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Misure di protezione - Merito
Le ultime 20 novitą pubblicate
(ordnate secondo la data di pubblicazione su questo sito)


Amministrazione di sostegno - Prodigalità - Condizioni

I comportamenti di dilapidazione del proprio patrimonio personale legittimano la nomina di un amministratore di sostegno solo laddove espongano a conseguenze dannose le persone verso cui il beneficiario è responsabile. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Modena 03 novembre 2017.




Amministrazione di sostegno – Trust interno – Compatibilità del Trust con il nostro ordinamento – Legge “Dopo di Noi” – Applicazione

Il Giudice Tutelare, a seguito di istanza dell’amministratore di sostegno alla quale era allegato il testo dell’istituendo trust, ha autorizzato lo stesso amministratore ad istituire un Trust a vantaggio esclusivo del soggetto amministrato.

Il Beneficiario della procedura è una persona disabile grave, già proprietario di un immobile e il Trust ha la finalità di programmare il Dopo di Noi, legge di recente introduzione alla quale nel ricorso l’Amministratore di Sostegno, madre dell’amministrato, si è espressamente richiamata.

Il Giudice Tutelare ha autorizzato sulla scorta del riconoscimento del trust quale istituto compatibile con il nostro ordinamento e della specifica meritevolezza degli interessi perseguiti nel Trust per soggetti con disabilità. (Francesca Romana Lupoi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 10 ottobre 2017.




Responsabilità genitoriale – Inserimento di foto di figli minori sui social network nonostante l’opposizione di un genitore – Illiceità

L’inserimento di foto dei figli minori sui social network avvenuto con l’opposizione di uno dei genitori integra violazione della norma di cui all’art. 10 c.c. (concernente la tutela dell’immagine), del combinato disposto degli artt. 4,7,8 e 145 del d. lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (riguardanti la tutela della riservatezza dei dati personali) nonché degli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York del 20-11-1989 ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 991 n. 176, sicché va vietata la pubblicazione di tali immagini e disposta la rimozione di quelle già inserite. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 19 luglio 2017.




Esercizio della responsabilità genitoriale – Scelte dei genitori nell’interessi dei figli – Contrasto in merito alle iscrizioni scolastiche – Scuola privata oppure scuola pubblica – Mancanza di necessità di garantire continuità formativa – Scelta giudiziale in favore della scuola pubblica – Sussiste – Volontà contraria del figlio minore – Rilevanza – Non sussiste

Esercizio della responsabilità genitoriale – Scelte dei genitori nell’interessi dei figli – Consenso prestato per le iscrizioni scolastiche – Efficacia – Limitatamente al solo ciclo frequentato dalla prole al momento di espressione del consenso – Sussiste


