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Sezione I - Giurisprudenza

documento 1092

 

 

 

 

Corte di Cassazione, Sez. I Civile ordinanza 23 ottobre 2006, n. 22709 – Pres. Lo savio, Rel. Di Amato.

Segnalazione del Prof. Avv. Bruno Inzitari

Dichiarazione di fallimento da parte di tribunale incompetente – Regolamento di competenza con cassazione della sentenza del tribunale incompetente e rinvio ad altro tribunale indicato come competente dalla Corte di Cassazione in seguito a regolamento di competenza – Conservazione degli effetti sostanziali della prima dichiarazione di fallimento – Contrasto di giurisprudenza – Rimessione alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

 

 

Questione decisa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza 18 dicembre 2007, n. 26619, consultabile su questa rivista.

 

 

Fatto e Diritto

1. La S.p.A. Cassa di Risparmio in Bologna proponeva opposizione allo stato passivo del fallimento della Casillo Grani S.n.c. di P. e C.A. e dei soci illimitatamente responsabili C.P., C.A. e A.L.G., lamentando che il proprio credito fosse stato ammesso soltanto con gli interessi maturati sino all'8 settembre 1994, data nella quale il fallimento era stato dichiarato dal Tribunale di Noia, e non anche con quelli maturati successivamente sino al 26 marzo 1996, data in cui il fallimento era stato dichiarato dal Tribunale di Foggia, indicato come competente dalla Corte di cassazione, con sentenza n. 831/1996, che aveva risolto il conflitto positivo virtuale di competenza sollevato dal secondo Tribunale. Il Tribunale di Foggia, con sentenza del 9 febbraio 2001, rigettava l'opposizione, affermando che le due dichiarazioni di fallimento dovevano ritenersi emesse nell'ambito di una unitaria procedura sia perché la sentenza dichiarativa dell'incompetenza non esauriva la procedura fallimentare, ma dava luogo alla continuazione della stessa innanzi al giudice indicato come competente, sia perché, anche quando la sentenza di fallimento sia dichiarata nulla, trova applicazione il principio espresso dalla L. Fall., art. 21, comma 1, secondo cui "so la sentenza di fallimento è revocata restano salvi gli effetti degli atti legalmente compiuti dagli organi del fallimento".

Avverso detta sentenza la S.p.A. Cassa di Risparmio di Bologna proponeva appello che la Corte di Bari accoglieva con sentenza del 10 febbraio 2003, osservando che: 1) nel caso della successiva dichiarazione dello stesso fallimento da parte di due tribunali e della risoluzione del conflitto con la dichiarazione di incompetenza di uno di essi non può trovare applicazione la disciplina in tema di consecuzione di procedure poiché la procedura è unica ed ha come unico punto di riferimento la sentenza del tribunale dichiarato competente, atteso che l'altra pronunzia viene espunta dal mondo del diritto senza che residui alcun potere giurisdizionale in ordine a tutte le questioni correlate alla pronunzia di fallimento; 2) tali considerazioni sono assorbenti rispetto agli impropri riferimenti alla natura ufficiosa della procedura fallimentare, dopo la declaratoria di incompetenza del tribunale che ha dichiarato per primo il fallimento, ed al principio dettato dalla L. Fall., art. 21, atteso che la sentenza cassata per incompetenza ò diversa da una sentenza revocata a seguito di accoglimento dell'opposizione, poiché solo la seconda ha operato e prodotto effetti dei quali la norma tiene conto; 3) il fatto che il riferimento esclusivo alla sentenza emessa dal tribunale competente determini conseguenze negative per i creditori, sia in relazione alla esperibilità dell'azione revocatoria sia in relazione alla necessità di una nuova verifica del passivo non consente de iure condito una diversa interpretazione della lettera della legge; 4) pertanto, in applicazione della L. Fall., art. 55, il corso degli interessi nella fattispecie deve arrestarsi alla data della sentenza di fallimento emessa dal Tribunale di Foggia.

Avverso detta sentenza il fallimento della S.n.c. Casillo Grani e dei suoi soci illimitatamente responsabili propone ricorso per cassazione affidato a due motivi. La Cassa di Risparmio in Bologna resiste con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memorie.

