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Persone e Misure di Protezione
Tutte le decisioni di legittimità


Adozione di minori: stato di adottabilità e situazione di abbandono

Persone - Adozione di minori - Stato di adottabilità

In tema di adozione di minori d’età, sussiste la situazione d’abbandono, non solo nei casi di rifiuto intenzionale dell’adempimento dei doveri genitoriali, ma anche qualora la situazione familiare sia tale da compromettere in modo grave e irreversibile un armonico sviluppo psico-fisico del bambino, considerato in concreto, ossia in relazione al suo vissuto, alle sue caratteristiche fisiche e psicologiche, alla sua età, al suo grado di sviluppo e alle sue potenzialità; ne consegue l’irrilevanza della mera espressione di volontà dei genitori di accudire il minore in assenza di concreti riscontri.

[Nella specie, questa Corte, confermando la sentenza di appello, ha ritenuto la persistenza di una situazione di abbandono, a fronte di un impegno, solo enunciato dai genitori, di rimuovere le problematiche esistenziali e di mutare lo stile di vita.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 11 dicembre 2019, n.32412.




Sottrazione internazionale di minore: sulla scelta del giudice di non assumere ulteriori informazioni né disporre consulenza tecnica d'ufficio

Sottrazione internazionale di minori - Procedimento ex l. n. 64 del 1994 - Attività d'indagine officiosa - Consulenza tecnica sul minore sottratto - Obbligo - Esclusione - Fattispecie

In tema di sottrazione internazionale di minore, ai fini dell'accertamento delle condizioni ostative all'emanazione dell'ordine di ritorno, ai sensi dell'art. 13 della Convenzione dell'Aja del 25 ottobre 1980, la scelta operata dal giudice di merito di non assumere ulteriori informazioni né disporre consulenza tecnica d'ufficio, è incensurabile in Cassazione. (Nella specie la S.C., nel confermare il decreto impugnato, ha escluso l'obbligo del tribunale per i minorenni di disporre una consulenza tecnica sul minore di non ancora quattro anni). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 novembre 2019, n.29063.




Protezione internazionale, l'omessa sottoposizione al contraddittorio delle COI assunte d'ufficio non lede il diritto di difesa

Protezione internazionale - Informazioni sul paese di origine - Acquisizione d’ufficio - Omessa sottoposizione al contraddittorio - Violazione del diritto di difesa - Esclusione - Eccezioni - Fondamento

In tema di protezione internazionale, l'omessa sottoposizione al contraddittorio delle COI ("country of origin information") assunte d'ufficio dal giudice ad integrazione del racconto del richiedente, non lede il diritto di difesa di quest'ultimo, poiché in tal caso l'attività di cooperazione istruttoria è integrativa dell'inerzia della parte e non ne diminuisce le garanzie processuali, a condizione che il tribunale renda palese nella motivazione a quali informazioni abbia fatto riferimento, al fine di consentirne l'eventuale critica in sede di impugnazione; sussiste, invece, una violazione del diritto di difesa del richiedente quando costui abbia esplicitamente indicato le COI, ma il giudice ne utilizzi altre, di fonte diversa o più aggiornate, che depongano in senso opposto a quelle offerte dal ricorrente, senza prima sottoporle al contraddittorio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 novembre 2019, n.29056.




Protezione internazionale e persecuzione a sfondo religioso

Protezione internazionale - Situazioni di tensione a contenuto religioso nel paese di origine - Accertamento - Dovere di cooperazione istruttoria del giudice - Indagine specifica - Necessità - Mancata richiesta di protezione alle autorità locali da parte del richiedente - Irrilevanza - Fondamento - Fattispecie

In tema di protezione internazionale, quando il richiedente alleghi il timore di essere soggetto nel suo paese di origine ad una persecuzione a sfondo religioso o comunque ad un trattamento inumano o degradante fondato su motivazioni a sfondo religioso, il giudice deve effettuare una valutazione sulla situazione interna del Paese di origine del richiedente, indagando espressamente l'esistenza di fenomeni di tensione a contenuto religioso, senza che in direzione contraria assuma decisiva rilevanza il fatto che il richiedente non si sia rivolto alle autorità locali o statuali per invocare tutela, potendo tale scelta derivare, in concreto, proprio dal timore di essere assoggettato ad ulteriori trattamenti persecutori o umanamente degradanti. (Nella fattispecie il ricorrente aveva dichiarato di essere fuggito dal Bangladesh, paese di religione mussulmana, sua patria di origine perché perseguitato, in quanto di religione hindu). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 novembre 2019, n.28974.




Esenzione dal pagamento del pedaggio autostradale in favore delle associazioni di volontariato o di altri organismi non aventi scopo di lucro

Pedaggio autostradale - Esenzione dal pagamento per le associazioni di volontariato - Trasporto di persone malate in situazione di urgenza - Necessità - Esclusione - Fondamento

L'esenzione dal pagamento del pedaggio autostradale, prevista dall'art. 373, comma 2, lett. c, del d.P.R. n. 495 del 1992 in favore delle associazioni di volontariato o di altri organismi similari non aventi scopo di lucro, spetta ai veicoli che siano effettivamente impegnati nello svolgimento di attività di soccorso (inteso come trasporto di persone malate bisognose di assistenza), indipendentemente dalla ricorrenza di una situazione di urgenza o emergenza, non essendo previsto dalla legge tale ulteriore requisito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 31 ottobre 2019, n.28019.




Protezione internazionale: la protezione sussidiaria non presuppone di necessità la sussistenza di un procedimento penale

Protezione internazionale – Protezione sussidiaria – Trattamento inumano o degradante – Art. 13 lett. b. d.lgs. 251/207 – Natura di clausola generale

Data la natura di clausola generale della disposizione di cui all’art. 14 lett. b. d.lgs. n. 251/2007, il riconoscimento della protezione sussidiaria, che vi è connesso, non presuppone di necessità la sussistenza di un procedimento penale nei confronti del richiedente, ben potendo dei fatti di tortura e/o comportamenti inumai o degradanti venire in essere anche fuori dalla cerchia di sanzioni stabilite da leggi penali o da altre autorità. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 20 settembre 2019, n.23461.




Protezione internazionale: seri motivi umanitari e nozione di vulnerabilità

Protezione internazionale – Protezione umanitaria – Art. 5, comma 6, d.lgs. n. 286/1998 – Vulnerabilità – Clausola generale – Paese di transito – possibile rilevanza

La nozione di vulnerabilità, rilevante ai fini della clausola generale dei « seri motivi umanitari », è specifica alla persona del richiedente e funzionale alla sua accoglienza nel paese di destino. Per il riscontro della sua sussistenza ben possono assumere valore  le violenze subite in un Paese di transito (nella specie, la Libia), come pure le condizioni di precarietà e disagio del viaggio compiuto per raggiungere il territorio italiano. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 17 settembre 2019, n.23104.




Il giudice di fronte alla 'PAS'

Alienazione genitoriale – Diagnosi di PAS – Devianza rispetto alla scienza medica ufficiale – Dovere del giudice

Audizione del minore – Adempimento necessario – Sussiste

A prescindere dalle obiezioni sollevate dalle parti, qualora la consulenza tecnica presenti devianze dalla scienza medica ufficiale come avviene nell’ipotesi in cui sia formulata la diagnosi di sussistenza della PAS, non essendovi certezze nell’ambito scientifico al riguardo il Giudice del merito, ricorrendo alle proprie cognizioni scientifiche (Cass. n. 11440/1997) oppure avvalendosi di idonei esperti, è comunque tenuto a verificarne il fondamento (Cass. 1652/2012; Cass. 17324/2005). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’audizione del minore sia un adempimento necessario nelle procedure giudiziarie che lo riguardano e in particolare in quelle relative all’affidamento ai genitori, salvo che tale adempimento possa essere in contrasto con gli interessi del minore stesso, con la conseguenza che il mancato ascolto non sorretto da una espressa motivazione sulla contrarietà all’interesse del minore, sulla sua superfluità o sulla assenza di discernimento del soggetto interessato è fonte di nullità della sentenza, in quanto si traduce in una violazione dei principi del giusto processo e del contraddittorio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 16 maggio 2019, n.13274.




Limiti alla retroattività della l. 22 dicembre 2017 n. 219 in tema di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento

Consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento – Retroattività – Esclusione – Disciplina transitoria – Direttive di trattamento terapeutico anteriori all’entrata in vigore della legge – Applicabilità – Condizioni

La l. 22 dicembre 2017, n. 219, recante norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento, è priva di efficacia retroattiva e non si applica dunque alle manifestazioni di volontà relative ai trattamenti sanitari espresse in data anteriore all'entrata in vigore della legge (31 gennaio 2018), fatta salva l'ipotesi, prevista dall'art. 6 della legge, in cui la volontà del disponente sia stata manifestata in documenti depositati presso il comune di residenza o presso un notaio prima della stessa data; ne consegue che la legge nuova è inapplicabile alle direttive anticipate di trattamento terapeutico che siano state, come nella specie, formulate in sede di designazione anticipata dell'amministratore di sostegno ai sensi dell'art. 408, comma 1, c.c. prima dell'entrata in vigore della legge e che siano contenute in una scrittura privata personalmente conservata dall'interessato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 maggio 2019, n.12998.




Designazione anticipata dell'amministratore di sostegno e decisioni terapeutiche future

Nomina dell'amministratore di sostegno – Designazione anticipata da parte dell’interessato ex art. 408 c.c. – Finalità – Conseguenze – Direttive sulle decisioni terapeutiche future – Ammissibilità – Fondamento – Fattispecie

La designazione anticipata dell'amministratore di sostegno da parte dello stesso interessato, in vista della propria eventuale futura incapacità, prevista dall'art. 408, comma 1, c.c., non ha esclusivamente la funzione di scegliere il soggetto che, ove si presenti la necessità, il giudice tutelare deve nominare, ma ha altresì la finalità di consentire al designante, che si trovi ancora nella pienezza delle proprie facoltà cognitive e volitive, di impartire delle direttive vincolanti sulle decisioni sanitarie o terapeutiche da far assumere in futuro all'amministratore designato; tali direttive possono anche prevedere il rifiuto di determinate cure, in quanto il diritto fondamentale della persona all'autodeterminazione, in cui si realizza il valore fondamentale della dignità umana, sancito dall'art. 32 Cost., dagli art. 2, 3 e 35 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e dalle convenzioni internazionali, include il diritto di rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale, senza che tale rifiuto, ove informato, autentico e attuale, incontri un limite di ordine pubblico in un inesistente dovere di curarsi. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato la decisione di merito che aveva rigettato la richiesta di nomina dell'amministratore di sostegno che l'interessato, aderente alla confessione religiosa dei Testimoni di Geova, aveva preventivamente designato, anche allo scopo di far valere la sua irrevocabile volontà di non essere sottoposto, neanche in ipotesi di morte certa ed imminente, a trasfusioni a base di emoderivati). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 maggio 2019, n.12998.




L’amministratore di sostegno può essere nominato per rifiutare le cure

Amministrazione di sostegno – Designazione in previsione della futura incapacità – Art. 408 c.c. – Designazione dell’amministratore per rifiutare le cure – Ammissibilità – Sussiste

Sulla base del paradigma normativo fissato nell'art. 408 c.c., comma 1, che prevede che "l'amministratore di sostegno può essere designato dallo stesso interessato in previsione della propria eventuale futura incapacità" è possibile anche esprimere un dissenso al futuro trattamento medico (es. rifiuto trasfusioni). La designazione anticipata ha anche la finalità di poter impartire delle direttive, quando si è nella pienezza delle proprie facoltà cognitive e volitive, sulle decisioni sanitarie o terapeutiche da far assumere all'amministratore di sostegno designato, qualora si prospetti tale nuova condizione del designante. Invero, l'art. 408 c.c. - il quale ammette la designazione preventiva dell'amministratore di sostegno da parte dello stesso interessato, in previsione della propria eventuale futura incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata - è espressione del principio di autodeterminazione della persona, in cui si realizza il valore fondamentale della dignità umana, ed attribuisce quindi rilievo al rapporto di fiducia interno fra il designante e la persona prescelta, che sarà chiamata ad esprimerne le intenzioni in modo vincolato, anche per quel che concerne il consenso alle cure sanitarie. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 15 maggio 2019, n.12998.




Maternità surrogata: divieto di riconoscimento di provvedimento straniero di filiazione

Filiazione - Maternità surrogata - Divieto della surrogazione di maternità ex L. 40/2004 - Principio di ordine pubblico - Tutela di valori fondamentali - Dignità umana della gestante e adozione

Il riconoscimento dell'efficacia del provvedimento giurisdizionale straniero con cui sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata ed il genitore d'intenzione munito della cittadinanza italiana trova ostacolo nel divieto della surrogazione di maternità previsto dall'art. 12, comma sesto, della legge n. 40 del 2004, qualificabile come principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di valori fondamentali, quali la dignità umana della gestante e l'istituto dell'adozione; la tutela di tali valori, non irragionevolmente ritenuti prevalenti sull'interesse del minore, nell'ambito di un bilanciamento effettuato direttamente dal legislatore, al quale il giudice non può sostituire la propria valutazione, non esclude peraltro la possibilità di conferire rilievo al rapporto genitoriale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici, quali l'adozione in casi particolari, prevista dall'art. 44, comma primo, lett. d), della legge n.184 del 1983. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 maggio 2019, n.12193.




Non riconoscibile la filiazione che origina da pratiche di maternità surrogata

Provvedimento straniero che accerti il rapporto di filiazione tra il minore e il genitore d’intenzione – Ricorso alla maternità surrogata – Riconoscimento – Esclusione

Il riconoscimento dell'efficacia del provvedimento giurisdizionale straniero con cui sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata ed il genitore d'intenzione munito della cittadinanza italiana trova ostacolo nel divieto della surrogazione di maternità previsto dall'art. 12, comma sesto, della legge n. 40 del 2004, qualificabile come principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di valori fondamentali, quali la dignità umana della gestante e l'istituto dell'adozione; la tutela di tali valori, non irragionevolmente ritenuti prevalenti sull'interesse del minore, nell'ambito di un bilanciamento effettuato direttamente dal legislatore, al quale il giudice non può sostituire la propria valutazione, non esclude peraltro la possibilità di conferire rilievo al rapporto genitoriale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici, quali l'adozione in casi particolari, prevista dall'art. 44, comma primo, lett. d), della legge n. 184 del 1983. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 maggio 2019, n.12193.




Accertamento dello stato di adottabilità e assistenza legale del minore

Giudizio di adottabilità - Qualità di parte necessaria del minore - Mancata costituzione in giudizio - Nomina di un difensore d’ufficio - Necessità - Difetto - Conseguenza - Nullità degli atti del giudizio - Rinvio della causa al primo grado - Esclusione - Fondamento

Il procedimento volto all'accertamento dello stato di adottabilità deve svolgersi fin dalla sua apertura, ai sensi degli artt. 8, ultimo comma, e 10, comma 2, della legge n. 184 del 1983, con l'assistenza legale del minore, il quale ne è parte, e, in mancanza di una disposizione specifica, sta in giudizio a mezzo di un rappresentante legale ovvero, se sussista conflitto di interessi, di un curatore speciale, soggetti cui compete la nomina del difensore tecnico; ne consegue, in caso di omessa nomina cui non segua la designazione di un difensore d'ufficio, la nullità del procedimento "de quo", non avendo potuto il minore esercitare il suo diritto al contraddittorio su tutti gli atti processuali che hanno costituito il presupposto per la decisione del giudice di merito. Ricorrendo tali circostanze, deve essere peraltro escluso il rinvio del giudizio in primo grado, giacché tale rimessione, comunque contraria alle esigenze di speditezza del procedimento diretto all'accertamento dello stato di adottabilità, risulta preclusa dalla natura tassativa delle ipotesi di cui agli art. 353 e 354 c.p.c., ed il giudice di appello deve pertanto procedere, a norma dell'art. 354, comma 4, c.p.c., alla rinnovazione degli atti del procedimento che risultano viziati a causa del loro compimento in assenza della costituzione, a mezzo difensore, del rappresentante legale o del curatore speciale del minore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 07 maggio 2019, n.12020.




Protezione internazionale: ruolo attivo del Giudice nell’istruttoria, accertamento dei fenomeni che giustificano la protezione internazionale, indicazione delle informazioni e delle relative fonti

Protezione internazionale - Ruolo attivo del giudice nell'istruzione della domanda - Possibilità di assumere informazioni e acquisire tutta la documentazione necessaria - Potere-dovere del giudice di accertare anche d'ufficio se, e in quali limiti, nel Paese straniero di origine dell'istante si verifichino fenomeni tali da giustificare la protezione internazionale - Indicazione nella motivazione delle informazioni e delle relative fonti

Come ebbe a rilevare, in particolare, già la sentenza delle Sezioni Unite 17 novembre 2008, n. 27310 (con diretto riferimento alla Direttiva 2004/83/CE), in materia di protezione internazionale, il giudice deve «svolgere un ruolo attivo nell'istruzione della domanda, disancorato dal principio dispositivo proprio del giudizio civile ordinario e libero da preclusioni e da impedimenti processuali, oltre che fondato sulla possibilità di assumere informazioni e acquisire tutta la documentazione necessaria»: in proposito deve dunque «ravvisarsi un dovere di cooperazione del giudice nell'accertamento dei fatti rilevanti ... e una maggiore ampiezza dei suoi poteri istruttori officiosi».

Il dovere di attivazione del giudice ha come presupposto che «il richiedente abbia adempiuto all'onere di allegare i fatti costitutivi della sua personale esposizione al rischio»; all'assolvimento di tale onere della parte è in via diretta conseguente «il potere-dovere del giudice di accertare anche d'ufficio se, e in quali limiti, nel Paese straniero di origine dell'istante si verifichino fenomeni» tali da giustificare l'applicazione della protezione internazionale (Cass., 31 gennaio 2019, n. 3016).

Come ha rilevato, per altro verso, la pronuncia di Cass. 28 giugno 2018, n. 17069, «il giudice del merito ha la possibilità e dunque il dovere ... di accertare d'ufficio, mediante le informazioni attingibili presso la Commissione nazionale per il diritto di asilo o da altre fonti, se e in quali limiti», nei luoghi indicati dal ricorrente, «si registrino fenomeni di violenza indiscriminata» o altri comunque destinata a comportare la normativa di applicazione della protezione internazionale; è dunque anche da escludere, tra l'altro, l'eventuale rilevanza di precondizioni ulteriori per l'attivazione del detto dovere di cooperazione istruttoria (quale quella rappresentata dalla ritenuta credibilità del racconto fatto dal ricorrente). Del resto, la figura della cooperazione istruttoria del giudice non risponde a ipotetici intendimenti di ordine premiale, bensì deriva dalla peculiare situazione oggettiva che sta alla base, e giustifica, l'applicazione della normativa della protezione internazionale.

