e che costituisce titolo esecutivo, rispettivamente a margine dell'atto di matrimonio e nei registri immobiliari al fine di tutelare anche i terzi estranei che dal permanere di tali annotazioni e trascrizioni subiscono un pregiudizio non altrimenti rimediabile. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 29 aprile 2016.




Assegno di mantenimento variabile se la casa familiare è occupata di fatto

Separazione – Coniugi comproprietari della casa coniugale – Assegno di mantenimento – Variabile in base all’occupazione dell’immobile – Sussiste

In materia di separazione, ove i coniugi siano comproprietari dell’immobile destinato, durante la convivenza, a casa familiare, il giudice può porre a carico del coniuge titolare di maggior reddito (che occupi da solo il cennato immobile), un contributo di mantenimento a favore del coniuge cd. debole (che non gode invece della casa), in misura variabile, ovvero condizionato al fatto che l’onerato, pur non avendo diritto alla assegnazione dello alloggio, permanga o meno in detta situazione di “vantaggio” di fatto; ai sensi dello art. 156 2° co cc, infatti, la entità della somministrazione da erogare al coniuge separando economicamente sfavorito deve essere liquidata dal giudice avuto riguardo non soltanto ai redditi dello obbligato ma altresì “alle circostanze”, fra le quali non può non includersi anche quella in esame; del resto, così come la assegnazione giudiziale dello immobile al coniuge collocatario dei figli ha un particolare contenuto economico, valorizzato espressamente dagli artt. 337-sexies cc e 6 legge divorzio ai fini della regolazione dei rapporti economici tra le parti, non potrebbe non venire in considerazione anche la situazione di “ragion fattasi” da parte del coniuge non assegnatario; né va trascurato il fatto che, ove si prescindesse da detto fattore ai fini della liquidazione dello assegno, si rischierebbe di protrarre a tempo indefinito la situazione di vantaggio di un coniuge in danno dell’altro rispetto alla fruizione dello immobile di comproprietà, potendo l’uno non avere interesse ad addivenire alla divisione del cespite (mediante vendita a terzi, acquisto della quota, o divisione giudiziale) e l’altro non avere la possibilità economica per fare ciò (nel caso di specie, il Tribunale ha posto a carico del marito il contributo di mantenimento a favore della moglie pari ad euro 500,00 mensili da ridursi ad euro 250,00 mensili rivalutabili a far tempo dal suo rilascio della casa familiare). Tribunale Como 27 aprile 2016.




Assegno di mantenimento variabile se la casa familiare è occupata di fatto

Separazione – Coniugi comproprietari della casa coniugale – Assegno di mantenimento – Variabile in base all’occupazione dell’immobile – Sussiste

In materia di separazione, ove i coniugi siano comproprietari dell’immobile destinato, durante la convivenza, a casa familiare, il giudice può porre a carico del coniuge titolare di maggior reddito (che occupi da solo il cennato immobile), un contributo di mantenimento a favore del coniuge cd. debole (che non gode invece della casa), in misura variabile, ovvero condizionato al fatto che l’onerato, pur non avendo diritto alla assegnazione dello alloggio, permanga o meno in detta situazione di “vantaggio” di fatto; ai sensi dello art. 156 2° co cc, infatti, la entità della somministrazione da erogare al coniuge separando economicamente sfavorito deve essere liquidata dal giudice avuto riguardo non soltanto ai redditi dello obbligato ma altresì “alle circostanze”, fra le quali non può non includersi anche quella in esame; del resto, così come la assegnazione giudiziale dello immobile al coniuge collocatario dei figli ha un particolare contenuto economico, valorizzato espressamente dagli artt. 337-sexies cc e 6 legge divorzio ai fini della regolazione dei rapporti economici tra le parti, non potrebbe non venire in considerazione anche la situazione di “ragion fattasi” da parte del coniuge non assegnatario; né va trascurato il fatto che, ove si prescindesse da detto fattore ai fini della liquidazione dello assegno, si rischierebbe di protrarre a tempo indefinito la situazione di vantaggio di un coniuge in danno dell’altro rispetto alla fruizione dello immobile di comproprietà, potendo l’uno non avere interesse ad addivenire alla divisione del cespite (mediante vendita a terzi, acquisto della quota, o divisione giudiziale) e l’altro non avere la possibilità economica per fare ciò (nel caso di specie, il Tribunale ha posto a carico del marito il contributo di mantenimento a favore della moglie pari ad euro 500,00 mensili da ridursi ad euro 250,00 mensili rivalutabili a far tempo dal suo rilascio della casa familiare). Tribunale Como 27 aprile 2016.




Danno da disconoscimento d’ufficio

Falso riconoscimento – Successiva azione di impugnazione del disconoscimento – Obbligo di risarcire il danno in favore del figlio falsamente riconosciuto – Sussiste

E’ condotta generativa di un danno risarcibile quella costituita dal falso riconoscimento di un figlio nato fuori da matrimonio e dal successivo ripensamento e quindi dalla decisione di promuovere azione di impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità, e ciò senza alcuna valida ragione e a distanza di diversi anni dal falso riconoscimento. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 27 aprile 2016.




Fissazione dell’udienza presidenziale nella separazione: termini non perentori

Separazione giudiziale – Decreto di fissazione dell’udienza davanti al Presidente – Termine di costituzione del resistente – Perentorietà – Esclusione

In materia di separazione giudiziale, il termine assegnato dal Presidente al resistente, per la sua costituzione nella fase presidenziale, non ha natura perentoria e dunque la parte resistente stessa può costituirsi anche tardivamente ma con l’effetto che, in caso di lesione del diritto di difesa della controparte, questa può chiedere il rinvio dell’udienza per predisporre una difesa piena ed adeguata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 16 aprile 2016.




Fissazione dell’udienza presidenziale nella separazione: termini non perentori

Separazione giudiziale – Decreto di fissazione dell’udienza davanti al Presidente – Termine di costituzione del resistente – Perentorietà – Esclusione

In materia di separazione giudiziale, il termine assegnato dal Presidente al resistente, per la sua costituzione nella fase presidenziale, non ha natura perentoria e dunque la parte resistente stessa può costituirsi anche tardivamente ma con l’effetto che, in caso di lesione del diritto di difesa della controparte, questa può chiedere il rinvio dell’udienza per predisporre una difesa piena ed adeguata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 16 aprile 2016.




