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Diritto societario - Merito, le ultime 10 novitą
(in ordine di data di pubblicazione su questo sito)


Società - Rapporto con il liquidatore - Parasubordinazione - Clausola compromissoria - Divieto di cui all'art. 806, co. 2, c.p.c. - Applicazione - Esclusione

Il rapporto tra liquidatore e società non può essere definito di parasubordinazione, come chiarito dalle Sezioni Unite per l’analoga figura dell’amministratore, per cui è valida la clausola compromissoria inserita nel contratto individuale tra liquidatore e società,  non operando nella fattispecie il divieto di cui all’art .806, comma 2 c.p.c.. (Gastone Pea) (riproduzione riservata) Tribunale Venezia 27 giugno 2017.




Società – Deliberazioni dell’assemblea – Abuso o eccesso di potere – Principi di correttezza, buona fede contrattuale e di collaborazione – Perseguimento di un interesse personale antitetico a quello sociale – Intenzionale attività fraudolenta dei soci di maggioranza diretta a provocare la lesione dei diritti di partecipazione e degli altri diritti patrimoniali dei soci di minoranza

Nel nostro ordinamento societario non esiste una norma che identifichi espressamente una fattispecie di abuso nelle deliberazioni assembleari; tale fattispecie è tuttavia configurabile riferendola alla "regola" di maggioranza, per indicare un uso di tale regola non conforme a quei limiti alla sua applicazione che siano desumibili o da un principio implicito dell'ordinamento oppure da un enunciato normativo espresso ovvero ancora da una clausola generale.

La figura dell'abuso di potere rappresenta, quindi, un limite al principio maggioritario vigente nel diritto societario, corrispondente al principio generale dell'ordinamento giuridico secondo il quale è vietato abusare dei propri diritti e, quindi, fare di essi un esercizio emulativo.

I principi di correttezza, di buona fede contrattuale e di collaborazione, che devono informare l'opera dei soci nell'organizzazione della società, sono il fondamento per riconoscere la figura dell'abuso di potere quale elemento invalidante le deliberazioni assembleari finalizzate esclusivamente a favorire la maggioranza a danno della minoranza, con la precisazione che il canone della buona fede in senso oggettivo non impone ai soggetti un comportamento a contenuto prestabilito, ma rileva soltanto come limite esterno all'esercizio di una pretesa, essendo finalizzato al contemperamento degli opposti interessi i quali, nel dinamismo proprio dell'ordinamento societario, sono destinati a trovare adeguata composizione nell'ambito del procedimento deliberativo. La regola di maggioranza prescrive, dunque, al socio non di esercitare il diritto di voto in funzione di un predeterminato interesse, ma di esercitarlo liberamente e legittimamente per il perseguimento del proprio interesse fino al limite dell'altrui potenziale danno.

Sulla base di tali principi, è da rilevare che l'abuso o eccesso di potere è causa di annullamento o invalidità delle deliberazioni assembleari allorquando la delibera non trovi alcuna giustificazione nell'interesse della società e costituisca una deviazione dell'atto dallo scopo economico-pratico del contratto di società, per essere il voto ispirato al perseguimento da parte dei soci di maggioranza di un interesse personale antitetico rispetto a quello sociale ovvero quando costituisca il portato di una intenzionale attività fraudolenta dei soci di maggioranza diretta a provocare la lesione dei diritti di partecipazione e degli altri diritti patrimoniali spettanti ai soci di minoranza uti singuli. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 31 marzo 2017.




Cancellazione della cancellazione di una società dal registro delle imprese – Prova della prosecuzione dell’attività gestoria – Necessità dello svolgimento di una attività economico – Operativa – Sussistenza – Possibilità di riconoscere analogo carattere ad iniziative giudiziali di tutela di credito della società assunte dopo la sua cancellazione – Esclusione

La prova contraria necessaria a superare l’effetto di pubblicità costitutiva determinato dall’iscrizione della cancellazione della società dal registro delle imprese deve vertere su un fatto dinamico, ovvero su circostanze che acclarino che la società ha continuato ad operare - e dunque ad esistere - pur dopo l’avvenuta cancellazione dal registro.

