Massimario del Codice di Procedura Civile

Art. 96

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Fatto illecito – Responsabilità extracontrattuale – Presentazione di un esposto lesivo dell’altrui reputazione – Responsabilità dell’autore dell’esposto – Sussiste

Affermazione di tesi giuridiche opposte in due distinti giudizi da parte della stessa parte che si trovi ad essere convenuta in uno e attrice nell’altro – Abuso del processo – Sussiste

Presupposti di applicazione dell’art. 96, terzo comma c.p.c. – Necessità dei presupposti soggettivi di cui al primo comma dell’art. 96 c.p.c. – Sussiste

La presentazione di un esposto disciplinare nel quale vengano attribuite al denunciato condotte lesive del suo onore poi rivelatesi infondate integra un fatto illecito, fonte di responsabilità ai sensi dell'articolo 2043 c.c.. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

Integra una ipotesi di abuso del processo, come tale sanzionabile ai sensi dell’art. 96, terzo comma c.p.c., l’azione proposta da una parte sulla base di presupposti giuridici opposti a quelli che la stessa parte abbia sostenuto in un altro precedente giudizio, nel quale sia stata convenuta dallo stesso contraddittore e che sia ancora pendente in grado di appello al momento dell’inizio del secondo giudizio. Tale iniziativa  assume infatti tutti i caratteri di una reazione all’esito, evidentemente non gradito, del giudizio in cui era stato convenuto, al di fuori della sede consentita dall’ordinamento, che era quella del giudizio di gravame avverso la sentenza sfavorevole (nel caso in esame la parte ritenuta responsabile di abuso del processo aveva sostenuto che la presentazione di un esposto nei confronti di un professionista non può nemmeno astrattamente avere valenza diffamatoria mentre nel successivo giudizio aveva agito nei confronti della parte che lo aveva convenuto nel primo giudizio, assumendo che la propria reputazione era stata lesa da un esposto che quello aveva presentato nei suoi confronti). (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

In virtù di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 96, terzo comma c.p.c. deve ritenersi che presupposto per l’applicazione di tale norma è che la parte soccombente abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, ossia la sussistenza dei medesimi requisiti soggettivi di cui al primo comma dell’art. 96 c.p.c. Risulta infatti evidente che, se si .prescindesse dai predetti requisiti, il solo agire o resistere in giudizio sarebbe sufficiente a giustificare la condanna, soluzione che pare in contrasto con il parametro dell’art. 24 Cost.. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona 28 febbraio 2014
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Lite temeraria - Procedimenti cautelari introdotti per finalità strumentali - Omessa informazione relativa alla proposizione di altri procedimenti aventi ad oggetto la medesima richiesta - Violazione del canone deontologico che impone all'avvocato l'obbligo di verità - Risarcimento del danno per lite temeraria.

Costituisce violazione del canone deontologico che impone all'avvocato l'obbligo di verità e giustifica la condanna della parte al risarcimento dei danni da lite temeraria ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., il difensore che richiede un provvedimento di urgenza tacendo la circostanza che le problematiche oggetto del ricorso sono già state affrontate in altri numerosi analoghi procedimenti cautelari tutti respinti e impugnati con reclamo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Padova 16 gennaio 2014 .


Cancellazione di s.r.l. dal Registro delle Imprese – Effetti – Estinzione immediata della società – Legittimazione ad agire del liquidatore – Non sussiste.

Anatocismo e applicazione di interessi al tasso ultralegale (usurario) – Diritto di credito controverso – Domanda proposta da società estinta – Rigetto per carenza di legittimazione in capo al liquidatore.

Anatocismo e applicazione di interessi al tasso ultralegale (usurario) – Diritto di credito controverso – Domanda proposta da società estinta – Manifestazione tacita di rinuncia – Sussiste.

Anatocismo e applicazione di interessi al tasso ultralegale (usurario) – Azione promossa dal liquidatore dopo la cancellazione della società – Condanna del liquidatore alle spese di lite.

Anatocismo e applicazione di interessi al tasso ultralegale (usurario) – Azione promossa dal liquidatore dopo la cancellazione della società – Malafede processuale del liquidatore – Sussiste – Condanna ex art. 96 3° comma c.p.c. in misura pari al 10% del petitum.

La cancellazione di una s.r.l. dal registro delle imprese ne determina la immediata estinzione (cfr. Cass., Sez. Un., sent. n. 4060/2010), con conseguente perdita da parte del  liquidatore della stessa della capacità di stare in giudizio per la società (cfr. Cass., Sez. Un., sent. n. 6070/2013). (Andrea Barocci) (riproduzione riservata)

Il liquidatore di una s.r.l. cancellata dal registro delle imprese non è legittimato ad azionare un credito per illegittimi addebiti per interessi al tasso ultralegale e usurari, ovvero per anatocismo e commissioni, effettuati sul conto corrente già intestato alla società estinta e dei quali non si sia tenuto conto nel bilancio finale di liquidazione, trattandosi di un diritto di credito controverso e non di una sopravvenienza o un residuo attivo. (Andrea Barocci) (riproduzione riservata)
 
La cancellazione dal registro delle imprese senza tenere conto di pretese per illegittimi addebiti sul conto corrente, a prescindere dalla loro fondatezza, deve intendersi come manifestazione tacita della volontà di rinunciarvi. (Andrea Barocci) (riproduzione riservata)

Vanno poste a carico del liquidatore le spese che seguono la soccombenza per aver intrapreso l’azione giudiziaria in nome e per conto della società estinta senza possedere la legittimazione processuale. (Andrea Barocci) (riproduzione riservata)

Va condannato ai sensi del terzo comma dell’art. 96 c.p.c. il liquidatore della società cancellata, avendo lo stesso intrapreso e coltivato la azione giudiziale senza cautela e con malafede processuale, nella consapevolezza della cancellazione della società del registro delle imprese. La somma di cui alla condanna viene equamente quantificata  in una somma pari al 10% dell’importo preteso. (Andrea Barocci) (riproduzione riservata)
Tribunale Brescia 15 gennaio 2014
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Procedimento civile – Ricorso ex art. 696 c.p.c. – Rigetto – Condanna ai sensi dell’art. 96 terzo comma c.p.c. – Comportamento della parte contrario ai doveri di buona fede contrattuale per aver proposto l’azione ex art. 696 c.p.c. anziché raccogliere l’invito della controparte a prendere contatti per una soluzione stragiudiziale della controversia – Ruolo centrale del difensore come mediatore di controversie.

Viola il dovere di buona fede contrattuale il comportamento della parte che avrebbe potuto risolvere un problema di infiltrazioni emerso nel corso del rapporto locatizio semplicemente raccogliendo l’invito della controparte a far visionare l’immobile locato e che ha preferito, invece ricorrere all’autorità giudiziaria. Rilievo centrale, in questo senso, assume il ruolo del difensore, il quale deve agire non più in un’ottica puramente e semplicemente conflittuale, ma assumere comportamenti finalizzati a definire le controversie anche in via stragiudiziale; ciò specialmente in considerazione della nuova prospettiva nella quale, anche alla luce della recente reintroduzione con il c.d. decreto del fare della mediazione obbligatoria, appare muoversi il legislatore negli ultimi tempi, prospettiva che attribuisce al difensore un ruolo centrale, prima ancora che nel giudizio, nell’attività di mediazione delle controversie, al punto da prevedere, con le modifiche operate dal D.L. n. 69/2013 che gli avvocati siano di diritto mediatori e debbano assistere la parte nel procedimento di mediazione. (Luca Caputo) (riproduzione riservata) Tribunale Santa Maria Capua Vetere 24 dicembre 2013 .


Procedimento civile – Responsabilità processuale aggravata – Art.  96 c.p.c. – Presupposti.

La condanna per responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c. richiede non solo la totale soccombenza e la mala fede (o colpa grave) della parte di cui si chiede la condanna, ma anche la prova della concreta ed effettiva sussistenza di un danno in conseguenza della condotta processuale della parte medesima, posto che la liquidazione dei danni, sebbene effettuabile d’ufficio, richiede in ogni caso la prova dell’an e del quantum debeatur. (Giuseppe Caramia) (riproduzione riservata) Tribunale Bari 02 dicembre 2013 .


Giudizio di modifica ex art. 710 c.p.c. – Iniziativa processuale manifestamente infondata – Condanna per responsabilità processuale aggravata – Sussiste.

Nel giudizio ex art. 710 c.p.c., l’iniziativa processuale della parte che sia basata su un elemento giudicato innovativo ma contraddetto da documenti facilmente acquisibili, finisce con il rivestire finalità esplorativa e così integra una censurabile forma di abuso del processo, assumendo una connotazione quantomeno colposa da valere ai sensi e per gli effetti dell’art. 96 c.p.c.: si noti come affatto isolata giurisprudenza di merito (Trib. Monza, sezione III civile, sentenza 19 giugno 2012) abbia ritenuto che “il causare la proliferazione di giudizi che si sarebbero potuti evitare costituisce abuso dello strumento processuale in contrasto con l'inderogabile dovere di solidarietà sociale che osta all'esercizio di un diritto con modalità tali da arrecare un danno ad altri soggetti che non sia inevitabile conseguenza di un interesse degno di tutela dell'agente” e l’abuso debba essere sanzionato con condanna ex art. 96 comma III c.p.c.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 27 novembre 2013 .


Responsabilità processuale aggravata – Totale soccombenza – Necessità – Sussiste.

Rinvio dell’udienza per impedimento del difensore – Presupposti.

