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Sezioni Unite Civili - Tutte le decisioni


La società incorporata perde la legittimazione ad agire ma la società incorporante può intervenire nel giudizio

Fusione per incorporazione – Effetti – Estinzione della società incorporata – Intervento in giudizio della società incorporante

La fusione per incorporazione estingue la società incorporata, la quale non può dunque iniziare un giudizio in persona del suo ex amministratore, avendo facoltà la società incorporante di spiegare intervento in corso di causa nel giudizio instaurato dalla società non legittimata, ai sensi dell'art. 105 cod. proc. civ., nel rispetto delle regole che lo disciplinano. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 luglio 2021, n.21970.




Amministrazione di sostegno e reclamo avverso i decreti del giudice tutelare

Amministrazione di sostegno – Decreti del giudice tutelare – Reclamo – Corte d’appello

I decreti del giudice tutelare in materia di amministrazione di sostegno sono reclamabili ai sensi dell'art. 720 bis, comma 2, c.p.c., unicamente innanzi alla Corte d'appello, quale che sia il loro contenuto, decisorio ovvero gestorio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)






Il sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l’affermazione del seguente principio (difforme)

La Procura generale, a composizione di un contrasto sollevato a seguito di una affermazione dissenziente contenuta – in obiter – in una recente pronuncia di legittimità, conclude nel segno della continuità dell’indirizzo consolidato nel corso di un decennio, che assegna al Tribunale in composizione collegiale la competenza a decidere sui reclami proposti contro quei decreti in materia di amministrazione di sostegno che non abbiano incidenza sui diritti fondamentali dell’interessato ma rivestano carattere gestorio e siano sempre revocabili e modificabili. Nelle conclusioni, superando l’argomento letterale speso nel precedente per sostenere la competenza della Corte di appello, imperniato sull’uso del singolare (“il decreto”) nell’art. 720-bis c.p.c., da un lato si considera lo stretto raccordo tra l’art. 720-bis e l’art. 739, che individua il Tribunale come giudice naturale del reclamo, dall’altro si valorizzano gli argomenti funzionali e le esigenze di prossimità del giudice, il tutto in chiave di affidamento sulla necessità di dare continuità alle regole processuali e di evitare improvvisi overruling rispetto a un indirizzo stabilizzato, come molte volte detto nella giurisprudenza di legittimità. Vedi la requisitoria

Cassazione Sez. Un. Civili, 30 luglio 2021, n.21985.




Divorzio e separazione coniugi: sono validi gli accordi riconoscimento o trasferimento della proprietà di beni

Divorzio e separazione personale dei coniugi – Accordo a domanda congiunta – Riconoscimento o trasferimento della proprietà di beni mobili o immobili – Effetti – Trascrizione

Sono valide le clausole dell'accordo di divorzio a domanda congiunta, o di separazione consensuale, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, o di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi, o dei figli, al fine di assicurarne il mantenimento.

Il suddetto accordo di divorzio o di separazione, in quanto inserito nel verbale d'udienza, redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato, assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell'art. 2699 cod. civ. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce valido titolo per la trascrizione a norma dell'art. 2657 cod. civ., dopo la sentenza di divorzio resa ai sensi dell'art. 4, comma 16, della legge n. 898 del 1970 che, in relazione alle pattuizioni aventi ad oggetto le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici, ha valore di pronuncia dichiarativa, ovvero dopo l'omologazione che lo rende efficace.

La validità dei trasferimenti immobiliari presuppone l'attestazione, da parte del cancelliere, che le parti abbiano prodotto gli atti e rese le dichiarazioni di cui all'art. 29, comma 1-bis della legge n. 52 del 1985, con la precisazione che non produce nullità del trasferimento, il mancato compimento, da parte dell'ausiliario, dell'ulteriore verifica circa l'intestatario catastale dei beni trasferiti e la sua conformità con le risultanze dei registri immobiliari». (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 29 luglio 2021, n.21761.




Modalità comunicative idonee a coartare la libertà di determinazione degli stessi giudici popolari in occasione di una cena organizzata pochi giorni prima della camera di consiglio

Magistrato - Illecito disciplinare ex art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Scorrettezza grave - Nozione - Fattispecie

In tema di illeciti disciplinari dei magistrati, rientrano nella nozione di grave scorrettezza, ai sensi dell'art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006, anche quelle condotte che, pur se non compiute direttamente nell'esercizio delle funzioni, sono inscindibilmente collegate a contegni precedenti o anche solo "in fieri", involgenti l'esercizio delle funzioni giudiziarie, al punto da divenire tutte parte di un "modus agendi" contrario ai doveri del magistrato. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza disciplinare di condanna del Presidente di un collegio di corte d'assise che, su sollecitazione di un giudice popolare, in occasione di una cena organizzata pochi giorni prima della camera di consiglio, si era espresso sul tema della responsabilità civile dei magistrati ed aveva affermato che la riforma di un'eventuale sentenza di condanna avrebbe esposto anche i giudici non togati a conseguenze patrimoniali; l'incolpato, in particolare, aveva fornito delle informazioni inesatte, atteso il diverso regime della responsabilità dettato per i giudici popolari, e si era espresso con modalità comunicative che erano idonee a coartare, secondo una valutazione "ex ante", la libertà di determinazione degli stessi giudici popolari, alla luce del contesto, estraneo alla camera di consiglio, in cui si era verificata la vicenda). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 luglio 2021, n.20042.




Avvocato e parcelle: sì al decreto ingiuntivo sulla base del parere dell'associazione professionale e dei parametri

Avvocato – Compensi – Ricorso per ingiunzione – Parcella munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale

In tema di liquidazione del compenso all'avvocato, l'abrogazione del sistema delle tariffe professionali per gli avvocati, disposta dal D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito dalla L.27 marzo 2012, n. 27, non ha determinato, in base all'art. 9 D.L. cit., l'abrogazione dell'art. 636 cod. proc. civ..

Anche a seguito dell'entrata in vigore del D. L. n. 1/2012, convertito dalla L. n. 27/2012, l'avvocato che intende agire per la richiesta dei compensi per prestazioni professionali può avvalersi del procedimento per ingiunzione regolato dagli artt.633 e 636 cod. proc. civ., ponendo a base del ricorso la parcella delle spese e prestazioni, munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale, il quale sarà rilasciato sulla base dei parametri per compensi professionali di cui alla L. 31 dicembre 2012, n. 247 e di cui ai relativi decreti ministeriali attuativi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 08 luglio 2021, n.19427.




Eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera di attribuzioni riservata al legislatore

Eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera legislativa - Nozione - Ambito - Riempimento in via interpretativa di una "lacuna legis" - Esclusione - Fondamento - Fattispecie

In tema di sindacato della Corte di cassazione sulle decisioni giurisdizionali del Consiglio di Stato, l'eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera di attribuzioni riservata al legislatore è configurabile solo qualora il giudice speciale abbia applicato non la norma esistente, ma una norma da lui creata, esercitando un'attività di produzione normativa che non gli compete. L'ipotesi non ricorre quando il Consiglio di Stato, attenendosi al compito interpretativo che gli è proprio, abbia individuato una "lacuna legis" nonché la disciplina applicabile per il suo riempimento, in quanto tale operazione ermeneutica può dar luogo, tutt'al più, ad un "error in iudicando" e non alla violazione dei limiti esterni della giurisdizione speciale. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione del Consiglio di Stato che, in tema di elezioni per il Parlamento europeo, ritenuto implicitamente abrogato l'art. 21 della l. n. 18 del 1979, aveva colmato la lacuna così originatasi con il rinvio, tramite l'art. 51 della stessa legge, all'art. 83, comma 1, n.8, del d.P.R. n. 361 del 1957 che disciplina le elezioni per la Camera dei deputati). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 luglio 2021, n.19244.




Valutazioni e giudizi personali denigratori di altri magistrati

Disciplina della magistratura - Provvedimenti giurisdizionali - Valutazioni e giudizi personali su altri colleghi e su vicende estranee all’oggetto del procedimento - Illecito disciplinare di cui all'art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Sussistenza - Fattispecie

In tema di responsabilità disciplinare del magistrato, costituisce comportamento gravemente scorretto del magistrato nei confronti di altri magistrati, delle parti e dei loro difensori, integrante l'illecito disciplinare previsto dall'art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006, l'inserimento in provvedimenti giurisdizionali di valutazioni e giudizi personali sull'operato di altri colleghi e su vicende estranee all'oggetto dei procedimenti nei quali sono pronunciati, tanto più se oggettivamente denigratori nei loro confronti. (Nella specie, è stato ravvisato l'illecito in questione nella condotta di un magistrato che, in qualità di presidente ed estensore di una sentenza, aveva indebitamente inserito nel provvedimento una serie di considerazioni critiche, diffuse e non pertinenti, sull'operato dei colleghi della Procura, che, in precedenza, avevano sollecitato il medesimo magistrato a valutare l'opportunità di astenersi dalla trattazione del procedimento, vicenda peraltro già compiutamente definita nella competente sede). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 06 luglio 2021, n.19028.




Disciplina della magistratura e principio del ne bis in idem

Apertura di procedimento disciplinare a seguito di procedimento penale - Sospensione del disciplinare ex art. 15 del d.lgs. n. 109 del 2006 - Successiva iscrizione di altro procedimento penale e correlata nuova iniziativa disciplinare - Declaratoria di improcedibilità del secondo procedimento disciplinare per violazione del “ne bis in idem” - Decisione nel merito del procedimento disciplinare previamente instaurato - Ammissibilità

Nel procedimento disciplinare riguardante i magistrati, qualora per il medesimo fatto storico siano stati promossi due distinti procedimenti a seguito dell'avvio per due volte dell'azione penale nei confronti dell'incolpato, ferma l'improcedibilità del secondo giudizio, stante la preclusione discendente dal principio del "ne bis in idem", al giudice disciplinare spetta la decisione nel merito del primo giudizio una volta venuta meno la sua sospensione causata dal procedimento penale pendente. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 05 luglio 2021, n.18923.




Ritardata scarcerazione di indagato sottoposto a custodia cautelare: irrilevanti la laboriosità o capacità del magistrato incolpato o il ritardo della cancelleria

Ritardata scarcerazione di indagato sottoposto a custodia cautelare - Illeciti disciplinari di cui all’art. 2, comma 1, lett. a) e g), del d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109 - Configurabilità - Esimenti - Laboriosità dell’incolpato, condizioni lavorative gravose e strutturale disorganizzazione dell’ufficio - Insufficienza - Circostanze eccezionali - Necessità - Ritardo del funzionario di cancelleria nella gestione del fascicolo - Irrilevanza - Ragioni - Fattispecie

In tema di responsabilità disciplinare, grava sul magistrato l'obbligo di vigilare con regolarità sulla persistenza delle condizioni, anche temporali, cui la legge subordina la privazione della libertà personale di chi è sottoposto ad indagini, sicché l'inosservanza dei termini di durata massima della custodia cautelare, costituisce grave violazione di legge idonea ad integrare gli illeciti disciplinari di cui all'art. 2, comma 1, lett. a) e g), del d.lgs. n. 109 del 2006; tali illeciti non sono scriminati né dalla laboriosità o capacità del magistrato incolpato, né dalle sue gravose condizioni lavorative e neppure dall'eventuale strutturale disorganizzazione dell'ufficio di appartenenza, occorrendo, al riguardo, la presenza di gravissimi impedimenti all'assolvimento del dovere di garantire il diritto costituzionale alla libertà personale del soggetto sottoposto a custodia cautelare, senza che possa assumere rilievo il ritardo del funzionario di cancelleria nella presentazione del fascicolo al magistrato, posto che a quest'ultimo (e non al cancelliere) spetta l'obbligo di esercitare una diuturna vigilanza sulla persistenza delle condizioni, anche temporali, di legalità dello stato di detenzione. (Nella specie, le Sezioni Unite - nel confermare la condanna alla censura dell'incolpato, che, disinteressandosi del procedimento dopo il suo invio alla cancelleria delegata per la trasmissione degli atti in appello, aveva determinato l'illegittima privazione della libertà personale dell'imputato per 292 giorni - hanno escluso che potesse costituire esimente il fatto che il cancelliere deputato alla gestione del fascicolo, a sua volta disciplinarmente sanzionato, limitandosi a far giacere per mesi l'incartamento, nulla avesse fatto o segnalato al magistrato). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 giugno 2021, n.17333.




Giudizi disciplinari nei confronti degli avvocati, nuovo codice deontologico forense e applicazione del criterio del favor rei

Nuovo codice deontologico forense - Criterio del “favor rei” - Comparazione tra la sanzione della sospensione e quella della cancellazione dall’albo - Individuazione della norma più favorevole - Criteri

In tema di giudizi disciplinari nei confronti degli avvocati, soggetti al nuovo codice deontologico forense approvato il 31 gennaio 2014, l'applicazione del criterio del "favor rei", di cui all'art. 65, comma 5, della l. n. 247 del 2012, richiede l'individuazione del trattamento sanzionatorio più favorevole che, in caso di comparazione tra la abrogata sanzione della cancellazione dall'albo e la sospensione dall'esercizio della professione forense prevista dalla nuova normativa, va effettuata in concreto, tenendo conto della possibilità prevista dal regime previgente di reiscrizione dopo un periodo minimo di due anni, dei criteri fissati per un eventuale aumento di tale periodo e del tempo occorrente per la presentazione della relativa istanza. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 10 giugno 2021, n.16296.




Negozio di cessione di cubatura tra privati: forma e imposizione

Negozio di cessione di cubatura - Natura giuridica - Conseguenze impositive

Il negozio di cessione di cubatura tra privati, con cui il proprietario di un fondo distacca, in tutto o in parte, la facoltà inerente al suo diritto dominicale di costruire nei limiti della cubatura assentita dal piano regolatore e, formandone un diritto a sè stante, lo trasferisce a titolo oneroso al proprietario di altro fondo urbanisticamente omogeneo, è atto immediatamente traslativo di un diritto edificatorio di natura non reale a contenuto patrimoniale, non richiedente la forma scritta "ad substantiam" e trascrivibile ex art. 2643, n. 2-bis, c.c.; ne consegue che, ai fini del registro, è assoggettabile ad imposta proporzionale ai sensi dell'art. 9 della Tariffa, parte prima, allegata al d.P.R. n. 131 del 1986 nonché, in caso di trascrizione e voltura, è assoggettabile ad imposta ipotecaria e catastale nella misura fissa propria degli atti diversi da quelli traslativi o costitutivi di un diritto reale immobiliare ex artt. 4 della Tariffa allegata al d.lgs. n. 347 del 1990 e 10, comma 2, del d.lgs. cit. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 giugno 2021, n.16080.




Interessi e rivalutazione monetaria sui crediti non assistiti da privilegio nella LCA

Procedura di liquidazione coatta amministrativa – Crediti non assistiti da privilegio ex art. 2751-bis, n. 1, c.c. – Interessi e rivalutazione monetaria – Maturazione fino alla data del provvedimento che ha disposto la liquidazione

Nella procedura della liquidazione coatta amministrativa, in virtù degli artt. 55 e 201 l.fall. e dell' art. 83, comma 2, d.lgs. n. 385 del 1993, il corso di interessi e di rivalutazione monetaria sui crediti non assistiti da privilegio deve arrestarsi alla data del provvedimento che disponendo la liquidazione apre il concorso fra i creditori. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 giugno 2021, n.16084.




LCA: conseguenze dell'omessa notifica del termine fissato per la comparizione ex art. 87 TUB

Liquidazione coatta amministrativa – Opposizione – Omessa comunicazione all’opponente del decreto del giudice di fissazione dell’udienza di comparizione ex art. 87 del d.lgs n. 385 del 1993 – Mancata notifica da parte dell’opponente che non abbia avuto conoscenza del termine – Effetti preclusivi – Esclusione

Nell'ambito della procedura della liquidazione coatta amministrativa, la mancata notifica da parte dell'opponente del decreto con il quale il giudice istruttore designato fissa, ai sensi dell'art. 87, comma 3, d.lgs. n. 385 del 1993, nel testo antecedente alle modifiche apportate dall' art. 1, comma 29, d.lgs. n. 181 del 2015, l'udienza in cui i commissari e le parti devono comparire davanti a lui, e assegna il termine per la notificazione del ricorso e del decreto ai commissari e alle parti, non produce effetti preclusivi, allorché l'opponente non abbia avuto conoscenza del termine indicato per la notifica, perché la Cancelleria non gli ha comunicato il decreto citato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 giugno 2021, n.16084.




Decadenza dall'impiego di un magistrato rimasto assente dall'ufficio per un periodo superiore a quindici giorni senza giustificato motivo

Magistrato - Decreto del Ministro della giustizia di decadenza dall'impiego - Natura disciplinare - Esclusione - Conseguenze - Ricorso per cassazione - Inammissibilità

Il decreto del Ministro della Giustizia emesso ex art. 127 del d. P.R. n. 3 del 1957, con il quale si decreta la decadenza dall'impiego di un magistrato per essere rimasto assente dall'ufficio per un periodo superiore a quindici giorni senza giustificato motivo, non ha natura disciplinare e, dunque, non può essere impugnato dinanzi alle Sezioni Unite della Corte di cassazione, quale giudice dell'impugnazione dei provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, bensì dinanzi alla giurisdizione amministrativa. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 giugno 2021, n.15762.




Competenza sulla controversia tra il gestore del servizio energetico e il soggetto privato produttore di energia

Produzione di energia da fonti rinnovabili - Incentivi - Società di produzione energetica - Domanda di pagamento rivolta al Gestore del servizio energetico - Controversia relativa - Giurisdizione del giudice ordinario - Sussistenza - Fondamento

In materia di incentivi per la produzione di energia da fonti rinnovabili, appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la controversia tra il gestore del servizio energetico e il soggetto privato produttore di energia, qualora la materia del contendere non riguardi le tariffe, il criterio di loro quantificazione o la concessione degli incentivi, ma soltanto l'inadempimento contrattuale riguardante il corrispettivo, meramente privatistico, dovuto sulla base della convenzione conclusa ovvero la condanna del gestore al pagamento dei crediti maturati dal titolare dell'impianto fotovoltaico. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 giugno 2021, n.15572.




Sulla ragionevole durata del procedimento disciplinare contro l’avvocato

Avvocato - Giudizi disciplinari - Procedimento disciplinare dinanzi al CNF - Termini per la definizione - Ragionevole durata - Insussistenza - Art. 2 della l. n. 241 del 1990 - Applicabilità - Esclusione - Fondamento - Conseguenze

In tema di giudizi disciplinari innanzi al Consiglio nazionale forense, privi di termini perentori per l'inizio, lo svolgimento e la definizione del procedimento, la natura giurisdizionale delle funzioni attribuite all'organo giudicante giustifica l'inapplicabilità dell'art. 2 della l. n. 241 del 1990, il cui ambito operativo è espressamente limitato all'attività amministrativa, con la conseguenza che rispetto a tale procedimento trova applicazione soltanto il principio di ragionevole durata del processo, previsto dall'art. 6 della CEDU e consacrato nell'ordinamento interno dall'art. 111, comma 2, Cost., la cui inosservanza non comporta l'invalidità del procedimento né della decisione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 maggio 2021, n.13167.




Responsabilità disciplinare dell'avvocato per espressioni sconvenienti od offensive vietate

Espressioni sconvenienti od offensive - Rilevanza disciplinare - Fondamento - Veridicità e contesto dei fatti - Ininfluenza - Fondamento - Contrasto con l’art. 21 Cost. - Esclusione

Ai fini della responsabilità disciplinare dell'avvocato, le espressioni sconvenienti od offensive vietate dal codice deontologico forense, vigente "ratione temporis", rilevano di per sé, a prescindere dal contesto in cui sono usate e dalla veridicità dei fatti che ne sono oggetto, senza che tale divieto, previsto a salvaguardia della dignità e del decoro della professione, si ponga in contrasto con il diritto, tutelato dall'art. 21 Cost., di manifestare liberamente il proprio pensiero, il quale non è assoluto ma trova concreti limiti nei concorrenti diritti dei terzi e nell'esigenza di tutelare interessi diversi, anch'essi costituzionalmente garantiti. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 maggio 2021, n.13168.




Condotta della pubblica amministrazione difforme dai canoni di correttezza e buona fede: la controversia è compromettile in arbitri?

Convenzione urbanistica - Controversia relativa - Risoluzione tramite arbitrato - Limiti - Lesione dell’affidamento del privato - Condizioni - Fattispecie

La controversia relativa ad una pretesa risarcitoria fondata sulla lesione dell'affidamento del privato nell'emanazione di un provvedimento amministrativo a causa di una condotta della pubblica amministrazione che si assume difforme dai canoni di correttezza e buona fede, in quanto concernente diritti soggettivi, può essere compromessa mediante arbitrato rituale, a condizione che sia identificabile un comportamento della pubblica amministrazione, diverso dalla mera inerzia o dalla mera sequenza di atti formali di cui si compone il procedimento amministrativo, che abbia cagionato al privato un danno in modo indipendente da eventuali illegittimità di diritto pubblico ovvero che abbia indotto il privato a non esperire gli strumenti previsti per la tutela dell'interesse legittimo pretensivo a causa del ragionevole affidamento riposto nell'emanazione del provvedimento non più adottato. (Nella specie, la S.C. ha ravvisato nella inerzia dell'amministrazione, consistita nell'omessa sottoscrizione del nuovo schema di convenzione urbanistica, approvato con delibera del Consiglio comunale, e nel perdurante mancato esercizio del potere di revoca, un comportamento idoneo a indurre il legittimo affidamento del privato sulla conclusione della convenzione). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 11 maggio 2021, n.12428.




Devoluzione in arbitrato rituale di controversie con la pubblica amministrazione

Convenzione urbanistica - Controversia relativa - Risoluzione tramite arbitrato - Limiti - Canone integrativo della buona fede - Rilevanza - Esclusione - Fondamento

In tema di devoluzione in arbitrato rituale di controversie con la pubblica amministrazione, la convenzione urbanistica, quale accordo sostitutivo ex art. 11 l. n. 241 del 1990, non è suscettibile - per tutto ciò che non è disposto dal regolamento contrattuale – di produrre obblighi per la pubblica amministrazione correlati a diritti soggettivi del privato attraverso l'integrazione legale dell'accordo, in ragione della incompatibilità del principio di integrazione del contratto sulla base della buona fede con la norma attributiva del potere amministrativo. Ne consegue che la controversia derivante dalla mancata adozione di provvedimenti da parte della pubblica amministrazione che abbia determinato la non eseguibilità della convenzione urbanistica non può essere risolta mediante arbitrato rituale in quanto è afferente ad interessi legittimi. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 11 maggio 2021, n.12428.




Termine per la riassunzione del processo: la dichiarazione giudiziale dell'interruzione deve essere portata a conoscenza di ciascuna parte

Fallimento - Automatica interruzione del processo - Riassunzione -  Termine - Decorrenza

In caso di apertura del fallimento, ferma l'automatica interruzione del processo (con oggetto i rapporti di diritto patrimoniale) che ne deriva ai sensi della L.Fall., art. 43, comma 3, il termine per la relativa riassunzione o prosecuzione, per evitare gli effetti di estinzione di cui all'art. 305 c.p.c. e al di fuori delle ipotesi di improcedibilità ai sensi della L.Fall., artt. 52 e 93 per le domande di credito, decorre da quando la dichiarazione giudiziale dell'interruzione stessa sia portata a conoscenza di ciascuna parte; tale dichiarazione, ove già non conosciuta nei casi di pronuncia in udienza ai sensi dell'art. 176 c.p.c., comma 2, va direttamente notificata alle parti o al curatore da ogni altro interessato ovvero comunicata - ai predetti fini - anche dall'ufficio giudiziario, potendo inoltre il giudice pronunciarla altresì d'ufficio, allorchè gli risulti, in qualunque modo, l'avvenuta dichiarazione di fallimento medesima. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 maggio 2021, n.12154.




La natura inter vivos del credito attribuito per contratto agli 'eredi' designati quali beneficiari dei vantaggi dell'assicurazione esclude l’applicazione delle regole sulla comunione ereditaria

Sulla valenza descrittiva o, per così dire, "materiale" della qualità di "eredi (legittimi)" richiamata in sede di designazione dei beneficiari di un'assicurazione sulla vita a favore di terzi e sulla interferenza di una designazione ereditaria compiuta in sede testamentaria con la individuazione contrattuale degli "eredi legittimi" quali beneficiari dei vantaggi dell'assicurazione

Sulla ripartizione dell'indennizzo assicurativo tra gli eredi beneficiari in proporzione delle rispettive quote ereditarie o in quote uguali

Essendo la designazione del beneficiario dei vantaggi di un'assicurazione sulla vita, quale che sia la forma prescelta fra quelle previste dell'art. 1920 c.c., comma 2, atto inter vivos con effetti post mortem, da cui discende l'effetto dell'immediato acquisto di un diritto proprio ai vantaggi dell'assicurazione, la generica individuazione quali beneficiari degli "eredi (legittimi e/o testamentari)" ne comporta l'identificazione soggettiva con coloro che, al momento della morte dello stipulante, rivestano tale qualità in forza del titolo della astratta delazione ereditaria prescelto dal medesimo contraente, indipendentemente dalla rinunzia o dall'accettazione della vocazione.

Deve invero sempre rammentarsi che qui il termine "eredi" viene attribuito dalla designazione allo scopo precipuo di fornire all'assicuratore un criterio univoco di individuazione del creditore della prestazione, e perciò prescinde dall'effettiva vocazione.

L'eventuale istituzione di erede per testamento compiuta dal contraente assicurato dopo aver designato i propri "eredi (legittimi)" quali beneficiari della polizza non rileva, pertanto, nè come nuova designazione per attribuzione della somma assicurata, nè come revoca del beneficio, agli effetti dell'art. 1921 c.c., ove non risulti una inequivoca volontà in tal senso, operando su piani diversi l'intenzione di disporre mortis causa delle proprie sostanze e l'assegnazione a terzi del diritto contrattuale alla prestazione assicurativa.

La natura inter vivos del credito attribuito per contratto agli "eredi" designati quali beneficiari dei vantaggi dell'assicurazione esclude l'operatività riguardo ad esso delle regole sulla comunione ereditaria, valevoli per i crediti del de cuius, come anche l'automatica ripartizione dell'indennizzo tra i coeredi in ragione delle rispettive quote di spettanza dei beni caduti in successione. La qualifica di "eredi" rivestita al momento della morte dello stipulante sopperisce, invero, con valenza meramente soggettiva, alla generica determinazione del beneficiario, in base al disposto dell'art. 1920 c.c., comma 2, che funziona soltanto al fine di indicare all'assicuratore chi siano i creditori della prestazione, ma non implica presuntivamente, in caso di pluralità di designati, l'applicazione tra i concreditori delle regole di ripartizione dei crediti ereditari.

Al contrario, il silenzio serbato dal contraente sulla suddivisione del capitale assicurato tra gli eredi potrebbe spiegarsi come indizio della sua volontà di utilizzare l'assicurazione sulla vita per il caso morte con finalità indennitaria, o come alternativa al testamento comunque sottratta al divieto ex art. 458 c.c., in maniera da beneficiare tutti indistintamente senza soggiacere alle proporzioni della successione ereditaria.

Rimane ovviamente ferma la libertà del contraente, nel designare gli eredi quali beneficiari dei vantaggi dell'assicurazione, di indicare gli stessi nominativamente o di stabilire in quali misure o proporzioni debba suddividersi tra loro l'indennizzo, o comunque di derogare all'art. 1920 c.c. (arg. dall'art. 1932 c.c.). L'indagine sull'effettiva intenzione del contraente, ovvero sullo scopo che lo stesso voleva perseguire mediante la generica designazione degli eredi beneficiari, rimane tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)


Massime ufficiali:


La designazione generica degli ‘eredi’ come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita, in una delle forme previste dall’art. 1920 c.c., comporta l’acquisto di un diritto proprio ai vantaggi dell’assicurazione da parte di coloro che, al momento della morte dello stipulante, rivestano tale qualità in forza del titolo della astratta delazione indicata all’assicuratore per individuare i creditori della prestazione.

La designazione generica degli ‘eredi’ come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita, in difetto di una inequivoca volontà del contraente in senso diverso, non comporta la ripartizione dell’indennizzo tra gli aventi diritto secondo le proporzioni della successione ereditaria, spettando a ciascuno dei creditori, in forza della eadem causa obligandi, una quota uguale dell’indennizzo assicurativo, il cui pagamento ciascuno potrà esigere dall’assicuratore nella rispettiva misura.

Allorché uno dei beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita premuore al contraente, la prestazione, se il beneficio non sia stato revocato o il contraente non abbia disposto diversamente, deve essere eseguita a favore degli eredi del premorto in proporzione della quota che sarebbe spettata a quest’ultimo.

 

 

 

 

Il sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l’affermazione del seguente principio (difforme):

In materia di contratti di assicurazione sulla vita, la clausola indicante quali beneficiari, in caso di morte dello stipulante, i “legittimi eredi” deve essere interpretata nel senso che i beneficiari sono individuati dallo stipulante non solo per la loro posizione di suoi potenziali eredi legittimi, ma anche per la misura delle loro potenziali quote di partecipazione all’eredità. E’ indubbio che si sia al di fuori della successione ereditaria, trattandosi di meri diritti di natura contrattuale, tuttavia l’espressione “legittimi eredi”, per ragioni di natura letterale, logica, storica e sistematica, sembra voglia chiaro riferimento anche al quantum dei diritti di subentro di ciascuno degli eredi, senza possibilità di distinguere l’an dal quantum, che sono un tutt’uno. Ogni legittimo erede ha uno specifico rapporto di parentela con lo stipulante e sulla base di tale rapporto, che incide al contempo sull’an e sulla misura dei suoi diritti, egli viene indicato ai sensi dell’art. 1920 comma 3 c.c. Vedi la requisitoria Cassazione Sez. Un. Civili, 30 aprile 2021, n.11421.




La farmacia può essere dichiarata fallita dal giudice ordinario?

Fallimento di impresa esercente attività di farmacia privata – Giurisdizione del giudice ordinario – Sussistenza – Fondamento

Il soggetto che, in forma individuale o societaria, svolga attività di farmacia privata, è sottoponibile, in quanto imprenditore insolvente, al fallimento. Sussiste a tal fine la giurisdizione del giudice ordinario, posto che il distinto ed autonomo piano riguardante l'abilitazione amministrativa all'esercizio dell'attività farmaceutica non interferisce con il saliente profilo dell'esercizio dell'attività imprenditoriale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 29 aprile 2021, n.11292.




Acquisizioni di partecipazioni bancarie: il relativo controllo di legittimità spetta alla competenza esclusiva del giudice dell'Unione

Unione bancaria tra Stati dell'eurozona - Meccanismo di vigilanza unico - Acquisizioni di partecipazioni qualificate in banche - Potere decisionale - Spettanza alla sola BCE - Atti delle autorità nazionali centrali - Qualificazione come atti dell'Unione - Fondamento - Controllo giurisdizionale di legittimità - Competenza del solo giudice dell'Unione e non di quelli nazionali

Nell'Unione bancaria creata tra gli Stati dell'eurozona, il Meccanismo di vigilanza unico (MVU), di cui al Regolamento UE n. 1024/2013, presuppone che il potere decisionale esclusivo in ordine alle acquisizioni di partecipazioni qualificate in banche appartenga alla BCE; pertanto, il coinvolgimento delle autorità nazionali nel procedimento che conduce all'adozione della decisione della stessa BCE non mette in dubbio la qualificazione degli atti delle autorità nazionali centrali (ANC) come atti dell'Unione, poiché questi rientrano, nel quadro del Meccanismo di vigilanza unico, in un procedimento unitario nel quale la BCE esercita da sola il potere decisionale. Ne consegue che il relativo controllo di legittimità spetta alla competenza esclusiva del giudice dell'Unione - pure in applicazione della legislazione nazionale, qualora il diritto dell'Unione riconosca differenti opzioni normative agli Stati membri - e non a quella dei giudici nazionali, anche ove sia fatta valere la contrarietà degli atti del medesimo procedimento ad un giudicato nazionale nel contesto della giurisdizione di ottemperanza. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 aprile 2021, n.10355.




Individuazione, ai fini dell'appello, della natura definitiva o non definitiva di una sentenza che abbia deciso su una delle domande cumulativamente proposte dalle parti stesse

Cumulo di domande fra gli stessi soggetti – Pronuncia su una (o più) di esse – Natura di sentenza non definitiva – Criterio formale di distinzione – Applicabilità – Contrasto tra gli indici di carattere formale – Conseguenze

Ai fini dell'individuazione della natura definitiva o non definitiva di una sentenza che abbia deciso su una delle domande cumulativamente proposte dalle parti stesse, deve aversi riguardo agli indici di carattere formale desumibili dal contenuto intrinseco della stessa sentenza, quali la separazione della causa e la liquidazione delle spese di lite in relazione alla causa decisa. Qualora il giudice, con la pronuncia intervenuta su una delle domande cumulativamente proposte, abbia liquidato le spese e disposto per il prosieguo del giudizio in relazione alle altre domande, al contempo qualificando come non definitiva la sentenza emessa, in ragione dell'ambiguità derivante dall'irriducibile contrasto tra indici di carattere formale che siffatta qualificazione determina e al fine di non comprimere il pieno esercizio del diritto di impugnazione, deve ritenersi ammissibile l'appello in concreto proposto mediante riserva. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 aprile 2021, n.10242.