Alla rilevazione della positiva sussistenza del dovere di approfondimento istruttorio segue che non può ritenersi corretta e adeguata la decisione del giudice del merito che, nel respingere la richiesta di protezione, si limiti a fornire indicazioni generiche e approssimative sulla situazione del Paese interessato dalla domanda del richiedente; ché ciò equivale, come appare evidente, a negare la stessa sussistenza di un dovere di questo tipo (cfr. Cass., 28 giugno 2018, n. 17075).

L'assolvimento del quale comporta, invece, l'assunzione - e quindi pure la relativa indicazione nell'ambito del tessuto motivazionale - di informazioni specifiche, attendibili e aggiornate, non risalenti rispetto al tempo della decisione (tra le altre, cfr. in particolare Cass., 12 dicembre 2108, n. 28990; nonché la già richiamata Cass., n. 17069/2018, ove pure ulteriori riferimenti).

Dal che deriva pure, inter alia, la necessità di riportare, nel contesto della motivazione svolta, le fonti di informazione utilizzate, come quelle che per l'appunto stanno a fondamento e giustificazione del convincimento che nel concreto viene espresso dal giudice.

Non potendosi comunque ritenere fatti di comune e corrente conoscenza quelli che vengono via via ad accadere nei Paesi estranei a quelli della Comunità europea, la mancata indicazione delle fonti specificamente utilizzate dal giudice per fondare la decisione assunta implica, in buona sostanza, che quest'ultima esprima una valutazione meramente soggettiva; e comporta, in via correlata, che la stessa risulta connotata da difetto di motivazione o, comunque, da una motivazione meramente apparente.

[Nel caso di specie, la sentenza della Corte territoriale si è limitata all'affermazione per cui «non può ritenersi dimostrato che il grado di violenza del conflitto armato in corso nella regione di provenienza del richiedente (Benin City) abbia assunto le caratteristiche» occorrenti per l'applicazione della protezione internazionale. La sentenza, inoltre, non indica a base di riferimento di tale affermazione alcuna fonte.
Sì che il «deficit istruttorio» risulta, nella specie, del tutto palese. In effetti, vengono qui a sommarsi genericità dei contenuti manifestati e mancanza di oggettiva controllabilità delle fonti da cui questi ultimi sarebbero tratti. Con la conseguenza che la sentenza, oltre a essere affetta da una motivazione solo apparente, viene pure a violare il disposto dell'art. 8, comma 3, d.lgs. n. 25/2008.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 19 aprile 2019, n.11101.




Protezione internazionale: dovere di cooperazione del giudice, ampiezza dei suoi poteri istruttori officiosi e attendibilità della documentazione prodotta dall’istante

Protezione internazionale – Dovere di cooperazione del giudice e ampiezza dei suoi poteri istruttori officiosi – Fattispecie nella quale è stata ritenuta non attendibile la documentazione prodotta dall’istante

In relazione all'istanza, che - motivata e per quanto possibile documentata - lo straniero ha l'onere di proporre ai fini del riconoscimento della protezione internazionale, deve ravvisarsi un dovere di cooperazione del giudice nell'accertamento dei fatti rilevanti ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato e una maggiore ampiezza dei suoi poteri istruttori officiosi.

In relazione alla documentazione che in concreto sia stata prodotta dal ricorrente, più in particolare, in caso di dubbi o contestazione il giudice del merito ha il dovere di compiere un'attività istruttoria ufficiosa - se del caso utilizzando canali diplomatici e rogatoriali, amministrativi a altro - senza potersene lamentare una presunta insufficienza (così, in particolare, Cass., 13 dicembre 2016, n. 25534).

[Nel caso di specie, il giudice del merito, non ha posto in essere, neanche solo accennato, una qualunque attività istruttoria in relazione alla documentazione prodotta dal ricorrente assegnando alla stessa il valore costitutivo della non genuinità; non ha, tra l’altro, proprio preso in considerazione le specificità dell'alfabeto pashtu, né la possibilità che i fonemi propri di tale lingua possano venire trascritti secondo più e diversi grafemi (ovvero tra loro alternativi). Secondo quanto nel concreto accade, del resto, tale area tribale venendo identificata sia corna Bajaur, che come Bajur, che come pure Bajour. E nemmeno ha considerato che anche i comuni passaporti italiani contengono frasi e formule in lingue diverse dalla nostra, come pure scritte in alfabeto cirillico.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 19 aprile 2019, n.11097.




Stranieri e protezione internazionale: modalità di adempimento al dovere di cooperazione istruttoria circa la situazione del Paese di origine

Stranieri - Protezione sussidiaria - Accertamento delle condizioni di legge - Dovere di cooperazione istruttoria circa la situazione del Paese di origine - Utilizzo dei rapporti conoscitivi elaborati dal Ministero - Natura di fonti qualificate

In tema di protezione sussidiaria dello straniero prevista dall'art. 14, lett. c), del d.lgs. n. 251 del 2007, il dovere di cooperazione istruttoria officiosa sulla situazione del Paese di origine del richiedente che incombe sulle autorità decidenti - ai sensi degli artt. 8, comma 3, e 27, comma 1 bis, d.lgs. n. 25 del 2008 - è correttamente adempiuto acquisendo le necessarie informazioni anche dai rapporti conoscitivi del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, trattandosi di fonti qualificate equiparate a quelle di altri organismi riconosciuti di comprovata affidabilità e perché provenienti da un dicastero istituzionalmente dotato di competenze, informative e collaborative, nella materia della protezione internazionale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 aprile 2019, n.11103.




La garanzia del diritto fondamentale alla salute impedisce l'espulsione temporanea dello straniero

Stranieri - Divieto di espulsione per motivi di salute - Condizioni - Limiti - Fattispecie

La garanzia del diritto fondamentale alla salute impedisce l'espulsione temporanea dello straniero ove questi, dall'immediata esecuzione del provvedimento, sia esposto ad un irreparabile pregiudizio, dovendo, tale garanzia, comprendere non solo le prestazioni di pronto soccorso e di medicina d'urgenza, ma anche tutte le altre prestazioni essenziali per la vita. (Nel caso di specie la S.C. ha escluso che fossero da considerare "quoad vitam" le prestazioni sanitarie di chirurgia plastica conseguenti a ferite riportate dallo straniero, insieme a fratture nasali, esitate da un'aggressione da lui subita e, peraltro, dallo stesso, neanche fatte valere, ai fini di un'eventuale richiesta di permesso di soggiorno per motivi di salute, secondo la normativa vigente "ratione temporis", antecedente alla l. n. 132 del 2018). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 marzo 2019, n.8371.




Revoca della protezione internazionale e poteri del giudice

Stranieri - Temporanea restrizione dello straniero - Convalida - Poteri del giudice - Ambito - Verifica della sussistenza di condizioni di manifesta illegittimità del provvedimento di revoca della protezione internazionale - Sussistenza - Fondamento

Anche nel caso di revoca della protezione internazionale (nella specie, sussidiaria) il sindacato giurisdizionale sul provvedimento in questione non deve essere limitato alla verifica delle condizioni giustificative dell'adozione della misura indicate nell'art. 13, comma 4 bis, e 14, comma 1, del d.lgs. n. 286 del 1998, nella formulazione attualmente vigente, ma deve essere esteso anche alla verifica delle condizioni di manifesta illegittimità della revoca del titolo di protezione, in quanto indefettibile presupposto della disposta privazione della libertà personale dello straniero attraverso il trattenimento finalizzato all'espulsione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 marzo 2019, n.7841.




Protezione internazionale e revoca della protezione sussidiaria

Protezione internazionale - Provvedimento amministrativo di revoca della protezione sussidiaria - Violazione dell'obbligo di avviso dell'inizio del procedimento - Conseguenze - Ricorso al giudice ordinario - Attivazione dei poteri giudiziali di iniziativa officiosa e collaborativa - Necessità - Limiti - Fondamento

La revoca della protezione sussidiaria da parte della Commissione nazionale per il diritto di asilo deve essere preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento di cui all'art. 7 della l. n. 241 del 1990, atteso l'espresso richiamo ad esso operato dall'art. 18 del d.lgs. n. 25 del 2008. La violazione di tale obbligo determina l'invalidità della decisione del giudice che, adito a fronte del provvedimento amministrativo negativo, abbia puramente e semplicemente accettato le acquisizioni procedimentali lesive dei diritti di difesa, senza procedere ad alcuna iniziativa officiosa e collaborativa: detta iniziativa, se può essere negata quando le prospettazioni documentali ed orali del richiedente protezione siano di tale implausibilità da rendere la stessa inutile, non può essere declinata allorché il richiedente protezione, per omesso avviso dell'inizio del procedimento amministrativo, non abbia potuto ragionevolmente formulare nessuna produzione o deduzione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 marzo 2019, n.7841.




Permesso per motivi umanitari: chiarimenti sul diritto intertemporale

Regolamento Europeo N. 1896 del 2006 (IPE) - Ingiunzione di pagamento europea - Opposizione - Procedimento

La normativa introdotta dal decreto legge n. 113 del 2018, nella parte in cui ha modificato la disciplina del permesso di soggiorno per motivi umanitari, non si applica alle domanda giudiziale presentate prima dell’entrata in vigore delle nuove norme (5 ottobre 2018). In caso di accoglimento della domanda, il Questore rilascerà un permesso di soggiorno contrassegnato dalla dicitura “casi speciali” e soggetto alla disciplina e all’efficacia temporale prevista dall’art. 1, comma 9, del decreto legge menzionato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 19 febbraio 2019, n.4890.




Giurisdizione del giudice ordinario sull’impugnazione del provvedimento del questore di diniego del permesso di soggiorno per motivi umanitari

Permesso per motivi umanitari – Diniego – Impugnazione – Giurisdizione – Giudice ordinario – Sussiste

Sussiste la giurisdizione del giudice ordinario sull’impugnazione del provvedimento del questore di diniego del permesso di soggiorno per motivi umanitari, richiesto ex art. 5, 6 comma, del d.lgs. n. 286 del 1998, in quanto al questore non è più attribuita alcuna discrezionalità valutativa in ordine all’adozione dei provvedimenti riguardanti i permessi umanitari. E ciò in base alla considerazione che la situazione giuridica soggettiva dello straniero ha natura di diritto soggettivo, da annoverarsi tra i diritti umani fondamentali garantiti dagli art. 2 cost. e 3 della convenzione Europea dei diritti dell’uomo, e, pertanto, non degradabile ad interesse legittimo per effetto di valutazioni discrezionali affidate al potere amministrativo: all’autorità amministrativa è richiesto soltanto l’accertamento dei presupposti di fatto legittimanti la protezione umanitaria, nell’esercizio di una mera discrezionalità tecnica, poiché il bilanciamento degli interessi e delle situazioni costituzionalmente tutelate è riservato al legislatore. Alle medesime conclusioni si deve pervenire anche con riguardo alla speciale forma di permesso di soggiorno introdotta nel nostro ordinamento dal d.lgs. 16 luglio 2012, n. 109, che ha attuato la direttiva n. 2009/52/CE sulle norme minime relative a sanzioni e provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (in termini, Cass., ord. 27 aprile 2018, n. 10291). La misura colma una lacuna normativa in materia di lavoro irregolare dello straniero in Italia e si connota per la sua vocazione premiale, giacché si applica in favore del cittadino straniero che, trovandosi in una situazione di particolare sfruttamento lavorativo, abbia presentato denuncia contro il proprio datore di lavoro e cooperi nel procedimento penale instaurato a suo carico. Significativa conferma della devoluzione al giudice ordinario delle controversie in questione emerge poi dall’art. 1, 3 co., lett. a), del d.l. 4 ottobre 2018, n. 113, che le attribuisce alla cognizione delle sezioni specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, istituite presso i tribunali ordinari del luogo dove hanno sede le Corti d’appello dal d.l. 17 febbraio 2017, n. 13, convertito dalla legge 13 aprile 2017, n. 46. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Massima Ufficiale - "In tema d’immigrazione, l’opposizione avverso il diniego del questore al rilascio del permesso di soggiorno previsto dall’art. 22, comma 12-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998 in favore del cittadino straniero vittima di sfruttamento lavorativo appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario, che procederà con cognizione piena a verificare la sussistenza dei relativi presupposti, atteso che il parere dal procuratore della Repubblica, cui è condizionato il rilascio del permesso da parte del questore, costituisce esercizio di discrezionalità tecnica ed esaurisce la propria rilevanza all’interno del procedimento amministrativo, non vincolando l’autorità giurisdizionale".
Cassazione Sez. Un. Civili, 19 dicembre 2018, n.32774.




Individuazione dell’amministratore di sostegno: si impugna davanti al tribunale e non alla Corte di Appello

Amministrazione di sostegno – Decreto di apertura dell’amministrazione e nomina dell’amministratore – Impugnazione della nomina – Tribunale collegiale – Sussiste – Corte di Appello – Esclusione – Art. 720-bis cod. proc. civ.

In tema di amministrazione di sostegno, occorre distinguere tra i provvedimenti di apertura e chiusura della procedura, assimilabili per loro natura alle sentenze emesse nei procedimenti d’interdizione ed inabilitazione, e quelli riguardanti le modalità di attuazione della tutela e la concreta gestione del patrimonio del beneficiario, circoscrivendo ai primi, aventi carattere decisorio ed idonei ad acquistare efficacia di giudicato, sia pure rebus sic stantibus, l’applicabilità dell’art. 720-bis cod. proc. civ., che ne prevede l’impugnabilità dinanzi alla corte d’appello, e riconoscendo agli altri, sempre modificabili e revocabili in base ad una rinnovata valutazione degli elementi acquisiti, una portata meramente ordinatoria ed amministrativa, che ne consente l’inquadramento negli artt. 374 e ss. cod. civ., richiamati dall’art. 411 cod. civ., con la conseguente proponibilità del reclamo dinanzi al tribunale in composizione collegiale, ai sensi dell’art. 739 cod. proc. civ.  Alla seconda categoria di provvedimenti vanno ricondotti anche quelli di designazione, revoca e sostituzione dell’amministratore, in quanto non incidenti sullo status o su diritti fondamentali del beneficiario della tutela, ma volti esclusivamente ad individuare il soggetto cui è demandata in concreto la cura della sua persona e dei suoi interessi; nessun rilievo può assumere, in proposito, l’eventualità che tale individuazione abbia luogo contestualmente all’apertura della procedura e con il medesimo provvedimento, dovendosi in tal caso distinguere, nell’ambito di quest’ultimo, le determinazioni adottate dal giudice tutelare in ordine rispettivamente alle ragioni che giustificano il riconoscimento della tutela e alla scelta delle modalità di attuazione della stessa, assoggettate a differenti regimi con riguardo sia alla individuazione del giudice competente per il reclamo che alla proponibilità del ricorso per cassazione avverso la decisione di quest’ultimo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 12 dicembre 2018, n.32071.




Protezione internazionale: l'appello ex art. 702 quater c.p.c. deve essere introdotto con ricorso e non con citazione

Domanda di riconoscimento della protezione internazionale - Decisione in primo grado - Appello ex art. 702-quater c.p.c. - Regime introdotto dall’art. 27, comma 1, lett. f) del d.lgs. n. 142 del 2015 - Forma - Ricorso - Necessità - Fondamento - “Overruling” processuale - Configurabilità - Peculiarità temporale di operatività

Nel vigore dell'art. 19 del d.lgs. n. 150 del 2011, così come modificato dall'art. 27 comma 1, lett. f) del d.lgs. n. 142 del 2015, l'appello ex art. 702 quater c.p.c. proposto avverso la decisione di primo grado sulla domanda volta al riconoscimento della protezione internazionale deve essere introdotto con ricorso e non con citazione, in aderenza alla volontà del legislatore desumibile dal nuovo tenore letterale della norma. Tale innovativa esegesi, in quanto imprevedibile e repentina rispetto al consolidato orientamento pregresso, costituisce un "overrulling" processuale che, nella specie, assume carattere peculiare in relazione al momento temporale della sua operatività, il quale potrà essere anche anteriore a quello della pubblicazione della prima pronuncia di legittimità che praticò la opposta esegesi (Cass. n. 17420 del 2017), e ciò in dipendenza dell'affidamento sulla perpetuazione della regola antecedente, sempre desumibile dalla giurisprudenza della Corte, per cui l'appello secondo il regime dell'art. 702 quater c.p.c. risultava proponibile con citazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 16 novembre 2018, n.29506.




Va proposto con ricorso l’appello ex art. 702-quater c.p.c. avverso il rigetto della protezione internazionale

Protezione Internazionale – Rito – Questioni di ammissibilità – Art.19 comma 9 Dlgs 150/2011 – Novella art. 27 lett. f) Dlgs 142/2015 – Forma dell’impugnazione in Corte di Appello – Significato da attribuire alla norma del comma 9 dell’art. 19 dlgs n. 150/2011 per effetto della sostituzione operata dall’art. 27 lett. f) dlgs 142/2015 – Ricorso – Sussiste – Enunciazione del principio di diritto annullamento con rinvio

I motivi di ricorso  
1. Error in procedendo ex art. 360 n. 4 cpc per violazione degli artt. 189, 190, 101 secondo comma cpc. (avendo il collegio in udienza sollecitato la discussione su questione di ammissibilità rilevata d’ufficio detta corte avrebbe docuto assegnare alla parti un termine per il deposito di memorie ex art. 101 c.p.c.; viceversa trattenendo senz’altro la causa per la decisione  la Corte avrebbe impedito al ricorrente la modifica delle conclusioni mediante inserimento di istanza di remissione in termini – per il caso che la Corte di appello avesse ritenuto che l’appello si sarebbe dovuto  proporre con citazione anziché con ricorso – e avrebbe altresì impedito di eccepire che l’avvocatura dello Stato aveva depositato una comparsa di costituzione  riguardante diverso procedimento).

2. Violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 n. 3 c.p.c. in relazione agli artt. 19 Dlgs n.150/2011, 27 Dlgs n.142/2015 e 12 preleggi (sia il tenore testuale della modifica normativa sia la sua finalità di garantire una più rapida trattazione dei giudizi relativi alle domande di protezione internazionale inducevano a ritenere che il legislatore del 2015 avesse voluto effetivamente optare per la proposizione dell’appello con ricorso).

