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Fidejussione - In genere (nozione, caratteri, distinzioni) - Contratto autonomo di garanzia (Garantievertrag) - Oggetto - Causa concreta - Differenze rispetto al contratto di fideiussione - Fattispecie.

Il contratto autonomo di garanzia (cd. Garantievertrag), espressione dell'autonomia negoziale ex art. 1322 cod. civ., ha la funzione di tenere indenne il creditore dalle conseguenze del mancato adempimento della prestazione gravante sul debitore principale, che può riguardare anche un fare infungibile (qual è l'obbligazione dell'appaltatore), contrariamente al contratto del fideiussore, il quale garantisce l'adempimento della medesima obbligazione principale altrui (attesa l'identità tra prestazione del debitore principale e prestazione dovuta dal garante); inoltre, la causa concreta del contratto autonomo è quella di trasferire da un soggetto ad un altro il rischio economico connesso alla mancata esecuzione di una prestazione contrattuale, sia essa dipesa da inadempimento colpevole oppure no, mentre con la fideiussione, nella quale solamente ricorre l'elemento dell'accessorietà, è tutelato l'interesse all'esatto adempimento della medesima prestazione principale. Ne deriva che, mentre il fideiussore è un "vicario" del debitore, l'obbligazione del garante autonomo si pone in via del tutto autonoma rispetto all'obbligo primario di prestazione, essendo qualitativamente diversa da quella garantita, perché non necessariamente sovrapponibile ad essa e non rivolta all'adempimento del debito principale, bensì ad indennizzare il creditore insoddisfatto mediante il tempestivo versamento di una somma di denaro predeterminata, sostitutiva della mancata o inesatta prestazione del debitore. (Fattispecie in tema di polizza fideiussoria a garanzia del committente di un appalto di opera pubblica). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 febbraio 2010, n.3947.




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Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Rinunzia al ricorso - In genere - Atto di rinuncia non notificato alle parti costituite - Mancanza del visto degli avvocati delle controparti - Idoneità a determinare l'estinzione del processo - Esclusione - Inammissibilità del ricorso - Sussistenza.

A norma dell'art. 390, ultimo comma, cod. proc. civ., l'atto di rinuncia al ricorso per cassazione deve essere notificato alle parti costituite o comunicato agli avvocati delle stesse, che vi appongono il visto; ne consegue che, in difetto di tali requisiti, l'atto di rinuncia non è idoneo a determinare l'estinzione del processo, ma, poiché è indicativo del venir meno dell'interesse al ricorso, ne determina comunque l'inammissibilità. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 febbraio 2010, n.3876.




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Fidejussione - In genere (nozione, caratteri, distinzioni) - Clausola di pagamento "a prima richiesta e senza eccezioni" - Effetti - Trasformazione in contratto autonomo di garanzia - Idoneità - Fondamento.

L'inserimento in un contratto di fideiussione di una clausola di pagamento "a prima richiesta e senza eccezioni" vale di per sé a qualificare il negozio come contratto autonomo di garanzia (cd. Garantievertrag), in quanto incompatibile con il principio di accessorietà che caratterizza il contratto di fideiussione, salvo quando vi sia un'evidente discrasia rispetto all'intero contenuto della convenzione negoziale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 febbraio 2010, n.3947.




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Fidejussione - Limiti - Scadenza dell’obbligazione principale - Contratto autonomo di garanzia - Onere di tempestive iniziative nei confronti del debitore principale ex art. 1957 cod. civ. - Inapplicabilità - Fondamento.

Al contratto autonomo di garanzia, in difetto di diversa previsione da parte dei contraenti, non si applica la norma dell'art. 1957 cod. civ., sull'onere del creditore garantito di far valere tempestivamente le sue ragioni nei confronti del debitore principale, poiché tale disposizione, collegata al carattere accessorio dell'obbligazione fideiussoria, instaura un collegamento necessario e ineludibile tra la scadenza dell'obbligazione di garanzia e quella dell'obbligazione principale, e come tale rientra tra quelle su cui si fonda l'accessorietà del vincolo fideiussorio, per ciò solo inapplicabile ad un'obbligazione di garanzia autonoma. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 febbraio 2010, n. 3947.




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Tributi (in generale) - Accertamento tributario - Concordato tributario (adesione del contribuente all’accertamento) - In genere - Istanza di accertamento per adesione ex art. 6 d.lgs n. 218 del 1998 - Mancata convocazione del contribuente da parte dell'Ufficio - Conseguenze - Nullità del procedimento di accertamento - Esclusione - Fondamento.

In tema di accertamento con adesione, la mancata convocazione del contribuente, a seguito della presentazione dell'istanza ex art. 6 del d.lgs. 16 giugno 1997, n. 218, non comporta la nullità del procedimento di accertamento adottato dagli Uffici, non essendo tale sanzione prevista dalla legge. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 febbraio 2010, n.3676.




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Giurisdizione civile - Straniero (giurisdizione sullo) - Domicilio o residenza - Separazione personale dei coniugi - Cittadini di diversi Stati membri dell'UE - Giurisdizione - Criterio di collegamento - Art. 3 del Regolamento CE n. 2201 del 2003 - Residenza abituale dell'attore - Applicabilità - Fondamento.
Famiglia - Matrimonio - Separazione personale dei coniugi - In genere - Separazione personale dei coniugi - Cittadini di diversi Stati membri dell'UE - Giurisdizione - Criterio di collegamento - Art. 3 del Regolamento CE n. 2201 del 2003 - Residenza abituale dell'attore - Applicabilità - Fondamento.

Il giudizio di separazione personale tra coniugi, cittadini di due diversi Stati membri dell'Unione Europea, può essere validamente instaurato nella residenza abituale della parte attrice, così come previsto nell'art. 3, n. 1, lett. a), del Regolamento CE n. 2201 del 2003, anche se la domanda non sia proposta congiuntamente da entrambi i coniugi, in quanto tale criterio di collegamento è previsto in via alternativa sia in caso di domanda congiunta sia in caso di domanda proposta da una sola parte, in presenza (come nella specie) di una durata almeno annuale della residenza abituale dell'attore prima della proposizione della domanda. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 febbraio 2010, n.3680.




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Tributi (in generale) - Condono fiscale - Art. 12 della legge n. 289 del 2002 - Cartelle esattoriali per la riscossione dell'IVA - Definizione agevolata - Contrasto con la VI direttiva n. 77/388/CEE - Disapplicazione - Fondamento - Sentenza della Corte di Giustizia CE 17 luglio 2008, in causa C 132/06.

In tema di condono fiscale, l'art. 12 della legge n. 289 del 2002, nella parte in cui consente di definire una cartella esattoriale con il pagamento del 25% dell'importo iscritto a ruolo, comporta una rinuncia definitiva dell'Amministrazione alla riscossione di un credito già definitivamente accertato, e va pertanto disapplicato, limitatamente ai crediti per IVA, per contrasto con la VI direttiva n. 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977, alla stregua di un'interpretazione adeguatrice imposta dalla sentenza della Corte di Giustizia CE 17 luglio 2008, in causa C-132/06, con cui, in esito ad una procedura di infrazione promossa dalla Commissione Europea, è stata dichiarata l'incompatibilità con il diritto comunitario (in particolare con gli artt. 2 e 22 della VI direttiva cit.) degli artt. 8 e 9 della medesima legge, nella parte in cui prevedono la condonabilità dell'IVA alle condizioni ivi indicate. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 febbraio 2010, n.3674.




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Giurisdizione civile - Straniero (giurisdizione sullo) - Domicilio o residenza - Separazione personale - Coniugi cittadini di diversi Stati membri dell'UE - Giurisdizione - Art. 3 del Regolamento CE n. 2201 del 2003 - Criteri di collegamento - Residenza abituale - Nozione comunitaria - Rilievo dell'effettività.
Famiglia - Matrimonio - Separazione personale dei coniugi - In genere - Separazione personale - Coniugi cittadini di diversi Stati membri dell'UE - Giurisdizione - Art. 3 del Regolamento CE n. 2201 del 2003 - Criteri di collegamento - Residenza abituale - Nozione comunitaria - Rilievo dell'effettività.


Ai fini della corretta individuazione della giurisdizione in un giudizio di separazione personale tra coniugi, cittadini di diversi Stati membri dell'Unione Europea, secondo i criteri stabiliti dall'art. 3 del Regolamento CEe n. 2201 del 2003, per "residenza abituale" della parte ricorrente deve intendersi il luogo in cui l'interessato abbia fissato con carattere di stabilità il centro permanente ed abituale dei propri interessi e relazioni, sulla base di una valutazione sostanziale e non meramente formale ed anagrafica, essendo rilevante, sulla base del diritto comunitario, ai fini dell'identificazione della residenza effettiva, il luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale ed eventualmente lavorativa alla data di proposizione della domanda. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 febbraio 2010, n.3680.




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Tributi (in generale) - Condono fiscale - Art. 16 della legge n. 289 del 2002 - Chiusura delle liti fiscali pendenti - Rinuncia all'accertamento dell'imposta - Configurabilità - Esclusione - Conseguenze in tema di IVA - Sentenza della Corte di Giustizia CE 17 luglio 2008, in causa C 132/06 - Contrasto con la VI direttiva n. 77/388/CEE - Configurabilità - Esclusione - Fattispecie in tema di sospensione dei termini per le impugnazioni.

In tema di condono fiscale, l'art. 16 della legge n. 289 del 2002, nella parte in cui prevede la definizione delle liti pendenti e le relative condizioni, nonché la sospensione dei termini di impugnazione, non comporta una rinuncia dell'Amministrazione all'accertamento dell'imposta (già effettuato e contestato nella sua legittimità), bensì la definizione di una lite in corso con il contribuente, in funzione della riduzione del contenzioso in atto, secondo parametri rapportati allo stato della lite al momento della domanda di definizione, garantendo la riscossione di un credito tributario incerto, sulla base di un trattamento paritario tra i contribuenti. Esso, pertanto, nella parte in cui si riferisce alle controversie in materia di IVA, non può essere disapplicato per contrasto con la VI direttiva n. 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977, neppure a seguito della sentenza della Corte di Giustizia CE del 17 luglio 2008, in causa C-132/06, con la quale, in esito ad una procedura di infrazione promossa dalla Commissione Europea, è stata dichiarata l'incompatibilità con il diritto comunitario (in particolare con gli artt. 2 e 22 della VI direttiva cit.) degli artt. 8 e 9 della medesima legge, nella parte in cui prevedono la condonabilità dell'IVA alle condizioni ivi indicate, dovendo tale pronuncia essere interpretata restrittivamente. (In applicazione del principio, la S.C. ha respinto l'eccezione di inammissibilità, per tardività, del ricorso per cassazione dell'Ufficio delle entrate, che aveva beneficiato della sospensione dei termini di impugnazione prevista dall'art. 16 cit., eccezione avanzata sul presupposto che l'articolo in questione avrebbe dovuto essere disapplicato "in toto", a seguito della sentenza della Corte di Giustizia). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 febbraio 2010, n.3676.




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Società - Di capitali - Società a responsabilità limitata - Organi sociali - In genere - Socio amministratore, anche unico, di società a responsabilità limitata - Svolgimento di attività non riconducibile esclusivamente alla carica sociale - Tutela assicurativa - Doppia iscrizione (alla gestione separata e alla gestione degli esercenti attività commerciali) - Esclusione - Unicità di iscrizione - Sussistenza.

Previdenza (assicurazioni sociali) - Contributi assicurativi - Soggetti obbligati - In genere - Socio amministratore, anche unico, di società a responsabilità limitata - Svolgimento di attività non riconducibile esclusivamente alla carica sociale - Tutela assicurativa - Doppia iscrizione (alla gestione separata e alla gestione degli esercenti attività commerciali) - Esclusione - Unicità di iscrizione - Condizioni - Attività svolta personalmente e in misura prevalente - Fondamento - Fattispecie.


Al socio di una società a responsabilità limitata che eserciti attività commerciale nell'ambito della medesima e, contemporaneamente, svolga attività di amministratore, anche unico, si applica la regola dettata dall'art. 1, comma 208, della legge n. 662 del 1996, secondo la quale i soggetti che esercitano contemporaneamente, in una o più imprese commerciali, varie attività autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia e i superstiti, sono iscritti nell'assicurazione prevista per l'attività alla quale gli stessi dedicano personalmente la loro opera professionale in misura prevalente. La scelta dell'iscrizione nella gestione di cui all'art. 2, comma 26, della legge n. 335 del 1995, o nella gestione degli esercenti attività commerciali, ai sensi dell' art. 1, comma 203, della legge n. 662 del 1996, spetta all'INPS, secondo il carattere di prevalenza, e la contribuzione si commisura esclusivamente ai redditi percepiti dall'attività prevalente e con le regole vigenti nella gestione di competenza. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 febbraio 2010, n.3240.




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Cosa giudicata civile - Giudicato sulla giurisdizione - Acquiescenza della parte - Eccezione di legittimità costituzionale sulla norma relativa alla giurisdizione - Rilevanza nell'ambito del processo - Esclusione - Fondamento - Conseguenze - Rilevabilità d'ufficio della medesima questione di costituzionalità - Esclusione.

Il giudicato, anche implicito, formatosi sulla giurisdizione per effetto dell'acquiescenza della parte, che non abbia contestato la sentenza sotto tale profilo, rende del tutto irrilevante nel processo la questione di legittimità costituzionale che la stessa parte abbia sollevato con riferimento alla norma posta a fondamento della pronuncia sulla giurisdizione, non potendo l'eccezione di costituzionalità sostituire l'impugnazione, e restando altresì preclusa la possibilità per il giudice di rilevarla d'ufficio. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 11 febbraio 2010, n.3200.




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Impugnazioni civile - Impugnazioni in generale - Notificazione - Della sentenza impugnata - Alla parte personalmente - Morte del procuratore - Fase del giudizio - Dopo la precisazione delle conclusioni e prima della discussione - Notifica della sentenza - Modalità - Notifica personale alla parte rimasta priva di difensore - Termine breve per impugnazione - Decorrenza - Configurabilità - Non conoscenza dell'evento interruttivo da parte del destinatario della notifica - Rilevanza - Esclusione.
Procedimento civile - Interruzione del processo - Morte del procuratore - In genere - Morte del procuratore - Fase del giudizio - Dopo la precisazione delle conclusioni e prima della discussione - Notifica della sentenza - Modalità - Notifica personale alla parte rimasta priva di difensore - Termine breve per impugnazione - Decorrenza - Configurabilità - Non conoscenza dell'evento interruttivo da parte del destinatario della notifica - Rilevanza - Esclusione.

In caso di morte del procuratore costituito dopo l'udienza di precisazione delle conclusioni ma prima dell'udienza di discussione della causa, il termine breve per l'impugnazione decorre dalla notifica personale della sentenza alla parte rimasta priva di difensore, senza che assuma rilievo la mancata conoscenza incolpevole dell'evento interruttivo verificatosi (benché non dichiarato) ai danni della parte stessa; da un lato, invero, in questa fase processuale di transizione, la parte non può sottrarsi all'onere di informarsi circa le ragioni dell'avvenuta notifica alla sua persona e non al difensore, e, dall'altro, nessun dovere di avvisare la controparte della morte del suo difensore ricade sulla parte notificante. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 febbraio 2010, n.2714.




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Giurisdizione civile - Regolamento di giurisdizione - Procedimento in genere - Ricorso proposto da una società - Difetto di prova sui poteri del relativo rappresentante - Mancata contestazione in sede di merito - Contestazione in cassazione - Ammissibilità - Esclusione.

Anche in sede di regolamento preventivo di giurisdizione trova applicazione il principio secondo cui l'ammissibilità del ricorso per cassazione, proposto da una società, non può essere contestata, sotto il profilo della mancanza di prove circa i poteri di rappresentanza della persona che ha conferito il mandato al difensore, qualora nelle pregresse fasi di merito la medesima persona sia stata in giudizio nella qualità di rappresentante dell'ente, senza che fosse formulata al riguardo tempestiva eccezione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 febbraio 2010, n.2224.




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Sanzioni amministrative - Applicazione - Opposizione - Procedimento - In genere - Ordinanza ingiunzione - Vizi di motivazione rispetto alle deduzioni difensive in sede amministrativa - Conseguenze - Nullità - Esclusione - Applicazione - Fondamento.

Sanzioni amministrative - Applicazione - Ordinanza - Ingiunzione - In genere - Vizi di motivazione rispetto alle deduzioni difensive in sede amministrativa - Conseguenze - Nullità - Esclusione - Fondamento.

In tema di opposizione ad ordinanza ingiunzione per l'irrogazione di sanzioni amministrative - emessa in esito al ricorso facoltativo al Prefetto ai sensi dell'art. 204 del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285, ovvero a conclusione del procedimento amministrativo ex art. 18 della legge 24 novembre 1981, n. 689 - i vizi di motivazione in ordine alle difese presentate dall'interessato in sede amministrativa non comportano la nullità del provvedimento, e quindi l'insussistenza del diritto di credito derivante dalla violazione commessa, in quanto il giudizio di opposizione non ha ad oggetto l'atto, ma il rapporto, con conseguente cognizione piena del giudice, che potrà (e dovrà) valutare le deduzioni difensive proposte in sede amministrativa (eventualmente non esaminate o non motivatamente respinte), in quanto riproposte nei motivi di opposizione, decidendo su di esse con pienezza di poteri, sia che le stesse investano questioni di diritto che di fatto. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 gennaio 2010, n.1786.




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Tributi (in generale) - Accertamento tributario - Avviso di accertamento - Notifica - Esecuzione demandata al comune - Omissione o vizi dell'atto - Responsabilità del comune - Risarcimento del danno - Criteri ed onere probatorio.

In caso di responsabilità del comune nei confronti dell'amministrazione finanziaria dello Stato per tardiva notificazione di un avviso di accertamento tributario, l'esistenza e l'ammontare del danno devono ritenersi in via presuntiva commisurati all'entità della pretesa fiscale dalla quale l'amministrazione è decaduta, salvo che l'autore del danno non deduca e dimostri l'infondatezza della pretesa fiscale, ovvero la ricorrenza di impedimenti insuperabili ad un esercizio utile della stessa. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 gennaio 2010, n.1627.