Impugnazione del provvedimento di esonero dell'esecutore testamentario dal suo ufficio

Esecutori testamentari - Esonero - Provvedimento emesso in sede di reclamo in tema di esonero di esecutore testamentario dal suo ufficio - Ricorso straordinario ex art. 111 Cost. - Inammissibilità - Denuncia di vizio attinente alla giurisdizione - Irrilevanza - Fondamento - Fattispecie

In tema di esonero dell'esecutore testamentario dal suo ufficio, il provvedimento del presidente del tribunale è reclamabile davanti al presidente della corte d'appello, ma la decisione assunta da quest'ultimo non è impugnabile per cassazione con ricorso straordinario ex art. 111 Cost., mancando dei caratteri della decisorietà e definitività in senso sostanziale; non rileva in senso contrario la denuncia di un vizio di giurisdizione o competenza, posto che la pronuncia sull'osservanza delle norme che regolano il processo mutua la natura dell'atto giurisdizionale cui il processo è preordinato e, pertanto, non può aver autonoma valenza di provvedimento decisorio e definitivo, se di tali caratteri quell'atto sia privo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 aprile 2021, n.10107.




Le Sezioni Unite sulla notificazione a mezzo posta in caso di assenza o rifiuto del destinatario: occorre produrre il CAD

Notificazione a mezzo posta di atto impositivo o processuale – Prova del perfezionamento della procedura notificatoria – Produzione giudiziale dell'avviso di ricevimento del CAD – Necessità

In tema di notifica di un atto impositivo ovvero processuale tramite il servizio postale secondo le previsioni della legge n. 890 del 1982, qualora l’atto notificando non venga consegnato al destinatario per rifiuto a riceverlo ovvero per temporanea assenza del destinatario stesso ovvero per assenza/inidoneità di altre persone a riceverlo, la prova del perfezionamento della procedura notificatoria può essere data dal notificante esclusivamente mediante la produzione giudiziale dell’avviso di ricevimento della raccomandata che comunica l’avvenuto deposito dell’atto notificando presso l’ufficio postale (cd. CDA), non essendo a tal fine sufficiente la prova dell’avvenuta spedizione della raccomandata medesima. (massima ufficiale)

 

 

 

 

Il sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l’affermazione del seguente principio (conforme):

In tema di notificazione a mezzo posta, la prova del perfezionamento del procedimento notificatorio nel caso di irreperibilità relativa del destinatario deve avvenire - in base ad un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 8 della l. n. 890 del 1982 - attraverso l'esibizione in giudizio dell'avviso di ricevimento della raccomandata contenente la comunicazione di avvenuto deposito (cd. C.A.D.), in quanto solo l'esame di detto avviso consente di verificare che il destinatario abbia avuto effettiva conoscenza del deposito dell'atto presso l'ufficio postale e che ne sia stato pertanto tutelato il diritto di difesa.. Vedi la requisitoria Cassazione Sez. Un. Civili, 15 aprile 2021, n.10012.




Le associazioni di volontariato senza scopo di lucro e le Onlus non sono esenti dal pagamento del contributo unificato per le attività giurisdizionali

Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS) - Esenzione dal pagamento del contributo unificato - Esclusione - Fondamento

In materia di agevolazioni tributarie, le associazioni di volontariato senza scopo di lucro e le Onlus non sono esenti dal pagamento del contributo unificato per le attività giurisdizionali connesse allo svolgimento di quelle statutarie, ancorché a tutela di interessi riconosciuti di particolare rilevanza sociale, atteso che le norme che prevedono agevolazioni o esenzioni tributarie, quali gli artt. 10 del d.P.R. n. 115 del 2002, 8, comma 1, l. n. 266 del 1991 e 27-bis della tabella B allegata al d.P.R. n. 642 del 1972, sono soggette a stretta interpretazione e non ammettono un'interpretazione estensiva o analogica. (massima ufficiale)







Il sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l’affermazione del seguente principio
(conforme): In materia di agevolazioni tributarie, le ONLUS non sono esenti dal pagamento del contributo unificato, ai sensi del combinato disposto degli artt. 10 del d.P.R. n. 115 del 2002 e 27-bis della tabella B allegata al d.P.R. n. 642 del 1972, atteso che, da un lato, il termine "atti" deve riferirsi esclusivamente a quelli amministrativi e non anche a quelli processuali, giusta la necessità di un'interpetazione restrittiva quanto ai benefici fiscali, e, dall'altro, che l'esenzione dal contributo suddetto è giustificabile, alla luce dell'art. 10 del d.P.R. n. 115 del 2002, solo in base ad un criterio di meritevolezza, in funzione della solidarietà sociale, dell'oggetto del giudizio e non in considerazione della qualità del soggetto, anche in ragione di esigenze costituzionali di parità di trattamento e comunitarie di non discriminazione. Vedi la requisitoria

Cassazione Sez. Un. Civili, 15 aprile 2021, n.10014.




Delibera assembleare in violazione dei criteri, legali o convenzionali, di ripartizione delle spese condominiali

Ripartizione di spese condominiali - Delibera assembleare in violazione dei criteri, legali o convenzionali, di ripartizione - Conseguenze - Nullità o annullabilità della delibera - Condizioni - Fondamento

In tema di condominio degli edifici, l'azione di annullamento delle delibere assembleari costituisce la regola generale, ai sensi dell'art. 1137 c.c., come modificato dall'art. 15 della l. n. 220 del 2012, mentre la categoria della nullità ha un'estensione residuale ed è rinvenibile nelle seguenti ipotesi: mancanza originaria degli elementi costitutivi essenziali, impossibilità dell'oggetto in senso materiale o giuridico - quest'ultima da valutarsi in relazione al "difetto assoluto di attribuzioni" -, contenuto illecito, ossia contrario a "norme imperative" o all'"ordine pubblico" o al "buon costume". Pertanto, sono nulle le deliberazioni con le quali, a maggioranza, siano stabiliti o modificati i generali criteri di ripartizione delle spese previsti dalla legge o dalla convenzione, da valere per il futuro, trattandosi di materia che esula dalle attribuzioni dell'assemblea previste dall'art. 1135, nn. 2) e 3), c.c., mentre sono meramente annullabili le deliberazioni aventi ad oggetto la ripartizione in concreto tra i condomini delle spese relative alla gestione delle parti e dei servizi comuni adottate in violazione dei criteri generali previsti dalla legge o dalla convenzione stessi, trattandosi di deliberazioni assunte nell'esercizio di dette attribuzioni assembleari, cosicché la relativa impugnazione va proposta nel termine di decadenza previsto dall'art. 1137, comma 2, c.c.. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 aprile 2021, n.9839.




Nel procedimento disciplinare a carico di magistrati sono inutilizzabili le intercettazioni non messe a disposizione dell'incolpato

Disciplina della magistratura - Intercettazioni disposte in un procedimento penale - Utilizzabilità - Condizioni - Acquisizione dei supporti materiali su richiesta dell'incolpato - Necessità

Nel procedimento disciplinare a carico di magistrati, sono inutilizzabili i risultati delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni disposte nel procedimento penale, i cui supporti materiali, nonostante la specifica e tempestiva richiesta del magistrato incolpato, non siano stati acquisiti agli atti del procedimento e resi ascoltabili da parte dell'incolpato stesso. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 aprile 2021, n.9390.




Nel disciplinare a carico di magistrati non sono utilizzabili le intercettazioni non legalmente disposte

Disciplina della magistratura - Intercettazioni disposte in un procedimento penale - Utilizzabilità - Condizioni - Intercettazioni non legalmente disposte nel giudizio penale "a quo" - Conseguenze - Inutilizzabilità in sede disciplinare

Nel procedimento disciplinare a carico di magistrati, sono inutilizzabili i risultati delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni non legalmente disposte, per mancanza o illegalità dell'autorizzazione, o non legalmente effettuate nel procedimento penale "a quo". (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 aprile 2021, n.9390.




Riconoscimento del provvedimento di adozione straniero da parte di coppia omosessuale maschile

Adozioni - Coppia omosessuale maschile - Minore - Adozione legittimante - Provvedimento straniero di attribuzione - Riconoscimento - Condizioni

La controversia che origina dal rifiuto dell'ufficiale dello stato civile di trascrivere il provvedimento giurisdizionale straniero con cui è disposta l'adozione di un minore da parte di una coppia omoaffettiva maschile deve essere trattata dalla Corte d'appello in unico grado, in applicazione dell'art. 67 della l. n. 218 del 1995, qualora entrambi gli adottanti risiedano all'estero e uno solo di essi sia cittadino italiano, poiché le leggi speciali sull'adozione, richiamate dall'art. 41 della legge cit., non si applicano in mancanza dei requisiti soggettivi di cui agli artt. 35 e 36 della l. n. 184 del 1983, né la vertenza può essere ricondotta alla disciplina di cui agli artt. 95 e 96 del d.P.R. n. 396 del 2000, tenuto conto che la trascrizione riguarda un atto formato all'estero, e non in Italia, in relazione al quale rilevano le condizioni per il riconoscimento dell'efficacia nel nostro ordinamento, e non la dimensione formale dello stesso o l'ambito delle attribuzioni e delle competenze dell'ufficiale di stato civile.

In sede di riconoscimento dell'efficacia del provvedimento giurisdizionale estero ex art. 67 della l. n. 218 del 1995, la verifica della compatibilità con i principi di ordine pubblico internazionale deve riguardare esclusivamente gli effetti che l'atto è destinato a produrre nel nostro ordinamento e non anche la conformità alla legge interna di quella straniera posta a base della decisione, né è consentito alcun sindacato sulla correttezza giuridica della soluzione adottata, essendo escluso il controllo contenutistico sul provvedimento di cui si chiede il riconoscimento.

In tema di efficacia nell'ordinamento interno di atti adottati all'estero, non contrasta con i principi di ordine pubblico internazionale il riconoscimento degli effetti del provvedimento giurisdizionale straniero di adozione di minore da parte di coppia omoaffettiva maschile che attribuisca lo "status" genitoriale secondo il modello dell'adozione piena, non costituendo elemento ostativo il fatto che il nucleo familiare sia omogenitoriale, ove sia esclusa la preesistenza di un accordo di surrogazione di maternità a fondamento della filiazione.

Nel giudizio volto ad ottenere il riconoscimento dell'efficacia ex art. 67 della l. n. 218 del 1995 del provvedimento straniero di adozione piena di un minore, gli adottanti sono litisconsorti necessari, poiché l'atto reca l'inscindibile riconoscimento dello "status" genitoriale di entrambi; tuttavia, ove l'azione sia esperita da uno solo di essi, ma l'altro intervenga volontariamente nel giudizio di cassazione e aderisca in pieno alle difese del primo, consentendo di verificare l'assenza di alcun pregiudizio alle facoltà processuali delle parti, il giudice di legittimità non può rilevare il difetto del contraddittorio, né procedere alla rimessione della causa davanti al giudice di merito, ma è chiamato ad esaminare il ricorso e a deciderlo, dovendo dare preminenza al principio di effettività nel valutare l'esercizio e la lesione del diritto di difesa. (Massime ufficiali)

 

 

 

Il sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l’affermazione del seguente principio (difforme):

 

Abstract: Il provvedimento di adozione in favore di coppia omossessuale maschile, denominato “Order of Adoption” ed emesso nello Stato di New York, è contrario all’ordine pubblico per le seguenti ragioni: -contrarietà all’ordine pubblico ex art. 64 lettera g) e 65 legge 218/1995; -contrarietà per carenza dei presupposti soggettivi di adottabilità ex artt. 6 e 7 della legge sulle adozioni; -contrarietà per carenza di accertamento sullo stato di adottabilità.

 

Il principio di diritto contenuto nella decisione statunitense, ove delibato, produrrebbe gli effetti dell’adozione legittimante in una fattispecie non consentita dall’ordinamento,  ponendosi in forte contrapposizione con l’intero sistema delle adozioni attualmente vigente in Italia e contrastando manifestamente con l’ordine pubblico considerato come il complesso dei principi fondamentali della Costituzione e di quelli consacrati nelle fonti internazionali e sovranazionali, ma anche del modo in cui gli stessi si sono incarnati nella disciplina ordinaria dei singoli istituti, nonché dell’interpretazione fornitane dalla recente giurisprudenza costituzionale.

 

La tutela dei principi costituzionali (art. 29 e 30 cost) e delle leggi (combinato disposto dell’art. 6 legge 184/1983 e dell’art. 1, comma 20, legge n. 76 del 2016) costituisce infatti un limite (obiettivo) di ordine pubblico che non può essere superato nella delibazione del provvedimento straniero di adozione “piena” in favore delle coppie dello stesso sesso. Ancora, la valutazione di compatibilità con l’ordine pubblico va effettuata con riferimento agli ulteriori presupposti di adottabilità riguardanti la verifica dello stato di abbandono. Nel provvedimento straniero si prescinde da una situazione di abbandono perché l’adozione (order of adoption) si radica sul mero consenso prestato dai genitori biologici sulla base di un presumibile accordo tra i genitori biologici ed i genitori adottivi. Ne consegue che il giudizio di compatibilità con l’ordine pubblico che l’autorità giudiziaria italiana deve compiere, ai sensi degli artt. 41, 64, 65, 66 della legge n. 218 del 1995, deve includere anche la valutazione estera di adottabilità del minore. Vedi la requisitoria
Cassazione Sez. Un. Civili, 31 marzo 2021, n.9006.




Giudicato sulla cessazione degli effetti civili di matrimonio concordatario e pendenza del giudizio circa il riconoscimento dell'assegno divorzile

Famiglia - Giudicato sulla cessazione degli effetti civili di matrimonio concordatario - Pendenza del giudizio circa il riconoscimento dell'assegno divorzile in favore dell’ex coniuge - Sopravvenienza del riconoscimento degli effetti civili alla sentenza ecclesiastica che dichiara la nullità dello stesso matrimonio - Conseguenze in materia di assegno divorzile

In tema di divorzio, il riconoscimento dell’efficacia della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio religioso, intervenuto dopo il passaggio in giudicato della pronuncia di cessazione degli effetti civili ma prima che sia divenuta definitiva la decisione in ordine alle relative conseguenze economiche, non comporta la cessazione della materia del contendere nel giudizio civile avente ad oggetto lo scioglimento del vincolo coniugale, il quale può dunque proseguire ai fini dell’accertamento della spettanza e della liquidazione dell’assegno divorzile. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

 

 

 

 

Il sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l’affermazione del seguente principio (conforme):

Dopo la sentenza di divorzio, il  sopravvenuto riconoscimento dell'efficacia della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio religioso non comporta la cessazione della materia del contendere nel giudizio per l'accertamento del diritto all'assegno divorzile e la sua liquidazione. Vedi la requisitoria

 

Cassazione Sez. Un. Civili, 31 marzo 2021, n.9004.




Appalti pubblici: al G.O. la controversia circa l'escussione di una polizza fideiussoria

Appalti pubblici - Esclusione di un concorrente dalla gara - Escussione della polizza fideiussoria da parte della stazione appaltante - Controversia relativa - Giurisdizione - Criteri di riparto

La controversia avente ad oggetto l'escussione di una polizza fideiussoria a cui una stazione appaltante abbia proceduto a seguito dell'esclusione di un concorrente dalla gara - per non avere quegli fornito la prova del possesso dei requisiti di capacità economico-finanziaria e tecnico-organizzativa richiesti nel bando di gara, mediante presentazione della documentazione ivi indicata o richiamata nella lettera di invito - è devoluta alla giurisdizione del giudice ordinario ove si discuta esclusivamente dei diritti derivanti dalla polizza (con riguardo, ad es., all'ammontare delle somme dovute, ai tempi e alle modalità del relativo pagamento e all'individuazione dei soggetti obbligati), mentre è devoluta alla giurisdizione del giudice amministrativo ove si discuta della sussistenza dei presupposti di esclusione del concorrente dalla gara. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 31 marzo 2021, n.9005.




Ragionevole durata del processo e riunione delle impugnazioni

Ragionevole durata del processo - Diritto fondamentale - Conseguenti poteri giudiziali - Dovere di evitare dispendio di attività processuali inutili - Riunione di procedimenti fuori dalle ipotesi di cui agli artt. 115 e 82 disp. att. c.p.c. - Istanza - Requisiti - Valutazione del giudice - Applicabilità nel giudizio di cassazione - Fattispecie

Il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo impone al giudice, ai sensi degli artt. 175 e 127 c.p.c., di evitare ed impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perché non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, da concrete garanzie di difesa e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità dei soggetti nella cui sfera giuridica l'atto finale è destinato a esplicare i suoi effetti. Ne deriva che l'istanza per la trattazione congiunta di una pluralità di giudizi relativi alla medesima vicenda, non espressamente contemplata dagli artt. 115 e 82 disp. att. c.p.c., deve essere sorretta da ragioni idonee ad evidenziare i benefici suscettibili di bilanciare gli inevitabili ritardi conseguenti all'accoglimento della richiesta, bilanciamento che dev'essere effettuato con particolare rigore nel giudizio di cassazione in considerazione dell'impulso d'ufficio che lo caratterizza. (Nel ribadire il principio, la S.C. ha ritenuto non meritevole di accoglimento la richiesta di riunione motivata dalla diversità di conclusioni rassegnate dal Pubblico Ministero negli altri procedimenti). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 marzo 2021, n.8774.




La sospensione facoltativa di un magistrato dalle funzioni e dallo stipendio può essere disposta anche prima dell'inizio del procedimento disciplinare

Magistratura - Procedimento disciplinare - Sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio ai sensi dell’art. 22 del d. lgs. n. 109 del 2006 - Ordinanza fondata su fatti non contestati dai titolari dell’azione disciplinare - Ammissibilità - Fondamento

La sospensione facoltativa di un magistrato dalle funzioni e dallo stipendio, ai sensi dell'art. 22 del d.lgs. n. 109 del 2006, può essere disposta anche prima dell'inizio del procedimento disciplinare, sicché non assume rilievo la circostanza che taluni dei comportamenti ascritti non fossero stati contestati dai titolari della relativa azione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 marzo 2021, n.8565.




Quando la Cassazione può decidere sulla tardività dell’opposizione agli atti esecutivi

Esecuzione forzata – Opposizione agli atti esecutivi – Tardività – Questione non decisa dal giudice di merito – Decadenza processuale rilevabile d’ufficio – Decisione in sede di legittimità

La questione della tardività dell’opposizione proposta ex art. 617 c.p.c., ove non decisa dal giudice del merito e dunque non coperta da giudicato interno, può e deve essere delibata in sede di legittimità, ancorché non dedotta come motivo di ricorso, trattandosi di questione relativa ad un termine di decadenza processuale la cui inosservanza è rilevabile d’ufficio e che comporta la cassazione senza rinvio della sentenza ex art. 382 c.p.c., comma 3, in quanto l’azione non poteva proporsi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 25 marzo 2021, n.8501.




Transazione fiscale: il diniego dell’Agenzia delle entrate si impugna avanti al giudice ordinario della procedura concorsuale

Transazione fiscale – Diniego dell’Agenzia delle entrate – Impugnazione – Competenza

Negli accordi di ristrutturazione dei debiti di cui all’art. 182-bis l.f. e nel concordato preventivo, la controversia che scaturisce dalla impugnazione della mancata adesione alla transazione fiscale da parte dell’Agenzia delle entrate è di competenza del giudice ordinario fallimentare. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 25 marzo 2021, n.8504.




Quando l'eccezione di tardività dell'opposizione può e deve essere delibata in sede di legittimità

Esecuzione forzata - Opposizione ex art. 617 c.p.c. - Mancata allegazione del momento di effettiva conoscenza della procedura esecutiva - Conseguenze - Rilevabilità d'ufficio in sede di legittimità - Ragioni

L'eccezione di tardività dell'opposizione proposta ex art. 617 c.p.c. per omessa allegazione, da parte dell'opponente, del momento in cui ha avuto effettiva conoscenza della procedura esecutiva, ove non decisa dal giudice del merito e dunque non coperta da giudicato interno, può e deve essere delibata in sede di legittimità, ancorché non dedotta come motivo di ricorso, trattandosi di eccezione relativa ad un termine di decadenza processuale la cui inosservanza è rilevabile d'ufficio e che comporta la cassazione senza rinvio della sentenza ex art. 382, comma 3, c.p.c., in quanto l'azione non poteva proporsi. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 25 marzo 2021, n.8501.




Ecco quando e come è possibile applicare in anticipo il Codice della crisi

Codice della crisi dell'impresa e dell'insolvenza - Applicabilità alle procedure aperte prima della sua entrata in vigore - Esclusione - Rilevanza di tale codice per l'interpretazione degli istituti della l.fall. - Presupposti - Fattispecie

Il cd. codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza, di cui al d.lgs. n. 14 del 2019, è in generale non applicabile alle procedure aperte anteriormente alla sua entrata in vigore, potendosi, peraltro, rinvenire nello stesso delle norme idonee a rappresentare un utile criterio interpretativo degli istituti della legge fallimentare solo ove ricorra, nello specifico segmento considerato, un ambito di continuità tra il regime vigente e quello futuro.
[Nella specie, la S.C., in un giudizio concernente l'impugnazione del rigetto della proposta di trattamento dei crediti tributari avanzata nell'ambito di un accordo di ristrutturazione dei debiti ex artt. 182 bis e ter l.fall., ha affermato la sussistenza di tale continuità fra gli artt. 180, 182 bis e 182 ter l.fall., nel testo anteriore all'entrata in vigore del menzionato d.lgs. n. 14 del 2019, applicabile nel caso in esame, e gli stessi artt. 180, 182 bis e 182 ter l.fall., come successivamente modificati dall'art. 63 del citato d.lgs. n. 14 del 2019 e dall'art. 3, comma 1 bis, d.l. n. 125 del 2020]. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 25 marzo 2021, n.8504.




Avvocati, giudizio disciplinare e giudizio penale: la sospensione è facoltativa

Avvocato - Giudizio disciplinare e giudizio penale - Stessi fatti - Disciplina introdotta dall'art. 54 l. n. 247 del 2012 - Sospensione necessaria del procedimento disciplinare - Esclusione - Sospensione facoltativa - Condizioni

In tema di procedimento disciplinare nei confronti di avvocati, l'art. 54 l. n. 247 del 2012 (applicabile dal 1° gennaio 2015) disciplina in termini di reciproca autonomia i rapporti tra tale procedimento e quello penale avente ad oggetto gli stessi fatti, dovendo pertanto escludersi la sospensione necessaria del primo giudizio in attesa della definizione del secondo, anche se, in via di eccezione, può essere disposta una sospensione facoltativa, limitata nel tempo, qualora il giudice disciplinare ritenga indispensabile acquisire elementi di prova apprendibili esclusivamente dal processo penale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 marzo 2021, n.7336.




Rapporti tra avvocato e cliente: le Sezioni Unite chiariscono la nozione di conflitto di interessi

Avvocato - Art.24 del codice deontologico forense - Conflitto di interessi - Nozione - Fattispecie

Nei rapporti tra avvocato e cliente, la nozione di conflitto di interessi, ai sensi e per gli effetti dell'art. 24 del vigente codice deontologico forense (già art.37 del codice deontologico forense approvato dal CNF in data 17 aprile 1996) non va riferita, restrittivamente, alla sola ipotesi in cui l'avvocato si ponga in contrapposizione processuale con il suo assistito in assenza di un consenso da parte di quest'ultimo, ma comprende tutti i casi in cui, per qualsiasi ragione, il professionista si ponga processualmente in antitesi con il proprio assistito, come quando, nell'ambito di una procedura esecutiva, chieda l'attribuzione di somme del proprio assistito senza sostanzialmente cessarne la difesa, potendo essere il conflitto anche solo potenziale. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza del CNF che aveva sanzionato un avvocato, il quale, con il patrocinio di un collega di studio, era intervenuto per il recupero di un proprio credito professionale nella procedura esecutiva iniziata contro il suo assistito, la cui difesa aveva affidato ad altro collega di studio, circostanza ritenuta sintomatica di una rinuncia solo fittizia al mandato). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 marzo 2021, n.7030.




Abuso della qualità di magistrato: il CSM assolve, le Sezioni Unite della Cassazione riformano la decisione

Magistratura - Illecito disciplinare - Abuso della qualità di magistrato

In relazione all’illecito disciplinare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3, comma 1, lett. a), l’abuso della qualità di magistrato, al fine di ottenere un trattamento di miglior favore per sé o per altri, può anche essere effettuato implicitamente, quando la conoscenza della qualità stessa si inserisce in un contesto che concorre ad evidenziare una pressione psicologica sulla controparte o che comunque è idoneo ad incidere sulle determinazioni della stessa sino al punto di indurla ad addivenire ad un dato rapporto contrattuale (sentenza n. 33089 del 2019). Ragione per cui tale illecito sussiste anche quando non venga spesa in modo esplicito la qualità di magistrato, se essa è nota all’interlocutore, essendo necessario l’uso strumentale di detta qualità allo scopo di conseguire vantaggi ingiusti, per sé o per altri (sentenza 28 maggio 2020, n. 10086).

L’illecito in questione, infatti, ha il duplice fine di preservare la fiducia nell’imparzialità del magistrato, in relazione alla possibilità che l’abuso della qualità per un fine ingiusto determini negli interlocutori il dubbio circa la permeabilità a richieste di soggetti interessati a influenzarlo nell’esercizio delle funzioni, e di garantire una linearità di comportamento, riconducibile al dovere generico di correttezza nella vita privata; inoltre, l’ingiusto vantaggio non viene in considerazione solo in quanto contra ius, dovendosi accogliere una nozione più ampia di ingiustizia, comprendente anche gli scopi che mirano all’ottenimento di trattamenti di favore non comunemente praticati, ma richiesti tramite la spendita della qualità di magistrato quale strumento diretto al loro raggiungimento (sentenza 23 novembre 2018, n. 30424).

[Nel caso di specie, la Sezione disciplinare del C.S.M. ha assolto l’incolpato dopo aver dato atto che lo stesso, nell’ambito della scuola di formazione diretta dal Dott. X. , rilevando che egli era delegato da quest’ultimo a controllare la formazione delle borsiste, partecipava ad interrogatori incrociati sulla vita sentimentale e sessuale delle ragazze alle quali presentava il c.d. "regolamento" della scuola e presenziava alla firma dei contratti da parte degli aspiranti. La sentenza ha poi anche rilevato che dalla ricostruzione complessiva della vicenda emergeva "un delicato quadro sotto il profilo del clima di soggezione psicologica nel quale venivano a trovarsi alcuni dei giovani aspiranti magistrati". Nel procedere all’irrogazione della sanzione, la Sezione disciplinare ha ricordato la "peculiare gravità dei comportamenti emersi" e il ruolo centrale che il Dott. Y. rivestiva all’interno della scuola.
Dopo tale articolata ricostruzione, però, la decisione in esame ha ritenuto di dover assolvere l’incolpato dall’illecito di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3, comma 1, lett. a), sulla base della semplice affermazione per cui l’attività di "intermediazione" esercitata dal Dott. Y. non era stata svolta utilizzando la qualità di magistrato, ma semplicemente il suo ruolo di stretto collaboratore del Dott. X. , sufficiente a creare la necessaria pressione psicologica.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 04 marzo 2021, n.6004.




Illecito del magistrato che nega ad una donna in detenzione domiciliare l'autorizzazione ad abortire

Disciplina della magistratura - Illeciti disciplinari - Art. 2, comma 1, lett. l), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Magistrato di sorveglianza - Diniego di autorizzazione ad allontanarsi dall'abitazione per sottoporsi a interruzione volontaria di gravidanza - Motivazione - Generica affermazione dell'insussistenza dei presupposti normativi - Configurabilità dell'illecito

Integra l'illecito disciplinare di cui all'art. 2, comma 1, lett. l), del d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, il comportamento di un magistrato di sorveglianza che - per negare ad una donna ristretta in regime di detenzione domiciliare l'autorizzazione ad allontanarsi dall'abitazione per sottoporsi ad un intervento di interruzione volontaria della gravidanza - abbia adottato un provvedimento la cui motivazione consiste nella sola declamazione dell'insussistenza dei presupposti di cui all'art. 284, comma 3, c.p.p., richiamato dall'art. 47 ter della legge n. 354 del 1974, privando così la richiedente della possibilità di cogliere la ragione della decisione, destinata a risolversi nell'espressione di un immotivato diniego. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 15 febbraio 2021, n.3780.




Cessione in corso di LCA del credito IRES da eccedenza d’imposta versata a titolo di ritenuta d’acconto

IRES - Rimborso - Liquidazione coatta amministrativa - Cessione del credito - Legittimazione del commissario - Contratto stipulato dopo la cessazione della procedura in rispondenza ai requisiti formali - Natura - Riproduzione contrattuale - Funzione

In tema di circolazione del crediti delle procedure concorsuali, posto che il credito IRES da eccedenza d’imposta versata a titolo di ritenuta d’acconto nasce in esito e per l’effetto del compimento delle attività di liquidazione, di modo che la dichiarazione concernente il maxiperiodo concorsuale comporta soltanto la rilevazione di un credito già sorto, valida ed efficace tra cedente e cessionario è la cessione di quel credito operata da commissario liquidatore di una società sottoposta a liquidazione coatta amministrativa antecedente alla cessazione della procedura, benché non rispondente ai requisiti formali stabiliti dal regolamento sulla contabilità generale dello Stato; laddove il contratto stipulato dopo la cessazione della procedura, che risponda a quei requisiti, si traduce in una riproduzione contrattuale, la quale costituisce un adempimento dovuto, funzionale a consentire al cessionario di far valere nei confronti del fisco il credito che gli è stato ceduto. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 febbraio 2021, n.2608.




Gestione del debito pubblico mediante strumenti finanziari derivati: l’azione di responsabilità nei confronti dei dirigenti del MEF rientra nella giurisdizione contabile

Debito pubblico - Gestione - Ricorso a contratti in strumenti finanziari derivati - Mala gestio dei dirigenti del Ministero del Tesoro - Azione di responsabilità per danno erariale - Giurisdizione contabile

Ferma restando l’insindacabilità giurisdizionale delle scelte di gestione del debito pubblico da parte degli organi governativi a ciò preposti, mediante ricorso a contratti in strumenti finanziari derivati, rientra invece nella giurisdizione contabile, in quanto attinente al vaglio dei parametri di legittimità e non di mera opportunità o convenienza dell’agire amministrativo, l’azione di responsabilità per danno erariale con la quale si faccia valere, quale petitum sostanziale, la mala gestio alla quale i dirigenti del Ministero del Tesoro (oggi MEF) avrebbero dato corso, in concreto, nell’adozione di determinate modalità operative e nella pattuizione di specifiche condizioni negoziali relative a particolari contratti in tali strumenti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

 

 

 

Il sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l’affermazione del seguente principio (parz. difforme):

Il rapporto tra Specialisti e MEF non si configura come un rapporto di consulenza che possa dar luogo ad una relazione funzionale in grado di trasformarsi in rapporto di servizio. Nell’ambito delle negoziazioni dei prodotti finanziari derivati in questione non si è costituito un rapporto di servizio tra MEF e JP Morgan. Non può ritenersi che la previsione della clausola ATE, oltre al ricorso ai derivati, sia fonte di responsabilità contabile a carico dei soggetti chiamati, per violazione dei principi di razionalità, efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa (art. 1, comma 1 legge n. 20/1994). Non è sindacabile ai fini del danno erariale l’attività di negoziazione dei contratti di derivati, in quanto attività di merito e discrezionale. Vedi la requisitoria Cassazione Sez. Un. Civili, 01 febbraio 2021, n.2157.




Fallimento e leasing: applicazione della nuova disciplina e trattamento del credito del concedente

Fallimento – Risoluzione del contratto di leasing finanziario per inadempimento dell’utilizzatore verificatasi in data anteriore alla l. n. 124 del 2017 – Successivo fallimento dell’utilizzatore – Applicazione analogica dell’art. 72 quater l. fall. – Ammissibilità – Esclusione – Insinuazione al passivo del concedente – Oneri di allegazione e prova

La legge n. 124 del 2017 (art. 1, commi 136-140) non ha effetti retroattivi e trova, quindi, applicazione per i contratti di leasing finanziario in cui i presupposti della risoluzione per l’inadempimento dell’utilizzatore (previsti dal comma 137) non si siano ancora verificati al momento della sua entrata in vigore; sicchè, per i contratti risolti in precedenza e rispetto ai quali sia intervenuto il fallimento dell’utilizzatore soltanto successivamente alla risoluzione contrattuale, rimane valida la distinzione tra leasing di godimento e leasing traslativo, dovendo per quest’ultimo social-tipo negoziale applicarsi, in via analogica, la disciplina di cui all’art. 1526 c.c.. e non quella dettata dall’art. 72-quater l.f., rispetto alla quale non possono ravvisarsi, nella specie, le condizioni per il ricorso alla analogia legis, né essendo altrimenti consentito giungere in via interpretativa ad una applicazione retroattiva della l. n. 124 del 2017.

In base all’art. 1526 c.c., in caso di fallimento dell’utilizzatore, il concedente che aspiri a diventare creditore concorrente ha l’onere di formulare una completa domanda di insinuazione al passivo, ex art. 93 l.f., in seno alla quale, invocando ai fini del risarcimento del danno l’applicazione dell’eventuale clausola penale stipulata in suo favore, dovrà offrire al giudice delegato la possibilità di apprezzare se detta penale sia equa ovvero manifestamente eccessiva, a tal riguardo avendo l’onere di indicare la somma esattamente ricavata dalla diversa allocazione del bene oggetto di leasing, ovvero, in mancanza, di allegare alla sua domanda una stima attendibile del valore di mercato del bene medesimo al momento del deposito della stessa. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 28 gennaio 2021, n.2061.




