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ISSN  2282-5894

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     Rivista trimestrale di Diritto della Rete e dell'Information Tecnology

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Recent cases


Chat pubbliche e private – Messaggi destinati ad un gruppo ristretto – Corrispondenza privata, chiusa e inviolabile

I messaggi che circolano attraverso le nuove "forme di comunicazione", ove inoltrati non ad una moltitudine indistinta di persone ma unicamente agli iscritti ad un determinato gruppo, come appunto nelle chat private o chiuse, devono essere considerati alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e inviolabile e tale caratteristica è logicamente incompatibile con i requisiti propri della condotta diffamatoria, ove anche intesa in senso lato, che presuppone la destinazione delle comunicazioni alla divulgazione nell'ambiente sociale

[Nel caso di specie, la conversazione tra gli iscritti al sindacato era da essi stessi intesa e voluta come privata e riservata, uno sfogo in un ambiente ad accesso limitato, con esclusione della possibilità che quanto detto in quella sede potesse essere veicolato all'esterno (tanto che ciò è avvenuto per mano di un anonimo), il che porta ad escludere qualsiasi intento o idonea modalità di diffusione denigratoria.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro 10 settembre 2018.




Proprietà intellettuale – Illecita divulgazione online di pubblicazioni oggetto di altrui diritto esclusivo di sfruttamento economico – Procedimento cautelare – Legittimazione passiva dell’internet service provider – Necessità di specifica segnalazione delle singole violazioni da parte del titolare del diritto

È compatibile con il divieto dell’obbligo generale di sorveglianza, proporzionata e allo stesso tempo efficace, una misura che ordini agli internet service provider di impedire l’accesso ai contenuti già accertati illeciti - perché relativi alla comunicazione al pubblico, senza autorizzazione dell’avente diritto, dei diritti esclusivi sulla proprietà intellettuale.
Tale ordine, per essere compatibile con il divieto di un obbligo generale di sorveglianza, deve però essere subordinato a una specifica segnalazione del titolare dei diritti, con indicazione specifica dei siti ove sono riscontrate le violazioni relative agli illeciti che sono già stati accertati dal giudice nelle loro modalità estrinseche. Solo successivamente alla specifica segnalazione della violazione agli ISP, questi, compiute le verifiche del caso, saranno tenuti ad adottare le misure tecniche, volta a volta necessarie a impedire la reiterazione degli illeciti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 18 giugno 2018.




Prova civile – E-mail – Non contestata quanto alla conformità ai fatti rappresentati – Valore probatorio – Affermazione

L’e-mail, seppur priva di firma, rientra tra le riproduzioni informatiche, ovvero fra le rappresentazioni meccaniche indicate, con elencazione non tassativa, dall’art.2712 c.c., e dunque forma piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale viene prodotta non ne disconosca la conformità ai fatti o alle cose medesime. [Nella fattispecie, la Corte ha confermato la sentenza d’appello che ha riconosciuto l’esistenza di un contratto di fornitura e del conseguente credito azionato in sede monitoria sulla base di uno scambio di mail tra i rappresentanti di due società, mail non contestate quanto alla loro provenienza e testuale contenuto.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI 14 maggio 2018.




Violenza sessuale – Tentativo – Mediante SMS diretti ad un minore per costringerlo ad atti sessuali – In caso di rifiuto del minore all’incontro – Sussiste

È configurabile il tentativo del delitto di violenza sessuale quando, pur in mancanza del contatto fisico tra imputato e persona offesa, la condotta tenuta dal primo denoti il requisito soggettivo dell’intenzione di raggiungere l’appagamento dei propri istinti sessuali e quello oggettivo dell’idoneità a violare la libertà di autodeterminazione della vittima nella sfera sessuale. [Nella fattispecie, la Corte confermava la sussistenza della tentata violenza sessuale commessa con l’invio ad un minore di SMS dal chiaro contenuto minaccioso ed intimidatorio, diretti a costringere il destinatario a compiere o subire un atto sessuale contro la propria volontà, e risultati infruttuosi solo per il rifiuto all’incontro sessuale da parte del minore.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 07 maggio 2018.




Stampa - Diritto di Cronaca - Diritto all'oblio - Compressione a favore del diritto di cronaca - Criteri

In tema di riservatezza, dal quadro normativo e giurisprudenziale nazionale ed europeo (artt. 8 e 10, comma 2, CEDU e 7 e 8 della c.d. "Carta di Nizza"), si ricava che il diritto all'oblio può subire una compressione, a favore dell'ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza dei seguenti presupposti: 1) contributo arrecato dalla diffusione dell'immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; 2) interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell'immagine o della notizia; 3) elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese; 4) modalità impiegate per ottenere e dare l'informazione, che deve essere veritiera, diffusa in modo non eccedente lo scopo informativo, nell'interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali; 5) la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell'immagine a distanza di tempo, in modo da consentire il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 20 marzo 2018.




Regolamento (CE) n. 44/2001 – Articoli 15 e 16 – Competenza giurisdizionale in materia di contratti conclusi da consumatori – Nozione di «consumatore» – Cessione tra consumatori di diritti da far valere nei confronti del medesimo professionista

1) L’articolo 15 del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, deve essere interpretato nel senso che un utilizzatore di un account Facebook privato non perde la qualità di «consumatore», ai sensi di tale articolo, allorché pubblica libri, tiene conferenze, gestisce siti Internet, raccoglie donazioni e si fa cedere i diritti da numerosi consumatori al fine di far valere in giudizio tali diritti.

2) L’articolo 16, paragrafo 1, del regolamento n. 44/2001 deve essere interpretato nel senso che esso non si applica all’azione di un consumatore diretta a far valere, dinanzi al giudice del luogo in cui questi è domiciliato, non soltanto diritti propri ma anche diritti ceduti da altri consumatori domiciliati nello stesso Stato membro, in altri Stati membri oppure in Stati terzi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 25 gennaio 2018.




Rinvio pregiudiziale – Articolo 56 TFUE – Articolo 58, paragrafo 1, TFUE – Servizi nel settore dei trasporti – Direttiva 2006/123/CE – Servizi nel mercato interno – Direttiva 2000/31/CE – Direttiva 98/34/CE – Servizi della società dell’informazione – Servizio d’intermediazione che consente, mediante un’applicazione per smartphone, di mettere in contatto dietro retribuzione conducenti non professionisti che utilizzano il proprio veicolo con persone che intendono effettuare spostamenti in aerea urbana – Requisito di un’autorizzazione

L’articolo 56 TFUE, in combinato disposto con l’articolo 58, paragrafo 1, TFUE, nonché l’articolo 2, paragrafo 2, lettera d), della direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006, relativa ai servizi nel mercato interno, e l’articolo 1, punto 2, della direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, che prevede una procedura d’informazione nel settore delle norme e delle regolamentazioni tecniche e delle regole relative ai servizi della società dell’informazione, come modificata dalla direttiva 98/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 luglio 1998, cui rinvia l’articolo 2, lettera a), della direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno («Direttiva sul commercio elettronico»), devono essere interpretati nel senso che un servizio d’intermediazione, come quello di cui al procedimento principale, avente ad oggetto la messa in contatto mediante un’applicazione per smartphone, dietro retribuzione, di conducenti non professionisti, che utilizzano il proprio veicolo, con persone che desiderano effettuare uno spostamento nell’area urbana, deve essere considerato indissolubilmente legato a un servizio di trasporto e rientrante, pertanto, nella qualificazione di «servizi nel settore dei trasporti», ai sensi dell’articolo 58, paragrafo 1, TFUE. Un servizio siffatto deve, di conseguenza, essere escluso dall’ambito di applicazione dell’articolo 56 TFUE, della direttiva 2006/123 e della direttiva 2000/31. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 20 dicembre 2017.




Notificazione a mezzo PEC - Omessa notificazione imputabile al destinatario - Mancata verifica dell'efficienza degli strumenti previsti dal d.m. 44/2011 - Notifica mediante deposito in cancelleria

Deve ritenersi regolarmente perfezionata la comunicazione o la notificazione mediante deposito in cancelleria, ai sensi dell’art. 16, comma 6, d.l. n. 179 del 2012, nel caso in cui la mancata consegna del messaggio di PEC sia imputabile al destinatario, ciò che si verifica quando il destinatario medesimo, venendo meno agli obblighi previsti dall’art. 20 d.m. n. 44 del 2011, non si doti dei necessari strumenti informatici ovvero non ne verifichi l’efficienza. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 01 dicembre 2017.




Responsabilità genitoriale – Inserimento di foto di figli minori sui social network nonostante l’opposizione di un genitore – Illiceità

L’inserimento di foto dei figli minori sui social network avvenuto con l’opposizione di uno dei genitori integra violazione della norma di cui all’art. 10 c.c. (concernente la tutela dell’immagine), del combinato disposto degli artt. 4,7,8 e 145 del d. lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (riguardanti la tutela della riservatezza dei dati personali) nonché degli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York del 20-11-1989 ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 991 n. 176, sicché va vietata la pubblicazione di tali immagini e disposta la rimozione di quelle già inserite. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 19 luglio 2017.