La responsabilità aggravata ex art. 96 cod. proc. civ. integra una particolare forma di responsabilità processuale a carico della parte soccombente che abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave e si atteggia diversamente a seconda dei gradi del giudizio, atteso che, mentre in primo grado essa è volta a sanzionare il merito di un'iniziativa giudiziaria avventata, nel secondo grado, regolato dal principio devolutivo, essa deve specificamente riferirsi alla pretestuosità dell'impugnazione (cfr cass. n. 7620 del 2013). In ogni caso presupposto della condanna al risarcimento dei danni a titolo di responsabilità aggravata per lite temeraria è la totale soccombenza, con la conseguenza che non può farsi luogo all'applicazione dell'art. 96 c.p.c. quando tale requisito non sussista. La soccombenza va considerata in relazione all'esito del giudizio di appello, come si desume dal fatto che la condanna al risarcimento si aggiunge, secondo la previsione dell'art. 96 cod. proc. civ., alla condanna alle spese, la quale è correlata all'esito finale del giudizio (cfr cass. n. 11917 del 2002). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Anche nel procedimento camerale contenzioso il rinvio dell'udienza di discussione per grave impedimento del difensore, ai sensi dell'art. 115 disp. att. cod. proc. civ., presuppone l'impossibilità di sostituzione del medesimo difensore, venendo altrimenti a prospettarsi soltanto una carenza organizzativa del professionista incaricato della difesa, irrilevante ai fini del differimento dell'udienza (in tema, cfr cass. SU n. 4773 del 2012). Il suddetto presupposto deve ritenersi insussistente anche quando, come nella specie, la parte sia rappresentata all'udienza di discussione da altro difensore, che sostituisca il dominus impedito a presenziarvi e che si limiti a richiedere il differimento per grave impedimento dipendente da concomitante impegno professionale del medesimo dominus, impegno di cui il difensore presente in sostituzione non provi l'esistenza e l'anteriorità rispetto alla controversia da discutere, così precludendo di ricondurre l'istanza di rinvio a legittima causa e non a mera strategia difensiva. Al riguardo giova anche ricordare che la delega conferita dal difensore ad un collega, perché lo sostituisca in udienza, rappresenta un atto tipico di esercizio dell'attività professionale, indirizzato all'espletamento dell'incarico ricevuto dal cliente, poiché il sostituto, nell'eseguire la delega ed intervenendo nel processo in forza di essa e senza avere ricevuto direttamente alcun mandato dal cliente del sostituito, opera solo quale "longa manus" di quest'ultimo e l'attività processuale da lui svolta è pertanto riconducibile soltanto all'esercizio professionale del sostituito ed è come se fosse svolta dallo stesso (cfr cass. SU n. 289 del 1999). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I 27 agosto 2013
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Proposta conciliativa del giudice – Rifiuto della parte – Conclusione del procedimento – Contenuto della decisione che corrisponde integralmente alla proposta del giudice – Condanna della parte alle spese di lite – Sussiste – Condanna della parte per responsabilità processuale aggravata – Sussiste.

Il momento deliberativo conclusivo del processo non è più solo giudizio sull’oggetto del procedimento, ma anche giudizio sul comportamento dei litiganti: in particolare, il Tribunale deve valutare quale sia stata la condotta delle parti al cospetto di una proposta del giudice e condannare alle spese del processo la parte che quella proposta abbia ingiustamente rifiutato, se il suo contenuto sia stato recepito nella decisione. In aggiunta, il rifiuto della proposta del giudice, può anche esporre la parte alla condanna per responsabilità processuale aggravata, ex officio, ai sensi dell’art. 96, comma III, c.p.c., dove il litigante, con la dovuta prudenza e diligenza del caso, ben poteva e doveva accorgersi che il procedimento necessariamente non poteva che concludersi in quel modo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 26 giugno 2013 .


Proposta conciliativa del giudice – Rifiuto della parte – Conclusione del procedimento – Contenuto della decisione che corrisponde integralmente alla proposta del giudice – Condanna della parte alle spese di lite – Sussiste – Condanna della parte per responsabilità processuale aggravata – Sussiste.

Il momento deliberativo conclusivo del processo non è più solo giudizio sull’oggetto del procedimento, ma anche giudizio sul comportamento dei litiganti: in particolare, il Tribunale deve valutare quale sia stata la condotta delle parti al cospetto di una proposta del giudice e condannare alle spese del processo la parte che quella proposta abbia ingiustamente rifiutato, se il suo contenuto sia stato recepito nella decisione. In aggiunta, il rifiuto della proposta del giudice, può anche esporre la parte alla condanna per responsabilità processuale aggravata, ex officio, ai sensi dell’art. 96, comma III, c.p.c., dove il litigante, con la dovuta prudenza e diligenza del caso, ben poteva e doveva accorgersi che il procedimento necessariamente non poteva che concludersi in quel modo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 26 giugno 2013 .


Giurisdizione in materia tributaria - Domanda proposta dal contribuente ex art. 96 cod. proc. civ. - Conoscibilità da parte del giudice tributario - Danno derivante da pretesa impositiva temeraria - Risarcibilità - Fondamento.

Il giudice tributario può conoscere anche la domanda risarcitoria proposta dal contribuente ai sensi dell'art. 96 cod. proc. civ., potendo, altresì, liquidare in favore di quest'ultimo, se vittorioso, il danno derivante dall'esercizio, da parte dell'Amministrazione finanziaria, di una pretesa impositiva "temeraria", in quanto connotata da mala fede o colpa grave, con conseguente necessità di adire il giudice tributario, atteso che il concetto di responsabilità processuale deve intendersi comprensivo anche della fase amministrativa che, qualora ricorrano i predetti requisiti, ha dato luogo all'esigenza di instaurare un processo ingiusto. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili 03 giugno 2013 .


Art. 96 Cod. Proc. Civ. - Giudice tributario - Giurisdizione - Sussistenza.

Le Sezioni Unite hanno affermato che il giudice tributario è competente a decidere la domanda risarcitoria proposta dal contribuente a titolo di responsabilità processuale aggravata, di cui all’art. 96 cod. proc. civ., ed altresì, che la condanna alla corresponsione della somma può riguardare anche il danno derivante dall’esercizio, da parte dell’Amministrazione finanziaria, di una pretesa impositiva “temeraria”, in quanto derivata da mala fede o colpa grave, con conseguente necessità, da parte del contribuente, di adire il giudice tributario. Cassazione Sez. Un. Civili 03 giugno 2013 .


Consulenza tecnica preventiva ex articolo 696 bis c.p.c. – Applicazione a situazioni giuridiche che non sono fonte diretta di diritto di credito – Diritti assoluti – Diritto di proprietà industriale – Esclusione.

Consulenza tecnica preventiva a fini conciliativi – Utilizzo improprio – Abuso del processo – Condanna ex articolo 96 c.p.c..

L’ambito di operatività della consulenza tecnica preventiva di cui all’articolo 696 bis c.p.c. è circoscritto alle controversie vertenti sui diritti di credito, abbiano essi matrice contrattuale o extracontrattuale e non si applica invece alle altre situazioni giuridiche che non sono fonte diretta di un diritto di credito. Esulano dunque dall’ambito di tale disciplina i diritti assoluti e, quindi, anche le azioni volte all’accertamento della validità di un diritto di proprietà industriale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Sussiste abuso del processo qualora il ricorso alla consulenza tecnica preventiva venga  utilizzato non in vista del raggiungimento delle finalità proprie dell’istituto, cioè per accertare la sussistenza o meno del credito della controparte e per favorire la soluzione conciliativa di una vertenza, così perseguendo finalità deflattive del contenzioso, bensì unicamente allo scopo di ottenere una rinnovazione di una consulenza tecnica al di fuori di un giudizio di merito già pendente. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 18 maggio 2013
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Condotta processuale della parte che insista su domande palesemente infondate – Responsabilità processuale aggravata – Art. 96 comma III c.p.c. – Sussiste.

Devono ritenersi sussistenti i presupposti per la condanna al risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c dove la parte abbia insistito – nonostante la disponibilità della controparte a pervenire ad una soluzione concordata della separazione giudiziale – in domande palesemente infondate per malafede eo colpa grave. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 17 maggio 2013 .


Domanda di addebito - Soccombenza - Lite temeraria (Art. 96 comma III c.p.c.).

Il coniuge che proponga domanda di addebito verso la controparte - che pure abbia presentato la stessa domanda - e sia risultato soccombente sotto ambo gli aspetti (nel rigetto della sua istanza e per essere stata a questi addebitata la separazione), è suscettibile di condanna per lite temeraria ex art. 96 c.p.c. dove abbia agito con colpa grave. Il risarcimento ex art. 96 c.p.c. deve essere riconosciuto alla controparte (e non all’Erario) anche se questa sia stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 13 febbraio 2013 .


Responsabilità processuale aggravata - Art. 96 comma III c.p.c. - Introdotto dalla Legge 18 giugno 2009 n. 69 - Presupposti.

L'art. 96 comma 3 c.p.c. presuppone il requisito della mala fede o della colpa grave, non solo perché è inserito in un articolo destinato a disciplinare la responsabilità aggravata, ma anche perché agire in giudizio per far valere una pretesa che alla fine si rileva infondata non costituisce condotta di per sé rimproverabile. In merito alla liquidazione del danno, si impone al giudice di osservare un criterio equitativo in applicazione del quale la responsabilità patrimoniale della parte in mala fede ben può essere (anche) calibrata sull'importo delle spese processuali o su un loro multiplo, sempre con il limite della ragionevolezza (Secondo questi criteri il Tribunale, ha applicato la norma liquidando l'importo (giudicato dalla Corte “modesto in termini assoluti”) nel triplo della somma, oggettivamente non rilevante, liquidata per diritti e onorari). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI 30 novembre 2012 .


Mediazione delle controversie civili e commerciali – Obbligatorietà della mediazione – Art. 5 comma I d.lgs. 28/2010 – Incostituzionalità per eccesso di delega – Sussiste.

Sussiste eccesso di delega legislativa, in relazione al carattere obbligatorio dell’istituto di conciliazione e alla conseguente strutturazione della relativa procedura come condizione di procedibilità della domanda giudiziale nelle controversie di cui all’art. 5, comma 1, del d.lgs. n. 28 del 2010. La Consulta dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 5, comma 1, del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28 (Attuazione dell’articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali); e dichiara, in via consequenziale, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), l’illegittimità costituzionale: a) dell’art. 4, comma 3, del decreto legislativo n. 28 del 2010, limitatamente al secondo periodo («L’avvocato informa altresì l’assistito dei casi in cui l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale») e al sesto periodo, limitatamente alla frase «se non provvede ai sensi dell’articolo 5, comma 1»; b) dell’art. 5, comma 2, primo periodo, del detto decreto legislativo, limitatamente alle parole «Fermo quanto previsto dal comma 1 e», c) dell’art. 5, comma 4, del detto decreto legislativo, limitatamente alle parole «I commi 1 e»; d) dell’art. 5, comma 5 del detto decreto legislativo, limitatamente alle parole «Fermo quanto previsto dal comma 1 e»; e) dell’art. 6, comma 2, del detto decreto legislativo, limitatamente alla frase «e, anche nei casi in cui il giudice dispone il rinvio della causa ai sensi del quarto o del quinto periodo del comma 1 dell’articolo cinque,»; f) dell’art. 7 del detto decreto legislativo, limitatamente alla frase «e il periodo del rinvio disposto dal giudice ai sensi dell’art. 5, comma 1»; g) dello stesso articolo 7 nella parte in cui usa il verbo «computano» anziché «computa»; h) dell’art. 8, comma 5, del detto decreto legislativo; i) dell’art. 11, comma 1, del detto decreto legislativo, limitatamente al periodo «Prima della formulazione della proposta, il mediatore informa le parti delle possibili conseguenze di cui all’art. 13»; l) dell’intero art. 13 del detto decreto legislativo, escluso il periodo «resta ferma l’applicabilità degli articoli 92 e 96 del codice di procedura civile»; m) dell’art. 17, comma 4, lettera d), del detto decreto legislativo; n) dell’art. 17, comma 5, del detto decreto legislativo; o), dell’art. 24 del detto decreto legislativo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 27 novembre 2012 .