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Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) – Giurisdizioni speciali (impugnabilità) - Consiglio di stato - Correzione di errore materiale - Sindacabilità quale eccesso di potere giurisdizionale - Esclusione - Fondamento - Conseguenze - Mezzi di impugnazione - Ricorso per cassazione - Inammissibilità.

La pronuncia del Consiglio di Stato che abbia provveduto alla correzione di un errore materiale, ai sensi dell'art. 93 del r.d. n. 642 del 1907, ancorché illegittima, non integra un autonomo e nuovo esercizio del potere giurisdizionale e non è pertanto impugnabile con il ricorso per cassazione, in quanto tale violazione non investe i limiti esterni delle attribuzioni giurisdizionali del Consiglio di Stato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 21 gennaio 2010, n.971.




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Giudizio civile e penale (rapporto) - Cosa giudicata penale - Autorità in altri giudizi civili o amministrativi - In genere - Efficacia extrapenale del giudicato - Art. 645 cod. proc. pen. - Condizioni - Sentenza "pronunciata a seguito di dibattimento" - Conseguenze - Sentenza resa a seguito di giudizio abbreviato - Efficacia - Esclusione.

L'art. 654 cod. proc. pen., nell'attribuire alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o assoluzione, efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo, condiziona tale efficacia all'avvenuta pronuncia della sentenza a seguito di dibattimento. Ne consegue che la sentenza pronunciata con le forme del rito abbreviato non è idonea ad esplicare i suoi effetti nei giudizi civili o amministrativi, salvo in quelli per le restituzioni o il risarcimento dei danni, dovendosi ritenere, in tali ipotesi, che la corrispondenza dell'oggetto della controversia civile nella sede penale e in quella civile o amministrativa abbia indotto il legislatore a prevedere, con le disposizioni di cui agli artt. 651, secondo comma, e 652, secondo comma, cod. proc. pen., una differente regolamentazione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 gennaio 2010, n.674.




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Esecuzione forzata - Immobiliare - Vendita - Con incanto - Ordinanza di vendita - Termine per il deposito della cauzione da parte degli offerenti - Natura perentoria - Configurabilità - Fondamento - Conseguenze - Prorogabilità - Esclusione.

Nell'ambito dell'espropriazione immobiliare, il termine che il giudice dell'esecuzione fissa nell'ordinanza di vendita con incanto, ai sensi dell'art. 576, primo comma, n. 5 cod. proc. civ. (nel testo "ratione temporis" vigente, anteriore alle modifiche introdotte dalle leggi n. n. 80 e 263 del 2005), per il deposito della cauzione da parte degli offerenti è perentorio e, pertanto, non può essere prorogato; il deposito della cauzione rappresenta infatti la modalità attraverso la quale la parte che lo esegue manifesta la volontà di essere ammessa a partecipare al procedimento di vendita, il quale, essendo informato al canone base della parità tra quanti vengono sollecitati ad offrire, postula che le condizioni fissate dal giudice nell'avviso di vendita restino inalterate. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 gennaio 2010, n.262.




Espropriazione immobiliare: il termine che il giudice fissa per il deposito della cauzione da parte degli offerenti è perentorio

Esecuzione forzata - Immobiliare - Vendita - Con incanto - Ordinanza di vendita - Termine per il deposito della cauzione da parte degli offerenti - Natura perentoria - Configurabilità - Fondamento - Conseguenze - Prorogabilità - Esclusione

Nell'ambito dell'espropriazione immobiliare, il termine che il giudice dell'esecuzione fissa nell'ordinanza di vendita con incanto, ai sensi dell'art. 576, primo comma, n. 5 cod. proc. civ. (nel testo "ratione temporis" vigente, anteriore alle modifiche introdotte dalle leggi n. n. 80 e 263 del 2005), per il deposito della cauzione da parte degli offerenti è perentorio e, pertanto, non può essere prorogato; il deposito della cauzione rappresenta infatti la modalità attraverso la quale la parte che lo esegue manifesta la volontà di essere ammessa a partecipare al procedimento di vendita, il quale, essendo informato al canone base della parità tra quanti vengono sollecitati ad offrire, postula che le condizioni fissate dal giudice nell'avviso di vendita restino inalterate. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 gennaio 2010, n.262.




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Spese giudiziali civili - Condanna alle spese - In genere - Giudizio di primo grado con pluralità di parti - Definizione nei confronti di una o più ma non di tutte - Pronuncia sulle spese - Nei confronti delle sole parti interessate dalla definizione del giudizio - Necessità - Sussistenza.

Società - Di capitali - Società per azioni - Costituzione - Modi di formazione del capitale - Delle azioni - Diritti spettanti agli azionisti - In genere - Illecito commesso da un terzo - Danno cagionato al patrimonio della società - Incidenza dello stesso sui diritti attribuiti al socio dalla partecipazione sociale - Diritto al risarcimento - Titolarità - In capo al socio - Esclusione - In capo alla società - Sussistenza - Fondamento - Fattispecie.

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Liquidazione coatta amministrativa - Liquidazione - Organi - Commissario liquidatore - In genere - Assunzione della carica e gestione dell'impresa - Legittimazione, attiva e passiva, nei giudizi riguardanti i rapporti giuridici - Sussistenza - Fondamento - Contestazione della validità del provvedimento di sottoposizione dell'impresa alla procedura concorsuale - Rilevanza - Esclusione - Limiti - Provvedimento, amministrativo o giurisdizionale, idoneo a rendere non più proseguibile la procedura - Effetti relativi - Decorrenza.

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Liquidazione coatta amministrativa - In genere - Rapporti patrimoniali - Legittimazione processuale - Spettanza - Agli organi della procedura - Eccezione - Inattività e disinteresse di detti organi - Conseguenze - Legittimazione suppletiva dei soggetti sottoposti alla procedura - Difetto delle condizioni - Rilevabilità d'ufficio - Configurabilità.

In tema di spese processuali, qualora in un processo con pluralità di parti in primo grado la causa sia stata rimessa al collegio ai sensi dell'art. 187 cod. proc. civ., per la decisione di questioni che avrebbero potuto definire il giudizio, e quest'ultimo sia stato poi effettivamente definito nei confronti soltanto di una parte o di taluna di esse, ma non di tutte, il giudice deve provvedere sulle spese in relazione alle parti per le quali il giudizio è stato definito. (massima ufficiale)

Qualora una società di capitali subisca, per effetto dell'illecito commesso da un terzo, un danno, ancorché esso possa incidere negativamente sui diritti attribuiti al socio dalla partecipazione sociale, nonché sulla consistenza di questa, il diritto al risarcimento compete solo alla società e non anche a ciascuno dei soci, in quanto l'illecito colpisce direttamente la società e il suo patrimonio, obbligando il responsabile al relativo risarcimento, mentre l'incidenza negativa sui diritti del socio, nascenti dalla partecipazione sociale, costituisce soltanto un effetto indiretto di detto pregiudizio e non conseguenza immediata e diretta dell'illecito. (Nella specie, le S.U., nell'enunciare l'anzidetto principio, hanno confermato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda con cui una società per azioni, socia di una compagnia di assicurazioni s.p.a., aveva dedotto la responsabilità della società di revisione, incaricata della certificazione del bilancio della società partecipata, per il danno patito dalla quota di partecipazione, a seguito delle condotte illecite ascritte alla società di revisione). (massima ufficiale)

Le esigenze di certezza giuridica espresse nel generale principio di conservazione degli effetti degli atti legalmente compiuti nelle procedure concorsuali, ricavabile dagli artt. 21 della legge fall. (riprodotto nell'art. 18, comma 15, del d.lgs. n. 5 del 2006), 10, comma 2 e 33 del d.lgs. n. 270 del 1999 (per l'amministrazione straordinaria) e 4 del d.l. n. 347 del 2003, conv. nella legge n. 39 del 2004, estensibile - nei limiti di compatibilità - alla liquidazione coatta amministrativa, comportano che, in relazione alla costituzione dei rapporti processuali attinenti ai soggetti sottoposti a tale procedura (nella specie, impresa di assicurazione), l'apertura della stessa - con la nomina dei suoi organi sulla base di un provvedimento formalmente idoneo e la loro immissione nel possesso e nella gestione del patrimonio - costituisce un "fatto giuridico" di per sé idoneo a radicare la legittimazione processuale, attiva e passiva, del commissario liquidatore in relazione ai rapporti giuridici che ne formano oggetto, a prescindere dalla validità intrinseca del predetto provvedimento e finché esso non venga rimosso dalla stessa amministrazione ovvero annullato, dichiarato nullo o giuridicamente inesistente con pronuncia giurisdizionale passata in giudicato che renda non più proseguibile la procedura e che avrà, dunque, effetti "ex nunc". (massima ufficiale)

A seguito dell'apertura della liquidazione coatta amministrativa - ed analogamente a quanto accade nel fallimento - sussiste, in riferimento ai rapporti patrimoniali in essa compresi, una legittimazione processuale suppletiva dei soggetti sottoposti all'anzidetta procedura, e ciò in deroga alla legittimazione esclusiva spettante di regola agli organi di quest'ultima, ma soltanto nel caso di inattività e disinteresse di detti organi; là dove, invece, gli organi della procedura si siano al riguardo attivati, detta legittimazione non sussiste e la relativa carenza può essere rilevata d'ufficio. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2009, n.27346.




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Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - Processo equo - Termine ragionevole - In genere - Equa riparazione - Legge n. 89 del 2001 - Criteri di identificazione del processo - Individuazione - Art. 6 CEDU - Processo di cognizione e di esecuzione forzata o di ottemperanza - Autonomia funzionale e strutturale - Sussistenza - Effetti - Sommatoria dei tempi occorrenti per la definizione dell'uno e dell'altro ai fini del computo della ragionevole durata - Esclusione - Termine di proponibilità della domanda di cui all'art. 4 della citata legge n. 89 del 2001 - Decorrenza - Riferimento al momento di acquisizione della definitività della decisione concernente i distinti processi (di cognizione e di esecuzione od ottemperanza) - Necessità.

In tema di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, questo va identificato, in base all'art. 6 della CEDU, sulla base delle situazioni soggettive controverse ed azionate su cui il giudice adito deve decidere, che, per effetto della suddetta norma sovranazionale, sono "diritti e obblighi", ai quali, avuto riguardo agli artt. 24, 111 e 113 Cost., devono aggiungersi gli interessi legittimi di cui sia chiesta tutela ai giudici amministrativi. Ne consegue che, in rapporto a tale criterio distintivo, il processo di cognizione e quello di esecuzione regolati dal codice di procedura civile e quello cognitivo del giudice amministrativo e il processo di ottemperanza teso a far conformare la P.A. a quanto deciso in sede cognitoria, devono considerarsi, sul piano funzionale (oltre che strutturale), tra loro autonomi, in relazione, appunto, alle situazioni soggettive differenti azionate in ciascuno di essi. Pertanto, in dipendenza di siffatta autonomia, le durate dei predetti giudizi non possono sommarsi per rilevarne una complessiva dei due processi (di cognizione, da un canto, e di esecuzione o di ottemperanza, dall'altro) e, perciò, solo dal momento delle decisioni definitive di ciascuno degli stessi, è possibile, per ognuno di tali giudizi, domandare, nel termine semestrale previsto dall'art. 4 della legge n. 89 del 2001, l'equa riparazione per violazione del citato art. 6 della CEDU, con conseguente inammissibilità delle relative istanze in caso di sua inosservanza. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2009, n.27348.




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Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - Processo equo - Termine ragionevole - In genere - Equa riparazione - Legge n. 89 del 2001 - Criteri di identificazione del processo - Individuazione - Art. 6 CEDU - Processo di cognizione e di esecuzione forzata o di ottemperanza - Autonomia funzionale e strutturale - Sussistenza - Effetti - Sommatoria dei tempi occorrenti per la definizione dell'uno e dell'altro ai fini del computo della ragionevole durata - Esclusione - Termine di proponibilità della domanda di cui all'art. 4 della citata legge n. 89 del 2001 - Decorrenza - Riferimento al momento di acquisizione della definitività della decisione concernente i distinti processi (di cognizione e di esecuzione od ottemperanza) - Necessità.

In tema di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, questo va identificato, in base all'art. 6 della CEDU, sulla base delle situazioni soggettive controverse ed azionate su cui il giudice adito deve decidere, che, per effetto della suddetta norma sovranazionale, sono "diritti e obblighi", ai quali, avuto riguardo agli artt. 24, 111 e 113 Cost., devono aggiungersi gli interessi legittimi di cui sia chiesta tutela ai giudici amministrativi. Ne consegue che, in rapporto a tale criterio distintivo, il processo di cognizione e quello di esecuzione regolati dal codice di procedura civile e quello cognitivo del giudice amministrativo e il processo di ottemperanza teso a far conformare la P.A. a quanto deciso in sede cognitoria, devono considerarsi, sul piano funzionale (oltre che strutturale), tra loro autonomi, in relazione, appunto, alle situazioni soggettive differenti azionate in ciascuno di essi. Pertanto, in dipendenza di siffatta autonomia, le durate dei predetti giudizi non possono sommarsi per rilevarne una complessiva dei due processi (di cognizione, da un canto, e di esecuzione o di ottemperanza, dall'altro) e, perciò, solo dal momento delle decisioni definitive di ciascuno degli stessi, è possibile, per ognuno di tali giudizi, domandare, nel termine semestrale previsto dall'art. 4 della legge n. 89 del 2001, l'equa riparazione per violazione del citato art. 6 della CEDU, con conseguente inammissibilità delle relative istanze in caso di sua inosservanza. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2009, n.27365.




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Strade - Agrarie - Strade vicinali - Deliberazione comunale di declassamento ad uso privato di strada vicinale ad uso pubblico - Richiesta di privati di riclassificazione della strada come vicinale - Opere conseguenti di smantellamento del relativo tracciato da parte di taluni proprietari di fondi finitimi - Omesso impedimento da parte del Comune di tali opere - Controversia promossa dai comproprietari di fondo accessibile da detta strada - Giurisdizione del giudice amministrativo - Sussistenza - Fondamento.
Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Deliberazione comunale di declassamento ad uso privato di strada vicinale ad uso pubblico - Opere conseguenti di smantellamento del relativo tracciato da parte di taluni proprietari di fondi finitimi - Omesso impedimento da parte del Comune di tali opere - Controversia relativa promossa dai comproprietari di fondo accessibile da detta strada - Giurisdizione del giudice amministrativo - Sussistenza - Fondamento.

La controversia promossa dai comproprietari di un fondo accessibile tramite una strada vicinale, nei confronti dei proprietari dei fondi finitimi e del Comune, per ottenere, previa disapplicazione della deliberazione comunale di declassamento da uso pubblico ad uso privato dell'anzidetta strada, la declaratoria della sua "natura vicinale", nonché il ripristino del relativo tracciato, in parte smantellato dai proprietari convenuti in giudizio, e, infine, l'affermazione di responsabilità del Comune per non aver impedito detto smantellamento della strada a seguito del suo declassamento, spetta alla cognizione del giudice amministrativo, giacché in essa viene in discussione non già un comportamento della P.A. "iure privatorum", bensì la legittimità, o meno, dell'esercizio del potere autoritativo della stessa P.A. nella classificazione delle strade vicinali, da ascriversi alla materia del governo del territorio e dell'urbanistica, devoluta alla giurisdizione esclusiva di detto giudice. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2009, n.27366.




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Fallimento ed altre procedure concorsuali - Liquidazione coatta amministrativa - Liquidazione - Organi - Commissario liquidatore - In genere - Assunzione della carica e gestione dell'impresa - Legittimazione, attiva e passiva, nei giudizi riguardanti i rapporti giuridici - Sussistenza - Fondamento - Contestazione della validità del provvedimento di sottoposizione dell'impresa alla procedura concorsuale - Rilevanza - Esclusione - Limiti - Provvedimento, amministrativo o giurisdizionale, idoneo a rendere non più proseguibile la procedura - Effetti relativi - Decorrenza.

Le esigenze di certezza giuridica espresse nel generale principio di conservazione degli effetti degli atti legalmente compiuti nelle procedure concorsuali, ricavabile dagli artt. 21 della legge fall. (riprodotto nell'art. 18, comma 15, del d.lgs. n. 5 del 2006), 10, comma 2 e 33 del d.lgs. n. 270 del 1999 (per l'amministrazione straordinaria) e 4 del d.l. n. 347 del 2003, conv. nella legge n. 39 del 2004, estensibile - nei limiti di compatibilità - alla liquidazione coatta amministrativa, comportano che, in relazione alla costituzione dei rapporti processuali attinenti ai soggetti sottoposti a tale procedura (nella specie, impresa di assicurazione), l'apertura della stessa - con la nomina dei suoi organi sulla base di un provvedimento formalmente idoneo e la loro immissione nel possesso e nella gestione del patrimonio - costituisce un "fatto giuridico" di per sé idoneo a radicare la legittimazione processuale, attiva e passiva, del commissario liquidatore in relazione ai rapporti giuridici che ne formano oggetto, a prescindere dalla validità intrinseca del predetto provvedimento e finché esso non venga rimosso dalla stessa amministrazione ovvero annullato, dichiarato nullo o giuridicamente inesistente con pronuncia giurisdizionale passata in giudicato che renda non più proseguibile la procedura e che avrà, dunque, effetti "ex nunc". (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 dicembre 2009, n.27346.




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Tributi erariali indiretti (riforma tributaria del 1972) - Imposta sul valore aggiunto (I.V.A.) - Determinazione dell'imposta - Detrazioni - Operazioni esenti - Art. 13, parte B, lett. c), della VI direttiva n. 77/388/CEE - Ordinanza della Corte di Giustizia CE 6 luglio 2006, in cause C 18/05 e C 155/05 - Ambito di applicazione - Rivendita di beni acquistati per le esigenze di un'attività esentata - Applicabilità - Condizioni - Acquisto di beni per l'esercizio di un'attività esente - Applicabilità - Esclusione - Conseguenze - Diritto al rimborso - Esclusione.