In caso di contrasto genitoriale in merito alla iscrizione scolastica dei figli (tra scuola privata e scuola pubblica), in assenza della necessità di salvaguardare la continuità formativa, il Tribunale deve optare per la scuola pubblica italiana considerata quella che l’ordinamento democratico mette a disposizione di tutti i minori e della quale il giudice deve presumere la capacità di fornire idonea educazione scolastica. Analoga presunzione non può operare con la scuola privata in quanto organizzata non dallo Stato italiano ma da soggetti diversi che solo entrambi i genitori possono valutare come positivi per l’educazione dei loro figli. Né può essere decisiva la diversa volontà dei figli: infatti, la volontà della prole minore di età non può superare le osservazioni riportate quanto all’impossibilità per il giudice di ordinare l’iscrizione ad un nuovo ciclo di scuola privata nel dissenso di uno dei genitori. Peraltro, che l’opinione del minore nella scelta scolastica sia importante, ma non dirimente, si evince dalla non necessità del suo ascolto in sede di iscrizione, ritenendo l’ordinamento che tale scelta sia da rimettere ai genitori. Ciò in quanto l’immaturità del minore fa ritenere che lo stesso non abbia le necessarie categorie e conoscenze per valutare la qualità dell’offerta formativa, dell’impostazione didattica e culturale dei diversi istituti, capacità riconosciute dall’ordinamento scolastico ai soli genitori chiamati a sottoscrivere la scheda di iscrizione che non prevede la sottoscrizione del minore. Sono i soli genitori che assumono di fronte all’ordinamento e ai figli il compito e la responsabilità della scelta scolastica, senza che sia prevista l’espressione di una adesione del minore a tale scelta. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il consenso prestato per le iscrizioni scolastiche, in mancanza di espresse specificazioni, ha effetto con riguardo al solo ciclo frequentato dai figli al momento di espressione del consenso. Tale conclusione è desumibile dalla necessità per i genitori di rinnovare il proprio consenso ad ogni mutamento di ciclo scolastico, essendo stabilito dall’ordinamento scolastico che i genitori provvedano all’iscrizione dei figli ad ogni mutamento di ciclo. Peraltro una diversa interpretazione, portata alle estreme conseguenze imporrebbe ai genitori che avessero prestato il consenso alla frequentazione di una scuola privata dell’infanzia di assicurare la frequenza scolastica nella medesima struttura fino al compimento degli studi anche universitari, qualora la struttura avesse classi di istruzione di ogni ordine e grado, affermazione che si porrebbe in palese contrasto con i più elementari canoni dell’ermeneutica. Per quanto esposto deve ritenersi che il consenso eventualmente prestato dai genitori, riguardi il solo ciclo scolastico che il figlio stia frequentando nel periodo in cui l’accordo viene concluso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 20 gennaio 2017.




Studenti residenti in Lombardia – Sostegno al reddito – Per i soli studenti delle scuole paritarie – Illegittimità

Il "sostegno al reddito" è un beneficio rivolto agli studenti residenti in Lombardia che frequentano corsi a gestione ordinaria presso scuole primarie, secondarie di primo grado e secondarie di secondo grado, statali e paritarie, che "non applicano" una retta di iscrizione o frequenza. Tale beneficio viene erogato in dipendenza del reddito riferibile secondo il parametro ISEE e oscilla tra un minimo di 60 euro ed un massimo di 290 euro” ; tale beneficio fa parte del sistema che mira a rimuovere gli ostacoli di ordine economico che impedirebbero l'accesso e la libera scelta dei percorsi educativi e non va confuso con il buono-scuola propriamente detto, connesso al finanziamento di studenti che frequentano scuole ove si chiede una retta, per lo più scuole paritarie, e dunque non può essere limitato solo a tale ultimo tipo di studenti, poiché avendo lo scopo di finanziare l’acquisto di testi e strumenti scolastici, la sua corresponsione ai soli studenti delle scuole paritarie creerebbe un evidente disparità di trattamento. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato 29 agosto 2017.




Mancato riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio – Diritto al risarcimento del danno – Prescrizione – Decorrenza – Dalla sentenza di accertamento della filiazione – Sussiste – Contrario orientamento – Non condivisibile

Mancato riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio – Diritto al risarcimento del danno – Danno cd. endo-famiiare – Sussiste


