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Diritto societario e Registro Imprese
Decisioni di Merito


Omessa tenuta delle scritture contabili obbligatorie e liquidazione del danno utilizzando come parametro lo sbilancio fallimentare

Fallimento di società di capitali – Omissione totale della contabilità – Responsabilità degli amministratori – Sussistenza – Liquidazione del danno – Criterio del deficit fallimentare

L’amministratore di società di capitali poi fallita che abbia gestito la società senza tenere alcuna delle scritture contabili obbligatorie per legge tiene una condotta quanto meno colpevole e fonte di obbligo risarcitorio nei confronti della curatela, e l’omissione totale della contabilità consente - ai sensi dell’art. 2486 c.c. (cosí come novellato dal D. Lgs. 14/2019) - di utilizzare come parametro per la liquidazione del danno lo sbilancio fallimentare, che, per la carenza detta, non può essere in alcun modo spiegato e ricondotto ad attività svolta nell’interesse della società. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata) Tribunale Firenze 13 maggio 2020.




Giudizio di esclusione del socio di s.r.l.: litisconsorzio con la società e nullità della clausola statutaria per indeterminatezza

Giudizio per esclusione di socio di s.r.l. su domanda di altro socio – Litisconsorzio necessario con la società – Non applicabile

Clausola statutaria di esclusione del socio di s.r.l. per giusta causa – Specificità delle ipotesi di esclusione – Necessità

Nei giudizi di esclusione di un socio di s.r.l. su iniziativa di altro socio, la società non è litisconsorte necessario: non è dato rinvenire in capo alla stessa alcun interesse a contraddire ai sensi dell’art. 100 c.p.c. poiché alla società non possono derivare né vantaggi, né pregiudizi dalla decisione della causa.

La clausola statutaria di una s.r.l. secondo cui può essere escluso il socio che risulti inadempiente agli obblighi assunti nei confronti della società è nulla per indeterminatezza e non può considerarsi conforme alla previsione dell’art. 2473 bis c.c. secondo cui l’atto costitutivo può prevedere specifiche ipotesi di esclusione per giusta causa del socio. (Antonio Pinamonti) (riproduzione riservata)
Tribunale Bolzano 06 maggio 2020.




Divieto per le società cooperative di prestare assistenza finanziaria per l’acquisto di azioni proprie

Banche Venete – Nullità del contratto di assistenza finanziaria per acquisto azioni – Competenza del Tribunale ordinario – Procedibilità delle domande nei confronti della liquidazione coatta amministrativa – Insanabilità della nullità derivata e opponibilità al cessionario

La competenza per materia va determinata sulla scorta della domanda specificamente proposta dall’attore, non rilevando gli effetti indiretti che essa sia destinata a produrre, ad esempio, su di un rapporto societario.

E’ applicabile anche alle società cooperative l’art. 2358 c.c. che vieta alle società di prestare assistenza finanziaria per l’acquisto di azioni proprie.

L’art. 83 TUB nulla osta ad una azione di nullità/annullamento o, comunque, ad una azione dichiarativa nei confronti delle Liquidazioni Coatte Amministrative, giacchè non può ledersi il diritto di azione garantito ex art. 24 Costituzione. (Lorenzo Zanella) (riproduzione riservata)
Tribunale Treviso 04 maggio 2020.




Cessione partecipazioni sociali: legittima l’azione esecutiva fondata su un scrittura privata autenticata e preceduta dalla dichiarazione di decadenza dal beneficio del termine contenuta nel precetto

Cessione di partecipazioni sociali mediante scrittura privata autenticata – Titolo esecutivo – Termine a favore del debitore – Dichiarazione di decadenza dal beneficio del termine contenuta nel precetto – Legittimità – Eventuale opposizione all’esecuzione

In caso di cessione di partecipazioni sociali con pagamento del prezzo sottoposto a un termine, anche in presenza di clausola arbitrale il venditore può far apporre la formula esecutiva al contratto stipulato in forma di scrittura privata autenticata, senza domanda di arbitrato e facendo decadere il debitore dal beneficio del termine con dichiarazione inserita nell’atto di precetto. La dichiarazione del creditore di pretendere immediatamente l'adempimento, ai sensi dell’art. 1186 c.c., è un atto unilaterale recettizio che non richiede un accertamento preventivo dell’insolvenza del debitore da parte del giudice. Tale iniziativa non collide con il principio di autosufficienza/letteralità del titolo esecutivo, che peraltro non esclude il ricorso a mezzi di tutela dell’interesse del creditore previsti in via generale dalla legge, tra cui la facoltà di cui all’art. 1186 c.c.
A fronte della dichiarazione ex art. 1186 c.c. è il debitore a poter contestare la sussistenza del proprio stato di insolvenza mediante opposizione a precetto ex art. 615 c.p.c. e istanza di sospensione dell’esecuzione ex art. 624 c.p.c.
L’incapienza del pignoramento nel frattempo eseguito può assurgere a prova dello stato di insolvenza, che non coincide necessariamente con uno stato di decozione idoneo ad avviare una procedura concorsuale, bensì richiede la semplice carenza prospettica di mezzi per far fronte al pagamento nel termine concordato. (Angelo Bonetta) (Alberto Mager) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 17 aprile 2020.




La responsabilità dei soci limitatamente responsabili per i debiti della società estinta

Trasferimento dei debiti della società estinta ai soci - Limiti di responsabilità Patrimoniale dei soci limitatamente responsabili

Sulla base dell’art. 2495, secondo comma, c.c., qualora all’estinzione della società, di persone o di capitali, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio, in virtù del quale l’obbligazione della società non si estingue, ciò che sacrificherebbe ingiustamente il diritto del creditore sociale, ma si trasferisce ai soci, i quali ne rispondono, nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente, a seconda che, “pendente societate”, fossero limitatamente o illimitatamente responsabili per i debiti sociali.

Nel caso di soci limitatamente responsabili, qualora la società si estingua i soci rispondono dei debiti sociali nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione.

In base alla regola generale posta dall’art. 2697 c.c., incombe sul creditore che agisce in giudizio l’onere della prova della distribuzione dell’attivo e della riscossione di quote dello stesso da parte dei soci nei cui confronti agisce, trattandosi di elemento della fattispecie costitutiva del diritto azionato. (Andrea Pazzini) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 14 aprile 2020.




Provvedimenti in materia societaria, istanza di scioglimento e nomina di liquidatore

Procedimento ex art. 2485 c.c. – Dissidi tra soci – Svolgimento dell’assemblea – Dimostra capacità di funzionamento della società – Carenza di requisiti per scioglimento

Anche in presenza di dissidi tra soci lo svolgimento dell’assemblea che ha approvato il bilancio costituisce circostanza che dimostra una residua o recuperata capacità di funzionamento dell’assemblea dei soci.

La mancata partecipazione di un socio all’assemblea non costituisce prova di futuri dissidi ovvero che che questi, in prossime occasioni, tornerà a presentarsi e ad esprimere un voto contrastante con quello dell’altro socio. (Enzo Vichi) (Renato Corti) (riproduzione riservata)
Tribunale Firenze 05 marzo 2020.




Denunzia al tribunale, gravi violazioni nella gestione, presupposti per l’intervento del tribunale

Società di capitali – Denunzia al tribunale – Presupposti – Gravi violazioni nella gestione – Potenziale danno per la società o per una sua controllata – Revoca giudiziale dell'amministratore

L'art. 2409 c.c., così come novellato dalla riforma del diritto societario, introduce una modifica sostanziale al presupposto del procedimento, giacché non è più sufficiente, per intentare la denuncia, che esista fondato sospetto di gravi irregolarità da parte degli amministratori, dovendo tale fondato sospetto esistere invece relativamente a gravi violazioni nella gestione, compiute dagli amministratori contravvenendo ai loro doveri imposti, che siano potenzialmente dannose per la società o per una sua controllata.

Rispetto agli amministratori revocati la rescissione del nesso fiduciario che è a fondamento del loro mandato esclude l'operatività dei principi ricavabili dall'art. 2385 c.c. in ipotesi di naturale o volontaria cessazione dalla carica (v. Tribunale di Marsala 1/4/2005).

In una fase patologica, come quella che si apre a seguito della revoca giudiziale dell'amministratore, l'unico obbligo (e potere) che può ravvisarsi in capo a quest'ultimo è quello di convocare l'assemblea per la sua sostituzione.

In conclusione, ove manchi la prova dell'attualità delle violazioni, non vi è spazio per un intervento suppletivo del Tribunale, essendo rimesso ai soci il compito di convocare l'assemblea e nominare un nuovo amministratore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Catanzaro 28 febbraio 2020.




Il socio accomandante può essere nominato amministratore provvisorio

Società in accomandita semplice – Amministratore provvisorio – Nomina dell’accomandante – Ammissibilità

La nomina ad amministratore provvisorio del socio accomandante ha natura eccezionale e cautelare e deve ritenersi possibile in ragione della doppia limitazione che la legge pone all’amministratore provvisorio medesimo: limitazione temporale, in primo luogo, essendo la sua attività destinata a concludersi in un periodo predefinito entro l’orizzonte del semestre e limitazione dei poteri, sotto altro profilo, essendo l’amministrazione provvisoria destinata ad avere ad oggetto esclusivamente l’ordinaria amministrazione della società.

Al riguardo va precisato che ove l’accomandante-amministratore provvisorio non limitasse la propria attività alla sola ordinaria amministrazione, tornerebbe ad applicarsi la norma generale secondo la quale il socio accomandante che contravviene al divieto di immistione assume la responsabilità illimitata e solidale per tutte le obbligazioni sociali e può essere finanche escluso dalla società. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 13 febbraio 2020.




Le vicende personali del socio e/o dell’amministratore della società socia della s.r.l. non rilevano ai fini dell’esclusione

Tribunale delle Imprese – Esclusione socio persona giuridica – Vicende relative alla persona del socio della società da escludere – Irrilevanza

A differenza delle società di persone, nella società a responsabilità limitata l’esclusione di un socio per giusta causa è possibile solo in presenza di un’espressa previsione dell’atto costitutivo o dello statuto dotata di adeguata specificità.
Le cause di esclusione “facoltative” consentite dall’art. 2473 bis c.c. possono essere riferite solo ai soci, e non a terzi estranei al rapporto sociale, ed avere ad oggetto violazione degli obblighi gravanti sui soci (ad es. abituale assenza senza giustificazione dalle assemblee che produce il rinvio delle stesse per difetto di quorum, gestione dell’impresa in violazione delle regole di prudenza, ecc.), modifiche dello stato personale ovvero comportamenti dei soci estranei al rapporto societario (violazione di norme penali che danneggiano la società, interdizione, fallimento, ecc.).
Le vicende personali dei soci o dell’amministratore di una s.r.l., se pur in astratto riconducili a cause di esclusione previste nello statuto o nell’atto costitutivo della società di cui la s.r.l. è socia, non giustificano l’esclusione, poiché altrimenti si finirebbe per “azzerare” gli effetti dello schermo societario, potendo semmai rilevare sotto il profilo dell’impossibilità di funzionamento della società e portare allo scioglimento della società.
La delibera di scioglimento della società non fa venir meno l’interesse del socio escluso ad ottenere l’annullamento della delibera di esclusione in quanto anche nella fase di liquidazione non è precluso al socio l’esercizio dei diritti connessi alla partecipazione sociale (ad es. il diritto di informazione e controllo, il diritto di voto in sede di approvazione del bilancio di liquidazione, ecc.) (Stefano Vitale) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 08 febbraio 2020.




Opposizione all’esecuzione da parte del socio illimitatamente responsabile e beneficio della preventiva escussione del patrimonio della società in accomandita semplice debitrice

Società in accomandita semplice – Rapporti con i terzi – Responsabilità dei soci – Escussione preventiva del patrimonio sociale – Istanza di sospensione – Spese legali

Il beneficio previsto dall’art. 2304 (e 2315) c.c., attenendo alla garanzia del patrimonio del socio nei confronti del creditore sociale, opera nel senso che il socio non può essere chiamato a rispondere in sede esecutiva prima della società, dotata di autonomia patrimoniale, ove non sia dimostrata in termini certi l’impossibilità per il creditore di soddisfarsi sui beni della stessa. (Federico Ioncoli) (riproduzione riservata) Tribunale Pordenone 30 gennaio 2020.




Invalidità della delibera assembleare di revoca di amministratore di s.r.l. in mancanza di giusta causa

Invalidità delibera assembleare s.r.l. - Amministratori di s.r.l. - Delibera di revoca amministratori - Giusta causa di revoca - S.r.l.

Al rapporto di amministrazione di s.r.l. con connotazione personalistica si applica in via analogica l’art. 2259, co.1, c.c. dettato per le società di persone nonché la norma sul mandato in rem propriam con applicazione dell’art. 1723, co.2, c.c. in forza del richiamo alle norme sul mandato contenuto nell’art. 2260, comma 1, anch’esso analogicamente applicabile alle s.r.l. a base personale.

La delibera assembleare di revoca adottata da una s.r.l. con natura personalistica è pertanto invalida se le ragioni della revoca non sono espressamente esplicitate nella delibera o nel verbale dell’assemblea, senza possibilità di successiva integrazione. (Giulia Turato) (riproduzione riservata)
Lodo Arbitrale Brescia 29 gennaio 2020.




Accesso agli atti della S.r.l. e diritto del socio di non comunicare le motivazioni della richiesta

Diritto di informazione e accesso ai documenti societari ex art. 2476 c.c da parte del socio di S.r.l. – Necessità di motivare alla società l’accesso – Insussistenza – Carica di amministratore ricoperta dal socio in precedenza – Irrilevanza

La società a responsabilità limitata, alla quale venga chiesto l’accesso agli atti ex art. 2476, comma 2, c.c., non può subordinare l’ottemperanza alla richiesta alla conoscenza delle motivazioni del socio.

Il fatto che il socio non ritenga di comunicare alla società i motivi del suo interesse ad accedere agli atti ai sensi dell’art. 2476 c.c. non autorizza a ritenere la domanda ispirata da intento abusivo od emulativo.

Non può negarsi il diritto del socio ad accedere agli atti societari con la motivazione che quest’ultimo abbia ricoperto in precedenza la carica di amministratore. (Francesco Baroncini) (Marco Guercio) (riproduzione riservata)
Tribunale Firenze 28 gennaio 2020.




Nullità della cessione d’azienda in mancanza di delibera dell’assemblea

Cessione di azienda - Assenza di una previa delibera assembleare - Nullità

Nel caso di cessione dell'azienda sociale effettuata dagli amministratori in assenza di una previa delibera assembleare ex art. 2479, comma 2, n. 5, c.c. il difetto di potere rappresentativo rende nullo l'atto di cessione; ciò, in considerazione del disposto dell'art. 1418, comma 1, c.c., che pone un principio generale volto a disciplinare quei casi in cui, come accade appunto nell'art. 2479, comma 2, n. 5, c.c. la violazione di precetti imperativi non è accompagnata dalla previsione della relativa nullità. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 27 gennaio 2020.




Pignoramento di partecipazioni sociali e diritto del debitore di esaminare i documenti relativi all’amministrazione della società

Società – Pegno, usufrutto e sequestro delle azioni – Diritti del debitore titolare della partecipazione – Diritto di voto e diritti ammnistrativi – Scissione – Diritto di esaminare i documenti relativi all’amministrazione della società – Sussistenza

Ai sensi dell’art. 2352 c.c., nel caso di pegno o usufrutto sulle azioni, il diritto di voto spetta, salvo convenzione contraria, al creditore pignoratizio o all’usufruttuario, mentre i diritti amministrativi diversi da quelli previsti nel suddetto articolo spettano sia al socio sia al creditore pignoratizio.

Deve, infatti, ritenersi che la dissociazione di cui alla citata norma, tra la titolarità della partecipazione sociale con i connessi diritti e la legittimazione all’esercizio degli stessi, abbia carattere eccezionale e che possa pertanto trovare applicazione solo nelle ipotesi specificamente previste dal legislatore.

Ne consegue, che, in tutti i restanti casi non espressamente regolati, si avrà una legittimazione concorrente di entrambi e poiché il legislatore non ha in alcun modo previsto che, in caso di pignoramento delle quote di partecipazione, al debitore esecutato sia inibito l’esercizio di tutti i diritti connessi alla posizione rivestita, quest’ultimo potrà esercitare i diritti amministrativi connessi alla titolarità della quota, tra i quali rientra sicuramente quello di esaminare i documenti relativi all’amministrazione della società. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 20 gennaio 2020.




Sono revocabili ex art. 2901 c.c. gli effetti dispositivi e traslativi della scissione societaria

Azione revocatoria - Scissione societaria - Ammissibilità

L’atto di scissione è un atto di disposizione patrimoniale revocabile ai sensi dell’art. 2901 c.c., per cui deve ritenersi ammissibile l’azione evocatoria della componente patrimoniale dell’atto di scissione al fine di far dichiarare l’inefficacia degli effetti dispositivi e traslativi senza che ne siano coinvolti quelli organizzativi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Catanzaro 14 gennaio 2020.




Procedimento cautelare d’urgenza, irreparabilità del pregiudizio e istanza di cancellazione, in corso di giudizio, della società in accomandita semplice costituita dal socio-amministratore di società in nome collettivo

Richiesta di cancellazione dal Registro delle Imprese, in corso di giudizio, della Società costituita in violazione del divieto ex art. 2301 c.c. dal socio-amministratore di s.n.c. – Irrilevanza

Periculum in mora – Irreparabilità del danno da perdita di clientela – Sussistenza

La circostanza che la società in accomandita semplice - costituita in qualità di accomandatario dal socio-amministratore di società in nome collettivo, in violazione del divieto ex art. 2301 c.c. - sia in corso di cancellazione durante il procedimento cautelare d’urgenza non fa venire meno, né il fumus boni juris, né il periculum in mora, in quanto l’istanza di cancellazione potrebbe essere revocata dallo stesso socio accomandatario, ovvero quest’ultimo potrebbe costituire una nuova società, specie laddove vi siano indici della volontà del medesimo di proseguire l’attività in concorrenza.

Il danno per la perdita di clientela in conseguenza dello svolgimento di attività in concorrenza è irreparabile e, dunque, il rischio di subirlo fa sussistere il periculum in mora. (Giovanni Prearo) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 09 gennaio 2020.




Azione di responsabilità ex art. 146 l.f.: i revisori esterni sono organi di controllo?

Azione di responsabilità ex art. 146 l.f. – Organi di controllo – Estensione della nozione ai revisori esterni – Ammissibilità

L’art. 146 l.f. è norma di natura processuale e meramente ricognitiva della legittimazione del Curatore ad esercitare le azioni di responsabilità civilistiche, presentando una formulazione ampia rispetto ai soggetti passivi destinatari della predetta azione, ed ha carattere “normativo”, in quanto necessita di essere letta non atomisticamente, ma alla luce delle disposizioni codicistiche di natura sostanziale. Ne consegue che l’ampia nozione di “organi di controllo” non può essere circoscritta solamente ai componenti dell’organo sindacale ma, tenuto conto della attività espletata, può ragionevolmente essere estesa anche ai revisori, in quanto soggetti deputati al controllo contabile della società, come ulteriormente confermato dall’art. 2409sexies c.c., che richiama integralmente l’art. 2407 c.c. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 12 dicembre 2019.




Responsabilità del socio di s.r.l. ‘semplificata’ per manifesta sottocapitalizzazione della società

S.r.l. semplificate – Responsabilità del socio ex artt. 2043 e 2476 co. 7 c.c. per manifesta sottocapitalizzazione della società – Sussistenza – Esclusione

S.r.l. semplificate – Obbligatoria formazione di riserva legale ex art. 2363 co. 5 c.c. – Applicabilità – Limiti

S.r.l. semplificate – Obbligo di “conservazione dell’integrità patrimoniale” di cui all’art. 2394 c.c. – Applicabilità – Limiti

Il socio di s.r.l. “semplificata” non può essere chiamato a rispondere, ex artt. 2043 e 2476, settimo comma, c.c. per i danni arrecati ai terzi in ragione della manifesta sottocapitalizzazione della società, e dunque della palese insufficienza dei mezzi patrimoniali di cui la stessa è stata dotata, perché ciò si risolverebbe nel mancato riconoscimento del beneficio della responsabilità limitata ai soci della s.r.l. semplificata, almeno fino al momento in cui la stessa non si sia dotata di adeguate risorse patrimoniali, e detti soci finirebbero per rispondere per le obbligazioni assunte dalla società fino al momento in cui non risultino accantonate risorse patrimoniali pari ad almeno 10.000 Euro.

La regola dell’obbligatoria formazione di una riserva legale cui destinare un quinto degli utili (ex art. 2363, quinto comma, c.c.) opera anche per le s.r.l. semplificate, in relazione alle quali è delineabile un principio di patrimonializzazione progressiva di tutte le s.r.l. con capitale inferiore a 10.000 euro, ma da detto principio non può derivare, in via automatica, un obbligo giuridico in capo agli amministratori di realizzare utili (da accantonare), trattandosi di prospettiva certo auspicabile, che tuttavia non tiene conto della ineliminabile variabile costituita dal rischio d’impresa.

L’obbligo di conservazione dell’integrità patrimoniale di cui all’art. 2394 c.c. (cui corrisponde la previsione dell’art. 2484 n. 4 c.c.), gravante anche sugli amministratori di s.r.l. semplificate, deve essere coniugato con i rischi che connotano l’avvio di una nuova attività imprenditoriale, ed a tal fine soccorrono criteri per la verifica ex ante dell’attività gestoria tratti dagli insegnamenti della disciplina aziendalistica e basati sulle buone prassi imprenditoriali, ai quali oggi è stato riconosciuto rango di veri e propri obblighi di legge con l’introduzione del secondo comma dell’art. 2086 c.c. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 03 dicembre 2019.




Responsabilità degli amministratori e quantificazione equitativa del danno nella differenza tra passivo e attivo alla luce del CCII

Responsabilità degli amministratori – Prosecuzione dell’attività d’impresa in violazione dell’art. 2486 c.c. – Assenza di documentazione contabile e fiscale della fallita – Liquidazione del danno risarcibile – Criterio della differenza tra attivo e passivo – Utilizzabilità

In caso di accertata illegittima prosecuzione da parte degli amministratori dell’attività d’impresa in violazione di quanto previsto dall’art. 2486 c.c., ed a fronte dell’assoluta mancanza di documentazione contabile e fiscale della fallita, ai fini della quantificazione del danno risarcibile è legittimo il ricorso ad una liquidazione equitativa, nella misura corrispondente alla differenza tra il passivo accertato e l’attivo liquidato in sede fallimentare, trattandosi di criterio da ultimo recepito e ampliato dal legislatore nel Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (art. 378 comma 2), ed ammissibile nei casi in cui l’attore abbia allegato inadempimenti degli amministratori astrattamente idonei a porsi quali cause del danno lamentato, ivi compresa la pluriennale mancata tenuta delle scritture contabili, indicando le ragioni che hanno impedito l'accertamento degli specifici effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta degli amministratori stessi. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 02 dicembre 2019.




Provvedimenti cautelari in sede prefallimentare e applicazione delle norme del modello cautelare uniforme

Sequestro ex art. 670 c.p.c. – Circolazione titoli di credito (cambiali) – Fumus boni iuris – Inammissibilità

Cancellazione della società dal registro delle imprese – Effetti – Rapporti obbligatori ancora in vita – Fenomeno successorio

È inammissibile il sequestro giudiziario ex art. 670 c.p.c. Di un titolo di credito, in quanto tale provvedimento, ove messo, si risolverebbe nell’inibizione della girata ovvero della efficacia esecutiva del titolo, con un evidente alterazione del regime di circolazione del medesimo.

Nel caso di titoli trasferibili, riguardo ai quali è ben possibile che essi siano stati oggetto di ulteriore girata, non po’ adottarsi siffatto provvedimento, che potrebbe, infatti, risolversi in pregiudizio dei terzi di buona fede.

In caso di titoli trasferibili, oggetto di girata, non è ammissibile il sequestro per l’impossibilità di configurare una controversia sulla proprietà o sul possesso in quanto le eccezioni relative al rapporto fondamentale attengono non già al diritto sul titolo ma al diritto menzionato nel titolo sicché la controversia non riguarda la proprietà o il possesso del titolo di credito ma lo coinvolge solo indirettamente perché in realtà verte sul rapporto obbligatorio sottostante al titolo.

Dopo la riforma del diritto societario, attuata dal d.lgs. n. 6 del 2003, qualora all’estinzione della società, di persone o di capitali, conseguentemente alla cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio, in virtù del quale: a) l’obbligazione della società non si estingue, ciò che sacrificherebbe ingiustamente il diritto del creditore sociale, ma si trasferisce ai soci, i quali rispondono, nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente, a seconda che, “pendente societate”, fossero limitatamente o illimitatamente responsabili per i debiti sociali; b) i diritti e i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta si trasferiscono ai soci, in regime di contitolarità o comunione indivisa, con esclusione delle mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, e dei crediti ancora incerti o illiquidi, la cui inclusione in un detto bilancio avrebbe richiesto un’attività interiore (giudiziario o extragiudiziale), il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che la società vi abbia rinunciato, a favore di una più rapida conclusione del procedimento estintivo”. (Alberto Poli) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 02 dicembre 2019.




Responsabilità dei soci di s.r.l. che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi

Responsabilità dei soci di s.r.l. per aver intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi – Presupposti – Coinvolgimento del socio nella gestione della società – Espressione di voto favorevole all’approvazione del bilancio e ratifica dell’operato degli amministratori – Qualificazione come atto gestorio – Esclusione

La responsabilità dei soci di s.r.l. che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi, prevista dall’art. 2476 comma 7 c.c., richiede il coinvolgimento del socio nella gestione della società, e si concretizza nella decisione od autorizzazione di determinati ed individuati atti gestori, vale a dire di atti pertinenti all’amministrazione della società, e non è quindi configurabile allorquando i soci abbiano espresso voto favorevole all’approvazione dei bilanci, non trattandosi di atto di amministrazione della società, bensì di attività riservata dalla legge alla competenza dei soci, che essi tra l’altro non assumono uti singuli ma quali componenti dell’organo assembleare; né in presenza di una ratifica dell’operato degli amministratori in sede di approvazione dei bilanci, poichè anche detta ratifica non costituisce atto gestorio rilevante ai sensi della norma indicata. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata) Appello Venezia 21 novembre 2019.




Compenso del Presidente del Collegio Sindacale e doveri di intervento e di vigilanza

Compenso per l’assunzione della carica di Presidente del Collegio Sindacale – Eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c. – Fondatezza – Doveri di intervento del Collegio Sindacale – Caratteri di tempestività e concretezza

Compenso per l’assunzione della carica di Presidente del Collegio Sindacale – Eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c. – Fondatezza – Dovere di vigilanza del Collegio Sindacale – Inadempimento – Insufficienza richieste di informazioni e meri ammonimenti all’organo amministrativo

Compenso per l’assunzione della carica di Presidente del Collegio Sindacale – Eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c. – Fondatezza – Tardiva attivazione strumento ex art. 2409 c.c.

L’inadempimento imputabile al Collegio Sindacale è individuabile ogniqualvolta l’organo di controllo ometta di adottare misure di intervento tempestive e concrete, idonee a contenere e contrastare efficacemente la mala gestio degli organi gestori.

Integra grave inadempimento agli obblighi di controllo e di reazione demandati al Collegio sindacale, come riassunti dalle regole di condotta dei collegi sindacali formulati dal CNDCEC del 17.12.2010, la condotta del Sindaco che, a conoscenza della situazione di insolvenza irreversibile in cui versa la società, si limiti a chiedere, anche reiteratamente, informazioni all’amministratore ed a intimare di porre in essere iniziative senza, tuttavia, concretamente agire.

Integra grave inadempimento la condotta del Sindaco che attivi tardivamente il procedimento ex art. 2409 c.c.. (Giovanni Cedrini) (Maura Vadalà) (riproduzione riservata)
Tribunale Rimini 18 novembre 2019.




Violazione del divieto di concorrenza ex art. 2301 c.c. da parte del socio-amministratore di società in nome collettivo che costituisca una società in accomandita semplice di cui egli sia socio accomandatario

Società in nome collettivo – Costituzione di società in accomandita semplice da parte del socio di s.n.c. – Società formalmente inattiva – Violazione del divieto di concorrenza ex art. 2301 c.c. – Sussiste

Procedimento cautelare d’urgenza per violazione del divieto di concorrenza – Messa in liquidazione della società costituita in violazione del divieto di concorrenza ex art. 2301 c.c. – Periculum in mora – Sussiste

La costituzione, da parte del socio di società in nome collettivo, di una società in accomandita semplice di cui egli sia socio accomandatario e che abbia il medesimo oggetto sociale della prima costituisce, di per sé, violazione del divieto di concorrenza previsto dall’art. 2301 c.c., norma che vieta al socio di s.n.c. di esercitare per conto proprio o altrui un’attività in concorrenza con quella della società e di partecipare, come socio illimitatamente responsabile, ad altra società concorrente, senza il consenso degli altri soci. Non rileva in senso contrario il fatto che, dalla visura camerale, la seconda società risulti inattiva.

La messa in liquidazione della società resistente che operi in violazione del divieto di concorrenza ex art. 2301 c.c. non influisce sulla sussistenza del fumus boni iuris, né è idonea ad elidere il periculum in mora, e ciò sia perché la messa in liquidazione potrebbe essere revocata, sia perché anche una società in liquidazione, benché nei limiti della ridotta attività che le è consentita, potrebbe porsi in concorrenza con la società ricorrente. (Giovanni Prearo) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 07 novembre 2019.




Nullità della cessione di ramo d’azienda per omessa esposizione del fine perseguito

Cessione di un ramo d’azienda – Società appena costituita – Nullità – Omessa esposizione, nella comunicazione con cui è stata avviata la procedura, del fine perseguito

Quando risulti la cessione di un ramo d’azienda – comprovato dal trasferimento dei fattori originari dell’organizzazione produttiva - a favore di una società costituita poco prima dell’avvio di una procedura di licenziamento collettivo, i licenziamenti non possono dirsi nulli per effetto di quanto stabilito dall’art. 2112 c.c., che non prevede una distinta ipotesi di nullità del licenziamento; tuttavia essi possono considerarsi viziati dall’omessa esposizione, nella comunicazione con cui è stata avviata la procedura, del fine perseguito di trasferire il ramo d’azienda, oltre che per il mancato rispetto dei criteri di legge per la scelta dei dipendenti da licenziare.

La comparazione non può essere limitata ai soli addetti all’unità produttiva interessata dal trasferimento dell’azienda, quando le medesime mansioni siano svolte anche in altre unità produttive e non sia allegato alcun interesse datoriale alla restrizione territoriale della comparazione.

La decadenza di cui all’art. 32, 4° c., lett. c), insuscettibile di interpretazione analogica, riguarda il caso in cui si impugna la novazione contrattuale insita nel trasferimento d’azienda, intendendo permanere presso il cedente; non quindi il caso in cui si intenda far accertare il diritto a proseguire il rapporto presso il cessionario.(Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Padova 22 ottobre 2019.




L’interesse ad agire del socio di una società controllante nell’impugnativa del bilancio della controllata

Tribunale delle Imprese – Impugnativa bilancio della società controllata – Interesse ad agire del socio della controllante

Il socio di una società controllante che in tale qualità  impugna una delibera di approvazione del bilancio della società controllata, non essendo parificabile sic et simpliciter ad un terzo creditore – il quale può agire anche solo per far valere il suo diritto a ricevere dal bilancio un’informazione corretta in merito alla consistenza patrimoniale ed alla efficienza economica della società –, deve allegare e provare l’esistenza di un pregiudizio, patrimoniale o non patrimoniale, sulla sua partecipazione nella società controllante direttamente discendente dal bilancio approvato dalla società controllata in violazione dei principi di chiarezza, veridicità e correttezza contemplati dall’art. 2423 c.c.
Pertanto la generica affermazione che la sottrazione di utili al bilancio della controllata ha un’incidenza negativa sul bilancio della controllante non è sufficiente da sola a fondare l’interesse ad agire ex art. 100 c.p.c. del socio della controllante all’impugnativa del bilancio della controllata. (Stefano Vitale) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 22 ottobre 2019.




Decadenza del sindaco c.d. sanzionatoria e delibera del collegio sindacale o dell’assemblea

Collegio sindacale – Ipotesi di decadenza del sindaco c.d. sanzionatoria ex artt. 2404 e 2405 c.c. e di decadenza ordinaria ex art. 2399 lett. c) c.c. – Operatività automatica – Esclusione

Le ipotesi di decadenza c.d. sanzionatoria del sindaco, di cui agli artt. 2404 e 2405 c.c. (mancata partecipazione del sindaco – senza giustificato motivo - a due riunioni del collegio, alle assemblee, a due adunanze consecutive del consiglio di amministrazione o del comitato esecutivo), così come le ipotesi di decadenza c.d. ordinaria previste dall’art. 2399, lettera c), c.c. (ovverosia l’essere il sindaco legato alla società o alle società da questa controllate o alle società che la controllano o a quello sottoposte a comune controllo da un rapporto di lavoro o da un rapporto continuativo di consulenza o di prestazione d’opera retribuita, ovvero da altri rapporti di natura patrimoniale che ne compromettano l’indipendenza) non possono operare automaticamente, ma è necessario a tal fine un accertamento della decadenza deliberato dal collegio sindacale o dall’assemblea, esplicitamente ovvero implicitamente, con la sostituzione del sindaco decaduto, in considerazione delle ineludibili esigenze garantiste che impongono l’attivazione di un procedimento formale volto alla comminatoria della decadenza medesima. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata) Appello Catania 08 ottobre 2019.




Sono valide le clausole arbitrali di diritto comune contenute negli statuti di società di persone precedenti all’entrata in vigore della riforma del diritto societario

Arbitrato - Clausole contenute negli statuti di società di persone precedenti all’entrata in vigore della riforma del diritto societario - Validità - Obbligo di adeguamento - Eslcusione

Sono valide le clausole arbitrali di diritto comune contenute negli statuti di società di persone precedenti all’entrata in vigore della riforma del diritto societario perché non esiste alcun obbligo nella legge di adeguamento di dette clausole al disposto di cui all’art. 34, comma 2°, d. lgs. n. 5 del 2003; il mancato adeguamento della clausola compromissoria non comporta quindi la sua nullità sopravvenuta. (Rolandino Guidotti) (riproduzione riservata) Tribunale Modena 17 settembre 2019.




Incidenza delle Istruzioni della Banca d’Italia sul diritto di recesso di socio di banca cooperativa

Tribunale delle Imprese – Recesso del socio da una banca cooperativa – Rilevanza delle Istruzioni della Banca d’Italia

Nelle società cooperative, a differenza di quelle per azioni, le ipotesi di recesso del socio possono essere estese convenzionalmente e possono assumere il contenuto più vario sia in termini di presupposti dell’exit che di limiti o condizioni di efficacia della dichiarazione di recesso.

Le Istruzioni che la Banca di Italia può emanare in forza dell’art. 4, 1° comma, T.U.B. nell’esercizio del suo potere di vigilanza costituiscono fonte secondaria del diritto solo se, nei casi espressamente previsti dalla legge, integrino il dettato normativo mentre, laddove si limitino ad impartire direttive o ad offrire criteri di specificazione o interpretazione di una norma, vincolano esclusivamente i soggetti vigilati e non costituiscono fonte integrativa del contratto, salvo che siano espressamente richiamate in esso.

Pertanto una banca cooperativa non può opporsi al recesso di un socio, giustificato dal venir meno del requisito della residenza o del lavoro continuativo nella zona di competenza territoriale della banca, sulla base delle istruzioni della Banca d’Italia, che danno rilievo a tali fini anche all’esistenza in detta zona di immobili su cui il socio vanta diritti reali, se dette istruzioni non sono espressamente richiamate nello statuto. (Stefano Vitale) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 12 settembre 2019.




Provvedimenti cautelari in materia societaria

Ricorso ex art. 700 c.p.c. – Impugnazione della delibera di esclusione socio accomandatario – Illegittima esclusione del socio da società di persone – Sussistenza dei requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora

Impedimento all’accesso alla documentazione contabile – Società in accomandita semplice – Diritto di controllo dell’accomandante

Se il socio accomandatario svolge a tempo pieno il proprio lavoro senza ricevere uno stipendio, il percepimento di alcuni bonifici non costituisce circostanza idonea a legittimarne l’esclusione, considerato altresì che il socio accomandatario ha facoltà di gestire le somme per finalità sociali senza particolari vincoli. Laddove la delibera di esclusione divenisse efficace, si avrebbe una lesione della posizione gestoria dell’accomandatario tale da legittimare la sussistenza del periculum in mora.

Ai sensi dell’art. 2320 co. 3 c.c. il socio accomandante ha solo diritto di ricevere la comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite e di controllarne l’esattezza mediante la consultazione dei libri e degli altri documenti della società. Quindi, l’accomandante può verificare la regolarità della gestione sociale solo al termine dell’annualità, non potendo esercitare tale gestione nel periodo intermedio. (Andrea Laviola) (riproduzione riservata)
Tribunale Padova 09 agosto 2019.




La pendenza di una soluzione concordata della crisi aziendale non attenua gli obblighi di vigilanza e controllo in capo ai sindaci

Società – Organi di controllo – Responsabilità dei sindaci – Doveri di vigilanza – Contenuto – Crisi aziendale in atto – Perdita della continuità aziendale – Obbligo di rilevazione tempestiva – Sussistenza – Pendenza di procedure di composizione della crisi – Irrilevanza

Fallimento – Ammissione allo stato passivo – Compenso del collegio sindacale – Eccezione di inadempimento della Curatela – Riconoscimento del credito in sede concordataria – Valore confessorio – Esclusione

Il dovere di vigilanza imposto ai sindaci delle società per azioni ex art. 2403 cod. civ., conformemente a quanto affermato dalla Suprema Corte (v. Cass. 15424/2018),  non è limitato allo svolgimento di compiti di mero controllo formale, ma si estende anche al potere-dovere di adottare tutti i comportamenti sostitutivi atti a porre rimedio alle irregolarità riscontrate, ivi comprese - in relazione alle specifiche situazioni - la tempestiva denuncia dei fatti al tribunale ai sensi dell'art. 2409 c.c. al fine di ottenere un controllo giudiziario della correttezza della gestione, o anche il promovimento della azione di responsabilità nei confronti degli amministratori.

In situazioni di crisi aziendale, il sindaco deve costantemente attivarsi per accertare l’effettiva possibilità della società di uscirne in tempi ragionevoli, verificando tempo per tempo il permanere del necessario requisito della continuità aziendale: la rilevazione tempestiva della perdita della continuità aziendale consentirebbe infatti all’organo di amministrativo di redigere anticipatamente il bilancio in ottica liquidatoria.

Integra violazione dei doveri di vigilanza in capo ai sindaci il comportamento del collegio che, dopo aver espresso all’organo amministrativo reiteratamente ‘preoccupazioni’ ed ‘inviti’, nella piena consapevolezza della progettazione, da parte degli amministratori, di una operazione che avrebbe privato i creditori di valori attivi della società (poi effettivamente compiuta), non hanno esercitato i loro poteri omettendo atti d’ispezione e di controllo nonché di convocare l’assemblea, ovvero di promuovere  azioni di responsabilità contro l’organo amministrativo e la denuncia al tribunale ex art. 2409 c.c., ove ammissibile.

La completa inerzia in tal senso, la mera espressione di preoccupazione e di inviti, infine la presentazione di dimissioni dopo aver espresso aperto dissenso con l’operazione prospettata dall’organo amministrativo, in tal modo assecondando il verificarsi delle operazioni avversate, integrano condotta inadempiente agli obblighi di controllo e di reazione demandati al collegio sindacale, come riassunti dalla Regole di Condotta dei collegi sindacali formulate dal CNDCEC del 17.12.2010 (in particolare, norme sub 6 e 7): obblighi che non vengono meno nell’ipotesi di proposizione, da parte della società, di iniziative stragiudiziali o di procedure di soluzione concordata della crisi.

L’elenco dei creditori previsto dall’art. 161, comma 2, lett. b), l.fall., depositato dall’imprenditore unitamente alla domanda di concordato preventivo, non può assumere valore confessorio del credito maturato dal collegio sindacale  nel successivo fallimento, in quanto gli effetti di una dichiarazione avente valore di confessione stragiudiziale si producono se e nei limiti in cui essa sia fatta valere nella controversia in cui siano parti, anche in senso processuale, gli stessi soggetti, rispettivamente, autore e destinatario della dichiarazione. (cfr. Cass., 9 maggio 2018, n. 11197).

Non ha quindi alcun rilievo la circostanza che sia l’attestatore, sia gli organi del concordato abbiano tenuto presente - rispettivamente nell’attestare la veridicità delle scritture e la fattibilità del piano di concordato; nell’emettere il parere di omologabilità (che peraltro è stato negativo), o nel prospettare il piano di riparto - il credito professionale del sindaco, considerato che non competeva agli stessi, ma alla società concordante, il controllo sul corretto adempimento delle prestazioni che avrebbero generato il credito per il compenso. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Tribunale Rimini 23 luglio 2019.




Gli amministratori non rispondono del danno da inadempimento contrattuale della società

Risarcimento del danno - Responsabilità degli amministratori - Natura extracontrattuale - Affermazione - Inadempimento contrattuale - Causa di responsabilità amministrativa - Esclusione

L'azione individuale ex art 2395 c.c. postula la lesione di un diritto soggettivo patrimoniale del socio o del terzo che non sia conseguenza del depauperamento del patrimonio della società. Se il danno lamentato costituisce solo il riflesso di quello cagionato al patrimonio sociale si è al di fuori dell'ambito di applicazione dell'art. 2395 c.c..

