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Persone e Misure di Protezione
Tutte le decisioni di merito


Silenzio-inadempimento della Prefettura alla richiesta di accoglienza per richiedenti protezione internazionale e condanna a provvedere

Protezione internazionale – Misure di accoglienza – Obbligo della p.a. di provvedere dinanzi all’istanza di accesso alle misure di accoglienza del richiedente protezione internazionale – Termine di conclusione del procedimento ordinario – Silenzio-inadempimento della p.a.

La p.a. ha il dovere di concludere il procedimento iniziato a seguito dell’istanza di accesso alle misure di accoglienza del richiedente protezione internazionale, mediante un provvedimento espresso, entro il termine ordinario di conclusione del procedimento di trenta 30 giorni dalla presentazione dell’istanza. (Maria Ester Bonafé) (riproduzione riservata) T.A.R. Milano 23 dicembre 2019.




Risarcimento del danno per il ritardo nel promuovere l’azione di riconoscimento della paternità naturale

Dichiarazione giudiziale di paternità naturale – Risarcimento del danno endofamiliare – Concorso di colpa del figlio ultramaggiorenne – Sussistenza – Criterio di liquidazione – Equità – Metà del minimo assegno di mantenimento mensile

Il ritardo del figlio nel promuovere l’azione di riconoscimento della paternità naturale non può andare a detrimento del padre incrementando sine die l’importo del risarcimento endofamiliare, nei casi in cui l’azione sia concretamente esperibile e non venga esperita.

Il risarcimento del danno deve, in ogni caso, essere parametrato ad un arco temporale in cui può, plausibilmente e secondo l’id quod plerumque accidit, essersi in concreto avvertito il vuoto affettivo-consolatorio dovuto alla mancanza del padre, cioè verosimilmente fino alla maggiore età.

La misura del risarcimento endofamiliare di questo tipo non può che essere stabilita in via equitativa, facendo riferimento al parametro della metà dell’assegno minimo mensile di mantenimento per un figlio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Vicenza 24 ottobre 2019.




Ordine, in via d’urgenza, di iscrizione nel registro anagrafico della popolazione residente del titolare di un permesso di soggiorno

Controversie in materia di iscrizione anagrafica – Giurisdizione del G.O.

Sezioni specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea – Competenza – Concetto di “cause e i procedimenti che presentano ragioni di connessione”

Le controversie in materia di iscrizione e cancellazione nei registri anagrafici della popolazione coinvolgono situazioni di diritto soggettivo, e non di mero interesse legittimo, attesa la natura vincolata dell'attività amministrativa ad essa inerente, con la conseguenza che la cognizione delle stesse è devoluta alla giurisdizione del giudice ordinario.

L’art. 3, comma 3, del d.l. n. 13/2017, che devolve alla competenza delle sezioni specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea “le cause e i procedimenti che presentano ragioni di connessione con quelli di cui ai commi 1 e 2” fa riferimento al concetto di “connessione” evincibile dalla Sezione IV, Capo I, Titolo I del codice di procedura civile; essa, pertanto, va interpretata come norma regolatrice dei rapporti tra una causa principale, di competenza della sezione specializzata e una diversa e distinta, connessa alla prima, attratta alla competenza della medesima sezione.

La domanda con la quale il titolare di un permesso di soggiorno per richiesta di asilo chiede sia in via d’urgenza ordinato al Comune l’iscrizione al registro anagrafico della popolazione residente esula dalla competenza delle sezioni specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia 04 ottobre 2019.




Nomina di amministratore di sostegno a persona di cittadinanza straniera: giurisdizione e legge applicabile

Amministrazione di sostegno – Nomina di un amministratore provvisorio – Beneficiario straniero – Presenza in Italia dello stesso – Giurisdizione – Sussistenza – Applicabilità della legge italiana quanto all’adozione di misure provvisorie ed urgenti

Amministrazione di sostegno – Nomina di un amministratore definitivo – Beneficiario straniero – Residenza in Italia dello stesso – Giurisdizione – Sussistenza

Amministrazione di sostegno – Nomina di un amministratore definitivo – Beneficiario straniero – Legge applicabile – Richiamo della legge macedone quale legge nazionale del beneficiario – Norme di diritto internazionale privato macedoni richiamanti a loro volta la legge italiana (c.d. rinvio indietro) – Rilevanza – Applicazione della legge italiana

Sussiste la giurisdizione italiana ai sensi dell’art. 44 comma 1 della legge 31 maggio 1995 n. 218 in relazione alla nomina di un amministratore di sostegno provvisorio a una maggiorenne di cittadinanza macedone quando quest’ultima sia presente, o a maggior ragione residente, in Italia. L’adozione di misure provvisorie ed urgenti come quella in questione soggiace alla legge italiana ai sensi dell’art. 43, secondo periodo, della stessa legge n. 218/1995.

Rispetto all’adozione di misure non provvisorie né urgenti volte alla protezione di una maggiorenne di cittadinanza macedone residente in Italia, quale la nomina di un amministratore sostegno definitivo, la giurisdizione italiana sussiste tanto ai sensi dell’art. 9 della legge n. 218/1995 quanto ai sensi dell’art. 3 della medesima legge, giacché la residenza in Italia della persona da proteggere costituisce titolo di giurisdizione ai sensi dell’una come dell’altra norma, onde non è necessario stabilire se la nomina di detto amministratore rientri nell’ambito della giurisdizione volontaria o in quello della giurisdizione di cognizione.

Ai sensi degli articoli 43, primo periodo, e 13 comma 1 lett. b della legge n. 218/1995, la protezione di una maggiorenne di cittadinanza macedone è regolata dalla legge italiana poiché, se è vero che la prima delle due disposizioni richiama la legge macedone in quanto legge nazionale della persona di cui trattasi, la seconda disposizione prescrive che si tenga conto del rinvio operato dal diritto internazionale privato macedone a favore del diritto italiano. A quest’ultimo riguardo, l’art. 17 della legge macedone di diritto internazionale privato del 2007, che sottopone la protezione dei maggiorenni alla legge nazionale dell’interessato, soggiace alla clausola di eccezione generale di cui all’art. 3 di detta legge; clausola, questa, che – anche alla luce degli interessi materiali sottesi al caso – va interpretata come richiamante nella fattispecie la legge italiana, giacché l’interessata risiede in Italia ed ivi riceve, ad opera del figlio, egualmente residente in Italia, le cure di cui ha bisogno. (Pietro Franzina) (riproduzione riservata)
Tribunale Belluno 01 agosto 2019.




Amministrazione di sostegno e DAT

Amministrazione di sostegno – DAT – Chiarimenti

L’esegesi dell’art. 3, commi 4 e 5, della legge n. 219 del 2017, tenuto conto dei principi che conformano l’amministrazione di sostegno, porta a negare che il conferimento della rappresentanza esclusiva in ambito sanitario rechi con sé, anche e necessariamente, il potere di rifiutare i trattamenti sanitari necessari al mantenimento in vita. Le norme censurate si limitano a disciplinare il caso in cui l’amministratore di sostegno abbia ricevuto anche tale potere: spetta al giudice tutelare, tuttavia, attribuirglielo in occasione della nomina – laddove in concreto già ne ricorra l’esigenza, perché le condizioni di salute del beneficiario sono tali da rendere necessaria una decisione sul prestare o no il consenso a trattamenti sanitari di sostegno vitale – o successivamente, allorché il decorso della patologia del beneficiario specificamente lo richieda. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 13 giugno 2019.




Respingimento o espulsione verso il paese di origine non sono possibili se violati diritti fondamentali

Rinvio pregiudiziale – Spazio di libertà, sicurezza e giustizia – Politica d’asilo – Protezione internazionale – Direttiva 2011/95/UE – Status di rifugiato – Articolo 14, paragrafi da 4 a 6 – Rifiuto del riconoscimento o revoca dello status di rifugiato in caso di pericolo per la sicurezza o per la comunità dello Stato membro ospitante – Validità – Articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articolo 78, paragrafo 1, TFUE – Articolo 6, paragrafo 3, TUE – Convenzione di Ginevra

In applicazione della Convenzione di Ginevra, le persone che rientrino in una delle ipotesi descritte dall’articolo 14, paragrafi 4 e 5, della direttiva 2011/95 possono essere colpite, in forza dell’articolo 33, paragrafo 2, di detta convenzione, da una misura di respingimento o di espulsione verso il loro paese di origine, e ciò persino quando la loro vita o la loro libertà siano ivi minacciate, persone del genere non possono viceversa costituire oggetto, in forza dell’articolo 21, paragrafo 2, di detta direttiva, di un respingimento qualora quest’ultimo faccia loro correre il rischio che siano violati i loro diritti fondamentali sanciti dall’articolo 4 e dall’articolo 19, paragrafo 2, della Carta. Certamente, queste persone possono costituire oggetto, nello Stato membro interessato, di una decisione di revoca dello status di rifugiato, ai sensi dell’articolo 2, lettera e), della direttiva 2011/95, o di una decisione di rifiuto di concessione di tale status, ma l’adozione di decisioni siffatte non può incidere sulla loro qualità di rifugiato quando esse soddisfano le condizioni materiali richieste per essere considerati rifugiati, ai sensi dell’articolo 2, lettera d), di detta direttiva, letto in combinato disposto con le norme di cui al capo III di quest’ultima e, quindi, di cui all’articolo 1, sezione A, della Convenzione di Ginevra.

Dall’esame dell’articolo 14, paragrafi da 4 a 6, della direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta, non risultano elementi tali da incidere sulla validità delle menzionate disposizioni alla luce dell’articolo 78, paragrafo 1, TFUE e dell’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 14 maggio 2019.




Il beneficiario dell’amministrazione di sostegno conserva la capacità di donare, se non esclusa dal giudice tutelare

Donazione – Amministrazione di sostegno – Beneficiario – Applicabilità del divieto ex art. 774 c.c. – Esclusione

Il beneficiario di amministrazione di sostegno conserva la sua capacità di donare, salvo che il giudice tutelare, anche d’ufficio, ritenga di limitarla – nel provvedimento di apertura dell’amministrazione di sostegno o in occasione di una sua successiva revisione – tramite l’estensione, con esplicita clausola ai sensi dell’art. 411, quarto comma, primo periodo, cod. civ., del divieto previsto per l’interdetto e l’inabilitato dall’art. 774, primo comma, primo periodo, cod. civ. In particolare, alla luce degli artt. 2 e 3 della Costituzione, deve escludersi che la persona beneficiaria di amministrazione di sostegno possa essere privata della capacità di donare fuori dai casi espressamente stabiliti dal giudice tutelare ai sensi dell’art. 411, quarto comma, primo periodo, cod. civ, restando tale capacità integra in mancanza di diversa espressa indicazione. Si tratta di un approdo, tra l’altro, che la stessa giurisprudenza di legittimità ha esplicitamente raggiunto, pronunciandosi per la prima volta sul tema dei rapporti tra contratto di donazione e amministrazione di sostegno (Corte di cassazione, sezione prima civile, ordinanza 21 maggio 2018, n. 12460) ed affermando che il giudice tutelare potrebbe d’ufficio escludere la capacità di donare solo «in presenza di situazioni di eccezionale gravità, tali da indurre a ritenere che il processo di formazione e manifestazione della volontà possa andare incontro a turbamenti per l’incidenza di fattori endogeni o di agenti esterni». (Dalla motivazione. L’art. 774, primo comma, primo periodo, cod. civ. stabilisce che «[n]on possono fare donazione coloro che non hanno la piena capacità di disporre dei propri beni». Tale divieto di donare è sempre stato inteso come rivolto in modo esclusivo agli interdetti, agli inabilitati e ai minori di età. Inoltre, il codice civile consente al donante, ai suoi eredi o aventi causa di proporre l’azione di annullamento qualora la donazione sia disposta «da persona che, sebbene non interdetta, si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace d’intendere o di volere al momento in cui la donazione è stata fatta» (art. 775, primo comma, cod. civ.). Quando il legislatore, con la legge 9 gennaio 2004, n. 6 ha introdotto, nel corpo del codice civile, accanto ai tradizionali istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione, l’innovativo istituto della amministrazione di sostegno, a vantaggio della «persona che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica, si trova nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi» (art. 404 cod. civ.), sono sorte alcune difficoltà di coordinamento con la preesistente disciplina codicistica. La disciplina dell’amministrazione di sostegno, in particolare, non contiene alcuna espressa previsione di raccordo con le disposizioni in materia di atti personalissimi quali la donazione, il testamento e il matrimonio, atti dei quali invece le norme dello stesso codice civile relative a minori, interdetti e inabilitati si occupano con previsioni variamente limitative. Il silenzio del legislatore non ha impedito che in sede giurisprudenziale si chiarissero i rapporti intercorrenti tra l’amministrazione di sostegno e i coesistenti istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione. In particolare, le differenze tra le originarie previsioni codicistiche e la nuova misura si sono rivelate subito talmente profonde da impedire l’estensione analogica all’amministrazione di sostegno delle disposizioni codicistiche riguardanti l’interdizione e l’inabilitazione. Per quanto qui interessa, va ricordato che il provvedimento di nomina dell’amministratore di sostegno, diversamente dal provvedimento di interdizione e di inabilitazione, non determina uno status di incapacità della persona: al contrario, l’amministrazione di sostegno si presenta come uno strumento volto a proteggere senza mortificare la persona affetta da una disabilità, che può essere di qualunque tipo e gravità (Corte di cassazione, sezione prima civile, sentenza 27 settembre 2017, n. 22602). La normativa che la regola consente al giudice di adeguare la misura alla situazione concreta della persona e di variarla nel tempo, in modo tale da assicurare all’amministrato la massima tutela possibile a fronte del minor sacrificio della sua capacità di autodeterminazione). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 10 maggio 2019.




Ricongiungimento familiare anche per i conviventi di fatto, alla luce della legge 76 del 2016

Amministrazione pubblica – Arma dei carabinieri – Ricongiungimento familiare – In caso di convivenza di fatto – Diritto – Sussiste

L’ordinamento giuridico italiano ha conosciuto una progressiva evoluzione del concetto di famiglia, oggi comprensivo anche delle unioni di fatto tra individui (anche dello stesso sesso), cui ha fatto da eco una progressiva e conseguente valorizzazione della convivenza stabile quale fonte di effetti giuridici rilevanti. Tale evoluzione, a livello di produzione normativa, è culminata nella legge 20 maggio 2016 n. 76. Questa normativa, recependo in alcuni casi le sollecitazioni della giurisprudenza, equipara il convivente more uxorio al coniuge sotto molteplici profili (per esempio, quanto all’assistenza ospedaliera, ai poteri di rappresentanza conferibili in caso di malattia e incapacità di intendere e di volere, in ordine al subentro nel contratto di locazione della casa di residenza intestato al convivente deceduto). Questa equiparazione deve ritenersi sussistente anche nel caso del ricongiungimento familiare, istituto diretto a rendere effettivo il diritto all'unità della famiglia: tale diritto si esprime nella garanzia della convivenza del nucleo familiare e, pur nel silenzio della legge n. 76/2016, può essere invocato non solo dai coniugi e dai soggetti uniti civilmente, ma anche dai conviventi di fatto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) T.A.R. Reggio Calabria 10 maggio 2019.




Il richiedente asilo regolarmente soggiornante non ha automatico diritto alla residenza

Condizione dello straniero – Richiedente asilo regolarmente soggiornante – Diritto all’automatica iscrizione anagrafica nel registro dei residenti – Esclusione

Il permesso di soggiorno rilasciato al richiedente asilo costituisce documento d'identità ma non dà titolo di per sé alla iscrizione anagrafica automaticamente basata sulla sola domanda di protezione e inserimento nella struttura di accoglienza.

Lo straniero regolarmente soggiornante ha il diritto soggettivo alla iscrizione anagrafica a parità di condizioni col cittadino. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Bologna 02 maggio 2019.




Vanno sempre garantiti i finanziamenti per l’assistenza agli alunni con disabilità

Finanziamenti pubblici – Fondo regionale per l’assistenza agli alunni con disabilità – Natura fondamentale del diritto all’istruzione delle persone con disabilità e l’effettiva fruibilità di questo diritto

Il finanziamento pluriennale del fondo regionale per l’assistenza agli alunni con disabilità deve essere sempre garantito dallo Stato perché strumentale all’erogazione di servizi che attengono al nucleo essenziale dei loro diritti. Lo ha affermato la Corte costituzionale con la sentenza n. 83 depositata oggi (relatrice Marta Cartabia) in cui sono stati ribaditi due principi cruciali: la natura fondamentale del diritto all’istruzione delle persone con disabilità e l’effettiva fruibilità di questo diritto. In virtù di questi principi, l’erogazione dei servizi a loro destinati deve essere sempre assicurata e finanziata e non può dipendere da scelte discrezionali del legislatore. Per questa ragione, la Corte ha chiarito che è doveroso assicurare a questo tipo di stanziamento un orizzonte temporale pluriennale, come peraltro ha fatto l’articolo 1, comma 561, della legge di Bilancio per il 2019, per consentire alle Regioni una stabile programmazione dei relativi servizi in coerenza con la rilevanza dei valori costituzionali in gioco. Nel caso di specie, tuttavia, la Corte ha dichiarato infondata la questione sollevata dalla Regione Veneto con riferimento all’articolo 1, comma 70, della legge n. 205 del 2017 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020) che prevedeva lo stanziamento per un solo anno, in considerazione della complessa fase di passaggio dalle Province alle Regioni delle funzioni relative agli alunni con disabilità e, comunque, a fronte della garanzia di una copertura finanziaria certa e quantificata per l’anno di riferimento.

La corte Costituzionale
1) dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 70, della legge 27 dicembre 2017, n. 205 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020), promossa, in riferimento all’art. 119 della Costituzione, dalla Regione Veneto, con il ricorso indicato in epigrafe;
2) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 70, della legge n. 205 del 2017 promosse, in riferimento agli artt. 38, terzo e quarto comma, 97, 117, terzo e quarto comma, 118 e 119, quarto comma, Cost., dalla Regione Veneto, con il ricorso indicato in epigrafe;
3) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 679, 682 e 683, della legge n. 205 del 2017, promosse, in riferimento agli artt. 3, 5, 32, 81, 97, 117, terzo e quarto comma, 118 primo comma, 119 e 120 Cost., dalla Regione Veneto, con il ricorso indicato in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 febbraio 2019. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 11 aprile 2019.




La Corte di Giustizia si pronuncia sulla Kafala

Diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri – Direttiva 2004/38/CE – Familiari del cittadino dell’Unione – Nozione di “discendente diretto” – Minore sotto tutela legale permanente in virtù del regime della kafala (accoglienza legale) algerina

La nozione di 'discendente diretto' di un cittadino dell’Unione contenuta all’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE, deve essere interpretata nel senso che essa non ricomprende un minore posto sotto la tutela legale permanente di un cittadino dell’Unione a titolo della kafala algerina, in quanto tale sottoposizione non crea alcun legame di filiazione tra di loro. È tuttavia compito delle autorità nazionali competenti agevolare l’ingresso e il soggiorno di un minore siffatto in quanto altro familiare di un cittadino dell’Unione, conformemente all’articolo 3, paragrafo 2, lettera a), di tale direttiva, letto alla luce dell’articolo 7 e dell’articolo 24, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, procedendo ad una valutazione equilibrata e ragionevole di tutte le circostanze attuali e pertinenti del caso di specie, che tenga conto dei diversi interessi presenti e, in particolare, dell’interesse superiore del minore in questione. Nell’ipotesi in cui, in esito a tale valutazione, fosse stabilito che il minore e il suo tutore, cittadino dell’Unione, sono destinati a condurre una vita familiare effettiva e che tale minore dipende dal suo tutore, i requisiti connessi al diritto fondamentale al rispetto della vita familiare, considerati congiuntamente all’obbligo di tener conto dell’interesse superiore del minore, esigono, in linea di principio, che sia concesso al suddetto minore un diritto di ingresso e di soggiorno al fine di consentirgli di vivere con il suo tutore nello Stato membro ospitante di quest’ultimo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 26 marzo 2019.




Nomina e sostituzione del tutore provvisorio

Interdizione - Intervento del Tutore provvisorio nel giudizio di interdizione - Inammissibilità

Interdizione - Rimozione del Tutore provvisorio - Competenza

Interdizione - Parti necessarie del giudizio di interdizione - Processo notificatorio - Termini

Nel giudizio di interdizione è inammissibile l’intervento del Tutore provvisorio rimosso dal Giudice tutelare in quanto il regime di prorogatio ex lege, indicato chiaramente dal Giudice Tutelare, sussiste solo per non lasciare sprovvisto di tutela l’interdicendo per il tempo occorrente per la nomina di un nuovo tutore provvisorio e non di certo per conferire, al tutore rimosso, una legittimazione processuale attiva ad intervenire nel presente procedimento iure proprio. (Pasquale Coppola) (Francesco Mandara) (riproduzione riservata)

Il Giudice Istruttore del giudizio di interdizione non è competente né è tenuto a pronunciarsi sulle ragioni di merito che hanno portato alla rimozione del tutore provvisorio atteso che la disposizione di cui all’art. 384 c.c. indica chiaramente il Giudice Tutelare quale Ufficio deputato a valutare il comportamento del tutore (e conseguentemente anche del tutore provvisorio che, per ovvie ragioni e per l’incarico che riveste, ha pari dignità processuale rispetto a quello definitivo).

Questi, infatti, previo giuramento e formalizzazione della nomina, si interfaccia, nell’adempimento dei propri doveri d’ufficio, principalmente, se non esclusivamente, con il Giudice tutelare, il quale ha, pertanto gli strumenti conoscitivi per valutarne l’operato ex art. 384 c.c.

Il Giudice istruttore del procedimento di interdizione, invece, è deputato unicamente ad istruire la domanda di interdizione sino alla pronuncia definitiva, onde la disposizione di cui all’art. 717 c. II c.p.c. – laddove si parla di revoca, anche d’ufficio – può essere semmai invocata in relazione a tutte le ipotesi in cui vengano meno, ex post, i fatti costitutivi posti alla base della domanda di interdizione (sostanzialmente, l’incapacità di provvedere ed attendere ai propri interessi), nel corso del procedimento di interdizione.

In buona sostanza, come la nomina ex art. 717 c. I c.p.c. partecipa del presupposto della presunta incapacità dell’interdicendo, che diviene definitiva solo in seguito alla delibazione collegiale e che richiede di intervenire prontamente per nominare un soggetto che lo rappresenti negli atti giuridici e di vita quotidiana sino alla sentenza definitiva (non potendo, il corso del tempo necessario per la per la pronuncia definitiva, andare a suo detrimento) così, parimenti, ove nel corso delle attività processuali si constati il venir meno dei fatti costitutivi che ne giustificarono la nomina, si potrà procedere alla revoca, con riespansione piena e perfetta della capacità d’agire dell’interdicendo.
In tal senso, pertanto, si potrà, propriamente, parlare di “revoca” ex art. 717 c. II c.p.c. (Pasquale Coppola) (Francesco Mandara) (riproduzione riservata)

I parenti entro il quarto grado ed agli affini dell’interdicendo entro il secondo grado non sono parti necessarie del giudizio di interdizione ed il termine di notifica del ricorso a tali soggetti ha carattere ordinatorio.

I parenti entro il quarto grado e gli affini entro il secondo non sono contraddittori necessari nel procedimento di interdizione – come più volte sottolineato anche dalla giurisprudenza di legittimità, oltre che di merito – e d’altronde non può pretendersi che il ricorrente, in questo caso coincidente con l’Ufficio del Pubblico Ministero, debba procedere ad una minuziosa e dettagliata loro ricerca sino al grado previsto dalla legge e, per l’effetto, pensare che l’omessa notificazione ad uno di costoro o, la tardiva notificazione oltre il termine dato dal Giudice, possa invalidare l’intero processo notificatorio.

Se si muove dal pacifico presupposto della loro non necessarietà della partecipazione al giudizio di interdizione, risulta evidente, in primo luogo, la non applicazione della disposizione di cui all’art. 102 c.p.c., la quale impone al Giudice di integrare il contraddittorio d’ufficio, senza, pertanto, che vi sia una richiesta in tal senso dalle parti; in secondo luogo, l’interesse a sollevare siffatta eccezione non potrà che essere solo delle parti omesse (oltretutto, nel caso di specie, solamente una), o nei confronti delle quali, eventualmente, il ricorso sia stato notificato oltre i termini stabiliti e purché le stesse dimostrino di aver subito un concreto pregiudizio nell’esercizio del loro facoltà di intervenire nel presente procedimento.

Inolre, ai sensi dell’art. 153 c.p.c., i termini previsti dalla legge sono definiti come ordinatori, salvo che la legge li qualifichi espressamente come perentori. A tale riguardo, infatti, nel caso di specie non sussiste alcuna perentorietà espressamente stabilita dalla legge, atteso come l’art. 713 c. II c.p.c. nulla dispone in tal senso e, conseguentemente, il termine concesso per la notifica ai parenti entro il quarto grado ed agli affini deve necessariamente intendersi come ordinatorio. (Pasquale Coppola) (Francesco Mandara) (riproduzione riservata)
Tribunale Nocera Inferiore 08 marzo 2019.




La CEDU sanziona l’Italia che ha aver inflitto la pena del carcere per la diffamazione a mezzo stampa (caso Sallusti)

 

(c) “Necessary in a democratic society”

(i) General principles

51. The general principles concerning the necessity of an interference with freedom of expression are summarised in the cases of Morice v. France [GC], no. 29369/10, §§ 124-139, ECHR 2015 and Belpietro (cited above, §§ 47-54).

52. In particular, the Court points out that the test of “necessity in a democratic society” requires it to determine whether the interference complained of corresponded to a “pressing social need”, whether the reasons adduced by the national authorities to justify the interference were “relevant and sufficient” and whether the sanction imposed was “proportionate to the legitimate aim pursued” (see Belpietro, cited above, §§ 49-50).

(ii) Application of the above principles to the present case

53. In the instant case the national courts found that the content of the articles had led to misinformation of the public, having given false information despite the clarifications disseminated the day prior to their publication. In addition, in the courts’ view, the applicant had seriously tarnished G.C.’s honour and his right to privacy, as well as that of all those involved.

54. The Court sees no reason to depart from the above findings.

55. In particular, it cannot consider arbitrary or manifestly erroneous the assessment carried out by the national authorities, according to which the articles published by the applicant had attributed behaviour to G.C. involving a misuse of his official powers. Moreover, the Court observes that the case involved a minor and also contained defamatory statements against the parents and the doctors.

56. In addition, the Court agrees with the Government that the applicant failed to observe the ethics of journalism by reporting information without first checking its veracity.

57. Furthermore, the Court points out, as it has previously held (see Belpietro, cited above, §§ 58-59), that the head of a newspaper cannot be exempted from his duty to exercise control over the articles published therein and bears responsibility for their content.

58. In the light of the foregoing considerations, and having regard to the margin of appreciation left to the Contracting States in such matters, the Court finds that the domestic authorities were entitled to consider it necessary to restrict the exercise of the applicant’s right to freedom of expression and that his conviction for defamation and omesso controllo accordingly met a “pressing social need”. What remains to be determined is whether the interference at issue was proportionate to the legitimate aim pursued, in view of the sanctions imposed.

59. Although sentencing is in principle a matter for the national courts, the Court considers the imposition of a custodial sentence for a media-related offence, albeit suspended, compatible with journalists’ freedom of expression as guaranteed by Article 10 of the Convention can only be in exceptional circumstances, notably where other fundamental rights have been seriously impaired, as, for example, in the case of hate speech or incitement to violence (see, Cumpănă and Mazăre v. Romania, [GC], no. 33348/96, § 115, ECHR 2004-XI). In this connection, the Court notes the recent legislative initiatives by the Italian authorities aimed, in line with the recent rulings of the Court against Italy, at limiting the use of criminal sanctions for defamation, and introducing, as a notable positive step, the removal of imprisonment as a sanction for defamation (see paragraph 29).

60. In the present case, unlike in Belpietro and Ricci (Ricci v. Italy, no. 30210/06, §§ 59-61, 8 October 2013), the applicant, in addition to being ordered to pay compensation to the magistrate concerned, actually spent twenty-one days under house arrest before the intervention of the President of the Italian Republic (see paragraphs 21-24 above).

61. In this connection, it may be relevant to note that in two similar cases (see Belpietro, cited above, §§ 61-63, and Ricci, cited above, §§ 59-61) the imposition of a custodial sentence (although suspended) led the Court to find a violation of Article 10. In particular, in Belpietro, the applicant, the then editor-in-chief of the newspaper Il Giornale, had been accused of defamation for omitting to exercise the necessary control over an article published by another person in the newspaper. On that occasion the Court held that a prison sentence could only be justified if there were exceptional circumstances, that not being the case since it concerned a lack of control in connection with defamation.

62. The Court considers that, in the circumstances of the instant case, there was no justification for the imposition of a prison sentence. Such a sanction, by its very nature, will inevitably have a chilling effect (see, mutatis mutandis, Kapsis and Danikas v. Greece, no. 52137/12, § 40, 19 January 2017). The fact that the applicant’s prison sentence was suspended does not alter that conclusion, considering that the individual commutation of a prison sentence into a fine is a measure subject to the discretionary power of the President of the Italian Republic. Furthermore, while such an act of clemency dispenses convicted persons from having to serve their sentence, it does not expunge their conviction (see paragraph 26 above; see also Cumpănă and Mazăre v. Romania, cited above, § 116, and Marchenko v. Ukraine, no. 4063/04, § 52, 19 February 2009).

63. The foregoing considerations are sufficient to enable the Court to conclude that the criminal sanction imposed on the applicant was manifestly disproportionate in its nature and severity to the legitimate aim invoked.

64. The Court concludes that the domestic courts in the instant case went beyond what would have amounted to a “necessary” restriction on the applicant’s freedom of expression. The interference was thus not “necessary in a democratic society”.

65. Accordingly, there has been a violation of Article 10 of the Convention. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Europea dei Diritti dell'Uomo 07 marzo 2019.




Norme sulla trasparenza: incostituzionale la pubblicità generale senza selezione

Trasparenza – Pubblicità – Art. 14, comma 1-bis dlgs n. 33 del 2013 – Obbligo generale di pubblicazione – Per tutti i titolari di incarichi dirigenziali – Incostituzionalità

Rapporti CDFUE e Carta Costituzionale – Sindacato corte cost e sindacato Corte Giustizia – Sindacato Corte cost con effetti erga omnes – Precisazioni

La Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 14, comma 1-bis, del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 (Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni), nella parte in cui prevede che le pubbliche amministrazioni pubblicano i dati di cui all’art. 14, comma 1, lettera f), dello stesso decreto legislativo anche per tutti i titolari di incarichi dirigenziali, a qualsiasi titolo conferiti, ivi inclusi quelli conferiti discrezionalmente dall’organo di indirizzo politico senza procedure pubbliche di selezione, anziché solo per i titolari degli incarichi dirigenziali previsti dall’art. 19, commi 3 e 4, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche). Viola l’art. 3 Cost., innanzitutto sotto il profilo della ragionevolezza intrinseca, imporre a tutti indiscriminatamente i titolari d’incarichi dirigenziali di pubblicare una dichiarazione contenente l’indicazione dei redditi soggetti all’IRPEF nonché dei diritti reali su beni immobili e su beni mobili iscritti in pubblici registri, delle azioni di società, delle quote di partecipazione a società e dell’esercizio di funzioni di amministratore o di sindaco di società (con obblighi estesi al coniuge non separato e ai parenti entro il secondo grado, ove gli stessi vi consentano e fatta salva la necessità di dare evidenza, in ogni caso, al mancato consenso). L’onere di pubblicazione in questione risulta, in primo luogo, sproporzionato rispetto alla finalità principale perseguita, quella di contrasto alla corruzione nell’ambito della pubblica amministrazione.

I principi e i diritti enunciati nella CDFUE intersecano in larga misura i principi e i diritti garantiti dalla Costituzione italiana (e dalle altre Costituzioni nazionali degli Stati membri): la prima costituisce pertanto «parte del diritto dell’Unione dotata di caratteri peculiari in ragione del suo contenuto di impronta tipicamente costituzionale». Fermi restando i principi del primato e dell’effetto diretto del diritto dell’Unione europea, occorre considerare la peculiarità delle situazioni nelle quali, in un ambito di rilevanza comunitaria, una legge che incide su diritti fondamentali della persona sia oggetto di dubbi, sia sotto il profilo della sua conformità alla Costituzione, sia sotto il profilo della sua compatibilità con la CDFUE (indirizzo enunciato già da Corte Cost., sentenza n. 269 del 2017). In tali casi – fatto salvo il ricorso al rinvio pregiudiziale per le questioni di interpretazione o di invalidità del diritto dell’Unione europea, ai sensi dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), come modificato dall’art. 2 del Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 e ratificato dalla legge 2 agosto 2008, n. 130 – va preservata l’opportunità di un intervento con effetti erga omnes della Corte Costituzionale in virtù del principio che situa il sindacato accentrato di legittimità costituzionale a fondamento dell’architettura costituzionale (art. 134 Cost.), precisandosi che in tali fattispecie, la Corte costituzionale giudicherà alla luce dei parametri costituzionali interni, ed eventualmente anche di quelli europei (ex artt. 11 e 117, primo comma, Cost.), comunque secondo l’ordine che di volta in volta risulti maggiormente appropriato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 21 febbraio 2019.




Il titolo di viaggio sostitutivo del passaporto non può essere rilasciato ai titolari della protezione umanitaria (con note anche sul DL sicurezza)

Titolo di viaggio sostitutivo del passaporto – Rilascio in favore dello straniero munito di permesso di soggiorno umanitario – Esclusione

Il titolo di viaggio sostitutivo del passaporto – previsto dall’art. 24 del dlgs 19 novembre 2007 n. 251 - può essere rilasciato ai titolari dello status di rifugiato (art. 24 comma 1) e ai titolari dello status di protezione sussidiaria (art. 24, comma 2) e non, invece, ai titolari dello status di protezione umanitaria. La protezione umanitaria, infatti, è una forma meno concessiva di protezione. Prova nè il fatto che il recente D.L. 4 ottobre 2018 n. 113 (c.d. decreto “Sicurezza”, convertito in legge 1° dicembre 2018 n. 132) ha introdotto, al posto della protezione umanitaria, la semplice possibilità di un permesso di soggiorno temporaneo per casi speciali. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) T.A.R. Molise 21 febbraio 2019.




Terrorismo jihadista: finalità del programma di deradicalizzazione

Sorvegliato speciale - Terrorismo jihadista - Programma di deradicalizzazione - Finalità

La prescrizione di sottoporsi a programma di deradicalizzazione, imposta al sorvegliato speciale che sia stato responsabile di atti preparatori diretti alla commissione di reati con finalità di terrorismo jihadista (diffusione sistematica di messaggi violenti e discorsi d'odio, anche in favore dell'ISIS), non è finalizzata a convertire il sorvegliato speciale ai valori della moderazione, del pluralismo e della laicità, ma ad effettuare un controllo sull'effettività del ripensamento critico dell'attività illecita svolta, ripensamento che costituisce la sola garanzia di eventuale attenuazione o eliminazione della pericolosità qualificata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Appello Bari 19 febbraio 2019.




Il danno causato da buche del manto della strada di proprietà comunale integra una ipotesi di responsabilità ex art. 2051 c.c.

Responsabilità – Cosa in custodia – Configurabilità – Prova contraria – Sussistenza – Presunzione di responsabilità

Il danno cagionato da buche del manto della strada di proprietà comunale integra una ipotesi di responsabilità ex art. 2051 c.c., salva la prova liberatoria del caso fortuito.

(Nel caso di specie – a seguito del fatto dannoso, consistente nell’incagliarsi di una carrozzina per disabili in una buca stradale con conseguente lesione del soggetto trasportato, veniva accertata la responsabilità per il danno cagionato da cosa in custodia, giacché la fenditura della strada risultava invisibile poiché coperta d’acqua; veniva così rigettata l’eccezione del  Comune, di concorso colposo ex art. 1227 c.c., che non aveva offerto la prova contraria alla presunzione iuris tantum della sua responsabilità). (Laura Rizzi) (riproduzione riservata)
Tribunale Como 13 febbraio 2019.




Il permesso per disabili non è limitato agli handicap agli arti inferiori

Codice della Strada – Permesso per disabili – Limitato ai soli disabili agli arti inferiori – Esclusione

L’art 381 del regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo Codice della Strada, che prevede il rilascio dell'autorizzazione all'utilizzo delle strutture per consentire agevolare la mobilità delle persone invalide, restringe il campo di applicazione della disciplina alle persone invalide con capacità di deambulazione impedita o sensibilmente ridotta.

Non può tuttavia ritenersi che il requisito previsto da tale norma risulti integrato solo in caso di disabilità incidente sugli arti inferiori o comunque di difficoltà di deambulazione nel senso proprio del termine, cioè di difficoltà a camminare.

[Nella fattispecie, il tribunale ha ritenuto che l’handicap della ricorrente (priva della mano sinistra e del braccio sinistro dal gomito), sebbene non incidente sulla capacità di deambulazione intesa in senso stretto, ne pregiudicasse in modo significativo la mobilità. Pertanto, ha condannato il comune a rilasciare alla ricorrente il permesso per disabili.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 07 gennaio 2019.




Ordine di protezione contro gli abusi familiari: istanza presentata con il ricorso per separazione personale

Abusi familiari – Ordine di protezione – Istanza presentata ex art. 342 ter c.c. con il ricorso per separazione personale – Inammissibilità

E’ inammissibile l’istanza di emissione di decreto ex art. 342 ter c.c. avanzata da parte ricorrente in ricorso per separazione dei coniugi, dovendo il ricorso essere proposto al Tribunale in composizione monocratica ex art. 736 bis c.p.c. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 24 dicembre 2018.