In materia di mantenimento del figlio nato fuori da matrimonio, il diritto al rimborso "pro quota" delle spese sostenute dalla nascita del figlio, spettante al genitore che lo ha allevato, e il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale non è utilmente azionabile se non dal momento della sentenza di accertamento della filiazione, che conseguentemente costituisce il "dies a quo" della decorrenza della ordinaria prescrizione. Il diverso, ed isolato orientamento giurisprudenziale affermato nella decisione “Tribunale di Roma, I Sezione civile, 1.4.2014, edita”, non appare condivisibile poiché non conforme al consolidato principio che osta all’accertamento incidenter tantum degli status. Ammettere, infatti, la decorrenza della prescrizione prima della pronuncia accertativa dello status filiationis, imporrebbe ammettere la possibilità di azionare la relativa domanda di risarcimento del danno anche prescindendo da pregressa sentenza di accertamento giudiziale della filiazione, con conseguente possibilità per il giudice, eventualmente investito dell’istanza di risarcimento del danno prima dello accertamento della filiazione, di compiere tale accertamento in via incidentale, mentre per consolidata giurisprudenza: “L'accertamento incidentale relativo ad una questione di stato delle persone non è consentita dal nostro ordinamento giuridico, ostandovi nel quadro normativo attuale l'art. 3 cod. proc. pen. e l'art. 8 d.lgs. 2 luglio 2010 n. 104” (Cass. 12.3.2012, n. 3934). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’obbligo dei genitori di provvedere a mantenere, istruire ed educare la prole discende dal fatto stesso della procreazione è ed giuridicamente cristallizzato nell’art. 30 della Costituzione e nel codice civile. Gli obblighi genitoriali oltre ad essere puntualmente definiti dalle norme interne trovano disciplina anche nelle norme sovrannazionali; la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, firmata a Nizza nel dicembre 2000, che dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha lo stesso valore giuridico dei Trattati, prevede all’art.7 il rispetto della vita privata e della vita familiare, all’art.14 il diritto all’istruzione, all’art.24 il diritto del bambino alla protezione e alle cure necessarie per il suo benessere. Diritti che richiamano quelli indicati nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, interpretati dalle numerose decisioni emesse in materia dalla Corte di Strasburgo, che ha più volte ribadito, in applicazione del combinato disposto degli artt. 8 e 14 della Convenzione EDU il diritto inviolabile del figlio di essere amato e assistito dai genitori, senza discriminazioni anche nel caso di figlio nato fuori del matrimonio, individuando come espressione del diritto fondamentale alla vita familiare la possibilità per genitori e figli di godere della reciproca presenza, con continuità e assiduità di relazione (cfr. sent Corte EDU 5.4.2005 Monory c. Romania e Ungheria)….il diritto del figlio di avere cura, assistenza morale e materiale, istruzione e mantenimento da entrambi i genitori costituisce un diritto fondamentale dalla cui violazione discende il diritto al risarcimento del danno. Dalla nozione di illecito endo-familiare elaborata dalla giurisprudenza di merito (Trib. Venezia, 30 giugno 2004; Corte app. Bologna, 10 febbraio 2004) e di legittimità (Cass., 7 giugno 2000, n. 7713; Cass., 10 maggio 2005, n. 9801, Cass., 15 settembre 2011, n. 18853), discende che la violazione dei relativi doveri genitoriali non trova necessariamente sanzione nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, ma qualora cagioni una lesione di diritti costituzionalmente protetti, può integrare gli estremi dell'illecito civile e dare luogo ad un'azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c.. A seguito della decisione delle Sezioni unite della Suprema Corte, n. 26972/2008, in base a un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c., può essere disposta la risarcibilità del pregiudizio di natura non patrimoniale, quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, che abbiano tutela costituzionale. Qualora venga provato il totale disinteresse del genitore nel confronti del figlio, estrinsecatosi nella violazione degli obblighi connessi alla responsabilità genitoriale (cura, istruzione, educazione, mantenimento), ciò genera un vulnus dei diritti fondamentali del figlio che trovano nella carta Costituzionale (art. 2 e 30) e nelle norme di diritto internazionale richiamate un elevato grado di riconoscimento e tutela. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 19 maggio 2017.