Perquisizione e sequestro penale - Sistema informatico o telematico - Misure tecniche e procedure idonee a garantire la conservazione dei dati informatici originali e la conformità ed immodificabilità delle copie estratte

Gli art. 247, comma 1 bis, e 260, comma 2, cod. proc. pen., in tema di perquisizione - e di sequestro - di sistema informatico o telematico si limitano a richiedere l'adozione di misure tecniche e di procedure idonee a garantire la conservazione dei dati informatici originali e la conformità ed immodificabilità delle copie estratte per evitare il rischio di alterazioni, senza imporre misure e procedure tipizzate, né sui modi e neanche dove e quando, e quindi devono ritenersi misure idonee quelle individuate dall'Autorità giudiziaria procedente al momento dell'analisi dei dati da parte dei tecnici incaricati per l'estrazione dei dati, e non anche al momento del sequestro, nel luogo del sequestro. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 03 luglio 2017.




Personalità (diritti della) – Riservatezza – Provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali – Mancata opposizione ex artt. 151 e 152 del d.lgs. n. 196/2003 – Successivo giudizio risarcitorio per lesione del diritto alla riservatezza ed alla protezione dei dati personali – Efficacia di giudicato del detto provvedimento – Esclusione – Fondamento

Il provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali, che abbia accertato l’illegittimità della raccolta e della diffusione di determinati dati personali e che non sia stato opposto ai sensi degli artt. 151 e 152 del d.lgs. n. 196 del 2003 (cd. “codice della privacy”), mai può acquistare un'efficacia (equiparabile a quella) di cosa giudicata nel separato giudizio che l’interessato abbia successivamente instaurato, dinanzi all’autorità giudiziaria ordinaria, per ottenere il risarcimento dei danni asseritamente provocatigli dalla lesione del diritto alla riservatezza ed alla protezione di quei dati, atteso che la natura amministrativa dell’organo e del relativo procedimento non pone il Garante in una posizione di terzietà assimilabile a quella assicurata dal giudice nel processo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III 25 maggio 2017.




Rinvio pregiudiziale – Proprietà intellettuale e industriale – Direttiva 2001/29/CE – Armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi – Articolo 3, paragrafo 1 – Comunicazione al pubblico – Nozione – Vendita di un lettore multimediale – Estensioni (“add-ons”) – Pubblicazione di opere senza l’autorizzazione del titolare – Accesso a siti web di streaming – Articolo 5, paragrafi 1 e 5 – Diritto di riproduzione – Eccezioni e limitazioni – Utilizzo legittimo

La nozione di «comunicazione al pubblico», ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, deve essere interpretata nel senso che essa ricomprende la vendita di un lettore multimediale, come quello di cui al procedimento principale, nel quale sono state preinstallate estensioni, disponibili su Internet, contenenti collegamenti ipertestuali a siti web liberamente accessibili al pubblico sui quali sono state messe a disposizione del pubblico opere tutelate dal diritto d’autore senza l’autorizzazione dei titolari di tale diritto.
Le disposizioni dell’articolo 5, paragrafi 1 e 5, della direttiva 2001/29 devono essere interpretate nel senso che atti di riproduzione temporanea, su un lettore multimediale come quello di cui al procedimento principale, di un’opera tutelata dal diritto d’autore ottenuta via streaming su un sito web appartenente a un terzo che offre tale opera senza l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore non soddisfano i requisiti indicati nelle menzionate disposizioni.
Corte Giustizia UE 26 aprile 2017.




Ordinamento giudiziario – Disciplina della magistratura – Procedimento disciplinare – In genere – Espressioni sconvenienti, “in incertam personam”, rese in un forum di discussione su blog internet – Illecito ex art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006 – Inconfigurabilità – Ragioni

In tema di responsabilità disciplinare del magistrato, le espressioni sconvenienti rivolte “in incertam pesonam”, in occasione di un intervento ad un forum di discussione su un blog internet attinente ai temi della giustizia, non integrano l’illecito di cui all’art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006, il quale postula che la condotta disciplinarmente rilevante sia posta in essere nell’esercizio delle funzioni, atteso che la manifestazione del pensiero di un magistrato costituisce espressione di una libertà costituzionale che rimane tale, e non diventa esercizio di funzione giurisdizionale, anche allorquando abbia ad oggetto opinioni relative a temi inerenti l’organizzazione di un ufficio giudiziario ed il suo funzionamento, e sempre che non si espliciti attraverso riferimenti individualizzati (nel qual caso, ricorrendo la natura ingiuriosa delle espressioni utilizzate, potrebbe configurarsi il delitto di cui all’art. 595 c.p.c. e l’illecito di cui all’art. 4, lettera d), del d.lgs. n. 109 del 2006). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili 17 marzo 2017.




Internet provider – Responsabilità per la funzione “auto complete” – Presupposti

Perché possa ravvisarsi una responsabilità dell’internet provider è necessario che lo stesso sia reso edotto dal singolo utente del contenuto ritenuto lesivo dell’associazione compiuta attraverso il servizio autocomplete, qualora all’esito della query le generalità dell’utente siano associate con termini ritenuti offensivi. E’, infatti, chiaro che seppure responsabile della individuazione dell’algoritmo che associa i dati, l’internet provider non provvede ad inserire il dato, e non potrebbe essere ritenuto compatibile con i principi della responsabilità aquiliana ricondurre una sua responsabilità al mero verificarsi dell’evento, poiché così argomentando sussisterebbe una responsabilità oggettiva. L’internet provider non sarebbe, infatti, in grado di verificare preventivamente i contenuti delle interrogazioni formulate da tutti gli utenti della rete, e delle conseguenti associazioni compiute dal servizio di autocomplete. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 13 marzo 2017.




Rinvio pregiudiziale – Dati personali – Tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento di tali dati – Direttiva 95/46/CE – Articolo 6, paragrafo 1, lettera e) – Dati soggetti a pubblicità nel registro delle imprese – Prima direttiva 68/151/CEE – Articolo 3 – Scioglimento della società interessata – Limitazione dell’accesso dei terzi a tali dati

L’articolo 6, paragrafo 1, lettera e), l’articolo 12, lettera b), e l’articolo 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, in combinato disposto con l’articolo 3 della prima direttiva 68/151/CEE del Consiglio, del 9 marzo 1968, intesa a coordinare, per renderle equivalenti, le garanzie che sono richieste, negli Stati membri, alle società a mente dell’articolo 58, secondo comma, del Trattato per proteggere gli interessi dei soci e dei terzi, come modificata dalla direttiva 2003/58/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 luglio 2003, devono essere interpretati nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, spetta agli Stati membri determinare se le persone fisiche di cui all’articolo 2, paragrafo 1, lettere d) e j), della direttiva da ultimo citata possano chiedere all’autorità incaricata della tenuta, rispettivamente, del registro centrale, del registro di commercio o del registro delle imprese di verificare, in base ad una valutazione da compiersi caso per caso, se sia eccezionalmente giustificato, per ragioni preminenti e legittime connesse alla loro situazione particolare, decorso un periodo di tempo sufficientemente lungo dopo lo scioglimento della società interessata, limitare l’accesso ai dati personali che le riguardano, iscritti in detto registro, ai terzi che dimostrino un interesse specifico alla loro consultazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 09 marzo 2017.




Azioni per la tutela dei diritti di privativa – Competenza

In materia di azioni per la tutela dei diritti di privativa, nel caso in cui la condotta lesiva consista nella pubblicizzazione di un prodotto su un sito web, il luogo ove “i fatti sono stati commessi” va individuato in quello di stabilimento dell’inserzionista, trattandosi del luogo in cui è stato deciso ed avviato il processo tecnico finalizzato alla visualizzazione dell’annuncio commerciale; in alternativa, è competente il Tribunale del luogo in cui ha sede la società che gestisce il sito web. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI 01 marzo 2017.




Concorrenza – Servizio di trasporto offerto tramite applicazione software – Carattere di trasporto non di linea – Sussiste – Analogia col servizio radio-taxi – Sussiste – Gestione del servizio in violazione delle norme di regolamentazione – Concorrenza sleale con gli esercenti il servizio taxi e radio-taxi – Sussiste

Il servizio offerto tramite una piattaforma informatica che, attraverso un sistema di geo-localizzazione, mette in collegamento coloro che chiedono e offrono servizi di trasporto privato in cambio di corrispettivo (pagato dal trasportato al gestore della piattaforma, che poi la versa al guidatore trattenendo una percentuale quale corrispettivo per i servizi resi disponibili con l’applicazione informatica) rientra nella nozione di “trasporto pubblico non di linea” e funziona sostanzialmente come il tradizionale servizio di radio taxi, ancorché realizzato con modalità più evolute.
Gli strumenti, la clientela e i territori di svolgimento delle rispettive attività sono del tutto analoghi.
Se i conducenti gestiti e organizzati dal gestore della piattaforma non osservano le norme di fonte primaria e secondaria che regolano il trasporto di persone non di linea, poste a garanzia dei cittadini e della loro sicurezza circa i requisiti, le verifiche, i presupposti e l modalità del servizio taxi, l’attività è esercitata in concreto in concorrenza non leale con gli operatori taxi e le cooperative e i consorzi che li riuniscono, attesi l’affrancamento dai costi e dai controlli imposti dalla normativa e la possibilità di applicare tariffe diverse da quelle imposte dalla legge e di variarle a seconda della convenienza del momento.
Quando il mercato ha regole eterodeterminate che impongono limiti a’attività d’impresa, il mancato rispetto di tali regole da parte di alcuni operatori integra una condotta contraria alla legge; ove poi il mancato rispetto di dette regole determini una posizione di vantaggio sul mercato con correlativo pregiudizio dei concorrenti, tale comportamento incide sulla dinamica concorrenziale e diviene quindi anche concorrenzialmente illegittimo.
I conducenti devono ritenersi tutti compartecipi del comportamento di concorrenza sleale, ma anche l gestore della piattaforma informatica, che si comporta né più né meno come una qualsiasi entità di radio-taxi, viola i principi della correttezza tra imprenditori, in misura anche maggiore di quanto possa dirsi per i singoli conducenti abusivi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 22 febbraio 2017.