Protezione internazionale: appello avverso le ordinanze di rigetto e modalità di ascolto del richiedente asilo

Protezione internazionale - Appello avverso le ordinanze di rigetto - Modalità di proposizione - Ricorso

Protezione internazionale - Ascolto del richiedente asilo - Necessità - Esclusione - Modalità

Protezione internazionale - Esponente politico di primo piano - Minacce gravi alla vita o all'incolumità provenienti da un privato

Protezione internazionale - Criminalità organizzata - Obbligo di protezione degli Stati in ragione del grado di assolutezza e immediatezza della minaccia

Dopo l'emanazione del d.lgs. 142/2015 l'appello avverso le ordinanze di rigetto della domanda di protezione internazionale si propone con ricorso, ma è comunque ammissibile l'appello proposto con citazione prima del mutamento di giurisprudenza dovuto, a partire dall'8.11.2018 e per un breve termine successivo, al deposito della sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione nr. 28575/2018. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il giudice della protezione internazionale non è tenuto ad effettuare l'ascolto del richiedente asilo e, se svolge tale ascolto, non è tenuto a porre domande su tutti gli aspetti già oggetto dell'intervista della Commissione territoriale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Non è inverosimile che un esponente politico di primo piano di un Paese (nella specie, il Pakistan) in cui la struttura del potere politico ha forti caratteristiche claniche svolga attività di accaparramento di terre cotivabili mediante proposte di acquisto truffaldine gestite in prima persona, seguite da minacce e violenze esercitate nei confronti dei contadini recalcitranti da persone inviate dal medesimo esponente politico.
Le minacce gravi alla vita o all'incolumità di una persona possono fondare la protezione internazionale anche se provenienti da un privato, ogni qualvolta - anche per il rilevante ruolo sociale e politico del privato e per le modalità sostanzialmente minacciose del suo agire - la pubblica autorità non sia in grado di fornire adeguata tutela alla persona minacciata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

La lotta alla criminalità organizzata, alla quale gli Stati nazionali sono obbligati dalla normativa internazionale, deve includere anche forme di protezione nei confronti delle vittime inermi, che possono consistere nel riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, in ragione del grado di assolutezza e immediatezza della minaccia in caso di rientro in patria del richiedente asilo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Appello Bari 13 dicembre 2018.




Consenso a trattamento sanitario e rifiuto dell’amministratore di sostegno a prestare il consenso alla terapia da praticare al beneficiario

Consenso a trattamento sanitario - Rifiuto dell’amministratore di sostegno a prestare il consenso alla terapia da praticare al beneficiario indicata dalla struttura medica - Decisione del Giudice Tutelare ex art. 3 della legge n. 219/2017 - Criteri

In caso di rifiuto da parte dell’amministratore di sostegno di prestare il consenso circa il trattamento sanitario da praticare e indicato dalla struttura sanitaria che ha in cura il beneficiario (nel caso di specie immediato posizionamento della p.e.g.), la decisione va adottata dal Giudice Tutelare ai sensi dell’art. 3 co. 5 della legge n. 219/2017 tenendo conto dei profili indicati dall’art. 1 co. 3 della predetta legge. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 06 dicembre 2018.




Impugnazione del decreto di liquidazione del compenso del curatore dell’eredità giacente

Procedimento di impugnazione del decreto di liquidazione del compenso del curatore dell’eredità giacente – Reclamo secondo il rito camerale ex art.739 c.c. – Inammissibilità – Procedimento di impugnazione dei provvedimenti di liquidazione dei compensi degli ausiliari di giustizia (art.170 D.P.R. n.115/2002 modificato dal D.Lgs. n.150/2011) – Applicabilità

È inammissibile il reclamo proposto ex art.739 c.c. avverso il decreto del giudice della successione del che liquida i compensi del curatore dell’eredità giacente, poiché nel caso in cui si debba procedere a opposizione avverso il decreto suddetto il relativo procedimento è quello previsto in genere per gli ausiliari di giustizia ex art. 15 D.Lgs. n.150/2011, ex art.170 D.P.R. n. 115/2002, come modificato dall’art.34, co. 17, lett. a) D. Lgs. n. 150/2011. (Fabrizio Gioffredi) (riproduzione riservata) Appello Firenze 20 novembre 2018.




Fine vita: inammissibili gli interventi del Centro Studi 'Rosario Livatino', della libera associazione di volontariato 'Vita è' e del Movimento per la vita italiano

 

Rilevato che, nel giudizio di legittimità costituzionale promosso dalla Corte d'assise di Milano con ordinanza del 14 febbraio 2018 (r.o. n. 43 del 2018), hanno depositato atto di intervento il Centro Studi "Rosario Livatino", la libera associazione di volontariato "Vita è" e il Movimento per la vita italiano, in persona dei rispettivi legali rappresentati pro tempore;

che, la libera associazione di volontariato "Vita è" ha, altresì, depositato memoria in data 26 settembre 2018.

Considerato che le associazioni sopra indicate non rivestono la qualità di parti del giudizio principale;

che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (tra le tante, le ordinanze allegate alle sentenze n. 16 del 2017, n. 237 e n. 134 del 2013), la partecipazione al giudizio di legittimità costituzionale è circoscritta, di norma, alle parti del giudizio a quo, oltre che al Presidente del Consiglio dei ministri e, nel caso di legge regionale, al Presidente della Giunta regionale (artt. 3 e 4 delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale);

che a tale disciplina è possibile derogare - senza venire in contrasto con il carattere incidentale del giudizio di costituzionalità - soltanto a favore di soggetti terzi che siano titolari di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura (ex plurimis, ordinanze allegate alle sentenze n. 29 del 2017, n. 286 e n. 243 del 2016);

che il presente giudizio - che ha ad oggetto l'art. 580 del codice penale, nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio «a prescindere dal loro contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito di suicidio», nonché nella parte in cui punisce tali condotte con la medesima pena prevista per l'istigazione al suicidio - non sarebbe destinato a produrre, nei confronti delle associazioni intervenienti, effetti immediati, neppure indiretti;

che, pertanto, esse non sono legittimate a partecipare al giudizio dinanzi a questa Corte.

PER QUESTI MOTIVI LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara inammissibili gli interventi del Centro Studi "Rosario Livatino", della libera associazione di volontariato "Vita è" e del Movimento per la vita italiano. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 16 novembre 2018.




Protezione internazionale: non è retroattiva la disposizione del D.L. 113/2018 che elimina la clausola generale di salvaguardia relativa ai 'seri motivi' di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali

Protezione internazionale – Protezione umanitaria – Decreto legge n. 113/2018, art. 1 comma 1, lett. b n. 2 – Entrata in vigore – Fattispecie sostanziali verificatesi anteriormente al 5 ottobre 2018 – Applicazione – Esclusione

La norma dell’art. 1, comma 1, lett. b), n. 2 d.l. n. 113/2018, che elimina dalla regolamentazione della protezione umanitaria di cui all’art. 5 comma 6 d. lgs. n. 286/1998 la clausola generale di salvaguardia relativa ai «seri motivi» di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato, si applica solo alle fattispecie sostanziali che si sono verificate dopo la sua entrata la sua entrata in vigore.

Tale conclusione discende diretta dal principio di irretroattività stabilito dall’art. 11 disp. prel. cod. civ., che esclude che la norma sopravvenuta possa applicarsi ad atti, fatti, eventi e situazioni sostanziali verificatisi prima della sua entrata in vigore. Tale principio non risulta derogato da alcuna norma contenuta nel decreto legge n. 113/2018.

Nella specie, la norma sopravvenuta ha senz’altro carattere sostanziale, incidendo direttamente sul «diritto di asilo», sancito dall’art. 10 comma 3 Cost. e fino ad oggi regolato attraverso la previsione di tre istituti di diritto sostanziale, come costituito dallo status di rifugiato, dalla c.d. protezione sussidiaria, nonché dal diritto al rilascio del permesso umanitario di cui alla norma dell’art. 5, comma 6 d.lgs. n. 286/1998.  Si tratta inoltre di status e diritti che preesistono alle decisioni dell’Autorità, la cui attività – come rilevato anche dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione -  è diretta solo all’accertamento e dichiarazione della loro esistenza, senza possedere alcuna valenza costitutiva.

(*) Come ricorda la stessa pronuncia ora pubblicata, la soluzione della irretroattività (anche) sostanziale del decreto legge n. 113/2018 – qui supportata da una motivazione particolarmente chiara ed efficace – risulta già particolarmente diffusa in giurisprudenza. Cfr., tra gli altri, gli interventi di Trib. Firenze, 18 ottobre 2018 (RG 967/2018; est. Carvisiglia); Trib. Palermo 8 ottobre 2018 (RG 599/2016; est. Fiorani); Trib. Firenze, 17 ottobre 2018 (RG 1004/2016; est. Tassone); Trib. Trento, 19 ottobre 2018 (RG 1086/2018; est. Alinari); Trib. Firenze, 16 ottobre 2018 (RG 2514/2017; est. Condò); Trib. Firenze, 14 ottobre 2018 (RG 1866/2016; est. Anselmo); Trib. Firenze, 24 ottobre 2018 (est. Minniti). (Aldo Angelo Dolmetta) (riproduzione riservata)  
Tribunale Firenze 05 novembre 2018.




Protezione internazionale: si consolida l’orientamento dell’irretroattività del d. l. n. 113/2018 (c.d. decreto Salvini)

Protezione internazionale – Protezione umanitaria – Decreto legge n. 113/2018, art. 1 comma 1 lett. b n. 2 – Entrata in vigore – Fattispecie sostanziali verificatesi anteriormente al 5 ottobre 2018 – Applicazione – Esclusione

Sostituendo l’art. 5 comma 6 T.U.I. e modificando l’art. 32 comma 3 legge n. 25/2008, in materia di protezione umanitaria, il decreto legge n. 113/2018 dà vita a un fenomeno di successione di norme nel tempo di natura sostanziale, che risulta soggetto alla norma dell’art. 11 disp. prel. cod. civ.

In quanto situazione riconducibile alla categoria dei diritti umani fondamentali, il diritto alla protezione umanitaria possiede la stessa natura del diritto allo status di rifugiato politico, quale diretta emanazione del diritto costituzionale di asilo. (Aldo Angelo Dolmetta) (riproduzione riservata)
Tribunale Genova 23 ottobre 2018.




Impugnazione del provvedimento e sospensione dell’esecuzione

Rinvio pregiudiziale – Procedimento pregiudiziale d’urgenza – Articolo 99 del regolamento di procedura della Corte – Spazio di libertà, sicurezza e giustizia – Procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale – Direttiva 2013/32/UE – Articolo 46 – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articolo 18, articolo 19, paragrafo 2, e articolo 47 – Diritto a un ricorso effettivo – Decisione che respinge una domanda di protezione internazionale – Normativa nazionale che prevede un secondo grado di giudizio – Effetto sospensivo automatico limitato al ricorso di primo grado

Il diritto dell’Unione, in particolare le disposizioni della direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale, lette alla luce dell’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, dev’essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, la quale prevede un procedimento di impugnazione contro un provvedimento giurisdizionale di primo grado che conferma la decisione della competente autorità amministrativa di respingere una domanda di protezione internazionale, senza dotare tale impugnazione di effetto sospensivo automatico, ma che consente al giudice che ha emesso tale provvedimento di disporre, su istanza dell’interessato, la sospensione della sua esecuzione, previa valutazione della fondatezza dei motivi dedotti nell’impugnazione contro tale provvedimento e non della sussistenza di un rischio di danno grave e irreparabile che la sua esecuzione causerebbe al richiedente. Corte Giustizia UE 27 settembre 2018.




Sottrazione internazionale, decisioni di ritorno del bambino e misure cautelari

Sottrazione internazionale di minori – Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Articolo 11 – Domanda di rientro – Convenzione dell’Aja del 25 ottobre 1980 – Istanza per la dichiarazione di esecutività – Ricorso – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articolo 47 – Diritto a un ricorso effettivo – Termine di presentazione del ricorso – Ordinanza di exequatur – Esecuzione prima della notifica di detta ordinanza

1)      Le disposizioni generali del capo III del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, devono essere interpretate nel senso che, nel caso in cui si affermi che dei minori sono stati trasferiti illecitamente, la decisione di un giudice dello Stato membro in cui i minori avevano la loro residenza abituale, che disponga il rientro di tali minori, e consegua a una decisione sulla responsabilità genitoriale, può essere dichiarata esecutiva nello Stato membro ospitante conformemente a tali disposizioni generali.

2)      L’articolo 33, paragrafo 1, del regolamento n. 2201/2003, letto alla luce dell’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, deve essere interpretato nel senso che, in una situazione come quella di cui trattasi nel procedimento principale, esso osta all’esecuzione della decisione di un giudice di uno Stato membro che dispone il collocamento sotto tutela e il rientro di minori ed è dichiarata esecutiva nello Stato membro richiesto prima che si sia proceduto alla notifica della dichiarazione di esecutività di tale decisione ai genitori interessati. L’articolo 33, paragrafo 5, del regolamento n. 2201/2003 deve essere interpretato nel senso che il termine per presentare opposizione previsto in tale disposizione non può essere prorogato dal giudice adito.

3)      Il regolamento n. 2201/2003 dev’essere interpretato nel senso che non osta, in una situazione come quella di cui trattasi nel procedimento principale, a che il giudice di uno Stato membro adotti misure cautelari nella forma di un’ingiunzione nei confronti di un organismo pubblico di un altro Stato membro, che vietino a tale organismo di intraprendere o continuare, dinanzi ai giudici di quest’altro Stato membro, un procedimento di adozione di minori che vi soggiornano.
Corte Giustizia UE 19 settembre 2018.




Intestazione fiduciaria di immobile e ritrasferimento

Obbligazioni e contratti – Compravendita – Rogito stipulato da fiduciario del reale acquirente – Obbligo di ritrasferimento – Sussiste

Il pactum fiduciae in base al quale le parti convengono che l’immobile acquistato col denaro di una di esse sia formalmente intestato all’altra per l’esigenza di sottrarre il bene a possibili azioni esecutive e conservarlo a beneficio dei figli dell’effettiva acquirente obbliga il fiduciario a ritrasferire il bene al fiduciante. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 13 settembre 2018.




Minore straniero albanese affidato con atto notarile a parente residente in Italia e competenza per la nomina del tutore

Minore straniero di nazionalità albanese affidato con atto notarile a parente entro il quarto grado residente in Italia - Nomina del tutore -  Competenza del Giudice Tutelare - Sussistenza

Il minore di nazionalità albanese affidato con atto notarile dai suoi genitori a parente entro il quarto grado residente in Italia deve ritenersi privo di rappresentanza nel territorio italiano ma non di assistenza sicché lo stesso non può considerarsi minore straniero non accompagnato ai sensi dell’art. 2 della legge 7-4-2017 n. 47: ne consegue che competente alla nomina del tutore è il Giudice Tutelare ai sensi dell’art. 343 c.c. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 26 luglio 2018.




Incostituzionale la norma che prevede solo per gli immigrati il certificato storico di residenza di almeno 10 anni, ai fini del contributo locativo

Assistenza e solidarietà sociale - Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione - Stranieri immigrati - Requisiti minimi necessari per beneficiare dei contributi integrativi previsti - Previsione del possesso del certificato storico di residenza da almeno dieci anni nel territorio nazionale ovvero da almeno cinque anni nella medesima Regione - Illegittimità costituzionale - Sussiste

E’ costituzionalmente illegittimo l’art. 11, comma 13, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, nella legge 6 agosto 2008, n. 133 («[a]i fini del riparto del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, di cui all’articolo 11 della legge 9 dicembre 1998, n. 431, i requisiti minimi necessari per beneficiare dei contributi integrativi come definiti ai sensi del comma 4 del medesimo articolo devono prevedere per gli immigrati il possesso del certificato storico di residenza da almeno dieci anni nel territorio nazionale ovvero da almeno cinque anni nella medesima regione»). La norma prevede solo per gli «immigrati» una certa durata della residenza, tanto a livello nazionale quanto in territorio regionale; per i cittadini italiani ed europei tale requisito non è richiesto, mentre restano fermi i criteri di carattere economico e l’attestazione di un contratto di locazione registrato, come si desume dall’art. 2 della citata legge n. 431 del 1998. Alla luce di quanto sopra esposto, risulta che la disposizione censurata introduce una irragionevole discriminazione a danno dei cittadini di paesi non appartenenti all’Unione europea, richiedendo solo ad essi il possesso del certificato storico di residenza da almeno dieci anni nel territorio nazionale ovvero da almeno cinque anni nella medesima regione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 20 luglio 2018.




Affidamento condiviso di minore straniero residente in Italia

Genitori stranieri – Madre e minore residente in Italia – Giurisdizione italiana – Affidamento condiviso – Diritto di visita

Pur in presenza dell’elemento di estraneità rappresentato dall’essere entrambi i genitori cittadini stranieri, l’applicazione dei criteri di collegamento di cui all’art. 8 del Regolamento dell’Unione n. 2201/2003 radica la competenza giurisdizionale esclusiva dell’autorità giudiziaria italiana, quale Stato membro nel cui territorio si trova la residenza abituale del minore alla data in cui l’Autorità giudiziaria italiana è stata adita, anche con la finalità di garantire la tutela del minore stesso. Tribunale Rimini 12 giugno 2018.




La nozione di 'coniuge' è neutra dal punto di vista del genere e può comprendere quindi il coniuge dello stesso sesso del cittadino dell’Unione interessato

Cittadinanza dell’Unione – Articolo 21 TFUE – Diritto dei cittadini dell’Unione di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri – Direttiva 2004/38/CE – Articolo 3 – Aventi diritto – Familiari del cittadino dell’Unione – Articolo 2, punto 2, lettera a) – Nozione di “coniuge” – Matrimonio tra persone dello stesso sesso – Articolo 7 – Diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi – Diritti fondamentali

1) In una situazione in cui un cittadino dell’Unione abbia esercitato la sua libertà di circolazione, recandosi e soggiornando in modo effettivo, conformemente alle condizioni di cui all’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE, in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, e in tale occasione abbia sviluppato o consolidato una vita familiare con un cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso, al quale si è unito con un matrimonio legalmente contratto nello Stato membro ospitante, l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che osta a che le autorità competenti dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza rifiutino di concedere un diritto di soggiorno sul territorio di detto Stato membro al suddetto cittadino di uno Stato terzo, per il fatto che l’ordinamento di tale Stato membro non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

2) L’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, il cittadino di uno Stato terzo, dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla sua normativa, dispone di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi nel territorio dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza. Tale diritto di soggiorno derivato non può essere sottoposto a condizioni più rigorose di quelle previste all’articolo 7 della direttiva 2004/38. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 05 giugno 2018.




ADS e legittimazione ad agire del beneficiario che intende contestare le scelte terapeutiche

Misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia – Amministrazione di sostegno – Consenso agli accertamenti e ai trattamenti sanitari – Art. 3, comma 5, L. 219/2017 – Presupposti – Legittimazione ad agire del beneficiario che intende contestare le scelte terapeutiche – Sussiste

L’art. 3, comma 5, L. 219/2017 pare limitare il proprio campo di applicazione, e la conseguente possibilità di rivolgersi al Giudice, all’ipotesi di rifiuto (da parte dell’ADS nuncius investito di poteri di rappresentanza esclusiva) delle cure proposte dal sanitario; devesi ritenere che il Legislatore sia incorso in una emendabile svista, consistente nel non aver previsto un analogo meccanismo al ricorrere dei casi di adesione del rappresentante alle cure proposte, per l’evenienza che il rappresentato-paziente – ossia proprio il soggetto della cui salute e della cui autodeterminazione si discute – intenda contestare la scelta terapeutica; tale possibilità, in capo al beneficiario (ma, dovrebbe dirsi, in capo a qualsiasi persona incapace di agire, purché capace di discernimento), deve e può essere prevista in via pretoria, sulla scorta di una interpretazione costituzionalmente conforme della legge, oltre che dell’applicazione estensiva dell’art. 410 c.c. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 31 maggio 2018.




Applicabilità diretta in Italia della misura del kafalah disposta da tribunale algerino

Kafalah – Applicabilità diretta in Italia di tale misura stabilita da tribunale algerino ex artt. 65 e 66 della legge n. 218/1995 – Ammissibilità – Apertura di tutela in Italia – Esclusione

Poiché al provvedimento di kafalah -istituto contemplato dall'art. 20 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo nonché dagli artt. 3, lett. e), e 33 della Convenzione dell'Aja del 19 ottobre 1996 e consistente in un affido in virtù del quale un soggetto detto “kafil” s'impegna a curare, educare e mantenere il minore detto “makfoul”, come se fosse proprio figlio, sino al raggiungimento della maggiore età, senza tuttavia che il makfoul entri giuridicamente a far parte della famiglia del kafil- emesso da un tribunale dello stato di Algeria deve riconoscersi piena e diretta efficacia nel nostro ordinamento ai sensi degli artt. 65 e 66 l. n. 218/95 e tenuto conto del fatto che l’art. 121 del Codice di Famiglia dell’Algeria (di cui alla legge n. 11 del 9 giugno 1984) prevede espressamente che “L’affidamento legale conferisce al beneficiario la tutela legale e gli da diritto alle medesime prestazioni famigliari e scolastiche di un bambino legittimo”, non deve essere disposta l’apertura della tutela, avendo la minore in Italia, per effetto del provvedimento in questione, un legale rappresentante. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 10 maggio 2018.




Se il PM è parte per il diritto nazionale, lo è anche ai fini del regolamento 2001/2003; e in tema di rappresentanza del minore in materia successoria

Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Giudice di uno Stato membro investito di una domanda di autorizzazione giudiziaria a rinunciare a un’eredità per conto di un minore – Competenza in materia genitoriale – Proroga di competenza – Articolo 12, paragrafo 3, lettera b) – Accettazione della competenza – Presupposti

In una situazione come quella di cui al procedimento principale, in cui i genitori di un minore, abitualmente residenti con quest’ultimo in uno Stato membro, hanno presentato, per conto di tale minore, una domanda di autorizzazione alla rinuncia di un’eredità dinanzi a un giudice di un altro Stato membro, l’articolo 12, paragrafo 3, lettera b), del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, deve essere interpretato nel senso che: 1) il deposito effettuato congiuntamente dai genitori del minore dinanzi all’autorità giurisdizionale da loro scelta costituisce accettazione univoca di tale giudice da parte degli stessi; 2) un pubblico ministero che, a norma del diritto nazionale, è per legge parte al procedimento instaurato dai genitori è parte al procedimento ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 3, lettera b), del regolamento n. 2201/2003. L’opposizione mossa da tale parte contro la scelta dell’autorità giurisdizionale effettuata dai genitori del minore successivamente alla data in cui tale autorità è stata adita osta a riconoscere che a detta data tutte le parti al procedimento abbiano accettato la proroga di competenza. In mancanza di una siffatta opposizione, l’accordo di tale parte può considerarsi implicito e la condizione relativa all’accettazione della proroga di competenza, in modo univoco da tutte le parti al procedimento alla data in cui tale giudice è adito, può ritenersi soddisfatta, e 3) la circostanza che la residenza del de cuius alla data del suo decesso, il suo patrimonio, oggetto della successione, e le passività dell’asse ereditario si trovassero nello Stato membro cui appartiene il giudice adito consente, in mancanza di elementi che dimostrino che la proroga di competenza rischierebbe di incidere negativamente sulla situazione del minore, di considerare che una siffatta proroga di competenza è conforme all’interesse superiore del minore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 19 aprile 2018.




Applicazione uniforme della normativa nel caso di contrasto tra fiduciario del soggetto debole e medico

 

  Tribunale Mantova 13 aprile 2018.




La sottrazione illecita del minore impedisce al giudice dello Stato di rifugio di avere giurisdizione sulla responsabilità genitoriale

Regolamento n. 2201 del 2003 – Regolamento n. 4 del 2009 – Giurisdizione dello Stato in cui il minore è stato condotto illecitamente – Giurisdizione in materia di responsabilità genitoriale o mantenimento – Esclusione

Reference for a preliminary ruling — Urgent preliminary ruling procedure — Article 99 of the Rules of Procedure of the Court — Judicial cooperation in civil matters — Jurisdiction in matters of parental responsibility — Child custody — Regulation (EC) No 2201/2003 — Articles 8, 10 and 13 — Concept of ‘habitual residence’ of a child — Judgment delivered by a court of another Member State concerning the place of residence of a child — Wrongful removal or retention — Jurisdiction in cases of child abduction

L'art. 10 del Reg. 2201/2003 e l’art. 3 del Reg. 4/2009 devono essere interpretati nel senso che, in una causa come quella del procedimento principale, in cui un bambino aveva la residenza in uno Stato Membro ed è stato spostato altrove da uno dei genitori in maniera illecita, l’autorità giurisdizionale di questo altro Stato Membro (quello in cui il minore è stato condotto) non è competente per statuire su una domanda relativa all’affidamento o al mantenimento, in assenza di ogni indicazione in merito al fatto che il genitore avrebbe consentito al trasferimento o non avrebbe introdotto una domanda per il ritorno del minore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Article 10 of Council Regulation (EC) No 2201/2003 of 27 November 2003 concerning jurisdiction and the recognition and enforcement of judgments in matrimonial matters and the matters of parental responsibility, repealing Regulation (EC) No 1347/2000, and Article 3 of Council Regulation (EC) No 4/2009 of 18 December 2008 on jurisdiction, applicable law, recognition and enforcement of decisions and cooperation in matters relating to maintenance obligations, must be interpreted as meaning that, in a case such as that at issue in the main proceedings, in which a child who was habitually resident in a Member State was wrongfully removed by one of the parents to another Member State, the courts of that other Member State do not have jurisdiction to rule on an application relating to custody or the determination of a maintenance allowance with respect to that child, in the absence of any indication that the other parent consented to his removal or did not bring an application for the return of that child.

(L’article 10 du règlement (CE) no 2201/2003 et l’article 3 du règlement (CE) no 4/2009 doivent être interprétés en ce sens que, dans une affaire telle que celle en cause au principal, dans laquelle un enfant qui avait sa résidence habituelle dans un État membre a été déplacé par l’un de ses parents de manière illicite dans un autre État membre, les juridictions de cet autre État membre ne sont pas compétentes pour statuer sur une demande relative au droit de garde ou à la fixation d’une pension alimentaire à l’égard dudit enfant, en l’absence de toute indication selon laquelle l’autre parent aurait acquiescé à son déplacement ou n’aurait pas présenté de demande de retour de celui-ci).
Corte Giustizia UE 10 aprile 2018.




Inserimento del beneficiario in casa di ricovero nonostante il suo dissenso

Misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia – Necessità di inserimento del soggetto debole in luogo di cura nonostante il dissenso – Necessità della interdizione – Non sussiste – Possibilità di deferire tale potere nell’ambito della amministrazione di sostegno – Sussiste – Presupposti

L’inserimento del beneficiario in casa di ricovero è operazione sicuramente lecita e ammissibile nell’ambito della amministrazione di sostegno, e ciò anche indipendentemente dal dissenso del beneficiario, ove pretestuoso; infatti, l’art. 358 c.c. - norma che dispone che il minore in tutela (dunque l’interdetto) non può abbandonare l’istituto cui è stato destinato senza il permesso del tutore – disciplina una limitazione, o comunque un effetto, della interdizione, ed è dunque estensibile al beneficiario di ADS ex art. 411, u.c., c.c., non essendovi ragioni letterali per ritenere il contrario. (Carlo Bianconi) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 08 marzo 2018.




No alla protezione del pastore che sfugge a Boko Haram senza avere atteso le disposizioni della Chiesa di appartenenza

Protezione internazionale - Pastore pentecostale che emigri dalla Nigeria per sfuggire al terrorismo islamista di Boko Haram - Disposizioni della Chiesa di appartenenza in ordine all'emigrazione o all'eventuale trasferimento in altra sede

Non ha diritto alla protezione internazionale il pastore pentecostale che emigri dalla Nigeria per sfuggire al terrorismo islamista di Boko Haram senza avere l'intento di cessare la sua attività sacerdotale, che anzi vorrebbe continuare in Italia, e tuttavia senza avere atteso le disposizioni della Chiesa di appartenenza in ordine all'emigrazione o all'eventuale trasferimento in altra sede. (Vittorio Gaeta) (riproduzione riservata) Appello Bari 24 gennaio 2018.




Surrogazione di maternità: il disconoscimento presuppone sempre che sia valutato il superiore interesse del minore

Minore nato da maternità surrogata – Azione ex art. 263 c.c. – Interesse superiore del bambino – Considerazione – Sussiste

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 263 del codice civile, sollevata dalla Corte d’appello di Milano, in riferimento agli artt. 2, 3, 30, 31 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848. L’affermazione della necessità di considerare il concreto interesse del minore in tutte le decisioni che lo riguardano è fortemente radicata nell’ordinamento sia interno, sia internazionale e questa Corte, sin da epoca risalente, ha contribuito a tale radicamento. Non si vede conseguentemente perché, davanti all’azione di cui all’art. 263 cod. civ., fatta salva quella proposta dallo stesso figlio, il giudice non debba valutare: se l’interesse a far valere la verità di chi la solleva prevalga su quello del minore; se tale azione sia davvero idonea a realizzarlo (come è nel caso dell’art. 264 cod. civ.); se l’interesse alla verità abbia anche natura pubblica (ad esempio perché relativa a pratiche vietate dalla legge, quale è la maternità surrogata, che offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane) ed imponga di tutelare l’interesse del minore nei limiti consentiti da tale verità. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 18 dicembre 2017.




Protezione internazionale: rischio di arresto ma non di maltrattamento per pratiche di infibulazione

Protezione internazionale – Rischio di arresto ma non di maltrattamento per pratiche di infibulazione – Protezione – Esclusione

Non può riconoscersi la protezione internazionale allo straniero che nel suo Paese rischi di essere arrestato, ma non di essere maltrattato dalle forze di polizia, per avere sistematicamente partecipato a pratiche di mutilazioni genitali femminili (MGF)". (Vittorio Gaeta) (riproduzione riservata) Appello Bari 06 dicembre 2017.




Reiezione della domanda di protezione internazionale, opposizione e condanna del Ministero dell'Interno alla rifusione delle spese di lite

Protezione internazionale - Reiezione della domanda di protezione - Opposizione - Accoglimento - Soggetto ammesso al gratuito patrocinio - Condanna del Ministero dell'Interno alla rifusione delle spese di lite

"…Non può condividersi, al riguardo, quanto affermato da Corte di cassazione con la sentenza n. 18583 del 2012 (richiamata da diverse pronunce di merito), quando afferma che, in ogni caso in cui la parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato sia vittoriosa in una controversia civile proposta contro un'amministrazione statale, l'articolo 133 del Decreto del Presidente della Repubblica «osti alla pronuncia di una sentenza di condanna al pagamento delle spese, dovendo la liquidazione degli onorari e delle spese in favore del difensore della parte ammessa, avvenire seguendo il procedimento di cui all'articolo 82, e quindi con istanza di liquidazione al giudice del procedimento».
Infatti, le modalità di liquidazione ex art. 82 cit. non implicano affatto che non si debba provvedere alla condanna alle spese ex art. 133 cit.
Nella stessa sentenza la SC afferma anche che non avrebbe senso condannare un'amministrazione dello Stato a rifondere le spese ad un'altra amministrazione dello stato e trae argomento dal " rilievo che, per quanto riguarda il procedimento tributario, nel quale per definizione una parte e' rappresentata da una pubblica amministrazione, è stabilita una regola diversa. L'articolo 141 dispone infatti che "l'onorario e le spese spettanti al difensore sono liquidati ai sensi dell'articolo 82; per gli iscritti agli elenchi di cui al Decreto Legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, articolo 12, comma 2, e successive modificazioni, si applica la tariffa vigente per i ragionieri ed il parere e' richiesto al relativo consiglio dell'ordine; gli importi sono ridotti della metà'.
L'art. 141 in verità fa solo riferimento alle modalità di liquidazione dell'onorario e delle spese del difensore stabilendo che «1. L'onorario e le spese spettanti al difensore sono liquidati dall'autorità giudiziaria con decreto di pagamento, osservando la tariffa professionale in modo che, in ogni caso, non risultino superiori ai valori medi delle tariffe professionali vigenti relative ad onorari, diritti ed indennità, tenuto conto della natura dell'impegno professionale, in relazione all'incidenza degli atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona difesa. ( 1 ) 2. Nel caso in cui il difensore nominato dall'interessato sia iscritto in un elenco degli avvocati di un distretto di corte d'appello diverso da quello in cui ha sede il magistrato competente a conoscere del merito o il magistrato davanti al quale pende il processo, non sono dovute le spese e le indennità di trasferta previste dalla tariffa professionale. 3. Il decreto di pagamento è comunicato al difensore e alle parti, compreso il pubblico ministero.> >.
Non si vede come dall'art. 141 e dall'art. 82 già citati si possa desumere che l'amministrazione soccombente sia esente dall'applicazione dell'art. 133 cit.
Il quadro normativo non autorizza affatto tale conclusione.
Nemmeno può condividersi il ragionamento secondo cui un'amministrazione impersona lo Stato e quindi sarebbe privo di senso condannare lo Stato a rifondere le spese a se stesso.
E' vero infatti che lo Stato ha personalità unitaria. Tuttavia, occorre tener conto della complessità dello Stato medesimo, articolato in amministrazioni diverse, aventi un proprio autonomo bilancio, che entrano in relazione tra di loro rispetto a specifici rapporti di dare e avere.
In questo senso si veda anche Consiglio di Stato, 6.3.2015, n. 1137 (` 'Ai sensi dell'art. 133 del DPR n. 115/2002 è previsto il pagamento in favore dello Stato delle spese processuali liquidate in favore della parte ammessa al gratuito patrocinio (cfr Cons. Stato Sez. V 12/6/2009 n. 3776) per cui l'Amministrazione della Giustizia Amministrativa, dotata di autonomo bilancio economico-finanziaria ben può essere destinataria di un provvedimento giurisdizionale che disponga nei suoi confronti la rifusione di spese processuali a suo tempo anticipate in favore del difensore del ricorrente vittorioso nel giudizio di primo grado, già ammesso, appunto, al gratuito patrocinio".
In definitiva, non si ravvisa alcun motivo per non applicare le regole ordinarie Le spese sono liquidate come in dispositivo…" (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Firenze 06 dicembre 2017.




Prodigalità, amministrazione di sostegno e conseguenze dannose alle persone verso le quali il beneficiario è responsabile

Amministrazione di sostegno - Prodigalità - Condizioni

I comportamenti di dilapidazione del proprio patrimonio personale legittimano la nomina di un amministratore di sostegno solo laddove espongano a conseguenze dannose le persone verso cui il beneficiario è responsabile. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Modena 03 novembre 2017.




Trust e Legge 112/2016 'Dopo di Noi' a vantaggio di disabile beneficiario di amministrazione di sostegno

Amministrazione di sostegno – Trust interno – Compatibilità del Trust con il nostro ordinamento – Legge “Dopo di Noi” – Applicazione

Il Giudice Tutelare, a seguito di istanza dell’amministratore di sostegno alla quale era allegato il testo dell’istituendo trust, ha autorizzato lo stesso amministratore ad istituire un Trust a vantaggio esclusivo del soggetto amministrato.

Il Beneficiario della procedura è una persona disabile grave, già proprietario di un immobile e il Trust ha la finalità di programmare il Dopo di Noi, legge di recente introduzione alla quale nel ricorso l’Amministratore di Sostegno, madre dell’amministrato, si è espressamente richiamata.

Il Giudice Tutelare ha autorizzato sulla scorta del riconoscimento del trust quale istituto compatibile con il nostro ordinamento e della specifica meritevolezza degli interessi perseguiti nel Trust per soggetti con disabilità. (Francesca Romana Lupoi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 10 ottobre 2017.




No alla disparità di trattamento tra studenti della scuola statale e delle scuole paritarie

Studenti residenti in Lombardia – Sostegno al reddito – Per i soli studenti delle scuole paritarie – Illegittimità

Il "sostegno al reddito" è un beneficio rivolto agli studenti residenti in Lombardia che frequentano corsi a gestione ordinaria presso scuole primarie, secondarie di primo grado e secondarie di secondo grado, statali e paritarie, che "non applicano" una retta di iscrizione o frequenza. Tale beneficio viene erogato in dipendenza del reddito riferibile secondo il parametro ISEE e oscilla tra un minimo di 60 euro ed un massimo di 290 euro” ; tale beneficio fa parte del sistema che mira a rimuovere gli ostacoli di ordine economico che impedirebbero l'accesso e la libera scelta dei percorsi educativi e non va confuso con il buono-scuola propriamente detto, connesso al finanziamento di studenti che frequentano scuole ove si chiede una retta, per lo più scuole paritarie, e dunque non può essere limitato solo a tale ultimo tipo di studenti, poiché avendo lo scopo di finanziare l’acquisto di testi e strumenti scolastici, la sua corresponsione ai soli studenti delle scuole paritarie creerebbe un evidente disparità di trattamento. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato 29 agosto 2017.




Domanda di asilo politico: giudice può rigettare senza nuovo ascolto del richiedente

Rinvio pregiudiziale - Politica d'asilo - Direttiva 2013/32/UE - Articoli 12, 14, 31 e 46 - Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea - Articolo 47 - Diritto ad una tutela giurisdizionale effettiva - Ricorso avverso una decisione di rigetto di una domanda di protezione internazionale - Possibilità per il giudice di statuire senza ascoltare il richiedente

La direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale, e in particolare i suoi articoli 12, 14, 31 e 46, letti alla luce dell'articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, deve essere interpretata nel senso che non osta a che il giudice nazionale, investito di un ricorso avverso la decisione di rigetto di una domanda di protezione internazionale manifestamente infondata, respinga detto ricorso senza procedere all'audizione del richiedente qualora le circostanze di fatto non lascino alcun dubbio sulla fondatezza di tale decisione, a condizione che, da una parte, in occasione della procedura di primo grado sia stata data facoltà al richiedente di sostenere un colloquio personale sulla sua domanda di protezione internazionale, conformemente all'articolo 14 di detta direttiva, e che il verbale o la trascrizione di tale colloquio, qualora quest'ultimo sia avvenuto, sia stato reso disponibile unitamente al fascicolo, in conformità dell'articolo 17, paragrafo 2, della direttiva medesima, e, dall'altra parte, che il giudice adito con il ricorso possa disporre tale audizione ove lo ritenga necessario ai fini dell'esame completo ed ex nunc degli elementi di fatto e di diritto contemplato all'articolo 46, paragrafo 3, di tale direttiva. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 26 luglio 2017.




Mancata indicazione del luogo di celebrazione del matrimonio e trascrizione dell'atto di omologazione formato presso il Consolato del Regno del Marocco a favore di coniugi marocchini residenti in Italia

Trascrizione di atto di matrimonio straniero perfezionato in territorio italiano - Trascrizione di atto di omologazione di matrimonio formato presso il Consolato del Regno del Marocco in Italia - Mancata indicazione del luogo di celebrazione del matrimonio omologato - Trascrivibile

In conformità al principio del favor validitatis che emerge dalla normativa internazionale, è trascrivibile in Italia, sia ai sensi dell'art. 28 della legge n. 218/1995, che riconosce validità al matrimonio celebrato secondo la legge nazionale dei due coniugi al momento della celebrazione, sia alla luce della convenzione consolare tra la Repubblica italiana e il Regno del Marocco del 18.2.1994, l'atto di omologazione di matrimonio formato presso il Consolato del Regno del Marocco in Italia in favore di due coniugi marocchini residenti in Italia, e ciò anche nel caso in cui tale atto non contenga l'indicazione del luogo di celebrazione del matrimonio omologato (nel caso specifico, il Tribunale ha ordinato la trascrizione dell'atto adottato dal Consolato del Marocco di Milano sul presupposto secondo cui la mancata indicazione del luogo di celebrazione del matrimonio non integra un profilo di contrarietà all'ordine pubblico interno e che, inoltre, tale carenza poteva essere colmata facendo riferimento alla sede in Italia del Consolato, inteso come luogo presso il quale - attraverso l'atto di omologazione - si era concluso l'iter matrimoniale che aveva preso avvio in territorio marocchino mediante l'espletamento delle formalità previste dal rito nuziale tradizionale). (Piero Tandura) (riproduzione riservata) Tribunale Belluno 24 luglio 2017.