Rinvio pregiudiziale - Politica d'asilo - Direttiva 2013/32/UE - Articoli 12, 14, 31 e 46 - Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea - Articolo 47 - Diritto ad una tutela giurisdizionale effettiva - Ricorso avverso una decisione di rigetto di una domanda di protezione internazionale - Possibilità per il giudice di statuire senza ascoltare il richiedente

La direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale, e in particolare i suoi articoli 12, 14, 31 e 46, letti alla luce dell'articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, deve essere interpretata nel senso che non osta a che il giudice nazionale, investito di un ricorso avverso la decisione di rigetto di una domanda di protezione internazionale manifestamente infondata, respinga detto ricorso senza procedere all'audizione del richiedente qualora le circostanze di fatto non lascino alcun dubbio sulla fondatezza di tale decisione, a condizione che, da una parte, in occasione della procedura di primo grado sia stata data facoltà al richiedente di sostenere un colloquio personale sulla sua domanda di protezione internazionale, conformemente all'articolo 14 di detta direttiva, e che il verbale o la trascrizione di tale colloquio, qualora quest'ultimo sia avvenuto, sia stato reso disponibile unitamente al fascicolo, in conformità dell'articolo 17, paragrafo 2, della direttiva medesima, e, dall'altra parte, che il giudice adito con il ricorso possa disporre tale audizione ove lo ritenga necessario ai fini dell'esame completo ed ex nunc degli elementi di fatto e di diritto contemplato all'articolo 46, paragrafo 3, di tale direttiva. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 26 luglio 2017.




Rinvio pregiudiziale – Cooperazione giudiziaria in materia civile – Competenza, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale – Sottrazione internazionale di minori – Convenzione dell’Aja del 25 ottobre 1980 – Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Articolo 11 – Domanda di ritorno – Nozione di “residenza abituale” di un lattante – Minore nato, conformemente alla volontà dei suoi genitori, in uno Stato membro diverso da quello della loro residenza abituale – Soggiorno ininterrotto del minore durante i primi mesi di vita nel suo Stato membro di nascita – Decisione della madre di non far ritorno nello Stato membro dove si trovava la residenza abituale della coppia

L’articolo 11, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, dev’essere interpretato nel senso che, in una situazione quale quella di cui al procedimento principale, in cui un minore è nato ed ha soggiornato ininterrottamente con sua madre per diversi mesi, conformemente alla volontà comune dei suoi genitori, in uno Stato membro diverso da quello in cui questi ultimi avevano la loro residenza abituale prima della sua nascita, l’intenzione iniziale dei genitori in merito al ritorno della madre, in compagnia del minore, in quest’ultimo Stato membro non può consentire di ritenere che detto minore abbia ivi la sua «residenza abituale», ai sensi di detto regolamento. Di conseguenza, in una situazione siffatta, il diniego della madre di far ritorno in questo stesso Stato membro in compagnia del minore non può essere considerato come un «illecito trasferimento o mancato ritorno» del minore, ai sensi di detto articolo 11, paragrafo 1. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 08 giugno 2017.




Adozione coparentale – Coppia formata da persone dello stesso sesso – Coppia formata da due uomini – Cd. stepchild adoption – Ammissibilità – Sussiste

Unione civile – Classificazione – Famiglia – Sussiste


Nell’ipotesi di minore concepito e cresciuto nell’ambito di una coppia dello stesso sesso, sussiste il diritto ad essere adottato dalla madre non biologica, secondo le disposizioni sulla adozione in casi particolari ex art. 44 lett. D della Legge 4 maggio 1983, n. 184, sussistendo, in ragione del rapporto genitoriale di fatto instauratosi fra il genitore sociale ed il minore, l’interesse concreto del minore al suo riconoscimento. Questa interpretazione è stata di recente avallata dall’articolo 1 della legge 76 del 2016. Infatti, la «clausola di salvaguardia» che chiude il comma 20 di detto articolo apre alla possibilità di un’applicazione alle unioni civili delle disposizioni in materia di adozioni, ma solo, per l’appunto, nei limiti del diritto vigente. La sua funzione, dunque, è quella di chiarire all’interprete che la mancata previsione legislativa dell’accesso all’adozione coparentale non deve essere letta come un segnale di arresto o di contrarietà rispetto all’orientamento consolidatosi negli ultimi anni in giurisprudenza in favore dell’adozione coparentale ai sensi della lettera d) dell’art. 44 l. 184 del 1983. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La legge n. 76 del 2016 ha eletto le coppie formate da persone dello stesso sesso, ove sussistenti vincoli affettivi, al rango di “famiglia”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Minorenni Bologna 06 luglio 2017.