Pubblicazione sul sito web di un quotidiano di articolo contenente notizie potenzialmente lesive della reputazione di società commerciale - Difetto di attualità della notizia - Diritto all’oblio - Sussistenza - Fattispecie

La tutela del diritto alla reputazione va contemperata con il diritto di e alla informazione nonché con il diritto di cronaca e il soggetto interessato ha diritto a che l'informazione che lo riguarda risponda ai criteri di proporzionalità, necessità, pertinenza allo scopo, esattezza e coerenza con la sua attuale ed effettiva identità (c.d. principi di proporzionalità, pertinenza e non eccedenza).

Sussiste il diritto c.d. all’oblio e cioè a che non vengano ulteriormente divulgate informazioni (potenzialmente) lesive della reputazione (nel caso si specie commerciale) in quanto divenute prive di interesse rispetto alla collettività, sia pure locale, stante il lasso di tempo intercorso dall'accadimento del fatto che ne costituisce l'oggetto sicché il relativo trattamento viene a risultare non più giustificato (nel caso di specie erano decorsi oltre tre anni fra la richiesta di cancellazione dell’articolo giornalistico dal sito web del quotidiano e il fatto in esso riferito). (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova 28 ottobre 2016.




Rinvio pregiudiziale – Trattamento dei dati personali – Direttiva 95/46/CE – Articolo 2, lettera a) – Articolo 7, lettera f) – Nozione di “dati personali” – Indirizzi di protocollo Internet – Conservazione da parte di un fornitore di servizi di media online – Normativa nazionale che non consente di prendere in considerazione l’interesse legittimo perseguito dal responsabile del trattamento

L’articolo 2, lettera a), della direttiva 95/46 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, dev’essere interpretato nel senso che un indirizzo di protocollo Internet dinamico registrato da un fornitore di
servizi di media online in occasione della consultazione, da parte di una persona, di un sito Internet che tale fornitore rende accessibile al pubblico costituisce, nei confronti di tale fornitore, un dato personale ai sensi di detta disposizione, qualora detto fornitore disponga di mezzi giuridici che gli consentano di far identificare la persona interessata grazie alle informazioni aggiuntive di cui il fornitore di accesso a Internet di detta persona dispone.

L’articolo 7, lettera f), della direttiva 95/46 dev’essere interpretato nel senso che osta a una normativa di uno Stato membro ai sensi della quale un fornitore di servizi di media online può raccogliere e impiegare dati personali di un utente di tali servizi, in mancanza del suo consenso, solo nella misura in cui detta raccolta e detto impiego siano necessari per consentire e fatturare l’effettiva fruizione dei suddetti servizi da parte dell’utente in questione, senza che l’obiettivo di assicurare il funzionamento generale dei medesimi servizi possa giustificare l’impiego di tali dati dopo una sessione di consultazione degli stessi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 19 ottobre 2016.




Rinvio pregiudiziale – Tutela dei consumatori – Pratiche commerciali sleali – Direttiva 2005/29/CE – Articoli 5 e 7 – Offerta congiunta – Vendita di un computer provvisto di programmi informatici preinstallati – Informazione rilevante relativa al prezzo – Omissione ingannevole – Impossibilità per il consumatore di ottenere lo stesso modello di computer sprovvisto di programmi informatici

1) Una pratica commerciale consistente nella vendita di un computer provvisto di programmi informatici preinstallati senza che vi sia la possibilità per il consumatore di ottenere lo stesso modello di computer sprovvisto di programmi informatici preinstallati non costituisce, in quanto tale, una pratica commerciale sleale ai sensi dell’articolo 5, paragrafo 2, della direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio («direttiva sulle pratiche commerciali sleali»), salvo il caso in cui una pratica di questo tipo sia contraria alle norme di diligenza professionale e alteri o sia idonea ad alterare in misura rilevante il comportamento economico del consumatore medio in relazione al prodotto, ipotesi che spetta al giudice nazionale verificare, tenendo in considerazione le circostanze specifiche del procedimento principale.
2) Nell’ambito di un’offerta congiunta consistente nella vendita di un computer provvisto di programmi informatici preinstallati, la mancata indicazione del prezzo di ciascuno dei programmi informatici preinstallati non costituisce una pratica commerciale ingannevole ai sensi dell’articolo 5, paragrafo 4, lettera a), e dell’articolo 7 della direttiva 2005/29. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 07 settembre 2016.




Opposizione avverso ordinanza ingiunzione emessa dal Garante per la privacy - Utilizzazione di sistemi GPS di localizzazione di veicoli non continuativa - Non necessità dell’obbligo di preventiva notifica del trattamento dei dati al Garante

L’utilizzazione di un sistema di localizzazione GPS apposto su veicoli e non idoneo, per specifiche caratteristiche tecniche, ad identificare con certezza ed automaticamente l’utilizzatore del veicolo, non è soggetto all’obbligo di preventiva notifica del relativo trattamento al Garante per la privacy. (Luca Caputo) (riproduzione riservata) Tribunale Santa Maria Capua Vetere 23 maggio 2016.




Contratto – Recesso ad nutum – Arbitrarietà – Contrarietà alla buona fede – Abuso del diritto – Responsabilità contrattuale del recedente – Sussiste

È vero che nei contratti a tempo indeterminato il recesso è consentito, ma ciò non è determinante per escludere l’illiceità della condotta quando il recesso non sia conforme a buona fede, per le modalità con cui sia posto in essere. Giacché la buona fede deve presiedere ogni fase del contratto, accompagnandolo nel suo intero svolgimento, dalla formazione all’esecuzione allo scioglimento.
La buona fede è espressione del dovere di solidarietà fondato sull’art.2 Cost., che impone a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio di agire nell’ottica di un bilanciamento degli interessi vicendevoli, a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali o di norme specifiche. La sua violazione, pertanto, costituisce di per sé inadempimento e può comportare l’obbligo di risarcire il danno che ne sia derivato.
[Nella fattispecie, la parte aveva esercitato il recesso ad nutum senza alcuna specifica contestazione, senza preavviso né giustificazione, trattenendo illecitamente una rilevante somma dal corrispettivo spettante alla controparte, cui di fatto aveva impedito di continuare ad operare: tale condotta è stata qualificata dal Tribunale come abuso del diritto e come abuso di dipendenza economica ai sensi dell’art.9 L.192/1998, anch’esso ritenuto un’estrinsecazione della clausola di buona fede, essendosi determinato un rilevante squilibrio di diritti e obblighi tra le parti contraenti.] (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 05 maggio 2016.




Inserzioni pubblicitarie su internet – Servizio ADWords – Utilizzo, come parola chiave, del marchio altrui – Contraffazione del marchio – Sussiste – Concorrenza sleale – Sussiste

La funzione principale del marchio, nell’ambito del commercio elettronico, consiste in particolare nel consentire agli utenti di internet che scorrono gli annunci visualizzati, risultanti da una ricerca avente ad oggetto un determinato marchio, di distinguere i prodotti o i servizi del titolare di tale marchio a quelli di diversa provenienza.
L’indebita associazione di messaggi pubblicitari al segno distintivo altrui viola l’essenziale funzione d’origine del marchio, arrecando pregiudizio al suo titolare.
Il link promozionale e il messaggio commerciale che riproducono le medesime parole chiave, con riguardo ai medesimi servizi, adombrando collegamenti con la società titolare del segno, e quindi inducendo in errore l’utente sulla provenienza dei servizi, pregiudicano la funzione essenziale del marchio di indicatore della provenienza dei servizi medesimi.
L’uso degli strumenti di comunicazione elettronica è in tal caso effettuato in modo non conforme ai principi della correttezza professionale, con la volontà di agganciarsi parassitariamente al segno altrui, e con il fine di trarre in errore gli utenti di internet sull’origine dei servizi.
[Nella fattispecie, il convenuto aveva utilizzato, come parola chiave per indirizzare le ricerche degli utenti ai propri siti aziendali, il marchio di una ditta concorrente]. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 22 aprile 2016.




Tutela del diritto d’autore – Applicazioni per piattaforma di social network – Sviluppo di programma concorrenziale basato sull’analisi dell’applicazione altrui – Violazione del diritto d’autore – Sussiste – Concorrenza sleale – Sussiste

Le banche dati, unitamente ai programmi per elaboratori, sono tutelate in quanto opere di carattere creativo quando, mediante la scelta o la disposizione dei dati in esse contenuti, l’autore esprima la sua capacità creativa con originalità, effettuando scelte libere e creative imprimendo il suo “tocco personale”.
La trasformazione o modificazione del’opera, che devono essere autorizzate dall’autore, possono essere realizzate anche senza avere a disposizione il codice sorgente della prima applicazione, ma attraverso operazioni di analisi del funzionamento del programma, per comprendere e determinare idee e principi che stanno alla base.
Tale attività di analisi, eseguita da un soggetto che non è l’autore, è lecita per rendere fruibile il programma agli utenti o per conseguire l’interoperabilità con altri programmi, mentre non è mai ammessa per scopi commerciali.
[Nella fattispecie, la convenuta aveva invitato gli sviluppatori ad iscriversi al suo sito, fornendo loro gli strumenti per lo sviluppo di applicazioni originali che potessero essere utilizzate dai suoi utenti, per poi elaborare il programma dell’attrice sviluppando un’applicazione simile in concorrenza con la prima, così appropriandosi parassitariamente degli investimenti altrui.] (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 10 marzo 2016.