La responsabilità non può essere invocata sulla base delle incidenze negative di scelte gestionali inopportune, dovendosi esigere un fatto illecito doloso o colposo che Integra una violazione degli obblighi dell'amministratore.

Se la società è inadempiente per non aver rispettato gli obblighi derivanti da un rapporto contrattuale, dei danni risponde soltanto la società. Se dice verso vengono dedotti specifici comportamenti degli amministratori, dolosi o colposi, che di per sé stessi abbiano cagionato ai terzi un danno diretto, di questo risponderanno gli amministratori, la cui responsabilità potrà eventualmente aggiungersi a quella della società per l'inadempimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Catanzaro 16 luglio 2019.




Tribunale delle Imprese: revocatoria ordinaria e cessione di quote

Cessione di quote e revocatoria ordinaria – Incompetenza funzionale del Tribunale delle Imprese – Oggetto accidentale – Non rileva

La competenza del Tribunale delle Imprese, ai sensi dell’art. 3 D.Lgs. n. 168/2003, si determina in relazione all’oggetto della controversia, dovendo sussistere un legame diretto di questa con i rapporti societari e le partecipazioni sociali, riscontrabile alla stregua del criterio generale del petitum sostanziale, identificabile in funzione soprattutto della causa petendi per l’intrinseca posizione dedotta in giudizio.

Nel caso di specie, deve negarsi che l’oggetto della controversia afferente all’azione pauliana, pur se l’atto dispositivo da dichiararsi inefficace abbia ad oggetto partecipazioni sociali, abbia un legame diretto con i rapporti societari e le partecipazioni sociali, essendo dette partecipazioni oggetto meramente accidentale della domanda proposta ex art. 2901 cc e non incidendo l’eventuale declaratoria di inefficacia dell’atto dispositivo nei confronti del creditore su diritti sociali, nonché rimanendo oggetto del giudizio l’accertamento dei presupposti dell’azione revocatoria. (Francesco Fontana ed Eleonora Facchinello) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia 19 giugno 2019.




Responsabilità degli amministratori senza deleghe

Società per azioni – Amministratori non esecutivi – Segnali di allarme – Obbligo di agire informati – Sussistenza

Società per azioni – Amministratori non esecutivi – Segnali di allarme – Obbligo di agire informati – Violazione – Responsabilità – Sussistenza

Società per azioni – Obbligo di gestione conservativa ex art. 2486 c.c. – Responsabilità anche per omissione – Sussistenza

Violazione dell’obbligo di gestione conservativa ex art. 2486 c.c. – Quantificazione del danno – Criterio dei netti patrimoniali – Applicabilità

A seguito della riforma del 2003 gli amministratori privi di deleghe non sono più gravati da un generale potere-dovere di vigilanza, ma rimangono pur sempre tenuti all’adempimento degli obblighi previsti dall’art. 2381, commi 3° e 6°, c.c., e dunque ad agire sulla base delle informazioni fornite dagli amministratori delegati ovvero, in mancanza, a sollecitare tali informazioni quando avrebbero dovuto rilevare, secondo la diligenza propria della carica, la presenza di segnali di allarme.

Incorre in responsabilità l’amministratore non esecutivo che, avendo avuto contezza dell’emersione di progressive perdite di esercizio della società, non dimostri di essersi attivato per ottenere dagli amministratori delegati informazioni sulla gestione né di aver sollecitato gli stessi amministratori delegati all’adozione di idonei rimedi (i provvedimenti previsti dagli artt. 2484, 2485 e 2486 c.c.) per impedire il compimento di atti pregiudizievoli, ovvero per eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose.

La violazione dell’art. 2486, comma 1°, c.c. non deriva esclusivamente dal compimento di operazioni “attive” e “nuove” in contrasto con il dovere di gestire la società ai soli fini di conservare l’integrità e il valore del patrimonio sociale, ma può scaturire anche dal mancato svolgimento di operazioni necessarie al fine della conservazione della situazione patrimoniale sociale, e segnatamente dall’omessa assunzione di misure volte a ridurre le perdite eventualmente registrate dalla società.

In caso di violazione dell’obbligo di gestione conservativa sancito dall’art. 2486 c.c., ai fini della quantificazione del danno arrecato alla società è utilizzabile in via equitativa il criterio – oggi specificamente riconosciuto anche dal legislatore al nuovo terzo comma dell’articolo 2486 c.c. (entrato in vigore il 16 marzo 2019) - dei “netti patrimoniali”, che prevede il raffronto tra il patrimonio netto della società al momento del verificarsi della causa di scioglimento e quello al momento dell’apertura della procedura concorsuale. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)
Appello Milano 10 giugno 2019.




Interesse a ricorrere nell’impugnazione del bilancio e onere della prova nei giudizi di invalidità delle delibere assembleari

Approvazione del bilancio – Finanziamenti dei soci – Irregolarità ed invalidità – Prova della veridicità delle poste di bilancio – Conferimenti in compensazione di crediti postergabili – Relazione ex art 2446 e 2482 bis

La mancata indicazione della natura postergabile dei finanziamenti dei soci è mera ragione di irregolarità e non di invalidità del bilancio, in quanto non sussiste una falsa rappresentazione della situazione debitoria della società, ma solamente una diversa indicazione della esigibilità dei rimborsi di natura legale; di conseguenza il socio non ha interesse a ricorrere, poiché il credito partecipa comunque alla distribuzione dell’attivo dopo il pagamento dei creditori chirografari.

Spetta all’impugnante dare prova della inveridicità delle poste di bilancio e non può più essere messa in discussione una posta già contenuta nel bilancio dell’esercizio precedente e non contestata con la precedente impugnazione.

Eventuali omissioni informative della relazione ex art. 2446 e 2482 bis devono essere specificamente determinate e non semplicemente allegate e nel caso di specie la relazione conteneva ampi cenni allo stato di crisi della società.

Sono validi i conferimenti in compensazione di crediti postergabili in quanto attraverso la compensazione, si pone rimedio alla scorrettezza nella scelta del mezzo di sovvenzionamento della società sottocapitalizzata in crisi, posta in essere attraverso l’erogazione del finanziamento anomalo in luogo del più ragionevole conferimento, in conformità allo scopo dell’art. 2467 c.c. di disincentivare il fenomeno della sottocapitalizzazione nominale, in favore dell’apporto di capitale di rischio. (Andrea Palazzolo) (riproduzione riservata)
Appello Catania 05 giugno 2019.




Ragione sociale: divieto d’abbreviazione con mera lettera iniziale del prenome dei soci di società di persone

Giudice del Registro – Procedimento ex art. 2191 c.c. – Ragione sociale società di persone – Divieto d’abbreviazione del prenome dei soci di società di persone con mera lettera iniziale del prenome stesso, ai sensi del combinato disposto degli artt. 2292 c.c. e 6, II comma, c.c. – Cancellazione d’iscrizione di modifica societaria dal registro delle imprese

La ragione sociale di società di persone deve comprendere il prenome del socio indicato per esteso, non una sua abbreviazione; la ragione di tale regola va individuata nella necessità di garantire il diritto dei terzi di comprendere immediatamente le generalità complete di almeno uno dei soci della compagine della società.

Il Giudice del Registro, a seguito di segnalazione ai sensi dell’art. 20, comma 7 bis, d.l. n. 91/2014, della Camera di Commercio territorialmente competente, ordina la cancellazione dell’iscrizione al Registro delle Imprese recante la modifica del contratto sociale in punto ragione sociale, laddove l’indicazione del prenome d’uno dei soci sia in forma abbreviata anziché per esteso. (Daniel Polo Pardise) (riproduzione riservata)
Tribunale Udine 03 giugno 2019.




Contratti pubblici di rilevanza comunitaria stipulati in data anteriore al d.lgs. 163/2006 e competenza del tribunale delle imprese

Contratti pubblici di rilevanza comunitaria – Competenza del tribunale delle imprese – Contratti stipulati in data anteriore al d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163

Sono da qualificarsi contratti pubblici di rilevanza comunitaria, e le relative controversie sono di competenza del tribunale delle imprese anche se stipulati in data anteriore al d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163, i contratti rientranti nelle classi di valore di cui alla disciplina (anteriore) varata in attuazione delle direttive 93/36/CEE (relativa alle forniture nei settori ordinari), 93/37/CEE (relativa ai lavori nei settori ordinari) e 93/38/CE (relativa alle procedure di aggiudicazione nei c.d. settori esclusi). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 27 maggio 2019.




Nelle società di persone l’apporto del socio d’opera non è un conferimento di capitale

Società di persone – Apporto del socio d’opera – Conferimento di capitale – Esclusione

L’apporto del socio d’opera nelle società di persone non deve essere capitalizzato.

I conferimenti dei soci d’opera debbono, infatti essere qualificati come conferimenti di patrimonio e non di capitale, in quanto, pur costituendo entità utili per il perseguimento dell’oggetto sociale, non sono idonei alla garanzia dei creditori sociali, atteso che la loro capitalizzazione, da un lato falserebbe la reddittività dell’impresa e, dall’altro lato, non garantirebbe l’eventuale soddisfacimento dei creditori sociali in caso di escussione del patrimonio sociale, tali apporti consistendo in servizi o prestazioni lavorative o comunque di fare, non sarebbe suscettibili di espropriazione forzata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 21 maggio 2019.




Impugnazione del provvedimento di nomina ex art. 2485 e 2487 c.c. del liquidatore della società

Impugnazione provvedimento nomina liquidatore artt. 2485 e 2487 c.c. – Carenza interesse ad agire

Difetta dell’interesse ad agire ex art. 100 c.p.c. l’impugnazione proposta dal socio nei confronti del provvedimento di nomina ex artt. 2485 e 2487 c.c. del liquidatore di una società, che non sia proposta in via strumentale rispetto ad una domanda di revoca del liquidatore giudiziale, ovvero rispetto ad una domanda diretta a censurarne l’operato.

La parte che reiteri in un giudizio le medesime erronee argomentazioni già svolte in altri procedimenti è passibile di condanna al risarcimento del danno per responsabilità aggravata ex art. 96 comma 1 c.p.c., danno che può essere liquidato equitativamente in misura pari alla somma liquidata a titolo di spese legali per il giudizio in questione. (Daniela Giampieri) (riproduzione riservata)
Tribunale Ancona 16 maggio 2019.




Consorzi con attività esterna: disciplina applicabile, trasformazione eterogenea e rimedi

Società di capitali – Consorzi con attività esterna – Società consortili – Caratteristiche – Art. 2615 ter, comma 2, cod. civ. – Applicabilità

Società consortili – Bilancio – Obblighi statutari – Sussistenza

Delibera assemblea straordinaria società consortile – Modifica statutaria – Obblighi consorziati – Tutela creditori – Azione ex art. 2901 cod. civ. – Ammissibilità

Tutela creditori – Azione ex art. 2901 cod. civ. – Azione e art. 2500 novies cod. civ. – Differenze

Nella fattispecie della società consortile, concretizzandosi la commistione tra la struttura organizzativa propria di uno dei tipi societari e la funzione propria dei consorzi con attività esterna, può fondatamente ritenersi che l’obiettivo tipico avuto di mira dai consorziati, attraverso lo svolgimento di una o più fasi delle rispettive imprese, sia quello di trarre un vantaggio mutualistico, ossia un beneficio economico dipendente dalla fase del ciclo produttivo che gli imprenditori consorziati, anzichè svolgere individualmente, affidano alla comune gestione consortile, beneficio che si traduce in una riduzione dei costi o in una maggiorazione dei ricavi. Tuttavia, l’opzione per la forma giuridica di società capitalistica, per azioni come nella specie, implica la sottoposizione alla relativa disciplina, dovendo, quindi, trovare applicazione le regole per essa dettate dal codice civile, in particolare la disposizione dell’art. 2615 ter, comma 2, cod. civ., consentendo l’introduzione di una clausola statutaria che obblighi i soci al versamento di contributi in denaro, rappresentando, in tal modo, un’eccezione rispetto alla disciplina societaria altrimenti applicabile. Per l’effetto se i corrispettivi richiesti ai partecipanti in occasione dello scambio mutualistico dovessero rivelarsi insufficienti ex post si determinerà uno squilibrio per colmare il quale viene introdotto statutariamente l’obbligo contributivo che è finalizzato proprio al ripianamento del deficit della gestione mutualistica. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Tenuto conto del principio generale delle c.d. società di capitali per cui i soci non possono venire obbligati a eseguire nuovi e ulteriori conferimenti, la dottrina e la giurisprudenza prevalenti (cfr. Cass. 122/05; 11081/04) ritengono legittima la clausola statutaria della società consortile che, nella sua previsione commisuri l’entità dell’obbligo contributivo al totale delle perdite della gestione mutualistica in base ad un criterio oggettivo di partecipazione, in genere, e come nella specie avvenuto, sulla base del valore delle quote di partecipazione al capitale sociale, semprechè si tratti di perdite o costi imputabili al bilancio della società dalla cui approvazione si delineerà la sua concreta determinazione. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

E’ ammissibile l’azione revocatoria ex art. 2901 cod. civ. della delibera di modifica statutaria della società consortile che si è effettivamente sostanziata in una rinuncia da parte dell’ente alla posizione creditoria avente ad oggetto gli obblighi dei soci al ripianamento delle perdite, nella concreta misura indicata in bilancio società ai crediti già sorti nel patrimonio sociale fino alla data della modifica statutaria. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Infatti, se si volesse prefigurare con tale modifica statutaria una trasformazione eterogenea comportante il passaggio da un regime di responsabilità dei soci per le perdite sociali, in proporzione delle rispettive quote sociali, ad un regime di irresponsabilità dei soci per le perdite sociali e, quindi, ad una modifica strutturale da società consortile, avente causa mutualistica, ad una società capitalistica, avente causa lucrativa, non è applicabile il rimedio dell’opposizione ai sensi dell’art. 2500 novies cod. civ. prospettato dagli appellanti in quanto è lo strumento specifico predisposto dall’ordinamento a tutela degli interessi dei creditori per la contestazione della trasformazione societaria in sè considerata. Invece, a seguito della trasformazione i diritti e gli obblighi anteriori alla trasformazione rimangono in capo alla società trasformata, per cui l’unico rimedio finalizzato alla conservazione della garanzia patrimoniale generica del debitore a fronte della sostanziale rinuncia della società creditrice ad un’utilità economica già maturata [al 2009] e quindi, presente nel patrimonio e di evitare, quindi, la fuoriuscita dal patrimonio di detta utilità e il suo depauperamento in danno dei creditori, è quello dell’azione intrapresa dalla Curatela. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)
Appello Napoli 15 maggio 2019.




Riconoscimento irrazionale e irragionevole di una 'buona uscita' all’amministratore delegato

Società di capitali – Responsabilità degli amministratori – Riconoscimento di emolumenti agli amministratori muniti di particolari poteri – Irrazionalità e irragionevolezza

Il riconoscimento di emolumenti agli amministratori muniti di particolari poteri rientra tra le scelte organizzative dell’impresa, e benché possa definirsi di natura discrezionale, deve comunque presentarsi come non irrazionale o irragionevole. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 15 maggio 2019.




Atto concluso dal rappresentante privo di poteri di rappresentanza della società

Società – Rappresentanza – Falsus procurator – Applicazione dei principi di diritto comune – Inefficacia del contratto

L’atto concluso dal rappresentante privo di poteri di rappresentanza della società è sottoposto ai principi di diritto comune della rappresentanza volontaria e la società della quale è mancato il consenso ad origine è tutelata con l’inefficacia del contratto al quale è rimasta estranea. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Catanzaro 10 maggio 2019.




Diniego al socio nudo proprietario a partecipare all’assemblea sociale

Società a responsabilità limitata – Diritto di voto in assemblea spettante all’usufruttuario di quote sociali – Esercizio da parte del socio nudo proprietario di quota dei ditti amministrativi diversi dal voto ex art. 2352 c.c. – Diritto del socio nudo proprietario di partecipazione all’assemblea sociale – Negazione – Applicabilità art. 2370 c.c. – Diritto di informazione del socio nudo proprietario garantito dalla procedura ex art. 2476 c.c.

La partecipazione all’assemblea della società, ai sensi dell’art. 2370 c.c., è strettamente funzionale al diritto di voto, che in caso di usufrutto di quote spetta al titolare del diritto parziario.

La partecipazione alle adunanze sociali, pertanto, spetta unicamente all’usufruttuario titolare del diritto di voto, non potendo essere ricompresa tra i diritti amministrativi “innominati” esercitabili anche dal nudo proprietario, di cui all’ultimo comma dell’art. 2352 c.c.

La mancata partecipazione alle assemblee non lede il diritto del socio nudo proprietario all’informativa sulla gestione sociale che è attuato tramite quanto previso dall’art.  2476 c.c comma II. (Francesco Baroncini) (riproduzione riservata)
Tribunale Firenze 27 aprile 2019.




Il socio nudo proprietario non ha diritto di partecipare all'assemblea

Società a responsabilità limitata – Usufrutto delle partecipazioni – Diritto di partecipare all'assemblea – Esclusione

Il socio nudo proprietario di quote di società a responsabilità limitata non ha diritto di partecipare all'assemblea. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Firenze 27 aprile 2019.




La vendita con riserva di proprietà di quote di S.r.l. deve essere iscritta nel registro imprese documentando l’avvenuto pagamento

Società a responsabilità limitata – Vendita di quote sociali con patto di riservato dominio – Indicazione del vincolo della riserva – Iscrizione dell’atto che documenti l’avvenuto pagamento – Necessità

La vendita di quote sociali con patto di riservato dominio deve essere iscritta nel registro delle imprese con l’indicazione del vincolo della riserva, in quanto attribuisce all’acquirente una posizione giuridica soggettiva (da certa dottrina ritenuta affine a quella dell’usufruttuario) che incide immediatamente sugli assetti sociali, sia in termini di opponibilità della cessione, sia in termini di esercizio dei diritti connessi con la titolarità della quota, situazione, questa, idonea a mutare definitivamente e automaticamente l’assetto proprietario all’esito dell’avvenuto pagamento.

Pertanto, ove non risulti iscritto alcun atto dal quale emerga l’avvenuto pagamento del prezzo e il conseguente realizzarsi del definitivo trasferimento della titolarità delle quote l’iscrizione della dichiarazione ex art. 16, comma 12-undecies l. n. 2/09, la quale riporti un assetto sociale derivante da tale effetto non documentato, deve considerarsi non conforme alla legge, così come l’iscrizione dell’eventuale successivo atto di trasferimento delle quote. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 24 aprile 2019.




Efficacia di giudicato del rendiconto in ordine ai relativi rapporti di natura sostanziale

Rendiconto – Giudizio – Presupposti – Rapporto di natura sostanziale – Efficacia di giudicato

Il giudizio di rendimento del conto, fondandosi sul presupposto dell'esistenza dell'obbligo legale o negoziale di una delle parti di rendere il conto all'altra, facendo conoscere il risultato della propria attività in quanto influente nella sfera di interessi patrimoniali altrui, deve ricollegarsi all'esistenza di un rapporto di natura sostanziale. Pertanto, se il giudizio si sviluppa su tale rapporto, l’atto con cui questo viene definitivamente accertato (nel caso di specie una sentenza passata in giudicato), è idoneo ad acquisire efficacia di giudicato sul modo di essere della situazione sostanziale inerente all'obbligo di rendiconto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

[Nel caso di specie, il Tribunale ha ritento definitivamente accertata, con l’efficacia propria del giudicato, l’esistenza di spese non documentate e il corrispondente credito, di natura risarcitoria, vantato dalla società nei confronti del liquidatore inadempiente. Tale credito, ha affermato il Tribunale, risulta, infatti, implicito nel risultato del rendimento del conto, che non può avere ad oggetto soltanto obblighi formali, ma attiene al risultato di una gestione di affari che si concretizza in un credito di una parte a favore dell’altra, come può desumersi anche dal potere affidato al giudice di disporre immediatamente il pagamento del sopravanzo che risulta dal conto, anche in caso di mancata accettazione (art. 264 comma 2 c.p.c.). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 23 aprile 2019.




Cancellazione d’ufficio della società dal Registro imprese nel corso del processo

Società di capitali – Azione ex art. 2476 c.c. – Cancellazione d’ufficio della società dal Registro imprese nel corso del processo – Conseguenze

Ove sia stata promossa, nei riguardi degli amministratori di una s.r.l. e su iniziativa d’un socio, l’azione sociale di responsabilità (per la reintegrazione del patrimonio sociale), e la società, nel corso del giudizio, sia stata cancellata d’ufficio dal Registro delle imprese (art. 2490 ultimo comma c.c.), trovano applicazione i principi statuiti in Cass. s.u. 6070, 6071 e 6072 del 2013; ne deriva che, se la società, che si professa titolare di un diritto di credito, si lascia cancellare d’ufficio dal Registro delle imprese nel corso del procedimento nel quale è in discussione proprio l’accertamento di un diritto di credito ancora illiquido, ciò è interpretabile come atto di rinuncia al predetto accertamento e all’eventuale diritto, sicché il tribunale deve dichiarare l’improcedibilità della domanda per cessata materia del contendere. (Mauro Meneghini) (Antonio Restiglian) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza 17 aprile 2019.




La società cancellata dal registro delle imprese in corso di causa non può proporre appello

Processo civile – Partecipazione al giudizio di una società – Cancellazione dal registro delle imprese in corso di causa – Successivo appello in proprio da parte della società – Inammissibilità

Va dichiarato inammissibile l’appello incidentale proposto in proprio dalla società cancellata dal registro delle imprese in data anteriore alla stessa emissione della sentenza impugnata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Appello Napoli 11 aprile 2019.




Preliminare di compravendita quote di una società a responsabilità limitata e responsabilità per i debiti del ramo d’azienda ceduto

Società a responsabilità limitata – Preliminare di compravendita delle partecipazioni – Applicazione analogica normativa prevista per le società per azioni

Cessione di ramo d’azienda – Responsabilità cessionario per i debiti inerenti il ramo d’azienda ceduto – Sussiste

È lecita la conclusione di un contratto preliminare di compravendita delle quote di una società a responsabilità limitata, ancor prima della iscrizione dell’atto costitutivo nel registro delle imprese. (Francesco Fusco) (riproduzione riservata)

Ai sensi dell’art. 2560 C.C., l’acquirente del ramo d’azienda risponde dei debiti pregressi a condizione che gli stessi siano inerenti alla gestione del ramo ceduto. (Francesco Fusco) (riproduzione riservata)
Appello Napoli 11 aprile 2019.




Start-up innovative e iscrizione nel registro imprese: i limiti di sindacato dell’Ufficio del registro

Start-up innovative – Iscrizione nel registro imprese – Sindacato dell’Ufficio del registro – Limiti

Va condivisa l’affermazione per cui l’Ufficio del registro delle imprese non può rifiutare l'iscrizione nella sezione speciale ad un'aspirante start-up innovativa, salvo il caso di manifesta carenza nell'oggetto sociale dei caratteri di innovatività ed alto valore tecnologico dei prodotti e/o servizi offerti dall'impresa.

Infatti, la verifica di competenza dell'ufficio del registro delle imprese, ai fini dell'iscrizione della start up in sezione speciale, verte anzitutto sulla regolarità formale e completezza della domanda e della documentazione allegata: l’ufficio medesimo è, poi, legittimato a procedere, soltanto nei casi di manifesta eterogeneità rispetto al tipo normativo, ad una verifica di coerenza tra il tipo start-up innovativa e il programma enunciato nell'oggetto sociale statutario (Trib. Torino 10 febbraio 2017).

Si trae conferma dell'assenza di un controllo di merito dal co. 12 dell'art. 25 secondo cui: “La start-up innovativa è automaticamente iscritta alla sezione speciale del registro delle imprese di cui al comma 8, a seguito della compilazione e presentazione della domanda in formato elettronico [...]”.

Come ha rilevato il Ministero per lo Sviluppo (parere 29 settembre 2014 n. 169135) l'automatismo a presentazione della domanda conferma che “la procedura di iscrizione, ove siano stati rispettati tutti gli adempimenti per la stessa previsti, non implica una valutazione di merito, da parte della camera di commercio, circa le dichiarazioni rese”, né un'ampia attività istruttoria. In altre parole, non appare rimessa, dalla disciplina in esame, alla competenza dell'ufficio del registro delle imprese, la valutazione del merito delle dichiarazioni presentate dalle aspiranti start-up innovative (ad esempio, se i prodotti o servizi di cui si avvia lo sviluppo, produzione e commercializzazione siano effettivamente caratterizzati dall'innovatività o dall'alto valore tecnologico) ma solo la verifica della regolarità formale della documentazione presentata: se, cioè, la stessa sia stata sottoscritta dal soggetto legittimato; se la modulistica sia stata compilata correttamente; se siano state rese tutte le dichiarazioni previste.

La giurisprudenza citata, peraltro, ha evidenziato che possono sussistere casi limite nei quali va riconosciuto che, in caso di totale scostamento del profilo formale (dichiarazione di possesso dei requisiti) da quello sostanziale (mancanza di effettivo possesso dei requisiti, desumibile, come nella fattispecie in oggetto, per tabulas), si deve ritenere assolutamente prevalente l'aspetto sostanziale su quello meramente dichiarativo. In tali casi, l’ufficio e poi il giudice del registro dovrebbe svolgere una verifica di coerenza tra il tipo normativo start up innovativa e il programma enunciato nell'oggetto sociale, con la precisazione che tale verifica trova il limite nel fatto che non è prevista e non è possibile da parte dell'Ufficio alcuna istruttoria, né alcuna valutazione di merito.

[Nel caso di specie, nonostante si possa dubitare della compatibilità con il requisito della esclusività e/o della prevalenza dell’attività innovativa delle modalità con le quali è stato realizzato un aumento del capitale sociale dell’impresa, tuttavia, il Giudice del registro ha ritenuto che le verifiche di compatibilità consentite all’ufficio del registro si arrestino ad una valutazione concernente l’oggetto sociale come indicato nell’atto costitutivo della società e non possano superare tale limite;  l’ufficio del registro, dal canto suo, non può valutare le concrete modalità di esecuzione di un aumento di capitale, ancorché da esse possano derivare incertezze sul mantenimento dei presupposti che giustificano la qualifica di start-up innovativa e sul raggiungimento degli scopi sociali.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 05 aprile 2019.




Azioni di responsabilità: legittimazione, natura, nesso di causalità e alterazione della volontà negoziale del creditore per effetto delle false rappresentazioni dell’amministratore

Società di capitali – Azione sociale di responsabilità ex artt. 2393 e 2394 c.c. – Legittimazione esclusiva del curatore – Sussistenza

Società di capitali – Azione individuale del socio e del terzo ex art. 2395 c.c. – Natura aquiliana della responsabilità – Presupposti

Società di capitali – Azione individuale del socio e del terzo ex art. 2395 c.c. – Nesso di causalità – Affidamento imprudente del creditore - Esclusione

Società di capitali – Azione individuale del socio e del terzo ex art. 2395 c.c. – Nesso di causalità – Alterazione della volontà negoziale del creditore per effetto delle false rappresentazioni dell’amministratore – Sussistenza

Nelle società assoggettate a procedura fallimentare, il curatore ha la legittimazione esclusiva all’esercizio delle azioni di responsabilità previste dagli articoli 2393 e 2394 cod. civ. Tali azioni risarcitorie sono destinate a tutelare il patrimonio sociale e la massa dei creditori, la cui rappresentanza, unitaria ed inderogabile, è attribuita ex lege al curatore fallimentare. Pertanto, non permane alcuna legittimazione, ancorché residuale, in capo al singolo creditore che abbia proposto suddette azioni prima della dichiarazione di fallimento, sia pure in caso di inerzia del curatore. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)

L’articolo 2395 cod. civ. attua, in ambito societario, e rispetto ai doveri degli amministratori, il generale principio della risarcibilità dell’ingiustificato danno codificato dall’articolo 2043 cod. civ. A norma dell’art 2395 c.c., in caso di atti di “mala gestione” dell’amministratore di una società di capitali, la responsabilità risarcitoria nei confronti del contraente-terzo discende dalla coesistenza di tre elementi: un atto o un’omissione dolosi o colposi degli amministratori, nell'esercizio della loro funzione; il danno diretto al patrimonio del socio o del terzo; il nesso di causalità tra l'atto illecito e il danno subito dal socio o dal terzo. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)

L’incolpevole affidamento, quale fattore rilevante per il nesso eziologico da cui deriva un danno risarcibile, rileva sia nel momento genetico del rapporto, che in quello funzionale della sua esecuzione. In tal senso, l’atteggiamento complessivamente imprudente del creditore interrompe il nesso di causalità tra la condotta dell’organo amministrativo e la produzione di un danno “diretto” nella sfera patrimoniale del soggetto leso. Ciò accade se il creditore non si attiene al principio di ordinaria diligenza, tenendo conto che il creditore può conoscere, anche aliunde, la condizione economico-finanziaria e patrimoniale della società con cui instaura un rapporto obbligatorio. Precedenti ed eventuali rapporti commerciali già intercorsi tra le medesime parti non rappresentano, di per sé, un presupposto bastevole a fondare la convinzione circa la solvibilità del debitore. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)

Il creditore può proporre l’azione di cui all’articolo 2395 cod. civ. per dimostrare l’alterazione della propria volontà negoziale a causa della mendacità delle scritture e dei bilanci della società con cui instaura rapporti obbligatori. Invero, ben può il bilancio, se non veritiero, essere fonte di responsabilità sia verso i soci sia verso i terzi in buona fede, tratti in inganno dai dati e dalle risultanze di esso, ove raffiguranti una falsa immagine della situazione economico-patrimoniale della società. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 02 aprile 2019.




Sulla decorrenza della prescrizione dell’azione di responsabilità dei creditori sociali nei confronti degli amministratori

Società a responsabilità limitata – Azione di responsabilità dei creditori sociali nei confronti degli amministratori – Prescrizione – Decorrenza – Verificarsi dell’evento lesivo

Con riferimento all’azione di responsabilità dei creditori sociali nei confronti degli amministratori, il sesto comma dell’art. 2476 c.c. non riproduce quanto previsto in punto di prescrizione per l’analogo rimedio esperibile da soci e terzi nei confronti degli amministratori di società per azioni (“L’azione può essere esercitata entro cinque anni dal compimento dell’atto che ha pregiudicato il socio o il terzo”); pertanto, dovendosi escludere – a norma dell’art. 14 disp. prel. c.c. - la applicabilità in via analogica alle società a responsabilità limitata della “speciale” disposizione in tema di prescrizione trasfusa nel secondo comma dell’art. 2395 c.c., non può che ritenersi applicabile, con riferimento al rimedio di cui al sesto comma dell’art. 2476 c.c., la disposizione di portata generale contenuta nell’art. 2497 c.c. secondo cui la prescrizione in materia di diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito decorre dal giorno “in cui il fatto si è verificato”, dovendosi intendere per tale non già la semplice condotta illecita ma l’evento lesivo nel suo complesso, comprensivo, dunque, della lesione della sfera giuridica altrui. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 01 aprile 2019.




E’ inammissibile l’azione revocatoria della scissione societaria

Scissione societaria - Azione revocatoria - Inammissibilità - Ratio

E’ inammissibile l’azione revocatoria che abbia ad oggetto un’operazione di scissione societaria, azione il cui esperimento comporterebbe  un pregiudizio alle esigenze di certezza dei rapporti che scaturiscono dalla scissione ed un ingiustificato eccesso di tutela di talune categorie di creditori rispetto ad altri.

Il Codice della crisi e dell’Insolvenza di cui al d.lgs. n. 14 del 2019, laddove al terzo comma dell’art. 116 ribadisce che, in caso di risoluzione del concordato preventivo, gli effetti delle operazioni di trasformazione, fusione o scissione sono irreversibili, ha inteso sottolineare la stabilità degli effetti di operazioni straordinarie facendo salvo esclusivamente il risarcimento del danno spettante ai soci e ai terzi ai sensi degli artt. 2500-bis, comma 2, 2504-quater, comma 2, e 2506, comma 3, del codice civile. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Appello Roma 27 marzo 2019.




Utilizzo abusivo di marchio di fatto non registrato e competenza della sezione specializzata in materia di impresa

Concorrenza sleale – Utilizzo abusivo di marchio di fatto non registrato – Competenza della sezione specializzata in materia di impresa

Deve ritenersi riservata alla competenza della sezione specializzata in materia di impresa la controversia concernente l’utilizzo abusivo del marchio di fatto non registrato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova 21 marzo 2019.




Compromettibilità in arbitri della nullità della delibera di approvazione del bilancio per violazione dei principi di chiarezza, veridicità e correttezza

Società di capitali – Bilancio – Nullità – Violazione dei principi di chiarezza, veridicità e correttezza – Compromettibilità in arbitri – Esclusione

Non è compromettibile in arbitri la controversia che abbia ad oggetto la nullità della delibera di approvazione del bilancio per illiceità dell’oggetto determinata dalla violazione dei principi di chiarezza, veridicità e correttezza di cui all’art. 2423 c.c., oltre che delle specifiche previsioni normative volte ad assicurare la funzione informativa del bilancio delle società di capitali. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 18 marzo 2019.




Postergazione dei finanziamenti dei soci: l’art. 2467 c.c. esprime un principio generale del diritto dell’impresa

Finanziamenti dei soci – Postergazione – Ratio – Principio generale – Asimmetrie informative rispetto ai normali creditori

In tema di postergazione dei finanziamenti dei soci, l’art. 2467 c.c. (e così pure l’art. 2497 quinquies c.c.) esprime un principio generale del diritto dell’impresa, come tale applicabile a tutte le situazioni nelle quali il finanziatore si trovi in una relazione tale da permettergli di beneficiare di asimmetrie informative rispetto ai normali creditori. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Treviso 12 marzo 2019.




Responsabilità ex art. 146 l. fall. per mancata riscossione di credito

Società di capitali – Responsabilità ex art. 146 l. fall. – Danno da mancata riscossione di credito maturato da società in bonis

In tema di azione ex art. 146 l. fall, quando sia imputato all’organo amministrativo e di controllo il mancato incasso d’un credito, maturato dalla società in bonis prima del fallimento, non è sufficiente allegare l’inerzia degli amministratori nella riscossione di esso, occorrendo piuttosto allegare e provare che il credito è divenuto inesigibile a causa di quella inerzia; in difetto, la domanda di risarcimento della Curatela va rigettata. (Mauro Meneghini) (Antonio Restiglian) (riproduzione riservata) Appello Venezia 06 marzo 2019.




Revoca dell’amministratore di società interamente partecipata da ente pubblico

Società a responsabilità limitata – Revoca dell'amministratore – Giusta causa – Rilevanza – Risarcimento del danno – Società a capitale pubblico – Fattispecie

Gli amministratori della società a responsabilità limitata possono essere revocati dall'assemblea dei soci, in applicazione analogica dell'art. 2383 comma 3 c.c.; con la precisazione che la revoca dell'amministratore nominato nell'atto costitutivo non richiede, ai fini della sua efficacia, né la modifica dell'atto costitutivo né la sussistenza di una giusta causa, la quale ultima incide soltanto sull'eventuale obbligo della società di risarcire i danni all'amministratore revocato, secondo le norme sul mandato.

La sottoscrizione da parte dell’amministratore di società a responsabilità limitata di un accordo di particolare importanza, senza il preventivo assenso degli enti finanziatori e senza l’inserimento, in via cautelativa, di opportuna clausola di sospensione dell’efficacia dell’atto fino a pronunciamento degli stessi enti, costituisce fatto idoneo e sufficiente ad integrare la giusta causa di revoca dell’amministratore dall’incarico, a nulla rilevando la circostanza che il comportamento in questione possa essere stato determinato dalla richiesta dell’ente pubblico che possiede tutte le quote della società. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 28 febbraio 2019.




Riconoscimento irrazionale e irragionevole di una 'buona uscita' all’amministratore delegato

Società di capitali – Responsabilità degli amministratori – Riconoscimento di emolumenti agli amministratori muniti di particolari poteri – Irrazionalità e irragionevolezza

Il riconoscimento di emolumenti agli amministratori muniti di particolari poteri rientra tra le scelte organizzative dell’impresa e, benché possa definirsi di natura discrezionale, deve comunque presentarsi come non irrazionale o irragionevole. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 28 febbraio 2019.




Utilizzo fraudolento o abusivo delle norme del diritto dell’Unione e esenzione dalla ritenuta alla fonte per i dividendi corrisposti da una società residente in uno Stato membro ad una società residente in un altro Stato membro

Rinvio pregiudiziale – Ravvicinamento delle legislazioni – Regime fiscale comune applicabile alle società capogruppo e controllate di Stati membri diversi – Direttiva 90/435/CEE – Esenzione degli utili distribuiti da società di uno Stato membro a società di altri Stati membri – Beneficiari effettivi degli utili distribuiti – Abuso – Società stabilita in uno Stato membro distributrice di dividendi ad una società collegata stabilita in un altro Stato membro, successivamente trasferiti, interamente o quasi, al di fuori del territorio dell’Unione europea – Controllata soggetta all’obbligo di applicazione di ritenuta alla fonte sugli utili

Il principio generale del diritto dell’Unione secondo cui i singoli non possono avvalersi fraudolentemente o abusivamente delle norme del diritto dell’Unione, dev’essere interpretato nel senso che, a fronte di pratiche fraudolente o abusive, le autorità ed i giudici nazionali devono negare al contribuente il beneficio dell’esenzione dalla ritenuta alla fonte sugli utili distribuiti da una controllata alla propria società madre, di cui all’articolo 5 della direttiva 90/435/CEE del Consiglio, del 23 luglio 1990, concernente il regime fiscale comune applicabile alle società madri e figlie di Stati membri diversi, come modificata dalla direttiva 2003/123/CE del Consiglio, del 22 dicembre 2003, anche in assenza di disposizioni del diritto nazionale o convenzionali che ne prevedano il diniego.

La prova di una pratica abusiva richiede, da un lato, un insieme di circostanze oggettive dalle quali risulti che, nonostante il rispetto formale delle condizioni previste dalla normativa dell’Unione, l’obiettivo perseguito dalla normativa medesima non è stato conseguito e, dall’altro, un elemento soggettivo, consistente nella volontà di ottenere un vantaggio derivante dalla normativa dell’Unione mediante la creazione artificiosa delle condizioni necessarie per il suo ottenimento. La sussistenza di taluni indizi può dimostrare la sussistenza di un abuso, sempreché si tratti di indizi oggettivi e concordanti. Possono costituire indizi di tal genere, segnatamente, l’esistenza di società interposte prive di giustificazione economica nonché la natura puramente formale della struttura del gruppo societario, della costruzione finanziaria e dei finanziamenti.

Al fine di negare ad una società il riconoscimento dello status di beneficiario effettivo di dividendi ovvero di accertare la sussistenza di un abuso, un’autorità nazionale non è tenuta ad individuare la o le entità che essa consideri beneficiari effettivi dei dividendi medesimi.

In una situazione in cui il regime di esenzione dalla ritenuta alla fonte per i dividendi corrisposti da una società residente in uno Stato membro ad una società residente in un altro Stato membro, previsto dalla direttiva 90/435, come modificata dalla direttiva 2003/123, risulti inapplicabile a fronte dell’accertamento di una frode o di un abuso, ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 2, della direttiva medesima, non può essere invocata l’applicazione delle libertà sancite dal Trattato FUE al fine di mettere in discussione la normativa del primo Stato membro posta a disciplina della tassazione di detti dividendi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 26 febbraio 2019.




Venir meno della continuità aziendale, conseguenze e doveri degli organi sociali

Continuità aziendale – Cessazione – Effetti – Scioglimento della società – Esclusione

Continuità aziendale – Cessazione – Effetti – Redazione del bilancio secondo principi di liquidazione

Collegio sindacale – Negligente attestazione del ritorno della continuità aziendale – Responsabilità – Sussistenza

Il venir meno della continuità aziendale non integra una causa legale di scioglimento della società bensì, piuttosto (a seconda che sia o meno reversibile), una situazione di insolvenza o quantomeno di crisi, costituendo quindi uno dei più rilevanti e ricorrenti presupposti per dare avvio a quelle che il nuovo codice della crisi definisce ora procedure di regolazione della crisi o dell’insolvenza. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)

La conseguenza del (doveroso) rilievo del venir meno della continuità aziendale da parte degli amministratori, e del controllo su tale precondizione da parte dei sindaci, è che -come indirettamente prescrive l’art. 2423-bis co. 1° n. 1) c.c.- i principi di redazione del bilancio non sono più quelli dettati dall’art. 2426 c.c., bensì quelli imposti dalla prospettiva liquidatoria in cui la società, anche prima della formale constatazione di una causa di scioglimento, deve necessariamente porsi: primo fra tutti la valutazione dei cespiti dell’attivo patrimoniale a valori di presumibile realizzo e con espunzione dal bilancio di ogni posta (quali i costi di impianto avviamento e sviluppo capitalizzati come immobilizzazioni finanziarie ovvero, di converso, gli ammortamenti periodici iscritti fra i costi del conto economico) incompatibile con l’imminente liquidazione. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)

Ai membri del collegio sindacale che abbiano reso parere favorevole alla revoca dello stato di liquidazione, attestando il ritorno della prospettiva di continuità aziendale della società in modo incauto e superficiale, sulla base di presupposti inconsistenti e non approfonditi con la dovuta diligenza professionale, è imputabile causalmente l’aggravamento del dissesto della società poi dichiarata fallita, e in concreto quantomeno la perdita da essa subita fra la revoca della liquidazione e la formulazione della prima proposta di concordato preventivo. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 22 febbraio 2019.