Persone - Provvedimento di attribuzione dell’età - Competenza - Tribunale per i Minorenni su richiesta del Pubblico Ministero

Il provvedimento di attribuzione dell’età, impugnabile in sede di reclamo secondo la procedura prevista per i procedimenti in camera di consiglio, è un provvedimento di natura decisoria rimesso al giudice, che si colloca all’esito degli accertamenti demandati dalla norma al Pubblico Ministero Minorile e da emettersi dunque su richiesta del Pubblico Ministero stesso fondata appunto su quegli esperiti accertamenti; secondo tale interpretazione, poichè ad essere investito degli accertamenti è il Pubblico Ministero Minorile, la competenza per il “provvedimento di attribuzione dell’età” risulta naturalmente rimessa (mancando ogni indicazione in contrario) al Tribunale per i Minorenni, a cui in generale sono rivolte, in materia civile e penale, le richieste del Pubblico Ministero minorile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Trieste 12 luglio 2017.




Rettificazione di sesso - Artt. 3 della legge 164/82 e 31 del d. lgs. 150/2011 - Trattamento chirurgico - Finalità - Immediata rettificazione dell’atto di nascita - Ammissibilità

Dovendosi ritenere accertato che l’interessata ha irrevocabilmente assunto una personalità maschile non solo può essere autorizzato il trattamento chirurgico onde adeguare i caratteri sessuali da femminili a maschili posto che lo stesso non costituisce un prerequisito per accedere al procedimento di rettificazione bensì un possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psicofisico ma, onde garantire piena tutela della salute psico-fisica della ricorrente nelle more dell’intervento, va anche immediatamente disposta la rettifica del suo atto di nascita con modifica del prenome da femminile a maschile. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 21 aprile 2017.




Successioni a causa di morte – Erede beneficiario di amministrazione di sostegno – Accettazione tacita dell’eredità – Legittimità – Sussiste – Presupposti

Non vi sono ragioni per escludere, in capo ai beneficiari di amministrazione di sostegno, la capacità, in linea generale, di procedere all’accettazione tacita dell’eredità; con la precisazione che, laddove al beneficiario sia imposto di accettare l’eredità solo previa autorizzazione del Giudice tutelare (art. 374, comma 1, nr. 3, c.c.), dovrà essere sottoposto al predetto vaglio giudiziale proprio l’atto il cui compimento importerà accettazione ereditaria, con completa illustrazione della circostanza che quest’ultima sarà foriera di conseguenze positive per il soggetto beneficiario, o quantomeno scevre da controindicazioni. (Carlo Bianconi) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 03 marzo 2017.




Misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia – Interdizione e amministrazione di sostegno – Criterio discretivo – Maggior grado di protezione assicurato dall’interdizione – Esclusione – Maggiore adeguatezza dell’amministrazione di sostegno nella generalità delle situazioni di bisogno – Sussiste

Non può essere condivisa l’opinione secondo la quale, in certi casi, la misura dell’interdizione sarebbe maggiormente tutelante rispetto a quella dell’amministrazione di sostegno, in relazione a ragioni anagrafiche o riconducibili alla natura vasta e composita del patrimonio del soggetto privo di autonomia, criteri discretivi che non è possibile rinvenire nel panorama normativo. Al contrario, la misura di amministrazione di sostegno, con gli opportuni correttivi, è sempre maggiormente protettiva del soggetto bisognoso, sulla scorta di una rigorosa analisi degli istituti di diritto positivo del nostro Ordinamento (tra i quali: l’identità dei requisiti per la nomina ad amministratore di sostegno e dei relativi obblighi, rispetto alla tutela; la maggiore protezione, nell’amministrazione di sostegno, in esito al compimento di atti non autorizzati; i vantaggi processuali ed economici per il beneficiario; la possibile minore limitazione della capacità di agire del beneficiario; la possibile l’estensione, in favore del beneficiario – oltre che delle limitazioni e delle decadenze – anche degli “effetti” benefici, dell’interdizione o dell’inabilitazione). Può dunque affermarsi la maggiore adeguatezza dell’amministrazione di sostegno, rispetto alla tutela, con riferimento alla totalità delle situazioni di bisogno. (Carlo Bianconi) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 28 dicembre 2016.