In tema di IVA, l'esenzione prevista dall'art. 13, parte B), lett. c), della VI direttiva n. 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977, secondo l'interpretazione fornitane dalla Corte di Giustizia CE con ordinanza del 6 luglio 2006, in cause C-18/05 e C-155/05, si applica esclusivamente alla rivendita di beni acquistati per l'esercizio di un'attività esente, ove gli stessi non abbiano formato oggetto di un diritto a detrazione, e non giustifica pertanto il rimborso dell'imposta versata per l'acquisto di beni o servizi destinati in modo esclusivo all'esercizio di un'attività esentata, ancorchè esclusi dal diritto a detrazione, non essendo il diritto al rimborso desumibile neppure dalla sentenza 25 giugno 1997, in causa C-45/95, con cui la Corte si è limitata ad accertare l'inadempimento della Repubblica Italiana agli obblighi derivanti dalla medesima disposizione, senza avallare un'interpretazione diversa da quella successivamente fornita con la predetta ordinanza. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 dicembre 2009, n.27207.




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Provvedimenti del giudice civile - Sentenza - Correzione - Sentenza di Cassazione - Richiesta di specificazione o di interpretazione della stessa - Ricorso ex art. 391 bis cod. proc. civ. - Deducibilità - Esclusione - Conseguente inammissibilità.
Impugnazioni civili - Revocazione (giudizio di) - Motivi di revocazione - Errore di fatto - Sentenza di Cassazione - Richiesta di specificazione o di interpretazione della stessa - Ricorso ex art. 391 bis cod. proc. civ. - Deducibilità - Esclusione - Conseguente inammissibilità.

L'attività di specificazione o di interpretazione di una sentenza di Cassazione (nella specie richiesta in riferimento alla liquidazione delle spese nei confronti di più parti costituite) non può essere oggetto nè del procedimento di correzione di errore materiale, nè di quello per revocazione, a norma dell'art. 391- bis cod. proc. civ., con conseguente inammissibilità del relativo ricorso. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 dicembre 2009, n.27218.




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Obbligazioni in genere - Adempimento - Parziale - Obbligazione pecuniaria nascente da un rapporto di lavoro - Frazionabilità della prestazione - Esclusione - Indebito oggettivo ex art. 2033 cod. civ. relativo ad accessori indebitamente erogati dell'indennità di buonuscita - Possibilità di rateizzazione - Applicabilità, in via analogica od estensiva, dell'art. 26 del d.P.R. n. 1032 del 1973 - Esclusione - Fondamento.

In materia di obbligazioni pecuniarie nascenti da un unico rapporto di lavoro, costituisce principio generale la regola secondo la quale la singola obbligazione va adempiuta nella sua interezza e in un'unica soluzione, dovendosi escludere che la stessa possa, anche nell'eventuale fase giudiziaria, essere frazionata dal debitore o dal creditore. Ne consegue che, ove la prestazione abbia ad oggetto la restituzione di somme indebitamente ricevute e relative all'erogazione degli accessori dell'indennità di buonuscita, sussiste l'obbligo di restituire l'indebito attraverso il pagamento in un'unica soluzione, dovendosi escludere l'applicabilità, in via estensiva od analogica, della norma di cui all'art. 26 del d.P.R. n. 1032 del 1973, secondo la quale il recupero dell'indennità di buonuscita indebitamente corrisposta avviene mediante una pluralità di trattenute sul trattamento di quiescenza, attesa la natura speciale ed eccezionale di tale disposizione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 dicembre 2009, n.26961.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Comune facente parte di un Consorzio - Obbligo del Comune di contribuire alle perdite del Consorzio - Pagamento delle somme relative al periodo successivo all'apertura della fase di liquidazione del Consorzio - Giurisdizione del giudice ordinario - Configurabilità - Fondamento.
Consorzi - Contributi consortili - Comune facente parte di un Consorzio - Obbligo del Comune di contribuire alle perdite del Consorzio - Pagamento delle somme relative al periodo successivo all'apertura della fase di liquidazione del Consorzio - Giurisdizione del giudice ordinario - Configurabilità - Fondamento.

È devoluta alla cognizione del giudice ordinario la controversia concernente l'esistenza dell'obbligo di un Comune consorziato di contribuire alle spese sostenute dal Consorzio ovvero concernente la determinazione dell'entità del contributo, con riferimento alle somme dovute per il periodo successivo all'apertura della fase di liquidazione del Consorzio medesimo, atteso che la questione, non essendo riconducibile ad un procedimento amministrativo né riguardando l'estrinsecazione di poteri autoritativi, ha ad oggetto posizioni di diritto soggettivo derivanti dalle ragioni di credito fatte valere dal Consorzio e non rientra tra quelle concernenti la formazione, conclusione ed esecuzione di un accordo tra pubbliche amministrazioni ai sensi dell'art. 15 della l. n. 241 del 1990. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 dicembre 2009, n.26972.




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Corte dei conti - Attribuzioni - Giurisdizionali - Contenzioso contabile - Giudizi di responsabilità - In genere - Art. 1, comma 174, della legge n. 266 del 2005 - Portata - Giurisdizione della Corte dei Conti sulle azioni di nullità contrattuale - Esclusione - Fondamento - Fattispecie relativa ai contratti conclusi dalla Rai Radiotelevisione Italiana S.p.a. attinenti al trattamento economico dei direttori generali.
Corte dei conti - Attribuzioni - Giurisdizionali - Contenzioso contabile - Giudizi di responsabilità - In genere - Amministratori e dipendenti della Rai Radiotelevisione italiana S.p.a. e degli enti pubblici azionisti - Nomina del direttore generale e trattamento economico del direttore generale e degli ex direttori generali - Danni cagionati alla società - Giurisdizione della Corte dei conti - Sussistenza - Condizioni - Fondamento - Rapporto con l'azione civilistica di responsabilità - Alternatività - Conseguenze.

Spetta all'autorità giudiziaria ordinaria, e non alla Corte dei Conti, la giurisdizione in ordine alla controversia avente ad oggetto la dichiarazione di nullità del contratto da cui derivi un danno erariale, esulando la relativa domanda dalla previsione dell'art. 1, comma 174, della legge n. 266 del 2005, che abilita il procuratore regionale presso la stessa Corte ad esercitare "tutte le azioni a tutela delle ragioni del creditore previste dalla procedura civile, ivi compresi i mezzi di conservazione della garanzia patrimoniale di cui al libro VI, titolo II, capo V, del codice civile". (Principio enunciato dalla S.C. con riguardo all'azione esercitata dal P.M. contabile per la dichiarazione di nullità dei contratti, conclusi dalla Rai Radiotelevisione Italiana s.p.a., attinenti al trattamento economico del direttore generale e degli ex direttori generali della stessa società). (massima ufficiale)

Spetta alla Corte dei conti la giurisdizione in tema di risarcimento del danno cagionato alla Rai Radio televisione Italiana s.p.a., da componenti del consiglio d'amministrazione e da dipendenti di tale società e degli enti pubblici azionisti, in relazione alla nomina del direttore generale e al trattamento economico dello stesso e degli ex direttori generali; la Rai, infatti, nonostante la veste di società per azioni (peraltro partecipata totalitariamente da enti pubblici), ha natura sostanziale di ente pubblico, con uno statuto assoggettato a regole legali, per cui essa è: designata direttamente dalla legge quale concessionaria dell'essenziale servizio pubblico radiotelevisivo; sottoposta a penetranti poteri di vigilanza da parte di un'apposita commissione parlamentare; destinataria di un canone d'abbonamento avente natura di imposta; compresa tra gli enti sottoposti al controllo della Corte dei Conti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria; tenuta all'osservanza delle procedure di evidenza pubblica nell'affidamento degli appalti; né l'esperibilità dell'azione di responsabilità amministrativa è ostacolata dalla possibilità di promuovere l'ordinaria azione civilistica di responsabilità, poiché la giurisdizione civile e quella contabile sono reciprocamente indipendenti nei loro profili istituzionali, sicché il rapporto tra le due azioni si pone in termini di alternatività anziché di esclusività, dando luogo a questioni non di giurisdizione ma di proponibilità della domanda. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 22 dicembre 2009, n.27092.




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Cosa giudicata civile - Giudicato sulla giurisdizione - Decisione sulla giurisdizione - Appello - Dichiarazione di inammissibilità dell'impugnazione e conferma della decisione sulla questione pregiudiziale - Conseguenze - Ricorso per cassazione per motivi inerenti alla giurisdizione - Inammissibilità.

E' inammissibile il ricorso per cassazione contro la decisione del giudice amministrativo di secondo grado (nella specie, il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Sicilia) che, pur avendo dichiarato inammissibile per tardività l'appello proposto avverso la decisione di primo grado, abbia nel contempo deciso la questione di giurisdizione in senso sfavorevole al ricorrente, sul punto confermando la sentenza del Tribunale amministrativo regionale, atteso che - per quanto in generale la decisione circa l'ammissibilità dell'atto di gravame si ponga come pregiudiziale, dal punto di vista logico-giuridico, rispetto alla questione di giurisdizione - la pronuncia di inammissibilità dell'appello, comunque, comporta il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, comprensiva della statuizione sulla giurisdizione, così precludendo ogni ulteriore doglianza su tale aspetto dinanzi alle Sezioni Unite. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 dicembre 2009, n.26967.




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Competenza civile - Regolamento di competenza - In genere - Sospensione del processo disposta dal T.A.R. - Impugnazione ex art. 42 cod. proc. civ. - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento.

Procedimento civile - Sospensione del processo - Necessaria - Sospensione del processo disposta dal T.A.R. - Impugnazione ex art. 42 cod. proc. civ. - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento.

Non può essere impugnato con istanza di regolamento di competenza, dinanzi alle Sezioni Unite della Corte di cassazione, il provvedimento di sospensione del processo disposto dal tribunale amministrativo regionale, perché l'art. 42 cod. proc. civ. fa esclusivamente riferimento ai giudizi che si svolgono davanti al giudice ordinario e non è applicabile anche ai giudizi pendenti davanti ai giudici speciali; inoltre, l'esame della eccezione d'incompetenza svolta nei giudizi davanti al tribunale amministrativo è demandato esclusivamente al Consiglio di Stato in via preventiva (art. 31 della legge n. 1034 del 1971) ovvero in sede di impugnazione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 21 dicembre 2009, n.26833.




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Previdenza (Assicurazioni sociali) - Casse di mutualità e fondi previdenziali - Fondi speciali di previdenza - Fondo volo - Liquidazione del valore capitale della pensione - Domande presentate successivamente al 1° luglio 1997 - Coefficienti di capitalizzazione - Individuazione - Tabelle allegate al d.m. 27 gennaio 1964, al d.m. 19 febbraio 1981 e al d.m. 20 febbraio 2003 - Applicabilità - Esclusione - Fondamento - Tabella allegata alla delibera del consiglio di amministrazione dell'INPS n. 302 del 4 agosto 2005 - Applicabilità - Coefficienti più favorevoli rispetto a quelli di cui al r.d. n. 1403 del 1922 - Conseguenze - Art. 2, comma 503, della legge n. 244 del 2007 - Questione di legittimità costituzionale - Manifesta infondatezza.

In tema di prestazioni per gli iscritti al Fondo speciale di previdenza per il personale di volo, dipendente da aziende di navigazione aerea, in relazione alle domande, presentate successivamente al 1° luglio 1997, di liquidazione in somma capitale di una quota della pensione, il rinvio ai "coefficienti in uso presso l'INPS", disposto dall'art. 34 della legge 13 luglio 1965, n. 859 ai fini del calcolo della predetta quota, non è riferibile alle tabelle allegate al d.m. 27 gennaio 1964, riguardanti il calcolo della riserva matematica di cui all'art. 13 della legge 12 agosto 1962, n. 1338, operante solo presso l'AGO dei lavoratori dipendenti, né quindi alle successive modifiche introdotte dal d.m. 19 febbraio 1981, la cui operatività è esclusa anche dalla natura "statica" del rinvio, riguardante i soli coefficienti all'epoca vigenti, né infine alle tabelle di cui al d.m. 20 febbraio 2003, previste dall'art. 3, comma 6, del d.lgs. 24 aprile 1997, n. 164 solo ai fini del calcolo degli oneri di ricongiunzione e riscatto, dovendo invece trovare applicazione, ai sensi dell'art. 2, comma 503, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, le tabelle allegate alla delibera del consiglio di amministrazione dell'INPS n. 302 del 4 agosto 2005, più favorevoli rispetto ai coefficienti di cui al r.d. 9 ottobre 1922, n. 1403, vigenti all'epoca dell'entrata in vigore della legge n. 865 cit. e concernenti il calcolo delle pensioni degli iscritti alle assicurazioni facoltative, con la conseguenza che è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 503, cit., nella parte in cui comporterebbe una capitalizzazione di valore inferiore a quella risultante dall'applicazione delle tabelle che opererebbero in sua assenza. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 dicembre 2009, n.22156.




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Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Giurisdizioni speciali (impugnabilità) - Consiglio di stato - Decisione del Consiglio di Stato in contrasto con propri precedenti orientamenti - Censura - "Error in iudicando" - Inammissibilità - Fondamento - Fattispecie in tema di maturazione del termine decadenziale ex art. 45 , comma 17, del d.lgs. n. 80 del 1998 e di determinazione del momento di insorgenza del rapporto processuale.

Il ricorso avverso la sentenza del Consiglio di Stato, con il quale si deduca l'erronea decisione del medesimo in quanto contrastante con gli orientamenti precedentemente assunti dal medesimo giudice, è inammissibile prospettando un "error in iudicando", estraneo al sindacato consentito alle Sezioni Unite della Corte di cassazione sulle decisioni del giudice speciale. (Nella specie, il ricorrente, con riguardo ad una controversia in materia di pubblico impiego privatizzato, lamentava che, ai fini dell'individuazione del momento dell'insorgenza del rapporto processuale, il Consiglio di Stato avesse fatto riferimento alla data del deposito del ricorso anziché a quella, ripetutamente affermata dal medesimo giudice, della notificazione, così provocando l'improcedibilità del ricorso per superamento del termine del 15 settembre 2000 previsto dall'art. 45, comma 17, del d.lgs. n. 80 del 1998). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 dicembre 2009, n.26812.




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Poste e radiotelecomunicazioni pubbliche - Servizi di telecomunicazione - Impianti e concessioni - Emittenti private - Società interamente partecipata da un Comune al fine di diffondere un programma televisivo civico e di realizzare un impianto di captazione dei segnali televisivi via etere per distribuirli via cavo - Provvedimenti comunali ed attività relative - Rimozione delle antenne sui fabbricati cittadini e diffusione via cavo dei programmi televisivi delle emittenti locali trasmettenti via etere - Controversia promossa dalle emittenti locali per il ripristino dello "status quo ante" ed il risarcimento del danno - Giurisdizione del giudice ordinario - Sussistenza - Fondamento.

La controversia promossa da emittenti radiotelevisive private, titolari di concessioni per la diffusione di programmi via etere terrestre in ambito locale, nei confronti di un Comune e (nella specie) della società da esso interamente partecipata (costituita al fine di diffondere un canale televisivo civico e di realizzare un impianto di captazione dei segnali televisivi diffusi via etere nel territorio comunale e distribuirli via cavo, così da consentire la rimozione delle antenne dai tetti dei fabbricati cittadini) risultati privi di specifica autorizzazione ministeriale per l'installazione e l'esercizio degli impianti ripetitori prevista dall'art. 30 del d.lgs. 31 luglio 2005, n. 177, per sentirli condannare alla immediata cessazione della ritrasmissione via cavo dei programmi da esse emittenti diffusi via etere, al ripristino delle antenne rimosse e al risarcimento del danno per la impossibilità di effettuare la sperimentazione del digitale terrestre a motivo della anzidetta rimozione delle antenne e per la mancata ricezione dei programmi trasmessi da esse emittenti, spetta alla giurisdizione del giudice ordinario. Infatti, la installazione e l'esercizio degli impianti ripetitori in assenza di autorizzazione ministeriale è attività vietata e sanzionata, dall'art. 52 del citato d.lgs. n. 177, con il richiamo alle disposizioni anche di carattere penale dettate dall'art. 98 del d.lgs. 1 agosto 2003, n. 259, non essendo, quindi, ipotizzabile che la gestione pubblica di un servizio si risolva nel coordinato compimento di atti costituenti illeciti, istantanei o permanenti, con l'ulteriore conseguenza che i comportamenti innanzi descritti e i provvedimenti da essi presupposti costituiscono attività soggette al rispetto del principio del "neminem laedere" e non già riconducibili all'esercizio di poteri autoritativi della P.A., e dovendo, quindi, escludersi che la relativa controversia possa spettare alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di servizi pubblici, ai sensi dell'art. 33 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80. (massima ufficiale)  Cassazione Sez. Un. Civili, 19 dicembre 2009, n.26817.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - Usi civici - Giurisdizione del Commissario regionale per la liquidazione degli usi civici - Limiti - "Qualitas soli" non costituente oggetto della decisione principale - Fattispecie relativa a bene civico sdemanializzato a seguito di autorizzazione ministeriale alla vendita.

La giurisdizione speciale dei commissari per la liquidazione degli usi civici, ai sensi dell'art. 29 della legge n. 1766 del 1927, riguardante le controversie circa l'esistenza, la natura e la estensione dei diritti di uso civico, comprese quelle nelle quali sia contestata la qualità demaniale del suolo, non sussiste allorché possa escludersi che la questione della demanialità debba essere accertata nel giudizio in via principale, avendo un d.m. autorizzato l'alienazione del bene, con conseguente sottrazione dello stesso al regime di inalienabilità ed indisponibilità di quelli gravati da uso civico. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 dicembre 2009, n.26816.




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Corte dei conti - Attribuzioni - Giurisdizionali - Contenzioso contabile - Giudizi di responsabilità - In genere - Società a partecipazione pubblica - Azione di responsabilità nei confronti degli amministratori o dei dipendenti - Giurisdizione della Corte dei conti - Configurabilità - Condizioni - Pregiudizio al valore della partecipazione - Compromissione della ragione della partecipazione - Danno arrecato direttamente all'ente pubblico titolare della partecipazione - Necessità - Conseguenze - Condotta illecita pregiudizievole per la società - Azione di risarcimento dei danni - Giurisdizione del giudice ordinario - Sussistenza.