Rapporto di utenza telefonica – Interruzione della linea telefonica – Responsabilità del gestore per difetto dei presupposti – Violazione del dovere di buona fede – Danno risarcibile – Sussiste – Rilevanza del telefono nella vita dell’utente.

Il gestore telefonico che, in difetto dei presupposti per la sospensione o interruzione del servizio di telefonia, interrompa la prestazione ai danni dell’utente, è tenuto a risarcire il danno al medesimo e, nel caso in cui abbia resistito in giudizio in modo imprudente – non avvedendosi della propria responsabilità – deve anche essere condannato per utilizzo abusivo dello strumento processuale, ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese 02 ottobre 2012 .


Responsabilità processuale aggravata – Art. 96 comma III c.p.c..

La condanna ex art. 96 comma, 3, c.p.c. ha natura anfibologica: lo Stato sanziona mentre il giudice risarcisce. Anfibologia strutturale da intravedere nella doppia anima dell’istituto: resta un risarcimento (copre un danno “presunto” della parte) ma ha funzione sanzionatoria (il giudice rende la condanna consapevole degli importanti effetti che essa avrà anche “fuori” dal singolo processo e per rimarcare la disapprovazione per l’utilizzo emulativo dello strumento processuale). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese 02 ottobre 2012 .


Chiamata in causa - Chiamata in garanzia - Soccombenza dell'attore e onere delle spese del terzo.

Responsabilità processuale - Responsabilità ex art. 96, comma, 3 c.p.c. - Preventiva instaurazione del contraddittorio - Non necessità.

Laddove l’attore risulti soccombente nei confronti del convenuto in ordine a quella pretesa che ha provocato e giustificato la chiamata in garanzia, è l’attore stesso a dovere rifondere le spese di lite del terzo, se vi sia regolarità causale della chiamata, intesa come prevedibile sviluppo logico e normale della lite, e astratta fondatezza della chiamata in manleva. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

La pronuncia ex art. 96, comma, 3 c.p.c. non richiede la preventiva instaurazione del contraddittorio ex art. 101 c.p.c., essendo posterius e non prius logico della decisione di merito; può essere resa in tutti i procedimenti in cui vengono regolate le spese di lite, ed anche nei confronti del terzo chiamato o del terzo intervenuto; introduce nell’ordinamento una forma di danno punitivo per scoraggiare l’abuso del processo e preservare la funzionalità del sistema giustizia deflazionando il contenzioso ingiustificato, ciò che esclude la necessità di un danno di controparte, pur se la condanna è prevista a favore della parte e non dello Stato; presuppone il requisito della malafede o della colpa grave, come nel caso dell’art. 96 comma 1 c.p.c. E’ teoricamente possibile la coesistenza di una pronuncia di condanna ai sensi del primo e del terzo comma dell’articolo 96 c.p.c.. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia 25 settembre 2012
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Responsabilità processuale - Responsabilità ex art. 96, comma, 3 c.p.c. - Preventiva instaurazione del contraddittorio - Non necessità.

La pronuncia ex art. 96, comma, 3 c.p.c. non richiede la preventiva instaurazione del contraddittorio ex art. 101 c.p.c., essendo posterius e non prius logico della decisione di merito; può essere resa in tutti i procedimenti in cui vengono regolate le spese di lite, ed anche nei confronti del terzo chiamato o del terzo intervenuto; introduce nell’ordinamento una forma di danno punitivo per scoraggiare l’abuso del processo e preservare la funzionalità del sistema giustizia deflazionando il contenzioso ingiustificato, ciò che esclude la necessità di un danno di controparte, pur se la condanna è prevista a favore della parte e non dello Stato; presuppone il requisito della malafede o della colpa grave, come nel caso dell’art. 96 comma 1 c.p.c. E’ teoricamente possibile la coesistenza di una pronuncia di condanna ai sensi del primo e del terzo comma dell’articolo 96 c.p.c.. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia 25 settembre 2012 .


Espropriazione presso terzi - Fallimento del debitore - Riassunzione del giudizio di accertamento dell'obbligo del terzo - L'inammissibilità - Presupposti per la condanna per lite temeraria - Sussistenza.

Va condannato ai sensi dell'articolo 96 c.p.c. il creditore che, nonostante l'intervenuta dichiarazione di fallimento del proprio debitore, provveda alla riassunzione del giudizio di accertamento dell'obbligo del terzo ai sensi dell'articolo 549 c.p.c.. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Brescia 02 agosto 2012 .


Abuso dello strumento processuale – Condotta emulativa del creditore nella richiesta del pagamento – Pretesa economica fondata su calcoli matematici sbagliati – Condanna ex art. 96 comma III c.p.c. – Sussiste.

Il causare la proliferazione di giudizi che si sarebbero potuti evitare costituisce abuso dello strumento processuale in contrasto con l'inderogabile dovere di solidarietà sociale che osta all'esercizio di un diritto con modalità tali da arrecare un danno ad altri soggetti che non sia inevitabile conseguenza di un interesse degno di tutela dell'agente. L’abuso dello strumento processuale si rintraccia, in particolare, nella condotta del creditore che, a torto, richieda somme a titolo di interessi frutto di calcoli matematici sbagliati, senza alcuna disponibilità al chiarimento e confronto con il debitore, pur richiesto. L’abuso viene sanzionato con condanna ex art. 96 comma III c.p.c.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Monza 19 giugno 2012 .


Convenuto cd. Fittizio al solo fine di eludere le norme sulla competenza – Abuso dello strumento processuale – Sussiste – Condanna ex art. 96 comma III c.p.c. – Sanzione risarcitoria.

Non è consentita la deroga alla competenza territoriale determinata dal cumulo di cause connesse, proposte contro più persone e radicate presso il giudice del foro generale di uno dei convenuti, allorché l'evocazione in giudizio di uno di essi appaia "prima facie" artificiosa e preordinata allo spostamento della competenza. Viene in questi casi integrata una forma di abuso dello spostamento della giurisdizione o della competenza che impone l’applicazione della sanzione prevista dall’art. 96 cpc, nella misura determinata in ragione del valore della domanda e del numero di udienze in cui si è articolato il giudizio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 13 giugno 2012 .


Consulenza tecnica preventiva – Natura meramente esplorativa – Inammissibilità – Sussiste.

Palese infondatezza del Ricorso – Colpa Grave – Responsabilità processuale ex art. 96 comma III c.p.c. – Inutile dispendio di risorse giudiziarie.

La consulenza tecnica in via preventiva deve essere richiesta con allegazioni specifiche e circostanziate non potendo il ricorrente limitarsi a chiedere al giudice di accertare d’ufficio, in contrasto con il principio dispositivo che governa il processo civile, se si siano eventualmente verificati danni o vi siano state violazioni di legge. Entro questi ambiti, la consulenza si rivela assolutamente esplorativa e dunque inammissibile. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’introduzione del procedimento cautelare palesemente infondato, e la sua coltivazione dopo l’eventuale sollecito giudiziale, va ricondotta a meri intenti defatigatori, e dunque a colpa grave, e si risolve – in buona sostanza – in un abuso del processo che impone l’affermazione della responsabilità aggravata ex art. 96, terzo comma, cpc. Non si può infatti sottacere che la condotta processuale del ricorrente che abusi dello strumento processuale, nell’attuale contesto di limitate risorse destinate agli uffici giudiziari, e dei ripetuti sforzi legislativi volti a contenere la durata dei processi, comporta un dispendio di energie processuali allungando inevitabilmente i tempi di trattazione generale delle liti, sia relativamente agli altri procedimenti d’urgenza, sia riguardo alle controversie a cognizione ordinaria. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 13 giugno 2012
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Procedimento civile - Responsabilità aggravata per lite temeraria - Possibilità che la parte soccombente o entrambe le parti, che abbiano agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, siano condannate d'ufficio al risarcimento dei danni nei confronti dello Stato, ed in particolare del Ministero della Giustizia, per manifesta temerarietà della lite - Omessa previsione - Denunciata irrisarcibilità degli oneri diretti (ex lege n. 89 del 2001) e indiretti causati all'erario e alla collettività dalle liti temerarie.

E’ inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 96, primo comma, del codice di procedura civile, «nella parte in cui non prevede che la parte soccombente o entrambe le parti, che abbiano agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave possano essere condannate, d’ufficio, al risarcimento dei danni nei confronti dello Stato ed, in particolare del Ministero della Giustizia, per manifesta temerarietà della lite», atteso che trattasi di previsione additiva rimessa alle scelte di politica legislativa. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale 31 maggio 2012 .


Comportamento processuale della parte – Al cospetto della probabile soccombenza – Applicazione dell’art. 96 comma III c.p.c. – Sussiste.

Rimborso forfetario – Espressa richiesta del difensore – Necessità – Sussiste.

Compensazione delle spese del processo – Motivazione (sindacabile) – Necessità – Sussiste.

In presenza di un diritto vivente consolidato, che lascia prevedere la probabile fondatezza dell’atto di appello, la comparsa dell’appellato che resista in giudizio all’atto di gravame, in luogo di pervenire ad un assetto conciliativo della vertenza, aggrava senza alcun serio motivo la giurisdizione civile con conseguente possibilità che il giudice di appello irroghi d’ufficio alla parte soccombente in appello “una somma equitativamente determinata” ex art. 96 c.p.c. terzo comma come introdotto con legge n. 692009 (in vigore dal 4 luglio 2009) in aggiunta o in alternativa alla responsabilità per lite temeraria prevista al primo comma su istanza di parte ed in base alla prova  di un “danno”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’attribuzione del rimborso forfetario per spese generali deve essere espressamente richiesto nell’atto di appello. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)   
 
La compensazione delle spese di lite necessita di una motivazione che può essere sia esplicita sia ricavabile in modo indiretto dal contesto della motivazione; ma deve in ogni caso risultare in modo “chiaro ed inequivoco” dal complesso della motivazione. La motivazione sulla compensazione è certamente sindacabile nei giudizio di impugnazione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 27 aprile 2012
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Processo civile - Responsabilità processuale aggravata - Art. 96 comma 3 c.p.c. - Condanna - Instaurazione del contraddittorio - Non necessità.