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ritenuto assorbito il primo motivo accogliendo il punto n.2 del ricorso – cassando con rinvio -   e pervenendo all’enunciazione del seguente principio di diritto:
Nel regime dell’art. 19 del dlgs n. 142 del 2011, risultante dalle modifiche introdotte con il dlgs n. 142 del 2015, l’appello proposto ex art. 702-quater  c.p.c., tanto avverso la decisione del tribunale di rigetto della domanda volta al riconoscimento della protezione internazionale quanto contro la decisione di accoglimento doveva essere proposto con ricorso e non con citazione, atteso che il riferimento al “deposito del ricorso” introdotto nel comma 9 della norma  dell’art. 19 dal testo sostituito dall’art. 27, comma 1, lett. f) implicava la volontà del legislatore di innovare la forma dell’appello, così derogando, ai sensi del comma 1 dello stesso art. 19, rispetto a quella individuabile anteriormente nella citazione a sensi dell’art. 702-quater c.p.c. (Roberto Dalla Bona) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 08 novembre 2018, n.28575.




Rettificazione degli atti dello stato civile e legittimazione ad impugnare la sentenza

Stato civile - Procedimento camerale di rettificazione - Sentenza - Impugnabilità ad opera di terzi rimasti estranei al giudizio - Legittimazione - Condizioni - Fattispecie

Il procedimento camerale di rettificazione degli atti dello stato civile si conclude con una sentenza contro la quale sono esperibili gli ordinari mezzi di impugnazione ad opera esclusivamente della parte soccombente e non anche, pertanto, di terzi rimasti estranei al relativo giudizio, i cui diritti non sono pregiudicati dalla sentenza stessa. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto ammissibile la richiesta della figlia naturale del "de cuius", avanzata in una controversia fondata sulla "petitio hereditatis" relativamente ad un bene ereditario, che fosse dichiarata ad essa inopponibile, perché incidente sui suoi diritti successori, la sentenza di rettificazione dell'atto di morte del padre - in ordine alla data del decesso - resa in un giudizio al quale non aveva partecipato). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 06 novembre 2018, n.28277.




Le somme spettanti al fallito a titolo di risarcimento del danno biologico o morale non possono essere  attribuite al fallimento

Somme spettanti al fallito a titolo di risarcimento del danno biologico o morale - Attribuzione al fallimento - Esclusione - Fattispecie

Le somme spettanti a persona fisica successivamente fallita, a titolo di risarcimento del danno biologico o del danno morale, attesa la natura strettamente personale, sin dall'origine, del relativo diritto, rientrano nella previsione dell'art. 46, comma 1, n. 2) l. fall. e non possono essere quindi attribuite al fallimento. (In applicazione del predetto principio, la S.C. ha accolto il ricorso con il quale la società ricorrente lamentava di essere stata condannata a pagare il risarcimento del danno c.d. differenziale, vale a dire, l'eccedenza del credito risarcitorio rispetto a quanto pagato dall'Inail, non direttamente all'infortunato, imprenditore individuale, ma alla curatela del fallimento di questi). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 15 ottobre 2018, n.25618.




Natura vincolante della tabella indicativa delle percentuali di invalidità

Invalidità civile - Requisiti sanitari - Accertamento - Tabella indicativa delle percentuali di invalidità per le minorazioni e le malattie invalidanti ex d.m. 5 febbraio 1992 - Rilevanza - Omessa valutazione - Vizio di legittimità - Sussistenza

Con riferimento al presupposto medico - legale ai fini del riconoscimento delle prestazioni assistenziali agli invalidi civili, la tabella indicativa delle percentuali di invalidità per le minorazioni e le malattie invalidanti, approvata con d.m. del 5 febbraio 1992, in attuazione dell'art. 2 del d.lgs. n. 509 del 1988, integra la norma primaria ed è vincolante, con la conseguenza che la valutazione del giudice, che prescinda del tutto dall'esame di tale tabella, comporta un vizio di legittimità denunciabile con ricorso per cassazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 01 ottobre 2018, n.23825.




Il riconoscimento del figlio naturale si fa nell'atto di nascita, senza necessità di un ulteriore atto formale di riconoscimento

Filiazione - Riconoscimento del figlio naturale - Atto di nascita - Necessità di un ulteriore atto formale di riconoscimento - Esclusione

Il riconoscimento del figlio naturale si fa nell'atto di nascita (o in atto autentico successivo o posteriore), con la conseguenza che la dichiarazione della madre nell'atto di nascita implica riconoscimento della filiazione naturale, senza necessità di un ulteriore atto formale di riconoscimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. II, 25 settembre 2018, n.22729.




Domanda di protezione internazionale, determinazione dello Stato europeo competente e giurisdizione del giudice ordinario

Straniero - Domanda di protezione internazionale - Individuazione dello Stato competente - Situazione giuridica soggettiva azionata - Diritto soggettivo - Giurisdizione ordinaria - Fondamento

La controversia avente ad oggetto la procedura di determinazione dello Stato europeo competente sulla domanda dello straniero richiedente protezione internazionale e sul conseguente, eventuale, provvedimento di trasferimento emesso dalla P.A., ai sensi dell'art. 3, comma 3, del d.lgs. n. 25 del 2008 – anche prima della previsione espressa contenuta nell'art. 3, comma 3 bis, del d.lgs. cit., come introdotto dal d.l. n. 13 del 2017 conv. con modif. dalla l. n. 46 del 2017 – è devoluta alla giurisdizione del giudice ordinario, in quanto la situazione giuridica soggettiva dello straniero che chiede protezione internazionale ha natura di diritto soggettivo, da annoverarsi tra i diritti umani fondamentali la cui giurisdizione spetta, in mancanza di una norma espressa che disponga diversamente, all'autorità giurisdizionale ordinaria. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 13 settembre 2018, n.22412.




Impugnazione del riconoscimento del figlio per difetto di veridicità

Filiazione naturale - Riconoscimento - Figli premorti - Clausole limitatrici - Impugnazione (provvedimenti in pendenza del giudizio) - Condizioni - Azione ex art. 263 c.c. - Nomina di un curatore speciale diverso per ciascun minore - Insussistenza - Fondamento - Limiti

In tema di impugnazione del riconoscimento del figlio per difetto di veridicità, qualora l'azione riguardi più minori, non è sempre necessario nominare curatori speciali diversi per ciascuno di essi; tale obbligo sussiste, infatti, nel solo caso in cui si verifichi tra i figli un conflitto di interessi, anche potenziale, ipotesi che non ricorre, tuttavia, per il solo fatto che i minori siano parti di un giudizio in posizioni processuali non contrapposte. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 22 agosto 2018, n.20940.




Associazione di avvocati specializzata nella tutela di categoria di soggetti a differente orientamento sessuale e ambito di applicazione della tutela antidiscriminatoria

Tutela antidiscriminatoria - Associazione di avvocato specializzata nella tutela di categoria di soggetti a differente orientamento sessuale - Legittimazione processuale - Questioni pregiudiziali

La Sez. 1 ha sollevato questione pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’UE in ordine alle seguenti questioni:

1) Se l'interpretazione dell'art. 9 della direttiva n. 2000/78/CE sia nel senso che un'associazione, composta da avvocati specializzati nella tutela giudiziale di una categoria di soggetti a differente orientamento sessuale, la quale nello statuto dichiari il fine di promuovere la cultura e il rispetto dei diritti della categoria, si ponga automaticamente come portatrice di un interesse collettivo e associazione di tendenza non profit, legittimata ad agire in giudizio, anche con una domanda risarcitoria, in presenza di fatti ritenuti discriminatori per detta categoria;

2) Se rientri nell'ambito di applicazione della tutela antidiscriminatoria predisposta dalla direttiva n. 2000/78/CE, secondo l'esatta interpretazione dei suoi artt. 2 e 3, una dichiarazione di manifestazione del pensiero contraria alla categoria delle persone omosessuali, con la quale, in un'intervista rilasciata nel corso di una trasmissione radiofonica di intrattenimento, l'intervistato abbia dichiarato che mai assumerebbe o vorrebbe avvalersi della collaborazione di dette persone nel proprio studio professionale, sebbene non fosse affatto attuale né programmata dal medesimo una selezione di lavoro. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 20 luglio 2018, n.19443.




La Corte di Giustizia UE dirà se la generica dichiarazione di non volere dipendenti omosessuali integra una condotta discriminatoria

Diritti della persona – Discriminazione per orientamento sessuale – Associazione di tutela della categoria discriminata – Legittimazione ad agire – Diritto al risarcimento – Questione pregiudiziale

Dichiarazione discriminatoria riferita a ipotetica e non attuale selezione di lavoro – Applicabilità delle norme europee di tutela antidiscriminatoria – Questione pregiudiziale

Si sottopongono alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea le seguenti questioni pregiudiziali:
1) se l’interpretazione dell’art.9 della direttiva n.2000/78/CE sia nel senso che un’associazione, composta da avvocati specializzati nella tutela giudiziale di una categoria di soggetti a differente orientamento sessuale, la quale nello statuto dichiari il fine di promuovere la cultura e il rispetto dei diritti della categoria, si ponga automaticamente come portatrice di un interesse collettivo e associazione di tendenza non profit, legittimata ad agire in giudizio, anche con una domanda risarcitoria, in presenza di fatti ritenuti discriminatori per detta categoria;
2) se rientri nell’ambito di applicazione della tutela antidiscriminatoria predisposta dalla direttiva n.2000/78/CE, secondo l’esatta interpretazione dei suoi artt.2 e 3, una dichiarazione di manifestazione del pensiero contraria alla categoria delle persone omosessuali, con la quale, in un’intervista rilasciata nel corso di una trasmissione radiofonica di intrattenimento, l’intervistato abbia dichiarato che mai assumerebbe o vorrebbe avvalersi della collaborazione di dette persone nel proprio studio professionale, sebbene non fosse affatto attuale né programmata dal medesimo una selezione di lavoro. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 20 luglio 2018, n.19443.




Protezione internazionale: se manca la videoregistrazione dell'audizione del richiedente asilo è necessario fissare l'udienza di comparizione delle parti

Protezione internazionale - Videoregistrazione dell'audizione del richiedente asilo - Udienza di comparizione delle parti - Nullità

In materia di protezione internazionale, ai sensi dell'articolo 35-bis del decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25, come inserito dal decreto-legge 17 febbraio 2017, n. 13, convertito con modificazioni dalla legge 13 aprile 2017, n. 46, ove non sia disponibile la videoregistrazione con mezzi audiovisivi dell'audizione del richiedente la protezione dinanzi alla Commissione territoriale, il Tribunale, chiamato a decidere del ricorso avverso la decisione adottata dalla Commissione, è tenuto a fissare l'udienza di comparizione delle parti a pena di nullità del suo provvedimento decisorio, salvo il caso dell'accoglimento dell'istanza del richiedente asilo di non avvalersi del supporto contenente la registrazione del colloquio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 luglio 2018, n.17717.




Dichiarazione di adottabilità, ricorso per cassazione e deposito in cancelleria della copia autentica della sentenza impugnata

Dichiarazione di adottabilità - Sentenza di appello - Termine breve per l'impugnazione - Art. 17, comma 2, l. n. 184 del 1983 - “Lex specialis” - Applicabilità - Notifica in via telematica - Equiparazione - Fondamento

In tema di opposizione alla dichiarazione di adottabilità, la notificazione d'ufficio della sentenza della Corte d'appello, effettuata ai sensi dell'art. 17, comma 1, della l. n. 184 del 1983, è idonea a far decorrere il termine breve d'impugnazione di cui al successivo comma 2 del medesimo articolo, tenuto conto che la natura di "lex specialis", da riconoscere alla previsione di detto termine, induce ad escludere l'applicabilità della norma generale di cui all'art. 133 c.p.c., senza che abbia alcun rilievo la circostanza che la notificazione sia avvenuta mediante strumenti telematici, atteso il chiaro tenore dell'art. 16, comma 4, del d.l. n. 179 del 2012, conv., con modif., dalla l. n. 221 del 2012, posto che il principio accelleratorio, sotteso alla disciplina in esame, trova la sua "ratio" nella preminente esigenza di assicurare la più rapida definizione dello "status" del minore, senza sacrificare in misura apprezzabile il diritto di difesa delle parti ricorrenti, sottoposto, in definitiva, solo ad un modesto maggiore onere. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 giugno 2018, n.16857.




Transazione per rinuncia al credito per il rimborso delle spese anticipate per il mantenimento del figlio minore convivente

Filiazione naturale - Dichiarazione giudiziale di paternita' e maternita' - effetti - Spese per il mantenimento del figlio - Rimborso spettante al genitore convivente - Diritto indisponibile - Esclusione - Transazione - Ammissibilità - Fondamento

La transazione con la quale la madre abbia rinunciato al credito per il rimborso, da parte del padre, delle spese anticipate per il mantenimento del figlio minore con lei convivente, con riferimento al periodo precedente la proposizione del ricorso, non è affetta da nullità, trattandosi di un credito entrato a far parte del suo patrimonio e, dunque, non qualificabile come indisponibile. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 giugno 2018, n.16860.




Dichiarazione di adottabilità, ricorso per cassazione e deposito in cancelleria della copia autentica della sentenza impugnata

Dichiarazione di adottabilità - Sentenza di appello - Ricorso per cassazione - Deposito in cancelleria della copia autentica della sentenza contenente la certificazione della sua irrevocabilità - Attestazione implicita dell’avvenuta notifica d’ufficio della decisione ex art. 17, c. 1, l. n. 184 del 1983 - Configurabilità - Conseguenze

In tema di ricorso per cassazione avverso la sentenza di appello che dichiara l'adottabilità di un minore, il deposito in cancelleria della copia autentica della sentenza impugnata, recante il timbro della cancelleria attestante l'intervenuta irrevocabilità della decisione, a seguito della mancata proposizione del ricorso per cassazione ex art. 325 c.p.c., è idonea ad attestare, per implicito, anche l'avvenuta notificazione alle parti della decisione della corte d'appello effettuata ai sensi dell'art. 17 della legge 184 del 1983, essendo eventualmente onere del ricorrente dimostrare l'esistenza in fatto di circostanze che avrebbero potuto sovvertire l'inevitabile constatazione dell'avvenuto spirare dei termini, quali ad es., l'avvenuta notifica della sentenza in versione non integrale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 giugno 2018, n.16857.




Incapacità del genitore di elaborare un progetto di vita credibile per i figli e dichiarazione di adottabilità

Adozione – Diritto del minore a vivere nell’ambito della propria famiglia – Comprovata inadeguatezza della capacità genitoriale del padre – Incapacità di elaborare un progetto di vita credibile per i figli – Giudizio prognostico sul recupero delle capacità genitoriali – Incertezza sugli esiti e sui tempi – Incompatibilità con la necessità del minore di conseguire un armonico sviluppo psico-fisico – Conseguenze – Stato di abbandono – Sussistenza

Il prioritario diritto dei minori a crescere nell'ambito della loro famiglia di origine non esclude la pronuncia della dichiarazione di adottabilità quando, nonostante l'impegno profuso dal genitore per superare le proprie difficoltà personali e genitoriali, permanga tuttavia la sua incapacità di elaborare un progetto di vita credibile per i figli, e non risulti possibile prevedere con certezza l'adeguato recupero delle capacità genitoriali in tempi compatibili con l'esigenza dei minori di poter conseguire una equilibrata crescita psico-fisica. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 giugno 2018, n.16357.




Ammissibilità dell'azione di accertamento giudiziale della paternità e contrarietà interesse del minore

Filiazione naturale - Dichiarazione giudiziale di paternità e maternità - Ammissibilità dell'azione - Interesse del minore - Accertamento - Criteri

Ai fini dell'ammissibilità dell'azione di accertamento giudiziale della paternità, ai sensi dell'art. 269 c.c., la contrarietà all'interesse del minore sussiste solo in caso di concreto accertamento di una condotta del preteso padre che sarebbe tale da giustificare una dichiarazione di decadenza dalla responsabilità genitoriale, ovvero della prova dell'esistenza di gravi rischi per l'equilibrio affettivo e psicologico del minore e per la sua collocazione sociale, risultanti da fatti obbiettivi, emergenti dalla pregressa condotta di vita del preteso padre. Ne consegue che, in mancanza di tali elementi, l'interesse del minore all'accertamento della paternità deve essere ritenuto di regola sussistente, avuto riguardo al miglioramento obiettivo della sua situazione giuridica in conseguenza degli obblighi che ne derivano in capo al genitore, senza che rilevino, al fine di escludere la ricorrenza dell'interesse del minore, l'attuale mancanza di rapporti affettivi con il genitore e la possibilità futura di instaurarli o, ancora, le normali difficoltà di adattamento psicologico conseguenti al nuovo "status", oppure le intenzioni manifestate dal presunto genitore di non voler comunque adempiere i doveri morali inerenti la responsabilità genitoriale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 giugno 2018, n.16356.




L’interdetto può presentare domanda di separazione dalla moglie

Interdizione – Interdetto – Domanda di separazione – Ammissibilità – Rappresentanza del tutore – Sussiste

Secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata degli artt. 357 e 414 c., all’interdetto è consentito, per il tramite del rappresentante legale, il compimento anche di atti personalissimi, come la presentazione della domanda di separazione personale (a meno che, come nel caso dell’art. 85 c.c., non gli siano espressamente vietati), ben potendo l’esercizio del corrispondente diritto rendersi necessario per assicurare la sua adeguata protezione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 06 giugno 2018, n.14669.




Fine vita: violazione del diritto all’autodeterminazione, onere della prova e risarcimento del danno con liquidazione equitativa

Diritto all’autodeterminazione personale – Diagnosi di patologia ad esito certamente infausto – Risarcimento danni – Sussistenza

La violazione del diritto di determinarsi liberamente nella scelta dei propri percorsi esistenziali, in una condizione di vita affetta da patologie ad esito certamente infausto, coincide con la lesione di un bene di per sé autonomamente apprezzabile sul piano sostanziale, tale da non richiedere, una volta attestato il colpevole ritardo diagnostico della condizione patologica, l'assolvimento di alcun ulteriore onere di allegazione argomentativa o probatoria, potendo giustificare una condanna al risarcimento del danno con liquidazione equitativa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 23 marzo 2018, n.7260.




Se la tortura in patria è riservata ai dissidenti politici, il delinquente comune non ha diritto allo status di rifugiato in Italia

Cittadinanza – Riconoscimento dello status di rifugiato – Possibile incarcerazione del richiedente in patria – Assenza di rischi documentati per l’incolumità psicofisica del richiedente – Inesistenza dei presupposti per il riconoscimento – Affermazione – Stabile occupazione lavorativa in Italia – Irrilevanza

L’acquisizione di una posizione lavorativa stabile nel nostro paese non può di per sé costituire il presupposto per la concessione di un permesso per motivi umanitari senza che siano esistenti parallelamente condizioni individuali di vulnerabilità nel paese di provenienza che ne giustifichino l’allontanamento e l’ingresso in Italia.