La nozione di 'grave scorrettezza' che rende sanzionabili i comportamenti del magistrato ha carattere elastico

Magistratura - Illecito disciplinare di cui all’art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Grave scorrettezza - Carattere elastico - Funzionalità - Nozione - Fattispecie

La nozione di "grave scorrettezza" richiamata dall'art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006, nel rendere sanzionabili disciplinarmente i comportamenti del magistrato nei confronti delle parti, dei difensori, di altri magistrati e di chiunque abbia con esso rapporti nell'ambito dell'ufficio giudiziario, ha carattere "elastico"; pertanto, in funzione del giudizio di sussunzione dei fatti accertati nella norma che tipizza il predetto illecito, il giudice disciplinare deve attingere sia ai principi che la disposizione (anche implicitamente) richiama, sia a fattori esterni presenti nella coscienza comune, così da fornire concretezza alla parte mobile della disposizione che, come tale, è suscettibile di adeguamento rispetto al contesto storico sociale in cui deve trovare operatività; ne consegue che deve ritenersi violato il dovere di correttezza gravante sul magistrato dall'inosservanza di quelle regole di civile comportamento che devono connotare i rapporti sociali (regole di educazione, di lealtà, di onestà intellettuale e pratica, di convenienza sociale) e la cui osservanza è volta, nello specifico, a preservare, anzitutto, le relazioni interpersonali nel rispetto della diversità dei ruoli e, con esse, il buon andamento dell'ufficio giudiziario e la sua stessa unitarietà funzionale, essendo dato di comune esperienza quello per cui, sul profilo oggettivo del servizio, si riverbera, in modo virtuoso, il corretto svolgimento delle prime. (Il principio è stato applicato in relazione ai comportamenti di un magistrato con ruolo dirigenziale che erano sconfinati nella mancanza di rispetto, nell'aggressività verbale e nel dileggio gratuito nei confronti di colleghi del proprio ufficio giudiziario). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 dicembre 2020, n.29823.




Nei procedimenti davanti al Consiglio nazionale forense le notificazioni si effettuano per via telematica

Procedimenti davanti al Consiglio nazionale forense - Notificazioni - Esclusivamente per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi o comunque accessibili alle pubbliche amministrazioni

La legge di conversione 25 giugno 2020, n. 70, con effetti dal 30 giugno 2020, ha novellato il D.L. n. 179 del 2012, all’art. 16, comma 4, convertito, con modificazioni, nella L. n. 221 del 2012, estendendo anche ai procedimenti davanti al Consiglio nazionale forense in sede giurisdizionale la previsione - già dettata per i procedimenti civili - secondo cui le comunicazioni e le notificazioni a cura della cancelleria sono effettuate esclusivamente per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi o comunque accessibili alle pubbliche amministrazioni, secondo la normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 21 dicembre 2020, n.29177.




Intermediazione finanziaria, IRS e proroga della giurisdizione in favore delle Corti inglesi

Intermediazione finanziaria – Contratti derivati Interest Rate Swap – Master Agreement ISDA – Clausola di proroga della giurisdizione in favore delle corti inglesi – Responsabilità precontrattuale – Sussiste la competenza del giudice italiano

In tema di intermediazione finanziaria, quando la domanda formulata in via principale è fondata su un titolo precontrattuale per violazione degli obblighi informativi e dei doveri di correttezza e trasparenza, la clausola di proroga della giurisdizione in favore delle Corti inglesi contenuta nell’ISDA Master Agreement non si applica, essendo tale clausola riferibile solo alle controversie attinenti in senso stretto al contratto, tanto più se l’evento dannoso si è verificato in Italia, ai sensi dell’art. 5, n. 3, del Reg. CE n. 44/2001 perché la regola del locus commissi delicti trova applicazione anche in materia di responsabilità precontrattuale. (Marco Dalla Zanna) (riproduzione riservata)

(Conferma Appello di Milano, 13 novembre 2018, la quale, a sua volta, conferma Trib. Milano 13 settembre 2016) 
Cassazione Sez. Un. Civili, 18 dicembre 2020, n.29107.




Nelle negoziazioni tra intermediari finanziari e operatori qualificati si applicano nondimeno gli artt. 21 e 23 del testo unico della finanza

Intermediazione finanziaria – Contratti derivati Interest Rate Swap – Obbligo di rispettare gli artt. 21 e 23 TUIF nelle negoziazioni con operatori qualificati – Onere alla prova – Grava in capo agli intermediari la prova di avere agito con specifica diligenza

Nelle negoziazioni tra intermediari finanziari e operatori qualificati si applicano nondimeno gli artt. 21 e 23 del testo unico della finanza, con la conseguenza che la banca, a fronte della domanda attrice, ha il dovere di provare di avere agito con la specifica diligenza richiesta (prova che, nel caso concreto, la banca non aveva fornito, in mancanza della produzione del sottostante contratto di finanziamento). (Marco Dalla Zanna) (riproduzione riservata)

(Conferma Appello di Milano, 13 novembre 2018, la quale, a sua volta, conferma Trib. Milano 13 settembre 2016)
Cassazione Sez. Un. Civili, 18 dicembre 2020, n.29107.




Preclusa la creazione di un diritto reale di uso esclusivo sulle parti comuni

Condominio negli edifici – Parti comuni dell’edificio – Titolo di fonte negoziale costitutivo di un diritto di c.d. uso esclusivo – Ammissibilità – Esclusione – Fondamento

La pattuizione avente ad oggetto la creazione del c.d. “diritto reale di uso esclusivo” su una porzione di cortile condominiale, costituente come tale parte comune dell’edificio, mirando alla creazione di una figura atipica di diritto reale limitato, tale da incidere, privandolo di concreto contenuto, sul nucleo essenziale del diritto dei condomini di uso paritario della cosa comune, sancito dall’art. 1102 c.c., è preclusa dal principio, insito nel sistema codicistico, del numerus clausus dei diritti reali e della tipicità di essi. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 dicembre 2020, n.28972.




Il diritto reale di uso esclusivo ha effetti solo obbligatori

Diritti reali - Diritto reale di uso esclusivo - Su una porzione di cortile condominiale – figura atipica di diritto reale - Effetti

La pattuizione avente ad oggetto la creazione del c.d. "diritto reale di uso esclusivo" su una porzione di cortile condominiale, costituente come tale parte comune dell'edificio, mirando alla creazione di una figura atipica di diritto reale limitato, tale da incidere, privandolo di concreto contenuto, sul nucleo essenziale del diritto dei condomini di uso paritario della cosa comune, sancito dall'art. 1102 c.c., è preclusa dal principio, insito nel sistema codicistico, del numerus clausus dei diritti reali e della tipicità di essi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 dicembre 2020, n.28972.




Esecuzione forzata: l’ordine di cancellazione dei vincoli va eseguito immediatamente

Espropriazione e vendita forzata immobiliare - Decreto di trasferimento del bene - Ordine di cancellazione dei gravami - Contestuale estinzione dei vincoli - Cancellazione immediata indipendentemente dal decorso del termine di proponibilità delle opposizioni

Nel procedimento di espropriazione e vendita forzata immobiliare, il decreto di trasferimento del bene, recante l'ordine di cancellazione dei gravami sul medesimo (tra cui i pignoramenti e le ipoteche), determina il trasferimento del diritto oggetto della procedura espropriativa libero da quei pesi e quindi la contestuale estinzione dei medesimi vincoli, dei quali il Conservatore dei registri immobiliari (oggi Ufficio provinciale del territorio - Servizio di pubblicità immobiliare, istituito presso l'Agenzia delle Entrate) è tenuto ad eseguire la cancellazione immediatamente, in ogni caso indipendentemente dal decorso del termine di proponibilità delle opposizioni esecutive a norma dell'art. 617 cod. proc. civ.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)


Il Sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l'affermazione del seguente principio di diritto: Nel procedimento di espropriazione e vendita forzata immobiliare, il decreto di trasferimento del bene, recante l'ordine di cancellazione dei gravami (pignoramenti, ipoteche, privilegi, sequestri conservativi) determina, in forza dell'art. 2878, n. 7), cod. civ., l'estinzione dei medesimi vincoli, di cui il Conservatore dei registri immobiliari - Ufficio di pubblicità immobiliare è tenuto a eseguire la cancellazione, indipendentemente dal decorso dei termini per la proponibilità di opposizioni all'esecuzione a norma dell'art. 617 c.p.c. Vedi la requisitoria.
Cassazione Sez. Un. Civili, 14 dicembre 2020, n.28387.




Quando il passaggio in giudicato estende i suoi effetti al presupposto della giurisdizione

Giudicato implicito sulla giurisdizione - Controversie fra le stesse parti aventi titolo nel medesimo rapporto - Autorità di giudicato esterno - Sussistenza - Fondamento – Fattispecie

Il passaggio in cosa giudicata di una pronuncia del giudice ordinario, ovvero del giudice amministrativo, recante statuizioni sul merito di una pretesa attinente ad un determinato rapporto, estende i suoi effetti al presupposto della sussistenza della giurisdizione di detto giudice su tale rapporto, indipendentemente dal fatto che essa sia stata o meno oggetto di esplicita declaratoria e, quindi, osta a che la giurisdizione di quel giudice possa essere contestata in successive controversie fra le stesse parti aventi titolo nel medesimo rapporto davanti a un giudice diverso, avendo il giudicato esterno la medesima autorità di quello interno, in quanto corrispondono entrambi all'unica finalità dell'eliminazione dell'incertezza delle situazioni giuridiche e della stabilità delle decisioni. (Nella specie, la S.C. ha confermato la giurisdizione ordinaria in ordine alla domanda di pagamento dell'indennizzo per il recesso esercitato da un Comune rispetto ad una convenzione per la raccolta dei rifiuti conclusa con un Consorzio, rapporto già qualificato da una precedente sentenza resa tra le medesime parti, sia pure in relazione alla domanda di pagamento dei compensi proposta dal Consorzio e passata in cosa giudicata, in termini di appalto di servizi, anziché di accordo tra amministrazioni). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 10 dicembre 2020, n.28179.




La rimessione in termini presuppone una causa non imputabile riferibile ad un evento che presenti il carattere dell'assolutezza

Rimessione in termini - Art. 153, comma 2, c.p.c. - Applicabilità alla decadenza dall'impugnazione - Causa non imputabile collegata ad un evento che presenti il carattere della assolutezza - Fattispecie

L'istituto della rimessione in termini, applicabile al termine perentorio per proporre ricorso per cassazione anche con riguardo a sentenze rese dal Consiglio nazionale forense in esito a un procedimento disciplinare, presuppone la sussistenza in concreto di una causa non imputabile, riferibile ad un evento che presenti il carattere dell'assolutezza, e non già un'impossibilità relativa, né tantomeno una mera difficoltà. (Nella specie, non sono state ravvisate le condizioni per la rimessione in termini invocata dalla ricorrente, che, nell'impugnare tardivamente per cassazione la sentenza del CNF, aveva addotto la mancata comunicazione, ad opera del domiciliatario, dell'avvenuta notificazione del provvedimento, trattandosi di impedimento riconducibile esclusivamente alla patologia del rapporto intercorso con il professionista incaricato della domiciliazione). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 dicembre 2020, n.27773.




Esami di avvocato: l'ineleggibilità dei membri del consiglio dell'ordine è limitata alla tornata elettorale immediatamente successiva alla data di cessazione dell'incarico

Consigli dell'ordine - Elezioni degli avvocati quali componenti del consiglio dell’ordine - Ineleggibilità di cui all’art. 47, comma 6, della l. n. 247 del 2012 - Portata - Limiti - Illegittimità costituzionale - Insussistenza - Fondamento

In tema di elezioni degli avvocati nei consigli dell'ordine forensi, alla luce della sentenza della Corte cost. n. 138 del 2011, la causa di ineleggibilità, prevista dall'art. 47, comma 6, della l. n. 247 del 2012 per coloro che siano stati componenti delle commissioni o sottocommissioni per gli esami di avvocato, deve essere riferita alla tornata elettorale immediatamente successiva alla data di cessazione del suddetto incarico, sicché deve escludersi che la norma, così interpretata, presenti profili di illegittimità costituzionale, ponendo una preclusione che non concerne un periodo temporalmente illimitato né, in sé, eccessivo o irragionevole, ed integrando una scelta discrezionale del legislatore intesa ad impedire possibili commistioni di attribuzioni reputate non opportune, secondo una prospettiva di trasparenza amministrativa e di efficienza gestionale in linea con i valori espressi dalla Costituzione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 dicembre 2020, n.27769.




Giudizi disciplinari nei confronti degli avvocati e decorrenza del termine breve di trenta giorni per impugnare la sentenza del CNF

Giudizi disciplinari - Termine breve per impugnare - Decorrenza - Dalla notifica a richiesta d’ufficio eseguita nei confronti dell’interessato personalmente - Fondamento - Difesa affidata ad altro professionista - Conseguenze

In tema di giudizi disciplinari nei confronti degli avvocati, ai sensi dell'art. 36, commi 4 e 6, della l. n. 247 del 2012, in deroga al combinato disposto degli artt. 285 e 170 c.p.c., il termine di trenta giorni per impugnare la sentenza del CNF decorre dalla notifica della stessa a richiesta d'ufficio eseguita nei confronti dell'interessato personalmente, considerato che non ricorre qui la "ratio" della regola generale della necessità della notifica al difensore, in quanto il soggetto sottoposto a procedimento disciplinare è un professionista il quale è in condizione di valutare autonomamente gli effetti della notifica della decisione, dovendosi, peraltro, eseguire la notificazione alla parte presso l'avvocato domiciliatario, secondo le regole ordinarie, e non direttamente alla parte, le volte in cui il professionista incolpato decida di non difendersi personalmente ma di farsi assistere da un altro avvocato, eleggendo domicilio presso il medesimo o presso un terzo avvocato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 dicembre 2020, n.27773.




Direttore generale di AUSL, incompatibilità e cumulo di incarichi

Direttore generale di aziende sanitarie - Rapporto di lavoro - Natura - Regime in materia di incompatibilità e cumulo di incarichi di cui all’art. 53 d.lgs. n. 165/2001 - Applicabilità

Al direttore generale di un ente del SSN (nella specie, di una AUSL) si applica la disciplina generale in materia di incompatibilità e cumulo di incarichi prevista dall’art. 53 del d.lgs. n. 165/2001 (nonché, ratione temporis, dal d.lgs n. 39 del 2013 dettata per i titolari di incarichi dirigenziali), dovendo essere letto in questo senso il comma 10 dell’art. 3-bis del d.lgs n. 502 del 1992, con la precisazione che ai suddetti fini non ha alcun rilievo il fatto che il rapporto del direttore generale di un ente del SSN – peraltro dal legislatore qualificato “esclusivo” – sia di natura autonoma e sia regolato da un contratto di diritto privato, perché quel che conta è lo svolgimento di funzioni in qualità di “agente dell’Amministrazione pubblica”. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 11 novembre 2020, n.25369.




Disciplinare a carico dei magistrati: al giudizio di impugnazione si applica la disciplina del processo penale

Magistratura - Procedimento disciplinare - Impugnazioni - Art. 24 del d.lgs. n. 109 del 2006 - Operatività delle norme del rito penale nella fase introduttiva del giudizio di legittimità - Conseguenze - Art. 370 c.p.c. - Inapplicabilità

In tema di procedimento disciplinare a carico dei magistrati, al giudizio di impugnazione, secondo il disposto dell'art. 24 del d.lgs. n. 109 del 2006, si applica la disciplina del processo penale con riguardo alla fase introduttiva di proposizione del ricorso, che comprende l'individuazione dei soggetti ammessi a proporlo, le modalità di presentazione dello stesso e gli adempimenti successivi a cura della cancelleria del giudice "a quo", restando, di conseguenza, esclusa la disciplina del processo civile, che pone invece a carico del ricorrente l'onere della notificazione dell'impugnazione alle controparti e del suo deposito e, specularmente, a carico di queste ultime quello della notificazione e del deposito del controricorso; pertanto, non trova applicazione l'art.370 c.p.c., che onera la controparte a proporre il controricorso, essendo il suo diritto di difesa garantito dall'obbligo di comunicazione dell'udienza di discussione e dalla facoltà della stessa di presentare memorie e di partecipare all'udienza. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2020, n.24631.




Vantaggioso contratto di consulenza stipulato dal coniuge del magistrato con erogazione di un vistoso compenso

Magistratura - Illecito disciplinare - Art. 3, comma 1, lett. e), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Elemento materiale - Ottenimento personale da parte del magistrato del prestito o della agevolazione - Contenuto - Fattispecie

In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, ai fini della configurazione dell'elemento materiale dell'illecito di cui all'art. 3, comma 1, lett. e), del d.lgs. n. 109 del 2006, non è sufficiente il conseguimento del vantaggio da parte di un terzo in qualche modo legato al magistrato, occorrendo invece che il percettore sia proprio quest'ultimo, sia pure mediatamente. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza della Sezione disciplinare del CSM, nella parte in cui aveva ritenuto integrato il detto elemento oggettivo in seguito alla stipulazione, tra il coniuge del magistrato e un soggetto indagato in un procedimento penale presso l'ufficio di sua appartenenza, di un vantaggioso contratto di consulenza, comportante l'erogazione di un vistoso compenso, senza verificare se da esso l'incolpato avesse tratto un personale beneficio). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2020, n.24630.




In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati non è configurabilità il c.d. 'bis in idem'

Magistratura - Procedimento disciplinare - Trasferimento per incompatibilità ambientale ex art. 2 del r.d. n. 511 del 1946 - Trasferimento d’ufficio ex art.13, commi 1 e 2, del d.lgs. n. 109 del 2006 - Cumulo dei due procedimenti per i medesimi fatti - Violazione del divieto di “bis in idem” - Esclusione - Fondamento

In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, è esclusa la configurabilità di un "bis in idem" – sia di diritto convenzionale, sia di diritto unionale sia di diritto interno – nell'ipotesi in cui al magistrato già sottoposto al procedimento di trasferimento per incompatibilità ambientale ai sensi dell'art.2 del r.d. n. 511 del 1946, siano applicate, per i medesimi fatti, la sanzione accessoria o la misura cautelare del trasferimento d'ufficio, rispettivamente previste nel comma 1 e nel comma 2 dell'art.13 del d.lgs. n. 109 del 2006, in relazione a procedimenti relativi ad illeciti disciplinari; ciò in ragione dell'ontologica diversità dei presupposti e delle finalità dei due istituti, atteso che il primo, a differenza del secondo, si fonda sull'accertamento di situazioni oggettivamente lesive dell'indipendenza e dell'imparzialità dell'esercizio delle funzioni giudiziarie, a prescindere da ogni indagine o valutazione relative a profili soggettivi di responsabilità e non ha, pertanto, funzione sanzionatoria, esulando da esso ogni sindacato di colpevolezza o "riprovevolezza" del comportamento dell'interessato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2020, n.24631.




Nei procedimenti dinanzi alla Sezione disciplinare del CSM non trovano applicazione le regole di attribuzione della competenza per territorio dettate nell'art. 11 c.p.p.

Magistratura - Procedimento disciplinare - Procedimenti di competenza della Sezione disciplinare del CSM - Art.11 c.p.p. - Applicabilità - Esclusione - Fondamento

Nei procedimenti dinanzi alla Sezione disciplinare del CSM non trovano applicazione le regole di attribuzione della competenza per territorio dettate nell'art.11 c.p.p., avuto riguardo all'unicità dell'organo giurisdizionale, che opera a livello nazionale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2020, n.24631.




Gli studenti fuori corso non possono svolgere il tirocinio professionale da praticante avvocato durante l'ultimo anno del corso di laurea

Praticanti procuratori - Art. 41, comma 6, lett. d) della l. n. 247 del 2012 - Iscrizione anticipata nel registro dei praticanti - Requisito di ammissione - Iscrizione all’ultimo anno del corso di studio - Nozione - Disciplina convenzionale ex art. 40 della l. n. 247 del 2012 - Idoneità derogatoria - Esclusione

La possibilità di svolgere il tirocinio professionale da praticante avvocato in concomitanza con il corso di studio per il conseguimento della laurea in giurisprudenza è riconosciuta, dall'art. 41, comma 6, lett. d), della l. n. 247 del 2012, agli studenti iscritti all'ultimo anno del corso di laurea, da intendersi come ultimo anno del corso legale al quale si sia regolarmente iscritti, con conseguente esclusione degli studenti fuori corso, restando irrilevante la eventuale diversa disciplina contenuta nelle convenzioni stipulate, ai sensi dell'art. 40 della stessa legge, tra i consigli degli ordini degli avvocati e le università, trattandosi di fonti pattizie inidonee a derogare al precetto legislativo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 novembre 2020, n.24379.




L'obbligo di retribuire in maniera adeguata i periodi di formazione dei medici specialisti s'impone unicamente per le specialità mediche comuni

Sanità e sanitari - Medici e personale ospedaliero e delle A.S.L.

L'obbligo di retribuire in maniera adeguata i periodi di formazione dei medici specialisti s'impone unicamente per le specialità mediche comuni a tutti gli Stati membri o a due o più di essi e menzionate agli artt. 5 o 7 della direttiva "riconoscimento", 82/76. Tale obbligo, affermato con riguardo agli iscritti alle scuole di specializzazione negli anni dal 1983 al 1991, è incondizionato e sufficientemente preciso nella parte in cui richiede, affinché un medico specialista possa avvalersi del sistema di reciproco riconoscimento istituito dalla direttiva "riconoscimento", che la sua formazione si svolga a tempo pieno e sia retribuita. Per questi motivi, le SS.UU rivolgono alla CGUE il seguente quesito su questione pregiudiziale:  “se l’art- 189 del Trattato sull’Unione Europea e gli artt. 13 e 16 della direttiva ce/82/76 del Consiglio … ostino ad un’interpretazione secondo cui il diritto alla remunerazione adeguata previsto dall’art. 13 della direttiva CE/82/76 a favore dei sanitari che svolgano l’attività di formazione, sia a tempo pieno che a tempo ridotto, e sempre che sussistano tutti gli altri requisiti richiesti dalla normativa e dalla giurisprudenza europea, spetta anche ai medici che si siano iscritti ad una scuola di specializzazione in anni precedenti l’anno 1982, e che siano in corso al 1 gennaio 1983. Se il diritto al risarcimento del danno per il ritardo nel recepimento della Direttiva suindicata da parte dello Stato italiano competa, di conseguenza, anche a detti sanitari, limitatamente alla frazione di risarcimento successiva al 1° gennaio 1983. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

 

 

Il sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l’affermazione del seguente principio (conforme):

Deve essere nuovamente interpellata la CGUE a proposito dell'estensione del diritto al risarcimento per tardivo adempimento all'obbligo di attuazione della direttiva n. 82/72/CE anche ai medici specializzandi che hanno iniziato il corso in data anteriore al 1° gennaio 1982. Vedi la requisitoria 

 

Cassazione Sez. Un. Civili, 29 ottobre 2020, n.23901.




Danno erariale, azione esercitata contro più soggetti solidalmente responsabili e impugnazione incidentale tardiva degli altri condebitori

Danno erariale - Azione esercitata contro più soggetti solidalmente responsabili - Pluralità di cause scindibili ed indipendenti introdotte con un unico giudizio - Conseguenze - Ricorso per cassazione proposto da uno dei condebitori solidali - Impugnazione incidentale tardiva degli altri condebitori - Inammissibilità - Fondamento

In tema di danno erariale, l'azione esercitata contro più soggetti solidalmente responsabili inserisce in un unico giudizio più cause scindibili e indipendenti; ne consegue che, proposto ricorso per cassazione da uno dei condebitori solidali, gli altri, per i quali sia ormai decorso il relativo temine, non possono giovarsi dell'impugnazione incidentale tardiva, ai sensi dell'art.334 c.p.c., operando le forme e i termini stabiliti da questa norma esclusivamente per l'impugnazione incidentale in senso stretto, ossia per quella proveniente dalla parte "contro" la quale è stata proposta l'impugnazione principale, o per quella chiamata ad integrare il contraddittorio a norma dell'art.331 c.p.c. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 29 ottobre 2020, n.23903.




Avvocato e sanzioni disciplinari: ius superveniens più favorevole non applicabile in ordine alla prescrizione

Avvocato - Azione disciplinare - Prescrizione - Ius superveniens più favorevole all'incolpato - Inapplicabilità - Momento rilevante per l'individuazione della legge applicabile - Commissione del fatto o cessazione della sua permanenza

Le sanzioni disciplinari contenute nel codice deontologico forense hanno natura amministrativa sicché, con riferimento al regime giuridico della prescrizione, non è applicabile lo "jus superveniens", ove più favorevole all'incolpato. Ne consegue che il punto di riferimento per l'individuazione del regime della prescrizione dell'azione disciplinare è e resta la commissione del fatto o la cessazione della sua permanenza ed è a quel momento, quindi, che si deve avere riguardo per stabilire la legge applicabile. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 ottobre 2020, n.23746.




Avvocato: la transazione con il cliente è irrilevante ai fini disciplinari

Avvocato - Procedimento disciplinare originato da un esposto del cliente nei confronti dell'avvocato - Transazione intervenuta, nel corso del procedimento, tra l'avvocato incolpato ed il suo cliente - Irrilevanza - Fondamento

Qualora il procedimento disciplinare nei confronti dell'avvocato abbia avuto origine da un esposto del cliente, l'intervenuta transazione, nel corso del procedimento, tra l'incolpato e il suo assistito non può influire sul corso del procedimento stesso (comportandone la possibile interruzione od estinzione), poiché l'esercizio del potere disciplinare è previsto a tutela di un interesse pubblicistico, come tale non rientrante nella disponibilità delle parti, rimanendo perciò intatto, per l'organo disciplinare, il potere di accertamento della responsabilità del professionista per gli illeciti a lui legittimamente contestati. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 ottobre 2020, n.23593.




Nel procedimento a carico dell'Avvocato non trovano applicazione gli artt. 24 Cost. e 6 CEDU in tema di ragionevole durata del processo

Avvocato - Procedimento disciplinare di primo grado - Termini perentori per l'inizio e la definizione - Insussistenza - Conseguenze - Fondamento

Il procedimento disciplinare di primo grado ha sì natura amministrativa, ma speciale, in quanto disciplinato specificamente dalle norme dell'Ordinamento forense, che non contengono termini perentori per l'inizio, lo svolgimento e la definizione del procedimento stesso all'infuori di quelli posti a tutela del diritto di difesa, nonché di quello di prescrizione dell'azione disciplinare; ne consegue che in tale procedimento non trovano applicazione gli artt. 24 Cost. e 6 CEDU in tema di ragionevole durata del processo, né l'art. 2 della l. n. 241 del 1990 sulla durata del procedimento amministrativo, giacché la mancata previsione di un termine finale del procedimento disciplinare è coessenziale al fatto che esso debba avere una durata sufficiente per consentire all'incolpato di sviluppare compiutamente la propria difesa. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 ottobre 2020, n.23593.




Il magistrato può partecipare ad un documentario divulgativo della vicenda di un procedimento penale ancora pendente

Disciplina della magistratura - Partecipazione del magistrato ad un documentario divulgativo della vicenda riguardante un procedimento penale su invito del produttore - Illecito disciplinare di cui all'art. 2, comma 1, lett. aa), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Configurabilità - Esclusione - Fondamento

In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, la condotta del magistrato, consistita nella partecipazione ad un documentario divulgativo della vicenda di un procedimento penale, su invito del produttore, non integra di per sé l'illecito di cui all'art.2, comma 1, lett. aa), del d.lgs. n. 109 del 2006, il quale richiede la preventiva costituzione e la successiva utilizzazione, da parte del magistrato medesimo, di canali informativi personali, riservati o privilegiati. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 15 ottobre 2020, n.22373.




La mancata decisione delle Sezioni unite della Corte di cassazione nel termine di sei mesi non determina la sopravvenuta inefficacia della misura cautelare del trasferimento ad altra sede

Magistratura - Procedimento disciplinare - Ricorso alle Sezioni Unite - Mancata decisione nel termine di cui all’art. 24, comma 2, del d.lgs. n. 109 del 2006 - Conseguenze - Estinzione della misura cautelare del trasferimento d’ufficio disposta ex art. 13, comma 2, dello stesso decreto legislativo - Esclusione - Fondamento

Nel procedimento disciplinare riguardante i magistrati, la mancata decisione, da parte delle Sezioni unite della Corte di cassazione nel termine di sei mesi dalla data di proposizione del ricorso (previsto dall'art. 24, comma 2, del d.lgs. n. 109 del 2006) non determina la sopravvenuta inefficacia della misura cautelare del trasferimento ad altra sede o della destinazione ad altre funzioni eventualmente disposta, a carico dell'incolpato, ai sensi dell'art. 13, comma 2, del medesimo decreto legislativo, atteso che, per un verso, la fase di legittimità del giudizio disciplinare è esclusa dal regime estintivo-decadenziale contemplato dall'art. 15 del predetto decreto legislativo e che, per l'altro, il carattere speciale della disciplina del relativo procedimento si traduce, sul piano sostanziale, nell'applicazione di sanzioni che non hanno natura penale ma amministrativa e, sul piano processuale, nell'operatività - salvo che per la fase strettamente introduttiva e di instaurazione del contraddittorio nel giudizio di legittimità - della disciplina dettata dal codice di procedura civile; pertanto, non è evocabile un effetto estintivo della misura cautelare in analogia a quanto espressamente previsto dall'art. 309, comma 10, c.p.p., per la tardiva decisione del tribunale investito del riesame di misure coercitive nel procedimento cautelare penale, né la mancata previsione di tale effetto può suscitare fondati dubbi di legittimità costituzionale del citato comma 2 dell'art.24 del d.lgs. n. 109 del 2006, per contrasto con gli art. 3, 24 e 111 Cost., dovendosi ritenere rispondente al non arbitrario esercizio di una tipica discrezionalità legislativa la valutazione che la stringente scansione temporale decadenziale di cui al precedente art. 15 fosse bastevole a stabilire un congruo punto di equilibrio tra l'interesse dello Stato al completo e ponderato accertamento della responsabilità e l'interesse dell'incolpato a non vedersi sottoposto "sine die" a giudizio disciplinare. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 06 ottobre 2020, n.21432.




La notifica della sentenza finalizzata alla decorrenza del termine breve per l’impugnazione deve contenere l’indicazione del procuratore destinatario

Notificazioni - Impugnazioni - Decorrenza del termine breve per l’impugnazione - Indicazione del procuratore destinatario - Necessità

A garanzia del diritto di difesa della parte destinataria della notifica in ragione della competenza tecnica del destinatario nella valutazione dell’opportunità della condotta processuale più conveniente da porre in essere ed in relazione agli effetti decadenziali derivanti dall’inosservanza del termine breve di impugnazione, la notifica della sentenza finalizzata alla decorrenza di quest’ultimo, ove la legge non ne fissi la decorrenza diversamente o solo dalla comunicazione a cura della cancelleria, deve essere in modo univoco rivolta a tale fine acceleratorio e percepibile come tale dal destinatario, sicché essa va eseguita nei confronti del procuratore della parte o della parte presso il suo procuratore, nel domicilio eletto o nella residenza dichiarata; di conseguenza, la notifica alla parte, senza espressa menzione - nella relata di notificazione - del suo procuratore quale destinatario anche solo presso il quale quella è eseguita, non è idonea a far decorrere il termine breve di impugnazione, neppure se eseguita in luogo che sia al contempo sede di una pubblica amministrazione, sede della sua avvocatura interna e domicilio eletto per il giudizio, non potendo surrogarsi l’omessa indicazione della direzione della notifica al difensore con la circostanza che il suo nominativo risulti dall’epigrafe della sentenza notificata, per il carattere neutro o non significativo di tale sola circostanza. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

 

 

 

 

 

 

Il sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l’affermazione del seguente principio (difforme):

E’ valida ed idonea a far decorrere il termine breve di impugnazione la notificazione della sentenza al procuratore di un ente pubblico appartenente al servizio legale dell’ente e domiciliato presso la sede dell’ente stesso, anche qualora manchi l’indicazione del procuratore quale destinatario della notifica. La circostanza che il nome e cognome del legale non siano menzionati nella richiesta-relata di notifica è di per sé irrilevante, ove le modalità concrete di notifica consentano comunque la consegna dell’atto presso il domicilio eletto dal procuratore costituito. Vedi la requisitoria

 

Cassazione Sez. Un. Civili, 30 settembre 2020, n.20866.




Giurisdizione italiana per i danni da crimini nazisti

"Delicta imperii" - Giurisdizione giudice nazionale - Configurabilità - Fondamento

L'immunità dalla giurisdizione civile degli Stati esteri per atti "iure imperii" costituisce una prerogativa (e non un diritto) riconosciuta da norme consuetudinarie internazionali, la cui operatività è preclusa nel nostro ordinamento, a seguito della sentenza della Corte cost. n. 238 del 2014, per i "delicta imperii", per quei crimini, cioè, compiuti in violazione di norme internazionali di "ius cogens", in quanto tali lesivi di valori universali che trascendono gli interessi delle singole comunità statali. (Nella specie, la S.C. ha dichiarato la giurisdizione italiana in relazione alla domanda risarcitoria promossa, nei confronti della Repubblica Federale di Germania, dal figlio ed erede di un cittadino italiano per ottenere, "iure proprio" e "iure hereditatis", il ristoro dei danni derivanti dalla illegittima cattura, dalla deportazione, dal lavoro forzato e dalla morte del padre durante la seconda guerra mondiale). (massima ufficiale) 

 

 

 

 

 

 

Il sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l’affermazione del seguente principio:

Gli atti, compiuti dagli Stati, che costituiscono crimini di guerra o contro l’umanità (cd. delicta imperii), come la deportazione e il lavoro forzato, non possono fruire della immunità dalla giurisdizione civile, che non è un diritto assoluto degli Stati esteri ma è una prerogativa, riconosciuta dalle consuetudini internazionali e immessa nell’ordinamento interno in forza dell’art. 10 Cost., che tuttavia non può operare in presenza di comportamenti di tale gravità, in quanto lesivi di valori universali di rispetto della dignità umana, da segnare il punto di rottura dell’esercizio tollerabile della sovranità, anche alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 238/2014 nonché in base a numerose fonti internazionali. Pertanto, sussiste la giurisdizione nazionale sulla domanda risarcitoria nei confronti della Germania per condotte di deportazione e assoggettamento a lavori forzati di un cittadino italiano nel 1944.