Affidamento all’ente 'in sostituzione dei genitori'. Effetti

Affidamento dei minori al comune di residenza – Art. 333 c.c. – Delega al Comune per assumere le decisioni in ordine ai minori, per ambiti indicati, in caso di conflitto – Possibilità di ricorso al giudice per i relativi conflitti – Esclusione

La designazione dell’ente pubblico, per l’esercizio della responsabilità genitoriale, in sostituzione dei genitori, in applicazione dell’art. 333 c.c., comporta che è l’ente di riferimento ad avere la facoltà di decidere per il fanciullo, anche dirimendo contrasti insorti tra i genitori. E, invero, l’applicazione dell’art. 333 c.c. ha proprio questa funzione: si affida il minore all’ente perché la conflittualità tra i partners è talmente patologica che, in difetto di intervento permanente del Comune, vi sarebbero continuamente controversie, litigi, processi pendenti (per la salute, l’istruzione, la residenza, etc.: per ogni questione travolta dal conflitto). L’affidamento all’ente, con delega all’esercizio della responsabilità genitoriale, istituisce, dunque, un modulo extra giudiziario di risoluzione del conflitto: insorge la lite sulla decisione, i genitori non pervengono ad un accordo, il Comune decide al posto di padre e madre. Stando così le cose, è palesemente inammissibile una domanda del genitore rivolta al Tribunale affinché intervenga prendendo una decisione in un ambito che è già stato giudizialmente rimesso all’ente affidatario. Eventualmente, sussiste uno spazio per la valutazione delle deleghe e le questioni esecutive: ma la competenza è del giudice tutelare, ex art. 337 c.c. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 14 aprile 2016.




Disturbo bipolare e affidamento esclusivo

Disturbo bipolare di un coniuge – Separazione giudiziale – Può sussistere – Disturbo bipolare – Affidamento esclusivo – Buon compenso psichico – Percorso farmacologico e terapeutico – Escluso

La pronuncia della separazione personale dei coniugi può fondarsi anche sul disturbo bipolare di uno degli stessi, laddove tale patologia abbia dato origine a condotte che abbiano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza.

Il Disturbo Bipolare diagnosticato a carico di uno dei coniugi non è necessariamente da solo sufficiente a fondare un pronuncia di affidamento esclusivo del figlio minorenne (in tenera età) all’altro genitore, laddove, all’esito di una C.T.U. svolta in maniera particolarmente approfondita (comprensiva della introduzione di un percorso programmato di cura e della individuazione delle strutture più idonee alla prosecuzione dello stesso), risulti che il genitore affetto da tale patologia è in grado di raggiungere un buon compenso psichico a condizione che prosegua costantemente un articolato e ampio percorso programmato di cura composto da idonea terapia farmacologica (da personalizzare e da ricalibrare costantemente) associata ad uno specifico programma psicoterapeutico;

Qualora tale percorso sia attuato in maniera continuativa e dia esito positivo, gli incontri tra il genitore affetto da Disturbo Bipolare ed il figlio minorenne (medio tempore, ossia durante lo svolgimento del percorso programmato di cura, disposti in forma protetta presso apposite strutture pubbliche) potranno essere nuovamente regolamentati nella prospettiva di ripristinare incontri diretti, ossia senza l’intermediazione di terze figure professionali. (Fiorenza Chiara Villa) (riproduzione riservata)
Tribunale Massa 12 aprile 2016.




Disturbo bipolare e affidamento esclusivo

Disturbo bipolare di un coniuge – Separazione giudiziale – Può sussistere – Disturbo bipolare – Affidamento esclusivo – Buon compenso psichico – Percorso farmacologico e terapeutico – Escluso

La pronuncia della separazione personale dei coniugi può fondarsi anche sul disturbo bipolare di uno degli stessi, laddove tale patologia abbia dato origine a condotte che abbiano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza.

Il Disturbo Bipolare diagnosticato a carico di uno dei coniugi non è necessariamente da solo sufficiente a fondare un pronuncia di affidamento esclusivo del figlio minorenne (in tenera età) all’altro genitore, laddove, all’esito di una C.T.U. svolta in maniera particolarmente approfondita (comprensiva della introduzione di un percorso programmato di cura e della individuazione delle strutture più idonee alla prosecuzione dello stesso), risulti che il genitore affetto da tale patologia è in grado di raggiungere un buon compenso psichico a condizione che prosegua costantemente un articolato e ampio percorso programmato di cura composto da idonea terapia farmacologica (da personalizzare e da ricalibrare costantemente) associata ad uno specifico programma psicoterapeutico;

Qualora tale percorso sia attuato in maniera continuativa e dia esito positivo, gli incontri tra il genitore affetto da Disturbo Bipolare ed il figlio minorenne (medio tempore, ossia durante lo svolgimento del percorso programmato di cura, disposti in forma protetta presso apposite strutture pubbliche) potranno essere nuovamente regolamentati nella prospettiva di ripristinare incontri diretti, ossia senza l’intermediazione di terze figure professionali. (Fiorenza Chiara Villa) (riproduzione riservata)
Tribunale Massa 12 aprile 2016.




Se l’assegno è versato direttamente al figlio maggiorenne, è lui il legittimato passivo in caso di domanda di modifica

Conflitti familiari – Clausole di separazione o divorzio che prevedano il versamento diretto dell’assegno in favore del figlio maggiorenne – Richiesta di revisione – Legittimazione passiva – Figlio maggiorenne – Sussiste

In materia di conflitti familiari, legittimazione concorrente del figlio maggiorenne e del genitore a richiedere l’assegno (ovvero a resistere alla domanda di revoca) sussiste fintanto che il figlio conviva con il genitore, dovendosi invece ritenere attivamente o passivamente legittimato in via esclusiva il figlio maggiorenne che non conviva più con il genitore. A fronte di condizioni di separazione o divorzio che prevedano ab origine il versamento diretto dell’assegno ex art. 337-septies c.c. al figlio maggiorenne economicamente non indipendente già allora non convivente con l’altro genitore, dando luogo così ad un’eccezionale ipotesi di attribuzione giudiziale di un diritto ad un terzo che non ha partecipato al processo, la domanda diretta a modificare tale statuizione giudiziale può essere proposta soltanto da o contro il figlio maggiorenne stesso, legittimato in via esclusiva in quanto non convivente con il genitore e già individuato “a monte” come creditore esclusivo dell’obbligazione di pagamento. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 11 aprile 2016.




La volontà del minore prevale sui desideri dei genitori

Tempi di frequentazione genitori – Figlio – Figlio che abbia compiuto 15 anni – Volontà del medesimo espresso in sede di audizione – Rilevanza primaria – Sussiste

In sintonia con le indicazioni provenienti dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo (cfr. causa Santilli/Italia del 17.12.2013 e Bondavalli/Italia del 17.11.2015), al diritto del figlio di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori (art. 337 ter comma 1 c.c.) deve specularmente riconoscerci anche il diritto di ciascun genitore al mantenimento di rapporti effettivi con i figli, affinché il principio della bigenitorialità trovi concreta ed effettiva attuazione, nell’interesse ultimo del figlio stesso ad una crescita serena ed equilibrata, ed affinché il genitore sia posto nelle condizioni di esercitare la responsabilità genitoriale che gli compete e di adempiere al proprio dovere di mantenimento e cura della prole (art. 147, 315 bis e 316 c.c.). Tuttavia, l’individuazione delle concrete modalità di esercizio e attuazione del predetto diritto del genitore a mantenere il legame con i figli deve avvenire avendo sempre come parametro principale di riferimento l’interesse superiore del minore e non può prescindere dalla considerazione delle specifiche circostanze del caso concreto e, in particolare, dell’età del figlio minore. In particolare, come la stessa Corte di Strasburgo ha avuto modo di precisare, la coercizione per il raggiungimento dell’obiettivo di mantenimento del legame familiare deve essere utilizzata con estrema prudenza e misura e deve tenere conto degli interessi, dei diritti e delle libertà delle persone coinvolte e in particolare dell’interesse superiore del minore (cfr. CEDU Santilli/Italia cit. §67; CEDU Volesky/ Rep. Ceca del 29.06.2004, § 118). Ne consegue che, in caso di minore quindicenne che esprima in modo fermo la volontà di non frequentare il genitore secondo parametri fissi e rigidi, non può questa volontà essere dal tribunale superata, nemmeno attraverso una CTU. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 04 aprile 2016.