2. Con il primo motivo, il fallimento deduce la violazione della L. Fall., art. 55, nonché il vizio di motivazione assumendo che nel caso di successione tra fallimenti come nel caso di consecuzione di procedure, ricorre la stessa necessità di far decorrere determinati effetti dal momento in cui è stato accertato lo stato di insolvenza e ricorrono gli stessi presupposti rappresentati dall'identità del soggetto e della crisi, di tal che la pronunzia del secondo tribunale deve ritenersi come meramente ricognitiva del primo accertamento; inoltre, l'unitarietà della procedura determina con la seconda pronunzia di fallimento non il venir meno degli effetti della prima pronunzia, ma il consolidarsi degli effetti della pronunzia del tribunale che per primo ha accertato l'insolvenza. La Corte di appello aveva anche errato, secondo il ricorrente, nell'escludere l'operatività nelle procedure fallimentari della traslatio iudicii, conseguente alla pronunzia di incompetenza, essendo invece applicabile tale istituto con la sola particolarità che, in mancanza di riassunzione, il giudizio non si estingue se gli atti vengono di fatto trasmessi al giudice dichiarato competente.

Con il secondo motivo il fallimento deduce la violazione della L. Fall., art. 21, nonché il vizio di motivazione, lamentando che erroneamente la Corte territoriale aveva escluso la conservazione degli effetti degli atti legalmente compiuti dagli organi del fallimento dichiarato incompetente. A sostegno del proprio assunto il ricorrente assume la necessità di una interpretazione estensiva della L. Fall., art. 21, per assicurare la tutela dell'affidamento dei terzi che abbiano compiuto atti giuridici con gli organi di una procedura concorsuale.

3. La questione della decorrenza degli effetti del fallimento, nel caso in cui, risolto il conflitto positivo virtuale, di competenza con la declaratoria di incompetenza del tribunale che lo ha dichiarato, segua la dichiarazione di fallimento pronunciata dal tribunale indicato come competente, è già stata affrontata da questa Corte ed è stata risolta - con le decisioni 9 febbraio 2006, n. 2422 e n. 2423 nonché 5 luglio 2006, n. 15321 - nel senso che gli effetti decorrono dalla prima dichiarazione.

A fondamento di tale orientamento le prime due decisioni hanno affermato che la sentenza di fallimento emessa dal giudice incompetente non può essere ritenuta nulla, ma ne devono soltanto essere rimossi gli effetti processuali, con la conseguenza che il procedimento prosegue ai sensi dell'art. 50 c.p.c. davanti al tribunale competente. La soluzione è stata così argomentatata:

1) il regolamento d'ufficio del conflitto positivo di competenza in materia fallimentare è pacificamente ammesso da una giurisprudenza consolidata (a far tempo da Cass. 31 dicembre 1947 n. 1742), unitamente al regolamento facoltativo anche quando sia scaduto il termine ex art. 47 c.p.c. per la proposizione dell'istanza, e ciò per la necessità di realizzare l'inderogabile principio di unità della procedura fallimentare; 2) "dall'esistenza di un "diritto vivente" costituito dalla costante applicazione dell'art. 45 c.p.c. in ipotesi di conflitto positivo reale fra due tribunali che abbiano dichiarato il fallimento dello stesso imprenditore" discende "che, ogni qualvolta si ripropone il problema dell'applicabilità in materia fallimentare delle norme in tema di regolamento di competenza, la soluzione da adottare non può non tener conto di quello che si è indicato come "diritto vivente": una soluzione che recuperi nella loro integrità la portata delle norme processualcivilistiche in tanto può essere seguita in quanto non crei insanabili discrasie con quanto si è venuto affermando la materia fallimentare" (richiamo testuale di Cass. s.u. 17 maggio 1991, n. 5527, che su tale base ha affannato l'ammissibilità del regolamento d'ufficio di competenza anche in caso di conflitto positivo virtuale); 3) la cassazione senza rinvio della sentenza emessa dal giudice incompetente viene pronunziata, secondo il diritto vivente di onesta Corte, anche quando la sentenza sia divenuta cosa giudicata; ciò esclude che la sentenza possa ritenersi affetta da nullità, poiché questa sarebbe coperta dal giudicato; in realtà la cassazione colpisce la sentenza pronunciata dal giudice incompetente soltanto nelle disposizioni di carattere processuale e non anche in quelle di carattere sostanziale, allo scopo di garantire l'unitarietà della procedura concorsuale che, pertanto, "continua ai sensi dell'art. 50 c.p.c., dinanzi al giudice ritenuto competente, che, dichiarando il fallimento del medesimo imprenditore, non fa altro che confermare la statuizione sostanziale del primo giudice".