Non è rinvenibile nell’ordinamento internazionale una norma di diritto consuetudinario che sancisca in termini assoluti il principio della imprescrittibilità dei reati e dei connessi diritti risarcitori per fatti costituenti crimini contro l’umanità; ed alcune norme di diritto internazionale pattizio che affermano tale principio incontrano tuttavia il controlimite del divieto di applicazione retroattiva in peius; (art. 25 Cost.). Pertanto, per la disciplina della prescrizione del diritto risarcitorio delle vittime, si applica la regolazione nazionale.

Il riconoscimento giuridico del limite della prerogativa dell’immunità statale, in presenza di crimini contro l’umanità, ha trovato emersione e si è consolidato soltanto a partire da tempi recenti, essendo in precedenza l’immunità accordata per gli atti iure imperii senza alcuna distinzione. Pertanto, in applicazione del diritto interno – art. 2935 c.c. – prima di quel momento il diritto risarcitorio non poteva essere fatto valere in alcun caso, in virtù di un impedimento di carattere giuridico sostanziale. Ne consegue che la prescrizione del diritto risarcitorio per fatti anteriori non può decorrere se non da un momento successivo al riconoscimento di detto limite dell’immunità, momento da individuarsi, per l’Italia, nella decisione della Corte di cassazione a Sezioni Unite n. 5044/2004.. Vedi la requisitoria  

 

Cassazione Sez. Un. Civili, 28 settembre 2020, n.20442.




Procedimento disciplinare a carico di magistrati: il componente della sezione disciplinare può testimoniare

Disciplina della magistratura - Indicazione di componenti della Sezione disciplinare quali testimoni - Incompatibilità ex art. 51, comma 1, n. 4, c.p.c. - Insussistenza - Fondamento

In tema di procedimento disciplinare a carico di magistrati, la mera indicazione come testimone di un componente della Sezione disciplinare non determina quell'incompatibilità tra l'ufficio di testimone e quello di giudice prevista dall'art. 51, comma 1, n. 4, c.p.c., poiché altrimenti si verificherebbe un insolubile corto circuito per cui ogni parte di qualsiasi processo potrebbe potestativamente determinare "ad libitum" tale incompatibilità e paralizzare all'infinito il processo dal quale (e non nel quale) voglia difendersi, con conseguente violazione degli artt. 24, comma 1, e 111, comma 2, Cost. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 settembre 2020, n.19893.




È inammissibile la ricusazione rivolta contro tutti i componenti della Sezione disciplinare del CSM

Disciplina della magistratura - Sezione disciplinare del CSM - Ricusazione di tutti i giudici in quanto appartenenti al medesimo organo - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento

È inammissibile la ricusazione rivolta contro tutti i componenti della Sezione disciplinare del CSM, poiché una tale istanza, coinvolgendo tutti i giudici in quanto e sol perché appartenenti al medesimo organo giurisdizionale, non lamenta un ipotetico difetto di imparzialità (che per sua natura riguarda la persona del singolo giudice), ma un eventuale difetto di terzietà dell'organo decidente, vale a dire un difetto non rimediabile con lo strumento processuale della ricusazione che presuppone l'esatta identificazione fisica del giudice ricusato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 settembre 2020, n.19893.




Possibilità che un giudice supplente, già destinatario di precedente istanza di ricusazione, giudichi sulla ricusazione del giudice titolare

Disciplina della magistratura - In genere - Sezione disciplinare del CSM - Art. 6 l. n. 195 del 1958 - Possibilità che un giudice supplente, già destinatario di precedente istanza di ricusazione, giudichi sulla ricusazione del giudice titolare - Questione di legittimità costituzionale - Manifesta infondatezza

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 6 della l. n. 195 del 1958 nella parte in cui consente che i giudici supplenti della Sezione disciplinare del CSM, precedentemente già ricusati, possano giudicare su analoga istanza di ricusazione rivolta contro gli omologhi giudici titolari (nella specie componenti laici), non potendosi promuovere un incidente di legittimità costituzionale quando un ipotetico accoglimento della relativa questione sia tale da produrre un esito in sé manifestamente contrario alla Costituzione, cioè la paralisi dell'esercizio del potere disciplinare in capo al CSM. Ove, infatti, si considerasse ostativa la mera circostanza di essere stato destinatario d'una precedente analoga istanza di ricusazione, né i componenti supplenti né i loro omologhi titolari potrebbero mai concorrere a decidere gli uni della ricusazione degli altri sicché, esauriti i membri titolari e quelli supplenti, non sarebbe più possibile costituire un collegio giudicante sulla ricusazione rispettoso della proporzione prevista dalla Costituzione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 settembre 2020, n.19893.




No all'incidente di legittimità costituzionale per colmare l'assenza d'una norma che espressamente individui il giudice della ricusazione di membri della Sezione disciplinare

Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura - Ricusazione di più componenti - Conseguente impossibilità di formare un collegio che rispetti la proporzione tra membri laici e togati - Lacuna normativa - Incidente di legittimità costituzionale per sollecitare una sentenza additiva - Esclusione - Fondamento

Non è percorribile la strada dell'incidente di legittimità costituzionale per colmare, con sentenza additiva della Corte cost., l'assenza d'una norma che espressamente individui il giudice della ricusazione di membri della Sezione disciplinare quando all'interno del Consiglio non sia possibile formare un collegio che rispetti la proporzione tra membri laici e membri togati, difettando il presupposto di un'unica soluzione costituzionalmente obbligata, attesa l'esistenza di differenti soluzioni che il legislatore, nell'ampia sua discrezionalità, ben potrebbe individuare per realizzare la terzietà del giudice in sede di decisione sull'istanza di ricusazione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 settembre 2020, n.19893.




CSM, ricusazione di più componenti e competenza a decidere sulla relativa istanza

Disciplina della Magistratura - Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura - Ricusazione di più componenti - Conseguente impossibilità di formare un collegio che rispetti la proporzione tra membri laici e togati - Individuazione del giudice competente sulla ricusazione - S.U. della Corte di cassazione - Fondamento

Nel procedimento dinanzi alla Sezione disciplinare del CSM, qualora la ricusazione di più componenti renda impossibile al suo interno formare un collegio che rispetti l'indefettibile proporzione tra membri laici e membri togati, la competenza a decidere sulla relativa istanza spetta alle Sezioni Unite della Corte di cassazione, atteso che in difetto di una disposizione di legge che disciplini espressamente tale ipotesi o della concreta possibilità di estensione analogica di altra norma, la lacuna va colmata secondo i principi generali che regolano la materia della ricusazione del giudice, tra i quali vi è anche quello per cui la competenza a conoscerne è sempre attribuita o ad un collegio dello stesso ufficio o al giudice superiore. Ne consegue che ove la soluzione interna all'ufficio, disciplinata per il CSM dall'art. 6 della l. n. 195 del 1958, non sia realizzabile per mancanza di un numero sufficiente di giudici rispettoso della proporzione fra laici e togati, non resta che ricorrere all'altra, investendo della decisione il giudice superiore. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 settembre 2020, n.19893.




Opposizione a decreto ingiuntivo: onere di esperire il procedimento di mediazione ex art. 5 del d.lgs. n. 28 del 2010

Opposizione a decreto ingiuntivo - Onere di esperire il procedimento di mediazione ex art. 5 del d.lgs. n. 28 del 2010 - Parte gravata - Individuazione - Parte opposta - Conseguenze

Nelle controversie soggette a mediazione obbligatoria ai sensi dell’art. 5, comma 1-bis, del d.lgs. n. 28 del 2010, i cui giudizi vengano introdotti con un decreto ingiuntivo, una volta instaurato il relativo giudizio di opposizione e decise le istanze di concessione o sospensione del decreto, l’onere di promuovere la procedura di mediazione è a carico della parte opposta; ne consegue che, ove essa non si attivi, alla pronuncia di improcedibilità di cui al citato comma 1-bis conseguirà la revoca del decreto ingiuntivo. (massima ufficiale)

Il Sotituto procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l'affermazione del seguente principio di diritto (conforme):
Nel procedimento per decreto ingiuntivo, una volta adottati dal giudice i provvedimenti di cui agli artt. 648 e 649 c.p.c., il soggetto sul quale ricade l'onere di esperire il tentativo di mediazione, a norma del d.lgs. n. 28/2010, è il creditore opposto, nei modi e secondo i tempi indicati nei commi I-bis e 4, lettera a). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Vedi la requisitoria.

Cassazione Sez. Un. Civili, 18 settembre 2020, n.19596.




E' compatibile con il diritto dell'Unione l'effetto il precludere all'impresa esclusa il diritto di sottoporre all'esame del giudice ogni ragione di contestazione dell'esito della gara?

Impresa esclusa da una gara di appalto - Censure miranti a contestare l'aggiudicazione all'impresa concorrente - Prassi giurisprudenziale nazionale preclusiva della legittimazione a proporre tali censure - Compatibilità con il diritto dell'Unione Europea - Rinvio pregiudiziale

Le Sez. U. hanno rivolto alla Corte di giustizia il seguente quesito su questione pregiudiziale:

Se i principi dichiarati dalla Corte di giustizia con le sentenze 5 settembre 2019, Lombardi, C-333118; 5 aprile 2016, Puligienica, C-689/13; 4 luglio 2013. Fastweb, C¬100/12, in relazione agli artt. l, par. 1 e 3, e 2 par. 1, della direttiva 89/665/CEE, modifìcativa dalla direttiva 2007/66/CE, siano applicabili nella fattispecie che è oggetto del procedimento principale, in cui, contestate dall'impresa concorrente l'esclusione da una procedura di gara di appalto e l'aggiudicazione ad altra impresa, il Consiglio di Stato esamini nel merito il solo motivo di ricorso con cui l'impresa esclusa contesti il punteggio inferiore alla “soglia di sbarramento” attribuito alla propria offerta tecnica e, esaminando prioritariamente ricorsi incidentali dell'amministrazione aggiudicatrice e dell'impresa aggiudicataria, li accolga dichiarando inammissibili (e ometta di esaminare nel merito) gli altri motivi del ricorso principale che contestino l'esito della gara per altre ragioni (per indeterminatezza dei criteri di valutazione delle offerte nel disciplinare di gara, mancata motivazione dei voti assegnati, illegittima nomina e composizione della commissione di gara), in applicazione di una prassi giurisprudenziale nazionale secondo la quale l'impresa che sia stata esclusa da una gara di appalto non sarebbe legittimata a proporre censure miranti a contestare l'aggiudicazione all'impresa concorrente, anche mediante la caducazione della procedura di gara, dovendosi valutare se sia compatibile con il diritto dell'Unione l'effetto di precludere all'impresa il diritto di sottoporre all'esame del giudice ogni ragione di contestazione dell'esito della gara, in una situazione in cui la sua esclusione non sia stata definitivamente accertata e in cui ciascun concorrente può far valere un analogo interesse legittimo all'esclusione dell'offerta degli altri, che può portare alla constatazione dell'impossibilità per l'amministrazione aggiudicatrice di procedere alla scelta di un'offerta regolare e all'avvio di una nuova procedura di aggiudicazione, alla quale ciascuno degli offerenti potrebbe partecipare. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 18 settembre 2020, n.19598.




Usura e interessi di mora: le Sezioni Unite della Cassazione dettano le regole

Usura – Interessi moratori – Applicazione della disciplina antiusura – Mancata indicazione dell'interesse di mora nell'ambito del T.e.g.m. – Applicazione decreti ministeriali – Mancanza – Confronto con il T.e.g.m. così come rilevato – Azione proposta in corso di rapporto – Consumatore – Distribuzione dell’onere della prova

La disciplina antiusura si applica agli interessi moratori, intendendo essa sanzionare la pattuizione di interessi eccessivi convenuti al momento della stipula del contratto quale corrispettivo per la concessione del denaro, ma anche la promessa di qualsiasi somma usuraria sia dovuta in relazione al contratto concluso.

La mancata indicazione dell'interesse di mora nell'ambito del T.e.g.m. non preclude l'applicazione dei decreti ministeriali, i quali contengano comunque la rilevazione del tasso medio praticato dagli operatori professionali, statisticamente rilevato in modo del pari oggettivo ed unitario, essendo questo idoneo a palesare che una clausola sugli interessi moratori sia usuraria, perché "fuori mercato", donde la formula: "T.e.g.m., più la maggiorazione media degli interessi moratori, il tutto moltiplicato per il coefficiente in aumento, più i punti percentuali aggiuntivi, previsti quale ulteriore tolleranza dal predetto decreto".

Ove i decreti ministeriali non rechino neppure l'indicazione della maggiorazione media dei moratori, resta il termine di confronto del T.e.g.m. così come rilevato, con la maggiorazione ivi prevista.

Si applica l'art. 1815, comma 2, cod. civ., onde non sono dovuti gli interessi moratori pattuiti, ma vige l'art. 1224, comma 1, cod. civ., con la conseguente debenza degli interessi nella misura dei corrispettivi lecitamente convenuti.

Anche in corso di rapporto sussiste l'interesse ad agire del finanziato per la declaratoria di usurarietà degli interessi pattuiti, tenuto conto del tasso-soglia del momento dell'accordo; una volta verificatosi l'inadempimento ed il presupposto per l'applicazione degli interessi di mora, la valutazione di usurarietà attiene all'interesse in concreto applicato dopo l'inadempimento.

Nei contratti conclusi con un consumatore, concorre la tutela prevista dagli artt. 33, comma 2, lett. f) e 36, comma 1, del codice del consumo, di cui al d.lgs. n. 206 del 2005, già artt. 1469-bis e 1469-quinquies cod. civ..

L'onere probatorio nelle controversie sulla debenza e sulla misura degli interessi moratori, ai sensi dell'art. 2697 cod. civ., si atteggia nel senso che, da un lato, il debitore, il quale intenda provare l'entità usuraria degli stessi, ha l'onere di dedurre il tipo contrattuale, la clausola negoziale, il tasso moratorio in concreto applicato, l'eventuale qualità di consumatore, la misura del T.e.g.m. nel periodo considerato, con gli altri elementi contenuti nel decreto ministeriale di riferimento; dall'altro lato, è onere della controparte allegare e provare i fatti modificativi o estintivi dell'altrui diritto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)


Il Sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione aveva chiesto l'affermazione del seguente principio di diritto:
La disciplina antiusura si applica agli interessi moratori, intendendo essa sanzionare la pattuizione di interessi eccessivi convenuti al momento della stipula del contratto quale corrispettivo per la concessione del denaro, ma anche la promessa di qualsiasi somma usuraria sia dovuta in relazione al contratto concluso.

La mancata indicazione dell'interesse di mora nell'ambito del T.e.g.m. non preclude l'applicazione dei decreti ministeriali, i quali contengano comunque la rilevazione del tasso medio praticato dagli operatori professionali, statisticamente rilevato in modo del pari oggettivo ed unitario, essendo questo idoneo a palesare che una clausola sugli interessi moratori sia usuraria, perché "Fuori mercato", donde la formula: "T.e,g.m., più la maggiorazione media degli interessi moratori, il tutto moltiplicato per coefficiente in aumento, più i punti percentuali aggiuntivi, previsti quale ulteriore tolleranza dal predetto decreto.

Ove i decreti ministeriali non rechino neppure l'indicazione della maggiorazione media dei moratori, resta il termine di confronto del T.e.g.m. così come rilevato, con la maggiorazione ìvi prevista.

Si applica l'art. 1815, comma 2, cod. civ., onde non sono dovuti gli interessi moratori pattuiti, ma vige l'art. 1224, comma 1, cod. civ., con la conseguente debenza degli interessi nella misura dei corrispettivi lecitamente convenuti.

Anche in corso di rapporto sussiste l'interesse ad agire del finanziato per la declaratoria di usurarietà degli interessi pattuiti, tenuto conto del tasso-soglia del momento dell'accordo; una volta verificatosi l'inadempimento ed il presupposto per l'applicazione degli interessi di mora, la valutazione di usurarietà attiene &l'interesse in concreto applicato dopo l'inadempimento.

Nei contratti conclusi con un consumatore, concorre la tutela prevista dagli artt. 33, comma 2, lett. f) e 36, comma 1, del codice del consumo, di cui al d.lgs, n. 206 del 2005, già artt. 1469-bis e 1469-quinquies cod. civ..

L'onere probatorio nelle controversie sulla debenza e sulla misura degli interessi moratori, ai sensi dell'art. 2697 cod, civ., si atteggia nel senso che, da un lato, il debitore, il quale intenda provare l'entità usuraria degli stessi, ha l'onere di dedurre il tipo contrattuale, la clausola negoziale, il tasso moratorio in concreto applicato, l'eventuale qualità di consumatore, la misura del T.e.g.m. nel periodo considerato, con gli altri elementi contenuti nel decreto ministeriale di riferimento; dall'altro lato, è onere della controparte allegare e provare i fatti modificativi o estintivi dell'altrui diritto. Vedi la requisitoria
Cassazione Sez. Un. Civili, 18 settembre 2020, n.19597.




Rimozione disciplinare del magistrato quando l'illecito abbia compromesso irrimediabilmente i valori connessi alla funzione giudiziaria e al prestigio personale

Rimozione del magistrato - Presupposti - Valutazione - Sindacato di legittimità - Limiti

La sanzione della rimozione disciplinare del magistrato può essere irrogata, oltre che al verificarsi di una delle tre fattispecie tipiche previste dall'art. 12, comma 5, del d.lgs. n. 109 del 2006 (nel qual caso va disposta obbligatoriamente), in ogni altra ipotesi in cui l'illecito abbia compromesso irrimediabilmente i valori connessi alla funzione giudiziaria e al prestigio personale del magistrato, anche in relazione allo "strepitus fori", secondo l'apprezzamento di merito della Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, insindacabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione congrua e immune da vizi logico-giuridici. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 settembre 2020, n.18302.




La preclusione connessa al principio del 'ne bis in idem' nel procedimento disciplinare riguardante i magistrati

Disciplina della magistratura - Procedimenti disciplinari diversi - Principio del “ne bis in idem” - Operatività - Presupposti - Fattispecie

Nel procedimento disciplinare riguardante i magistrati, la preclusione connessa al principio del "ne bis in idem" esclude che possa farsi luogo ad un secondo giudizio quando nel primo si sia giudicato sul medesimo fatto storico-naturalistico, identificato sulla base della coincidenza di tutti gli elementi costitutivi (condotta - nesso causale - evento), che costituisce oggetto della nuova contestazione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che la sentenza assolutoria pronunciata in favore di un pubblico ministero in ordine a fatti di mancata astensione nell'ambito di procedimenti penali trattati anteriormente ad una certa data, non precludesse un nuovo giudizio in relazione ad un episodio specifico della stessa natura, verificatosi nel medesimo periodo temporale ma non ricompreso nella precedente pronuncia, trattandosi di fatto che era stato oggetto di imputazione anche in sede penale, e per il quale l'originaria azione disciplinare era stata pertanto sospesa). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 settembre 2020, n.18302.




Magistrato che non si astiene, illecito di pura condotta, presupposti

Illecito disciplinare di cui all’art.2, comma 1, lett.c), d.lgs. n.109 del 2006 - Pubblico ministero - Presupposti

In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, l'illecito di cui all'art.2, comma 1, lett. c), del d.lgs. n. 109 del 2006 si caratterizza, sotto il profilo oggettivo, per essere un illecito di pura condotta, che viene integrato dalla sola condotta commissiva di partecipazione, da parte del magistrato, ad una attività d'ufficio rispetto alla quale sussisteva l'obbligo di astensione (senza necessità che da tale condotta derivi altresì uno sviamento di potere o un vantaggio per sé o per il terzo del cui interesse il magistrato si sia reso indebitamente portatore) e, sotto il profilo subiettivo, per la mancanza del dolo specifico, essendo al riguardo sufficiente la consapevolezza, nell'agente, della sussistenza di quelle situazioni di fatto in presenza delle quali l'ordinamento esige che egli si astenga dal compimento di un determinato atto (senza necessità di uno specifico intento finalizzato a favorire o danneggiare una delle parti); pertanto, ai fini della configurazione del predetto illecito ad opera del magistrato del pubblico ministero, rileva esclusivamente l'omessa astensione in presenza di un conflitto, anche solo potenziale, tra l'interesse pubblicistico al perseguimento dei fini istituzionali di giustizia ad esso affidati dall'ordinamento e l'interesse alieno a tali finalità (privato o personale) di cui egli sia portatore in proprio o per conto di terzi, non essendo altresì necessaria l'effettiva realizzazione di tale ultimo interesse. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 settembre 2020, n.18302.




Responsabilità disciplinare dei magistrati e sospensione dei termini del procedimento

Magistratura - Sanzioni discpilinari - Sospensione dei termini del procedimento disciplinare per esercizio di azione penale - “Medesimo fatto” - Nozione - Fattispecie

In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, l'art. 15, comma 8, lett. a), del d.lgs. n. 109 del 2006 - secondo cui il corso dei termini del procedimento disciplinare resta sospeso "se per il medesimo fatto è stata esercitata l'azione penale" - trova applicazione non solo in caso di identità tra i fatti oggetto dei due procedimenti ma anche in presenza della loro comune riferibilità ad una "medesima vicenda storica". (Nella specie, la S.C. ha confermato la pronuncia della Sezione disciplinare del CSM che, ai fini dell'operatività della sospensione "ex lege" dei termini del procedimento disciplinare, aveva affermato la coincidenza della condotta di omessa astensione rilevante sotto tale profilo con l'identica condotta posta, unitamente ad altre, a fondamento dell'imputazione penale, con cui era stato contestato al magistrato il reato di cui all'art.323 c.p.). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 settembre 2020, n.18302.




La sanzione della rimozione disciplinare del magistrato può essere irrogata in ogni ipotesi in cui l'illecito abbia compromesso irrimediabilmente i valori connessi alla funzione giudiziaria e al prestigio personale del magistrato

Disciplina della magistratura - Sanzioni - Rimozione del magistrato - Presupposti - Valutazione - Sindacato di legittimità - Limiti

La sanzione della rimozione disciplinare del magistrato può essere irrogata, oltre che al verificarsi di una delle tre fattispecie tipiche previste dall'art. 12, comma 5, del d.lgs. n. 109 del 2006 (nel qual caso va disposta obbligatoriamente), in ogni altra ipotesi in cui l'illecito abbia compromesso irrimediabilmente i valori connessi alla funzione giudiziaria e al prestigio personale del magistrato, anche in relazione allo "strepitus fori", secondo l'apprezzamento di merito della Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, insindacabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione congrua e immune da vizi logico-giuridici. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 settembre 2020, n.18302.




L’inammissibilità della prova testimoniale di un contratto che deve essere provato per iscritto non può essere rilevata d’ufficio

Contratto - Forma scritta richiesta "Ad Probationem" - Prova per testi - Inammissibilità - Rilevabilità d'ufficio - Esclusione - Assunzione della testimonianza nonostante l'eccepita inammissibilità della stessa - Rimedi

L’inammissibilità della prova testimoniale di un contratto che deve essere provato per iscritto, ai sensi dell’art. 2725, comma 1, c.c., attenendo alla tutela processuale di interessi privati, non può essere rilevata d’ufficio, ma deve essere eccepita dalla parte interessata prima dell’ammissione del mezzo istruttorio; in particolare, hanno chiarito che, qualora, nonostante l’eccezione di inammissibilità, la prova sia stata ugualmente assunta, è onere della parte interessata opporne la nullità secondo le modalità dettate dall’art. 157, comma 2, c.p.c., rimanendo altrimenti la stessa ritualmente acquisita, senza che detta nullità possa più essere fatta valere in sede di impugnazione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 05 agosto 2020, n.16723.




Sospensione cautelare obbligatoria dalle funzioni e dallo stipendio del magistrato per adozione di misura cautelare personale penale

Sospensione cautelare obbligatoria da funzioni e stipendio - Revoca facoltativa - Ammissibilità - Presupposti - Fattispecie

Nel procedimento disciplinare riguardante i magistrati, la sospensione cautelare obbligatoria dalle funzioni e dallo stipendio per adozione di misura cautelare personale penale, prevista dall'art. 21 del d.lgs. n.109 del 2006, è soggetta a revoca facoltativa, non già obbligatoria, quando tale misura sia cessata per motivi diversi dalla mancanza dei gravi indizi di colpevolezza, nel qual caso l'esercizio del potere di revoca è identico a quello concernente la sospensione facoltativa, prevista dal successivo art.22, ovvero ha natura discrezionale.(In applicazione del principio, la S.C. ha confermato l'ordinanza della Sezione disciplinare del CSM che aveva rigettato l'istanza di revoca della sospensione cautelare, sul duplice rilievo che il processo penale si era concluso in primo grado con la condanna dell'incolpato per i gravi reati di cui agli artt.81, 317, 319, 378 e 629 c.p., e che tale condanna, mentre per un verso rafforzava le esigenze cautelari, per altro verso comportava, di per sé, grave menomazione del prestigio dell'ordine giudiziario, così legittimando la persistenza della misura). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 luglio 2020, n.15196.




Sospensione cautelare del magistrato da funzioni e stipendio: non si applica il termine massimo valevole per la generalità dei pubblici dipendenti

Sospensione cautelare del magistrato da funzioni e stipendio - Termine massimo quinquennale valevole per la generalità dei pubblici dipendenti - Applicabilità - Esclusione - Fondamento

Nel procedimento disciplinare riguardante i magistrati, alla misura cautelare della sospensione dalle funzioni e dallo stipendio non si applica il limite massimo quinquennale di durata, previsto in via generale dall'art.9, comma 2, della l. n. 19 del 1990 per la sospensione cautelare dei pubblici dipendenti, atteso che la specificità dello "status" del magistrato e delle relative funzioni richiede, anche nella fase cautelare, una disciplina più rigorosa rispetto a quella dettata per gli altri pubblici impiegati, essendo necessario tutelare, soprattutto, il dovere e l'immagine di imparzialità e la connessa esigenza di credibilità nell'esercizio dell'attività giurisdizionale, e considerato altresì che l'art. 23, comma 2, del d.lgs n. 109 del 2006 - con norma di chiusura avente finalità analoga a quella di cui al citato art.9, comma 2, della l. n. 19 del 1990 - collega la cessazione di diritto degli effetti della sospensione cautelare alla "definitività" della pronuncia della Sezione disciplinare conclusiva del procedimento. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 luglio 2020, n.15196.




La condotta del legale che omette di restituire al cliente la somma versatagli in deposito fiduciario configura un illecito permanente

Somma contante versata dal cliente al legale in deposito fiduciario - Mancata restituzione - Sollecito del cliente - Negazione dell'avvocato della ricezione della somma - Illecito permanente - Configurabilità - Conseguenze in tema di prescrizione

La condotta del legale che omette di restituire al cliente la somma versatagli in deposito fiduciario configura un illecito permanente, in relazione al quale il momento in cui cessa la permanenza coincide con quello dell'indebita appropriazione e cioè con il momento in cui il professionista, sollecitato alla restituzione, nega il diritto del cliente sulla somma affermando il proprio diritto di trattenerla, a cui è equiparabile la negazione di averla ricevuta, sicché è da tale momento che inizia a decorrere il termine di prescrizione dell'illecito, in applicazione analogica dell'art. 158 c.p. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 luglio 2020, n.14233.




Azione revocatoria nei confronti del fallimento dell'acquirente, insinuazione al passivo e valutazione della pregiudiziale costitutiva

Azione revocatoria – In genere – Natura – Oggetto – Reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori – Rilevanza del bene oggetto dell’atto revocato – Finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale – Esclusione – Azione proposta nei confronti del fallimento dell'acquirente – Insinuazione al passivo – Rimessa al giudice delegato la delibazione della pregiudiziale costitutiva

Oggetto della domanda di revocatoria (ordinaria o fallimentare) non è il bene in sè, ma la reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori mediante l'assoggettabilità del bene a esecuzione;
Il bene dismesso con l'atto revocando viene in considerazione, rispetto all'interesse dei creditori dell'alienante, soltanto per il suo valore.
Ove l'azione costitutiva non sia stata dai creditori dell'alienante introdotta prima del fallimento dell'acquirente del bene che ne costituisce oggetto, essa stante l'intangibilità dell'asse fallimentare in base a titoli formati dopo il fallimento (cd. cristallizzazione) - non può essere esperita con la finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale, poichè giustappunto si tratta di un'azione costitutiva che modifica ex post una situazione giuridica preesistente.
In questo caso i creditori dell'alienante (e per essi il curatore fallimentare ove l'alienante sia fallito) restano tutelati nella garanzia patrimoniale generica dalle regole del concorso, nel senso che possono insinuarsi al passivo del fallimento dell'acquirente per il valore del bene oggetto dell'atto di disposizione astrattamente revocabile, demandando al giudice delegato di quel fallimento anche la delibazione della pregiudiziale costitutiva. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 24 giugno 2020, n.12476.




Oggetto della domanda revocatoria non è il bene trasferito in sé ma la reintegrazione della generica garanzia patrimoniale

Revocatoria ordinaria o fallimentare di un bene - Fallimento dell’accipens - Ammissibilità dell'azione - Condizioni - Fondamento

Oggetto della domanda revocatoria, sia essa ordinaria che fallimentare, non è il bene trasferito in sé, ma la reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori, mediante il suo assoggettamento ad esecuzione forzata, sicchè quando l'azione sia stata promossa dopo il fallimento dell'accipiens, non potendo essere esperita con la finalità di recuperare il bene ceduto – stante l'intangibilità dell'asse fallimentare –, i creditori del cedente (ovvero il curatore in caso di suo fallimento) potranno insinuarsi al passivo del fallimento del cessionario per il valore del bene oggetto dell'atto di disposizione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 giugno 2020, n.12476.




Conflitto di competenza, giudice di appello e applicabilità al giudizio di impugnazione dell’art. 38 comma 3 c.p.c.

Conflitto di competenza - Giudice di appello - Termine per il rilievo dell'incompetenza - Applicabilità al giudizio di impugnazione dell’art. 38 comma 3 c.p.c. - Sussistenza

La disciplina prevista dall’art. 38, comma 3, c.p.c. si applica anche nelle ipotesi di regolamento di competenza d’ufficio sollevato dal giudice di secondo grado ai sensi dell’art. 45 c.p.c., con la conseguenza che tale regolamento, dovendo immediatamente seguire al rilievo dell’incompetenza, deve essere richiesto entro il termine di esaurimento delle attività di trattazione contemplate dall’art. 350 c.p.c., ossia prima che il giudice del gravame provveda all’eventuale ammissione delle prove ai sensi dell’art. 356 c.p.c., ovvero - in caso di mancata necessità di espletamento di attività istruttoria - prima che proceda ad invitare le parti a precisare le conclusioni e a dare ingresso alla fase propriamente decisoria. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 giugno 2020, n.11866.




Concordato Preventivo: effetti della costituzione in giudizio del debitore in concordato privo di autorizzazione

Concordato Preventivo – Controversia giudiziale – Costituzione in giudizio del debitore in concordato – Atto soggetto ad autorizzazione ex articolo 161, comma 7, L.F. – Carenza di autorizzazione – Inammissibilità della domanda giudiziale – Esclusione

L'imprenditore che abbia presentato istanza di ammissione al concordato non perde la capacità di stare in giudizio, come non la perde l'imprenditore che sia stato ammesso al concordato; pertanto, la mancata autorizzazione del tribunale alla proposizione di una domanda giudiziale da parte di un imprenditore che abbia chiesto di essere ammesso al concordato preventivo non incide sull'ammissibilità della domanda stessa.

La mancanza della previa autorizzazione del tribunale al compimento di un atto per cui tale autorizzazione sarebbe stata necessaria ai sensi del settimo comma dell' art. 161 l.f. spiega effetti sul piano dei rapporti sostanziali, a partire dalla non prededucibilità dei crediti di terzi che da tale atto derivino (come si evince, a contrariis, dalla disposizione del suddetto comma alla cui stregua «i crediti di terzi eventualmente sorti per effetto degli atti legalmente compiuti dal debitore sono prededucibili ai sensi dell'articolo 111»); ma la suddetta mancanza - pur quando tale autorizzazione possa ritenersi in concreto necessaria per la proposizione di una determinata domanda giudiziale, in ragione degli oneri e dei rischi connessi all'introduzione di una specifica lite - non spiega alcun effetto sul piano processuale. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 28 maggio 2020, n.10080.




Abuso della qualità di magistrato

Magistratura - Illecito disciplinare ex art. 3, lett. a), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Abuso della qualità di magistrato - Spendita esplicita - Necessità - Esclusione - Condizioni

In tema di procedimento disciplinare a carico di magistrati, ai fini della consumazione dell'illecito disciplinare di cui all'art. 3, lett. a), del d.lgs. n. 109 del 2006 (magistrato che, al di fuori dell'esercizio delle sue funzioni, strumentalizzi la sua qualità per conseguire ingiusti vantaggi per sè o per altri), non è necessaria la spendita esplicita della qualità di magistrato, quando questa è nota all'interlocutore, essendo piuttosto necessario l'uso strumentale di essa, posto in essere al di fuori dall'esercizio delle funzioni, allo scopo di conseguire vantaggi ingiusti per sé o per altri. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 maggio 2020, n.10086.