La volontà del minore prevale sui desideri dei genitori

Tempi di frequentazione genitori – Figlio – Figlio che abbia compiuto 15 anni – Volontà del medesimo espresso in sede di audizione – Rilevanza primaria – Sussiste

In sintonia con le indicazioni provenienti dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo (cfr. causa Santilli/Italia del 17.12.2013 e Bondavalli/Italia del 17.11.2015), al diritto del figlio di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori (art. 337 ter comma 1 c.c.) deve specularmente riconoscerci anche il diritto di ciascun genitore al mantenimento di rapporti effettivi con i figli, affinché il principio della bigenitorialità trovi concreta ed effettiva attuazione, nell’interesse ultimo del figlio stesso ad una crescita serena ed equilibrata, ed affinché il genitore sia posto nelle condizioni di esercitare la responsabilità genitoriale che gli compete e di adempiere al proprio dovere di mantenimento e cura della prole (art. 147, 315 bis e 316 c.c.). Tuttavia, l’individuazione delle concrete modalità di esercizio e attuazione del predetto diritto del genitore a mantenere il legame con i figli deve avvenire avendo sempre come parametro principale di riferimento l’interesse superiore del minore e non può prescindere dalla considerazione delle specifiche circostanze del caso concreto e, in particolare, dell’età del figlio minore. In particolare, come la stessa Corte di Strasburgo ha avuto modo di precisare, la coercizione per il raggiungimento dell’obiettivo di mantenimento del legame familiare deve essere utilizzata con estrema prudenza e misura e deve tenere conto degli interessi, dei diritti e delle libertà delle persone coinvolte e in particolare dell’interesse superiore del minore (cfr. CEDU Santilli/Italia cit. §67; CEDU Volesky/ Rep. Ceca del 29.06.2004, § 118). Ne consegue che, in caso di minore quindicenne che esprima in modo fermo la volontà di non frequentare il genitore secondo parametri fissi e rigidi, non può questa volontà essere dal tribunale superata, nemmeno attraverso una CTU. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 04 aprile 2016.




Cessazione effetti civili del matrimonio: figlio maggiorenne affetto da handicap grave, domanda di affidamento condiviso

Cessazione effetti civili del matrimonio – Figlio maggiorenne affetto da handicap grave – Art. 337 septies, comma secondo, cod. proc. civ. – Possibilità provvedere sulla domanda di affidamento – Inammissibilità

Estendere anche la disciplina dell’affidamento del figlio minore all’affidamento del figlio maggiorenne portatore di handicap grave appare contrastante con l’impianto stesso di tale istituto. Infatti, la legge 8 febbraio 2006, n. 54, introducendo l’affidamento ad entrambi i genitori e la potestà esercitata da entrambi i genitori come modalità prioritarie attraverso le quali realizzare le corresponsabilità educative, è piuttosto chiara nella previsione dell’obiettivo della tutela della bigenitorialità, confermato anche dal recepimento dei principi da tempo enunciati dalla Convenzione di New York del 20 novembre 1989 e dalla Convenzione Europea di Strasburgo del 25 gennaio 1996. Da tali riferimenti normativi emerge come l’affidamento sia inteso quale strumento per garantire al figlio minore un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, al fine di garantire lo sviluppo armonioso e completo della sua personalità. Pertanto, la richiesta di affidamento del figlio maggiorenne portatore di handicap non può essere intesa quale strumento volto a sopperire all’assenza del ricorso ad uno degli istituti espressamente diretti alla tutela dei soggetti incapaci, non solo in quanto – come sopra specificato – volto ad un fine diametralmente opposto, ma anche perché in concreto inadatta a garantire al soggetto la necessaria protezione. (Alberto Barbazza) (riproduzione riservata) Tribunale Treviso 01 aprile 2016.




Cessazione effetti civili del matrimonio: figlio maggiorenne affetto da handicap grave, domanda di affidamento condiviso

Cessazione effetti civili del matrimonio – Figlio maggiorenne affetto da handicap grave – Art. 337 septies, comma secondo, cod. proc. civ. – Possibilità provvedere sulla domanda di affidamento – Inammissibilità

Estendere anche la disciplina dell’affidamento del figlio minore all’affidamento del figlio maggiorenne portatore di handicap grave appare contrastante con l’impianto stesso di tale istituto. Infatti, la legge 8 febbraio 2006, n. 54, introducendo l’affidamento ad entrambi i genitori e la potestà esercitata da entrambi i genitori come modalità prioritarie attraverso le quali realizzare le corresponsabilità educative, è piuttosto chiara nella previsione dell’obiettivo della tutela della bigenitorialità, confermato anche dal recepimento dei principi da tempo enunciati dalla Convenzione di New York del 20 novembre 1989 e dalla Convenzione Europea di Strasburgo del 25 gennaio 1996. Da tali riferimenti normativi emerge come l’affidamento sia inteso quale strumento per garantire al figlio minore un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, al fine di garantire lo sviluppo armonioso e completo della sua personalità. Pertanto, la richiesta di affidamento del figlio maggiorenne portatore di handicap non può essere intesa quale strumento volto a sopperire all’assenza del ricorso ad uno degli istituti espressamente diretti alla tutela dei soggetti incapaci, non solo in quanto – come sopra specificato – volto ad un fine diametralmente opposto, ma anche perché in concreto inadatta a garantire al soggetto la necessaria protezione. (Alberto Barbazza) (riproduzione riservata) Tribunale Treviso 01 aprile 2016.




Maggiorenne e trentaquattrenne: no alla protrazione dell’obbligo del mantenimento

Mantenimento del figlio maggiorenne – Obbligo a carico dei genitori – Figlio che abbia ormai raggiunto l’età di 34 anni – Persistente dell’obbligo del mantenimento – Esclusione – Possibilità di invocare gli alimenti ex art. 433 c.c.