Contratti atipici – Contratto di escrow – Contratto di source code escrow – Nozione

Il contratto di escrow, figura negoziale caratterizzata da una funzione di custodia e garanzia, nonché da una struttura trilaterale, si definisce come un contratto accessorio, che postula essenzialmente l’intervento di un terzo, fiduciario delle parti di un contratto principale, presso cui una cosa, in genere il prezzo dei titoli ceduti o della merce fornita, viene depositata in garanzia dell’adempimento di una obbligazione o della restituzione a chi spetta all’avveramento di una condizione.

Nel contratto di source code escrow, si ha il deposito presso un terzo di una copia del codice sorgente di un programma prodotto da una parte (licenziante) e concesso in utilizzo a un’altra (licenziatario): posto che a chi acquista la licenza è trasmessa una copia del solo programma eseguibile, che non consente di modificarne la struttura e il funzionamento, le parti possono pattuire che nel caso in cui il produttore non sia più in grado di garantire manutenzione e assistenza, il cliente possa ottenere dal terzo la consegna di una copia del codice sorgente. (Antonio Angioi) (riproduzione riservata)
Tribunale Oristano 09 marzo 2016.




Marchi d’impresa - Annuncio pubblicato su un sito Internet che contiene un segno identico o simile ad altro marchio - Pubblicazione di tale annuncio non eseguita o commissionata dal terzo - Richiesta di cancellazione gestore del sito internet - Divieto - Esclusione

L’articolo 5, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2008/95/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2008, sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di marchi d’impresa, deve essere interpretato nel senso che un terzo, indicato in un annuncio pubblicato su un sito Internet che contiene un segno identico o simile a un marchio tale da dare l’impressione che sussista un rapporto commerciale tra quest’ultimo e il titolare del marchio, non fa un uso di tale segno che può essere vietato da detto titolare in forza della citata disposizione qualora la pubblicazione di tale annuncio non sia stata eseguita o commissionata da tale terzo, o anche nel caso in cui la pubblicazione dell’annuncio sia stata eseguita o commissionata da tale terzo con il consenso del titolare, qualora detto terzo abbia espressamente preteso dal gestore di tale sito Internet, al quale aveva commissionato l’annuncio, di cancellare quest’ultimo o la dicitura del marchio che vi figura. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 03 marzo 2016.




Art. 132, commi 2 e 3, del d.lgs. n. 196 del 2003 - Testo risultante dal d.l. n. 144 del 2005 - Utilizzo di dati del traffico telefonico, ed accesso agli stessi, oltre il termine di ventiquattro mesi - Limiti

Ai sensi dell’art. 132, commi 2 e 3, del d.lgs. n. 196 del 2003 - nel testo, utilizzabile “ratione temporis”, risultante dalle modifiche apportategli dal d.l. n. 144 del 2005, conv., con modif. dalla l. n. 155 del 2005 - trascorso il primo termine di ventiquattro mesi, è precluso l’utilizzo dei dati del traffico telefonico, nonché l’accesso agli stessi, da parte dei privati, per finalità di repressione dei reati diversi da quelli di cui all’art. 407, comma 2, lett. a), c.p.p.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I 28 gennaio 2016.




Contraffazione marchio mediante vendite online - Competenza territoriale ex art. 120 comma 6° c.p.i. - Giudice del luogo che presenta un effettivo collegamento con la controversia

Contraffazione marchio mediante vendite online - Competenza territoriale ex art. 120 comma 6° c.p.i. - Competenza del giudice del luogo in cui è stato realizzato il sito e in cui avviene l’inserimento dei dati di vendita - Sussistenza


La regola di competenza speciale prevista dall’art. 120 c.p.i. (in deroga al principio della competenza dei giudici del domicilio del convenuto) trova il suo fondamento nell'esistenza di un collegamento particolarmente stretto tra una data controversia e il luogo individuato da tale regola.
Ora, il “luogo in cui i fatti sono stati commessi” – di cui al citato art. 120 c.p.i. – può essere individuato tanto in quello in cui è stata posta in essere la condotta, quanto in quello in cui si sono prodotti gli effetti pregiudizievoli della condotta stessa.
Quando ci si riferisce al luogo in cui si è verificato l’evento dannoso, questo luogo può coincidere con quello in cui il danneggiato ha la propria sede; o può essere individuato in uno specifico ambito territoriale di riferimento dei prodotti contraffatti. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)

Nel caso in cui l’attività di contraffazione sia posta in essere tramite un sito web, qualora l’illecito consista in caratteristiche per così dire strutturali del sito web, realizzato con grafica, colori e altri elementi che violano i diritti di privativa, il criterio di “prossimità alla controversia”, che giustifica l’applicazione della competenza speciale, non può che essere quello del luogo in cui, presuntivamente, è stata posta in essere l’attività di realizzazione del sito (cioè l’inserimento dati). Analogamente, quando l’illecito consista nella messa in vendita, tramite il sito, di prodotti contraffatti, le medesime ragioni inducono a individuare il luogo in cui “i fatti sono stati commessi” in quello in cui avviene l’inserimento sul sito delle offerte di vendita.
Per una corretta interpretazione dell’art. 120 c.p.i., secondo una duplice linea esegetica: in primo luogo, nel senso che tale norma deroga alle regole generali della competenza per consentire il radicamento della causa nel luogo ove essa abbia un effettivo legame; in secondo luogo, nel senso che la norma – al pari di tutte quelle in materia di competenza – deve essere interpretata con l’obiettivo di dare certezza e prevedibilità alla regola, deve escludersi che l’art. 120 c.p.i. possa essere interpretato nel senso di consentire l’instaurazione presso qualsiasi foro nazionale delle controversie relative ad atti di contraffazione posti in essere tramite siti internet. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 19 gennaio 2016.




Posta elettronica - Titolarità dell'account - Rapporto contrattuale con il fornitore del servizio - Potere di fatto sulla cosa che giustifica l'azione possessoria - Esclusione

L'utilizzo di un'account di posta elettronica da parte del suo titolare trova titolo nel rapporto contrattuale con il fornitore del servizio e non si esplica in quel potere di fatto sulla cosa di cui all'articolo 1140 c.c. che giustifica la proposizione dell'azione possessoria di cui all'articolo 1168 c.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 29 dicembre 2015.




Diritto all'oblio - Diritto alla cancellazione dei link riportati dai motori di ricerca - Fatti di cronaca ancora attuali - Esclusione

Tutela della riservatezza e della reputazione - Cancellazione delle notizie riportate dai motori di ricerca - Casching provider - Legittimazione passiva dei siti che hanno pubblicato la notizia


Il trascorrere del tempo si configura quale elemento costitutivo del diritto all'oblio, il quale non può essere riconosciuto allo scopo di ottenere la cancellazione delle notizie riguardanti la persona reperibili tramite i motori di ricerca, qualora le stesse non risultino oramai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati ed i relativi fatti possano considerarsi ancora attuali. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Colui che si dolga della falsità delle notizie riportate da un motore di ricerca operante unicamente quale «casching provider» ex art. 15 d.ls. 70/2003 e che intenda agire a tutela della propria reputazione e riservatezza, dovrà farlo nei confronti dei siti terzi sui quali è avvenuta la pubblicazione di dette notizie di cronaca, qualora le stesse non siano state riportate fedelmente ovvero non siano state rettificate, integrate od aggiornate con i successivi risvolti dei fatti eventualmente favorevoli all'interessato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 24 novembre 2015.




Rinvio pregiudiziale – Direttiva 2010/13/UE – Nozioni di “programma” e di “servizio di media audiovisivo” – Determinazione dell’obiettivo principale di un servizio di media audiovisivo – Comparabilità del servizio alla radiodiffusione televisiva – Inclusione di filmati di breve durata in una sezione del sito di un quotidiano disponibile su Internet

La nozione di «programma», ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2010/13/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 10 marzo 2010, relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi (direttiva sui servizi di media audiovisivi), deve essere interpretata nel senso che comprende la messa a disposizione, in un sottodominio del sito Internet di un quotidiano, di filmati di breve durata consistenti in brevi sequenze estratte da notizie locali, sportive o di intrattenimento. L’articolo 1, paragrafo 1, lettera a), i), della direttiva 2010/13, deve essere interpretato nel senso che, ai fini della valutazione dell’obiettivo principale di un servizio di messa a disposizione di filmati offerto nell’ambito della versione elettronica di un quotidiano, occorre esaminare se detto servizio abbia in quanto tale un contenuto ed una funzione autonomi rispetto a quelli dell’attività giornalistica. Corte Giustizia UE 21 ottobre 2015.