Spetta al giudice ordinario la giurisdizione in ordine all'azione di risarcimento dei danni subiti da una società a partecipazione pubblica per effetto di condotte illecite degli amministratori o dei dipendenti (nella specie, consistenti nell'avere accettato indebite dazioni di denaro al fine di favorire determinate imprese nell'aggiudicazione e nella successiva gestione di appalti), non essendo in tal caso configurabile, avuto riguardo all'autonoma personalità giuridica della società, né un rapporto di servizio tra l'agente e l'ente pubblico titolare della partecipazione, né un danno direttamente arrecato allo Stato o ad altro ente pubblico, idonei a radicare la giurisdizione della Corte dei conti. Sussiste invece la giurisdizione di quest'ultima quando l'azione di responsabilità trovi fondamento nel comportamento di chi, quale rappresentante dell'ente partecipante o comunque titolare del potere di decidere per esso, abbia colpevolmente trascurato di esercitare i propri diritti di socio, in tal modo pregiudicando il valore della partecipazione, ovvero in comportamenti degli amministratori o dei sindaci tali da compromettere la ragione stessa della partecipazione sociale dell'ente pubblico, strumentale al perseguimento di finalità pubbliche ed implicante l'impiego di risorse pubbliche, o da arrecare direttamente pregiudizio al suo patrimonio. (Nell'affermare l'anzidetto principio, le S.U hanno altresì precisato che in quest'ultimo caso l'azione erariale concorre con l'azione civile prevista dagli artt. 2395 e 2476, sesto comma cod. civ). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 dicembre 2009, n.26806.




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Lavoro - Lavoro subordinato - Retribuzione - Determinazione - In genere - Scatti di anzianità - Beneficio delle abbreviazioni temporali di cui al r.d. n. 1971 del 1919 - Abrogazione - Nuova disciplina della progressione economica dei dipendenti pubblici - Conservazione provvisoria della disciplina delle abbreviazioni fino alla nuova regolamentazione collettiva.

Il beneficio delle abbreviazioni temporali previste dall'art. 20 del r.d. 23 ottobre 1919, n. 1971, in favore degli ex sottufficiali transitati dal servizio militare a quello civile presso l'amministrazione dello Stato, configurandosi come un beneficio economico necessariamente collegato al sistema della progressione automatica per classi e scatti di anzianità, deve ritenersi abolito per effetto della entrata in vigore della nuova disciplina della progressione economica dei dipendenti pubblici, prevista dai d.P.R. 8 maggio 1987, n. 266, 17 settembre 1987, n. 494 e 17 gennaio 1990, n. 44 che, recependo gli accordi contrattuali previsti dalla legge quadro sul pubblico impiego (legge 29 marzo 1983, n. 93), hanno configurato un nuovo sistema di progressione economica (per cui lo stipendio è determinato mediante la somma dell'ammontare annuo lordo contrattualmente stabilito per ciascuna qualifica funzionale e dell'importo della retribuzione individuale di anzianità, nella quale confluiscono gli assegni per scatti e classi di ogni dipendente sino alla data del 31 dicembre 1986), mantenendo provvisoriamente gli incrementi derivanti dalle predette abbreviazioni, per il biennio 1987/1988, sino alla definizione della regolamentazione contrattuale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 dicembre 2009, n.26642.




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Giurisdizione civile - Straniero (giurisdizione sullo) - In genere - Chiamata in garanzia dello straniero - Giurisdizione del giudice italiano - Condizioni - Giurisdizione in merito alla domanda principale - Necessità - Qualificazione della chiamata in causa come garanzia propria od impropria - Irrilevanza - Rapporto di garanzia tra chiamante e chiamato - Domanda di condanna del chiamato in favore del chiamante - Necessità.

In tema di giurisdizione nei confronti dello straniero, ai sensi dell'art. 6, n. 2, della Convenzione di Lugano, in caso di azione di garanzia, il garante può, di massima, essere citato davanti al giudice presso il quale è stata proposta la domanda principale, anche se carente di giurisdizione rispetto a tale domanda; a tal fine, mentre é ininfluente la distinzione fra garanzia propria od impropria, é invece necessario che il chiamante invochi un rapporto di garanzia nei confronti del chiamato e chieda la condanna dello stesso in suo favore. (Nella specie, avendo l'attrice chiamato in causa una società perché manlevasse la parte convenuta di quanto quest'ultima doveva pagare in favore della stessa attrice, la S.C. ha dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice italiano rispetto alla domanda proposta nei confronti della chiamata in causa, non rientrando la stessa nella previsione di cui alla norma citata). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 dicembre 2009, n.26643.




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Igiene e sanità pubblica - Servizio sanitario nazionale - Organizzazione territoriale - Unità sanitarie locali - Personale dipendente - In genere - Medici convenzionati con il servizio sanitario nazionale addetti al servizio di "continuità assistenziale" ed emergenza territoriale - Compenso aggiuntivo - Determinazione - Criteri - Rinvio alla disciplina dell'indennità di carovita - Limiti - Riferibilità a tutte le ore di attività mensilmente svolte - Esclusione - Previsione di tetto massimo di ore nella base di calcolo - Sussistenza.

Ai medici convenzionati con il servizio sanitario nazionale ed addetti al servizio di "continuità assistenziale" (già di "guardia medica") ed emergenza territoriale, ai sensi dell'art. 58, comma 4, del d.P.R. n. 484 del 1996 e degli articoli 57, comma 4 e 68, comma 4, del d.P.R. n. 270 del 2000, l'indennità denominata "compenso aggiuntivo", quale componente dei compensi fissi, spetta nell'ammontare corrispondente all'indennità di carovita (collegata alle variazioni del costo della vita e sostituita dal compenso aggiuntivo) alla data del 30 aprile 1992, con i soli incrementi previsti dalle norme istitutive del compenso medesimo, restando insensibile alle variazioni e agli aumenti dell'onorario professionale. Ne consegue che il rinvio operato da detta normativa ai fini della regolamentazione del compenso aggiuntivo alla disciplina dell'indennità di carovita dettata dall'art. 17, comma 1, lett. d), del d.P.R. n. 41 del 1991, resta limitato ai profili non direttamente regolati dalle norme introduttive del compenso aggiuntivo e concernenti le condizioni della sua attribuzione, tra le quali rientra la previsione relativa alla corresponsione del compenso per un numero massimo di ore mensili, ancorchè inferiore al numero effettivo di ore di incarico svolte. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 dicembre 2009, n.26633.




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Tributi (in generale) - Accertamento tributario - In genere (nozione) - Accertamento standardizzato mediante l'applicazione dei parametri o degli studi di settore - Accertamento in rettifica ex art. 39 del d.P.R. n. 600 del 1973 - Rapporti - Autonomia - Sussistenza - Fondamento.
Tributi (in generale) - Accertamento tributario - In genere (nozione) - Accertamento standardizzato mediante l'applicazione dei parametri o degli studi di settore - Unitarietà del sistema - Sussistenza - Progressivo affinamento degli strumenti di rilevazione della normale redditività - Conseguenze - Applicazione retroattiva dello strumento più recente - Ammissibilità.
Tributi (in generale) - Accertamento tributario - In genere (nozione) - Accertamento mediante l'applicazione degli studi di settore - Condizioni - Scostamento del reddito dichiarato rispetto agli "standards" - Requisito della grave incongruenza - Necessità - Fondamento.
Tributi (in generale) - Accertamento tributario - In genere (nozione) - Accertamento fondato su parametri e studi di settore - Natura - Sistema di presunzioni semplici - Formazione - Scostamento dagli "standards" in sé considerati - Sufficienza - Esclusione - Contraddittorio con il contribuente - Necessità - Accertamento in sede amministrativa - Oneri del contribuente e dell'Ufficio - Riparto - Giudizio tributario - Contribuente - Eccezioni formulate in sede amministrativa - Natura vincolante - Esclusione - Ampia facoltà di prova anche a mezzo di presunzioni semplici - Disponibilità - Mancata risposta all'invito al contraddittorio - Conseguenze.

La procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l'applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema unitario che non si colloca all'interno della procedura di accertamento di cui all'art. 39 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ma la affianca, essendo indipendente dall'analisi dei risultati delle scritture contabili, la cui regolarità, per i contribuenti in contabilità semplificata, non impedisce l'applicabilità dello "standard", né costituisce una valida prova contraria, laddove, per i contribuenti in contabilità ordinaria, l'irregolarità della stessa costituisce esclusivamente condizione per la legittima attivazione della procedura standardizzata. (massima ufficiale)

La procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l'applicazione dei parametri e degli studi di settore costituisce un sistema unitario, frutto di un processo di progressivo affinamento degli strumenti di rilevazione della normale redditività per categorie omogenee di contribuenti, che giustifica la prevalenza, in ogni caso, e la conseguente applicazione retroattiva dello strumento più recente rispetto a quello precedente, in quanto più affinato e, pertanto, più affidabile. (massima ufficiale)

In tema di accertamento tributario, la necessità che lo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli studi di settore testimoni una "grave incongruenza", espressamente prevista dall'art. 62-sexies del d.l. 30 agosto 1993, n. 331, aggiunto dalla legge di conversione 29 ottobre 1993, n. 427, ai fini dell'avvio della procedura finalizzata all'accertamento, deve ritenersi implicitamente confermata, nel quadro di una lettura costituzionalmente orientata al rispetto del principio della capacità contributiva, dall'art. 10, comma 1, della legge 8 maggio 1998, n. 146, il quale, pur richiamando direttamente l'art. 62-sexies cit., non contempla espressamente il requisito della gravità dello scostamento. (massima ufficiale)

La procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l'applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è "ex lege" determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli "standards" in sé considerati - meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività - ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell'accertamento, con il contribuente. In tale sede, quest'ultimo ha l'onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l'esclusione dell'impresa dall'area dei soggetti cui possono essere applicati gli "standards" o la specifica realtà dell'attività economica nel periodo di tempo in esame, mentre la motivazione dell'atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell'applicabilità in concreto dello "standard" prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente. L'esito del contraddittorio, tuttavia, non condiziona l'impugnabilità dell'accertamento, potendo il giudice tributario liberamente valutare tanto l'applicabilità degli "standards" al caso concreto, da dimostrarsi dall'ente impositore, quanto la controprova offerta dal contribuente che, al riguardo, non è vincolato alle eccezioni sollevate nella fase del procedimento amministrativo e dispone della più ampia facoltà, incluso il ricorso a presunzioni semplici, anche se non abbia risposto all'invito al contraddittorio in sede amministrativa, restando inerte. In tal caso, però, egli assume le conseguenze di questo suo comportamento, in quanto l'Ufficio può motivare l'accertamento sulla sola base dell'applicazione degli "standards", dando conto dell'impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente, nonostante il rituale invito, ed il giudice può valutare, nel quadro probatorio, la mancata risposta all'invito. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 18 dicembre 2009, n.26635.




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Comunione dei diritti reali - Condominio negli edifici - Azioni giudiziarie - In genere - Decreto ingiuntivo per la riscossione di contributi condominiali - Opposizione - Sindacato sulla validità delle relative delibere assembleari - Esclusione - Fondamento.

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per la riscossione di contributi condominiali, il giudice deve limitarsi a verificare la perdurante esistenza ed efficacia delle relative delibere assembleari, senza poter sindacare, in via incidentale, la loro validità, essendo questa riservata al giudice davanti al quale dette delibere siano state impugnate. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 dicembre 2009, n.26629.




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Corte dei conti - Attribuzioni - Giurisdizionali - Contenzioso contabile - Giudizi di responsabilità - In genere - Servizio delle pubbliche affissioni e della pubblicità - Affidamento da parte del Comune a società privata concessionaria - Domanda di risarcimento di danni per mancata riscossione dei relativi tributi - Giurisdizione della Corte dei Conti - Configurabilità - Ragioni.

Spetta alla Corte dei Conti la giurisdizione in ordine alla domanda di risarcimento dei danni avanzata da un Comune nei confronti della società concessionaria del servizio delle pubbliche affissioni e della pubblicità, per la mancata riscossione dei relativi tributi. Poiché, infatti, la gestione e la riscossione dell'imposta comunale sulla pubblicità e dei diritti sulle pubbliche affissioni ha natura di servizio pubblico e l'obbligazione, a carico della società concessionaria, di versare all'ente locale le somme a tal titolo incassate ha natura pubblicistica, il rapporto tra società ed ente si configura come rapporto di servizio, in quanto il soggetto esterno si inserisce nell'"iter" procedimentale dell'ente pubblico, come compartecipe dell'attività pubblicistica di quest'ultimo, non rilevando, in contrario, nè la natura privatistica del soggetto affidatario del servizio nè il titolo (nella specie concessione-contratto) con il quale si è costituto ed attuato il rapporto. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 dicembre 2009, n.26280.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Federazione Italiana Giuoco Calcio - Omesso controllo sul possesso dei requisiti per l'iscrizione al campionato nazionale - Domanda di risarcimento del danno - Giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo - Sussistenza - Fondamento.
Sport - Federazioni sportive - Federazione Italiana Giuoco Calcio - Omesso controllo sul possesso dei requisiti per l'iscrizione al campionato nazionale - Domanda di risarcimento del danno - Giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo - Sussistenza - Fondamento.

È devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo la domanda di risarcimento dei danni proposta da un terzo (nella specie, la curatela del fallimento di una società calcistica) nei confronti della Federazione Italiana Giuoco Calcio per la violazione degli obblighi di verifica dei bilanci delle singole società, su di essa gravanti in sede di accettazione della richiesta d'iscrizione al campionato di calcio. La violazione del dovere di controllo sulla regolarità finanziaria delle società costituisce infatti la causa mediata del danno lamentato, mentre la causa immediata è rappresentata dall'illegittima iscrizione della società fallita, che costituisce esercizio di un'attività amministrativa con contenuto autoritativo, in relazione alla quale non sono ipotizzabili diritti soggettivi. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 dicembre 2009, n.26286.




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Impugnazioni civili - Impugnazioni in generale - Legittimazione all'impugnazione - In genere - Decesso della parte vittoriosa di un grado di giudizio - Impugnazione - Nei confronti degli eredi - Necessità - Momento del decesso o ignoranza, anche incolpevole, di tale evento - Irrilevanza - Applicabilità dell'art. 291 cod. proc. civ. nel caso di impugnazione proposta nei confronti della parte deceduta - Esclusione.

L'atto di impugnazione della sentenza, nel caso di morte della parte vittoriosa, deve essere rivolto e notificato agli eredi, indipendentemente sia dal momento in cui il decesso è avvenuto, sia dalla eventuale ignoranza dell'evento, anche se incolpevole, da parte del soccombente; ove l'impugnazione sia proposta invece nei confronti del defunto, non può trovare applicazione la disciplina di cui all'art. 291 cod. proc. civ. (Principio enunciato dalla S.C. in riferimento ad un giudizio iniziato in epoca anteriore alla legge 26 novembre 1990, n. 353). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 dicembre 2009, n.26279.




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Competenza civile - Regolamento di competenza - In genere - In genere.
Giurisdizione civile - Giurisdizione in generale - Pendenza di lite davanti a giudice straniero - In genere.

  Cassazione Sez. Un. Civili, 16 dicembre 2009, n.26288.




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Tributi (in generale) - Repressione delle violazioni delle leggi finanziarie - Sanzioni civili e amministrative - Prescrizione - Sanzioni amministrative pecuniarie - Sentenza passata in giudicato - Diritto alla riscossione - Prescrizione - Termine decennale - Applicabilità - Fondamento.

Il diritto alla riscossione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste per la violazione di norme tributarie, derivante da sentenza passata in giudicato, si prescrive entro il termine di dieci anni, per diretta applicazione dell'art. 2953 cod. civ., che disciplina specificamente ed in via generale la cosiddetta "actio iudicati", mentre, se la definitività della sanzione non deriva da un provvedimento giurisdizionale irrevocabile vale il termine di prescrizione di cinque anni, previsto dall'art. 20 del d.lgs. 18 dicembre 1997 n. 472, atteso che il termine di prescrizione entro il quale deve essere fatta valere l'obbligazione tributaria principale e quella accessoria relativa alle sanzioni non può che essere di tipo unitario. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 10 dicembre 2009, n.25790.




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Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Opposizione allo stato passivo - In genere - Notificazione del ricorso e del decreto di comparizione delle parti al curatore - Termine - Natura ordinatoria - Configurabilità - Fondamento - Conseguenze in caso di violazione - Costituzione del curatore - Efficacia sanante - Sussistenza - Condizioni.

In tema di opposizione allo stato passivo fallimentare, a seguito delle sentenze della Corte costituzionale 22 aprile 1986, n. 102 e 30 aprile 1986, n. 120, con cui fu dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 98 della legge fall., nella parte in cui faceva decorrere il termine per l'opposizione dal deposito dello stato passivo in cancelleria e non prevedeva la comunicazione al curatore del decreto di fissazione dell'udienza di comparizione, al termine concesso dal giudice delegato, ai sensi del secondo comma dell'art. 98 (nel testo originario, "ratione temporis" applicabile), per la notifica al curatore del ricorso e del conseguente decreto di fissazione dell'udienza, deve attribuirsi natura ordinatoria, anche perchè finalizzato a permettere la costituzione del curatore; ne consegue che la sua inosservanza non determina l'inammissibilità dell'opposizione, restando sanata, ex art. 156 cod. proc. civ., se alla nuova udienza fissata dal giudice delegato il curatore sia comparso e abbia svolto l'attività cui la notifica del ricorso e del decreto era strumentale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 dicembre 2009, n.25494.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - Corte dei conti - Concessione per l'esercizio di una funzione amministrativa - Giurisdizione contabile e giurisdizione amministrativa esclusiva - Reciproca indipendenza - Conseguenze - Possibile interferenza - Questione di giurisdizione - Esclusione.

Corte dei conti - Attribuzioni - Giurisdizionali - Contenzioso contabile  - Giudizi di responsabilità - In genere - Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato - Gestione telematica di apparecchi di divertimento ed intrattenimento - Affidamento in concessione a società privata - Rapporto di servizio con la P.A. - Configurabilità - Conseguenze - Violazione degli obblighi di servizio - Risarcimento del danno erariale - Giurisdizione contabile della Corte dei Conti - Sussistenza.