Con il superamento di una certa età, il figlio maggiorenne, anche se non indipendente, raggiunge comunque una sua dimensione di vita autonoma che lo rende, se del caso, meritevole dei diritti ex art. 433 c.c. ma non più del mantenimento ex artt. 337-ter, 337-octies c.c. In forza dei doveri di autoresponsabilità che su di lui incombono, il figlio maggiorenne non può pretendere la protrazione dell’obbligo al mantenimento oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, perché “l’obbligo dei genitori si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione” (Cass. civ., 20 agosto 2014 n. 18076). Ne consegue che la valutazione delle circostanze che giustificano la ricorrenza o il permanere dell'obbligo dei genitori al mantenimento dei figli maggiorenni, conviventi o meno ch'essi siano con i genitori o con uno di essi, va effettuata «in guisa da escludere che la tutela della prole, sul piano giuridico, possa essere protratta oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, al di là dei quali si risolverebbe, com'è stato evidenziato in dottrina, in "forme di vero e proprio parassitismo di ex giovani ai danni dei loro genitori sempre più anziani"» (v. Cass. n. 12477/2004, n. 4108/1993). Nel tentativo di identificare una età presuntiva, va rilevato, in linea con le statistiche ufficiali, nazionali ed europee, che oltre la soglia dei 34 anni, lo stato di non occupazione del figlio maggiorenne non può più essere considerato quale elemento ai fini del mantenimento, dovendosi ritenere che, da quel momento in poi, il figlio stesso può, semmai, avanzare le pretese riconosciute all’adulto (v. regime degli alimenti). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 29 marzo 2016.




L’Avvocato nel processo minorile è sempre anche Avvocato del minore

Procedimenti in cui coinvolti minori – Ruolo e funzione dell’Avvocato di parte o madre – Obbligo di proteggere il minore coinvolto – Sussiste – Modalità

Controversia genitoriale – Intervento del giudice – Ammissibilità – Controversia su affari essenziali – Necessità – Sussiste – Micro-conflittualità – Potere di intervento del giudice – Esclusione

Alla luce di una interpretazione sistematica ed evolutiva dell’Ordinamento vigente, come risultante per effetto delle normative sopravvenute nel tempo, deve ritenersi che l’Avvocato del padre o della madre, nei procedimenti minorili, abbia comunque l’obbligo di assumere un comportamento “protettivo” dei minori coinvolti: non solo in virtù del contratto di patrocinio stipulato con il cliente (che ha “effetti protettivi” verso i fanciulli coinvolti) ma anche per la propria funzione da attribuire al difensore nelle cause familiari: nelle dinamiche avversariali (formate dalle posizioni attorea e di convenuto), i figli sono in posizione “neutrale” e gli Avvocati, assumendo la difesa dei loro genitori, si impegnano a proteggerli e ad operare anche nel loro interesse. Nel processo di famiglia, dunque, l’avvocato è difensore del padre o della madre; ma certamente è anche difensore del minore. Per l’effetto, nella doverosa assistenza del padre o della madre, l’Avvocato deve sempre anteporre l’interesse primario del minore e, in virtù di esso, arginare la micro-conflittualità genitoriale, scoraggiare litigi strumentali al mero scontro moglie-marito, proteggere il bambino dalle conseguenze dannose della lite. In particolare, assumendo una posizione “comune” a difesa del bambino e non assecondando diverbi fondati su situazioni prive di concreta rilevanza. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

L’accesso al modulo risolutivo di cui all’art. 709-ter c.p.c. non è consentito al cospetto di qualsivoglia scontro genitoriale ma limitatamente agli “affari essenziali” del minore ossia istruzione, educazione, salute, residenza abituale; quanto a dire, per risolvere problemi di macro-conflittualità non essendo ipotizzabile un intervento del giudice per problemi di micro-conflittualità. In altri termini, non è dato ricorso al giudice per dirimere controversie aventi ad oggetto (guardando ai casi decisi in modo analogo), a titolo di esempio, “il taglio dei capelli del minore”, “la possibilità per un genitore di delegare un parente per prelevare il figlio da scuola”, “l’acquisto di un tipo di vestito piuttosto che un altro” e, così, la specificazione di dati di estremo dettaglio in ordine ai tempi di frequentazione. La richiesta ex art. 709-ter c.p.c. che non abbia ad oggetto affari essenziali per il minore è inammissibile per difetto d’azione. L’inammissibilità dell’istanza non pregiudica il minore. Al cospetto di una conflittualità patologica che travolge finanche aspetti per i quali non è dato ricorso al giudice, il tribunale, attestata la inidoneità di padre e madre a svolgere il ruolo genitoriale, deve apporre limiti ex art. 333 c.c. alla loro responsabilità genitoriale, delegando il Comune di residenza per svolgere le funzioni di rappresentanza del fanciullo in loro vece; in caso di micro-conflittualità, ciascuno dei genitori, ben può rivolgersi in tal modo all’ente affidatario che può indirizzare i coniugi verso uno dei servizi loro messi a disposizione (mediazione familiare, sostegno psicologico, supporto terapeutico, etc.). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 23 marzo 2016.




Patrocinio a spese dello Stato e legge di stabilità 2016

Patrocinio a spese dello Stato – Art. 83 comma III-bis TU Spese Giustizia – Effetti

Per effetto dell’art. 83 comma III-bis d.P.R. 115 del 2002 (introdotto dall’art. 1 comma 783 della l. 208/2015) il decreto di pagamento (pronunciato con atto separato e distinto dalla sentenza: v. Cass. Civ. 7504 del 2011) deve intervenire contemporaneamente alla pronuncia del provvedimento definitivo del giudizio, a seguito di rituale istanza (artt. 82, 83 d.P.R. 115 del 2002) del difensore; con il provvedimento che chiude il giudizio davanti a sé, il giudice si spoglia della potestas decidendi e non può più provvedere alla liquidazione avendo perso il relativo potere; in casi analoghi, la giurisprudenza è nel senso che l’eventuale provvedimento giudiziale di liquidazione del compenso erariale sia illegale o comunque abnorme (v. Cass. Civ. n. 18204/2008; Cass. Civ. 11418/2003); il difensore il cui compenso non sia stato liquidato nel corso del processo non decade dal relativo diritto potendo richiederlo con procedimento ordinario o con ingiunzione di pagamento (v., in casi analoghi, Cass. Civ. 7633 del 2006). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 22 marzo 2016.




Divorzio e domanda di decadenza dalla responsabilità genitoriale: Milano si adegua alla Cassazione

Procedimento di divorzio – Domanda di decadenza dalla responsabilità genitoriale – Cumulo – Possibilità – Sussiste

Nel procedimento di divorzio, è ammissibile la domanda di decadenza dalla responsabilità genitoriale, richiesta da uno dei genitori ai sensi dell’art. 330 c.c.; la richiesta va esaminata dal Collegio nella fase decisoria. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 16 marzo 2016.




Rifiuto di pubblicazione matrimoniale per assenza di nullaosta ex art. 116 c.c.

Matrimonio dello straniero – Nullaosta ex art. 116 c.c. – Esclusione – Produzione dell’atto notorio – Chiarimenti

L’art. 116 del cod. civ. enuclea la prescrizione allo straniero dell'obbligo di presentare all'ufficiale dello stato civile la dichiarazione dell'autorità competente del proprio Paese che nulla osta al matrimonio secondo la legge cui è sottoposto. Tale atto certificativo – con sostanziale valore di nullaosta – incide sia sugli adempimenti preliminari al matrimonio (pubblicazioni) sia su quelli successivi (trascrizione/iscrizione). Si tratta, però, di un atto da non ritenere previsto dalla Legge in modo assoluto: nei casi in cui la presentazione del nulla-osta sia resa impossibile o dalle circostanze di fatto esistenti nel proprio Paese oppure da una legislazione prevedente condizioni per il matrimonio contrarie all'ordine pubblico, lo straniero deve ritenersi ammesso provare con ogni mezzo la ricorrenza delle condizioni per contrarre matrimonio secondo le leggi del proprio Paese ad eccezione, eventualmente, di quelle che contrastino con l'ordine pubblico (così dovendosi interpretare l’art. 116 c.c. in senso conforme alla Costituzione, v. Corte Cost., ordinanza 30 gennaio 2003 n. 14). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 16 marzo 2016.