Sostituzione della sospensione con il trasferimento provvisorio ad altro ufficio di un distretto limitrofo

Magistratura - Procedimento disciplinare - Istanza di revoca della sospensione cautelare facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio - Sostituzione, ad opera della Sezione disciplinare, di detta misura cautelare con altra meno gravosa in luogo dell'accoglimento dell'istanza - Ammissibilità - Fondamento

In tema di procedimento disciplinare a carico di magistrati, a fronte dell'istanza con la quale l'incolpato ha chiesto la revoca della misura della sospensione cautelare facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio, applicata ai sensi dell'art. 22, comma 1, del d.lgs. n. 109 del 2006, legittimamente il C.S.M. può, anche in assenza di espressa richiesta dei titolari dell'azione disciplinare, anziché accogliere l'istanza, sostituire la detta misura con quella meno gravosa del trasferimento provvisorio ad altro ufficio di un distretto limitrofo, prevista dal medesimo art. 22, in quanto tale sostituzione "in melius" non costituisce una nuova iniziativa cautelare nei confronti dell'incolpato ma si risolve nell'accoglimento parziale dell'istanza di revoca dallo stesso avanzata, in relazione alla quale è sufficiente acquisire il parere del P.M. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 maggio 2020, n.10086.




La domanda giudiziale proposta da un imprenditore in concordato preventivo non necessita della autorizzazione

Concordato preventivo - In genere - Domanda giudiziale proposta da imprenditore che abbia presentato istanza di ammissione al concordato preventivo - Autorizzazione del tribunale - Necessità - Esclusione - Fondamento

La domanda giudiziale proposta da un imprenditore che abbia presentato istanza di ammissione al concordato preventivo non necessita, ai fini della sua ammissibilità, della previa autorizzazione del tribunale ai sensi dell'art. 161, comma 7, L.F., in quanto la mancanza di tale autorizzazione, necessaria ai fini del compimento degli atti urgenti di straordinaria amministrazione, produce conseguenze esclusivamente sul piano dei rapporti sostanziali (a partire dalla non prededucibilità dei crediti di terzi che da tali atti derivino), ma non spiega alcun effetto sul piano processuale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 maggio 2020, n.10080.




Sottrazione di assegno spedito per posta ordinaria e responsabilità del mittente

Assegno Bancario – Spedizione per posta ordinaria – Sottrazione del titolo – Soggetto non legittimato – Incasso – Mittente – Concorso di colpa

La spedizione per posta ordinaria di un assegno, ancorché munito di clausola di intrasferibilità, costituisce, in caso di sottrazione del titolo e riscossione da parte di un soggetto non legittimato, condotta idonea a giustificare un concorso di colpa del mittente, comportando, in relazione alle modalità di trasmissione e consegna previste dal servizio postale, l’esposizione volontaria del mittente a un rischio superiore a quello consentito dal rispetto delle regole di comune prudenza e dal dovere di agire per preservare gli interessi degli altri soggetti coinvolti nella vicenda e configurandosi, dunque, come antecedente necessario dell’evento dannoso, concorrente con il comportamento colposo eventualmente tenuto dalla banca nell’identificazione del presentatore. Cassazione Sez. Un. Civili, 26 maggio 2020, n.9769.




L'impugnazione per revocazione non sospende automaticamente il termine per proporre il ricorso per cassazione o il relativo procedimento

Revocazione - Automatica sospensione del termine per proporre ricorso per cassazione o del relativo procedimento - Esclusione - Apposita istanza al giudice della revocazione - Necessità - Discussione del ricorso per cassazione prima della decisione sulla sospensione - Ammissibilità

Il testo vigente dell'art. 398, comma 4, c.p.c. esclude che l'impugnazione per revocazione sospenda automaticamente il termine per proporre il ricorso per cassazione o il relativo procedimento, essendo necessario un apposito provvedimento del giudice della revocazione, in mancanza del quale i due giudizi procedono in via autonoma, potendo il ricorso per cassazione essere discusso anche prima che giunga la decisione sull'istanza di sospensione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 maggio 2020, n.9776.




Magistratura ed illeciti disciplinari: ritardata scarcerazione riconducibile nell’ambito dell’attività interpretativa non sindacabile

Magistratura - Procedimento disciplinare - Ritardata scarcerazione - Illeciti disciplinari di cui all’art. 2, comma 1, lett. a) e g), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Inosservanza dei limiti temporali previsti dalla disciplina codicistica - Riconducibilità nell’ambito dell’attività interpretativa non sindacabile - Condizioni

In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, nell'ipotesi di incolpazione avente ad oggetto una condotta consistente nella grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile, ex art. 2, comma 1, lett. a) e g), del d.lgs. n. 109 del 2006, e risoltasi nell'inosservanza della disciplina codicistica in tema di limiti temporali della custodia cautelare in carcere, o di altre misure limitative della libertà personale, è necessario, ai fini della riconduzione di tale condotta nell'ambito dell'attività interpretativa non sindacabile in sede disciplinare (con conseguente esclusione dell'illecito), accertare se le ragioni di essa siano verificabili attraverso uno o più provvedimenti motivati, giustificativi del diverso computo dei termini o del superamento del limite massimo stabilito nell'art. 304, comma 6, c.p.p., anche mediante l'adesione ad una scelta ermeneutica riconducibile ad un orientamento minoritario, purché reso evidente da un percorso argomentativo valutabile ed impugnabile così come previsto dalla legge. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 maggio 2020, n.11868.




Divieto per il magistrato di partecipazione in forma sistematica e continuativa a partito politico

Disciplina della magistratura - Attività partecipativa e direttiva in forma sistematica e continuativa a partito politico - Illecito disciplinare

Magistratura - Divieto di iscrizione e di partecipazione sistematica a partiti politici - Illecito disciplinare previsto dall’art. 3, comma 1, lett. h) del d.lgs. n. 109 del 2006 - Questione di illegittimità costituzionale in riferimento agli artt. 2, 3, 19, 48, comma 2, 49, 51 comma 1, e 117 comma 1 Cost., in relazione agli artt. 9, 11 e 14 della C.E.D.U. -  Manifesta infondatezza

Il magistrato che, iscrivendosi ad un partito e svolgendovi attività partecipativa e direttiva in forma sistematica e continuativa, ha viola, a partire dal 2007, la disposizione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3, comma 1, lett. h), norma a sua volta attuativa della prescrizione dell'art. 98 Cost., comma 3, posta a garanzia dell'esercizio indipendente ed imparziale della funzione giudiziaria e valevole anche in relazione ai magistrati che non svolgano temporaneamente detta funzione per essere collocati fuori del ruolo organico della magistratura.

In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 1, lett. h), del d.lgs. n. 109 del 2006 in riferimento agli artt. 2, 3, 19, 48, comma 2, 49, 51, comma 1, e 117, comma 1, Cost., in relazione agli artt. 9, 11 e 14 della C.E.D.U., sollevata sull'assunto che il divieto di iscrizione e di partecipazione sistematica e continuativa ai partiti politici renderebbe più difficoltosa per il magistrato la possibilità di essere eletto, comprimerebbe il suo diritto di autodeterminazione nel campo della fede politica e violerebbe il principio di eguaglianza nell'accesso ai pubblici uffici e alle cariche elettive, atteso che il diritto del magistrato di partecipare alla vita politica non è senza limitazioni nella Costituzione e deve essere bilanciato con la tutela di altri beni giuridici costituzionalmente protetti, quali il corretto esercizio della giurisdizione, il prestigio dell'ordine giudiziario e i principi di indipendenza e di imparzialità della Magistratura (artt. 101, 104, 108 Cost.), a tutela dei quali l'art. 98, comma 3, Cost., conferisce espressamente al legislatore ordinario la facoltà di introdurre, per i magistrati, "limitazioni al diritto d'iscriversi ai partiti politici". (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 14 maggio 2020, n.8906.




Il divieto di iscrizione ai partiti politici non è contraddetto dalla possibilità, per il magistrato eletto al Parlamento, di iscriversi ai gruppi parlamentari

Disciplina della magistratura – Magistrati eletti al Parlamento – Iscrizione ad un partito politico – Illecito disciplinare – Iscrizione ai “gruppi parlamentari” – Legittimità – Fondamento

Il divieto di iscrizione ai partiti politici non è contraddetto dalla possibilità, per il magistrato eletto al Parlamento, di iscriversi ai "gruppi parlamentari", diversa essendo la natura giuridica di questi ultimi rispetto a quella dei partiti, atteso che, mentre i partiti politici sono associazioni private non riconosciute, i gruppi parlamentari hanno natura istituzionale, costituendo organi dell'istituzione elettiva necessari al suo funzionamento, tanto che l'iscrizione ad uno di essi (eventualmente al c.d. "gruppo misto") è obbligatoria in base ai regolamenti interni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica e prescinde dall'iscrizione del parlamentare a un determinato partito politico. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 maggio 2020, n.8906.




Se il contratto derivato swap incide sull’entità globale dell’indebitamento l’operazione deve essere autorizzata dal Consiglio comunale

Contratto derivato swap – Causa variabile – Non individuabilità in fattispecie di una causa chiara e definita – Nullità

Contratto derivato swap – Stipulato da Comune prima dell’entrata in vigore della legge n. 147/2013 – Validità – Condizioni

Contratto derivato swap – Stipulato da Comune prima dell’entrata in vigore della legge n. 147/2013 – Autorizzazione del Consiglio comunale – Necessità – Condizioni

I contratti derivati swap sono negozi a causa variabile, perché suscettibili di rispondere ora a una finalità assicurativa ora di copertura di rischi sottostanti, così che la funzione, che l’affare persegue, va individuata esaminando il caso concreto. In mancanza di una adeguata caratterizzazione causale, detto affare sarà pertanto connotato da una irresolutezza di fondo, che renderà nullo il relativo contratto perché non caratterizzato da un profilo causale chiaro e definito (o definibile).

Sulla base della disciplina vigente fino al 2013 (quando la legge n. 147/2013 ha escluso la possibilità di farvi ulteriore ricorso) e della distinzione tra derivati di copertura e derivati speculativi, i contratti derivati swap potevano essere utilmente ed efficacemente dai Comuni italiani solo in presenza di una precisa misurabilità/determinazione dell’oggetto contrattuale, comprensiva sia del criterio del mark to market, sai degli scenari probabilistici, sia dei c.d. costi occulti, allo scopo di ridurre al minimo e di rendere consapevole l’ente di ogni aspetto di aleatorietà del rapporto, costituente una rilevante disarmonia nell’ambito delle regole relative alla contabilità pubblica, introduttiva di variabili non compatibili con la certezza degli impegni di spesa riportati in bilancio.

Ove il contratto derivato swap negoziato dal Comune incida sull’entità globale dell’indebitamento dell’ente (anche tenuto conto, al riguardo, dei c.d. costi occulti), l’operazione economica deve, a pena di nullità della pattuizione, essere autorizzata da Consiglio comunale. La stipulazione di un simile contratto non può infatti essere assimilato a un semplice atto di gestione dell’indebitamento dell’ente locale con funzione di riduzione di riduzione degli oneri finanziari. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 12 maggio 2020, n.8770.




L'autorizzazione alla conclusione di un contratto di 'swap' da parte dei Comuni italiani deve essere data dal Consiglio comunale

Derivati conclusi da enti pubblici - Autorizzazione - Organo competente - Individuazione - Presupposti - Fondamento - Ristrutturazione del debito - Accertamento - Modalità

L'autorizzazione alla conclusione di un contratto di "swap" da parte dei Comuni italiani, in particolare se del tipo con finanziamento "upfront", ma anche in tutti quei casi nei quali la negoziazione si traduce comunque nell'estinzione dei precedenti rapporti di mutuo sottostanti ovvero nel loro mantenimento in vita, ma con rilevanti modificazioni, deve essere data, a pena di nullità, dal Consiglio comunale, ai sensi dell'art. 42, comma 2, lett. i), TUEL di cui al d.lgs. n. 267 del 2000, non potendosi assimilare ad un semplice atto di gestione dell'indebitamento dell'ente locale con finalità di riduzione degli oneri finanziari ad esso inerenti, di competenza della giunta comunale in virtù della sua residuale competenza gestoria ex art. 48, comma 2, dello stesso testo unico; in particolare, tale autorizzazione compete al Consiglio comunale ove l'"IRS" negoziato dal Comune incida sull'entità globale dell'indebitamento dell'ente, tenendo presente che la ristrutturazione del debito va accertata considerando l'operazione nel suo complesso, con la ricomprensione dei costi occulti che gravano sul rapporto. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 maggio 2020, n.8770.




Derivati conclusi dagli enti pubblici: gli importi ricevuti a titolo di upfront rappresentano un finanziamento e vanno qualificati come indebitamento

Derivati conclusi da enti pubblici - "Upfront" - Natura di finanziamento - Qualifica di indebitamento anche per il periodo anteriore all'approvazione dell'art. 62, comma 9, del d.l. n. 112 del 2008 e successive modifiche - Sussistenza - Distinzione dall'operazione di "swap"

In tema di derivati conclusi dagli enti pubblici, gli importi ricevuti a titolo di "upfront" rappresentano un finanziamento e vanno qualificati come indebitamento, ai fini della normativa di contabilità pubblica e dell'art. 119 Cost., anche per il periodo antecedente l'approvazione dell'art. 62, comma 9, del d.l. n. 112 del 2008, convertito, con modif., dalla l. n. 133 del 2008 e, successivamente, sostituito dall'art. 3 della l. n. 203 del 2008, che ha solo preso atto della natura di indebitamento di quanto conseguito con il detto "upfront". Lo stesso non può dirsi della collegata operazione di "swap" che va guardata nel suo complesso, al fine di verificare se l'effetto che produce può consistere sostanzialmente in un indebitamento. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 maggio 2020, n.8770.




La causa del contratto di interest rate swap, frutto di una tradizione giuridica diversa da quella italiana

Interest rate swap - Causa - Individuazione - Fondamento

La causa del contratto di "interest rate swap", per la cui individuazione non rileva la funzione di speculazione o di copertura in concreto perseguita dalle parti, non coincide con quella della scommessa, ma consiste nella negoziazione e monetizzazione di un rischio finanziario, che si forma nel relativo mercato e che può appartenere o meno alle parti, atteso che tale contratto, frutto di una tradizione giuridica diversa da quella italiana, concerne dei differenziali calcolati su flussi di denaro destinati a formarsi durante un lasso temporale più o meno lungo ed è espressione di una logica probabilistica, non avendo ad oggetto un'entità specificamente ed esattamente determinata. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 maggio 2020, n.8770.




Derivati stipulati dai Comuni: normativa di stretta interpretazione ed esclusione di contratti speculativi

Contratti derivati - Loro stipulazione da parte della P.A. - Ammissibilità nel regime anteriore alla l. n. 147 del 2013 - Limiti

In tema di contratti derivati stipulati dai Comuni, la normativa che ne aveva autorizzato la conclusione (fino al relativo divieto introdotto dalla l. n. 147 del 2013), così rendendo tipici contratti che, altrimenti, rimanevano innominati, aveva carattere eccezionale ed era di stretta interpretazione, poiché aveva consentito alla P.A. di stipulare dei contratti che, in quanto aleatori, non avrebbe potuto, di per sé, sottoscrivere. Tale normativa andava intesa, pertanto, nel senso che il riconoscimento della legittimazione dell'Amministrazione a concludere tali contratti era limitato ai derivati di copertura, con esclusione di quelli speculativi, in base al criterio del diverso grado di rischiosità di ciascuno di essi; inoltre, i contratti in esame dovevano essere stipulati con intermediari finanziari qualificati, determinandone con precisione l'oggetto, con l'indicazione del "mark to market", degli scenari probabilistici e dei costi occulti, allo scopo di ridurre al minimo e rendere evidente all'ente ogni aspetto di aleatorietà del rapporto, in quanto tale caratteristica comporta una rilevante disarmonia nell'ambito delle regole della contabilità pubblica, perché introduttiva di variabili non compatibili con la certezza degli impegni di spesa riportati in bilancio. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 maggio 2020, n.8770.




Interest rate swap: natura, caratteristiche e contenuto essenziale

Interest rate swap - Natura - Caratteristiche - Contenuto essenziale

L'"interest rate swap" è un contratto derivato, le cui caratteristiche sono: a) è "over the counter", vale a dire ha un contenuto fondamentale non eteroregolamentato, ma deciso dalle parti sulla base delle specifiche esigenze dell'interessato; b) è non standardizzato e, quindi, non destinato alla circolazione, essendo privo del requisito della cd. negoziabilità; c) l'intermediario è in una situazione di naturale conflitto di interessi poiché, assommando le qualità di offerente e consulente, è tendenzialmente controparte del proprio cliente. Elementi essenziali di tale derivato sono la data di stipulazione, quelle di inizio di decorrenza degli interessi, di scadenza e di pagamento, nonché il capitale di riferimento (cd. nozionale) ed i diversi tassi di interesse ad esso applicabili. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 maggio 2020, n.8770.




Interest rate swap verifica di validità dell'accordo, modalità e contenuto necessario

Interest rate swap - Verifica di validità dell'accordo - Modalità - Contenuto necessario

In tema di "interest rate swap", occorre accertare, ai fini della validità del contratto, se si sia in presenza di un accordo tra intermediario ed investitore sulla misura dell'alea, calcolata secondo criteri scientificamente riconosciuti ed oggettivamente condivisi; tale accordo non si può limitare al "mark to market", ossia al costo, pari al valore effettivo del derivato ad una certa data, al quale una parte può anticipatamente chiudere tale contratto od un terzo estraneo all'operazione è disposto a subentrarvi, ma deve investire, altresì, gli scenari probabilistici e concernere la misura qualitativa e quantitativa della menzionata alea e dei costi, pur se impliciti, assumendo rilievo i parametri di calcolo delle obbligazioni pecuniarie nascenti dall'intesa, che sono determinati in funzione delle variazioni dei tassi di interesse nel tempo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 maggio 2020, n.8770.




Docenti e ricercatori universitari di medicina, rapporto di lavoro con l'azienda sanitaria e giurisdizione

Docenti e ricercatori universitari di medicina - Rapporto di lavoro con l'azienda sanitaria - Giurisdizione - Devoluzione al giudice ordinario - Fondamento

Appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la controversia avente ad oggetto il rapporto di lavoro del personale universitario con l'azienda sanitaria, poiché l'art. 5,comma 2, del d.lgs. n. 517 del 1999 distingue il rapporto di lavoro dei professori e ricercatori con l'università da quello instaurato dagli stessi con l'azienda ospedaliera (anche qualora quest'ultima non si sia ancora trasformata in azienda ospedaliero-universitaria) e dispone che, sia per l'esercizio dell'attività assistenziale, sia per il rapporto con le aziende, si applicano le norme stabilite per il personale del servizio sanitario nazionale; pertanto, qualora la parte datoriale si identifichi nell'azienda sanitaria, la qualifica di professore universitario funge da mero presupposto del rapporto lavorativo e l'attività svolta si inserisce nei fini istituzionali e nell'organizzazione dell'azienda, determinandosi, perciò, l'operatività del principio generale di cui all'art. 63, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001 che sottopone al giudice ordinario le controversie dei dipendenti delle aziende e degli enti del servizio sanitario nazionale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 maggio 2020, n.8633.




Reato nei confronti della PA accertato in sede penale e azione di responsabilità svolta dalla P.A. in sede civile

Fatto reato nei confronti della Pubblica Amministrazione accertato in sede penale - Azione di responsabilità svolta dalla P.A. in sede civile - Ammissibilità

L'azione di responsabilità civile promossa dalle pubbliche amministrazioni per il ristoro dei danni cagionati dall'illecito commesso dai propri dipendenti può essere esercitata in maniera indipendente dall'azione di responsabilità per danno erariale, anche qualora il fatto materiale, costituente reato, sia stato accertato in un giudizio penale nel quale la P.A. danneggiata non si sia costituita parte civile. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 maggio 2020, n.8634.




Cessione in godimento del lastrico solare per ripetitore: le Sezioni Unite dettano le regole

Lastrico solare - Concessione in godimento ad un terzo per l'installazione di infrastrutture ed impianti - Natura dello schema negoziale - Contratto ad effetti reali o ad effetti personali - Interpretazione - Necessità - Riconducibilità al contratto costitutivo di un diritto di superficie ovvero ad un contratto atipico di concessione ad aedificandum di natura personale - Disciplina applicabile

Il programma negoziale con cui il proprietario di un lastrico solare intenda cedere in godimento ad altri, a titolo oneroso, la facoltà di installarvi e mantenervi per un certo tempo un ripetitore, o altro impianto tecnologico, con il diritto di mantenere la disponibilità ed il godimento dell'impianto ed asportare il medesimo alla fine del rapporto, può astrattamente essere perseguito sia attraverso un contratto ad effetti reali, sia attraverso un contratto ad effetti personali; la riconduzione del contratto concretamente dedotto in giudizio all'una o all'altra delle suddette categorie rappresenta una questione di interpretazione contrattuale, che rientra nei poteri del giudice di merito.

Qualora le parti abbiano inteso attribuire al loro accordo effetti reali, lo schema negoziale di riferimento è quello del contratto costitutivo di un diritto di superficie, il quale attribuisce all'acquirente la proprietà superficiaria dell'impianto installato sul lastrico solare, può essere costituito per un tempo determinato e può prevedere una deroga convenzionale alla regola che all'estinzione del diritto per scadenza del termine il proprietario del suolo diventa proprietario della costruzione; il contratto con cui un condominio costituisca in favore di altri un diritto di superficie, anche temporaneo, sul lastrico solare del fabbricato condominiale, finalizzato alla installazione di un ripetitore, o altro impianto tecnologico, richiede l'approvazione di tutti i condomini.

Qualora le parti abbiano inteso attribuire al loro accordo effetti obbligatori, lo schema negoziale di riferimento è quello del contratto atipico di concessione ad aedificandum di natura personale, con rinuncia del concedente agli effetti dell'accessione; con tale contratto il proprietario di un'area concede ad altri il diritto personale di edificare sulla stessa, di godere e disporre dell'opera edificata per l'intera durata del rapporto e di asportare tale opera al termine del rapporto. Esso è soggetto alla disciplina dettata, oltre che dai patti negoziali, dalle norme generali contenute nel titolo II del libro IV del codice civile (art. 1323 c.c.), nonché, per quanto non previsto dal titolo, dalle norme sulla locazione, tra cui quelle dettate dagli artt. 1599 c.c. e 2643 n. 8 c.c. Ove stipulato da un condominio per consentire ad altri la installazione di un ripetitore, o altro impianto tecnologico, sul lastrico solare del fabbricato condominiale richiede l'approvazione di tutti i condomini solo se la relativa durata sia convenuta per più di nove anni. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 30 aprile 2020, n.8434.




Controversie in tema di telecomunicazioni: il mancato esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione dà luogo a improcedibilità e non a improponibilità

Controversie tra gli organismi di telecomunicazione e gli utenti – Tentativo di conciliazione – Mancanza – Improponibilità della domanda – Esclusione – Improcedibilità – Sussistenza

In tema di controversie tra gli organismi di telecomunicazione e gli utenti, il mancato previo esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione, previsto dall'art. 1 della l. n. 249 del 1997 per poter introdurre una controversia in materia di telecomunicazioni, dà luogo alla improcedibilità e non alla improponibilità della domanda; ne consegue che, ove difetti tale adempimento, il giudizio debba essere sospeso con concessione di un termine per svolgere il tentativo di conciliazione e prosegua all'esito di esso, non potendosi definire, come nell'ipotesi dell'improponibilità, con una pronuncia in rito. (Principio enunciato nell'interesse della legge ex art. 363, comma 3, c.p.c.). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 aprile 2020, n.8241.




Danno ambientale: giurisdizione amministrativa ed ordinaria

Danno ambientale - Impugnazione dei provvedimenti amministrativi relativi - Giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo - Danni alla salute o alla proprietà causati dal medesimo fatto generatore del danno ambientale - Azione risarcitoria e inibitoria - Giurisdizione del giudice ordinario - Sussistenza - Conformità dell’azione nociva a provvedimenti autorizzativi della P.A. - Incidenza sul sistema di riparto della giurisdizione - Esclusione - Fondamento - Incidenza sui poteri del giudice ordinario - Limiti

In materia di danno ambientale, sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, ai sensi dell'art. 310 del d.lgs. n. 152 del 2006, le controversie derivanti dall'impugnazione, da parte dei soggetti titolari di un interesse alla tutela ambientale di cui al precedente art. 309, dei provvedimenti amministrativi adottati dal Ministero dell'ambiente per la precauzione, la prevenzione e il ripristino ambientale, restando invece ferma la giurisdizione del giudice ordinario in ordine alle cause risarcitorie o inibitorie promosse da soggetti ai quali il fatto produttivo di danno ambientale abbia cagionato un pregiudizio alla salute o alla proprietà, secondo quanto previsto dall'art. 313, comma 7, dello stesso decreto legislativo. L'eventualità che l'attività nociva sia svolta in conformità a provvedimenti autorizzativi della P.A. non incide sul riparto di giurisdizione (atteso che ai predetti provvedimenti non può riconoscersi l'effetto di affievolire diritti fondamentali dei terzi) ma esclusivamente sui poteri del giudice ordinario, il quale, nell'ipotesi in cui l'attività lesiva derivi da un comportamento materiale non conforme ai provvedimenti amministrativi che ne rendono possibile l'esercizio, provvederà a sanzionare, inibendola o riportandola a confomità, l'attività rivelatasi nociva perché non conforme alla regolazione amministrativa, mentre, nell'ipotesi in cui risulti tale conformità, dovrà disapplicare la predetta regolazione ed imporre la cessazione o l'adeguamento dell'attività in modo da eliminarne le conseguenze dannose. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 aprile 2020, n.8092.




L'assunzione e l'esercizio dell'incarico di componente di un collegio arbitrale in situazione di incompatibilità costituisce violazione dell'art. 55 del codice deontologico forense

Sanzioni disciplinari - Avvocato nominato componente di collegio arbitrale - Assunzione ed esercizio dell’incarico in situazione di incompatibilità ex art. 55 del codice deontologico - Rilievo disciplinare - Sussistenza - Assenza di contestazioni mosse nel corso del procedimento arbitrale - Irrilevanza - Fondamento

In tema di responsabilità disciplinare degli avvocati, costituisce violazione dell'art. 55 del codice deontologico forense l'assunzione e l'esercizio dell'incarico di componente di un collegio arbitrale in situazione di incompatibilità (nella specie, in quanto professionista associato del difensore di una delle parti), a nulla rilevando la mancata contestazione della circostanza nel corso del procedimento arbitrale, per essere il divieto di assunzione sancito da tale norma volto a tutelare il profilo deontologico dell'avvocatura garantendo l'indipendenza e l'imparzialità del collegio arbitrale in quanto tale, a prescindere dalla correttezza dello svolgimento del mandato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 aprile 2020, n.7761.




In tema di prescrizione dell'azione disciplinare nei confronti degli avvocati

Azione disciplinare - Prescrizione - Interruzione - Fase amministrativa - Effetto interruttivo istantaneo - Fase giurisdizionale - Effetto interruttivo permanente

L'interruzione del termine quinquennale di prescrizione dell'azione disciplinare nei confronti degli avvocati, decorrente dalla data di realizzazione dell'illecito (o dalla cessazione della sua permanenza), è diversamente disciplinata nei due distinti procedimenti in cui si articola il giudizio disciplinare: nel procedimento amministrativo dinanzi al Consiglio dell'Ordine la prescrizione è soggetta ad interruzione con effetti istantanei in conseguenza dell'atto di apertura del procedimento ed anche di tutti gli atti procedimentali di natura propulsiva o probatoria o decisoria; nella fase giurisdizionale davanti al Consiglio nazionale forense opera, invece, il principio dell'effetto interruttivo permanente, di cui al combinato disposto degli artt. 2943 e 2945, comma 2, c.c., effetto che si protrae durante tutto il corso del giudizio e nelle eventuali fasi successive dell'impugnazione innanzi alle Sezioni Unite e del giudizio di rinvio fino al passaggio in giudicato della sentenza. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 aprile 2020, n.7761.




Le controversie in materia di rettifica dei dati personali nei registri anagrafici della popolazione coinvolgono situazioni di diritto soggettivo

Rettifica dei dati personali indicati nei registri anagrafici - Oggetto - Diritto soggettivo - Configurabilità - Conseguenze - Giurisdizione del G.O. - Sussistenza

Le controversie in materia di rettifica dei dati personali nei registri anagrafici della popolazione coinvolgono situazioni di diritto soggettivo, e non di mero interesse legittimo, ad una corretta indicazione dei dati, attesa la natura vincolata della relativa attività amministrativa, con la conseguenza che la cognizione delle stesse è devoluta alla giurisdizione del giudice ordinario. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 aprile 2020, n.7637.




Inammissibilità del concordato e regolamento preventivo di giurisdizione

Fallimento – Concordato preventivo – Decreto di ammissione – Proponibilità regolamento preventivo di giurisdizione – Esclusione – Fondamento

Il decreto con il quale il tribunale, ritenendo ammissibile la proposta di concordato preventivo, dichiara aperta la relativa procedura, integra una pronuncia di merito incidente su posizioni di diritto soggettivo (impugnabile con ricorso per cassazione a norma dell'art. 111 cost.) e, pertanto, preclude la proponibilità del regolamento preventivo di giurisdizione, ai sensi dell'art. 41 c.p.c.. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 11 marzo 2020, n.7007.




Per il patto fiduciario con oggetto immobiliare che si innesta su un acquisto effettuato dal fiduciario per conto del fiduciante non è richiesta la forma scritta ad substantiam

"Pactum Fiduciae" riguardante beni immobili - Forma scritta "Ad Substantiam" - Necessità - Esclusione - Conseguenze sulla domanda di esecuzione in forma specifica dell'obbligo di ritrasferimento - Dichiarazione scritta del fiduciario ricognitiva del patto fiduciario e promissiva del ritrasferimento al fiduciante - Natura di promessa di pagamento - Configurabilità - Conseguenze - Art. 1888 c.c. - Applicabilità

Per il patto fiduciario con oggetto immobiliare che si innesta su un acquisto effettuato dal fiduciario per conto del fiduciante, non è richiesta la forma scritta ad substantiam; ne consegue che tale accordo, una volta provato in giudizio, è idoneo a giustificare l’accoglimento della domanda di esecuzione specifica dell’obbligo di ritrasferimento gravante sul fiduciario.

La dichiarazione unilaterale scritta dal fiduciario, ricognitiva dell’intestazione fiduciaria dell’immobile e promissiva del suo ritrasferimento al fiduciante, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma, rappresentando una promessa di pagamento, ha soltanto effetto confermativo del preesistente rapporto nascente dal patto fiduciario, realizzando, ai sensi dell’art. 1888 c.c., una astrazione processuale della causa, con conseguente esonero a favore del fiduciante, destinatario della contra se pronuntiatio, dell’onere della prova del rapporto fondamentale, che si presume fino a prova contraria. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 06 marzo 2020, n.6459.




Fallimento dell'appaltatore di opera pubblica e credito del subappaltatore, intervengono le Sezioni Unite

Appalto di opere pubbliche – Fallimento dell'appaltatore di opera pubblica – Effetti sul credito dell’appaltatore

Alla luce del principio secondo cui, in caso di fallimento dell'appaltatore di opera pubblica, il meccanismo delineato dal D.Lgs. n. 163 del 2006, art. 118, comma 3 - che consente alla stazione appaltante di sospendere i pagamenti in favore dell'appaltatore, in attesa delle fatture dei pagamenti effettuati da quest'ultimo al subappaltatore deve ritenersi riferito all'ipotesi in cui il rapporto di appalto sia in corso con un'impresa in bonis e, dunque, non è applicabile nel caso in cui, con la dichiarazione di fallimento, il contratto di appalto si scioglie; ne consegue che al curatore è dovuto dalla stazione appaltante il corrispettivo delle prestazioni eseguite fino all'intervenuto scioglimento del contratto e che il subappaltatore deve essere considerato un creditore concorsuale dell'appaltatore come gli altri, da soddisfare nel rispetto della par condicio creditorum e dell'ordine delle cause di prelazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 02 marzo 2020, n.5685.




Procedimento disciplinare a carico degli avvocati: per comportare una lesione del diritto di difesa, la mancata partecipazione deve essere determinata da un impedimento reale

Giudizi disciplinari - Mancata partecipazione all'udienza innanzi al Consiglio dell'ordine del difensore dell'incolpato - Assenza di reale impedimento - Lesione del diritto di difesa - Esclusione

In tema di procedimento disciplinare a carico degli avvocati, la partecipazione del difensore designato all'udienza innanzi al Consiglio dell'ordine (nella specie territoriale) costituisce una libera scelta di quest'ultimo, per cui, per comportare una lesione del diritto di difesa, la mancata partecipazione deve essere determinata da un impedimento reale, che presenti, cioè, caratteristiche tali da non risolversi in una mera difficoltà. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 febbraio 2020, n.5596.