Stampa - Testata giornalistica telematica - Concetto ampio di stampa - Applicazione della normativa che disciplina l'attività d'informazione professionale diretta al pubblico

Stampa - Giornale on line - Sequestro preventivo - Esclusione


La testata giornalistica telematica, in quanto assimilabile funzionalmente a quella tradizionale, rientra nel concetto ampio dl 'stampa' e soggiace alla normativa, di rango costituzione e di livello ordinario, che disciplina l'attività d'informazione professionale diretta al pubblico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il giornale on line, al pari di quello cartaceo, non può essere oggetto di sequestro preventivo, eccettuati i casi tassativamente previsti dalla legge, tra i quali non è compreso il reato di diffamazione a mezzo stampa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 17 luglio 2015.




Diffamazione a mezzo stampa - Potenzialità del mezzo utilizzato a raggiungere una pluralità di persone - Utilizzo della funzione "forward" della posta elettronica - Utilizzo di Facebook

Il reato della diffamazione a mezzo stampa di cui al terzo comma dell'articolo 595 c.p. trova il suo fondamento della potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone, ancorché non individuate nello specifico ed apprezzabili soltanto in via potenziale, con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa.

L'utilizzo, al fine di inviare un messaggio di posta elettronica, della funzione "forward", la quale consente di indirizzare il messaggio ad una pluralità di destinatari, consente di affermare che la posta elettronica, ai fini della individuazione della fattispecie del reato di diffamazione, può essere considerato un mezzo di pubblicità perché, al pari di un comizio, è idoneo a provocare un'ampia ed indiscriminata diffusione della notizia tra un numero indeterminato di persone.

La diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall'utilizzo di una bacheca Facebook è potenzialmente idoneo a raggiungere un numero indeterminato di persone, per cui, nel caso il messaggio abbia un contenuto offensivo, la condotta integra i requisiti del reato di diffamazione a mezzo stampa di quell'articolo 595, comma 3, c.p.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 08 giugno 2015.




Autoservizi pubblici non di linea – Servizio di piazza (Taxi) – Servizio di trasporto erogato tramite l’applicazione “UBER POP” – Concorrenza sleale – Sussiste

Tramite l’applicazione UBER POP l’utente richiede il servizio di trasporto dal luogo in cui si trova – senza doversi spostare sulle aree di stazionamento predisposte – e l’autista più prossimo si reca a prelevare l’utente stesso per iniziare il trasporto, così di fatto realizzando la medesima specifica modalità operativa che compone il servizio “su piazza” e che non può essere delimitato dalla sola modalità di stazionamento su area pubblica ma esteso a tutte le forme di contatto tra autista ed utente in cui il trasporto individuale non origina – come nel servizio di noleggio con conducente – presso la sede del vettore. Inoltre, il servizio fornito dall’autista contattato tramite UBER POP è remunerato. Ne consegue che il servizio UBER POP può essere equiparato a quello del servizio TAXI: tuttavia, gli autisti UBER, non essendo titolari di licenza, possono svolgere il servizio evitando di essere sottoposti agli oneri e i limiti previsti dalla Legge per il servizio TAXI. In questo modo, il servizio UBER si traduce in una alternativa al servizio TAXI, più economica che offre una attività di trasporto urbano, non di linea, in assenza di licenza e, dunque, in violazione della normativa vigente. Per questi motivi, l’applicazione UBER POP integra concorrenza sleale ai danni del servizio TAXI. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 25 maggio 2015.




Ingiuria e diffamazione mediante Facebook o altri soci al network - Ordine di rimozione in via cautelare - Fissazione di una somma di denaro per ogni violazione o inosservanza dell'ordine - Ammissibilità

Attuazione degli obblighi di fare infungibile o di non fare - Compatibilità con i provvedimenti cautelari


È possibile, con ricorso ai sensi degli articoli 614-bis e 700 c.p.c., ordinare l'immediata cessazione e rimozione di tutte le pubblicazioni a contenuto ingiurioso e diffamatorio effettuate in danno del ricorrente per mezzo della piattaforma Facebook o altri social network, fissando una somma di denaro dovuta dagli obbligati per ogni violazione o inosservanza dell'ordine nonché per ogni giorno di ritardo nella sua esecuzione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La disposizione di cui all'articolo 614 bis c.p.c. è applicabile anche ai provvedimenti emanati in sede cautelare. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia 15 aprile 2015.




Internet - Pubblicazione articolo diffamatorio su testata telematica - Rimozione articolo dal sito web e dalla rintracciabilità dei motori di ricerca - Ammissibilità provvedimento cautelare - Violazione art. 21, comma 3, Cost. - Insussistenza

Internet - Pubblicazione articolo su testata telematica - Immagine ateneo telematico distorta e denigratoria - Diffamazione - Sussistenza

Internet - Pubblicazione articolo diffamatorio su testata telematica - Diffamazione - Periculum in mora - Sussistenza


Nel caso in cui una testata telematica ospiti un articolo diffamatorio, è ammissibile l’istanza formulata in via cautelare da parte del soggetto leso a che l’editore e gestore del sito internet, pur rimanendo nella disponibilità dell’articolo, che continua a rimanere nel proprio archivio informatico, non lo diffonda nella rete, “deindicizzando e/o anonimizzando” l’articolo in questione, sottraendolo ai motori di ricerca, fino a quando sulla questione non sarà intervenuto un provvedimento del Giudice reso all’esito di un giudizio a cognizione piena. L’ordine di rimozione non viola i limiti costituzionali posti a tutela della libertà di stampa, non costituendo un provvedimento di sequestro ma un rimedio arginante un’ipotesi di delitto. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

L’articolo è diffamante allorquando per il modo in cui le notizie sono presentate, per il contenuto e la grafica del titolo e per il contenuto del sommario, il lettore venga impressionato e fuorviato, ingenerando giudizi lesivi e/o negativi dell’altrui reputazione. L’accostamento suggestionante dell’università a persone che hanno commesso o si presume abbiano posto in essere gravi fatti delittuosi suscita immediatamente un giudizio negativo e dubitativo della qualità dell’offerta formativa, anche se dimostrata l’estraneità della prima a tali fatti. Il titolo riportante una frase, avulsa dal contesto nel quale si collocava, sollecita nel lettore l’idea di un’università di scarso livello. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Le caratteristiche proprie di internet fanno in modo che una certa notizia, una volta immessa nel circuito telematico, si diffonda rapidamente e sia sempre reperibile anche a distanza di anni attraverso l’impiego di un comune motore di ricerca. Per tale ragione, il danno che la reputazione di taluno soffre in ragione del contenuto diffamatorio di uno scritto non si esaurisce, come accade per la stampa, nel momento della pubblicazione, ma è di fatto permanente ed anzi, attraverso il richiamo che a quella notizia fanno altre fonti di informazione ed ai commenti che essa genera nei cd. blog e nei social. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 18 febbraio 2015.




Hosting provider - Responsabilità - Obbligo di sorveglianza di carattere generale - Esclusione - Criterio della diligenza che è ragionevole attendersi - Tutela ex post - Responsabilità in caso di inottemperanza alla richiesta di rimozione dei contenuti illeciti

In tema di responsabilità dell'hosting provider, la direttiva CE 2000/31, al considerando 47, indica che gli stati membri non possono imporre ai fornitori di accesso ad Internet un obbligo di sorveglianza di carattere generale, e, al considerando 48, ribadisce la possibilità per gli stati membri di chiedere ai prestatori di servizi che detengono informazioni fornite dai destinatari del loro servizio di adempiere al dovere di diligenza che è ragionevole attendersi da loro ed è previsto dal diritto nazionale al fine di individuare e prevenire alcuni tipi di attività illecite.

Il principio che deve essere osservato nello spazio economico europeo è quello che la tutela deve essere approntata sempre ex post, e mai in via generale e preventiva, proprio perché non si possono imporre obblighi di sorveglianza generale ai fornitori di servizi di accesso a Internet.

Il contemperamento tra l'esigenza di garantire una libera comunicazione e informazione e di tutelare insopprimibili diritti altrui (quali il diritto d'autore), avviene allorché si costituisce una figura di hosting provider che deve rimanere tutt'altro che inerte o passivo non appena ricevuta la notizia dell'illecito commesso dai fruitori del suo servizio, al fine di consentire la pronta rimozione delle informazioni illecite confluite nel sito o per impedire l'accesso ad esse, in quanto tenuto a quella diligenza che è ragionevole attendersi per individuare e prevenire le attività illecite specificamente denunciate.

Il divieto agli Stati membri di imporre un obbligo di sorveglianza preventiva e generale non riguarda gli obblighi di sorveglianza di tipo special-preventivo relativi a casi di violazione dei diritti specifici nella misura in cui il generale regime di limitazione della responsabilità non esclude la possibilità per i singoli di intentare azione inibitoria a tutela dei propri simboli diritti.

La responsabilità a posteriori dell'hosting provider sorge per non aver ottemperato una richiesta (diffida) di rimozione dei contenuti illeciti proveniente dalla parte che assume essere titolare dei diritti, ovvero per non aver ottemperato a un ordine d'autorità (injunction), sia essa giurisdizionale o amministrativa, cui si è rivolto il titolare del diritto per ottenere il medesimo effetto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Appello Milano 07 gennaio 2015.