Impugnazione della delibera di anticipato scioglimento di una società consortile costituita da società pubbliche e private

Società di capitali – Deliberazione assembleare di anticipato scioglimento – Domanda di annullamento – Decorso del termine di durata della società – Cessazione della materia del contendere

Società di capitali – Assemblea dei soci – Deliberazione – Invalidità – Abuso di maggioranza – Condizioni

Società di capitali – Società consortile – Deliberazione assembleare di scioglimento anticipato – Abuso di maggioranza – Insussistenza – Fattispecie

Società di capitali – Ipotesi di scioglimento – Impossibilità di conseguire l’oggetto sociale

Società di capitali – Patto parasociale – Efficacia

Diritto comunitario – Direttiva – Armonizzazione delle discipline nazionali – Termine di recepimento – Legiferazione in buona fede – Normativa contrastante – Disapplicazione

In relazione alla domanda diretta ad ottenere l’annullamento della deliberazione assembleare di anticipato scioglimento della società, il decorso del termine di durata della società statutariamente previsto costituisce motivo di cessazione della materia del contendere.

Ricorre abuso di maggioranza in ambito assembleare nel caso in cui la deliberazione dei soci non trovi alcuna giustificazione nell’interesse della società, per essere il voto del socio maggioritario ispirato al perseguimento di un interesse personale ed antitetico rispetto a quello sociale, ovvero nel caso in cui la deliberazione sia il risultato di una intenzionale attività fraudolenta del socio maggioritario a diretto detrimento dei soci di minoranza uti singuli.

L’adozione di un comportamento finalizzato a riallineare l’operato di un soggetto pubblico alla normativa pubblicistica, anche di fonte sovranazionale, non può mai assumere i connotati della malafede e scorrettezza fondante l’abuso di maggioranza (nella fattispecie si è escluso l’abuso del socio di maggioranza, e con esso l’invalidità della deliberazione di anticipato scioglimento di una società consortile per azioni, in quanto il socio privato non era stato ab origine individuato tramite procedura ad evidenza pubblica, in violazione delle norme di settore, e la delibera di scioglimento era stata adottata al fine di eliminare una situazione di illegittimità originaria).

Non sussiste un interesse della società a continuare ad operare tutte le volte in cui si riscontri l’impossibilità per la stessa di attuare, nella forma adottata, il programma per la quale è stata costituita: tale circostanza concretizza l’impossibilità di realizzare lo scopo sociale, che costituisce causa, normativamente prevista, di scioglimento della società.

I patti parasociali hanno efficacia meramente obbligatoria e non possono incidere sulla validità e sull’efficacia delle deliberazioni assembleari, con la conseguenza che l’unica sanzione per il caso di loro violazione è la tutela risarcitoria.

Nel periodo di decorrenza del termine di recepimento di una direttiva comunitaria, gli Stati membri, in applicazione del generale principio di buona fede, non possono adottare atti o norme in contrasto con la direttiva medesima; delle eventuali norme nazionali medio tempore approvate va fornita una lettura costituzionalmente orientata in modo da rendere applicabile in concreto il principio o la regola comunitaria (c.d. effetti utili); le eventuali norme interne invece incompatibili con i principi posti dalla direttiva devono essere disapplicate. (Corrado Grillo) (riproduzione riservata)
Appello Roma 21 febbraio 2019.




Denunzia ex art. 2409 c.c.: attualità e dannosità almeno potenziale delle gravi irregolarità gestorie

Denunzia al Tribunale ex art. 2409 c.c. per sospetto di gravi irregolarità nella gestione di una società – Attualità e idoneità delle irregolarità a produrre una lesione patrimoniale per la società – Necessità – Irregolarità puramente informative – Irrilevanza sotto il profilo della dannosità anche solo potenziale

Denunzia al Tribunale ex art. 2409 c.c. per sospetto di gravi irregolarità nella gestione di una società – Omessa rilevazione della perdita di continuità aziendale – Possibile valorizzazione quale irregolarità grave e potenzialmente produttiva di danno per la società

Denunzia al Tribunale ex art. 2409 c.c. per sospetto di gravi irregolarità nella gestione di una società – Irregolarità riferibili all’intera attività sociale – Necessità – Illegittimità di singoli atti gestori autonomamente impugnabili – Irrilevanza per difetto del requisito di residualità del procedimento ex art. 2409 c.c.

La denuncia ex art. 2409 c.c. ha ad oggetto il fondato sospetto di gravi irregolarità gestorie che devono essere attuali ed idonee a produrre una lesione patrimoniale per la società, mentre l’istituto è privo del carattere sanzionatorio proprio dell’azione di responsabilità.

Pertanto, il requisito della potenzialità del danno preclude la denuncia di tutte le irregolarità c.d. informative, come quelle configurabili nei bilanci di esercizio, per le quali – ancorché possano costituire fatti di rilevante gravità – non sia stato dedotto un pregiudizio immediato e diretto rispetto al patrimonio della società. (Gaetano Anzani) (riproduzione riservata)

L’omesso accertamento della perdita di continuità aziendale rileva non solo con riferimento alla tecnica di redazione del bilancio secondo criteri liquidatori, ma si pone anche come causa dei danni che si sono verificati per il prosieguo dell’attività aziendale, sicché è suscettibile di integrare una violazione grave e almeno potenzialmente produttiva di danno valorizzabile ai sensi dell’art. 2409 c.c. (Gaetano Anzani) (riproduzione riservata)

Le irregolarità denunciabili ai sensi dell’art. 2409 c.c. devono involgere l’intera attività della società, sicché l’illegittimità di singoli atti autonomamente impugnabili non assume rilievo, posto che in caso contrario difetterebbe il requisito della residualità del procedimento. (Gaetano Anzani) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia 06 febbraio 2019.




Finanziamento soci e postergazione: proroga ex lege della scadenza del finanziamento e onere della prova

Finanziamento soci – Rimborso – Postergazione – Presupposti – Effetti – Soddisfazione degli altri creditori come condizione sospensiva del diritto al rimborso – Proroga ex lege della scadenza del finanziamento

Il presupposto della postergazione è costituito dalla situazione di crisi che ponga la società a rischio di insolvenza. In altre parole, il finanziamento del socio deve essere postergato quando, secondo un giudizio di prognosi postuma, nel momento in cui venne concesso, era altamente probabile che la società, rimborsandolo, non sarebbe stata in grado di soddisfare regolarmente gli altri creditori.

La postergazione legale, prevalendo sul regolamento negoziale, esige il rispetto della preferenza dei terzi con la conseguenza che la soddisfazione degli altri creditori si pone come condizione sospensiva del diritto al rimborso, idonea, in particolare, a produrre l'effetto di prorogare ex lege la scadenza del finanziamento sino al momento di suo avveramento e ad impedire in tal modo l’esigibilità del credito del socio la quale deve reputarsi sospesa sino alla soddisfazione degli altri creditori.

E’ onere della parte che rileva il carattere postergato dei finanziamenti dimostrare la ricorrenza nella fattispecie degli elementi soggettivi ed oggettivi che la integrano. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 05 febbraio 2019.




Responsabilità del liquidatore e onere della prova del creditore rimasto insoddisfatto

Società – Responsabilità dei liquidatori – Fondamento – Natura – Onere della prova

La responsabilità dei liquidatori si fonda sulla prova di due presupposti, uno di natura oggettivo relativo al mancato pagamento dei debiti sociali e l’altro di natura soggettiva consistente nella riconducibilità del mancato pagamento al comportamento doloso o colposo dei liquidatori, per cui la lesione dei diritti dei creditori si sostanzia nel mancato adempimento, con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico, dei doveri legali e statutari; in proposito.

La responsabilità del liquidatore deve essere esclusa quando il mancato pagamento del debito sociale non dipenda dal mancato inserimento di quest’ultimo nel bilancio finale, quanto piuttosto dalla mancanza di qualsiasi risorsa economica necessaria per poter procedere al pagamento. Peraltro, dalla giurisprudenza di merito è stato anche chiarito che la mancata richiesta, da parte del liquidatore, del fallimento o dell’ammissione ad altra procedura concorsuale, della società non integra di per sé un profilo di responsabilità, in assenza della specifica dimostrazione del fatto che tale declaratoria avrebbe permesso di pervenire alla soddisfazione dei creditori sociali.

Quanto alla natura, la responsabilità dei liquidatori in argomento costituisce una responsabilità di matrice tipicamente extracontrattuale per lesione del diritto di credito del terzo; ed invero, non appare condivisibile l’opinione che ravvisa, nella fattispecie in esame, un caso di responsabilità di natura contrattuale in considerazione della sua derivazione dalla violazione di una preesistente obbligazione ex lege; infatti, come quella degli amministratori nei confronti dei creditori sociali, anche la responsabilità dei liquidatori nei confronti dei creditori stessi è responsabilità da fatto illecito, disciplinata in via generale dall'art. 2043 c.c., e che trova soltanto un richiamo, senza alcuna mutazione di fondamento, nell'art. 2495 c.c. L'obbligo di procedere al pagamento dei creditori vincola il liquidatore nei confronti della società in liquidazione ed è inerente al suo incarico di liquidatore e non può confondersi con l'obbligo che vincola la società debitrice nei confronti del proprio creditore.

Ricade in capo al creditore che agisca in giudizio al fine di far valere la responsabilità del liquidatore l’onere probatorio in relazione all’esistenza del credito, all’inadempimento da parte della società e, in particolare, alla condotta dolosa o colposa del liquidatore, oltre, ancora, al nesso di causalità con il mancato soddisfacimento del credito.

Pertanto, il creditore sociale rimasto insoddisfatto che intenda agire nei confronti del liquidatore ha l'onere di provare l'esistenza nel bilancio finale di liquidazione di una massa attiva che sarebbe stata sufficiente a soddisfare il suo credito, e che, invece, sia stata distribuita ai soci, oppure la sussistenza di una condotta dolosa o colposa del liquidatore cui sia imputabile la mancanza di attivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 30 gennaio 2019.




Il ricorso ex art. 700 c.p.c. per la revoca dell’amministratore di s.r.l. notificato esclusivamente alla società è inammissibile per difetto di legittimazione passiva

Tribunale delle Imprese – Domanda ex art. 700 c.p.c. per la revoca dell’amministratore – Mancata notifica del ricorso all’amministratore – Applicabilità dell’art. 102 c.p.c. – Inammissibilità

Il ricorso ex art. 700 c.p.c. può essere proposto, oltre che in funzione dell’azione sociale di responsabilità, anche per la revoca dell’amministratore.
Nel primo caso rileverà, ai fini del fumus boni juris, la sussistenza di un probabile danno per la società e la violazione degli obblighi statutari e/o legali da parte dell’amministratore nonché, ai fini del periculum in mora, la possibile reiterazione di condotte pregiudizievoli nelle more dell’espletamento del giudizio di risarcimento danni; inoltre il provvedimento interinale, stante la sua natura conservativa, è destinato a perdere efficacia in caso di mancato avvio o di estinzione del giudizio a cognizione piena.
Se invece la domanda cautelare è proposta per la revoca dell’amministratore il fumus boni juris sarà ravvisabile in presenza di gravi irregolarità gestionali e il periculum in mora se la permanenza in carica dell’amministratore può creare pregiudizi alla società; il provvedimento di revoca, avendo natura anticipatoria, rimarrà fermo anche in caso di mancata instaurazione o di estinzione del giudizio di merito.
Il ricorso ex art. 700 c.p.c. per la revoca dell’amministratore di una s.r.l. notificato esclusivamente alla società è inammissibile per difetto di legittimazione passiva, non essendo applicabile l’art. 102 c.p.c. atteso che la società è litisconsorte necessario del socio ricorrente e non dell’amministratore revocando. Inoltre la mancata nomina di un curatore speciale per la società ex art. 78 c.p.c. determina la nullità del rapporto processuale rilevabile in ogni stato e grado del giudizio. (Stefano Vitale) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 23 gennaio 2019.




Conferimenti mediante prestazione d’opera o servizi: l’omissione della garanzia non libera la quota

Società a responsabilità limitata – Conferimenti – Prestazione d’opera o servizi – Garanzia – Omissione – Liberazione della quota – Esclusione

Il venir meno di uno di uno dei due profili di apporto al capitale, costituiti dalla prestazione di una garanzia ovvero di un deposito cauzionale rende il socio moroso, con la conseguente applicazione dell’art. 2466 cod. civ.

La disciplina di cui all’art. 2464 cod. civ. non qualifica come accessoria la prestazione di garanzia, ma prevede espressamente, al comma 6, che “ … il conferimento può anche avvenire mediante la prestazione di una polizza di assicurazione o di una fideiussione bancaria con cui vengono garantiti per l’intero valore ad essi assegnato gli obblighi assunti dal socio aventi per oggetto la prestazione di opera o di servizi a favore della società…”, elevando la garanzia a valore di conferimento e non di accessorio.

La liberazione della quota risulta pertanto dalla combinazione di due elementi: prestazione e polizza/fideiussione ovvero deposito cauzionale in denaro, con la conseguenza che, venendo meno uno dei due, la quota non può più essere ritenuta liberata, interpretazione, questa, che trova conferma anche nella locuzione utilizzata dal legislatore al comma 6 dell’art. 2464 cod. civ. dove qualifica come conferimento anche la garanzia. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 22 gennaio 2019.




Delibera di aumento del capitale sociale e controllo di legittimità formale del Giudice del Registro delle Imprese

Registro imprese – Compito del Giudice del Registro delle Imprese – Controllo di legittimità formale – Delibera di aumento del capitale sociale – Ordinanza sospensione delibera – Iscrizione – Cancellazione iscrizione – Insussistenza

Il compito del giudice del registro è limitato a verificare che l’atto di cui si richiede la cancellazione sia conforme alle condizioni di legge (c.d. controllo di legittimità formale) e, dunque, non al merito della vicenda, come ad esempio, nel caso in esame, alla possibilità di accertare chi sia socio di una società. Pertanto, nel caso in cui un soggetto abbia conseguito, in un distinto procedimento cautelare, la sospensione della delibera di aumento di capitale, la cui esecuzione aveva determinato la perdita della sua qualità di socio, lo stesso ha diritto a conseguire, per effetto del ripristino dell’assetto societario preesistente alla delibera sospesa, oggetto della predetta cautela, di essere nuovamente iscritto presso il registro delle imprese quale socio della società e ciò al fine di dare una completa informazione ai terzi. (Luca Caravella) (riproduzione riservata) Tribunale Salerno 17 gennaio 2019.




La nullità per violazione dei principi di verità e chiarezza del bilancio non è questione demandabile al giudizio degli arbitri

Società - Impugnazione del bilancio - Competenza del Tribunale ordinario

La funzione informativa svolta dal bilancio in favore dei soci e dei terzi e la conseguente inderogabilità dei principi posti a fondamento, nonché l'inviolabilità del diritto del socio ad una corretta e veritiera rappresentazione della situazione economica e patrimoniale della società comportano, in caso di violazione, la nullità della relativa deliberazione di approvazione del bilancio: in tali casi, trattandosi di diritti indisponibili, deve essere esclusa la competenza arbitrale. (Giuseppe Sorrenti) (riproduzione riservata) Tribunale Firenze 14 gennaio 2019.




Il contratto concluso da collaboratori dell’imprenditore può configurare un’ipotesi di falsus procurator

Falsus procurator – Configurabilità – Contratto concluso da collaboratori dell’imprenditore – Sussistenza – Ipotesi

La reiterata e non contestata spendita del nome della società in capo al personale contraente configura una ipotesi di c.d. falsus procurator ex art. 1398 c.c., allorquando venga in rilievo la necessità di tutelare la apparentia juris ingenerata dal comportamento reiterato ed incontestato del personale dipendente, ossia l’affidamento incolpevole derivante da un comportamento colposo del rappresentato.

(Nel caso di specie – pronunciandosi su una opposizione a decreto ingiuntivo ove la società sportiva opponente sosteneva l’impossibilità per il preparatore tecnico (ed altro personale) della stessa di impegnare negozialmente la società, il Giudice ha rilevato la presenza di elementi tali da invocare la necessità di salvaguardare l’apparentia juris: ossia la buona fede della società opposta, desunta dall’assenza di contestazioni della stessa nel corso di ben otto anni e dalle dichiarazioni del personale che ha sempre dichiarato di agire in nome e per conto della società sportiva; e in secondo luogo il comportamento colposo dell’opponente, desunto dal reiterato consenso della società al personale di autorizzazione a commissionare le prestazioni mediche ritenute necessarie). (Laura Rizzi) (riproduzione riservata)
Tribunale Como 09 gennaio 2019.




Va rigettata la domanda di risarcimento del creditore sociale quando la perdita sia stata spontaneamente ristorata dagli amministratori in sede di concordato preventivo

Società di capitali – Responsabilità degli amministratori verso i creditori sociali – Natura del danno

Società di capitali – Cumulo, sulla base dei medesimi fatti costitutivi, dell’azione dei creditori sociali (art. 2394 c.c.) e di quella ex art. 2476 sesto comma c.c. – Inammissibilità

Il danno subito dal creditore d’una s.r.l., per inosservanza, da parte degli amministratori, degli obblighi inerenti la conservazione del patrimonio sociale, non è che un riflesso del danno inferto al patrimonio sociale; ne deriva che, dedotta dal creditore l’inosservanza delle norme ex articoli 2485 e 2486 c.c., ove il danno al patrimonio sociale sia individuabile nella sola perdita cd. incrementale e tal perdita sia stata però spontaneamente ristorata dagli amministratori in sede di concordato preventivo, la domanda di risarcimento del creditore sociale va rigettata. (Mauro Meneghini) (Antonio Restiglian) (riproduzione riservata)

L’azione ex art. 2476 sesto comma c.c. è diversa per presupposti, oggetto e finalità rispetto a quella riconducibile all’art. 2394 c.c.; ne deriva che le due azioni non possono fondarsi sui medesimi fatti costitutivi. (Mauro Meneghini) (Antonio Restiglian) (riproduzione riservata)
Appello Venezia 09 gennaio 2019.




Delibera di esclusione del socio accomandatario di sas e onere probatorio in caso di impugnazione

Delibera di esclusione – Socio accomandatario – Omessa redazione delle dichiarazioni fiscali – Impugnazione

La gravità delle inadempienze del socio accomandatario che, ai sensi dell’art. 2286 c.c., può giustificare l’esclusione dello stesso dalla società (nella fattispecie consistenti nell’omessa redazione per conto dell’ente delle prescritte dichiarazioni fiscali), ricorre non soltanto quando le dette inadempienze siano tali da impedire del tutto il raggiungimento dello scopo sociale, ma anche quando esse, secondo l’incensurabile apprezzamento del giudice di merito, abbiano inciso negativamente sulla situazione economica della società, rendendone meno agevole il perseguimento dei fini. Va quindi annullata la delibera di esclusione del socio accomandatario, quanto non vengano ritenuti fondati i motivi di esclusione riportati nella delibera medesima. (Federico Ioncoli) (riproduzione riservata) Appello Trieste 27 dicembre 2018.




Impugnazione delle delibere di revoca dell’amministratore e di esclusione del socio

Società – Delibera di revoca dell’amministratore – Impugnazione – Giudice competente – Tribunale ordinario – Legittimazione attiva – In caso di amministrazione collegiale – Spettanza al singolo amministratore revocato – Insussistenza – Diritto di reintegra – Non sussiste – Delibera di esclusione del socio – Obbligo di motivazione – Sussiste

In ipotesi di risoluzione del rapporto di lavoro conseguente all’esclusione del socio, quest’ultimo deve impugnare la delibera dell’organo statutario innanzi al giudice civile e l’accertamento della pretesa illegittimità della delibera è pregiudiziale rispetto a quello della pretesa illegittimità della risoluzione del rapporto di lavoro.

Dal disposto normativo di cui all’art.2383 c.c. non può configurarsi un diritto dell’amministratore a rimanere o ad essere reintegrato nella propria carica, mantenendo l’amministratore revocato la propria legittimazione ad impugnare la deliberazione di revoca qualora intenda lamentare che la stessa non è stata legittimamente assunta. Tuttavia, in presenza di un organo gestorio collegiale una tale legittimazione compete al Consiglio d’amministrazione, e non al singolo amministratore.
La nozione di giusta causa di revoca riguarda l’esistenza di fatti, non necessariamente costituenti inadempimenti agli obblighi gestori, che facciano venir meno l’affidamento dei soci sulle capacità ed attitudini dell’amministratore ovvero il rapporto fiduciario fra le parti.

È necessario che il provvedimento di esclusione del socio contenga una specifica motivazione, al fine di consentire al socio di proporre l’opposizione ed al giudice di accertare la legittimità sostanziale della decisione, valutando la riconducibilità in concreto dei comportamenti del socio escluso alla previsione statutaria che giustifica il provvedimento di esclusione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Catanzaro 04 dicembre 2018.




Il socio può agire contro gli amministratori, ma il risarcimento spetta solo alla società

Società – Azione di responsabilità contro gli amministratori – Legittimazione attiva – Spettanza alla società – Affermazione – Spettanza al socio – In qualità di sostituto processuale della società – Diritto al risarcimento del danno – Spetta solo alla società – Prescrizione dell’azione – Dies a quo – Cessazione del’amministratore dalla carica o manifestarsi del danno – Diligenza qualificata dell’amministratore – Affermazione

Il socio può agire come sostituto processuale in nome proprio ma nell’interesse della società, la quale è e rimane titolare del diritto al risarcimento del danno sofferto a causa della mala gestio del proprio amministratore ed è pienamente legittimata ad agire per il relativo risarcimento.
L’azione sociale di responsabilità conto gli amministratori si prescrive nei cinque anni dalla cessazione dell’amministratore dalla carica ovvero dal successivo momento in cui il danno si sia non solo prodotto, ma esteriorizzato.
Per gli amministratori di una società a responsabilità limitata, al pari di quelli delle società per azioni è richiesta non la generica diligenza del mandatario, ma quella desumibile in relazione alla natura dell’incarico e alle specifiche competenze, cioè quella prevista per il professionista. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Catanzaro 04 dicembre 2018.




Nullità del conferimento in natura e azioni restitutorie proponibili nei confronti della società fallita

Azione restitutoria – Conferimento nullo – Competenza tribunale fallimentare – Sussiste

Società per azioni – Aumento di capitale sociale con conferimento in natura – Accertamento nullità conferimento – Impugnazione delibera – Esclusione

La domanda svolta dal socio della società fallita nei confronti del fallimento e diretta a ottenere l’accertamento della nullità di un conferimento in natura (nella specie per impossibilità dell’oggetto perché relativo a un bene gravato da uso civico) effettuato dal socio quando la società era in bonis e la restituzione dell’immobile oggetto del conferimento costituisce azione derivante dal fallimento perché incidente sul patrimonio della fallita e, come tale, è attratta alla competenza funzionale del tribunale fallimentare e proponibile nelle forme della domanda di ammissione al passivo. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)

L’accertamento della nullità di un conferimento sociale (nella specie per impossibilità dell’oggetto perché relativo a un bene gravato da uso civico) effettuato in sede di aumento di capitale non implica l’impugnazione della delibera assembleare di aumento di capitale e il rispetto dei relativi termini di legge, essendo proponibile in via autonoma attesa la natura negoziale dell’atto di conferimento. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Civitavecchia 03 dicembre 2018.




Eccezioni sollevabili dalla società emittente nei confronti della società fiduciaria del portatore di azioni dematerializzate

Società per Azioni – Assemblea degli Azionisti – Diritto di voto – Eccezioni ex art. 83-septies TUF

Società per Azioni – Assemblea degli Azionisti – Diritto di voto – Eccezioni ex art. 83-septies TUF

Società per Azioni – Azioni – Intestazione fiduciaria

Diritto della concorrenza – Testo Unico della Radiotelevisione – Limite alle partecipazioni

Procedimento per dichiarazione di fallimento – Provvedimenti cautelari o conservativi – Norme del modello cautelare uniforme – Applicabilità

La società emittente può sollevare eccezioni personali, ai sensi dell'art. 83-septies TUF, nei confronti del portatore azioni dematerializzate, al fine di inibirne il diritto di voto, anche in seguito al rilascio della comunicazione effettuata ai sensi dell'art. 83-sexies TUF dell'intermediario depositario alla società emittente stessa, perché quest'ultima rappresenta mero titolo di legittimazione e non ha alcun effetto preclusivo in ordine alle eccezioni sollevabili.

Fra le eccezioni personali sollevabili dalla società emittente, ai sensi dell'art. 83-septies TUF, nei confronti del portatore azioni dematerializzate, sono ricomprese tanto le eccezioni che traggano fondamento nel contratto c.d. causale (ossia lo statuto sociale) quanto quelle fondate sui rapporti extra-sociali fra la società emittente e il portatore.

La società emittente può sollevare eccezioni personali, ai sensi dell'art. 83-septies TUF, nei confronti della società fiduciaria cui siano state intestate fiduciariamente azioni dematerializzate fondate su rapporti che intercorrano fra la società emittente e l'azionista fiduciante.

La positiva valutazione dell'Autorità Garante per la Concorrenza e i Mercati (AGCM) in ordine alla compatibilità della detenzione di una partecipazione societaria in una società emittente radiotelevisiva con la disciplina della concorrenza non pregiudica il sindacato dell'autorità giudiziaria in ordine all'invalidità prevista dall'art. 43, comma 5, del Testo Unico della Radiotelevisione (TUSMAR).

Ai provvedimenti cautelari ex art. 15, comma 8, l. fall. si applicano le norme del modello cautelare uniforme per quanto compatibili. (Giovanni Maria Fumarola) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 23 novembre 2018.




Legittimazione collegiale dell’organo alla impugnazione delle deliberazioni, sequestro penale e iscrizione del trasferimento della partecipazione nel libro soci

Società per azioni – Impugnazione di deliberazione assembleare – Legittimazione del consiglio di amministrazione – Legittimazione del singolo amministratore – Esclusione

Società di capitali – Revoca dell’organo – Legittimazione del medesimo alla impugnazione – Limiti

Società di capitali – Sequestro penale – Legittimazione del custode alla impugnazione delle deliberazioni assembleari

Società di capitali – Legittimazione alla impugnazione delle deliberazioni assembleari – Circolazione della partecipazione – Iscrizione nel libro soci – Necessità

La legittimazione dell’organo amministrativo alla impugnazione delle delibere assembleari deve intendersi riferita all’organo nella sua collegialità, non al singolo amministratore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La deliberazione con la quale l'organo societario è stato revocato può essere impugnata dal medesimo organo (inteso nella sua forma collegiale) nel caso in cui il suo venir meno sia diretta conseguenza della deliberazione la cui legittimità è oggetto di contestazione (Tribunale Milano, sez. Imprese, 10 novembre 2016; Cass. Civ., 17 ottobre 2014, n. 22784; 25 settembre 2013, n. 21889). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

In caso di sequestro penale della partecipazione societaria, la legittimazione alla impugnazione delle deliberazioni assembleari spetta al custode. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L’esercizio dei diritti sociali, tra i quali la legittimazione ad impugnare le deliberazioni assembleari, è subordinato alla avvenuta iscrizione del trasferimento della partecipazione nel libro soci ai sensi dell’art. 2355 c.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 20 novembre 2018.




Pagamenti postergati: concorso dei presupposti di cui agli art. 2467 c.c. e 65 l.f.

Fallimento – Rimborso di finanziamenti postergati – Azioni a disposizione del curatore – Azione di restituzione e azione di inefficacia ex art. 65 l.f. – Rapporto tra le due azioni e presupposti

Qualora il curatore intenda avvalersi dell’art 2467, comma 1, c.c., e ottenere la restituzione del rimborso di un finanziamento avvenuto entro l’anno dalla dichiarazione di fallimento, dovrà dimostrare soltanto che i finanziamenti sono stati concessi in una condizione di squilibrio e che il rimborso è stato effettuato in tale arco temporale.

Laddove, invece, il curatore fallimentare intenda ottenere la declaratoria di inefficacia del rimborso ai sensi dell’art. 65 legge fall., dovrà anche provare che la condizione di squilibrio di cui al secondo comma dell’art. 2467 c.c. si è protratta sino alla data del fallimento rendendo in tal modo inesigibile l’obbligazione restitutoria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Livorno 20 novembre 2018.




La revoca dell’amministratore non dà luogo ad alcuna prorogatio

Società di capitali – Deliberazione dell’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore – Revoca – Prorogatio – Esclusione – Potere di amministrare al collegio sindacale – Convocazione dell’assemblea per la nomina dei nuovi amministratori

La revoca dell’amministratore - ancorché effetto legale dell’adozione della deliberazione autorizzativa dell’azione di responsabilità - non dà luogo ad alcuna prorogatio, ma integra un’ipotesi di cessazione dell’organo gestorio a fronte della quale, il legislatore, al fine di evitare un vuoto nella gestione della società, ha previsto che il potere di amministrare (limitato alla sola ordinaria amministrazione) passi al collegio sindacale il quale dovrà, in primo luogo, provvedere alla convocazione dell’assemblea per la nomina dei nuovi amministratori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 13 novembre 2018.




L’inidoneità delle criptovalute a costituire oggetto di conferimento nel capitale di una società a responsabilità limitata, stante l’impossibilità di determinarne l’effettivo valore ad una data certa

Società di capitali - Aumento del capitale sociale - Conferimento di criptovalute - Ammissibilità

La criptovaluta deve considerarsi a tutti gli effetti come moneta e cioè quale mezzo di scambio nella contrattazione in un dato mercato, atto ad attribuir valore, quale contropartita di scambio, ai beni e servizi o altre utilità ivi negoziati, talché il suo valore economico non può determinarsi con la procedura di cui al combinato disposto degli artt. 2264 e 2265 c.c., riservata a beni, servizi ed altre utilità. Non esiste, d’altro canto, un sistema di cambio per la “criptovaluta”, che sia stabile ed agevolmente verificabile, come per le monete aventi corso legale in altri Stati. Ne consegue che, non essendo possibile assegnare alla stessa un controvalore certo in euro, deve escludersi l’idoneità della criptovaluta ad essere oggetto di conferimento in società. (Virginia Cristini) (Giuseppe Amato) (riproduzione riservata) Appello Brescia 30 ottobre 2018.




L’azione di responsabilità individuale promossa dal socio ex art. 2476, comma 6, c.c.

Società di capitali – Società a responsabilità limitata – Azione di responsabilità individuale del socio – Natura aquiliana – Onere della prova

Società di capitali – Società a responsabilità limitata – Azione di responsabilità individuale del socio – Danni risarcibili – Danni immediati e diretti

Società di capitali – Società a responsabilità limitata – Azione di responsabilità individuale del socio – Danni risarcibili – Diminuzione di valore della quota – Irrilevanza

Società di capitali – Società a responsabilità limitata – Azione di responsabilità individuale del socio – Omessa convocazione dell’assemblea – Irrilevanza

L’azione individuale di responsabilità disciplinata dall’art. 2476, comma 6, c.c. spettante al socio per il risarcimento dei danni a esso derivati per effetto di atti dolosi o colposi degli amministratori rientra nello schema della responsabilità aquiliana, con la conseguenza che incombe sul socio attore l’onere di provare a) la addebitabilità agli amministratori di omissioni e condotte in violazione degli obblighi specifici e dei doveri connessi alla carica rivestita, b) i pregiudizi patrimoniali diretti asseritamente subiti e c) il nesso eziologico tra gli addebiti formulati e i danni prospettati. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)

L’azione individuale di responsabilità disciplinata dall’art. 2476, comma 6, c.c. spettante al socio o ai terzi presuppone che i danni reclamati non siano solo il riflesso di quelli arrecati eventualmente al patrimonio sociale, ma siano stati direttamente cagionati ai soci o ai terzi, come conseguenza immediata del comportamento degli amministratori. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)

Nell’ambito dell’azione individuale di responsabilità disciplinata dall’art. 2476, comma 6, c.c. e spettante al socio è irrilevante il riferimento alla diminuzione del valore della quota di partecipazione dovuta a una condotta posta in essere dagli amministratori in violazione dei doveri di gestione, non costituendo danno diretto del singolo socio poiché la quota di partecipazione è un bene distinto dal patrimonio sociale, la cui diminuzione di valore è conseguenza soltanto indiretta ed eventuale della condotta dell’amministratore. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)

L’omessa convocazione dell’assemblea richiesta dal socio titolare di una quota pari al 20% del capitale sociale della società a responsabilità limitata non è in sé stessa idonea a cagionare un danno diretto alla sfera patrimoniale del socio tutelabile con l’azione individuale di responsabilità disciplinata dall’art. 2476, comma 6, c.c. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 22 ottobre 2018.




Risoluzione di preliminare di vendita immobiliare collegato ad un preliminare di cessione di quote e competenza del tribunale delle imprese

Tribunale delle Imprese – Competenza per materia – Trasferimento partecipazioni – Contratto preliminare

Il rapporto tra la sezione specializzata in materia di impresa e le altre sezioni del tribunale va qualificato in termini di competenza e non di mezza ripartizione degli affari all’interno dell’ufficio alla luce del dato testuale della norma istitutrice.
Dall’art. 3, 2° comma, del D. Lgs. n. 168/2003 si desume che non tutte le controversie che vedano come parti le società ivi menzionate sono devolute alla sezione specializzata in materia di impresa, ma solo quelle che riguardanti in maniera prevalente la struttura societaria e segnatamente le sole controversie attinenti all’organizzazione ed al funzionamento della struttura societaria. Pertanto la domanda principale avente ad oggetto la declaratoria di nullità e/o la risoluzione (con le conseguenti pronunzie restitutorie e/o risarcitorie) di un preliminare di vendita immobiliare e di un preliminare di cessione di quote societarie, anche se collegati tra loro, esula dalla competenza della sezione specializzata in materia di impresa poiché l’accoglimento di tali domande non avrebbe alcun riflesso endosocietario (cfr. Cass., sez. VI, ord. 20 marzo 2018 n. 6882).
La connessione rilevante ai fini dell’ultimo comma dell’art. 3 della D Lgs. n. 168/2003 è solo quella propria e non anche quella meramente soggettiva ovvero fondata sulla risoluzione di identiche questioni. (Stefano Vitale) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 27 settembre 2018.




L’azione di responsabilità contro i sindaci presuppone l’accertamento sulla condotta degli amministratori

Società – Responsabilità degli amministratori – Antecedente necessario dell’accertamento della responsabilità dei sindaci – Affermazione – Diligenza qualificata dell’amministratore – Affermazione – Responsabilità degli amministratori non operativi – Limitata al mancato impedimento di atti pregiudizievoli – Affermazione – Risarcimento del danno – Necessità di prova del danno e del nesso di causalità – Sussiste

Nel caso di domanda svolta contemporaneamente nei confronti degli amministratori e dei sindaci si deve procedere in primo luogo all’accertamento della responsabilità dei primi per poi verificare la responsabilità eventuale dei secondi.

Nel caso di domanda svolta o proseguita nei confronti dei soli sindaci, sarà pur sempre necessario un accertamento in via incidentale della contestata condotta di mala gestio degli amministratori, per poter poi valutare la sussistenza del contestato omesso controllo da parte dei sindaci.

Per gli amministratori di S.p.a., al pari di quelli delle S.r.l., è attualmente richiesta non la generica diligenza del mandatario, ma quella speciale diligenza prevista dall’art. 1176, 2° comma, c.c. per il professionista; a tal fine, è necessario operare un giudizio ex ante e non ex post, dovendosi quindi prendere in considerazione solo quelle circostanze, oggettive e soggettive, che erano conosciute o conoscibili, con riferimento al momento in cui è stata tenuta quella determinata condotta, poi risultata foriera di danni per la società.

In virtù della modifica dell’art. 2392 c.c. avvenuta a seguito della riforma delle società di capitali del 2003, gli amministratori privi di deleghe (cd. non operativi) rispondono solo quando non abbiano impedito fatti pregiudizievoli degli altri amministratori in virtù della conoscenza - o della possibilità di conoscenza - di elementi tali da sollecitare il loro intervento alla stregua della diligenza richiesta dalla natura dell'incarico e dalle loro specifiche competenze.

L’accertamento dell’inadempimento dei doveri imposti dalla legge e/o dallo statuto costituisce presupposto necessario ma non sufficiente per affermare la responsabilità risarcitoria in capo agli amministratori inadempienti; infatti anche in questo caso è pur sempre necessaria la prova del danno, ossia del deterioramento effettivo e materiale della situazione patrimoniale della società, e la diretta riconducibilità causale di detto danno alla condotta omissiva o commissiva degli amministratori stessi: l’onere allegatorio e probatorio grava, in base ai principi generali, su chi agisce. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 25 settembre 2018.




Giurisdizione cautelare ante causam: sussistenza anche a fronte di designazione convenzionale di foro svizzero

Designazione convenzionale di foro svizzero - Giurisdizione cautelare italiana ante causam; Sequestro conservativo - Ricorso ex art 671 c.p.c. - Sequestro di quote di società a responsabilità limitata; Competenza Tribunale delle Imprese ex art. 3 co II lett.b D. Lgs n. 168/2003 - Società avente sede all’estero - Competenza territoriale Tribunale delle Imprese ex art.4 co I bis D. Lgs n. 168/2003 - Prevalenza su competenza ex art. 669 ter comma III, c.p.c.

La titolarità in capo alla società debitrice svizzera, nei cui confronti sia richiesto sequestro conservativo, di partecipazioni sociali in una s.r.l. avente sede in Italia, giustifica la giurisdizione e competenza del giudice italiano quale tribunale del luogo (Italia) ove la creditrice potrà eseguire la misura cautelare, sui beni di proprietà della debitrice che si trovano in Italia (quote di s.r.l), posto che la causa di merito appartiene alla giurisdizione Svizzera, avendo le parti, nell’accordo dedotto dalla ricorrente a fondamento della pretesa creditoria verso la debitrice svizzera, designato convenzionalmente come foro competente quello del Tribunale di Basilea, Svizzera.
Sussiste la competenza del Tribunale (delle Imprese) di Milano ex art. 4 comma 1 bis D. Lgs n. 168/2003, art. 669 ter, comma 3 c.p.c., art 10 L. 218/1995 in considerazione del fatto che unico bene della debitrice svizzera è costituito dalle partecipazioni al capitale sociale della s.r.l. italiana. (Ambra De Domenico) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 14 settembre 2018.




Non delegabilità a terzi della funzione amministrativa in tema di discussione del progetto di bilancio

Delibera di approvazione del progetto di bilancio di s.r.l. - Delega del potere amministrativo - Contenuto - Limiti

Nella società a responsabilità limitata, nonostante non esista una apposita disciplina in materia di deleghe dei poteri amministrativi (diversamente da quanto disposto nella società per azioni), non è consentito l’esercizio di una delega gestoria illimitata da parte dell’amministratore, in capo al quale, ai sensi dell’articolo 2475, ultimo comma, c.c., devono permanere talune attribuzioni che costituiscono il nucleo irriducibile del suo potere di amministrazione.

Ai sensi di detta norma non sono delegabili, in quanto costituiscono esclusiva competenza dell’organo amministrativo, “la redazione del progetto di bilancio e dei progetti di fusione o scissione, nonché le decisioni di aumento del capitale ai sensi dell’articolo 2481 c.c.”.

Nell’ambito di una interpretazione sistematica della norma, nonché teleologicamente orientata, alla luce del complessivo assetto organizzativo che il legislatore ha inteso assegnare al modello della società a responsabilità limitata e, conseguentemente allo statuto dei poteri e degli obblighi dell’amministratore operante in tale ente, deve ritenersi che rientrano nella competenza esclusiva dell’organo amministrativo anche le attività complementari alla redazione del progetto di bilancio, fra le quali la sottoposizione del medesimo all’assemblea per l’approvazione e l’esposizione, in tale sede, di chiarimenti su istanza dei soci.

La delega a terzi di siffatta attribuzione esclusiva costituisce motivo di annullabilità della delibera di approvazione del bilancio ex articolo 2479 ter, primo comma, del codice Civile, in quanto adotta su proposta di un soggetto non abilitato in assenza del vero organo amministrativo. (Ugo Campese) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 13 settembre 2018.




Società cooperative: recesso del socio per giusta causa e perdita volontaria dei requisiti di ammissione

Società cooperative – Principio di parità di trattamento nella cessazione del rapporto – Sussistenza

Società cooperative – Recesso del socio per giusta causa – Insussistenza

Società cooperative – Recesso del socio per perdita volontaria dei requisiti di ammissione – Insussistenza

La norma dell’art. 2516 c.c., che prescrive che nella costituzione e nell’esecuzione dei rapporti mutualistici deve essere rispettato il principio della parità di trattamento, è volta ad evitare discriminazioni nell’attuazione del rapporto mutualistico e, sebbene faccia riferimento alle fasi della costituzione e della esecuzione, trova applicazione anche nella fase di cessazione del rapporto[1]. (Giustino Di Cecco) (riproduzione riservata)
 
L’art. 2532 c.c. - nel momento in cui prevede che il recesso è consentito nei (soli) casi previsti dalla legge o dallo statuto - conferma il «principio di tipicità» (già sancito dal previgente art. 2526 c.c.) delle cause di recesso, accordando il relativo diritto al socio solo in presenza di una specifica norma di legge o dell’atto costitutivo. Ne consegue che, in assenza di una clausola statutaria che indichi quali specifici inadempimenti addebitabili all’ente consentano l’esercizio del diritto di recesso, deve necessariamente concludersi che eventuali inadempimenti, ascrivibili al rapporto di scambio, posti in essere dalla cooperativa non giustificano il recesso da parte del socio e, dunque, lo scioglimento del rapporto sociale. L’opposta conclusione comporterebbe, del resto, una violazione del principio di parità tra i soci perché verrebbe consentito a (taluni) soci di sciogliersi dal rapporto sociale (con conseguente restituzione della quota sociale e di quanto corrisposto in conseguenza del rapporto di scambio derivante dal contratto di prenotazione) e, dunque, di sottrarsi agli oneri già assunti dalla cooperativa verso terzi; oneri che, inevitabilmente, finirebbero col gravare soltanto sui soci superstiti. (Giustino Di Cecco) (riproduzione riservata)
 
Il socio non può addurre come motivo legittimante il recesso, avvantaggiandosene, una circostanza da egli stesso volontariamente cagionata. Nell’ambito della perdita delle condizioni necessarie per concorrere al raggiungimento degli scopi sociali, non può essere ascritto uno stato di fatto al quale il socio stesso abbia volontariamente dato luogo ed occasione in tal modo disponendo egli stesso, in via potestativa, della facoltà di sciogliersi dal vincolo sociale. In tal modo, infatti, le ipotesi di recesso verrebbero ad essere sganciate da fattispecie puntuali e tassative – venendosi così a consentire una sorta di recesso ad nutum - e rimesse alla discrezionalità ed alla convenienza dei singoli soci. E verrebbero ad essere lesi i principi di tipicità delle ipotesi di recesso e di parità di trattamento tra i soci. (Giustino Di Cecco) (riproduzione riservata)
 
[1] Cfr. Tribunale Roma, 16 Dicembre 2015. Est. Cecilia Bernardo.
Tribunale Roma 06 settembre 2018.