Inserimento di foto di figli minori sui social network nonostante l’opposizione di un genitore

Responsabilità genitoriale – Inserimento di foto di figli minori sui social network nonostante l’opposizione di un genitore – Illiceità

L’inserimento di foto dei figli minori sui social network avvenuto con l’opposizione di uno dei genitori integra violazione della norma di cui all’art. 10 c.c. (concernente la tutela dell’immagine), del combinato disposto degli artt. 4,7,8 e 145 del d. lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (riguardanti la tutela della riservatezza dei dati personali) nonché degli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York del 20-11-1989 ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 991 n. 176, sicché va vietata la pubblicazione di tali immagini e disposta la rimozione di quelle già inserite. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 19 luglio 2017.




Provvedimento di attribuzione dell’età: competenza del Tribunale per i Minorenni su richiesta del Pubblico Ministero

Persone - Provvedimento di attribuzione dell’età - Competenza - Tribunale per i Minorenni su richiesta del Pubblico Ministero

Il provvedimento di attribuzione dell’età, impugnabile in sede di reclamo secondo la procedura prevista per i procedimenti in camera di consiglio, è un provvedimento di natura decisoria rimesso al giudice, che si colloca all’esito degli accertamenti demandati dalla norma al Pubblico Ministero Minorile e da emettersi dunque su richiesta del Pubblico Ministero stesso fondata appunto su quegli esperiti accertamenti; secondo tale interpretazione, poichè ad essere investito degli accertamenti è il Pubblico Ministero Minorile, la competenza per il “provvedimento di attribuzione dell’età” risulta naturalmente rimessa (mancando ogni indicazione in contrario) al Tribunale per i Minorenni, a cui in generale sono rivolte, in materia civile e penale, le richieste del Pubblico Ministero minorile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Trieste 12 luglio 2017.




Si alla stepchild adoption: consentito dalla legge 76 del 2016. L’unione civile è famiglia

Adozione coparentale – Coppia formata da persone dello stesso sesso – Coppia formata da due uomini – Cd. stepchild adoption – Ammissibilità – Sussiste

Unione civile – Classificazione – Famiglia – Sussiste

Nell’ipotesi di minore concepito e cresciuto nell’ambito di una coppia dello stesso sesso, sussiste il diritto ad essere adottato dalla madre non biologica, secondo le disposizioni sulla adozione in casi particolari ex art. 44 lett. D della Legge 4 maggio 1983, n. 184, sussistendo, in ragione del rapporto genitoriale di fatto instauratosi fra il genitore sociale ed il minore, l’interesse concreto del minore al suo riconoscimento. Questa interpretazione è stata di recente avallata dall’articolo 1 della legge 76 del 2016. Infatti, la «clausola di salvaguardia» che chiude il comma 20 di detto articolo apre alla possibilità di un’applicazione alle unioni civili delle disposizioni in materia di adozioni, ma solo, per l’appunto, nei limiti del diritto vigente. La sua funzione, dunque, è quella di chiarire all’interprete che la mancata previsione legislativa dell’accesso all’adozione coparentale non deve essere letta come un segnale di arresto o di contrarietà rispetto all’orientamento consolidatosi negli ultimi anni in giurisprudenza in favore dell’adozione coparentale ai sensi della lettera d) dell’art. 44 l. 184 del 1983. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La legge n. 76 del 2016 ha eletto le coppie formate da persone dello stesso sesso, ove sussistenti vincoli affettivi, al rango di “famiglia”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Minorenni Bologna 06 luglio 2017.




Responsabilità del genitore per mancato riconoscimento del figlio naturale

Filiazione naturale – Riconoscimento giudiziale della paternità – Obbligo di mantenimento – Retroattività – Prescrizione – Responsabilità per inadempimento degli obblighi genitoriali – Prova del danno – Valutazione equitativa

Il genitore che, omettendo il riconoscimento, obbliga il figlio ad intraprendere l’azione giudiziale per l’accertamento del rapporto di filiazione non può giovarsi del conseguente ritardo: ne deriva che la prescrizione del diritto al mantenimento non decorre dalla nascita, ma dal momento dell’accertamento giudiziale della paternità (o maternità). Tuttavia, poiché la prestazione degli alimenti in favore dei figli costituisce un’obbligazione di durata, il termine quinquennale per la prescrizione non decorre unitariamente, bensì dalla data delle singole scadenze in relazione alle quali sorge l’interesse a ciascun adempimento.

Premesso che la sentenza dichiarativa della filiazione naturale produce gli effetti del riconoscimento, essa comporta per il genitore l’adempimento degli obblighi derivanti dalla filiazione legittima, compreso l’obbligo di mantenimento il quale ha efficacia retroattiva.

Il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli sussiste per il solo fatto di averli generati, e non viene meno neppure per il fatto che l’altro genitore abbia provveduto integralmente alle esigenze dei figli. L’inadempimento di quegli obblighi costituisce un illecito civile riconducibile nell’alveo delle previsioni dell’art.2043 c.c., con la conseguente esperibilità, laddove determini la lesione di diritti costituzionalmente garantiti, dell’azione per il ristoro del danno non patrimoniale.

Il danno da privazione della figura paterna determina una grave lesione della sfera dei diritti della persona tutelati dalle previsioni costituzionali, e può essere provato attraverso il ricorso a presunzioni semplici nonché attraverso il ricorso a nozioni di comune esperienza. Esso deve essere quantitativamente determinato con il criterio equitativo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Massa 04 luglio 2017.




Residenza abituale del minore e situazione del concepito

Rinvio pregiudiziale – Cooperazione giudiziaria in materia civile – Competenza, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale – Sottrazione internazionale di minori – Convenzione dell’Aja del 25 ottobre 1980 – Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Articolo 11 – Domanda di ritorno – Nozione di “residenza abituale” di un lattante – Minore nato, conformemente alla volontà dei suoi genitori, in uno Stato membro diverso da quello della loro residenza abituale – Soggiorno ininterrotto del minore durante i primi mesi di vita nel suo Stato membro di nascita – Decisione della madre di non far ritorno nello Stato membro dove si trovava la residenza abituale della coppia

L’articolo 11, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, dev’essere interpretato nel senso che, in una situazione quale quella di cui al procedimento principale, in cui un minore è nato ed ha soggiornato ininterrottamente con sua madre per diversi mesi, conformemente alla volontà comune dei suoi genitori, in uno Stato membro diverso da quello in cui questi ultimi avevano la loro residenza abituale prima della sua nascita, l’intenzione iniziale dei genitori in merito al ritorno della madre, in compagnia del minore, in quest’ultimo Stato membro non può consentire di ritenere che detto minore abbia ivi la sua «residenza abituale», ai sensi di detto regolamento. Di conseguenza, in una situazione siffatta, il diniego della madre di far ritorno in questo stesso Stato membro in compagnia del minore non può essere considerato come un «illecito trasferimento o mancato ritorno» del minore, ai sensi di detto articolo 11, paragrafo 1. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 08 giugno 2017.




La pronuncia ex art. 250 c.c. ha come effetto il riconoscimento del figlio, senza necessità di alcun successivo comportamento del ricorrente

Riconoscimento del figlio – Art. 250 c.c. – Sentenza che accoglie il ricorso – Autorizzazione al riconoscimento – Esclusione – Effetti della sentenza: riconoscimento del figlio

Alla pronuncia giudiziale ex art. 250 c.c., da intendersi non meramente autorizzativa del riconoscimento ma pienamente sostitutiva dello stesso, consegue l’annotazione della paternità a margine dell’atto di nascita: il riconoscimento paterno è, infatti, costituito dallo stesso esercizio dell’azione giudiziale ex art. 250 c.c. e la volontà di riconoscere il minore è stata ribadita dalla parte anche in udienza dinanzi al giudice. Del resto, la disposizione appena citata perderebbe di significato ove si ritenesse che, pronunciata la sentenza che tiene luogo del consenso mancante del genitore che per primo ha riconosciuto, fosse necessario formalizzare il riconoscimento del secondo genitore innanzi all’Ufficiale di stato civile, e ciò anche sulla scorta della considerazione per cui solo così ragionando si è in grado di scongiurare le problematiche che potrebbero verificarsi allorché il genitore, pur autorizzato al riconoscimento ex art. 250 c.c., non potesse poi procedere a detto incombente, anche per cause dallo stesso indipendenti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 26 maggio 2017.




Diritto al risarcimento del danno da mancato riconoscimento del figlio: sul dies a quo della prescrizione e sulla liquidazione (criterio tabellare)

Mancato riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio – Diritto al risarcimento del danno – Prescrizione – Decorrenza – Dalla sentenza di accertamento della filiazione – Sussiste – Contrario orientamento – Non condivisibile

Mancato riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio – Diritto al risarcimento del danno – Danno cd. endo-famiiare – Sussiste

In materia di mantenimento del figlio nato fuori da matrimonio, il diritto al rimborso "pro quota" delle spese sostenute dalla nascita del figlio, spettante al genitore che lo ha allevato, e il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale non è utilmente azionabile se non dal momento della sentenza di accertamento della filiazione, che conseguentemente costituisce il "dies a quo" della decorrenza della ordinaria prescrizione. Il diverso, ed isolato orientamento giurisprudenziale affermato nella decisione “Tribunale di Roma, I Sezione civile, 1.4.2014, edita”, non appare condivisibile poiché non conforme al consolidato principio che osta all’accertamento incidenter tantum degli status. Ammettere, infatti, la decorrenza della prescrizione prima della pronuncia accertativa dello status filiationis, imporrebbe ammettere la possibilità di azionare la relativa domanda di risarcimento del danno anche prescindendo da pregressa sentenza di accertamento giudiziale della filiazione, con conseguente possibilità per il giudice, eventualmente investito dell’istanza di risarcimento del danno prima dello accertamento della filiazione, di compiere tale accertamento in via incidentale, mentre per consolidata giurisprudenza: “L'accertamento incidentale relativo ad una questione di stato delle persone non è consentita dal nostro ordinamento giuridico, ostandovi nel quadro normativo attuale l'art. 3 cod. proc. pen. e l'art. 8 d.lgs. 2 luglio 2010 n. 104” (Cass. 12.3.2012, n. 3934). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’obbligo dei genitori di provvedere a mantenere, istruire ed educare la prole discende dal fatto stesso della procreazione è ed giuridicamente cristallizzato nell’art. 30 della Costituzione e nel codice civile. Gli obblighi genitoriali oltre ad essere puntualmente definiti dalle norme interne trovano disciplina anche nelle norme sovrannazionali; la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, firmata a Nizza nel dicembre 2000, che dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha lo stesso valore giuridico dei Trattati, prevede all’art.7 il rispetto della vita privata e della vita familiare, all’art.14 il diritto all’istruzione, all’art.24 il diritto del bambino alla protezione e alle cure necessarie per il suo benessere. Diritti che richiamano quelli indicati nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, interpretati dalle numerose decisioni emesse in materia dalla Corte di Strasburgo, che ha più volte ribadito, in applicazione del combinato disposto degli artt. 8 e 14 della Convenzione EDU il diritto inviolabile del figlio di essere amato e assistito dai genitori, senza discriminazioni anche nel caso di figlio nato fuori del matrimonio, individuando come espressione del diritto fondamentale alla vita familiare la possibilità per genitori e figli di godere della reciproca presenza, con continuità e assiduità di relazione (cfr. sent Corte EDU 5.4.2005 Monory c. Romania e Ungheria)….il diritto del figlio di avere cura, assistenza morale e materiale, istruzione e mantenimento da entrambi i genitori costituisce un diritto fondamentale dalla cui violazione discende il diritto al risarcimento del danno. Dalla nozione di illecito endo-familiare elaborata dalla giurisprudenza di merito (Trib. Venezia, 30 giugno 2004; Corte app. Bologna, 10 febbraio 2004) e di legittimità (Cass., 7 giugno 2000, n. 7713; Cass., 10 maggio 2005, n. 9801, Cass., 15 settembre 2011, n. 18853), discende che la violazione dei relativi doveri genitoriali non trova necessariamente sanzione nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, ma qualora cagioni una lesione di diritti costituzionalmente protetti, può integrare gli estremi dell'illecito civile e dare luogo ad un'azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c.. A seguito della decisione delle Sezioni unite della Suprema Corte, n. 26972/2008, in base a un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c., può essere disposta la risarcibilità del pregiudizio di natura non patrimoniale, quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, che abbiano tutela costituzionale. Qualora venga provato il totale disinteresse del genitore nel confronti del figlio, estrinsecatosi nella violazione degli obblighi connessi alla responsabilità genitoriale (cura, istruzione, educazione, mantenimento), ciò genera un vulnus dei diritti fondamentali del figlio che trovano nella carta Costituzionale (art. 2 e 30) e nelle norme di diritto internazionale richiamate un elevato grado di riconoscimento e tutela. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 19 maggio 2017.




Rettificazione di sesso e immediata rettificazione dell’atto di nascita

Rettificazione di sesso - Artt. 3 della legge 164/82 e 31 del d. lgs. 150/2011 - Trattamento chirurgico - Finalità - Immediata rettificazione dell’atto di nascita - Ammissibilità

Dovendosi ritenere accertato che l’interessata ha irrevocabilmente assunto una personalità maschile non solo può essere autorizzato il trattamento chirurgico onde adeguare i caratteri sessuali da femminili a maschili posto che lo stesso non costituisce un prerequisito per accedere al procedimento di rettificazione bensì un possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psicofisico ma, onde garantire piena tutela della salute psico-fisica della ricorrente nelle more dell’intervento, va anche immediatamente disposta la rettifica del suo atto di nascita con modifica del prenome da femminile a maschile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 21 aprile 2017.




Vietare al dipendente di indossare il velo islamico non è discriminatorio

Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Direttiva 2000/78/CE – Parità di trattamento – Discriminazione basata sulla religione o sulle convinzioni personali – Regolamento interno di un’impresa che vieta ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili di natura politica, filosofica o religiosa – Discriminazione diretta – Insussistenza – Discriminazione indiretta – Divieto posto ad una dipendente di indossare il velo islamico

L’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretato nel senso che il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali ai sensi di tale direttiva.

Siffatta norma interna di un’impresa privata può invece costituire una discriminazione indiretta ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2000/78, qualora venga dimostrato che l’obbligo apparentemente neutro da essa previsto comporta, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia, a meno che esso sia oggettivamente giustificato da una finalità legittima, come il perseguimento, da parte del datore di lavoro, di una politica di neutralità politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti, e che i mezzi impiegati per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari, circostanza, questa, che spetta al giudice del rinvio verificare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 14 marzo 2017.




Sul diritto all’oblio, decidono gli Stati Membri

Rinvio pregiudiziale – Dati personali – Tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento di tali dati – Direttiva 95/46/CE – Articolo 6, paragrafo 1, lettera e) – Dati soggetti a pubblicità nel registro delle imprese – Prima direttiva 68/151/CEE – Articolo 3 – Scioglimento della società interessata – Limitazione dell’accesso dei terzi a tali dati

L’articolo 6, paragrafo 1, lettera e), l’articolo 12, lettera b), e l’articolo 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, in combinato disposto con l’articolo 3 della prima direttiva 68/151/CEE del Consiglio, del 9 marzo 1968, intesa a coordinare, per renderle equivalenti, le garanzie che sono richieste, negli Stati membri, alle società a mente dell’articolo 58, secondo comma, del Trattato per proteggere gli interessi dei soci e dei terzi, come modificata dalla direttiva 2003/58/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 luglio 2003, devono essere interpretati nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, spetta agli Stati membri determinare se le persone fisiche di cui all’articolo 2, paragrafo 1, lettere d) e j), della direttiva da ultimo citata possano chiedere all’autorità incaricata della tenuta, rispettivamente, del registro centrale, del registro di commercio o del registro delle imprese di verificare, in base ad una valutazione da compiersi caso per caso, se sia eccezionalmente giustificato, per ragioni preminenti e legittime connesse alla loro situazione particolare, decorso un periodo di tempo sufficientemente lungo dopo lo scioglimento della società interessata, limitare l’accesso ai dati personali che le riguardano, iscritti in detto registro, ai terzi che dimostrino un interesse specifico alla loro consultazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 09 marzo 2017.




Amministrazione di sostegno e accettazione tacita dell’eredità

Successioni a causa di morte – Erede beneficiario di amministrazione di sostegno – Accettazione tacita dell’eredità – Legittimità – Sussiste – Presupposti

Non vi sono ragioni per escludere, in capo ai beneficiari di amministrazione di sostegno, la capacità, in linea generale, di procedere all’accettazione tacita dell’eredità; con la precisazione che, laddove al beneficiario sia imposto di accettare l’eredità solo previa autorizzazione del Giudice tutelare (art. 374, comma 1, nr. 3, c.c.), dovrà essere sottoposto al predetto vaglio giudiziale proprio l’atto il cui compimento importerà accettazione ereditaria, con completa illustrazione della circostanza che quest’ultima sarà foriera di conseguenze positive per il soggetto beneficiario, o quantomeno scevre da controindicazioni. (Carlo Bianconi) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 03 marzo 2017.




Il richiedente asilo non è un clandestino: discriminatori i manifesti di protesta in tal senso

Affissione di manifesti di protesta da parte di un partito – Manifesti di protesta contro l’accoglienza di richiedenti la protezione internazionale – Identificazione dei medesimi in termini di “clandestini” – Discriminazione “per motivi di nazionalità” – Sussiste – Attribuzione della qualifica di “clandestini” – Effetti – Clima intimidatorio

Affissione di manifesti di protesta da parte di un partito – Manifesti di protesta contro l’accoglienza di richiedenti la protezione internazionale – Identificazione dei medesimi in termini di “clandestini” – Discriminazione “per motivi di nazionalità” – Sussiste

Il termine “clandestino” ha una valenza denigratoria e viene utilizzato come emblema di negatività poiché contraddistingue il comportamento delittuoso (punito con una contravvenzione) di chi fa ingresso o si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni del T.U. sull’immigrazione; con l’epiteto di “clandestino” si fa chiaramente riferimento ad un soggetto abusivamente presente sul territorio nazionale ed è idoneo a creare un clima intimidatorio (implicitamente avallando l’idea che i “clandestini”, non regolarmente soggiornanti in Italia, devono allontanarsi). Si tratta, dunque, di un termine non confacente alla situazione dei richiedenti protezione internazionale, i quali esercitando un diritto fondamentale, chiedono allo Stato italiano di riconoscere loro la protezione internazionale perché temono a ragione di essere perseguitati o perché corrono il rischio effettivo, in caso di rientro nel paese d’origine, di subire un “grave danno”. I richiedenti asilo, pertanto, non possono considerarsi irregolari e non sono, dunque, “clandestini”. L’espressione “clandestini”, evocando l’idea di persone irregolarmente presenti sul territorio nazionale – alle quali viene pagato “vitto, alloggio e vizi”, a costo di grandi sacrifici chiesti ai cittadini di Saronno, ai quali, invece, vengono tagliate le pensioni e aumentate le tasse – veicola l’idea fortemente negativa che i richiedenti asilo costituiscano un pericolo per i cittadini. Emerge con chiarezza la valenza gravemente offensiva e umiliante di tale espressione, che ha l’effetto non solo di violare la dignità degli stranieri, richiedenti asilo, appartenenti ad etnie diverse da quelle dei cittadini italiani, ma altresì di favorire un clima intimidatorio e ostile nei loro confronti.(Nel caso di specie, il giudice ha ritenuto che costituisse comportamento discriminatorio l’affissione nel territorio comunale circa 70 cartelli recanti il simbolo del partito Lega Nord dal seguente contenuto: “Saronno non vuole i clandestini” “Renzi e Alfano vogliono mandare a Saronno 32 clandestini: vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo ai saronnesi tagliano le pensioni ed aumentano le tasse” “Renzi e Alfano complici dell’invasione”; ciò con riferimento all’accoglienza di stranieri qualificabili come richiedenti asilo politico e non anche clandestini, nel senso giuridico del termine). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La discriminazione per motivi di nazionalità opera in ragione del mero rilievo del trattamento deteriore riservato allo straniero quale effetto della sua appartenenza ad una nazionalità diversa da quella italiana. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 23 febbraio 2017.




Nato da parto anonimo: sulle modalità di accesso alle origini

Figlio nato da parto anonimo – Diritto a conoscere le proprie origini – Sussistenza – Previa verifica della persistenza nella madre della volontà di conservare l’anonimato – Necessità – Modalità di attuazione del provvedimento che riconosce il diritto

In tema di parto anonimo, per effetto della sentenza delle Corte costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte stessa, idonee ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità della donna, fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia rimossa in seguito all’interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità (La Corte di Appello di Salerno si conforma ai principi enunciati dalle Sezioni Unite, con sentenza n. 1946 del 25 gennaio 2017, disponendo, nel caso di specie, che la Stazione dei Carabinieri territorialmente competente provveda, con facoltà di subdelega, agli opportuni adempimenti). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Salerno 07 febbraio 2017.




Contrasto dei genitori sulla iscrizione scolastica? Prevale la scuola pubblica

Esercizio della responsabilità genitoriale – Scelte dei genitori nell’interessi dei figli – Contrasto in merito alle iscrizioni scolastiche – Scuola privata oppure scuola pubblica – Mancanza di necessità di garantire continuità formativa – Scelta giudiziale in favore della scuola pubblica – Sussiste – Volontà contraria del figlio minore – Rilevanza – Non sussiste

Esercizio della responsabilità genitoriale – Scelte dei genitori nell’interessi dei figli – Consenso prestato per le iscrizioni scolastiche – Efficacia – Limitatamente al solo ciclo frequentato dalla prole al momento di espressione del consenso – Sussiste

In caso di contrasto genitoriale in merito alla iscrizione scolastica dei figli (tra scuola privata e scuola pubblica), in assenza della necessità di salvaguardare la continuità formativa, il Tribunale deve optare per la scuola pubblica italiana considerata quella che l’ordinamento democratico mette a disposizione di tutti i minori e della quale il giudice deve presumere la capacità di fornire idonea educazione scolastica. Analoga presunzione non può operare con la scuola privata in quanto organizzata non dallo Stato italiano ma da soggetti diversi che solo entrambi i genitori possono valutare come positivi per l’educazione dei loro figli. Né può essere decisiva la diversa volontà dei figli: infatti, la volontà della prole minore di età non può superare le osservazioni riportate quanto all’impossibilità per il giudice di ordinare l’iscrizione ad un nuovo ciclo di scuola privata nel dissenso di uno dei genitori. Peraltro, che l’opinione del minore nella scelta scolastica sia importante, ma non dirimente, si evince dalla non necessità del suo ascolto in sede di iscrizione, ritenendo l’ordinamento che tale scelta sia da rimettere ai genitori. Ciò in quanto l’immaturità del minore fa ritenere che lo stesso non abbia le necessarie categorie e conoscenze per valutare la qualità dell’offerta formativa, dell’impostazione didattica e culturale dei diversi istituti, capacità riconosciute dall’ordinamento scolastico ai soli genitori chiamati a sottoscrivere la scheda di iscrizione che non prevede la sottoscrizione del minore. Sono i soli genitori che assumono di fronte all’ordinamento e ai figli il compito e la responsabilità della scelta scolastica, senza che sia prevista l’espressione di una adesione del minore a tale scelta. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il consenso prestato per le iscrizioni scolastiche, in mancanza di espresse specificazioni, ha effetto con riguardo al solo ciclo frequentato dai figli al momento di espressione del consenso. Tale conclusione è desumibile dalla necessità per i genitori di rinnovare il proprio consenso ad ogni mutamento di ciclo scolastico, essendo stabilito dall’ordinamento scolastico che i genitori provvedano all’iscrizione dei figli ad ogni mutamento di ciclo. Peraltro una diversa interpretazione, portata alle estreme conseguenze imporrebbe ai genitori che avessero prestato il consenso alla frequentazione di una scuola privata dell’infanzia di assicurare la frequenza scolastica nella medesima struttura fino al compimento degli studi anche universitari, qualora la struttura avesse classi di istruzione di ogni ordine e grado, affermazione che si porrebbe in palese contrasto con i più elementari canoni dell’ermeneutica. Per quanto esposto deve ritenersi che il consenso eventualmente prestato dai genitori, riguardi il solo ciclo scolastico che il figlio stia frequentando nel periodo in cui l’accordo viene concluso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 20 gennaio 2017.




Rettifica del genere: se non ci sono figli e coniuge, la domanda può essere proposta con ricorso

Rettificazione del genere – Procedimento ex art. 31 dlgs n. 150 del 2011 – Assenza di figli o coniuge – Rito – Introduzione della causa con ricorso – Sussiste

Rettificazione del genere – Intervento chirurgico – Necessità – Esclusione

In materia di rettificazione del genere, la domanda può essere proposta nelle forme del ricorso, in luogo dell’atto di citazione come previsto dall’art. 31 d.lgs. n.150/2011, là dove la parte ricorrente risulti non coniugata e senza prole, si da doversi volgere la causa nel contraddittorio del solo Pubblico ministero: infatti, la proposizione della domanda nelle forme del ricorso non lede il contraddittorio e si presenta più consona ad assicurare le esigenze di celerità insite nel procedimento e connesse alla tutela della salute del ricorrente. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La domanda di rettificazione del genere può essere accolta là dove appaia accertato alla luce dei contenuti delle certificazioni mediche depositate che sia necessario autorizzare la rettificazione dei dati anagrafici al fine di assicurare la piena tutela della salute psico fisica della ricorrente. L’accoglimento della domanda non impone il trattamento chirurgico, per effettuare l'adeguamento dei caratteri sessuali. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 20 gennaio 2017.




Protezione internazionale: grave la situazione del Mali. No ai rimpatri

Protezione internazionale – Status di rifugiato – Presupposti (nel caso di specie richiedente proveniente dal Nord del Mali) – Reclutamento di ragazzi per l’arruolamento forzoso, da parte di gruppi guerriglieri

Protezione internazionale – Status di beneficiario della protezione sussidiaria – Presupposti (nel caso di specie richiedente proveniente dal Mali)

Lo status di rifugiato può essere riconosciuto allo straniero che abbia un ragionevole timore di poter essere, in caso di rimpatrio, vittima di persecuzione (art. 1, Conv. Ginevra, 28 luglio 1951; v. l. 24 luglio 1954 n. 722); in particolare, la condizione di «rifugiato» può essere accordata al cittadino di un paese terzo il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale, si trova fuori dal paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di detto paese (art. 2, lett. d, Dir. 2011/95/UE; v. d.lgs 21 febbraio 2014 n. 8); nell’esegesi dei testi, primaria importanza assume la Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951. (Nel caso di specie, il Tribunale ha riconosciuto lo status di rifugiato a un richiedente cittadino del Mali, nato a Dalama, il quale era stato ridotto in prigionia da un gruppo di guerriglieri jihadisti che lo aveva trattenuto contro la sua volontà, al fine di addestrarlo contro l’esercito del Mali; il richiedente era però riuscito a fuggire – dopo circa quattro mesi - arrivando, alla fine, in Italia). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il cittadino di un paese terzo o apolide può essere riconosciuto «persona avente titolo a beneficiare della protezione sussidiaria» là dove non goda dei requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistano fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto paese (Art. 2, lett. f, Dir. 2011/95/UE). Sono considerati “danni gravi”: a) la condanna a morte o all'esecuzione della pena di morte; b) la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine; c) la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. Il requisito della individualità della minaccia deve essere inteso alla luce delle direttive interpretative enunciate dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, secondo cui l'esistenza di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria non è subordinata alla condizione che quest'ultimo fornisca la prova che egli è interessato in modo specifico a motivo di elementi peculiari della sua situazione personale e l'esistenza di una siffatta minaccia può essere considerata, in via eccezionale, provata qualora il grado di violenza indiscriminata che caratterizza il conflitto armato in corso, valutato dalle autorità nazionali competenti impegnate con una domanda di protezione sussidiaria o dai giudici di uno Stato membro ai quali viene deferita una decisione di rigetto di una tale domanda, raggiunga un livello così elevato che sussistono fondati motivi di ritenere che un civile rientrato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenta sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Corte Giust. UE, sentenza 17 febbraio 2009 nel procedimento C-465/07, Elgafaji); in questi sensi, anche la giurisprudenza interna (Cass. civ., sez. VI-1, 30 luglio 2015 n. 16202). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Salerno 19 gennaio 2017.




Legge applicabile alle azioni di Stato

Azioni di Stato – Legge applicabile – Art. 33 legge 218 del 1995 come modificato dal dlgs. 154 del 2013

In materia di azioni di stato, la legge applicabile è quella italiana ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 33 della L. 218/1995 così come modificato dall’art. 101 del D.Lgs. 154/2013 (che prevede che “1. Lo stato di figlio è determinato dalla legge nazionale del figlio o, se più favorevole, dalla legge dello Stato in cui uno dei genitori è cittadino, al momento della nascita. 2. La legge individuata ai sensi del comma 1 regola i presupposti e gli effetti dell’accertamento e della contestazione dello stato di figlio; qualora la legge così individuata non permetta l’accertamento o la contestazione dello stato di figlio si applica la legge Italiana”) nel caso in cui – come per la legge marocchina - non siano adeguata la tutela del diritto del figlio in quanto, ad esempio (v. art. 151 del Codice della Famiglia marocchino) legittimato attivo dell’azione di disconoscimento sia solo il padre presunto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 18 gennaio 2017.




Interdizione e amministrazione di sostegno: criterio discretivo

Misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia – Interdizione e amministrazione di sostegno – Criterio discretivo – Maggior grado di protezione assicurato dall’interdizione – Esclusione – Maggiore adeguatezza dell’amministrazione di sostegno nella generalità delle situazioni di bisogno – Sussiste

Non può essere condivisa l’opinione secondo la quale, in certi casi, la misura dell’interdizione sarebbe maggiormente tutelante rispetto a quella dell’amministrazione di sostegno, in relazione a ragioni anagrafiche o riconducibili alla natura vasta e composita del patrimonio del soggetto privo di autonomia, criteri discretivi che non è possibile rinvenire nel panorama normativo. Al contrario, la misura di amministrazione di sostegno, con gli opportuni correttivi, è sempre maggiormente protettiva del soggetto bisognoso, sulla scorta di una rigorosa analisi degli istituti di diritto positivo del nostro Ordinamento (tra i quali: l’identità dei requisiti per la nomina ad amministratore di sostegno e dei relativi obblighi, rispetto alla tutela; la maggiore protezione, nell’amministrazione di sostegno, in esito al compimento di atti non autorizzati; i vantaggi processuali ed economici per il beneficiario; la possibile minore limitazione della capacità di agire del beneficiario; la possibile l’estensione, in favore del beneficiario – oltre che delle limitazioni e delle decadenze – anche degli “effetti” benefici, dell’interdizione o dell’inabilitazione). Può dunque affermarsi la maggiore adeguatezza dell’amministrazione di sostegno, rispetto alla tutela, con riferimento alla totalità delle situazioni di bisogno. (Carlo Bianconi) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 28 dicembre 2016.




Disabilità e limite invalicabile delle garanzie: servizio di trasporto scolastico e assistenza per lo studente

 

La natura fondamentale del diritto, che è tutelato anche a livello internazionale dall’art. 24 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 13 dicembre 2006, ratificata e resa esecutiva con legge 3 marzo 2009, n. 18, impone alla discrezionalità del legislatore un limite invalicabile nel «rispetto di un nucleo indefettibile di garanzie per gli interessati» (sentenza n. 80 del 2010), tra le quali rientra il servizio di trasporto scolastico e di assistenza poiché, per lo studente disabile, esso costituisce una componente essenziale ad assicurare l’effettività del medesimo diritto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 16 dicembre 2016.




Contributi sproporzionati per il permesso di soggiorno? Euro-incompatibili. Conferma da parte del Consiglio di Stato

Direttiva 2003/109/CE – Sentenza Corte Giust. UE 2.9.2015 – Normativa nazionale – Rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno – Presupposto – Contributo finanziario obbligatorio – Importo otto volte più elevato rispetto all’importo richiesto per ottenere la carta d’identità nazionale – Lesione dei principi della direttiva 2003/109/CE – Sussiste – Effetti – Obbligo in capo all’Amministrazione Statale

a) La Corte di Giustizia ha motivatamente inteso affermare nella sentenza del 2 settembre 2015, in C-309/14, l’incompatibilità, nel suo complesso, della normativa nazionale, che prevede i contributi per il rilascio e il rinnovo di tutti i permessi di soggiorno in una forbice compresa tra un minimo di € 80,00 ed un massimo di € 200,00, perché ha ritenuto che il “tariffario” di tali contributi, di tutti i contributi, sia di ostacolo all’esercizio dei diritti conferiti dalla direttiva n. 2003/109/CE ai cittadini stranieri «stabilitisi a titolo duraturo negli Stati membri» (“Considerando” n. 4) e intenzionati a richiedere il permesso UE di lungo soggiorno, ma soggetti a ripetuti e sproporzionati contributi, fin da quello iniziale di € 80,00 e a quelli successivi di importo via via crescente, da parte della legislazione nazionale, nel quinquennio richiesto dalla stessa direttiva n. 2003/109/CE (art. 4) e dalla legislazione nazionale attuativa (art. 9, comma 1, del d. lgs. n. 286 del 1998) per l’ottenimento di tale permesso;
b) l’importo di tali contributi, anche quello minimo di € 80,00, ha infatti una incidenza finanziaria considerevole per i cittadini di Paesi terzi che soddisfano le condizioni sostanziali previste dalla stessa direttiva n. 2003/109/CE e compromette gli obiettivi perseguiti da tale direttiva, privandola del suo effetto utile, soprattutto ove si consideri che anche l’importo più basso – € 80,00 – tra tutti quelli previsti supera, comunque, ben oltre le sette volte il costo richiesto nel nostro Paese per il rilascio della carta di identità ad un cittadino italiano;
c) qualora la Corte di Giustizia dell’Unione europea, come in questo caso, dichiari l’incompatibilità del diritto nazionale con i Trattati e la ‘legislazione eurounitaria’, il giudice interno – e, in particolar modo, il Consiglio di Stato quale giudice di ultima istanza ai sensi dell’art. 267, par. 3, TFUE – è tenuto a disapplicare o, meglio, a non applicare il diritto dello Stato giudicato dalla Corte contrastante con i Trattati e detta ‘legislazione’;
d) nel caso di specie, deve essere disapplicata, per effetto della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 2 settembre 2015, in C-309/14, la disposizione dell’art. comma 2-ter dell’art. 5 del d. lgs. n. 286 del 1998, nella misura in cui fissa gli importi dei contributi richiesti per tutti i permessi di soggiorno da un minimo di € 80,00 ad un massimo di € 200,00, in quanto costituenti nel loro complesso un ostacolo, per il loro importo eccessivamente elevato, ai diritti conferiti ai cittadini stranieri richiedenti i permessi UE di lungo soggiorno, con conseguente illegittimità del D.M. qui impugnato, nelle parti già annullate dal T.A.R. In ottemperanza della presente decisione e previa disapplicazione, nei limiti sopra esplicati, del comma 2-ter dell’art. 5 del d. lgs. n. 286 del 1998, alla luce di quanto stabilito dalla Corte di Giustizia, le Amministrazioni competenti ridetermineranno l’importo dei contributi, nell’esercizio della loro discrezionalità, in modo tale che la loro equilibrata e proporzionale riparametrazione non costituisca un ostacolo all’esercizio dei diritti riconosciuti dalla direttiva n. 2003/109/CE. In particolare, secondo l’effetto conformativo proprio del presente giudicato, esse ridetermineranno con apposito decreto i contributi ora per allora alla stregua del consolidato principio secondo il quale, quando vi è un giudicato amministrativo di annullamento di atti generali in tema di tariffe, di prezzi o di aliquote, l’Amministrazione ben può determinare ovvero applicare “ora per allora” il sopravvenuto provvedimento, che mira a colmare il ‘vuoto’ conseguente alla sentenza amministrativa che abbia annullato con effetti ex tunc un atto generale (v., ex plurimis, Cass., Sez. Un., 1° ottobre 1982, n. 5030; Cons. St., sez. V, 21 ottobre 1997, n. 1145 e, tra le più recenti, Cons. St., sez. III, 7 marzo 2016, n. 927). Competerà anche alle predette Amministrazioni, nel rinnovato esercizio della loro discrezionalità, stabilire, secondo i principî dettati dal diritto nazionale ed eurounitario e in sintonia con le competenti istituzioni europee (anche al fine di scongiurare ulteriori procedure di infrazione da parte della Commissione), an, quando e quomodo degli eventuali rimborsi agli interessati per le somme versate in eccedenza rispetto al dovuto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Consiglio di Stato 26 ottobre 2016.




Amministrazione di sostegno, perdita della capacità processuale e interruzione del processo

Amministrazione di sostegno – Capacità processuale del beneficiario – Valutazione – Interruzione del processo

Ove all’amministratore di sostegno sia stato conferito un potere rappresentativo generale, ne conseguirà la perdita della capacità processuale in capo al beneficiario, con la necessaria applicazione  dell’art.300 c.p.c. e l’interruzione del processo.
Dal legislatore non è stata regolata la posizione processuale del soggetto sottoposto ad amministrazione di sostegno, sicché occorre verificare di volta in volta se, per l’oggettiva estensione dei poteri rappresentativi attribuiti all’amministratore, l’adozione della misura imponga al giudice di interrompere il processo nel momento in cui tale circostanza sia comunicata in udienza o notificata alle altre parti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 24 ottobre 2016.




Protezione internazionale: lo Stato Membro può introdurre termini di decadenza?

Rinvio pregiudiziale – Direttiva 2004/83/CE – Norme minime sulle condizioni per il riconoscimento dello status di rifugiato o di beneficiario della protezione sussidiaria – Norma procedurale nazionale che prevede, per proporre una domanda di protezione sussidiaria, un termine di quindici giorni lavorativi a decorrere dalla notifica del rigetto della domanda di asilo – Autonomia procedurale degli Stati membri – Principio di equivalenza – Principio di effettività – Regolare svolgimento del procedimento di esame della domanda di protezione sussidiaria – Regolare svolgimento della procedura di rimpatrio – Incompatibilità

Il principio di effettività deve essere interpretato nel senso che osta ad una norma procedurale nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, che assoggetta una domanda volta ad ottenere lo status di protezione sussidiaria ad un termine di decadenza di quindici giorni lavorativi a decorrere dalla notifica, da parte dell’autorità competente, della possibilità, per un richiedente asilo la cui domanda sia stata respinta, di presentare una siffatta domanda. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 20 ottobre 2016.