Accesso abusivo ad un sistema informatico - Pubblico ufficiale - Rilevanza delle disposizioni impartite dal titolare del sistema - Direzione finalistica della condotta soggettivamente intesa - Irrilevanza - Violazione della regola di imparzialità e trasparenza amministrative - Irrilevanza

Si ha accesso abusivo ad un sistema informatico, rilevante ai sensi dell’articolo 645 ter c.p., sia quando l’gente violi i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema (nozione specificata, da parte della dottrina, con riferimento alla violazione delle prescrizioni contenute in disposizioni organizzative interne, in prassi aziendali o in clausole di contratti individuali di lavoro) sia allorquando si pongano in essere operazioni di natura ontologicamente diversa da quelle di cui l’agente è incaricato ed in relazione alle quali l’accesso era a lui consentito. Pertanto, il giudizio circa l’esistenza del dissenso del dominus loci deve assumere come parametro la sussistenza o meno di un’obiettiva violazione, da parte dell’agente, delle prescrizioni impartite dal dominus loci stesso circa l’uso del sistema e non può essere formulato unicamente in base alla direzione finalistica della condotta, soggettivamente intesa. Ad ulteriore precisazione, va precisato che vengono in rilievo al riguardo quelle disposizioni che regolano l’accesso al sistema e che stabiliscono per quali attività e per quanto tempo la permanenza si può protrarre, mentre devono ritenersi irrilevanti, ai fini della configurazione della fattispecie, eventuali disposizioni sull’impiego successivo dei dati. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il parametro di riferimento per la valutazione dell’accesso abusivo ad un sistema informatico rilevante ai sensi dell’articolo 645 ter c.p. non è costituito dall’attività amministrativa, la quale persegue fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, efficacia, imparzialità, pubblicità, e trasparenza, bensì dalle disposizioni impartite dal dominus loci, non essendo identificabile l’abusività dell’accesso al sistema informatico nella violazione della regola di imparzialità e trasparenza che regge l’azione amministrativa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 24 ottobre 2014.




Regolamento AGCom sulla tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative - Libertà di manifestazione del pensiero e di iniziativa economica - Ragionevolezza e proporzionalità nell’esercizio della discrezionalità legislativa e per la violazione del principio del giudice naturale - Questioni di incostituzionalità

Conclusivamente, il Collegio ritiene necessario sottoporre alla Corte Costituzionale la seguente questione incidentale di legittimità costituzionale,rilevante ai fini della definizione del giudizio a quo, ovvero ai fini della eventuale declaratoria di illegittimità del regolamento dell’AGCom impugnato con il ricorso in epigrafe e del suo conseguente annullamento in sede giurisdizionale, volta ad ottenere una pronuncia pregiudiziale circa la possibile illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 1, e degli artt. 14, comma 3. 15, comma 2, e 16, comma 3, del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, nonché del comma 3 dell’art. 32 bis del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici approvato con decreto legislativo n. 117 dei 2005, come introdotto dall’art. 6 del decreto legislativo n. 44 del 2010, sulla cui base è stata adottata la impugnata “Delibera n. 680/13/CONS del 12 dicembre 2013” recante il “Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative” e l’“Allegato A” alla predetta Delibera, per la violazione dei principi di riserva di legge e di tutela giurisdizionale in relazione all’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e di iniziativa economica, sanciti dagli articoli 2, 21, I comma, 24 e 41della Costituzione, nonché per la violazione dei criteri di ragionevolezza e proporzionalità nell’esercizio della discrezionalità legislativa e per la violazione del principio del giudice naturale, in relazione alla mancata previsione di garanzie e di tutele giurisdizionali per l’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero sulla rete almeno equivalenti a quelle sancite per la stampa, con la conseguente violazione degli articoli 21, commi 2 e seguenti, 24 e 25, comma 1, della Costituzione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) T.A.R. Lazio 26 settembre 2014.




Vendita di personal computer e licenza d'uso di sistema operativo - Collegamento negoziale - Esclusione - Fondamento - Conseguenze

Non sussiste un’ipotesi di collegamento negoziale tra i contratti di compravendita di un “notebook” e di una licenza d’uso di sistema operativo, non essendo gli stessi diretti a realizzare uno scopo pratico unitario, sicché, ove l’acquirente esprima – all’avvio del computer – una manifestazione negativa di volontà all’uso di detto sistema, essa è destinata a ripercuotersi esclusivamente nel contratto in cui è stata manifestata, non comportando lo scioglimento dell’intera operazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III 11 settembre 2014.




Legge n. 47/1948 – Equiparazione hosting provider – Assenza – Gestore e proprietario sito internet – Cancellazione spontanea contenuti illeciti – Qualificazione in content provider – Insussistenza – Mera proprietà e gestione sito – Qualificazione in content provider – Insussistenza

Non è sostenibile l’equiparazione della posizione dell’hosting provider a quella prevista dall’art. 11 della legge n. 47/1948 in tema di reati commessi col mezzo della stampa, posto che a differenza di quanto avviene in materia di pubblicazione a mezzo stampa non vi è alcun rapporto negoziale tra l’autore dello scritto e l’hosting provider e che l’enorme quantità di dati che vengono immessi dagli utenti presupporrebbe una forma di responsabilità oggetto che, allo stato, non trova riscontro in alcuna norma positiva. (Giuseppe Calabi, Lorenzo Grassano) (riproduzione riservata)

Il fatto che il gestore e proprietario di un sito internet, ove informato del potenziale contenuto illecito di alcuni dei contenuti riversati nello spazio offerto agli utenti, sia solito attivarsi per disporne la cancellazione, di per sé non determina la sua qualificazione in “content provider” visto che tale attività è svolta all'unico fine di non incorrere a sua volta in responsabilità, non già per incidere sulle pagine internet pubblicate dagli utenti. (Giuseppe Calabi, Lorenzo Grassano) (riproduzione riservata)

La proprietà dei server e la titolarità del dominio di un sito internet non rappresentano elementi idonei a modificare la natura dell'attività in concreto svolta dall’hosting provider, attività che risulta del tutto estranea all'organizzazione e alla selezione dei contenuti pubblicati. (Giuseppe Calabi, Lorenzo Grassano) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 09 luglio 2014.




Personalità (diritti della) - Riservatezza - Invio di fax promozionale a numero estratto dagli elenchi telefonici - Non preceduto dall'informativa di trattamento e dall'acquisizione di consenso - Duplice illecito amministrativo - Sussistenza - Fondamento

L'invio di un fax promozionale ad un numero estratto dagli elenchi telefonici, se non preceduto dall'informativa sul trattamento del dato personale e dall'acquisizione del consenso del titolare, integra due illeciti amministrativi, consistenti, da un lato, dall'omessa informativa ex artt. 13 e 161 del "codice della privacy", e, dall'altro, dalla non assentita comunicazione automatizzata ex artt. 23, 130, 162, comma 2 bis, e 167 del medesimo codice. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II 24 giugno 2014.




Dati personali – Tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento di tali dati – Direttiva 95/46/CE – Articoli 2, 4, 12 e 14 – Ambito di applicazione materiale e territoriale – Motori di ricerca su Internet – Trattamento dei dati contenuti in siti web – Ricerca, indicizzazione e memorizzazione di tali dati – Responsabilità del gestore del motore di ricerca – Stabilimento nel territorio di uno Stato membro – Portata degli obblighi di tale gestore e dei diritti della persona interessata – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articoli 7 e 8.

L’articolo 2, lettere b) e d), della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, deve essere interpretato nel senso che, da un lato, l’attività di un motore di ricerca consistente nel trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, nell’indicizzarle in modo automatico, nel memorizzarle temporaneamente e, infine, nel metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza, deve essere qualificata come «trattamento di dati personali», ai sensi del citato articolo 2, lettera b), qualora tali informazioni contengano dati personali, e che, dall’altro lato, il gestore di detto motore di ricerca deve essere considerato come il «responsabile» del trattamento summenzionato, ai sensi dell’articolo 2, lettera d), di cui sopra.

L’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 95/46 deve essere interpretato nel senso che un trattamento di dati personali viene effettuato nel contesto delle attività di uno stabilimento del responsabile di tale trattamento nel territorio di uno Stato membro, ai sensi della disposizione suddetta, qualora il gestore di un motore di ricerca apra in uno Stato membro una succursale o una filiale destinata alla promozione e alla vendita degli spazi pubblicitari proposti da tale motore di ricerca e l’attività della quale si dirige agli abitanti di detto Stato membro.

Gli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 devono essere interpretati nel senso che, al fine di rispettare i diritti previsti da tali disposizioni, e sempre che le condizioni da queste fissate siano effettivamente soddisfatte, il gestore di un motore di ricerca è obbligato a sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita.

Gli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 devono essere interpretati nel senso che, nel valutare i presupposti di applicazione di tali disposizioni, si deve verificare in particolare se l’interessato abbia diritto a che l’informazione in questione riguardante la sua persona non venga più, allo stato attuale, collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome, senza per questo che la constatazione di un diritto siffatto presupponga che l’inclusione dell’informazione in questione in tale elenco arrechi un pregiudizio a detto interessato. Dato che l’interessato può, sulla scorta dei suoi diritti fondamentali derivanti dagli articoli 7 e 8 della Carta, chiedere che l’informazione in questione non venga più messa a disposizione del grande pubblico in virtù della sua inclusione in un siffatto elenco di risultati, i diritti fondamentali di cui sopra prevalgono, in linea di principio, non soltanto sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca, ma anche sull’interesse di tale pubblico ad accedere all’informazione suddetta in occasione di una ricerca concernente il nome di questa persona. Tuttavia, così non sarebbe qualora risultasse, per ragioni particolari, come il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica, che l’ingerenza nei suoi diritti fondamentali è giustificata dall’interesse preponderante del pubblico suddetto ad avere accesso, in virtù dell’inclusione summenzionata, all’informazione di cui trattasi.
Corte Giustizia UE 13 maggio 2014.