[Nella fattispecie, la Corte ha confermato il giudizio dei giudici d’appello riguardo ala irrilevanza del rischio dell’esposizione a tortura o a trattamenti inumani e degradanti nelle carceri senegalesi (segnalati esclusivamente in riferimento ad oppositori politici) per il ricorrente, il quale aveva dedotto di essere ricercato in patria perché ingiustamente denunciato per un ammanco di cassa.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 20 marzo 2018, n.6874.




Patrocinio a spese dello Stato: volontaria giurisdizione e stranieri

Patrocinio a spese dello Stato – Affari di volontaria giurisdizione – Anche ove trattasi di procedimenti in cui la difesa tecnica non è necessaria – Sussiste

Patrocinio a spese dello Stato – Competenza – Presidente del Tribunale – Decisione assunta da altro magistrato – Questione di competenza – Esclusione

Patrocinio a spese dello Stato – Straniero “regolarmente soggiornante sul territorio” – Interpretazione estensiva – Sussiste

Come si ricava dagli artt. 74 e 75 del d.P.R. n. 115 del 2002, con cui vengono dettate le disposizioni generali sul patrocinio a spese dello Stato, questo è assicurato, non solo "nel processo civile", ma anche "negli affari di volontaria giurisdizione", sempre che l'interessato "debba o possa essere assistito da un difensore". Il patrocinio a spese dello Stato, dunque, è applicabile in ogni giudizio civile, pure di volontaria giurisdizione, ed anche quando l'assistenza tecnica del difensore non è prevista come obbligatoria. L'istituto, infatti, copre ogni esigenza di accesso alla tutela giurisdizionale sia quando questa tutela coinvolge necessariamente l'opera di un avvocato, sia quando la parte non abbiente potrebbe, teoricamente, attivare anche personalmente l'istanza giurisdizionale, ma domandi la nomina di un difensore al fine di essere consigliata nel miglior modo sull'esistenza e sulla consistenza dei propri diritti e ritenga di non essere in grado di potere operare da sé. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Non essendo configurabili, all'interno di uno stesso ufficio giudiziario, questioni di competenza tra il presidente e i giudici da lui delegati, ma solo di distribuzione degli affari in base alle tabelle di organizzazione, non costituisce ragione di invalidità dell'ordinanza, adottata in sede di opposizione (ex artt. 170 del d.P.R. n. 115 del 2002 e 15 del d.lgs. n. 150 del 2011) al decreto di revoca dell'ammissione al patrocinio a spese dello Stato, il fatto che questa sia stata pronunciata da un giudice diverso dal presidente del tribunale (Cass., Sez. II, 15 giugno 2012, n. 9879; Cass., Sez. I, 25 luglio 2013, n. 18080; Cass., Sez. II, 28 luglio 2015, n. 15940). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Tra le disposizioni particolari sul patrocinio a spese dello Stato nel processo civile, amministrativo, contabile e tributario, il d.P.R. n. 115 del 2002 reca, all'art. 119, la previsione secondo cui «il trattamento previsto per il cittadino italiano è assicurato, altresì, allo straniero regolarmente soggiornante sul territorio nazionale al momento del sorgere del rapporto o del fatto oggetto del processo da instaurare o all'apolide». Poiché il patrocinio a spese dello Stato rappresenta una implicazione necessaria del diritto alla difesa costituzionalmente garantito (art. 24 Cost.), il concetto di "straniero regolarmente soggiornante" deve essere interpretato in senso estensivo, comprendendovi anche lo straniero che abbia in corso un procedimento (amministrativo o) giurisdizionale dal quale possa derivare il rilascio del permesso di soggiorno (cfr. Cons. Stato, Sez. III, 14 gennaio 2015, n. 59). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. II, 05 gennaio 2018, n.164.




Erogazione di trattamento sanitario: anche la banca è tenuta all'oscuramento del riferimento legislativo rivelatore dello stato di salute

Persona - Tutela dei dati - Erogazione di trattamento sanitario - Indicazione del provvedimento legislativo - Indicazione dello stato di salute - Oscuramento - Necessità

I dati sensibili idonei a rivelare lo stato di salute possono essere trattati soltanto mediante modalità organizzative, quali tecniche di cifratura o criptatura che rendono non identificabile l'interessato; ne consegue che i soggetti pubblici o le persone giuridiche private, anche quando agiscano rispettivamente in funzione della realizzazione di una finalità di pubblico interesse o in adempimento di un obbligo contrattuale, sono tenuti all'osservanza delle predette cautele nel trattamento dei dati in questione.

Nel caso di specie, la Corte di cassazione ha ritenuto che il soggetto pubblico - Regione Campania - ed il soggetto persona giuridica privata - Banco di Napoli - siano tenuti, in qualità di titolari del trattamento dei dati personali del ricorrente, nel procedimento di riconoscimento, erogazione e concreto accredito dell'indennità ex lege n. 210 del 1992, ad occultare, mediante tecniche di cifratura o criptatura, il riferimento alla legge sopra indicata, in quanto rivelatore dello stato di salute del beneficiario dell'indennità. Le modalità organizzative, rimesse ai titolari del trattamento dei dati, devono essere dirette ad escludere il collegamento tra il dato sensibile e il soggetto beneficiario dell'indennità ed a limitare alle operazioni indispensabili ed ai soli addetti a tali specifiche operazioni la conoscenza del dato, celandone ai restanti componenti delle due organizzazioni complesse la decifrabilità ed, infine, conservando le medesime cautele nella comunicazione dei dati. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 27 dicembre 2017, n.30981.




Protezione internazionale: il rischio di persecuzione deve essere effettivo

PVC – Onere di allegazione – Sussiste

In tema di onere probatorio nelle controversie in materia di protezione internazionale, il giudice deve anche di valutare se il richiedente abbia compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda, se tutti gli elementi pertinenti in suo possesso siano stati prodotti, se sia stata fornita una idonea motivazione dell'eventuale mancanza di altri elementi significativi, e se egli risulti comunque attendibile. Al lume di questi principi, non può essere concessa la misura protettiva al richiedente che abbia allegato il timore di essere perseguitato da un idolo pagano. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 07 settembre 2017, n.20920.




Sui presupposti per la protezione sussidiaria

Protezione internazionale – Potere-dovere del giudice di indagine – Effetti

Protezione internazionale – Protezione Sussidiaria – Presupposti

In tema di protezione internazionale, ai sensi dell’art. 3, comma 5, del d.lgs. n. 251 del 2007, le lacune probatorie del racconto del richiedente asilo non comportano necessariamente inottemperanza al regime dell’onere della prova, potendo essere superate dalla valutazione che il giudice del merito è tenuto a compiere delle circostanze indicate alle lettere da a) ad e) della citata norma (Sez. 6-1, ord. n. 15782/2014), dovendosi tenere presente che in ordine alla valutazione dell’esistenza delle condizioni poste a base delle misure tipiche e della misura residuale del permesso umanitario vi è - fermo il potere-dovere d’indagine previsto dall’art. 8, comma 3, del d.lgs. n. 25 del 2008 e quello relativo alla credibilità delle dichiarazioni del richiedente, precisato dall’art. 3 del d.lgs. n. 251 del 2007 - una "forte attenuazione del regime ordinario dell’onere della prova" (Sez. 6-1, n. 16221/2012; Sez. U, n. 27310/2008), posto che il citato art. 3, comma 5, del d.lgs. n. 251 del 2007 non prende in considerazione puramente e semplicemente la maggiore o minore specificità del racconto del richiedente asilo, ma impone al giudice di effettuare valutazioni ulteriori, attinenti alle ragioni dell’eventuale genericità (Sez. 6-1, ord. n. 16201/2015), secondo uno schema di valutazione dei fatti, delle dichiarazioni e degli indizi indicati nei commi 3, 4 e 5 dell’art. 3 cit. di tipo probabilistico ed inferenziale che, come tale, è compito esclusivo del giudice di merito. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’ipotesi di protezione sussidiaria, contenuta nell’art. 14, lett. c), e riguardante "la minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno od internazionale", non è subordinata alla condizione che quest’ultimo fornisca la prova che egli è interessato in modo specifico a motivo di elementi peculiari della sua situazione personale; l’esistenza di una siffatta minaccia può essere considerata, in via eccezionale, provata qualora il grado di violenza indiscriminata che caratterizza il conflitto armato in corso, valutato dalle autorità nazionali competenti impegnate con una domanda di protezione sussidiaria o dai giudici di uno Stato membro, raggiunga un livello così elevato che sussistono fondati motivi di ritenere che un civile rientrato nel paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire la detta minaccia. In definitiva, al fine di rientrare nell’ambito di applicazione dell’art. 14, lett. c), non è necessaria la rappresentazione coerente di un quadro individuale di esposizione diretta al pericolo per la propria incolumità, essendo sufficiente tratteggiare una situazione nella quale alla violenza diffusa e indiscriminata non sia contrapposto alcun anticorpo concreto dalle autorità statuali. Le eventuali contraddizioni soggettive non escludono questo nesso causale più ampio, ferma la necessità un’indagine officiosa sull’effettivo contrasto alla violenza svolto dalle autorità statuali del paese di provenienza e sul pericolo per l’incolumità cui sia esposto il cittadino straniero in caso di rientro nel paese d’origine, pur se non ricollegabile in via diretta e causale alla condizione soggettiva narrata, ai sensi degli artt. 8 e 14, lett. c), del d.lgs. n. 251/2007 (Sez. 6-1, ord. n. 15466/2014). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 21 luglio 2017, n.18130.




Volontaria giurisdizione: regolamento di competenza e perpetuatio iurisdictionis

Procedimento per amministratore di sostegno – Regolamento di competenza – Perpetuatio Jurisdictionis

L’ordinanza del GT che statuisce sulla competenza è impugnabile con regolamento di competenza ove il giudice abbia conclamato in termini di assoluta, oggettiva inequivocità ed incontrovertibilità la propria determinazione a risolvere davanti a sé la suddetta questione;
Il principio della perpetuatio jurisdictionis ex art. 5 c.p.c. si applica nel procedimento di volontaria giurisdizione per la nomina di un ADS, trattandosi di un procedimento contenzioso, mentre non si applica alla successiva fase di gestione dell’amministrazione, che la esclude. (Alberto Consani) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 20 giugno 2017, n.15327.




Trasferimento del lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente

Rapporto di lavoro – Lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente – Interpretazione – Disabilità non grave – Trasferimento del lavoratore – Divieto

La disposizione dell'art. 33, comma 5, della legge n. 104 del 1992, laddove vieta di trasferire, senza consenso, il lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente, deve essere interpretata in termini costituzionalmente orientati in funzione della tutela della persona disabile, sicché il trasferimento del lavoratore è vietato anche quando la disabilità del familiare, che egli assiste, non si configuri come grave, a meno che il datore di lavoro, a fronte della natura e del grado di infermità psico-fisica di quello, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive e urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 19 maggio 2017, n.12729.




Protezione internazionale e cittadino del Senegal

Protezione internazionale – Richiedente del Senegal – Domanda fondata sulle condizioni del Paese – Fondatezza – Esclusione

E’ corretta la decisione del giudice di merito che respinga la domanda di protezione di un richiedente del Senegal (nel caso di specie, regione di Casamance) evidenziando, in generale, con riguardo alla situazione sociale e politica del Paese di provenienza, la inattualità del pericolo di persecuzione; la insussistenza del rischio di subire danni gravi, ai fini della protezione sussidiaria; la mancanza dei presupposti per la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 03 marzo 2017, n.5462.




Designazione o nomina dell'amministratore di sostegno e ricorso per cassazione

Designazione o nomina dell'amministratore di sostegno da parte del giudice tutelare - Decreto della corte d'appello emesso in sede di reclamo - Ricorso per cassazione - Inammissibilità - Fondamento

È inammissibile il ricorso per cassazione avverso i provvedimenti emessi in sede di reclamo in tema di designazione o nomina di un amministratore di sostegno che sono emanati in applicazione dell'art. 384 c.c. (richiamato dal successivo art. 411, comma 1, c.c.) e restano logicamente e tecnicamente distinti da quelli che dispongono l'amministrazione, dovendosi limitare la facoltà di ricorso ex art. 720 bis, ultimo comma, c.p.c., ai soli decreti di carattere decisorio, quali quelli che dispongono l'apertura o la chiusura dell'amministrazione, assimilabili, per loro natura, alle sentenze di interdizione ed inabilitazione, senza estendersi ai provvedimenti a carattere gestorio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 febbraio 2017, n.2985.




Niente espulsione se vi è convivenza con cittadina italiana

Contratto di convivenza - Espulsione - Misura alternativa alla detenzione

La convivenza dello straniero con una cittadina italiana riconosciuta con "contratto di convivenza" disciplinato dalla legge 20 maggio 2016, n. 76 è ostativa alla espulsione a titolo di misura alternativa alla detenzione di cui all'art. 19 co. 2 lett. c) d. lgs. 286/1998 e tale causa ostativa deve essere valutata se sussistente o meno al momento in cui l'espulsione viene messa in esecuzione.  (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale, 18 ottobre 2016, n.44182.




Fecondazione eterologa anche per le donne legate da un rapporto di coppia

Fecondazione eterologa anche per le donne legate da un rapporto di coppia – Esclusione del contrasto con ordine pubblico del riconoscimento e la trascrizione nel registro dello stato civile in Italia di un atto straniero nel quale risulti la nascita di un figlio da due donne a seguito di procedura assimilabile alla fecondazione eterologa

La procedura di maternità assistita tra due donne legate da un rapporto di coppia, con donazione dell’ovocita da parte della prima e conduzione a termine della gravidanza da parte della seconda con utilizzo di un gamete maschile di un terzo ignoto, integra un’ipotesi di genitorialità realizzata all’interno della coppia, assimilabile alla fecondazione eterologa, dalla quale si distingue per essere il feto legato biologicamente ad entrambe le donne.

Il riconoscimento e la trascrizione nei registro dello stato civile in Italia di un atto straniero, validamente formato, nel quale risulti la nascita di un figlio da due donne a seguito di procedura assimilabile alla fecondazione eterologa per aver la prima donato l’ovulo e la seconda condotto a termine la gravidanza con utilizzo di un gamete maschile di un terzo ignoto, non contrasta con l’ordine pubblico dovendosi avere riguardo al principio, di rilevanza costituzionale primaria, del superiore interesse del minore, che si sostanzia nel suo diritto alla conservazione del suo status filiationis, validamente acquisito all’estero. (Patrizia Perrino) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 30 settembre 2016, n.19599.




Eliminazione delle barriere architettoniche anche con riferimento al 'Bancomat'

Eliminazione barriere architettoniche – Accessibilità in favore di persone con disabilità – Riguardo a un dispositivo “bancomat” – Sussiste

In materia di eliminazione di barriere architettoniche, ai sensi della legge 5 febbraio 1992 n. 104, art. 24, e della legge 9 gennaio 1989 n. 13, oltre che delle leggi della Regione Toscana 3 gennaio 2005 n. 1, art. 37 lett. g) e 9 settembre 1991, n. 47 (applicabili ratione temporis), qualora si verta in una situazione di fatto in cui le norme di queste leggi prevedano come obbligatoria l’accessibilità in favore delle persone con disabilità, questa dovrà comunque essere assicurata, anche in mancanza di norme regolamentari di dettaglio che dettino le caratteristiche tecniche che luoghi, spazi, parti, attrezzature o componenti di un edificio o di parti di questo debbano avere per consentire l’accesso. Ne consegue che costituisce barriera architettonica, che va eliminata, l’ostacolo alla comoda ed autonoma utilizzazione, da parte di persone con ridotta o impedita capacità motoria, di un dispositivo "bancomat" installato da un istituto di credito nell’edificio privato, ma aperto al pubblico, in cui ha sede una propria agenzia, senza che rilevi che il regolamento di cui al D.M. 14 giugno 1989, n. 236, di esecuzione delle leggi statali e regionali predette, non contenga norme di dettaglio che prevedano specificamente la predisposizione da parte della banca dell’apparecchio, in modo tale da permettere al disabile di espletare il servizio corrispondente. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 23 settembre 2016, n.18762.




Protezione internazionale e omosessualità

Protezione internazionale – Omosessualità – Racconto del richiedente contraddistinto da meri stereotipi – Sufficienza – Esclusione

Per ottenere il beneficio della protezione internazionale a causa della propria condizione omosessuale, il richiedente non può limitarsi ad esibire un racconto contraddistinto da genericità e stereotipia dovendo offrire allegazioni specifiche, concrete e chiare anche per consentire al giudice di attivare i propri poteri officiosi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 04 agosto 2016, n.16361.




Protezione internazionale e Kenya

Protezione internazionale – Richiedente proveniente dal Kenya

E’ corretta la decisione del giudice di merito che, in materia di protezione internazionale, negando la sussistenza del presupposto del pericolo di "danno grave" ai sensi dell'art. 14 d.lgs. n. 251 del 2007, cit., escluda che le criticità, pur registrate, della situazione del Kenya raggiungano tuttavia un livello di intensità tale da configurare un rischio siffatto, come del resto è confermato dalla descrizione degli eventi che hanno interessato quel paese, caratterizzata da episodi di terrorismo, non già da un vero e proprio conflitto armato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 03 agosto 2016, n.16234.




Diritto della figlia adottiva di conoscere le proprie origini biologiche

Diritto alla conoscenza delle proprie origini biologiche – Interesse alla segretezza della madre – Contemperamento – Morte di quest'ultima – Impossibilità di interpello – Diritto della figlia adottata – Prevalenza – Configurabilità

A seguito della morte della madre che ha partorito mantenendo segreta la propria identità, l’interesse alla segretezza diventa recessivo di fronte al diritto della figlia adottiva di conoscere le proprie origini biologiche ed ha, pertanto, accolto l’istanza di accesso alle informazioni relative all’identità del genitore biologico, precedentemente rigettata dal giudice del merito. (massima ufficiale) Cassazione civile, 21 luglio 2016, n.15024.




Ricorribilità per cassazione del decreto che nega l'apertura della amministrazione di sostegno

Amministrazione di sostegno - Decreto che nega l'apertura della procedura - Ricorribilità per cassazione - Ammissibilità

Il decreto della corte d'appello che nega l'apertura dell'amministrazione di sostegno è ricorribile per cassazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 20 luglio 2016, n.14983.




