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Misure di protezione - Merito
Le ultime 20 novitą pubblicate
(ordnate secondo la data di pubblicazione su questo sito)


Rettificazione di sesso - Artt. 3 della legge 164/82 e 31 del d. lgs. 150/2011 - Trattamento chirurgico - Finalità - Immediata rettificazione dell’atto di nascita - Ammissibilità

Dovendosi ritenere accertato che l’interessata ha irrevocabilmente assunto una personalità maschile non solo può essere autorizzato il trattamento chirurgico onde adeguare i caratteri sessuali da femminili a maschili posto che lo stesso non costituisce un prerequisito per accedere al procedimento di rettificazione bensì un possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psicofisico ma, onde garantire piena tutela della salute psico-fisica della ricorrente nelle more dell’intervento, va anche immediatamente disposta la rettifica del suo atto di nascita con modifica del prenome da femminile a maschile. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 21 aprile 2017.




Successioni a causa di morte – Erede beneficiario di amministrazione di sostegno – Accettazione tacita dell’eredità – Legittimità – Sussiste – Presupposti

Non vi sono ragioni per escludere, in capo ai beneficiari di amministrazione di sostegno, la capacità, in linea generale, di procedere all’accettazione tacita dell’eredità; con la precisazione che, laddove al beneficiario sia imposto di accettare l’eredità solo previa autorizzazione del Giudice tutelare (art. 374, comma 1, nr. 3, c.c.), dovrà essere sottoposto al predetto vaglio giudiziale proprio l’atto il cui compimento importerà accettazione ereditaria, con completa illustrazione della circostanza che quest’ultima sarà foriera di conseguenze positive per il soggetto beneficiario, o quantomeno scevre da controindicazioni. (Carlo Bianconi) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 03 marzo 2017.




Misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia – Interdizione e amministrazione di sostegno – Criterio discretivo – Maggior grado di protezione assicurato dall’interdizione – Esclusione – Maggiore adeguatezza dell’amministrazione di sostegno nella generalità delle situazioni di bisogno – Sussiste

Non può essere condivisa l’opinione secondo la quale, in certi casi, la misura dell’interdizione sarebbe maggiormente tutelante rispetto a quella dell’amministrazione di sostegno, in relazione a ragioni anagrafiche o riconducibili alla natura vasta e composita del patrimonio del soggetto privo di autonomia, criteri discretivi che non è possibile rinvenire nel panorama normativo. Al contrario, la misura di amministrazione di sostegno, con gli opportuni correttivi, è sempre maggiormente protettiva del soggetto bisognoso, sulla scorta di una rigorosa analisi degli istituti di diritto positivo del nostro Ordinamento (tra i quali: l’identità dei requisiti per la nomina ad amministratore di sostegno e dei relativi obblighi, rispetto alla tutela; la maggiore protezione, nell’amministrazione di sostegno, in esito al compimento di atti non autorizzati; i vantaggi processuali ed economici per il beneficiario; la possibile minore limitazione della capacità di agire del beneficiario; la possibile l’estensione, in favore del beneficiario – oltre che delle limitazioni e delle decadenze – anche degli “effetti” benefici, dell’interdizione o dell’inabilitazione). Può dunque affermarsi la maggiore adeguatezza dell’amministrazione di sostegno, rispetto alla tutela, con riferimento alla totalità delle situazioni di bisogno. (Carlo Bianconi) (riproduzione riservata) Tribunale Vercelli 28 dicembre 2016.




