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Amministrazione di sostegno e reclamo avverso i decreti del giudice tutelare

Amministrazione di sostegno – Decreti del giudice tutelare – Reclamo – Corte d’appello

I decreti del giudice tutelare in materia di amministrazione di sostegno sono reclamabili ai sensi dell'art. 720 bis, comma 2, c.p.c., unicamente innanzi alla Corte d'appello, quale che sia il loro contenuto, decisorio ovvero gestorio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)






Il sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l’affermazione del seguente principio (difforme)

La Procura generale, a composizione di un contrasto sollevato a seguito di una affermazione dissenziente contenuta – in obiter – in una recente pronuncia di legittimità, conclude nel segno della continuità dell’indirizzo consolidato nel corso di un decennio, che assegna al Tribunale in composizione collegiale la competenza a decidere sui reclami proposti contro quei decreti in materia di amministrazione di sostegno che non abbiano incidenza sui diritti fondamentali dell’interessato ma rivestano carattere gestorio e siano sempre revocabili e modificabili. Nelle conclusioni, superando l’argomento letterale speso nel precedente per sostenere la competenza della Corte di appello, imperniato sull’uso del singolare (“il decreto”) nell’art. 720-bis c.p.c., da un lato si considera lo stretto raccordo tra l’art. 720-bis e l’art. 739, che individua il Tribunale come giudice naturale del reclamo, dall’altro si valorizzano gli argomenti funzionali e le esigenze di prossimità del giudice, il tutto in chiave di affidamento sulla necessità di dare continuità alle regole processuali e di evitare improvvisi overruling rispetto a un indirizzo stabilizzato, come molte volte detto nella giurisprudenza di legittimità. Vedi la requisitoria

Cassazione Sez. Un. Civili, 30 luglio 2021, n.21985.




Disciplina della magistratura e principio del ne bis in idem

Apertura di procedimento disciplinare a seguito di procedimento penale - Sospensione del disciplinare ex art. 15 del d.lgs. n. 109 del 2006 - Successiva iscrizione di altro procedimento penale e correlata nuova iniziativa disciplinare - Declaratoria di improcedibilità del secondo procedimento disciplinare per violazione del “ne bis in idem” - Decisione nel merito del procedimento disciplinare previamente instaurato - Ammissibilità

Nel procedimento disciplinare riguardante i magistrati, qualora per il medesimo fatto storico siano stati promossi due distinti procedimenti a seguito dell'avvio per due volte dell'azione penale nei confronti dell'incolpato, ferma l'improcedibilità del secondo giudizio, stante la preclusione discendente dal principio del "ne bis in idem", al giudice disciplinare spetta la decisione nel merito del primo giudizio una volta venuta meno la sua sospensione causata dal procedimento penale pendente. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 05 luglio 2021, n.18923.




Modalità comunicative idonee a coartare la libertà di determinazione degli stessi giudici popolari in occasione di una cena organizzata pochi giorni prima della camera di consiglio

Magistrato - Illecito disciplinare ex art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Scorrettezza grave - Nozione - Fattispecie

In tema di illeciti disciplinari dei magistrati, rientrano nella nozione di grave scorrettezza, ai sensi dell'art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006, anche quelle condotte che, pur se non compiute direttamente nell'esercizio delle funzioni, sono inscindibilmente collegate a contegni precedenti o anche solo "in fieri", involgenti l'esercizio delle funzioni giudiziarie, al punto da divenire tutte parte di un "modus agendi" contrario ai doveri del magistrato. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza disciplinare di condanna del Presidente di un collegio di corte d'assise che, su sollecitazione di un giudice popolare, in occasione di una cena organizzata pochi giorni prima della camera di consiglio, si era espresso sul tema della responsabilità civile dei magistrati ed aveva affermato che la riforma di un'eventuale sentenza di condanna avrebbe esposto anche i giudici non togati a conseguenze patrimoniali; l'incolpato, in particolare, aveva fornito delle informazioni inesatte, atteso il diverso regime della responsabilità dettato per i giudici popolari, e si era espresso con modalità comunicative che erano idonee a coartare, secondo una valutazione "ex ante", la libertà di determinazione degli stessi giudici popolari, alla luce del contesto, estraneo alla camera di consiglio, in cui si era verificata la vicenda). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 luglio 2021, n.20042.