Un diverso percorso argomentativo viene seguito dalla terza delle decisioni citate, secondo la quale la regola della prosecuzione del giudizio innanzi al giudice riconosciuto competente, che ha un ruolo centrale nel regolamento di competenza, nella materia fallimentare deve tenere conto della peculiarità della sentenza dichiarativa di fallimento che, da un lato, chiude il procedimento iniziato a norma della L. Fall., art. 6 e, dall'altro, da inizio alla procedura fallimentare dettando i provvedimenti ad essa funzionali. Pertanto, la prosecuzione del processo regolato si riferisce anzitutto al procedimento di dichiarazione di fallimento, ma in secondo luogo anche alla esecuzione collettiva se anche il secondo giudice dichiara il fallimento. Ciò anche perché alcuni degli effetti della sentenza pronunciata dal giudice incompetente, come ad esempio la privazione per il fallito dell'amministrazione e della disponibilità dei beni (L. Fall., art. 42) non possono essere posti nel nulla con efficacia retroattiva dalla declaratoria di incompetenza; tale principio di effettività, che trova espressione nella L. Fall., art. 21, con riferimento alla revoca del fallimento, giustifica quindi, unitamente al principio dell'unità del processo regolato, la conclusione che la procedura concorsuale, già iniziata innanzi al giudice incompetente, prosegue davanti a quello competente che abbia successivamente accertato l'insolvenza.

4. Il Collegio non condivide gli argomenti sopra esposti, pur accettando l'osservazione, svolta nella citata decisione 15321/2006, secondo cui, poiché il diritto vivente in tema di regolamento di competenza nella materia fallimentare è prevalentemente una creazione giurisprudenziale, la doverosa salvaguardia del principio di unitarietà della procedura concorsuale può scontare una qualche disarmonia del sistema. Tale premessa, tuttavia, deve essere accompagnata dal rilievo che il principio di unitarietà segna anche il limite entro il quale è giustificato uno scostamento dai principi generali.

Ciò posto il collegio rileva anzitutto che manca un fondamento normativo per distinguere gli effetti della declaratoria di incompetenza a secondo che si tratti di statuizioni sostanziali o di statuizioni di carattere processuale contenute nella sentenza dichiarativa. Tale distinzione, inoltre, non si può basare semplicemente sull'assunto che il regolamento di competenza può proporsi anche avverso sentenza passata in cosa giudicata (la cui ammissibilità, peraltro, è stata affermata solo in relazione al conflitto positivo reale: v. tra le più recenti Casa. ord. 8 marzo 2002, n. 3461). E' sufficiente al riguardo osservare che, in, caso di conflitto positivo virtuale, il tribunale indicato come competente non è vincolato al precedente accertamento dallo stato di insolvenza di un imprenditore non piccolo a può escludere la sussistenza dei presupposti per la dichiarazione di fallimento. Se ciè è varo, e lo è certamente prima dalla modifiche alla disciplina dal fallimento introdotte dal D.Lgs. n. 5 del 2006 (sulle quali si tornerà più avanti), non si vede come sì possa affermare la persistente efficacia dell'accertamento dell'insolvenza nel caso in cui questa Corte, ritenuta l'incompetenza del giudice, cassi senza rinvio la sentenza di fallimento.

A ciò si aggiunga che nel nostro sistema, contrariamente a quanto prima previsto dal codice di commercio del 1882 (art. 704) e dalla successiva legge fallimentare del 1930 (L. 10 luglio 1930, n. 995, art. 9), non è prevista la determinazione in sede di dichiarazione di fallimento del giorno in cui ha avuto luogo la cessazione dei pagamenti, ma vige la determinazione legale di un periodo sospetto, calcolato a ritroso dalla data della dichiarazione di fallimento, che rende revocabili gli atti che in esso sono stati posti in essere. Inoltre, non operano, per l'assenza di una vera domanda, né la perpetuatici iurisdictionis quanto alla competenza né l'attuazione della legge come se ciò avvenisse al momento della istanza di fallimento. Da tali rilievi, uniti a quello della pacifica efficacia ex nunc, dalla dichiarazione di fallimento, discenda, ad avviso del Collegio, l'impossibilità di far decorrere gli effetti del fallimento da un momento anteriore a quello della sentenza che lo dichiara.