Annullamento del diniego di conversione del permesso di soggiorno per integrazione di minore in permesso per lavoro subordinato

Immigrazione - Stranieri - Annullamento di decreto di diniego di conversione del permesso di soggiorno per integrazione di minore in permesso di soggiorno per lavoro subordinato - Giurisdizione del giudice ordinario - Insussistenza

Il giudice ordinario difetta di giurisdizione in ordine alla domanda di annullamento del decreto del Questore di diniego di conversione del permesso di soggiorno per integrazione di minore in permesso di soggiorno per lavoro subordinato, essendo tale tipologia di controversia riservata alla cognizione del giudice amministrativo, atteso che il diniego o il mancato rinnovo del permesso di soggiorno - per motivi diversi da quelli familiari - costituiscono provvedimenti discrezionali e non vincolati, rispetto ai quali in capo allo straniero sussiste una posizione di interesse legittimo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 18 ottobre 2016.




Sentenze di condanna CEDU e oneri statali, rivalsa su Regioni o altri enti pubblici

Unione europea - Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo - Sentenze di condanna rese dalla Corte EDU - Oneri finanziari a carico dello Stato - Previsto diritto di rivalsa dello Stato nei confronti delle Regioni o di altri enti pubblici responsabili delle violazioni

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 16-bis, comma 5, della legge n. 11 del 2005. Secondo l’espresso dettato della disposizione in esame, l’esercizio del diritto statale di rivalsa presuppone che gli enti locali «si siano resi responsabili di violazioni delle disposizioni della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali». Il fondamento della rivalsa statale nei confronti degli enti locali viene, quindi, esplicitamente individuato nella responsabilità per condotte, imputabili agli stessi enti, poste in essere in violazione della CEDU. L’esame del dato letterale porta, perciò, ad escludere, tra i possibili contenuti precettivi della disposizione, l’esistenza di un automatismo nella condanna dell’amministrazione locale in sede di rivalsa e, conseguentemente, di una deroga al principio dell’imputabilità. Il requisito dell’imputabilità risulta, invero, immanente al concetto stesso di responsabilità ed è coerente con la ratio dell’intera normativa sull’esercizio della rivalsa per violazioni del diritto europeo, con riferimento sia alle condanne della Corte di giustizia, sia a quelle della Corte EDU, in quanto volta alla prevenzione di tali violazioni attraverso la responsabilizzazione dei diversi livelli di governo coinvolti nell’attuazione del diritto europeo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 12 ottobre 2016.




NO alla dieta vegana imposta ai figli

Conflitto genitoriale - Dieta vegana - Esclusione - Riferimento all’alimentazione erogata dalle strutture pubbliche ai minori

Frequentazioni padre-figlia - Ostacolo - Malattia - Solo se idonea a precludere lo spostamento - Certificazione sanitaria - Necessità - Sussiste

L’art. 337-ter c.c. stabilisce che in regime di affidamento condiviso la responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori e che le decisioni di maggiore interesse per i figli relative, all’istruzione, educazione, salute e alla scelta della residenza abituale devono essere assunte di comune accordo, tenendo conto della capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli; in caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. La decisione relativa al regime alimentare del figlio minore deve indubbiamente essere considerata di maggiore interesse, inerendo la salute del figlio. In presenza di contrasto genitoriale sulla dieta che il figlio deve seguire, il giudice può decidere valutando in primo luogo eventuali ragioni di carattere medico che possano imporre particolari restrizioni alimentari, dovendo in assenza di tali specifiche limitazioni applicare parametri di normalità statistica che impongono di far seguire ai figli minori un regime alimentare privo di restrizioni. A prescindere, infatti, dalle specifiche convinzioni di ognuno, qualora debbano essere compiute scelte che superino il disaccordo tra i genitori, occorre riferirsi alle condotte normalmente tenute dai genitori nella generalità dei casi per la cura e l’educazione dei figli. Il regime alimentare normalmente seguito nelle scuole è quello che prevede l’introduzione nella dieta di qualunque alimento senza restrizioni. Ciò fa presumete che le strutture a ciò deputate (Ministero della Salute e della Pubblica Istruzione) abbiano ritenuto che ciò garantisca la corretta crescita dei minori. La presenza di un regime alimentare sottoposto allo stretto controllo pubblico delle mense presenti nelle istituzioni scolastiche, scongiura i rischi prospettati dalla resistente che la minore possa essere pregiudicata nella corretta crescita inserendo nella dieta carne, pesce o cibi confezionati, poiché aderendo a tale prospettazione dovrebbe ritenersi che nelle mense scolastiche venga compromessa la salute di tutti i bambini che seguono un “normale” regime alimentare.
Risulta pertanto accertato che non vi sono ragioni connesse alla salute della figlia (allergie, intolleranze etc.) sottese a tale opzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In considerazione della conflittualità tra i genitori che impedisce ogni idonea comunicazione può essere previsto che il calendario di frequentazioni stabilite dal giudice non possa essere modificato per alcuna ragione salva eventuale malattia della minore debitamente certificata da pediatra del Servizio Sanitario nazionale, certificazione che deve contenere espresso riferimento che la malattia non consente lo spostamento della minore, potendo la figlia in caso di mera indisposizioni o di malattia non grave, che ne consenta lo spostamento raggiungere e permanere presso l’abitazione del padre che sarà onerato delle relative cure, certificazione da inviare al servizio socio assistenziale incaricato del monitoraggio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 07 ottobre 2016.




Libertà di stabilimento e giochi d’azzardo

Rinvio pregiudiziale – Articolo 49 TFUE – Libertà di stabilimento – Giochi d’azzardo – Restrizioni – Motivi imperativi di interesse generale – Proporzionalità – Appalti pubblici – Requisiti di partecipazione ad una gara d’appalto e valutazione della capacità economica e finanziaria – Esclusione dell’offerente per mancata presentazione di attestazioni della sua capacità economica e finanziaria rilasciate da due istituti bancari distinti – Direttiva 2004/18/CE – Articolo 47 – Applicabilità

1) La direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi e, in particolare, il suo articolo 47 devono essere interpretati nel senso che una normativa nazionale che disciplina il rilascio di concessioni nel settore dei giochi d’azzardo, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, non rientra nel loro ambito di applicazione.
2) L’articolo 49 TFUE deve essere interpretato nel senso che esso non osta ad una disposizione nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, che impone agli operatori che intendono rispondere ad una gara diretta al rilascio di concessioni in materia di giochi e di scommesse l’obbligo di comprovare la propria capacità economica e finanziaria mediante dichiarazioni rilasciate da almeno due istituti bancari, senza ammettere la possibilità di dimostrare tale capacità anche in altro modo, sempreché la disposizione di cui trattasi sia conforme ai requisiti di proporzionalità stabiliti dalla giurisprudenza della Corte, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 08 settembre 2016.




Consenso al prelievo di organi da parte dell’amministratore di sostegno

Amministrazione di sostegno - Donazione di organi da parte del beneficiario ai sensi della legge n. 91/1999 - Autorizzazione del G.T. alla manifestazione del consenso al prelievo di organi da parte dell’amministratore di sostegno - Diniego - Fattispecie

Poiché la dichiarazione di volontà di disponibilità alla donazione ai sensi dell’art. 4, comma 3 della legge n. 91/1999 non è consentita, fra l’altro, “per i soggetti non aventi la capacità di agire”, l’amministratore di sostegno non può essere autorizzato a manifestare il consenso in rappresentanza esclusiva del beneficiario all’eventuale donazione di organi ove la misura protettiva sia stata adottata in considerazione della accertata incapacità di costui di provvedere autonomamente ai propri interessi. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 25 agosto 2016.




Revoca della inabilitazione e applicazione della amministrazione di sostegno

Inabilitazione - Revoca - Art. 429 c.c. - Applicazione della misura della amministrazione di sostegno - Ammissibilità - Fattispecie

Tenuto conto dei principi ispiratori della legge n. 6/2004, deve ritenersi consentita una interpretazione estensiva della norma di cui all’art. 429 c.p.c. nel senso che, nell’ipotesi in cui non sia venuta meno la causa dell’inabilitazione, può disporsi la revoca di tale misura e l’applicazione della amministrazione di sostegno ove quest’ultima appaia in concreto maggiormente adeguata alle esigenze di tutela della persona interessata. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 19 luglio 2016.




Incostituzionale la cd legge antibadanti

Previdenza – Pensione di reversibilità – Matrimonio con il dante causa contratto ad età del medesimo superiore a settanta anni e differenza di età tra i coniugi superiore a venti anni – Riduzione dell’aliquota – Incostituzionalità – Sussiste

Pensione di reversibilità – Funzione

E’ costituzionalmente illegittimo l’art. 18, comma 5, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111. La ratio della misura restrittiva risiede nella presunzione che i matrimoni contratti da chi abbia più di settant’anni con una persona di vent’anni più giovane traggano origine dall’intento di frodare le ragioni dell’erario, quando non vi siano figli minori, studenti o inabili. Si tratta di una presunzione di frode alla legge, connotata in termini assoluti, che preclude ogni prova contraria. La sua ampia valenza lascia trasparire l’intrinseca irragionevolezza della disposizione impugnata. Pur di accentuare la repressione di illeciti, già sanzionati dall’ordinamento con previsioni mirate, si enfatizza la patologia del fenomeno, partendo dal presupposto di una genesi immancabilmente fraudolenta del matrimonio tardivo. Nell’attribuire rilievo all’età del coniuge titolare di trattamento pensionistico diretto al momento del matrimonio e alla differenza di età tra i coniugi, la disposizione in esame introduce una regolamentazione irragionevole, incoerente con il fondamento solidaristico della pensione di reversibilità, che ne determina la finalità previdenziale, presidiata dagli artt. 36 e 38 Cost. e ancorata dal legislatore a presupposti rigorosi. Una tale irragionevolezza diviene ancora più marcata, se si tiene conto dell’ormai riscontrato allungamento dell’aspettativa di vita. Il vulnus ai diritti previdenziali del coniuge superstite appare ancor più evidente in una normativa che subordina tali diritti alla circostanza, del tutto accidentale ed eccentrica rispetto alla primaria finalità di protezione del coniuge, che vi siano figli minori, studenti o inabili all’epoca del sorgere del diritto del coniuge. Per i figli, peraltro, la disciplina delle pensioni di reversibilità appresta una tutela autonoma, che interagisce con la normativa indirizzata ai coniugi ai limitati effetti della già citata disciplina del “cumulo”. Questo dato serve a confermare l’equilibrato intento solidaristico che ha, già da qualche tempo, ispirato il legislatore. Dalle considerazioni svolte, discende la fondatezza della questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 36 e 38 Cost. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’ordinamento configura la pensione di reversibilità come «una forma di tutela previdenziale ed uno strumento necessario per il perseguimento dell’interesse della collettività alla liberazione di ogni cittadino dal bisogno ed alla garanzia di quelle minime condizioni economiche e sociali che consentono l’effettivo godimento dei diritti civili e politici (art. 3, secondo comma, della Costituzione) con una riserva, costituzionalmente riconosciuta, a favore del lavoratore, di un trattamento preferenziale (art. 38, secondo comma, della Costituzione) rispetto alla generalità dei cittadini (art. 38, primo comma, della Costituzione)». In virtù di tale connotazione previdenziale, il trattamento di reversibilità si colloca nell’alveo degli artt. 36, primo comma, e 38, secondo comma, della Carta fondamentale, che prescrivono l’adeguatezza della pensione quale retribuzione differita e l’idoneità della stessa a garantire un’esistenza libera e dignitosa. Nella pensione di reversibilità erogata al coniuge superstite, la finalità previdenziale si raccorda a un peculiare fondamento solidaristico. Tale prestazione, difatti, mira a tutelare la continuità del sostentamento e a prevenire lo stato di bisogno che può derivare dalla morte del coniuge. Il perdurare del vincolo di solidarietà coniugale, che proietta la sua forza cogente anche nel tempo successivo alla morte, assume queste precise caratteristiche, avallate da plurimi princìpi costituzionali. In un àmbito che interseca scelte eminentemente personali e libertà intangibili, i princìpi di eguaglianza e ragionevolezza rivestono un ruolo cruciale nell’orientare l’intervento del legislatore. Quest’ultimo, vincolato a garantire un’adeguata tutela previdenziale, per un verso non deve interferire con le determinazioni dei singoli che, anche in età avanzata, ricercano una piena realizzazione della propria sfera affettiva e, per altro verso, è chiamato a realizzare un equilibrato contemperamento di molteplici fattori rilevanti, allo scopo di garantire l’assetto del sistema previdenziale globalmente inteso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 14 luglio 2016.




Rinvio alla CGUE: si può evitare, in sede giurisdizionale, l’ascolto del richiedente e decidere de plano?

Protezione internazionale – Domanda del richiedente manifestamente infondata nel merito – Art. 19 comma 9 dlgs 150 del 2011 – Facoltà del giudice di rigettare il ricorso de plano senza rinnovare l’audizione del richiedente – Compatibilità con la Direttiva 2013/32/Ue – Questione di interpretazione – Rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia Ue

Si sottopone alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la seguente questione pregiudiziale: se la direttiva 2013/32/UE (in particolare, artt. 12, 14, 31, 46) debba essere interpretata nel senso che essa ammetta una procedura come quella italiana (art. 19 comma 9, dlgs. 150 del 2011) in cui all’autorità giudiziaria adita dal richiedente asilo – la cui domanda, all’esito di esame completo con audizione, sia stata respinta dall’Autorità amministrativa incaricata di esaminare le richieste di asilo – è consentito di respingere il ricorso giurisdizionale de plano, senza dover procedere a nuovo ascolto del richiedente stesso, nel caso in cui la domanda giudiziale sia palesemente infondata e il diniego dell’autorità amministrativa sia quindi insuperabile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 14 giugno 2016.




Condanna dell’amministratore di sostegno in solido alla rifusione delle spese processuali ai sensi dell’art. 94 c.p.c.

Rifiuto senza giustificato motivo di una proposta conciliativa da parte dell’amministratore di sostegno – Violazione del dovere di lealtà e probità – Sussiste – Condanna del rappresentante alla rifusione delle spese sensi dell’ar.t 94 c.p.c. – Ammissibilità

Il rifiuto senza giustificato motivo, da parte dell’amministratore di sostegno, di una proposta conciliativa vantaggiosa per il suo assistito integra la violazione del dovere di lealtà e probità di cui all’art. 88 c.p.c e giustifica quindi la condanna del rappresentante, in solido con la parte da lui assistita che sia soccombente in giudizio alla rifusione delle spese processuali in favore della parte vittoriosa, ai sensi dell’art. 94 c.p.c. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 14 giugno 2016.




Riparto di competenze tra Trib. Ordinario e Trib. Minorenni: le modifiche riservate al Legislatore

Procedimento civile - Controversie in materia di famiglia riguardanti la prole - Attribuzione al Tribunale per i minorenni, anziché al tribunale ordinario, della competenza ad adottare i provvedimenti [ablativi o limitativi della responsabilità genitoriale] di cui agli artt. 330 e 333 del codice civile

In materia di riparto della competenza tra Tribunale per i Minorenni e Tribunale ordinario, come delineata dall’art. 38 disp. att. c.c., va riconosciuto che la separazione degli ambiti di intervento del giudice ordinario e di quello specializzato può evidenziare aspetti disfunzionali in tutti quei casi nei quali il conflitto tra i genitori sulle modalità di affidamento sia destinato a sfociare in provvedimenti restrittivi della responsabilità genitoriale. Ebbene, nella frammentazione delle tutele attinenti agli interessi del minore e nel pregiudizio dell’effettività dell’intervento giudiziale sulla responsabilità genitoriale potrebbe essere ravvisata la lesione dei principi costituzionali. Tuttavia, in considerazione della pluralità di soluzioni possibili, nessuna delle quali costituzionalmente obbligata, l’intervento della Consulta si caratterizza per un alto tasso di manipolatività. Ciascuna di tali soluzioni comporta, infatti, scelte (anche organizzative) discrezionali, come tali riservate al legislatore (in particolare, vuoi concentrando le tutele davanti al TO; vuoi concentrandole dinanti al TM). Ed infatti in sede parlamentare pendono più disegni di legge sull’argomento, che forniscono al riguardo soluzioni diverse da quella prospettata dal rimettente. Peraltro, proprio in riferimento all’attuale disciplina del riparto di competenze tra Tribunale ordinario e Tribunale per i minorenni, va comunque riconosciuta la ragionevolezza della scelta di attribuire al Tribunale specializzato, da considerarsi “naturale” per la tutela degli interessi dei minori, la competenza in ordine ai provvedimenti relativi al diritto degli ascendenti di mantenere «rapporti significativi» con i nipoti minorenni, «[…] fermo restando che qualsiasi altro e diverso livello di criticità delle soluzioni adottate dal legislatore non può che legittimamente rientrare − specie [...] nella materia processuale − nell’ambito della discrezionalità di cui esso gode» (sentenza n. 194 del 2015). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 10 giugno 2016.




Protezione umanitaria e condizione di estrema povertà del richiedente: Milano conferma l’orientamento maggioritario

Protezione umanitaria – Straniero in condizione di grave povertà – Rifugio cd. economico – Esclusione – Discrezionalità del legislatore – Principio costituzionale inderogabile dell’equilibrio di bilancio

In materia di protezione internazionale dello straniero richiedente asilo politico, la protezione cd. umanitaria esula dall’ambito degli istituti imposti dal diritto Ue trattandosi di misura di diritto interno; essa protezione non è nemmeno imposta dall’art. 10 della Costituzione che ha trovato attuazione nello Stato Italiano (ad oggi e allo stato) con l’introduzione dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria. Alla luce delle attuali caratteristiche della protezione umanitaria, come prevista a livello di normativa nazionale, esula dal suo ambito di applicazione lo straniero che versi in condizione di grave povertà e che, dunque, in caso di rimpatrio rischi di essere esposto alla mancanza di sufficiente supporto per la fruizione di diritti fondamentali. Lo Stato Italiano, d’altro canto, si è impegnato a livello internazionale ad offrire supporto anche agli stranieri che versino in condizioni del genere; ma la specifica misura di sostegno eventualmente erogabile è rimessa alla discrezionalità del Legislatore dovendosi realizzare un balancing costituzionale tra differenti principi costituzionali e una scelta in merito ai livelli di priorità nella gestione delle limitate risorse. Infatti, nel vigente sistema delineato nella Costituzione, anche l’equilibrio di bilancio costituisce un principio costituzionale e, in particolare, si tratta di un «principio costituzionale inderogabile». (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 03 giugno 2016.




Mandato d’arresto europeo

Rinvio pregiudiziale – Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale – Decisione quadro 2002/584/GAI – Mandato d’arresto europeo – Articolo 8, paragrafo 1, lettera c) – Obbligo di includere nel mandato d’arresto europeo informazioni relative all’esistenza di un “mandato d’arresto” – Assenza di un mandato d’arresto nazionale previo e distinto rispetto al mandato d’arresto europeo – Conseguenza

1) L’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009, deve essere interpretato nel senso che la nozione di «mandato d’arresto», di cui a tale disposizione, deve essere intesa come designante un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo.
2) L’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro 2002/584, come modificata dalla decisione quadro 2009/299, deve essere interpretato nel senso che, quando un mandato d’arresto europeo, che si fonda sull’esistenza di un «mandato d’arresto», ai sensi di tale disposizione, non contiene alcuna indicazione dell’esistenza di un mandato d’arresto nazionale, l’autorità giudiziaria dell’esecuzione è tenuta a non darvi corso nel caso in cui essa, alla luce delle informazioni fornite in conformità dell’articolo 15, paragrafo 2, della decisione quadro 2002/584, come modificata, nonché di tutte le altre informazioni in suo possesso, constati che il mandato d’arresto europeo non è valido, in quanto è stato emesso senza che fosse stato effettivamente spiccato un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 01 giugno 2016.




Accesso del concepito al materiale biologico del presunto padre, defunto prima della nascita

Nascituro concepito fuori da matrimonio – Morte del presunto padre e cremazione del corpo – Azione della madre per accedere a materiale biologico del presunto padre al fine di effettuare il test del D.N.A. in vista della futura azione di accertamento della paternità – Ammissibilità – Sussiste

Convivenze di fatto – Elemento costitutivo – Dichiarazione anagrafica – Esclusione

E’ ammissibile l’azione cautelare, promossa dalla madre del nascituro, concepito fuori dal matrimonio, dopo la morte del padre, per accedere a materiale biologico del medesimo al fine di conservare elementi di prova da spendere nel futuro giudizio di paternità, da instaurare ex art. 269 c.c.; l’azione può in particolare essere promossa dove il corpo del presunto padre non possa essere oggetto di esumazione, attesa la intervenuta cremazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Avendo la convivenza natura “fattuale”, e, cioè, traducendosi in una formazione sociale non esternata dai partners a mezzo di un vincolo civile formale, la dichiarazione anagrafica è strumento privilegiato di prova e non anche elemento costitutivo e ciò si ricava, oggi, dall’art. 1 comma 36 della Legge 76 del 2016, in materia di “regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. La definizione normativa che il Legislatore ha introdotto per i conviventi è scevra da ogni riferimento ad adempimenti formali: “si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile”. In altri termini, il convivere è un “fatto” giuridicamente rilevante da cui discendono effetti giuridici ora oggetto di regolamentazione normativa. Tant’è che la dichiarazione anagrafica è richiesta dalla legge 76 del 2016 «per l’accertamento della stabile convivenza», quanto a dire per la verifica di uno dei requisiti costitutivi ma non anche per appurarne l’effettiva esistenza fattuale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 31 maggio 2016.




Cambio del cognome del minore nato all’estero

Minore nato all’estero – Successivo mutamento del cognome – Istanza al Tribunale per il cambio del cognome – Inammissibilità – Richiesta di trascrizione dell’atto che modifica il nome da rivolgere all’ufficiale di Stato Civile – Sussiste

Nel caso in cui il nome del minore nato all’estero – con atto trascritto anche in Italia – venga successivamente modificato nel Paese di residenza, i genitori possono chiedere l’adeguamento dell’atto di stato civile italiano rivolgendo istanza all’ufficiale competente e non anche ricorrere direttamente al giudice, che può intervenire solo in caso di rifiuto del cennato organo amministrativo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Lamezia Terme 19 maggio 2016.




Azioni di Stato: difetto di giurisdizione del giudice italiano se il minore è cittadino di altro Stato e ivi residente

Azione di stato – Domanda giudiziale per l’autorizzazione a riconoscere il figlio nato fuori da matrimonio

In materia di riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio, non sussiste la giurisdizione del giudice italiano ove, seppur il presunto padre sia italiano con residenza in Italia, la madre resistente sia cittadina di altro Stato UE residente in suddetto Stato e il minore, nato in altro Stato UE, sia ivi residente e cittadino di detto Paese. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 16 maggio 2016.




Richiesta di condanna dell'Italia per la mancata previsione di un sistema generale di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti

Indennizzo delle vittime di reato – Obbligo di previsione di un sistema di diritto all’indennizzo per tutte le vittime di reati intenzionali violenti commessi all’interno dei singoli Stati membri – Limiti dell’obbligo – Inadempimento da parte della Repubblica Italiana

L’articolo 12, paragrafo 2, della direttiva 2004/80 impone agli Stati membri l’obbligo di riconoscere il principio del diritto all’indennizzo di tutte le vittime di reati intenzionali violenti qualificati come tali dal diritto nazionale.

Uno Stato membro non può scegliere, tra i reati intenzionali violenti previsti dal suo diritto penale, quelli che possono dar diritto ad un indennizzo da parte dello Stato.
È incontestabile che la definizione di un reato e della sua pena rientrino nella competenza sovrana degli Stati membri.

La fissazione dell’importo dell’indennizzo alla luce del pregiudizio subito o, ancora, la fissazione di eventuali massimali restano quindi di competenza esclusiva degli Stati membri. L’indennizzo dovrà tuttavia essere equo e adeguato.
[Sulla base delle suesposte considerazioni, l’Avvocato Generale presso la Corte di Giustizia UE sostiene l’inadempimento della Repubblica Italiana all’obbligo di cui alla normativa europea citata, in quanto la legge italiana prevede il diritto all’indennizzo solo per alcuni reati intenzionali violenti]. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 12 aprile 2016.




Disturbo bipolare e affidamento esclusivo

Disturbo bipolare di un coniuge – Separazione giudiziale – Può sussistere – Disturbo bipolare – Affidamento esclusivo – Buon compenso psichico – Percorso farmacologico e terapeutico – Escluso

La pronuncia della separazione personale dei coniugi può fondarsi anche sul disturbo bipolare di uno degli stessi, laddove tale patologia abbia dato origine a condotte che abbiano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza.

Il Disturbo Bipolare diagnosticato a carico di uno dei coniugi non è necessariamente da solo sufficiente a fondare un pronuncia di affidamento esclusivo del figlio minorenne (in tenera età) all’altro genitore, laddove, all’esito di una C.T.U. svolta in maniera particolarmente approfondita (comprensiva della introduzione di un percorso programmato di cura e della individuazione delle strutture più idonee alla prosecuzione dello stesso), risulti che il genitore affetto da tale patologia è in grado di raggiungere un buon compenso psichico a condizione che prosegua costantemente un articolato e ampio percorso programmato di cura composto da idonea terapia farmacologica (da personalizzare e da ricalibrare costantemente) associata ad uno specifico programma psicoterapeutico;

Qualora tale percorso sia attuato in maniera continuativa e dia esito positivo, gli incontri tra il genitore affetto da Disturbo Bipolare ed il figlio minorenne (medio tempore, ossia durante lo svolgimento del percorso programmato di cura, disposti in forma protetta presso apposite strutture pubbliche) potranno essere nuovamente regolamentati nella prospettiva di ripristinare incontri diretti, ossia senza l’intermediazione di terze figure professionali. (Fiorenza Chiara Villa) (riproduzione riservata)
Tribunale Massa 12 aprile 2016.




Protezione umanitaria: si, al rifugio cd. economico

Protezione Umanitaria – Presupposti – Rifugio cd. economico – Sussiste

Diritto di asilo – Contenuti – Forme di protezione internazionale – Sussiste

L’impegno internazionalmente e costituzionalmente riconosciuto e garantito dal combinato disposto degli artt. 2 e 32 Cost. deve attuarsi mediante il riconoscimento di aiuti umanitari in favore di coloro che hanno lasciato il proprio Paese di origine per condizioni di vita del tutto inadeguate ai parametri di benessere e di dignità umana cui si ispirano i principi che presiedono la comunità internazionale. Pertanto, là dove il richiedente sia giunto nel territorio del nostro Paese egli è titolare del pieno diritto ad accedere alla protezione umanitaria affinché gli sia garantito un livello di vita adeguato per sé e per la propria famiglia, laddove le condizioni socio-economiche e sanitarie del Paese di origine non consentano un livello sufficientemente adeguato ed accettabile di vita. La concessione della protezione umanitaria appare dunque una misura idonea ad assicurare l'attuazione di questo diritto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il diritto di asilo è interamente attuato e regolato attraverso la previsione delle situazioni finali previste nei tre istituti costituiti dallo "status" di rifugiato, dalla protezione sussidiaria e dal diritto al rilascio di un permesso umanitario, ad opera della esaustiva normativa di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, adottato in attuazione della Direttiva 2004/83/CE del Consiglio del 29 aprile 2004, e di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6. Ne consegue che la domanda avente ad oggetto il riconoscimento delle condizioni di rilascio del permesso umanitario costituisce parte integrante di quella relativa al diritto d'asilo (cfr. Cass. sentenza n. 22111/2014). Ne consegue pure che non vi è più alcun margine di residuale diretta applicazione del disposto di cui all’art. 10, terzo comma della Costituzione, in chiave processuale o strumentale, a tutela di chi abbia diritto all’esame della sua domanda di asilo alla stregua delle vigenti norme sulla protezione (cfr. Cass. n. 10686/2012). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 31 marzo 2016.




Interruzione volontaria della gravidanza, mancata comparizione della minore avanti al Giudice Tutelare e impossibilità di verificare la consapevolezza da parte dell’interessata della scelta di abortire

Interruzione volontaria della gravidanza – Mancata comparizione della minore avanti al Giudice Tutelare – Impossibilità di verificare la consapevolezza da parte dell’interessata della scelta di abortire – Conseguenze

Ove la minorenne, intenzionata a interrompere volontariamente la gravidanza, non sia comparsa avanti al Giudice Tutelare per essere sentita ai sensi dell’art. 12 della legge 194/1978, non è possibile verificare la effettiva consapevolezza in capo alla stessa della scelta di abortire, con la conseguenza che la relativa istanza deve essere rigettata. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 29 febbraio 2016.




Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari, natura universale e legge applicabile in caso di mancanza di scelta delle parti

Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari – Regolamento UE n. 1259/10 del 20.12.2010 – Natura universale – Legge applicabile – Individuazione in caso di mancanza di scelta delle parti – Criteri previsti dall’art. 8 del reg. UE n. 1259/10 – Conseguenze

Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari – Disciplina dei rapporti economici e personali fra i genitori e il figlio minorenne – Giurisdizione – Criteri di cui all’art. 37 della legge n. 218/1995

Scioglimento del matrimonio contratto fra cittadini extracomunitari – Disciplina dei rapporti economici e personali fra i genitori e il figlio minorenne – Legge applicabile – Criteri di cui all’art. 36 bis della legge n. 218/1995

Il carattere universale (o ecumenico) del regolamento UE n. 1259/10 del 20.12.2010 – ossia la possibilità di sua applicazione anche in relazione a cittadini di stati membri non partecipanti ovvero a cittadini extracomunitari – è ricavabile dal testo del regolamento il quale, al considerando n. 12 ed all'articolo 4, prevede espressamente il suo carattere universale, consentendo in particolare la possibilità di designazione (da parte delle norme uniformi in materia di conflitto previste dal regolamento) di leggi anche di uno stato membro non partecipante o di uno stato non membro della Unione Europea; di conseguenza la legge applicabile va individuata in base al disposto dell'art. 8 del regolamento medesimo (nel caso di specie la legge italiana posto che, al momento della domanda, entrambe le parti -cittadini cinesi- risultavano risiedere in Italia e ciò in forza del criterio di cui alla lettera A del predetto articolo che fa riferimento alla legge dello stato della residenza abituale dei coniugi nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale). (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)

Sussiste la giurisdizione italiana in ordine alla domanda concernente la disciplina dei rapporti economici e personali tra il figlio ed i genitori, tutti cittadini extracomunitari, non potendo applicarsi il regolamento CEE n. 2201/03 e ciò in virtù della disposizione di cui all’art. 37 legge 218/95 che prevede la giurisdizione del giudice italiano, tra l’altro, quando (come nel caso di specie) almeno uno dei genitori risieda in Italia. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)

I rapporti economici e personali tra genitori e figlio minorenne, tutti extracomunitari, sono regolati dalla legge italiana, in virtù di quanto previsto dall’art. 36 bis della legge n. 218/1995. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova 24 febbraio 2016.




Figli nati fuori del matrimonio: inammissibile l'ordine al terzo di pagamento dell’assegno di mantenimento direttamente in favore dell’avente diritto

Filiazione – Figli nati fuori del matrimonio – Ordine al terzo da parte del Giudice di pagamento dell’assegno di mantenimento direttamente in favore dell’avente diritto – Inammissibilità – Applicabilità della disciplina stabilita in materia di divorzio

In considerazione del fatto che il legislatore, nel regolare la situazione giuridica dei figli nati al di fuori del matrimonio, ha inteso ispirarsi alla disciplina in materia di divorzio, la norma di cui all’ art. 3 co. 2 della legge 10-12-2012 n. 219 deve essere interpretata nel senso che l’avente diritto può agire in via stragiudiziale nei confronti del terzo, secondo quanto previsto dall’art. 8 della legge n. 898/1970, senza necessità di ricorre previamente al giudice, interpretazione questa che appare inoltre coerente con la perseguita finalità di deflazione del processo civile. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 18 febbraio 2016.




Cessazione dell'obbligo alimentare a favore del genitore indegno in assenza di pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale

Famiglia - Obbligo del figlio di versare gli alimenti al genitore - Previsione che l'adempimento non è dovuto al genitore nei cui confronti è stata pronunciata la decadenza dalla responsabilità genitoriale - Conseguente impossibilità per il giudice di valutare, nel caso concreto, la cessazione dell'obbligo alimentare a favore del genitore "indegno" in assenza di pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale

E’ manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 448-bis del codice civile, sollevata, in riferimento all’art. 3 della Costituzione. Nella materia degli alimenti sono possibili diversi tipi di intervento, quanto alla individuazione dei fatti giustificativi, del giudice competente ad accertarli e del procedimento da adottarsi, agli effetti della auspicata declaratoria “postuma” di decadenza (ora per allora) dalla responsabilità genitoriale nei confronti del figlio ormai maggiorenne, al fine della esclusione dell’obbligo alimentare di quest’ultimo nei confronti del genitore, con la conseguenza, che la scelta tra tali eventuali interventi (peraltro ampliativi di una deroga al generale dovere di solidarietà) resta, comunque, riservata alla discrezionalità del legislatore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 17 febbraio 2016.




Responsabilità civile dell’incapace nel processo penale

Processo penale - Decisione sulle questioni civili - Condanna per la responsabilità civile - Possibilità per il giudice di decidere sulla domanda per le restituzioni e il risarcimento del danno, proposta a norma degli artt. 74 e ss. cod. proc. pen., anche quando pronuncia l'assoluzione dell'imputato in quanto non imputabile per essere, nel momento in cui ha commesso il fatto, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere

L’accertamento che l’imputato è persona non imputabile, in quanto incapace di intendere o di volere al momento del fatto per vizio totale di mente, esclude la sua punibilità (artt. 85 e 88 del codice penale) e conseguentemente impone la pronuncia di una sentenza di assoluzione (art. 530, comma 1, cod. proc. pen.). Detta sentenza non si trasforma, eo ipso, in una pronuncia di condanna per il solo fatto che, con essa, sia eventualmente applicata all’imputato una misura di sicurezza personale. Nell’ambito dell’ordinamento penale, il concetto di «condanna» designa, infatti, unicamente il provvedimento che applica una pena, e non anche quello che dispone misure di sicurezza personali, le quali operano su un piano distinto, essendo finalizzate unicamente a contenere la pericolosità sociale dell’interessato. Di conseguenza, resta inibito al giudice penale – in forza della norma censurata – adottare qualsiasi statuizione a carattere civile con la sentenza che qui interessa, compresa quella relativa alla liquidazione dell’equa indennità prevista dall’art. 2047, secondo comma, cod. civ.

Resta, tuttavia, il fondamentale tratto differenziale che, con la sentenza di condanna, la responsabilità penale dell’imputato viene affermata; con la sentenza di assoluzione per vizio totale di mente, viene invece esclusa. Anzi, viene esclusa – in virtù della regola generale dell’art. 2046 cod. civ. – persino la sua responsabilità civile. Il danneggiato potrà conseguire il ristoro del pregiudizio patito unicamente da terzi, ossia dai soggetti tenuti alla sorveglianza dell’incapace, qualora non provino di non aver potuto impedire il fatto (art. 2047, primo comma, cod. civ.). Solo in via sussidiaria – allorché non risulti possibile ottenere il risarcimento in tal modo – il danneggiato sarà abilitato a pretendere dall’incapace, non già il risarcimento, ma la corresponsione di un’«equa indennità», rimessa, peraltro, sia nell’an che nel quantum, all’apprezzamento discrezionale del giudice, sulla base di una comparazione delle condizioni economiche delle parti (art. 2047, secondo comma, cod. civ.). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 29 gennaio 2016.




Disabilità: la Convenzione di New York introduce obblighi di risultato (ma lo Stato sceglie il quomodo)

Assistenza e solidarietà sociale - Norme della Provincia di Trento - Prestazioni assistenziali rese in ambiente residenziale a favore di soggetti con handicap grave permanente e ultresessantacinquenni non autosufficienti fisicamente o psichicamente - Previsto concorso dell'assistito alla spesa in relazione alla condizione economico patrimoniale del nucleo familiare di appartenenza

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, con Protocollo opzionale, fatta a New York il 13 dicembre 2006 e ratificata con legge 3 marzo 2009, n. 18 si configura alla stregua, per così dire, di “obblighi di risultato”: gli strumenti pattizi si limitano, infatti, ordinariamente, a tracciare determinati obiettivi riservando agli Stati aderenti il compito di individuare in concreto – in relazione alle specificità dei singoli ordinamenti e al correlativo e indiscusso margine di discrezionalità normativa – i mezzi ed i modi necessari a darvi attuazione. Ciò comporta, evidentemente, che – anche sul piano della individuazione delle relative risorse finanziarie – l’obbligo internazionale e convenzionale non possa, di regola, implicare e tantomeno esaurire le scelte sul quomodo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 14 gennaio 2016.




Diritto alla conoscenza delle origini in caso di genitore deceduto

Principio della domanda – Provvedimenti relativi a minore – Vincolo – Esclusione – Iniziativa officiosa del giudice – Sussiste

Nel “catalogo aperto” dei diritti fondamentali dell’individuo direttamente tutelati dall’art. 2 della Costituzione deve ritenersi compreso il diritto alla identità personale dell’individuo, di cui un aspetto è certamente la conoscenza della proprie origini, qualora la identità giuridica dell’individuo sia stata scissa dalla sua identità biologica.
D’altro canto anche il diritto all’anonimato della madre, tuttora mantenuto nella legislazione italiana, ha un suo fondamento costituzionale che, secondo le parole della Consulta, “riposa, infatti, sull’esigenza di salvaguardare madre e neonato da qualsiasi perturbamento, connesso alla più eterogenea gamma di situazioni” ed è finalizzato a salvaguardare la vita e la salute della madre e del nascituro. Il bilanciamento tra questi contrapposti diritti, entrambi diritti personalissimi e come tali intrasmissibili, viene individuato oggi nella riconosciuta facoltà per il nato da parte anonimo di promuovere la ricerca delle proprie origini, che deve però arrestarsi di fronte alla volontà della madre di mantenere l’anonimato. Pertanto, nel momento in cui muore la persona titolare del diritto all’anonimato, il diritto si estingue in uno con la persona stessa e non è più necessaria né doverosa alcuna operazione di bilanciamento. Vivente la madre, il giudice deve garantire tutela del suo diritto a mantenere l’anonimato: deceduta la madre questo diritto non ha più ragione di essere tutelato. In tal senso depongono peraltro le indicazioni date dallo stesso legislatore il quale all’art. 93 del d.lgs. n. 196 del 2003, ha previsto che «Il certificato di assistenza al parto o la cartella clinica, ove comprensivi dei dati personali che rendono identificabile la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata avvalendosi della facoltà di cui all’articolo 30, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, possono essere rilasciati in copia integrale a chi vi abbia interesse, in conformità alla legge, decorsi cento anni dalla formazione del documento». Vale a dire che il legislatore ritiene non più meritevole di interesse la protezione dell’anonimato quando è decorso un lasso di tempo tale da ritenere estinto il diritto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Appello Catania 13 gennaio 2016.