Responsabilità in via diretta ed illimitata dell’amministratore di fatto

Tribunale Ordinario – Sezione Imprese – Azione di responsabilità – Amministratore di fatto – Esercizio sistematico e completo dell’attività gestoria

È amministratore di fatto chi, pur in assenza di una qualsivoglia formale investitura da parte della società, si sia ingerito sistematicamente e non occasionalmente nella gestione sociale, con la conseguenza che, nel caso in cui dovesse in concreto emergere un siffatto esercizio sistematico e completo dell’attività gestoria, sarebbe ipotizzabile una responsabilità in via diretta ed illimitata di costui, in concorso con gli amministratori (formali) per l’intera gestione sociale; quindi è necessario fornire, da parte di chi invoca una tale situazione, la prova, in base a conferente allegazione, che vi è stato in concreto un siffatto esercizio sistematico e completo dell’attività gestoria. (Francesco Fontana) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 30 luglio 2018.




Azione di responsabilità: irregolarità formali e Business Judgment Rule

Azione di responsabilità – Irregolarità contabili – Business Judgment Rule

Nell’ambito della responsabilità ex art. 2476 c.c., le mere irregolarità formali, tanto nella redazione del bilancio quanto nella tenuta della documentazione contabile, non sono di per sé causa di danno e conseguentemente fonte di obbligo risarcitorio a carico dell’amministratore, dovendosi sempre verificare, ai fini risarcitori, l’esistenza di concreti danni patrimoniali sofferti dalla società in conseguenza della condotta dell’organo amministrativo; è peraltro indubbio che artifici contabili possano essere segnali rivelatori di condotte censurabili e finalizzati ad occultare distrazioni o a giustificare in via meramente contabile esborsi o utilizzi di finanze societarie, effettuati al di fuori del perseguimento di interessi sociali.
Sempre in tale ambito e quindi anche del potere di intervento del Tribunale, l’inadempimento, da parte degli amministratori di società di capitali, degli obblighi imposti dalla legge o dall’atto costitutivo può essere desunto non da una scelta di gestione -come tali queste scelte non sono sindacabili in termini di fonte di responsabilità contrattuale, in quanto conseguenti a scelte di natura imprenditoriale (art. 41, 1° comma, Cost.), ontologicamente connotate da rischio-, ma dal modo in cui la stessa è stata compiuta: è solo l’omissione, da parte dell’amministratore, di quelle cautele, di quelle verifiche ovvero dell’assunzione delle necessarie informazioni preliminari al compimento dell’atto gestorio, normalmente richieste per una scelta del tipo di quella adottata, che può configurare violazione dell’obbligazione di fonte legale in discorso, così come è fonte di responsabilità la colpevole mancata adozione di quei provvedimenti, che per legge o per atti interni avrebbero dovuto essere prontamente assunti a tutela della società (cfr. Cass. 3409/2013; Cass. 1783/2015). (Francesco Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 30 luglio 2018.




L’inidoneità di 'criptovalute in fase embrionale' a costituire oggetto di conferimento nel capitale di una società a responsabilità limitata

Società di capitali - Aumento del capitale sociale - Conferimento di criptovalute - Ammissibilità - Contenuto relazione giurata ex art. 2465 c.c.

Posta l'idoneità delle "criptovalute", in generale, a costituire elemento di attivo idoneo al conferimento nel capitale di una s.r.l., deve escludersi che il bene concretamente conferito nel caso di specie soddisfi il requisito di cui all'art. 2464, comma secondo, c.c. trattandosi di moneta virtuale ancora in fase sostanzialmente embrionale, che allo stato - non presenta i requisiti minimi per poter essere assimilata ad un bene suscettibile in concreto di una valutazione economica attendibile. L’esame di tali requisiti e tra essi: dell'idoneità del bene ad essere oggetto di valutazione, in un dato momento storico; (ii) dell'esistenza di un mercato di riferimento, quale presupposto di qualsivoglia attività valutativa e (iii) dell'idoneità del bene ad essere "bersaglio" dell'aggressione da parte dei creditori sociali, costituisce il nucleo centrale della relazione giurata richiesta dall'art. 2465 c.c., per un verso escludendosi che il giudice possa sostituire integralmente la propria valutazione di merito a quella dell'esperto, ma dovendosi peraltro ammettere la facoltà per il giudice dì sindacare la completezza, logicità, coerenza e ragionevolezza delle conclusioni raggiunte dall'esperto. (Virginia Cristini) (Giuseppe Amato) (riproduzione riservata) Tribunale Brescia 18 luglio 2018.




Compenso professionale del sindaco della società fallita ed eccezione di inadempimento

Opposizione stato passivo – Eccezione di inadempimento – Professionista inadempiente – Responsabilità sindaco società fallita – Esclusione per intero del credito per compenso – Ammissione

Il credito per compenso professionale del sindaco della società fallita può essere interamente escluso dallo stato passivo, potendo la curatela opporre l'eccezione di inadempimento allorquando emerga che il professionista abbia violato i doveri imposti dalla legge ai componenti del collegio sindacale. (Nel caso di specie il Tribunale in composizione collegiale, pronunciandosi in sede di opposizione allo stato passivo proposta da un componente del collegio sindacale della società fallita – il quale lamentava l'esclusione del credito vantato a titolo di compenso professionale – ha ritenuto corretta la valutazione effettuata dalla curatela e confermata dal giudice delegato di opporre l'eccezione di inadempimento nei confronti del professionista, essendo emersa dagli atti allegati in giudizio ed in particolare dalla relazione ex art. 33 l.f., una grave violazione - che ha avuto efficacia deterministica rispetto al dissesto della società fallita - da parte del collegio sindacale degli obblighi di allerta imposti dalla legge). (Curzio Fossati) (riproduzione riservata) Tribunale Como 17 luglio 2018.




Tutela cautelare ex art. 700 c.p.c. per l’amministratore di società in accomandita semplice revocato con decisione dei soci

Società – Società di persone – Società in accomandita semplice – Amministratori – Revoca senza giusta causa – Provvedimento d’urgenza – Ammissibilità

L’amministratore di società in accomandita semplice può intraprendere l’azione cautelare d’urgenza ex art. 700 c.p.c. avverso la decisione di revoca da parte dei soci. (Antonio Francesco Galvagna) (riproduzione riservata) Tribunale Barcellona Pozzo di Gotto 17 luglio 2018.




Poteri di intervento pubblici sulle fondazioni ex art. 25 c.c.

Fondazioni – Controllo pubblico – Art. 25 c.c. – Scopo del controllo – Conseguenti limiti

Le forme di controllo pubblico cui l’art. 25 del Codice civile assoggetta le fondazioni sono funzionalmente (e restrittivamente) preordinate alla tutela dell’ente, trovando ragione nell’assenza di un controllo interno analogo a quello esercitato nelle associazioni dei membri o da appositi organi a ciò deputati. Questi poteri dell’autorità amministrativa dell’art. 25 Cod. civ. esprimono non una funzione di tutela nel merito, o di controllo sulla mera opportunità delle determinazioni o gestionale o di indirizzo, che sarebbero – specie alla luce delle riforme liberalizzatrici del 1997/2000 (art. 13, comma 1, l. 15 maggio 1997, n. 127; art. 1, comma 1, l. 22 giugno 2000, n. 192; d.P.R. 10 febbraio 2000, n. 361) - incompatibili con l’autonomia privata degli enti destinatari; ma piuttosto una funzione di vigilanza, cioè di controllo di legittimità rispetto alla legge e all’atto di fondazione; il quale controllo a sua volta non è astratto e generale, ma funzionale alla salvaguardia dell’interesse interno e istituzionale dell’ente, in rapporto a quanto giustifica la sua esistenza giuridica come tale, cioè alla preservazione del vincolo di destinazione del patrimonio allo scopo voluto dal fondatore e a suo tempo stimato meritevole di separazione di responsabilità con l’atto di riconoscimento giuridico della fondazione. È ammissibile, in siffatta prospettiva, una sollecitazione ab extra diretta all’uso del potere di annullamento, mera segnalazione di terzi, inidonea a veicolare (quasi fosse un rimedio concorrente o alternativo), pretese di definizione di contenziosi in relazione all’interesse immediato e diretto del denunziante (interesse che invece ha la sua ordinaria tutela in giustizia e nelle pertinenti sedi). Ma per essere, se del caso, presa in considerazione occorre pur sempre che si inserisca nel margine di un detto controllo e che non ne ecceda. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato 13 luglio 2018.




Occultamento di incassi da parte di amministratori di s.r.l., danno alla società e danno al singolo socio

S.r.l. – Amministratori – Azione di responsabilità – Mancata contabilizzazione di incassi – Responsabilità nei confronti della società

Nel caso in cui venga esercitata da un socio di una s.r.l. l’azione sociale di responsabilità prevista dal 2° comma dell’art. 2476 c.c., ove venga raggiunta la prova dell’occultamento di proventi maturati in favore della società, sussiste la responsabilità degli amministratori per grave inadempimento ai propri obblighi.

Se dunque la società può chiedere all’amministratore infedele il risarcimento del danno provocato da detta condotta, non può parlarsi di danno immediato e diretto al socio ai sensi dell’art. 2476, comma 6, c.c., quando esso rappresenti solo il riflesso di quello arrecato al patrimonio sociale.

Ai sensi dell’art. 2476, comma 4, c.c., la società deve rimborsare le spese di giudizio al socio che ha proposto la domanda risarcitoria, fatto salvo il diritto di regresso nei confronti degli amministratori. (Paolo Doria) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia 04 luglio 2018.




L’amministratore di fatto non è responsabile di condotte distrattive riguardanti attività contabilizzate e non rinvenute

Responsabilità dell’amministratore di società – Amministratore di fatto – Condotte distrattive riguardanti attività contabilizzate e non rinvenute – Imputabilità – Esclusione

Non possono addossarsi all'amministratore di fatto condotte distrattive riguardanti attività contabilizzate e non rinvenute nella procedura, violazioni, queste, normalmente imputabili all'amministratore di diritto della società, il quale ha il compito di redigere i bilanci ed il dovere di intraprendere, essendo l'unico soggetto provvisto della legittimazione ad causam, azioni giudiziarie per il recupero dei crediti, nonché, in caso di fallimento, di consegnare al curatore i documenti per il recupero dei crediti e i beni.

Lo stesso deve dirsi con riferimento al mancato addebito delle multe ai clienti ed al mancato pagamento di imposte e contributi, omissioni che devono essere imputate a colui che riveste la qualifica formale di amministratore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 03 luglio 2018.




Società in house, deroghe all’art. 2380-bis c.c. e limitazione dei poteri dell’organo amministrativo alla sola amministrazione ordinaria

Società a partecipazione pubblica – Modifiche statutarie consentite dall’art. d.lgs. 19 agosto 2016, n. 175 – Limiti – Limitazione dei poteri dell’organo amministrativo alla sola amministrazione ordinaria – Illegittimità

La modifica apportata allo statuto della società per azioni che limita i poteri dell’organo amministrativo alla sola amministrazione ordinaria, si pone in contrasto con l’art. 2380-bis c.c., in quanto va ben oltre le facoltà di deroga consentite dall’art. 16 d.lgs. 19 agosto 2016, n. 175 (Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 02 luglio 2018.




Responsabilità del liquidatore per danni patiti dai creditori a seguito della prematura cancellazione della s.r.l.

Cancellazione di società a responsabilità limitata - Responsabilità del liquidatore per i danni patiti dai creditori - Natura aquiliana - Responsabilità contrattuale concorrente dei soci di società a responsabilità limitata cancellata nei confronti dei danni diretti patiti  dai creditori

Ai sensi degli artt. 2498 comma 2 e 2495 comma 2 c.c., l’azione di responsabilità nei confronti del liquidatore può essere avanzata da parte del creditore asseritamente danneggiato solo ove sia dimostrata la responsabilità aquiliana gravante in capo al soggetto che impersoni l’organo sociale, posto che tra il creditore danneggiato ed il liquidatore non sussiste vincolo obbligatorio alcuno, rappresentando la violazione dei doveri gestori imposti dalla legge solo l’espressione dell’antigiuridicità della condotta che si che si assume lesiva dei diritti del creditore medesimo e, come tale foriera di danno.

Il richiamo generale operato dall’art. 2489 c.c. alla disciplina della responsabilità degli amministratori e, quindi, alla disciplina di cui all’art. 2394 c.c., comporta che, rispetto ai creditori sociali ed al loro interesse di essere soddisfatti anche ove la società sia in fase di liquidazione, i liquidatori siano tenuti all’osservanza dei doveri inerenti alla conservazione dell’integrità del patrimonio sociale, subendo pregiudizio i creditori medesimi in ragione del fatto che i liquidatori, con il loro comportamento colposo, non abbiano preservato il patrimonio sociale, così rendendolo incapiente al fine di soddisfare le pretese vantate verso la società.

Nelle ipotesi di azione di responsabilità ex artt. 2489 e 2495 c.c. nei confronti del liquidatore di una società a responsabilità limitata cancellata i creditori non soddisfatti possono far valere le loro pretese, oltre che nei confronti del liquidatore colpevole, anche nei confronti dei soci, nei limiti delle somme da questi riscosse in base al bilancio di liquidazione, posto che la responsabilità aquiliana del liquidatore è del tutto concorrente con la responsabilità contrattuale dei soci, subentrando essi, nei limiti della loro responsabilità intra vires, nel rapporto negoziale già in essere tra il creditore e la società medesima. (Vincenzo Cannarozzo) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia 28 giugno 2018.




Iscrizione alla Gestione Commercianti ed opposizione all’avviso di addebito

Previdenza Sociale – Gestione Commercianti ed Artigiani – Contributi – Avviso di addebito

Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla gestione commercianti è che il soggetto sia gestore, come titolare o come familiare, di un esercizio commerciale, mentre deve escludersi la ricorrenza dell’attività a cui la legge ricollega l’obbligo di iscrizione alla gestione commercianti solo ove essa consista esclusivamente nella locazione di immobili di proprietà (senza svolgimento di una attività di intermediazione immobiliare), non rientrando nel settore terziario per la mancanza di un’attività di scambio e/o prestazione di servizi. (Federico Ioncoli) (riproduzione riservata) Tribunale Udine 26 giugno 2018.




Responsabilità illimitata del socio unico di S.r.l.

Società a responsabilità limitata - Variazione della compagine sociale - Socio unico - Adempimenti - Responsabilità illimitata

Il socio unico di società a responsabilità limitata che non adempia alle prescrizioni di cui all'art. 2470, commi 4 e 7, c.c. (entro trenta giorni dalla variazione della compagine sociale, deposito, per l'iscrizione nel registro delle imprese, di una dichiarazione contenente l'indicazione del cognome e nome o della denominazione, della data e del luogo di nascita o lo Stato di costituzione, del domicilio o della sede e cittadinanza dell'unico socio) acquisisce responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali sorte dal mutamento della compagine sociale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Torino 22 giugno 2018.




Diritto del socio al controllo: comproprietà della quota e legittimazione del rappresentante comune

Diritto di informazione e consultazione ex art. 2476 c.c. – Comproprietario della quota – Legittimazione attiva – Sussiste

Ai fini dell’ammissibilità del ricorso cautelare, occorre valutare (d’ufficio) se sussiste il presupposto processuale della legittimazione attiva, intesa come legitimatio ad causam.

Al riguardo l’art. 2476, 2° comma, c.c. richiede esclusivamente il possesso della qualifica di socio non amministratore, a nulla rilevando la consistenza della quota di capitale sociale di cui si è titolari. Tale requisito appare soddisfatto anche qualora i ricorrenti siano contitolari di una partecipazione sociale e, per l’effetto, soci della società.

In presenza di una situazione di comproprietà della partecipazione sociale, l’art. 2468, u.c., c.c. prevede che i diritti dei comproprietari debbano essere esercitati da un rappresentante comune, nominato secondo le modalità di cui agli artt. 1105 e 1106 c.c.

Ebbene, nonostante la lettera della norma induca a ritenere che per tutti i diritti connessi alla partecipazione sociale, compreso quello alla consultazione della documentazione, vi sia la legittimazione attiva esclusiva del rappresentante comune, deve essere condiviso l’orientamento accolto da parte della giurisprudenza di merito, secondo la quale “il diritto di controllo del socio non amministratore si risolve in un diritto potestativo a tutela sia di diritti individuali che societari ad una corretta amministrazione ed attiene ad un diritto che inerisce alla stesso status socii” (Trib. Milano, sez. specializzata impresa, ord. 26/09/2016). Ne consegue che l’esercizio del diritto di accesso, essendo manifestazione di un potere di controllo individuale e inerente alla qualifica di socio, non compete esclusivamente al rappresentante comune, ma può essere riconosciuto anche al singolo comproprietario. (Francesco Fontana) (Sonia Lancerin) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia 20 giugno 2018.




Potere di controllo del socio ex art. 2476 c.c. e principio di buona fede e correttezza

Diritto di informazione e consultazione ex art. 2476 c.c. – Limite della buona fede – Estensione generale del potere di controllo – Sussiste

Il potere di controllo ex art. 2476, 2° comma, c.c. deve svolgersi osservando il principio di buona fede e correttezza, non potendo essere preordinato a soddisfare finalità extrasociali o ad arrecare pregiudizio all’attività sociale o a ostacolare il suo svolgimento.

Fermi tali principi, al socio spetta sia la facoltà di ottenere in ogni momento notizie sullo svolgimento degli affari sociali sia il potere di consultare direttamente o avvalendosi di professionisti di fiducia non solo i libri obbligatori come il libro giornale, il libro degli inventari, il registro IVA, i libri delle decisioni dei soci, i libri degli amministratori, ma anche in generale e senza limiti tutta la documentazione relativa all’amministrazione ivi compresa la corrispondenza, le fatture, la documentazione bancaria, i contratti, gli atti giudiziari; al diritto di consultazione è associato il diritto di estrarre copia a proprie spese, atteso che, opinando in senso contrario, si vanificherebbe il potere di controllo del socio, stante la difficoltà di studio dei predetti documenti.

L’art. 2476, 2° comma c.c. espressamente riconosce il diritto di informazione e di consultazione in capo al socio: l’informazione sullo svolgimento degli affari sociali costituisce il fine al quale è preordinato l’accesso alla documentazione sociale. Invero, la consultazione piena di tutta la documentazione sociale negli ampi termini sopra segnalati consente al socio di avere contezza della situazione economico patrimoniale e finanziaria della società e di esercitare un potere di controllo. (Francesco Fontana) (Sonia Lancerin) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia 20 giugno 2018.




Nullità della fideiussione con clausole frutto di intese restrittive della concorrenza e competenza del tribunale delle imprese

Fideiussione – Clausole frutto di intese restrittive della concorrenza – Nullità – Fatto estintivo o modificativo sopravvenuto – Esclusione

Fideiussione – Clausole frutto di intese restrittive della concorrenza – Nullità – Competenza della sezione specializzata in materia di impresa

Il recente intervento della Corte di Cassazione in relazione ai contratti di fideiussione contenenti clausole frutto di intese restrittive della concorrenza (e, conseguentemente, invalidi per violazione della l. 287 del 1990) non costituisce un fatto estintivo o modificativo sopravvenuto alla formazione del titolo esecutivo giudiziale che possa essere dedotto a sostegno della opposizione all’esecuzione, in quanto il citato intervento della Corte ha valenza meramente ricognitiva del principio di diritto ivi statuito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La questione della nullità del contratto di fideiussione contenente clausole frutto di intese restrittive della concorrenza in violazione della l. 287 del 1990 è di competenza della sezione specializzata in materia di impresa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Rovigo 19 giugno 2018.




L’atto di scissione di società ha natura dispositiva e incide sulla garanzia patrimoniale di cui all’articolo 2740 c.c.

Fallimento – Azioni revocatorie – Atto di scissione parziale di società – Natura dispositiva

L’atto di scissione di società, dando luogo a trasferimenti di beni e a mutamenti nella titolarità di posizioni giuridiche attive e passive, ha natura non solo organizzativa ma anche dispositiva ed incide, pertanto, direttamente sul patrimonio delle società coinvolte e sulla garanzia patrimoniale di cui all’art. 2740 c.c. (Michele Riondino) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 12 giugno 2018.




Effetti sui crediti della cancellazione volontaria di società dal registro delle imprese

Cancellazione volontaria società dal registro delle imprese – Crediti sub iudice – Effetti – Rinuncia tacita – Intervento dei soci – Inammissibilità

In caso di cancellazione volontaria di una società dal registro delle imprese, effettuata in pendenza di un giudizio introdotto dalla società medesima, si presume che quest'ultima abbia tacitamente rinunciato alla pretesa relativa al credito, ancorché incerto ed illiquido, per la cui determinazione il liquidatore non si sia attivato, preferendo concludere il procedimento estintivo della società; tale presunzione comporta che non si determini alcun fenomeno successorio nella pretesa sub iudice, sicché i soci della società estinta non sono legittimati ad intervenire nel relativo giudizio (nella specie la società aveva ottenuto un decreto ingiuntivo e si era poi cancellata volontariamente dal registro delle imprese dopo che il debitore aveva proposto opposizione, nella quale era intervenuto il socio). (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 08 giugno 2018.




Qualifica di consumatore in capo alla persona fisica che presta fideiussione in favore della società commerciale

Consumatore - Persona fisica che presta fideiussione in favore della società commerciale - Foro del consumatore - Applicabilità - Condizioni - Assenza di collegamenti funzionali con la società - Sufficienza - Accessorietà dell’obbligazione di garanzia - Irrilevanza - Rapporto di mera parentela - Irrilevanza

In base alla condivisibile giurisprudenza comunitaria, nonostante la natura accessoria dell’obbligazione di garanzia rispetto all’obbligazione principale, la persona fisica che presta fideiussione per le obbligazioni assunte da una società commerciale deve essere considerata “consumatore” ai sensi e per gli effetti della relativa normativa di matrice comunitaria qualora, al momento della sottoscrizione della fideiussione, non abbia collegamenti funzionali con la società stessa, quali incarichi di amministrazione o partecipazioni non trascurabili nel capitale sociale, a nulla rilevando, invece, meri rapporti di parentela con amministratori o soci. (Mauro De Rossi) (riproduzione riservata) Tribunale Brescia 22 maggio 2018.




Azione di responsabilità esercita dai soci: Presidente del Collegio Sindacale in funzione di curatore speciale ex lege

Società – Società per azioni – Azione di responsabilità esercita dai soci – Presidente del Collegio Sindacale – Funzione di curatore speciale ex lege

Società – Società per azioni – Azione di responsabilità esercita dai soci – Presidente del Collegio Sindacale – Funzione di curatore speciale ex lege – Esclusione della nomina di curatore speciale ex art. 78 c.p.c.

Deve escludersi, alla stregua di un criterio interpretativo fondato su una presunzione di razionalità della legge, che l’art. 2393 bis, comma 3°, c.c.  persegua il mero scopo di dare notizia dell’azione di responsabilità all’organo di controllo; ciò in quanto la norma prevede non già la notifica dell’atto di citazione a tale organo in persona del suo presidente, bensì la notifica della citazione alla società “anche in persona del presidente del collegio sindacale”. Ciò da un lato significa che lo scopo della disposizione è quello di “raggiungere” la società, con l’atto destinato a renderla parte del giudizio, per una strada diversa, eventualmente alternativa, rispetto alla sua citazione in persona del legale rappresentante, dall’altro indubbiamente comporta l’attribuzione, alla persona fisica del presidente, di un potere di rappresentanza della società destinataria dell’atto, quanto meno nella fase della vocatio in ius. (Rolandino Guidotti) (Barbara Verri) (riproduzione riservata)

Lo scopo dell’art. 2393 bis, comma 3°, c.c. è quello di tutelare la società, nella fase di instaurazione del rapporto processuale, da possibili condotte per essa pregiudizievoli poste in essere dal legale rappresentante in conflitto di interessi cosicché, non può, in tale fase, trovare applicazione l’art.78 c.p.c., il quale ha un mero “carattere sussidiario”. (Rolandino Guidotti) (Barbara Verri) (riproduzione riservata)
Appello Genova 14 maggio 2018.




Scissione societaria e responsabilità per debiti anteriori: la Consulta ritiene giustificato il trattamento più favorevole riservato al fisco

Scissione societaria - Responsabilità solidale e illimitata della società beneficiaria per i debiti tributari riferibili a periodi di imposta anteriori - Trattamento dei debiti tributari più favorevole rispetto a quelli civilistici - Manifesta infondatezza

Non è sono fondate le questioni di legittimità costituzionale di legittimità costituzionale dell’art. 173, comma 13, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, recante «Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi» (di seguito anche: TUIR), nella parte in cui prevede, in caso di scissione parziale di una società, la responsabilità solidale e illimitata della società beneficiaria per i debiti tributari riferibili a periodi di imposta anteriori alla data dalla quale l’operazione ha effetto, e dell’art. 15, comma 2, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472 (Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, a norma dell’articolo 3, comma 133, della legge 23 dicembre 1996, n. 662), nella parte in cui prevede, in caso di scissione parziale, che ciascuna società beneficiaria è obbligata in solido al pagamento delle somme dovute a titolo di sanzione per le violazioni commesse anteriormente alla data dalla quale la scissione produce effetto.

Le questioni sono state sollevate per violazione: a) dell’art. 3 Cost., con riferimento ai principi di uguaglianza e di ragionevolezza, in quanto le disposizioni censurate disciplinano, in caso di scissione societaria, i debiti tributari in modo diverso rispetto ai debiti civilistici per i quali gli artt. 2506-bis, terzo comma, e 2506-quater, terzo comma, del codice civile prevedono una responsabilità limitata alla quota di patrimonio netto attribuita alla società beneficiaria; b) dell’art. 53 Cost., in quanto le disposizioni censurate prevedono una solidarietà per i debiti tributari che prescinde dalla valutazione della capacità contributiva del soggetto obbligato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 26 aprile 2018.




Sospensione cautelare di deliberazioni societarie, arbitrato e competenza concorrente del giudice ordinario

Arbitrato - Tutela cautelare - Effettività della tutela giurisdizionale - Competenza concorrente del giudice ordinario

Impugnazione di deliberazioni societarie - Devoluzione in arbitrato - Sospensione delle deliberazioni - Competenza concorrente del giudice ordinario - Sussistenza

Il principio di effettività della tutela giurisdizionale implica necessariamente che gli organi statali assicurino, sempre ed in ogni caso, la disponibilità di una giustizia cautelare che, anche in caso di devoluzione agli arbitri della cognizione su una determinata controversia, renda immediatamente fruibili le esigenze di celerità ed effettività della tutela. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La devoluzione in arbitrato delle controversie aventi ad oggetto l’impugnazione di deliberazioni societarie non osta alla competenza concorrente del giudice ordinario in ordine al provvedimento cautelare di sospensione delle deliberazioni medesime. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 22 aprile 2018.




Regolamenti associativi, esclusione del socio e derogabilità dell’art. 24 c.c. (Associazione MoVimento 5 Stelle)

Associazioni – Associazioni non riconosciute – Regolamenti associativi – Modifiche – Carenza di interesse ad agire

Associazioni – Associazioni non riconosciute – Organizzazioni di tendenza – Regolamenti associativi – Derogabilità dell’art. 24 c.c.

Associazioni – Associazioni non riconosciute – Organizzazioni di tendenza – Regolamenti associativi – Esclusione del socio – Art. 49 Cost. – Metodo democratico – Metodo assembleare

Associazioni – Associazioni non riconosciute – Organizzazione interna – Autonomia – Inapplicabilità dell’art. 24 c.c. – Applicabilità dell’art. 36 c.c.

Associazioni non riconosciute con finalità politiche – Provvedimenti di espulsione – Procedure di scelta delle candidature – Lesione del diritto di partecipazione – Onere probatorio

Va rilevata la sopravvenuta carenza di interesse a far dichiarare illegittimo un Regolamento associativo se, durante il giudizio lo stesso sia stato integralmente abrogato e sostituito da un nuovo Regolamento, tanto più quando parte attrice omette di allegare elementi tali da dimostrare che la nuova deliberazione sia da ritenersi invalida.
L’adesione ad un’associazione, quand’anche non riconosciuta, determina, infatti, la piena condivisione delle regole poste a fondamento delle scelte associative, prima fra tutte anche le modifiche effettuate al Regolamento stesso del quale gli attori non si sono lamentati se non nel momento in cui hanno ritenuto di impugnare il provvedimento di espulsione. (Mariarosaria Coppola)

È consentito ai regolamenti associativi di derogare all’art. 24 c.c. quando l’associazione, in funzione degli scopi politici prefissati, assume la netta fisionomia di una organizzazione di tendenza in cui prevale la tutela degli interessi perseguiti dalla medesima organizzazione rispetto alle pretese dei singoli associati che pretendano di incuneare nella vita associativa idee o pratiche contrastanti con gli scopi e gli obiettivi dell’associazione.
E’, pertanto, legittimata a reprimere al proprio interno condotte non conformi alle proprie regole quell’organizzazione di tendenza che ha interesse a tenere ben distinte e percepibili dalla generalità della popolazione le proprie proposte politiche nei vari campi, conservando così i caratteri distintivi e peculiari che la caratterizzano. (Mariarosaria Coppola)

E’ da ritenersi legittimo, e quindi non lesivo della dialettica democratica, sia che una forza politica scelga di non consentire al proprio interno correnti organizzate e/o segrete, sia che non siano consentite forme e luoghi per la formazione della volontà collettiva delle proposte politiche diverse da quelle previste dalle norme interne.
Lungi dall’essere antidemocratico, questo sistema serve ad assicurare la coerenza dell’azione politica di tutti gli iscritti con gli indirizzi generali perseguiti dall’associazione. Ciò anche in considerazione del fatto che in strutture caratterizzate dal principio della “porta aperta” e dalla presenza di bassissime “barriere all’ingresso” risulterebbe umanamente impossibile negoziare singolarmente o modificare con riunioni collegiali l’atto fondativo e le altre regole.
In materia l’art. 49 Cost., nel riferirsi al concorso dei partiti politici alla vita politica nazionale, non pone particolari limiti alla struttura interna dell’organizzazione dal momento che il riferimento all’espressione “metodo democratico” ha un’accezione ben diversa, e per certi aspetti neanche assimilabile, di “metodo assembleare” e, a maggior ragione, di “principio maggioritario”. Questi ultimi, infatti, costituiscono solo forme organizzative possibili, ma non necessariamente le uniche, posto che la Costituzione, fermo l’obbligo di rispettare i valori democratici e il metodo del concorso democratico alla politica nazionale, lascia massima libertà di disegnare la propria organizzazione interna ai soggetti che si propongono di partecipare alla vita politica. (Mariarosaria Coppola)

Con riferimento alle organizzazioni che partecipano alla vita politica nazionale, a prescindere dalla loro qualificazione in termini di partiti politici, va ribadito che, essendo la disciplina di riferimento quella dettata in tema di associazioni non riconosciute, non è applicabile, neppure di risulta, l’art. 24 c.c., riguardante le associazioni riconosciute, bensì va applicato l’art. 36 c.c., il quale tutela la piena autonomia normativa delle associazioni non riconosciute nella predisposizione dell’ordinamento interno. (Mariarosaria Coppola)

Non si può considerare come piena prova della condotta violativa dello spirito associativo, tale da integrare una giusta ovvero una grave causa di esclusione, propedeutica ai fini dell’ accertamento della lesione del diritto degli associati a partecipare alla procedura di scelta delle candidature, la mera deduzione dalla documentazione allegata di fatti e comportamenti incompatibili con la permanenza nell’associazione medesima. (Mariarosaria Coppola)
Tribunale Napoli 18 aprile 2018.




Convocazione dell’assemblea da parte dell’amministratore giudiziario privo dell’autorizzazione del magistrato penale

Società per azioni – Impugnazione di deliberazione assembleare – Legittimazione – Fattispecie in tema di irregolare convocazione dell’assemblea da parte dell’amministratore giudiziario privo dell’autorizzazione del magistrato penale

Società per azioni – Impugnazione di deliberazione assembleare – Legittimazione del consiglio di amministrazione – Impugnazioni autonome proposte dai singoli membri – Irrilevanza

L’irregolare convocazione dell’assemblea da parte dell’amministratore giudiziario privo dell’autorizzazione da parte del magistrato penale e la violazione dei quorum costitutivi previsti statutariamente non integrano le fattispecie di mancata convocazione dell'assemblea, di mancanza del verbale e di impossibilità o illiceità dell'oggetto e non comportano pertanto la nullità della deliberazione assembleare, con la conseguenza che la legittimazione alla impugnazione della medesima non spetta a qualunque interessato, ma solo ai soggetti indicati dall’art. 2377 c.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L’irregolare convocazione dell’assemblea da parte dell’amministratore giudiziario privo dell’autorizzazione da parte del magistrato penale e la violazione dei quorum costitutivi previsti statutariamente non integrano le fattispecie di mancata convocazione dell'assemblea, di mancanza del verbale e di impossibilità o illiceità dell'oggetto e non comportano pertanto la nullità della deliberazione assembleare, con la conseguenza che la legittimazione alla impugnazione della medesima non spetta a qualunque interessato, ma solo ai soggetti indicati dall’art. 2377 c.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 13 aprile 2018.




Facoltà del componente del CdA di impugnare la delibera di revoca dall'organo amministrativo

Società di capitali - Delibera di revoca dell'amministratore - Impugnazione - Legittimazione dell'amministratore per profili formali e procedurali e non sostanziali - Legittimazione del consiglio di amministrazione e non del singolo componente

Se è vero che l'amministratore revocato non può impugnare la delibera di revoca per profili di carattere sostanziale e di merito, l'impugnazione in parola deve essere invece ammessa per profili formali e procedurali, persistendo interesse all'osservanza della legalità nelle vicende societarie in generale e nelle deliberazioni assembleari in particolare.

La legittimazione dell'amministratore alla impugnazione della delibera di revoca dalla carica spetta al consiglio di amministratore e non al singolo componente di detto organo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 04 aprile 2018.




Legittimazione dell'amministratore revocato ad impugnare la delibera di revoca

Società di capitali - Revoca dell'amministratore - Impugnazione della delibera - Legittimazione dell'amministratore - Limiti

Il singolo amministratore che sia stato revocato può impugnare la relativa delibera non per quanto attiene alla validità della stessa, così da poter rimuovere la deliberazione di revoca all'esito del giudizio di merito o sospenderne gli effetti in via cautelare in un'ottica reintegratoria nell'ufficio, bensì solo per quanto attiene la possibilità di far valere la tutela risarcitoria per il caso della mancanza di adeguala motivazione e di giusta causa; egli è pertanto legittimato ad impugnare la deliberazione di revoca unicamente sotto il profilo della mancanza della giusta causa, ai soli fini risarcitori e non ripristinatori. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 04 aprile 2018.




Azione di responsabilità nei confronti di amministratori di società ammessa al concordato preventivo. Natura, presupposti e oneri probatori nell’azione individuale del socio o del terzo di cui all’art. 2395 c.c.

Società di capitali – Azione di responsabilità – Rapporto con l’art. 184 l.f. – Effetto esdebitatorio per i creditori – Iniziativa del creditore concordatario fondata su differente titolo e finalizzata al risarcimento nei confronti di un soggetto diverso – Creditore concordatario con facoltà di agire nei riguardi di coobbligati o fideiussori

Società di capitali – Azione di responsabilità – Autonomia tra le due azioni di responsabilità di cui all’art. 2394 c.c. e di cui all’art. 2393 c.c. – Azione esercitata dal curatore – Conservazione della reciproca autonomia

Società di capitali – Azione di responsabilità – Azione del creditore ex art. 2394 c.c. – Ristoro diretto per il patrimonio del creditore che la esercita – Natura surrogatoria dell’azione dei creditori sociali – Esclusione – Azione esercitata nei confronti di soggetti diversi dalla società – Alterazione della par condicio creditorum – Esclusione

Società per azioni – Azione individuale del socio e del terzo di cui all’art. 2395 c.c. – Caratteristiche e distinzione rispetto alle azioni di cui agli artt. 2393 e 2394 c.c. – Incidenza "diretta" del danno sul patrimonio del socio o del terzo – Natura aquiliana della responsabilità – Direzione volontaristica dell’atto – Esclusione

Azione individuale del socio e del terzo di cui all’art. 2395 c.c. – Natura aquiliana – Conseguenze sul piano probatorio

Azione individuale del socio e del terzo di cui all’art. 2395 c.c. – Presupposti – Fatto illecito – Profilo soggettivo – Dolo – Caratteristiche – Consapevolezza e volontà – Colpa

Azione individuale di responsabilità del socio e del terzo di cui all’art. 2395 c.c. – Onere della prova – Nesso di causalità – Alterazione dei bilanci

In tema di azione di responsabilità nei confronti degli organi sociali, va precisato che, se è vero che l’art. 184 l. fall. sancisce il principio della natura vincolante del concordato preventivo concluso, affermando l’effetto esdebitatorio per i creditori della procedura medesima e la conseguente operatività del concordato alla stregua di un pactum de non petendo di natura privatistica ovvero, secondo alcuni, con una permanente natura anche pubblicistica (con le sole eccezioni ricomprese nella medesima disposizione con riferimento alla posizione dei coobbligati, dei fideiussori e degli obbligati in via di regresso), è però anche vero che l’efficacia vincolante indicata, idonea a rendere inesigibile l’originario maggior credito, senza peraltro novarlo, non possa essere utilmente invocata qualora l’iniziativa assunta dal creditore concordatario si fondi su un differente titolo e sia finalizzata al risarcimento, non già nei riguardi della stessa società in concordato preventivo, ma nei confronti di un soggetto diverso da essa, quale è il singolo amministratore, che è del tutto estraneo rispetto ai soggetti tra i quali è intervenuto l’accordo concordatario.

Né pare prospettabile l’assunto secondo il quale, a seguito del concordato, sia venuta meno la qualità di creditore in capo al soggetto che agisca ai sensi della previsione di cui all’art. 2394 c.c., con conseguente carenza di legittimazione sul punto, dato che il creditore concordatario conserva la sua qualità di creditore al di fuori dell’ambito concorsuale che non estingue il credito originario, come ben si desume dalla previsione dell’ultima parte dell’art. 184 l. fall. che sancisce il diritto del medesimo di agire, comunque, per l’intero, in quanto creditore, nei riguardi dei coobbligati ovvero dei fideiussori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

In tema di autonomia tra le due azioni di responsabilità, quella di cui all’art. 2394 c.c. e quella di cui all’art. 2393 c.c., deve essere esclusa la natura surrogatoria della prima rispetto alla seconda; in particolare, la corte di cassazione ha ribadito come integri addirittura una domanda nuova inammissibile, qualora proposta in corso di causa, la richiesta di risarcimento formulata, oltre che ai sensi della previsione di cui all’art 2393 c.c. anche ai sensi dell’art. 2394 c.c. “in considerazione della diversità delle due azioni di responsabilità, l’una regolata dall’art. 2393 c.c. di natura contrattuale, fondata sull’inadempimento dei doveri imposti agli organi sociali dalla legge o dall’atto costitutivo, l’altra disciplinata dall’art. 2394 c.c. di natura extracontrattuale, priva di carattere surrogatorio e dotata di un autonomo regime giuridico dell’onere della prova e della prescrizione” (cfr. cass. n. 13765/2007).

La decisione citata ha, in motivazione, evidenziato che “l’affermazione frequente nella giurisprudenza di questa Corte, secondo cui le due azioni di responsabilità rispettivamente previste dagli artt 2393 e 2394 c.c. quando sopravvenga il fallimento della società e siano congiuntamente esercitate dal curatore a norma dell’art. 146 L. Fall. costituiscono un’azione unica ed inscindibile, sta solo a significare che il medesimo curatore non potrebbe pretendere di esercitare separatamente tali azioni al fine di conseguire due volte il ripristino del patrimonio della società fallita, cui dette azioni concorrono, e significa che l’eventuale mancata specificazione del titolo per il quale il curatore agisce fa presumere che egli abbia inteso esercitare congiuntamente entrambe tali azioni. Quella espressione non può essere, invece, intesa nel senso della indifferenziazione delle domande proposte dall’organo della procedura ai sensi dell’art. 2393 o dell’art 2394; dette domande che, pur se ormai accomunate dalla comune legittimazione, continuano ad avere presupposti diversi, il danno prodotto alla società da ogni illecito doloso o colposo degli amministratori per violazione di doveri imposti dalla legge o dall’atto costitutivo, nell’uno caso, l’insufficienza patrimoniale cagionata dall’inosservanza di obblighi di conservazione del patrimonio sociale nell’altro, e ad essere soggette ad un diverso regime giuridico, non solo per quel che riguarda l’onere della prova, ove si tenga fermo che l’azione di responsabilità dei creditori sociali non ha carattere surrogatorio bensì diretto ed aquiliano, ma anche con riferimento ai termini di prescrizione ed alla loro decorrenza. Non altrimenti si spiegherebbe la pacifica possibilità che, anche in ambito concorsuale, un’azione risulti prescritta e l’altra possa ancora essere utilmente esercitata” (negli stessi termini cfr. cass. n. 10488/1998). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Una volta accertata la natura autonoma dell’azione proposta ai sensi della previsione di cui all’art. 2394 c.c. rispetto a quella di cui all’art. 2393 c.c., consegue come il vantaggio che, all’esito della stessa, potrà eventualmente ottenere il creditore non consista semplicemente in un incremento del patrimonio della società, ma in un ristoro diretto per il patrimonio del medesimo creditore, come si desume dalla stessa rubrica dell’art. 2394 c.c.