Rinvio pregiudiziale – Dati personali – Tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento di tali dati – Direttiva 95/46/CE – Articolo 6, paragrafo 1, lettera e) – Dati soggetti a pubblicità nel registro delle imprese – Prima direttiva 68/151/CEE – Articolo 3 – Scioglimento della società interessata – Limitazione dell’accesso dei terzi a tali dati

L’articolo 6, paragrafo 1, lettera e), l’articolo 12, lettera b), e l’articolo 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, in combinato disposto con l’articolo 3 della prima direttiva 68/151/CEE del Consiglio, del 9 marzo 1968, intesa a coordinare, per renderle equivalenti, le garanzie che sono richieste, negli Stati membri, alle società a mente dell’articolo 58, secondo comma, del Trattato per proteggere gli interessi dei soci e dei terzi, come modificata dalla direttiva 2003/58/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 luglio 2003, devono essere interpretati nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, spetta agli Stati membri determinare se le persone fisiche di cui all’articolo 2, paragrafo 1, lettere d) e j), della direttiva da ultimo citata possano chiedere all’autorità incaricata della tenuta, rispettivamente, del registro centrale, del registro di commercio o del registro delle imprese di verificare, in base ad una valutazione da compiersi caso per caso, se sia eccezionalmente giustificato, per ragioni preminenti e legittime connesse alla loro situazione particolare, decorso un periodo di tempo sufficientemente lungo dopo lo scioglimento della società interessata, limitare l’accesso ai dati personali che le riguardano, iscritti in detto registro, ai terzi che dimostrino un interesse specifico alla loro consultazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 09 marzo 2017.




Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Direttiva 2000/78/CE – Parità di trattamento – Discriminazione basata sulla religione o sulle convinzioni personali – Regolamento interno di un’impresa che vieta ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili di natura politica, filosofica o religiosa – Discriminazione diretta – Insussistenza – Discriminazione indiretta – Divieto posto ad una dipendente di indossare il velo islamico

L’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretato nel senso che il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali ai sensi di tale direttiva.

Siffatta norma interna di un’impresa privata può invece costituire una discriminazione indiretta ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2000/78, qualora venga dimostrato che l’obbligo apparentemente neutro da essa previsto comporta, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia, a meno che esso sia oggettivamente giustificato da una finalità legittima, come il perseguimento, da parte del datore di lavoro, di una politica di neutralità politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti, e che i mezzi impiegati per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari, circostanza, questa, che spetta al giudice del rinvio verificare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 14 marzo 2017.




Azioni di Stato – Legge applicabile – Art. 33 legge 218 del 1995 come modificato dal dlgs. 154 del 2013

In materia di azioni di stato, la legge applicabile è quella italiana ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 33 della L. 218/1995 così come modificato dall’art. 101 del D.Lgs. 154/2013 (che prevede che “1. Lo stato di figlio è determinato dalla legge nazionale del figlio o, se più favorevole, dalla legge dello Stato in cui uno dei genitori è cittadino, al momento della nascita. 2. La legge individuata ai sensi del comma 1 regola i presupposti e gli effetti dell’accertamento e della contestazione dello stato di figlio; qualora la legge così individuata non permetta l’accertamento o la contestazione dello stato di figlio si applica la legge Italiana”) nel caso in cui – come per la legge marocchina - non siano adeguata la tutela del diritto del figlio in quanto, ad esempio (v. art. 151 del Codice della Famiglia marocchino) legittimato attivo dell’azione di disconoscimento sia solo il padre presunto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 18 gennaio 2017.




Figlio nato da parto anonimo – Diritto a conoscere le proprie origini – Sussistenza – Previa verifica della persistenza nella madre della volontà di conservare l’anonimato – Necessità – Modalità di attuazione del provvedimento che riconosce il diritto

In tema di parto anonimo, per effetto della sentenza delle Corte costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte stessa, idonee ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità della donna, fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia rimossa in seguito all’interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità (La Corte di Appello di Salerno si conforma ai principi enunciati dalle Sezioni Unite, con sentenza n. 1946 del 25 gennaio 2017, disponendo, nel caso di specie, che la Stazione dei Carabinieri territorialmente competente provveda, con facoltà di subdelega, agli opportuni adempimenti). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Salerno 07 febbraio 2017.