Sottrazione di persone incapaci

Sottrazione di persone incapaci ex. art. 574 c.p. - Assenza del dolo generico consistente nella coscienza e volontà di sottrarre il soggetto incapace all'avente diritto e di trattenerlo presso di sè contro la sua volontà - Carenza della prova circa l'assoluta incapacità di intendere e di volere del soggetto passivo del reato

 



Non integra la fattispecie delittuosa di cui all'art. 574 c.p. la condotta della moglie che, in adempimento dell'invito rivoltole dal Console d'Italia, in qualità di Giudice Tutelare della figlia minore in territorio straniero, di adoperarsi affinchè sia mantenuta l'unione familiare invitando il marito a trasferirsi all'estero, previo accertamento della sua volontà, sottrae il proprio coniuge, sottoposto ad amministrazione di sostegno, dalla struttura ospedaliera presso la quale era ricoverato, in assenza di idonea autorizzazione del Giudice Tutelare e dell'Amministratore di Sostegno.

La suindicata condotta, infatti, pur integrando il requisito della volontà, appare priva dell'elemento soggettivo relativo alla coscienza, da parte della moglie, di porre in essere una azione delittuosa penalmente sanzionabile.

Non è configurabile il reato di sottrazione di persone incapaci, laddove in corso di istruttoria sia risultata carente la prova di una reale ed assoluta incapacità di intendere e di volere del soggetto passivo, non essendo all'uopo sufficiente la sussistenza di una procedura di amministrazione di sostegno nei confronti del soggetto passivo medesimo. (Luca Basciani) (riproduzione riservata)
Tribunale Cagliari 02 gennaio 2016.




La scelta di iscriversi ad una facoltà universitaria è una scelta libera e volontaria che deve essere parametrata alle proprie condizioni di reddito

Alimenti - Azione del figlio ex art. 702-bis c.p.c. - Scelta di iscrizione alla facoltà universitaria - Condizioni di reddito - Rilevanza

La scelta di iscriversi ad una facoltà universitaria, terminati gli studi superiori, configura una scelta libera e volontaria (in luogo di quella lavorativa) non idonea a fondare la pretesa di pagamento di un assegno alimentare; se pur sia realizzazione di una legittima aspirazione, lo studente deve parametrarla alle proprie condizioni di reddito. Lo stesso vale per i costi di istruzione e dei libri stessi che non possono ricondursi alla categoria dei bisogni primari posti a carico dei congiunti. (Alessia Petra Beccuti) (riproduzione riservata) Tribunale Bergamo 22 dicembre 2015.




Amministrazione di sostegno: si al vitalizio assistenziale

Contratti Atipici – Vitalizio Assistenziale – Natura giuridica – Contratto aleatorio – Sottoscrizione da parte del beneficiario dell’amministrazione di sostegno – Sussiste

Il beneficiario dell’amministrazione di sostegno può essere parte contraente di un contratto atipico di vitalizio assistenziale o mantenimento e cioè di quel contratto in base al quale, secondo la prassi, una parte si obbliga a prestare assistenza, solitamente alla stregua di una cosiddetta “badante”, all’altra parte sino alla sua morte, in cambio del trasferimento della proprietà di un bene, generalmente immobile. Ne consegue che il giudice tutelare può autorizzare l’acquisto di un immobile da parte del beneficiario, con intestazione della nuda proprietà alla badante e riserva del diritto di usufrutto in capo al beneficiario stesso a fronte dell’impegno della badante medesima a prestare assistenza morale e materiale al beneficiario sino alla di lui morte. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 27 novembre 2015.




Protezione internazionale: l’oppositore politico al partito di Governo non è rifugiato se gli atti ritorsivi sono episodici

Protezione internazionale – Richiedente che svolga attività politica di opposizione al partito di Governo – Minacce e atti ritorsivi – Episodicità – Fumus persecutionis – Non sussiste (nel caso di specie, Bangladesh)

In materia di protezione internazionale, pur dandosi atto della compromessa situazione relativa ai rapporti tra contrapposti partiti politici esistente in Bangladesh – confermata in particolare dalla Risoluzione del Parlamento Europeo sulle recenti elezioni in Bangladesh (2014/2516 RSP) – deve ritenersi che l’episodicità delle minacce ricevute dal richiedente e la sua indisturbata attività di opposizione al governo non giustifichino il riconoscimento della protezione internazionale, nella forma della protezione sussidiaria e dello status di rifugiato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 25 novembre 2015.




Successione di adozioni: il Tribunale di Milano interpreta secundum constitutionem l’art. 294 c.c.

Adozione – Divieto di consentire una successione di adozioni – Prima adozione di natura speciale – Successiva adozione di persona di maggiorenne – Possibilità – Sussiste

In materia di adozione, l’art. 294 c.c. – ove istituito il divieto di consentire una successione di adozioni nel tempo di un unico adottando – non si applica nel caso in cui la prima adozione sia una adozione speciale. Una interpretazione sistematica e costituzionalmente orientata non può che limitare l’applicazione del divieto de quo solo qualora si tratti di plurime adozioni di maggiorenne (o di adozioni ordinarie di minorenni oltre gli otto anni per il limitato periodo temporale in cui non erano adozioni legittimanti). Invero, solo se la prima adozione è una adozione di maggiorenne il consentirne una successiva, se non da parte del coniuge del primo adottante, si pone in contrasto con la finalità dell’istituto che è quello della trasmissione del nome, dell’assicurare una discendenza a chi ne è privo. Al contrario, la finalità dell’adottante di una adozione speciale è quella di fare entrare il minore nella propria famiglia e di assumerlo, a tutti gli effetti, come figlio. Pertanto la seconda adozione non frustra la ratio e le finalità della prima adozione speciale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 25 novembre 2015.




Protezione internazionale: l’oppositore politico al partito di Governo non è rifugiato se gli atti ritorsivi sono episodici

Protezione internazionale – Richiedente che svolga attività politica di opposizione al partito di Governo – Minacce e atti ritorsivi – Episodicità – Fumus persecutionis – Non sussiste (nel caso di specie, Bangladesh)

In materia di protezione internazionale, pur dandosi atto della compromessa situazione relativa ai rapporti tra contrapposti partiti politici esistente in Bangladesh – confermata in particolare dalla Risoluzione del Parlamento Europeo sulle recenti elezioni in Bangladesh (2014/2516 RSP) – deve ritenersi che l’episodicità delle minacce ricevute dal richiedente e la sua indisturbata attività di opposizione al governo non giustifichino il riconoscimento della protezione internazionale, nella forma della protezione sussidiaria e dello status di rifugiato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 25 novembre 2015.




Cancellazione delle notizie dai motori di ricerca e diritto all'oblio: non sussiste qualora i fatti di cronaca siano ancora attuali

Diritto all'oblio - Diritto alla cancellazione dei link riportati dai motori di ricerca - Fatti di cronaca ancora attuali - Esclusione

Tutela della riservatezza e della reputazione - Cancellazione delle notizie riportate dai motori di ricerca - Casching provider - Legittimazione passiva dei siti che hanno pubblicato la notizia

Il trascorrere del tempo si configura quale elemento costitutivo del diritto all'oblio, il quale non può essere riconosciuto allo scopo di ottenere la cancellazione delle notizie riguardanti la persona reperibili tramite i motori di ricerca, qualora le stesse non risultino oramai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati ed i relativi fatti possano considerarsi ancora attuali. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Colui che si dolga della falsità delle notizie riportate da un motore di ricerca operante unicamente quale «casching provider» ex art. 15 d.ls. 70/2003 e che intenda agire a tutela della propria reputazione e riservatezza, dovrà farlo nei confronti dei siti terzi sui quali è avvenuta la pubblicazione di dette notizie di cronaca, qualora le stesse non siano state riportate fedelmente ovvero non siano state rettificate, integrate od aggiornate con i successivi risvolti dei fatti eventualmente favorevoli all'interessato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 24 novembre 2015.




Selezione degli embrioni e legge 40 del 2004

Procreazione medicalmente assistita - Sperimentazione sugli embrioni umani - Divieto di ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni - Configurazione della violazione del divieto quale fattispecie di reato. Procreazione medicalmente assistita - Limiti all'applicazione delle tecniche sugli embrioni - Divieto della crioconservazione e della soppressione di embrioni - Configurazione della violazione del divieto quale fattispecie di reato

Va dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 13, commi 3, lettera b), e 4 della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nella parte in cui contempla come ipotesi di reato la condotta di selezione degli embrioni anche nei casi in cui questa sia esclusivamente finalizzata ad evitare l’impianto nell’utero della donna di embrioni affetti da malattie genetiche trasmissibili rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela della maternità e sulla interruzione della gravidanza) e accertate da apposite strutture pubbliche. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 11 novembre 2015.




Corte di Appello di Milano sulla trascrizione dei matrimoni same-sex

Matrimonio tra persone dello stesso sesso - Trascrittibilità - Esclusione

L’impedimento alla trascrizione del matrimonio contratto tra persone dello stesso sesso nasce dall’attuale contesto normativo nazionale che non riconoscendo questa unione la rende inidonea a produrre effetti: l’inidoneità dell’atto alla produzione degli effetti giuridici che gli sono propri- categoria non ignota al diritto, si caratterizza come una inefficacia in senso stretto, non conseguenza di altro vizio, e si propone come reazione dell’ordinamento nei confronti di un negozio di cui si riconosce, in relazione al quadro normativo e giurisprudenziale europeo del quale l’ordinamento stesso fa parte, la intrinseca validità, oltre che la consistenza sociale, ma i cui effetti vitali sono però preclusi nel nostro paese dalla mancata previsione legislativa. Ne consegue che nell’attuale quadro normativo, il matrimonio tra coppie dello stesso sesso non corrisponde alla tipologia del matrimonio delineato nel nostro ordinamento e non è perciò trascrivibile. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Milano 06 novembre 2015.




Mutamento del sesso: non è necessario l’intervento chirurgico

Stato civile - Rettificazione giudiziale di attribuzione di sesso - Possibilità subordinata alle intervenute modificazioni dei caratteri sessuali della persona istante - Conseguente necessità che quest'ultima si sottoponga previamente ai trattamenti medico-chirurgici necessari a modificare i propri caratteri sessuali primari

La legge n. 164 del 1982 accoglie un concetto di identità sessuale nuovo e diverso rispetto al passato, nel senso che ai fini di una tale identificazione viene conferito rilievo non più esclusivamente agli organi genitali esterni, quali accertati al momento della nascita ovvero “naturalmente” evolutisi, sia pure con l’ausilio di appropriate terapie medico-chirurgiche, ma anche ad elementi di carattere psicologico e sociale. Presupposto della normativa in parola è, dunque, la concezione del sesso come dato complesso della personalità determinato da un insieme di fattori, dei quali deve essere agevolato o ricercato l’equilibrio, privilegiando - poiché la differenza tra i due sessi non è qualitativa, ma quantitativa - il o i fattori dominanti. La legge n. 164 del 1982 si colloca, dunque, nell’alveo di una civiltà giuridica in evoluzione, sempre più attenta ai valori, di libertà e dignità, della persona umana, che ricerca e tutela anche nelle situazioni minoritarie ed anomale. Interpretata alla luce dei diritti della persona - ai quali il legislatore italiano, con l’intervento legislativo in esame, ha voluto fornire riconoscimento e garanzia − la mancanza di un riferimento testuale alle modalità (chirurgiche, ormonali, ovvero conseguenti ad una situazione congenita), attraverso le quali si realizzi la modificazione, porta ad escludere la necessità, ai fini dell’accesso al percorso giudiziale di rettificazione anagrafica, del trattamento chirurgico, il quale costituisce solo una delle possibili tecniche per realizzare l’adeguamento dei caratteri sessuali. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 05 novembre 2015.




Protezione internazionale e orientamento sessuale dello straniero

Richiesta di protezione internazionale – Orientamento sessuale del richiedente – Persona omosessuale proveniente da Paese in cui l’omosessualità sia considerata reato (nel caso di specie: Nigeria) – Fondatezza della richiesta di protezione – Sussiste

Sussiste grave pericolo di persecuzione per il soggetto che, in caso di rientro in Patria, a causa del proprio orientamento sessuale (nel caso di specie: omosessuale), sarebbe sottoposto a pena detentiva così elevata da poter essere considerata una sanzione discriminatoria e dunque un atto di persecuzione (nel caso di specie: Nigeria). In ipotesi del genere è meritevole di accoglimento la richiesta di protezione internazionale presentata dallo straniero, atteso che l’orientamento sessuale costituisce un aspetto fondamentale dell’identità umana che una persona non deve essere costretta a nascondere o abbandonare. Tribunale Milano 27 ottobre 2015.




Persone prive in tutto o in parte di autonomia e valutazione sull'opportunità della misura di protezione

Misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia – Amministrazione di sostegno – Presupposti – Infermità e/o menomazione fisica o psichica – Indefettibile necessità di apertura della misura di protezione – Non sussistenza

Al Giudice tutelare, ai fini dell'apertura dell'amministrazione di sostegno, è rimesso il triplice accertamento concernente: la sussistenza o meno di una infermità e/o di una menomazione; la verifica di una effettiva impossibilità, anche parziale, della persona beneficiaria di attendere ai propri interessi; il riscontro di un nesso causale tra le circostanze sopradette. In tale ottica, peraltro, la presenza di una rete familiare attenta alle esigenze della persona beneficianda (e priva al suo interno di conflittualità, o tacciabile di un qualche, pur recondito, sospetto in ordine a velleità di approfittamento); l'intervento mirato dei soggetti istituzionali (su tutti, il servizio sociale) deputati all'ausilio delle persone variamente bisognose; la disponibilità, in termini di piena e sufficientemente informata accettazione, da parte del soggetto bisognoso, ad avvalersi dell'aiuto proveniente dai predetti soggetti; la limitata difficoltà di compimento delle “attività di protezione”, in riferimento ad una agevole sormontabilità delle problematiche di natura pratica, burocratica e giuridica che via via si vadano a presentare; si pongono concretamente alla stregua di vera e propria causa di esclusione dell'impossibilità, in capo al beneficiando, di attendere ai propri interessi, rendendo superflua ed inutilmente gravatoria l'apertura della misura di protezione, ed inducendo in definitiva il Giudice al rigetto del ricorso. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 16 ottobre 2015.




No all’amministrazione di sostegno se sussiste una idonea rete familiare di sostegno

Amministrazione di sostegno – Sussistenza di una idonea rete familiare – Esigenza della misura di protezione – Esclusione

In materia di amministrazione di sostegno, rendono in uno superflua ed inutilmente gravatoria l'istituzione di una misura di protezione al ricorrere del mero riscontro di una patologia astrattamente invalidante: i) la presenza, da un lato, di una rete familiare attenta alle esigenze della persona beneficianda (e priva al suo interno di conflittualità, o tacciabile di un qualche, pur recondito, sospetto in ordine a velleità di approfittamento); ii) l'intervento mirato, dall'altro lato, dei soggetti istituzionali (su tutti, come è ovvio, i servizi sociali) deputati all'ausilio delle persone variamente bisognose; iii) la disponibilità, in termini di piena e sufficientemente informata accettazione, da parte del soggetto bisognoso, ad avvalersi dell'aiuto proveniente dai predetti soggetti; iv) la limitata difficoltà di compimento delle “attività di protezione”, in riferimento ad una agevole sormontabilità delle problematiche di natura pratica, burocratica e giuridica che via via si vadano a presentare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 16 ottobre 2015.




Corte di Appello di Milano sulla trascrizione dell’adozione di minore in coppia omosessuale

Adozione – Provvedimento straniero – Adozione di minore figlia di madre biologica da parte della compagna di quest’ultima – Preminente interesse del minore – Trascrivibilità in Italia – Sussiste

Matrimonio tra persone dello stesso sesso – Trascrittibilità – Esclusione

Non vi è alcuna ragione per ritenere in linea generale contrario all’ordine pubblico un provvedimento straniero che abbia statuito un rapporto di adozione piena tra una persona non coniugata e il figlio riconosciuto del partner, anche dello stesso sesso, una volta valutato in concreto che il riconoscimento dell’adozione, e quindi il riconoscimento di tutti i diritti e doveri scaturenti da tale rapporto, corrispondono all’interesse superiore del minore al mantenimento della vita familiare costruita con ambedue le figure genitoriali e al mantenimento delle positive relazioni affettive ed educative che con loro si sono consolidate, in forza della protratta convivenza con ambedue e del provvedimento di adozione; ne consegue che tale provvedimento è suscettibile di trascrizione nei registri dello Stato Civile. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’impedimento alla trascrizione del matrimonio contratto tra persone dello stesso sesso nasce dall’attuale contesto normativo nazionale che non riconoscendo questa unione la rende inidonea a produrre effetti: l’inidoneità dell’atto alla produzione degli effetti giuridici che gli sono propri- categoria non ignota al diritto, si caratterizza come una inefficacia in senso stretto, non conseguenza di altro vizio, e si propone come reazione dell’ordinamento nei confronti di un negozio di cui si riconosce, in relazione al quadro normativo e giurisprudenziale europeo del quale l’ordinamento stesso fa parte, la intrinseca validità, oltre che la consistenza sociale, ma i cui effetti vitali sono però preclusi nel nostro paese dalla mancata previsione legislativa. Ne consegue che nell’attuale quadro normativo, il matrimonio tra coppie dello stesso sesso non corrisponde alla tipologia del matrimonio delineato nel nostro ordinamento e non è perciò trascrivibile. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Appello Milano 16 ottobre 2015.




La Regione non può legiferare in materia di donazione degli organi e tessuti

Sanità pubblica – Legge della Regione Calabria – Norme in tema di donazione degli organi e tessuti – Disciplina dei compiti degli ufficiali dell'Anagrafe ai fini dell'acquisizione delle dichiarazioni di volontà finalizzate alla donazione di organi dopo la morte e della relativa trasmissione al Sistema informativo trapianti – Incostituzionalità – Sussiste

La Legge reg. Calabria n. 27 del 2014, prevedendo la competenza dell’ufficiale dell’anagrafe a ricevere e trasmettere le dichiarazioni di volontà in tema di donazione di organi e tessuti post mortem, riproduce nella sostanza una disciplina già prevista a livello statale, invadendo la competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di «anagrafi» (art. 117, secondo comma, lettera i, Cost.) e di «ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali» (art. 117, secondo comma, lettera g, Cost.). Ne consegue la incostituzionalità (La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Calabria 16 ottobre 2014, n. 27 - Norme in tema di donazione degli organi e tessuti). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 09 ottobre 2015.




Le azioni degli ascendenti restano al tribunale per i minorenni

Ricorso degli ascendenti per far valere il loro diritto a mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni - Art. 317-bis c.c. Competenza del tribunale per i minorenni, anziché del tribunale ordinario - Eccesso di delega - Irragionevolezza sotto più profili

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 38, primo comma, delle disposizioni di attuazione del codice civile, come modificato dall’art. 96, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154 (Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell’articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 76, 77 e 111 della Costituzione. Il “cumulo processuale” si giustifica in relazione alla circostanza per cui le parti coinvolte in giudizio siano soggettivamente “le stesse” (vale a dire i genitori in fase di separazione o divorzio e i figli minori); e, inoltre, in relazione alla necessità che il giudice possa adottare, in costanza di una crisi coniugale aggravata da comportamenti genitoriali pregiudizievoli per i figli, le misure più opportune per la migliore tutela degli interessi di questi ultimi. Identico discorso vale, ovviamente, anche per la vis attrattiva disposta a favore del tribunale ordinario ove, sempre «tra le stesse parti», penda giudizio ai sensi dell’art. 316 cod. civ., per il caso di contrasto tra i genitori su questioni di particolare importanza in tema di responsabilità genitoriale sui figli minori. Si tratta, quindi, di una “concentrazione” processuale che presenta una ratio evidentemente non irragionevole e non certo riconducibile a mere esigenze di speditezza processuale. La quale ratio, tuttavia, non impone affatto di adottare una medesima soluzione regolativa per l’ipotesi, del tutto differente, del contenzioso introdotto da parte degli ascendenti che lamentino un pregiudizio per il loro diritto di mantenere con i nipoti minorenni «rapporti significativi», quando sia stato loro impedito di esercitarlo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 24 settembre 2015.




Estensione al beneficiario di amministrazione di sostegno della incapacità di testare prevista per l'interdetto ex art. 591, comma 2, c.c.

Misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia – Amministrazione di sostegno – Art. 411, ultimo comma, c.c. – Estensione al beneficiario di amministrazione di sostegno della incapacità di testare prevista per l'interdetto ex art. 591, comma 2, c.c. – Ambito dell'indagine del Giudice tutelare

Il Giudice tutelare, laddove chiamato ad esprimersi sull'opportunità di privare il beneficiario di amministrazione di sostegno della capacità di negoziare validamente un testamento, dovrà approfondire: i) se il medesimo versi in condizioni di infermità o inferiorità tali da porlo in stato di facile raggirabilità e che non gli consentano di giovarsi di intervalli di lucidità; ii) se comprenda in modo corretto o meno la natura dell’atto da compiersi; iii) ancora, se vi possa essere indotto sulla scorta di percorso psicologico non corretto, alterato da indebiti fattori devianti esterni. Ciò potrà fare avendo riguardo, in via analogica, alle disposizioni che disciplinano l'attività notarile di raccolta degli atti - imponendo al rogante un'indagine sulla volontà delle parti - nonché a tutte le norme del codice civile che disciplinano l'invalidità successiva del testamento o delle singole disposizioni. (Carlo Bianconi) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 03 settembre 2015.




Il mancato riconoscimento legale delle coppie omoaffettive viola la Convenzione dei diritti dell’uomo

Unione di persone dello stesso sesso – Riconoscimento legale – Assenza – Violazione dell’art. 8 CEDU – Sussiste

Le coppie omosessuali sono capaci, come le coppie eterosessuali, di costituire relazioni stabili e impegnative e sono in una situazione assai simile a una coppia eterosessuale per quanto riguarda il loro bisogno di riconoscimento legale e di protezione della loro relazione (v. Schalk and Kopf, § 99, e Vallianatos, §§78 e 81, cit.). Ne segue che le coppie omosessuali necessitano di un riconoscimento legale e della protezione della loro relazione. Nell'assenza di un interesse prevalente della comunità allegato dal Governo italiano contro il quale equilibrare i fondamentali interessi delle coppie omosessuali, e alla luce delle conclusioni delle Corti nazionali italiane sulla materia, che sono rimaste inascoltate, il Governo italiano ha ecceduto il suo margine di apprezzamento ed ha mancato di adempiere il suo obbligo positivo di assicurare che alle coppie omoaffettive fosse disponibile uno specifico quadro legale che prevedesse il riconoscimento per la tutela delle loro unioni omosessuali. Vi è conseguentemente violazione dell’art. 8 CEDU. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Europea dei Diritti dell'Uomo 21 luglio 2015.




Alimenti: ricorso per assegno provvisorio e pendenza del giudizio alimentare

Alimenti – Ricorso ex art. 446 c.c. – Pendenza del giudizio alimentare – Necessità

La concessione dell’assegno in via provvisoria prevista dall’art. 446 c.c., presuppone la pendenza del giudizio alimentare, posto che la misura (tipica) prevista da tale norma ha natura anticipatoria e non cautelare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 10 luglio 2015.




Riesame della decisione di sottrazione

Decisione sulla sottrazione internazionale – Ricorso per il riesame della decisione – Competenza – TM – Sussiste

Il giudizio di riesame sulla domanda di ritorno previsto dalla Convenzione dell’Aja del 1980, in virtù dell’art. 7 della Legge 15 gennaio 1994, n. 64, è di competenza del tribunale per i minorenni. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 09 luglio 2015.




Status di rifugiato e organizzazioni terroristiche

Spazio di libertà, sicurezza e giustizia – Frontiere, asilo e immigrazione – Direttiva 2004/83/CE – Articolo 24, paragrafo 1 – Norme minime sulle condizioni per il riconoscimento dello status di rifugiato o di beneficiario della protezione sussidiaria – Revoca del permesso di soggiorno – Presupposti – Nozione di “imperiosi motivi di sicurezza nazionale o di ordine pubblico” – Partecipazione di una persona avente lo status di rifugiato alle attività di un’organizzazione figurante nell’elenco delle organizzazioni terroristiche predisposto dall’Unione europea»

1) La direttiva 2004/83/CE del Consiglio, del 29 aprile 2004, recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta, dev’essere interpretata nel senso che un permesso di soggiorno, una volta rilasciato a un rifugiato, può essere revocato o in forza dell’articolo 24, paragrafo 1, di tale direttiva, quando sussistono imperiosi motivi di sicurezza nazionale o di ordine pubblico ai sensi di tale disposizione, oppure in applicazione dell’articolo 21, paragrafo 3, della richiamata direttiva, quando sussistono motivi per applicare la deroga al principio di non respingimento previsto dall’articolo 21, paragrafo 2, di questa stessa direttiva.

2) Il sostegno a un’associazione terroristica iscritta nell’elenco allegato alla posizione comune 2001/931/PESC del Consiglio, del 27 dicembre 2001, relativa all’applicazione di misure specifiche per la lotta al terrorismo, nella versione in vigore alla data dei fatti della controversia principale, può costituire uno degli «imperiosi motivi di sicurezza nazionale o di ordine pubblico», ai sensi dell’articolo 24, paragrafo 1, della direttiva 2004/83, anche se le condizioni previste dall’articolo 21, paragrafo 2, della stessa non sono riunite. Affinché un permesso di soggiorno rilasciato a un rifugiato possa essere revocato sul fondamento dell’articolo 24, paragrafo 1, di tale direttiva, per il motivo che tale rifugiato sostiene siffatta associazione terroristica, le autorità competenti sono tuttavia tenute a procedere, sotto il controllo dei giudici nazionali, a una valutazione individuale degli elementi di fatto specifici relativi alle azioni sia dell’associazione sia del rifugiato di cui trattasi. Quando uno Stato membro decide di allontanare un rifugiato il cui permesso di soggiorno è stato revocato, ma sospende l’esecuzione di tale decisione, è incompatibile con la richiamata direttiva privarlo dell’accesso alle prestazioni garantite dal capo VII della medesima, salvo che trovi applicazione un’eccezione espressamente prevista da questa stessa direttiva. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 24 giugno 2015.




Permesso di soggiorno per residenza elettiva e ricongiungimento per motivi familiari

Stranieri – Permesso di soggiorno per residenza elettiva – Possibilità di ottenere il ricongiungimento per motivi familiari – Ammissibilità – Condizioni

Il permesso di soggiorno per residenza elettiva regolato dall’art. 11 co. 1 c-quater del d.p.r. 31 agosto 1999 n. 394, benché non espressamente menzionato nell’art. 28 del d. lgs. 286/1998, non impedisce di ottenere il ricongiungimento dei propri familiari atteso che la disciplina di cui agli artt. 28 e 29 del d. lgs. 286/1998 tende a favorire l’unità della famiglia e che non sussiste giustificata ragione per ritenere preclusa tale possibilità rispetto agli stranieri che si trovano nelle analoghe situazioni previste espressamente dall’art. 28 del d. lgs. cit., salvo restando in capo all’interessato l’onere di provare la sussistenza dei requisiti (fra cui quello concernente il reddito) stabiliti dall’art. 29 del d. lgs. 286/1998. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 19 giugno 2015.




'Viaggiare sicuri': le informazioni tratte non valgono come prova della sicurezza di un paese

Protezione internazionale – Fumus persecutionis – Prova – Documenti tratti dal sito “Viaggiare sicuri” – Rilevanza probatoria – Esclusione – Documenti tratti dai siti istituzionali – D.l. 7 del 2015 (nel caso di specie, Venezuela)

La legge 17.4.2015 nr. 43, che ha convertito il decreto-legge antiterrorismo del 18.2.2015 nr. 7, ha introdotto l’art. 19-bis, ai sensi del quale: Disposizioni in materia di sicurezza dei viaggiatori 1. Il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, avvalendosi anche del contributo informativo degli organismi di informazione ai sensi della legge 3 agosto 2007, n. 124, rende pubblici, attraverso il proprio sito web istituzionale, le condizioni e gli eventuali rischi per l’incolumità dei cittadini italiani che intraprendono viaggi in Paesi stranieri. 2. Il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale indica altresì, anche tramite il proprio sito web istituzionale, comportamenti rivolti ragionevolmente a ridurre i rischi, inclusa la raccomandazione di non effettuare viaggi in determinate aree. 3. Resta fermo che le conseguenze dei viaggi all'estero ricadono nell'esclusiva responsabilità individuale di chi assume la decisione di intraprendere o di organizzare i viaggi stessi”. Appare pertanto evidente che le informazioni tratte dal sito “VIAGGIARE SICURI” possono essere utilizzate per orientare le scelte dei viaggiatori e non, invece, per trarre informazioni attendibili sulla sicurezza di un paese. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 16 giugno 2015.




PMA: possono accedere anche le coppie fertili ma con malattie genetiche trasmissibili

Procreazione medicalmente Assistita (PMA) – Ricorso alle tecniche di PMA da parte di coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili – Esclusione – Illegittimità costituzionale – Sussiste

Con palese antinomia normativa (sottolineata anche dalla Corte di Strasburgo nella richiamata sentenza Costa e Pavan contro Italia), il nostro ordinamento consente alle coppie fertili affette (anche come portatrici sane) da gravi patologie genetiche ereditarie, suscettibili (secondo le evidenze scientifiche) di trasmettere al nascituro rilevanti anomalie o malformazioni, di perseguire l’obiettivo di procreare un figlio non affetto dalla specifica patologia ereditaria di cui sono portatrici, attraverso la, innegabilmente più traumatica, modalità della interruzione volontaria (anche reiterata) di gravidanze naturali – quale consentita dall’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 − quando, dalle ormai normali indagini prenatali, siano, appunto «accertati processi patologici […] relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna». Vale a dire che il sistema normativo, cui danno luogo le disposizioni censurate, non consente (pur essendo scientificamente possibile) di far acquisire “prima” alla donna una informazione che le permetterebbe di evitare di assumere “dopo” una decisione ben più pregiudizievole per la sua salute. Dal che, quindi, la violazione anche dell’art. 32 Cost., in cui incorre la normativa in esame, per il mancato rispetto del diritto alla salute della donna. Senza peraltro che il vulnus, così arrecato a tale diritto, possa trovare un positivo contrappeso, in termini di bilanciamento, in una esigenza di tutela del nascituro, il quale sarebbe comunque esposto all’aborto (La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, commi 1 e 2, e 4, comma 1, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 - Norme in materia di procreazione medicalmente assistita -, nella parte in cui non consentono il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili, rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194, accertate da apposite strutture pubbliche). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 05 giugno 2015.




Modifica delle condizioni di separazione: no, se matrimonio non trascritto in Italia

Sentenza straniera di divorzio – Modifica delle condizioni – Trascrizione della sentenza in Italia – Condizione di ammissibilità – Sussiste

Ai fini della modifica della sentenza di divorzio pronunciata da un Autorità Giudiziaria Straniera è preliminare la trascrizione della suddetta pronuncia, trascrizione che, pur non avendo valenza costituiva ai fini della validità ed efficacia della pronuncia in quanto tale, è necessaria nel sistema del diritto internazionale privato, come modificato dalla legge 218/95 che ha introdotto il riconoscimento automatico delle pronunce straniere, per la verifica del rispetto dei requisiti basilari di compatibilità con l’ordinamento italiano (art. 64 della legge 218/95), verifica demandata nel nuovo sistema del diritto internazionale privato all’Ufficiale dello Stato Civile salve le ipotesi di cui all’art. 67 della legge 218/95 e che in ogni caso non può essere compiuta nell’ambito del procedimento di revisione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 20 maggio 2015.




Protezione internazionale: il richiedente curdo (anche a causa dell’ISIS) ha diritto alla protezione sussidiaria, anche perché la magistratura turca ha perso indipendenza

Protezione internazionale – Richiedente Curdo – Rischio di tortura e trattamenti disumani in conseguenza della situazione turca – Riforma della magistratura con eliminazione della sua indipendenza – Avanzata dell’Isis – Protezione sussidiaria – Sussiste

Costituisce fatto notorio (art. 115 c.p.c.) la drammatica situazione di vessazioni e violenze subite dai curdi in Turchia, confermato dai numerosi documenti prodotti dalla difesa di parte ricorrente. In particolare basti ricordare i seguenti dati: nel 1924 viene interdetto l’uso della lingua curda e sciolta l’Assemblea nazionale nella quale erano presenti 75 deputati curdo; nel 1932, con la legge di turchizzazione, viene disposto lo smembramento e lo spostamento delle comunità curde in ambito urbano; nel 1934, con la legge dei cognomi, viene sancito l’obbligo per i curdi di dotarsi di un cognome che ponesse in evidenza le ascendenze turche; con il colpo di stato del 1980 i militari hanno inasprito le misure per salvaguardare l’unità e l’indivisibilità della nazione in funzione anticurda; la legge del dicembre 2013, ovvero delle tre consonanti, consente l’uso delle consonanti solo corde ed autorizza ad utilizzare la lingua curda solo nell’ambito delle scuole private; la legge del febbraio 2014 di riforma della magistratura sottopone il Consiglio Supremo dei giudici e dei procuratori e l’Accademia della Magistratura all’autorità del ministro della Giustizia, in violazione del principio della separazione dei poteri in uno Stato di diritto. Dal rapporto di Amnesty International del 2013, emerge che l’uso eccessivo della forza da parte della polizia, tra cui pestaggi, durante le manifestazioni è stato segnalato con frequenza nel corso dell’anno. Con riferimento al processo di cambiamento in atto, si osserva che l’oppressione del popolo curdo in Turchia – che ha provocato, dal 1984 oltre 40.000 morti e migliaia di prigionieri politici – negli ultimi anni sembra essere in corso di superamento. La lingua curda non è più vietata, la bandiera curda sventola durante le manifestazioni e alle elezioni amministrative del marzo del 2014 il Bdp (Partito per la Democrazia e per la Pace) ha vinto in molte città e paesi del Kurdistan (come Diyarbakir, Hakkari e Van). Tali segnali di miglioramento devono però essere letti unitamente alla gravissima condizione del Sud della Turchia. Infatti, a causa delle proteste contro l’avanzata dello Stato islamico verso il confine tra la Siria e la Turchia, si sta assistendo ad una nuova spirale di violenza nel sud est del paese, a maggioranza curda. Dalle notizie apprese dai principali organi di stampa, emerge in particolare che: il 17 settembre 2014 l'ISIS ha conquistato numerosi villaggi curdi penetrando in profondità nel territorio controllato dai gruppi di difesa e dirigendosi verso il confine turco; la Turchia ha chiuso le frontiere in uscita per impedire l'afflusso di combattenti curdi di origine turca verso il confine siriano in difesa di Kobane; in queste occasione si sono registrati violenti scontri tra i curdi e la polizia e l’esercito turco che presidiava il confine; il leader del PKK, Abdullah Ocalan, ha annunciato la fine della tregua con la Turchia nel caso di caduta di Kobane; a fine settembre 2014 in seguito all’eccidio di Kobanê un flusso di 160.000 profughi ha varcato il confine Turco; i curdi presenti nei territori limitrofi alla Turchia e sul confine della stessa sono stati sottoposti a torture da parte dell’Isis e dei militari turchi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 19 maggio 2015.




Permesso di soggiorno per coesione familiare e criterio della adeguatezza del reddito

Stranieri – Permesso di soggiorno per coesione familiare – Insufficienza del reddito – Applicazione automatica di tale criterio – Erroneità

Al fine di valutare la sussistenza dei requisiti necessari per ottenere un permesso di soggiorno per motivi familiari, in conformità dei principi comunitari in materia, il criterio costituito dalla adeguatezza del reddito non può essere applicato automaticamente, dovendo al contrario essere utilizzato nel contesto di una valutazione complessiva delle peculiarità di ogni singolo caso (nel caso di specie costituito dalla esistenza in capo al richiedente di forti vincoli familiari nel territorio nazionale). (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 11 maggio 2015.




PMA eterologa ed età – limite per la donna

PMA – Fecondazione eterologa – Limite di età della donna per l’accesso – Età diversa per la PMA omologa – Discriminazione – Sussiste

La pratica di PMA, nelle due forme ora legittimamente praticabili, rientra nell’ambito dei LEA e quindi per entrambe il SSN deve farsi carico di assicurare, gratuitamente o mediante pagamento di ticket, la relativa assistenza. La riconosciuta assenza di un vuoto normativo, colmato dalla presenza di una normativa statale applicabile anche alla PMA eterologa, in quanto analoga, pur se con differenze oggettive proprie della sua specificità, a quella omologa, deve indurre a ritenere valide anche per tale tecnica le regole di principio già dettate dal legislatore nazionale. Orbene, per quanto riguarda l’età della donna, la norma nazionale non dà indicazione precisa, ma fa riferimento all’età potenzialmente fertile, che quindi deve valere per entrambe le ipotesi. Il contestato intervento della Regione, che ha diversamente disciplinato il profilo relativo all’età della donna per essere ammessa ai cicli di eterologa, si pone in evidente contrasto sia con la normativa statale (che non fa distinzioni), sia con i principi generali di eguaglianza, così come ricordati dalla stessa Corte Costituzionale proprio in occasione dell’affermata analogia delle due tecniche procreative assistite. La distinzione conseguente al mantenimento, per la sola omologa, dei criteri e dei requisiti soggettivi più favorevoli (50 anni) rispetto alla eterologa (43) non è in alcun modo giustificata, tanto da apparire frutto di una non oculata valutazione circa le conseguenze che tale specificazione avrebbe comportato. Questi profili inducono quindi il Collegio ad accogliere il ricorso proposto, in parte qua, avverso la delibera impugnata, in quanto viziata per violazione dei principi costituzionali di eguaglianza, nonché del diritto alla genitorialità ed alla salute, disponendone l’annullamento nella parte in cui ha ritenuto di applicare solo nel caso della PMA eterologa il limite di età di 43 anni per la donna. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) T.A.R. Veneto 08 maggio 2015.