Esclusa qualsivoglia natura surrogatoria dell’azione di responsabilità dei creditori sociali rispetto all’azione sociale di cui all’art. 2393 c.c., ne consegue che l’eventuale esito favorevole per il creditore della stessa non potrà comportare un’alterazione della par condicio creditorum dal momento che tale principio attiene alla violazione del riparto dei crediti vantati dai creditori nei confronti della società e non già, come avviene nel caso in esame, al soddisfacimento del singolo creditore per un danno subito ad opera di un soggetto diverso dalla società debitrice, quale è l’amministratore che, tra l’altro, non potrà successivamente neppure agire in via di regresso nei confronti della società da lui amministrata.

All’esito di tutte le valutazioni esposte, pare utile evidenziare come, sia pure talora in maniera solo incidentale ed episodica, già altra giurisprudenza di merito, anche recente, abbia statuito e abbia raggiunto analoghe conclusioni affermando la piena compatibilità ed ammissibilità dell’azione in contestazione nei riguardi di amministratori di società in concordato preventivo (cfr. corte d’appello Brescia, 14 maggio 2014, in motivazione; tribunale Napoli, 25 luglio 2013 in www.ilcaso.it ; tribunale Napoli, ordinanza cautelare 5 luglio 2013; tribunale di Vicenza, ordinanza cautelare 26 luglio 2010; tribunale Bologna, 8 agosto 2002; tribunale Torino, 28 maggio 1997; corte d’appello Milano, 14 gennaio 1992; tribunale Reggio Emilia, 19 giugno 1979). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L’azione individuale del socio e del terzo di cui all’art. 2395 c.c. si basa su un sistema di responsabilità volto a tutelare i soci ed i terzi, che si fonda sul presupposto di un pregiudizio arrecato direttamente al patrimonio del singolo senza che da ciò derivi un danno per la società. Infatti, l’elemento di diversità dell’azione individuale di responsabilità rispetto all’azione sociale (art. 2393 c.c.) ed a quella dei creditori sociali (art. 2394 c.c.) è rappresentato dall’incidenza "diretta" del danno sul patrimonio del socio o del terzo: mentre l’azione sociale è finalizzata al risarcimento del danno al patrimonio sociale, che incide soltanto indirettamente sul patrimonio dei soci per la perdita di valore delle loro azioni, e l’azione dei creditori sociali mira al pagamento dell’equivalente del credito insoddisfatto a causa dell’insufficienza patrimoniale causata dall’illegittima condotta degli amministratori, e quindi ancora una volta riguarda un danno che costituisce il riflesso della perdita patrimoniale subita dalla società, l’azione individuale in argomento postula la lesione di un diritto soggettivo patrimoniale del socio o del terzo che non sia conseguenza del depauperamento del patrimonio della società (cfr., ex pluribus, cass., n. 15220/2010; cass. n. 16416/2007; cass. n. 8359/2007; cass. n. 21130/2008).

In altre parole, l’avverbio "direttamente" consente di delimitare l’ambito di esperibilità dell’azione ex art. 2395 c.c., chiarendo che, se il danno lamentato costituisce solo il riflesso di quello cagionato al patrimonio sociale, si è al di fuori dell’ambito di applicazione dell’art. 2395 c.c., in quanto tale norma richiede che il danno abbia investito direttamente il patrimonio del socio o del terzo.

Peraltro, è da tempo pacifica l’interpretazione dell’avverbio direttamente nel senso di un danno immediato, e non già come "attività svolta direttamente" dall’amministratore, con riferimento alla direzione dell’atto contro un soggetto determinato; la coloritura soggettiva dell’avverbio non trova infatti giustificazioni sistematiche, potendosi l’elemento soggettivo della condotta degli amministratori già ricavarsi dalla qualificazione degli atti come dolosi o colposi. D’altra parte, una diversa interpretazione dell’avverbio qualificante l’atto, non consentirebbe all’art. 2395 c.c. di trovare applicazione in tutte quelle ipotesi in cui non vi sia un rapporto immediato tra l’amministratore ed il soggetto leso. Proprio l’impossibilità di determinare a priori la categoria di soggetti lesi, da cui deriva anche un elemento a favore della natura aquiliana della responsabilità, impedisce di individuare nell’atto una direzione volontaristica che abbia determinato il danno nella sfera patrimoniale del terzo o del socio (cfr. trib. Roma, sez. spec. impr., 5 giugno 2017). Al contrario, non rileva che il danno sia stato arrecato dagli amministratori nell’esercizio del loro ufficio o al di fuori di tali incombenze, ovvero che tale danno sia o meno ricollegabile a un inadempimento della società, né infine che l’atto lesivo sia stato eventualmente compiuto dagli amministratori nell’interesse della società e a suo vantaggio, dato che la formulazione pone in evidenza che l’unico dato significativo ai fini della sua applicazione è costituito appunto dall’incidenza del danno (cfr., cass. n. 6558/2011; cass. n. 2251/1998; cass. n. 2850/1996). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

In ragione della mancanza di un vincolo contrattuale tra amministratore ed i terzi che esercitino l’azione di cui all’art. 2395 c.c., l’azione che ne deriva assuma natura extracontrattuale (cfr. cass. n. 15220/2010; cass. n. 6870/2010; cass. n. 4817/1998), per cui, sul piano probatorio, deve ritenersi che ricade in capo al socio o al terzo che agisca in giudizio al fine di far valere la responsabilità diretta dell’amministratore l’onere probatorio in relazione: alla condotta dolosa o colposa dell’amministratore; all’esistenza di un danno che sia qualificabile, da una parte, come diretto (non potendo esso costituire un mero riflesso del danno subito dal patrimonio sociale) e, dall’altra, come ingiusto; al nesso di causalità che deve intercorrere tra l’attività dell’amministratore ed il pregiudizio causato all’attore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Con riferimento al primo profilo accennato, merita di essere osservato come la responsabilità non possa essere invocata sulla base delle incidenze negative di scelte gestionali inopportune, dovendosi, al contrario, esigere un fatto illecito, cioè un comportamento (doloso o colposo), che integri la violazione degli obblighi dell’amministratore medesimo, sia di quelli specifici inerenti alla carica, sia di generali stabiliti dall’ordinamento a tutela dei diritti dei terzi (cfr., in questa prospettiva, cass. n. 2394/1997).

In relazione, poi, al profilo soggettivo richiesto dalla norma in argomento, il tribunale rileva come il dolo consiste nella volontà di compiere l’atto illecito senza che sia ulteriormente necessario, ad integrare la fattispecie di responsabilità, che il profilo soggettivo sia concretamente diretto contro un determinato soggetto: il dolo dell’amministratore deve consistere nella consapevolezza dell’obiettiva idoneità dell’atto che si accinge a compiere a cagionare un danno ai naturali destinatari dello stesso e nella volontà di compierlo nonostante la previsione che un tale danno possa concretamente verificarsi.

Parallelamente, la colpa, in armonia con i principi generali elaborati in dottrina ed in giurisprudenza, potrà consistere in un comportamento del pari cosciente, ma in cui l’evento pregiudizievole sia indotto non già da premeditazione, quanto piuttosto da negligenza, imprudenza o imperizia.

L’azione concessa dall’art. 2395 c.c. al socio e al terzo presuppone che i danni a questi derivati siano conseguenza di atti dolosi o colposi degli amministratori, che non possono essere ricondotti al mero inadempimento delle obbligazioni della società.

In altre parole, se la società è inadempiente per non avere rispettato gli obblighi ad essa derivanti da un rapporto contrattuale stipulato con un terzo, di questi danni risponde la società e soltanto la società (qui il rapporto di immedesimazione organica tra la società e le persone che per essa vogliono e agiscono si manifesta in tutta la sua portata, per cui, come incisivamente si è detto, l’atto dell’amministratore non è atto compiuto per conto della società, ma è atto "della" società); se viceversa, accanto a questo inadempimento sociale, vengono dedotti specifici comportamenti degli amministratori, dolosi o colposi, che di per se stessi abbiano cagionato ai terzi un danno diretto, di questo risponderanno gli amministratori, la cui responsabilità potrà eventualmente aggiungersi - senza sostituirla o sopprimerla - a quella della società per l’inadempimento (cfr., in questi termini, cass. n. 5723/1991; cass. n. 3843/2001; cass. n. 2251/1998 e, da ultimo, cass. n. 15220/2010).

La responsabilità ex art. 2395 c.c. dell’amministratore di società, data la sua natura extracontrattuale, non si estende al danno derivato all’altro contraente dall’inadempimento del contratto stipulato all’esito dell’attività suindicata del quale risponde la società, a titolo di responsabilità contrattuale, ma concerne solo il danno direttamente ricollegabile, con nesso di causalità immediata, ai predetti fatti illeciti dell’amministratore, unicamente di questi ultimi potendosi far carico al medesimo, ai fini del risarcimento del danno all’altro contraente danneggiato (cfr. cass. n. 14/1982).

Sotto il profilo del nesso eziologico, deve sin da ora sottolinearsi come l’azione in argomento è data al terzo e al singolo socio esclusivamente nell’ipotesi in cui gli amministratori abbiano cagionato un danno che abbia inciso, in maniera negativa, direttamente sul patrimonio dell’attore. Il nesso di causalità tra l’atto compiuto dall’amministratore ed il danno costituisce elemento indispensabile di cui l’attore, singolo socio o terzo che sia, è onerato di fornire la prova e si sostanza nella riferibilità all’amministratore medesimo dell’atto da cui scaturisce il pregiudizio.

In definitiva, presupposti dell’azione delineata dall’art. 2395 c.c. sono l’evento dannoso, la diretta incidenza di tale evento sul patrimonio del socio o del terzo; la riferibilità dell’evento stesso all’amministratore convenuto o meglio il collegamento causale tra la condotta dell’amministratore e l’evento, il dolo o la colpa dell’amministratore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Ove il terzo che propone l’azione alleghi che la propria volontà negoziale sia stata in qualche modo determinata (alterandola) dal fatto che dai bilanci risultassero circostanze non rispondenti al vero che lo abbiano indotto a concludere il contratto, egli è tenuto a provare la specificità di tali circostanze, nonché l’idoneità di esse a trarlo in inganno (cfr., sul punto, già cass. n. 2685/1989); il riferimento all’incidenza diretta del danno sul patrimonio del terzo danneggiato, quale tratto distintivo della responsabilità in argomento, impone infatti un esame rigoroso del nesso causale (cfr. cass. n. 21130/2008), secondo un principio di causalità ancorato al criterio del "più probabile che non".

Ben può dunque il bilancio, se non veritiero, essere fonte di responsabilità sia verso i soci e sia verso i terzi in buona fede, tratti in inganno dai dati e dalle risultanze di esso, ove raffiguranti una falsa immagine della situazione economico-patrimoniale della società, tuttavia, chi si duole della falsità di tali dati e risultanze è tenuto ad allegare, e poi a dimostrare, anche l’idoneità dei medesimi a trarre in inganno la sua fiducia: onde è tenuto a fornire la dimostrazione del nesso causale fra l’illecito amministrativo-contabile degli amministratori ed il danno patito in modo diretto ed in conseguenza dell’illecito commesso.

Così, in ipotesi di bilancio contenente indicazioni inveritiere, che si assumano avere causato l’affidamento del terzo circa la solidità economico-finanziaria della società e la decisione del medesimo di porre essere una determinata attività negoziale, il terzo che agisca per il risarcimento del danno avverso l’amministratore che abbia concorso alla formazione del bilancio asseritamente falso è onerato di provare non soltanto tale falsità, ma anche, mediante qualsiasi mezzo di prova, il nesso causale tra il dato falso e la propria determinazione di concludere il contratto, da cui sia derivato un danno.

Per affermare la responsabilità degli amministratori e dei sindaci, è pur sempre necessario che il socio o il terzo non fossero in grado, utilizzando l’ordinaria diligenza, di conoscere le effettive condizioni patrimoniali ed economiche della società.

Deve, infatti, ritenersi che, pur in presenza di bilanci che non rappresentino correttamente la effettiva situazione patrimoniale della società, sia esclusa una responsabilità risarcitoria degli amministratori ove la situazione patrimoniale effettiva fosse facilmente conoscibile aliunde; in tale caso, infatti, viene meno il necessario nesso di causalità tra la condotta colposa degli amministratori e il pregiudizio patito dal socio o dal terzo; questi, dunque, non avranno accesso alla tutela risarcitoria qualora siano addivenuti alla conclusione del negozio senza usare la diligenza minima necessaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Catanzaro 28 marzo 2018.




Iscrizione nel registro delle imprese della nomina ad amministratore e funzione probatoria del verbale della deliberazione

Registro delle imprese - Verbale di nomina degli amministratori - Oggetto di iscrizione - Nomina ad amministratore e non dell’atto che la dispone - Funzione probatoria del verbale di nomina

La legge non prevede l’iscrizione nel registro delle imprese del verbale di nomina degli amministratori, essendo oggetto di iscrizione (artt. 2475 e 2383 c.c.) soltanto la nomina ad amministratore e non già l’atto da cui quella nomina origina. Il verbale di nomina - in quanto non assoggettato dal codice civile all’iscrizione nel registro delle imprese - è allegato alla domanda di iscrizione ai soli fini probatori: e per tali motivi si richiede (circolare Ministero dello Sviluppo Economico n. 3689/C del 6 maggio 2016) che tale nomina vada rappresentata, sotto il profilo documentale, dalla deliberazione di nomina opportunamente verbalizzata, e che il verbale debba essere prodotto con la richiesta di iscrizione della nomina, quanto meno per dimostrare la veridicità della nomina stessa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 23 marzo 2018.




Recesso del socio nelle S.r.l. e impegno dello stesso alla cessione della partecipazione

Società a responsabilità limitata - Rimborso della partecipazione mediante acquisto di essa da parte degli altri soci o da parte del terzo da questi concordemente indicato - Trasferimento della partecipazione - Rimborso della partecipazione

Società a responsabilità limitata - Recesso del socio - Applicazione analogica della disciplina in tema di S.p.A. - Esclusione

Società a responsabilità limitata - Recesso del socio - Rinuncia alla partecipazione - Rifiuto del recedente di prestare il proprio consenso al perfezionamento della cessione della quota - Illegittimità

Nella società a responsabilità limitata, il rimborso della partecipazione mediante acquisto di essa da parte degli altri soci o da parte del terzo da questi concordemente indicato realizza certamente una fattispecie ascrivibile al "trasferimento della partecipazione" di cui all'art. 2470 c. c., con conseguente applicabilità di quanto ivi disposto.

Ulteriore considerazione da svolgere è che, come osservato da autorevole dottrina, il rimborso della partecipazione mediante acquisto di essa ad opera degli altri soci o di terzi da questi concordemente individuati non comporta alcun esborso a carico della società, a differenza di quanto avviene allorquando il rimborso è eseguito utilizzando le riserve disponibili ovvero riducendo il capitale. In altre parole, il termine «rimborso» assume qui un significato più economico che giuridico, atteso che il denaro ricevuto dal recedente appare pur sempre il corrispettivo di una vendita della propria quota, laddove il rimborso in senso tecnico dovrebbe essere invece legato alla restituzione di somme versate alla società e pertanto provenienti dal patrimonio di questa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La disciplina delineata dal legislatore per la società azionaria agli artt. 2437-bis c.c. e 2437-quater c.c. in tema di diritto di recesso non può essere applicata analogicamente alla società a responsabilità limitata.

Infatti, ai sensi del secondo comma dell'art. 2437-bis c.c. e dell'art. 2437-quater c.c., nella società per azioni il recedente rimette nella disponibilità della società e, per essa, degli amministratori, il potere di alienare i titoli azionari e, proprio in vista dell'attribuzione alla società della legittimazione a disporre delle azioni, si prevede, da un lato, il deposito di queste ultime presso la sede sociale e, dall'altro, l'incedibilità per il socio delle stesse. La possibilità, per la società, di porre in essere, tramite i suoi amministratori, il procedimento di vendita delle azioni previsto dalla disciplina legale si fonda sulla configurazione della società medesima come vera e propria "commissario per la vendita"; e, a conclusione di quel procedimento, coloro che avranno esercitato il diritto di opzione saranno titolari delle azioni nonché legittimati all'esercizio dei diritti sociali.
Al contrario, nella società a responsabilità limitata non è previsto alcun divieto di cedibilità della partecipazione né alcuna formalità volta a vincolare la medesima; non è prevista alcuna esplicita attribuzione di poteri agli amministratori né viene predisposto un meccanismo di ordine pubblicitario in relazione alle fasi che precedono la formalizzazione dell'eventuale acquisto della quota da parte dei soci.

Sotto un primo profilo, appare evidente che l'attribuzione agli amministratori di un potere dispositivo sulla partecipazione del recedente costituisce oggetto di una norma di carattere eccezionale in quanto incidente sulla facoltà di disposizione del recedente e determinante una limitazione delle sue prerogative proprietarie.

Sotto altro profilo, la rimessione da parte del socio della disponibilità della partecipazione a favore degli amministratori si accompagna, giustificandosi, ad un elemento che risulta strettamente funzionale ai poteri che vengono loro attribuiti e che nella società a responsabilità limitata non è in alcun modo realizzabile, vale a dire il deposito dei titoli azionari e la loro incedibilità. Infine, se si volesse applicare analogicamente la disciplina di cui all'art. 2437 quater c.c., occorrerebbe immaginare la possibilità di iscrivere nel registro delle imprese l'offerta in opzione della quota da parte degli amministratori, ma tale strada appare preclusa dal principio di tipicità degli atti iscrivibili nel registro delle imprese e dalla conseguente circostanza che, nell'ambito di un tipo sociale come la società a responsabilità limitata, gli atti inerenti alla circolazione della partecipazione idonei all'iscrizione sono compiutamente previsti dagli artt. 2470, 2471 e 2471 bis c.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L'impossibilità di applicare analogicamente la disciplina in materia di società per azioni e quindi di attribuire agli amministratori il potere di disporre della partecipazione del recedente e perfezionare, anche sotto l'aspetto formale e pubblicitario, l'acquisto della medesima da parte degli altri soci non significa però che il recedente possa legittimamente rifiutare di prestare il proprio consenso al perfezionamento della cessione della quota; se così fosse, il procedimento di liquidazione verrebbe ad essere subordinato alla volontà ed alla discrezionalità del recedente, mentre quest'ultimo non vanta alcuna pretesa in ordine alle modalità di svolgimento delle diverse fasi della liquidazione, che risultano, quanto al loro cadenzarsi, invece integralmente rimesse alla attività degli amministratori.

In realtà, si deve ritenere che il socio recedente, nel momento in cui manifesta l'intenzione di recedere, accetta, implicitamente ma inequivocabilmente, che le modalità di liquidazione della quota si realizzino secondo lo schema delineato dalla legge e, quindi, in particolare, acconsente a che la partecipazione possa essere acquistata dagli altri soci o da un terzo; in ultima analisi, la dichiarazione di recesso assume il significato, ulteriore ed implicito, ma oggetti, certo ed univoco, di assunzione, da parte del recedente, dell'eventuale obbligo di cedere la partecipazione nei confronti di quei soci o di quei soggetti terzi che intendano esercitare il diritto di opzione loro attribuito. In tale contesto la comunicazione che gli amministratori dovranno effettuare nei confronti di tutti i soci circa l'avvenuta dichiarazione di recesso avrà l'effetto di portare a conoscenza di questi ultimi la situazione di potenziale "soggezione" del recedente, cui univocamente corrisponde la loro facoltà di acquistare la partecipazione.

La comunicazione degli amministratori dovrà essere effettuata successivamente allo spirare del termine previsto per il recesso e dopo l'espletamento di quella fase preliminare che è dedicata alla verifica dei presupposti del recesso e della legittimazione a recedere e, soprattutto, dopo la determinazione del valore della partecipazione accettata, anche implicitamente dal recedente; d'altra parte dovrà essere assegnato ai soci un termine per l'esercizio del diritto di acquisto oggettivamente congruo.

I soci che intendono esercitare il diritto di acquisto dovranno, poi, comunicare la propria intenzione nel termine suddetto secondo le modalità previste nell'atto costitutivo; nel silenzio di quest'ultimo, la comunicazione dovrà essere indirizzata agli amministratori, in base al principio per cui essi rappresentano i soggetti cui è attribuito il compito di avviare e portare a termine il procedimento di liquidazione della quota. A loro volta, gli amministratori saranno tenuti a comunicare al socio recedente le dichiarazione dei soci che hanno esercitato il relativo diritto, invitandolo ad addivenire al perfezionamento dell'atto di trasferimento che, evidentemente, dovrà essere redatto nella forma idonea ad ottenere l'iscrizione nel registro delle imprese; l'inadempimento dell'obbligo di cooperare al perfezionamento della vicenda traslativa da parte del recedente legittimerà gli altri soci all'esperimento dell'esecuzione specifica dell'obbligo di contrarre ai sensi dell'art. 2932 c.c.

In questo ordine di concetti, allorché si proceda al rimborso mediante acquisto da parte degli altri soci o di un terzo, non essendo pensabile che il recedente possa a ciò opporsi, si deve ritenere che la mancata attribuzione agli amministratori di società a responsabilità limitata di un potere dispositivo sulla partecipazione del recedente generi un vero e proprio obbligo di contrarre, coercibile ex art. 2932 c.c., a carico del recedente il quale, avendo dichiarato inequivocabilmente la propria volontà di abbandonare la società, ha dato ormai causa al sorgere di un corrispondente vincolo nei confronti di quest'ultima.

Tuttavia, il socio recedente dovrà partecipare in proprio all'atto di trasferimento della partecipazione sociale in favore degli altri soci (o del terzo) i quali, peraltro, provvederanno a corrispondergli il corrispettivo di tale cessione nella misura determinata dagli amministratori ai sensi del terzo comma dell'art. 2473 c.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 14 marzo 2018.




Efficacia della sostituzione del liquidatore e legittimazione agli adempimenti pubblicitari

Società di capitali - Liquidazione - Sostituzione dei liquidatori - Efficacia - Dal momento dell’accettazione dell’incarico - Legittimazione agli adempimenti pubblicitari - Liquidatori subentranti - Tutela dei terzi - Informazione all’ufficio del registro delle imprese

Pendente lo stato di liquidazione, l’efficacia della sostituzione dei liquidatori ha effetto dal momento dell’accettazione dell’incarico da parte dei nuovi liquidatori nominati.

A differenza della nomina dei primi liquidatori (nominati in sostituzione degli amministratori) che assumono la carica dalla data di iscrizione della loro nomina nel Registro delle imprese (art. 2487 bis c. 3 c.c.), la sostituzione del liquidatore è dunque efficace prima o anche in assenza dell’iscrizione di tale evento nel Registro delle imprese, così che prima dell’iscrizione tale sostituzione potrà essere diversamente documentata, ad esempio con l’esibizione del libro sociale ove è trascritta la decisione di sostituzione ovvero con copia autentica della medesima decisione se verbalizzata per atto pubblico (massima Comitato Notarile Triveneto 2007 J.A.10).

E' dunque pacifico che, in caso di sostituzione dei liquidatori, agli adempimenti pubblicitari debbano provvedere i liquidatori subentranti, mentre non può ritenersi a ciò legittimato il liquidatore uscente anche se interessato a far risultare la propria cessazione dalla carica.

La legittimazione alla presentazione di domande di iscrizione (o di deposito) al registro delle imprese spetta, infatti, in via esclusiva, ai soggetti indicati da una specifica norma, dovendosi escludere la possibilità di iscrizioni ad istanza di terzi o di chiunque vi abbia interesse.

I terzi (chiunque vi abbia interesse) potranno tutelare le proprie ragioni informando l’ufficio del registro delle imprese della mancata iscrizione di un atto o di un fatto soggetto a registrazione ai fini dell’avvio del procedimento di iscrizione d’ufficio di cui all’art. 2190 c.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 13 marzo 2018.




Regolamento n. 1215 del 2012, clausole attributive di competenza e contratto tra società

Regolamento (UE) n. 1215/2012 – Articolo 25 – Esistenza di una clausola attributiva di competenza – Accordo orale senza conferma per iscritto – Clausola contenuta nelle condizioni generali di vendita menzionate in alcune fatture

Articolo 7, punto 1, lettera b) – Contratto di concessione di vendita fra società stabilite in due Stati membri diversi e avente ad oggetto il mercato di un terzo Stato membro – Articolo 7, punto 1, lettera b), secondo trattino – Determinazione dell’autorità giurisdizionale competente – Luogo di esecuzione dell’obbligazione caratteristica di siffatto contratto

1) L’articolo 25, paragrafo 1, del regolamento (UE) n. 1215/2012 deve essere interpretato nel senso che, con riserva delle verifiche che spetta al giudice del rinvio effettuare, una clausola attributiva di competenza, come quella in discussione nel procedimento principale, stipulata in condizioni generali di vendita menzionate in fatture emesse da una delle parti contraenti, non soddisfa i requisiti previsti dalla disposizione in parola. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

2) L’articolo 7, punto 1, del regolamento n. 1215/2012 deve essere interpretato nel senso che il giudice competente, ai sensi di tale disposizione, a conoscere di una domanda risarcitoria relativa alla risoluzione di un contratto di concessione di vendita, concluso fra due società stabilite e operanti in due Stati membri diversi, per la commercializzazione di prodotti sul mercato nazionale di un terzo Stato membro, in cui nessuna delle due suddette società dispone di succursali o di stabilimenti, è quello dello Stato membro in cui si trova il luogo della prestazione principale dei servizi, come si evince dalle disposizioni del contratto nonché, in assenza di disposizioni siffatte, dall’esecuzione effettiva del contratto stesso, e, in caso di impossibilità di determinarlo su tale base, quello del domicilio del prestatore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 08 marzo 2018.




Regolamento n. 1244 del 2001 ed azione di accertamento congruità corrispettivo

Regolamento (CE) n. 44/2001 – Competenza giurisdizionale in materia civile e commerciale – Competenze esclusive – Articolo 22, punto 2 – Validità delle decisioni degli organi delle società o delle persone giuridiche aventi la sede nel territorio di uno Stato membro – Competenza esclusiva dei giudici di tale Stato membro – Decisione dell’assemblea dei soci di una società che dispone il trasferimento obbligatorio dei titoli degli azionisti di minoranza di tale società all’azionista di maggioranza della medesima e che fissa l’importo del corrispettivo che quest’ultimo deve versare loro – Procedimento giudiziario avente ad oggetto l’esame della congruità di tale corrispettivo

L’articolo 22, punto 2, del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, deve essere interpretato nel senso che un ricorso, come quello di cui al procedimento principale, avente ad oggetto l’esame della congruità del corrispettivo che l’azionista principale di una società è tenuto a versare agli azionisti di minoranza della medesima in caso di trasferimento obbligatorio delle loro azioni a tale azionista principale, rientra nella competenza esclusiva dei giudici dello Stato membro nel cui territorio tale società ha sede. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Giustizia UE 07 marzo 2018.




Nomina e revoca di amministratore mediante atto pubblico di donazione di partecipazioni sociali

Società di capitali - Revoca e nomina di amministratore - Iscrizione nel registro imprese - Requisiti - Delibera assembleare - Necessità - Atto pubblico di donazione di partecipazioni sociali - Esclusione

L'atto pubblico di donazione di partecipazioni sociali che contenga la revoca dell'amministratore e la nomina del successore non è titolo idoneo alla iscrizione nel registro delle imprese di dette modificazioni, le quali devono essere adottate con delibera dell'assemblea dei soci e cristallizzate nel relativo verbale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 02 marzo 2018.




Sulla compatibilità della qualità di Amministratore di società di capitali con quella di lavoratore dipendente - 1

Fallimento – Credito da lavoro dipendente – Compatibilità della qualità di amministratore di società di capitali con quella di lavoratore subordinato – Ammissione

L’amministratore di una società di capitali può assumere la qualità di dipendente della stessa qualora non sia amministratore unico ma membro di un consiglio, ancorché investito di mansioni di consigliere delegato, in modo che la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro siano ricollegabili ad una volontà della società distinta da quella del singolo amministratore. (Emanuela Calamia) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 01 marzo 2018.




Sulla compatibilità della qualità di Amministratore di società di capitali con quella di lavoratore dipendente - 2

Fallimento – Credito da lavoro dipendente – Compatibilità della qualità di amministratore di società di capitali con quella di lavoratore subordinato – Ammissione

L’amministratore di una società di capitali può assumere la qualità di dipendente della stessa qualora non sia amministratore unico ma membro di un consiglio, ancorché investito di mansioni di consigliere delegato, in modo che la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro siano ricollegabili ad una volontà della società distinta da quella del singolo amministratore. (Emanuela Calamia) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna 01 marzo 2018.




Fallimento dell'imprenditore agricolo che conceda in affitto l'azienda

Imprenditore agricolo - Concessione in affitto dell'azienda - Fallibilità

Perché l'imprenditore agricolo mantenga tale qualifica nonostante la concessione in affitto della sua intera azienda ed aver cessato l'attività occorre - ai fini dell'esenzione da fallimento - che non intraprenda alcuna attività commerciale.

Laddove invece egli, dopo aver cessato ogni attività agricola e aver quindi abbandonato ogni collegamento funzionale della sua attività con il fattore produttivo terra, intraprenda una delle attività commerciale di cui all'art. 2195 c.c., sarà - sussistenti gli altri presupposti di cui all'art. 2082 c.c. - da considerare imprenditore commerciale e dunque fallibile e non potrà più avvalersi della previsione dell'art. 2135, 3° comma, c.c., per cui all'imprenditore agricolo, che effettivamente eserciti attività agricola vera e propria, è permesso svolgere attività connesse, anche commerciali, senza che ciò possa far mutare la sua qualifica da imprenditore agricolo non fallibile ad imprenditore commerciale soggetto a fallimento.

L'articolo 2135 c.c. elenca una serie di attività di per sé commerciali, oltre a quelle dall'imprenditore agricolo compiute di manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione dei prodotti della sua azienda, che sono ritenute connesse con l'attività agricola, quale "le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l'utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell'azienda normalmente impiegate nell'attività agricola esercitata" e il cui esercizio, anche a scopo di lucro, offerto a terzi (altri agricoltori o no) non farà mutare la qualifica dell'imprenditore agricolo. Non varrà però l'inverso: l'imprenditore agricolo, che abbia cessato l'attività agricola e compia esclusivamente, senza più collegamento con il fondo, attività commerciale, non manterrà la sua qualifica sol perché essa viene prestata in favore di altro soggetto imprenditore agricolo. Ammettendo tale ipotesi inversa, implicante l'espansione della qualifica agricola del soggetto ausiliato al soggetto ausiliante non oppure non più agricolo, si verrebbe ad estendere, a dismisura e senza giustificazione normativa, il novero degli imprenditori agricoli non passibili di fallimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Appello Trento 24 febbraio 2018.




Revoca di amministratore di società in accomandita semplice con un solo accomandatario e nomina di amministratore giudiziario

Società – Società di persone – Società in accomandita semplice – Amministratori – Provvedimento d’urgenza – Revoca giudiziale dell’amministratore unico accomandatario – Nomina di amministratore giudiziario – Ammissibilità

È ammissibile, per il socio accomandante, intraprendere l’azione cautelare d’urgenza ex art. 700 c.p.c. anche in presenza di una società in accomandita semplice dotata di un socio accomandatario e amministratore unico.

Alla società in accomandita semplice è applicabile lo strumento della revoca dell’amministratore per via giudiziaria delineato per la società semplice dall’art. 2259 c.c., anche laddove la revoca sia richiesta nei confronti dell’unico socio accomandatario.

In una società in accomandita semplice, in caso di revoca per giusta causa dell’amministratore che sia unico socio accomandatario, l’autorità giudiziaria ha la facoltà di disporre la nomina di un amministratore giudiziario al fine di rendere effettiva la tutela cautelare evitando la paralisi completa dell’attività sociale. (Francesco Di Tano e Filippo Salvardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia 15 febbraio 2018.




Il socio accomandante non ha facoltà di accedere integralmente alla documentazione sociale

Società in accomandita semplice - Facoltà del socio accomandante di accedere integralmente alla documentazione sociale - Esclusione - equiparazione ai poteri del socio di società in nome collettivo - Esclusione - Diritto di avere comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite - Controllo dell'esattezza dei dati

Il socio accomandante non ha facoltà di accedere integralmente alla documentazione sociale, in quanto i poteri riconosciuti al socio accomandante non possono configurarsi alla stregua di quelli previsti dell'art. 2261 c.c. per i soci della società in nome collettivo, trattandosi di un sindacato che, da una parte, verte non già sull'amministrazione, ma sulla esattezza dei dati esposti in bilancio e, dall'altra, è consentito solo al termine dell'esercizio sociale; in questa prospettiva, deve anche ritenersi che gli accomandanti non hanno il diritto di avere dagli amministratori notizie circa la gestione dell'impresa sociale e nemmeno il diritto di consultare i libri ed i documenti nel corso esercizio. Essi, conformemente al disposto testuale del terzo comuna dell'art. 2320 c.c., hanno diritto di avere comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite e - solo dopo avere avuto tale comunicazione - di controllarne l'esattezza, a tal fine (e solo a tal fine), potendo consultare i libri e gli altri documenti della società. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 13 febbraio 2018.




Facoltà del socio accomandante di avere comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite e giudizio di rendiconto ex art. 263 c.p.c.

Società in accomandita semplice - Facoltà del socio accomandante di accedere integralmente alla documentazione sociale - Esclusione - Equiparazione ai poteri del socio di società in nome collettivo - Esclusione - Diritto di avere comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite - Controllo dell'esattezza dei dati

Società in accomandita semplice - Facoltà del socio accomandante di avere comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite - Controllo dell'esattezza dei dati - Giudizio di rendiconto di cui all'art. 263 c.p.c. - Ricorso ex art. 700 c.p.c. - Inammissibilità

Il socio accomandante non ha facoltà di accedere integralmente alla documentazione sociale, in quanto i poteri riconosciuti al socio accomandante non possono configurarsi alla stregua di quelli previsti dell'art. 2261 c.c. per i soci della società in nome collettivo, trattandosi di un sindacato che, da una parte, verte non già sull'amministrazione, ma sulla esattezza dei dati esposti in bilancio e, dall'altra, è consentito solo al termine dell'esercizio sociale; in questa prospettiva, deve anche ritenersi che gli accomandanti non hanno il diritto di avere dagli amministratori notizie circa la gestione dell'impresa sociale e nemmeno il diritto di consultare i libri ed i documenti nel corso esercizio. Essi, conformemente al disposto testuale del terzo comuna dell'art. 2320 c.c., hanno diritto di avere comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite e - solo dopo avere avuto tale comunicazione - di controllarne l'esattezza, a tal fine (e solo a tal fine), potendo consultare i libri e gli altri documenti della società. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Lo strumento processuale a disposizione del socio accomandante per controllare l'esattezza del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite alla cui esibizione ha diritto ai sensi dell'art. 2320 c.p.c. è il giudizio di rendiconto di cui all'art. 263 c.p.c. non essendo allo scopo utilizzabile il ricorso ex art. 700 c.p.c. per difetto di residualità. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 13 febbraio 2018.




Rimborso di finanziamenti postergati e responsabilità dell'amministratore

Società a responsabilità limitata - Rimborso di finanziamenti postergati in violazione dell'art. 2467 c.c. - Responsabilità dell'amministratore

E' responsabile nei confronti dei creditori, ai sensi dell'art. 2394 c.c., l'amministratore che abbia rimborsato a sé stesso e ad altro socio finanziamenti addirittura in anticipo rispetto alla scadenza ed altresì in un momento in cui la società si trovava in una situazione finanziaria in cui sarebbe stato invece ragionevole un conferimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Bari 05 febbraio 2018.




Procedimento ex art. 2409 c.c. e sopravvenuto fallimento della società la cui gestione è stata sospettata di gravi irregolarità

Procedimento ex art. 2409 c.c. – Sopravvenuto fallimento della società a cui si riferisce la denuncia di gravi irregolarità nella gestione – Istituto dell’interruzione del processo ex art. 43, terzo comma, Legge Fallimentare – Applicabilità

L’intervenuto fallimento della società cui si riferisce il ricorso per denuncia di gravi irregolarità nella gestione ex art. 2409 c.c. comporta che il giudice adito debba dichiarare l’avvenuta interruzione automatica del procedimento ai sensi dell’art. 43, terzo comma, legge fallimentare, sicché, ai sensi degli artt. 298 e 304 c.p.c., non possono essere svolte ulteriori considerazioni di carattere procedurale o sostanziale e non possono essere compiuti ulteriori atti processuali. (Giorgio Barbieri) (Gaetano Anzani) (riproduzione riservata) Appello Bologna 02 febbraio 2018.




Applicabilità alle S.r.l. delle cause di ineleggibilità e decadenza dell'amministratore

Società a responsabilità limitata - Cause di ineleggibilità e decadenza dell'amministratore - Fallimento - Applicabilità alle società a responsabilità limitata - Decadenza - Provvedimenti del conservatore del registro delle imprese - Principio di continuità delle trascrizioni

L'art. 2382 c.c., il quale elenca le cause di ineleggibilità e decadenza dell'amministratore di società per azioni, è applicabile anche alle società a responsabilità limitata; la norma enuncia, infatti, una regola di tutela dei terzi a valenza generale, esigenze di tutela si manifestano in modo analogo nei due tipi di società.

Deve dunque ritenersi nulla per illiceità dell'oggetto la deliberazione che nomina un soggetto fallito alla carica di amministratore, il quale, ove già nominato, per effetto del fallimento decade dalla carica.

Il conservatore del registro delle imprese deve iscrivere la cessazione per decadenza del soggetto fallito dalla carica di amministratore e, in osservanza al principio di continuità delle trascrizioni, disporre la cancellazione della iscrizione della revoca del medesimo che sia stata disposta dall'assemblea qualora la decadenza si sia verificata in data anteriore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 23 gennaio 2018.




Responsabilità di Amministratore di associazione, natura del rapporto e onere della prova

Amministratore di associazione – Natura del rapporto – Responsabilità – Onere probatorio – Ripartizione

Ai sensi dell’art. 18 c.c., gli amministratori di un’associazione sono responsabili verso la stessa secondo le norme del mandato. Questi dunque, ai sensi dell’art. 1710 c.c., devono adempiere il proprio incarico secondo la diligenza del buon padre di famiglia anche se, trattandosi di obbligazioni inerenti l’esercizio di un’attività professionale, la diligenza va valutata anche con riguardo alla natura dell’attività esercitata ex art. 1176, comma 2, c.c.

Si aggiunga che tale diligenza va valutata in relazione alla volontà del mandante e perciò anche alla luce delle finalità previste dallo statuto dell’associazione, per il cui raggiungimento l’organo gestorio viene istituito.

Ne consegue che anche la responsabilità degli amministratori di una associazione non riconosciuta ha natura contrattuale, giacché discende dalla violazione di un obbligo negoziale assunto nei confronti dell'ente, e cioè dall'inadempimento dei doveri imposti dalla legge o dallo statuto, assolti senza la diligenza richiesta dalla natura dell'incarico o dalle competenze professionali. Il comportamento degli amministratori va pertanto valutato alla luce dei principi generali che regolano l’inadempimento contrattuale e il risarcimento del danno (Trib. Milano, 29 marzo 2017, n. 3598).

Quanto alla ripartizione dell’onere probatorio, grava pertanto sul creditore l’onere di dimostrare la sussistenza, sotto il profilo ontologico, delle violazioni degli obblighi contrattuali, il nesso di causalità e il danno, restando invece a carico del convenuto la prova dell’insussistenza dell’elemento soggettivo della colpa. (Francesco Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 22 gennaio 2018.




Start up innovativa, fallimento ed effetti dell'iscrizione nel registro imprese

Start up innovativa - Fallimento - Effetti dell'iscrizione nel registro imprese sezione speciale

La natura amministrativa degli atti sottesi all’iscrizione della società alla sezione speciale del registro delle imprese con la qualifica di start up innovativa non preclude di per sé l’accertamento in sede prefallimentare dell’effettiva sussistenza dei requisiti di legge per l’attribuzione di tale qualifica al fine di verificare l’assoggettabilità o meno, sotto il profilo soggettivo, al fallimento, in considerazione del potere di disapplicazione degli atti amministrativi eventualmente non conformi a legge da parte dell’Autorità Giudiziaria Ordinaria. (Paolo Persello) (riproduzione riservata) Tribunale Udine 18 gennaio 2018.