Affissione di manifesti di protesta da parte di un partito – Manifesti di protesta contro l’accoglienza di richiedenti la protezione internazionale – Identificazione dei medesimi in termini di “clandestini” – Discriminazione “per motivi di nazionalità” – Sussiste – Attribuzione della qualifica di “clandestini” – Effetti – Clima intimidatorio

Affissione di manifesti di protesta da parte di un partito – Manifesti di protesta contro l’accoglienza di richiedenti la protezione internazionale – Identificazione dei medesimi in termini di “clandestini” – Discriminazione “per motivi di nazionalità” – Sussiste


Il termine “clandestino” ha una valenza denigratoria e viene utilizzato come emblema di negatività poiché contraddistingue il comportamento delittuoso (punito con una contravvenzione) di chi fa ingresso o si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni del T.U. sull’immigrazione; con l’epiteto di “clandestino” si fa chiaramente riferimento ad un soggetto abusivamente presente sul territorio nazionale ed è idoneo a creare un clima intimidatorio (implicitamente avallando l’idea che i “clandestini”, non regolarmente soggiornanti in Italia, devono allontanarsi). Si tratta, dunque, di un termine non confacente alla situazione dei richiedenti protezione internazionale, i quali esercitando un diritto fondamentale, chiedono allo Stato italiano di riconoscere loro la protezione internazionale perché temono a ragione di essere perseguitati o perché corrono il rischio effettivo, in caso di rientro nel paese d’origine, di subire un “grave danno”. I richiedenti asilo, pertanto, non possono considerarsi irregolari e non sono, dunque, “clandestini”. L’espressione “clandestini”, evocando l’idea di persone irregolarmente presenti sul territorio nazionale – alle quali viene pagato “vitto, alloggio e vizi”, a costo di grandi sacrifici chiesti ai cittadini di Saronno, ai quali, invece, vengono tagliate le pensioni e aumentate le tasse – veicola l’idea fortemente negativa che i richiedenti asilo costituiscano un pericolo per i cittadini. Emerge con chiarezza la valenza gravemente offensiva e umiliante di tale espressione, che ha l’effetto non solo di violare la dignità degli stranieri, richiedenti asilo, appartenenti ad etnie diverse da quelle dei cittadini italiani, ma altresì di favorire un clima intimidatorio e ostile nei loro confronti.(Nel caso di specie, il giudice ha ritenuto che costituisse comportamento discriminatorio l’affissione nel territorio comunale circa 70 cartelli recanti il simbolo del partito Lega Nord dal seguente contenuto: “Saronno non vuole i clandestini” “Renzi e Alfano vogliono mandare a Saronno 32 clandestini: vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo ai saronnesi tagliano le pensioni ed aumentano le tasse” “Renzi e Alfano complici dell’invasione”; ciò con riferimento all’accoglienza di stranieri qualificabili come richiedenti asilo politico e non anche clandestini, nel senso giuridico del termine). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La discriminazione per motivi di nazionalità opera in ragione del mero rilievo del trattamento deteriore riservato allo straniero quale effetto della sua appartenenza ad una nazionalità diversa da quella italiana. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 23 febbraio 2017.




Amministrazione di sostegno – Capacità processuale del beneficiario – Valutazione – Interruzione del processo

Ove all’amministratore di sostegno sia stato conferito un potere rappresentativo generale, ne conseguirà la perdita della capacità processuale in capo al beneficiario, con la necessaria applicazione  dell’art.300 c.p.c. e l’interruzione del processo.
Dal legislatore non è stata regolata la posizione processuale del soggetto sottoposto ad amministrazione di sostegno, sicché occorre verificare di volta in volta se, per l’oggettiva estensione dei poteri rappresentativi attribuiti all’amministratore, l’adozione della misura imponga al giudice di interrompere il processo nel momento in cui tale circostanza sia comunicata in udienza o notificata alle altre parti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 24 ottobre 2016.