I tempi di frequentazione padre-figli devono essere adeguati

Separazione/Divorzio – Accordo dei genitori – Limitazione dei tempi di frequentazione padre-figli in modo incisivo – Liceità – Esclusione

Separazione/Divorzio – Accordo dei genitori – Limitazione del mantenimento del genitore non convivente ai soli casi di effettiva frequentazione dei figli

E’ lesiva dei diritti del minore una clausola di accordo genitoriale che riconosca al padre il solo potere di vigilanza ex art. 337 c.c. (nemmeno ex art. 337-quater c.c.), trattandosi di affermare che questi potrà, sostanzialmente, avere rapporti con i figli solo a mezzo del filtro del giudice tutelare, così, invero, istituendosi una limitazione della responsabilità genitoriale e non anche una modalità del suo esercizio; è comunque lesiva dei diritti del minore una clausola che non riconosca al padre adeguati tempi di frequentazione: in caso di problemi o difficoltà, se del caso a mezzo del Servizio pubblico competente, ad esempio con un supporto alla genitorialità. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

E’ nulla, poiché in violazione di norme inderogabili, una clausola di accordo genitoriale che rimetta al padre di mantenere sua figlia «solo nei casi in cui dovesse frequentarla», atteso che l’obbligo del mantenimento sorge per effetto stesso della procreazione, quale atto consapevole e responsabile che, a prescindere dai progetti dei coniugi, germina in capo a padre e madre l’obbligazione inderogabile del mantenimento; peraltro, se il padre non frequenta i figli, l’assegno di mantenimento non è escluso ma invero elevato posto che maggiore è il carico della madre. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 11 marzo 2016.




Il genitore non collocatario va preferito, se possibile, nella scelta dei tempi di frequentazione dei figli

Separazione – Affidamento condiviso – Collocamento prevalente dei figli presso uno dei genitori – Tempi di frequentazione in favore del genitore non collocatario – Conflitto dei genitori – Scelta del giudice – Preferenza per le indicazioni del genitore che non convive con i figli, se possibile e rispondente all’interesse del minore – Sussiste

Il genitore convivente con i figli (il cd. genitore collocatario) gode di una situazione privilegiata poiché ha modo di fruire dei rapporti con i bambini in modo quotidiano, potendo usufruire di costanti pernottamenti e di esperienze di vita ordinaria che compongono, in vari frammenti, ciò che è il rapporto tra un genitore e il figlio: colazioni, pranzi, cene, il risveglio al mattino, i pomeriggi a casa, le passeggiate, i giochi, la visione tella tv, etc. Inoltre, si tratta del genitore che resta a vivere nella casa familiare e che resta anche titolare di una parte di mantenimento versata dall’altro genitore in moneta. Questi, il genitore non convivente, non può beneficiare di analoghi rapporti continuativi e quotidiani con i figli. Proprio per la mancanza della normale e quotidiana convivenza, il genitore non collocatario gode dei figli “in momenti sparsi”, in genere con una serie di incontri programmati che compongono uno statuto delle frequentazioni deteriore, rispetto a quello del genitore convivente, sia quantitativamente che qualitativamente. Al riguardo, non è dirimente il fatto che tale situazione corrisponda a una scelta dello stesso genitore non collocatario, essendo preminente (e da proteggere) l’interesse del fanciullo alla bigenitorialità. Ed essa bigenitorialità non è da rintracciare nella clausola formale e dichiarata dell’”affidamento condiviso” bensì nello “stare insieme” in modo adeguato. Il preminente interesse del minore, cui deve essere conformato il provvedimento del giudice, può considerarsi composto essenzialmente da due elementi: mantenere i legami con la famiglia, a meno che non sia dimostrato che tali legami siano particolarmente inadatti, e potersi sviluppare in un ambiente sano (CEDU: Neulinger c. Svizzera, 6.7.2010; CEDU: Sneersone e Kampanella c. Italia, 12.7.2011). Al lume di queste considerazioni, in caso di contrasti tra i genitori, motivati da meri inconvenienti di fatto, deve propendersi per la preferenza verso lo statuto proposto dal genitore non convivente, al quale va garantito non “in astratto” bensì “in concreto” di godere dei figli. E’ però ovvio che la regolamentazione non può essere flessibile in presenza di coniugi “litigiosi”: ciò equivarrebbe a provocare costantemente degli scontri tra i partners. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 11 marzo 2016.




Legge 55/2015: il termine per divorziare è sei mesi dall’accordo davanti al Sindaco

Accordo di separazione concluso davanti al Sindaco – Giudizio di divorzio – Termine per la proponibilità della domanda – Sei mesi – Sussiste

Nel caso in cui i coniugi perfezionino l’accordo di separazione davanti al Sindaco, il termine per la proponibilità della domanda di divorzio è di sei mesi. Le norme del d.l. 12 settembre 2014 n. 132 conv. in L. 10 novembre 2014 n. 162 (v. artt. 6 e 12) prevedono che l’accordo raggiunto a seguito della convenzione o del patto presentato al Sindaco «produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali» che sostituisce». Il decorso del termine di 6 mesi per la proponibilità del divorzio è un effetto tipico ex lege della separazione consensuale: pertanto, deve ritenersi che, per le negoziazioni assistite e per gli accordi conclusi davanti all’ufficiale di stato civile, il termine per la domanda di divorzio sia quello di 6 mesi, decorrenti dalla data certificata per la negoziazione e dalla data dell’atto che racchiude l’accordo per i patti semplificati davanti all’autorità amministrativa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 09 marzo 2016.




Competenza territoriale nei procedimenti di revisione delle condizioni di divorzio che riguardano l’affidamento dei minori

Procedimenti di modifica delle condizioni di divorzio ex art. 9 L. n. 898/1970 – Responsabilità genitoriale – Affidamento minori – Competenza territoriale – Tribunale del luogo di residenza dei figli

Pur mancando nella legge divorzile una disciplina specifica sulla competenza territoriale nei procedimenti di revisione delle condizioni di divorzio che riguardano l’affidamento dei minori, di tali procedimenti deve conoscere il Tribunale del luogo di residenza dei figli, in applicazione analogica di quanto previsto per i procedimenti ex art. 710 c.p.c. di modifica delle condizioni di separazione, secondo il dettato dell’art. 709 ter, primo comma, c.p.c.. Le questioni che riguardano la responsabilità genitoriale devono essere decise dal tribunale più prossimo alla sede degli interessi del minore. (Marcella Frangipani) (riproduzione riservata) Tribunale Pavia 07 marzo 2016.