Processo civile - Responsabilità processuale aggravata - Art. 96 comma 3 c.p.c. - Condanna del terzo chiamato o intervenuto - Ammissibilità.

Processo civile - Responsabilità processuale aggravata - Art. 96 comma 3 c.p.c. - Danno punitivo - Finalità - Funzionalità del sistema giustizia e deflazione del contenzioso ingiustificato - Danno alla controparte - Irrilevanza.

Processo civile - Responsabilità processuale aggravata - Art. 96 comma 3 c.p.c. - Mala fede o colpa grave - Necessità.

Processo civile - Responsabilità processuale aggravata - Art. 96 comma 3 c.p.c. - Coesistenza - Ammissibilità.

La pronuncia ex art. 96 comma 3 c.p.c. non richiede la preventiva instaurazione del contraddittorio ex art. 101 c.p.c., essendo posterius e non prius logico della decisione di merito. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

La pronuncia ex art. 96 comma 3 c.p.c. può essere resa in tutti i procedimenti in cui vengono regolate le spese di lite, ed anche nei confronti del terzo chiamato o del terzo intervenuto. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

La pronuncia ex art. 96 comma 3 c.p.c. introduce nell'ordinamento una forma di danno punitivo per scoraggiare l'abuso del processo e preservare la funzionalità del sistema giustizia deflazionando il contenzioso ingiustificato, ciò che eslcude la necessità di un danno di controparte pur se la condanna è prevista a favore della parte e non dello Stato. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)
 
La pronuncia ex art. 96 comma 3 c.p.c. presuppone il requisito della malafede o della colpa grave, come nel caso dell'art. 96 comma 1 c.p.c.. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

E' teoricamente possibile la coesistenza di una pronuncia di condanna ai sensi del primo e del terzo comma dell'articolo 96 c.p.c.. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia 18 aprile 2012
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Incompetenza – Decisione mediante ordinanza – Legge 18 giugno 2009 n. 69 – Applicabilità dell’art. 190 c.p.c. – Esclusione.

Incompetenza del giudice adito – Violazione dell’art. 645 c.p.c. – Responsabilità ex art. 96 comma III c.p.c. – Sussiste.

La decisione sulla questione preliminare relativa alla competenza assume la forma dell’ordinanza in forza delle modifiche apportate al codice di rito dalla legge 69/2009. Malgrado le indicazioni che paiono evincersi da alcune pronunce della Suprema Corte (Cass. 21 luglio 2011, n. 16005; Cass., 28 febbraio 2011, n. 4986), non deve trovare applicazione per la decisione sulla competenza il sub-procedimento delineato per la fase decisoria dall’art. 190 c.p.c., con la previsione di termini perentori per lo scambio di comparse conclusionali e repliche, venendo, altrimenti, del tutto frustrato l’intento semplificativo sotteso alla modifica legislativa. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La competenza a decidere sulla impugnazione del decreto ingiuntivo è, ai sensi dell’art. 645 c.p.c., del giudice che ha emesso l’ingiunzione: si tratta di una competenza non derogabile, non solo per volontà delle parti ma anche per ragioni di continenza o di connessione. L’opponente che promuova il giudizio di opposizione dinanzi ad un giudice diverso (nel caso di specie, Lamezia Terme in luogo di Mondovì) incorre in una manifesta violazione delle regole sulla competenza che espone l’attore alla condanna ex art. 96 comma III c.p.c. che mira a colpire le condotte contrarie al principio di lealtà processuale (art. 88 c.p.c.) nonché quelle suscettibili di ledere il principio di rilevanza costituzionale della ragionevole durata del giudizio e proprio in forza degli interessi pubblicistici che mira a realizzare è attivabile d’ufficio, senza la richiesta della parte e senza che quest’ultima dimostri di aver subito un danno alla propria persona o al proprio patrimonio in conseguenza del processo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Lamezia Terme 02 aprile 2012
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Incompetenza del giudice adito – Violazione dell’art. 645 c.p.c. – Responsabilità ex art. 96 comma III c.p.c. – Sussiste.

La competenza a decidere sulla impugnazione del decreto ingiuntivo è, ai sensi dell’art. 645 c.p.c., del giudice che ha emesso l’ingiunzione: si tratta di una competenza non derogabile, non solo per volontà delle parti ma anche per ragioni di continenza o di connessione. L’opponente che promuova il giudizio di opposizione dinanzi ad un giudice diverso (nel caso di specie, Lamezia Terme in luogo di Mondovì) incorre in una manifesta violazione delle regole sulla competenza che espone l’attore alla condanna ex art. 96 comma III c.p.c. che mira a colpire le condotte contrarie al principio di lealtà processuale (art. 88 c.p.c.) nonché quelle suscettibili di ledere il principio di rilevanza costituzionale della ragionevole durata del giudizio e proprio in forza degli interessi pubblicistici che mira a realizzare è attivabile d’ufficio, senza la richiesta della parte e senza che quest’ultima dimostri di aver subito un danno alla propria persona o al proprio patrimonio in conseguenza del processo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Lamezia Terme 02 aprile 2012 .


Art. 96 comma, 3 c.p.c. – Lite temeraria – Presupposti.

Agire in giudizio per far valere una pretesa che alla fine si rileva infondata non costituisce condotta di per sé rimproverabile, essendo necessario, per l’applicazione dell’art. 96, comma 3, c.p.c., la sussistenza del dolo o della colpa grave nella condotta processuale di chi agisce. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Catanzaro 30 marzo 2012 .


Società per azioni - Denuncia al tribunale ex articolo 2409 c.c. - Introduzione del presupposto della potenzialità del danno - Finalità di evitare denunce pretestuose o dettate da motivi di disturbo.

Lite temeraria - Condanna ex articolo 96, comma 3, c.p.c. - Presupposti - Aver agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave.

Lite temeraria - Condanna ex articolo 96, comma 3, c.p.c. - Presupposti - Applicazione ai procedimenti di volontaria giurisdizione - Ammissibilità.

Lite temeraria - Condanna ex articolo 96, comma 3, c.p.c. - Applicazione del procedimento di cui all'articolo 2409 c.c. - Ammissibilità.

Con l'introduzione, ad opera del decreto legislativo n. 6 del 2003, del requisito della potenzialità del danno quale presupposto della denuncia di cui all'articolo 2409 c.c., il legislatore ha inteso limitare la possibilità di denunce pretestuose o dettate da motivi di disturbo e, al tempo stesso, escludere le cosiddette irregolarità informative dall'ambito dell'intervento dell'autorità giudiziaria, e quindi dalla sfera di tutela della minoranza. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il presupposto per l'applicazione della condanna per lite temeraria di cui al terzo comma dell'articolo 96 c.p.c., è il medesimo previsto dal primo comma del citato articolo, ossia che la parte soccombente abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La condanna per lite temeraria di cui al terzo comma dell'articolo 96 c.p.c. è applicabile anche nei procedimenti di volontaria giurisdizione che si concludano con una pronuncia sulle spese e non è di ostacolo a tale soluzione il fatto che il primo comma della citata norma qualifichi come sentenza la decisione che può contenere la condanna, dovendosi tale espressione intendere come provvedimento che definisce il giudizio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La condanna per lite temeraria di cui al terzo comma dell'articolo 96 c.p.c. è applicabile anche nell'ambito del procedimento di cui all'articolo 2409 c.c. che venga utilizzato per finalità. L'onere rispetto a quella sua propria consistente nel ripristino della legalità dell'amministrazione della società allo scopo di tutelare esclusivamente gli interessi dei soci di minoranza. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona 12 gennaio 2012
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Lite temeraria - Condanna ex articolo 96, comma 3, c.p.c. - Presupposti - Aver agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave.

Il presupposto per l'applicazione della condanna per lite temeraria di cui al terzo comma dell'articolo 96 c.p.c., è il medesimo previsto dal primo comma del citato articolo, ossia che la parte soccombente abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 12 gennaio 2012 .


Lite temeraria - Condanna ex articolo 96, comma 3, c.p.c. - Presupposti - Applicazione ai procedimenti di volontaria giurisdizione - Ammissibilità.

La condanna per lite temeraria di cui al terzo comma dell'articolo 96 c.p.c. è applicabile anche nei procedimenti di volontaria giurisdizione che si concludano con una pronuncia sulle spese e non è di ostacolo a tale soluzione il fatto che il primo comma della citata norma qualifichi come sentenza la decisione che può contenere la condanna, dovendosi tale espressione intendere come provvedimento che definisce il giudizio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 12 gennaio 2012 .


Lite temeraria - Condanna ex articolo 96, comma 3, c.p.c. - Applicazione del procedimento di cui all'articolo 2409 c.c. - Ammissibilità.

La condanna per lite temeraria di cui al terzo comma dell'articolo 96 c.p.c. è applicabile anche nell'ambito del procedimento di cui all'articolo 2409 c.c. che venga utilizzato per finalità. L'onere rispetto a quella sua propria consistente nel ripristino della legalità dell'amministrazione della società allo scopo di tutelare esclusivamente gli interessi dei soci di minoranza. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 12 gennaio 2012 .


Domanda giudiziale per usucapione – Riproposizione della domanda nonostante la pronuncia di rigetto passata in giudicato – Inammissibilità della domanda ex art. 2909 c.c. – Condanna ex officio – Art. 96, comma III, c.p.c..

La parte che, nonostante sentenza di sfavore passata in giudicato – sentenza con cui la domanda giudiziale è stata rigettata nel merito – riproponga la medesima domanda giudiziale, con lo stesso oggetto e verso lo stesso convenuto, deve essere condannata d’ufficio, ai sensi dell’art. 96, comma III, c.p.c., per lite temeraria (Nel caso di specie, la parte attrice è stata condannata per lite temeraria, alla somma di Euro 10.000,00). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese 16 dicembre 2011 .