Protezione internazionale – Status di rifugiato – Presupposti (nel caso di specie richiedente proveniente dal Nord del Mali) – Reclutamento di ragazzi per l’arruolamento forzoso, da parte di gruppi guerriglieri

Protezione internazionale – Status di beneficiario della protezione sussidiaria – Presupposti (nel caso di specie richiedente proveniente dal Mali)


Lo status di rifugiato può essere riconosciuto allo straniero che abbia un ragionevole timore di poter essere, in caso di rimpatrio, vittima di persecuzione (art. 1, Conv. Ginevra, 28 luglio 1951; v. l. 24 luglio 1954 n. 722); in particolare, la condizione di «rifugiato» può essere accordata al cittadino di un paese terzo il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale, si trova fuori dal paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di detto paese (art. 2, lett. d, Dir. 2011/95/UE; v. d.lgs 21 febbraio 2014 n. 8); nell’esegesi dei testi, primaria importanza assume la Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951. (Nel caso di specie, il Tribunale ha riconosciuto lo status di rifugiato a un richiedente cittadino del Mali, nato a Dalama, il quale era stato ridotto in prigionia da un gruppo di guerriglieri jihadisti che lo aveva trattenuto contro la sua volontà, al fine di addestrarlo contro l’esercito del Mali; il richiedente era però riuscito a fuggire – dopo circa quattro mesi - arrivando, alla fine, in Italia). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Il cittadino di un paese terzo o apolide può essere riconosciuto «persona avente titolo a beneficiare della protezione sussidiaria» là dove non goda dei requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistano fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto paese (Art. 2, lett. f, Dir. 2011/95/UE). Sono considerati “danni gravi”: a) la condanna a morte o all'esecuzione della pena di morte; b) la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine; c) la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. Il requisito della individualità della minaccia deve essere inteso alla luce delle direttive interpretative enunciate dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, secondo cui l'esistenza di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria non è subordinata alla condizione che quest'ultimo fornisca la prova che egli è interessato in modo specifico a motivo di elementi peculiari della sua situazione personale e l'esistenza di una siffatta minaccia può essere considerata, in via eccezionale, provata qualora il grado di violenza indiscriminata che caratterizza il conflitto armato in corso, valutato dalle autorità nazionali competenti impegnate con una domanda di protezione sussidiaria o dai giudici di uno Stato membro ai quali viene deferita una decisione di rigetto di una tale domanda, raggiunga un livello così elevato che sussistono fondati motivi di ritenere che un civile rientrato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenta sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Corte Giust. UE, sentenza 17 febbraio 2009 nel procedimento C-465/07, Elgafaji); in questi sensi, anche la giurisprudenza interna (Cass. civ., sez. VI-1, 30 luglio 2015 n. 16202). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Salerno 19 gennaio 2017.




Direttiva 2003/109/CE – Sentenza Corte Giust. UE 2.9.2015 – Normativa nazionale – Rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno – Presupposto – Contributo finanziario obbligatorio – Importo otto volte più elevato rispetto all’importo richiesto per ottenere la carta d’identità nazionale – Lesione dei principi della direttiva 2003/109/CE – Sussiste – Effetti – Obbligo in capo all’Amministrazione Statale