Diritto d’autore – Art. 8 par. 3 della Direttiva 2001/29/CE – Nozione di intermediario i cui servizi siano utilizzati da terzi per violare un diritto d’autore o un diritto connesso – Fornitore di accesso ad Internet – Provvedimento nei confronti di un fornitore di accesso ad Internet che impedisce ai suoi abbonati l’accesso ad un sito – Bilanciamento tra diritti fondamentali. (1)

Il fornitore di accesso ad Internet è un “intermediario” ai sensi dell’art. 8, par. 3 della direttiva 2001/29/CE in quanto, essendo parte necessaria di ogni trasmissione in Internet di una violazione tra un suo abbonato e un terzo, consentendo l’accesso alla rete Internet, rende possibile tale trasmissione. Affinché il fornitore di accesso ad internet sia considerato un “intermediario” non v’è necessità di una relazione particolare tra il soggetto che viola il diritto d’autore o un diritto connesso e l’intermediario, né che i titolari di tali diritti provino che gli abbonati consultino effettivamente i materiali protetti messi a disposizione del pubblico essendo sufficiente che tale opera venga messa a disposizione del pubblico. (Raffaele Cangiano) (riproduzione riservata)

I diritti fondamentali riconosciuti dal diritto dell’Unione devono essere interpretati nel senso che non ostano a che sia vietato a un fornitore di accesso ad Internet di concedere ai suoi abbonati l’accesso ad un sito Internet che metta in rete materiali protetti senza il consenso dei titolari dei diritti, anche qualora tale ingiunzione non specifichi quali misure tale fornitore d’accesso deve adottare. (Raffaele Cangiano) (riproduzione riservata)

Il fornitore di accesso ad Internet non può ritenersi responsabile delle violazioni commesse dai propri utenti se dimostra di avere adottato tutte le misure ragionevoli, a condizione tuttavia che, da un lato, dette misure non privino inutilmente gli utenti di Internet della possibilità di accedere in modo lecito alle informazioni disponibili e, dall’altro, che tali misure abbiano l’effetto di impedire o, almeno, di rendere difficilmente realizzabili le consultazioni non autorizzate dei materiali protetti e di scoraggiare seriamente gli utenti di Internet che ricorrono ai servizi del destinatario di questa stessa ingiunzione dal consultare tali materiali messi a loro disposizione in violazione del diritto di proprietà intellettuale, circostanza che spetta alle autorità e ai giudici nazionali verificare. (Raffaele Cangiano) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 27 marzo 2014.




Esercizio diritto di cronaca e diritto di critica – Azione civile di risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa – Limite della continenza – Sussistenza – Risarcibilità del danno non patrimoniale anche alla persona giuridica – Sussistenza – Quantificazione del danno – Criterio equitativo – Sussistenza.

In ordine alla configurabilità dell’esercizio del diritto di cronaca e del diritto di critica, che rispetto al primo consente l’uso di un linguaggio più pungente ed incisivo, presupposti per il legittimo esercizio di entrambi sono: a) l’interesse al racconto, ravvisabile quando non si tratti di interesse della generalità dei cittadini, ma di quello generale della categoria di soggetti ai quali, in particolare, si indirizza la pubblicazione di stampa; b) la correttezza formale e sostanziale dell’esposizione dei fatti, nel che propriamente si sostanzia la c.d. continenza, nel senso che l’informazione di stampa non deve trasmodare in argumenta ad nomine né assumere contenuto lesivo dell’immagine e del decoro; c) la corrispondenza tra la narrazione dei fatti realmente accaduti, nel senso che deve essere assicurata l'oggettiva verità del racconto, la quale tollera, perciò, le inesattezze considerate irrilevanti se riferite a particolari di scarso rilievo e privi di valore informativo (Cass. n. 22600/13).

In tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione a mezzo della stampa, il diritto di cronaca soggiace ai limite della continenza, che comporta moderazione, misura, proporzione nelle modalità espressive, le quali non devono trascendere in attacchi personali diretti a colpire l’altrui dignità morale e professionale, con riferimento non solo al contenuto dell’art. ma all’intero contesto espressivo in cui l’art. inserito, compresi titoli, sottotitoli, presentazione grafica, fotografie, trattandosi di elementi tutti che rendono esplicito, nell'immediatezza della rappresentazione e della percezione visiva, il significato di un art., e quindi idonei, di per sé, a fuorviare e suggestionare i lettori più frettolosi. (Cass. n. 2661/13 e n. 20608/11).

La risarcibilità del danno non patrimoniale è pacificamente riconoscibile anche nei confronti della persona giuridica allorchè il fatto lesivo incida su una situazione giuridica della predetta persona che sia equivalente ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla Carta Costituzionale.

Poiché rientra tra tali diritti all’immagine della persona giuridica, può essere risarcito anche il danno non patrimoniale costituito dalla diminuzione della considerazione della persona giuridica nel che si esprime la sua immagine, sia sotto il profilo dell’incidenza negativa che tale diminuzione comporta nell’agire delle persone fisiche che ricoprano gli organi della persona giuridica o dell’ente e, quindi, nell’agire dell’ente, sia sotto il profilo della diminuzione della considerazione che parte dei consociati in genere o di settori o categorie di essi con le quali la persona giuridica sovente interagisca.

Per la quantificazione del danno si può, quindi, ricorrere anche a criteri equitativi quando sia stata dimostrata la diffusione della notizia nei mass media e, dunque, il conseguitone clamore pubblico. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)
Tribunale Cassino 25 marzo 2014.




Truffa on line - Conto corrente di corrispondenza con operatività on line - Man in the Browser - Interposizione che il malware - Colpa grave del correntista - Esclusione - Servizio di sms alert - Obbligo di attivazione da parte della banca - Sussistenza.

Qualora si verifichi che il titolare di un conto corrente, con operatività on line, sia vittima del fenomeno di truffa on line, comunemente conosciuto come “Man in the Browser” (definito da parte del Collegio di Coordinamento, con decisione n. 3498 del 26/10/2012, come la “interposizione che il malware è in grado di operare fra il sistema centrale dell’intermediario e quello del singolo utente”), l’intermediario (Banca) ha l’onere di dimostrare la colpa grave (o addirittura il comportamento fraudolento del titolare dello strumento di pagamento), in base ai principi che governano la responsabilità contrattuale (art. 1218 c.c.). Ne consegue che, ove si accerti in sede istruttoria che la truffa perpetrata è avvenuta mediante inserimento dei dati, digitati dal cliente, non sulla pagina web della banca ma su una maschera fake di login, che si è interposta fra il PC del cliente e la pagina stessa di login, deve ritenersi che il correntista è caduto in una “trappola” particolarmente insidiosa e sicuramente ardua per poter essere rilevata da un soggetto non particolarmente esperto (sul punto, Collegio di Roma, decisione n. 516 del 28/01/2013), il che esclude il la sussistenza della fattispecie di “colpa grave” a carico del correntista. (Matteo Nerbi) (riproduzione riservata)

Qualora l’intermediario disponga, nell’ambito del proprio sistema informatizzato di gestione dei conti correnti on line, di un servizio di “sms alert”, ha altresì l’obbligo di attivarne l’utilizzo al singolo correntista, così che l’eventuale mancata attivazione del servizio costituisce un ulteriore indice della negligenza dell’intermediario medesimo nell’esecuzione della prestazione oggetto del contratto (sul punto, Collegio di Roma, decisione n. 1435 del 08/05/2012), gravando sull’intermediario lo stringente obbligo di eseguire il contratto stesso attraverso lo svolgimento di tutte quelle attività strumentali che appaiano idonee a garantire l’interesse del cliente. (Matteo Nerbi) (riproduzione riservata)
ABF Roma 07 marzo 2014.




Carta di credito – Contratto di «associazione» con l’esercente – Rischio di frodi per gli acquisti via internet – Allocazione del rischio – Rimessa al contratto.

Gli acquisti via internet mediante la comunicazione dei dati di una carte di credito che non può essere materialmente presentata al venditore comportano un inevitabile margine di rischio di subire frodi. Nei rapporti tra l’esercente un’attività commerciale e l’intermediario emittente una carta di credito, l’allocazione di tale rischio è affidata al contratto intercorso tra queste due parti. (Aldo Angelo Dolmetta, Ugo Minneci, Ugo Malvagna) (riproduzione riservata) ABF Milano 10 febbraio 2014.




Diritto d'autore - Procedimento cautelare di descrizione - Finalità - Apprezzamento del fumus in via diretta in relazione al diritto alla prova.

Giurisdizione competenza - Giurisdizione del giudice italiano quale giudice del forum commissi delicti - Criterio operante anche per i palesi non firmatari della convenzione di Bruxelles e quindi anche per gli Stati Uniti d'America.

Giurisdizione competenza - Giudice del luogo in cui l'evento dannoso è avvenuto può avvenire - Applicazione dell'articolo 5, numero 3, regolamento CEE n. 44 del 2001 - Luogo in cui è avvenuta la lesione del diritto.