Contributo unificato: versamento di importo 'ulteriore’ condizionato all’obbligo di versare il contributo iniziale

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato - Attestazione del giudice dell'impugnazione di sussistenza dei presupposti processuali condizionata alla sussistenza dell'obbligo di versare il contributo unificato iniziale - Ammissibilità

Poiché l’obbligo di versare un importo “ulteriore” del contributo unificato è normativamente dipendente – ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del T.U.S.G. – dalla sussistenza dell’obbligo della parte impugnante di versare il contributo unificato iniziale, ben può il giudice dell’impugnazione attestare la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento del doppio contributo, condizionandone l’effettiva debenza alla sussistenza dell’obbligo di versare il contributo unificato iniziale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




Quando il giudice deve dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo del contributo unificato

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato - Contributo unificato iniziale non dovuto per causa suscettibile di venire meno - Attestazione del giudice dell'impugnazione di sussistenza dei presupposti processuali - Necessità

Il giudice dell’impugnazione, una volta che pronunci l’integrale rigetto o l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’impugnazione deve dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo del contributo unificato anche nel caso in cui quest’ultimo non sia stato inizialmente versato per una causa suscettibile di venir meno (come nel caso di ammissione della parte al patrocinio a spese dello Stato), mentre può esimersi dalla suddetta attestazione quando la debenza del contributo unificato iniziale sia esclusa dalla legge in modo assoluto e definitivo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




Il giudice dell’impugnazione può attestare i presupposti per il versamento del doppio contributo condizionandone la debenza all’obbligo di versare il contributo iniziale

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato - Attestazione del giudice dell'impugnazione di sussistenza dei presupposti processuali condizionata alla sussistenza dell'obbligo di versare il contributo unificato iniziale - Ammissibilità

Poiché l’obbligo di versare un importo “ulteriore” del contributo unificato è normativamente dipendente – ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del T.U.S.G. – dalla sussistenza dell’obbligo della parte impugnante di versare il contributo unificato iniziale, ben può il giudice dell’impugnazione attestare la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento del doppio contributo, condizionandone l’effettiva debenza alla sussistenza dell’obbligo di versare il contributo unificato iniziale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




L’ulteriore importo per il contributo unificato ha natura di debito tributario

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato - Natura di obbligazione tributaria “ex lege” - Questione in ordine alla sua debenza -  Giurisdizione del giudice tributario - Sussistenza

L’ulteriore importo di contributo unificato che la parte impugnante è obbligata a versare, allorquando ricorrano i presupposti di cui all’art. 13, comma 1-quater T.U.S.G. ha natura di debito tributario; pertanto, la questione circa la sua debenza è estranea alla cognizione della giurisdizione civile ordinaria, spettando invece alla giurisdizione del giudice tributario. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




Gratuito patrocinio: a chi spetta provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione

Gratuito patrocinio - Revoca dell'ammissione - Giudizio di Cassazione - Giudice competente - Individuazione

Le Sezioni unite civili, risolvendo un contrasto, hanno affermato che, in tema di patrocinio a spese dello Stato nei giudici civili, la competenza a provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione al detto patrocinio spetta, per il giudizio di cassazione, al giudice del rinvio ovvero – nel caso di mancato rinvio – al giudice che ha pronunciato il provvedimento impugnato; quest’ultimo, ricevuta copia della sentenza della Corte di cassazione ai sensi dell’art. 388 c.p.c., è tenuto a valutare la sussistenza delle condizioni previste dall’art. 136 T.S.G.U. per la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato cui una delle parti sia stata ammessa. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




Presupposti per la debenza dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato - Debenza - Presupposti - Attestazione del giudice dell'impugnazione - Contenuto

La debenza di ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione è normativamente condizionata a “due presupposti”, il primo dei quali – di natura processuale – è costituito dall’avere il giudice adottato una pronuncia di integrale rigetto o di inammissibilità o di improcedibilità dell’impugnazione, mentre il secondo – appartenente al diritto sostanziale tributario – consiste nella sussistenza dell’obbligo della parte che ha proposto impugnazione di versare il contributo unificato iniziale con riguardo al momento della iscrizione della causa al ruolo. L’attestazione del giudice dell’impugnazione ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, secondo periodo T.U.S.G., riguarda solo la sussistenza del primo presupposto, mentre spetta all’amministrazione giudiziaria accertare la sussistenza del secondo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




Quando il giudice dell’impugnazione non è tenuto a dare atto della non-sussistenza dei presupposti per il raddoppio del contributo unificato

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato - Obbligo del giudice di dare atto della non-sussistenza dei presupposti - Esclusione

Il giudice dell’impugnazione non è tenuto a dare atto della non-sussistenza dei presupposti per il raddoppio del contributo unificato quando il tipo di pronuncia non è inquadrabile nei tipi previsti dalla norma (pronuncia di integrale rigetto o di inammissibilità o di improcedibilità dell’impugnazione), dovendo invece rendere l’attestazione di cui all’art. 13, comma 1 quater, T.U.S.G. solo quando tali presupposti sussistono. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 febbraio 2020, n.4315.




Pagamento dei compensi dell’Avvocato: la competenza quando l’opera è stata prestata in più gradi o fasi del giudizio

Avvocato - Pagamento dei compensi - Opera prestata in più gradi e/o fasi del giudizio - Competenza

Nel caso in cui un avvocato abbia scelto di agire ai sensi della L. 13 giugno 1942, n. 794, ex art. 28, come modificato dalla lett. a) del comma 16 del D.Lgs. 1° settembre 2011, n. 150, art. 34, nei confronti del proprio cliente, proponendo l’azione prevista dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14 e chiedendo la condanna del cliente al pagamento dei compensi per l’opera prestata in più gradi e/o fasi del giudizio, la competenza è dell’ufficio giudiziario di merito che ha deciso per ultimo la causa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 febbraio 2020, n.4247.




Questioni di competenza in tema di liquidazione dei compensi dell’avvocato nei confronti del proprio cliente

Liquidazione dei compensi dell’avvocato nei confronti del proprio cliente - Attività svolta in più gradi dello stesso processo - Giudice competente - Giudice che per ultimo ha conosciuto della controversia

In ordine al procedimento per la liquidazione delle spese, degli onorari e dei diritti di avvocato di cui all'art.28 della l. n. 794 del 1942, come sostituito dall'art.34, comma 16, lett. a), del d.lgs. n. 150 del 2011, ove il professionista, agendo ai sensi dell'art. 14 del citato decreto legislativo, chieda la condanna del cliente inadempiente al pagamento dei compensi per l'opera prestata in più fasi o gradi del giudizio, la competenza è dell'ufficio giudiziario di merito che ha deciso per ultimo la causa. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 febbraio 2020, n.4247.




Procedimento disciplinare a carico degli avvocati e contestazione implicita della recidiva

Avvocato - Giudizi disciplinari - Contestazione degli addebiti - Specificità - Contestazione implicita della recidiva - Configurabilità - Fattispecie

In tema di procedimento disciplinare a carico degli avvocati, ai sensi del regolamento n. 2 del 2014 del CNF ("ratione temporis" applicabile), i fatti di rilevanza disciplinare ascritti all'incolpato devono essere sufficientemente riportati, con l'indicazione delle norme violate, ma ciò non è ostativo alla configurabilità della contestazione implicita della recidiva, allorquando emerga dal contenuto della descrizione degli addebiti. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto esente da critiche la decisione del CNF che aveva considerato la rilevanza di altri pregiudizi disciplinari attinenti a simili infrazioni, sulla scorta della complessiva rappresentazione delle vicende disciplinari coinvolgenti l'avvocato). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 febbraio 2020, n.2506.




Avvocati: la determinazione della sanzione adeguata costituisce tipico apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità

Avvocato - Giudizi disciplinari - Quantificazione della sanzione - Incensurabilità in sede di legittimità - Fondamento

In tema di procedimento disciplinare a carico degli avvocati, la determinazione della sanzione adeguata costituisce tipico apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 gennaio 2020, n.1609.




Avvocati: prescrizione dell'azione disciplinare per fatti costituenti reato

Avvocato e procuratore - Giudizi disciplinari - Azione disciplinare - Prescrizione - Decorrenza - Per fatti punibili solo in sede disciplinare ovvero costituenti anche reato - Distinzione - Effetti

Agli effetti della prescrizione dell'azione disciplinare di cui all'art. 51 del r.d.l. n. 1578 del 1933, recante l'ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore, occorre distinguere il caso, previsto dall'art. 38, in cui il procedimento disciplinare tragga origine da fatti punibili solo in tale sede, in quanto violino esclusivamente i doveri di probità, correttezza e dirittura professionale, dal caso, previsto dall'art. 44, in cui il procedimento disciplinare abbia luogo per fatti costituenti anche reato e per i quali sia stata iniziata l'azione penale. Nel primo caso, in cui l'azione disciplinare è collegata ad ipotesi generiche ed a fatti anche atipici, il termine prescrizionale comincia a decorrere dalla commissione del fatto; nel secondo, invece, l'azione disciplinare essendo collegata al fatto storico di una pronuncia penale che non sia di proscioglimento perché il fatto non sussiste o perché l'imputato non lo ha commesso, ha come oggetto lo stesso fatto per il quale è stata formulata una imputazione, ha natura obbligatoria e non può essere iniziata prima che se ne sia verificato il presupposto, con la conseguenza che la prescrizione decorre dal momento in cui il diritto di punire può essere esercitato, e cioè dal passaggio in giudicato della sentenza penale, costituente un fatto esterno alla condotta. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 gennaio 2020, n.1609.




Divieto di proporre domande nuove in appello: irrilevante l'accettazione del contraddittorio

Divieto di proporre domande nuove - Violazione - Rilevabilità d'ufficio in sede di legittimità - Ammissibilità - Accettazione del contraddittorio - Irrilevanza

Il divieto di proporre domande nuove in appello, previsto dall'art. 345, comma 1, c.p.c., è posto a tutela di un interesse di natura pubblicistica, sicchè la relativa violazione è rilevabile in sede di legittimità anche d'ufficio, senza che possa spiegare alcuna influenza l'accettazione del contraddittorio. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 gennaio 2020, n.157.




Termine utile per la rinuncia al ricorso nel giudizio di cassazione in camera di consiglio

Giudizio di cassazione - Procedimento in camera di consiglio ex art. 380 bis.1 c.p.c. - Termine utile per la rinuncia al ricorso - Individuazione

In tema di giudizio di cassazione, la previsione dell'art. 390, comma 1, ultima parte, c.p.c. si deve intendere riferibile, quanto alla tempestività dell'atto di rinuncia, esclusivamente al caso in cui la decisione venga adottata con il rito previsto dall'art. 380 ter c.p.c., mentre, allorquando tale decisione abbia luogo con il rito di cui all'art. 380 bis 1 c.p.c., il termine utile per la rinuncia va individuato nel passaggio in decisione del ricorso, non potendosi istituire una analogia tra la notificazione delle conclusioni del P.M. e la notificazione della relazione di cui al medesimo 380 bis c.p.c. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2019, n.34432.




Avvocati stabiliti: obbligatorietà della Procedura IMI anteriormente alla Direttiva 2013/55/UE

Avvocati stabiliti – Abilitazione all'esercizio della professione conseguita in uno Stato membro – Accertamento circa la idoneità del titolo – Procedura IMI – Obbligatorietà anteriormente alla Direttiva 2013/55/UE – Sussistenza – Fondamento

In tema di abilitazione degli avvocati all'esercizio della professione conseguita in uno Stato membro, ai fini dell'accertamento circa la idoneità del titolo, la procedura Imi o «Sistema di informazione del mercato interno» (Internal Market Information) - strumento elettronico per lo scambio di informazioni tra le autorità competenti degli Stati membri – deve ritenersi obbligatoria anche in epoca anteriore alla vigenza della direttiva 2013/55/UE (recante modifiche alla direttiva 2005/36/CE), e dunque alla data del 28 dicembre 2013, poiché la materia era già disciplinata mediante interpretazioni giurisprudenziali, con pronunce della CGUE che hanno avuto la funzione di estendere alla direttiva 2005/36/CE l'applicazione del sistema creato dalle direttive di mutuo riconoscimento dei titoli professionali, senza tuttavia creare "ex novo" una procedura fino ad allora inesistente, mentre attualmente la materia è soggetta al regolamento UE n. 1024 del 2012. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2019, n.34440.




Abilitazione all’esercizio della professione conseguita in uno Stato membro e accertamento della provenienza del titolo da organismo abilitato al rilascio

Avvocati stabiliti - Abilitazione all’esercizio della professione conseguita in uno Stato membro - Cancellazione dall’albo per inefficacia del titolo abilitativo - Accertamento della provenienza del titolo da un organismo abilitato al rilascio - Ricorso al sistema IMI - Necessità - Legittimazione processuale dell’organismo che ha rilasciato il titolo - Esclusione

Nel giudizio di impugnazione dinanzi al Consiglio Nazionale Forense del provvedimento di cancellazione dall'albo dell'avvocato stabilito per inefficacia del titolo abilitativo conseguito in uno Stato membro, l'accertamento della provenienza del titolo per l'esercizio della professione, da un organismo effettivamente abilitato a rilasciarlo nel proprio ordinamento, deve essere compiuto attraverso il ricorso al sistema IMI, obbligatorio e vincolante per lo Stato che accede a tale sistema informativo, dovendosi escludere la legittimazione a partecipare al giudizio del predetto organismo quale soggetto onerato della prova di certificazione al rilascio dell'attestato abilitativo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2019, n.34429.




Spetta al CNF conoscere dei ricorsi avverso i provvedimenti di iscrizione, diniego di iscrizione e cancellazione dall'albo professionale degli avvocati

Iscrizione, diniego di iscrizione e cancellazione dall’albo professionale degli avvocati - Controversie relative - Devoluzione al CNF quale giudice speciale

A norma dell'art. 36 della l. n. 247 del 2012 - il quale riproduce, nella sostanza, una disposizione già precedentemente in vigore perché contenuta nel r.d.l. n. 1578 del 1933 - spetta al Consiglio Nazionale Forense la competenza a conoscere dei ricorsi avverso i provvedimenti di iscrizione, di diniego di iscrizione e di cancellazione dall'albo professionale degli avvocati, emessi dai Consigli dell'Ordine degli avvocati, così integrandosi una ipotesi di giurisdizione speciale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2019, n.34429.




Il CNF può sollecitare l’adozione di provvedimenti di cancellazione dall'albo

Consiglio Nazionale Forense - Funzione di sollecitazione all’adozione di provvedimenti di cancellazione dall'albo - Violazione dell’art. 111 Cost., per difetto di terzietà - Esclusione - Fondamento

In tema di cancellazione del professionista dall'albo degli avvocati, la circostanza che il Consiglio Nazionale Forense, nella sua funzione di indirizzo e di coordinamento dei vari Consigli dell'ordine territoriali, abbia sollecitato gli stessi all'adozione di provvedimenti di cancellazione, non costituisce violazione dell'art. 111 Cost. sotto il profilo del difetto di terzietà, giacché le norme che disciplinano, rispettivamente, la nomina dei componenti del C.N.F. ed il procedimento di cancellazione dell'iscritto offrono sufficienti garanzie con riguardo all'indipendenza del giudice ed alla imparzialità dei giudizi; deve pertanto ritenersi legittimo il riconoscimento ad un organismo a rilevanza pubblica, quale il Consiglio Nazionale Forense (deputato ad emanare provvedimenti organizzativi e di indirizzo per i propri iscritti), del potere di decidere sulle impugnazioni proposte avverso i provvedimenti dei Consigli locali che formalmente si fondino su proprie disposizioni di carattere generale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2019, n.34429.




In tema di cancellazione dall'albo professionale degli avvocati, le funzioni svolte dai Consigli locali dell'Ordine degli avvocati e il relativo procedimento hanno natura amministrativa e non disciplinare

Avvocato - Cancellazione dell'avvocato dall'Albo - Carenza dei requisiti ex art. 17 l. n. 247 del 2012 - Violazione delle norme sul procedimento - Conseguenze - Fattispecie

In tema di cancellazione dall'albo professionale degli avvocati, le funzioni al riguardo svolte dai Consigli locali dell'Ordine degli avvocati e il relativo procedimento hanno natura amministrativa e non disciplinare; pertanto le eventuali violazioni delle norme sul procedimento medesimo non comportano una nullità processuale ma determinano vizi di legittimità del provvedimento di cancellazione che si differenziano in ragione del regime giuridico delle decisioni, a seconda che le stesse siano state adottate da organi collegiali reali (che necessitano dell'unanimità) o virtuali, i quali deliberano con il voto favorevole della maggioranza. (Nella specie, in applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto irrilevante la circostanza che nel passaggio da un'udienza all'altra il collegio era stato integrato da dodici a quattordici componenti, risultando comunque rispettato il requisito del quorum prescritto per la validità delle deliberazioni). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2019, n.34429.




Il provvedimento di cancellazione dall'albo per mancanza di un requisito necessario emesso dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati non ha natura disciplinare

Avvocato - Albo - Cancellazione - Per carenza dei requisiti ex art. 17 l. n. 247 del 2012 - Procedura - Preventiva citazione dell’interessato - Necessità - Esclusione - Ragioni

Il provvedimento di cancellazione dall'albo professionale per mancanza di un requisito necessario per l'iscrizione, emesso dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati in osservanza della procedura di cui all'art. 17, comma 12, della l. n. 247 del 2012, non ha natura disciplinare e non richiede la preventiva citazione a comparire dell'interessato, (prevista, invece, ai fini dell'irrogazione delle sanzioni disciplinari, dall'art.45 del r.d.l. n. 1578 del 1933), atteso, che, ai sensi del comma 3 del detto art. 17, la normativa sul procedimento disciplinare è chiamata ad integrare quella sulla procedura di accertamento dei requisiti per l'iscrizione all'albo solo in quanto quest'ultima non contenga una regolamentazione specifica incompatibile con la prima; nella specie, la specifica disciplina dettata dal citato comma 12 dell'art.17 della l. n. 247 del 2012 - nel prevedere che il Consiglio dell'Ordine, prima di deliberare la cancellazione, ha l'obbligo di invitare l'iscritto a presentare le sue osservazioni, provvedendo altresì ad ascoltarlo personalmente ove egli ne faccia richiesta - è incompatibile con quella dettata per la procedura disciplinare, che impone sempre e comunque la citazione dell'incolpato, né può ritenersi lesiva del principio del contraddittorio, in quanto l'invito a comparire costituisce pur sempre un obbligo per il COA, anche se nella sola ipotesi in cui l'iscritto ne faccia richiesta. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2019, n.34429.




L'eccezione di prescrizione del credito tributario maturata successivamente alla notifica della cartella è devoluta alla cognizione del giudice delegato

Credito tributario – Prescrizione maturata dopo la notificazione della cartella – Eccezione del curatore in sede di ammissione al passivo – Giurisdizione del giudice ordinario – Sussistenza – Fondamento

L'eccezione di prescrizione del credito tributario maturata successivamente alla notifica della cartella di pagamento, sollevata dal curatore in sede di ammissione al passivo fallimentare, è devoluta alla cognizione del giudice delegato (in sede di verifica dei crediti) e del tribunale (in sede di opposizione allo stato passivo e di insinuazione tardiva), e non già del giudice tributario, segnando la notifica della cartella il consolidamento della pretesa fiscale e l'esaurimento del potere impositivo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2019, n.34447.




Abuso della qualità di magistrato effettuato implicitamente al fine di ottenere un trattamento di miglior favore per sé o per altri

Magistratura - Illecito disciplinare ex art. 3, lett. a), d.lgs. n. 109 del 2006 - Abuso della qualità di magistrato - Realizzazione effettuata implicitamente - Configurabilità - Condizioni

In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, in relazione all'illecito disciplinare di cui all'art. 3, lett. a), del d.lgs. n. 109 del 2006, l'abuso della qualità di magistrato, al fine di ottenere un trattamento di miglior favore per sé o per altri, può anche essere effettuato implicitamente quando la conoscenza della qualità stessa si inserisce in un contesto che concorre ad evidenziare una pressione psicologica sulla controparte o che comunque è idoneo ad incidere sulle determinazioni della stessa sino al punto di indurla ad addivenire ad un dato rapporto contrattuale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 dicembre 2019, n.33089.




E' rimessa al Consiglio Superiore della Magistratura l'individuazione delle attività del magistrato espletabili ed autorizzabili

Magistratura - Illecito disciplinare di cui all’art. 3, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006, contenente il rinvio all’art. 16, comma 1, del r.d. n. 12 del 1941 - Nozione - Fattispecie

L'illecito disciplinare di cui all'art. 3, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006 - che, nel richiamare l'art. 16, comma 1, del r.d. n. 12 del 1941, sanziona la violazione del divieto di assumere "pubblici o privati impieghi od uffici" e di esercitare "industrie o commerci" e "qualsiasi libera professione" - deve ritenersi integrato anche quando sussista solo l'apparenza dell'assunzione della veste di imprenditore o amministratore di società, nonché nell'ipotesi di esercizio professionale di qualsiasi attività vietata, indipendentemente dal rilievo penale della stessa o dalla natura delle prestazioni rese, essendo rimessa al Consiglio Superiore della Magistratura, in qualità di titolare della potestà autorizzatoria, l'individuazione delle attività espletabili ed autorizzabili, avuto riguardo alla necessità di contemperamento dell'esigenza di consentire ai magistrati il godimento dei diritti di libertà garantiti a tutti i cittadini con quella, contraria, di limitarne l'esercizio per non compromettere la credibilità e l'immagine del magistrato e dell'ordine giudiziario nonchè la fiducia nell'indipendenza ed imparzialità dello svolgimento della funzione giudiziaria. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza della Sezione disciplinare che aveva ritenuto incompatibile con la funzione giudiziaria lo svolgimento, da parte del magistrato, dell'attività di procacciamento di sponsorizzazioni per conto di una associazione sportiva da lui gestita, in ragione della connotazione imprenditoriale dell'attività medesima, a nulla rilevando il carattere non lucrativo dell'attività statutaria svolta dalla detta associazione). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 dicembre 2019, n.33089.




Giudice delegato ottiene da curatore agevolazione 'a condizioni di eccezionale favore': il CSM assolve, le Sezioni Unite cassano con rinvio

Magistratura - Illecito disciplinare - Art. 3, comma 1, lett. e), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Elemento materiale - Ottenimento personale da parte del magistrato del prestito o della agevolazione - Prova - Necessità - Ragioni

In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, ai fini dell'integrazione dell'elemento materiale dell'illecito di cui all'art. 3, comma 1, lett. e), del d.lgs. n. 109 del 2006, è necessaria la prova che il magistrato abbia personalmente ottenuto, direttamente o indirettamente, prestiti o agevolazioni da uno dei soggetti indicati dalla norma, atteso che tale disposizione - a differenza di quella contenuta nella lett. a) dello stesso art. 3 - non prevede che il conseguimento del vantaggio da parte del magistrato possa avvenire "per se o per altri". Peraltro, l'estensione anche ai prestiti ed alle agevolazioni ottenute "indirettamente" non consente di ritenere, senza violare la funzione descrittiva delle diverse locuzioni utilizzate dal medesimo art. 3, che il meccanismo percettivo previsto dalla norma possa arrestarsi alla percezione da parte di un terzo, essendo invece necessario, perché l'illecito in esame sia integrato, che l'intervento del terzo costituisca lo strumento per mezzo del quale l'agevolazione o il prestito pervenga - per l'appunto, indirettamente - al magistrato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 dicembre 2019, n.32111.




Avvocato: liquidazione equitativa delle spese rimborsabili diverse da quelle generali e documentate

Avvocato - Spese rimborsabili all'avvocato - Spese diverse da quelle generali e da quelle documentate - Liquidazione equitativa - Configurabilità - Fondamento

All'avvocato sono dovute, oltre al rimborso delle spese documentate e di quelle forfettarie generali (non strettamente inerenti alla singola pratica ma necessarie per la conduzione dello studio), altre spese che sfuggono ad una precisa elencazione ma che di fatto sono sostenute dal professionista nello svolgimento del singolo incarico (tra le quali, gli esborsi per gli spostamenti necessari per raggiungere l'Ufficio giudiziario in occasione delle udienze o degli adempimenti di cancelleria, diversi da quelli per viaggio e trasferta di cui all'art. 27 del d.m. n. 55 del 2014, i costi per fotocopie, per l'invio di email o per comunicazioni telefoniche inerenti l'incarico e sostenuti fuori dallo studio); tali spese sono liquidabili in via equitativa per l'impossibilità o la rilevante difficoltà di provare il loro preciso ammontare nonchè in considerazione della loro effettiva ricorrenza secondo l'"id quod plerumque accidit". (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 novembre 2019, n.31030.




Procedimento di grande rilevanza mediatica e grave scorrettezza di cui all'art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006

Magistratura - Procedimento disciplinare - Illecito disciplinare di cui all’art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Grave scorrettezza - Carattere elastico - Funzionalità - Nozione - Fattispecie

La nozione di "grave scorrettezza" cui fa riferimento la previsione normativa di cui all'art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006, nel rendere sanzionabili disciplinarmente i comportamenti del magistrato nei confronti delle parti, dei difensori, di altri magistrati e di chiunque abbia con esso rapporti nell'ambito dell'ufficio giudiziario, ha carattere "elastico"; pertanto, in funzione del giudizio di sussunzione dei fatti accertati nella norma che tipizza il predetto illecito, il giudice disciplinare deve attingere sia ai principi che la disposizione (anche implicitamente) richiama (tra i quali si inscrive il dovere del magistrato di improntare la propria condotta con i superiori, i colleghi e il personale dell'ufficio di appartenenza al canone di leale collaborazione), sia a fattori esterni presenti nella coscienza comune, così da fornire concretezza alla parte mobile della disposizione che, come tale, è suscettibile di adeguamento rispetto al contesto storico sociale in cui deve trovare operatività. (il principio è stato applicato dalle Sezioni Unite in relazione al comportamento di un sostituto procuratore, il quale, dopo avere ricevuto, nel corso di una riunione con tutti i colleghi investiti della trattazione di un procedimento di grande rilevanza mediatica, la raccomandazione di mantenere il più assoluto riserbo con gli organi di informazione, non solo aveva taciuto la circostanza di avere già avuto un colloquio con un giornalista, ma aveva invitato il medesimo procuratore f.f. a rispondere ad una telefonata dello stesso giornalista, così ponendolo nella condizione di interloquire senza avere un quadro completo degli accadimenti e senza potersi determinare in modo consapevole circa le dichiarazioni da rilasciare o decidere di non rilasciarle affatto). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 novembre 2019, n.31058.




Quando l’Agenzia delle Entrate può avvalersi di Avvocati del libero foro

Agenzia delle Entrate - Facoltà di avvalersi di Avvocati del libero foro - Distinzione

Impregiudicata la generale facoltà di avvalersi anche di propri dipendenti delegati davanti al tribunale ed al giudice di pace, per la rappresentanza e la difesa in giudizio l'Agenzia delle Entrate-Riscossione si avvale:

- dell'Avvocatura dello Stato nei casi previsti come ad essa riservati dalla convenzione con questa intervenuta (fatte salve le ipotesi di conflitto e, ai sensi dell'art. 43, comma 4, r.d. 30 ottobre 1933, n. 1933, di apposita motivata delibera da adottare in casi speciali e da sottoporre all'organo di vigilanza), oppure ove vengano in rilievo questioni di massima o aventi notevoli riflessi economici,

- ovvero, in alternativa e senza bisogno di formalità, né della delibera prevista dal richiamato art. 43, comma 4, r.d. cit.,

- di avvocati del libero foro - nel rispetto degli articoli 4 e 17 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 e dei criteri di cui agli atti di carattere generale adottati ai sensi del comma 5 del medesimo art. 1 d.l. 193 del 2016 - in tutti gli altri casi ed in quelli in cui, pure riservati convenzionalmente all'Avvocatura erariale, questa non sia disponibile ad assumere il patrocinio;

Quando la scelta tra il patrocinio dell'Avvocatura erariale e quello di un avvocato del libero foro discende dalla riconduzione della fattispecie alle ipotesi previste dalla Convenzione tra l'Agenzia e l'Avvocatura o di indisponibilità di questa ad assumere il patrocinio, la costituzione dell'Agenzia a mezzo dell'una o dell'altro postula necessariamente ed implicitamente la sussistenza del relativo presupposto di legge, senza bisogno di allegazione e di prova al riguardo, nemmeno nel giudizio di legittimità. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 19 novembre 2019, n.30008.




Inserimento in provvedimenti giurisdizionali di valutazioni e giudizi personali denigratori sull'operato di altri colleghi

Provvedimenti giurisdizionali – Valutazioni e giudizi personali su altri colleghi e su vicende estranee all’oggetto del procedimento – Illecito disciplinare di cui all'art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006 – Sussistenza

In tema di responsabilità disciplinare del magistrato, costituisce comportamento gravemente scorretto del magistrato nei confronti di altri magistrati, delle parti e dei loro difensori, integrante l'illecito disciplinare previsto dall'art. 2, comma 1, lett. d), del d.lgs. n. 109 del 2006, l'inserimento in provvedimenti giurisdizionali di valutazioni e giudizi personali sull'operato di altri colleghi e su vicende estranee all'oggetto dei procedimenti nei quali sono pronunciati, tanto più se oggettivamente denigratori nei loro confronti. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 novembre 2019, n.29833.




Responsabilità genitoriale in ambito UE e mancato rientro del minore nello Stato di residenza abituale

Responsabilità genitoriale – Giurisdizione in ambito UE – Mancato rientro del minore – Proroga della giurisdizione – Limiti – Art. 10, lett. b) del Regolamento (CE) n. 2201 del 2003 – Principio della “perpetuatio jurisditionis” – Operatività

Responsabilità genitoriale – Giurisdizione in ambito UE – Criterio determinativo – Stato della residenza abituale del minore – Svolgimento del giudizio di separazione in altro Stato – Irrilevanza – Fondamento

In tema di giurisdizione sulle domande relative alla responsabilità genitoriale in ambito UE, ove il minore, condotto all'estero con il consenso di entrambi i genitori, non rientri nello Stato di residenza abituale per decisione di uno solo di essi, è prorogata la giurisdizione dello Stato membro nel quale il minore aveva la residenza abituale immediatamente prima del mancato rientro, sempre che non sussistano le condizioni indicate nell'art. 10 del Regolamento (CE) n. 2201 del 2003, fermo restando che, ai fini dell'applicazione della lett. b) di tale articolo - il quale, a determinate condizioni, attribuisce rilievo al soggiorno del minore per almeno un anno nello Stato in cui è trattenuto - non si può tenere conto della permanenza successiva alla data della proposizione della domanda, dovendosi dare applicazione al principio della "perpetuatio jurisditionis", contemplato (oltre che dal nostro ordinamento, anche) dal menzionato Regolamento, come si evince dalla disciplina generale, contenuta all'art. 8, comma 1, dello stesso.

In tema di giurisdizione sulle domande relative alla responsabilità genitoriale in ambito UE, qualora non vi sia coincidenza tra lo Stato di residenza abituale del minore, ove si trova l'autorità giudiziaria chiamata a decidere su tali domande, e lo Stato in cui è stato instaurato il giudizio di separazione, il superiore e preminente interesse del minore impone di privilegiare il criterio della vicinanza, tenendo separati i due giudizi, atteso che, come chiarito dalla Corte di giustizia UE, nella sentenza del 16 luglio 2015, in causa C-184-14, il Regolamento (CE) n. 2201 del 2003 (cd. Regolamento Bruxelles II bis) disciplina tutte le decisioni in materia di responsabilità genitoriale indipendentemente da qualsiasi nesso con i procedimenti matrimoniali, operando un'espressa distinzione tra il contenzioso che attiene al divorzio, alla separazione personale o all'annullamento del matrimonio e il contenzioso che riguarda l'attribuzione, l'esercizio, la delega o la revoca della responsabilità genitoriale, al quale soltanto è accessoria la vertenza sugli obblighi alimentari in favore del minore, ai sensi dell'art. 3, lett. d), del Regolamento CE n. 4 del 2009. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 05 novembre 2019, n.28329.




Le Sezioni Unite si pronunciano sulle c.d. ‘nullità selettive’: nullità di protezione ed eccezione di buona fede

Intermediazione finanziaria – Nullità di protezione – Nullità selettive – Eccezione di buona fede

La nullità per difetto di forma scritta, contenuta nell'art. 23, comma 3, del d.lgs n. 58 del 1998, può essere fatta valere esclusivamente dall'investitore con la conseguenza che gli effetti processuali e sostanziali dell'accertamento operano soltanto a suo vantaggio. L'intermediario, tuttavia, ove la domanda sia diretta a colpire soltanto alcuni ordini di acquisto, può opporre l'eccezione di buona fede, se la selezione della nullità determini un ingiustificato sacrificio economico a suo danno, alla luce della complessiva esecuzione degli ordini, conseguiti alla conclusione del contratto quadro.