Protezione internazionale: l’onere della prova è attenuato ma sussistente

Protezione internazionale – Richiesta di asilo politico (nel caso di specie: Ghana) – Onere della prova in forma attenuata – sussiste

Un requisito essenziale per il riconoscimento dello "status" di rifugiato è il fondato timore di persecuzione "personale e diretta" nel Paese d'origine del richiedente, a causa della razza, della religione, della nazionalità, dell'appartenenza ad un gruppo sociale ovvero per le opinioni politiche professate. Il relativo onere probatorio - che riceve un'attenuazione in funzione dell'intensità della persecuzione - incombe sull'istante, per il quale è tuttavia sufficiente provare anche in via indiziaria la "credibilità" dei fatti da esso segnalati (Cass. 18353/2006). Affinché l'onere probatorio possa ritenersi assolto, gli elementi allegati devono avere carattere di precisione, gravità e concordanza desumibili dai dati anche documentali offerti (Cass. 26287/2005). Peraltro, la Cedu e la Carta dei diritti fondamentali della UE non rilevano ai fini dell'inversione dell'onere probatorio, che grava in ogni caso sullo straniero seppur in modo attenuato, come gin evidenziato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 11 luglio 2016, n.14157.




Adozione coparentale (stepchild adoption)

Cd. Stepchild adoption – Legittimità – Sussiste

L’art. 44 lett. d) della l. n. 184/1983, là dove prevede l’adozione del minore in casi particolari, in presenza della constatata impossibilità di affidamento preadottivo, va interpretato alla luce del quadro costituzionale e convenzionale ed in particolare dei principi affermati dalla Corte EDU in ordine al best interest del minore. La tesi per la quale, anche nell’ipotesi di cui alla lett. d) cit., l’adozione sarebbe comunque subordinata alla preventiva declaratoria dello stato di abbandono “condurrebbe sempre ad escludere che l’adozione possa conseguire ad una relazione già instaurata e consolidata con il minore, essendo tale condizione relazionale contrastante con l’accertamento di una situazione di abbandono”, così come configurata dall’art. 8 della l. n. 184/1983. Solo l’adozione “legittimante” postula la situazione di abbandono del minore, non invece quella “non legittimante” (in casi particolari). Si conferma l’interpretazione dell’espressione “constatata impossibilità di affidamento preadottivo” nel senso che «deve ritenersi sufficiente l’impossibilità “di diritto” di procedere all’affidamento preadottivo e non solo quella “di fatto”, derivante da una situazione di abbandono in senso tecnico-giuridico». Poiché all’adozione in casi particolari prevista dall’art. 44, comma 1, lett. d) possono accedere sia le persone singole che le coppie di fatto, l’esame de requisiti e delle condizioni imposte dalla legge, sia in astratto (“la constatata impossibilità di affidamento preadottivo”), sia in concreto (l’indagine sull’interesse del minore imposta dall’art. 57 primo comma n. 2) non può essere svolto – neanche indirettamente – dando rilievo all’orientamento sessuale del richiedente e alla conseguente natura della relazione da questo stabilita con il proprio partner. E’ dunque legittima quella che, mutuando un’espressione anglofona, è stata definita stepchild adoption anche in favore del compagno dello stesso sesso del genitore biologico del minore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 22 giugno 2016, n.12962.




Protezione internazionale e nullità del diniego amministrativo. Obbligo di audizione

Protezione internazionale – Diniego amministrativo – Impugnazione per nullità – Rilevanza nel giudizio – Esclusione

Protezione internazionale – Obbligo del giudice di procedere alla audizione del richiedente asilo – Esclusione

Protezione internazionale – Diritto di asilo ex art. 10 Cost. – Chiarimenti

La nullità del provvedimento amministrativo di diniego della protezione internazionale non ha autonoma rilevanza nel giudizio introdotto con il ricorso al tribunale avverso il predetto provvedimento. Tale giudizio, infatti, non ha per oggetto il provvedimento stesso, bensì il diritto soggettivo del ricorrente alla protezione invocata; dunque non può concludersi con il mero annullamento del diniego amministrativo della protezione, ma deve pervenire comunque alla decisione sulla spettanza o meno del diritto alla protezione: infatti la legge (in origine l’art. 35, comma 10, d.lgs. 28 gennaio 2008, n. 25 e attualmente l’art. 19, comma 9, d.lgs. 1 settembre 2011, n. 150) stabilisce che la decisione del tribunale può contenere, alternativamente, il rigetto del ricorso ovvero il riconoscimento dello status di rifugiato o di persona cui è accordata la protezione sussidiaria, e non prevede il puro e semplice annullamento del provvedimento della Commissione (cfr. Cass. 18632/2014, 26480/2011). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In materia di procedimento per la protezione internazionale, non sussiste l’obbligo del giudice di disporre l’audizione del richiedente asilo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il diritto di asilo è interamente attuato e regolato attraverso la previsione delle situazioni finali previste dai tre istituti dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e del diritto al rilascio di un permesso umanitario, ad opera della esaustiva normativa di cui al d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251 e di cui all’art. 5, comma 6, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286; con la conseguenza che non vi è più alcun margine di residuale diretta applicazione del disposto di cui all’art. 10, terzo comma, Cost. (Cass. 10686/2012, richiamata dallo stesso ricorrente)”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 08 giugno 2016, n.11754.




L’amministratore di sostegno non risponde del reato di abbandono di incapaci

Abbandono di persone incapaci – Amministratore di sostegno – Configurabilità del reato – Condizioni

In tema di abbandono di persone minori o incapaci, l’amministratore di sostegno non risponde del reato di cui all’art. 591 cod. pen. in quanto, salvo che sia diversamente stabilito nel decreto di nomina, lo stesso non è investito di una posizione di garanzia rispetto ai beni della vita e dell’incolumità individuale del soggetto incapace ma solo di un compito di assistenza nella gestione dei suoi interessi patrimoniali. Infatti, pur avendo un dovere di relazionare periodicamente (secondo la cadenza temporale stabilita dal giudice) sull’attività svolta e sulle condizioni di vita personale e sociale del beneficiario, il compito dell’amministratore di sostegno resta fondamentalmente quello di assistere la persona nella gestione dei propri interessi patrimoniali e non anche la “cura della persona”, poiché l’art. 357 cod. civ., che indica tale funzione a proposito dei tutore, non rientra tra le disposizioni richiamate dall’art. 411 tra le “norme applicabili all’amministrazione di sostegno”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale, 26 febbraio 2016, n.7974.




Le Sezioni Unite sul danno da nascita indesiderata e sul diritto a non nascere se non sani; statuto giuridico del concepito e “vita” come bene supremo

Danno da nascita indesiderata – Onere della prova gravante sulla donna – Sussiste – Possibilità di ricorrere alle presunzioni – Sussiste

Concepito – Soggettività – Esclusione – Concepito come oggetto di tutela – Sussiste

Diritto a non nascere se non sano – Esclusione – Vita come bene supremo protetto dall’ordinamento – Sussiste

In materia di danno da nascita indesiderata, al fine di ottenere il risarcimento del danno, la donna è tenuta ad allegare e provare che, ove informata di gravi malformazioni del concepito che avrebbero giustificato l'interruzione volontaria della gravidanza, non avrebbe portato a termine la gestazione, non potendosi tuttavia escludere la possibilità di assolvere il relativo onere in via presuntiva. È da escludere, peraltro, che tale indagine debba approdare ad un'elencazione di anomalie o malformazioni che giustifichino la presunzione di ricorso all'aborto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Tenuto conto del naturale relativismo dei concetti giuridici, alla tutela del nascituro si può pervenire, in conformità con un indirizzo dottrinario, senza postularne la soggettività - che è una tecnica di imputazione di diritti ed obblighi - bensì considerandolo oggetto di tutela (Corte costituzionale 18 febbraio 1975 n. 27; Cass., sez. 3, maggio 2011 n. 9700; Cass. 9 maggio 2000, n. 5881). In altri termini, «si può essere destinatari di tutela anche senza essere soggetti dotati di capacità giuridica ai sensi dell'art. 1 c.c.». (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Elemento indispensabile della fattispecie risarcitoria è il danno-conseguenza, consacrato all'art. 1223 c.c. e riassumibile, con espressione empirica, nell'avere di meno, a seguito dell'illecito. Nel danno da lesione del diritto a non nascere se non sani, il nocumento riuscirebbe pertanto legato alla stessa vita del bambino; e l'assenza di danno alla sua morte, così incorrendosi in una contraddizione insuperabile: dal momento che il secondo termine di paragone, nella comparazione tra le due situazioni alternative, prima e dopo l'illecito, è la non vita, da interruzione della gravidanza. E la non vita non può essere un bene della vita; per la contraddizione che non lo consente. Tanto meno può esserlo, per il nato, retrospettivamente, l'omessa distruzione della propria vita (in fieri), che è il bene per eccellenza, al vertice della scala assiologica dell'ordinamento. Anche considerando norma primaria l'art. 2043 c.c., infatti, viene potuto non usuali di Wi-Fi in base ai principi della causalità giuridica e nella sua ampiezza più estesa, propria della teoria della condicio sine qua non (generalmente rifiutata, peraltro, in materia di illecito civile). Non si può dunque parlare di un diritto a non nascere; tale, occorrendo ripetere, è l'alternativa; e non certo quella di nascere sani, una volta esclusa alcuna responsabilità, commissiva o anche omissiva, del medico nel danneggiamento del feto. Allo stesso modo in cui non sarebbe configurabile un diritto al suicidio, tutelabile contro chi cerchi di impedirlo: che anzi, non è responsabile il soccorritore che produca lesioni cagionate ad una persona nel salvarla dal pericolo di morte (stimato, per definizione, male maggiore). Si aggiunga, per completezza argomentativa, che seppur non è punibile il tentato suicidio, costituisce, per contro, reato l'istigazione o l'aiuto al suicidio (art. 580 c.p.): a riprova ulteriore che la vita - e non la sua negazione - è sempre stata il bene supremo protetto dall'ordinamento. Del resto, il presupposto stesso del diritto è la vita del soggetto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 22 dicembre 2015, n.25767.




Matrimonio di due stranieri: legge regolatrice del diritto della moglie al cognome maritale

Diritti della Persona – Diritto al Nome – Conservazione del cognome del marito a seguito di Divorzio – Cittadini stranieri – Legge Applicabile (Conv. Monaco, 5 settembre 1980)

Nel caso di cessazione degli effetti civili di un matrimonio contratto all’estero da due cittadini stranieri, il diritto della moglie di utilizzare l’esclusivo cognome del marito - acquisito, con il consenso di quest’ultimo, al momento dell’assunzione del vincolo - va delibato sulla base dei criteri di collegamento indicati dalla Convenzione di Monaco del 5 settembre 1980, resa esecutiva in Italia con la l. n. 950 del 1984, per la quale i cognomi e i nomi di una persona vengono determinati dalla legge dello Stato di cui è titolare il cittadino. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 13 novembre 2015, n.23291.




Amministrazione di sostegno, modificazione dei circondari e competenza territoriale

Procedure di amministrazione di sostegno pendenti alla data del 13 settembre 2013 - Modificazione dei circondari ai sensi del d.lgs. n. 14 del 2014 - Incidenza ai fini della competenza territoriale - Esclusione

La previsione contenuta nell'art. 8 del d.lgs. n. 14 del 2014, integrativa delle disposizioni di cui al d.lgs. n. 155 del 2012, trova applicazione con riferimento a tutti i procedimenti civili e penali pendenti alla data del 13 settembre 2013 ed anche alle cause di volontaria giurisdizione. Ne consegue che la modificazione dell'assetto territoriale dei diversi circondari non ha effetto sulla competenza territoriale relativa ai procedimenti in materia di amministrazione di sostegno aperti e per i quali, a tale data, non è ancora intervenuto il provvedimento di chiusura, che va determinata in base ai criteri di collegamento costituiti dalle circoscrizioni previgenti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 12 novembre 2015, n.23169.




Amministrazione di sostegno: ambito applicativo e distinzione con l'interdizione e l'inabilitazione

Amministrazione di sostegno - Ambito applicativo - Distinzione con l'interdizione e l'inabilitazione - Individuazione - Valutazione del giudice del merito - Criteri - Fattispecie

Nel giudizio di interdizione il giudice di merito, nel valutare se ricorrono le condizioni previste dall'art. 418 c.c. per la nomina di un amministratore di sostegno, rimettendo gli atti al giudice tutelare, deve considerare che, rispetto all'interdizione e all'inabilitazione, l'ambito di applicazione dell'amministrazione di sostegno va individuato con riguardo non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, ma alle residue capacità e all'esperienza di vita dallo stesso maturate, anche attraverso gli studi scolastici e lo svolgimento dell'attività lavorativa (nella specie, si trattava di un'impiegata in ufficio con mansioni esecutive). Ne consegue che non si può impedire all'incapace, che ha dimostrato di essere in grado di provvedere in forma sufficiente alle proprie quotidiane ed ordinarie esigenze di vita, il compimento, con il supporto di un amministratore di sostegno, di atti di gestione ed amministrazione del patrimonio posseduto (anche se ingente), restando affidato al giudice tutelare il compito di conformare i poteri dell'amministratore e le limitazioni da imporre alla capacità del beneficiario in funzione delle esigenze di protezione della persona e di gestione dei suoi interessi patrimoniali, ricorrendo eventualmente all'ausilio di esperti e qualificati professionisti del settore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 settembre 2015, n.17962.




Protezione internazionale: onere della prova e ruolo del giudice

Protezione Internazionale – Onere della prova – Ruolo del giudice

Ai fini della domanda di protezione internazionale, il fatto da dimostrare va identificato nella grave violazione dei diritti umani cui il richiedente asilo sarebbe esposto rientrando in patria, di cui costituisce indizio, secondo l'art. 3, comma 4, del d.lgs. n. 251 del 2007, la minaccia ricevuta in passato, che fa presumere la violazione futura in caso di rientro.

Ai fini della domanda di protezione internazionale, l'art. 3, comma 5, del d.lgs. n. 251 del 2007 richiede che il giudice non debba prendere in considerazione puramente e semplicemente la maggiore o minore specificità del racconto del richiedente asilo, ma gli impone anche di valutare se questi abbia compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda (lett. a), se tutti gli elementi pertinenti in suo possesso siano stati prodotti e se sia stata fornita una idonea motivazione dell'eventuale mancanza di altri elementi significativi (lett. b). (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza con la quale il giudice di merito aveva respinto la domanda di protezione in virtù della semplice genericità della motivazione addotta dal richiedente). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 30 luglio 2015, n.16201.




Protezione sussidiaria: sui requisiti del danno grave

Protezione Internazionale – Protezione sussidiaria – Danno grave

In tema di protezione internazionale sussidiaria, il requisito della individualità della minaccia grave alla vita o alla persona di cui all'art. 14, lett. c), del d.lgs. n. 251 del 2007 non è subordinato, in conformità alle indicazioni della Corte di Giustizia UE (sentenza 17 febbraio 2009, in C-465/07), vincolante per il giudice di merito, alla condizione che il richiedente «fornisca la prova che egli è interessato in modo specifico a motivo di elementi peculiari della sua situazione personale», in quanto la sua esistenza può desumersi anche dal grado di violenza indiscriminata che caratterizza il conflitto armato in corso, da cui dedurre che il rientro nel Paese d'origine determinerebbe un rischio concreto per la vita del richiedente. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione impugnata, secondo cui il requisito della individualità della minaccia doveva essere ritenuto recessivo soltanto in presenza di una situazione generalizzata e conclamata di violenza indiscriminata e di conflitto armato). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 30 luglio 2015, n.16202.




Indennizzo in favore di emotrasfusi

Indennizzo ai sensi della legge n. 210 del 1992 – Termine triennale di decadenza introdotto dalla legge n. 238 del 1997 – Decorrenza in ipotesi di epatite contratta in epoca precedente

Il termine triennale di decadenza per il conseguimento della prestazione indennitaria in favore di soggetti danneggiati da emotrasfusioni, introdotto dalla legge 25 luglio 1997, n. 238, trova applicazione anche in caso di epatite postrasfusionale contratta prima del 28 luglio 1997, epoca di entrata in vigore della nuova disciplina, ma con decorrenza da questa stessa data. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 luglio 2015, n.15352.




Si alla rettifica del sesso senza intervento chirurgico

Rettifica del sesso – Necessità dell'intervento chirurgico – Esclusione

Alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata e conforme alla giurisprudenza della CEDU degli artt. 1 della legge n. 164 del 1982, nonché del successivo art. 3 della medesima legge, attualmente confluito nell’art. 31, comma 4, del d.lgs. n. 150 del 2011, per ottenere la rettificazione del sesso nei registri dello stato civile, l’adeguamento dei caratteri sessuali non implica necessariamente l’intervento chirurgico demolitorio quando, all’esito di un’accurata indagine giudiziaria, venga accertata la serietà ed univocità del percorso scelto dall’individuo e la compiutezza dell’approdo finale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 20 luglio 2015, n.15138.




Protezione sussidiaria: esclusi formalismi a carico del richiedente asilo

Protezione Internazionale – Onere della prova – Ruolo del giudice

In tema di protezione internazionale dello straniero, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, ai sensi dell'art. 14, lett. b) e c), del d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251, non è onere del richiedente fornire una precisa qualificazione giuridica della tipologia di misura di protezione invocata, ma è onere del giudice, avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e di informazione di cui all'art. 8, comma 3, del d.lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, verificare se la situazione di esposizione a pericolo per l'incolumità fisica indicata dal ricorrente e astrattamente sussumibile in entrambe le tipologie tipizzate di rischio, sia effettivamente sussistente nel Paese nel quale dovrebbe essere disposto il rientro al momento della decisione. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione impugnata che aveva escluso il riconoscimento della protezione sussidiaria per non avere il richiedente specificamente dedotto l'esistenza del rischio effettivo di essere sottoposto a pena di morte, tortura o trattamenti inumani e degradanti, una volta rientrato in patria). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 16 luglio 2015, n.14998.




Rettifica del sesso della persona sposata: finché il legislatore non interviene, il matrimonio resta

Rettifica del sesso da parte di persona coniugata – Conseguenze – Corte costituzionale, sentenza n. 170 del 2014 – Effetti – Mantenimento in vita del matrimonio – Sussiste – Sino all’intervento del Legislatore

La sentenza n. 170 del 2014 della Corte costituzionale – con la quale è stata dichiarato l’illegittimità delle norme in tema di rettifica del sesso nella parte in cui non prevedono la possibilità di mantenere in vita il rapporto di coppia con altra forma di convivenza giuridicamente riconosciuta, con modalità da statuire dal legislatore – non è di mero monito ma autoapplicativa, con la conseguenza che è costituzionalmente necessario conservare alla coppia il riconoscimento dei diritti e doveri conseguenti al matrimonio fino a quando il legislatore non intervenga. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 21 aprile 2015, n.8097.