La società incorporata perde la legittimazione ad agire ma la società incorporante può intervenire nel giudizio

Fusione per incorporazione – Effetti – Estinzione della società incorporata – Intervento in giudizio della società incorporante

La fusione per incorporazione estingue la società incorporata, la quale non può dunque iniziare un giudizio in persona del suo ex amministratore, avendo facoltà la società incorporante di spiegare intervento in corso di causa nel giudizio instaurato dalla società non legittimata, ai sensi dell'art. 105 cod. proc. civ., nel rispetto delle regole che lo disciplinano. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 luglio 2021, n.21970.




Divorzio e separazione coniugi: sono validi gli accordi riconoscimento o trasferimento della proprietà di beni

Divorzio e separazione personale dei coniugi – Accordo a domanda congiunta – Riconoscimento o trasferimento della proprietà di beni mobili o immobili – Effetti – Trascrizione

Sono valide le clausole dell'accordo di divorzio a domanda congiunta, o di separazione consensuale, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, o di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi, o dei figli, al fine di assicurarne il mantenimento.

Il suddetto accordo di divorzio o di separazione, in quanto inserito nel verbale d'udienza, redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato, assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell'art. 2699 cod. civ. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce valido titolo per la trascrizione a norma dell'art. 2657 cod. civ., dopo la sentenza di divorzio resa ai sensi dell'art. 4, comma 16, della legge n. 898 del 1970 che, in relazione alle pattuizioni aventi ad oggetto le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici, ha valore di pronuncia dichiarativa, ovvero dopo l'omologazione che lo rende efficace.

La validità dei trasferimenti immobiliari presuppone l'attestazione, da parte del cancelliere, che le parti abbiano prodotto gli atti e rese le dichiarazioni di cui all'art. 29, comma 1-bis della legge n. 52 del 1985, con la precisazione che non produce nullità del trasferimento, il mancato compimento, da parte dell'ausiliario, dell'ulteriore verifica circa l'intestatario catastale dei beni trasferiti e la sua conformità con le risultanze dei registri immobiliari». (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 29 luglio 2021, n.21761.




Valutazioni e giudizi personali denigratori di altri magistrati

Disciplina della magistratura - Provvedimenti giurisdizionali - Valutazioni e giudizi personali su altri colleghi e su vicende estranee all’oggetto del procedimento - Illecito disciplinare di cui all'art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Sussistenza - Fattispecie

In tema di responsabilità disciplinare del magistrato, costituisce comportamento gravemente scorretto del magistrato nei confronti di altri magistrati, delle parti e dei loro difensori, integrante l'illecito disciplinare previsto dall'art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006, l'inserimento in provvedimenti giurisdizionali di valutazioni e giudizi personali sull'operato di altri colleghi e su vicende estranee all'oggetto dei procedimenti nei quali sono pronunciati, tanto più se oggettivamente denigratori nei loro confronti. (Nella specie, è stato ravvisato l'illecito in questione nella condotta di un magistrato che, in qualità di presidente ed estensore di una sentenza, aveva indebitamente inserito nel provvedimento una serie di considerazioni critiche, diffuse e non pertinenti, sull'operato dei colleghi della Procura, che, in precedenza, avevano sollecitato il medesimo magistrato a valutare l'opportunità di astenersi dalla trattazione del procedimento, vicenda peraltro già compiutamente definita nella competente sede). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 06 luglio 2021, n.19028.




Eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera di attribuzioni riservata al legislatore

Eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera legislativa - Nozione - Ambito - Riempimento in via interpretativa di una "lacuna legis" - Esclusione - Fondamento - Fattispecie

In tema di sindacato della Corte di cassazione sulle decisioni giurisdizionali del Consiglio di Stato, l'eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera di attribuzioni riservata al legislatore è configurabile solo qualora il giudice speciale abbia applicato non la norma esistente, ma una norma da lui creata, esercitando un'attività di produzione normativa che non gli compete. L'ipotesi non ricorre quando il Consiglio di Stato, attenendosi al compito interpretativo che gli è proprio, abbia individuato una "lacuna legis" nonché la disciplina applicabile per il suo riempimento, in quanto tale operazione ermeneutica può dar luogo, tutt'al più, ad un "error in iudicando" e non alla violazione dei limiti esterni della giurisdizione speciale. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione del Consiglio di Stato che, in tema di elezioni per il Parlamento europeo, ritenuto implicitamente abrogato l'art. 21 della l. n. 18 del 1979, aveva colmato la lacuna così originatasi con il rinvio, tramite l'art. 51 della stessa legge, all'art. 83, comma 1, n.8, del d.P.R. n. 361 del 1957 che disciplina le elezioni per la Camera dei deputati). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 luglio 2021, n.19244.