a) La Corte di Giustizia ha motivatamente inteso affermare nella sentenza del 2 settembre 2015, in C-309/14, l’incompatibilità, nel suo complesso, della normativa nazionale, che prevede i contributi per il rilascio e il rinnovo di tutti i permessi di soggiorno in una forbice compresa tra un minimo di € 80,00 ed un massimo di € 200,00, perché ha ritenuto che il “tariffario” di tali contributi, di tutti i contributi, sia di ostacolo all’esercizio dei diritti conferiti dalla direttiva n. 2003/109/CE ai cittadini stranieri «stabilitisi a titolo duraturo negli Stati membri» (“Considerando” n. 4) e intenzionati a richiedere il permesso UE di lungo soggiorno, ma soggetti a ripetuti e sproporzionati contributi, fin da quello iniziale di € 80,00 e a quelli successivi di importo via via crescente, da parte della legislazione nazionale, nel quinquennio richiesto dalla stessa direttiva n. 2003/109/CE (art. 4) e dalla legislazione nazionale attuativa (art. 9, comma 1, del d. lgs. n. 286 del 1998) per l’ottenimento di tale permesso;
b) l’importo di tali contributi, anche quello minimo di € 80,00, ha infatti una incidenza finanziaria considerevole per i cittadini di Paesi terzi che soddisfano le condizioni sostanziali previste dalla stessa direttiva n. 2003/109/CE e compromette gli obiettivi perseguiti da tale direttiva, privandola del suo effetto utile, soprattutto ove si consideri che anche l’importo più basso – € 80,00 – tra tutti quelli previsti supera, comunque, ben oltre le sette volte il costo richiesto nel nostro Paese per il rilascio della carta di identità ad un cittadino italiano;
c) qualora la Corte di Giustizia dell’Unione europea, come in questo caso, dichiari l’incompatibilità del diritto nazionale con i Trattati e la ‘legislazione eurounitaria’, il giudice interno – e, in particolar modo, il Consiglio di Stato quale giudice di ultima istanza ai sensi dell’art. 267, par. 3, TFUE – è tenuto a disapplicare o, meglio, a non applicare il diritto dello Stato giudicato dalla Corte contrastante con i Trattati e detta ‘legislazione’;
d) nel caso di specie, deve essere disapplicata, per effetto della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 2 settembre 2015, in C-309/14, la disposizione dell’art. comma 2-ter dell’art. 5 del d. lgs. n. 286 del 1998, nella misura in cui fissa gli importi dei contributi richiesti per tutti i permessi di soggiorno da un minimo di € 80,00 ad un massimo di € 200,00, in quanto costituenti nel loro complesso un ostacolo, per il loro importo eccessivamente elevato, ai diritti conferiti ai cittadini stranieri richiedenti i permessi UE di lungo soggiorno, con conseguente illegittimità del D.M. qui impugnato, nelle parti già annullate dal T.A.R. In ottemperanza della presente decisione e previa disapplicazione, nei limiti sopra esplicati, del comma 2-ter dell’art. 5 del d. lgs. n. 286 del 1998, alla luce di quanto stabilito dalla Corte di Giustizia, le Amministrazioni competenti ridetermineranno l’importo dei contributi, nell’esercizio della loro discrezionalità, in modo tale che la loro equilibrata e proporzionale riparametrazione non costituisca un ostacolo all’esercizio dei diritti riconosciuti dalla direttiva n. 2003/109/CE. In particolare, secondo l’effetto conformativo proprio del presente giudicato, esse ridetermineranno con apposito decreto i contributi ora per allora alla stregua del consolidato principio secondo il quale, quando vi è un giudicato amministrativo di annullamento di atti generali in tema di tariffe, di prezzi o di aliquote, l’Amministrazione ben può determinare ovvero applicare “ora per allora” il sopravvenuto provvedimento, che mira a colmare il ‘vuoto’ conseguente alla sentenza amministrativa che abbia annullato con effetti ex tunc un atto generale (v., ex plurimis, Cass., Sez. Un., 1° ottobre 1982, n. 5030; Cons. St., sez. V, 21 ottobre 1997, n. 1145 e, tra le più recenti, Cons. St., sez. III, 7 marzo 2016, n. 927). Competerà anche alle predette Amministrazioni, nel rinnovato esercizio della loro discrezionalità, stabilire, secondo i principî dettati dal diritto nazionale ed eurounitario e in sintonia con le competenti istituzioni europee (anche al fine di scongiurare ulteriori procedure di infrazione da parte della Commissione), an, quando e quomodo degli eventuali rimborsi agli interessati per le somme versate in eccedenza rispetto al dovuto. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Consiglio di Stato 26 ottobre 2016.




Inabilitazione - Revoca - Art. 429 c.c. - Applicazione della misura della amministrazione di sostegno - Ammissibilità - Fattispecie

Tenuto conto dei principi ispiratori della legge n. 6/2004, deve ritenersi consentita una interpretazione estensiva della norma di cui all’art. 429 c.p.c. nel senso che, nell’ipotesi in cui non sia venuta meno la causa dell’inabilitazione, può disporsi la revoca di tale misura e l’applicazione della amministrazione di sostegno ove quest’ultima appaia in concreto maggiormente adeguata alle esigenze di tutela della persona interessata. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 19 luglio 2016.