Responsabilità processuale aggravata – Condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c. – Instaurazione del contraddittorio – Esclusione.

Responsabilità processuale aggravata – Condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c. – Pronuncia nei confronti del terzo chiamato – Ammissibilità.

Responsabilità processuale aggravata – Condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c. – Danno punitivo – Accertamento del danno subito dalla parte – Esclusione.

Responsabilità processuale aggravata – Condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c. – Mala fede o colpa grave – Necessità.

Responsabilità processuale aggravata – Condanna ai sensi del primo e del terzo comma dell’art. 96 c.p.c. – Coesistenza – Ammissibilità.

La pronuncia ex art. 96, comma 3 c.p.c., che può essere effettuata d’ufficio e non ha limite nella determinazione dell’importo della condanna, non richiede la preventiva instaurazione del contraddittorio ex art. 101 c.p.c., essendo posterius e non prius logico della decisione di merito. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

La pronuncia ex art. 96, comma 3 c.p.c. può essere resa in tutti i procedimenti in cui vengono regolate le spese di lite, ed anche nei confronti del terzo chiamato o del terzo intervenuto. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

La pronuncia ex art. 96, comma 3 c.p.c. introduce nell’ordinamento una forma di danno punitivo per scoraggiare l’abuso del processo e preservare la funzionalità del sistema giustizia deflazionando il contenzioso ingiustificato, ciò che esclude la necessità di un danno di controparte, pur se la condanna è prevista a favore della parte e non dello Stato. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

La pronuncia ex art. 96, comma 3 c.p.c. presuppone il requisito della malafede o della colpa grave, come nel caso dell’art. 96, comma 1 c.p.c.. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

E’ teoricamente possibile la coesistenza di una pronuncia di condanna ai sensi del primo e del terzo comma dell’articolo 96 c.p.c.. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)
Tribunale Piacenza 15 novembre 2011
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Responsabilità aggravata – Art. 96 III co. c.p.c. – Criteri applicativi.

La manifesta infondatezza della opposizione a decreto ingiuntivo ed il comportamento processuale dell’opponente giustificano la condanna di costui al pagamento in favore dell’opposto di una somma ex art. 96 III co. c.p.c., importo che viene calcolato in percentuale sull’importo dei compensi per diritti ed onorari riconosciuti in favore dell’opposto, tenendosi anche conto della durata del giudizio. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 04 ottobre 2011 .


Lite temeraria - Risarcimento danni - Onere della prova - Dimostrazione dello specifico danno subito dalla parte vittoriosa - Possibilità di desumere i danni dalla comune esperienza.

All’accoglimento della domanda di risarcimento dei danni da lite temeraria non osta l’omessa deduzione e dimostrazione dello specifico danno subito dalla parte vittoriosa, che non è costituito dalla lesione della propria posizione materiale, ma dagli oneri di ogni genere che questa abbia dovuto affrontare per essere stata costretta a contrastare l’ingiustificata iniziativa dell’avversario e dai disagi affrontati per effetto di tale iniziativa, danni la cui esistenza può essere desunta dalla comune esperienza. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III 23 agosto 2011 .


Responsabilità processuale aggravata - Condanna d'ufficio di cui all'articolo 96 comma 3, c.p.c. - Mala fede o colpa grave - Accertamento - Necessità.

Responsabilità processuale aggravata - Condanna d'ufficio di cui all'articolo 96 comma 3, c.p.c. - Applicazione ai procedimenti cautelari che si concludono con una pronuncia sulle spese - Ammissibilità.

La condanna per responsabilità processuale aggravata che può essere pronunciata d'ufficio dal giudice ai sensi dell'articolo 96, comma 3, c.p.c. ha natura sanzionatoria e presuppone l'accertamento del requisito soggettivo della mala fede o della colpa grave. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) 

La condanna per responsabilità processuale aggravata di cui all'articolo 96, comma 3, c.p.c. può essere pronunciata anche nei procedimenti cautelari che si concludono con una pronuncia sulle spese, posto che l'espressione "sentenza", contenuta nel primo comma dell'articolo 96, ben può essere intesa come provvedimento che definisce il giudizio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona 13 agosto 2011
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Lite temeraria - Controversia su questioni poste da recenti modifiche legislative - Mancanza di solido orientamento giurisprudenziale - Condanna per lite temeraria ex articolo 96 c.p.c. - Esclusione.

Allorché una controversia proponga questioni sorte da recenti novelle, sulle quali non si è formato alcun solido orientamento giurisprudenziale, anzi inducendo gli operatori ad uno sforzo ricostruttivo del sistema, non ricorrono i presupposti per una condanna per lite temeraria ex art. 96, co. 3, c.p.c.. (Marco De Cristofaro) (riproduzione riservata) Appello Trieste 15 luglio 2011 .


Difesa manifestamente infondata – Condotta emulativa del convenuto finalizzata ad ottenere la conversione del sommario in rito ordinario – Lite temeraria – Art. 96 c.p.c. – Natura sanzionatoria – Sussiste.

La norma di cui al terzo comma dell’art. 96 c.p.c., non ha natura meramente risarcitoria, bensì sanzionatoria, avendo essa introdotto nell’ordinamento una forma di “danno punitivo” diretto a scoraggiare l’abuso del processo e degli strumenti forniti dalla legge alle parti. Agisce con condotta sleale e scorretta, quindi abusiva, la parte convenuta che, chiamata in giudizio con ricorso sommario, presenti eccezioni e domande riconvenzionali manifestamente infondate al solo fine di ottenere la conversione del rito semplificato in rito ordinario. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Lamezia Terme 12 luglio 2011 .


Fallimento – Revoca – Responsabilità aggravata – Competenza inderogabile.

Nell’ipotesi di revoca del fallimento, il tribunale competente, in maniera funzionale, esclusiva ed inderogabile, a conoscere di una eventuale domanda di risarcimento dei danni a titolo di responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. proposta dal debitore nei confronti del creditore, è la Corte d’Appello adita con il reclamo. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Sulmona 12 maggio 2011 .


Espropriazione forzata - Espropriazione immobiliare - Tutela del terzo illegittimamente coinvolto - Mancata opposizione ex art. 619 c.p.c. - Prevalenza del terzo rispetto all'eventuale aggiudicatario - Accertamento della responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. - Estraneità del reale proprietario non a conoscenza del processo esecutivo.

Il terzo illegittimamente coinvolto (di fatto) nell’esecuzione immobiliare è maggiormente tutelato rispetto al debitore esecutato, posto che, anche in caso di mancata proposizione dell’opposizione ex art. 619 c.p.c., il terzo proprietario è pur sempre destinato a prevalere rispetto all’eventuale aggiudicatario, destinato a subire l’evizione (cfr. art. 2921 c.c.), sicchè, ai fini del riscontro dell’eventuale responsabilità aggravata ex art. 96, comma 2 c.p.c., si impone un più rigoroso accertamento del profilo dell’eventuale danno collegato alla pendenza del processo esecutivo (di cui il reale proprietario del cespite pignorato è, il più delle volte, ignaro e nei cui confronti rimane, comunque, terzo estraneo). (Leonardo Pica) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli 28 aprile 2011 .


Procedimento civile - Responsabilità processuale aggravata - Articolo 96, comma 3, c.p.c. - Proposizione di opposizione a decreto ingiuntivo - Malafede - Criteri di determinazione del risarcimento - Ritardo nell'accertamento del credito - Intensità dell'elemento soggettivo che ha connotato il comportamento processuale - Entità del credito.

Può essere condannato al pagamento di una somma di denaro ai sensi dell'articolo 96, comma 3, c.p.c. colui che mediante opposizione a decreto ingiuntivo resista con evidente malafede alla pretesa creditoria. L'ammontare del risarcimento (nel caso di specie di euro 3000) può essere determinato tenendo conto del ritardo nell'accertamento e nel riconoscimento definitivo del credito causato dalla ingiustificata iniziativa processuale del debitore, dell'intensità dell'elemento soggettivo che ha contraddistinto l'iniziativa processuale dell'opponente, ove questa risulti dolorosamente preordinata a ritardare il più possibile il pagamento, nonché dalla considerevole entità del credito rimasto insoddisfatto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 19 aprile 2011 .


Danno da lite temeraria – Art. 96 c.p.c. – Giudice competente – Giudice della causa cui la lite temeraria si riferisce – Sussiste.

La domanda di risarcimento danni per responsabilità aggravata va proposta tanto per l'an che per il quantum allo stesso giudice competente per il merito della causa cui i pretesi danni si riferiscono. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Campobasso 07 aprile 2011 .


Lite temeraria – Colpa grave – Domanda risarcitoria senza deduzione di alcuna valida prova seria – Sussiste – Condanna ex art. 96 comma III c.p.c..

Va condannata ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c. la parte attrice che abbia agito con colpa grave, avendo proposto una domanda risarcitoria senza dedurre ed allegare alcuna prova seria e puntuale dei fatti posti a fondamento della domanda. La somma deve essere equitativamente determinata, tenuto conto del valore della controversia e delle argomentazioni svolte dall'attrice. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Lodi 01 aprile 2011 .


Procedimenti in camera di consiglio - Condanna alle spese giudiziali - Legittimità - Contrasto tra interessi antagonisti - Soccombenza - Applicazione delle tariffe dei procedimenti contenziosi.

Processo civile - Responsabilità processuale aggravata - Natura sanzionatoria - Introduzione di danno punitivo - Sanzione d'ufficio.

È legittima la condanna alle spese giudiziali nei procedimenti in camera di consiglio, allorché si presenti un contrasto tra interessi antagonisti la cui soluzione implica una soccombenza, che resta sottoposta alle regole dettate dagli artt. 91 ss. c.p.c. Per la relativa liquidazione, si applicano gli onorari di cui ai par. I, II e IV della Tabella A del D.M. n. 127/2004, poiché, ai sensi dell’art. 11, co. 2, del medesimo D.M., anche con riferimento ai procedimenti camerali si applicano le tariffe relative ai procedimenti contenziosi, qualora siano sorte delle contestazioni il cui esame è devoluto al giudice della cognizione. (Marco De Cristofaro) (riproduzione riservata)

Il nuovo comma 3 dell’art. 96 c.p.c. prevede un rimedio che non ha natura meramente risarcitoria ma “sanzionatoria” ed introduce nell’ordinamento una forma di danno punitivo per scoraggiare l’abuso del processo e preservare la funzionalità del sistema, traducendosi, dunque, in “una sanzione d’ufficio”. (Marco De Cristofaro) (riproduzione riservata)
Tribunale Pordenone 18 marzo 2011
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Processo civile - Responsabilità processuale aggravata - Natura sanzionatoria - Introduzione di danno punitivo - Sanzione d'ufficio.