Revocatoria ordinaria promossa contro gli amministratori e incompetenza delle sezioni ordinarie civili

Tribunale delle imprese - Competenza - Connessione oggettiva e soggettiva - Azione di simulazione e revocatoria, azione di responsabilità degli amministratori - Incompetenza funzionale delle sezioni ordinarie - Esclusione

L’eccezione di incompetenza funzionale (per connessione) delle sezioni ordinarie civili chiamate a decidere una azione di revocatoria ordinaria e simulazione nei confronti degli amministratori di società fallita è infondata, posto che tale giudizio e quello riguardante l'azione di responsabilità contro gli stessi amministratori, non hanno comunanza di titolo né di causa petendi e non si trovano in rapporto di pregiudizialità. (Massimo Pellizzato) (riproduzione riservata) Tribunale Busto Arsizio 15 gennaio 2018.




Registro imprese e perimetro della verifica da parte del conservatore delle condizioni per l'iscrizione dell'atto

Registro imprese - Compito del conservatore di verifica delle condizioni richieste dalla legge per l'iscrizione - Qualificazione dell'atto presentato per l'iscrizione - Accertamento della conformità al modello di atto previsto dalla legge - Verifica della compatibilità logica-giuridica tra le diverse iscrizioni

Registro imprese - Verifica delle condizioni richieste dalla legge per l'iscrizione - Accertamento della nullità dell'atto - Condizioni e limiti - Vizio di nullità tale da escludere che l'atto stesso possa essere ricondotto nello schema tipico - Vizi di validità che siano individuabili prima facie e tali da rendere l'atto presentato immeritevole di iscrizione - Valutazione di merito dell'atto depositato - Esclusione

Al conservatore compete di verificare il “concorso delle condizioni richieste dalla legge per l’iscrizione” (art. 2189, comma 2, c.c.), compito che implica l'accertamento della corrispondenza dell'atto o del fatto del quale si chiede l'iscrizione a quello previsto dalla legge (art. 11 d.p.r. 7 dicembre 1995, n. 581) in ciò sostanziandosi il c.d. controllo qualificatorio.

Il conservatore non deve pertanto limitarsi a ricevere l'atto e a verificare la regolarità e la completezza della domanda sotto il profilo formale, ma deve altresì procedere alla qualificazione dell'atto presentato per l'iscrizione onde accertare se sia conforme al modello di atto previsto dalla legge per il quale è prescritta l'iscrizione. In altre parole, è riconosciuto al conservatore (e, quindi, al giudice del registro) il potere di verificare se l'atto di cui si richiede l'iscrizione integri gli estremi della fattispecie per cui è richiesta l'iscrizione e, quindi, se l’atto da iscrivere corrisponda al modello legale (controllo di tipicità).

Inoltre, sotto altro profilo, il conservatore ha la funzione di verificare la compatibilità logica-giuridica tra le diverse iscrizioni; ad opinare diversamente (nel senso, cioè, che il conservatore non possa verificare la compatibilità dell’atto con le risultanze del registro) verrebbe ad essere vanificata la stessa funzione del registro delle imprese, in quanto si verificherebbe la possibilità di iscrizioni tra loro incompatibili con conseguente venir meno di ogni possibile legittimo affidamento da parte dei terzi in ordine alla legalità ed alla validità delle informazioni contenute nel registro stesso. In questa prospettiva, è stato ritenuto che la verifica della continuità delle iscrizioni e, in particolare, la verifica della compatibilità delle diverse iscrizioni implica (recte: può implicare) una attività di interpretazione sotto il profilo giuridico del contenuto dell’atto o del provvedimento da iscrivere (Trib. Roma, decr., 17 aprile 2016, in proc. n. 4294/2014 v.g.). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Sebbene sia stata affermata, sia in dottrina che nella giurisprudenza meno recente, la possibilità che l’ufficio e poi il giudice del registro valuti l’eventuale nullità assoluta di un atto da iscrivere, deve ritenersi preferibile, al contrario, l’orientamento secondo il quale esula dai poteri del conservatore - e, quindi, del giudice del registro - il controllo sul merito di una (possibile) lite tra i soci; così, un atto o una deliberazione devono essere considerati come validamente assunti finché non interviene l’annullamento o la revoca in via giudiziale o stragiudiziale (per la giurisprudenza di altri giudici del registro, cfr., Trib. Napoli, 27 giugno 2013; Trib. Verona, 28 settembre 2009; Trib. Bari, 3 giugno 2009; Trib. Catania, 9 aprile 2009).

In conformità alla giurisprudenza maggioritaria, si ritiene che al conservatore competa il controllo e la formale verifica della corrispondenza tipologica dell'atto da iscrivere a quello previsto dalla legge, senza alcuna possibilità di accertamento in ordine alla validità negoziale dell'atto, poiché tale controllo potrà essere fatto unicamente in sede giurisdizionale (Trib. Padova, decr., 16 febbraio 2007, decr., Trib. Napoli, decr., 8 ottobre 1996).

Con la precisazione che nella categoria e nell'ambito del controllo c.d. qualificatorio viene fatto rientrare altresì il controllo circa la legittimità dell'atto da iscrivere, nella misura in cui il vizio di nullità da cui l'atto sia affetto sia tale da escludere che l'atto stesso possa essere ricondotto nello schema tipico previsto per quell'atto dal legislatore.

In quest’ottica, è stato ammesso un controllo di legalità dato dalla verifica della corrispondenza tipologica dell'atto o del fatto del quale si chiede l'iscrizione a quello previsto dalla legge e, anche in tale ottica, un controllo di legittimità sostanziale limitato alla rilevazione di quei vizi di validità che siano individuabili prima facie e tali da rendere l'atto presentato immeritevole di iscrizione perché non corrispondente a quello previsto dalla legge (Trib. Catania, decr., 26 novembre 2001). In altre parole, la radicale illiceità dell’atto può venire in rilievo solo se compromette la riconducibilità al 'tipo' giuridico di atto iscrivibile (Trib. Verona, decr., 14 settembre 2009; Trib. Napoli, decr., 27 giugno 2013).

È, peraltro, certo che il controllo di tipicità non può sconfinare in una valutazione di merito dell'atto depositato, non potendo implicare un giudizio relativo all'eventuale non corrispondenza al vero di quanto in esso rappresentato (Trib. Catania, decr., 9 aprile 2009). Si è così correttamente affermato che la previsione ex art. 2485 c.c. di accertamento da parte degli amministratori in ordine alla ricorrenza di causa di scioglimento di società disegna in capo all'organo gestorio una specifica ed esclusiva competenza dichiarativa in ordine a tale evento, non sindacabile nell'ambito del controllo c.d. qualificatorio spettante al Conservatore in sede d'iscrizione ex art. 2189 c.c., ma semmai solo controvertibile in sede contenziosa (Trib. Milano, decr., 29 febbraio 2016; Trib. Reggio Emilia, decr., 29 febbraio 2016). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 12 gennaio 2018.




Registro delle imprese, tipicità degli atti iscrivibili e iscrizione di domanda giudiziale

Registro delle imprese - Tipicità degli atti iscrivibili - Iscrizione di domanda giudiziale - Esclusione

Registro delle imprese - Effetto prenotativo dell’iscrizione - Esclusione

In virtù del principio di tipicità, in mancanza di alcuna disposizione espressa, non può essere iscritta nel registro delle imprese la domanda giudiziale avente ad oggetto il trasferimento coattivo ex art. 2932 c.c. di una quota di partecipazione sociale. (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)

Il vigente sistema di pubblicità di impresa non conosce il meccanismo dell’effetto prenotativo relativo alle domande giudiziali, né è possibile importarlo dalla disciplina speciale della trascrizione e la mera opponibilità ai terzi della domanda, derivante dall’eventuale iscrizione, non ha alcuna utilità in mancanza del suddetto principio prenotativo. (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)
Tribunale Avellino 08 gennaio 2018.




Contratto avente ad oggetto la quota associativa di associazione a scopo non lucrativo

Associazione a scopo non lucrativo - Contratto di comunione di scopo - Contratto avente ad oggetto la quota associativa - Nullità

Il rapporto tra associato ed associazione non instaura una relazione proprietaria" tra il primo ed una "quota" della seconda (come invece avviene nelle società di capitali), ma semplicemente una partecipazione, a base strettamente personalistica, attraverso la quale il soggetto "partecipa", appunto, alla vita dell'associazione. Discende che non esistendo, sotto il profilo ontologico, una "quota associativa", il contratto che abbia ad oggetto quest'ultima deve essere necessariamente dichiarato nullo per impossibilità originaria dell'oggetto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 29 dicembre 2017.




Impugnazione del bilancio, stallo sulla scelta del difensore e nomina di curatore speciale

Società - Impugnazione del bilancio - Scelta del difensore - Stallo decisionale - Nomina di curatore speciale

In una società il curatore speciale di cui all'art. 78 c.p.c. può essere nominato dal tribunale anche nel caso in cui il consiglio di amministrazione - dopo aver deliberato in merito all'opportunità di costituirsi nel procedimento di impugnazione del bilancio di esercizio proposto contro la società stessa - entri "in stallo decisionale" nella successiva delibera relativa alla scelta del nome del difensore. (Rolandino Guidotti) (riproduzione riservata) Tribunale Genova 28 dicembre 2017.




Crac Cirio: responsabilità dei nuovi amministratori che abbiano tentato il risanamento e di quelli privi di deleghe. Doveri dei sindaci

Società di capitali - Responsabilità degli amministratori - Nuovi amministratori nominati per far fronte alla crisi mediante progetto di risanamento - Omesso tempestivo esercizio del potere di richiedere la dichiarazione di insolvenza - Responsabilità degli amministratori privi di deleghe

Società di capitali - Responsabilità dei sindaci - Mancata reazione di fronte a macroscopiche violazioni - Doveri di diligenza, correttezza e buona fede - Segnalazione all'assemblea delle irregolarità di gestione - Denuncia al pubblico ministero

I nuovi amministratori che siano stati nominati per far fronte alla crisi della società mediante un progetto di risanamento che non abbia serie possibilità di successo e che siano dunque consapevoli della natura irreversibile del dissesto, nel caso in cui l'insolvenza venga successivamente dichiarata, sono responsabili dell'aggravamento della situazione debitoria che avrebbe potuto essere evitata facendo tempestivamente uso del potere di richiedere la dichiarazione di insolvenza.

In detta ipotesi, non possono essere considerati esenti da responsabilità gli amministratori privi di deleghe e che deducano di aver avuto un ruolo pressoché irrilevante nell'aggravamento della crisi, qualora emerga che gli stessi fossero a conoscenza dello stato di dissesto e non abbiano fatto quanto in loro potere per chiedere la dichiarazione giudiziale di insolvenza, avallando così la condotta omissiva degli amministratori esecutivi e venendo per ciò meno al loro dovere di vigilanza ed all'obbligo dell'agire informati. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La configurabilità dell'inosservanza del dovere di vigilanza imposto ai sindaci dall’art. 2407, comma 2, c.c. non richiede l'individuazione di specifici comportamenti che si pongano espressamente in contrasto con tale dovere, ma è sufficiente che essi non abbiano rilevato una macroscopica violazione o comunque non abbiano in alcun modo reagito di fronte ad atti di dubbia legittimità e regolarità, così da non assolvere l'incarico con diligenza, correttezza e buona fede, eventualmente anche segnalando all'assemblea le irregolarità di gestione riscontrate o denunciando i fatti al pubblico ministero per consentirgli di provvedere ai sensi dell’art. 2409 c.c. (cfr. Cass. Civ. n. 16314/17). 

I soli ammonimenti rivolti al consiglio di amministrazione, non seguiti, in presenza dell’atteggiamento dilatorio tenuto dall’organo amministrativo, dall’esercizio dei poteri sopra indicati ad essi attribuiti dalla legge, non valgono, pertanto, ad escludere la responsabilità dei sindaci per non essersi adoperati, come è loro dovere, per far cessare la condotta pregiudizievole per le società e per i creditori tenuta dagli amministratori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 28 dicembre 2017.




Denuncia di gravi irregolarità, sostituzione di amministratori e sindaci, legittimazione e oggetto del giudizio del tribunale

Società - Denuncia di gravi irregolarità - Sostituzione di amministratori e sindaci - Verifica delle garanzie offerte dai nuovi organi

Società - Denuncia di gravi irregolarità - Sostituzione di amministratori - Nomina dei nuovi amministratori - Legittimazione passiva in capo all'amministratore cessato dalla carica - Esclusione

Società - Denuncia di gravi irregolarità - Sostituzione di amministratori - Nomina dei nuovi amministratori - Oggetto del giudizio demandato al tribunale - Mancata rimozione delle conseguenze dannose

Società - Denuncia di gravi irregolarità - Oggetto del giudizio demandato al tribunale - Violazioni rilevanti - Violazione di doveri idonei a compromettere il corretto esercizio dell'attività di gestione dell'impresa e a determinare pericolo di danno per la società o per le controllate - Irrilevanza dei doveri gravanti sugli amministratori per finalità organizzative, amministrative, di corretto esercizio della vita della compagine sociale e di esercizio dei diritti dei soci e dei terzi estranei

Nel procedimento ex art 2409 c.c., pur in presenza della sostituzione degli amministratori (e del sindaci), il tribunale ben può procedere all'ispezione (e poi se del caso all'adozione degli ulteriori provvedimenti conseguenti) allorquando il nuovo organo gestorio non offra sufficienti garanzie, sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo, in ordine alla volontà di intraprendere una seria verifica sulle lamentate gravi irregolarità ed al porre in essere i provvedimenti conseguenti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Laddove, dopo l'introduzione del procedimento ex art 2409 c.c., intervenga la nomina dei nuovi amministratori, questi ultimi sono legittimati passivi nel procedimento di cui al citato art. 2409 c.c., mentre difetta la legittimazione passiva in capo all'amministratore cessato dalla carica, anche quando al medesimo siano ascrivibili le gravi irregolarità denunciate.

Il procedimento di cui all'art. 2409 c.c. non è finalizzato all'accertamento delle responsabilità per mala gestio in vista del ristoro dei danni o della irrogazione di sanzioni, ma, piuttosto, ad eliminare le irregolarità attuali; onde, i provvedimenti del tribunale hanno quali destinatari coloro che, al momento della pronuncia, rivestono la carica di amministratori.

Gli amministratori cessati dalla carica prima del deposito del ricorso ex art 2409 c.c., ovvero nella pendenza del termine per la notifica dello stesso, non sono portatori di un interesse giuridicamente rilevante alla partecipazione al procedimento ma, al più, vantano un mero interesse di fatto tale per cui va esclusa anche l'ammissibilità di un intervento spiegato nel procedimento da parte degli amministratori cessati dalla carica.

D'altro canto, amministratori e componenti dell'organo di controllo sostituiti dall'assemblea nella pendenza del procedimento perdono la veste di "attuali legittimati passivi" e, tuttavia, il giudizio ex art. 2409 c.c. deve considerarsi correttamente incardinato ove il ricorso introduttivo sia stato notificato agli stessi, in quanto all'epoca ancora investiti di funzioni gestorie. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Per converso, oggetto del giudizio demandato al tribunale diviene l'operato del nuovo organo gestorio e, in particolare, se questi si sia concretamente attivato, in primo luogo, per far emergere ed accertare le irregolarità (sia quelle oggetto della denunzia sia comunque quelle altrimenti emergenti nell'ambito dell'attività) e, quindi, per l'eventuale loro eliminazione, con la precisazione che, in ogni caso, alla luce del dovere di diligenza imposto dall'art. 2392 c.c., costituisce irregolarità imputabile all'attuale amministratore la mancata rimozione delle conseguenze dannose di quanto compiuto dal suo predecessore, proprio in virtù del fatto che il controllo giudiziario mira al riassetto amministrativo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

La nuova formulazione della norma, che fa riferimento all'esistenza del fondato sospetto di "gravi irregolarità nella gestione" - a differenza della precedente formulazione dell'articolo 2409 cod. civ. che richiedeva il "fondato sospetto di gravi irregolarità nell'adempimento dei doveri degli amministratori e dei sindaci" - consente di affermare come non assuma rilievo qualsiasi violazione di doveri gravanti sull'organo amministrativo, ma soltanto la violazione di quei doveri idonei a compromettere il corretto esercizio dell'attività di gestione dell'impresa e a determinare pericolo di danno per la società amministrata o per le società controllate, con esclusione di qualsiasi rilevanza, invece, dei doveri gravanti sugli amministratori per finalità organizzative, amministrative, di corretto esercizio della vita della compagine sociale e di esercizio dei diritti dei soci e dei terzi estranei. Le gravi irregolarità, inoltre, come da giurisprudenza assolutamente prevalente, devono - oltre che riguardare la sfera societaria e non quella personale degli amministratori - essere attuali, per cui nessun provvedimento potrà essere adottato qualora le stesse abbiano esaurito ogni effetto. Infine, esse devono assumere un carattere dannoso nel senso che deve trattarsi di violazione di norme civili, penali, tributarie o amministrative, capaci di provocare un danno al patrimonio sociale e, di conseguenza, agli interessi dei soci e dei creditori sociali ovvero un grave turbamento dell'attività sociale (cfr. App. Salerno, 19 luglio 2005; App. Venezia, 23 luglio 2014; App. Milano, 29 giugno 2012).

Peraltro, per come evidenziato in noti precedenti giudiziari (Trib. Parma, 28 marzo 2013), alla luce dell'opzione legislativa per l'atipicità delle irregolarità, il requisito della gravità postula fatti e deficienze non altrimenti eliminabili, concretanti violazioni di legge e, segnatamente, delle norme civili, penali, amministrative e tributarie a dello statuto e - in virtù del richiamo di cui all'art. 2392, comma 1, c.c. - delle regole generali di gestione diligente nell'interesse sociale e in assenza di conflitti di interesse, che si sostanzino in fatti specificamente determinati e ascrivibili agli amministratori.

Al riguardo, non rilevano né tipo di norma violata né lo stato soggettivo (dolo o colpa) di amministratori e sindaci (come si evince pure dall'abbandono della nozione di "adempimento" di cui alla previgente formulazione), non essendo il procedimento instaurato in seguito a un ricorso presentato ai sensi dell'art. 2409 c.c. direttamente collegato all'esercizio dell'azione di responsabilità.

Peraltro, pur non potendosi il giudizio del tribunale basarsi su mere supposizioni e/o su indimostrati rilevi critici, appare sufficiente che sussistano elementi di sicuro affidamento che, pur non assurgendo al livello di prova piena, abbiano tuttavia riscontri obiettivi che vanno al di là del mero sospetto (Trib. Novara, 21 maggio 2012; Trib. Mantova, 9 dicembre 2008).

Quanto al requisito dell'attualità, non rilevano ai fini del procedimento de quo vicende societarie ormai esaurite e non ulteriormente produttive di possibili effetti nocivi, non potendosi dar luogo all'intervento dell'autorità giudiziaria quando sia già stato ripristinato l'ordine amministrativo e gli effetti della condotta siano ormai intangibili, come si evince anche dalla previsione di cui all'art. 2409, comma 3, c.c. Inoltre, le irregolarità devono essere idonee alla causazione di un danno alla società. Deve reputarsi sufficiente il mero pericolo di danno futuro, purché patrimonialmente rilevante, alla società; viceversa, eventuali profili di danno ai singoli soci, ai creditori sociali e ai terzi non rivestono alcuna rilevanza ai fini dell'art. 2409 c.c., al pari di denunce pretestuose o dettate da meri motivi di disturbo da parte della minoranza.

Ne consegue che sono irrilevanti le censure attinenti al merito (inteso come opportunità o convenienza) delle scelte gestionali, con due eccezioni: in primo luogo, le scelte palesemente irragionevoli o negligenti, atteso che, come si è detto; il controllo dell'autorità giudiziaria è di legalità e di regolarità della gestione, intesa quale attività materiale e giuridica diretta alla realizzazione dell'oggetto sociale in modo conveniente, cioè tale che la quantità delle risorse complessivamente consumate nella produzione dei beni e .dei servizi sia inferiore o corrispondente ai ricavi; in secondo luogo, il tribunale può sindacare anche il merito delle scelte economiche compiute dagli amministratori in conflitto di interessi, e segnatamente quelle in pregiudizio della società da loro amministrata, ma conformi all'interesse del socio di maggioranza, a condizione che ricorra l'ulteriore presupposto della potenzialità del danno per la società stessa, In altre parole, il limite derivante dalla cd. business judgement rule non opera laddove si tratti di sindacare non tanto l'osservanza del dovere di diligenza (cd. duty of care) quanto dell'obbligo di fedeltà (cd. duty of loyalty), comunque compreso tra quelli richiamati dall'art. 2409, comma 1, c.c. e sotteso ai precetti normativi in tema di conflitto di interessi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 15 dicembre 2017.




Legittimazione dell'amministratore ad impugnare la delibera di revoca dalla carica nell’interesse generale alla legalità societaria

Società di capitali - Delibera di revoca dell'amministratore - Impugnazione - Legittimazione dell'amministratore - Tutela dell’interesse generale alla legalità societaria

Se è certamente vero che, in caso di revoca senza giusta causa, all'amministratore revocato non è data altra tutela che quella risarcitoria, non può negarsi tuttavia che l’amministratore revocato mantenga la propria legittimazione ad impugnare la deliberazione di revoca qualora intenda lamentare che la stessa non è stata correttamente assunta.

La legittimazione degli amministratori ad impugnare le deliberazioni assembleari si fonda, infatti, non già su un proprio interesse, ma sull’esigenza di tutela dell’interesse generale alla legalità societaria, che implica l’esistenza di un diritto ad impugnare anche nel caso in cui la decisione invalida sia stata approvata dai soci all’unanimità.

Se tale considerazione è esatta, appare del tutto evidente che, nell’ipotesi di delibera di revoca invalida, l’amministratore revocato potrà impugnare la deliberazione proprio a tutela della legalità societaria: in altre parole, se è vero che l’assemblea può revocare l’amministratore in qualsiasi momento, è anche vero che la relativa deliberazione deve essere presa secondo le procedure di formazione di tutte le deliberazioni assembleari e che l’interesse ad una corretta formazione delle decisioni degli organi societari costituisce un interesse diretto (non solo per lo stesso amministratore revocato, ma anche) per la società stessa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 10 dicembre 2017.




Impugnazione delibera assembleare di società a responsabilità limitata sostituita medio tempore e cessazione della materia del contendere

Società a responsabilità limitata – Impugnazione delibera assembleare – Sostituzione delibera impugnata – Art. 2377, VIII co., c.c.

Cessazione materia del contendere – Sostituzione delibera impugnata – Verifica incidenter tantum della delibera sostitutiva

Mancata sospensione della delibera impugnata – Legittimità atti esecutivi – Art. 2378 c.c. – Modifica maggioranza

Società a responsabilità limitata – Art. 2479 bis, I co., c.c. – Avviso convocazione assemblea – Formulazione ordine del giorno

In tema di impugnazione di delibere assembleari di società a responsabilità limitata valgono le regole dell’art. 2377, VIII co., c.c. dettato per le società per azioni. Il Giudice investito dell’impugnazione di una delibera della quale siano lamentati vizi integranti cause di nullità, nel caso in cui questa venga medio tempore sostituita da altra non deve procedere all’esame del artt. codice civile: 2377, VIII co. (Luciano Ferlisi) (riproduzione riservata)

Qualora le parti diano atto della sostituzione della delibera impugnata, il Giudice deve procedere a una verifica incidenter tantum della legittimità della delibera sostitutiva e, in caso di esito positivo, dichiarare la cessazione della materia del contendere. La domanda di impugnazione di parte attrice che, pur dopo la sostituzione medio tempore della delibera impugnata con altra immune da vizi, insista nelle originarie conclusioni, è dichiarata inammissibile. (Luciano Ferlisi) (riproduzione riservata)

Gli atti esecutivi adottati in funzione di una delibera impugnata che non sia stata oggetto di sospensione ex art. 2378 c.c., sono legittimi ancorché si tratti di una delibera modificativa della composizione della maggioranza. Tale legittimità resiste anche al sopravvenire dell’annullamento della libera impugnata. (Luciano Ferlisi) (riproduzione riservata)

Nella formulazione dell’ordine del giorno da inserire nell’avviso di convocazione di assemblea, previsto dall’art. 2479 bis, I co., c.c., occorre contemperare l’esigenza di fornire informazioni puntuali circa gli argomenti da trattare, con la contrapposta esigenza di preservare l’elasticità e la flessibilità dei lavori assembleari. Un ordine del giorno eccessivamente dettagliato potrebbe condizionare la libertà di autodeterminazione dell’assemblea, sminuendo il rilievo che assume il dibattito e la discussione dei soci. (Luciano Ferlisi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 28 novembre 2017.




Validità delle delibere assembleari assunte in sostituzione di precedenti delibere impugnate

Società a responsabilità limitata – Delibera assembleare – Impugnazione – Successiva delibera sostitutiva – Accertamento di conformità – Natura incidentale

Delibera di modifica del quorum – Impugnazione – Mancata sospensione – Successiva delibera sostitutiva – Approvazione con nuovo quorum – Legittimità – Sussiste

Nullità per difetto convocazione – Impugnazione delibere assembleari – Efficacia sostitutiva delibera di ratifica – Verifica conformità a legge e statuto – Accertamento incidenter tantum

In caso di impugnazione di delibera assembleare successivamente sostituita con altra delibera, il giudicante ha l’onere di estendere la propria indagine anche alla nuova deliberazione per stabilire se sia stata adottata in conformità alla legge e allo statuto.
Tale accertamento, da assegnare al giudice dell’impugnazione già instaurata ai fini di una legittima pronuncia in ordine alla cessazione della materia del contendere, è da qualificarsi come accertamento incidenter tantum, non suscettibile di passare in cosa giudicata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il giudizio di conformità della delibera successiva, affinché possa positivamente considerarsi sostitutiva, va effettuato anche con riferimento ai vizi contestati nel separato e autonomo giudizio di impugnazione della stessa, nella misura in cui tali vizi sono stati dedotti in modo sufficientemente puntuale nel procedimento di impugnazione della delibera sostituita. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il giudizio di conformità va incentrato sulle delibere intervenute successivamente che hanno determinato la sostituzione di tutte le delibere antecedenti.
La delibera sostitutiva assunta con le maggioranze stabilite dalla impugnata delibera modificativa del quorum è legittima ove la delibera di modifica del quorum non sia stata sospesa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 17 novembre 2017.




Validità delle delibere assembleari assunte in sostituzione di precedenti delibere impugnate

Società a responsabilità limitata – Delibera assembleare – Impugnazione – Successiva delibera sostitutiva – Accertamento di conformità – Natura incidentale

Delibera di modifica del quorum – Impugnazione – Mancata sospensione – Successiva delibera sostitutiva – Approvazione con nuovo quorum – Legittimità – Sussiste

Nullità per difetto convocazione – Impugnazione delibere assembleari – Efficacia sostitutiva delibera di ratifica – Verifica conformità a legge e statuto – Accertamento incidenter tantum

In caso di impugnazione di delibera assembleare successivamente sostituita con altra delibera, il giudicante ha l’onere di estendere la propria indagine anche alla nuova deliberazione per stabilire se sia stata adottata in conformità alla legge e allo statuto. Tale accertamento, da assegnare al giudice dell’impugnazione già instaurata ai fini di una legittima pronuncia in ordine alla cessazione della materia del contendere, è da qualificarsi come accertamento incidenter tantum, non suscettibile di passare in cosa giudicata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il giudizio di conformità della delibera successiva, affinché possa positivamente considerarsi sostitutiva, va effettuato anche con riferimento ai vizi contestati nel separato e autonomo giudizio di impugnazione della stessa, nella misura in cui tali vizi sono stati dedotti in modo sufficientemente puntuale nel procedimento di impugnazione della delibera sostituita. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il giudizio di conformità va incentrato sulle delibere intervenute successivamente che hanno determinato la sostituzione di tutte le delibere antecedenti. La delibera sostitutiva assunta con le maggioranze stabilite dalla impugnata delibera modificativa del quorum è legittima ove la delibera di modifica del quorum non sia stata sospesa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 17 novembre 2017.




Trasferimento della sede legale senza trasferimento della sede effettiva e diniego di cancellazione dal registro delle imprese

Rinvio pregiudiziale – Libertà di stabilimento – Trasformazione transfrontaliera di una società – Trasferimento della sede legale senza trasferimento della sede effettiva – Diniego di cancellazione dal registro delle imprese – Normativa nazionale che subordina la cancellazione dal registro delle imprese allo scioglimento della società in esito ad una procedura di liquidazione – Sfera di applicazione della libertà di stabilimento – Restrizione alla libertà di stabilimento – Tutela degli interessi dei creditori, dei soci di minoranza e dei dipendenti – Lotta contro le pratiche abusive

Gli articoli 49 e 54 TFUE devono essere interpretati nel senso che la libertà di stabilimento è applicabile al trasferimento della sede legale di una società costituita ai sensi del diritto di uno Stato membro verso il territorio di un altro Stato membro, ai fini della sua trasformazione, conformemente alle condizioni poste dalla legislazione di tale secondo Stato membro, in una società soggetta al diritto di quest’ultimo, senza spostamento della sede effettiva della citata società.

Gli articoli 49 e 54 TFUE devono essere interpretati nel senso che ostano alla normativa di uno Stato membro che subordina il trasferimento della sede legale di una società costituita ai sensi del diritto di uno Stato membro verso il territorio di un altro Stato membro, ai fini della sua trasformazione in una società soggetta al diritto di tale secondo Stato membro, conformemente alle condizioni poste dalla legislazione di quest’ultimo, alla liquidazione della prima società. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 25 ottobre 2017.




Legittimità di clausola antistallo del tipo roulette russa

Patto parasociale – Clausola c.d. roulette russa – Validità

Patto parasociale – Clausola c.d. roulette russa – Divieto di patto leonino – Validità

Patto parasociale – Divieto di patto leonino – Applicabilità

Non può ravvisarsi all’interno del diritto societario alcuna norma imperativa implicita che vieti o renda illegittima ex ante una clausola antistallo del tipo della roulette russa anche nel caso in cui la parte titolare del potere di determinare il prezzo non sia soggetta ad alcun criterio obiettivo da seguire e ciò a condizione che la clausola non porti, necessariamente, ad una determinazione iniqua. Ciò che l’ordinamento vuole non è tanto la fissazione di un valore intrinsecamente equo, ma che la clausola pattizia non consenta, a priori, di fissare un valore manifestamente iniquo. (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)

La clausola della roulette russa ha la funzione di risolvere uno stallo gestionale e non implica alcuna violazione del patto leonino. (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)

Il divieto di patto leonino si applica a tutti i tipi sociali (e, pertanto, anche alle società di capitali) ed anche ai patti parasociali che comportino l’esclusione totale e costante di uno o più soci dal rischio di impresa o dalla partecipazione agli utili. Ed infatti, è ben vero che i patti parasociali, in quanto stipulati tra le parti non uti soci ma uti singuli, non entrano nel contenuto del contratto sociale ed assumono valenza meramente obbligatoria tra coloro che li hanno sottoscritti, senza vincolare la società. Tuttavia, non può non considerarsi che l’art. 2265 c.c., nel contemplare la nullità del patto leonino, non distingue tra patto inserito nel contratto di società e patto autonomo. Inoltre il patto parasociale, pur formalmente estraneo al contratto di società, si presenta collegato ad esso poiché tendente a realizzare un risultato economico unitario; tale collegamento vale a ricondurre il patto formalmente estraneo al contratto di società all'interno dell'operazione societaria ed a sottoporlo alla relativa disciplina, con la conseguenza che anche il patto parasociale deve considerarsi nullo ove sia elusivo del divieto di cui al citato art. 2265 c.c. (Roberto Ranucci) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 19 ottobre 2017.




Inderogabilità della competenza per materia del Tribunale delle Imprese

Tribunale delle Imprese – Competenza per materia – Trasferimento partecipazioni – Contratto preliminare

Tribunale delle Imprese – Competenza per materia – Inderogabilità

Nell’ambito delle controversie concernenti il “trasferimento delle partecipazioni sociali” e attratte nell’alveo della competenza delle sezioni specializzate è da ricomprendersi ogni res litigiosa connessa al sinallagma genetico e funzionale di un contratto – preliminare o definitivo – avente ad oggetto la cessione di partecipazioni sociali o di diritti ad essa connessi. (Fabrizio Garuti) (Carlo Calandra Buonaura) (riproduzione riservata)

Il rapporto tra sezione Specializzata in materia di impresa e sezioni ordinarie dello stesso ufficio, al pari di ciò che avviene nel rapporto tra dette sezioni ed altri Tribunali, integra una questione involgente la "competenza". Trattandosi di una competenza per materia in senso tecnico, la stessa non appare derogabile per volontà delle parti (nel caso in esame non è stata ritenuta applicabile una clausola contrattuale devolutiva di ogni controversia alla cognizione del Tribunale di Modena). (Fabrizio Garuti) (Carlo Calandra Buonaura) (riproduzione riservata)
Tribunale Modena 05 ottobre 2017.




Responsabilità degli amministratori privi di delega e nesso di causalità. Responsabilità di sindaci revisori e controllo esterno delle poste attive

Società – Responsabilità degli amministratori – Amministratori privi di delega – False appostazioni in bilancio e segnali di allarme che facciano sospettare la falsità – Valutazione di diligenza ex ante – Nesso di causalità

Società – Responsabilità dei sindaci – Sindaci revisori – Vaglio delle poste attive più significative – Controllo esterno – Fattispecie

In relazione alla predisposizione del progetto di bilancio, non può ritenersi sussistente un dovere generale degli amministratori privi di delega di esaminare e verificare tutta la documentazione posta alla base delle sintetiche poste di bilancio; è tuttavia delineabile una loro responsabilità nel caso di false appostazioni in bilancio, qualora vi siano “segnali di allarme” che facciano sospettare la falsità; così ad esempio, in presenza di criticità già note, i deleganti saranno onerati di un maggior scrupolo nell’esame delle poste di bilancio e potranno andare esenti da responsabilità solo quando la falsità di un’appostazione a credito sia stata occultata con tale abilità da non lasciare adito ad alcun sospetto circa la ricorrenza di una delle situazioni previste dagli artt. 2446 e 2447 c.c.

La valutazione di diligenza esigibile dagli amministratori non delegati va fatta ex ante, dovendosi escludere che gli stessi, pur dovendo valutare con particolare cautela la posta attiva di bilancio e chiedere giustificazione dell’origine della stessa, siano anche onerati di porre in essere un capillare controllo di autenticità degli ordini, attraverso analisi comparativa degli stessi e confronto delle firme foglio per foglio, proprio di un’attività di indagine volta specificamente a smascherarle eventuali falsità documentali.

[Nel caso di specie, è stato ritenuto che, pur potendosi ravvisare la violazione del dovere degli amministratori di agire informati, non fosse ravvisabile il nesso di causalità tra tale comportamento omissivo e la prosecuzione dell’attività sociale, in quanto anche una più attenta valutazione della posta attiva in contestazione, esigibile ex ante, non avrebbe verosimilmente fatto emergere l’inesistenza del relativo credito, a causa dell’attività di falsificazione degli ordini posta in essere e non immediatamente riscontrabile.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il sindaco revisore, in presenza di una situazione di criticità aziendale, deve vagliare con particolare attenzione le poste attive più significative; il principio di revisione n. 505 - nella versione approvata dalla Commissione paritetica per la Statuizione dei Principi di Revisione del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e del Consiglio Nazionale dei Ragionieri e ratificata dai rispettivi Consigli nazionali il 08.10.2002 e il 23.10.2002 - prevede fra l’altro che il revisore deve determinare se l'uso delle conferme esterne si renda necessario per acquisire elementi probativi appropriati e sufficienti a sostegno di determinate asserzioni di bilancio.

Nel procedere a tale determinazione, il revisore deve tenere conto della significatività della asserzione ed effettuare la richiesta di conferma alla data di chiusura dell'esercizio dei crediti verso clienti e dei debiti verso fornitori qualora tali saldi complessivi siano significativi rispetto al bilancio della società revisionata e il livello accertato del rischio intrinseco del rischio di controllo sia alto.

[Nel caso di specie, si è ritenuto che sussistessero tutti i presupposti per attivare l’onere per i sindaci, che svolgevano anche compiti di revisori contabili, di attivarsi al fine di ottenere conferme esterne di una significativa posta di credito, attivazione che avrebbe portato facilmente alla emersione della falsità di ordini e quindi della voce di credito che dagli stessi scaturiva, di per sé sufficiente a mascherare la perdita integrale del patrimonio netto della società.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Genova 03 ottobre 2017.




Durata particolarmente lunga della società e diritto di recesso

Società di capitali - Società per azioni - Durata eccessiva - Durata indeterminata - Equiparabilità - Recesso - Ammissibilità

La previsione di una durata largamente superiore alle aspettative di vita di un socio è equiparabile ad una durata indeterminata per la quale è normativamente ammesso il recesso ad nutum. (Francesca Maggioni) (riproduzione riservata) Appello Bologna 28 settembre 2017.




Trasferimento mortis causa di quote sociali, principio di continuità e completezza delle trascrizioni e iscrizione dell’atto divisionale

Registro imprese - Titolarità delle quote sociali - Principio di continuità e completezza delle trascrizioni - Legittimo affidamento nei confronti dei terzi - Cessione di singole frazioni di quote ereditarie - Iscrizione dell’atto divisionale - Necessità

Sul piano formale, il principio di continuità e completezza delle trascrizioni vuole che vengano iscritti tutti i mutamenti succedutisi nel tempo nella titolarità delle quote sociali, essendo il registro destinato a creare nei confronti dei terzi un legittimo affidamento, giuridicamente tutelato, della legalità e validità delle informazioni e dei dati ivi inseriti; la funzione specifica di un pubblico registro consiste infatti nel diritto, riconosciuto ad ogni cittadino, di accedervi ricavandone informazioni che hanno piena valenza giuridica, il che significa che le stesse sono normalmente esatte e veritiere, che possono essere utilizzate in ogni contenzioso da parte dei soggetti in lite e che il giudice le deve assumere come vere.

La cessione di singole frazioni di quote ereditarie postula, pertanto, l’iscrizione non solo del trasferimento mortis causa, ma altresì dell’atto divisionale, che comporta l’assegnazione delle “frazioni” di quota a ciascuno dei condividenti e quindi delle modifiche nella titolarità e nell’esercizio delle situazioni soggettive che fanno capo ai singoli eredi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 26 settembre 2017.




Voto di lista per l’elezione dell’organo amministrativo, divieto della somma dei quozienti

Società – Società per azioni – Voto di lista – Società non quotate – Clausola statutaria relativa alla nomina degli amministratori – Interpretazione – Metodo d’Hont
 
Società – Società per azioni – Voto di lista – Società non quotate – Clausola statutaria relativa alla nomina degli amministratori – Metodo d’Hont – Divieto di somma dei quozienti

E’ una clausola che prevede l’elezione del consiglio di amministrazione secondo il metodo proporzionale c.d. d’Hont quella secondo la quale «[l]’intero consiglio di amministrazione viene nominato sulla base di liste presentate dai soci e nelle quali i candidati devono essere indicati mediante un numero progressivo (…). Ogni lista dovrà contenere un numero di candidati non superiore al numero di consiglieri previsto» nello statuto. «Avranno diritto a presentare le liste soltanto i soci che – da soli o insieme ad altri soci- rappresentino almeno il 10% delle azioni aventi il diritto di voto nell’assemblea ordinaria. (…) Ogni avente diritto al voto potrà votare una sola lista. All’elezione dei membri del consiglio di amministrazione si procederà come segue: a) il numero complessivo dei voti ottenuti da ciascuna lista sarà diviso per ciascun numero progressivo assegnato ai candidati indicati nella lista stessa; b) i quozienti così ottenuti saranno assegnati progressivamente ai candidati delle rispettive liste, nell’ordine in esse previsto, e sarà stilata un’unica graduatoria decrescente; c) risulteranno eletti coloro che avranno ottenuto i quozienti più elevati». (Rolandino Guidotti) (Barbara Verri) (riproduzione riservata)

In presenza di detta clausola statutaria ai fini della redazione delle graduatoria finale rivolta a determinare gli eletti –e quindi gli  amministratori che risultano vincitori– non possono essere sommati i quozienti che il medesimo amministratore, indicato in più liste, ha ottenuto in liste diverse perché se così si facesse non solo si elimina il principio delle liste concorrenti ma, andando contro il principio di democrazia interna, si falserebbe la stessa volontà di chi quelle liste ha presentato, in quanto il quoziente realizzato da ogni candidato all’interno di liste diverse dipende proprio dalla posizione di questi nella lista presentata. La sommatoria dei quozienti comporta quindi una violazione del significato del sistema a liste contrapposte e non risulta maggiormente democratico ma al contrario modifica la volontà espressa dai soci presentatori di ogni singola lista, perché permette di falsare il significato della posizione attribuita ad ogni candidato nella lista; è necessario quindi lasciar distinti i diversi quozienti risultanti dai voti di ciascuna lista che non possono essere mai sommati. (Rolandino Guidotti) (Barbara Verri) (riproduzione riservata)
Tribunale Genova 12 settembre 2017.




Diniego del gradimento al trasferimento della partecipazione di maggioranza e diritto di recesso del socio

Società a responsabilità limitata – Trasferimento della partecipazione di maggioranza – Clausola di gradimento – Diritto di recesso – Limiti

Nel caso in cui lo statuto di società a responsabilità limitata subordini al gradimento degli altri soci il trasferimento della partecipazione di maggioranza, il diritto di recesso dei detentori della stessa può essere esercitato solo nell’ipotesi in cui il gradimento venga in concreto negato e non per il solo fatto della vigenza della clausola statutaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Firenze 12 settembre 2017.




Nomina del liquidatore e convocazione giudiziale dell’assemblea

Società di capitali – Nomina del liquidatore – Assemblea – Esito infruttuoso – Nomina giudiziale – Convocazione dell’assemblea – Non necessità

Il tribunale, ai sensi dell’art. 2487, comma 2, c.c., può provvedere alla nomina dei liquidatori della società senza necessità di convocare l’assemblea qualora la stessa sia stata in precedenza tenuta e non sia stata in grado di deliberare sul punto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Treviso 31 luglio 2017.