Rinvio pregiudiziale – Direttiva 2004/83/CE – Norme minime sulle condizioni per il riconoscimento dello status di rifugiato o di beneficiario della protezione sussidiaria – Norma procedurale nazionale che prevede, per proporre una domanda di protezione sussidiaria, un termine di quindici giorni lavorativi a decorrere dalla notifica del rigetto della domanda di asilo – Autonomia procedurale degli Stati membri – Principio di equivalenza – Principio di effettività – Regolare svolgimento del procedimento di esame della domanda di protezione sussidiaria – Regolare svolgimento della procedura di rimpatrio – Incompatibilità

Il principio di effettività deve essere interpretato nel senso che osta ad una norma procedurale nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, che assoggetta una domanda volta ad ottenere lo status di protezione sussidiaria ad un termine di decadenza di quindici giorni lavorativi a decorrere dalla notifica, da parte dell’autorità competente, della possibilità, per un richiedente asilo la cui domanda sia stata respinta, di presentare una siffatta domanda. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 20 ottobre 2016.




Stranieri – Permesso di soggiorno per coesione familiare – Insufficienza del reddito – Applicazione automatica di tale criterio – Erroneità

Al fine di valutare la sussistenza dei requisiti necessari per ottenere un permesso di soggiorno per motivi familiari, in conformità dei principi comunitari in materia, il criterio costituito dalla adeguatezza del reddito non può essere applicato automaticamente, dovendo al contrario essere utilizzato nel contesto di una valutazione complessiva delle peculiarità di ogni singolo caso (nel caso di specie costituito dalla esistenza in capo al richiedente di forti vincoli familiari nel territorio nazionale). (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 11 maggio 2015.




Rinvio pregiudiziale – Articolo 49 TFUE – Libertà di stabilimento – Giochi d’azzardo – Restrizioni – Motivi imperativi di interesse generale – Proporzionalità – Appalti pubblici – Requisiti di partecipazione ad una gara d’appalto e valutazione della capacità economica e finanziaria – Esclusione dell’offerente per mancata presentazione di attestazioni della sua capacità economica e finanziaria rilasciate da due istituti bancari distinti – Direttiva 2004/18/CE – Articolo 47 – Applicabilità

1) La direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi e, in particolare, il suo articolo 47 devono essere interpretati nel senso che una normativa nazionale che disciplina il rilascio di concessioni nel settore dei giochi d’azzardo, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, non rientra nel loro ambito di applicazione.
2) L’articolo 49 TFUE deve essere interpretato nel senso che esso non osta ad una disposizione nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, che impone agli operatori che intendono rispondere ad una gara diretta al rilascio di concessioni in materia di giochi e di scommesse l’obbligo di comprovare la propria capacità economica e finanziaria mediante dichiarazioni rilasciate da almeno due istituti bancari, senza ammettere la possibilità di dimostrare tale capacità anche in altro modo, sempreché la disposizione di cui trattasi sia conforme ai requisiti di proporzionalità stabiliti dalla giurisprudenza della Corte, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 08 settembre 2016.




Immigrazione - Stranieri - Annullamento di decreto di diniego di conversione del permesso di soggiorno per integrazione di minore in permesso di soggiorno per lavoro subordinato - Giurisdizione del giudice ordinario - Insussistenza

Il giudice ordinario difetta di giurisdizione in ordine alla domanda di annullamento del decreto del Questore di diniego di conversione del permesso di soggiorno per integrazione di minore in permesso di soggiorno per lavoro subordinato, essendo tale tipologia di controversia riservata alla cognizione del giudice amministrativo, atteso che il diniego o il mancato rinnovo del permesso di soggiorno - per motivi diversi da quelli familiari - costituiscono provvedimenti discrezionali e non vincolati, rispetto ai quali in capo allo straniero sussiste una posizione di interesse legittimo. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 18 ottobre 2016.