In tema di concessione per l'esercizio di una funzione amministrativa (nella specie, concessione del servizio pubblico di attivazione e conduzione della rete per la gestione telematica del gioco lecito), la giurisdizione erariale per l'azione di risarcimento dei danni derivanti all'Amministrazione dalla violazione degli obblighi di servizio del concessionario e la giurisdizione amministrativa esclusiva per l'azione contrattuale diretta a far valere l'adempimento, ovvero le conseguenze dell'inadempimento nascenti dal rapporto concessorio, sono reciprocamente indipendenti nei loro profili istituzionali, anche quando investono il medesimo fatto materiale, e l'eventuale interferenza, che può determinarsi tra tali giudizi, pone un problema di proponibilità dell'azione di responsabilità davanti alla Corte dei conti e non una questione di giurisdizione. (massima ufficiale)

L'affidamento in concessione ad una società privata della gestione telematica di apparecchi di divertimento o intrattenimento della rete dell'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, riguardando un servizio strumentale all'esercizio di una funzione pubblica devoluta all'ente concedente, che potrebbe e dovrebbe altrimenti gestirlo in proprio, pone a carico della concessionaria una serie di adempimenti e di obblighi, inerenti all'attivazione, ai collegamenti nonché alla conduzione della rete e degli apparecchi, che, comportando l'esercizio di poteri autoritativi nei confronti dei terzi, nonché l'assunzione della veste di agente dell'amministrazione, determina l'inserimento della concessionaria nell'apparato organizzativo della P.A., dando luogo ad un rapporto di servizio idoneo a radicare l'esercizio della giurisdizione contabile di responsabilità della Corte dei conti, in riferimento alle controversie aventi ad oggetto il risarcimento del danno erariale derivante dalla violazione di obblighi previsti dalla legge e dalla concessione. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 04 dicembre 2009, n.25495.




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Pesca - Diritto di pesca - Esclusivo - Art. 23 r.d. n. 1604 del 1931 - Riconoscimento - Condizioni - Provvedimento della competente autorità - Necessità - Onere della prova a carico della parte interessata - Sussistenza - Contenuto.

A norma dell'art. 23 del r.d. 8 ottobre 1931, n. 1604 - che ha sostituito l'art. 16 della legge 24 marzo 1921, n. 312 - i diritti esclusivi di pesca sul demanio marittimo, effettivamente esercitati nel trentennio anteriore alla data del 24 marzo 1921, possono essere riconosciuti a condizione che la competente autorità amministrativa adotti un positivo e specifico provvedimento che ne attesti l'antico titolo ovvero il lunghissimo possesso; a tale scopo, la parte interessata - ove il diritto non sia stato in precedenza già riconosciuto ai sensi della normativa richiamata dal citato art. 23, secondo comma - non è tenuta soltanto a dimostrare di aver presentato la relativa domanda entro il termine del 31 dicembre 1921, ma, in applicazione dei principi di cui all'art. 2697 cod. civ., è tenuta anche a fornire la prova di aver ottenuto il provvedimento di riconoscimento, ricadendo a suo danno le conseguenze del mancato assolvimento di tale onere. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 dicembre 2009, n.25493.




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Giurisdizione civile - Principi costituzionali - Ricorso per cassazione contro decisioni dei giudici amministrativi - In genere - Giudizio di ottemperanza - Interpretazione del giudicato - Spettanza al giudice amministrativo - Conseguenze - Impugnazione - Deduzione di errori interpretativi - Motivo attinente alla giurisdizione - Configurabilità - Esclusione.
Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Giurisdizioni speciali (impugnabilità) - In genere - Giudizio di ottemperanza - Interpretazione del giudicato - Spettanza al giudice amministrativo - Conseguenze - Impugnazione - Deduzione di errori interpretativi - Motivo attinente alla giurisdizione - Configurabilità - Esclusione.

Rientra nelle attribuzioni del giudice amministrativo, in sede di ottemperanza, l'interpretazione della decisione oggetto di tale giudizio, con la conseguenza che la deduzione di eventuali errori commessi in sede interpretativa non investe i limiti esterni delle attribuzioni giurisdizionali del giudice amministrativo, a nulla rilevando l'incidenza dell'interpretazione su diritti soggettivi, se è conseguenza del fatto che oggetto del giudizio di ottemperanza sia un giudicato civile. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 02 dicembre 2009, n.25344.




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Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Procedimento - In genere - Obbligo di comunicare l'avvio del procedimento - Ricorso alla comunicazione collettiva quando i destinatari siano più di cinquanta persone - Ammissibilità - Modalità della comunicazione.
Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Procedimento - In genere - Dichiarazione di pubblica utilità dell'opera implicita nell'approvazione del progetto - Obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento - Sussistenza - Fondamento.

L'obbligo della P.A. di comunicare l'avvio del procedimento espropriativo può essere assolto, senza necessità di specifica motivazione, con ricorso alla comunicazione collettiva mediante pubblico avviso quando il numero dei destinatari sia superiore a cinquanta, dovendosi presumere in tal caso, ai sensi dell'art. 11 del d.P.R. n. 327 del 2001, che la comunicazione individuale sarebbe eccessivamente gravosa; a tal fine, deve ritenersi idoneo il riferimento ad un determinato foglio della mappa catastale, senza elencazione delle singole particelle, quando i destinatari dell'avviso sono tutti proprietari di fondi che sono rappresentati in quel foglio. (massima ufficiale)

L'obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento amministrativo, previsto dall'art. 7 della legge n. 241 del 1990, trova applicazione anche nel procedimento relativo alla dichiarazione di pubblica utilità (il quale non costituisce un subprocedimento, ma un procedimento autonomo che si conclude con un provvedimento immediatamente impugnabile) e, quindi, anche in caso di dichiarazione di pubblica utilità implicita nell'approvazione del progetto di opera pubblica, svolgendo la funzione di assicurare la partecipazione degli interessati prima dell'approvazione del progetto definitivo e, quindi, prima che diventino efficaci eventuali vincoli preordinati all'esproprio. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 02 dicembre 2009, n.25345.




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Acque - Acque pubbliche - Derivazioni e utilizzazioni (utenze) - Canoni - Sovracanoni - Concessione di piccola derivazione d'acqua per produzione di energia elettrica - Sovracanone - Presupposti - Nesso oggettivo con l'utilizzazione effettiva o potenziale della risorsa idrica - Conseguenze.

Il sovracanone per la concessione di una piccola derivazione di acqua per produzione di energia elettrica, pur basandosi sul presupposto della titolarità della concessione di derivazione, e non già sull'uso effettivo della stessa, ed essendo, quindi, dovuto indipendentemente dall'entrata in funzione degli impianti, postula, tuttavia, un nesso oggettivo con l'utilizzazione effettiva o potenziale della risorsa idrica; ne consegue che esso non é dovuto, o é dovuto in misura ridotta, qualora la derivazione risulti totalmente o parzialmente inutilizzabile per calamità naturali o comunque per cause non imputabili al concessionario. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 02 dicembre 2009, n.25341.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione in generale - Difetto di giurisdizione - Giurisdizioni speciali - Corte dei conti - Sindacato devoluto alle Sezioni Unite della Corte di cassazione - Procedimento di correzione di errore materiale del dispositivo e della motivazione della decisione - Dedotta carenza di presupposti per l'applicazione del procedimento di correzione di errore materiale - Configurabilità come difetto di giurisdizione - Esclusione - Fondamento - Fattispecie.

In tema di sindacato della Corte dei cassazione sulle sentenze emesse dalla Corte dei Conti, i vizi relativi al procedimento di correzione di errore materiale del dispositivo e della motivazione non sono deducibili con ricorso alle Sezioni unite non solo quando investano il provvedimento di correzione, alla stregua della natura non decisoria del medesimo, ma anche quando attengano alla pronuncia corretta e si deduca la carenza di presupposti per l'applicazione del procedimento di correzione di errore materiale, vertendosi in tema di errori procedurali non implicanti difetto di giurisdizione. (Nella specie, la S.C. ha dichiarato inammissibile il ricorso avverso la sentenza della Corte dei conti - che, in accoglimento dell'istanza di errore materiale, aveva corretto le conclusioni della motivazione e del dispositivo erroneamente formulate nel senso del rigetto del gravame - , ritenendo che la carenza di presupposti per la riconducibilità della fattispecie ad errore materiale e la formazione del giudicato per scadenza del termine per la revocazione della sentenza non si traducessero in un superamento dei limiti esterni della giurisdizione del giudice contabile). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 dicembre 2009, n.25260.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - Determinazione e criteri - Diritti soggettivi - Contributi e finanziamenti comunitari - Domanda di pagamento successiva all'atto di concessione - Diritto soggettivo del richiedente - Giurisdizione del giudice ordinario - Fondamento - Fattispecie in tema di aiuti P.A.C.

In tema di finanziamenti e contributi comunitari diretti agli agricoltori al fine di coordinare la politica agricola nella Comunità Europea (c.d. aiuti P.A.C.), la domanda avente ad oggetto il pagamento di un importo, già concesso e liquidato ma non ancora erogato, è assoggettata alla giurisdizione del giudice ordinario, essendo il richiedente, a seguito dell'emanazione dell'atto di concessione del finanziamento, titolare di un diritto soggettivo, mentre rimane ferma la giurisdizione del giudice amministrativo in ordine alla domanda volta ad ottenere il riconoscimento degli incentivi economici ed alla impugnativa degli atti relativi all'istruttoria amministrativa e all'emissione del provvedimento finale di concessione, essendo il richiedente titolare, in questa fase, solo di un interesse legittimo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 dicembre 2009, n.25261.




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Lavoro - Lavoro subordinato - Diritti ed obblighi del datore e del prestatore di lavoro - Subordinazione - Sanzioni disciplinari - Ricorso da parte del lavoratore colpito da sanzione disciplinare ad un collegio di conciliazione e arbitrato - Natura irrituale di tale arbitrato - Configurabilità - Conseguenze in ordine ai limiti di impugnabilità in sede giudiziaria del relativo lodo - Fattispecie.

Nell'ipotesi in cui il lavoratore (al quale il datore di lavoro abbia irrogato una sanzione disciplinare) richieda la costituzione di un collegio di conciliazione ed arbitrato - secondo quanto previsto dall'art. 7, comma sesto, della legge n. 300 del 1970 o da analoghe disposizioni della contrattazione collettiva - l'arbitrato in questione ha natura irrituale (e non già rituale). Ne consegue che la relativa decisione non è impugnabile in sede giudiziaria in ordine alle valutazioni affidate alla discrezionalità degli arbitri (quali quelle relative al materiale probatorio, ovvero alle scelte operate per comporre la controversia), ma soltanto per vizi idonei ad inficiare la determinazione degli arbitri per alterata percezione o falsa rappresentazione dei fatti, ovvero per inosservanza delle disposizioni inderogabili di legge o di contratti o accordi collettivi. (Nella specie, il lavoratore aveva dedotto la violazione dei termini del procedimento disciplinare ed il tribunale, muovendo dalla considerazione preliminare della natura irritale del lodo, aveva conseguentemente ritenuto che il lodo potesse essere impugnato solo per vizi concorrenti con la formazione e la manifestazione di volontà negoziale, con esclusione degli errori di giudizio; la S.C. ha confermato la decisione ed ha affermato il principio su esteso). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 dicembre 2009, n.25253.




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Giurisdizione civile - Regolamento di giurisdizione - Preventivo - Esperibilità - Momento preclusivo - Trattenimento della causa per la sentenza - Rilevanza - Fattispecie.

La preclusione all'esperibilità del regolamento preventivo di giurisdizione, ai sensi dell'art. 41 cod. proc. civ., per effetto di una decisione nel merito in primo grado, si verifica non dal momento della pubblicazione mediante deposito di tale decisione, ma da quello, precedente, in cui la causa viene trattenuta per la sentenza, momento che, segnando il radicamento dei poteri decisori del giudice, osta a che il regolamento medesimo possa assolvere la funzione di una sollecita definizione della questione di giurisdizione investendone in via preventiva la Suprema Corte. (Nella specie la S.C. ha dichiarato inammissibile il regolamento preventivo di giurisdizione notificato lo stesso giorno in cui il giudice di merito aveva trattenuto la causa per la decisione per decidere sull'eccezione di difetto di giurisdizione). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 dicembre 2009, n.25256.




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Edilizia popolare ed economica - Competenza e giurisdizione - Occupazione abusiva di alloggio di edilizia residenziale pubblica - Esecuzione del rilascio in via amministrativa - Azione possessoria dell'occupante - Allegazione di condizioni di diritto - Devoluzione della controversia al giudice ordinario - Fondamento.
Possesso - Azioni a difesa del possesso - Azioni possessorie - Amministrazione pubblica - Azioni contro la P.A. - Occupazione abusiva di alloggio di edilizia residenziale pubblica - Esecuzione del rilascio in via amministrativa - Azione possessoria dell'occupante - Allegazione di condizioni di diritto - Devoluzione della controversia al giudice ordinario - Fondamento.

In tema di edilizia residenziale pubblica, il potere dell'ente di gestione di apprestare unilateralmente un titolo esecutivo per il rilascio dell'alloggio occupato "sine titulo", pur escludendo che l'esecuzione del rilascio sia astrattamente configurabile come spoglio (salvo che l'autoconfezione del titolo appaia affetta da consapevole strumentalità, per conclamata assenza delle relative condizioni), non sottrae al destinatario la facoltà di contestare il carattere abusivo dell'occupazione, facendo valere condizioni di diritto a sostegno della detenzione dell'immobile. Spetta pertanto al giudice ordinario la giurisdizione in ordine all'azione possessoria proposta dall'occupante il quale alleghi di essere subentrato all'originario assegnatario, deceduto dopo aver pagato l'intero prezzo dell'immobile ma prima di poter ottenere il trasferimento della proprietà, in quanto l'iniziativa dell'ente non ha fondamento in una potestà conservativa generale e veste specifica in un atto autoritativo, ma si inserisce in un rapporto di assegnazione in atto del quale si contesta la cessazione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 25 novembre 2009, n.24764.




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Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Procedimento - Liquidazione dell'indennità - In genere - Indennità di espropriazione e di occupazione d'urgenza - Art. 5 della legge n. 94 del 1982 - Interpretazione - Cessione volontaria - Interessi legali sull'acconto - Decorrenza - Criteri.
Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Procedimento - Liquidazione dell'indennità - Accordi amichevoli - Cessione volontaria di terreno non edificabile da parte di proprietario non coltivatore diretto - Art. 12 della legge n. 865 del 1971 - Indennità - Maggiorazione nella misura del cinquanta per cento - Tetto massimo - Possibilità per le parti di concordare una maggiorazione inferiore - Sussistenza.
Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Procedimento - Liquidazione dell'indennità - Determinazione (stima) - In genere - In Genere.


In tema d'indennità di espropriazione e di occupazione d'urgenza, la disposizione di cui all'art. 5 della legge n. 94 del 1982, sostitutiva del precedente art. 23, secondo comma, della legge n. 1 del 1978, già modificata dall'art. 7 della legge n. 385 del 1980 - secondo la quale un acconto pari all'ottanta per cento di detta indennità deve essere corrisposto, entro sessanta giorni dall'immissione in possesso del suolo oggetto del procedimento espropriativo, in attesa del provvedimento autorizzativo al pagamento diretto o della stipulazione dell'atto di cessione volontaria - va interpretata nel senso che il diritto dell'espropriando all'acconto, con la decorrenza indicata, non può prescindere dall'accettazione dell'indennità provvisoria o da un atto di volontaria cessione dell'immobile; ne consegue che, in caso di cessione volontaria, gli interessi legali sulla somma di cui al predetto acconto decorrono dal sessantesimo giorno successivo alla data di piena e formale accettazione dell'indennità-prezzo della cessione, e non già dal sessantesimo giorno successivo all'immissione in possesso. (massima ufficiale)

In materia di espropriazione per pubblica utilità, qualora sia convenuta la cessione volontaria di un terreno non edificabile da parte del proprietario non coltivatore diretto, e tale cessione sia soggetta - "ratione temporis" - alla disciplina dell'art. 12 della legge 22 ottobre 1971, n. 865, la maggiorazione dell'indennità provvisoria spettante al proprietario nella misura "non superiore al cinquanta per cento" sta ad indicare il tetto massimo della maggiorazione stessa, onde deve ritenersi rimessa alla facoltà delle parti la possibilità di concordare una maggiorazione con percentuale inferiore. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 25 novembre 2009, n.24761.




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Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Ammissione al passivo - Dichiarazioni tardive - Sospensione dei termini nel periodo feriale - Applicabilità - Eccezioni - Accertamento di crediti di lavoro - Inapplicabilità - Fondamento.
Procedimento civile - Termini processuali - Sospensione - Fallimento - Dichiarazione tardiva di crediti - Sospensione dei termini nel periodo feriale - Applicabilità - Eccezioni - Accertamento di crediti di lavoro - Inapplicabilità - Fondamento.

In tema di fallimento, ai sensi del combinato disposto dell'art. 92 del r.d. 30 gennaio 1941, n. 12 e degli artt. 1 e 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742, le controversie aventi ad oggetto l'ammissione tardiva dei crediti al passivo non si sottraggono al principio della sospensione dei termini durante il periodo feriale, fatta eccezione per quelle riguardanti crediti di lavoro, le quali, pur dovendo essere trattate con il rito fallimentare, sono assoggettate al regime previsto dall'art. 3 cit., che, escludendo l'applicabilità della sospensione alle controversie previste dagli artt. 409 e ss. cod. proc. civ., fa riferimento alla natura specifica della controversia, avente ad oggetto un rapporto individuale di lavoro. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 novembre 2009, n.24665.




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Giustizia amministrativa - Esecuzione del giudicato amministrativo - In genere - Giudizio di ottemperanza - Regolamento preventivo di giurisdizione - Ammissibilità - Fondamento.
Giurisdizione civile - Regolamento di giurisdizione - Preventivo - Giudizio di ottemperanza - Regolamento preventivo di giurisdizione - Ammissibilità - Fondamento.

Nel giudizio di ottemperanza relativo ad una pronuncia del tribunale amministrativo regionale non sospesa, è ammissibile il regolamento preventivo di giurisdizione, non essendo equiparabili gli ampi poteri di cognizione dell'inadempimento della P.A. e di adozione delle statuizioni anche sostitutive dell'esercizio del potere amministrativo, spettanti in tale giudizio al giudice amministrativo, con quelli che spettano al giudice ordinario nei procedimenti di esecuzione forzata, in riferimento ai quali soltanto trova giustificazione la preclusione del ricorso ex art. 41 cod. proc. civ. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 novembre 2009, n.24673.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Personale operaio assunto dal Ministero dell'agricoltura e delle foreste ai sensi dell'art. 1 della legge n. 124 del 1985 - Devoluzione delle relative controversie alla giurisdizione del giudice ordinario - Fondamento.