Competenza territoriale nei procedimenti di revisione delle condizioni di divorzio che riguardano l’affidamento dei minori

Procedimenti di modifica delle condizioni di divorzio ex art. 9 L. n. 898/1970 – Responsabilità genitoriale – Affidamento minori – Competenza territoriale – Tribunale del luogo di residenza dei figli

Pur mancando nella legge divorzile una disciplina specifica sulla competenza territoriale nei procedimenti di revisione delle condizioni di divorzio che riguardano l’affidamento dei minori, di tali procedimenti deve conoscere il Tribunale del luogo di residenza dei figli, in applicazione analogica di quanto previsto per i procedimenti ex art. 710 c.p.c. di modifica delle condizioni di separazione, secondo il dettato dell’art. 709 ter, primo comma, c.p.c.. Le questioni che riguardano la responsabilità genitoriale devono essere decise dal tribunale più prossimo alla sede degli interessi del minore. (Marcella Frangipani) (riproduzione riservata) Tribunale Pavia 07 marzo 2016.




Conflitto dei genitori? Tra scuola privata e scuola pubblica, prevale quella pubblica

Separazione – Scelta della scuola per i figli – Contrasto tra scuola privata e scuola pubblica – Scuola pubblica – Prevalenza

In materia di separazione giudiziale dei coniugi, se quando la famiglia era unita, i figli frequentavano scuole private di pregio e ottimo livello, allorché la famiglia è separata, questa possibilità può anche certamente venir meno per l’impoverimento dei genitori, causato dal loro separarsi; è cioè ben essendo possibile che, a causa della separazione e del conseguente impoverimento della famiglia, i figli lascino la scuola privata per frequentare quella pubblica. In ogni caso, là dove non esista, o non persista, un’intesa tra i genitori a favore di qualsivoglia istituto scolastico privato e non emergano evidenti controindicazioni all’interesse del minore (in particolare riconducibili a sue insite difficoltà di apprendimento, a particolari fragilità di inserimento nel contesto dei coetanei, a esigenze di coltivare studi in sintonia con la dotazione culturale o l’estrazione nazionale dei genitori ecc.), la decisione dell’Ufficio giudiziario – in sé sostitutiva di quella della coppia genitoriale – non può che essere a favore dell’istruzione pubblica, secondo i canoni dall’ordinamento riconosciuti come idonei allo sviluppo culturale di qualsiasi soggetto minore residente sul territorio. Infatti, la scelta del giudicante nel senso della scuola pubblica è una scelta “neutra” che non rischia di orientare il minore verso determinate scelte educative o di orientamento culturale in generale (e ciò, invece, potrebbe avvenire nella designazione di una scuola privata). E’ comunque l’occasione per rimarcare come non si possa affatto dire che la scuola privata risponda “al preminente interesse del minore” poiché vorrebbe dire che le istituzioni di carattere privato sono migliori di quelle pubbliche. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 02 marzo 2016.




Addebito reciproco per i coniugi che si rivolgono reciproche violenze

Separazione – Rapporto dei coniugi caratterizzato da reciproche aggressioni fisiche – Addebito reciproco – Sussiste

La separazione può essere addebitata ad entrambi i coniugi quanto risulti che ciascuno di essi abbia posto in essere comportamenti costituenti violazione dei doveri che direttamente scaturiscono dal matrimonio e che sono individuabili, con stretto rapporto di causa / effetto, quali ragioni della crisi che ha travolto la coppia. La possibile addebitabilità della separazione a entrambi i coniugi si ricava dall’art. 548 c.c. ultimo comma, che espressamente la menziona ed è comunque ammessa dalla giurisprudenza consolidata della Suprema Corte (v. Cass. Civ., sez. I, 20 aprile 2011 n. 9074). In particolare, il reciproco addebito può essere mosso al cospetto di un clima familiare caratterizzato da una situazione di reciproca intolleranza sfociata in vere e proprie aggressioni alla sfera personale dell’uno e dell’altro coniuge. Le gravi condotte lesive, traducendosi nell'aggressione a beni e diritti fondamentali della persona, quali l'incolumità e l'integrità fisica, morale e sociale dell'altro coniuge, ed oltrepassando quella soglia minima di solidarietà e di rispetto comunque necessaria e doverosa per la personalità del partner, sono insuscettibili di essere giustificate come ritorsione e reazione al comportamento di quest'ultimo e si sottraggono anche alla comparazione con tale comportamento, la quale non può costituire un mezzo per escludere l'addebitabilità nei confronti del coniuge che quei fatti ha posto in essere. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 02 marzo 2016.




Giudizio di impugnazione del matrimonio e morte del coniuge in corso di processo

Patologie matrimoniali – Impugnazione del matrimonio – Per nullità ex artt. 86, 117 c.c. – Morte del coniuge che ha agito – Successione degli eredi – Art. 127 c.c. – Esclusione

In materia di impugnazione del matrimonio da parte del coniuge, la previsione di cui all’art. 127 c.c., che ammette eccezionalmente la trasmissione jure hereditatis del diritto d’azione, opera limitatamente ai casi in cui il giudizio caducatorio sia stato instaurato ex artt. 120 e 122 c.c.. ossia per difetto di volontà del nubendo, germinato da incapacità di intendere, di volere, da violenza o errore. Non opera, invece, per le impugnative ex art. 117 c.c. ove, ab origine, il titolare di un interesse attuale e rilevante, ha diritto d’azione jure proprio. Pertanto, se subentra la morte in corso di processo del coniuge che ha proposto azione ex art. 86 c.c., non si verifica una ipotesi di interruzione del processo bensì un caso di cessazione della materia del contendere. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 01 marzo 2016.




Giudizio di impugnazione del matrimonio e morte del coniuge in corso di processo

Patologie matrimoniali – Impugnazione del matrimonio – Per nullità ex artt. 86, 117 c.c. – Morte del coniuge che ha agito – Successione degli eredi – Art. 127 c.c. – Esclusione

In materia di impugnazione del matrimonio da parte del coniuge, la previsione di cui all’art. 127 c.c., che ammette eccezionalmente la trasmissione jure hereditatis del diritto d’azione, opera limitatamente ai casi in cui il giudizio caducatorio sia stato instaurato ex artt. 120 e 122 c.c.. ossia per difetto di volontà del nubendo, germinato da incapacità di intendere, di volere, da violenza o errore. Non opera, invece, per le impugnative ex art. 117 c.c. ove, ab origine, il titolare di un interesse attuale e rilevante, ha diritto d’azione jure proprio. Pertanto, se subentra la morte in corso di processo del coniuge che ha proposto azione ex art. 86 c.c., non si verifica una ipotesi di interruzione del processo bensì un caso di cessazione della materia del contendere. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 01 marzo 2016.




Interruzione volontaria della gravidanza, mancata comparizione della minore avanti al Giudice Tutelare e impossibilità di verificare la consapevolezza da parte dell’interessata della scelta di abortire

Interruzione volontaria della gravidanza – Mancata comparizione della minore avanti al Giudice Tutelare – Impossibilità di verificare la consapevolezza da parte dell’interessata della scelta di abortire – Conseguenze

Ove la minorenne, intenzionata a interrompere volontariamente la gravidanza, non sia comparsa avanti al Giudice Tutelare per essere sentita ai sensi dell’art. 12 della legge 194/1978, non è possibile verificare la effettiva consapevolezza in capo alla stessa della scelta di abortire, con la conseguenza che la relativa istanza deve essere rigettata. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 29 febbraio 2016.