Il nuovo comma 3 dell’art. 96 c.p.c. prevede un rimedio che non ha natura meramente risarcitoria ma “sanzionatoria” ed introduce nell’ordinamento una forma di danno punitivo per scoraggiare l’abuso del processo e preservare la funzionalità del sistema, traducendosi, dunque, in “una sanzione d’ufficio”. (Marco De Cristofaro) (riproduzione riservata) Tribunale Pordenone 18 marzo 2011 .


Procedimento civile - Responsabilità processuale aggravata - Condanna al risarcimento del danno ex articolo 96, comma 3 c.p.c. - Opposizione a decreto ingiuntivo fondata su denunzia di vizi - Descrizione generica dei vizi - Mancata dimostrazione della tempestività della denuncia - Riconoscimento del debito e richiesta di dilazioni di pagamento.

Giustifica la condanna al risarcimento del danno di cui all'articolo 96, comma 3, c.p.c. il comportamento di chi proponga opposizione a decreto ingiuntivo deducendo, con riferimento a forniture di merce, l'esistenza di vizi indicati genericamente, che non tenti di dimostrare la tempestività della relativa denuncia, e che, prima dell'instaurazione del giudizio, aveva sempre riconosciuto il proprio debito senza formulare alcuna eccezione ed anzi chiedendo dilazioni di pagamento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 15 marzo 2011 .


Lite temeraria – Art. 96, comma III, c.p.c. – Applicabile al rito della Famiglia – Artt. 155-bis c.c. – Sussiste – Natura giuridica – Sanzionatoria – Sussiste – Effetti della Lite temeraria sull’amministrazione della giustizia – Rilevanza.

L’art. 96, comma 3, c.p.c. è applicabile alle controversie in materia di famiglia, in virtù dell’art. 155-bis c.c. e ha la precipua finalità di sanzionare l’abuso del processo al di fuori dell’area della responsabilità aquiliana. La nuova norma consente di prendere in esame gli effetti prodotti dalla lite temeraria sulla amministrazione della giustizia nel suo complesso, nei termini di rallentamento e quindi inefficacia della tutela dei diritti, che si riverberano inevitabilmente sulle posizioni soggettive di coloro che, pur estranei al processo in cui si tenga la condotta ostativa e capziosa, si siano comunque rivolti all’Autorità Giudiziaria vedendo allungati i tempi di definizione dei procedimenti che li riguardano. Tale effetto è maggiormente pervasivo laddove, come nelle procedure ex art. 317-bis c.c., non si tratti solo di prestazioni economicamente valutabili – ad esempio la determinazione del contributo al mantenimento della prole minore – ma anche, e soprattutto, di tutela di diritti personalissimi e costituzionalmente garantiti, come quello alle relazioni parentali. Tali diritti ottengono una tutela che possa dirsi effettiva solo laddove l’intervento giurisdizionale sia particolarmente celere, del resto come in qualsiasi procedura dell’Autorità Giudiziaria minorile: il fattore tempo toglie al minore ed al suo genitore, ed al reciproco rapporto interpersonale di cura, affetto, costruzione dell’identità personale e familiare, “pezzi di vita” che non consentono alcuna restituito in pristinum poiché ciò che è andato perduto è difficilmente recuperabile. Il legislatore della novella di cui alla L. n. 54 del 2006, che ha aggiunto l’art. 155-bis c.c., era particolarmente consapevole delle dinamiche dei procedimenti per l’affidamento della prole minore e della necessità di recuperare una più compiuta e reale condivisione delle responsabilità parentali tanto che, configurato l’affidamento condiviso come il regime ordinario nella materia de qua, ha inteso presidiarlo contro immotivate e pretestuose richieste di affidamento esclusivo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 04 marzo 2011 .


Lite temeraria – Art. 96, comma III, c.p.c. – Applicabile al rito della Famiglia – Artt. 155-bis c.c. – Sussiste – Natura giuridica – Sanzionatoria – Sussiste – Effetti della Lite temeraria sull’amministrazione della giustizia – Rilevanza.

L’art. 96, comma III, c.p.c. è applicabile alle controversie in materia di famiglia, in virtù dell’art. 155-bis c.c. e ha la precipua finalità di sanzionare l’abuso del processo al di fuori dell’area della responsabilità aquiliana. La nuova norma consente di prendere in esame gli effetti prodotti dalla lite temeraria sulla amministrazione della Giustizia nel suo complesso, nei termini di rallentamento e quindi inefficacia della tutela dei diritti, che si riverberano inevitabilmente sulle posizioni soggettive di coloro che, pur estranei al processo in cui si tenga la condotta ostativa e capziosa, si siano comunque rivolti all’Autorità Giudiziaria vedendo allungati i tempi di definizione dei procedimenti che li riguardano. Tale effetto è maggiormente pervasivo laddove, come nelle procedure ex art. 317-bis c.c., non si tratti solo di prestazioni economicamente valutabili – ad esempio la determinazione del contributo al mantenimento della prole minore – ma anche, e soprattutto, di tutela di diritti personalissimi e costituzionalmente garantiti, come quello alle relazioni parentali. Tali diritti ottengono una tutela che possa dirsi effettiva solo laddove l’intervento giurisdizionale sia particolarmente celere, del resto come in qualsiasi procedura dell’Autorità Giudiziaria minorile: il fattore tempo toglie al minore ed al suo genitore, ed al reciproco rapporto interpersonale di cura, affetto, costruzione dell’identità personale e familiare, “pezzi di vita” che non consentono alcuna restituito in pristinum poiché ciò che è andato perduto è difficilmente recuperabile. Il legislatore della novella di cui alla L. n. 54 del 2006, che ha aggiunto l’art. 155-bis c.c., era particolarmente consapevole delle dinamiche dei procedimenti per l’affidamento della prole minore e della necessità di recuperare una più compiuta e reale condivisione delle responsabilità parentali tanto che, configurato l’affidamento condiviso come il regime ordinario nella materia de qua, ha inteso presidiarlo contro immotivate e pretestuose richieste di affidamento esclusivo. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 04 marzo 2011 .


Contratti e Obbligazioni - Termine Essenziale - Risoluzione Ope Legis - Sussiste - Irrilevanza dell'importanza dell'adempimento.

Lite Temeraria - Art. 96 c.p.c. - Requisiti costitutivi - Apprezzamenti di fatto - Motivazione del giudice del merito - Censurabilità in Cassazione - Limitatamente alla motivazione.

Lite Temeraria - Art. 96 c.p.c. - Requisito della temerarietà - Consapevolezza della infondateza della domanda - Sussiste.

Lite Temeraria - Art. 96 c.p.c. - Danno sofferto - Accertamento.

Qualora sia pattuito un termine essenziale per l'adempimento della prestazione, la risoluzione del contratto opera di diritto, prescindendo dall'indagine in ordine alla importanza dell'inadempimento, che è stata anticipatamente valutata dai contraenti, dovendo in tal caso il giudice limitarsi ad accertate la sussistenza e l'imputabilità dell'inadempimento. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Ai fini della condanna al risarcimento dei danni da responsabilità aggravata ex art. 96 cod. proc. civ., dei requisiti dell'aver agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave (comma primo) ovvero del difetto della normale prudenza (comma secondo) implica un apprezzamento di fatto non censurabile in sede di legittimità se la sua motivazione in ordine alla sussistenza o meno dell'elemento soggettivo ed all'"an" ed al "quantum" dei danni di cui è chiesto il risarcimento risponde ad esatti criteri logico-giuridici. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La temerarietà della lite può essere ravvisata nella coscienza dell'infondatezza della domanda (o nel difetto della normale diligenza per l'acquisizione di detta coscienza): nel verificare la lite temeraria, il giudice può tenere conto del (e basandosi sul) comportamento processuale tenuto dalla parte nel processo e dellla condotta extraprocessuale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Relativamente all'entità del danno sofferto per lite temeraria ex art. 96 c.p.c., se l'esistenza e la prova devono essere offerte dall'istante sia per quanto concerne l'"an" sia per il "quantum debeatur", il pregiudizio derivante da condotte processuali dilatorie o defatigatorie della controparte può desumersi da nozioni di comune esperienza anche alla stregua del principio, ora costituzionalizzato, della ragionevole durata del processo (art. 111 Cost., comma 2) e della L. n. 89 del 2001 (c.d. legge Pinto), secondo cui, nella normalità dei casi e secondo l'"id quod plerumque accidit", ingiustificate condotte processuali, oltre a danni patrimoniali, causano "ex se" anche danni di natura psicologica che, per non essere agevolmente quantificabili, vanno liquidati equitativamente sulla base degli elementi in concreto desumibili dagli atti di causa (Cass. 24645/2007). D'altra parte, in tema di equa riparazione per irragionevole durata del processo ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, anche per le persone giuridiche il danno non patrimoniale, inteso come danno morale soggettivo correlato a turbamenti di carattere psicologico, è - tenuto conto dell'orientamento in proposito maturato nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo - conseguenza normale, ancorchè non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, a causa dei disagi e dei turbamenti di carattere psicologico che la lesione di tale diritto solitamente provoca alle persone preposte alla gestione dell'ente o ai suoi membri, e ciò non diversamente da quanto avviene per il danno morale da lunghezza eccessiva del processo subito dagli individui persone fisiche (Cass. 1746/20101: 2246/2007). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. II 18 febbraio 2011
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Attuazione degli obblighi di non fare – Art. 614-bis c.p.c. – Astreintes – Modello Francese – Condanna - Indennizzo – Somma da versare a favore della controparte.

Lite temeraria – Art. 96, comma III, c.p.c. – Convenuto soccombente contumace – Applicabilità – Esclusione.

L’art. 614-bis c.p.c. inserisce nella trama codicistica di rito le cd. astreintes, ovvero forme di esecuzione indiretta che utilizzano la tecnica delle misure coercitive, cioè quello specifico ventaglio di strumenti di coartazione della volontà del debitore che si concretano nella minaccia di sanzioni civili o penali, al fine di costringerlo ad adempiere i suoi obblighi. La norma tende a realizzare l’effettività del “giusto processo” che tale non sarebbe ove la pronuncia restasse lettera morta, ineseguita. Nel silenzio della norma, la somma oggetto di condanna va riversata in favore della controparte. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’art. 96, comma III, c.p.c. non è applicabile nei confronti del convenuto rimasto contumace. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Varese 16 febbraio 2011
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Lite temeraria – Art. 96, comma III, c.p.c. – Convenuto soccombente contumace – Applicabilità - Esclusione.