[… Anche in relazione all'art. 23, comma 3, d.lgs n. 58 del 1998, il regime giuridico delle nullità di protezione opera sul piano della legittimazione processuale e degli effetti sostanziali esclusivamente a favore dell'investitore, in deroga agli artt. 1421 e 1422 cod. civ.
L'azione rivolta a far valere la nullità di alcuni ordini di acquisto richiede l'accertamento dell'invalidità del contratto quadro. Tale accertamento ha valore di giudicato ma l'intermediario, alla luce del peculiare regime giuridico delle nullità di protezione, non può avvalersi degli effetti diretti di tale nullità e non è conseguentemente legittimato ad agire in via riconvenzionale od in via autonoma ex artt. 1422 e 2033 cod. civ. I principi di solidarietà ed uguaglianza sostanziale, di derivazione costituzionale (art. 2,3, 41 e 47 Cost., quest'ultimo con specifico riferimento ai contratti d'investimento) sui quali le S.U., con la pronuncia n. 26642 del 2014, hanno riposto il fondamento e la ratio delle nullità di protezione operano, tuttavia, anche in funzione di riequilibrio effettivo endocontrattuale quando l'azione di nullità, utilizzata, come nella specie, in forma selettiva, determini esclusivamente un sacrificio economico sproporzionato nell'altra parte. Limitatamente a tali ipotesi, l'intermediario può opporre all'investitore un'eccezione, qualificabile come di buona fede, idonea a paralizzare gli effetti restitutori dell'azione di nullità selettiva proposta soltanto in relazione ad alcuni ordini. L'eccezione sarà opponibile, nei limiti del petitum azionato, come conseguenza dell'azione di nullità, ove gli investimenti, relativi agli ordini non coinvolti dall'azione, abbiano prodotto vantaggi economici per l'investitore. Ove il petitum sia pari od inferiore ai vantaggi conseguiti, l'effetto impeditivo dell'azione restitutoria promossa dall'investitore sarà integrale. L'effetto impeditivo sarà, invece, parziale, ove gli investimenti non colpiti dall'azione di nullità abbiano prodotto risultati positivi ma questi siano di entità inferiore al pregiudizio determinato nel petitum.
L'eccezione di buona fede operando su un piano diverso da quello dell'estensione degli effetti della nullità dichiarata, non è configurabile come eccezione in senso stretto non agendo sui fatti costitutivi dell'azione (di nullità) dalla quale scaturiscono gli effetti restitutori, ma sulle modalità di esercizio dei poteri endocontrattuali delle parti. Deve essere, tuttavia, oggetto di specifica allegazione. …] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2019, n.28314.




Ricusazione e impugnazione dell'ordinanza del CSM di inammissibilità dell'istanza di revisione di un procedimento disciplinare

Magistratura - Procedimento disciplinare - Impugnazione dell'ordinanza del CSM di inammissibilità dell'istanza di revisione di un procedimento disciplinare - Decisione delle Sezioni Unite della S.C. - Successiva impugnazione della decisione di inammissibilità dell'istanza di revocazione della precedente ordinanza - Assegnazione di quest'ultimo gravame a collegio delle Sezioni Unite composto, in parte, dagli stessi giudici - Ricusazione ex artt. 51, n. 4, e 52 c.p.c. - Configurabilità - Esclusione - Fondamento

L'incompatibilità che, ai sensi degli artt. 51, n. 4, e 52 c.p.c., giustifica l'accoglimento dell'istanza di ricusazione per avere il giudice conosciuto del merito della causa in un altro grado dello stesso processo, non è ravvisabile ove alcuni componenti del collegio delle Sezioni Unite della S.C., investito del ricorso contro la pronuncia del CSM di inammissibilità della domanda di revocazione dell'ordinanza di inammissibilità della richiesta di revisione di un procedimento disciplinare, abbiano già deciso in precedenza sull'impugnazione avverso quest'ultima ordinanza, poiché si tratta di serie processuali autonome per presupposti, ambito di cognizione ed effetti impugnatori, sicché non viene in rilievo "un altro grado dello stesso processo". (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 15 ottobre 2019, n.26022.




Nullità della divisione che comprenda edifici abusivi ed eccezione nell'ambito dell'espropriazione forzata

Comunioni relativi ad edifici – Immobili abusivi – Scioglimento – Esclusione – Scioglimento della comunione (ordinaria o ereditaria) relativa ad un edificio abusivo che si renda necessaria nell'ambito dell'espropriazione di beni – Eccezione

Gli atti di scioglimento delle comunioni relativi ad edifici, o a loro parti, sono soggetti alla comminatoria della sanzione della nullità prevista dalla L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, per gli atti tra vivi aventi per oggetto diritti reali relativi ad edifici realizzati prima della entrata in vigore della L. n. 47 del 1985 dai quali non risultino gli estremi della licenza o della concessione ad edificare o della concessione rilasciata in sanatoria ovvero ai quali non sia unita copia della domanda di sanatoria corredata dalla prova del versamento delle prime due rate di oblazione o dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante che la costruzione dell'opera è stata iniziata in data anteriore al 1 settembre 1967.

Gli atti di scioglimento della comunione ereditaria sono soggetti alla comminatoria della sanzione della nullità, prevista dal D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 46, comma 1, (già L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 17) e dalla L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 40, comma 2, per gli atti tra vivi aventi per oggetto diritti reali relativi ad edifici o a loro parti dai quali non risultino gli estremi della licenza o della concessione ad edificare o della concessione rilasciata in sanatoria.

Quando sia proposta domanda di scioglimento di una comunione (ordinaria o ereditaria che sia), il giudice non può disporre la divisione che abbia ad oggetto un fabbricato abusivo o parti di esso, in assenza della dichiarazione circa gli estremi della concessione edilizia e degli atti ad essa equipollenti, come richiesti dal D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 46 e dalla L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 40, comma 2, costituendo la regolarità edilizia del fabbricato condizione dell'azione ex art. 713 c.c., sotto il profilo della "possibilità giuridica", e non potendo la pronuncia del giudice realizzare un effetto maggiore e diverso rispetto a quello che è consentito alle parti nell'ambito della loro autonomia negoziale. La mancanza della documentazione attestante la regolarità edilizia dell'edificio e il mancato esame di essa da parte del giudice sono rilevabili d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio.

Allorquando tra i beni costituenti l'asse ereditario vi siano edifici abusivi, ogni coerede ha diritto, ai sensi all'art. 713 c.c., comma 1, di chiedere e ottenere lo scioglimento giudiziale della comunione ereditaria per l'intero complesso degli altri beni ereditari, con la sola esclusione degli edifici abusivi, anche ove non vi sia il consenso degli altri condividenti.

In forza delle disposizioni eccettuative di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, comma 5 e al L. n. 47 del 1985, art. 40, commi 5 e 6, lo scioglimento della comunione (ordinaria o ereditaria) relativa ad un edificio abusivo che si renda necessaria nell'ambito dell'espropriazione di beni indivisi (divisione c.d. "endoesecutiva" o nell'ambito del fallimento (ora, liquidazione giudiziale) e delle altre procedure concorsuali (divisione c.d. "endoconcorsuale") è sottratta alla comminatoria di nullità prevista, per gli atti di scioglimento della comunione aventi ad oggetto edifici abusivi, dal D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 46, comma 1, e dalla L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 40, comma 2. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 07 ottobre 2019, n.25021.




Responsabilità disciplinare del magistrato per violazione del dovere di auto-organizzazione

Magistratura - Ritardo nel deposito dei provvedimenti - Valutazione del giudice disciplinare - Verifica della violazione del dovere di auto-organizzazione del magistrato - Necessità - Contenuto

In tema di responsabilità disciplinare del magistrato per il reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel deposito dei provvedimenti, la violazione del dovere di auto-organizzazione costituisce elemento centrale della verifica della esigibilità di una condotta più tempestiva da parte dell'incolpato, sicché nella motivazione della sentenza il giudice disciplinare non può limitarsi ad affermare in modo apodittico che il ritardo non è giustificabile ma deve rendere manifeste le ragioni per le quali una diversa organizzazione del lavoro sarebbe stata non solo possibile, ma anche idonea ad eliminare o ridurre i ritardi oggetto dell'incolpazione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 ottobre 2019, n.25020.




Domanda inerente la responsabilità genitoriale su figli minori non residenti abitualmente in Italia

Giudizio di separazione o di divorzio introdotto dinanzi al giudice italiano - Giurisdizione sulle domande inerenti la responsabilità genitoriale - Criterio determinativo della residenza abituale del minore - Fondamento - Derogabilità - Condizioni

In tema di giurisdizione sulle domande inerenti la responsabilità genitoriale su figli minori non residenti abitualmente in Italia, formulate nel giudizio di separazione o di divorzio introdotto dinanzi al giudice italiano, il criterio determinativo cogente della residenza abituale del minore, previsto dagli artt. 8, par. 1, del Regolamento CE n. 2201 del 2003 e 3 del Regolamento CE n. 4 del 2009, trova fondamento nel superiore e preminente interesse di quest'ultimo a che i provvedimenti che lo riguardano siano adottati dal giudice più vicino al luogo della sua residenza effettiva, nonché nell'esigenza di realizzare la concentrazione di tutte le azioni giudiziarie ad esso relative; tale criterio può essere derogato, sempre che ciò sia conforme all'interesse del minore ai sensi dell'art.12 del citato Regolamento CE n. 2201 del 2003, soltanto ove alla data in cui il giudice è stato adìto con la domanda di separazione o al momento della formazione del contraddittorio, sia intervenuta una esplicita ed univoca accettazione della giurisdizione da parte di entrambi i coniugi anche sulla materia della responsabilità genitoriale, non essendo sufficiente la mera proposizione di difese o di domande riconvenzionali, la quale non integra una piena e inequivoca accettazione della giurisdizione ma esprime unicamente la legittima esplicazione del diritto di difesa. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 02 ottobre 2019, n.24608.




Sanzioni amministrative irrogate dalla Banca d'Italia: estensione della giurisdizione del giudice ordinario

Attività bancaria - Sanzioni amministrative - Controversie relative - Giurisdizione del giudice ordinario - Atti amministrativi e regolamentari presupposti - Estensione - Configurabilità - Fondamento

Le controversie relative all'applicazione delle sanzioni amministrative irrogate dalla Banca d'Italia, ai sensi dell'art. 145 del d. lgs. n. 385 del 1993, per le violazioni commesse nell'esercizio dell'attività bancaria, sono devolute alla giurisdizione del giudice ordinario, la cui cognizione si estende agli atti amministrativi e regolamentari presupposti che hanno condotto all'emissione del provvedimento finale, i quali costituiscono la concreta e diretta ragione giustificativa della potestà sanzionatoria esercitata nel caso concreto ed incidono pertanto su posizioni di diritto soggettivo del destinatario. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 02 ottobre 2019, n.24609.




Impugnazione del piano riparto e violazione del contraddittorio

Piano di riparto parziale – Natura del provvedimento – Ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111, comma 7, Cost. – Ammissibilità

Piano di riparto parziale – Reclamo – Legittimazione – Qualunque interessato

Piano di riparto – Impugnazione – Violazione delle norme sul litisconsorzio necessario – Vizio del processo – Annullamento anche d'ufficio – Rinvio della causa al giudice di prime cure

Il decreto del tribunale che dichiara esecutivo il piano di riparto parziale, pronunciato sul reclamo avente ad oggetto il provvedimento del giudice delegato, nella parte in cui decide la controversia concernente, da un lato, il diritto del creditore concorrente a partecipare al riparto dell'attivo fino a quel momento disponibile e, dall'altro, il diritto degli ulteriori interessati ad ottenere gli accantonamenti delle somme necessarie al soddisfacimento dei propri crediti, nei casi previsti dalla L. Fall., art. 113, si connota per i caratteri della decisorietà e della definitività e, pertanto, avverso di esso, è ammissibile il ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111, comma 7, Cost.

In tema di riparto fallimentare, ai sensi della L. Fall., art. 110 (nel testo applicabile ratione temporis come modificato dal D.Lgs. n. 169 del 2007), sia il reclamo L. Fall., ex art. 36 avverso il progetto - predisposto dal curatore - di riparto, anche parziale, delle somme disponibili, sia quello L. Fall., ex art. 26 contro il decreto del giudice delegato che abbia deciso il primo reclamo, possono essere proposti da qualunque controinteressato, inteso quale creditore che, in qualche modo, sarebbe potenzialmente pregiudicato dalla diversa ripartizione auspicata dal reclamante, ed in entrambe le impugnazioni il ricorso va notificato a tutti i restanti creditori ammessi al riparto anche parziale.

E’ applicabile anche nell'ambito dei procedimenti in camera di consiglio, ed in quelli di impugnazione del piano di riparto dell'attivo il principio per cui, quando risulta integrata la violazione delle norme sul litisconsorzio necessario, non rilevata nè dal giudice di primo grado, che non abbia disposto l'integrazione del contraddittorio, nè da quello di appello, che non abbia provveduto a rimettere la causa al primo giudice, resta viziato, ai sensi dell'art. 354 c.p.c., comma 1, l'intero processo e s'impone, in sede di giudizio di cassazione, l'annullamento, anche d'ufficio, delle pronunce emesse ed il conseguente rinvio della causa al giudice di prime cure, a norma dell'art. 383 c.p.c., comma 3. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 26 settembre 2019, n.24068.




Società di capitali a partecipazione pubblica e giurisdizione del giudice ordinario per l'azione di responsabilità nei confronti degli organi sociali e dei dipendenti

Società di capitali a partecipazione pubblica - Azione di responsabilità nei confronti degli organi sociali e dei dipendenti - Giurisdizione del giudice ordinario - Sussistenza - Fondamento - Giurisdizione contabile - Configurabilità - Condizioni

Il danno al patrimonio di una società a partecipazione pubblica conseguente a "mala gestio" da parte degli amministratori (o componenti dell'organo di controllo) e dei dipendenti, non è qualificabile in termini di danno erariale, inteso come pregiudizio direttamente arrecato al patrimonio dello Stato o di altro ente pubblico che della detta società sia socio, atteso che la distinzione tra la società di capitali e i singoli soci e la piena autonomia patrimoniale della prima rispetto ai secondi non consentono di riferire al patrimonio del socio pubblico il danno che l'illecito comportamento degli organi sociali abbia eventualmente arrecato al patrimonio dell'ente, né di configurare un rapporto di servizio tra l'ente medesimo e l'agente; pertanto, la domanda con la quale si fa valere la responsabilità degli organi sociali resta generalmente devoluta alla giurisdizione del giudice ordinario, mentre quella della Corte dei conti è ravvisabile eccezionalmente nelle due specifiche fattispecie delle società "in house" e delle società "legali", caratterizzate, rispettivamente, da una struttura corrispondente ad un'articolazione interna alla stessa P.A. (cui è immanente il rapporto di servizio tra quest'ultima e gli amministratori e dipendenti della società) e da uno statuto speciale che consente di qualificarle come sostanziali enti pubblici. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 11 settembre 2019, n.22712.




Il notevole carico di lavoro del magistrato è idoneo ad assumere rilievo quale causa di giustificazione per il ritardo ultrannuale nel deposito dei provvedimenti

Magistratura - Illeciti disciplinari - Art. 2, comma 1, lett. q), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Ritardo ultrannuale nel deposito di provvedimenti - Giustificabilità - Condizioni e presupposti - Onere di segnalazione al dirigente dell'Ufficio - Funzione

In tema di responsabilità disciplinare del magistrato, il notevole carico di lavoro dal quale lo stesso risulti gravato è idoneo ad assumere rilievo quale causa di giustificazione per il ritardo ultrannuale nel deposito dei provvedimenti giurisdizionali ove - tenuto conto degli standards di operosità e laboriosità mediamente sostenuti dagli altri magistrati dell'ufficio, a parità di condizioni di lavoro - vi sia una considerevole sproporzione, a suo danno, del carico su di esso incombente, sì da rendere inesigibile, per il magistrato incolpato, l'apprestamento di una diversa organizzazione, idonea a scongiurare quei gravi ritardi, fermo restando, in ogni caso, il suo onere di segnalare al capo dell'ufficio giudiziario la prolungata situazione di disagio lavorativo in cui venga a trovarsi per consentire a questi l'adozione di idonei rimedi, non essendo consentito all'interessato di effettuare autonomamente la scelta di assumere in decisione cause in eccesso rispetto alla possibilità di redigere tempestivamente le relative motivazioni. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 10 settembre 2019, n.22572.




La chiamata del successore a titolo particolare non soggiace alle forme e ai termini prescritti dall'art.269 c.p.c.

Processo civile - Intervento o chiamata del successore a titolo particolare ex art.111 c.p.c. - Ammissibilità in ogni grado o fase del processo - Conseguenze - Termini e forme di cui all’art. 269 c.p.c. - Applicabilità - Esclusione

Ai sensi dell'art. 111, comma 3, c.p.c., il la chiamata non soggiace alle forme e ai termini prescritti dall'art.269 c.p.c. può intervenire o essere chiamato in causa in ogni grado o fase del processo, sicché la chiamata non soggiace alle forme e ai termini prescritti dall'art.269 c.p.c. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 agosto 2019, n.21690.




Idoneità del comportamento a compromettere la credibilità del magistrato e il prestigio dell’ordine giudiziario

Diciplina della magistratura - Violazione di legge nell’esercizio delle funzioni - Responsabilità disciplinare - Condizioni - Idoneità del comportamento a compromettere la credibilità del magistrato e il prestigio dell’ordine giudiziario - Fattispecie in tema di indagini preliminari per omicidio a carico di ignoti

In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, la grave violazione di legge rileva non in sé, bensì in relazione alla condotta deontologicamente deviante posta in essere nell'esercizio della funzione, ed impone, pertanto, una valutazione complessiva della vicenda e dell'atteggiamento in essa tenuto dal magistrato, al fine di verificare se il comportamento sia idoneo, siccome dovuto "quantomeno" ad inescusabile negligenza, a compromettere sia la considerazione di cui il singolo magistrato deve godere, sia il prestigio dell'ordine giudiziario. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto integrato l'illecito disciplinare di cui all'art.2, lett. a) e g), del d.lgs. n.109 del 2006, valutando rilevanti e significative, nel loro complesso, le seguenti omissioni e trascuratezze poste in essere da un pubblico ministero assegnatario di un procedimento per omicidio a carico di ignoti: - l'aver lasciato aperto il procedimento per circa venticinque anni senza la richiesta al giudice competente di alcuna proroga dopo la prima concessa dal Gip; - l'aver provveduto in modo carente alla gestione ed al controllo dei reperti acquisiti; - il non aver dato riscontro per lungo tempo a reiterate istanze della Direzione centrale anticrimine della Polizia di Stato, nelle quali, si manifestava la necessità di rivisitare la scena del crimine). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 02 agosto 2019, n.20819.




Ritardo di 65 giorni nella scarcerazione: il CSM ritiene l'errore scusabile e assolve, le Sezioni Unite cassano con rinvio

Disciplina della magistratura - Sanzioni - Ritardata scarcerazione di indagato detenuto - Illecito ex artt. 1 e 2, comma 1, lett. g), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Sussistenza - Arresti domiciliari - Irrilevanza - Erronea indicazione della scadenza nel sistema informatico - Irrilevanza

Integra l'illecito disciplinare sanzionato dall'art. 1, comma 1, e dall'art. 2, comma 1, lett. g), del d.lgs. n. 109 del 2006, il comportamento del P.M. che abbia disposto la rimessione in libertà di un indagato sottoposto a misura custodiale (anche se agli arresti domiciliari) con notevole ritardo (nel caso di specie, 65 giorni) rispetto alla scadenza dei termini di custodia cautelare relativi alla fase delle indagini preliminari, senza che possa assumere rilevanza, ai fini della scusabilità della condotta, l'erronea indicazione della scadenza del termine di fase nel sistema informatico dell'ufficio GIP-GUP del Tribunale nella cartella condivisa "Procura- GIP", successivamente riportata negli scadenzari informatico e cartaceo della Procura della Repubblica, posto che il P.M., titolare delle indagini, non può in alcun modo sottrarsi al dovere di controllare l'esatta scadenza del termine nonché, giornalmente, verificare la posizione dell'indagato in regime di custodia cautelare. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 25 luglio 2019, n.20182.




Reclamabilità dell'ordinanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo in sede di opposizione a precetto

Ordinanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo in sede di opposizione a precetto – Reclamabilità

Il provvedimento con il quale il giudice dell’opposizione all’esecuzione, proposta prima che questa sia iniziata ed ai sensi del primo comma dell’art. 615 cod. proc. civ., decide sull’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo è impugnabile col rimedio del reclamo ai sensi dell’art. 669-terdecies cod. proc. civ. al collegio del tribunale cui appartiene il giudice monocratico – o nel cui circondario ha sede il giudice di pace – che ha emesso il provvedimento. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 luglio 2019, n.19889.




Il rapporto tra sezione ordinaria e sezione specializzata in materia di impresa non attiene alla competenza

Sezione specializzata in materia di impresa – Sezione ordinaria – Rapporto tra le due sezioni – Competenza – Esclusione – Mera ripartizione degli affari interni dell'ufficio giudiziario – Inammissibilità del regolamento di competenza

Il rapporto tra sezione ordinaria e sezione specializzata in materia di impresa, nello specifico caso in cui entrambe le sezioni facciano parte del medesimo ufficio giudiziario, non attiene alla competenza, ma rientra nella mera ripartizione degli affari interni dell'ufficio giudiziario, da cui l'inammissibilità del regolamento di competenza, richiesto d'ufficio ex art. 45 c.p.c.; deve di contro ritenersi che rientri nell'ambito della competenza in senso proprio la relazione tra la sezione specializzata in materia di impresa e l'ufficio giudiziario, diverso da quello ove la prima sia istituita. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 luglio 2019, n.19882.




Impugnazione del provvedimento che decide sull’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo

Esecuzione forzata – Opposizione pre-esecutiva ex art. 615, I co., c.p.c. – Provvedimento sulla sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo – Reclamo ai sensi dell’art. 669 terdecies c.p.c. – Ammissibilità – Competenza

Il provvedimento con il quale il giudice dell’opposizione all’esecuzione, proposta prima che questa sia iniziata ed ai sensi del primo comma dell’art. 615 cod. proc. civ., decide sull’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo, è impugnabile col rimedio del reclamo ai sensi dell’art. 669 terdecies cod. proc. civ. al Collegio del tribunale cui appartiene il giudice monocratico – o nel cui circondario ha sede il giudice di pace – che ha emesso il provvedimento. (Giuseppe Caramia) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 luglio 2019, n.19889.




Opposizione all'esecuzione: la sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo è impugnabile con reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c.

Provvedimento sull'istanza di sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo ex art. 615, comma 1, c.p.c. - Impugnazione - Reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c. - Ammissibilità

Il provvedimento con il quale il giudice dell'opposizione all'esecuzione, proposta prima che questa sia iniziata ed ai sensi del primo comma dell'art. 615 c.p.c., decide sull'istanza di sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo è impugnabile col rimedio del reclamo ai sensi dell'art. 669-terdecies c.p.c. al Collegio del tribunale cui appartiene il giudice monocratico - o nel cui circondario ha sede il giudice di pace - che ha emesso il provvedimento. (Principio enunciato ai sensi dell'art. 363, comma 1, c.p.c.). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 luglio 2019, n.19889.




La laboriosità o capacità del magistrato, le sue gravose condizioni lavorative e l'eventuale disorganizzazione dell'ufficio non giustificano la ritardata scarcerazione di indagato sottoposto a custodia cautelare

Disciplina della magistratura - Ritardata scarcerazione di indagato sottoposto a custodia cautelare - Illeciti disciplinari di cui all’art. 2, comma 1, lett. a) e g), del d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109 - Configurabilità - Esimenti - Laboriosità dell’incolpato, condizioni lavorative gravose e strutturale disorganizzazione dell’ufficio - Insufficienza - Circostanze eccezionali - Necessità - Scadenza della misura in periodo feriale - Maggiori oneri gravanti sul magistrato - Sussistenza

In tema di responsabilità disciplinare, grava sul magistrato l'obbligo di vigilare con regolarità sulla persistenza delle condizioni, anche temporali, cui la legge subordina la privazione della libertà personale di chi è sottoposto ad indagini, sicché l'inosservanza dei termini di durata massima della custodia cautelare, costituisce grave violazione di legge idonea ad integrare gli illeciti disciplinari di cui all'art. 2, comma 1, lett. a) e g), del d.lgs. n. 109 del 2006; tali illeciti non sono scriminati né dalla laboriosità o capacità del magistrato incolpato, né dalle sue gravose condizioni lavorative e neppure dall'eventuale strutturale disorganizzazione dell'ufficio di appartenenza, occorrendo, al riguardo, la presenza di gravissimi impedimenti all'assolvimento del dovere di garantire il diritto costituzionale alla libertà personale del soggetto sottoposto a custodia cautelare, senza che possa assumere rilievo, infine, la circostanza che quest'ultima venga a scadere in periodo feriale, circostanza dalla quale, al contrario, derivano al magistrato oneri di controllo persino maggiori, in funzione dell'esatta osservanza dei termini di scarcerazione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 giugno 2019, n.17120.




Revoca, da parte del Sindaco, degli amministratori di società partecipata dal Comune

Revoca, da parte del Sindaco, degli amministratori di società partecipata dal Comune - Controversia relativa - Giurisdizione ordinaria - Sussistenza - Fondamento

La controversia concernente la legittimità dell'atto emesso dal Sindaco, ai sensi dell'art. 50, commi 8 e 9, del d.lgs. n. 267 del 2000, di revoca degli amministratori di una società partecipata dal Comune spetta alla giurisdizione ordinaria, poiché si tratta di un provvedimento attinente ad una situazione giuridica successiva alla costituzione della società stessa, idoneo ad incidere internamente sulla sua struttura ed espressione di una potestà di diritto privato ascrivibile all'ente pubblico "uti socius" ed esercitata dal medesimo Sindaco in conformità degli indirizzi stabiliti dal Consiglio comunale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 giugno 2019, n.16335.




Decorrenza degli interessi: l'espressione 'dal giorno della domanda' comprende anche gli atti stragiudiziali di costituzione in mora

Interessi - Decorrenza - Dal giorno della "domanda" - Riferimento alla domanda giudiziale ed anche agli atti stragiudiziali di costituzione in mora - Sussistenza

In tema di ripetizione dell'indebito oggettivo, ai fini del decorso degli interessi sulla somma oggetto di restituzione, l'espressione dal giorno della "domanda", contenuta nell'art. 2033 c.c., non va intesa come riferita esclusivamente alla domanda giudiziale, ma comprende anche gli atti stragiudiziali aventi valore di costituzione in mora ai sensi dell'art. 1219 c.c. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 13 giugno 2019, n.15895.




Conto corrente e indebito: l'eccezione di prescrizione della banca non richiede l'indicazione delle singole rimesse solutorie

Contratto di conto corrente assistito da apertura di credito – Azione di ripetizione dell’indebito del correntista – Eccezione di prescrizione estintiva della banca – Contenuto – Necessità di indicare le specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte – Esclusione

In tema di prescrizione estintiva, l'onere di allegazione gravante sull'istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l'eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l'azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da apertura di credito, è soddisfatto con l'affermazione dell'inerzia del titolare del diritto, unita alla dichiarazione di volerne profittare, senza che sia necessaria l'indicazione delle specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 13 giugno 2019, n.15895.




Incompatibilità dei membri del CSM che abbiano deliberato sugli stessi fatti in via amministrativa e ricusazione

Magistratura - Procedimento disciplinare - Sezione disciplinare del CSM - Art. 4 della l. n. 195 del 1958 - Mancata previsione dell'incompatibilità dei componenti che abbiano deliberato sugli stessi fatti in sede amministrativa - Questione di legittimità costituzionale in relazione all'art. 117, comma 1, Cost. ed all'art. 6 della CEDU - Manifesta infondatezza - Fondamento

In tema di procedimento disciplinare a carico di magistrati, la circostanza che l'art. 4 della legge n. 195 del 1958 non preveda l'incompatibilità dei componenti della Sezione Prima del Consiglio Superiore della Magistratura che abbiano deliberato sugli stessi fatti in via amministrativa (nella specie, riguardo a proposte di non conferma nell'incarico direttivo e di trasferimento d'ufficio del magistrato incolpato), non pone tale norma in contrasto con gli artt. 117 Cost. e 6 CEDU, poiché, venendo in rilievo una situazione suscettibile di essere apprezzata come causa di ricusazione, l'interessato ha il potere di ricorrere a tale strumento, compatibile con il procedimento disciplinare, come chiarito dalla giurisprudenza della stessa Sezione disciplinare del CSM. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 06 giugno 2019, n.15385.




Appalto di opere pubbliche, domanda risarcitoria dell'appaltatore e giurisdizione

Appalto di opere pubbliche - Ritardata esecuzione dei lavori per causa riferibile all'Amministrazione - Domanda risarcitoria dell'appaltatore - Giurisdizione del giudice ordinario - Sussistenza

In materia di appalto di opere pubbliche, la qualificazione della domanda dell'appaltatore come volta ad ottenere non la revisione dei prezzi, che presuppone la mancanza di colpa dell'Amministrazione, ma il risarcimento del danno derivante dalla ritardata esecuzione dei lavori per causa imputabile alla committente, appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 29 maggio 2019, n.14696.




Magistratura: ritardo nel deposito di 177 sentenze civili ed inosservanza del cd. 'piano di rientro'

Magistratura - Procedimento disciplinare - Ritardo nel deposito dei provvedimenti - Inosservanza del cd. “piano di rientro” - Illecito ex art. 2, comma 1, lett. n), del d.lgs. n. 109 del 2006 - Sostenibilità ed esigibilità del programma, seppure concordato - Elemento indefettibile

In tema di responsabilità disciplinare del magistrato, la sostenibilità del cd. "piano di rientro" per lo smaltimento dei procedimenti o processi in cui siano maturati dei ritardi nel deposito dei relativi provvedimenti, predisposto dal presidente del Tribunale ai sensi del punto 60.4 della circolare del Consiglio superiore della magistratura sulla formazione delle tabelle di organizzazione degli uffici giudiziari, seppur concordato con il magistrato interessato, è elemento indefettibile - stabilito dalla stessa fonte abilitante il potere organizzativo - del programma di riduzione dei ritardi e, quindi, misura del comportamento rilevante sul piano dell'illecito disciplinare di cui al d.lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. n) che, in detta specifica concretizzazione, richiede la necessaria verifica della esigibilità della condotta di riparazione richiesta al magistrato, la quale, evidentemente, tende a evitare addebiti ridondanti in ipotesi di responsabilità oggettiva. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 maggio 2019, n.14526.




Rapporti tra giudizio penale e civile e sospensione necessaria: le Sez. Unite affermano il principio della interpretazione restrittiva

Rapporti tra giudizio penale e civile - Operatività della sospensione necessaria - Ambito di applicazione

In tema di rapporto tra giudizio penale e giudizio civile, i casi di sospensione necessaria previsti dall'art. 75 c.p.p., comma 3, che rispondono a finalità diverse da quella di preservare l'uniformità dei giudicati, e richiedono che la sentenza che definisca il processo penale influente sia destinata a produrre in quello civile il vincolo rispettivamente previsto dagli artt. 651, 651 bis, 652 e 654 c.p.p., vanno interpretati restrittivamente, di modo che la sospensione non si applica qualora il danneggiato proponga azione di danno nei confronti del danneggiante e dell'impresa assicuratrice della responsabilità civile dopo la pronuncia di primo grado nel processo penale nel quale il danneggiante sia imputato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 21 maggio 2019, n.13661.




Formazione del giudicato, anche implicito, sulla giurisdizione

Giudicato implicito - Formazione - Condizioni - Configurabilità in relazione a sentenza di primo grado astrattamente affetta da vizio di eccesso di potere giurisdizionale - Esclusione

Ai fini della formazione del giudicato, anche implicito, sulla giurisdizione, è necessaria l'esistenza, nella sentenza di primo grado, di un capo autonomo su di essa impugnabile, ma non impugnato, in appello. Tale situazione non è configurabile in ordine ad una sentenza di primo grado astrattamente affetta da vizio di eccesso di potere giurisdizionale poiché nell'ambito del plesso giurisdizionale della Corte dei conti o del Consiglio di Stato, l'eccesso di potere che si sia determinato, in ipotesi, nel giudizio di primo grado, dovrà essere corretto con l'esperimento delle relative impugnazioni; pertanto l'interesse a ricorrere alle Sezioni Unite potrà sorgere esclusivamente rispetto alla sentenza d'appello che, essendo espressione dell'organo di vertice del relativo plesso giurisdizionale speciale, è anche la sola suscettibile di arrecare un "vulnus" all'integrità della sfera delle attribuzioni degli altri poteri, amministrativo e legislativo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 maggio 2019, n.13436.




La PA risponde del fatto illecito del dipendente costituente reato

Pubblica Amministrazione - Atto illecito del dipendente - Condotte penalmente illecite dei dipendenti dirette a perseguire finalità esclusivamente personali - Responsabilità civile della P.A. - Sussistenza - Condizioni

Lo Stato o l’ente pubblico risponde civilmente del danno cagionato a terzi dal fatto penalmente illecito del dipendente anche quando questi abbia approfittato delle sue attribuzioni ed agito per finalità esclusivamente personali od egoistiche ed estranee a quelle della amministrazione di appartenenza, purché la sua condotta sia legata da un nesso di occasionalità necessaria con le funzioni o poteri che il dipendente esercita o di cui è titolare, nel senso che la condotta illecita dannosa – e, quale sua conseguenza, il danno ingiusto a terzi – non sarebbe stata possibile, in applicazione del principio di causalità adeguata ed in base ad un giudizio contro fattuale riferito al tempo della condotta, senza l’esercizio di quelle funzioni o poteri che, per quanto deviato o abusivo od illecito, non ne integrino uno sviluppo oggettivamente anomalo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 maggio 2019, n.13246.