Protezione sussidiaria: onere del giudice e onere del richiedente

Protezione Internazionale – Onere della prova – Ruolo del giudice – Dovere di cooperazione del richiedente – Onere di informazione del giudice

In tema di protezione internazionale sussidiaria, l'art. 3 del d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251, oltre a sancire un dovere di cooperazione del richiedente consistente nell'allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, pone a carco dell'autorità decidente un più incisivo obbligo di informarsi in modo adeguato e pertinente alla richiesta, soprattutto con riferimento alle condizioni generali del Paese d'origine, allorquando le informazioni fornite dal richiedente siano deficitarie o mancanti. In particolare, deve ritenersi necessario l'approfondimento istruttorio officioso allorquando il richiedente descriva una situazione di rischio per la vita o l'incolumità fisica che derivi da sistemi di regole non scritte sub statuali, imposte con la violenza e la sopraffazione verso un genere, un gruppo sociale o religioso o semplicemente verso un soggetto o un gruppo familiare nemico, in presenza di tolleranza, tacita approvazione o incapacità a contenere o fronteggiare il fenomeno da parte delle autorità statuali: ciò proprio al fine di verificare il grado di diffusione ed impunità dei comportamenti violenti descritti e la risposta delle autorità statuali. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 10 aprile 2015, n.7333.




Protezione internazionale: richiedenti presenti ai valichi di frontiera

Protezione Internazionale – Richiedenti presenti ai valichi di frontiera

Qualora vi siano indicazioni che cittadini stranieri o apolidi, presenti ai valichi di frontiera in ingresso nel territorio nazionale, desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, le autorità competenti hanno il dovere - nella specie fondato non già sull'espressa previsione contenuta nell'art. 8 della Direttiva UE 26 giugno 2013, n. 32, non ancora recepita alla data del decreto di respingimento, quanto piuttosto sull'interpretazione conforme alle Direttive europee in corso di recepimento e costituzionalmente orientata al rispetto delle norme interposte della CEDU, come a loro volta interpretate dalla Corte sovranazionale - di fornire loro informazioni sulla possibilità di farlo, garantendo altresì i servizi di interpretariato necessari per agevolare l'accesso alla procedura di asilo, a pena di nullità dei conseguenti decreti di respingimento e trattenimento, dovendo, altresì, il giudice statuire sulla dedotta illegittimità del primo cagionata da siffatta omessa informazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 25 marzo 2015, n.5926.




Protezione internazionale: onere della prova sul richiedente lo status di apolide

Protezione Internazionale – Richiedenti lo status di apolide – Onere della prova – Attenuato – Sussiste

L'onere della prova gravante sul richiedente lo "status" di apolide deve ritenersi attenuato, poiché quest'ultimo, oltre a godere della titolarità dei diritti della persona la cui attribuzione è svincolata dal possesso della cittadinanza, beneficia, in base ad una interpretazione costituzionalmente orientata della normativa vigente, di un trattamento giuridico analogo a quello riconosciuto ai cittadini stranieri titolari di una misura di protezione internazionale; ne consegue che eventuali lacune o necessità di integrazioni istruttorie per la suddetta dimostrazione possono essere colmate mediante l'esercizio di poteri-doveri officiosi da parte del giudice, che può richiedere informazioni o documentazione alle Autorità pubbliche competenti dello Stato italiano, di quello di origine o di quello verso il quale possa ravvisarsi un collegamento significativo con il richiedente medesimo. (In applicazione dell'anzidetto principio, la S.C. ha riformato la decisione impugnata, che aveva negato il riconoscimento dello "status" di apolide invocato dalla ricorrente, non avendo quest'ultima provato che i genitori fossero originari della Bosnia Erzegovina, né che lei non fosse cittadina degli Stati con i quali aveva un collegamento più stretto, ritenendo che la prima di tali circostanze non potesse formare oggetto del sindacato del giudice di secondo grado perché non contestata puntualmente dalla parte costituita in prime cure ed esclusa dall'oggetto dell'impugnazione, ed altresì omettendo di verificare se la legge bosniaca sulla cittadinanza, "ratione temporis" applicabile, contenesse regole sulla base delle quali poter attribuire la cittadinanza bosniaca alla cittadina straniera). Cassazione civile, sez. VI, 03 marzo 2015, n.4262.




Protezione sussidiaria e status di rifugiato: in materia di pena di morte

Protezione Internazionale – Rischio di essere sottoposto alla pena di morte

In tema di protezione internazionale, il cittadino straniero che è imputato di un delitto comune (nella specie, omicidio durante una rissa), punito nel Paese di origine con la pena di morte, non ha diritto al riconoscimento dello "status" di rifugiato politico poiché gli atti previsti dall'art. 7 del d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251, non sono collegati a motivi di persecuzione inerenti alla razza, alla religione, alla nazionalità, al particolare gruppo sociale o all'opinione politica, ma unicamente alla protezione sussidiaria riconosciuta dall'art. 2, lett. g), del d.lgs. n. 251 del 2007 qualora il giudice di merito - anche previo utilizzo dei poteri di accertamento ufficiosi di cui all'art. 8, comma 3, del d.lgs. 28 gennaio 2008, n. 25 - abbia fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese d'origine, correrebbe un effettivo rischio di subire un grave danno. Cassazione civile, sez. VI, 12 febbraio 2015, n.2830.




Matrimonio tra persone dello stesso sesso: è la Legge che deve provvedere. Non la giurisprudenza

Matrimonio tra persone dello stesso sesso – Effetti giuridici – Inidoneità – Unione omo-affettiva – Riconoscimento – Art. 2 Cost. – Sussiste – Effetti

Nel nostro sistema giuridico di diritto positivo il matrimonio tra persone dello stesso sesso è inidoneo a produrre effetti perché non previsto tra le ipotesi legislative di unione coniugale. Il nucleo affettivo – relazionale che caratterizza l’unione omo-affettiva, invece, riceve un diretto riconoscimento costituzionale dall’art. 2 Cost. e mediante il processo di adeguamento e di equiparazione imposto dal rilievo costituzionale dei diritti in discussione può acquisire un grado di protezione e tutela equiparabile a quello matrimoniale in tutte le situazioni nelle quali la mancanza di una disciplina legislativa determina una lesione di diritti fondamentali scaturenti dalla relazione in questione. Per questa ragione la Corte di Cassazione ha escluso la contrarietà all’ordine pubblico del titolo matrimoniale estero pur riconoscendone l’inidoneità a produrre nel nostro ordinamento gli effetti del vincolo matrimoniale. L’operazione di omogeneizzazione può essere svolta dal giudice comune, e non soltanto dalla Corte Costituzionale, in quanto tenuto ad un’interpretazione delle norme non solo costituzionalmente orientata, ma anche convenzionalmente orientata (Corte Cost. sent. n. 150 del 2012). In conclusione, la legittimità costituzionale e convenzionale della scelta del legislatore ordinario in ordine alle forme ed ai modelli all’interno dei quali predisporre per le unioni tra persone dello stesso sesso uno statuto di diritti e doveri coerente con il rango costituzionale di tali relazioni conduce ad escludere il fondamento delle censure prospettate, non solo sotto il profilo della creazione giurisprudenziale dell’unione coniugale tra persone dello stesso sesso, risultando tale operazione ben diversa da quella consentita (Cass. 4184 del 2012) di adeguamento ed omogeneizzazione nella titolarità e nell’esercizio dei diritti, ma anche delle prospettate censure d’incostituzionalità. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 09 febbraio 2015, n.2400.




Discriminazione fondata sull’orientamento sessuale: risarcimento che sia adeguato

Diritto costituzionale alla libera espressione della identità sessuale – Comportamento discriminatorio – Lesione del diritto – Risarcimento – Sussiste – Adeguatezza del risarcimento – Necessità – Sussiste

Il diritto costituzionalmente tutelato alla libera espressione della propria identità sessuale è da ascrivere al novero dei diritti inviolabili della persona di cui all'art. 2 Cost., quale essenziale forma di realizzazione della propria personalità. Inoltre, il diritto al proprio orientamento sessuale, cristallizzato nelle sue tre componenti della condotta, dell'inclinazione e della comunicazione (cd. coming out) è oggetto di specifica e indiscussa tutela da parte della stessa Corte europea dei diritti dell'uomo fin dalla sentenza Dudgeon/Regno unito del 1981. Ne consegue che, in presenza di comportamenti discriminatori o offesi, addirittura posti in essere dalla Pubblica Amministrazione, il quantum del risarcimento deve essere adeguato (Il Tribunale, in primo grado, aveva irrogato una condanna pecuniaria di euro 100.000. La Corte di Appello aveva ridotto ad euro 20.000,00. La Cassazione boccia la decisione del giudice del gravame). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 22 gennaio 2015, n.1126.




Diritto degli ascendenti di coltivare rapporti con i nipoti

Diritto degli ascendenti – Diritto a mantenere rapporti con i nipoti – Sussiste – Contenuti – In base al preminente interesse del minore – Sussiste

Audizione del minore – Capacità di discernimento – Accertamento – Presunzione – Frequenza della scuola – Sussiste

Il diritto degli ascendenti a mantenere rapporti con i nipoti non vuol dire che questi abbiano sempre e comunque diritto di visita del minore: l’interesse preminente del fanciullo, infatti, prevale comunque nel bilanciamento degli interessi in gioco. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’audizione del minore infradodicenne presuppone (anche) che lo stesso sia capace di discernimento in relazione alla sua età ed al grado di maturità. Il riscontro di tale capacità è devoluto al libero e prudente apprezzamento del giudice e non necessita di specifico accertamento positivo d’indole tecnica specialistica, anticipato rispetto al tempo dell’audizione. Tale capacità, peraltro, non può essere esclusa con mero riferimento al dato anagrafico del minore, se esso non sia di per sé solo univocamente indicativo in tale senso, mentre può presumersi in genere ricorrente, anche considerati temi e funzione dell’audizione, quando si tratti di minori per età soggetti ad obblighi scolastici e, quindi, normalmente in grado di comprendere l’oggetto del loro ascolto e di esprimersi consapevolmente. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 19 gennaio 2015, n.762.




Riparto di competenza: il TM resta competente se è stato adito per primo

Legge 219/2012 – Nuovo art. 38 disp. att. c.c. – Nuova competenza cd. per attrazione del tribunale Ordinario – Domanda di decadenza ex art. 330 c.c. proposta dinanzi al TM – Successiva domanda di separazione proposta davanti al TO – Competenza del TM sulla domanda da lui presentata – Persistenza

Con la riscrittura dell'art. 38 disp. att. c.c. (art. 3 legge 10 dicembre 2012 n. 219) il legislatore ha inteso che se un giudizio di separazione è in corso al momento della proposizione della domanda diretta all'adozione di un provvedimento de potestate si verifica l'effettivo attrattivo della competenza, in favore del giudice davanti al quale è in corso il giudizio di separazione. Tale lettura testuale appare anche rispettosa del principio generale della perpetuatio jurisdictionis di cui all'art. 5 c.p.c. secondo cui la competenza si determina con riguardo allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda. Diversamente, se la domanda diretta all'adozione di provvedimenti de potestate da parte del Tribunale per i minorenni è stata proposta anteriormente alla instaurazione davanti al tribunale civile del giudizio di separazione o divorzio da parte dei genitori, resta ferma la competenza dell’ufficio Minorile, per non vanificare il percorso processuale svolto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 12 gennaio 2015, n.2833.




La Cassazione conferma la Corte di Appello di Milano: l’amministratore di sostegno che sottrae denaro del beneficiario commette peculato

Amministrazione di sostegno – Appropriazione, da parte dell’amministratore di sostegno, di denaro appartenente al beneficiario – Fattispecie incriminatrice configurabile – Peculato – Qualifica dell’amministratore

Va ritenuto pubblico ufficiale l’amministratore di sostegno del beneficiario con la conseguente integrazione del delitto di peculato laddove il rappresentante si appropri di somme di denaro appartenenti al rappresentato e ricevute, in ragione dell'ufficio rivestito. Depongono a favore della qualità di Pubblico ufficiale i seguenti elementi: a) la prestazione del giuramento prima dell'assunzione dell'incarico (art. 349 cod. civ.); b) il regime delle incapacità e delle dispense (artt. 350-353 Cod. civ.); c) la disciplina delle autorizzazioni, le categorie degli atti vietati, il rendiconto annuale al giudice tutelare sulla contabilità dell'amministrazione (artt. 374-388 Cod. civ.); d) l'applicazione, nei limiti di compatibilità, delle norme limitative in punto di capacità a ricevere per testamento (artt. 596, 599 Cod. civ.) e capacità di ricevere per donazioni (art. 779 Cod. civ.). In sostanza tutta una disciplina, formale e sostanziale, che pone l'amministratore di sostegno sullo stesso piano del tutore con gli obblighi e le ricadute penali che la sua qualità di pubblico ufficiale comporta. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale, 03 dicembre 2014, n..




Risarcimento del danno integrale anche per lo straniero: non opera la reciprocità

Risarcimento del danno non patrimoniale – Straniero – Reciprocità ex art. 16 preleggi – Applicabilità – Esclusione

L'art. 16 preleggi, nella parte in cui subordina alla condizione di reciprocità l'esercizio dei diritti civili da parte dello straniero, pur essendo tuttora vigente, dev'essere interpretato in modo costituzionalmente orientato, alla stregua dell'art. 2 Cost., che assicura tutela integrale ai diritti inviolabili. Pertanto allo straniero, che sia o meno residente in Italia, è sempre consentito (a prescindere da qualsiasi condizione di reciprocità) domandare al giudice italiano il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale derivato dalla lesione di diritti inviolabili della persona (quali il diritto alla salute e ai rapporti parentali o familiari), avvenuta in Italia, sia nei confronti del responsabile del danno, sia nei confronti degli altri soggetti che per la legge italiana, siano tenuti a risponderne, ivi compreso l'assicuratore della responsabilità civile derivante dalla circolazione di veicoli od il Fondo di garanzia per le vittime della strada". (v. sul punto, ancor più recentemente, Cass. n. 8212/2013 in motivazione, v. anche Cass. n. 450/2011). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 04 novembre 2014, n.23432.




Fondo patrimoniale: in presenza di figli, deve intervenire il giudice per lo scioglimento

Fondo patrimoniale – Scioglimento – Presenza di figli – Intervento del giudice – Necessità

1) E’ ammissibile lo scioglimento del fondo patrimoniale anche sulla base del solo consenso dei coniugi, ma ciò solo in mancanza di figli.
2) In presenza di figli, non è ammesso lo scioglimento consensuale. L’istituzione del fondo patrimoniale determina un vincolo di destinazione per il soddisfacimento dei bisogni della famiglia (e quindi di tutti i suoi componenti, in essi compresi i figli minori). Il citato vincolo, dunque, diventa di “interesse” anche dei componenti “deboli” della famiglia, che sono i figli. Conseguentemente, va ravvisata in capo ai figli minori una posizione giuridicamente tutelata in ordine agli atti di disposizione del fondo.
3) Deve essere riconosciuta l’astratta configurabilità di uno specifico interesse dei figli ad interloquire sulle opzioni operative effettuate dai titolari del diritto di proprietà dei beni facenti parte del fondo, atteso che per i componenti del nucleo familiare non è irrilevante la consistenza del patrimonio istituzionalmente destinato all'esclusivo soddisfacimento dei relativi bisogni. Non incide infine sulla detta conclusione né la natura gratuita del conferimento né la facoltà, espressamente riconosciuta ai coniugi dal legislatore, di derogare convenzionalmente alla previsione del divieto di alienazione dei beni del fondo, disposta in via generale (art. 169 c.c., comma 1).
4) La disciplina ritenuta applicabile in presenza di figli minori è estensibile al caso di nascituri. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 08 agosto 2014, n.17811.




Il concepito è soggetto del diritto

Concepito - Titolarità di diritti - Sussiste

Il nostro ordinamento riconosce espressamente al concepito la possibilità di divenire titolare di diritti (art. 1 c.c., comma 2); che nello stesso codice civile sono dettate disposizioni che attribuiscono diritti patrimoniali al concepito, segnatamente in tema di successione (art. 462, comma 1) e di donazione (art. 784, comma 1); che forme di tutela del nascituro sono anche previste in altre leggi, quali la L. n. 40 del 2004, il cui capo 3^ contiene "Disposizioni concernenti la tutela del nascituro", la L. n. 405 del 1975, che per la parte di interesse attribuisce al nascituro la tutela del diritto alla salute riconosciuto dall'art. 32 Cost., la L. n. 194 del 1978, per la quale la vita umana è tutelata fin dal suo inizio, l'art. 578 c.p. (infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale) per quanto concerne i profili penali. Inoltre analogo riconoscimento è intervenuto ad opera della giurisprudenza di Cassazione che, nell'affrontare i prospettati profili risarcitori, ha reiteratamente ritenuto meritevole di accoglimento la domanda di danno proposta da soggetto non ancora nato alla data della commissione dell'illecito (C. 12/16754, C. 11/9700, C. 09/10741, C. 00/5881). Deve dunque concludersi sul punto che anche al nascituro deve essere riconosciuta l'attitudine ad essere titolare di diritti, e pertanto la sua legittimazione sostanziale in relazione ad atti di disposizione del fondo patrimoniale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 08 agosto 2014, n.17811.




Amministrazione di sostegno, chiusura e difetto di comunicazione e conseguente assenza del pubblico ministero

Amministrazione di sostegno - Procedimento di chiusura - Difetto di comunicazione e conseguente assenza del pubblico ministero - Rimessione delle parti al primo giudice - Necessità - Esclusione

Nella procedura per l'istituzione dell'amministrazione di sostegno l'unica parte che può dirsi necessaria è il beneficiario dell'amministrazione, per cui il difetto di comunicazione della richiesta al P.M. e la conseguente assenza dello stesso al procedimento di chiusura dell'amministrazione non comporta la mancata integrazione di un litisconsorzio necessario, né alcun'altra nullità del giudizio di primo grado idonea a determinare la rimessione delle parti al primo giudice. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 25 luglio 2014, n.17032.




Lesione del diritto alla interruzione della gravidanza: presupposti per il risarcimento

Lesione del diritto di interrompere la gravidanza – Risarcibilità – Condizioni – Danno in re ipsa – Esclusione

Nel nostro ordinamento non esistono danni in re ipsa, risarcibili sol perché si dimostri l'avvenuta lesione d'un diritto. La lesione dei diritto è il presupposto necessario, ma non sufficiente per pretendere il risarcimento del danno: ad esso dovrà necessariamente conseguire una perdita, patrimoniale o di altro tipo. L'eventuale lesione del diritto di interrompere la gravidanza è dunque giuridicamente irrilevante se la gestante, quand'anche informata, avrebbe comunque verosimilmente scelto di non abortire. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 17 luglio 2014, n.16401.