Il requisito della prosecuzione dell’attività non può però che consistere nello svolgimento di un’attività economico-operativa, funzionale alla realizzazione dell’oggetto sociale, poiché solo da esso è possibile desumere che, di fatto, la società cancellata in realtà non ha cessato di svolgere la sua attività di impresa.

Non può quindi riconoscersi analogo carattere ad iniziative giudiziali di tutela di credito della società assunte dopo la sua cancellazione e nemmeno alla costituzione in giudizi promossi ab origine, ossia prima della cancellazione, nei confronti della società poi cancellata. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona 20 febbraio 2017.




Società a responsabilità limitata – Responsabilità dei soci che abbiano intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi – Comportamenti rilevanti

Società a responsabilità limitata – Responsabilità dei soci che abbiano intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi – Individuazione dell’elemento psicologico – Intenzionalità del decidere – Correttezza e buona fede

Finanziamenti dei soci – Rimborso – Postergazione – Dovere dell’amministratore di eccepire la condizione di inesigibilità del credito derivante dalla postergazione

Finanziamenti dei soci – Rimborso – Postergazione – Dovere dell’amministratore di eccepire la condizione di inesigibilità del credito derivante dalla postergazione – Responsabilità dell’amministratore


Nell’ambito della responsabilità dei soci che, ai sensi dell’art. 2476 c.c., abbiano  intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi, devono ricomprendersi non solo le ipotesi in cui i soci abbiano un qualche potere decisionale in ordine al compimento di un determinato atto di gestione della società, ma anche quelle in cui abbiano intenzionalmente deciso o autorizzato tale atto, a prescindere dal fatto che ciò sia avvenuto in forza di un potere loro attribuito per legge o per statuto ovvero semplicemente di fatto ed anche solo in via occasionale e dunque anche nei casi in cui vi sia un impulso che il socio abbia comunque dato a livello decisionale al di fuori di formali procedimenti di decisione o di autorizzazione.

A tal fine, dovranno essere prese in considerazione tutte quelle manifestazioni di volontà espresse dai soci anche in forme non istituzionali e meramente ufficiose, ma tali in ogni caso da evidenziare l’ingerenza o anche l’influenza effettiva spiegata da costoro sugli amministratori, fermo restando che la condotta del socio può anche esplicarsi nel voto espresso nell’assemblea ovvero nel consenso manifestato alle decisioni assunte mediante consultazione scritta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Nell’individuazione dell’elemento psicologico della responsabilità dei soci di cui all’art. 2476 c.c., nella parte in cui richiede l’azione intenzionale dei medesimi, non è condivisibile l’interpretazione restrittiva per cui sarebbe richiesta l’intenzionalità dell’eventus damni, così da limitare l’applicazione della norma al solo caso in cui il socio abbia agito con dolo specifico, ossia con la coscienza e volontà di arrecare danno alla società, agli altri soci o ai terzi, apparendo preferibile la tesi che da rilievo all’intenzionalità del decidere.

Deva dunque trattarsi di atti o comportamenti posti in essere dai soci nella fase decisionale anche fuori dalle incombenze formalmente previste per legge o per statuto e tali da supportare intenzionalmente l'azione illegittima e dannosa poi posta in essere dagli amministratori; è inoltre sufficiente che vi sia la consapevolezza, frutto di conoscenza o di esigibile conoscibilità dell'antigiuridicità dell'atto e che, nonostante ciò, costui partecipi alla fase decisionale finalizzata al successivo compimento di quell'atto da parte dell'amministratore.