Maternità surrogata: divieto di riconoscimento di provvedimento straniero di filiazione

Filiazione - Maternità surrogata - Divieto della surrogazione di maternità ex L. 40/2004 - Principio di ordine pubblico - Tutela di valori fondamentali - Dignità umana della gestante e adozione

Il riconoscimento dell'efficacia del provvedimento giurisdizionale straniero con cui sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata ed il genitore d'intenzione munito della cittadinanza italiana trova ostacolo nel divieto della surrogazione di maternità previsto dall'art. 12, comma sesto, della legge n. 40 del 2004, qualificabile come principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di valori fondamentali, quali la dignità umana della gestante e l'istituto dell'adozione; la tutela di tali valori, non irragionevolmente ritenuti prevalenti sull'interesse del minore, nell'ambito di un bilanciamento effettuato direttamente dal legislatore, al quale il giudice non può sostituire la propria valutazione, non esclude peraltro la possibilità di conferire rilievo al rapporto genitoriale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici, quali l'adozione in casi particolari, prevista dall'art. 44, comma primo, lett. d), della legge n.184 del 1983. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 maggio 2019, n.12193.




Non riconoscibile la filiazione che origina da pratiche di maternità surrogata

Provvedimento straniero che accerti il rapporto di filiazione tra il minore e il genitore d’intenzione – Ricorso alla maternità surrogata – Riconoscimento – Esclusione

Il riconoscimento dell'efficacia del provvedimento giurisdizionale straniero con cui sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata ed il genitore d'intenzione munito della cittadinanza italiana trova ostacolo nel divieto della surrogazione di maternità previsto dall'art. 12, comma sesto, della legge n. 40 del 2004, qualificabile come principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di valori fondamentali, quali la dignità umana della gestante e l'istituto dell'adozione; la tutela di tali valori, non irragionevolmente ritenuti prevalenti sull'interesse del minore, nell'ambito di un bilanciamento effettuato direttamente dal legislatore, al quale il giudice non può sostituire la propria valutazione, non esclude peraltro la possibilità di conferire rilievo al rapporto genitoriale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici, quali l'adozione in casi particolari, prevista dall'art. 44, comma primo, lett. d), della legge n. 184 del 1983. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 maggio 2019, n.12193.




Gravità della condotta del componente del Consiglio dell’Ordine che reca disdoro all’istituzione rappresentata

Avvocati – Sanzioni disciplinari – Posizione del componente del consiglio dell’ordine

Ai fini della valutazione della gravita della condotta dell’incolpato assumono rilievo elementi quali l’avvio della procedura esecutiva nei confronti del cliente subito dopo il deposito della sentenza favorevole e prima ancora di avvertire il cliente stesso nonché la carica, rivestita dall’incolpato, di componente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Rimini, situazione che avrebbe invece richiesto il massimo rigore nel rispetto delle regole deontologiche e di evitare atteggiamenti atti a recare disdoro all’istituzione rappresentata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 maggio 2019, n.11933.




Sindacato di legittimità del giudice amministrativo sui provvedimenti dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato

Provvedimenti delle Autorità indipendenti - Sindacato di legittimità del giudice amministrativo - Contenuto - Verifica diretta dei presupposti di fatto - Ammissibilità - Limiti - Fattispecie

Il sindacato di legittimità del giudice amministrativo sui provvedimenti dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, pur non estendendosi al merito con conseguente sostituzione di un proprio provvedimento con quello impugnato, comporta la verifica diretta dei fatti posti a fondamento dell'atto e si estende anche ai profili tecnici, il cui esame sia necessario per giudicarne della legittimità, salvo non includano valutazioni ed apprezzamenti che presentino un oggettivo margine di opinabilità nel qual caso il sindacato è limitato alla verifica della non esorbitanza dai suddetti margini di opinabilità, non potendo il giudice sostituire il proprio apprezzamento a quello dell' Autorità Garante (nella specie le S.U. hanno rigettato le censure di sconfinamento del controllo giurisdizionale del Consiglio di Stato che ha reputato illegittimo il provvedimento sanzionatorio adottato dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, sulla base della qualificazione in termini di liceità del messaggio pubblicitario). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 maggio 2019, n.11929.




Sul sindacato del giudice sugli atti dell’Autorità Garante

Procedimenti sanzionatori adottati dalle Autorità amministrative indipendenti – Sindacato – Limiti

In materia di limiti esterni del sindacato del g.a. in tema di provvedimenti sanzionatori adottati dalle Autorità amministrative indipendenti, se al giudice amministrativo non e’ consentito sostituirsi all’Autorita’ nelle attivita’ di accertamento ed applicazione della legge con un proprio provvedimento, nondimeno il sindacato giurisdizionale non puo’ dirsi limitato ai profili giuridico-formali dell’atto amministrativo. E’, infatti, la necessita’ di una tutela giurisdizionale piena a richiedere che anche le eventuali contestazioni in punto di fatto debbano esser risolte dal giudice, quando da tali contestazioni dipenda la legittimita’ del provvedimento amministrativo che ha inciso sulla posizione giuridica del soggetto. Più in particolare, quando entra in gioco una valutazione di natura tecnica operata dall’Autorita’ garante la verifica del giudice, inserendosi pur sempre in un sindacato di legittimita’ e non di merito, e’ destinata ad arrestarsi sul limite oltre il quale la stessa opinabilita’ dell’apprezzamento operato dall’amministrazione impedisce d’individuare un parametro giuridico che consenta di definire quell’apprezzamento illegittimo. La tendenza verso un sindacato giurisdizionale pieno si’, ma non integralmente sostitutivo delle prerogative riservate all’Autorita’, ha trovato un’importante conferma in sede legislativa allorche’, nel recepire la direttiva 2014/104/EU e nel riconoscere il carattere vincolante delle decisioni antitrust definitive nei giudizi civili di risarcimento, il legislatore ha fra l’altro affermato che “Il sindacato del giudice del ricorso comporta la verifica diretta dei fatti posti a fondamento della decisione impugnata e si estende anche ai profili tecnici che non presentano un oggettivo margine di opinabilita’, il cui esame sia necessario per giudicare la legittimita’ della decisione”, in tal modo normativizzando parte dei principi espressi dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 1013/2014, a proposito della riserva comunque garantita all’Autorita’ in tema di valutazioni tecnico discrezionali. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 maggio 2019, n.11929.




Compravendita, vizi della cosa venduta e onere della prova

Compravendita - Vizi della cosa venduta - Onere della prova

In materia di garanzia per i vizi della cosa venduta di cui all'art. 1490 c.c., il compratore che esercita le azioni di risoluzione del contratto o di riduzione del prezzo di cui all'art. 1492 c.c. è gravato dell'onere di offrire la prova dell'esistenza dei vizi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 maggio 2019, n.11748.




Ricorso incidentale tardivo proposto da altro condòmino che non è stato parte nei giudizi di merito

Ricorso per cassazione in controversia condominiale sulle parti comuni - Ricorso incidentale tardivo proposto da altro condòmino che non è stato parte nei giudizi di merito - Legittimazione - Sussistenza - Fondamento

Nelle controversie condominiali che investono i diritti dei singoli condòmini sulle parti comuni, ciascun condòmino ha, in considerazione della natura dei diritti contesi, un autonomo potere individuale - concorrente, in mancanza di personalità giuridica del condominio, con quello dell'amministratore - di agire e resistere a tutela dei suoi diritti di comproprietario "pro quota", sicché è ammissibile il ricorso incidentale tardivo del condòmino che, pur non avendo svolto difese nei precedenti gradi di merito, intenda evitare gli effetti sfavorevoli della sentenza pronunciata nei confronti del condominio senza risentire dell'analoga difesa già svolta dallo stesso. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 aprile 2019, n.10934.




Il deposito di copia della decisione impugnata senza attestazione di conformità non comporta l’improcedibilità

Processo civile – Processo di cassazione – Deposito della decisione impugnata – Copia analogica priva dell’attestazione di conformità – Conseguenze

Il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica, di copia analogica della decisione impugnata predisposta in originale telematico e notificata a mezzo PEC priva di attestazione di conformità del difensore L. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non comporta l’applicazione della sanzione dell’improcedibilità ove l’unico controricorrente o uno dei controricorrenti (anche in caso di tardiva costituzione) depositi copia analogica della decisione stessa ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale notificatogli D.Lgs. n. 82 del 2005, ex art. 23, comma 2. Invece, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità, il ricorrente ha l’onere di depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio nell’ipotesi in cui l’unico destinatario della notificazione del ricorso rimanga soltanto intimato (oppure tali rimangano alcuni o anche uno solo tra i molteplici destinatari della notifica del ricorso) oppure comunque il/i controricorrente/i disconosca/no la conformità all’originale della copia analogica non autenticata della decisione tempestivamente depositata;

I medesimi principi si applicano all’ipotesi di tempestivo deposito della copia della relata della notificazione telematica della decisione impugnata - e del corrispondente messaggio PEC con annesse ricevute - senza attestazione di conformità del difensore L. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa;

Il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica, di copia analogica della decisione impugnata redatta in formato elettronico e firmata digitalmente (e necessariamente inserita nel fascicolo informatico) senza attestazione di conformità del difensore D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, ex art. 16-bis, comma 9-bis, convertito dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221 oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non comporta l’applicazione della sanzione dell’improcedibilità ove l’unico controricorrente o uno dei controricorrenti (anche in caso di tardiva costituzione) depositi copia analogica della decisione stessa ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale della decisione stessa. Mentre se alcune o tutte le controparti rimangono intimate o comunque depositino controricorso ma disconoscano la conformità all’originale della copia analogica non autenticata della decisione tempestivamente depositata il ricorrente, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità, ha l’onere di depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica della decisione impugnata sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio;

Il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica, di copia analogica della decisione impugnata sottoscritta con firma autografa ed inserita nel fascicolo informatico senza attestazione di conformità del difensore L. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1ter, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non comporta l’applicazione della sanzione dell’improcedibilità ove l’unico controricorrente o uno dei controricorrenti (anche in caso di tardiva costituzione) depositi copia analogica della decisione stessa ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale della decisione stessa. Mentre se alcune o tutte le controparti rimangono intimate o comunque depositino controricorso ma disconoscano la conformità all’originale della copia analogica non autenticata della decisione tempestivamente depositata il ricorrente, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità, ha l’onere di depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica della decisione impugnata sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio;

La comunicazione a mezzo PEC a cura della cancelleria del testo integrale della decisione (e non del solo avviso del relativo deposito), consente di verificare d’ufficio la tempestività dell’impugnazione, mentre per quanto riguarda l’autenticità del provvedimento si possono applicare i suindicati principi, sempre che ci si trovi in "ambiente digitale". (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 25 marzo 2019, n.8312.




Violazione deontologica: non basta la contestazione del nomen juris o della rubrica della ritenuta infrazione

Codice deontologico forense - Natura - Fonti normative integrative del precetto legislativo - Configurabilità - Fondamento - Conseguenze in tema di contestazione dell'illecito disciplinare - Enunciazione del comportamento integrante la violazione deontologica - Necessità - Rilevanza del "nomen juris" dell'incolpazione - Esclusione - Conseguente attività valutativa del giudice disciplinare - Individuazione

Le previsioni del codice deontologico forense hanno natura di fonte meramente integrativa dei precetti normativi e possono ispirarsi legittimamente a concetti diffusi e generalmente compresi dalla collettività. Ne consegue che, al fine di garantire l'esercizio del diritto di difesa all'interno del procedimento disciplinare che venga intrapreso a carico di un iscritto al relativo albo forense è necessario che all'incolpato venga contestato il comportamento ascritto come integrante la violazione deontologica e non già il "nomen juris" o la rubrica della ritenuta infrazione, essendo libero il giudice disciplinare di individuare l'esatta configurazione della violazione tanto in clausole generali, quanto in diverse norme deontologiche o anche di ravvisare un fatto disciplinarmente rilevante in condotte atipiche non previste da dette norme. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 25 marzo 2019, n.8313.




Vendita di immobili: valido il contratto a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo menzionato

Compravendita di immobili – Conformità urbanistica – Nullità testuale

La nullità comminata dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, e dalla L. n. 47 del 1985, artt. 17 e 40, va ricondotta nell'ambito dell'art. 1418 c.c., comma 3, di cui costituisce una specifica declinazione, e deve qualificarsi come nullità "testuale", con tale espressione dovendo intendersi, in stretta adesione al dato normativo, un'unica fattispecie di nullità che colpisce gli atti tra vivi ad effetti reali elencati nelle norme che la prevedono, volta a sanzionare la mancata inclusione in detti atti degli estremi del titolo abilitativo dell'immobile, titolo che, tuttavia, deve esistere realmente e deve esser riferibile, proprio, a quell'immobile.

In presenza nell'atto della dichiarazione dell'alienante degli estremi del titolo urbanistico, reale e riferibile all'immobile, il contratto è valido a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo menzionato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 22 marzo 2019, n.8230.




Responsabilità disciplinare dei magistrati e limiti del sindacato della Corte di cassazione

Disciplina della magistratura - Procedimento disciplinare - In genere - Sindacato delle Sezioni Unite della Corte di cassazione sulle decisioni della Sezione disciplinare del CSM - Contenuto - Conseguenze - Fattispecie

In tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, il sindacato della Corte di cassazione sulle decisioni della Sezione disciplinare del CSM è limitato al controllo della congruità, adeguatezza e logicità della motivazione, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata e l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti indicati dal ricorrente come maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa rispetto a quelli adottati dal giudice del merito, perché è estraneo al sindacato di legittimità il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai dati processuali, pur dopo la modifica dell'art. 606, comma 1, lett. e), c.p.p. introdotta dalla l. n. 46 del 2006. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza disciplinare che, in sede di giudizio di rinvio, aveva respinto l'istanza di revoca o modifica della misura cautelare del trasferimento d'ufficio per assenza di elementi di novità del fatto sul quale tale richiesta si fondava, costituito da una sentenza penale di assoluzione per condotte che il giudice disciplinare aveva ritenuto, con motivazione congrua, logica e sufficiente, di portata più ristretta rispetto a quelle oggetto di incolpazione disciplinare). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 marzo 2019, n.7691.




La pendenza del processo penale relativo agli stessi fatti non determina la necessaria sospensione del procedimento disciplinare

Sospensione del procedimento disciplinare fino alla definizione di quello penale per i medesimi fatti - Esclusione - Fondamento - Fattispecie

In materia di procedimento disciplinare a carico di magistrati, la pendenza di un processo penale relativo agli stessi fatti non determina la necessaria sospensione del procedimento disciplinare in attesa della definizione del giudizio penale, atteso che, nelle due ipotesi, i criteri di accertamento della responsabilità sono diversi in ragione della diversità del bene tutelato. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto legittimo il rigetto, da parte del giudice disciplinare, dell'istanza di sospensione presentata da un magistrato che, per la mancata astensione in un procedimento civile che coinvolgeva un prossimo congiunto, era stato incolpato in ambito disciplinare ex art. 2, comma 1, lett. c), del d. lgs. n. 109 del 2006 e, in ambito penale, per abuso d'ufficio ex art. 323 c.p.). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 11 marzo 2019, n.6962.




Contratto di locazione: legittima la clausola che attribuisca al conduttore l’obbligo di farsi carico di ogni tassa, imposta ed onere

Clausola obbligante il conduttore a farsi carico di ogni tassa, imposta ed onere relativi ai beni locati - Validità - Condizioni

La clausola del contratto di locazione che attribuisca al conduttore l’obbligo di farsi carico di ogni tassa, imposta ed onere relativi ai beni locati ed al contratto, tenendone conseguentemente manlevato il locatore, non è affetta da nullità per violazione di norme imperative, ne' in particolare per violazione del precetto costituzionale dettato dall’art. 53 della Costituzione, qualora essa sia stata prevista dalle parti come componente integrante la misura del canone locativo e non implichi che il tributo debba essere pagato da un soggetto diverso dal contribuente, trattandosi in tal caso di pattuizione da ritenersi in via generale consentita in mancanza di una specifica diversa disposizione di legge. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 marzo 2019, n.6882.




Validità della clausola del contratto di locazione di immobile ad uso non abitativo che preveda il rimborso delle imposte discendenti dal contratto

Contratto di locazione – Imposte – Capacità contributiva – Patti traslativi d’imposta

E’ lecita la clausola del contratto di locazione di immobile ad uso non abitativo in cui è previsto il rimborso delle imposte discendenti dal contratto a vantaggio della parte obbligata dalla legge a sostenerle, purché sia quest’ultima ad adempiere all’obbligo fiscale e i relativi adempimenti. (1) (Luca Mongiello) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 marzo 2019, n.6882.




Giurisdizione per le domande risarcitorie per responsabilità contrattuale proposte da un consumatore nei confronti di istituto bancario estero che abbia operato in Italia

Giurisdizione - Domande risarcitorie per responsabilità contrattuale proposte da un consumatore nei confronti di istituto bancario

Le condizioni da valutarsi ai fini della giurisdizione anche secondo le disposizioni della Convenzione di Lugano del 30 ottobre 2007 (ratificata dall'Unione europea con decisione del Consiglio del 27/11/2008 ed entrata in vigore, nei rapporti con la Confederazione elvetica, il dì 01/01/2011) sono quelle al momento dell'instaurazione della domanda e non quelle al momento della conclusione del contratto per cui è causa; in ogni caso, ai sensi del primo paragrafo dell'articolo 15 e del primo paragrafo dell'articolo 16 di detta Convenzione, sussiste la giurisdizione del giudice italiano sulle domande risarcitorie per responsabilità contrattuale proposte da un consumatore nei confronti di un soggetto, quale un istituto bancario, che abbia svolto o svolga o abbia diretto o diriga in Italia, anche per il tramite di altri soggetti prospettati come mandatari o sostenendole con l'attività di società strettamente collegate, attività professionali cui si riconducano i contratti per cui è causa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 marzo 2019, n.6280.




Notifica della sentenza: gli effetti si producono anche per il notificante dalla data in cui la notifica viene eseguita al destinatario

Notificazione della sentenza - Decorrenza del termine breve per il notificante - Momento rilevante - Dalla data di esecuzione della notifica nei confronti del destinatario

In tema di notificazione della sentenza ai sensi dell'art. 326 c.p.c., il termine breve di impugnazione di cui al precedente art. 325, decorre, anche per il notificante, dalla data in cui la notifica viene eseguita nei confronti del destinatario, in quanto gli effetti del procedimento notificatorio, quale la decorrenza del termine predetto, vanno unitariamente ricollegati al suo perfezionamento e, proprio perchè interni al rapporto processuale, sono necessariamente comuni ai soggetti che ne sono parti. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 marzo 2019, n.6278.




Appropriazione dell’importo di un assegno emesso in favore del proprio cliente

Avvocato e procuratore - Giudizi disciplinari - Appropriazione dell’importo di un assegno emesso in favore del proprio cliente dalla parte soccombente in giudizio - Omessa informazione dell’esito del giudizio e mancata restituzione delle somme di pertinenza del cliente - Violazione deontologica continuata - Configurabilità - Conseguenze in tema di prescrizione

L'avvocato che si appropri dell'importo dell'assegno emesso a favore del proprio assistito dalla controparte soccombente in un giudizio civile, omettendo di informare il cliente dell'esito del processo che lo aveva visto vittorioso e di restituirgli le somme di sua pertinenza, pone in essere una condotta connotata dalla continuità della violazione deontologica, destinata a protrarsi fino alla messa a disposizione del cliente delle somme di sua spettanza, sicché, ove tale comportamento persista fino alla decisione del Consiglio dell'ordine, non decorre la prescrizione di cui all'art. 51 del r.d.l. n. 1578 del 1933. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 21 febbraio 2019, n.5200.




Magistrato sottoposto a procedimento penale e sospensione dalle funzioni

Disciplina della magistratura - Procedimento disciplinare - In genere - Magistrato sottoposto a procedimento penale per delitto non colposo - Sospensione cautelare facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio - Presupposti - Gravità dei fatti ascritti in sede penale - Valutazione -  Necessità - Pericolo di reiterazione della condotta illecita - Irrilevanza - Fattispecie

La sospensione cautelare facoltativa, prevista dall'art. 22 del d.lgs. n. 109 del 2006 per il caso del magistrato sottoposto a procedimento penale per delitto non colposo punibile, anche in via alternativa, con pena detentiva, impone al giudice disciplinare di valutare la gravità dei fatti ascritti in sede penale, tenendo conto del titolo dei delitti e di tutte le circostanze del caso concreto ai fini del giudizio circa l'esistenza di una lesione del prestigio e della credibilità dell'incolpato tale da non essere compatibile con l'esercizio delle funzioni, mentre nessun rilievo assume la valutazione del pericolo di reiterazione delle contestate condotte illecite. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato la decisione del giudice disciplinare che, pur avendo riconosciuto la gravità dei fatti addebitati ad un G.I.P. cui era stato contestato il reato di rivelazione di segreto d'ufficio, aveva rigettato la richiesta di sospensione cautelare facoltativa dell'incolpato in ragione della ritenuta assenza del rischio di reiterazione delle condotte contestate, per essere stato il magistrato trasferito ad altro tribunale ed allontanato, quindi, dal contesto ambientale nel quale quelle condotte erano maturate). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 febbraio 2019, n.4882.




La Cassazione sul rimedio dell’overruling

Prospective overruling - Applicabilità - Consolidata giurisprudenza di legittimità - Necessità - Indirizzi della giurisprudenza di merito - Invocabilità - Esclusione

Prospective overruling - Nuovo indirizzo giurisprudenziale ampliativo di facoltà e poteri processuali - Invocabilità - Esclusione

Il rimedio dell’overruling è riconoscibile solo in presenza di stabili approdi interpretativi del giudice di legittimità, eventualmente a Sezioni Unite, se connotati dai “caratteri della costanza e ripetizione”, mentre non può essere invocato sulla base di alcune pronunce della giurisprudenza di merito, le quali non sono idonee ad integrare un “diritto vivente” (Corte cost. n. 78 del 2012).

L’istituto del “prospective overruling” è utilmente invocabile dalla parte che abbia tenuto una condotta processuale ossequiosa delle forme e dei termini previsti dalla legge processuale, come interpretata dall’indirizzo interpretativo del giudice di legittimità dominante al momento del compimento dell’atto, al fine di evitare le conseguenze processuali negative (decadenze, inammissibilità, improponibilità) cui sarebbe esposta se dovesse soggiacere al sopravvenuto e imprevedibile indirizzo interpretativo di legittimità, mentre non è invocabile nell’ipotesi in cui il nuovo orientamento di legittimità sia ampliativo di facoltà e poteri processuali che la parte non abbia esercitato per un’erronea interpretazione delle norme processuali in senso autolimitativo, non indotta dalla giurisprudenza di legittimità.
Cassazione Sez. Un. Civili, 12 febbraio 2019, n.4135.




Causa non imputabile per errori di diritto nell’interpretazione della legge processuale (omessa impugnazione del lodo)

Errori di diritto nell'interpretazione della legge processuale - Rimessione in termini per causa non imputabile - Esclusione

La rimessione in termini per causa non imputabile, in entrambe le formulazioni che si sono succedute (artt. 184 bis e 153 c.p.c.), non è invocabile in caso di errori di diritto nell’interpretazione della legge processuale, pur se determinati da difficoltà interpretative di norme nuove o di complessa decifrazione, in quanto imputabili a scelte difensive rivelatesi sbagliate, come quella di non impugnare il lodo per errori di diritto, in presenza di convenzione arbitrale anteriore alla riforma del d.lgs. n. 40 del 2006. Cassazione Sez. Un. Civili, 12 febbraio 2019, n.4135.




Ingiunzione di pagamento europeo: chiarita dalle SSUU la disciplina della prosecuzione

Regolamento europeo n. 1896 del 2006 (IPE) - Ingiunzione di pagamento europea - Opposizione - Procedimento

In materia di ingiunzione di pagamento europea, di cui al Regolamento CE n. 1869/2006, l’opposizione deve avvenire secondo le regole della proceduta civile ordinaria di diritto interno italiano atteso che essa si risolve in una mera manifestazione di contestazione generica della sua fondatezza – l’opposizione all'IPE è atto immotivato - e non può, dunque, in alcun modo essere assimilata all'opposizione al decreto ingiuntivo di diritto italiano. Il giudice italiano che ha emesso l'IPE, una volta proposta l'opposizione deve limitarsi ad adottare un provvedimento con cui, essendo pendente un procedimento dinanzi al suo ufficio, dispone che esso prosegua secondo le regole di ordinaria procedura civile.Ne segue che il giudice italiano che ha emesso l'IPE deve limitarsi, unitamente all'avviso al creditore della proposizione dell'opposizione all'IPE, ad invitare il creditore ad esercitare l'azione secondo quella che sarà suo onere individuare come procedura civile ordinaria di tutela della situazione giuridica soggettiva posta a fondamento dell'IPE (in base alla controversia: il rito ordinario di cui agli artt. 163 e segg. cod. proc. cv. e quello del lavoro).

In tema di ingiunzione europea ai sensi del Regolamento CE n. 1896 del 2006, qualora l'ingiunzione emessa dal giudice italiano venga opposta dal debitore ingiunto a norma dell'art. 16 del Regolamento ed il creditore abbia chiesto all'atto della domanda di emissione dell'ingiunzione europea oppure prima della sua emissione che il processo, per il caso di opposizione, prosegua secondo la disciplina della procedura civile ordinaria, si deve ritenere che, nella situazione di mancato esercizio da parte dello Stato Italiano del potere di dettare una disciplina delle modalità della prosecuzione, quest'ultima sia regolata direttamente dalle disposizioni emergenti dall'art. 17, del Regolamento ed al lume del Considerando 24 di esso, con la conseguenza che la regola per la prosecuzione si rinviene reputando spettante al giudice italiano che emise l'ingiunzione, all'atto della comunicazione al creditore della proposizione dell'opposizione ai sensi del paragrafo 3 dell'art. 17, il potere di fissare un termine al medesimo creditore invitandolo ad introdurre la tutela secondo la disciplina processuale civile ordinaria secondo la forma che egli individuerà in base alla disciplina processuale italiana ed in relazione alla natura della situazione giuridica creditoria azionata con la domanda ingiuntiva, restando escluso il potere del giudice di procedere a tale individuazione".
"L'inosservanza del termine sarà regolata dal secondo inciso dell'art. 307 c.p.c., comma 3, e produrrà l'estinzione del giudizio".
"Per effetto della prosecuzione del giudizio con la forma di introduzione dell'azione individuata dal creditore, la litispendenza resterà ricollegata alla proposizione, cioè al deposito, della domanda di ingiunzione Europea". (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 31 gennaio 2019, n.2840.




Revoca del mandato: obblighi informativi nei confronti del cliente

Revoca del mandato - Obblighi informativi nei confronti del cliente - Sussistenza - Fondamento - Fattispecie

I doveri di informazione e di comunicazione dell'avvocato nei confronti della persona già assistita persistono sia nell'ipotesi di rinuncia che di revoca del mandato, anche se il codice deontologico della professione forense disciplina solo la prima fattispecie, atteso che la revoca del mandato costituisce, al pari della rinuncia, una soluzione di continuità nell'assistenza tecnica e, pertanto, deve ritenersi fonte dei medesimi obblighi necessari al fine di non pregiudicare la difesa dell'assistito. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sanzione dell'ammonimento irrogata dal C.N.F. ad un avvocato che aveva omesso di comunicare al cliente la propria rinuncia al mandato ed il rinvio di udienza, precludendogli una più opportuna difesa a mezzo di memoria istruttoria con eventuale nuovo difensore). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 gennaio 2019, n.2755.




Avvocati: giudizi disciplinari e indipendenza del Consiglio

Avvocati – Consiglio nazionale forense – Giudizi disciplinari – Natura giurisdizionale – Coesistenza con funzioni amministrative – Idoneità ad incidere sull’indipendenza del Consiglio – Esclusione – Fondamento

In tema di giudizi disciplinari innanzi al Consiglio nazionale forense, i quali hanno natura giurisdizionale, in quanto si svolgono dinanzi ad un giudice speciale istituito dall'art. 21 del d.lgs. lt. n. 382 del 1944 (tuttora operante, giusta la previsione della VI disposizione transitoria della Costituzione), la spettanza al Consiglio - in attesa della costituzione, al suo interno, di un'apposita sezione disciplinare ex art. 61, comma 1, della l. n. 247 del 2012 - di funzioni amministrative accanto a quelle propriamente giurisdizionali, non ne menoma l'indipendenza quale organo giudicante, atteso che non è la mera coesistenza delle due funzioni ad incidere sull'autonomia ed imparzialità di quest'ultimo né, tantomeno, sulla natura giurisdizionale dei suoi poteri, quanto, piuttosto, il fatto che quelle amministrative siano affidate all'organo giurisdizionale in una posizione gerarchicamente subordinata, essendo in tale ipotesi (non riscontrabile nella specie) immanente il rischio che il potere dell'organo superiore indirettamente si estenda anche alle funzioni giurisdizionali. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 gennaio 2019, n.2084.




Azione di risarcimento dei danni contro il gestore idrico: riparto della giurisdizione

Domanda di condanna al risarcimento dei danni del gestore unico del servizio idrico integrato fondata sull’inadempimento contrattuale consistente nella fornitura di acqua potabile priva dei requisiti di legge – Domanda proposta in uno a quella di declaratoria di spettanza del canone in misura dimezzata per tutto il periodo di tale fornitura, nonché sulla domanda di garanzia dispiegata dalla convenuta nei confronti, tra gli altri, della Regione Lazio – Giurisdizione

Giurisdizione – Deroga per ragioni di connessione – Esclusione

Ai fini del riparto di giurisdizione in materia di servizi pubblici - siano essi dati o meno in concessione - occorre distinguere tra la sfera attinente all’organizzazione del servizio e quella attinente, invece, ai rapporti di utenza, sicché, in ipotesi di azione risarcitoria proposta nei confronti dell’ente gestore del servizio energetico e/o proprietario della rete, se il danno lamentato dall’utente è il riflesso dell’organizzazione del servizio stesso, la giurisdizione appartiene al giudice amministrativo (ai sensi delle lettere "c" ed "o" dell’art. 133, comma 1, del d.lgs. 2 luglio 2010 n. 104), mentre sussiste la giurisdizione del giudice ordinario se non si controverte dell’esercizio o del mancato esercizio del potere amministrativo o, comunque, di comportamenti anche mediatamente riconducibili all’esercizio di tale potere, posti in essere da pubbliche amministrazioni o da soggetti ad essi equiparati, e l’utente proponga l’azione risarcitoria con riferimento ai danni derivanti dal cattivo funzionamento dell’erogazione e chieda la condanna del convenuto a provvedere alla soluzione tecnica dell’inconveniente. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Alla giurisdizione non può derogarsi per ragioni di connessione (ex multis: Cass. Civ., Sez. Un. n. 3508 del 2003; n. 7447 del 2008; n. 9358 del 2007). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 19 dicembre 2018, n.32780.




Giurisdizione del giudice ordinario sull’impugnazione del provvedimento del questore di diniego del permesso di soggiorno per motivi umanitari

Permesso per motivi umanitari – Diniego – Impugnazione – Giurisdizione – Giudice ordinario – Sussiste

Sussiste la giurisdizione del giudice ordinario sull’impugnazione del provvedimento del questore di diniego del permesso di soggiorno per motivi umanitari, richiesto ex art. 5, 6 comma, del d.lgs. n. 286 del 1998, in quanto al questore non è più attribuita alcuna discrezionalità valutativa in ordine all’adozione dei provvedimenti riguardanti i permessi umanitari. E ciò in base alla considerazione che la situazione giuridica soggettiva dello straniero ha natura di diritto soggettivo, da annoverarsi tra i diritti umani fondamentali garantiti dagli art. 2 cost. e 3 della convenzione Europea dei diritti dell’uomo, e, pertanto, non degradabile ad interesse legittimo per effetto di valutazioni discrezionali affidate al potere amministrativo: all’autorità amministrativa è richiesto soltanto l’accertamento dei presupposti di fatto legittimanti la protezione umanitaria, nell’esercizio di una mera discrezionalità tecnica, poiché il bilanciamento degli interessi e delle situazioni costituzionalmente tutelate è riservato al legislatore. Alle medesime conclusioni si deve pervenire anche con riguardo alla speciale forma di permesso di soggiorno introdotta nel nostro ordinamento dal d.lgs. 16 luglio 2012, n. 109, che ha attuato la direttiva n. 2009/52/CE sulle norme minime relative a sanzioni e provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (in termini, Cass., ord. 27 aprile 2018, n. 10291). La misura colma una lacuna normativa in materia di lavoro irregolare dello straniero in Italia e si connota per la sua vocazione premiale, giacché si applica in favore del cittadino straniero che, trovandosi in una situazione di particolare sfruttamento lavorativo, abbia presentato denuncia contro il proprio datore di lavoro e cooperi nel procedimento penale instaurato a suo carico. Significativa conferma della devoluzione al giudice ordinario delle controversie in questione emerge poi dall’art. 1, 3 co., lett. a), del d.l. 4 ottobre 2018, n. 113, che le attribuisce alla cognizione delle sezioni specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, istituite presso i tribunali ordinari del luogo dove hanno sede le Corti d’appello dal d.l. 17 febbraio 2017, n. 13, convertito dalla legge 13 aprile 2017, n. 46. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Massima Ufficiale - "In tema d’immigrazione, l’opposizione avverso il diniego del questore al rilascio del permesso di soggiorno previsto dall’art. 22, comma 12-quater, del d.lgs. n. 286 del 1998 in favore del cittadino straniero vittima di sfruttamento lavorativo appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario, che procederà con cognizione piena a verificare la sussistenza dei relativi presupposti, atteso che il parere dal procuratore della Repubblica, cui è condizionato il rilascio del permesso da parte del questore, costituisce esercizio di discrezionalità tecnica ed esaurisce la propria rilevanza all’interno del procedimento amministrativo, non vincolando l’autorità giurisdizionale".
Cassazione Sez. Un. Civili, 19 dicembre 2018, n.32774.





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