Interruzione volontaria della gravidanza, mancata comparizione della minore avanti al Giudice Tutelare e impossibilità di verificare la consapevolezza da parte dell’interessata della scelta di abortire

Interruzione volontaria della gravidanza – Mancata comparizione della minore avanti al Giudice Tutelare – Impossibilità di verificare la consapevolezza da parte dell’interessata della scelta di abortire – Conseguenze

Ove la minorenne, intenzionata a interrompere volontariamente la gravidanza, non sia comparsa avanti al Giudice Tutelare per essere sentita ai sensi dell’art. 12 della legge 194/1978, non è possibile verificare la effettiva consapevolezza in capo alla stessa della scelta di abortire, con la conseguenza che la relativa istanza deve essere rigettata. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 29 febbraio 2016.




Fondo patrimoniale

Fondo patrimoniale – Figli minori – Conflitto di interessi – Valutazione in concreto – Sussiste

In presenza di figli minori, è sempre necessaria l’autorizzazione giudiziale per atti dispositivi, finanche per lo scioglimento consensuale del fondo stesso. L’istituzione del fondo patrimoniale determina un vincolo di destinazione per il soddisfacimento dei bisogni della famiglia (e quindi di tutti i suoi componenti, in essi compresi i figli minori). Il citato vincolo, dunque, diventa di “interesse” anche dei componenti “deboli” della famiglia, che sono i figli. Conseguentemente, va ravvisata in capo ai figli minori una posizione giuridicamente tutelata in ordine agli atti di disposizione del fondo. Inoltre, deve essere riconosciuta l’astratta configurabilità di uno specifico interesse dei figli ad interloquire sulle opzioni operative effettuate dai titolari del diritto di proprietà dei beni facenti parte del fondo, atteso che per i componenti del nucleo familiare non è irrilevante la consistenza del patrimonio istituzionalmente destinato all'esclusivo soddisfacimento dei relativi bisogni. Non incide infine sulla detta conclusione né la natura gratuita del conferimento né la facoltà, espressamente riconosciuta ai coniugi dal legislatore, di derogare convenzionalmente alla previsione del divieto di alienazione dei beni del fondo, disposta in via generale (art. 169 c.c., comma 1). Con riguardo alla posizione dei figli minori, l’intervento del giudice è necessario per valutare l’interesse dei figli ad interloquire sulle opzioni dei genitori, ad esempio mediante audizione ex art. 336-bis c.c. oppure mediante nomina di un curatore speciale. Atti che però non sono consequenziali tout court alla istanza dei genitori di disporre del fondo: è giudice che ha il compito di verificare se in concreto sussista la necessità di questi atti, per conflitto di interessi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 29 febbraio 2016.




Legge 55/2015: divorzio e separazione pendenti, possono essere riuniti

Procedimento di separazione – Sentenza parziale di separazione – Prosecuzione del processo per le pronunce accessorie – Procedimento di divorzio instaurato nelle more – Assegnazione del fascicolo al medesimo giudice della separazione – Riunione dei due procedimenti – Opportunità – Sussiste

La contestuale trattazione del giudizio di separazione e di divorzio (da parte del medesimo giudice) risponde a una finalità evidente: infatti, dal momento del deposito del ricorso divorzile (o, comunque, quanto meno dall’adozione dei provvedimenti provvisori ex art. 4 l. div.), il giudice della separazione non può più pronunciarsi sulle questioni genitoriali (cd. provvedimenti de futuro) avendo esclusiva potestas decidendi (sopravvenuta) il solo giudice del divorzio. Ancora: dal momento del deposito del ricorso divorzile (o, comunque, quanto meno dall’adozione dei provvedimenti provvisori ex art. 4 l. div.), il giudice della separazione non può più pronunciarsi sulle questioni economiche se non con riguardo al periodo compreso tra la data di deposito del ricorso per separazione e la data di deposito del ricorso divorzile, e, dunque, anche per tale aspetto appare all’evidenza ragionevole concentrare in capo ad un unico giudice la trattazione dei due procedimenti, al fine di garantirne la più sollecita definizione. E, peraltro, dove la separazione giudiziale sia pendente in una fase non avanzata, il giudice di entrambe le cause può a questo punto anche valutare l’opportunità di una riunione dei due processi, ai sensi dell’art. 274 comma I c.p.c., trattando di cause connesse realizzando così una riunificazione tra procedimento separativo sulle questioni accessorie (ove già definito lo status) e procedimento divorzile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 26 febbraio 2016.




Legge 55/2015: divorzio e separazione pendenti, possono essere riuniti

Procedimento di separazione – Sentenza parziale di separazione – Prosecuzione del processo per le pronunce accessorie – Procedimento di divorzio instaurato nelle more – Assegnazione del fascicolo al medesimo giudice della separazione – Riunione dei due procedimenti – Opportunità – Sussiste

La contestuale trattazione del giudizio di separazione e di divorzio (da parte del medesimo giudice) risponde a una finalità evidente: infatti, dal momento del deposito del ricorso divorzile (o, comunque, quanto meno dall’adozione dei provvedimenti provvisori ex art. 4 l. div.), il giudice della separazione non può più pronunciarsi sulle questioni genitoriali (cd. provvedimenti de futuro) avendo esclusiva potestas decidendi (sopravvenuta) il solo giudice del divorzio. Ancora: dal momento del deposito del ricorso divorzile (o, comunque, quanto meno dall’adozione dei provvedimenti provvisori ex art. 4 l. div.), il giudice della separazione non può più pronunciarsi sulle questioni economiche se non con riguardo al periodo compreso tra la data di deposito del ricorso per separazione e la data di deposito del ricorso divorzile, e, dunque, anche per tale aspetto appare all’evidenza ragionevole concentrare in capo ad un unico giudice la trattazione dei due procedimenti, al fine di garantirne la più sollecita definizione. E, peraltro, dove la separazione giudiziale sia pendente in una fase non avanzata, il giudice di entrambe le cause può a questo punto anche valutare l’opportunità di una riunione dei due processi, ai sensi dell’art. 274 comma I c.p.c., trattando di cause connesse realizzando così una riunificazione tra procedimento separativo sulle questioni accessorie (ove già definito lo status) e procedimento divorzile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 26 febbraio 2016.




Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari, natura universale e legge applicabile in caso di mancanza di scelta delle parti

Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari – Regolamento UE n. 1259/10 del 20.12.2010 – Natura universale – Legge applicabile – Individuazione in caso di mancanza di scelta delle parti – Criteri previsti dall’art. 8 del reg. UE n. 1259/10 – Conseguenze

Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari – Disciplina dei rapporti economici e personali fra i genitori e il figlio minorenne – Giurisdizione – Criteri di cui all’art. 37 della legge n. 218/1995

Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari – Disciplina dei rapporti economici e personali fra i genitori e il figlio minorenne – Legge applicabile – Criteri di cui all’art. 36 bis della legge n. 218/1995

Il carattere universale (o ecumenico) del regolamento UE n. 1259/10 del 20.12.2010 – ossia la possibilità di sua applicazione anche in relazione a cittadini di stati membri non partecipanti ovvero a cittadini extracomunitari – è ricavabile dal testo del regolamento il quale, al considerando n. 12 ed all'articolo 4, prevede espressamente il suo carattere universale, consentendo in particolare la possibilità di designazione (da parte delle norme uniformi in materia di conflitto previste dal regolamento) di leggi anche di uno stato membro non partecipante o di uno stato non membro della Unione Europea; di conseguenza la legge applicabile va individuata in base al disposto dell'art. 8 del regolamento medesimo (nel caso di specie la legge italiana posto che, al momento della domanda, entrambe le parti -cittadini cinesi- risultavano risiedere in Italia e ciò in forza del criterio di cui alla lettera A del predetto articolo che fa riferimento alla legge dello stato della residenza abituale dei coniugi nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale). (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)

Sussiste la giurisdizione italiana in ordine alla domanda concernente la disciplina dei rapporti economici e personali tra il figlio ed i genitori, tutti cittadini extracomunitari, non potendo applicarsi il regolamento CEE n. 2201/03 e ciò in virtù della disposizione di cui all’art. 37 legge 218/95 che prevede la giurisdizione del giudice italiano, tra l’altro, quando (come nel caso di specie) almeno uno dei genitori risieda in Italia. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)

I rapporti economici e personali tra genitori e figlio minorenne, tutti extracomunitari, sono regolati dalla legge italiana, in virtù di quanto previsto dall’art. 36 bis della legge n. 218/1995. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova 24 febbraio 2016.




Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari, natura universale e legge applicabile in caso di mancanza di scelta delle parti

Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari – Regolamento UE n. 1259/10 del 20.12.2010 – Natura universale – Legge applicabile – Individuazione in caso di mancanza di scelta delle parti – Criteri previsti dall’art. 8 del reg. UE n. 1259/10 – Conseguenze

Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari – Disciplina dei rapporti economici e personali fra i genitori e il figlio minorenne – Giurisdizione – Criteri di cui all’art. 37 della legge n. 218/1995

Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari – Disciplina dei rapporti economici e personali fra i genitori e il figlio minorenne – Legge applicabile – Criteri di cui all’art. 36 bis della legge n. 218/1995

Il carattere universale (o ecumenico) del regolamento UE n. 1259/10 del 20.12.2010 – ossia la possibilità di sua applicazione anche in relazione a cittadini di stati membri non partecipanti ovvero a cittadini extracomunitari – è ricavabile dal testo del regolamento il quale, al considerando n. 12 ed all'articolo 4, prevede espressamente il suo carattere universale, consentendo in particolare la possibilità di designazione (da parte delle norme uniformi in materia di conflitto previste dal regolamento) di leggi anche di uno stato membro non partecipante o di uno stato non membro della Unione Europea; di conseguenza la legge applicabile va individuata in base al disposto dell'art. 8 del regolamento medesimo (nel caso di specie la legge italiana posto che, al momento della domanda, entrambe le parti -cittadini cinesi- risultavano risiedere in Italia e ciò in forza del criterio di cui alla lettera A del predetto articolo che fa riferimento alla legge dello stato della residenza abituale dei coniugi nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale). (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)

Sussiste la giurisdizione italiana in ordine alla domanda concernente la disciplina dei rapporti economici e personali tra il figlio ed i genitori, tutti cittadini extracomunitari, non potendo applicarsi il regolamento CEE n. 2201/03 e ciò in virtù della disposizione di cui all’art. 37 legge 218/95 che prevede la giurisdizione del giudice italiano, tra l’altro, quando (come nel caso di specie) almeno uno dei genitori risieda in Italia. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)

I rapporti economici e personali tra genitori e figlio minorenne, tutti extracomunitari, sono regolati dalla legge italiana, in virtù di quanto previsto dall’art. 36 bis della legge n. 218/1995. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova 24 febbraio 2016.




Accordo dei genitori insensibile alle successive vicende processuali

Procedimento di revisione delle condizioni di separazione o divorzio – Accordo delle parti raggiunto in corso di processo – Vicende successive – Idoneità a far venir meno l’efficacia dell’accordo – Esclusione

In materia di procedimento di revisione delle condizioni di separazione o divorzio, nel caso in cui le parti, nel corso del processo, raggiungano un accordo (definitivo) di revisione delle condizioni di divorzio (o separazione) e lo sottoscrivano dinanzi al magistrato, viene meno l’originaria res litigiosa poiché le originarie condizioni sono immediatamente sostituite da quelle “nuove” volute e sottoscritte dalle parti, rispetto alle quale le originarie domande delle parti perdono attualità e non possono essere ulteriormente esaminate; ogni ulteriore questione che sorga, rispetto alla attuazione o vitalità delle “nuove clausole” non può essere fatta valere nel procedimento originario anche in ragione del fatto che la firma di un patto modificativo ha conseguenze processuali e sostanziali per i sottoscrittori che non possono assumere, rispetto a esso patto, comportamenti secundum eventum litis tesi a minare la serietà stessa degli accordi; atteggiamento che contrasta con il Principio del Giusto Processo ex art. 111 Cost. Pertanto, in caso di rinvii del processo tesi a favorire la composizione bonaria di eventuali altre controversie in corso tra le parti, l’accordo già raggiunto non viene travolto dall’esito infruttuoso delle trattative rispetto a tali ultime liti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 24 febbraio 2016.




Accordo dei genitori insensibile alle successive vicende processuali

Procedimento di revisione delle condizioni di separazione o divorzio – Accordo delle parti raggiunto in corso di processo – Vicende successive – Idoneità a far venir meno l’efficacia dell’accordo – Esclusione

In materia di procedimento di revisione delle condizioni di separazione o divorzio, nel caso in cui le parti, nel corso del processo, raggiungano un accordo (definitivo) di revisione delle condizioni di divorzio (o separazione) e lo sottoscrivano dinanzi al magistrato, viene meno l’originaria res litigiosa poiché le originarie condizioni sono immediatamente sostituite da quelle “nuove” volute e sottoscritte dalle parti, rispetto alle quale le originarie domande delle parti perdono attualità e non possono essere ulteriormente esaminate; ogni ulteriore questione che sorga, rispetto alla attuazione o vitalità delle “nuove clausole” non può essere fatta valere nel procedimento originario anche in ragione del fatto che la firma di un patto modificativo ha conseguenze processuali e sostanziali per i sottoscrittori che non possono assumere, rispetto a esso patto, comportamenti secundum eventum litis tesi a minare la serietà stessa degli accordi; atteggiamento che contrasta con il Principio del Giusto Processo ex art. 111 Cost. Pertanto, in caso di rinvii del processo tesi a favorire la composizione bonaria di eventuali altre controversie in corso tra le parti, l’accordo già raggiunto non viene travolto dall’esito infruttuoso delle trattative rispetto a tali ultime liti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 24 febbraio 2016.





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