A tal riguardo, l'antigiuridicità dell'atto viene a configurarsi non solo quando l'atto deciso è contrario alla legge o all'atto costitutivo della società, ma anche quando l'atto, pur se di per sé lecito, è esercitato in modo abusivo, cioè con una finalità non riconducibile allo scopo pratico posto a fondamento del contratto sociale.

Oltre che al rispetto della legge e del principio generale del neminem laedere, i soci sono, pertanto, pur sempre tenuti ad osservare i doveri di correttezza e buona fede nei confronti della società, degli altri soci e dei terzi, dovendo quindi evitare di compiere o di concorrere a compiere un atto che, se pur astrattamente lecito, possa di fatto risultare dannoso per gli altri soci e nel contempo essere privo di un vantaggio apprezzabile per la società.

Spunti in tal senso si possono ricavare dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., sez. I, 12 dicembre 2005, n. 27387; Cass., sez. I, 11 giugno 2003, n. 9353) che, seppur elaborata in materia di impugnazione di delibere di società per azioni, evidenzia un principio di fondo di generale applicazione in ordine alla buona fede in senso oggettivo (art. 1375 c.c.), alla cui osservanza deve essere improntata l'esecuzione del contratto di società; se è previsto ex art. 1375 c.c. che il contratto deve essere eseguito in buona fede, è allora evidente che tutte le determinazioni e decisioni dei soci, assunte formalmente o informalmente durante lo svolgimento del rapporto associativo, debbono essere considerate come veri e propri atti di esecuzione e devono conseguentemente essere valutate nell'ottica della tendenziale migliore attuazione del contratto sociale. Dunque, ai fini che qui rilevano, è da considerare antigiuridico anche un atto che in concreto si presenti espressione dell'inosservanza dell'obbligo di fedeltà allo scopo sociale e/o del dovere di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto sociale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

In presenza dei presupposti di postergazione di cui al comma 2 dell'art. 2467 c.c., gli amministratori sono tenuti ad eccepire al socio richiedente il rimborso del finanziamento la condizione di inesigibilità del credito derivante dalla postergazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

L'amministratore di una società di capitale risponde della restituzione di un finanziamento e, dunque, del pagamento relativo ad un debito della società nel caso in cui egli abbia proceduto al rimborso di un credito da egli stesso vantato nei confronti della società (e sempre che non si tratti di un credito relativo al compenso "congruo" dell'amministratore medesimo), oltre che nel caso in cui egli abbia proceduto alla restituzione di un finanziamento del socio, anche nei casi in cui sarebbe stato suo onere eccepire la postergazione ai sensi dell'art. 2467. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 01 giugno 2016.




Socio che abbia comunicato il proprio recesso agli altri soci - Sua legittimazione a richiedere l’iscrizione del recesso ai sensi dell’art. 2190 c.c. - Sussistenza

Anche il socio receduto è legittimato a richiedere l’iscrizione del proprio recesso nel registro delle imprese in via suppletiva rispetto agli amministratori, una volta che abbia comunicato, con le modalità previste dalla legge, il proprio recesso agli altri soci. Anche in tale ipotesi infatti è utilizzabile la procedura dell’iscrizione di ufficio di cui all’art. 2190 c.c. atteso che la comunicazione di recesso del socio è immediatamente efficace (cfr. sul punto Cass. Civ., sez. I, 10/06/1999, n. 5732) nel momento in cui giunge a conoscenza, anche solo legale, degli altri soci, senza necessità di una verifica giudiziale sulla effettiva sussistenza della giusta causa di recesso. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata) Tribunale Verona 09 marzo 2017.