Rifiuto senza giustificato motivo di una proposta conciliativa da parte dell’amministratore di sostegno – Violazione del dovere di lealtà e probità – Sussiste – Condanna del rappresentante alla rifusione delle spese sensi dell’ar.t 94 c.p.c. – Ammissibilità

Il rifiuto senza giustificato motivo, da parte dell’amministratore di sostegno, di una proposta conciliativa vantaggiosa per il suo assistito integra la violazione del dovere di lealtà e probità di cui all’art. 88 c.p.c e giustifica quindi la condanna del rappresentante, in solido con la parte da lui assistita che sia soccombente in giudizio alla rifusione delle spese processuali in favore della parte vittoriosa, ai sensi dell’art. 94 c.p.c. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 14 giugno 2016.




Amministrazione di sostegno - Donazione di organi da parte del beneficiario ai sensi della legge n. 91/1999 - Autorizzazione del G.T. alla manifestazione del consenso al prelievo di organi da parte dell’amministratore di sostegno - Diniego - Fattispecie

Poiché la dichiarazione di volontà di disponibilità alla donazione ai sensi dell’art. 4, comma 3 della legge n. 91/1999 non è consentita, fra l’altro, “per i soggetti non aventi la capacità di agire”, l’amministratore di sostegno non può essere autorizzato a manifestare il consenso in rappresentanza esclusiva del beneficiario all’eventuale donazione di organi ove la misura protettiva sia stata adottata in considerazione della accertata incapacità di costui di provvedere autonomamente ai propri interessi. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 25 agosto 2016.




Disturbo bipolare di un coniuge – Separazione giudiziale – Può sussistere – Disturbo bipolare – Affidamento esclusivo – Buon compenso psichico – Percorso farmacologico e terapeutico – Escluso

La pronuncia della separazione personale dei coniugi può fondarsi anche sul disturbo bipolare di uno degli stessi, laddove tale patologia abbia dato origine a condotte che abbiano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza.

Il Disturbo Bipolare diagnosticato a carico di uno dei coniugi non è necessariamente da solo sufficiente a fondare un pronuncia di affidamento esclusivo del figlio minorenne (in tenera età) all’altro genitore, laddove, all’esito di una C.T.U. svolta in maniera particolarmente approfondita (comprensiva della introduzione di un percorso programmato di cura e della individuazione delle strutture più idonee alla prosecuzione dello stesso), risulti che il genitore affetto da tale patologia è in grado di raggiungere un buon compenso psichico a condizione che prosegua costantemente un articolato e ampio percorso programmato di cura composto da idonea terapia farmacologica (da personalizzare e da ricalibrare costantemente) associata ad uno specifico programma psicoterapeutico;

Qualora tale percorso sia attuato in maniera continuativa e dia esito positivo, gli incontri tra il genitore affetto da Disturbo Bipolare ed il figlio minorenne (medio tempore, ossia durante lo svolgimento del percorso programmato di cura, disposti in forma protetta presso apposite strutture pubbliche) potranno essere nuovamente regolamentati nella prospettiva di ripristinare incontri diretti, ossia senza l’intermediazione di terze figure professionali. (Fiorenza Chiara Villa) (riproduzione riservata)
Tribunale Massa 12 aprile 2016.




Minore nato all’estero – Successivo mutamento del cognome – Istanza al Tribunale per il cambio del cognome – Inammissibilità – Richiesta di trascrizione dell’atto che modifica il nome da rivolgere all’ufficiale di Stato Civile – Sussiste

Nel caso in cui il nome del minore nato all’estero – con atto trascritto anche in Italia – venga successivamente modificato nel Paese di residenza, i genitori possono chiedere l’adeguamento dell’atto di stato civile italiano rivolgendo istanza all’ufficiale competente e non anche ricorrere direttamente al giudice, che può intervenire solo in caso di rifiuto del cennato organo amministrativo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Lamezia Terme 19 maggio 2016.




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