L’art. 96, comma III, c.p.c. non è applicabile nei confronti del convenuto rimasto contumace. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese 16 febbraio 2011 .


Liti temerarie – Azione civile strumentale – Pregiudizio obiettivo per la parte vittima dell’azione temeraria – Rimedi per contrastare l’azione temeraria – Legge 69/2009 – Art. 96, comma III, c.p.c. – Attenzione, comprensione e diligenza del giudice.

Non c’è dubbio che già il solo dovere di difendersi in un giudizio civile, affrontandone comunque i costi di difesa notoriamente non indifferenti e i disagi conseguenti in termini di durata della pendenza e incertezza di soluzione, costituisca un obiettivo pregiudizio di fatto che, quanto l’azione dalla quale ci si deve difendere è solo strumentale, può essere per sé idoneo ad influire sulle scelte e le condotte professionali future del convenuto.
Il sistema giudiziario prevede, però, in sé rimedi specifici nei confronti dell’azione “temeraria”, sia nel settore civile che in quello penale, rimedi che sono attivabili d’ufficio dal magistrato, oltre a potere essere sollecitati dal convenuto. E’, dunque, possibile trovare una risposta efficace dall’applicazione attenta e coerente delle norme che lo stesso Legislatore ha posto a contrasto dell’azione strumentale e temeraria.
Quanto, in particolare, all’azione civile strumentale, il recente intervento del Legislatore della Legge 69/2009 – con l’inserimento di un ultimo comma dell’art. 96 c.p.c. che specificamente prevede, nel caso di condanna alle spese della parte soccombente, la possibilità di condanna, anche d’ufficio, al pagamento a favore della controparte di somma equitativamente determinata – indica un ulteriore e specifico rimedio, la cui attivazione dipende solo dall’attenzione, comprensione e diligenza del giudice, eventualmente opportunamente sollecitato dalla parte interessata. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione penale 11 febbraio 2011
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Titoli di credito – Assegno – Opposizione all'esecuzione proposta dall'emittente nei confronti del beneficiario – Onere della prova.

Processo civile – Principio di non contestazione – Fatti sui quali la parte rimane silente – Termine per la contestazione – Prima occasione processuale utile.

Processo civile – Risarcimento del danno da responsabilità processuale aggravata – Formulazione per la prima volta in comparsa conclusionale – Inammissibilità.

Qualora il beneficiario di un assegno agisca in sede esecutiva, l'emittente che proponga opposizione all'esecuzione può contestare la mancanza del rapporto sottostante, trattandosi di eccezione a lui personale ai sensi dell'art. 1993, c.c., ma ha l'onere di fornire la prova dell'inesistenza (invalidità o inefficiacia) del rapporto fondamentale. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)

In virtù del principio di non contestazione previsto dall'art. 115, c.p.c., devono ritenersi pacifici non solo i fatti esplicitamente o implicitamente ammessi, ma anche quelli su cui la controparte rimanga silente. La contestazione deve intervenire nella prima occasione processuale utile o, al più tardi, con la prima memoria ex art. 183, comma 6, c.p.c., così da consentire all'altra parte, nella seconda memoria, di formulare le proprie istanze istruttorie alla luce di ciò che si sia vista o meno contestare. (Francesco Mainetti)

(riproduzione riservata) La domanda di risarcimento del danno ex art. 96, c.p.c. è inammissibile se formulata per la prima volta nella comparsa conclusionale. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 27 gennaio 2011
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Processo civile – Risarcimento del danno da responsabilità processuale aggravata – Formulazione per la prima volta in comparsa conclusionale – Inammissibilità.

La domanda di risarcimento del danno ex art. 96, c.p.c. è inammissibile se formulata per la prima volta nella comparsa conclusionale. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 27 gennaio 2011 .


Abuso del Processo – Sanzione – Art. 96 comma III c.p.c. come introdotto dalla Legge 69/2009 – Condanna ad una pena pecuniaria.

L’abuso del processo causa un danno indiretto all’erario (per l’allungamento del tempo generale nella trattazione dei processi e, di conseguenza, l’insorgenza dell’obbligo al versamento dell’indennizzo ex lege 89/2001) e un danno diretto al litigante (per il ritardo nell’accertamento della verità) e va dunque contrastato. In tale contesto, si comprende perché il Legislatore del 2009 (legge n. 69) abbia introdotto un danno tipicamente punitivo nell’art. 96 comma III c.p.c. al fine di scoraggiare l’abuso del processo e preservare la funzionalità del sistema giustizia. La norma introdotta dalla Legge 18 giugno 2009, n. 69 nel terzo comma dell’art. 96 c.p.c. non ha natura meramente risarcitoria ma “sanzionatoria” ed introduce nell’ordinamento una forma di danno punitivo per scoraggiare l’abuso del processo e preservare la funzionalità del sistema Giustizia, traducendosi, dunque, in “una sanzione d’ufficio” (Nel caso di specie, l’attrice aveva proposto opposizione a decreto ingiuntivo pur consapevole delle ragioni della controparte, e la lite traeva giustificazione essenziale dal fatto di essere le parti marito e moglie in fase di separazione litigiosa. Il giudice condanna d’Ufficio la opponente ad una pena di 10.000,00 Euro). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese 21 gennaio 2011 .


Responsabilità processuale aggravata – Art. 96, comma 3, c.p.c. introdotto dalla Legge 18 giugno 2009, n. 69 – Natura giuridica – Sanzione.

La norma del terzo comma introdotta dalla legge 18 giugno 2009, n.69 non introduce un risarcimento ma un indennizzo (se si pensa alla parte a cui favore viene concesso) o una punizione (per aver appesantito inutilmente il corso della giustizia, se si ha riguardo allo Stato) di cui viene gravata la parte che ha agito con imprudenza, colpa o dolo. Come rivela in modo inequivoco la locuzione “in ogni caso” la condanna di cui al terzo comma può essere emessa sia nelle situazioni di cui ai primi due commi dell'art. 96, sia in ogni altro caso. E quindi in tutti i casi in cui tale condanna, anche al di fuori dei primi due commi, appaia ragionevole. Volendo concretizzare il precetto, vengono in mente i casi in cui la condotta della parte soccombente sia caratterizzata da colpa semplice (ovvero non grave, che è l'unica fattispecie di colpa presa in esame dal primo comma), ovvero laddove una parte abbia agito o resistito senza la normale prudenza (fattispecie diversa da quelle previste dal primo e secondo comma). Poiché non è pensabile che possa essere sanzionata la semplice soccombenza, che è un fatto fisiologico alla contesa giudiziale, è possibile sostenere che debba sempre esistere qualcosa di più, tale che la condotta soggettiva in esame risulti caratterizzata da imprudenza, dolo o colpa (la sussistenza dei quali potrà essere ravvisata anche applicando i ben noti parametri della prevedibilità ed evitabilità dell'evento, in questo caso della soccombenza). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma-Ostia 09 dicembre 2010 .


Processo civile - Condanna alle spese - Fattispecie di cui all'articolo 96, comma 3, c.p.c. - Mala fede o colpa grave - Necessità.
Processo civile - Condanna alle spese - Fattispecie di cui all'articolo 96, comma 3, c.p.c. - Funzione sanzionatoria e risarcitoria - Condanna officiosa - Punitive (o exemplary) damages.
Processo civile - Condanna alle spese - Fattispecie di cui all'articolo 96, comma 3, c.p.c. - Determinazione della somma - Criteri - Valore della causa - Durata del processo - Natura e oggetto della causa - Aumento percentuale delle spese di soccombenza.

Anche per l’emissione di condanna ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c. (introdotto dalla L. 69/09) è necessario il presupposto soggettivo della mala fede o colpa grave nell’agire o resistere in giudizio. (gm) (riproduzione riservata)

La condanna di cui al terzo comma dell’art. 96 c.p.c. ha una duplice funzione, sanzionatoria e risarcitoria ed è riconducibile alla figura dei punitive (o exemplary) damages del diritto anglosassone. La funzione sanzionatoria è assicurata dalla (possibile) officiosità della condanna e dal fatto che può essere pronunciata in assenza di qualsiasi prova di un danno effettivo; la funzione risarcitoria sarà invece perseguita, in sede di liquidazione della somma, proprio agganciando la quantificazione ai criteri utilizzati per indennizzare il pregiudizio (sia pure presunto) subito dalla parte vittoriosa per aver dovuto agire o resistere in giudizio. (gm) (riproduzione riservata)

In tema di condanna ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c., i criteri sulla base dei quali commisurare la somma saranno oltre al grado di gravità della colpa della parte soccombente, anche il valore della causa e la durata del processo e, in alcuni casi, la natura e l’oggetto della causa (valorizzando, ad esempio, i casi in cui il giudizio abbia coinvolto interessi di carattere personale, otre che meramente economico); per quanto riguarda, in particolare, il criterio della durata del procedimento, potranno sicuramente essere presi in considerazione i parametri quantitativi fissati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per l’indennizzo da irragionevole durata del processo, nelle sentenze del 10.11.2004, caso Zullo c. Italia n. 64897/2001 e caso Pizzati c. Italia n.62361/2000 («la Corte reputa che una somma variante da 1.000 a 1.500 euro per anno di durata della procedura … è una base di partenza per il calcolo da effettuare»); a livello di operatività pratica è possibile che la somma venga individuata mediante un aumento percentuale rispetto a quanto liquidato a titolo di spese (analogo, del resto, era il criterio adottato nell’abrogato ultimo comma dell’art. 385 c.p.c., che stabiliva come limite superiore, quello del doppio dei massimi tariffari). (gm) (riproduzione riservata)
Tribunale Piacenza 07 dicembre 2010
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Processo civile - Condanna alle spese - Fattispecie di cui all'articolo 96, comma 3, c.p.c. - Funzione sanzionatoria e risarcitoria - Condanna officiosa - Punitive (o exemplary) damages.