Società di capitali – Azione di annullamento di delibera assembleare – Legittimazione attiva della società – Esclusione – Legittimazione passiva del socio – Esclusione

Deve escludersi in radice che la società sia legittimata a chiedere l’annullamento di deliberazioni assunte dalla propria assemblea: i soggetti legittimati a proporre il giudizio sono quelli indicati dagli artt.2377 e 2479 ter c.c., e non già la società, la quale è solo legittimata passiva nel giudizio di impugnazione, propri perché da essa promana la manifestazione di volontà che è oggetto dell’impugnazione, e sarebbe quindi inammissibile attribuirle la legittimazione ad insorgere giudizialmente contro la sua stessa volontà.
Il socio di una società per azioni non è legittimato a resistere all’azione d’impugnazione di una delibera assembleare ex art.2377 c.c., spettando la legittimazione passiva alla sola società. L’intervento del socio per resistere all’impugnazione di delibera da altri proposta viene qualificato come intervento adesivo dipendente, e da questa posizione processuale non deriva il diritto all’autonoma impugnazione della sentenza. Gli effetti della sentenza di annullamento sono infatti, per il socio, riflessi e non diretti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 10 ottobre 2016.




Società di capitali – Annotazione di debito nel bilancio – Compenso per l’amministratore – Determinato mediante precedente delibera – Valore di riconoscimento di debito – Sussiste – Interruzione della prescrizione – Sussiste

Il riconoscimento del diritto, al fine dell’interruzione della prescrizione, non ha natura negoziale, né carattere recettizio, ma richiede solo una manifestazione di consapevolezza dell’esistenza del debito, che può anche essere rivolta ad un terzo ovvero alla generalità. Pertanto costituisce atto idoneo ad interrompere la prescrizione l’annotazione di un debito nel bilancio di una società di capitali nel caso in cui tale annotazione sia accompagnata da tutti gli elementi specificativi dell’obbligazione quali entità, causale, soggetto creditore.
Ove il compenso dell’amministratore sia stato in precedenza determinato, l’approvazione del bilancio che contenga l’indicazione del debito relativo a quel compenso vale come riconoscimento di debito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 17 ottobre 2016.




Società – Deliberazioni assembleari – Approvazione del bilancio d’esercizio – Aumento di capitale – Istanza cautelare di sospensione dell’esecuzione delle deliberazioni – Inammissibilità

Va respinta la richiesta di sospensione della delibera di approvazione del bilancio in quanto inammissibile, avendo essa natura dichiarativa e di mero accertamento e come tale non suscettibile di esecuzione.

La rimozione della delibera ex art.2482 ter c.c., con efficacia retroattiva, nel caso di accertata sussistenza dei vizi fondanti l’impugnazione è compito del solo giudice di merito, non di quello della cautela. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 19 maggio 2015.




Società a responsabilità limitata – Azione di merito di revoca dell’amministratore – Legittimazione del socio – Esclusione

Il socio di società a responsabilità limitata non dispone dell’azione di merito volta ad ottenere la revoca dell’amministratore, misura, questa, che può essere invece richiesta in via cautelare ai sensi dell’art. 2476, per gravi irregolarità, al fine di esercitare l’azione di merito di condanna dell’amministratore al risarcimento del danno patito dalla società. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 24 agosto 2016.




Società di capitali – Aumento di capitale – Momento perfezionativo dell’operazione – Sottoscrizione

Ai fini del perfezionamento dell’operazione di aumento del capitale, la deliberazione assembleare con la quale è stato approvato l’incremento quantitativo del capitale è sicuramente necessaria ma non sufficiente, in quanto è pur sempre necessaria la dichiarazione di adesione dei soci ovvero, se prevista, anche dei terzi; detta dichiarazione si manifesta con la sottoscrizione di una quota dell’aumento deliberato, ed è diversa dalla manifestazione di voto espressa durante l’assemblea.
Quindi la deliberazione di aumento di capitale ben può configurarsi come una proposta e la sottoscrizione del socio o del terzo come una accettazione, secondo il classico schema del contratto di natura consensuale. Il versamento si riferisce alla fase esecutiva del contratto: dall’art.2444 c.c. si ricava che il contratto si perfeziona al momento della sottoscrizione, e quindi al momento della manifestazione del consenso e non al momento del versamento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma 28 giugno 2016.



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