Annullate le espulsioni del Prefetto di Milano: carente di (sufficiente) motivazione i provvedimenti

Cittadino Europeo - Provvedimento di allontanamento per motivi di ordine pubblico - Art. 20 d.l.gs. 30 del 2007 - Obbligo di motivazione -  Allegazione specifica della circostanze rilevanti - Necessità - Sussiste -  Rilevanza di eventi mediativi (EXPO) - Esclusione

In materia di allontanamento del cittadino europeo, il provvedimento espulsivo deve recare la puntuale indicazione dei motivi specifici per cui non solo si ravvisi l'urgenza dell'allontanamento, motivi che secondo le norme di cui al d.lgs. 30 del 2007 devono indicarsi «caso per caso», devono essere «debitamente comprovati» e devono essere tali da rendere l’ulteriore permanenza sul territorio nazionale «incompatibile con la civile e sicura convivenza» (art. 20 comma 11 d.lgs 3022007) ma pure che descrivano singole e specifiche condotte tenute dal cittadino incolpato  e che non possono risolversi nella sua mera presenza in un luogo destinato ad accogliere soggetti ‘appartenenti all’area anarchica’. Va anche ricordato che il controllo dell'autorità giudiziaria ordinaria sul provvedimento di allontanamento deve essere limitato alla regolarità e tempestività della misura adottata dal questore, senza che il giudice della convalida debba o possa esercitare un controllo sulle ragioni dell’atto (nella fattispecie prossima inaugurazione di evento mediatico, EXPO). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 28 aprile 2015.




Rettifica del sesso del coniuge: effetti della sentenza della Consulta

Mutamento del sesso di persone coniugata – Effetti – Scioglimento del vincolo matrimoniale – Corte Costituzionale n. 170 del 2014 – Automatismo – Esclusione – Volontà dei coniugi – Rilevanza – Sussiste – Sede in cui la volontà deve essere raccolta – Giudizio di rettifica – Sussiste

Mutamento del sesso di persone coniugata – Effetti – Scioglimento del vincolo matrimoniale – Corte Costituzionale n. 170 del 2014 – Automatismo – Esclusione – Volontà dei coniugi – Rilevanza – Sussiste – Sede in cui la volontà deve essere raccolta – Giudizio di rettifica Sussiste – Sentenze di rettifica depositate prima della pronuncia della Consulta – Accertamento della volontà dei coniugi ex post – Necessità – Sussiste

Mutamento del sesso di persone coniugata – Effetti – Scioglimento del vincolo matrimoniale – Corte Costituzionale n. 170 del 2014 – Automatismo – Esclusione – Volontà dei coniugi – Rilevanza – Sussiste – Scelta nel senso di restare uniti – Effetti – Permanenza del vincolo matrimoniale – Sussiste

A seguito della pronuncia della Corte Costituzionale, 11 giugno 2014 n. 170 (con cui è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale degli artt. 2 e 4 della legge 14 aprile 1982, n. 164 e dell’art. 31, comma 6, del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150), il coniuge che muti sesso ha diritto a conservare, d’accordo con il partner, il legame affettivo consolidatosi nel tempo accedendo alla diversa forma di unione regolata dalla Legge. In particolare, in occasione del procedimento giurisdizionale di rettifica dell’attribuzione di sesso, i coniugi possano formulare istanza al giudice per essere autorizzati a mantenere in vita la coppia, anche se in forma diversa dal matrimonio; in difetto, la sentenza produce naturalmente e fisiologicamente lo scioglimento del matrimonio o la cessazione dei suoi effetti civili, senza necessità di intervento giudiziale e tramite gli strumenti della rettifica promossi dall’ufficiale dello Stato Civile. Pertanto è in occasione del procedimento che “trasforma” l’identità di genere del coniuge che i partners, (entrambi da considerarsi, quindi, litisconsorti necessari), possono richiedere al giudice di pronunciare anche il diritto al passaggio alla diversa forma di convivenza: in difetto, invece, segue ope legis il divorzio cd. imposto a cui può provvedere l’Ufficiale dello Stato Civile, sulla scorta della lettura del dispositivo della sentenza di rettifica. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

A seguito della pronuncia della Corte Costituzionale, 11 giugno 2014 n. 170 (con cui è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale degli artt. 2 e 4 della legge 14 aprile 1982, n. 164 e dell’art. 31, comma 6, del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150), in occasione del procedimento giurisdizionale di rettifica dell’attribuzione di sesso, i coniugi possano formulare istanza al giudice per essere autorizzati a mantenere in vita la coppia, anche se in forma diversa dal matrimonio; in difetto, la sentenza produce fisiologicamente lo scioglimento del matrimonio o la cessazione dei suoi effetti civili, senza necessità di intervento giudiziale e tramite gli strumenti della rettifica promossi dall’ufficiale dello Stato Civile. Questa interpretazione può ritenersi ammessa solo per le sentenze di rettifica depositate in data successiva all’11 giugno 2014 (data di deposito della pronuncia della Consulta n. 170/2014) ma non anche per quelle che siano anteriori, per le quali “il diritto” a mantenere l’unione non esisteva poiché – in difetto dell’intervento additivo della Corte delle Leggi – non era possibile, per i coniugi, in corso di processo di rettifica, comunicare la volontà di continuare a rimanere una “coppia”. In questi casi, su ricorso del Pubblico Ministero sollecitato dall’Ufficiale dello Stato Civile, il Tribunale è tenuto a verificare, ex post, la volontà dei coniugi appurando se manifestino una scelta nel senso di mantenere vitale l’unione affettiva. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

La pronuncia della Corte Costituzionale, 11 giugno 2014 n. 170, è da qualificare come sentenza additiva di principio: pertanto, finché il Legislatore non interverrà per regolare le nuove forme di convivenza civile, i coniugi attraversati dalla vicenda di rettifica, ove scelgano di restare uniti, rimangono uniti in matrimonio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 22 aprile 2015.




Conclusioni Avvocato Generale: si al cumulo delle azioni di stato e di mantenimento

Regolamento (CE) n. 4/2009 – Competenza giurisdizionale in materia di obbligazioni alimentari – Domanda relativa a un’obbligazione alimentare a favore di minori proposta, in via accessoria, nell’ambito di un giudizio di separazione, in uno Stato membro diverso da quello in cui i minori risiedono abitualmente – Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Competenza in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale

L’articolo 3 del regolamento (CE) n. 4/2009 del Consiglio, del 18 dicembre 2008, relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e alla cooperazione in materia di obbligazioni alimentari, deve essere interpretato nel senso che in presenza di un’azione principale relativa a una separazione personale dei coniugi nell’ambito della quale sia stata presentata una domanda relativa alle obbligazioni alimentari nei confronti dei figli minori, il giudice adito nell’ambito del suddetto procedimento è competente a conoscere della domanda relativa alle obbligazioni alimentari. La presa in considerazione dell’interesse superiore del minore impone, in tal caso, che la competenza territoriale sia determinata in base al criterio di vicinanza. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 16 aprile 2015.




Il minore ha diritto a mantenere rapporti con il genitore cd. sociale

Famiglia non fondata sul matrimonio – Partner (convivente) di persona che sia genitore di un minore – Relazione affettiva duratura (eteroaffettiva o omoaffettiva) – Interruzione della relazione – Effetti – Diritto del minore a intrattenere rapporti con il genitore cd. sociale – Sussiste

In materia di famiglia, tutelata dall’art. 8 della CEDU, anche una relazione de facto può integrare un “rapporto familiare” e, conseguentemente, avere rilevanza giuridica, nell’interesse preminente del fanciullo, come accade nel caso in cui, oltre all’affetto generico, sussistano altri indici di stabilità, attuale o potenziale, quale potrebbe essere quello di una progettualità genitoriale comune (per i partners) e di una convivenza avutasi per un tempo significativo, anche se poi cessata. Invero, in questa prospettiva, la determinazione del carattere familiare delle relazioni di fatto deve tener conto di un certo numero di elementi, quali il tempo vissuto insieme, la qualità delle relazioni, così come il ruolo assunto dall’adulto nei confronti del bambino e la percezione che quest’ultimo ha dell’adulto. Al cospetto di questi elementi, la relazione “di fatto”, nonostante l’assenza di un rapporto giuridico di parentela, può rientrare nella nozione di vita familiare ai sensi dell'articolo 8 CEDU. E, peraltro, valorizzando il criterio guida del superiore interesse del fanciullo, il profilo della discendenza genetica non va più considerato determinante ai fini dell’attribuzione al minore del diritto di mantenere stabili relazioni con chi ha comunque rivestito nel tempo il ruolo sostanziale di genitore, pur non essendo legato da rapporti di appartenenza genetica o di adozione con il minore stesso (cd. genitore sociale). Quando il rapporto instauratosi tra il minore e il genitore sociale è tale da fondare l’identità personale e familiare del bambino stesso, questo rapporto deve essere salvaguardato, alla pari di quanto riconosce oggi l’art. 337 ter ai figli nei confronti dei genitori biologici. Questa interpretazione evolutiva si impone a maggior ragione nell’ipotesi della separazione personale della coppia omosessuale che abbia convissuto con i figli minori di uno dei due, instaurando un rapporto di genitorialità sociale con l’altro. Invero, in tali circostanze l’unico rapporto riconosciuto e tutelato dalla legge è quello con il genitore biologico, mentre il rapporto con il genitore sociale – sebbene avvertito e vissuto dal minore alla stregua dell’ “altra figura genitoriale” – non riceve alcun riconoscimento o tutela, con conseguente privazione del minore della doppia figura genitoriale, in spregio al principio fondante in ambito di crisi coniugale o della coppia di fatto del mantenimento di rapporti costanti con ambedue le figure genitoriali. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo 06 aprile 2015.




Autorizzazione ex art. 31 d. lgs. 286/1998 al genitore con un precedente penale per il reato di detenzione e trasporto di sostanze stupefacenti

Procedimento ex art. 31 d. lgs. 286/1998 - Genitore con precedente penale per il reato di detenzione e trasporto di sostanze stupefacenti

Deve essere concessa al genitore ricorrente autorizzazione ex art. 31 d. lgs. 286/1998 (T. U. Immigrazione) valutate le condizioni di vita delle minori le quali subirebbero un danno psico-fisico da un eventuale allontanamento dal territorio italiano o anche da uno soltanto dei genitori. Detta autorizzazione deve essere concessa anche al genitore con un precedente penale per il reato di detenzione e trasporto di sostanze stupefacenti ma assai risalente nel tempo (tredici anni fa), con pena estinta per esito positivo dell'affidamento in prova. (Michele Orsitto) (riproduzione riservata) Tribunale Minorenni Firenze 26 marzo 2015.




Protezione internazionale: il giudice può accordare anche la “protezione umanitaria”

Protezione internazionale – Richiedente che non può beneficiare dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria – Accoglimento della domanda sub specie di “protezione umanitaria” – Sussiste (nel caso di specie, Mali)

L’ampliamento delle ipotesi di protezione internazionale derivato dall’introduzione ex D. L.vo 251/07 della protezione sussidiaria, consente oggi di ricondurre alla “protezione umanitaria” ipotesi in precedenza riconducibili solo permessi di natura umanitaria di cui agli artt. 5, comma 6, e 19 D.Lgs. n. 286/98 (si pensi alle ipotesi di non respingimento verso Paesi che praticano la pena di morte, tortura o trattamenti inumani e degradanti oggi rientranti nelle ipotesi di danno grave ex art. 14 ex D. L.vo 251/07 che determina il riconoscimento della protezione sussidiaria). In particolare, l'introduzione della protezione sussidiaria, per le caratteristiche intrinseche ed il regime normativo cui è assoggettata, può ritenersi in parte nuova ed in parte assimilabile, esclusivamente sotto il profilo dei requisiti necessari per il suo riconoscimento, ai permessi di natura umanitaria enucleabili dalla lettura coordinata del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 ed art. 19” (Cass. Ordinanza n. 6880 del 2011). Permane, comunque, in capo allo straniero la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno “sostenuto da ragioni umanitarie o da obblighi internazionali o costituzionali diversi da quelli derivanti dal citato art. 3 CEDU (ormai ricompreso espressamente nella protezione sussidiaria) o da quelli indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), (la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno od internazionale)” (Cass. ord. 6880/11). L’art. 32 co. III D. L.vo 25/08 prevede, infatti, che la Commissione territoriale, “nei casi in cui non accolga la domanda di protezione internazionale e ritenga che possano sussistere gravi motivi di carattere umanitario (…) trasmette gli atti al questore per l’eventuale rilascio del permesso di soggiorno ai sensi dell’art. 5 comma 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998 n.286. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 24 marzo 2015.




Ordine di protezione: non può essere richiesto da terzi

Ordine di protezione ex art. 342-bis c.c. – Richiesto dal figlio nell’interesse della madre – Legittimazione attiva – Esclusione

Ordine di protezione ex art. 342-bis c.c. – Persona sottoposta ad amministrazione di sostegno – Legittimazione dell’amministratore di sostegno – Sussiste

L’ordine di protezione ex art. 342-bis c.c. deve essere richiesto direttamente dal titolare del diritto soggettivo leso, giusta la disposizione generale di cui all’art. 81 c.p.c. In particolare, il figlio maggiorenne non convivente, non può presentare istanza di protezione al fine di tutelare la condizione soggettiva della madre, oggetto di turbative e molestie da parte di terzi. In questo caso, il ricorso è inammissibile per difetto di legitimatio ad causam, rilevabile d’ufficio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In caso di persona sottoposta ad amministrazione di sostegno, l’ordine di protezione ex art. 342-bis c.c. può essere richiesto dall’amministratore previamente autorizzato dal giudice tutelare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 18 marzo 2015.




Il Prefetto non può annullare la trascrizione del matrimonio gay

Trascrizione di matrimonio tra persone dello stesso sesso nel registro dei matrimoni presso l’ufficio di Stato Civile – Intervento del Prefetto nel senso di annullare la trascrizione – Legittimità – Esclusione

Trascrizione nel registro degli atti di matrimonio – Natura giuridica – Atto amministrativo – Sussiste

Una trascrizione nel Registro degli atti di matrimonio può essere espunta e/o rettificata solo in forza di un provvedimento dell'Autorità giudiziaria e non anche adottando un provvedimento amministrativo da parte dell’Amministrazione centrale, neanche esercitando il potere di sovraordinazione che, effettivamente, il Ministro dell'Interno vanta sul Sindaco in tema di stato civile. Né un potere del genere può evincersi dall'art. 54, commi 3 ed 11, del TUEL posto che tali disposizioni prevedono il potere del Prefetto di sostituirsi al Sindaco in caso di inerzia di quest'ultimo nel sovrintendere agli uffici di stato civile. Ne consegue, pertanto, che spetta solo all'Autorità giudiziaria disporre la cancellazione di un atto indebitamente registrato nel Registro degli atti di matrimonio, posto che: le registrazioni dello stato civile non possono subire variazioni se non nei limitati casi descritti e normativamente previsti in modo espresso; l'ufficiale di stato civile ha solo il potere di aggiornare i registri e di correggere gli errori materiali; ogni rettificazione o cancellazione è attribuita alla competenza dell'autorità giudiziaria ordinaria; fra le annotazioni possibili nel registro dei matrimoni non è previsto alcun atto di annullamento o di autotutela ma, solo l'annotazione della rettificazione giudiziaria. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La trascrizione nel registro dell’atto di matrimonio deve intendersi quale atto avente natura amministrativa, e non un mero “un atto pubblico formale” con effetto dichiarativo e di certificazione, sottratto alla disciplina pubblicistica. Infatti, costituiscono atti amministrativi gli atti giuridici di diritto pubblico compiuti dai soggetti attivi della pubblica amministrazione nell’esercizio di una potestà amministrativa. Tra tali atti, che possono concretizzarsi in atti di accertamento consistenti nella constatazione obiettiva di fatti o situazioni, rientrano i certificati che integrano dichiarazioni di conoscenza di qualità personali di un soggetto o della titolarità di status, capacità o diritti o dell’esistenza di rapporti giuridici.  I certificati sono rilasciati in base a constatazioni dirette della pubblica amministrazione o alle risultanze di atti in suo possesso e, ai fini che interessano in questa sede, il fatto che gli atti in questione abbiano natura certificativa non induce a negare che la trascrizione del matrimonio debba essere considerata un provvedimento amministrativo e non “un atto pubblico formale” con effetto meramente dichiarativo e di certificazione, perché anche atti del genere vanno considerati atti amministrativi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
T.A.R. Lazio 09 marzo 2015.




Mediazione familiare? Anche in caso di sottrazione internazionale

Sottrazione internazionale di Minori – Percorso di mediazione familiare – Ammissibilità – Sussiste

Anche nel caso in cui la controversia genitoriale abbia ad oggetto una ipotesi di sottrazione internazionale deve ritenersi ammissibile – e invero opportuno – un percorso di mediazione familiare. Infatti, è evidente che una decisione nel merito circa la sussistenza o meno della sottrazione internazionale comporterebbe, in caso positivo, l’ordine di ricondurre immediatamente i minori nello Stato da cui prelevati e in caso negativo un non luogo a provvedere che lascerebbe comunque insoluti i conflitti tra i coniugi, conflitti che si riverbererebbero in maniera del tutto negativa sui minori “oggetto” della controversia. La decisione definirebbe la lite ma non chiuderebbe il conflitto. Tali immediate conclusioni del procedimento, pur senz’altro rispettose della normativa vigente, rischierebbero invece di violare uno dei principi immanenti del nostro ordinamento, faro che orienta il giudice minorile nell’adottare le sue decisioni, che è quello del superiore interesse del minore. In fondo, la mediazione come strumento alternativo di risoluzione della controversia non rinuncia al conflitto, ma lo rivisita come risorsa; la mediazione non vuole offrire un risarcimento del danno, o un ristabilimento immediato dello status quo ante, ma lo scioglimento delle trame del conflitto in modo da restituire ai minori coinvolti un ristoro a lungo termine, liberati dalla tensione causata dal conflitto circa la loro collocazione nello spazio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale per i Minorenni Bologna 05 marzo 2015.




Alla Corte costituzionale la revocazione della sentenza per violazione della CEDU

Violazione CEDU - Revocazione sentenza - Ammissibilità - Questione legittimità costituzionale

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di costituzionalità degli artt. 106 del Codice del processo amministrativo (L. n. 104/2010) e 395 e 396 del Codice processuale civile, in relazione agli artt. 117 co.1, 111 e 24 della Costituzione, nella parte in cui non prevedono un diverso caso di revocazione della sentenza quando ciò sia necessario, ai sensi dell'art. 46, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, per conformarsi ad una sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell'uomo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato 04 marzo 2015.




Protezione internazionale: il richiedente nigeriano non ha diritto alla protezione, nemmeno umanitaria, se gli episodi allegati sono del tutto episodici

Protezione internazionale – Art. 8 direttiva 2004/83/CE – Onere del richiedente di stabilirsi in una parte sicura del Paese – Norma non trasposta dal Legislatore italiano – Conseguenze – Non applicabilità

L'art. 8 della direttiva 2004/83/CE recante norme sulla qualifica di rifugiato e sulla protezione minima riconosciuta prevede che "Nell'ambito dell'esame della domanda di protezione internazionale, gli Stati membri possono stabilire che il richiedente non necessita di protezione internazionale se in una parte del territorio del paese d'origine egli non abbia fondati motivi di temere di essere perseguitato o non corra rischi effettivi di subire danni gravi e se è ragionevole attendere dal richiedente che si stabilisca in quella parte del paese. Nel valutare se una parte del territorio del paese d'origine è conforme al paragrafo 1, gli Stati membri tengono conto delle condizioni generali vigenti in tale parte del paese nonchè delle circostanze personali del richiedente all'epoca della decisione sulla domanda".

La norma in esame della direttiva lascia dunque agli stati membri la facoltà se trasporla o meno del proprio ordinamento, nel caso dell'Italia, la attuazione della direttiva è avvenuta tramite il D.Lgs. n. 251 del 2007 che non ha ripreso la disposizione dell'art. 8 della direttiva. Come riconosciuto dalla Cassazione (16.2.2012 n. 2294) “ciò significa che quella disposizione non è entrata nel nostro ordinamento e non costituisce dunque un criterio applicabile al caso di specie”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 04 marzo 2015.




Protezione internazionale: il richiedente nigeriano non ha diritto alla protezione, nemmeno umanitaria, se gli episodi allegati sono del tutto episodici

Protezione internazionale – Richiedente Nigeriano – Situazione della Nigeria – Pericolo grave per la incolumità delle persone – Protezione sussidiaria – Sussiste

Protezione internazionale – Art. 8 direttiva 2004/83/CE – Onere del richiedente di stabilirsi in una parte sicura del Paese – Norma non trasposta dal Legislatore italiano – Conseguenze – Non applicabilità

In Nigeria al momento sussiste una situazione di pericolo grave per l’incolumità delle persone derivante da violenza indiscriminata ancora presente in loco, dal quale discende ex art. 14 lett. c) D. L.vo 251/07 il diritto di alla protezione sussidiaria (con orientamento condiviso anche da parte della giurisprudenza di merito, cfr. Corte d’Appello di Roma, 4.2.2012; Tribunale di Roma 13.12.2012; Tribunale di Bologna 4.3.2013). In particolare, l’intero territorio della Nigeria era ed è caratterizzato da un clima di violenze diffuse ed indiscriminate a causa di conflitti armati tra cristiani e musulmani. La stampa internazionale ha dato conto di sanguinosi scontri che hanno interessato la popolazione inerme e ancora oggi gli organi di stampa diffondono informazioni di violenze. I luoghi di culto cristiani in Nigeria sono diventati il principale obiettivo degli islamisti di Boko Haram, un gruppo legato ad Al Qaida, che si propone non solo di instaurare un califfato islamico nel nord del Paese, ma anche quello, più ambizioso e pericoloso, di innescare una guerra civile interreligiosa. Nella capitale Abuja si sono registrati diversi attentati di matrice terrorista. In occasione di ricorrenze particolari, principalmente legale a festività, religiose o laiche, si registrano allarmi su possibili attentati ad edifici pubblici, centri commerciali mercati e agli alberghi che ospitano edifici pubblici, centro commerciali, mercati e agli alberghi che ospitano clientela internazionale della capitale. Il sito per l’Istituto per il Commercio estero evidenzia che “un altro problema è la violenza dovuta alla criminalità comune, diffusa in generale in tutto il Paese ma con zone ad alto rischio per la sicurezza personale nel Sud, soprattutto nell’area del Delta del Niger e nella città di Lagos, e agli scontri interetnici e/o interreligiosi nel centro e nel Nord”. Inoltre, dopo un periodo di tregua, il MEND è tornato alla guerriglia. I gravi e continui scontri presenti su tutto il territorio nigeriano rendono pertanto estremamente difficoltosa l’individuazione di posizioni consolidate di forza o di stati maggiormente sicuri e delineano, al contrario, proprio un quadro socio politico caratterizzato dal pericolo di gravi danni alla persona che la protezione sussidiaria mira ad evitare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L'art. 8 della direttiva 2004/83/CE recante norme sulla qualifica di rifugiato e sulla protezione minima riconosciuta prevede che "Nell'ambito dell'esame della domanda di protezione internazionale, gli Stati membri possono stabilire che il richiedente non necessita di protezione internazionale se in una parte del territorio del paese d'origine egli non abbia fondati motivi di temere di essere perseguitato o non corra rischi effettivi di subire danni gravi e se è ragionevole attendere dal richiedente che si stabilisca in quella parte del paese. Nel valutare se una parte del territorio del paese d'origine è conforme al paragrafo 1, gli Stati membri tengono conto delle condizioni generali vigenti in tale parte del paese nonchè delle circostanze personali del richiedente all'epoca della decisione sulla domanda". La norma in esame della direttiva lascia dunque agli stati membri la facoltà se trasporla o meno del proprio ordinamento, nel caso dell'Italia, la attuazione della direttiva è avvenuta tramite il D.Lgs. n. 251 del 2007 che non ha ripreso la disposizione dell'art. 8 della direttiva. Come riconosciuto dalla Cassazione (16.2.2012 n. 2294) “ciò significa che quella disposizione non è entrata nel nostro ordinamento e non costituisce dunque un criterio applicabile al caso di specie”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 04 marzo 2015.




Competenza del Giudice Tutelare, e non del Giudice delle Successioni, ad autorizzare la vendita di bene immobile di provenienza ereditaria per conto di soggetto disabile

Amministrazione di Sostegno – Autorizzazione alla vendita di bene immobile ereditato – Eredità accettata con beneficio di inventario – Giudice Tutelare – Competenza

Va dichiarata la competenza del Giudice Tutelare, ai sensi degli artt. 374, 375 e 411 del codice civile, con riferimento ai beni che, pur provenienti da una successione ereditaria, possono considerarsi definitivamente acquisiti al patrimonio del beneficiario, essendo ormai trascorso un lasso di tempo significativo dopo la formazione dell’inventario concluso nell’ambito della procedura di accettazione con beneficio e non essendo nel frattempo emersi soggetti interessati alla liquidazione dell’eredità (cfr. Cass. n. 10637 del 29.10.1997; Cass. n. 2994 del 7.7.1997). (Fattispecie in cui un Amministratore di Sostegno di soggetto disabile chiedeva al Giudice Tutelare, e non al Giudice delle Successioni, l’autorizzazione ad alienare un bene immobile di provenienza ereditaria nell’ambito di eredità accettata con beneficio d’inventario, essendo decorsi oltre cinque anni dall’apertura della successione). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata) Tribunale Rimini 27 febbraio 2015.




I genitori litigano sulla scuola del figlio: se decide il Tribunale, la Scuola è quella Pubblica

Esercizio della responsabilità genitoriale – Iscrizione scolastica dei figli – Conflitto genitoriale – Scuola pubblica / scuola privata – Decisione del Tribunale – Criterio oggettivo – Favor per la scuola pubblica

Esercizio della responsabilità genitoriale – Iscrizione scolastica dei figli – Conflitto genitoriale – Scuola pubblica / scuola privata – Decisione del Tribunale – Criterio oggettivo – Favor per la scuola pubblica – Scelta in questo modo “neutra”

Laddove non esista, o non persista, un’intesa tra i genitori a favore di qualsivoglia istituto scolastico privato e non emergano evidenti controindicazioni all’interesse del minore (in particolare riconducibili a sue insite difficoltà di apprendimento, a particolari fragilità di inserimento nel contesto dei coetanei, a esigenze di coltivare studi in sintonia con la dotazione culturale o l’estrazione nazionale dei genitori ecc.), la decisione dell’Ufficio giudiziario – in sé sostitutiva di quella della coppia genitoriale – non può che essere a favore dell’istruzione pubblica, secondo i canoni dall’ordinamento riconosciuti come idonei allo sviluppo culturale di qualsiasi soggetto minore residente sul territorio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

In linea di principio, nell’ipotesi di conflitto tra i genitori in ordine all’iscrizione dei minori a Scuola, preferenza e prevalenza va data alle istituzione scolastiche pubbliche poiché espressione primaria e diretta del sistema nazionale di istruzione (art. 1 l. 10 marzo 2000 n. 62) nonché esplicazione principale del diritto costituzionale alla istruzione (art. 33 comma II cost.). Le altre istituzioni scolastiche (paritarie, private in generale), pertanto, possono incontrare il favore del giudice, nella risoluzione del conflitto, solo là dove emergano elementi precisi e di dettaglio per accertare un concreto interesse effettivo dei figli a frequentare una scuola diversa da quella pubblica. Peraltro, la scelta del giudicante nel senso della scuola pubblica è una scelta “neutra” che non rischia di orientare il minore verso determinate scelte educative o di orientamento culturale in generale (e ciò, invece, potrebbe avvenire nella designazione di una scuola privata). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 04 febbraio 2015.




Interdizione, inabilitazione e amministrazione di sostegno: la scelta deve basarsi sulla valutazione dello strumento più idoneo in relazione agli atti da compiere e non sul grado di invalidità del soggetto

Interdizione e inabilitazione - Amministrazione di sostegno - Scelta tra i diversi istituti di protezione - Criterio - Valutazione dello strumento più idoneo in relazione agli atti da compiere - Valenza etico sociale dell'amministrazione di sostegno - Trasmissione degli atti al giudice tutelare - Forma e contenuto di ordinanza - Pronuncia sulla interdizione - Sentenza - Regolamento delle spese processuali

Le misure dell’interdizione e dell’inabilitazione, meno flessibili e più vincolanti, sono ormai da considerarsi, secondo unanime valutazione dottrinale e giurisprudenziale, quali figure residuali da applicarsi solo qualora non si ritengano possibili interventi di sostegno idonei ad assicurare al soggetto debole una adeguata protezione.

Nella scelta tra i diversi istituti di protezione previsti dall’ordinamento, il criterio selettivo deve essere quello della valutazione dello strumento più idoneo in relazione agli atti da compiere e non quello, invece, del grado di invalidità.

L’amministrazione di sostegno appare uno strumento da preferirsi non solo sul piano pratico ma anche su quello etico-sociale in ragione del maggior rispetto della dignità dell’individuo che da esso deriva.

Mentre il provvedimento di trasmissione degli atti al giudice tutelare assume forma e contenuto di ordinanza, è comunque necessaria una sentenza che pronunci sulla domanda di interdizione regolando, se del caso, le spese processuali. (Marcella Frangipani) (riproduzione riservata)
Tribunale Pavia 28 gennaio 2015.




Intervento del giudice tutelare in ordine al rilascio del passaporto a fronte del diniego opposto dall'altro genitore

Rilascio del passaporto o di altro titolo valido per l'espatrio – Artt. 1, 3 e 12 l. 21.11.67 N° 1185 – Ambito valutativo del Giudice tutelare – Carattere non meramente pretestuoso del mancato assenso dell'altro genitore – Compatibilità dell'espatrio del genitore con l'interesse del minore

Il provvedimento con cui il Giudice tutelare supera e vanifica il diniego al rilascio del passaporto, opposto dall'altro genitore, è volto non già a dirimere in via definitiva un conflitto tra diritti soggettivi dei genitori del minore, quanto piuttosto a valutare la corrispondenza del mancato assenso di uno di loro all'interesse del figlio. Da tali considerazioni emerge, in definitiva, come il Giudice tutelare debba valutare, in uno, il carattere non meramente pretestuoso del mancato assenso dell'altro genitore e la concreta compatibilità dell'espatrio del genitore con l'interesse del minore. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 12 dicembre 2014.




Rettifica anagrafica dell'attribuzione di sesso: è necessaria una modificazione dei caratteri sessuali primari

Rettificazione di attribuzione di sesso – Artt. 1 l. 164/1982 e 31, comma 4, d.lgs. 150/2011 – Sufficienza di intervenuta modificazione dei caratteri sessuali cd. secondari – Non sussiste – Necessità di intervenuta modificazione dei caratteri sessuali cd. primari – Sussiste

Ai fini della rettifica anagrafica dell'attribuzione di sesso è necessaria una modificazione dei caratteri sessuali cd. primari dell'istante attraverso intervento medico-chirurgico demolitivo e ricostrutttivo degli organi genitali riproduttivi. Ciò (de jure condito ed in mancanza di una rimeditazione legislativa della questione volta ad uniformare la normativa interna a quella degli Stati europei) alla luce della presumibile intenzione del Legislatore, che, se avesse voluto fare propria la distinzione concettuale medico-anatomica tra caratteri sessuali primari e secondari, avrebbe potuto farlo espressamente, oltretutto chiarendo la modificazione di quali e di quanti caratteri sessuali secondari, e con quale grado di profondità, sarebbe stata sufficiente ad ottenere la rettificazione. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 12 dicembre 2014.




Diritto del disabile alla metropolitana: condannato il Comune di Milano

Trasporto pubblico – Diritto del disabile ad utilizzare i mezzi pubblici – Sussiste – Barriere architettoniche che impediscano al disabile di saliere o scendere – Discriminazione indiretta – Sussiste

Il diritto di muoversi autonomamente utilizzando i mezzi di trasporto pubblico costituisce, all’evidenza, per ognuno esplicazione della dignità come persona e deve essere garantito ai disabili al pari dei soggetti normodotati. In tal senso la presenza di ostacoli o barriere architettoniche, che impediscano al disabile di salire o scendere dal mezzo di trasporto pubblico, costituisce discriminazione indiretta, ai sensi dell’art. 2 L. 67 del 2006 in quanto pone il disabile in una posizione di svantaggio rispetto alle persone normodotate. In caso di fatti aventi valenza discriminatoria, si può ragionevolmente presumere che le situazioni abbiano prodotto un grave senso di frustrazione nel disabile il quale non solo si vede limitato l’esercizio della fondamentale libertà di movimento e la possibilità di esplicarla in maniera indipendente, ma altresì si vede posto penosamente al centro dell’attenzione proprio per la sua condizione di disabilità. (Nel caso di specie, il giudice ha condannato il Comune di Milano e la società del trasporto milanese per avere ostacolato il diritto di un disabile all’utilizzo della metropolitana). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 20 novembre 2014.




Sui poteri del Collegio adito in sede di reclamo contro un atto del giudice tutelare

Tutela – Poteri del tutore – Autorizzazione a promuovere giudizi di divisione – Competenza – Tribunale – Sussiste – Giudice Tutelare – Esclusione – Provvedimenti pronunciato dal G.T. – Reclamo – Poteri del Collegio adito in sede di impugnazione

A norma dell’art. 375 n. 3 c.c., l’autorizzazione al tutore a promuovere giudizi di divisione va concessa dal Tribunale su parere del Giudice Tutelare secondo il meccanismo di cui all’art. 732 c.p.c.; laddove il Giudice Tutelare provveda direttamente ad emettere tale autorizzazione, si configura un vizio di costituzione del giudice, motivo di nullità non sanabile del provvedimento adottato e rilevabile d’ufficio ai sensi dell’art. 158 c.p.c. In sede di reclamo, dichiarato nullo il provvedimento del giudice tutelare, non può il Collegio provvedere a delibare l’istanza che era stata presentata al giudice della prima fase ma deve limitarsi alla declaratoria in rito. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Bari 18 novembre 2014.




Divorzio: se il coniuge convenuto incapace ha già un ADS, non serve il curatore speciale

Divorzio – Coniuge convenuto incapace – Nomina di un amministrazione di sostegno (pendente o già perfezionata) – Nomina del curatore speciale – Necessità – Esclusione

La legge divorzile prevede che il presidente nomini un curatore speciale quando il convenuto è malato di mente o legalmente incapace. Tuttavia, ove sia già pendente un procedimento di amministrazione di sostegno, è il GT - una volta aperta l’amministrazione di sostegno - a decidere se: 1) conferire all’amministratore di sostegno il compito di partecipare al processo di divorzio in luogo del beneficiario; o 2) nominare un curatore speciale alla persona fragile, non assegnando questo compito all’amministratore; ciò esclude che sia necessaria la nomina del curatore speciale ex lege divorzio (previsione introdotta nell’Ordinamento quando l’amministrazione di sostegno non esisteva nel codice civile), occorrente solo dove la persona convenuta non sia già dotata di una misura di protezione giuridica. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 14 novembre 2014.




Adozione di famiglia omogenitoriale all’estero: alla Consulta, la questione della riconoscibilità in Italia

Famiglia omogenitoriale – Matrimonio omosessuale celebrato all’estero – Figlio biologico di uno dei genitori – Adozione da parte dell’altro – Pronuncia straniera – Riconoscimento in Italia – Esclusione – Questione di legittimità costituzionale – Rilevante

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 35, 36 della legge 184/1983 nella parte in cui – come interpretati secondo Diritto vivente – non consentono al giudice di valutare, nel caso concreto, se risponda all’interesse del minore adottato (all’estero), il riconoscimento della sentenza straniera che abbia pronunciato la sua adozione in favore del coniuge del genitore, a prescindere dal fatto che il matrimonio stesso abbia prodotto effetti in Italia (come per la fattispecie del matrimonio tra persone dello stesso sesso). Le disposizioni impugnate sono sospettate di incostituzionalità per violazione degli artt. 2, 3, 30 e 117 della Carta Costituzionale; quanto all’art. 117 cit., sub specie di violazione dell’art. 8 Cedu come norma interposta, in particolare perché il rifiuto di concedere il riconoscimento della sentenza straniera di adozione, senza avere previamente potuto valutare in concreto la sussistenza del superiore interesse del minore, è una palese violazione delle disposizioni contenute nella stessa Cedu. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 10 novembre 2014.




Audizione del beneficiario: non può essere evitata per sola volontà dei parenti

Amministrazione di sostegno – Audizione del Beneficiario – Necessità – Esclusione in ragione del tipo di patologia – Non sussiste

L’audizione del beneficiario è necessaria a prescindere dal tipo di patologia di cui esso sia affetto. Non può essere evitata sulla base delle mere dichiarazioni rese dai parenti in assenza di elementi di prova sufficienti idonei a far ritenere che l’esame del beneficiario sia impossibile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 03 novembre 2014.




Ultime volontà del genitore del figlio incapace: il giudice tutelare le deve valutare adeguatamente

Genitore di persona incapace che se ne sia occupato sino al (proprio) decesso – Testamento contenente ultime volontà nell’interesse del figlio incapace (maggiorenne) – Rilevanza per il giudice tutelare nel procedimento di apertura dell’amministrazione di sostegno – Sussiste

E’ possibile che il genitore di una persona incapace – il quale che se ne sia occupato sino al (proprio) decesso – abbia lasciato, al momento della morte, un testamento contenente ultime volontà nell’interesse del figlio incapace (maggiorenne). Nel procedimento di amministrazione di sostegno, tali ultime volontà devono essere prese in considerazione dal giudice tutelare come ad esempio nel caso in cui il genitore deceduto abbia richiesto che il figlio non venga ricoverato in strutture di cura e assistenza. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 03 novembre 2014.




Paziente ricoverato in Struttura privata di assistenza e protezione? L’amministrazione di sostegno (in genere) non è necessaria

Amministrazione di sostegno – Paziente collocato in struttura di assistenza sanitaria e ospitalità – Necessità dell’amministrazione di sostegno – Sempre e comunque – Esclusione

Nel caso in cui il paziente abbia sottoscritto con un operatore professionale qualificato (es. Casa di cura e ospitalità) – a titolo oneroso – un contratto che includa, in sostanza, nell’ambito delle obbligazioni nascenti dall’accordo, l’obbligo di protezione e assistenza sanitaria, è del tutto superfluo l’intervento del giudice tutelare. Le direttive regionali che sollecitano l’apertura di amministrazioni di sostegno per i pazienti ricoverati in Case di Cura, quale clausola generale e astratta, sono in contrasto con la fonte primaria (artt. 404 e ss c.c.) in quanto la necessità di un amministratore di sostegno sempre e in ciascuna situazione di bisogno comporta una necessaria istituzionalizzazione di ogni figura di assistente e tradisce, la lettera e lo spirito della legge. In linea di principio, pertanto, l’amministrazione di sostegno non è necessaria dove il paziente sia collocato in struttura di cura – retribuita per il suo compito – e possa beneficiare di una idonea rete familiare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 03 novembre 2014.