La condanna di cui al terzo comma dell’art. 96 c.p.c. ha una duplice funzione, sanzionatoria e risarcitoria ed è riconducibile alla figura dei punitive (o exemplary) damages del diritto anglosassone. La funzione sanzionatoria è assicurata dalla (possibile) officiosità della condanna e dal fatto che può essere pronunciata in assenza di qualsiasi prova di un danno effettivo; la funzione risarcitoria sarà invece perseguita, in sede di liquidazione della somma, proprio agganciando la quantificazione ai criteri utilizzati per indennizzare il pregiudizio (sia pure presunto) subito dalla parte vittoriosa per aver dovuto agire o resistere in giudizio. (gm) (riproduzione riservata) Tribunale Piacenza 07 dicembre 2010 .


Processo civile - Condanna alle spese - Fattispecie di cui all'articolo 96, comma 3, c.p.c. - Determinazione della somma - Criteri - Valore della causa - Durata del processo - Natura e oggetto della causa - Aumento percentuale delle spese di soccombenza.

In tema di condanna ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c., i criteri sulla base dei quali commisurare la somma saranno oltre al grado di gravità della colpa della parte soccombente, anche il valore della causa e la durata del processo e, in alcuni casi, la natura e l’oggetto della causa (valorizzando, ad esempio, i casi in cui il giudizio abbia coinvolto interessi di carattere personale, otre che meramente economico); per quanto riguarda, in particolare, il criterio della durata del procedimento, potranno sicuramente essere presi in considerazione i parametri quantitativi fissati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per l’indennizzo da irragionevole durata del processo, nelle sentenze del 10.11.2004, caso Zullo c. Italia n. 64897/2001 e caso Pizzati c. Italia n.62361/2000 («la Corte reputa che una somma variante da 1.000 a 1.500 euro per anno di durata della procedura … è una base di partenza per il calcolo da effettuare»); a livello di operatività pratica è possibile che la somma venga individuata mediante un aumento percentuale rispetto a quanto liquidato a titolo di spese (analogo, del resto, era il criterio adottato nell’abrogato ultimo comma dell’art. 385 c.p.c., che stabiliva come limite superiore, quello del doppio dei massimi tariffari). (gm) (riproduzione riservata) Tribunale Piacenza 07 dicembre 2010 .


Procedimento civile - Responsabilità processuale aggravata - Natura della norma - Ambito applicativo - Sanzione a carattere pubblicistico per la violazione del principio costituzionale della durata del giusto processo e per la distorsione dei suoi fini - Determinazione della somma da liquidare - Intensità dell'elemento soggettivo - Gravità della condotta di abuso - Incidenza sulla durata del processo.

La disposizione introdotta all'articolo 96, comma 3, c.p.c., la quale consente al giudice, anche d'ufficio, di condannare la parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata per responsabilità processuale aggravata, prescinde dal danno effettivamente subito dalla parte ed ha quindi natura di sanzione a carattere pubblicistico; essa mira a punire il comportamento processuale della parte che viola il principio costituzionale della durata del giusto processo ponendo in essere un abuso del processo ovvero una distorsione delle finalità riconosciute dall'articolo 24 Cost. Quanto all'ambito operativo della norma, appare opportuno limitarne l'applicabilità a quelle condotte che siano imputabili soggettivamente alla parte a titolo di dolo o colpa (anche non grave), oppure ad una condotta negligente che ha determinato un allungamento dei termini del processo. I criteri di determinazione della somma da liquidare, in virtù della funzione sanzionatoria della disposizione in questione, possono essere ricavati dall'intensità dell'elemento soggettivo e dalla gravità della condotta di abuso del processo e di incidenza sulla sua durata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Rovigo 07 dicembre 2010 .


Nuovo procedimento sommario di cognizione - Proponibilità delle domande di accertamento, costitutiva e di condanna.
Responsabilità processuale aggravata - Condanna alle spese - Fattispecie di cui all'articolo 96, comma 3, c.p.c. - Necessità del contraddittorio - Esclusione – Natura - Ratio - Danno punitivo.
Responsabilità processuale aggravata - Fattispecie di cui all'articolo 96, comma 3, c.p.c. - Coesistenza di condanna su istanza dell'altra parte (comma 1) e d'ufficio (comma 3) - Ammissibilità.

Nel rito sommario di cognizione introdotto dalla L. n. 69/2009 possono essere azionate tutte le domande, e cioè sia quelle di accertamento, sia quelle costitutive, sia quelle di condanna. (gm) (riproduzione riservata)
La pronuncia ex art. 96, comma 3, c.p.c., che può essere effettuata d’ufficio e non ha limite nella determinazione dell’importo della condanna, non abbisogna della preventiva instaurazione del contraddittorio ex art. 101 c.p.c., essendo posterius e non prius logico della decisione di merito. Trattasi di pronuncia che introduce nell’ordinamento una forma di danno punitivo per scoraggiare l’abuso del processo e preservare la funzionalità del sistema giustizia, ciò che esclude la necessità di un danno di controparte, pur se la condanna è prevista a favore della parte e non dello Stato; e di una pronuncia che presuppone il requisito della malafede o della colpa grave. (gm) (riproduzione riservata) 
E’ teoricamente possibile la coesistenza di una pronuncia di condanna ai sensi del primo e del terzo comma dell’articolo 96 c.p.c. (gm) (riproduzione riservata)
Tribunale Piacenza 22 novembre 2010
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Lite Temeraria – Art. 96, comma III, c.p.c. – Riconoscimento stragiudiziale del rapporto di locazione – Condotta caratterizzata da mala fede.

Lite temeraria – Art. 96, III comma, c.p.c. – Natura del pregiudizio – Danno non patrimoniale – Coinvolgimento indebito in un procedimento – Processo irragionevole.

Lite Temeraria – Art. 96, III comma, c.p.c. – Criteri di liquidazione della sanzione – Danno da violazione del diritto da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo.

La condotta processuale del ricorrente, caratterizzata da mala fede (tale dovendosi qualificare lo stato soggettivo di chi, pur essendosi stragiudizialmente riconosciuto locatore di un fondo rustico, agisca in giudizio negando in radice l’esistenza di detto rapporto ed allegando, invece, il proprio risalente possesso del fondo, corpore et animo, smentito dalle risultanze istruttorie), giustifica l’applicazione, ex officio, dell'art. 96, comma 3, c.p.c. (come introdotto dall’art. 45 l. 18 giugno 2009, n. 69). (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata)

La norma prevista dall’art. 96, comma 3, c.p.c. va interpretata nel senso di rimedio al pregiudizio non patrimoniale sofferto dalla parte interamente vittoriosa, conseguente all'indebito coinvolgimento in un processo evitabile con la ordinaria diligenza e prudenza, al fine di assicurare la riparazione di un danno che, secondo l’id quod plerumque accidit, è normalmente collegato alla celebrazione di un processo irragionevole. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata)

La natura del pregiudizio sotteso all’art. 96, comma 3, c.p.c. giustifica l’applicazione dei criteri di quantificazione del danno da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo utilizzata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata)
Tribunale Oristano 17 novembre 2010
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Processo civile – Responsabilità processuale per lite temeraria – Innovazione legislativa – Portata – Fattispecie causativa di danno non patrimoniale – Sussistenza. (01/06/2010)

I principi di diritto che il giudice di legittimità ha tratto dalla lettura dell’art. 96 codice procedura civile, nel testo anteriore alla riforma di cui alla legge n. 69/2009, non rispondono più all’attuale formulazione della norma che, con l’inserimento, al terzo comma, della previsione della liquidazione d’ufficio ed equitativa, svincola l’accertamento del danno dall’onere di allegazione e di prova e rimette al giudice la valutazione di sussistenza del danno medesimo in ragione delle modalità e delle circostanze dell’abuso del diritto d’azione. In altri termini, l’aver subito un’azione manifestamente infondata per mala fede o colpa grave, ovvero per inosservanza della normale prudenza nei casi previsti dal secondo comma dell’art. 96 codice procedura civile, può configurare di per sé e secondo le circostanze del caso un danno risarcibile. Si è in sostanza inserita nel sistema una fattispecie di responsabilità da abuso del diritto d’azione ex se causativa di danno non patrimoniale, consistente nell’aver subito una iniziativa del tutto ingiustificata dell’avversario, alla stessa stregua del danno oggettivo per la durata irragionevole del processo contemplato dalla legge 24 marzo 2001, n. 89 (cd. legge Pinto). (fb) (riproduzione riservata) Tribunale Salerno 27 maggio 2010 .


Lite temeraria – Danno – Risarcimento punitivo – Interesse del privato a non subire iniziative processuali infondate – Interesse pubblico alla funzionalità dell’apparato giurisdizionale – Tutela – Sussistenza. (28/05/2010)

L’istituto del risarcimento del danno da lite temeraria, avente connotazione precipuamente sanzionatoria e punitiva, mira a tutelare l’interesse del privato a non subire iniziative processuali infondate e l’interesse pubblico alla funzionalità dell’apparato giurisdizionale. (Mario Tocci) (riproduzione riservata) Tribunale Varese 23 gennaio 2010 .


Dichiarazione di fallimento – Revoca del fallimento – Responsabilità – Responsabilità del creditore procedente ex art. 21 della legge fall. – Natura processuale – Applicazione dell'art. 96 cod. proc. civ. – Conseguenze – Scissione tra accertamento della responsabilità e prova del danno – Inammissibilità – Cognizione congiunta del giudice fallimentare – Necessità – Conseguenze – Domanda di condanna generica – Inammissibilità. (15/06/2010)

La responsabilità prevista dall'art. 21, terzo comma, della legge fall. (abrogato dall'art. 18 del d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, ma applicabile nella specie "ratione temporis"), in caso di revoca della dichiarazione di fallimento pronunciata in difetto delle condizioni di legge, costituisce applicazione dell'art. 96 cod. proc. civ. e, avendo natura processuale, non ammette scissione tra l'accertamento della responsabilità aggravata del creditore istante e la prova del danno che ne è conseguito, in quanto la relativa congiunta cognizione è affidata inderogabilmente al giudice dell'opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento. Ne consegue che è inammissibile la domanda di condanna generica al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione civile, sez. I 22 luglio 2009 .


Spese giudiziali – Responsabilità aggravata

La S.C. ha riconosciuto la responsabilità aggravata per atti e comportamenti processuali posti in essere in difetto di elementare diligenza, condannando il soccombente al risarcimento del danno, in una ipotesi in cui il regolamento di giurisdizione era stato proposto sostenendo una tesi erronea alla stregua della disciplina positiva e della giurisprudenza. (fonte: CED – Corte di Cassazione). Cassazione Sez. Un. Civili 09 febbraio 2009 .