In tema di diritto d'autore, il procedimento cautelare di descrizione è volto ad assicurare la prova necessaria o utile nel futuro giudizio di merito per cui, tenuto conto dello scopo perseguito, il fumus va apprezzato, in via diretta, in relazione al diritto processuale alla prova e, solo in via indiretta, in relazione al diritto sostanziale di cui s’invoca la tutela. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Sussiste la giurisdizione del giudice italiano quale giudice del forum commissi delicti in forza dei criteri stabiliti dal Regolamento n 44/2001, che operano anche per i paesi non firmatari della convenzione di Bruxelles, concernente la competenza giurisdizionale, e quindi per gli Stati Uniti d’America, in quanto  criteri che sono stati recepiti dalla legge n 218/1995 per l’individuazione del diritto applicabile, destinati ad operare oltre  la sfera dell'efficacia personale della Convenzione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L’art. 5 primo comma n 3 reg (CE) n 44/2001, richiamato dalla L. n 218/1995 individua, in tema d’illeciti civili, il criterio del giudice del luogo in cui “l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire”. In conformità a quanto affermato ripetutamente dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, l’art. 5, n. 3, regolamento Ce n. 44 del 2001, va interpretato nel senso che per tale luogo deve intendersi quello in cui è avvenuta la lesione del diritto della vittima, senza avere riguardo al luogo dove si sono verificate o potrebbero verificarsi le conseguenze future di tale lesione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 31 luglio 2013.




Marchio - Utilizzo di segni identici per sondaggio tramite e-mail dal quale trarre i dati personali dei consumatori - Diritto del titolare di vietarne l'uso - Sussistenza.

Costituisce comportamento rientrante nell'ipotesi di cui all'articolo 20, lettera c, (diritto del titolare di vietare a terzi l'uso del marchio, o segni identici o simili per prodotti o servizi anche non affini, se il marchio registrato gode della rinomanza e se l'uso del segno senza giustificato motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca agli stessi pregiudizio) l'utilizzo di marchi altrui senza il consenso del titolare allo scopo di promuovere tramite e-mail un sondaggio dal quale trarre i dati personali dei consumatori che aderiscono all'iniziativa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 26 luglio 2013.




Diritto d'autore - Tutela delle opere dell'ingegno create su commissione - Creazione di video pubblicitari - Mancanza di una disciplina di carattere generale - Trasferimento dei diritti di utilizzazione economica in capo al committente - Esistenza di un contratto d'opera - Interpretazione - Necessità - Acquisto da parte del committente delle facoltà patrimoniali oggetto del contratto - Titolarità in capo all'autore delle facoltà residue - Verifica in concreto - Interpretazione del contratto.

Diritto morale dell'autore - Opere pubblicitarie - Paternità dell'opera e diritti di sfruttamento patrimoniale - Distinzioni - Divulgazione di opere pubblicitarie senza indicazione dei nomi - Consuetudine dovuta ai tempi ridottissimi dell'opera.

Diritto d'autore - Procedimento cautelare a tutela dei diritti patrimoniali - Inerzia del titolare protratta per anni - Mancanza del periculum in mora.


In assenza di una disciplina di diritto positivo di carattere generale sulle opere dell’ingegno create su commissione, si pone il problema di verificare se i diritti di utilizzazione economica si trasferiscano o meno nella loro interezza in capo al committente. Nei casi in cui sia provata l’esistenza di un contratto d’opera, la misura e le dimensioni dell’acquisto dipendono dall’oggetto e dalla finalità del contratto, con la precisazione che il committente acquista le facoltà patrimoniali rientranti nei limiti dell’oggetto e delle finalità del contratto, mentre l’autore dell’opera resta titolare delle facoltà ricomprese nel diritto patrimoniale diverse da quelle cedute al committente (art. 19 e art. 119, comma 5, L.A.). Deve, pertanto, verificarsi in concreto, e di volta in volta, quali diritti di utilizzazione siano stati trasferiti e se le parti abbiano inteso pattuire delle limitazioni all’esercizio dei diritti di utilizzazione economica delle opere commissionate. In mancanza d’indicazioni espresse sui limiti, si dovrà fare applicazione dei criteri ermeneutici d’interpretazione del contratto per stabilire quale sia il contenuto dei diritti ceduti o concessi, interpretando il contratto secondo buona fede, indagando la comune intenzione delle parti e quindi valutando anche il fine perseguito dalle parti con la stipulazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Sul diritto morale dell’autore con particolare riguardo alla menzione del nome nelle opere pubblicitarie, va rilevato che a) la cessione dello sfruttamento economico non fa perdere all’autore il diritto d’impedire che altri se ne dichiari autore poiché il diritto alla paternità dell’opera è indipendente da quello di utilizzazione economica; b) il diritto alla menzione spetta solo all’autore, essendo un diritto indisponibile (art. 22 L.A.); c) l’autore di un’opera ha sempre il diritto di rivelarsi tale (art 21 L.A.); d) nel caso di opere pubblicitarie, in mancanza di una diversa volontà contrattuale, la divulgazione senza l’indicazione dei nomi degli autori rappresenta una consuetudine che trae origine dalle peculiarità di tali opere, connotate da tempi ridottissimi e dal fine di reclamizzare i prodotti (cfr Cass. 4723/2006). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Se è vero che dalla mancanza di una tempestiva reazione da parte del titolare della privativa non discende automaticamente l’inesistenza del periculum in mora, è anche vero che la perdurante inerzia protrattasi per anni, contestualizzata in un contesto che necessita di approfondimenti istruttori, specificazione dei fatti e delimitazione delle domande, depone a favore della carenza dei presupposti per la concessione di provvedimenti cautelare con riguardo appunto al periculum in mora. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 30 giugno 2013.




Modifica delle condizioni della separazione – Art. 710 c.p.c. – Fotografie ed informazioni pubblicate sul c.d. profilo del social network “Facebook” Utilizzabilità in sede giudiziaria.

Le fotografie e le informazioni pubblicate sul profilo personale del social network “Facebook” sono utilizzabili come prove documentali nei giudizi di separazione. Infatti, a differenza delle informazioni contenute nei messaggi scambiati utilizzando il servizio di messaggistica (o di chat) fornito dal social network, che vanno assimilate a forme di corrispondenza privata, e come tali devono ricevere la massima tutela sotto il profilo della loro divulgazione, quelle pubblicate sul proprio profilo personale, proprio in quanto già dì per sé destinate ad essere conosciute da soggetti terzi, sebbene rientranti nell’ambito della cerchia delle c.d. “amicizie” del social network, non possono ritenersi assistite da tale protezione, dovendo, al contrario, essere considerate alla stregua di informazioni conoscibili da terzi. (Luca Caputo) (riproduzione riservata) Tribunale Santa Maria Capua Vetere 13 giugno 2013.




Concorrenza – Annuncio pubblicitario – Concorrenza leale – Condizioni.

Qualora l'annuncio pubblicitario che è mostrato su Internet a partire da una parola chiave corrispondente ad un marchio che gode di notorietà, senza offrire una semplice imitazione dei prodotti e dei servizi del titolare di tale marchio, senza provocare una diluizione o una corrosione e senza nemmeno arrecare pregiudizio alle funzioni di detto marchio, proponga un'alternativa rispetto ai prodotti o ai servizi del titolare del marchio che gode di notorietà, si deve concludere che un uso siffatto rientra, in linea di principio, in una concorrenza sana e leale nell'ambito dei prodotti o dei servizi considerati e sia quindi «motivato» ai sensi degli artt. 5, n. 2, della direttiva 89/104 e 9, n. 1, lett. c), del regolamento n. 40/94. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo 07 giugno 2013.




Diffusione sul web di un archivio storico delle notizie di cronaca giudiziaria - Diritto all'oblio degli interessati - Necessaria tutela - Conseguenze - Obbligo dell'editore di informare contestualmente il lettore dell'esito della vicenda giudiziaria - Necessità

L'editore di un quotidiano che memorizzi nel proprio archivio storico della rete internet le notizie di cronaca, mettendole così a disposizione di un numero potenzialmente illimitato di persone, è tenuto ad evitare che, attraverso la diffusione di fatti anche remoti, possa essere leso il diritto all'oblio delle persone che vi furono coinvolte. Pertanto, quando vengano diffuse sul web notizie di cronaca giudiziaria, concernenti provvedimenti limitativi della libertà personale, l'editore è tenuto garantire contestualmente agli utenti un'informazione aggiornata sullo sviluppo della vicenda, a nulla rilevando che essa possa essere reperita "aliunde". (Nella specie, la società editrice di un noto quotidiano aveva messo "on line" il proprio archivio storico, nel quale era contenuta altresì la notizia dell'arresto, avvenuto venti anni prima, di un amministratore locale, poi assolto). Cassazione civile, sez. III 05 aprile 2012.




Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico - Abuso di qualità - Reato autonomo - Esclusione - Circostanza aggravante - Sussistenza

Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico - Soggetto autorizzato - Reato - Sussistenza - Condizioni


La fattispecie di accesso abusivo ad un sistema informatico protetto commesso dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di pubblico ufficio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio costituisce una circostanza aggravante del delitto previsto dall'art. 615 ter comma 1 c.p. e non un'ipotesi autonoma di reato. (massima ufficiale)

Integra il delitto previsto dall'art. 615 ter c.p. colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l'accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l'ingresso nel sistema. (massima ufficiale)
Cassazione penale 27 ottobre 2011.




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Le soluzioni negoziate della crisi e il fallimento tra prassi applicative e riforma organica - Vicoforte (CN) 26 Ottobre 2018

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