Dal Tribunale di Vercelli: una erudita lezione in materia di differenze applicative tra ADS e Interdizione

Misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia – Interdizione e amministrazione di sostegno – Criterio distintivo – Art. 410 c.c. – Rigetto della domanda di interdizione – Poteri del Collegio ex art. 418, comma 3, c.c. – Integrazione dei poteri deferiti all'amministratore di sostegno con decreto di nomina relativo a procedura di amministrazione di sostegno già aperta – Sussiste

Il criterio che deve orientare il Giudice, allorquando si trovi a dover scegliere quale, tra le misure dell'interdizione e dell'amministratore di sostegno, applicare al caso concreto, deve rinvenirsi nel disposto dei primi due commi dell'art. 410 c.c., i quali, dettati con esclusivo riferimento all'amministrazione di sostegno, impongono all'amministratore, da un lato, di “tenere conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario”, dall'altro, di “tempestivamente informare il beneficiario circa gli atti da compiere, nonché il giudice tutelare in caso di dissenso con il beneficiario stesso”, predisponendo, infine, un sistema di attivazione del contraddittorio tra i soggetti dell'amministrazione di sostegno (beneficiario e amministratore) al cospetto Giudice tutelare, al fine di dirimere i contrasti eventualmente insorti. Solo nei casi in cui il sistema tracciato da tali norme non possa funzionare, ovvero possa ritenersi controproducente nell'ottica del conseguimento del best interest del beneficiario, potrà preferirsi la misura interdittiva.
L'art. 418, comma 3, c.c., che dispone che se nel corso del giudizio di interdizione “appare opportuno applicare l'amministrazione di sostegno, il giudice, d'ufficio […] dispone la trasmissione del procedimento al giudice tutelare. In tal caso il giudice competente per l'interdizione […] può adottare i provvedimenti di cui al quarto comma dell'art. 405”  è applicabile anche a fattispecie nelle quali, a fronte della già avvenuta apertura della misura di amministrazione di sostegno, sia comunque stato incardinato un giudizio di interdizione nei confronti del medesimo beneficiario, a ciò non ostando alcuna disposizione normativa in particolare, ed al fine di garantire la tutela massima e continuativa dei soggetti bisognosi di protezione. In tale ottica, il Collegio ben può, con il rigetto della domanda di interdizione e contestualmente alla trasmissione degli atti al Giudice tutelare, ampliare lo spettro dei poteri deferiti all'amministratore di sostegno in carica. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Vercelli 31 ottobre 2014.




Minore nato da due donne in Spagna: l’atto di nascita può essere trascritto in Italia

Atto di nascita formato all’estero (nel caso di specie: Spagna) – Minore nato da coppia omosessuale (in seguito alla fecondazione medicalmente assistita eterologa con l'impianto di gameti da una donna all'altra) – Trascrizione dell’atto di nascita in Italia – Ammissibilità – Sussiste – Interesse preminente del minore

Ai fini del riconoscimento o meno dei provvedimenti giurisdizionali stranieri, deve aversi prioritario riguardo all'interesse superiore del minore (art.3 L. 27.5.1991 n 176 di ratifica della Convenzione sui diritti del fanciullo, di New York 20.11.1989) ribadito in ambito comunitario con particolare riferimento al riconoscimento delle sentenze straniere in materia di rapporti tra genitori e figli, dall'art. 23 del Reg CE n 22012003 il quale stabilisce espressamente che la valutazione della non contrarietà all'ordine pubblico debba essere effettuata tenendo conto dell'interesse superiore del figlio. Nel caso di minore nato all’estero, da coppia omosessuale, in seguito alla fecondazione medicalmente assistita eterologa con l'impianto di gameti da una donna all'altra, l’atto di nascita del fanciullo può essere trascritto in Italia poiché, nel caso in questione, non si tratta di introdurre ex novo una situazione giuridica inesistente ma di garantire la copertura giuridica ad una situazione di fatto in essere da diverso tempo, nell'esclusivo interesse di un bambino che è stato cresciuto da due donne che la legge riconosce entrambe come madri. Assume rilievo determinante la circostanza che la famiglia esista non tanto sul piano dei partners ma con riferimento alla posizione, allo status e alla tutela del figlio. Nel valutare il best interest per il minore non devono essere legati fra loro, il piano del legame fra i genitori e quello fra genitore-figli: l'interesse del minore pone, in primis, un vincolo al disconoscimento di un rapporto di fatto, nella specie validamente costituito fra la co-madre e un figlio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Torino 29 ottobre 2014.




Minore trasferito sulla base di una decisione provvisoria poi annullata: chiarimenti della CGUE

Procedimento pregiudiziale d’urgenza – Cooperazione giudiziaria in materia civile – Competenza, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale – Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Mancato ritorno illecito – Residenza abituale del minore

Gli articoli 2, punto 11, e 11 del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, devono essere interpretati nel senso che, nella circostanza in cui il trasferimento del minore sia avvenuto in conformità ad una decisione giudiziaria provvisoriamente esecutiva successivamente annullata da una decisione giudiziaria che fissa la residenza del minore presso il domicilio del genitore residente nello Stato membro d’origine, il giudice dello Stato membro dove il minore è stato trasferito, qualora sia adito con una domanda di ritorno del minore, deve verificare, procedendo ad una valutazione del complesso delle circostanze specifiche nel caso di specie, se il minore avesse ancora la sua residenza abituale nello Stato membro d’origine immediatamente prima del presunto mancato ritorno illecito. Nel contesto di tale valutazione, è importante tener conto del fatto che la decisione giudiziaria che autorizza il trasferimento poteva essere provvisoriamente eseguita e che essa era gravata da impugnazione.

Il regolamento n. 2201/2003 deve essere interpretato nel senso che, nella circostanza in cui il trasferimento del minore sia avvenuto in conformità ad una decisione giudiziaria provvisoriamente esecutiva successivamente annullata da una decisione giudiziaria che fissa la residenza del minore presso il domicilio del genitore residente nello Stato membro d’origine, il mancato ritorno del minore in tale Stato membro in seguito a questa seconda decisione è illecito e trova applicazione l’articolo 11 del regolamento se si ritiene che il minore, immediatamente prima di tale mancato rientro, avesse ancora la sua residenza abituale in detto Stato membro. Se invece, al contrario, si ritenga che il minore non avesse più, in quel momento, la sua residenza abituale nello Stato membro d’origine, la decisione che respinge la domanda di ritorno fondata su detta disposizione viene adottata fatta salva l’applicazione delle regole relative al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni rese in uno Stato membro sancite al capo III del regolamento. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 09 ottobre 2014.




Maternità surrogata: il falso c’è ma è innocuo. Sentenza innovativa del Tribunale di Varese

Surrogazione di maternità – Dichiarazioni rese dai genitori circa il loro status e la nascita del minore – Falsità – Sussiste – Punibilità – Esclusione – Falso Innocuo per effetto delle sentenze della CEDU – Sussiste

I genitori di prole, nata attraverso maternità cd. surrogata, i quali non rappresentino alle autorità italiane la loro effettiva condizione, ottengono un'iscrizione anagrafica del tutto difforme dal vero con una condotta che ricade nel fascio applicativo sanzionato dall’art. 495 codice penale. Nella vicenda in esame il falso non si consuma nel momento di formazione dell'atto di nascita (accadimento che segue le norme dello Stato in cui il minore è nato), ma in un momento successivo prodromico all'assegnazione dello status di genitore in conformità all'ordinamento italiano, procedimento amministrativo nel cui svolgimento si inserisce la condotta maliziosamente articolata dai genitori che occultano il ricorso alla maternità surrogata cercando di far apparire la madre o il padre (o entrambi i genitori) quale genitore biologico del minore. Sulla condotta penalmente rilevante sopra descritta incidono, però, le recenti sentenze della Corte EDU(C. EDU, quinta sezione, 26 giugno 2014, Mennesson c. Francia, ric. n. 65192/11, e C. EDU, quinta sezione, 26 giugno 2014, Labassee c. Francia, ric. n. 65941/11, entrambe le sentenze sono definitive): ad oggi il soggetto che ricorre a metodi di fecondazione diversi da quelli consentiti e disciplinati dalla legge nazionale non può vedersi disconoscere sic et simpliciter il proprio rapporto genitoriale, perché ciò costituirebbe una lesione intollerabile all'identità del figlio, ma al contempo non può formalmente dichiarare le circostanze in cui è nato il discendente, perché non è stata introdotta alcuna legislazione in ambito interno destinata a disciplinare simili attestazioni (quanto meno con riferimento alla linea biologica parentale) né tanto meno è stata approntata una regolamentazione utile a definire le modalità di conservazione dei dati concernenti i profili biologi degli ascendenti naturali, così di fatto privando i nati con simili metodi procreativi di ogni possibilità di reperire -seppur a determinate condizioni- informazioni essenziali circa la propria provenienza e origine. Si deve dunque affermare che, nel caso in esame, l’attestazione della qualità di genitore innanzi al pubblico ufficiale rilasciata dagli agenti non comporta alcun nocumento per il bene giuridico tutelato dalla norma penale (veridicità della dichiarazione) in un sistema giuridico come quello attuale  in cui è divenuto sostanzialmente ininfluente -secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani- il metodo di concepimento della prole quale presupposto per il riconoscimento della maternità e paternità, attesa al contempo l’inerzia del legislatore nazionale che non ha previsto, né imposto che le parti interessate si esprimano in merito alle tecniche cui hanno fatto ricorso per la fecondazione al fine di ponderare almeno la posizione del genitore naturale. Ne consegue, inevitabilmente, che è intervenuta una sostanziale elisione dell'antigiuridicità del fatto, che trasmuta da falso punibile a falso innocuo, con tutte le conseguenze che si traggono in dispositivo in punto di assoluzione degli imputati. Per tali motivi, i genitori vanno assolti dal reato loro ascritto perché il fatto non costituisce reato a seguito delle sentenze pronunciate dalla Corte  Europea dei diritti umani nei casi Mennesson c. Francia e Labassee c. Francia. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese 08 ottobre 2014.




Fecondazione eterologa: è inammissibile l’azione disconoscimento proposta dai terzi perché nega la legittimità della pratica

Figlio nato fuori da matrimonio – Fecondazione eterologa – Minore nato a seguito di Pma eterologa – Incidenza della sentenza della Corte costituzionale n. 162 del 2014 – Ammissibilità dell’azione di disconoscimento proposta dal terzo – Esclusione – Interpretazione secundum constitutionem

In presenza di figli nati fuori da matrimonio a seguito di fecondazione eterologa, in base a un raccordo tra l’articolo 9 della legge 40/2004, come risultante per effetto della pronuncia costituzionale n. 162 del 2014, e l’articolo 263 c.c., non residua in capo ai terzi la legittimazione a proporre l’azione di disconoscimento. Nell’attuale contesto normativo, legittimare “chiunque vi abbia interesse” ad un’azione che ha il suo unico presupposto nella difformità tra la verità risultante dalla dichiarazione di riconoscimento, e la verità sostanziale e obiettiva della filiazione, difformità che è proprio l’essenza della pratica di fecondazione eterologa, comporterebbe la negazione della legittimità della pratica e l’esposizione del figlio nato da fecondazione eterologa alla inesorabile caducazione del suo status. Una diversa interpretazione, inoltre, che riconoscesse la legittimazione attiva a favore di “chiunque vi abbia interesse” al fine dell’impugnazione per difetto di veridicità del riconoscimento, darebbe luogo a sospetti d'illegittimità costituzionale, per non giustificata disparità di trattamento tra il figlio nato fuori dal matrimonio da procreazione medicalmente assistita con tecnica eterologa, esposto all’impugnazione della veridicità di quel riconoscimento proposta da “chiunque vi abbia interesse”, rispetto al figlio nato in costanza di matrimonio, pure da procreazione medicalmente assistita con ricorso alla medesima tecnica. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Milano 23 settembre 2014.




Protezione internazionale: il richiedente curdo sottoposto a vessazioni e minacce ha diritto alla protezione sussidiaria, anche perché la magistratura turca ha perso indipendenza

Protezione internazionale – Richiedente Curdo – Rischio di tortura e trattamenti disumani in conseguenza della situazione turca – Riforma della magistratura con eliminazione della sua indipendenza – Protezione sussidiaria – Sussiste

Costituisce fatto notorio (art. 115 c.p.c.) la drammatica situazione di vessazioni e violenze subite dai curdi in Turchia, confermato dai numerosi documenti prodotti dalla difesa di parte ricorrente. In particolare basti ricordare i seguenti dati: nel 1924 viene interdetto l’uso della lingua curda e sciolta l’Assemblea nazionale nella quale erano presenti 75 deputati curdo; nel 1932, con la legge di turchizzazione, viene disposto lo smembramento e lo spostamento delle comunità curde in ambito urbano; nel 1934, con la legge dei cognomi, viene sancito l’obbligo per i curdi di dotarsi di un cognome che ponesse in evidenza le ascendenze turche; con il colpo di stato del 1980 i militari hanno inasprito le misure per salvaguardare l’unità e l’indivisibilità della nazione in funzione anticurda; la legge del dicembre 2013, ovvero delle tre consonanti, consente l’uso delle consonanti solo corde ed autorizza ad utilizzare la lingua curda solo nell’ambito delle scuole private; la legge del febbraio 2014 di riforma della magistratura sottopone il Consiglio Supremo dei giudici e dei procuratori e l’Accademia della Magistratura all’autorità del ministro della Giustizia, in violazione del principio della separazione dei poteri in uno Stato di diritto (cfr. proprio sulla riforma della magistratura Il SOLE 24 ORE, Turchia, leggi liberticide contro l’autonomia dei magistrati e l’uso di internet, 26.2.2014). Dal rapporto di Amnesty International del 2013 (consultabile al seguente link http://rapportoannuale.amnesty.it/sites/default/files/Turchia_1.pdf) emerge che l’uso eccessivo della forza da parte della polizia, tra cui pestaggi, durante le manifestazioni è stato segnalato con frequenza nel corso dell’anno. Merita pertanto di essere ammesso alla protezione sussidiaria, il richiedente che alleghi le vessazioni subite da parte della polizia turca in un periodo consistente. Tali circostanze sono, infatti, del tutto coerenti con il quadro d decennali violenze e discriminazioni subite dal popolo curdo. Peraltro la recente riforma dell’ordinamento giudiziario ha soppresso qualsiasi indipendente della magistratura, ormai impossibilità a svolgere la funzione di argine alle misure ed agli abusi della polizia. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 23 settembre 2014.




Protezione internazionale: il richiedente curdo non ha diritto alla protezione, nemmeno umanitaria, se gli episodi allegati sono del tutto episodici

Protezione internazionale – Richiedente Curdo – Allegazione di elementi episodici e poco significativi – Protezione sussidiaria – Esclusione

L’oppressione del popolo curdo in Turchia – che ha provocato, dal 1984 oltre 40.000 morti e migliaia di prigionieri politici – negli ultimi anni sembra essere in corso di superamento. La lingua curda non è più vietata, la bandiera curda sventola durante le manifestazioni e alle elezioni amministrative del marzo del 2014 il Bdp (Partito per la Democrazia e per la Pace) ha vinto in molte città e paesi del Kurdistan (come Diyarbakir, Hakkari e Van). Il mutato quadro sociopolitico e l’assenza di specifici elementi che portino a ritenere attuale il rischio lamentato dal richiedente, portano a ritenere insussistenti i presupposti per la concessione della protezione internazionale.

Nemmeno sussistono i presupposti per la protezione umanitaria in difetto di specifici elementi significativi. In via generale si osserva che l’ampliamento delle ipotesi di protezione internazionale derivato dall’introduzione ex D. L.vo 251/07 della protezione sussidiaria, consente oggi di ricondurre a tale nuova forma di protezione ipotesi in precedenza riconducibili solo permessi di natura umanitaria di cui agli artt. 5, comma 6, e 19  D.Lgs. n. 286/98 (si pensi alle ipotesi di non respingimento verso Paesi che praticano la  pena di morte, tortura o trattamenti inumani e degradanti oggi rientranti nelle ipotesi di danno grave ex art. 14  ex D. L.vo 251/07  che determina il riconoscimento della protezione sussidiaria). La Suprema Corte ha precisato che “l'introduzione della protezione sussidiaria, per le caratteristiche intrinseche ed il regime normativo cui è assoggettata, può ritenersi in parte nuova ed in parte assimilabile, esclusivamente sotto il profilo dei requisiti necessari per il suo riconoscimento, ai permessi di natura umanitaria enucleabili dalla lettura coordinata del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 ed art. 19” (Cass. Ordinanza n. 6880 del 2011) Permane, comunque, in capo allo straniero la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno “sostenuto da ragioni umanitarie o da obblighi internazionali o costituzionali diversi da quelli derivanti dal citato art. 3 CEDU (ormai ricompreso espressamente nella protezione sussidiaria) o da quelli indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), (la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno od internazionale)” (Cass. ord. 6880/11). L’art. 32 co. III D. L.vo 25/08 prevede, infatti,  che la Commissione  territoriale, “nei casi in cui non accolga la domanda di protezione internazionale e ritenga che possano sussistere gravi motivi di carattere umanitario (…) trasmette gli atti al questore per l’eventuale rilascio del permesso di soggiorno ai sensi dell’art. 5 comma 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998 n.286”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 23 settembre 2014.




Eluana Englaro: fu manifestamente illegittima la condotta della Regione Lombardia

Caso Eluana Englaro – Autorizzazione alla sospensione dell’idratazione e alimentazione artificiale – Obbligo per l’Azienda sanitaria di provvedere – Rifiuto – Illegittimità (manifesta) – Sussiste

Istanza del privato rivolta al servizio sanitario nazionale – Rifiuto – Impugnazione – Giurisdizione – Giudice amministrativo – Sussiste

L’idratazione e l’alimentazione artificiali con sondino nasogastrico costituiscono un trattamento sanitario; il paziente, pertanto, ha diritto di rifiutarli come può, in genere, rifiutare la “cura”. “Cura” non è infatti ciò che l’Amministrazione ritiene di proporre o imporre al paziente, in una visione autoritativa di salute che coincida solo con il principio di beneficialista ma il contenuto, concreto e dinamico, dell’itinerario umano, prima ancor che curativo, che il malato ha deciso di costruire, nell’alleanza terapeutica con il medico e secondo scienza e coscienza di questo, per il proprio benessere psico-fisico, anche se tale benessere, finale e transeunte, dovesse preludere alla morte. Opzione curativa, strategia terapeutica e cura è anche, in questo senso, il diritto e la possibilità di interrompere il trattamento sanitario, già intrapreso e non più voluto o tollerato; la decisione di vivere sul proprio corpo la propria malattia al di là o al di fuori di un pregresso o anche di un qualsivoglia percorso terapeutico; la scelta consapevole e informata, per quanto tragica, di accettare serenamente, anche sol lenendo l’acuirsi della sofferenza, la progressione inarrestabile del male fisico sino alla morte. Non è giuridicamente accettabile né scientificamente corretto, prima ancor che contrario ad ogni senso e principio dell’umanità, che esso sia di stampo personalistico o solidaristico, affermare o anche implicitamente ritenere che, anche dopo il rifiuto di un trattamento sanitario da parte del paziente, il tratto terminale della vita, che lo separa dall’interruzione della cura alla più che probabile morte, non possa e non debba anch’esso essere bisognoso e, quindi, meritevole di cura e di presa in carico da parte del Servizio Sanitario Nazionale, seppur nella declinazione di un concetto di “cura” diverso, nel mutato intendimento del paziente, da quello seguito sino a quel momento. Non può dunque l’Amministrazione sanitaria sottrarsi al suo obbligo di curare il malato e di accettarne il ricovero, anche di quello che rifiuti un determinato trattamento sanitario nella consapevolezza della certa conseguente morte, adducendo una propria ed autoritativa visione della cura o della prestazione sanitaria che, in termini di necessaria beneficialità, contempli e consenta solo la prosecuzione della vita e non, invece, l’accettazione della morte da parte del consapevole paziente. Tale condotta, illegittima, non è soltanto contraria all’inviolabile principio personalistico, di cui è espressione l’informata e volontaria scelta di rifiutare le cure da parte del paziente, ma anche all’altrettanto fondamentale principio solidaristico, poiché, come si è già supra chiarito, il richiesto distacco del sondino naso-gastrico voluto dal paziente, ancor prima e più delle pur invocate successive cure palliative e della sedazione, è – al pari del suo posizionamento e, appunto, quale contrarius actus di questo – un atto medico, che richiede la necessaria cooperazione della struttura sanitaria. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il giudice amministrativo, ai sensi dell’art. 33, comma 1, del d. lgs. 80/1998, nel testo risultante dalla pronuncia della Corte cost. n. 204 del 2004, ha giurisdizione esclusiva, in materia di pubblici servizi, allorché l’amministrazione rifiuti la prestazione sanitaria richiesta dal privato mediante l’esercizio di un potere autoritativo e all’esito di un procedimento iniziatosi ad istanza di parte. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Consiglio di Stato 02 settembre 2014.




Scambio degli embrioni: è madre chi partorisce

Procreazione medicalmente assistita – Creazione di embrioni in vitro con patrimonio genetico della coppia – Impianto, per errore, nell’utero di altra donna (membro di altra coppia) – Scambio di embrioni – Contrasto tra le coppie in ordine al riconoscimento della responsabilità genitoriale – Titoli genitoriali diversi – Titolo genetico della coppia che ha dato l’embrione – Titolo biologico della coppia che ha partorito – Soluzione – Preferenza per la coppia biologica – Prevalenza del titolo vantato dal genitore che ha partorito – Sussiste

Nel caso in cui due coppie intendono assumersi la responsabilità genitoriale sui nascituri sulla base di due diversi titoli genitoriali, quello genetico e quello biologico, di chi ha portato avanti la gestazione, è a quest’ultima coppia che deve essere data prevalenza. Pertanto, nel caso di errato impianto di embrioni (con patrimonio genetico di altra coppia nell’utero di altra donna), è madre la persona che ha portato a termine la gravidanza. In altri termini, è nell’utero materno che la vita si forma e si sviluppa e, conseguentemente, la maternità biologica prevale su quella genetica. La letteratura scientifica, d’altro canto, è unanime nell’indicare come sia proprio nell’utero che si crea il legame simbiotico tra il nascituro e la madre. D’altro canto è solo la madre uterina che può provvedere all’allattamento al seno del bambino. (La vicenda ha ad oggetto lo scambio di embrioni avvenuto presso l’Ospedale Pertini in Roma, al quale due coppie si erano rivolte per ricorrere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, attraverso la creazione di embrioni in vitro con gli ovociti ed il seme delle coppie. Per un fatale errore umano gli embrioni formati col patrimonio genetico dell’una coppia sono stati impiantati nell’utero dell’altra e viceversa. E’ andato a buon fine solo uno degli impianti. La coppia titolare del patrimonio genetico impiantato per errore nell’utero di altra donna, facente parte dell’altra coppia, ha promosso giudizio cautelare per il riconoscimento di diritti sui minori nati a seguito dell’impianto. Il giudice ha dato torto ai ricorrenti). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 08 agosto 2014.




Sono discriminatorie le dichiarazioni rese da Taormina sul fatto di non assumere gay

Intervista radiofonica – Dichiarazioni rese da un Avvocato di non assumere nel proprio studio persone omosessuali – Carattere discriminatorio – Sussiste

Ha carattere discriminatorio la dichiarazione pubblica resa da un Avvocato nel senso di non assumere nel proprio studio professionale persone omosessuali. Si tratta di espressioni idonee a dissuadere determinati soggetti dal presentare le proprie candidature allo studio professionale e quindi atte ad ostacolare l’accesso al lavoro o a renderlo maggiormente difficoltoso. (nel caso di specie, si trattava delle dichiarazioni dell’Avv. Carlo Taormina, rese nel corso dell’intervista radiofonica alla trasmissione “La Zanzara” e dirette a precisare che l’Avvocato non assumeva nel proprio studio persone omosessuali). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Bergamo 06 agosto 2014.




Giurisdizione e residenza abituale del minore

Giurisdizione – Reg. 2201 / 2003 – Residenza abituale del minore – Precisazioni

Il concetto di residenza abituale del soggetto minore deve essere individuato sulla base delle peculiari circostanze di fatto che caratterizzano il caso di specie: la sola presenza fisica di un minore in uno Stato membro, in quanto regola di competenza sussidiaria rispetto a quella sancita dall’art. 8 del Regolamento, non può essere sufficiente a stabilire la residenza abituale del minore. Oltre alla presenza fisica del minore in uno Stato membro, si devono considerare altri fattori idonei a dimostrare che tale presenza non è in alcun modo temporanea o occasionale e che la residenza del minore denota una certa integrazione in un ambiente sociale e familiare, così che può dirsi acclarata la mera sussidiarietà del criterio di competenza riferito alla presenza di un minore in uno Stato membro rispetto a quello della sua residenza abituale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 22 luglio 2014.




Il Tribunale di Milano dice NO alla trascrizione del matrimonio omosessuale

Matrimonio omosessuale celebrato all’estero (Europa) – Trascrizione in Italia - Esclusione

Il matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato all’estero non è trascrivibile nei registri dello Stato Civile in Italia. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 17 luglio 2014.




Napoli come Bologna: sospettabile di incostituzionalità la nuova norma sulla azione dei nonni (art. 317-bis c.c.)

Ricorso degli ascendenti ex art. 317-bis c.c. - Competenza del tribunale per i minorenni, anziché del tribunale ordinario - Eccesso di delega - Esorbitanza dai limiti della revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione - Irragionevolezza sotto più profili - Lesione del principio di concentrazione processuale

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 38, comma I, disp. att. c.c. nella parte in cui prevede che «sono, altresì, di competenza del tribunale per i minorenni i provvedimenti contemplati dagli articoli 251 e 317-bis del codice civile», limitatamente alla parte in cui include l'art. 317-bis, per violazione degli arte 76, 77 e 3, 111 della Costituzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli 08 luglio 2014.




Protezione internazionale: il disertore curdo che rifiuta il servizio militare ha diritto alla protezione sussidiaria

Protezione internazionale – Richiedente disertore (nel caso di specie, Turchia) – Rischio di tortura e trattamenti disumani in conseguenza del rifiuto di prestare il servizio Militare – Mancanza del diritto all’obiezione di coscienza – Protezione sussidiaria – Sussiste

In Turchia non esiste il diritto all’obiezione di coscienza, la leva è obbligatoria e chi non si presenta al servizio militare, viene considerato disertore. A tale elemento deve poi aggiungersi che i ragazzi curdi, durante il servizio militare, sono continuamente maltrattati, insultati e picchiati dai militari turchi ed il numero dei soldati suicidi continua a crescere (secondo il conteggio tenuto dal sito dell’associazione Asker Haklari - diritti dei soldati -, il numero dei coscritti morti suicidi in questo inizio 2013 è pari a 13, sei nel solo mese di gennaio). Tale difficile situazione giustifica, anche alla luce delle linee guida relative proprio al servizio militare dell’UNHCR (cfr. GUIDELINES ON INTERNATIONAL PROTECTION NO. 10: Claims to Refugee Status related to Military Service within the context of Article 1A (2) of the 1951 Convention and/or the 1967 Protocol relating to the Status of Refugees, dicembre 2013 citate anche dalla Commissione Territoriale), il riconoscimento della protezione sussidiaria al ricorrente. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 08 luglio 2014.




Il Tribunale di Milano dice NO alla trascrizione del matrimonio omosessuale

Matrimonio omosessuale celebrato all’estero – Trascrizione in Italia – Esclusione

Il matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato all’estero non è trascrivibile nei registri dello Stato Civile in Italia. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 02 luglio 2014.




Curatore speciale per il minore: se i genitori litigano e il tempo è poco, interviene un terzo

Conflitto genitoriale – Scelta da porre in essere nell’interesse del minore – Questione che richiede un intervento immediato (nel caso di specie: intervento terapeutico) – Nomina di un curatore speciale con possibilità di adottare soluzione prima dell’udienza – Ammissibilità

Il giudice, nel suo prudente apprezzamento e previa adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, può sempre procedere alla nomina di un curatore speciale in favore del fanciullo, avvalendosi della disposizione dettata dall'art. 78 c.p.c., che non ha carattere eccezionale, ma costituisce piuttosto un istituto che è espressione di un principio generale, destinato ad operare ogni qualvolta sia necessario nominare un rappresentante all'incapace; la nomina del curatore speciale prescinde da un’istanza di parte e può essere disposta d’ufficio dal giudice, In particolare, il curatore speciale può essere designato quando appaia necessario che sia una terza persona a rappresentare il minore. Il contenuto delle misure protettive del minore non deve essere stereotipato e automatico ma mirare, nel caso concreto, ad offrire una soluzione effettiva e celere del problema. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 19 giugno 2014.




Rettificazione del sesso e scioglimento del matrimonio

Rettificazione giudiziale di attribuzione di sesso - Effetti della sentenza di rettificazione sul matrimonio preesistente - Automatica cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso, senza necessità di una domanda e di una pronuncia giudiziale - Sostanziale previsione di una fattispecie di "divorzio" imposto ex lege alla coppia coniugata - Illegittimità costituzionale

Deve essere dichiarata: l’illegittimità costituzionale degli artt. 2 e 4 della legge 14 aprile 1982, n. 164 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso), nella parte in cui non prevedono che la sentenza di rettificazione dell’attribuzione di sesso di uno dei coniugi, che provoca lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio, consenta, comunque, ove entrambi lo richiedano, di mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata, che tuteli adeguatamente i diritti ed obblighi della coppia medesima, con le modalità da statuirsi dal legislatore; deve essere dichiarata, in via consequenziale, l’illegittimità costituzionale dell’art. 31, comma 6, del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150 (Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell’articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69), nella parte in cui non prevede che la sentenza di rettificazione dell’attribuzione di sesso di uno dei coniugi, che determina lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso, consenta, comunque, ove entrambi lo richiedano, di mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata, che tuteli i diritti ed obblighi della coppia medesima, con le modalità da statuirsi dal legislatore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 11 giugno 2014.




Procreazione medicalmente assistita

Procreazione medicalmente assistita - Accesso alle tecniche - Divieto assoluto di ricorrere alla fecondazione medicalmente assistita di tipo eterologo e previsione di sanzioni nei confronti delle strutture che dovessero praticarla - Incompatibilità con le norme della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo (CEDU) che stabiliscono il diritto al rispetto della vita privata e familiare e il divieto di discriminazione - Illegittimità costituzionale (legge 40/2004)

Deve essere dichiarata: l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nella parte in cui stabilisce per la coppia di cui all’art. 5, comma 1, della medesima legge, il divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità o infertilità assolute ed irreversibili; l’illegittimità costituzionale dell’art. 9, comma 1, della legge n. 40 del 2004, limitatamente alle parole «in violazione del divieto di cui all’articolo 4, comma 3»;  l’illegittimità costituzionale dell’art. 9, comma 3, della legge n. 40 del 2004, limitatamente alle parole «in violazione del divieto di cui all’articolo 4, comma 3»;  l’illegittimità costituzionale dell’art. 12, comma 1, della legge n. 40 del 2004. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 10 giugno 2014.




Regolamentazione pattizia della convivenza more uxorio

Abitazione destinata a residenza familiare – Diritto personale “atipico” di godimento – Configurabilità – Diritto reale – Non configurabilità

Diritto al godimento dell’abitazione “coniugale” – Vincolo coniugale, arricchito dal principio di buona fede oggettiva – Fondamento giustificativo – Configurabilità

Coniuge non proprietario – Diritto al godimento dell’abitazione “coniugale” – Rapporto di natura obbligatoria – Tutela tipica del possessore (diritto al rimborso dei miglioramenti) – Esclusione

Convivenza more uxorio – Regolamentazione pattizia – Inapplicabilità dell'art. 2041 c.c..

Convivenza more uxorio – Assenza di regolamentazione pattizia – Regola interpretativa generale – Adempimento di un dovere morale – Inapplicabilità dell'art. 2041 c.c..

Esborsi “endofamiliari” o all’interno di una convivenza – Tenore economico e sociale – Sproporzione rispetto all'entità del patrimonio e alle condizioni sociali del solvens – Attualità della coabitazione o della convivenza – Giustificazione – Configurabilità

Esborsi apprezzabilmente superiori alle condizioni economiche di chi li pone in essere oppure sproporzionati rispetto al tenore familiare complessivo – Venir meno della coabitazione o della convivenza – Azione restitutoria – Ammissibilità

Cessazione della convivenza (o della coabitazione) – Utilitas – Cessazione del vincolo funzionale – Configurabilità – Ripetizione – Ammissibilità

Proliferazione delle separazioni – Tesi che neghi tutela – Inaccettabile – Contrasto con l’attuale sentire sociale

Sproporzione – Criterio applicativo – Esborso superiore ad un quarto dello stipendio netto annuale – Configurabilità

Ogni coniuge vanta nei confronti dell’altro un diritto personale atipico al godimento dell’abitazione, destinata a residenza familiare e non un diritto reale, in quanto i diritti reali, in forza della loro tutelabilità erga omnes, rappresentano un sistema chiuso tassativo e come tali abbisognano di un’espressa previsione normativa. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Il diritto personale atipico al godimento dell’abitazione, destinata a residenza familiare, rinviene il proprio fondamento giustificativo nello stesso vincolo coniugale, così come nel principio di buona fede oggettiva che ben può arricchire il contenuto del vincolo coniugale - sub specie degli obblighi di protezione cui i coniugi sono tenuti gli uni con gli altri - e fungere da strumento di attuazione dello stesso obbligo di convivenza. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Data la configurabilità di un rapporto di natura obbligatoria atipico al godimento dell’abitazione, destinata a residenza familiare, in capo al coniuge non proprietario, deve escludersi la tutela tipica del possessore - specie per quanto concerne il diritto al rimborso dei miglioramenti - in quanto la natura relativa del diritto è compatibile solo con il riconoscimento di una situazione di mera detenzione e non anche di possesso; essendo il possesso configurabile solo quando siano esercitati i poteri tipici del proprietario o del titolare di un diritto reale, e non anche nella diversa ipotesi in cui la condotta posta in essere da un soggetto in relazione ad una determinata res, presupponga il riconoscimento del diritto altrui. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Se, nell’ambito della convivenza more uxorio, ricorra “una regolamentazione pattizia” che vincoli uno dei conviventi “a compiere delle prestazioni che comportano una dislocazione di ricchezza in favore dell'altro”, - potendo i conviventi decidere “di regolamentare in via negoziale i rispettivi doveri di natura patrimoniale in favore del consorzio more uxorio”- gli apporti - diretti o indiretti – sono “giustificati ed, addirittura, dovuti, con conseguente inapplicabilità dell'art. 2041 c.c.. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

In assenza di “un sottostante vincolo negoziale”, nell’ipotesi di esborsi sostenuti da un convivente in favore dell’altro, é prefigurabile l'adempimento di un dovere morale; l’abituale condivisione dei luoghi di svolgimento della vita familiare, dando luogo, infatti, ad un “rapporto interindividuale dal quale scaturiscono doveri di reciproca solidarietà tra i suoi componenti”. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

L’incremento di valore dell’immobile e, in genere, l’utilitas economica di cui beneficiano il coniuge o il convivente proprietario non é, di per sé, giustificato dall’adempimento degli obblighi morali (per la convivenza) o giuridici di assistenza morale e materiale e di collaborazione (per le famiglie fondate sul matrimonio), dovendo ricorrere l’attualità della coabitazione o della convivenza; specie quando  si tratti di spese che esulano dagli esborsi, abitualmente sopportati da una famiglia del medesimo tenore economico e sociale oppure privi di proporzione rispetto all'entità del patrimonio e alle condizioni sociali del solvens. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Limitatamente agli esborsi apprezzabilmente superiori alle condizioni economiche di chi li pone in essere oppure sproporzionati rispetto al tenore familiare complessivo - il venir meno della coabitazione (o della convivenza), quale presupposto per una specifica destinazione o “finalizzazione” dell’utilitas al bene familiare, giustifica la restituzione di quell’attribuzione patrimoniale indiretta o del suo equivalente monetario. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Il cessare della convivenza, per effetto di un provvedimento giudiziale o per una scelta concorde, rende ripetibile o indennizzabile un’utilitas che - di per sé, priva di valenza solutoria e, cioè, non giustificata dall’adempimento di un vincolo morale o giuridico – ha cessato di assolvere alla funzione che i coniugi o i conviventi gli hanno assegnato. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Contrasta con l’attuale sentire sociale, connotato dalla proliferazione delle separazioni personali, il permanere di situazioni interpretative che escludano ogni forma di tutela per il coniuge (o il convivente more uxorio) che, in pendenza di matrimonio abbia contribuito apprezzabilmente - oppure in via esclusiva - alla ristrutturazione o all’acquisto di un bene comune. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

In assenza della prova dell’esistenza di apprezzabili risorse derivanti dalla famiglia di appartenenza, é sproporzionato un esborso che superi un quarto dello stipendio netto annuale del coniuge o del convivente che lo ponga in essere. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi 26 maggio 2014.




Azione degli ascendenti, introdotta dal dlgs 154/13: la Consulta decida sulla competenza

Azione degli ascendenti ex art. 317-bis c.c. – Competenza del Tribunale per i Minorenni – Art. 38 disp. att. c.c. come modificato dal dlgs 154/2013 – Questione di legittimità costituzionale – Eccesso di delega legislativa – Irragionevolezza.

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 38, comma I, disp. att. c.c. nella parte in cui prevede che «sono, altresì, di competenza del tribunale per i minorenni i provvedimenti contemplati dagli articoli 251 e 317-bis del codice civile», limitatamente alla parte in cui include l’art. 317-bis, per violazione degli artt. 76, 77 e 3, 111 della Costituzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 05 maggio 2014.




Ammissione dello straniero al patrocinio a spese dello Stato: documenti da presentare

Straniero – Ammissione al patrocinio a spese dello Stato – Documentazione

In virtù dell’art. 94 d.P.R. 115/2002, in caso di impossibilità di produrre la documentazione richiesta ai sensi dell’art. 79, co. II (ovvero certificazione redatta dall’autorità consolare competente attestante la veridicità di quanto in essa indicato) il cittadino di Stati non appartenenti all’Unione Europea la sostituisce, a pena di inammissibilità, con una dichiarazione sostitutiva di certificazione; merita dunque l’ammissione al beneficio in parola, lo straniero che abbia prodotto autocertificazione reddituale mediante dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, con sottoscrizione autenticata dal funzionario incaricato dell’Ambasciata di riferimento (nel caso di specie, la dichiarazione precisava che lo straniero – nigeriano – non aveva alcuna rendita, reddito, nè proprietà immobiliare di alcun genere in Nigeria). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Roma 17 aprile 2014.




Il GIP di Milano e la maternità surrogata in Italia

Maternità – Definizione – Rilevanza del legame genetico, del progetto di genitorialità – Attribuzione della maternità – Fatto solo naturale – Esclusione – Fatto istituzionale – Sussiste.