Il rapporto di lavoro del personale operaio assunto dal Ministero dell'agricoltura e delle foreste, ai sensi dell'art. 1 della legge n. 124 del 1985, con contratto a tempo determinato o indeterminato, per la gestione conservativa del patrimonio della ex Azienda di Stato per le foreste demaniali, ha natura di rapporto di diritto privato, ponendosi detta normativa, come emerge dai lavori preparatori, in continuità con la disposizione di cui all'articolo unico della legge n. 205 del 1962, che prevede espressamente l'assunzione, da parte dell'amministrazione forestale, di operai con contratto di diritto privato e trovando conferma tale conclusione da una lettura sistematica della norma, la quale rinvia, in materia di assunzione e trattamento economico, alla disciplina del c.c.n.l. e alle norme sul collocamento, escludendo l'acquisizione della qualifica di "statale" all'operaio così assunto. Ne consegue che le relative controversie appartengono alla giurisdizione del giudice ordinario in quanto competente per gli ordinari rapporti di lavoro di diritto privato, senza che rilevi la qualità pubblica del soggetto datore di lavoro, né la disciplina dettata con i decreti legislativi n. 80 del 1998 e n. 165 del 2001, dettata per i rapporti di pubblico impiego privatizzato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 novembre 2009, n.24670.




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Corte dei conti - Attribuzioni - Giurisdizionali - Contenzioso contabile  - Giudizi di responsabilità - In genere - Azienda di trasporto regionale costituita come s.p.a. a capitale pubblico - Affidamento delle attività di manutenzione e riparazione di autobus a soggetto privato - Domanda di risarcimento danni per comportamenti fraudolenti commessi dal privato in concorso con soggetti interni alla s.p.a - Devoluzione alla giurisdizione della Corte dei Conti - Sussistenza.

Spetta alla Corte dei Conti la giurisdizione sulla richiesta di risarcimento avanzata nei confronti di un soggetto legato da un rapporto giuridico con un'azienda di trasporto regionale, costituita come s.p.a. a totale capitale pubblico, che svolge un servizio pubblico e le cui perdite sono destinate a risolversi in danno degli enti pubblici azionisti e quindi in danno erariale, quando si deduce, a fondamento dell'azione, che tale rapporto (Nella specie consistente nell'assunzione del servizio di manutenzione e riparazione degli autobus dell'azienda), indipendentemente dalla sua natura giuridica, ha costituito l'occasione per comportamenti fraudolenti in danno dell'ente, posti in essere dal soggetto in questione con il concorso doloso o colposo di agenti interni alla s.p.a. e con l'esercizio di poteri di fatto, tali da consentirgli di interferire sulle modalità di esecuzione di prestazioni strumentali all'attività della società a capitale pubblico e sulle procedure di liquidazione dei compensi a suo favore. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 novembre 2009, n.24672.




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Avvocato e procuratore - Giudizi disciplinari - Impugnazioni - Sospensione dell'esercizio della professione - Impugnazione dinanzi al Consiglio Nazionale Forense - Rigetto - Ricorso per cassazione - Sottoscrizione da parte dell'avvocato sospeso - Inammissibilità - Fondamento.

L'avvocato sottoposto alla sanzione disciplinare della sospensione dall'esercizio dell'attività professionale, non può sottoscrivere personalmente il ricorso per cassazione avverso la decisione con cui il Consiglio Nazionale Forense abbia rigettato l'impugnazione da lui proposta contro il provvedimento disciplinare, in quanto l'art. 66, terzo comma del r.d. 22 gennaio 1934, n. 37, prevedendo che il ricorso per cassazione avverso le decisioni del Consiglio Nazionale Forense in materia disciplinare venga sottoscritto dal ricorrente o da un suo procuratore munito di mandato speciale, non deroga alle ordinarie regole del giudizio di legittimità dettate dagli artt. 34 e 35 del r.d.l. 27 novembre 1937, n. 1578, in applicazione delle quali la difesa personale presso la Corte di Cassazione è consentita solo all'avvocato che sia in possesso del requisito di un'efficace iscrizione nell'albo di un tribunale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 novembre 2009, n.24180.




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Procedimento civile - Capacità processuale - In genere - Legittimazione processuale - Presupposti - Rappresentanza sostanziale - Necessità - Difetto - Conseguenze - Esclusione della "legitimatio ad processum" - Rilevabilità d'ufficio anche in sede di legittimità - Sussistenza - Condizioni - Fattispecie.
Procedimento civile - Capacità processuale - Autorizzazione ad agire e contraddire - Società ed altri enti - Legittimazione processuale - Conferimento - Presupposti - Rappresentanza sostanziale - Necessità - Difetto - Conseguenze - Esclusione della "legitimatio ad processum" - Rilevabilità d'ufficio anche in sede di legittimità - Sussistenza - Condizioni - Fattispecie.


In tema di rappresentanza processuale, il potere rappresentativo, con la correlativa facoltà di nomina dei difensori e conferimento di procura alla lite, può essere riconosciuto soltanto a colui che sia investito di potere rappresentativo di natura sostanziale in ordine al rapporto dedotto in giudizio, con la conseguenza che il difetto di poteri siffatti si pone come causa di esclusione anche della "legitimatio ad processum" del rappresentante, il cui accertamento, trattandosi di presupposto attinente alla regolare costituzione del rapporto processuale, può essere compiuto in ogni stato e grado del giudizio e quindi anche in sede di legittimità, con il solo limite del giudicato sul punto, e con possibilità di diretta valutazione degli atti attributivi del potere del potere rappresentativo. (Nella specie è stato dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un istituto di credito tramite un difensore munito di procura rilasciata non già dal legale rappresentante dell'istituto medesimo, ma dal funzionario responsabile del recupero crediti per due sole Regioni e delegato a compiere "la cura diretta di quanto occorre in ordine alla difesa del Banco nel primo grado di giudizio"). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 novembre 2009, n.24179.




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Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Retrocessione - Scopo di pubblica utilità - Raggiungimento con diverse modalità, imposte anche da evoluzioni normative nel frattempo intervenute - Diritto alla retrocessione - Esclusione - Posizione giuridica del privato nei confronti dell'espropriante - Natura di interesse legittimo - Conseguente giurisdizione del giudice amministrativo - Fattispecie tema di edilizia residenziale pubblica.
Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Espropriazione per pubblica utilità - Raggiungimento dello scopo con diverse modalità, imposte anche da evoluzioni normative nel frattempo intervenute - Diritto alla retrocessione - Esclusione - Posizione giuridica del privato nei confronti dell'espropriante - Natura di interesse legittimo - Conseguente giurisdizione del giudice amministrativo - Fattispecie tema di edilizia residenziale pubblica.
Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Retrocessione - Espropriazione di più immobili appartenenti a diversi proprietari - Effettiva esecuzione dell'opera pubblica - Valutazione ai fini della retrocessione - Riferimento all'intero complesso dei beni interessati - Necessità - Singoli beni non utilizzati - Retrocessione - Condizioni - Accertamento della inservibilità - Necessità - Conseguenze - Giurisdizione ordinaria - Esclusione - Fattispecie relativa all'espropriazione di aree da destinare ad edilizia residenziale pubblica.
Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Espropriazione di più immobili appartenenti a diversi proprietari - Effettiva esecuzione dell'opera pubblica - Valutazione ai fini della retrocessione - Riferimento all'intero complesso dei beni interessati - Necessità - Singoli beni non utilizzati - Retrocessione - Condizioni - Accertamento della inservibilità - Necessità - Conseguenze - Giurisdizione ordinaria - Esclusione - Fattispecie relativa all'espropriazione di aree da destinare ad edilizia residenziale pubblica.
Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Retrocessione - Art. 3 della legge reg. Sicilia n. 86 del 1981 - Terreni espropriati non utilizzati alla scadenza dei piani di zona - Obbligo di retrocessione - Previsione - Portata - Retrocessione totale e parziale - Disciplina e presupposti diversi - Rinvio agli istituti della legislazione nazionale - Configurabilità.


Il diritto alla retrocessione del fondo espropriato, il quale sorge allorché questo non venga utilizzato per gli scopi di pubblica utilità ai quali l'opera era destinata, non sussiste qualora detti scopi siano stati comunque raggiunti attraverso l'utilizzazione del fondo in base a diverse modalità, imposte anche da evoluzioni normative nel frattempo intervenute e, quindi, il provvedimento di espropriazione abbia comunque avuto esecuzione, essendo stata conseguita la pubblica utilità che ne costituisce la ragione. In tal caso, la posizione giuridica del privato nei confronti dell'espropriante non assurge al rango di diritto soggettivo, ma assume - già alla stregua delle disposizioni antecedenti all'entrata in vigore dell'art. 34 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80, come riformulato dall'art. 7 della legge 21 luglio 2000, n. 205 - natura e consistenza di interesse legittimo, tutelabile, come tale, solo innanzi al giudice amministrativo. (Fattispecie relativa all'espropriazione di aree per l'attuazione di un piano di zona ai sensi della legge 18 aprile 1962, n. 167, successivamente inserite in due programmi costruttivi per le finalità di edilizia residenziale pubblica di cui alla legge 22 ottobre 1971, n. 865). (massima ufficiale)

Nel caso di espropriazione di più immobili appartenenti a diversi proprietari o di più porzioni di immobili appartenenti al medesimo titolare, ai fini della retrocessione delle aree eventualmente rimaste inutilizzate, la valutazione dell'effettiva esecuzione dell'opera pubblica o di interesse pubblico deve essere compiuta con riferimento all'intero complesso dei beni interessati dalla dichiarazione di pubblica utilità, con la conseguenza che, quando l'opera programmata non abbia poi in concreto riguardato qualcuno di tali fondi o porzioni, ma sia stata comunque eseguita anche se in termini ridotti, la loro mancata utilizzazione non fa sorgere il diritto alla retrocessione, direttamente tutelabile avanti al giudice ordinario, vantando il proprietario della o delle aree non utilizzate un mero interesse legittimo all'accertamento dell'inservibilità dei beni, cui soltanto consegue il diritto alla restituzione. (Fattispecie relativa all'espropriazione di aree da destinare ad edilizia residenziale pubblica, in cui uno dei proprietari lamentava che i propri fondi non erano stati impiegati per la costruzione di alloggi popolari e che soltanto una modesta porzione degli stessi lo fosse stata per l'esecuzione di opere di urbanizzazione). (massima ufficiale)

In tema di espropriazione per pubblica utilità, l'art. 3 della legge reg. Sicilia 6 maggio 1981, n. 86, nella parte in cui, dopo aver stabilito il termine massimo di efficacia dei piani di zona, prevede, in caso di inutile scadenza dello stesso, l'obbligo di retrocessione per i terreni non utilizzati, senza ulteriori specificazioni, rinvia ad entrambi gli istituti della retrocessione totale e parziale previsti dagli art. 60 e segg. della legge 25 giugno 1865, n. 2359, applicabile "ratione temporis", nonché ai rispettivi presupposti, senza alcun intendimento di modificarli e men che mai di sopprimere la retrocessione parziale. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 11 novembre 2009, n.23823.




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Contratti in genere - Contratto preliminare (compromesso) - Esecuzione specifica dell'obbligo di concludere il contratto - Preliminare di compravendita - Produzione dei documenti attestanti la regolarità urbanistica dell'immobile ovvero effettuazione della dichiarazione di cui all'art. 40 legge n. 47 del 1985 - Inadempienza del promittente alienante - Conseguenze - Produzione documentale ovvero effettuazione della dichiarazione da parte del promissario acquirente - Ammissibilità - Fondamento.
Contratti in genere - Contratto preliminare (compromesso) - Esecuzione specifica dell'obbligo di concludere il contratto - Dichiarazione sostitutiva di atto notorio ex art. 40 della legge n.47 del 1985 - Condizione dell'azione - Configurabilità - Conseguenze - Mancanza della dichiarazione - Rilevabilità d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio - Sussistenza - Allegazione e produzione del documento anche nel corso del giudizio di appello e sino al momento della decisione - Configurabilità - Sussistenza.


In tema di esecuzione specifica dell'obbligo di concludere un contratto di compravendita di un immobile, nel caso in cui il promittente alienante, resosi inadempiente, si rifiuti di produrre i documenti attestanti la regolarità urbanistica dell'immobile ovvero di rendere la dichiarazione sostitutiva di atto notorio di cui all'art. 40 legge 28 febbraio 1985, n. 47, deve essere consentito al promissario acquirente di provvedere a tale produzione o di rendere detta dichiarazione al fine di ottenere la sentenza ex art. 2932 cod. civ., dovendo prevalere la tutela di quest'ultimo a fronte di un inesistente concreto interesse pubblico di lotta all'abusivismo, sussistendo di fatto la regolarità urbanistica dell'immobile oggetto del preliminare di compravendita. (massima ufficiale)

In tema di esecuzione specifica dell'obbligo di concludere un contratto di compravendita di un immobile, la sussistenza della dichiarazione sostitutiva di atto notorio, di cui all'art. 40 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, rilasciata dal proprietario o da altro avente titolo, attestante l'inizio dell'opera in data anteriore al 2 settembre 1967, non costituisce un presupposto della domanda, bensì una condizione dell'azione, che può intervenire anche in corso di causa e sino al momento della decisione della lite. Ne consegue che la carenza del relativo documento è rilevabile, anche d'ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, con l'ulteriore conseguenza che sia l'allegazione, che la documentazione della sua esistenza, si sottraggono alle preclusioni che regolano la normale attività di deduzione e produzione delle parti e possono quindi avvenire anche nel corso del giudizio di appello, purchè prima della relativa decisione. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 11 novembre 2009, n.23825.




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Corte dei conti - Attribuzioni - Giurisdizionali - Procedimento in genere - Decisioni gravami - Ricorso in cassazione - Uffici della Procura regionale e della Procura generale presso la Corte dei conti - Rapporto di processuale autonomia - Conseguenze - Impugnazione di sentenza emessa dalla Sezione giurisdizionale centrale di appello della Corte dei conti - Legittimazione del P.G. a resistere in via esclusiva - Fattispecie.



Gli uffici della Procura generale presso la Corte dei conti e quello della Procura regionale presso le sezioni giurisdizionali regionali della medesima Corte, ancorché collegati, sono processualmente autonomi e pertanto, in sede di impugnazione, dinanzi alle Sezioni Unite, di sentenza emessa dalla Sezione giurisdizionale centrale di appello, la legittimazione a resistere alla stessa compete in via esclusiva al P.G. presso la Corte dei conti, con la conseguenza che i termini processuali decorrono utilmente dalle notifiche effettuate nei suoi confronti, restando ininfluente quella effettuata al Procuratore regionale. (Nella specie, la S.C. ha dichiarato inammissibile il ricorso notificato esclusivamente al Procuratore regionale della Corte dei conti). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 novembre 2009, n.23681.




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Spese giudiziali civili - Di appello - Declaratoria in appello della giurisdizione del giudice ordinario, declinata dal giurice di primo grado, e rimessione della causa a quest'ultimo - Statuizione sulle spese - Riferimento alla soccombenza virtuale - Esclusione - Criterio della soccombenza in relazione all'unica questione dibattuta in appello - Operatività.

Il giudice d'appello che, riformando la sentenza del giudice di primo grado declinatoria della giurisdizione del giudice ordinario, dichiari la giurisdizione di quest'ultimo e rimetta le parti davanti al primo giudice, non può porre le spese del giudizio di primo grado a carico della parte risultata vittoriosa in appello sulla questione di giurisdizione, nè può, ai fini della statuizione sulle spese, deliberare, sia pure "incidenter tantum", il merito della controversia, dovendo statuire sulle spese del giudizio di primo grado non in base al principio della soccombenza virtuale, ma tenuto conto della soccombenza in relazione all'unica questione, dibattuta e decisa, della giurisdizione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 novembre 2009, n.23669.




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Elezioni - Impugnazioni e ricorsi - Competenza e giurisdizione - Contenzioso elettorale amministrativo - Controversie in tema di operazioni elettorali - Giurisdizione del giudice amministrativo - Controversie relative all'ineleggibilità, decadenza, incompatibilità - Giurisdizione del giudice ordinario - Sussistenza - Fondamento - Natura di ente pubblico economico dell'ente - Rilevanza - Esclusione - Fattispecie relativa al consiglio dei delegati di consorzio di bonifica.

In materia di contenzioso elettorale amministrativo, sono devolute al giudice amministrativo, indipendentemente dall'appartenenza dell'organo elettivo ad un ente pubblico economico, le controversie in tema di operazioni elettorali, mentre spetta al giudice ordinario la cognizione delle controversie concernenti l'ineleggibilità, la decadenza e l'incompatibilità, in quanto volte alla tutela del diritto soggettivo perfetto inerente all'elettorato passivo; nè la giurisdizione del giudice ordinario incontra limitazioni o deroghe per il caso in cui la questione di eleggibilità venga introdotta mediante impugnazione del provvedimento del consiglio sulla convalida degli eletti, o dell'atto di proclamazione o, ancora del provvedimento di decadenza, perchè anche in tale ipotesi la decisione verte non sull'annullamento dell'atto amministrativo, bensì sul diritto soggettivo perfetto inerente l'elettorato attivo o passivo. (Fattispecie relativa all'impugnazione della delibera dichiarativa della decadenza di un componente del consiglio dei delegati di un consorzio di bonifica). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 novembre 2009, n.23682.




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Riscossione delle entrate patrimoniali - In genere - Art. 57 d.P.R. n. 602 del 1973 - Inammissibilità delle opposizioni all'esecuzione e agli atti esecutivi - Ambito di applicazione - Portata - Provvedimento irrogativo di sanzioni del Garante per la Concorrenza e per il mercato - Applicabilità dell'art. 57 citato - Esclusione - Fondamento.