Avvocato e parcelle: sì al decreto ingiuntivo sulla base del parere dell'associazione professionale e dei parametri

Avvocato – Compensi – Ricorso per ingiunzione – Parcella munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale

In tema di liquidazione del compenso all'avvocato, l'abrogazione del sistema delle tariffe professionali per gli avvocati, disposta dal D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito dalla L.27 marzo 2012, n. 27, non ha determinato, in base all'art. 9 D.L. cit., l'abrogazione dell'art. 636 cod. proc. civ..

Anche a seguito dell'entrata in vigore del D. L. n. 1/2012, convertito dalla L. n. 27/2012, l'avvocato che intende agire per la richiesta dei compensi per prestazioni professionali può avvalersi del procedimento per ingiunzione regolato dagli artt.633 e 636 cod. proc. civ., ponendo a base del ricorso la parcella delle spese e prestazioni, munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale, il quale sarà rilasciato sulla base dei parametri per compensi professionali di cui alla L. 31 dicembre 2012, n. 247 e di cui ai relativi decreti ministeriali attuativi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 08 luglio 2021, n.19427.




Ritardata scarcerazione di indagato sottoposto a custodia cautelare: irrilevanti la laboriosità o capacità del magistrato incolpato o il ritardo della cancelleria

Ritardata scarcerazione di indagato sottoposto a custodia cautelare - Illeciti disciplinari di cui all’art. 2, comma 1, lett. a) e g), del d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109 - Configurabilità - Esimenti - Laboriosità dell’incolpato, condizioni lavorative gravose e strutturale disorganizzazione dell’ufficio - Insufficienza - Circostanze eccezionali - Necessità - Ritardo del funzionario di cancelleria nella gestione del fascicolo - Irrilevanza - Ragioni - Fattispecie

In tema di responsabilità disciplinare, grava sul magistrato l'obbligo di vigilare con regolarità sulla persistenza delle condizioni, anche temporali, cui la legge subordina la privazione della libertà personale di chi è sottoposto ad indagini, sicché l'inosservanza dei termini di durata massima della custodia cautelare, costituisce grave violazione di legge idonea ad integrare gli illeciti disciplinari di cui all'art. 2, comma 1, lett. a) e g), del d.lgs. n. 109 del 2006; tali illeciti non sono scriminati né dalla laboriosità o capacità del magistrato incolpato, né dalle sue gravose condizioni lavorative e neppure dall'eventuale strutturale disorganizzazione dell'ufficio di appartenenza, occorrendo, al riguardo, la presenza di gravissimi impedimenti all'assolvimento del dovere di garantire il diritto costituzionale alla libertà personale del soggetto sottoposto a custodia cautelare, senza che possa assumere rilievo il ritardo del funzionario di cancelleria nella presentazione del fascicolo al magistrato, posto che a quest'ultimo (e non al cancelliere) spetta l'obbligo di esercitare una diuturna vigilanza sulla persistenza delle condizioni, anche temporali, di legalità dello stato di detenzione. (Nella specie, le Sezioni Unite - nel confermare la condanna alla censura dell'incolpato, che, disinteressandosi del procedimento dopo il suo invio alla cancelleria delegata per la trasmissione degli atti in appello, aveva determinato l'illegittima privazione della libertà personale dell'imputato per 292 giorni - hanno escluso che potesse costituire esimente il fatto che il cancelliere deputato alla gestione del fascicolo, a sua volta disciplinarmente sanzionato, limitandosi a far giacere per mesi l'incartamento, nulla avesse fatto o segnalato al magistrato). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 giugno 2021, n.17333.




Decadenza dall'impiego di un magistrato rimasto assente dall'ufficio per un periodo superiore a quindici giorni senza giustificato motivo

Magistrato - Decreto del Ministro della giustizia di decadenza dall'impiego - Natura disciplinare - Esclusione - Conseguenze - Ricorso per cassazione - Inammissibilità

Il decreto del Ministro della Giustizia emesso ex art. 127 del d. P.R. n. 3 del 1957, con il quale si decreta la decadenza dall'impiego di un magistrato per essere rimasto assente dall'ufficio per un periodo superiore a quindici giorni senza giustificato motivo, non ha natura disciplinare e, dunque, non può essere impugnato dinanzi alle Sezioni Unite della Corte di cassazione, quale giudice dell'impugnazione dei provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, bensì dinanzi alla giurisdizione amministrativa. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 giugno 2021, n.15762.



  

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