Neppure si può condividere, de iure condito, la tesi della citata decisione n. 15321/2006 che, partendo dall'esatto rilievo che la sentenza dichiarativa di fallimento, da un lato, chiude il procedimento L. Fall., ex art. 6 e, dall'altro, apre la procedura fallimentare, sostiene che innanzi al giudice competente proseguirebbe non solo il procedimento ma anche la procedura concorsuale. Tale affermazione appare illogica laddove ipotizza la contemporanea prosecuzione innanzi al giudice competente tanto della procedura concorsuale amianto del procedimento per la dichiarazione di fallimento la cui conclusione soltanto consente l'apertura della procedura concorsuale, in realtà, quest'ultima si chiude con la cassazione della sentenza di fallimento emessa dal giudice incompetente. Nessuna norma, infatti consente di ritenere che dopo la cassazione della dichiarazione di fallimento e prima della pronunzia del tribunale indicato come competente la prima sentenza continui ad avere effetto, in contrario non si può invocare un principio di effettività, fondato sul condivisibile rilievo che "gli effetti della (prima) sentenza di fallimento, una volta prodottisi, sono solo parzialmente reversibili"; questo rilievo può fondare una interpretazione estensiva dei principi dettati dalla L. Fall., art. 21 e, quindi la conservazione degli atti legalmente compiuti, ma certamente non giustifica l'ultrattività degli effetti, compreso lo spossessamento fallimentare (cui la menzionata decisione n. 15321/2006 collega il blocco degli interessi). Al Collegio sembra chiaro che, dopo la cassazione della sentenza emessa da giudice incompetente, cessano gli effetti della dichiarazione di fallimento e che nelle more della nuova eventuale dichiarazione, che può intervenire anche dopo diverso tempo, il debitore riacquista la disponibilità dei suoi beni. Il che conferma che innanzi al giudice dichiarato competente prosegue solo il procedimento per la dichiarazione di fallimento e non anche la procedura fallimentare irrimediabilmente chiusa.

Tale soluzione, come è evidente, non urta con il principio di unitarietà, la cui salvaguardia, come si è già detto, segna anche il limite entro il quale è giustificato, in tema di regolamento di competenza in materia fallimentare, uno scostamento dai principi generali. La chiusura della procedura aperta da giudice incompetente e la successiva apertura di una nuova procedura non violano il principio di unitarietà, ma comportano soltanto un ritardo nella dichiarazione di fallimento, in modo alla fine non dissimile da quello che si verifica quando il creditore si rivolga a tribunale che si dichiari incompetente.

Una conferma della esattezza di tale ricostruzione viene dall'esame delle novità introdotte in materia dal D.Lgs. n. 5 del 2006. La nuova disciplina, proprio facendosi carico dei problemi relativi al ritardo ed allo spreco di attività processuale in caso di dichiarazione di incompetenza del tribunale che ha dichiarato il fallimento, introduce il principio secondo cui la procedura apertasi a seguito di dichiarazione di fallimento pronunciata da giudice incompetente prosegue innanzi al giudice competente, ma accompagna tale principio con la previsione che il giudice competente non effettua una nuova valutazione della sussistenza dei presupposti del fallimento (art. 9 bis). In altre parole, contrariamente a quanto accade con l'attuale disciplina, il procedimento per la dichiarazione di fallimento non viene affatto riassunto davanti al giudice competente. Ciò in quanto, come si è detto, non è logicamente possibile, in relazione alla duplice funzione della dichiarazione di fallimento, che vengano riassunti contemporaneamente tanto il procedimento per la dichiarazione di fallimento quanto la procedura concorsuale che nella definizione del procedimento trova il suo presupposto. La nuova disciplina da, quindi, rispettando la logica, quel fondamento normativo alla prosecuzione della procedura, che manca nella soluzione che qui si critica e che viene cercato attraverso una forzatura dei principi che va oltre la necessità di realizzare il principio di unitarietà.

Il collegio, pur convinto della necessità di un ripensamento e consapevole del carattere meramente virtuale del contrasto di giurisprudenza, ritiene opportuna una pronunziarle sezioni unite di questa Corte e ciò sia per la rilevanza della questione, sia perché le pronunzie già emesse da questa Corte riguardano lo stesso fallimento presente oggi in giudizio, sia perché altre questioni relative allo stesso fallimento sono in attesa di essere decise.

P.Q.M.

Dispone la trasmissione degli atti al Primo Presidente per l'eventuale assegnazione alle sezioni unite.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 27 giugno 2006.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2006