Rinvio pregiudiziale – Dati personali – Tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento di tali dati – Direttiva 95/46/CE – Articolo 6, paragrafo 1, lettera e) – Dati soggetti a pubblicità nel registro delle imprese – Prima direttiva 68/151/CEE – Articolo 3 – Scioglimento della società interessata – Limitazione dell’accesso dei terzi a tali dati

L’articolo 6, paragrafo 1, lettera e), l’articolo 12, lettera b), e l’articolo 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, in combinato disposto con l’articolo 3 della prima direttiva 68/151/CEE del Consiglio, del 9 marzo 1968, intesa a coordinare, per renderle equivalenti, le garanzie che sono richieste, negli Stati membri, alle società a mente dell’articolo 58, secondo comma, del Trattato per proteggere gli interessi dei soci e dei terzi, come modificata dalla direttiva 2003/58/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 luglio 2003, devono essere interpretati nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, spetta agli Stati membri determinare se le persone fisiche di cui all’articolo 2, paragrafo 1, lettere d) e j), della direttiva da ultimo citata possano chiedere all’autorità incaricata della tenuta, rispettivamente, del registro centrale, del registro di commercio o del registro delle imprese di verificare, in base ad una valutazione da compiersi caso per caso, se sia eccezionalmente giustificato, per ragioni preminenti e legittime connesse alla loro situazione particolare, decorso un periodo di tempo sufficientemente lungo dopo lo scioglimento della società interessata, limitare l’accesso ai dati personali che le riguardano, iscritti in detto registro, ai terzi che dimostrino un interesse specifico alla loro consultazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 09 marzo 2017.




Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Direttiva 2000/78/CE – Parità di trattamento – Discriminazione basata sulla religione o sulle convinzioni personali – Regolamento interno di un’impresa che vieta ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili di natura politica, filosofica o religiosa – Discriminazione diretta – Insussistenza – Discriminazione indiretta – Divieto posto ad una dipendente di indossare il velo islamico

L’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretato nel senso che il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali ai sensi di tale direttiva.

Siffatta norma interna di un’impresa privata può invece costituire una discriminazione indiretta ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2000/78, qualora venga dimostrato che l’obbligo apparentemente neutro da essa previsto comporta, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia, a meno che esso sia oggettivamente giustificato da una finalità legittima, come il perseguimento, da parte del datore di lavoro, di una politica di neutralità politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti, e che i mezzi impiegati per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari, circostanza, questa, che spetta al giudice del rinvio verificare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 14 marzo 2017.




Azioni di Stato – Legge applicabile – Art. 33 legge 218 del 1995 come modificato dal dlgs. 154 del 2013

In materia di azioni di stato, la legge applicabile è quella italiana ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 33 della L. 218/1995 così come modificato dall’art. 101 del D.Lgs. 154/2013 (che prevede che “1. Lo stato di figlio è determinato dalla legge nazionale del figlio o, se più favorevole, dalla legge dello Stato in cui uno dei genitori è cittadino, al momento della nascita. 2. La legge individuata ai sensi del comma 1 regola i presupposti e gli effetti dell’accertamento e della contestazione dello stato di figlio; qualora la legge così individuata non permetta l’accertamento o la contestazione dello stato di figlio si applica la legge Italiana”) nel caso in cui – come per la legge marocchina - non siano adeguata la tutela del diritto del figlio in quanto, ad esempio (v. art. 151 del Codice della Famiglia marocchino) legittimato attivo dell’azione di disconoscimento sia solo il padre presunto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 18 gennaio 2017.