Anche il diritto di famiglia, campo elettivo del concetto polisemico e forse solo descrittivo di status, è stato investito dalla dissociazione tra il dato naturale della procreazione e la contrattualizzazione delle forme di procreazione, quest’ultimo fenomeno variamente normato nei sistemi giuridici nazionali. Di fronte a questo stato di cose, la stessa definizione della maternità è ormai controversa. A fronte della maternità surrogata in dottrina si dà rilievo, alternativamente, alla gestazione, al legame genetico, al progetto di genitorialità, oppure si crea un criterio composito che attribuisce la maternità a colei che assume due tra le tre funzioni – volontà, apporto genetico, gravidanza – che costituiscono la maternità. Nel silenzio della legge sulla riconoscibilità in Italia di una maternità surrogata realizzata all’estero, essa è stata ammessa (App. Bari, sent. 13.2.2009, Fam. Min., 2009, p. 50) ed anche in altri paesi è avvenuto ciò, valorizzando l’interesse del minore (High Court of Justice, 9.12.2008, Law Report. Family Division, 2008, EWHC 3030). Può dunque dirsi, anche da un punto di vista comparatistico, che l’attribuzione della maternità e della paternità non è più un fatto naturale ma un “fatto istituzionale”, dipendendo dalle scelte del Legislatore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 08 aprile 2014.




Espulsione della persona che nel paese di destinazione sarebbe esposta a concreto rischio di trattamenti inumani o degradanti

Straniero – Espulsione – Paese di destinazione – Rischio di trattamenti inumani – Divieto (Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950, art. 3; l. 4 agosto 1955, n. 848, ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, art. 1; d. lgs. 25 luglio 1998, n. 286, testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, artt. 16, 19).

L’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU) impedisce l’espulsione (nella fattispecie ex art. 16, comma 5, d. lgs. 25 luglio 1998, n. 286) della persona che, nel Paese di destinazione (nella fattispecie l’Egitto), sarebbe esposta ad un concreto rischio di sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 26 marzo 2014.




L’indennità versata all’amministratore di sostegno non è reddito imponibile: bocciata ancora una volta la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate

Amministrazione di sostegno – Indennità ex art. 379 c.c. – Natura giuridica – Indennità – Reddito imponibile – Esclusione

L’indennità ex art. 379 c.c. non deve essere assoggettata a tassazione (diretta o indiretta) perché non avente natura remunerativa e non erogata in sostituzione di altra categoria di redditi, come richiesto dall’art. 6 comma II TUIR. L’«equa indennità» alla quale fa riferimento la norma è infatti erogata allo scopo di tenere indenne il destinatario dalle “perdite” patrimoniali subite in conseguenza dello svolgimento dell’incarico e mira a risarcire l’incaricato per la sua distrazione dalle occupazioni quotidiane a prescindere che si tratti di occupazioni remunerate a titolo di lavoro dipendente o ad altro titolo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Commissione tributaria provinciale Trieste 18 marzo 2014.




Famiglie indigenti: con la nuova legge il giudice segnala al Comune

Nuclei familiari in stato di possibile indigenza – Art. 79-bis l. 184/1983 (introdotto dal d.lgs. 154/2013) – Segnalazione della situazione al Comune di residenza – Sussiste.

Ai sensi dell’art. 79-bis l. 184/83, introdotto dal dlgs 154/2013, il giudice, segnala ai comuni le situazioni di indigenza di nuclei familiari che richiedono interventi di sostegno per consentire al minore di essere educato nell'ambito della propria famiglia. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 12 marzo 2014.




Separazione della beneficiaria: autonomia e nomina del curatore speciale

Persona sottoposta ad amministrazione di sostegno – Separazione personale – Nomina del curatore speciale – Necessità – Esclusione – Condizioni – Competenza – Tribunale – Esclusione – Giudice tutelare.

La persona sottoposta ad amministrazione di sostegno conserva il diritto a separarsi. La competenza funzionale ed esclusiva per la decisione in ordine alla designazione o non di un curatore speciale al beneficiario che intende proporre domanda di separazione, competa al Giudice Tutelare, anche attraverso il modulo decisionale di cui all’art. 410 c.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 19 febbraio 2014.




Protezione internazionale: presupposti per la “protezione umanitaria”

Protezione internazionale – Richiedente che non può beneficiare dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria – Accoglimento della domanda sub specie di “protezione umanitaria” – Situazione di particolare vulnerabilità del richiedente – Sussiste (nel caso di specie, Bangladesh)

In materia di protezione internazionale, pur in assenza di atti qualificabili come persecutori e pur in presenza di una situazione socio politica non così grave da giustificare la protezione ex art. 15 lettera c) 2004/83/CE, la grave situazione di salute del richiedente, le difficoltà politiche che sta affrontando il Bangladesh e l’esigenza di monitorare gli effettivi sviluppi della situazione politica, pongono il richiedente stesso in una situazione di particolare vulnerabilità tale da giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 18 febbraio 2014.




Allontanamento del cittadino europeo

Sicurezza Pubblica – Direttiva 2004/38/CE – Protezione contro l'allontanamento – Modalità di calcolo del periodo decennale – Rilievo dei periodi di detenzione (dir. 2004/38/CE)

L’articolo 28, paragrafo 3, lettera a), della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE, deve essere interpretato nel senso che il periodo di soggiorno decennale previsto da tale disposizione deve essere, in linea di principio, continuativo e calcolato a ritroso, a partire dalla data della decisione di allontanamento della persona di cui trattasi. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’articolo 28, paragrafo 3, lettera a), della direttiva 2004/38 deve essere interpretato nel senso che un periodo di detenzione della persona di cui trattasi è in linea di principio idoneo ad interrompere la continuità del soggiorno, ai sensi di tale disposizione, e ad incidere sulla concessione della protezione rafforzata da essa prevista, compreso il caso in cui tale persona abbia soggiornato nello Stato membro ospitante duranti i dieci anni precedenti la sua detenzione. Tuttavia, tale circostanza può essere presa in considerazione nella valutazione globale richiesta per determinare se i legami di integrazione precedentemente creatisi con lo Stato membro ospitante siano stati o meno infranti. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 16 gennaio 2014.




Casa familiare: termini e condizioni per la revoca, in caso di sopravvenuta convivenza more uxorio. Ed anche sul minore: non è un testimone

Assegnazione della casa familiare – Convivenza more uxorio – Revoca – Condizioni.

Processo di separazione – Testimonianza del minore – Esclusione.

Consulente tecnico d’Ufficio – Limiti del Mandato – Indagine sulla verità o meno dei fatti in costituzione – Competenza esclusiva del giudice.

L’art. 155 quater c.c., comma 1, anche nella parte in cui dispone che il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l'assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare, deve essere interpretato nel senso che la prova degli eventi che legittimano la revoca è a carico di colui che agisce chiedendola e tale prova deve essere particolarmente rigorosa in presenza di prole affidata o convivente con l'assegnatario ed attestare in modo univoco che gli eventi medesimi sono connotati dal carattere della stabilità e cioè dell'irreversibilità, ed inoltre nel senso che il giudice investito della domanda di revoca deve comunque verificare che il provvedimento richiesto non contrasti con i preminenti interessi della prole affidata o convivente con l'assegnatario (v. Cass. 10 maggio 2013 n. 11218). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il minore non può essere sentito come testimone nel processo di separazione. L’audizione del minore, infatti, non è un atto istruttorio: il minore non viene sentito quale testimone, ma come portatore di un proprio interesse e, in quanto tale, ammesso ad esercitare in prima persona il diritto di esprimersi, nella misura in cui la sua età ed il suo grado di maturità lo consentono. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il consulente tecnico d’ufficio esorbita dal mandato conferito se introduce irregolarmente nel corpo della consulenza una indagine sulla verità o meno dei fatti in contestazione, di esclusiva competenza del giudice sulla base delle prove allegate ed ammesse; del pari esorbita dal mandato se ha trattato il minore come un testimone, cosa che non è consentita, nel processo di separazione, neppure al giudice, ed a maggior ragione non deve essere consentita  al consulente. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Appello Catania 12 dicembre 2013.




Nuova procedura per il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio (art. 250 c.c., legge 219/2012): legittimato attivo è il minore

Domanda presentata dal genitore per il riconoscimento del figlio non matrimoniale – Genitore infrasedicenne – Autorizzazione giudiziale – Richiesta – Art. 250 c.c. (Legge 219/2012) – Legittimazione attiva – Minore-genitore – Sussiste.

Il materia di procedimento di riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio, in caso di minore di anni 16, l’autorizzazione giudiziale va richiesta dal genitore interessato che gode di legittimazione attiva. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 02 dicembre 2013.




Il tribunale di Milano, ancora sulla competenza per attrazione (nuovo art. 38 disp. att. c.c.): inammissibile il ricorso ex art. 317-bis c.c. se pende procedimento ex art. 330 c.c.

Riparto di competenza tra tribunale ordinario e tribunale minorile – Ricorso ex art. 317-bis c.c. al tribunale ordinario, pendente processo ex art. 330 c.c. dinanzi al tribunale minore – Inammissibilità del ricorso – Sussiste – Competenza cd. per Attrazione.

La riscrittura dell’art. 38 disp. att. c.c. contenuta nell’art. 3 l. n. 219 comporta solo una competenza per c.d. attrazione a favore del tribunale ordinario “nell’ipotesi in cui sia in corso, tra le stesse parti, giudizio di separazione o divorzio o giudizio ai sensi dell’art. 316 c.c.”, di guisa che alla regola generale si accompagna un’ipotesi derogatoria rigorosamente subordinata alla pendenza dei diversi procedimenti ordinari indicati, il che si traduce nella necessitata ricostruzione della volontà del legislatore come intesa a ricondurre al giudice ordinario la competenza ex art. 333 c.c. laddove sia stato precedentemente instaurato innanzi a questi (e sia ancora in corso) un giudizio già rientrante nella sua sfera di competenza. Ne consegue che non può ravvisarsi la competenza del giudice ordinario a pronunciarsi a mente degli artt. 155 ss. e 317 bis c.c. per la forza preclusiva da riconoscersi al procedimento che sia già pendente tra le stesse parti ex art. 330 c.c.; direttamente consequenziale è anche l’inammissibilità di ogni e qualsivoglia istanza intesa a conseguire un provvedimento economico e a tutela, in via cautelare, dei diritti di mantenimento della prole. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 20 novembre 2013.




La persona interdetta non si protegge mediante mutilazioni: esclusa l’ablazione totale della capacità riproduttiva delle persone sottoposte ad interdizione

Persona sottoposta a interdizione – Gravidanza – Richiesta del tutore di praticare sulla interdetta l’aborto contro la volontà di quest’ultima – Esclusione.

Persona sottoposta a interdizione – Rischio di abusi e gravidanze indesiderate – Richiesta del tutore di praticare l’ablazione della capacità riproduttiva – Richiesta aberrante.

Va respinta la richiesta del tutore di praticare sull’interdetta l’aborto contro la volontà di quest’ultima quando, all’esito dell’audizione della gestante e degli accertamenti espletati, non sia emerso in alcun modo che tale nuova esperienza nella vita dell’interdetta sia foriera di una ulteriore compromissione del suo stato patologico né che quest’ultima non sia in grado di portare a termine una gravidanza. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La richiesta del tutore di praticare sull’interdetta un intervento completamente ablativo della capacità riproduttiva della stessa, motivato dall’esigenza di preservare quest’ultima in quanto giovane, appetibile e non in grado di proteggersi da eventuali abusi, appare del tutto aberrante atteso che attraverso tale soluzione si finirebbe per mutilare in maniera irreversibile l’integrità fisica di un soggetto debole, del tutto incolpevole della sua situazione, per compensare vuoti di tutela e la mancanza di un sostegno reale ed efficace da parte della famiglia e delle istituzioni. L’abnormità della prospettata soluzione è ancor più evidente laddove si consideri che attraverso la sterilizzazione potrebbe essere scongiurato soltanto il ‘rischio’ che la stessa concepisca dei figli ma non che possa essere abusata da chicchessia. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Catanzaro 18 novembre 2013.




La persona interdetta non si protegge mediante mutilazioni: esclusa l’ablazione totale della capacità riproduttiva delle persone sottoposte ad interdizione

Persona sottoposta a interdizione – Gravidanza – Richiesta del tutore di praticare sulla interdetta l’aborto contro la volontà di quest’ultima – Esclusione.

Persona sottoposta a interdizione – Rischio di abusi e gravidanze indesiderate – Richiesta del tutore di praticare l’ablazione della capacità riproduttiva – Richiesta aberrante.

Va respinta la richiesta del tutore di praticare sull’interdetta l’aborto contro la volontà di quest’ultima quando, all’esito dell’audizione della gestante e degli accertamenti espletati, non sia emerso in alcun modo che tale nuova esperienza nella vita dell’interdetta sia foriera di una ulteriore compromissione del suo stato patologico né che quest’ultima non sia in grado di portare a termine una gravidanza. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La richiesta del tutore di praticare sull’interdetta un intervento completamente ablativo della capacità riproduttiva della stessa, motivato dall’esigenza di preservare quest’ultima in quanto giovane, appetibile e non in grado di proteggersi da eventuali abusi, appare del tutto aberrante atteso che attraverso tale soluzione si finirebbe per mutilare in maniera irreversibile l’integrità fisica di un soggetto debole, del tutto incolpevole della sua situazione, per compensare vuoti di tutela e la mancanza di un sostegno reale ed efficace da parte della famiglia e delle istituzioni. L’abnormità della prospettata soluzione è ancor più evidente laddove si consideri che attraverso la sterilizzazione potrebbe essere scongiurato soltanto il ‘rischio’ che la stessa concepisca dei figli ma non che possa essere abusata da chicchessia. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Catanzaro 18 novembre 2013.




Metodo Stamina: il Tribunale di Asti offre una nuova soluzione al problema

Diritto alla salute – Diritto all’approntamento di tutti i mezzi possibili per alleviare il pregiudizio fisico ed esistenziale del paziente – Sussiste.

Cure compassionevoli – Metodo “stamina” – Diritto del paziente alla terapia staminale – Sussiste – Motivazioni.

Il diritto alla salute non va inteso come mero diritto alla cura od alla assistenza (intesa nel senso tradizionale di accorgimenti terapeutici idonei a debellare la malattia od ad arrestarne l'evoluzione) ma anche – in forza della correlazione con il diritto alla dignità umana – come diritto all'approntamento di tutti i mezzi possibili per alleviare il pregiudizio fisico ed esistenziale dell'assistito (dovendosi peraltro dare il massimo rilievo anche alle eguali esigenze in capo ai familiari ed ai congiunti dello stesso, che sovente si trovano a condividere in modo diretto le sofferenze discendenti dalla malattia) ancorché senza apprezzabili risultati in ordine al possibile regresso della patologia. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Di fronte ad un’eventuale insopprimibile esigenza, rispetto alla quale non sussistono rimedi terapeutici alternativi e ove la somministrazione della cura compassionevole si palesa l’unico indispensabile e insostituibile strumento per alleviare il pregiudizio fisico ed esistenziale dell'assistito, il diritto alla salute assume carattere preminente e si impone in maniera assoluta, senza condizionamenti di sorta. In siffatte peculiari ipotesi, il subordinare la somministrazione delle cd. cure compassionevoli alla ricorrenza dei requisiti di scientificità del medicinale (art. 4 lett. a) del citato D.M.) e alla acquisizione del parere favorevole del Comitato Etico (art. 4 lett. c) del citato D.M.) appare contrario ai precetti degli artt. 32 e 2 Cost., che impongono, in assenza di rimedi alternativi, una tutela piena e incondizionata del diritto alla salute, inteso anche quale diritto alla tutela della dignità della persona. In particolare, il postulare la necessaria sussistenza dei requisiti di cui alle lettere a) e c) dell’art. 4 del citato D.M. [in presenza di gravi malattie, per le quali non sussiste alcuna terapia farmacologica e con riferimento alle quali la cura compassionevole sia costituita da terapia a carattere sostanzialmente sperimentale (con le incognite che inevitabilmente ne derivano), la quale pur tuttavia appaia come l’unico strumento percorribile, al fine di assicurare al paziente una decorosa convivenza con la sua condizione patologica] finisce per realizzare una tutela solo parziale del diritto alla salute: tali requisiti finiscono, infatti, per tutelare esclusivamente il diritto alla salute inteso nella sua primigenia accezione di approntare un presidio terapeutico destinato al regresso della malattia, a scapito dell’altra fondamentale componente del diritto alla salute, inteso come componente della dignità della persona, così finendo per sacrificare completamente l’esigenza (di carattere individuale, inalienabile ed insopprimibile) di assicurare al paziente una decorosa convivenza con la sua condizione patologica in nome della scientificità e della opportunità etica della cura praticata. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Asti 12 novembre 2013.




Attribuzione del cognome al figlio di genitori non coniugati

Filiazione - Attribuzione del cognome al figlio di genitori non coniugati - Favor per il cognome paterno - Esclusione - Interesse del minore - Richiesta concorde dei genitori non coniugati - Valutazione dei diritti e degli interessi fondamentali del minore.

In tema di attribuzione del cognome al figlio di genitori non coniugati non vige alcun automatismo e alcun favor per il cognome paterno, dovendosi avere riguardo unicamente all’interesse del minore, rispetto al quale il cognome può aver assunto carattere identificativo. (Laura De Simone) (riproduzione riservata)

In tema di attribuzione del cognome al figlio di genitori non coniugati la valutazione del Giudice, di fronte ad una richiesta concorde dei genitori, ai quali in primo luogo è rimesso lo scrutinio degli interessi del figlio, non può essere spinta fino ad imporre, in positivo, una visione giurisdizionale dell’interesse del minore, bensì deve limitarsi, in negativo, a valutare che le richieste dei genitori non si pongano in aperto contrasto con i diritti e gli interessi fondamentali del minore. (Laura De Simone) (riproduzione riservata)
Tribunale Cremona 12 novembre 2013.




La famiglia omosessuale non può essere discriminata

Famiglia omosessuale – Concetto di “famiglia” – Sussiste (Art. 8 Cedu).

Nel concetto di “famiglia” rientra anche l’unione di persone dello stesso sesso; ne consegue che costituisce discriminazione il prevedere una unione civile ex lege solo per le famiglie eterosessuali. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Europea dei Diritti dell'Uomo Strasburgo 07 novembre 2013.




Sistemi di videosorveglianza, trattamento dei dati personali e necessità del consenso dei soggetti aventi diritto di servitù di passaggio sulle aree di ripresa

Installazione da parte di privati di sistemi di videosorveglianza – Trattamento di dati personali – Sussistenza.

Provvedimenti a carattere generale emessi in materia di videosorveglianza dall’Autorità Garante per il Trattamento dei Dati Personali – Natura normativa – Esclusione – Utilizzabilità dei criteri enucleati dall’Autorità Garante onde accertare la violazione delle disposizioni di legge in materia di trattamento dei dati personali – Ammissibilità – Conseguenze.

L’uso di sistemi di videosorveglianza determina il trattamento di dati personali comportando la raccolta, la registrazione, la conservazione e in generale l’utilizzo di immagini (cfr. art. 4 I co. lett. b del d. lgs. 196/2003). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Benché i provvedimenti a carattere generale emessi in materia di videosorveglianza dalla Autorità Garante per il Trattamento dei Dati Personali non rivestano natura normativa in quanto si tratta di atti non emanati a seguito di reclami proposti da parte degli interessati ai sensi dell’art. 143 d. lgs. cit., deve nondimeno ritenersi che gli stessi esprimano fondamentali criteri per valutare se una determinata attività comporti o non violazione del diritto alla riservatezza (nel caso di specie è stata ritenuta illegittima la installazione di apparecchi di videosorveglianza in quanto difettava il consenso dei soggetti aventi un diritto di servitù di passaggio sulle aree rientranti nell’ambito di ripresa degli stessi, i cartelli informativi dell’esistenza delle telecamere non erano stati collocati prima del raggio di azione delle stesse, non risultava adottato uno strumento che garantisse la conservazione delle immagini per un tempo non superiore a 24 ore ed infine in quanto l’angolo visuale delle telecamere non era esclusivamente limitato all’area effettivamente da proteggere); l’accertata violazione del diritto alla riservatezza domiciliare comporta che le telecamere illegittimamente installate debbono essere rimosse. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova 05 novembre 2013.




Per le indennità di frequenza non è necessaria l’autorizzazione ex art. 320 c.c.

Minori – Indennità di frequenza e di accompagnamento – Art. 320 c.c. – Necessità dell’autorizzazione giudiziale – Esclusione.

Non deve ritenersi soggetta ad autorizzazione del Giudice Tutelare la riscossione di somme a scadenza periodica, non costituenti provento di lavoro del minore (per cui vale la disciplina di cui all’art. 324 comma 2 nr. 1 c.c.) quali, appunto, l’indennità di frequenza o l’indennità di accompagnamento, in quanto il termine “capitali” contenuto nella disposizione di cui all’art. 320 c.c. deve intendersi riferito a somme versate “una tantum” e destinate, di conseguenza, a produrre frutti nel lungo periodo. Le somme erogate periodicamente a titolo di indennità di frequenza  o di indennità di accompagnamento sono, invece, destinate per loro natura a essere direttamente utilizzate dall’esercente la potestà per l’assistenza e la cura del minore portatore di handicap e non sono soggette a prescrizioni sul reimpiego da parte del G.T., dovendo dunque essere lasciate nella disponibilità dei genitori per la realizzazione delle finalità stabilite dalla legislazione (frequenza di corsi scolastici o di formazione o svolgimento di trattamenti terapeutici o riabilitativi), fatta solo salva la loro responsabilità circa il corretto utilizzo. Le esposte considerazioni devono essere estese anche all’ipotesi in cui i genitori del minore debbano riscuotere i ratei arretrati dell’indennità di frequenza o di accompagnamento , posto che la natura giuridica di detta indennità non muta in relazione alle concrete modalità di erogazione o alla tempestività della stessa. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 31 ottobre 2013.




Infermità di gravità tale da incidere sui fondamentali diritti personalissimi e interdizione

Interdizione – Infermità di gravità tale da incidere sui fondamentali diritti personalissimi - Applicabilità.

Ove il beneficiario sia affetto da malattia di tale gravità per cui egli non è in grado di effettuare autonome e consapevoli scelte in ordine alla possibilità di contrarre matrimonio, riconoscere figli e redigere testamento e sussistano altresì comprovate difficoltà di cura dello stesso, l’unica misura concretamente idonea ad assicurargli piena tutela è quella della interdizione. (1) (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 15 ottobre 2013.




Legittimazione dell'inabilitato a richiedere la revoca della misura protettiva

Inabilitazione - Revoca - Legittimazione Attiva - Soggetto inabilitato - Titolarità.

Sebbene l’art. 429 c.c., non contempli espressamente l’inabilitato tra le persone legittimate a chiedere la revoca di tale misura, nondimeno deve ritenersi che, a seguito dell’entrata in vigore della legge 9-1-2004 n. 6, della modifica dell’art. 417 c.c. ed in un contesto normativo complessivamente caratterizzato da una maggiore tutela e considerazione dei c.d. diritti personalissimi, deve ritenersi che tale legittimazione gli debba essere riconosciuta e che il mancato intervento del legislatore sul disposto di cui all’art. 429 c.c. sia il frutto di un mero difetto di coordinamento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 01 ottobre 2013.




Protezione internazionale: l’oppositore politico al partito di Governo può essere beneficiario della protezione sussidiaria

Protezione internazionale – Richiedente che svolga attività politica di opposizione al partito di Governo – Minacce e atti ritorsivi – Rischio di grave danno e mancanza di protezione – Fumus persecutionis – Sussiste (nel caso di specie, Bangladesh)

In materia di protezione internazionale, sussistono i presupposti della protezione sussidiaria in favore del richiedente che, tenuto conto della situazione sociopolitica in Bangladesh, in ragione dell’appartenenza politica al partito di opposizione, rischi di subire un grave danno anche per effetto della minacce già ricevute; peraltro, la grave ed instabile situazione politica del Bangladesh rende poco credibile la possibilità che il richiedente, in un caso del genere, possa trovare protezione dalle autorità locali (in un momento in cui al potere c’è proprio il partito opposto a quello del richiedente stesso). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 26 settembre 2013.




Metodo Stamina: al vaglio della Corte Costituzionale la legge 57/2013

Terapie per uso compassionevole – Art. 2 decreto legge 24/2013 (conv. in l. 57/2013) – Ammissione al trattamento sceondo il cd. Protocollo Stamina – Criteri introdotti dalla Legge – Questione di Legittimità costituzionale (art. 2 d.l. 24/2013 conv. in l. 57/2013).

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art 2 del decreto-legge 25 marzo 2013 n. 24, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 2013, n. 57, in relazione agli artt. 2, 3 e 32 della Costituzione, in quanto l’ammissione o l’esclusione del paziente rispetto al trattamento secondo il cd. protocollo Stamina vengono fondate su criteri del tutto avulsi dalle condizioni di salute dei pazienti, concernendo essi o un  mero dato cronologico o l’esito di iniziative giudiziarie già definite quanto meno in via cautelare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Taranto 22 settembre 2013.




L’Amministrazione di sostegno va esclusa se il paziente è affetto da agiti suicidari

Amministrazione di sostegno – Interdizione – Criterio discretivo – Soggetto auto o etero lesivo – Inadeguatezza dell’amministrazione di sostegno – Paziente con tendenze suicidarie.

L’amministrazione di sostegno è preferibilmente da escludere “per l'attitudine del soggetto protetto a porre in discussione i risultati dell'attività di sostegno nei suoi confronti”. In particolare, va esclusa in presenza di soggetto portatore di patologia psichiatrica che conduca a tendenze suicidarie. In un contesto del genere, infatti, l’amministrazione di sostegno – anche per lo speciale ed esclusivo meccanismo di confronto continuo con la persona beneficiaria (v. art. 410 c.c.) – rischierebbe di pregiudicare in modo gravissimo la persona protetta perché anche le tendenze suicidarie non potrebbero essere inibite prontamente ed in modo efficace. In ipotesi del genere, insomma, è la misura di totale limitazione della capacità di agire che deve essere applicata alla persona da proteggere: non certo per rievocare lo stigma che la coscienza contemporanea ripudia e la normativa di nuovo conio combatte, bensì per fornire una risposta di protezione più adeguata, efficacia, con valenza giuridica totalmente sostitutiva. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 27 agosto 2013.




Estinzione dell’amministrazione di sostegno per decesso della persona beneficiaria: poteri del GT per le spese funerarie

Amministrazione di sostegno – Morte del beneficiario – Spese funerarie.

Con la morte del beneficiario, l’amministratore cessa dalle funzioni e resta titolare della facoltà di compiere solo gli atti urgenti, nell’ambito dei quali possono includersi le spese funerarie; se, però, alle suddette spese vuol far fronte uno degli eredi, il G.T. non ha alcun potere autorizzatorio e l’amministratore alcuna facoltà di intervento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 21 agosto 2013.




Divieto di espulsione dello straniero, requisito della convivenza e temporanea coabitazione

Straniero – Divieto di espulsione – Convivenza con parente italiano – Nozione – Coabitazione –  Insufficienza (D. lgs. 25 luglio 1998, n. 286, testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, art. 19).

Il divieto di espulsione previsto dall’art. 19, comma 2, lettera c), d. lgs. 25 luglio 1998, n. 286 presuppone la convivenza dello straniero con un parente entro il secondo grado di nazionalità italiana, ad integrare la quale (convivenza) non è sufficiente una temporanea coabitazione materiale, essendo invece necessaria l’esistenza di una relazione interpersonale caratterizzata da una stabile comunanza di vita e di affetti. (Giuseppe Vignera) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria 03 luglio 2013.




Ammissibile la costituzione di un trust in regime di amministrazione di sostegno

Amministrazione di Sostegno – Trust – Ammissibilità – Sussiste.

In materia di amministrazione di sostegno, il Trust si qualifica come strumento che rafforza le autonomie del beneficiario ed è certamente ammissibile nell’ordinamento italiano con conferimento nel vincolo di beni del beneficiario, nomina di un trustee che dovrà consegnare annualmente all’amministratore di sostegno rendiconto della gestione e individuazione di un Guardian con i compiti indicati nell’atto costitutivo. (1) (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 12 giugno 2013.




Solo il PM può promuovere il procedimento per la verifica dello stato di abbandono di un minore

Abbandono di Minori – Possibilità per il giudice di attivare ex officio il procedimento, in luogo del Pubblico Ministero – L. 184/1983 – Esclusione – Illegittimità costituzionale – Esclusione (Legge 184/1983).

Nel configurare in capo al pubblico ministero il munus di presentare il ricorso di cui all’art. 9, comma 2, della citata legge n. 184 del 1983, il legislatore ha coerentemente designato lo stesso organo come quello che diviene ex lege destinatario di tutte le informative provenienti da soggetti privati o pubblici e concernenti situazioni di abbandono di minori di età, rendendo, dunque, sistematicamente eccentrica l’ipotesi, coltivata dal Tribunale rimettente, di un procedimento attivato ex officio da un organo giurisdizionale, il quale, solo occasionalmente ed incidentalmente, possa essere venuto a “conoscenza” della situazione di minori che versino in una condizione di abbandono (profili, quelli accennati, non sfuggiti, del resto, allo stesso giudice rimettente, quando – in riferimento al principio della terzietà del giudicante – ha auspicato l’introduzione, in via consequenziale, di uno specifico meccanismo di incompatibilità). Pertanto, l’intervento richiesto assume i connotati di una “novità di sistema” non costituzionalmente imposta e colloca il quesito proposto – come riconosciuto dalla costante giurisprudenza di questa Corte – «al di fuori dell’area del sindacato di legittimità costituzionale, per rimetterlo alle eventuali e future soluzioni di riforma, affidate in via esclusiva alle scelte del legislatore» (sentenza n. 252 del 2012, nonché, ex plurimis, sentenza n. 274 del 2011). Infine, la stessa grave situazione denunciata dal giudice rimettente, anziché essere diretta conseguenza della disposizione sospettata di illegittimità costituzionale, si rivela piuttosto come una patologia di mero fatto, derivante dalla (in ipotesi, colpevole) inerzia del pubblico ministero nel promuovere il procedimento, rimuovibile attraverso i meccanismi ordinamentali inerenti alla organizzazione del relativo ufficio, senza che ciò possa implicare alcun vizio “intrinseco” della disposizione censurata e restando comunque impregiudicato il profilo relativo alla sua applicabilità nel giudizio principale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 07 giugno 2013.




Trattamento sanitario con cellule staminali anche in assenza di validazione scientifica e disapplicazione del parere del Comitato Etico

Provvedimenti d’urgenza – 700 c.p.c. – Atto amministrativo di divieto all’ente ospedaliero di effettuare il trattamento sanitario consistente nella infusione di cellule staminali anche in assenza di validazione scientifica – Illegittimità – Disapplicazione – Parere del Comitato Etico – Necessità – Contenuto.

Provvedimenti d’urgenza – Sospensione del procedimento per rimessione degli atti alla Corte Costituzionale – Rinvio alla successiva fase di merito – Ammissibilità.

In considerazione della necessità di assicurare adeguata e immediata tutela ai soggetti privi di valida alternativa terapeutica ed anche se non si tratta di pazienti per cui sia già stata somministrata una terapia o sia già stato effettuato il prelievo dal donatore o dal paziente o ordinato dall’autorità giudiziaria, va disapplicato perché contrastante con il precetto di cui all’art. 32 cost. l’atto amministrativo che vieta all’ente ospedaliero che ha in cura il paziente di somministrargli il trattamento consistente nella infusione di cellule staminali secondo il protocollo in uso, previa acquisizione in via d’urgenza del parere favorevole del Comitato etico di cui all’art. 6 del d. lgs. 24 giugno 2003 n. 211 che dovrà peraltro limitarsi alla valutazione della opportunità etica di una terapia con cellule staminali in relazione alla specifica patologia da cui è affetto il malato. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)

Quando gli interessi in gioco lo richiedano e sussista la necessità di assicurare una tutela reale e immediata, deve ritenersi consentita una forma limitata di controllo diffuso che consente la concessione del provvedimento di sospensione per rimessione degli atti alla Corte Costituzionale ai fini del controllo di costituzionalità della legge, rinviando alla successiva fase di merito, alla quale il provvedimento cautelare è strumentalmente collegato. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova 02 maggio 2013.




Divieto di ricorrere alla fecondazione medicalmente assistita di tipo eterologo e questione di costituzionalità

Fecondazione cd. eterologa – Legge 40/2004 – Divieto – Questione di legittimità costituzionale – Manifesta infondatezza – Esclusione – Rimessione degli atti alla Consulta.

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 4 comma 3, 9 commi 1 e 3 e 12 comma I della legge 40/2004, per contrasto con gli artt. 117, 2, 3, 29, 31, 32 commi I e II della Costituzione, nella parte in cui impongono il divieto di ricorrere alla fecondazione medicalmente assistita di tipo eterologo e prevedono sanzioni nei confronti delle strutture che dovessero praticarla. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 29 marzo 2013.




Il deficit intellettivo e volitivo non esclude l’amministrazione di sostegno

Amministrazione di Sostegno – Interdizione – Criterio discretivo – Deficit intellettivo e volitivo.

L'esteso deficit intellettivo e volitivo può trovare adeguata e sufficiente misura di protezione, ai sensi degli artt. 404 e 405 c.c., nella nomina di un Amministratore di Sostegno: l'ulteriore forma di tutela che consegue all'interdizione, strumento che produce l'effetto di togliere al soggetto la capacità di agire in ogni ambito, si impone quando è necessario inibire allo stesso di esplicitare all'esterno capacità viziate che espongano sé od altri a possibili pregiudizi, e non già quando è la stessa patologia che, per le sue caratteristiche e le modalità di assistenza di cui necessita, mostra di impedirle qualunque contatto diretto e autonomo con la realtà esterna, idoneo a produrre effetti giuridici e negoziali alla stessa potenzialmente pregiudizievoli. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 13 febbraio 2013.




Accesso stranieri alle prestazioni di assistenza sociale, criterio della residenza per un determinato periodo: irragionevolezza e incostituzionalità

Accesso stranieri alle prestazioni di assistenza sociale – Criterio della residenza per un determinato periodo – Irragionevolezza – Violazione art. 3 Cost. – Sussiste.

In tema di accesso degli stranieri alle prestazioni di assistenza sociale, mentre la residenza (o la «dimora stabile») costituisce, rispetto ad una provvidenza regionale (nella specie, provinciale), «un criterio non irragionevole per l’attribuzione del beneficio» (Corte cost., sentenza n. 432 del 2005), non altrettanto può dirsi quanto alla residenza (o «dimora stabile») protratta per un predeterminato e significativo periodo minimo di tempo (nella specie, quinquennale). La previsione di un simile requisito, infatti, non risulta rispettosa dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza, in quanto «introduce nel tessuto normativo elementi di distinzione arbitrari», non essendovi alcuna ragionevole correlazione tra la durata della residenza e le situazioni di bisogno o di disagio, riferibili direttamente alla persona in quanto tale, che costituiscono il presupposto di fruibilità delle provvidenze in questione (Corte cost., sentenza n. 40 del 2011). Infatti, non è evidentemente possibile presumere, in termini assoluti, che gli stranieri immigrati nella Provincia da meno di cinque anni, ma pur sempre ivi stabilmente residenti o dimoranti, versino in stato di bisogno minore rispetto a chi vi risiede o dimora da più anni. Non rilevano, in senso contrario, le circostanze che il requisito in questione sia previsto in rapporto a prestazioni di natura economica eccedenti quelle essenziali, e che la sua introduzione risponda ad esigenze di risparmio, correlate al decremento delle disponibilità finanziarie conseguente alle misure statali di contenimento della spesa pubblica. Tanto l’una che l’altra circostanza non escludono, infatti, «che le scelte connesse alla individuazione dei beneficiari – necessariamente da circoscrivere in ragione della limitatezza delle risorse disponibili – debbano essere operate sempre e comunque in ossequio al principio di ragionevolezza» (Corte cost., sentenze n. 40 del 2011 e n. 432 del 2005. La Consulta dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 1, lettera e), della legge della Provincia autonoma di Bolzano 31 agosto 1974, n. 7 (Assistenza scolastica. Provvidenze per assicurare il diritto allo studio), lettera aggiunta dall’articolo 16, comma 3, della legge prov. Bolzano n. 12 del 2011, limitatamente alle parole «da almeno cinque anni»; dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 1, lettera e), della legge della Provincia autonoma di Bolzano 30 novembre 2004, n. 9 (Diritto allo studio universitario), lettera aggiunta dall’articolo 16, comma 4, della legge prov. Bolzano n. 12 del 2011, limitatamente alle parole «da cinque anni»). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 14 gennaio 2013.




Ritardata attivazione del servizio pubblico in favore del disabile e danno non patrimoniale

Ritardata attivazione del servizio pubblico in favore del disabile – Danno non patrimoniale – Sussiste – Responsabilità del Comune.

Il genitore di un figlio disabile, al quale venga negata l'erogazione di un servizio assistenziale previsto dalla legge solo per ragioni burocratiche e che sia per questo costretto a prestare personalmente l'assistenza, subisce un pregiudizio a livello psicologico e morale, sia per lo stress legato alla necessità di adeguare le proprie attività lavorative e personali alla mutata situazione, sia per la sensazione di avere subito una profonda ingiustizia, tanto più ingiustificata e inaccettabile in quanto colpisce un figlio che versa in situazione di disabilità. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) T.A.R. Ancona 11 gennaio 2013.




Amministrazione di sostegno, applicabilità dove sussista già una rete familiare che si occupa del beneficiario e residualità dell’istituto

Amministrazione di sostegno – Applicabilità dove sussista già una rete familiare che si occupa del beneficiario – Esclusione – Residualità dell’istituto.

La ratio dell'istituto dell'amministrazione di sostegno - volta a salvaguardare, per quanto possibile l'autodeterminazione del soggetto e la tutela della sua dignità, nonché ad impedire interventi invasivi della sua vita e la sua attività - impone di escludere il ricorso a tale misura di protezione ove l'individuo possa provvedere in modo autonomo alla tutela della sua persona e del suo patrimonio: ciò, ovviamente, anche in caso di avanzata età del soggetto, ove lo stesso possa farsi aiutare da persone di maggiore competenza con gli strumenti del mandato e della rappresentanza. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Lamezia Terme 20 dicembre 2012.




Curatore speciale ex articolo 320 c.c. e determinazione del compenso

Curatore speciale nominato ex art. 320 c.c. - Compenso - Spettanza.

Se pure deve convenirsi che il curatore speciale nominato ex art. 320 c.c. non sia un ausiliario del magistrato (v. art. 3 d.p.r. 115/2002), la sua posizione appare equiparabile a quella del tutore essendo egli chiamato a porre in essere atti che, in difetto di un conflitto di interessi, dovrebbe realizzare il secondo sicchè, quanto al suo compenso, può trovare applicazione analogica la disposizione di cui all’art. 379 c.c. che, pur stabilendo la gratuità dell’ufficio, prevede tuttavia che il giudice tutelare possa assegnare al tutore una equa indennità. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 22 novembre 2012.





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