L’amministratore di sostegno può rappresentare il beneficiario anche in atti personalissimi: per separazione, divorziare, impugnare il matrimonio

Atti personalissimi - Amministrazione di Sostegno - Ammissibilità di poteri dell’amministratore - Sussiste - Azione di separazione, di divorzio, di annullamento del matrimonio - Ammissibilità - Sussiste

Pretesa degli eredi di impugnare il matrimonio del de cuius - Art. 428 cod. civ. - Applicabilità in ambito matrimoniale - Esclusione - Fondamento - Artt. 120 e 127 cod. civ. - Pretesa illegittimità costituzionale, con riferimento all'art. 3 Cost. - Manifesta infondatezza

Alla luce di una interpretazione sistematica ed evolutiva, deve ammettersi la possibilità per l'amministratore di sostegno, qualora nominato (ed esclusi i casi di conflitto di interessi), di coadiuvare o affiancare la persona bisognosa nella espressione della propria volontà, preservandola da eventuali pressioni o ricatti esterni, anche relativamente al compimento di atti personalissimi, come ritenuto da una giurisprudenza di merito avanzata che lo ha autorizzato, previo intervento del giudice tutelare, a proporre ricorso per separazione personale o per cessazione degli effetti civili del matrimonio del beneficiario. Il prospettato dubbio di legittimità costituzionale degli artt. 120 e 127 c.c., può essere, allora, superato aderendo ad una interpretazione evolutiva e di sistema che offra alla persona coniugata o in procinto di contrarre matrimonio gli strumenti per esercitare, direttamente o indirettamente, il diritto fondamentale di autodeterminarsi nella scelta consapevole di impugnare il matrimonio e, in via preventiva, di contrario in condizioni di piena libertà e senza condizionamenti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L'art. 428 cod. civ., che disciplina il regime di impugnazione degli atti negoziali compiuti da persona incapace di intendere e di volere, non si applica in ambito matrimoniale, il cui regime delle invalidità è disciplinato da norme speciali, le quali, nel bilanciamento tra il diritto personalissimo del soggetto di autodeterminarsi in ordine al matrimonio e l'interesse degli eredi a far valere l'incapacità del "de cuius" allo scopo di ottenere l'annullamento del suo matrimonio, assegnano preminenza, in modo non irragionevole, all'esigenza di tutela del primo e, quindi, della dignità di colui che, non interdetto, ha contratto matrimonio. Ne consegue la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 120 e 127 cod. civ., con riferimento all'art. 3 Cost., laddove esclude la legittimazione piena ed autonoma degli eredi ad impugnare direttamente il matrimonio contratto dal loro congiunto in stato di incapacità di intendere e di volere. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 30 giugno 2014, n.14794.




Persona tratta in arresto: condizioni che consentono la pubblicazione della foto giornalistica

Persona al momento dell’arresto – Fotografia – Pubblicazione giornalistica – Liceità – Condizioni

In materia di tutela dell’immagine, la pubblicazione su un quotidiano della foto di una persona in coincidenza cronologica con il suo arresto deve rispettare, ai fini della sua legittimità, non soltanto i limiti della essenzialità per illustrare il contenuto della notizia e del legittimo esercito del diritto di cronaca (fissati dalla Legge n. 675 del 1996, articoli 20 e 25, applicabile pro’ tempore alla fattispecie in esame e riprodotti nell’articolo 137 del codice della privacy) ma anche le particolari cautele imposte a tutela della dignità della persona ritratta dall’articolo 8, comma 1, del codice deontologico dei giornalisti, che costituisce fonte normativa integrativa; l’indagine sul rispetto dei suddetti limiti nella pubblicazione della foto va condotta con maggior rigore rispetto a quella relativa alla semplice pubblicazione della notizia, tenuto conto della particolare potenzialità lesiva della dignità della persona connessa alla enfatizzazione tipica dello strumento visivo, e della maggiore idoneità di esso ad una diffusione decontestualizzata e insuscettibile di controllo da parte della persona ritratta“. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 06 giugno 2014, n.12834.




Amministrazione di sostegno: l’interdizione ha ancora uno spazio applicativo

Amministrazione di Sostegno - Interdizione - Differenze

“L'amministrazione di sostegno ha la finalità di offrire a chi si trovi nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi uno strumento di assistenza efficace e flessibile: infatti il suo ambito di applicazione si distingue dall'interdizione e dall'inabilitazione non già per il grado (diverso e meno intenso) di infermità o impossibilità di attendere agli interessi del soggetto, ma per la maggiore idoneità dello strumento a venire incontro alle esigenze della persona bisognosa, sacrificandone nella minore misura possibile la capacità di agire”. In questa decisione, la Corte ha precisato che appartiene all'apprezzamento del giudice di merito la valutazione della conformità di tale misura alle suindicate esigenze, tenuto conto essenzialmente del tipo di attività che deve essere compiuta per conto del beneficiario e considerate anche la gravità e la durata della malattia, ovvero la natura e la durata dell'impedimento, nonché tutte le altre circostanze caratterizzanti la fattispecie” (v. Cass. n. 22332/2011). In particolare, l’interdizione è ammessa ove si tratti di governare un consistente patrimonio mobiliare e immobiliare di difficile gestione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 04 aprile 2014, n.7999.




Figlio nato dopo la morte del padre: si al risarcimento

Fatto illecito del terzo durante la gestazione della madre – Diritto al risarcimento del danno nato dopo la morte del padre – Ammissibilità – Sussiste.

Domanda di risarcimento dei danni «morali e materiali» – Inclusione del danno biologico – Sussiste – Presentazione in appello – Novità – Esclusione.

Anche il soggetto nato dopo la morte del padre naturale, verificatasi per fatto illecito di un terzo durante la gestazione, ha diritto nei confronti del responsabile al risarcimento del danno per la perdita del relativo rapporto e per i pregiudizi dì natura non patrimoniale e patrimoniale che gli siano derivati. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La domanda di risarcimento «dei danni morali e materiali» costituisce una domanda risarcitoria comprensiva di tutti i danni subiti. In tale situazione, è dunque inclusa la domanda di risarcimento del danno biologico che non può essere giudicata inammissibile in appello dove così specificata. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 10 marzo 2014, n.5509.




Requisiti per l’apertura dell’amministrazione di sostegno e nomina del terzo come amministratore: linee guida della Cassazione

Amministrazione di Sostegno – Requisiti – Requisito Oggettivo e requisito soggettivo.

Amministrazione di Sostegno – Nomina dell’amministratore di sostegno – Contrasto endofamiliare – Nomina di un terzo – Sussiste.

L'art. 404 cod. civ., introdotto dalla legge n. 6 del 2004, prevede che "la persona che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica, si trova nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, può essere assistita da un amministratore di sostegno, nominato dal giudice tutelare del luogo in cui questa ha la residenza o il domicilio". Tale misura protettiva si compone di un duplice accertamento rimesso al giudice del merito (Cass. 2006/13584; Cass. 2009/9628; Cass. 2010/4866; Cass. 2011/22332), il primo concernente la sussistenza di una infermità o di una menomazione fisica o psichica (requisito soggettivo) e il secondo riguardante l'incidenza di tali condizioni sulla capacità del soggetto di provvedere ai propri interessi (requisito oggettivo). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In tema di nomina dell’amministratore di sostegno, il clima di contrasto endofamiliare giustifica l'opzione per un terzo estraneo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 04 febbraio 2014, n.2364.




La persona beneficiaria può trasferirsi se nulla prevede al riguardo il decreto di nomina dell’amministratore di sostegno

Amministrazione di sostegno – Trasferimento della persona beneficiaria in altro luogo, senza autorizzazione del g.t. – Reato ex art. 650 c.p. – Non sussiste.

Amministrazione di sostegno – Interdizione – Differenze – Incapacità totale di provvedere ai propri interessi (artt. 404, 414 c.c.).

Provvedimenti dell’autorità dati per ragioni di giustizia – Reato ex art. 650 c.p. – Presupposti.

La persona beneficiaria, in assenza di espressa previsione contenuta nel decreto ex art. 404 c.c., conserva la facoltà di scegliere il luogo in cui vivere e dove trasferirsi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La persona beneficiaria non è considerata dal legislatore incapace di intendere e di volere, essendo estranea in linea di principio all'istituto dell'amministrazione di sostegno specifiche situazioni di infermità mentale che rendano la persona totalmente incapace di provvedere ai propri interessi, sì da porla in condizione di essere interdetta o inabilitata ai sensi degli artt. 414 e 415 c.c.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il reato contravvenzionale di cui all'art. 650 c.p. concernente l'inosservanza di provvedimenti dell'autorità "dati per ragioni di giustizia" può avere a presupposto solo provvedimenti oggettivamente amministrativi che, sebbene emanati per ragioni inerenti a finalità di giustizia in senso lato, hanno come contenuto un esercizio della potestà amministrativa destinata a produrre effetti nei rapporti esterni all'attività specifica e propria del giudice. Di tal che tra i provvedimenti considerati dalla fattispecie regolata dall'art. 650 c.p., avente peculiare natura residuale ("se il fatto non costituisce un più grave reato"), non ricadono quelli tipici della funzione giurisdizionale (sentenza, ordinanza, decreto) e certamente non quelli emessi dal giudice in sede civile. Per provvedimento dell'autorità, ai fini dell'art. 650 c.p., deve intendersi, infatti, ogni atto con cui l'autorità I imponga ad una o più persone determinate un particolare condotta, commissiva od I omissiva, dettata da contingenti ragioni a tutela di interessi collettivi (id est pubblici) afferenti a scopi di giustizia, sicurezza, ordine pubblico, igiene. In tale quadro normativo, in cui l'esercizio del potere dell'autorità (amministrativa) è destinato ad operare direttamente nei rapporti esterni all'attività propria del giudice, non possono venire in rilievo i provvedimenti giurisdizionali in senso stretto, cioè gli atti tipici del giudice (peri l'appunto sentenza, ordinanza, decreto), che non riguardano in via immediata un interesse di carattere generale ovvero, se anche lo riguardano, non attengono a quel substrato di ordine pubblico, inteso in senso lato e diffuso, che rappresenta l'oggetto, sia pure residuale, della tutela apprestata dall'art. 650 c.p.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione penale, 23 settembre 2013, n.39217.




Nell’amministrazione di sostegno, non ci sono parti necessarie (se non il beneficiario)

Amministrazione di sostegno – Procedimento unilaterale – Parti necessarie – Esclusione – Necessaria partecipazione esclusivamente del beneficiario – Litisconsorzio necessario con i parenti – Esclusione (artt. 713, 720-bis c.p.c.)

Nella procedura per la istituzione di un'amministrazione di sostegno, che consiste in un procedimento unilaterale, non esistono parti necessarie al di fuori del beneficiario dell'amministrazione, e non è, pertanto, configurabile una ipotesi di litisconsorzio necessario tra i soggetti partecipanti al giudizio innanzi al Tribunale. L'art. 713 cod.proc.civ., cui rinvia l'art. 720-bis dello stesso codice, espressamente limita la partecipazione necessaria al procedimento al ricorrente, al beneficiario dell'amministrazione di sostegno e alle altre persone, tra quelle indicate nel ricorso, le cui informazioni il giudice ritenga utili ai fini dei provvedimenti da adottare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 giugno 2013, n.14190.




L’amministrazione di sostegno segue il beneficiario che si trasferisce: competenza mobile del giudice tutelare

Amministrazione di Sostegno – Competenza territoriale – Sopravvenuto mutamento della residenza abituale del beneficiario – Trasferimento del procedimento presso il Giudice tutelare competente in ragione della nuova dimora del beneficiario – Sussiste – Prevalenza della residenza anagrafica – Esclusione.

Separazione dei coniugi – Revisione delle condizioni – Art. 710 c.p.c. – Competenza territoriale – Giudice di residenza del Minore.

In materia di volontaria giurisdizione rileva la competenza del giudice al momento in cui debbono essere adottati determinati provvedimenti sulla base di una serie di sopravvenienze. Fra le stesse non può non includersi lo stesso mutamento (da intendersi in senso effettivo, a prescindere dalle risultanze anagrafiche) di residenza o di domicilio del beneficiario, che evidentemente, cosi come costituisce il presupposto della competenza territoriale in relazione alla nomina dell'amministratore di sostegno, deve presiedere, sulla base delle circostanze sopravvenute, per quanto attiene ai provvedimenti successivi da adottarsi nell'ambito dell'amministrazione di sostegno. D'altra parte, nella convenzione dell'Aja del 13 gennaio 2000 per la protezione internazionale degli adulti “vulnerables” si fa riferimento al concetto di "residenza abituale", comunemente interpretato nel senso della necessita di individuare un foro maggiormente idoneo a tutelare l'interesse dell'adulto incapace. Ne assume rilievo il carattere unitario della procedura: la stessa ipotesi disciplinata dall'art. 343, comma 2, c.c. dimostra come una procedura già "aperta" sulla base della competenza sussistente al momento della domanda, possa essere trasferita in altro circondario. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In materia di revisione delle condizioni delle separazioni personali dei coniugi, assume rilievo, ai sensi del novellato art. 710 c.p.c., il luogo di residenza del minore per l’individuazione del giudice territorialmente competente. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 03 maggio 2013, n.10374.




Aleatorietà del contratto di mantenimento attuato mediante trasferimento di un immobile in cambio di impegno di assistenza

Contratto di mantenimento – Requisito della aleatorietà – Vita della persona che beneficia dell’assistenza – Sussiste.

Con il contratto di mantenimento, una parte (beneficiaria) trasferisce all’altra (contraente) un immobile ricevendo in cambio un preciso impegno di assistenza. Il requisito dell'aleatorietà è elemento essenziale del contratto di mantenimento che può sussistere in un patto in cui a fronte della necessità di assistenza in capo alla beneficiaria - già presente al momento della stipulazione del contratto di cessione dell’immobile - la durata delle prestazioni a carico della controparte sia sconosciuta (essendo legata alla durata della vita della beneficiaria). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. II, 11 aprile 2013, n.8905.




Minori soggetti a provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria, spese sostenute per le prestazioni di assistenza e sostegno gravanti sul Comune del domicilio di soccorso

Minori soggetti a provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria – Spese sostenute per le prestazioni di assistenza e sostegno – Oneri gravanti sul Comune in cui si individua il domicilio di soccorso – Sussiste.

In materia di obbligazione di rimborso per l’espletamento delle funzioni di assistenza in favore dei minori bisognosi di sostegno, essendo state attribuite ai Comuni le funzioni di assistenza in favore dei minori soggetti a provvedimenti dell'A.G. minorile (art. 118, comma 1, Cost. e artt. 22 - 25 del d.P.R. n.616 del 1977 cit.) - e dovendo ritenersi ancora in vigore, come legge dello Stato, la legge 17 luglio 1890 n.6972 sulle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficienza, e quindi il relativo art. 72, comma 1 n. 1, (modificato in un primo momento dall'art. 6, comma 1, del testo unico 14 settembre 1931 n.1175 e quindi dall'art. 5 della legge n.251 del 1954 cit.) – si deve ritenere gravato dei detti oneri il Comune nel quale si possa individuare il domicilio di soccorso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 dicembre 2012, n.22787.




Ricongiungimento familiare, condizioni ostative e minaccia alla pubblica sicurezza

Ricongiungimento familiare – Condizioni ostative – Minaccia alla pubblica sicurezza – Minaccia – Attuale e concreta – Necessità – Sussiste.

La situazione ostativa al ricongiungimento familiare non è equivalente a quelle che, con varie ma ricorrenti formule, adottano le disposizioni del dd.lggs. 30 del 2007 e 32 del 2008 facendo richiamo, quali clausole ostative al ricongiungimento, al rinnovo od al rilascio di permessi per ragioni di famiglia del familiare di cittadino comunitario o quali ragioni poste a fondamento dell’allontanamento del cittadino comunitario o del suo familiare (motivi imperativi di pubblica sicurezza o motivi di pubblica sicurezza); infatti, la portata della previsione ostativa va intesa come valutazione di esistenza di dati afferenti una attuale e concreta minaccia dello straniero alla sicurezza dello Stato: la valutazione, pertanto può anche prendere le mosse dalla gravità e natura della condanna riportata nel tempo (nel caso di specie: traffico di stupefacenti), che la rende certamente coerente con il pericolo per la sicurezza statale rappresentato dalla attitudine delinquenziale connessa alla indiscutibile appartenenza alla organizzazione dei traffici di stupefacenti, ma deve concludere per la totale inesistenza di elementi che integrino i requisiti di attualità e concretezza di quella passata minaccia. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 21 novembre 2012, n.20522.




“Diritto a non nascere se non sano”; nascita indesiderata e diritto del minore malformato al risarcimento

Omessa diagnosi di malformazione del feto – Conseguente nascita indesiderata – Lesione dell'autodeterminazione della gestante – Sussiste.

Omessa diagnosi di malformazione del feto – Conseguente nascita indesiderata – Lesione dell'autodeterminazione della gestante – Propagazione delle conseguenze dell'illecito anche ai fratelli e sorelle – Sussiste.

Nascituro – Diritto al risarcimento qualora il consenso informato circa il rischio di malformazioni prenatali sarebbe stato funzionale soltanto alla interruzione di gravidanza da parte della donna – Esclusione a partire da Cass. Civ. n. 14488/2004 confermata da Cass. Civ. 10741/2009 – Revirement – “Diritto a non nascere se non sano” come locuzione equivoca.