Figlio nato da parto anonimo – Diritto a conoscere le proprie origini – Sussistenza – Previa verifica della persistenza nella madre della volontà di conservare l’anonimato – Necessità – Modalità di attuazione del provvedimento che riconosce il diritto

In tema di parto anonimo, per effetto della sentenza delle Corte costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte stessa, idonee ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità della donna, fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia rimossa in seguito all’interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità (La Corte di Appello di Salerno si conforma ai principi enunciati dalle Sezioni Unite, con sentenza n. 1946 del 25 gennaio 2017, disponendo, nel caso di specie, che la Stazione dei Carabinieri territorialmente competente provveda, con facoltà di subdelega, agli opportuni adempimenti). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Salerno 07 febbraio 2017.




Affissione di manifesti di protesta da parte di un partito – Manifesti di protesta contro l’accoglienza di richiedenti la protezione internazionale – Identificazione dei medesimi in termini di “clandestini” – Discriminazione “per motivi di nazionalità” – Sussiste – Attribuzione della qualifica di “clandestini” – Effetti – Clima intimidatorio

Affissione di manifesti di protesta da parte di un partito – Manifesti di protesta contro l’accoglienza di richiedenti la protezione internazionale – Identificazione dei medesimi in termini di “clandestini” – Discriminazione “per motivi di nazionalità” – Sussiste


Il termine “clandestino” ha una valenza denigratoria e viene utilizzato come emblema di negatività poiché contraddistingue il comportamento delittuoso (punito con una contravvenzione) di chi fa ingresso o si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni del T.U. sull’immigrazione; con l’epiteto di “clandestino” si fa chiaramente riferimento ad un soggetto abusivamente presente sul territorio nazionale ed è idoneo a creare un clima intimidatorio (implicitamente avallando l’idea che i “clandestini”, non regolarmente soggiornanti in Italia, devono allontanarsi). Si tratta, dunque, di un termine non confacente alla situazione dei richiedenti protezione internazionale, i quali esercitando un diritto fondamentale, chiedono allo Stato italiano di riconoscere loro la protezione internazionale perché temono a ragione di essere perseguitati o perché corrono il rischio effettivo, in caso di rientro nel paese d’origine, di subire un “grave danno”. I richiedenti asilo, pertanto, non possono considerarsi irregolari e non sono, dunque, “clandestini”. L’espressione “clandestini”, evocando l’idea di persone irregolarmente presenti sul territorio nazionale – alle quali viene pagato “vitto, alloggio e vizi”, a costo di grandi sacrifici chiesti ai cittadini di Saronno, ai quali, invece, vengono tagliate le pensioni e aumentate le tasse – veicola l’idea fortemente negativa che i richiedenti asilo costituiscano un pericolo per i cittadini. Emerge con chiarezza la valenza gravemente offensiva e umiliante di tale espressione, che ha l’effetto non solo di violare la dignità degli stranieri, richiedenti asilo, appartenenti ad etnie diverse da quelle dei cittadini italiani, ma altresì di favorire un clima intimidatorio e ostile nei loro confronti.(Nel caso di specie, il giudice ha ritenuto che costituisse comportamento discriminatorio l’affissione nel territorio comunale circa 70 cartelli recanti il simbolo del partito Lega Nord dal seguente contenuto: “Saronno non vuole i clandestini” “Renzi e Alfano vogliono mandare a Saronno 32 clandestini: vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo ai saronnesi tagliano le pensioni ed aumentano le tasse” “Renzi e Alfano complici dell’invasione”; ciò con riferimento all’accoglienza di stranieri qualificabili come richiedenti asilo politico e non anche clandestini, nel senso giuridico del termine). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La discriminazione per motivi di nazionalità opera in ragione del mero rilievo del trattamento deteriore riservato allo straniero quale effetto della sua appartenenza ad una nazionalità diversa da quella italiana. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 23 febbraio 2017.