Conflitto di interessi  tra gli amministratori e la società - Nomina di  curatore speciale

Procedimento ex art. 2409 c.c. - Conflitto di interessi tra gli amministratori e la società - Nomina di  curatore speciale ex art. 78 c.p.c.

Nel procedimento ex art. 2409 c.c. c’è conflitto di interessi tra gli amministratori (cui sono addebitate le gravi irregolarità denunciate dal socio) e la società per la quale va quindi nominato un curatore speciale ex art. 78 c.p.c.; la società è infatti il soggetto potenzialmente danneggiato dalle irregolarità compiute dagli amministratori stessi. (Rolandino Guidotti) (riproduzione riservata) Appello Bologna 28 luglio 2017.




Atti conservativi a tutela del creditore particolare del socio

Sequestro conservativo – Creditore particolare del socio di società semplice – Sequestro della società – Esclusione

Poiché l’art. 2905 c.c. prevede la possibilità di sottoporre a sequestro i beni del proprio debitore, ma non quelli di terzi, il creditore particolare del socio di società semplice, finché dura la società, può, ai sensi dell’art. 2270 c.c., far valere i suoi diritti sugli utili spettanti al debitore e compiere atti conservativi sulla quota spettante a quest'ultimo nella liquidazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Treviso 21 luglio 2017.




Trasformazione di società di capitali in trust liquidatorio

Società di capitali – Trasformazione eterogenea – Tipicità delle ipotesi – Trasformazione di società di capitali in liquidazione in trust liquidatorio – Esclusione

Società di capitali – Trasformazione eterogenea – Trasformazione di società di capitali in liquidazione in trust liquidatorio – Cancellazione dell’iscrizione dell’atto di trasformazione – Preclusione ex art. 2500 bis c.c. – Esclusione

Le ipotesi di trasformazione eterogenea previste e disciplinate dal legislatore costituiscono un numero chiuso, per cui non è predicabile la trasformazione di una società di capitali in liquidazione in trust liquidatorio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Non essendo l’operazione di trasformazione da ente societario in liquidazione in trust liquidatorio riconoscibile per l’ordinamento, la cancellazione dell’iscrizione dell’atto di trasformazione non può dirsi preclusa dalla disposizione di cui all’art. 2500 bis c.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 20 luglio 2017.




Rapporto tra amministratore e società e l'eccezione di inadempimento dopo Cass. SSUU 1545/2017

Società per azioni – Rapporto con l’amministratore – Natura societaria – Eccezione di inadempimento

Nell’ambito del rapporto tra amministratore e società, l'eccezione di inadempimento mantiene un suo spazio di applicazione anche dopo la sentenza della Corte di cassazione, sez. un. civ.  n. 1545/2017 la quale ha escluso che il rapporto tra amministratore e società abbia natura parasubordinata; l’applicazione alla fattispecie della eccezione in questione ha, infatti, lo scopo di rafforzare l'adempimento delle obbligazioni in un contesto di corrispettività. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Milano 18 luglio 2017.




Sulla legittimazione del curatore all’azione extracontrattuale per abusiva concessione di credito bancario

Fallimento – Organi – Curatore – Azione extracontrattuale per abusiva concessione di credito bancario – Legittimazione attiva del curatore – Azione di massa – Esclusione

Fallimento – Organi – Curatore – Azione contrattuale per violazione degli obblighi di buona fede e di protezione del sovvenzionato – Legittimazione attiva del curatore – Esclusione

Fallimento – Organi – Curatore – Azione di responsabilità ex artt. 146 l.f. e 2393 c.c. – Ricorso abusivo al credito – Banca concorrente con gli amministratori della società fallita – Legittimazione attiva del curatore – Sussistenza

Il curatore fallimentare non è legittimato a proporre, nei confronti del finanziatore responsabile (in particolare la banca), l'azione da illecito aquiliano per il risarcimento dei danni causati ai creditori dall'abusiva concessione di credito diretta a mantenere artificiosamente in vita un'impresa decotta, suscitando così nel mercato la falsa impressione che si tratti d'impresa economicamente valida, perchè nel sistema della legge fallimentare la legittimazione del curatore ad agire in rappresentanza dei creditori è limitata alle azioni di massa finalizzate, cioè, alla ricostituzione del patrimonio del debitore nella sua funzione di garanzia generica e aventi carattere indistinto quanto ai possibili beneficiari del loro esito positivo, al cui novero non appartiene l'azione risarcitoria in questione, la quale, analogamente a quella prevista dall’art. 2395 c.c., costituisce strumento di reintegrazione del patrimonio del singolo creditore. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)

L’affermata carenza di legittimazione attiva in capo al curatore in ordine alla responsabilità risarcitoria degli istituti di credito per abusiva concessione del credito comporta, stante l’eadem ratio, identica decisione anche in relazione all’ulteriore profilo di responsabilità, di natura contrattuale, per violazione dei doveri di buona fede e di quelli di protezione del sovvenzionato, atteso che la relativa azione si fonda pur sempre su circostanze di fatto e ragioni di diritto afferenti il rapporto di finanziamento inter partes dal cui inadempimento o inesatto adempimento, per le ragioni in precedenza esposte, può semmai derivare pregiudizio ai creditori uti singuli, la cui valutazione va condotta analiticamente, diversificando caso per caso. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)

Va invece riconosciuta al curatore fallimentare la legittimazione ad agire, a norma dell’art. 146 L.F., in correlazione con l’art. 2393 c.c., nei confronti della banca, quale terzo responsabile solidale del danno cagionato alla società fallita per effetto dell'abusivo ricorso al credito da parte dell'amministratore della predetta società, senza che possa assumere rilievo il mancato esercizio dell'azione contro l'amministratore infedele. In questa prospettiva, la responsabilità (concorrente) della banca deve peraltro basarsi sul medesimo titolo di responsabilità dell’amministratore (ancorchè quest’ultimo non sia stato evocato nel medesimo giudizio), sicchè essa, per il tramite dei suoi funzionari, concorre nell’abusivo ricorso al credito da parte dell’amministratore ed il titolo di responsabilità dedotto deve essere, per ciò, quello della mala gestio di quest’ultimo. Il curatore, quindi, anche in questo particolare caso, deve, in concreto, strutturare, in fatto e in diritto, l’azione risarcitoria come se stesse esperendo l’azione di responsabilità verso gli amministratori a norma degli artt. 146 L.F. e 2393 c.c., e non già quella, contrattuale e/o extracontrattuale, verso la banca per la condotta illecita di quest’ultima. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)
Tribunale Bologna 13 luglio 2017.




L’ente-ponte non risponde per i rapporti bancari estinti prima della sua costituzione

Contratti bancari – Risoluzione della banca per dissesto – Cessione dell’azienda bancaria a ente-ponte – Legittimazione passiva dell’ente-ponte – In relazione a contratti non ceduti – Esclusione

Ove il rapporto contrattuale su cui sono state regolate le operazioni oggetto della domanda sia stato estinto in data anteriore alla cessione dell’azienda bancaria in dissesto all’ente-ponte costituito ex art.40 Dir. 2014/59/UE e art.42 D.Lgs. 180/2015, difetta la legittimazione passiva dell’ente-ponte in relazione alla domanda di condanna proposta dall’ex cliente.
Lo strumento dell’ente-ponte ha la finalità specifica di mantenere la continuità delle funzioni essenziali che in precedenza svolgeva l’ente sottoposto a risoluzione: per questo le autorità di risoluzione hanno il potere di cedere a un ente-ponte tutte le attività, i diritti o le passività, o una parte di essi, senza ottemperare agli obblighi procedurali del diritto societario o della legislazione sui valori mobiliari, realizzando il distacco di quelle parti del patrimonio destinate a trovare continuità nel mercato rispetto a quelle parti che hanno subito la riduzione o che comunque non sono più suscettibili di ulteriore continuità, in deroga alle regole ordinarie della responsabilità patrimoniale.
Laddove i creditori abbiano a subire perdite maggiori di quelle che essi avrebbero sopportato in caso di liquidazione coatta amministrativa, hanno diritto di ricevere un indennizzo che tuttavia non ricade sull’ente-ponte cessionario, bensì sul Fondo di Risoluzione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Bologna 12 luglio 2017.




Le domande giudiziali non possono essere iscritte nel registro delle imprese

Registro delle imprese – Iscrivibilità delle domande giudiziali – Esclusione

Per le domande giudiziali, vige la regola generale della non iscrivibilità nel registro delle imprese.
Il principio di tipicità degli atti soggetti ad iscrizione del registro delle imprese si ricava dagli artt.2188 c.c., 7, comma 2, e 11, comma 6, lett. C), DPR 581/1995. L’art.8, comma 6, L.580/1993 in alcun modo consente di ritenere che il detto sistema di pubblicità possa considerarsi atipico.
In applicazione del disposto di cui all’art.14 disp. prel. c.c., l’interprete non può applicare analogicamente le norme che stabiliscono ipotesi tipiche di iscrizione degli atti per affermare l’iscrivibilità di atti non considerati dal legislatore.
L’analogia è uno strumento per l’interpretazione del sistema, ma non può trovare applicazione allorquando è lo stesso sistema a definirsi completo, stabilendo le singole ed esclusive ipotesi in cui un atto risulta suscettibile di iscrizione.
Secondo il sistema legislativo vigente, il sistema di informazione proprio del registro delle imprese è completo non perché essenzialmente tale, ma nella misura in cui tutti e solo gli atti per cui la legge prevede l’iscrizione risultino effettivamente iscritti. Il principio di completezza rappresenta la ratio legis a cui si uniforma la disciplina degli atti suscettibili di iscrizione nel registro delle imprese, ma nulla dice in ordine a quali condizioni le informazioni contenute nel registro delle imprese dovrebbero ritenersi in astratto complete. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 06 luglio 2017.




Clausola compromissoria nel contratto individuale tra liquidatore e società

Società - Rapporto con il liquidatore - Parasubordinazione - Clausola compromissoria - Divieto di cui all'art. 806, co. 2, c.p.c. - Applicazione - Esclusione

Il rapporto tra liquidatore e società non può essere definito di parasubordinazione, come chiarito dalle Sezioni Unite per l’analoga figura dell’amministratore, per cui è valida la clausola compromissoria inserita nel contratto individuale tra liquidatore e società,  non operando nella fattispecie il divieto di cui all’art .806, comma 2 c.p.c.. (Gastone Pea) (riproduzione riservata) Tribunale Venezia 27 giugno 2017.




Denunzia ex art. 2409 c.c.: sindacato sugli atti gestori e rapporto con le impugnazioni delle delibere dell’assemblea e del C.d.A.

Denunzia al Tribunale ex art. 2409 c.c. per sospetto di gravi irregolarità nella gestione di una società – Sindacato giudiziale sugli atti gestori – Controllo sulla legalità e sulla regolarità della gestione – Ammissibilità – Controllo sul merito delle decisioni gestorie in termini di convenienza ed opportunità – Esclusione

Denunzia al Tribunale ex art. 2409 c.c. per sospetto di gravi irregolarità nella gestione di una società – Rapporto dell’istituto con le impugnative delle delibere dell’Assemblea dei Soci e del Consiglio di Amministrazione – Non sovrapponibilità o alternatività

Il controllo dell’Autorità Giudiziaria ex art. 2409 c.c. è di legalità e regolarità della gestione e non si estende al merito (convenienza e opportunità) delle decisioni degli amministratori. (Giorgio Barbieri) (Gaetano Anzani) (riproduzione riservata)

Lo strumento del ricorso ex art. 2409 c.c. non costituisce una tutela sovrapponibile o alternativa a quella che può essere ottenuta con l’impugnazione delle delibere dell’assemblea dei soci (ex art 2377 c.c.) e del consiglio di amministrazione (ex art. 2388, quarto comma, c.c.). (Giorgio Barbieri) (Gaetano Anzani) (riproduzione riservata)
Tribunale Bologna 20 giugno 2017.




Chi ha agito in nome e per conto di una associazione non riconosciuta è liberato se il creditore non si oppone alla trasformazione in S.r.l.

Associazione non riconosciuta – Trasformazione in srl – Ammissibilità

Responsabilità solidale di chi ha agito in nome e per conto dell’associazione non riconosciuta – Mancata opposizione dei creditori alla trasformazione di una associazione non riconosciuta in S.r.l. – Estinzione – Ammissibilità

È ammissibile la trasformazione eterogenea di una associazione non riconosciuta in una società a responsabilità limitata. (Bernardino Izzi) (riproduzione riservata)

La responsabilità solidale di chi ha agito in nome e per conto dell’associazione non riconosciuta viene meno in caso di mancata opposizione dei creditori alla trasformazione della associazione non riconosciuta in società a responsabilità limitata. (Bernardino Izzi) (riproduzione riservata)
Tribunale Bologna 16 giugno 2017.




Finanziamento soci: l’approvazione dell’assemblea non basta per obbligare il socio al versamento

Società – Richiesta di finanziamento – Delibera assembleare di approvazione della richiesta – Elemento costitutivo del diritto di credito della società – Esclusione – Necessità di adesione da parte del socio – Sussiste

La delibera assembleare di approvazione della proposta concernente la richiesta ai soci di finanziamento richiede un’ulteriore manifestazione di volontà negoziale da parte di ciascun socio uti singulus quanto all’assunzione dell’impegno di finanziamento, secondo lo schema usuale in materia di approvazione dell’aumento di capitale sociale; cosicché la delibera non è di per sé idonea a fondare alcun credito della società verso il socio, essendo la società onerata della dimostrazione della successiva adesione del socio alla richiesta di finanziamento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 15 giugno 2017.




Azione di responsabilità, bilancio non veritiero, onere della prova e nesso di causalità

Società – Azione di responsabilità – Bilancio non veritiero – Onere della prova – Nesso di causalità – Situazione patrimoniale effettiva conoscibile aliunde

Se è vero che il bilancio non veritiero può essere fonte di responsabilità sia verso i soci sia verso i terzi in buona fede, tratti in inganno dai dati e dalle risultanze di esso, ove raffiguranti una falsa immagine della situazione economico e patrimoniale della società, tuttavia, chi si duole della falsità di tali dati e risultanze è tenuto ad allegare, e poi a dimostrare, anche l'idoneità dei medesimi a trarre in inganno la sua fiducia: onde è tenuto a fornire la dimostrazione del nesso causale fra l'illecito amministrativo-contabile degli amministratori ed il danno patito in modo diretto ed in conseguenza dell'illecito commesso.

Così, in ipotesi di bilancio contenente indicazioni inveritiere, che si assumano avere causato l'affidamento del terzo circa la solidità economico-finanziaria della società e la decisione del medesimo di porre in essere una determinata attività negoziale, il terzo che agisca per il risarcimento del danno avverso l'amministratore che abbia concorso alla formazione del bilancio asseritamente falso è onerato di provare non soltanto tale falsità, ma anche, mediante qualsiasi mezzo di prova, il nesso causale tra il dato falso e la propria determinazione di concludere il contratto da cui sia derivato un danno.

Peraltro, per affermare la responsabilità degli amministratori e dei sindaci, è pur sempre necessario che il socio o il terzo non fossero in grado, utilizzando la ordinaria diligenza, di conoscere le effettive condizioni patrimoniali ed economiche della società al momento della sottoscrizione dell'aumento di capitale o dell'acquisto delle azioni. Deve, infatti, ritenersi che, pur in presenza di bilanci che non rappresentino correttamente la effettiva situazione patrimoniale della società, sia esclusa una responsabilità risarcitoria degli amministratori ove la situazione patrimoniale effettiva fosse facilmente conoscibile aliunde; in tale caso, infatti, viene meno il necessario nesso di causalità tra la condotta colposa degli amministratori e il pregiudizio patito dal socio o dal terzo.

Questi, dunque, non avranno accesso alla tutela risarcitoria qualora siano addivenuti alla conclusione del negozio di sottoscrizione o di acquisto delle azioni senza usare la diligenza minima necessaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 16 maggio 2017.




Cancellazione della cancellazione: l’attività del difensore non prova la prosecuzione dell’attività

Registro Imprese – Cancellazione di cancellazione di società di capitali – Presupposti – Prova effettiva della prosecuzione dell’attività gestoria – Conferimento di mandato ad un avvocato in epoca successiva alla cancellazione – Irrilevanza – Compimento di atti riconducibili all’oggetto sociale – Necessità

Può essere disposta la cancellazione dell’iscrizione della cancellazione dal Registro delle Imprese di una società di capitali qualora l’iscrizione relativa alla cancellazione della società sia avvenuta in difetto delle condizioni di legge, non risultando di fatto cessata l’attività d’impresa. A tale scopo, rileva il compimento di atti, successivi alla cancellazione, riconducibili all’attuazione dell’oggetto sociale, essendo peraltro irrilevante il mero conferimento di un mandato ad litem, di per sé neutro, che perciò, esso solo, non può in nessun caso costituire prova della prosecuzione dell’attività d’impresa. Invero, l’attività processuale svolta nel corso del giudizio dal difensore della società, anche dopo la cancellazione, rientra nell’attività svolta dal difensore quale dominus litis e, comunque (tenuto conto del contenuto tecnico-processuale dell’attività), non è indice univoco di prosecuzione dell’attività di impresa da parte di società cancellata. (Giuseppe Limitone) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza 10 maggio 2017.




Clausola di prelazione e change of control

Società – Clausola di prelazione – Presupposti – Applicazione al mutamento di controllo – Esclusione

Non appare predicabile l’equiparazione della fattispecie del trasferimento della partecipazione sociale al fenomeno, del tutto differente, del mutamento del controllo di un socio, con la conseguenza che a quest’ultima ipotesi non è applicabile la clausola di prelazione.

E, infatti, sotto il profilo oggettivo, nelle ipotesi di change of control del socio viene a mancare lo stesso presupposto per l’operatività della clausola di prelazione, costituito dal trasferimento della partecipazione sociale e che trova pur sempre il proprio fondamento in un atto che comporti il mutamento della titolarità formale di quelle azioni e non già di azioni di altre società; nel caso di mutamento del controllo di un socio, al contrario, manca proprio il trasferimento delle azioni, rimanendo immutato il soggetto cui è attribuito il diritto di proprietà sulle medesime. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 09 maggio 2017.




Responsabilità del sindaco che assume la carica e non segnala alla società la necessità di ottenere l'autorizzazione dell'ente di appartenenza

Società - Organi sociali - Responsabilità del sindaco - Omessa segnalazione della necessità di autorizzazione da parte dell'ente - Negligenza - Violazione del canone di buona fede

Deve ritenersi responsabile nei confronti della società, costretta al pagamento di sanzione pecuniaria, il sindaco che nel corso della prima riunione del collegio sindacale dichiari l'assenza di cause di ineleggibilità e di decadenza previste dal codice civile, da leggi speciali, o dallo statuto e nel prendere atto della insussistenza di alcun impedimento ometta di segnalare la necessità di autorizzazione dell'Agenzia delle dogane per il suo incarico, così esponendo la società alla irrogazione della sanzione pecuniaria da parte della guardia di finanza.

Detto comportamento integra, infatti, violazione del generale dovere di diligenza professionale dei sindaci di cui all'art. 2407 c.c. nonchè del canone di buona fede, il quale impone nello sviluppo di ogni rapporto -e a maggior ragione nel rapporto organico tra la società e i suoi sindaci, deputati a una generale verifica di legalità e di correttezza gestoria- oneri di salvaguardia della sfera altrui e di collaborazione alla realizzazione dell'equilibrio di interessi negoziali. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 04 maggio 2017.




Applicabilità alle SGR delle norme sulla direzione e coordinamento di società

Direzione e coordinamento di società – Responsabilità – SGR – Applicabilità

La disciplina di cui all'art. 2497 c.c. è applicabile anche alle SGR, le quali rispondono dell’attività di direzione e coordinamento anche nel caso in cui le partecipazioni attraverso le quali viene esercitato il controllo appartengano ad un fondo di investimento da loro gestito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 04 maggio 2017.




L’impugnazione della delibera assembleare diventa improcedibile se si perde la qualità di socio

Società di capitali – Deliberazione assembleare – Impugnazione – Legittimazione attiva – In caso di perdita della qualità di socio – Esclusione – Necessità di interesse ad agire – Affermazione

La perdita della qualità di socio in corso di causa comporta l’improcedibilità dell’azione di nullità della deliberazione assembleare per il venir meno di una condizione della stessa, e in particolare della legittimazione ad agire, che deve sussistere non solo all’atto della proposizione della domanda giudiziale, ma anche al momento della pronuncia.
Per le decisioni aventi oggetto illecito o impossibile, legittimati all’impugnazione sono non solo i soci, ma anche i terzi, a condizione che alleghino uno specifico interesse all’impugnazione. [Nella fattispecie, il Tribunale ha dichiarato improcedibile l’impugnazione della delibera di approvazione del bilancio proposta da socio che nelle more del giudizio aveva perduto la qualità di socio per non avere sottoscritto l’aumento di capitale conseguente al suo azzeramento, non avendo egli allegato alcun interesse ad ottenere la declaratoria di nullità della deliberazione.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 10 aprile 2017.




Conflitto di interessi tra amministratore e società: rilascio di fideiussione e possibilità di influire sul contenuto negoziale dell'atto

Società a responsabilità limitata - Conflitto di interessi - Contratti conclusi dagli amministratori - Interpretazione del termine «contratti» - Contratti a prestazione unilaterale - Fideiussione

Società a responsabilità limitata - Conflitto di interessi - Contratti conclusi dagli amministratori - Amministratore portatore di un interesse in conflitto con la società - Possibilità di influire sul contenuto negoziale dell'atto

Nel termine «contratti» utilizzato dalla norma di cui all'art. 2475-ter c.c. (la quale introduce, per le società a responsabilità limitata, una disposizione rispondente al principio generale sancito dall'art. 1394 c.c. in materia contrattuale disponendo che i contratti conclusi dagli amministratori che hanno la rappresentanza della società in conflitto di interessi, per conto proprio o di terzi, con la medesima possono essere annullati su domanda della società, se il conflitto era conosciuto o riconoscibile dal terzo) devono ritenersi ricompresi tanto i contratti sinallagmatici quanto i contratti a prestazione unilaterale, ai quali è riconducibile il contratto di fideiussione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L'art. 2575-ter c.c. presuppone che l'amministratore, portatore di un interesse in conflitto con la società, abbia la possibilità di influire sul contenuto negoziale dell'atto, così che, al contrario, ove egli si sia limitato a recepire all'interno del contenuto negoziale la volontà dei soci cristallizzatasi in una decisione della società, verrebbe meno la ratio che giustifica l'applicazione della norma, soluzione, questa, che appare  d'altra parte coerente con la norma di ordine generale di cui all'art. 1395 c.c., che esclude l'annullabilità del contratto con sé stesso se il contenuto del contratto è stato predeterminato dal rappresentato.

In questo senso è anche la giurisprudenza concorde di legittimità secondo cui, quanto al profilo dei rapporti esterni, se la società agisce a mezzo dei suoi amministratori, l'integrazione del potere statutario di rappresentanza - delimitato dall'oggetto sociale - può pervenire dall'assemblea dei soci; sebbene, infatti, questa non si identifichi con la società, tuttavia resta titolare del potere di assumere le decisioni concernenti la vita sociale, eventualmente sottoposte ad essa dagli amministratori, perché l'assemblea è l'organo capace di esprimere le scelte dell'impresa sociale, onde la sua determinazione non può restare irrilevante ai fini del valore verso i terzi dell'atto poi compiuto dagli amministratori che quel volere eseguano. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 03 aprile 2017.




Abuso o eccesso di potere quale causa di annullamento e invalidità delle deliberazioni assembleari

Società – Deliberazioni dell’assemblea – Abuso o eccesso di potere – Principi di correttezza, buona fede contrattuale e di collaborazione – Perseguimento di un interesse personale antitetico a quello sociale – Intenzionale attività fraudolenta dei soci di maggioranza diretta a provocare la lesione dei diritti di partecipazione e degli altri diritti patrimoniali dei soci di minoranza

Nel nostro ordinamento societario non esiste una norma che identifichi espressamente una fattispecie di abuso nelle deliberazioni assembleari; tale fattispecie è tuttavia configurabile riferendola alla "regola" di maggioranza, per indicare un uso di tale regola non conforme a quei limiti alla sua applicazione che siano desumibili o da un principio implicito dell'ordinamento oppure da un enunciato normativo espresso ovvero ancora da una clausola generale.

La figura dell'abuso di potere rappresenta, quindi, un limite al principio maggioritario vigente nel diritto societario, corrispondente al principio generale dell'ordinamento giuridico secondo il quale è vietato abusare dei propri diritti e, quindi, fare di essi un esercizio emulativo.

I principi di correttezza, di buona fede contrattuale e di collaborazione, che devono informare l'opera dei soci nell'organizzazione della società, sono il fondamento per riconoscere la figura dell'abuso di potere quale elemento invalidante le deliberazioni assembleari finalizzate esclusivamente a favorire la maggioranza a danno della minoranza, con la precisazione che il canone della buona fede in senso oggettivo non impone ai soggetti un comportamento a contenuto prestabilito, ma rileva soltanto come limite esterno all'esercizio di una pretesa, essendo finalizzato al contemperamento degli opposti interessi i quali, nel dinamismo proprio dell'ordinamento societario, sono destinati a trovare adeguata composizione nell'ambito del procedimento deliberativo. La regola di maggioranza prescrive, dunque, al socio non di esercitare il diritto di voto in funzione di un predeterminato interesse, ma di esercitarlo liberamente e legittimamente per il perseguimento del proprio interesse fino al limite dell'altrui potenziale danno.

Sulla base di tali principi, è da rilevare che l'abuso o eccesso di potere è causa di annullamento o invalidità delle deliberazioni assembleari allorquando la delibera non trovi alcuna giustificazione nell'interesse della società e costituisca una deviazione dell'atto dallo scopo economico-pratico del contratto di società, per essere il voto ispirato al perseguimento da parte dei soci di maggioranza di un interesse personale antitetico rispetto a quello sociale ovvero quando costituisca il portato di una intenzionale attività fraudolenta dei soci di maggioranza diretta a provocare la lesione dei diritti di partecipazione e degli altri diritti patrimoniali spettanti ai soci di minoranza uti singuli. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 31 marzo 2017.




Verbale assembleare che non consenta di conoscere i nominativi dei presenti ed il voto da ciascuno espresso

Società di capitali – Delibera assembleare – Verbale – Foglio presenze – Impossibilità di conoscere i nominativi dei presenti ed il voto da ciascuno espresso – Annullamento

Deve essere annullata la delibera assembleare che non consenta di conoscere i nominativi dei presenti ed il voto da ciascuno espresso, con la precisazione che il foglio presenze che abbia un contenuto idoneo ad integrare i dati mancanti deve far parte integrante del verbale mediante espresso richiamo e materiale inserimento nello stesso. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 31 marzo 2017.




Impugnazione delle delibere assembleari per abuso di potere

Società di capitali – Impugnazione delle delibere assembleari – Abuso di potere – Nozione

Nel nostro ordinamento societario non esiste una norma che identifichi espressamente una fattispecie di abuso nelle deliberazioni assembleari. La figura del’abuso di potere rappresenta un limite al principio maggioritario vigente nel diritto societario, corrispondente al principio generale dell’ordinamento giuridico secondo il quale è vietato abusare dei propri diritti e quindi fare di essi un esercizio emulativo.
Il riconoscimento della figura dell’abuso di potere trova il suo fondamento nel riconoscimento della società come contratto. I soci devono eseguire il contratto secondo il principio di buona fede e correttezza nei loro rapporti reciproci, ai sensi degli artt.1175 e 1375 c.c..
L’abuso o eccesso di potere è causa di annullamento/invalidità delle deliberazioni assembleari allorquando la delibera non trovi alcuna giustificazione nell’interesse della società e costituisca una deviazione dell’atto dallo scopo economico-pratico del contratto di società, per essere il voto ispirato al perseguimento da parte dei soci di maggioranza di un interesse personale antitetico rispetto a quello sociale ovvero quando costituisca il portato di una intenzionale attività fraudolenta dei soci di maggioranza diretta a provocare la lesione dei diritti di partecipazione e degli altri diritti patrimoniali spettanti ai soci di minoranza uti singuli. I due requisiti testé evidenziati non sono richiesti congiuntamente, ma in alternativa.
È comunque necessaria la dimostrazione di un esercizio “fraudolento” ovvero “ingiustificato” del potere di voto, dovendo l’abuso concretarsi nella intenzionalità specificamente dannosa del voto, ovvero nella compressione degli altrui diritti in assenza di apprezzabile interesse del votante. La prova è onere della parte che assume l’illegittimità della deliberazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 31 marzo 2017.




Sospensione feriale del termine di impugnazione delle delibere assembleari

Società di capitali – Impugnazione delle delibere assembleari – Termine di decadenza – Soggetto a sospensione feriale – Affermazione

Il termine di novanta giorni previsto per l’impugnazione delle deliberazioni di assemblea di società di capitali assume natura, oltre che sostanziale, anche processuale, con la conseguenza che esso resta soggetto alla sospensione durante il periodo feriale. La prescrizione è interrotta dalla consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario per la notifica. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 31 marzo 2017.




Amministrazione assegnata a società di capitali e nomina di gestore dell’attività dell’amministratore

Società di capitali - Amministrazione assegnata a società di capitali - Liceità clausola statutaria - Nomina di gestore dell’attività dell’amministratore - Responsabilità per fatti illeciti - Solidarietà tra il gestore e l’amministratore società di capitali

Deve ritenersi lecita la clausola statutaria che conferisce a una società di capitali la nomina di amministratore di s.r.l.

In tal caso, degli atti gestori pregiudizievoli risponde, oltre alla persona giuridica, in via solidale anche la persona fisica concretamente deputata al compimento degli atti gestori e concretamente autrice dei medesimi. La persona fisica è infatti direttamente soggetta alla disciplina di cui all’art. 2476 c.c.

Tale soluzione è confermata dalla vigenza di norme di derivazione europea come l’art. 5 del d. lgs. 240 del 1991 (di attuazione del regolamento comunitario sul Gruppo Europeo di interesse economico), espressione di un principio di imputazione intrinsecamente connesso alla nomina quale amministratore di una società, secondo cui la persona giuridica amministratrice esercita le relative funzioni attraverso un rappresentante da esso designato la cui nomina deve essere pubblicizzata insieme a quella del legale rappresentante e il quale “assume gli stessi obblighi e le stesse responsabilità civili e penali previsti a carico degli amministratori persone fisiche, ferma restando la responsabilità solidale della persona giuridica amministratore”.

Inoltre, la persona fisica concretamente deputata all’amministrazione, una volta che abbia concretamente esercitato funzioni gestorie entrando (in occasione e nell’esercizio di esse) a diretto contatto con la società amministrata e con i terzi, assume nei confronti della prima, unitamente all’amministratore, una posizione di garanzia che ingenera a suo carico una responsabilità contrattuale  essendo anche tale soggetto, in virtù del sottostante negozio di preposizione (qualificabile come mandato) stipulato con la persona giuridica amministratrice a favore di quella amministrata, a gestire con diligenza professionale quest’ultima. (Gianfranco Benvenuto) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano 27 marzo 2017.




Domanda di caducazione di un negozio di trasferimento di quote di s.r.l. e periculum in mora per l'ottenimento di un sequestro giudiziario

Negozio traslativo di quote di s.r.l. - Domanda di caducazione - Non trascrivibilità nel Registro Imprese - Richiesta di sequestro giudiziario - Periculum connesso al rischio di cessione a terzi in carenza di un sistema di pubblicità in pubblici registri per le domande aventi ad oggeto i trasferimenti di quote sociali - Negazione

Le circostanze che rendano "opportuno" provvedere alla custodia o alla gestione della cosa la cui proprietà sia controversa, richiesta quale requisito di periculum in mora dall'art. 670, n. 1, c.p.c., debbono sussistere in concreto ed emergere sulla base di specifici elementi fattuali. Non è pertanto sufficiente il mero pericolo di alienazione a terzi insito nel semplice fatto che per le domande aventi ad oggetto i trasferimenti di quote sociali non esiste un sistema di pubblicità nei pubblici registri, posto che altrimenti si verrebbe ad adombrare un periculum in mora in re ipsa di contro all'esigenza che l’opportunità della custodia debba poter esser desunta da specifici elementi, anche presuntivi, attinenti la fattispecie concreta sub iudice. (Marco De Cristofaro) (riproduzione riservata) Tribunale Venezia 11 marzo 2017.




Recesso del socio di società di persone e legittimazione a richiederne l’iscrizione nel registro delle imprese in via suppletiva

Socio che abbia comunicato il proprio recesso agli altri soci - Sua legittimazione a richiedere l’iscrizione del recesso ai sensi dell’art. 2190 c.c. - Sussistenza

Anche il socio receduto è legittimato a richiedere l’iscrizione del proprio recesso nel registro delle imprese in via suppletiva rispetto agli amministratori, una volta che abbia comunicato, con le modalità previste dalla legge, il proprio recesso agli altri soci. Anche in tale ipotesi infatti è utilizzabile la procedura dell’iscrizione di ufficio di cui all’art. 2190 c.c. atteso che la comunicazione di recesso del socio è immediatamente efficace (cfr. sul punto Cass. Civ., sez. I, 10/06/1999, n. 5732) nel momento in cui giunge a conoscenza, anche solo legale, degli altri soci, senza necessità di una verifica giudiziale sulla effettiva sussistenza della giusta causa di recesso. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 09 marzo 2017.




Responsabilità da attività di direzione e coordinamento e azione del socio di stimolo all’azione verso la controllante

Responsabilità da attività di direzione e coordinamento – Azione del socio – Ratio – Onere di richiesta di soddisfazione in capo al socio e al creditore – Modalità di esercizio

Fallimento – Società a responsabilità limitata – Applicabilità dell'art. 146 l.f.

Il terzo comma dell’art. 2497 c.c., ove stabilisce che “Il socio ed il creditore sociale possono agire contro la società o l’ente che esercita l’attività di direzione e coordinamento, solo se non sono stati soddisfatti dalla società soggetta alla attività di direzione e coordinamento” si giustifica con la necessità di assicurare alla società controllata un margine di iniziativa, rendendo lecita una facoltà il cui esercizio sarebbe altrimenti foriero di responsabilità per gli amministratori della società controllata.

Deve pertanto essere condiviso l’orientamento espresso da quella giurisprudenza di merito secondo cui la suddetta norma si interpreta in senso debole, ovvero semplicemente in senso letterale: essa pone soltanto un onere di richiesta di soddisfazione in capo al socio (e al creditore), che ben può essere assolto anche citando in giudizio la società controllata in chiave di denuntiatio litis, volta a stimolarla all’azione verso la controllante, verso gli amministratori di quella e verso i propri amministratori. La mancata soddisfazione consente loro di agire verso la holding senza che sia previsto in alcun modo che essi debbano (né che possano) agire preventivamente verso la loro società o, addirittura escuterla infruttuosamente (Trib. Milano, 17 giugno 2011).

Né la messa in mora né la preventiva escussione della società controllata costituiscono, pertanto, condizioni dell’azione e di proponibilità della domanda volta a far valere la responsabilità dell’ente capogruppo, ma ciò non esclude che sussista comunque, in capo a chi agisce ai sensi dell’art. 2497 c.c., un onere (minimo) di dimostrazione di aver richiesto alla società l’adempimento del debito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L’art. 146 legge fall. è applicabile anche alle società a responsabilità limitata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Catanzaro 08 marzo 2017.




Procedimento di sospensione della delibera di esclusione di socio di cooperativa

Procedimento ex art.2378 co. 3 c.c. – Applicabilità alle società cooperative

Termini per la proposizione del ricorso ex art. 2378 co. 3 c.c. – Necessaria pendenza del giudizio di merito – Non necessaria contestualità con l’iscrizione a ruolo del giudizio di merito

Procedimento ex art.2378 co.3 c.c. – Periculum in mora – Necessaria valutazione del pregiudizio che subirebbe la società dalla sospensione della delibera impugnata

Benché nel nostro ordinamento non sia più previsto, a seguito dell’abolizione del cd. rito societario avvenuta con il d.lgs. 69/2009, uno strumento cautelare tipico per la sospensione delle deliberazioni dell’assemblea di società cooperativa, è applicabile anche alle società cooperative, stante l’espresso meccanismo di rinvio previsto dall’art. 2519 c.c., lo strumento impugnatorio di cui all’art. 2378 co. 3 c.c., espressamente previsto per le società per azioni; sarebbe, invero, del tutto irragionevole escludere l’applicabilità dell’art. 2378, co. 3 c.c., e rinvenire nella tutela d’urgenza ex art. 700 c.p.c. l’unico strumento finalizzato alla sospensiva, poiché detta tutela ha carattere del tutto residuale, essendo ammissibile solo ove non sussistano i presupposti di fatto e di diritto per accedere a diversi rimedi. (Fabrizio Gioffredi) (riproduzione riservata)

L’istanza di cui all’art. 2378 co. 3 c.c. può essere proposta anche non contestualmente all’introduzione del giudizio, ma in un momento successivo; invero, il riferimento, nell’art. 2378 co. 3 c.c. alla contestualità tra il deposito del ricorso ed il deposito della citazione, va inteso nel senso che il legislatore ha inteso correlare la proposizione dell’istanza cautelare alla pendenza del giudizio di merito. (Fabrizio Gioffredi) (riproduzione riservata)

Relativamente al periculum in mora, va osservato che la regola di giudizio formulata dall’art. 2378 co. 4 c.c., non costituisce applicazione pedissequa del generale principio secondo cui nel procedimento cautelare il presupposto del pericolo debba essere parametrato sul solo ricorrente. A mente del citato art. 2378 co.4 c.c., infatti, il giudice deve procedere ad una comparazione tra il pregiudizio che subirebbe l’istante dalla esecuzione della delibera e quello che subirebbe la società dalla sospensione della sua esecuzione, dovendosi effettuare un bilanciamento tra l’interesse ad agire in via cautelare del socio e quello a resistere della società: tale meccanismo derogatorio evidenzia l’attenzione del legislatore all’opportunità di salvaguardare la stabilità degli atti della società adottante il provvedimento, che viene ritenuta essenziale per il buon funzionamento dell’impresa collettiva sul mercato. In ragione del dettato normativo, pertanto, l’interesse della società alla continuità e alla stabilizzazione dell’organizzazione dell’impresa costituisce parte integrante e determinante della suddetta valutazione comparativa. (Fabrizio Gioffredi) (riproduzione riservata)
Tribunale Firenze 23 febbraio 2017.




È inammissibile l’impugnazione della delibera che conferma il compenso per gli amministratori in assenza di diverso accordo

Società di capitali – Deliberazione assembleare – Impugnazione – Deliberazione di conferma di compenso per gli amministratori divenuto eccessivamente oneroso – In assenza di consenso degli amministratori – Difetto di interesse – Sussiste

Appare lecito dubitare della qualificazione in termini di “deliberazione” della conferma dei compensi già precedentemente determinati, che non ha contenuto né precettivo né innovativo e non assume alcun rilievo nell’ambito dell’organizzazione della società.
Non sussiste un obbligo per gli amministratori, derivante dai principi generali di correttezza e buona fede esecutiva e in ossequio ai doveri fiduciari e di perseguimento dell’interesse sociale, di rinegoziare il compenso loro attribuito che sia divenuto sproporzionato e irragionevole per il peggioramento della situazione economica della società. Pertanto, la riduzione del compenso assunta dall’assemblea in assenza del consenso degli amministratori resterebbe comunque del tutto inefficace: da qui il difetto di interesse del socio alla relativa impugnazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 21 febbraio 2017.




Natura della prova contraria necessaria a superare l’effetto di pubblicità costitutiva dell’iscrizione della cancellazione della società dal registro delle imprese

Cancellazione della cancellazione di una società dal registro delle imprese – Prova della prosecuzione dell’attività gestoria – Necessità dello svolgimento di una attività economico – Operativa – Sussistenza – Possibilità di riconoscere analogo carattere ad iniziative giudiziali di tutela di credito della società assunte dopo la sua cancellazione – Esclusione

La prova contraria necessaria a superare l’effetto di pubblicità costitutiva determinato dall’iscrizione della cancellazione della società dal registro delle imprese deve vertere su un fatto dinamico, ovvero su circostanze che acclarino che la società ha continuato ad operare - e dunque ad esistere - pur dopo l’avvenuta cancellazione dal registro.

Il requisito della prosecuzione dell’attività non può però che consistere nello svolgimento di un’attività economico-operativa, funzionale alla realizzazione dell’oggetto sociale, poiché solo da esso è possibile desumere che, di fatto, la società cancellata in realtà non ha cessato di svolgere la sua attività di impresa.

Non può quindi riconoscersi analogo carattere ad iniziative giudiziali di tutela di credito della società assunte dopo la sua cancellazione e nemmeno alla costituzione in giudizi promossi ab origine, ossia prima della cancellazione, nei confronti della società poi cancellata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona 20 febbraio 2017.