L'inammissibilità delle opposizioni all'esecuzione e agli atti esecutivi, sancita dall'art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973, riguarda, secondo quanto disposto dall'art. art. 29 della legge n. 46 del 1999, soltanto le entrate tributarie, per le quali la tutela giudiziaria è affidata, ai sensi dell'art. 2 del d.lgs. n. 546 del 1992, alle Commissioni tributarie. Sono, quindi, esperibili i rimedi previsti dagli artt. 615 e ss. cod. proc. civ. avverso una cartella esattoriale con cui si richiede il pagamento di sanzioni irrogate dal Garante per la concorrenza ed il mercato, in quanto si tratta di materia diversa da quelle per cui sussiste la giurisdizione del giudice tributario. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 novembre 2009, n.23667.




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Acque - Acque pubbliche - Derivazioni e utilizzazioni (utenze) - Regioni (competenza) - Canone di concessione di derivazione per uso idroelettrico - Determinazione - Potestà regionale - Configurabilità - Fondamento - Trasferimento delle funzioni ex art. 89 del d.lgs. n. 112 del 1998 - Potestà di aumento del canone anzidetto - Spettanza alle Regioni - Sussistenza - Fondamento.

Acque - Acque pubbliche - Derivazioni e utilizzazioni (utenze) - Canoni - In genere - Canone per "uso di riqualificazione di energia" - Determinazione - Assimilazione al canone per "uso igienico ed assimilati" - Configurabilità - Esclusione - Fondamento - Conseguenze - Individuazione in base alla specifica utilizzazione "energetica" - Criteri - Fattispecie.


La potestà delle Regioni di fissare la misura del canone di concessione di derivazione per uso idroelettrico si fonda sul trasferimento ad esse delle funzioni afferenti, tra l'altro, alla "determinazione dei canoni di concessione" relativi "alle derivazioni di acqua pubblica", in forza dell'art. 89, comma 1, del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112. Detta potestà ricomprende anche quella (di minore ampiezza e, dunque, in essa inclusa) di aumentare il canone di concessione, giacchè qualsiasi limitazione del potere regionale al solo momento della "determinazione" iniziale comprimerebbe il trasferimento delle funzioni relative, operato dallo Stato senza riserva alcuna. (massima ufficiale)

In tema di grandi derivazioni di acqua pubblica, il canone per l'uso di riqualificazione di energia non deve essere individuato, per via di assimilazione, in base a quello previsto per "uso igienico ed assimilati"(e, quindi, calcolato sulla base del volume dell'acqua concessa e prelevata), posto che la lett. g) dell'art. 6 del r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775, come sostituito dall'art. 1 del d.lgs. 12 luglio 1993, n. 275, prende in espressa considerazione la "grande derivazione" concessa per il menzionato scopo di riqualificazione, così da doversi escludere il ricorso alla norma di chiusura di cui alla lett. g) del comma 1 dell'art. 18 della legge 5 gennaio 1994, n. 36, la quale, nel considerare l'anzidetto uso igienico, contempla anche "tutti gli usi non previsti dalle precedenti lettere", senza che in quest'ultime si rinvenga, però, l'uso a scopo di riqualificazione, il quale non trova, comunque, alcuna attinenza, logica ed economica, con l'"uso igienico". Ne consegue che la genericità dello "scopo" (appunto, "riqualificazione di energia") impone di tener conto, ai fini della determinazione del canone, della specifica utilizzazione "energetica" delle "scorte idriche" assentite e, quindi, di determinare il canone in ragione di quella utilizzazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato, correggendone la motivazione, l'impugnata sentenza del TSAP che aveva ritenuto legittimo il regolamento della Regione Piemonte sulla "misura dei canoni regionali per l'uso di acqua pubblica", il quale prevedeva il pagamento di un canone annuo per l'uso "riqualificazione dell'energia" dell'acqua pubblica concessa all'Enel Produzione S.p.a., determinato sulla base di 0,70 euro per ogni chilowatt di potenza nominale di pompaggio). (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 06 novembre 2009, n.23548.




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Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Poteri della cassazione - In genere - In genere.

Lavoro - Lavoro subordinato - Contratto collettivo - Interpretazione- Art. 15 del contratto collettivo 1998 - 2001 del comparto Ministeri - Progressione, "per saltum", nell'ambito dell'area professionale - Ammissibilità - Fondamento - Questione di legittimità costituzionale - Manifesta infondatezza - Fattispecie.

Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Deposito di atti - In genere - Nuovo regime introdotto dal d.lgs. n. 40 del 2006 - Deposito dei contratti collettivi di diritto pubblico - Omissione - Improcedibilità del ricorso a norma dell'art. 369 cod. proc. civ. - Esclusione - Fondamento.

L'art. 15 del contratto collettivo 1998-2001 del comparto Ministeri, che disciplina i passaggi interni nell'ambito di ciascuna area professionale, non esclude la partecipazione dei dipendenti appartenenti a posizioni non immediatamente inferiori a quelle di accesso, stante l'esplicita rilevanza, ai fini della graduatoria, della posizione di provenienza e il valore meramente descrittivo del passaggio dalla posizione "C2" alla posizione "C3" nella tabella riepilogativa dei passaggi interni; inoltre, il passaggio, riferito a posizioni economiche all'interno di una medesima area, è limitato ai posti preventivamente individuati, all'esito di un percorso di riqualificazione nell'ambito di un procedimento selettivo per esami e titoli, sicché l'accesso "per saltum" previsto dalla menzionata disposizione contrattuale, condizionato agli esiti del corso e dell'esame finale e all'utile collocazione nella graduatoria di merito, non presenta profili di contrasto con i principi costituzionali, in particolare con l'art. 97 Cost., posto che non implica la progressione del personale dipendente in modo automatico e generalizzato o l'automatica valorizzazione della sola anzianità. (Nella specie, la S.C., previa affermazione della giurisdizione del giudice ordinario nella controversia concernente l'esclusione dalla partecipazione al corso di riqualificazione per il passaggio dalla posizione economica "C1" alla posizione economica "C3", indetto in attuazione dell'accordo integrativo del contratto collettivo del comparto ministeri per il quadriennio 1998/2001, sul presupposto che si trattasse di progressione all'interno della stessa area professionale, decidendo nel merito ha esaminato direttamente la menzionata disposizione contrattuale, in attuazione della quale la P.A. aveva dato corso alla procedura di riqualificazione, ed ha, pertanto, confermato la decisione della corte territoriale che aveva escluso la violazione del divieto di promozione "per saltum"). (massima ufficiale)

L'improcedibilità del ricorso per cassazione a norma dell'art. 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., non può conseguire al mancato deposito del contratto collettivo di diritto pubblico, ancorché la decisione della controversia dipenda direttamente dall'esame e dall'interpretazione delle relative clausole, atteso che, in considerazione del peculiare procedimento formativo, del regime di pubblicità, della sottoposizione a controllo contabile della compatibilità economica dei costi previsti, l'esigenza di certezza e di conoscenza da parte del giudice era già assolta, in maniera autonoma, mediante la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, ai sensi dell'art. 47, comma 8, del d.lgs. n. 165 del 2001, sì che la successiva previsione, introdotta dal d.lgs. n. 40 del 2006, deve essere riferita ai contratti collettivi di diritto comune. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2009, n.23329.




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Impiego pubblico - Concorsi in genere - In genere - Potere della P.A. di approvare la graduatoria - Finalità - Controllo della regolarità della procedura - Clausola condizionante l'assunzione alle successive determinazioni della P.A. - Inammissibilità - Esercizio del potere di autotutela per revocare ed annullare il bando - Condizioni - Esistenza di un "contrarius actus" - Assenza - Inefficacia - Conseguenze - Esercizio in carenza di potere - Nullità degli atti per difetto di forma - Disapplicazione da parte del giudice ordinario - Fattispecie.

In tema di procedure concorsuali per l'assunzione di pubblici dipendenti, il potere di approvare la graduatoria finale è attribuito alla P.A. dal bando esclusivamente in funzione del controllo della regolarità e della verifica dell'esito della procedura, dovendosi ritenere inammissibile una clausola che condizioni l'assunzione alle successive determinazioni dell'ente circa la necessità di procedere all'assunzione medesima e del tutto inefficace, in assenza di un "contrarius actus", la volontà dell'amministrazione di annullare o revocare il bando, risultando l'autotutela esercitata in carenza di potere e con atti, sotto il profilo sostanziale, affetti da nullità per difetto dell'elemento essenziale della forma e tali, quindi, da giustificare la disapplicazione da parte del giudice. (Nella specie, le S.U., nell'affermare la giurisdizione del giudice ordinario, hanno rilevato che la P.A. si era limitata a richiamare gli atti e i comportamenti anteriori all'approvazione della graduatoria, che non avevano fatto venire meno, in alcun modo, la delibera con cui era stato bandito il posto, né tale effetto poteva ricavarsi dalla successiva determinazione dirigenziale di non procedere all'assunzione, che si configurava come atto meramente ricognitivo degli effetti delle precedenti delibere e non costituiva esercizio del potere di autotutela). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2009, n.23327.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Servizio di "car valeting" in area antistante un aeroporto - Affidamento in subconcessione ad opera di società a capitale prevalentemente pubblico concessionaria dei servizi aeroportuali - Mancata adozione della procedura di evidenza pubblica - Domanda di annullamento e risarcimento del danno - Giurisdizione del giudice amministrativo - Sussistenza - Fondamento.
Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - Contratti della P.A. - In genere - Servizio di "car valeting" in area antistante un aeroporto - Affidamento in subconcessione ad opera di società a capitale prevalentemente pubblico concessionaria dei servizi aeroportuali - Mancata adozione della procedura di evidenza pubblica - Domanda di annullamento e risarcimento del danno - Giurisdizione del giudice amministrativo - Sussistenza - Fondamento.


È devoluta alla giurisdizione del giudice amministrativo, ai sensi dell'art. 244 del d.lgs. n. 163 del 2006, la controversia avente ad oggetto l'annullamento del contratto di subconcessione del servizio di "car valeting", stipulato da una società a capitale prevalentemente pubblico concessionaria di servizi aeroportuali, nonché il risarcimento del danno da perdita di "chances": la predetta società è infatti qualificabile come organismo di diritto pubblico, tenuto all'applicazione delle norme di evidenza pubblica, ai sensi dell'art. 2, lett. a), della legge n. 109 del 1994, e dell'art. 2, lett. a), del d.lgs. n. 158 del 1995, in quanto il servizio relativo al funzionamento delle aerostazioni ed all'apprestamento delle condizioni di efficienza degli aeromobili risponde ad un interesse generale della collettività, attenendo alla mobilità dei passeggeri e ponendosi come alternativo al trasporto pubblico, e da tale servizio non è scorporabile quello accessorio di custodia dei veicoli nell'area antistante l'aerostazione e l'esazione del prezzo secondo una tariffa approvata, rispetto al quale non assume rilievo l'eventuale prestazione di servizi aggiuntivi (peraltro facoltativi). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2009, n.23322.




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Impugnazioni civili - Revocazione (giudizio di) - Motivi di revocazione - In genere - In Genere.

  Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2009, n.23330.




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Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Ricorso incidentale - Condizionato - In Genere.
Sanzioni amministrative - Applicazione - Opposizione - In genere - Modifica dell'entità della sanzione ex art. 23 della legge n. 689 del 1981 - Potere del giudice - Natura - Sostituzione nel potere sanzionatorio della P.A. - Esclusione - Conseguenze - Decorrenza delle maggiorazioni dovute per il ritardo nel pagamento - Dalla data della sentenza - Esclusione - Dalla data nell'originario provvedimento amministrativo sanzionatorio - Sussistenza.


In tema di sanzioni amministrative, l'esercizio da parte del giudice del potere di modificare l'ordinanza amministrativa anche limitatamente all'entità della sanzione dovuta (previsto dall'art. 23 della legge n. 689 del 1981) non comporta la sostituzione dell'autorità giudiziaria nel potere sanzionatorio della P.A. e la conseguente emissione di un nuovo provvedimento amministrativo, bensì l'esercizio di un sindacato intrinseco circa la congruità dell'importo sanzionatorio rispetto alla fattispecie in contestazione. Ne deriva che, nel caso in cui il giudice eserciti siffatto potere, riducendo l'ammontare della sanzione irrogata, il termine iniziale al quale occorre fare riferimento per l'accertamento di un eventuale ritardo nel pagamento da parte del soggetto sanzionato e, dunque, del diritto dell'ente a conseguire le maggiorazioni previste dall'art. 27 della citata legge, è costituito dalla data di emissione del provvedimento amministrativo opposto e non dalla data in cui è diventata esecutiva la sentenza che ha deciso sull'opposizione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2009, n.23318.




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Acque - Acque pubbliche - Derivazioni e utilizzazioni (utenze) - Concessione - In genere - Concessione edilizia - Normativa della Provincia Autonoma di Bolzano di contenuto analogo a quella nazionale - Titolo di legittimazione - Criterio sostanziale e non formale - Applicabilità - Domanda di concessione per intervento sulle tubazioni per la derivazione di acque - Proprietà delle tubazioni e disponibilità dell'area - Necessità - Validità della concessione di derivazione - Rilevanza - Esclusione.

A norma dell'art. 70 della legge della Provincia Autonoma di Bolzano 11 agosto 1997, n. 13 - il cui contenuto è analogo a quello dell'art. 11 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 - la legittimazione a chiedere la concessione edilizia, dovendo essere valutata in base ad un criterio sostanziale e non meramente formale, sussiste in capo a chi abbia, in concreto, la disponibilità dell'area; ne consegue che, in materia di acque pubbliche, il titolo necessario per chiedere un intervento edilizio sulle tubazioni per la derivazione delle acque è costituito dalla proprietà delle tubazioni medesime e dalla legittima disponibilità delle aree sulle quali esse insistono, senza che assuma rilievo la validità e la persistenza della concessione di derivazione di acque. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2009, n.23317.




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Acque - Acque pubbliche - Derivazioni e utilizzazioni (utenze) - Concessione - Diritti e obblighi del concessionario - Obbligo del concedente di rilasciare l'acqua su richiesta del concedente - Mancata previsione del diritto all'indennizzo - Art. 43 del r.d. n. 1775 del 1933 - Questione di legittimità costituzionale - Manifesta infondatezza - Fondamento.

È manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 2, 3, 41, 42 e 43 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell'art. 43 del t.u. sulle acque (approvato con r. d. n. 1775 del 1933), nella parte in cui prevede che il titolare di concessione di derivazione per la produzione di energia elettrica, su richiesta del concedente e nell'interesse della collettività, debba rilasciare l'acqua senza diritto ad un indennizzo: il peculiare regime giuridico delle acque pubbliche comporta che i diritti dei privati concessionari, non sono mai qualificabili come diritti di proprietà, essendo sempre assoggettati alla condizione implicita che siano fatte salve le esigenze, anche straordinarie, della collettività, il cui diritto all'uso delle acque, sempre latente, può riespandersi in qualsiasi momento, con la conseguenza che il concessionario, consapevole di tale limite può esclusivamente richiedere un adeguamento del canone commisurato al ridotto utilizzo dell'acqua. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 novembre 2009, n.23196.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - Giurisdizione in materia tributaria - Canone per l'installazione di impianti pubblicitari (CIMP) - Relative controversie - Giurisdizione tributaria - Devoluzione - Fondamento.

Il canone per l'installazione di mezzi pubblicitari (CIMP), previsto dall'art. 62 del d.lgs. n. 446 del 1997, come ritenuto dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 141 del 2009,costituisce una mera variante dell'imposta comunale sulla pubblicità e conserva, quindi, la qualifica di tributo propria di quest'ultima, per cui le controversie aventi ad oggetto la sua debenza spettano alla giurisdizione delle commissioni tributarie. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 novembre 2009, n.23195.




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Professionisti - Ordini professionali - Elezione dei Consigli degli Ordini professionali - Controversie relative - Giurisdizione - Art. 6 del d.lgs. lgt. n. 282 del 1944 - Interpretazione estensiva - Necessità - Conseguenze - Giurisdizione dei Consigli nazionali anche sulle controversie relative alla fase preliminare alle elezioni - Sussistenza - Fondamento - Elezione di un Consiglio territoriale dell'Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, ex d.lgs. n. 139 del 2005 - Impugnazione del provvedimento di esclusione di una lista elettorale dalla relativa competizione - Giurisdizione del rispettivo Consiglio nazionale - Sussistenza - Fondamento.

In materia di contenzioso elettorale riguardante i Consigli degli Ordini professionali, l'art. 6 del d. lgs. Lgt. 23 novembre 1944, n. 282 deve essere estensivamente interpretato nel senso che ai Consigli nazionali di alcuni Ordini spetta la giurisdizione in ordine alle situazioni conflittuali riguardanti la struttura stessa degli Ordini, comprensiva anche delle controversie concernenti la fase di convocazione dell'assemblea degli iscritti per procedere alle votazioni, atteso che la materia elettorale relativa alle professioni non è stata ripartita tra più giudici, e che il legislatore ha voluto salvaguardare, con l'istituzione della giurisdizione professionale, l'autonomia dei collegi nazionali degli ordini professionali, la quale verrebbe, invece, menomata ove si accedesse ad una interpretazione restrittiva della norma sopra richiamata. Ne consegue che, in applicazione dell'art. 6 cit., la cognizione della controversia riguardante l'impugnazione del provvedimento di esclusione di una lista elettorale dalla competizione per la prima elezione di un Consiglio territoriale dell'Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (nella specie, de L'Aquila) spetta al rispettivo Consiglio Nazionale, subentrato, dall'1 gennaio 2008, al Consiglio nazionale dei dottori commercialisti per effetto del d.lgs. 28 giugno 2005, n. 139, dovendosi escludere che possa trovare applicazione al riguardo la giurisdizione del giudice amministrativo, in base all'art. 6, primo comma, della legge n. 1034 del 1971, in materia di elezione degli organi degli enti locali, posto che il Consiglio ha natura diversa da detti enti, essendo, ex art. 6, comma 3, del citato d.lgs. n. 139 del 2005, ente pubblico non economico a carattere associativo, rispondendo, inoltre, a criteri di evidente razionalità la concentrazione presso uno stesso giudice dell'intera gamma delle controversie elettorali. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 novembre 2009, n.23209.