In tema di responsabilità del medico per omessa diagnosi di malformazioni del feto e conseguente nascita indesiderata, l'inadempimento del medico rileva in quanto impedisce alla donna di compiere la scelta di interrompere la gravidanza. Infatti la legge, in presenza di determinati presupposti, consente alla donna di evitare il pregiudizio che da quella condizione del figlio deriverebbe al proprio stato di salute e rende corrispondente a regolarità causale che la gestante interrompa la gravidanza se informata di gravi malformazioni del feto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’indagine sulla platea dei soggetti aventi diritto al risarcimento del danno in caso di nascita indesiderata, non può non essere estesa, oltre che al padre anche ai fratelli e alle sorelle del neonato, dei quali non può non presumersi l’attitudine a subire un serio danno non patrimoniale, anche a prescindere dagli eventuali risvolti e delle inevitabili esigenze assistenziali destinate ad insorgere, secondo l’id quod plerumque accidit, alla morte dei genitori. Danno intanto consistente, tra l’altro nella inevitabile, minor disponibilità dei genitori nei loro confronti, in ragione del maggior tempo necessariamente dedicato al figlio affetto da handicap, nonché nella diminuita possibilità di godere di un rapporto parentale con i genitori stessi costantemente caratterizzato da serenità e distensione; le quali appaiono invece non sempre compatibili con lo stato d’animo che ne informerà il quotidiano per la condizione del figlio meno fortunato; consci - entrambi i genitori - che il vivere una vita malformata è di per sé una condizione esistenziale di potenziale sofferenza, pur senza che questo incida affatto sull’orizzonte di incondizionata accoglienza dovuta ad ogni essere umano che si affaccia alla vita qual che sia la concreta situazione in cui si trova - principio cardine non di una sola, specifica morale, ma di una stessa ed universale Etica (e bioetica) della persona, caratterizzata dalla insostituibile centralità della coscienza individuale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Va riconosciuto al neonato/soggetto di diritto/giuridicamente capace (art. 1 c.c.) il diritto a chiedere il risarcimento dal momento in cui è nato. In caso di cd. nascita indesiderata, la domanda risarcitoria avanzata personalmente dal bambino malformato trova il suo fondamento negli artt. 2, 3, 29, 30 e 32 della Costituzione. Il vulnus lamentato da parte del minore malformato, difatti, non è la malformazione in sé considerata - non è, in altri termini, l’infermità intesa in senso naturalistico (o secondo i dettami della scienza medica), bensì lo stato funzionale di infermità, la condizione evolutiva della vita handicappata intese come proiezione dinamica dell’esistenza che non è semplice somma algebrica della vita e dell’handicap, ma sintesi di vita ed handicap, sintesi generatrice di una vita handicappata. Non è a discorrersi, pertanto, di non meritevolezza di una vita handicappata, ma una vita che merita di essere vissuta meno disagevolmente, attribuendo direttamente al soggetto che di tale condizione di disagio è personalmente portatore il dovuto importo risarcitorio, senza mediazioni di terzi, quand’anche fossero i genitori, ipoteticamente liberi di utilizzare il risarcimento a loro riconosciuto ai più disparati fini. Conseguentemente, risulta innegabile come l’esercizio del diritto al risarcimento da parte del minore in proprio non sia in alcun modo riconducibile ad un impersonale “non nascere”, ma si riconnetta, personalmente e soggettivamente, a quella singola, puntuale e irripetibile vicenda umana che riguarda quel determinato (e altrettanto irripetibile) soggetto che, invocando un risarcimento, fa istanza al giudice di piena attuazione del dettato costituzionale dianzi evocato, onde essere messo in condizione di poter vivere meno disagevolmente, anelando ad una meno incompleta realizzazione dei suoi diritti di individuo singolo e di parte sociale scolpiti nell’art. 2 della Costituzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 02 ottobre 2012, n.16754.




Esumazione della salma per motivi di giustizia e diritto soggettivo dei prossimi congiunti sul corpo della persona deceduta

Esumazione della salma per motivi di Giustizia – Regolamento di Polizia Mortuaria (D.P.R. 10.9.90, n. 285, art. 83) – Diritto dei congiunti sul corpo della persona defunta –  Necessità del loro consenso – Non sussiste.

Non è configurabile un diritto soggettivo dei prossimi congiunti sul corpo della persona deceduta, circostanza da cui discende l'insussistenza di un loro potere di disposizione su di esso. La disciplina positiva risulta orientata verso il duplice obiettivo della difesa del corpo delle persone decedute da inutili e gratuiti interventi mutilatori e della legittimazione delle eventuali iniziative dell'autorità giudiziaria poste in essere per motivi di giustizia. Ed invero il cadavere costituisce oggetto di espressa tutela nel vigente  codice penale nell'apposito capo relativo ai delitti contro la pietà dei defunti (artt. 407-411 c.p.), che mirano per l'appunto a tutelarne il rispetto sotto diversi aspetti, e cioè in relazione all'integrità delle tombe ed alle cose destinate al relativo culto, allo svolgimento del funerale, ad eventuali atti di vilipendio, alla distruzione, soppressione, sottrazione, occultamento o uso illegittimo di cadavere, e quindi in fattispecie del tutto diverse rispetto a quella oggetto di giudizio. Analogamente, il Regolamento di Polizia Mortuaria (D.P.R. 10.9.90, n. 285) prevede poi (art. 83) che le salme possono essere esumate prima del prescritto turno di rotazione per ordine dell'autorità giudiziaria, per indagini nell'interesse della giustizia (ovvero per trasportarle in altre  sepolture o per cremarle previa autorizzazione del sindaco), così come alla medesima autorità è conferita la facoltà di disporre esumazioni straordinarie per identiche finalità, e pertanto con riferimento all'avvertita necessità di assicurare gli accertamenti indispensabili per motivi di giustizia. In entrambi i casi contemplati dal citato Regolamento non è dunque richiesto il consenso dei familiari o degli eredi all'esumazione ed all'autopsia del cadavere del congiunto, consenso la cui necessità è anzi da ritenere  implicitamente esclusa dall'interpretazione complessiva della normativa vigente sopra richiamata. D'altro canto la facoltà di agire in giudizio a tutela di un proprio diritto è costituzionalmente  garantita (art. 24 Cost.), sicché una interpretazione della normativa vigente orientata in senso restrittivo rispetto al relativo esercizio si porrebbe in contrasto con il dettato costituzionale. Ciò tanto più ove si tratti di controversia avente ad oggetto l'accertamento di un diritto fondamentale, attinente allo status della parte che agisce in giudizio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 19 luglio 2012, n..




Revocazione e procura generale, autorizzazione del giudice tutelare

Tutela – Poteri del tutore – Azione di revocazione – Necessità dell'autorizzazione – Sussiste.

L'azione di revocazione rientra tra le azioni personali, quale rimedio posto a tutela di interessi di natura preminentemente morale. Un tale potere non pare poter rientrare tra quelli conferiti genericamente in forza di procura generale, mentre rientra sicuramente, ex art. 374, comma 1, n. 5, cod. civ., tra quelli del tutore, previa autorizzazione del giudice tutelare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 15 giugno 2012, n..




Omicidio commesso dal paziente dimesso dall'ospedale e responsabilità penale dei medici

Paziente dimesso dall'ospedale – Omicidio commesso dallo stesso – Responsabilità dei medici – Esclusione.

I medici aventi in cura il paziente non rispondono in sede penale, per omissione di atti d'ufficio (il non averlo trattenuto in ospedale) dove questi, una volta uscito dal nosocomio, commetta omicidio, là dove non sussistessero le condizioni per trattenere il paziente stesso in ricovero come, ad esempio, predisponendo un TSO. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale, 15 maggio 2012, n.18504.




Suicidio del degente in casa di cura per anziani e danno non patrimoniale extracontrattuale

Suicidio del degente in casa di cura per anziani – Azione risarcitoria del parente – Danno iure proprio – Responsabilità risarcitoria ex art. 2043 c.c. E non anche 1218 c.c. – Sussiste.

E’ pur vero che la più recente giurisprudenza della Suprema Corte ha definitivamente riconosciuto la risarcibilità del danno non patrimoniale anche in caso di inadempimento contrattuale. Tuttavia, ove un terzo chieda il risarcimento del danno non patrimoniale da sé stesso subito a causa dell’inadempimento della casa di cura nei confronti del paziente, l’ambito risarcitorio nel quale la domanda deve essere inquadrata è necessariamente di natura extracontrattuale, con conseguente onere per l’attore di provare il comportamento colposo della struttura. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 08 maggio 2012, n.6914.




Amministrazione di sostegno, mutamento di residenza del beneficiario e cambio della competenza

Amministrazione di Sostegno – Competenza territoriale – Sopravvenienze – Nuova residenza abituale effettiva del beneficiario – Cambio della competenza – Sussiste.

L’ipotesi del mutamento della residenza o del domicilio del beneficiario deve esaminarsi alla luce della natura contingente dei provvedimenti assunti dal giudice tutelare, normalmente adottati in base alla clausola “rebus sic stantibus” e quindi, come espressamente prevede l’art. 407, comma 4, c.c., suscettibili di modificazione o modifica, anche d’ufficio, in ogni tempo. Ne consegue che anche nell’ambito dell’esercizio di tali poteri il giudice tutelare deve, specialmente nei casi in cui si verifichino contrasti tra l’amministratore e il beneficiario, tenere conto dell’interesse, dei bisogni e delle richieste del secondo (artt. 410 e 411 c.c.): l’esigenza di interloquire con il beneficiario stesso verrebbe ad essere gravemente frustrata dalla sua permanenza in località estranea al circondario del Tribunale. Né rileva il principio della perpetuatio iurisdictionis: in materia di volontaria giurisdizione, rileva la competenza del giudice nel momento in cui debbono essere adottati determinati provvedimenti sulla base di una serie di sopravvenienze. Fra le stesse non può non includersi lo stesso mutamento (da intendersi in senso effettivo, a prescindere dalle risultanze anagrafiche) di residenza o domicilio del beneficiario, che evidentemente, così come costituisce il presupposto della competenza territoriale in relazione alla nomina di amministratore di sostegno, deve presiedere, sulla base delle circostanze sopravvenute, per quanto attiene ai provvedimenti successivi da adottarsi nell’ambito dell’amministrazione di sostegno. Né assume rilievo il carattere unitario della procedura: la stessa ipotesi disciplinata dall’art. 343, comma 2, c.c. dimostra come una procedura già “aperta” sulla base della competenza sussistente al momento della domanda, possa essere trasferita, senza che ciò implichi soluzione di continuità (come pure è stato sostenuto, postulandosi la revoca dell’amministrazione e l’apertura di un’altra fuori dalle ipotesi disciplinate dall’art. 413 c.c.) in altro circondario. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 07 maggio 2012, n.6880.




Ricongiungimento familiare e rilevanza dell'opinione del minore

Ricongiungimento familiare – Opinione del minore – Tramite un suo rappresentante – Rilevanza.

In materia di ricongiungimento del cittadino straniero al minore, la Convenzione di New York sul diritto del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata con L. n. 176 del 1991, all’art. 12, introduce l’obbligo di tener conto delle opinioni del minore in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo riguardi solo se si tratti di “fanciullo capace di discernimento” e “tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità” prevedendo, peraltro, che il minore possa essere ascoltato non solo direttamente, ma anche tramite di un rappresentante o di un organo appropriato, compatibilmente con le regole della legislazione nazionale”. Nella concreta fattispecie il parente di nazionalità italiana dello straniero espulso aveva, all’epoca, quattro anni e la volontà di mantenere la convivenza con il parente entro il quarto grado è stata espressa dal genitore del minore. Ciò è quanto basta (rapporto di parentela entro il quarto grado e convivenza volontaria con il parente) per ritenere sussistente il divieto di cui all’art. 19 n. 2 lett. C) T.U.I. (La Cassazione conferma la decisione assunta dalla Corte di Appello di Milano). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 03 maggio 2012, n.6694.




Diffusione sul web di un archivio storico delle notizie di cronaca giudiziaria e diritto all'oblio

Diffusione sul web di un archivio storico delle notizie di cronaca giudiziaria - Diritto all'oblio degli interessati - Necessaria tutela - Conseguenze - Obbligo dell'editore di informare contestualmente il lettore dell'esito della vicenda giudiziaria - Necessità

L'editore di un quotidiano che memorizzi nel proprio archivio storico della rete internet le notizie di cronaca, mettendole così a disposizione di un numero potenzialmente illimitato di persone, è tenuto ad evitare che, attraverso la diffusione di fatti anche remoti, possa essere leso il diritto all'oblio delle persone che vi furono coinvolte. Pertanto, quando vengano diffuse sul web notizie di cronaca giudiziaria, concernenti provvedimenti limitativi della libertà personale, l'editore è tenuto garantire contestualmente agli utenti un'informazione aggiornata sullo sviluppo della vicenda, a nulla rilevando che essa possa essere reperita "aliunde". (Nella specie, la società editrice di un noto quotidiano aveva messo "on line" il proprio archivio storico, nel quale era contenuta altresì la notizia dell'arresto, avvenuto venti anni prima, di un amministratore locale, poi assolto). Cassazione civile, sez. III, 05 aprile 2012, n.5525.




Immigrazione e contrasto con la direttiva comunitaria 115/2008 della disposizione interna che limita a cinque anni il divieto di ingresso

Straniero irregolare espulso – Rientro in Italia dopo cinque anni – Direttiva UE 115/2008 – Massimo periodo di espulsione in 5 anni – Legge italiana che prevede 10 anni – Disapplicazione.

In data 25 dicembre 2010 ha acquistato diretta efficacia nell'ordinamento interno italiano la Direttiva Comunitaria in materia di immigrazione n. 115/2008, per scadenza del termine di adeguamento. La Corte di Giustizia della Comunità Europea con la nota pronuncia 28 aprile 2011 nella causa El Dridi ha accertato, con l'autorità che le è propria in materia, l'incompatibilità del diritto interno italiano in materia di immigrazione con detta Direttiva. Tra le disposizioni di quest'ultima, qui interessa quella di cui all'art. 11, paragrafo 2, secondo cui “la durata del divieto di ingresso è determinata tenendo conto di tutte le circostanze pertinenti di ciascun caso e non supera i cinque anni". E' di tutta evidenza, allora, come si ponga in insanabile contrasto con !a vincolante Direttiva europea la normativa italiana di cui all'art. 13 D. L.vo 286/98 che pone il divieto di reingresso per dieci anni e, comunque, per un tempo non inferiore ai cinque anni. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione penale, 02 aprile 2012, n.12220.




Amministrazione di sostegno e interdizione, distinzione tra i due istituti in base alla idoneità dello strumento di adeguarsi alle esigenze del soggetto

Capacità della persona fisica - Capacità di agire - In genere - Limitazioni - Impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi - Amministrazione di sostegno - Ambito applicativo - Distinzione dagli altri istituti a tutela dell'incapace (interdizione e inabilitazione) - Individuazione - Valutazione del giudice del merito - Criteri.

L'amministrazione di sostegno - introdotta nell'ordinamento dall'art. 3 della legge 9 gennaio 2004, n. 6 - ha la finalità di offrire a chi si trovi nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi uno strumento di assistenza che ne sacrifichi nella minor misura possibile la capacità di agire, distinguendosi, con tale specifica funzione, dagli altri istituti a tutela degli incapaci, quali l'interdizione e l'inabilitazione, non soppressi, ma solo modificati dalla stessa legge attraverso la novellazione degli artt. 414 e 427 del codice civile. Rispetto ai predetti istituti, l'ambito di applicazione dell'amministrazione di sostegno va individuato con riguardo non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, ma piuttosto alla maggiore idoneità di tale strumento ad adeguarsi alle esigenze di detto soggetto, in relazione alla sua flessibilità ed alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa. Appartiene all'apprezzamento del giudice di merito la valutazione della conformità di tale misura alle suindicate esigenze, tenuto conto essenzialmente del tipo di attività che deve essere compiuta per conto del beneficiario e considerate anche la gravità e la durata della malattia, ovvero la natura e la durata dell'impedimento, nonchè tutte le altre circostanze caratterizzanti la fattispecie. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 ottobre 2011, n.22332.




Pagamento della retta di paziente di ex ospedale psichiatrico e giurisdizione

Giurisdizione – Controversia concernente il pagamento della quota alberghiera della retta di degenza per pazienti degli ex ospedali psichiatrici – Domanda nei confronti del paziente e della AUSL – Giurisdizione del Giudice ordinario.

La controversia, instaurata da una casa di cura convenzionata nei confronti di un paziente di un ex ospedale psichiatrico e della AUSL, avente ad oggetto il pagamento della quota alberghiera della retta di degenza in riferimento all'individuazione del soggetto obbligato e alla misura di tale obbligazione (sulla base di disposizioni regionali che pongono per l'intero o in parte la suddetta quota a carico dell'assistito rispetto a limiti reddituali), spetta alla giurisdizione del giudice ordinario, dovendosi escludere la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, ai sensi dell’art. 33 del d.lgs. n. 80 del 1998, atteso che vengono in questione una obbligazione di natura assistenziale che si ricollega a presupposti prefigurati dalla legge e non all'esercizio mediante provvedimenti discrezionali di poteri autoritativi dell'Amministrazione. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 luglio 2009, n.15377.




Rilascio del permesso di soggiorno e competenza del giudice ordinario

Straniero – Permesso di soggiorno per motivi umanitari – Diniego del Questore – Giurisdizione del Giudice ordinario.

Le S.U. hanno, per la prima volta affermato la giurisdizione del giudice ordinario su un provvedimento del Questore di diniego di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, richiesto ai sensi dell’art. 5, sesto comma del d.lgs n. 286 del 1998. La Corte, per affermare questo nuovo orientamento, ha valorizzato il mutato quadro normativo del regime giuridico del permesso per ragioni umanitarie, emergente dall’inserimento dell’art. 1 quater (ex art. 32 L. n. 189 del 2002) del d.l. n. 416 del 1989, convertito nella l. n. 39 del 1990, ai sensi del quale le Commissioni territoriali competenti a decidere delle domande di asilo devono, nei casi in cui non accolgano la domanda di protezione umanitaria, trasmettere gli atti al Questore per l’eventuale rilascio del permesso di soggiorno, quando ricorrano gravi motivi di carattere umanitario. Questa rilevante innovazione, entrata in vigore il 20 aprile 2005 e puntualmente confermata nella successiva normazione di derivazione comunitaria sulla protezione internazionale (art. 32 del d.lgs n. 25 del 2008 non derogato dal d.lgs n. 159 del 2008), ha radicalmente modificato, secondo l’interpretazione delle S.U., il rapporto tra attribuzioni della Commissione territoriale e poteri del Questore in quanto le Commissioni sono dotate di tutte le competenze valutative, di natura esclusivamente tecnica e non politico discrezionale in ordine alla pluralità di misure di protezione umanitaria previste dall’ordinamento (status di rifugiato, protezione sussidiaria e misure residuali e temporanee desumibili dall’art. 5, sesto comma del d.lgs n. 286 del 1998) mentre al Questore residua il compito di dare attuazione a tali deliberazioni senza alcun margine di autonoma valutazione sulla condizione “umanitaria” dello straniero. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 maggio 2009, n.11535.




Interdetto e danno da eccessiva durata del processo

Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – Processo equo – Termine ragionevole – In genere – Interdetto parte del processo – Danno non patrimoniale – Diritto all'indennizzo – Sussistenza – Fondamento.

In tema di equa riparazione, ai sensi dell'art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89, il danno non patrimoniale è una conseguenza che, secondo l'"id quod plerumque accidit", si accompagna alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, e il risarcimento di tale pregiudizio spetta pure all'interdetto che di esso sia stato parte, perché, a prescindere da ogni riferimento al dolore emozionale, il danno "de quo", nella specie, è destinato in ogni caso a rilevare, e ad essere pertanto risarcito, nella sua componente oggettiva, di offesa per la lesione del diritto ad un procedimento giurisdizionale che si svolga nei tempi ragionevoli, prescritti dalla Costituzione e dalla CEDU, a causa della conseguente perdita dei vantaggi personali conseguibili da una sollecita risposta del servizio giustizia. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione civile, sez. I, 06 maggio 2009, n.10412.





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