Start up innovative: condizioni per l’iscrizione nella sezione speciale del registro imprese

Registro imprese – Sezione speciale “start up innovative” ex art. 25 d.l. 179/2012 – Controllo ai fini dell’iscrizione – Regolarità formale e completezza degli atti

Registro imprese – Sezione speciale “start up innovative” ex art. 25 d.l. 179/2012 – Condizioni per l’iscrizione – Autocertificazione del possesso dei requisiti – Sufficienza – Effettivo possesso dei requisiti – Esclusione

Registro imprese – Sezione speciale “start up innovative” ex art. 25 d.l. 179/2012 – Condizioni per l’iscrizione – Mancanza di effettivo possesso dei requisiti manifesta e verificabile dall’esame dei documenti – Rifiuto di iscrizione – Legittimità

Registro imprese – Sezione speciale “start up innovative” ex art. 25 d.l. 179/2012 – Condizioni per l’iscrizione – Sospetta carenza delle condizioni di iscrizione – Controllo successivo

La verifica di competenza dell’Ufficio del Registro imprese, ai fini dell’iscrizione della start up in sezione speciale, verte sulla regolarità formale e completezza della domanda e della documentazione allegata. (Enrico Astuni) (riproduzione riservata)

Ai fini dell'iscrizione nella sezione speciale “start up innovative” del registro delle imprese è infatti condizione necessaria e normalmente sufficiente l’autocertificazione del possesso dei requisiti da parte del legale rappresentante, senza che sia altresì necessario dimostrare all’Ufficio del registro impreso l’effettivo possesso dei requisiti, atteso che l’art. 25 del d.l. 179/2012 non assegna all’Ufficio il potere di compiere controlli extra-formali e/o ispettivi sull’attività al fine di verificare l’effettivo carattere “innovativo altamente tecnologico” del prodotto e/o servizio di cui la start up innovativa programma la ricerca, sviluppo, produzione e messa in commercio. (Enrico Astuni) (riproduzione riservata)

Soltanto in caso di totale scostamento del profilo formale (dichiarazione di possesso dei requisiti) da quello sostanziale (manifesta mancanza di effettivo possesso dei requisiti verificabile dall’esame dei documenti) può essere rifiutata l’iscrizione in sezione speciale di una start up costituita in forma cartacea. (Enrico Astuni) (riproduzione riservata)

A seguito dell’iscrizione in sezione speciale, l’Ufficio del registro imprese può procedere anche per campione o quando ricorrano specifici motivi di dubbio sulla veridicità della dichiarazione a una revisione delle condizioni di iscrizione, che siano suscettibili di verifica documentale, o segnalare la situazione sospetta alla Guardia di Finanza, Nucleo speciale spesa pubblica e repressione frodi comunitarie. (Enrico Astuni) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 10 febbraio 2017.




Prosecuzione dell'assemblea con rinvio e legittimazione dei sindaci dimissionari alla impugnazione della delibera annullabile

Società di capitali - Assemblea dei soci - Convocazione - Continuità tra la prima e la seconda sessione - Presupposti - Fattispecie

Società di capitali - Sindaci - Dimissioni - Effetti - Prorogatio - Limiti - Impugnazione di delibera annullabile da parte del sindaco dimissionario

Si può riconoscere una linea di continuità tra due fasi di un'unica assemblea - non totalitaria - svolgentesi in giorni diversi, con conseguente esonero dell'organo amministrativo dall'obbligo di una nuova convocazione, nelle forme prescritte dalla legge e dallo statuto, in quanto dal verbale della prima adunanza risultino, senza ombra di dubbio, il giorno, l'ora e il luogo del rinvio alla successiva riunione assembleare, finalizzata ad esaurire la trattazione degli argomenti posti all'ordine del giorno nel primo ed unico atto di convocazione; in caso contrario, ovverosia quando dal verbale della prima sessione assembleare non si evinca con assoluta certezza dove e quando si svolgerà la seconda, sorge l'obbligo dell'organo amministrativo di effettuare un secondo avviso di convocazione della nuova assemblea, per consentire a tutti i soci, compresi quelli assenti alla prima riunione, di intervenire, ove lo ritengano opportuno o necessario in relazione anche alle deliberazioni ancora da assumere, all'adunanza di rinvio.

Nella specie le condizioni per un valido rinvio della prima riunione assembleare non si sono verificate; anzi, l'effettiva possibilità di una compiuta conoscenza, da parte di tutti i soci (non solo di quelli presenti alla prima adunanza), della data e dell'ora del rinvio, è stata frustrata dalla alterazione del verbale della prima sessione nel quale sono stati successivamenti inseriti, in modo arbitrario, l'ora della successiva riunione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

I sindaci dimissionari sono privi di legittimazione attiva ad impugnare una deliberazione assembleare ritenuta annullabile.

Infatti, nel caso di rinuncia all'incarico da parte dell'organo di controllo, non opera l'istituto della prorogatio previsto dall'art. 2385 cod. civ. con riferimento alla figura dell'amministratore, non essendo questa disposizione applicabile in via analogica alla fattispecie in questione.

L'unica ipotesi di prorogatio della carica dei sindaci è, infatti, quella di cui art. 2400, comma 1, c.c., secondo il quale "La cessazione dei sindaci per scadenza del termine ha effetto dal momento in cui il collegio è stato ricostituito.", norma, questa, che non è applicabile ad altre ipotesi nelle quali l'effetto della cessazione dalla carica deve dunque reputarsi immediato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Firenze 08 febbraio 2017.




Postergazione del credito da finanziamento soci e compensazione con il debito da sottoscrizione dell’aumento di capitale

Aumento di capitale – Obbligo di conferimento di denaro – Compensazione di un credito vantato dal sottoscrittore – Mancanza di espressa disposizione della deliberazione di aumento – Ammissibilità – Espressa richiesta della liberazione in denaro – Ammissibilità

Finanziamento del socio – Postergazione – Requisito soggettivo – Sussistenza tanto al momento dell'erogazione del finanziamento quanto al momento della restituzione – Prevalenza sul regolamento negoziale – Proroga ex lege della scadenza del finanziamento

Aumento di capitale – Compensazione di credito per finanziamento soci – Postergazione – Conseguenze

L'obbligo di conferimento di denaro in esecuzione di un aumento di capitale può essere estinto mediante compensazione di un credito vantato dal sottoscrittore verso la società (che sia certo, liquido ed esigibile) anche in mancanza di espressa disposizione della deliberazione di aumento: tale compensazione, qualora sia legale e abbia quindi ad oggetto debiti certi, liquidi ed esigibili ai sensi dell'art. 1243 c.c., non richiede, infatti, il consenso della società, nemmeno nel momento in cui viene eseguita la sottoscrizione, con la precisazione che qualora il sottoscrittore intenda invece avvalersi, a tali fini, di un credito certo e liquido, ma non esigibile, la compensazione richiede il consenso della società ai sensi dell'art. 1252 c.c.
 
L'assemblea dei soci, nel disporre l'operazione sul capitale, potrebbe tuttavia statuire l'esclusione della compensabilità tra credito da restituzione e debito da aumento di capitale; l'assemblea non deve, pertanto, obbligatoriamente deliberare sulla compensabilità del debito da sottoscrizione, se non per escluderla richiedendo la liberazione dell'aumento mediante versamento in denaro. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il finanziamento del socio deve essere postergato quando, secondo un giudizio di prognosi postuma, nel momento in cui venne concesso era altamente probabile che la società, rimborsandolo, non sarebbe stata in grado di soddisfare regolarmente gli altri creditori.

L'operatività del regime della postergazione di cui all’art. 2467 c.c. richiede che il requisito oggettivo sopra indicato sussista tanto al momento dell'erogazione del finanziamento quanto al momento della restituzione di esso (potendo la società, superata la crisi finanziaria e tornata in equilibrio finanziario, procedere al rimborso dei finanziamenti eseguiti dai soci).

La postergazione legale, prevalendo sul regolamento negoziale, esige il rispetto della preferenza dei terzi, con la conseguenza che la soddisfazione degli altri creditori si pone come condizione sospensiva del diritto al rimborso, idonea, in particolare, a produrre l'effetto di prorogare ex lege la scadenza del finanziamento sino al momento di suo avveramento e ad impedire in tal modo l'esigibilità del credito del socio, la quale deve reputarsi sospesa sino alla soddisfazione degli altri creditori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L'inesigibilità del credito derivante dalla postergazione legale impedisce l'operatività della compensazione con il debito del medesimo socio derivante dall'aumento di capitale, e va da sé che l'art. 2467 c.c. è ostativo all'operare tanto della compensazione legale, mancando il requisito dell'esigibilità di uno dei due crediti, quanto della compensazione volontaria, in quanto l'amministratore della società ha il dovere di opporre la postergazione del finanziamento del socio.

Il regime della postergazione opera anche al di fuori della fase di liquidazione o di una procedura concorsuale e, dunque, anche nella fase operativa della società (durante societate). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 06 febbraio 2017.




Il recesso del socio dalla società a responsabilità illimitata ha effetti immediati

Società a responsabilità limitata - Azione sociale di responsabilità esercitata dal socio in veste di sostituto processuale - Attualità della qualità di socio - Necessità

Società a responsabilità limitata - Rapporto sociale - Recesso - Efficacia immediata - Scioglimento del rapporto sociale

Nella società a responsabilità limitata, l’azione sociale di responsabilità di cui al terzo comma dell’articolo 2476 c.c. - con la quale il socio, indipendentemente dalla consistenza della partecipazione sociale, fa valere in nome proprio il diritto spettante alla persona giuridica - presuppone necessariamente la qualifica di socio, la quale non può essere riconosciuta a colui che sia in precedenza receduto dalla società. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La dichiarazione di recesso del socio di società a responsabilità limitata, è immediatamente produttiva di effetti non appena ricevuta dalla società e comporta l’immediato scioglimento del rapporto sociale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 25 gennaio 2017.




Convocazione assemblea soci ex art. 2367 cod. civ. e competenza inderogabile della sezione specializzata per le imprese

Società di capitali – Società per azioni – Convocazione assemblea soci ex art. 2367 cod. civ. – Competenza inderogabile della sezione specializzata per le imprese – Sussistenza

L’art. 3, comma 2, d.lgs. 27 giugno 2003, n. 168 come modificato dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, stabilisce che le istituite “Sezioni specializzate in materia di imprese” sono altresì competenti per la materia “societaria”, per tale intendendosi non solo le “cause” ma anche i “procedimenti” (così includendosi tutta l’area dei procedimenti di c.d. volontaria giurisdizione non indicati nell’originaria formulazione del decreto legge) relativi non soltanto alle società per azioni e alle società in accomandita per azioni, ma anche alle società a responsabilità limitata, alle società cooperative ed alle società europee. Pertanto, il Tribunale ove non è istituita sezione specializzata erroneamente investito di causa avente per oggetto una delle materie sopra indicate dovrà certamente declinare, con ordinanza (per come stabilito dalla l. 18 giugno 2009, n. 69) ovvero con sentenza (negli altri residui casi in cui la pronunzia di incompetenza deve avvenire con tale atto), la propria competenza in favore del Tribunale ove la sezione specializzata è invece istituita (tra le tante, Cassazione civ., Sez. VI, 23 settembre 2013, n. 21762). (Luca Caravella) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli Nord 24 gennaio 2017.




Responsabilità dell’amministratore societario per attività concorrenziale e autoliquidazione del compenso

Società di capitali – Amministratori – Divieto di concorrenza – Requisiti dell’attività concorrenziale: attualità, concretezza e continuatività

Società di capitali – Amministratori – Azione di responsabilità – Autoliquidazione del compenso in assenza di delibera assembleare – Necessità di prova del danno – Sussiste

Anche a volere ritenere applicabile alla società a responsabilità limitata l’art.2390 c.c., in relazione all’attività svolta dalla società si deve fare riferimento all’attività effettiva e concretamente svolta da quest’ultima, non rilevando esclusivamente le attività enunciate come possibile oggetto sociale nell’atto costitutivo.
Inoltre, il rapporto concorrenziale deve essere concreto ed attuale, e, se potenziale, deve fondarsi sulla ragionevole prevedibile circostanza che in futuro l’attività svolta dall’altra società abbia una proiezione evolutiva da porla in concorrenza con la società.
Non è sufficiente ad integrare la fattispecie il compimento di un solo atto in concorrenza che, al limite, può integrare ipotesi di conflitti di interessi o di violazione del generale dovere di fedeltà. In altre parole, per attività concorrente deve intendersi un complesso di atti compiuti in modo continuativo e sistematico e finalizzati ad uno scopo concorrenziale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Al fine di superare la presunzione di onerosità della carica gestoria la clausola statutaria deve prevedere espressamente la gratuità dell’incarico e non presentare margini di ambiguità sul punto.
In caso di autoliquidazione di un compenso da parte dell’amministratore in assenza di deliberazione dei soci, al fine di accertare l’esistenza di un danno risarcibile per la società è necessaria l’allegazione e la prova dell’eccessività della somma autoliquidatasi dall’amministratore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 23 gennaio 2017.




L’amministratore dello studio di consulenza della società non può essere sindaco

Società – Collegio sindacale – Membro del collegio collaboratore autonomo del consulente fiscale della società – Condizione di ineleggibilità – Esclusione – Membro del collegio amministratore dello studio di consulenza fiscale della società – Condizione di ineleggibilità – Sussiste

Il rapporto libero professionale con lo studio di consulenza della società di per sé non è sufficiente ad inficiare l’indipendenza del sindaco della società stessa.
Invece, il contemporaneo esercizio della funzione di amministratore dello studio e di sindaco della società integra ipotesi di ineleggibilità cd. residuale di cui alla lettera c) dell’art.2399 c.c.. [Nella fattispecie, è stato ammesso al passivo fallimentare della società il credito per il compenso del sindaco al tempo in cui era collaboratore, in libera professione, dello studio di consulenza fiscale della società in bonis, mentre è stato escluso il credito per il compenso del sindaco al tempo in cui lo stesso era amministratore del suddetto studio di consulenza.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Bologna 17 gennaio 2017.




La revoca 'd’urgenza' dell’unico socio accomandatario non comporta lo scioglimento della società in accomandita

Società di persone – Revoca per giusta causa dell’amministratore – Ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. – Ammissibilità – Revoca dell’unico socio accomandatario – Necessario scioglimento della società – Esclusione – Ammissibilità della nomina di amministratore provvisorio – Sussiste

La revoca giudiziale per giusta causa dall’amministratore di una società di persone può operare anche d’urgenza ex art. 700 c.p.c… [Nella fattispecie, il Tribunale ha accolto la domanda di revoca per giusta causa dell’amministratore che: si era spogliato dei propri poteri gestori nominando due procuratori speciali i quali ostacolavano i soci nell’esercizio del loro diritto di controllo sulla contabilità sociale; aveva affidato la gestione della società ad un suo fornitore in evidente conflitto di interessi con la società stessa; era inadempiente nel pagamento dei canoni di locazione dei locali commerciali usati dalla società.].
Alla revoca dell’unico socio accomandatario non consegue immediatamente lo scioglimento0 della società, essendo applicabile la disciplina ex art.2323 c.c., con conseguente possibilità per i soci di una rivisitazione dei patti sociali entro sei mesi dalla revoca e di nomina medio tempore di un amministratore provvisorio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino 16 gennaio 2017.




Denuncia al tribunale di gravi irregolarità, intervento in giudizio dei soci non legittimati e sostituzione degli organi sociali

Società di capitali - Denuncia al tribunale - Competenza per territorio - Sede legale della società

Società di capitali - Denuncia al tribunale - Legittimazione a promuovere il procedimento - Intervento degli altri soci - Ammissibilità

Società di capitali - Denuncia al tribunale - Intervento dei soci non legittimati a promuovere il procedimento - Facoltà di evidenziare altre e diverse gravi irregolarità rispetto a quelle inizialmente denunziate dal ricorrente - Sussistenza

Società di capitali - Denuncia al tribunale - Violazione dei doveri idonei a compromettere il corretto esercizio dell'attività di gestione dell'impresa e a determinare pericolo di danno - Irrilevanza dei doveri gravanti sugli amministratori per finalità organizzative, amministrative, di corretto esercizio della vita della compagine sociale - Attualità delle gravi irregolarità - Sfera societaria e non personale degli amministratori

Società di capitali - Denuncia al tribunale - Gravi irregolarità - Operazioni di sottofatturazione e di sovrafatturazione

Società di capitali - Denuncia al tribunale - Gravi irregolarità - Sostituzione di amministratori e sindaci - Automatica improcedibilità del ricorso - Esclusione - Valutazione dell'adeguata professionalità dei nuovi soggetti nominati dall'assemblea, dell'attività che hanno compiuto e intendono compiere per rimuovere le violazioni denunziate - Necessità

Pur dovendosi dare atto di un contrasto giurisprudenziale sul punto (cfr., a favore della tesi che radica la competenza sulla base della sede effettiva della società, Trib. Monza, 26 aprile 2001; Trib. Milano, 19 febbraio 1999), tale impostazione non può essere condivisa.

Infatti, rientrando la denunzia al tribunale ex art. 2409 c.c. tra i procedimenti devoluti alla cognizione della Sezione specializzata in materia di impresa (art. 3 d.lgs. 26 giugno 2003, n. 168, come modificato dal di. 24 gennaio 2012 n. 1, convertito, con modificazioni, in l. 24 marzo 2012 n. 27), il tribunale territorialmente competente deve essere individuato nel tribunale avente sede nel capoluogo di regione nel cui ambito si trova il giudice che sarebbe stato competente secondo gli ordinari criteri di ripartizione della competenza territoriale; e secondo tali ordinari criteri, il giudice territorialmente competente va individuato in quello del luogo in cui la società ha la sede legale, come si evince chiaramente dall'art. 19 c,p.c., secondo il quale, salvo che la legge disponga altrimenti, qualora sia convenuta una persona giuridica, è competente il giudice del luogo dove essa ha la sede ovvero il giudice del luogo dove la persona giuridica ha uno stabilimento e un rappresentante autorizzato a stare in giudizio per l'oggetto della domanda.  Ne consegue che il giudice territorialmente competente è quello del luogo In cui la società ha la propria sede legale, quale risultante dal registro delle imprese,  conclusione, questa, peraltro corroborata dalla circostanza che, ai sensi dell'art. 103, disp. att. c.c., i provvedimenti del tribunale previsti dall'articolo 2409 del codice sono disposti con decreto, il quale deve essere comunicato a cura del cancelliere, entro cinque giorni, all'ufficio del registro delle imprese per l'iscrizione; e va da sé che è competente all'iscrizione soltanto il registro delle imprese del luogo in cui è situata la sede legale della società. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Se non vi sono dubbi che l'art. 2409 c.c. limita la possibilità di introdurre il procedimento di denunzia al tribunale ai soci titolari di una determinata aliquota del capitale sociale, tuttavia nessuna norma esclude che il socio che quella aliquota non detenga possa intervenire in giudizio al fine di ribadire l'esistenza delle irregolarità denunziate; d'altra parte, il procedimento previsto dall'articolo richiamato ben potrebbe essere intrapreso da più soci che, singolarmente considerati, non sarebbero a tanto legittimati, con la conseguenza che appare davvero irrazionale impedire al socio non legittimato di partecipare al procedimento una volta che questo sia stato instaurato da altri partecipi alla compagine sociale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Una volta ammessa la possibilità per il socio (non legittimato) di intervenire in giudizio deve giocoforza ammettersi che egli possa evidenziare la sussistenza di altre e diverse gravi irregolarità rispetto a quelle inizialmente denunziate dal ricorrente; una simile conclusione è, infatti, resa obbligata dalla considerazione che il procedimento di denunzia al tribunale non è sottoposto a preclusioni assertive o probatorie né ad una rigorosa corrispondenza tra chiesto e pronunziato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

La nuova formulazione della norma, che fa riferimento all'esistenza del fondato sospetto di "gravi irregolarità nella gestione" - a differenza della precedente formulazione dell'articolo 2409 cod. civ. che richiedeva il "fondato sospetto di gravi irregolarità nell'adempimento dei doveri degli amministratori e dei sindaci" - consente di affermare come non assuma rilievo qualsiasi violazione di doveri gravanti sull'organo amministrativo, ma soltanto la violazione di quei doveri idonei a compromettere il corretto esercizio dell'attività di gestione dell'impresa e a determinare pericolo di danno per la società amministrata o per le società controllate, con esclusione di qualsiasi rilevanza, invece, dei doveri gravanti sugli amministratori per finalità organizzative, amministrative, di corretto esercizio della vita della compagine sociale e di esercizio dei diritti dei soci e dei terzi estranei.

Le gravi irregolarità, oltre che riguardare la sfera societaria e non quella personale degli amministratori, devono essere attuali, e pertanto nessun provvedimento potrà essere adottato qualora le stesse abbiano esaurito ogni effetto. Infine, esse devono assumere un carattere dannoso nel senso che deve trattarsi di violazione di norme civili, penali, tributarie o amministrative, capaci di provocare un danno al patrimonio sociale e, di conseguenza, agli interessi dei soci e dei creditori sociali ovvero un grave turbamento dell'attività sociale (cfr. App. Salerno, 19 luglio 2005; App. Venezia, 23 luglio 2014; App. Milano, 29 giugno 2012). Peraltro, pur non potendosi il giudizio del tribunale basarsi su mere supposizioni e/o su indimostrati rilevi critici, appare sufficiente che sussistano elementi di sicuro affidamento che, pur non assurgendo al livello di prova piena, abbiano tuttavia riscontri obiettivi che vanno al di là del mero sospetto (Trib. Novara, 21 maggio 2012; Trib. Mantova, 9 dicembre 2008). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Le operazioni di sottofatturazione e di sovrafatturazione nei rapporti commerciali con fornitori (al pari dell'attribuzione ai soci di commissioni in nero da parte di detti fornitori, della indebita rivalutazione. del magazzino, dello storno del conto cauzioni di una somma rilevante e dell'addebito di essa al conto crediti diversi) costituiscono irregolarità amministrative gravi ed idonee a giustificare i provvedimenti previsti dall'art. 2409 c.c. (App. Milano, 8 marzo 1991). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

La mera sostituzione di amministratori e sindaci non è sempre, di per sé, idonea a garantire la cessazione delle irregolarità denunciate con lo strumento di cui all'art. 2409 c.c. e la loro eliminazione, con la restituzione della società all'ordinario corso gestionale; per tale ragione, deve ritenersi che la sostituzione degli organi societari non importi, escludendo ogni valutazione da parte del tribunale, l'automatica improcedibilità del ricorso, dovendo, al contrario, il collegio esaminare la sussistenza dei presupposti, indicati chiaramente dalla legge, per la sospensione del procedimento.

In questa prospettiva, in caso di sostituzione degli amministratori e dei sindaci, il tribunale è, comunque, chiamato a valutare sia l'adeguata professionalità dei nuovi soggetti nominati dall'assemblea, sia l'attività che costoro hanno compiuto e intendono compiere per rimuovere le violazioni denunziate, attività sulle quali dovranno riferire al tribunale medesimo, che procederà, ove occorra, anche in tale ipotesi, alla loro revoca ed alla nomina di un amministratore giudiziario. In altre parole, pur in presenza della sostituzione degli amministratori (e dei sindaci), il tribunale ben può procedere all'ispezione allorquando il nuovo organo gestorio non offra sufficienti garanzie, sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo, in ordine alla volontà di intraprendere una seria verifica sulle lamentate gravi irregolarità ed al porre in essere i provvedimenti conseguenti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 06 dicembre 2016.




Impugnazione di delibera di nomina di amministratori e conflitto di interessi

Società - Nomina amministratori - Impugnazioen della delibera - Conflitto di interessi - Curatore speciale

E' possibile che il conflitto di interessi di cui all'art. 78, comma 2°, c.p.c. si configuri anche in fattispecie diverse da quelle nelle quali il titolare degli interessi di cui si controverte riveste contemporaneamente la posizione contrapposta e formale di attore e convenuto.

Nell'ipotesi di legale rappresentante di una società che difenda in giudizio una deliberazione dell'assemblea contro un socio dissenziente che la ha impugnata, può verificarsi nella persona e nella volontà del rappresentante, quel conflitto di interessi che, ai sensi dell'art. 78, comma 2°, c.p.c. rende necessaria la sua sostituzione con un curatore speciale.

L'interesse della società non è quello di difendere sempre e comunque le proprie delibere, ma quello di adottare deliberazioni stabili e conformi alla legge e allo statuto.

L'interesse della società e quello di chi la amministra, sebbene entrambi espressione della maggioranza, possono, in concreto, divergere come nelle fattispecie in cui la delibera impugnata abbia ad oggetto l'invalidità della nomina degli amministratori (tra i quali c'è il soggetto che dovrebbe rappresentare la società stessa in giudizio).

Più in generale l'amministratore di una società di capitali non è legittimato a rappresentarla - trovandosi con essa in conflitto di interessi - nel giudizio relativo all'impugnazione di una delibera assembleare in cui gli sia riconosciuto un diritto nei confronti della società.

L'accertamento del conflitto di interesse di cui all'art. 78, comma 2°, c.p.c. deve essere compiuto in astratto "ex ante" e non in concreto "ex post".

Per la nomina del curatore speciale, è sufficiente che si configuri un conflitto anche solo potenziale. (Rolandino Guidotti) (riproduzione riservata)
Tribunale Genova 24 novembre 2016.




Revocatoria ordinaria della scissione e dichiarazione di inefficacia ex art. 2504-quater c.c.

Scissione parziale – Natura – Revocatoria – Ammissibilità

La scissione parziale di una società, consistente nel trasferimento di parte del suo patrimonio ad una o più società contro l’assegnazione delle azioni o delle quote di queste ultime ai soci della scissa, si traduce in una fattispecie effettivamente traslativa, che comporta l’acquisizione, da parte della società beneficiaria, di valori prima non esistenti nel suo patrimonio.

L’operazione straordinaria in questione - certamente di natura organizzativa - ha, dunque, quale effetto normale quello del mutamento della titolarità soggettiva (dalla scissa alla beneficiaria) di una parte del patrimonio della società che l’operazione ha deciso ed è, sotto questo profilo, atto dispositivo revocabile ai sensi dell’art. 2901 c.c. su istanza dei creditori della società scissa, con la precisazione che alla declaratoria giudiziale di inefficacia relativa ex art. 2901 c.c. non è di ostacolo il divieto di pronunciare l’invalidità dell’atto di scissione, imposto al giudice dall’art. 2504-quater c.c. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 18 novembre 2016.




È legittima la costituzione di società semplici di mero godimento

Società - Costituzione di società semplici di mero godimento - Ammissibilità

È legittima la costituzione di società semplici di mero godimento, le quali debbono, pertanto, essere iscritte nella sezione speciale del registro delle imprese. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 08 novembre 2016.




Inadempimento contrattuale degli amministratori e responsabilità risarcitoria ex art. 2395 c.c.

Società – Di capitali – Società per azioni – Amministratori – Responsabilità – Azione del socio e del terzo danneggiato – Ex Art. 2395 cod. civ. – Mero fatto dell’inadempimento della società – Esclusione – Fondamento

In tema di azione di responsabilità promossa dal terzo nei confronti degli amministratori, le condotte di quest’ultimi, ovverosia l’aver assicurato l’adempimento di pregresse forniture e successivamente l’aver contestato la sovrafatturazione da parte della società fornitrice, nonché l’aver richiesto un piano di rientro alla società cessionaria dei crediti, devono essere ricondotte, per il principio dell’immedesimazione organica, ad inadempimenti da parte della società nell’ambito dell’esecuzione di un rapporto contrattuale, piuttosto che ad atti illeciti compiuti in occasione dello svolgimento dell’incarico gestorio secondo la previsione dell’art. 2395 c.c., di talché deve ritenersi esclusa una responsabilità risarcitoria degli amministratori nei confronti dell’altro contraente. (Alessandro Giorgetta) (Giulio Di Fabio) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 17 ottobre 2016.




L’annotazione in bilancio del compenso per l’amministratore è riconoscimento di debito

Società di capitali – Annotazione di debito nel bilancio – Compenso per l’amministratore – Determinato mediante precedente delibera – Valore di riconoscimento di debito – Sussiste – Interruzione della prescrizione – Sussiste

Il riconoscimento del diritto, al fine dell’interruzione della prescrizione, non ha natura negoziale, né carattere recettizio, ma richiede solo una manifestazione di consapevolezza dell’esistenza del debito, che può anche essere rivolta ad un terzo ovvero alla generalità. Pertanto costituisce atto idoneo ad interrompere la prescrizione l’annotazione di un debito nel bilancio di una società di capitali nel caso in cui tale annotazione sia accompagnata da tutti gli elementi specificativi dell’obbligazione quali entità, causale, soggetto creditore.
Ove il compenso dell’amministratore sia stato in precedenza determinato, l’approvazione del bilancio che contenga l’indicazione del debito relativo a quel compenso vale come riconoscimento di debito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 17 ottobre 2016.




Indicazione nel bilancio del compenso dell'amministratore e riconoscimento di debito

Società – Amministratore – Compenso – Indicazione nel bilancio – Riconoscimento di debito

Seppure la mera approvazione del bilancio non possa costituire deliberazione di determinazione del compenso dell'amministratore, ben può avvenire che - ove il compenso sia stato già in precedenza determinato - l'approvazione del bilancio che contenga l'indicazione del debito relativo a quel compenso valga come riconoscimento di debito; e va da sé che tale distinzione appare razionalmente comprensibile se si pone mente al carattere negoziale della determinazione del compenso e, al contrario, al carattere non negoziale del riconoscimento di debito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 17 ottobre 2016.




La deliberazione assembleare è nulla anche se il non convocato è socio di minoranza

Società – Assemblea – Mancata convocazione del socio di minoranza – Invalidità della deliberazione – Sussiste  

Mancata partecipazione del sindaco o del collegio sindacale – Invalidità della deliberazione – Non sussiste

L’art.2379 c.c., nel sanzionare la nullità delle deliberazioni assunte dall’assemblea in difetto di convocazione, tutela l’interesse di ciascun socio a prendere parte al processo di formazione della volontà della società e, più i particolare, di influire su di esso: per tale ragione, la deliberazione è nulla anche quando la convocazione sia stata omessa con riferimento ad un socio titolare di una partecipazione che non avrebbe comunque potuto influire sull’esito della votazione. Ciò che conta, ai fini della pronunzia di nullità, non è l’esito finale e la possibilità del socio escluso di influire sul voto medesimo, ma la possibilità del socio escluso di influire sulla discussione assembleare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Ai sensi dell’art.2405 c.c., la violazione dell’obbligo di partecipazione è causa di decadenza del sindaco, ma non si ripercuote, di per sé, sulla validità delle deliberazioni assunte dall’assemblea o del consiglio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 17 ottobre 2016.




Le irregolarità contabili non comportano di per sé la responsabilità dell’amministratore

Società – Azione di responsabilità contro l’amministratore – Prova del danno e del nesso di causalità – Necessità – Sussiste

Mere irregolarità contabili – Fonte ex se di responsabilità dell’amministratore – Esclusione

Nelle azioni di responsabilità, l’attore, ai fini della risarcibilità del preteso danno, deve non solo allegare l’inadempimento dell’amministratore, ma deve anche allegare e provare, sia pure riscorrendo a presunzioni, l’esistenza di un danno concreto, cioè del depauperamento del patrimonio sociale, di cui chiede il ristoro, e la riconducibilità ella lesione al fatto dell’amministratore inadempiente. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

La presenza di irregolarità contabili non implica di per sé e necessariamente una responsabilità civile a carico degli amministratori in quanto tale inadempimento non può dirsi, in assenza di altri elementi che devono essere allegati e provati dall’attore, causa di un danno per la società. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 17 ottobre 2016.




Impugnazione di delibera assembleare e legittimazione passiva

Società di capitali – Azione di annullamento di delibera assembleare – Legittimazione attiva della società – Esclusione – Legittimazione passiva del socio – Esclusione

Deve escludersi in radice che la società sia legittimata a chiedere l’annullamento di deliberazioni assunte dalla propria assemblea: i soggetti legittimati a proporre il giudizio sono quelli indicati dagli artt.2377 e 2479 ter c.c., e non già la società, la quale è solo legittimata passiva nel giudizio di impugnazione, propri perché da essa promana la manifestazione di volontà che è oggetto dell’impugnazione, e sarebbe quindi inammissibile attribuirle la legittimazione ad insorgere giudizialmente contro la sua stessa volontà.
Il socio di una società per azioni non è legittimato a resistere all’azione d’impugnazione di una delibera assembleare ex art.2377 c.c., spettando la legittimazione passiva alla sola società. L’intervento del socio per resistere all’impugnazione di delibera da altri proposta viene qualificato come intervento adesivo dipendente, e da questa posizione processuale non deriva il diritto all’autonoma impugnazione della sentenza. Gli effetti della sentenza di annullamento sono infatti, per il socio, riflessi e non diretti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 10 ottobre 2016.




Mancata conclusione della liquidazione della società e cancellazione dal Registro imprese

Registro Imprese - Cancellazione - Mancata conclusione della liquidazione della società

Deve essere disposta la cancellazione della l’iscrizione nel Registro imprese della cessazione della società che abbia avuto luogo in difetto dei requisiti di legge. (Nel caso di specie, nel bilancio finale di liquidazione risultava l’esistenza di disponibilità liquide e di crediti, non svalutati ne riscossi, e dunque la mancata conclusione dell’iter liquidatorio) (Franco Benassi - Riproduzione riservata) Tribunale Roma 30 settembre 2016.




Iscrizione nel registro delle imprese del pignoramento di quote sociali di società di persone

Registro imprese – Pignoramento di quote di società di persone – Iscrizione – Esclusione

In ragione del principio di tipicità degli atti da iscrivere nel registro delle imprese, non sussitono i presupposti per l’iscrizione del pignoramento di quote sociali di società di persone in quanto, a differenza di quanto previsto dalla disciplina sulla espropriazione delle quote di società a responsabilità limitata (art. 2471 c.c.), il codice civile e quello di procedura civile non prevedono tale possibilità. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 30 settembre 2016.




Del potere del socio di società a responsabilità limitata di convocare l’assemblea

Società – Esecuzione di delibere – Efficacia – Sospensione delle deliberazioni che continuano a manifestare una perdurante efficacia rispetto all’organizzazione sociale in via non già di riflesso, ma di diretta incidenza sul funzionamento degli organi – Fattispecie in tema di nomina degli amministratori

Società a responsabilità limitata – Facoltà dei soci di sottoporre argomenti alla discussione dell'assemblea dei soci – Potere di convocazione diretta dell'assemblea su quegli stessi argomenti

Società a responsabilità limitata – Convocazione dell'assemblea da parte di soci rappresentanti un terzo del capitale sociale – Potere demandato al solo organo gestorio

Società a responsabilità limitata – Convocazione dell'assemblea da parte di soci rappresentanti un terzo del capitale sociale – Inerzia dell’organo di gestione – Rapporto tra il potere del socio e quello dell’amministratore

Il termine «esecuzione» deve essere inteso come «efficacia» e, precisamente, come idoneità dell’atto alla produzione di effetti giuridici ulteriori rispetto a quelli attinenti alla sua esecuzione; così, il concetto di esecuzione, lungi dall’implicare necessariamente un’attività di adeguamento dell’attività materiale della realtà fenomenica dell’atto giuridico, può essere semplicemente intesa come momento attuativo degli effetti dell’atto deliberativo.

In questa prospettiva, sono sospendibili le deliberazioni che continuano a manifestare una perdurante efficacia rispetto all’organizzazione sociale in via non già di riflesso, ma di diretta incidenza sul funzionamento degli organi dell’ente; in altre parole, la delibera di nomina degli amministratori, seppur eseguita già con l'insediamento dei nominati, è destinata a produrre i propri effetti per l'intero periodo di gestione della società da parte di quegli amministratori così designati, in considerazione di tutte le operazioni, vincolanti per la società stessa, che potranno essere decise ed attuate dai medesimi soggetti eletti.

Paralizzando l’efficacia della delibera impugnata con neutralizzazione degli effetti giuridici dell’atto di nomina, la sospensione evita che i nuovi soggetti nominati possano gestire la società nelle more dell’accertamento dei vizi che afferiscono all’atto di nomina. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L'attribuzione, di cui all’art. 2479 c.c., ai soci di società a responsabilità limitata rappresentanti un terzo del capitale sociale, di sottoporre argomenti alla discussione dell'assemblea dei soci, comporta altresì, per via estensiva, il potere di convocazione diretta dell'assemblea su quegli stessi argomenti. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il potere dei soci di società a responsabilità limitata rappresentanti un terzo del capitale sociale di convocare l’assemblea sussiste anche nel caso in cui lo statuto ne demanda la convocazione al solo organo gestorio, tenuto conto che la disposizione di cui all’art. 2479, comma 1, c.c. costituisce regola di garanzia inderogabile, e che il rinvio ivi previsto all’atto costitutivo per la disciplina dei “modi di convocazione dell’assemblea” appare  piuttosto riferibile alle sole modalità di convocazione in senso stretto, in quanto destinate ad assicurare la tempestiva omunicazione degli argomenti da trattare (mezzo di comunicazione, termini, ecc.). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il potere dei soci di società a responsabilità limitata rappresentanti un terzo del capitale sociale di convocare l’assemblea si riferisce al «caso di inerzia dell’organo di gestione»;  tale poter non è, pertanto, libero, ma condizionato, che trova il proprio presupposto legittimante nell’inerzia degli amministratori.

Deve dunque escludersi che il socio possa avvalersi del potere in argomento in contrasto con la legittima attività dell’amministratore, con la precisazione che, una volta che il socio abbia convocato, a seguito del comportamento omissivo dell’organo gestorio, l’assemblea, gli amministratori non potranno procedere a revocare la convocazione medesima ovvero a convocare, in contrasto con quella convocata dal socio, una diversa assemblea. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 22 settembre 2016.




Potere del socio di convocazione dell’assemblea in caso di inerzia dell’organo gestorio

Società a responsabilità limitata – Potere del socio di convocazione dell’assemblea – Presupposti – Soci titolari di un terzo del capitale sociale – Limiti – Inerzia dell’organo gestorio

L'attribuzione, di cui all’art. 2479 c.c., ai soci di società a responsabilità limitata, rappresentanti un terzo del capitale sociale, di sottoporre argomenti alla discussione dell'assemblea dei soci, comporta altresì, per via estensiva, il potere di convocazione diretta dell'assemblea su quegli stessi argomenti.
 
Il potere dei soci qualificati di convocare l’assemblea sussiste anche nel caso in cui lo statuto ne demanda la convocazione al solo organo gestorio, tenuto conto che la disposizione di cui all’art. 2479, comma 1, c.c. costituisce regola di garanzia inderogabile, e il rinvio ivi previsto all’atto costitutivo per la disciplina dei “modi di convocazione dell’assemblea” appare piuttosto riferibile alle sole modalità di convocazione in senso stretto, in quanto destinate ad assicurare la tempestiva comunicazione degli argomenti da trattare (mezzo di comunicazione, termini, ecc.), come denotato dalla disciplina contenuta nella seconda parte dello stesso primo comma, che regola appunto tali strette modalità per l’ipotesi di silenzio dell’atto costitutivo (Trib. Milano, 10 novembre 2014 che richiama, in termini, Trib. Milano 11 novembre 2013). D’altra parte, una volta esclusa la possibilità, per il socio di minoranza, di ricorrere al tribunale perché disponga la convocazione, ove lo statuto riservasse il potere di convocazione dell’assemblea all’organo gestorio, il socio di minoranza qualificata non avrebbe alcuno strumento di tutela a fronte dell’inerzia o dell’ostruzionismo dell’amministratore.

Il potere dei soci titolari di un terzo del capitale sociale di convocare l’assemblea trova tuttavia il proprio limite nell’inerzia dell’organo gestorio, sicchè la facoltà di procedere direttamente alla convocazione presuppone che il socio abbia sollecitato l’esercizio del relativo compito all’organo gestorio.

Deve pertanto escludersi che il socio possa avvalersi del potere in argomento in contrasto con la legittima attività dell’amministratore; per converso, però, una volta che il socio abbia convocato, a seguito del comportamento omissivo dell’organo gestorio, l’assemblea, gli amministratori non potranno procedere a revocare la convocazione medesima ovvero a convocare, in contrasto con quella convocata dal socio, una diversa assemblea. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 22 settembre 2016.




Responsabilità dell’amministratore di fatto, prova ed elementi indiziari

Società – Fallimento – Prova dell’amministrazione 'di fatto' – Elementi indiziari

Rappresentano un elemento rilevante al fine di poter qualificare un soggetto quale amministratore di fatto di una società le dichiarazioni rese al Curatore:
- da uno dei soci della fallita che ha individuato in altro soggetto il vero amministratore della fallita mentre non ricordava che l’amministratore di diritto avesse mai gestito la società;
- dal sindacalista della fallita che ha affermato che era un altro soggetto, diverso dall’amministratore di diritto, ad avere pieni poteri decisionali tanto che era questo a rassicurare i dipendenti circa le loro spettanze;
- da alcuni dipendenti della società fallita che hanno affermato di aver sempre preso ordini da altro soggetto - diverso dall’amministratore di diritto - il quale, gestiva i rapporti con i dipendenti e tentava di risolvere i problemi presentatisi, si poneva come punto riferimento della società che rassicurava i dipendenti sui pagamenti e deteneva finanche il libretto degli assegni già firmati dall’amministratore di diritto per i pagamenti relativi alla società fallita. (Lucia Paparo) (riproduzione riservata)

La circostanza che un soggetto provveda personalmente ai pagamenti ed ai rapporti con i dipendenti rassicurandoli in funzione del fondo anti usura a cui avrebbe personalmente acceduto fanno propendere per la sua qualità di amministratore di fatto. Ulteriori elementi sintomatici della amministrazione di fatto sono da considerarsi il rinvenimento delle scritture contabili, o di una loro parte, nel deposito cantinato di sua proprietà ed in prossimità della sua abitazione, nonché, la circostanza - per vero particolarmente rilevante - che lo stesso soggetto si è qualificato gestore della società fallita e abbia dichiarato fatti gravissimi compiuti da determinati soggetti nei suoi confronti, i quali, trovano giustificazione proprio in considerazione del ruolo di amministratore e non di mero preposto. (Lucia Paparo) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli 14 settembre 2016.





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