Amministrazione di sostegno – Capacità processuale del beneficiario – Valutazione – Interruzione del processo

Ove all’amministratore di sostegno sia stato conferito un potere rappresentativo generale, ne conseguirà la perdita della capacità processuale in capo al beneficiario, con la necessaria applicazione  dell’art.300 c.p.c. e l’interruzione del processo.
Dal legislatore non è stata regolata la posizione processuale del soggetto sottoposto ad amministrazione di sostegno, sicché occorre verificare di volta in volta se, per l’oggettiva estensione dei poteri rappresentativi attribuiti all’amministratore, l’adozione della misura imponga al giudice di interrompere il processo nel momento in cui tale circostanza sia comunicata in udienza o notificata alle altre parti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 24 ottobre 2016.




Protezione internazionale – Status di rifugiato – Presupposti (nel caso di specie richiedente proveniente dal Nord del Mali) – Reclutamento di ragazzi per l’arruolamento forzoso, da parte di gruppi guerriglieri

Protezione internazionale – Status di beneficiario della protezione sussidiaria – Presupposti (nel caso di specie richiedente proveniente dal Mali)


Lo status di rifugiato può essere riconosciuto allo straniero che abbia un ragionevole timore di poter essere, in caso di rimpatrio, vittima di persecuzione (art. 1, Conv. Ginevra, 28 luglio 1951; v. l. 24 luglio 1954 n. 722); in particolare, la condizione di «rifugiato» può essere accordata al cittadino di un paese terzo il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale, si trova fuori dal paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di detto paese (art. 2, lett. d, Dir. 2011/95/UE; v. d.lgs 21 febbraio 2014 n. 8); nell’esegesi dei testi, primaria importanza assume la Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951. (Nel caso di specie, il Tribunale ha riconosciuto lo status di rifugiato a un richiedente cittadino del Mali, nato a Dalama, il quale era stato ridotto in prigionia da un gruppo di guerriglieri jihadisti che lo aveva trattenuto contro la sua volontà, al fine di addestrarlo contro l’esercito del Mali; il richiedente era però riuscito a fuggire – dopo circa quattro mesi - arrivando, alla fine, in Italia). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il cittadino di un paese terzo o apolide può essere riconosciuto «persona avente titolo a beneficiare della protezione sussidiaria» là dove non goda dei requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistano fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto paese (Art. 2, lett. f, Dir. 2011/95/UE). Sono considerati “danni gravi”: a) la condanna a morte o all'esecuzione della pena di morte; b) la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine; c) la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. Il requisito della individualità della minaccia deve essere inteso alla luce delle direttive interpretative enunciate dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, secondo cui l'esistenza di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria non è subordinata alla condizione che quest'ultimo fornisca la prova che egli è interessato in modo specifico a motivo di elementi peculiari della sua situazione personale e l'esistenza di una siffatta minaccia può essere considerata, in via eccezionale, provata qualora il grado di violenza indiscriminata che caratterizza il conflitto armato in corso, valutato dalle autorità nazionali competenti impegnate con una domanda di protezione sussidiaria o dai giudici di uno Stato membro ai quali viene deferita una decisione di rigetto di una tale domanda, raggiunga un livello così elevato che sussistono fondati motivi di ritenere che un civile rientrato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenta sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Corte Giust. UE, sentenza 17 febbraio 2009 nel procedimento C-465/07, Elgafaji); in questi sensi, anche la giurisprudenza interna (Cass. civ., sez. VI-1, 30 luglio 2015 n. 16202). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Salerno 19 gennaio 2017.




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