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Tributi (in generale) - Disciplina delle agevolazioni tributarie (riforma tributaria del 1972) - Agevolazioni varie - In genere - Onlus - Obbligo di devolvere il patrimonio ai sensi dell'art. 10, comma 1, lett. f), del d.lgs. n. 460 del 1997 - Clausola statutaria - Necessità - Contenuto - Riproduzione letterale della formula normativa - Necessità - Esclusione - Valutazione di conformità da parte del giudice di merito - Spettanza.

In tema di Onlus, l'art. 10, comma 1, lettera f), del d.lgs. 4 dicembre 1997, n. 460, pur esigendo l'espressa previsione, nello statuto o nell'atto costitutivo, dell'obbligo di devolvere il patrimonio dell'organizzazione secondo le modalità ivi stabilite, non impone la pedissequa riproduzione del testo normativo, essendo sufficiente che la devoluzione del patrimonio, per il caso di scioglimento della Onlus, sia regolata in conformità allo stesso, anche mediante una diversa formulazione letterale della clausola; spetta, poi, al giudice del merito valutare la conformità della clausola statutaria alla disposizione di legge. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 novembre 2009, n.23207.




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Locazione - Disciplina delle locazioni di immobili urbani (Legge 27 luglio 1978 n. 392, cosiddetta sull'equo canone) - Immobili adibiti ad uso diverso da quello di abitazione - Indennità per la perdita dell'avviamento - Esecuzione dei provvedimenti di rilascio - Contratti già soggetti a proroga - Scadenza del periodo transitorio - Sospensione dell'esecuzione dei provvedimenti di rilascio e corresponsione ex art. 1591 cod. civ. del doppio dell'ultimo canone disposte dall'art. 7 del d.l. n. 551 del 1988 - Applicabilità anche alle ipotesi di contratti con esecuzione dei provvedimenti di rilascio già subordinata alla corresponsione dell'indennità per la perdita dell'avviamento - Esclusione - Fondamento - Effetti - Ingiustificata disparità di trattamento, rilevante ai sensi dell'art. 3 Cost., tra conduttori aventi diritto all'indennità e gli altri - Esclusione - Sovrapposizione della disciplina della sospensione "ex lege" a quella generale di cui alla legge n. 392 del 1978 - Insussistenza - Fondamento.
Locazione - Disciplina delle locazioni di immobili urbani (Legge 27 luglio 1978 n. 392, cosiddetta sull'equo canone) - Disciplina transitoria - Immobili adibiti ad uso diverso da quello di abitazione - Contratti in corso soggetti a proroga - Durata - Scadenza (obblighi del locatore - diritti del conduttore) - Indennità per avviamento commerciale - Contratti già soggetti a proroga - Scadenza del periodo transitorio - Sospensione dell'esecuzione dei provvedimenti di rilascio e corresponsione ex art. 1591 cod. civ. del doppio dell'ultimo canone disposte dall'art. 7 del d.l. n. 551 del 1988 - Applicabilità anche alle ipotesi di contratti con esecuzione dei provvedimenti di rilascio già subordinata alla corresponsione dell'indennità per la perdita dell'avviamento - Esclusione - Fondamento - Effetti - Ingiustificata disparità di trattamento, rilevante ai sensi dell'art. 3 Cost., tra conduttori aventi diritto all'indennità e gli altri - Esclusione - Sovrapposizione della disciplina della sospensione "ex lege" a quella generale di cui alla legge n. 392 del 1978 - Insussistenza - Fondamento.
Provvedimenti del giudice civile - Sentenza - Correzione - Sentenza - Dispositivo - Interlineatura del nome di uno dei componenti del collegio - Illegittimità - Esclusione - Errore materiale - Nozione - Conseguenza - Insussistenza.


Con riferimento all'art. 7 del d.l. 30 dicembre 1988, n. 551, convertito, con modificazioni, nella legge 21 febbraio 1989, n. 61 (che in relazione alle locazioni ad uso diverso dall'abitazione di cui all'art. 27 della legge n. 392 del 1978 dispone, nel primo comma, la sospensione sino al 31 dicembre 1989, dell'esecuzione dei provvedimenti di rilascio per finita locazione alla scadenza del periodo transitorio, prevedendo - inoltre - nel secondo comma, che, per il periodo di sospensione, la somma dovuta ai sensi dell'art. 1591 cod. civ. è pari all'ultimo canone corrisposto, aumentato del 100 per cento), la percezione da parte del locatore dell'aumento del canone è condizionata alla previa offerta, da parte sua ed in favore del conduttore, dell'indennità per la perdita dell'avviamento commerciale, sicchè, una volta avvenuta tale offerta, il conduttore, versando in mora nella restituzione della cosa locata, può scegliere se percepire l'indennità e restituire la cosa, così rinunciando alla sospensione legale del provvedimento di rilascio, oppure rimanere nella detenzione della cosa stessa fino alla sospensione della cessazione legale, corrispondendo al locatore il raddoppio del canone. Tale soluzione, da un lato, non determina alcuna ingiustificata disparità di trattamento, rilevante ai sensi dell'art. 3 Cost., tra conduttori aventi diritto all'indennità e quelli che non possono invocare tale tutela, versandosi in situazioni oggettivamente diverse; dall'altro, non comporta la sovrapposizione della disciplina della sospensione "ex lege" a quella generale di cui alla legge n. 392 del 1978, avendo la prima efficacia strettamente processuale. (massima ufficiale)

In tema di nullità della sentenza, l'interlineatura, nella parte dispositiva, del nome di uno dei componenti del collegio, astenutosi e sostituito da altro giudice, non comporta alcuna illegittimità della decisione (riconducibile ad una difettosa costituzione del collegio o a un contrasto tra dispositivo e motivazione) né può qualificarsi come errore materiale, posto che quest'ultimo si sostanzia in una mera svista che non incide sul contenuto concettuale della decisione, ma si concretizza in una divergenza fra l'ideazione e la sua materiale rappresentazione grafica. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 03 novembre 2009, n.23198.




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Famiglia - Matrimonio - Rapporti patrimoniali tra coniugi - Comunione legale - Amministrazione - Atti compiuti senza il necessario consenso - Annullabilità - Disciplina di annullamento dei contratti - Applicabilità - Fondamento - Conseguenze - Annullamento dell'atto - Opponibilità ai terzi acquirenti di buona fede - Esclusione - Condizioni.
Famiglia - Matrimonio - Rapporti patrimoniali tra coniugi - Comunione legale - Oggetto - Esclusioni - Beni personali - Coniuge in regime di comunione legale - Acquisto di beni personali dopo il matrimonio - Intervento adesivo del coniuge non acquirente - Natura - Beni acquistati con il prezzo del trasferimento di beni personali - Confessione stragiudiziale - Beni destinati ad uso personale o all'esercizio della professione - Dichiarazione d'intenti - Configurabilità - Conseguenze - Azione di accertamento negativo della natura personale del bene - Onere della prova - Oggetto.
Famiglia - Matrimonio - Rapporti patrimoniali tra coniugi - Comunione legale - Oggetto - Esclusioni - Beni personali - Coniuge in regime di comunione legale - Acquisto di beni personali dopo il matrimonio - Esclusione dalla comunione legale - Condizioni - Intervento adesivo del coniuge non acquirente - Sufficienza - Esclusione - Natura effettivamente personale del bene - Necessità - Conseguenze - Azione di accertamento negativo - Ammissibilità - Sussistenza.


L'azione prevista dall'art. 184 cod. civ. per l'annullamento degli atti compiuti dal coniuge in comunione legale senza il necessario consenso dell'altro coniuge, in quanto avente ad oggetto l'invalidazione dell'atto di acquisto del terzo per un vizio del titolo del suo dante causa, è soggetta, per tutto quanto non diversamente stabilito dalla norma speciale che la prevede, alla disciplina generale dettata dall'art. 1445 cod. civ. per l'azione di annullamento dei contratti: pertanto, salvi gli effetti della trascrizione della domanda, il sopravvenuto accertamento dell'inclusione del bene nella comunione legale non è opponibile al terzo acquirente di buona fede. (massima ufficiale)

Nel caso di acquisto di un immobile effettuato dopo il matrimonio da uno dei coniugi in regime di comunione legale, la dichiarazione resa nell'atto dall'altro coniuge non acquirente, ai sensi dell'art. 179, secondo comma, cod. civ., in ordine alla natura personale del bene, si atteggia diversamente a seconda che tale natura dipenda dall'acquisto dello stesso con il prezzo del trasferimento di beni personali del coniuge acquirente o dalla destinazione del bene all'uso personale o all'esercizio della professione di quest'ultimo, assumendo nel primo caso natura ricognitiva e portata confessoria di presupposti di fatto già esistenti, ed esprimendo nel secondo la mera condivisione dell'intento del coniuge acquirente. Ne consegue che l'azione di accertamento negativo della natura personale del bene acquistato postula nel primo caso la revoca della confessione stragiudiziale, nei limiti in cui la stessa è ammessa dall'art. 2732 cod. civ., e nel secondo la verifica dell'effettiva destinazione del bene, indipendentemente da ogni indagine sulla sincerità dell'intento manifestato. (massima ufficiale)

Nel caso di acquisto di un immobile effettuato dopo il matrimonio da uno dei coniugi in regime di comunione legale, la partecipazione all'atto dell'altro coniuge non acquirente, prevista dall'art. 179, secondo comma, cod. civ., si pone come condizione necessaria ma non sufficiente per l'esclusione del bene dalla comunione, occorrendo a tal fine non solo il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene, richiesto esclusivamente in funzione della necessaria documentazione di tale natura, ma anche l'effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione tassativamente indicate dall'art. 179, primo comma, lett. c), d) ed f), cod. civ., con la conseguenza che l'eventuale inesistenza di tali presupposti può essere fatta valere con una successiva azione di accertamento negativo, non risultando precluso tale accertamento dal fatto che il coniuge non acquirente sia intervenuto nel contratto per aderirvi. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 28 ottobre 2009, n.22755.




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Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Occupazione temporanea e d'urgenza - Indennità- Aree non edificabili - Suoli agricoli - Criterio del valore agricolo medio - Questione di legittimità costituzionale - Manifesta infondatezza - Fondamento.

Acque - Tribunali delle acque pubbliche - Tribunale superiore delle acque pubbliche - Sentenze - Impugnazioni - Art. 202 del r.d. n. 1775 del 1993 - Sentenze "definitive ma non conclusive" - Nozione - Impugnabilità immediata - Condizioni - Emissione di un provvedimento di separazione - Necessità - Decisione sulle spese in ordine alle statuizioni adottate - Natura di pronuncia implicita sulla separazione - Fattispecie.

Sicilia - Espropriazione per pubblica utilità - Opere di pertinenza regionale finanziate dallo Stato o da enti statali nella Regione Sicilia - Artt. 1 e 29 della legge reg. 29 aprile 1985, n. 21 - Termini del procedimento espropriativo - Fissazione - Competenze dell'Amministrazione regionale - Deroga - Specifiche previsioni legislative - Necessità - Conseguenze.


In tema di espropriazione per pubblica utilità, anche a seguito della sentenza n. 348 del 2007 della Corte costituzionale, è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata in riferimento agli artt. 3, 42 e 117, comma 1, Cost., degli artt. 15 e 16 della legge 22 ottobre 1971, n. 865 (richiamati dall'art. 5-bis, comma 4, del d.l. 11 luglio 1992, n. 333, convertito con modificazioni nella legge 8 agosto 1992, n. 359), nella parte in cui, relativamente alle aree non edificabili, commisurano l'indennità di espropriazione al valore agricolo medio; la predetta decisione ha infatti inciso sul solo regime indennitario dei suoli edificatori, la cui differenziazione da quello relativo ai suoli non edificabili non appare irrazionale ed arbitraria, in quanto le predette norme, lungi da prevedere un indennizzo irrisorio e in alcun modo ancorato ai valori di mercato, non solo dettano una puntuale disciplina diretta all'annuale adeguamento dei valori agricoli medi, ma consentono l'impugnazione di tali valori nelle competenti sedi, ove erroneamente attribuiti. (massima ufficiale)

Ai fini dell'ammissibilità del ricorso immediato in Cassazione avverso le sentenze del Tribunale Superiore delle acque pubbliche, a norma dell'art. 202 del r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775, per sentenza "definitiva ma non conclusiva" deve intendersi la decisione che pronunci parzialmente sulla controversia (con conseguente prosecuzione del processo) solo qualora il giudice abbia emesso un espresso provvedimento di separazione (istituto non ignoto al regime processuale speciale dettato in materia), ovvero abbia implicitamente disposto tale separazione pronunciando sulle spese in ordine alle statuizioni adottate. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto inammissibile il ricorso avverso una sentenza del Tribunale Superiore delle acque pubbliche che, decidendo solo su alcune domande sottoposte al suo vaglio, aveva rimesso la causa al definitivo per le altre domande, senza adottare un provvedimento esplicito di separazione ed omettendo di pronunciare sulle spese relativamente ai capi definiti). (massima ufficiale)

In tema di espropriazioni per pubblica utilità finalizzate alla realizzazione di opere di pertinenza regionale finanziate dallo Stato o da enti statali nella Regione Sicilia, la competenza attribuita all'Amministrazione regionale dal combinato disposto di cui agli artt. 1 e 29 della legge reg. Sicilia 29 aprile 1985, n. 21 - emanata in forza della potestà legislativa esclusiva prevista dall'art. 14, lett. s) dello statuto regionale approvato con r.d.lgs. 15 maggio 1946, n. 455 ed applicabile "ratione temporis" - può essere derogata solo in presenza di esplicite disposizioni legislative, con la conseguenza che, in mancanza delle stesse, per individuare i termini del procedimento espropriativo occorre fare esclusivo riferimento ai provvedimenti emessi dall'assessore regionale, dovendosi invece prescindere da eventuali, diverse, previsioni del d.m. di finanziamento dell'opera (nella specie emanato dal Ministro dei Lavori Pubblici). (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 28 ottobre 2009, n.22753.




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Giurisdizione civile - Regolamento di giurisdizione - Procedimento in genere - In Genere.

  Cassazione Sez. Un. Civili, 26 ottobre 2009, n.22584.




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Arbitrato - Compromesso e clausola compromissoria - In genere - Arbitrato estero - Rinuncia alla giurisdizione anche in relazione ad istanze di istruzione preventiva - Configurabilità - Conseguenze - Richiesta di atto di istruzione preventiva - Rinuncia implicita ad avvalersi della predetta clausola e accettazione implicita della giurisdizione italiana - Configurabilità.
Procedimenti cautelari - Istruzione preventiva - In genere - Compromesso e clausola compromissoria - Arbitrato estero - Rinuncia alla giurisdizione anche in relazione a istanze di istruzione preventiva - Configurabilità - Conseguenze - Richiesta di atto di istruzione preventiva - Rinuncia implicita ad avvalersi della predetta clausola e accettazione implicita della giurisdizione italiana - Configurabilità.
Arbitrato - Arbitrato estero - Arbitrato estero - Compromesso o clausola compromissoria - Interpretazione - Questione di giurisdizione - Esclusione.
Giurisdizione civile - Straniero (giurisdizione sullo) - In genere - Arbitrato estero - Compromesso o clausola compromissoria - Interpretazione - Questione di giurisdizione - Esclusione.


Il compromesso e la clausola compromissoria per arbitrato estero, che valgano a sottrarre al giudice italiano una determinata controversia, implicano, in mancanza di una diversa norma di legge o convenzione internazionale, la rinuncia alla giurisdizione anche sull'istanza di istruzione preventiva inerente alla medesima controversia, posto che tale istanza introduce un procedimento, di natura giurisdizionale, strettamente connesso con il successivo giudizio di merito ed esaurientesi in un'anticipata istruttoria, destinata ad essere inserita "ex post" nel giudizio stesso. Ne consegue che, ove la parte, nonostante la presenza di tale clausola, si rivolga al giudice italiano per la tutela non meramente cautelare dei diritti nascenti da un contratto, avanzando istanza di istruzione preventiva (nella specie ricorso per accertamento tecnico preventivo), compie un'attività processuale incompatibile con la volontà di avvalersi dell'eccezione di improponibilità della domanda fondata sulla clausola compromissoria di arbitrato estero e, pertanto, accetta implicitamente la giurisdizione italiana, ai sensi dell'art. 4 della legge 31 marzo 1995, n. 218, in relazione al futuro giudizio in cui richieda che sia acquisito l'atto di istruzione preventiva. (massima ufficiale)

In presenza di un compromesso o di una clausola compromissoria per arbitrato estero, si pone una questione non di giurisdizione - posto che il "dictum" arbitrale é un atto di autonomia privata, non esercitando gli arbitri funzioni giurisdizionali - ma di merito, inerente all'accertamento, da effettuarsi dal giudice fornito di giurisdizione secondo i normali criteri di sua determinazione, della validità del patto prevedente l'arbitrato estero, il quale comporta la rinuncia ad ogni tipo di giurisdizione, sia essa italiana o straniera. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 21 ottobre 2009, n.22236.




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Famiglia - Potestà dei genitori - Procedimenti d'interesse del minore - Audizione - Necessità - Violazione - Conseguenze.
Famiglia - Potestà dei genitori - Trasferimento all'estero ovvero mancato rientro in Italia di minori ad opera del genitore affidatario - Convenzione dell'Aja del 25 ottobre 1980 - Applicabilità - Esclusione - Inosservanza delle condizioni di separazione da parte del genitore affidatario - Conseguenze - Giurisdizione in ordine ai provvedimenti "de potestate" - Giudice della pregressa residenza abituale - Spettanza - Condizioni.
Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Provvedimenti dei giudici ordinari (impugnabilità) - Decreti - Separazione personale dei coniugi - Provvedimenti del tribunale di revisione delle disposizioni sulla misura dell'assegno - Reclamo alla corte d'appello - Relativo decreto - Ricorso straordinario per cassazione - Ammissibilità - Censurabilità della motivazione - Fondamento.
Famiglia - Matrimonio - Separazione personale dei coniugi - Procedimento - Provvedimenti - Modificabilità - Provvedimenti del tribunale di revisione delle disposizioni sulla misura dell'assegno - Reclamo alla corte d'appello - Relativo decreto - Ricorso straordinario per cassazione - Ammissibilità - Censurabilità della motivazione - Fondamento.


L'audizione dei minori, già prevista nell'art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è divenuta un adempimento necessario, nelle procedure giudiziarie che li riguardino, ed in particolare in quelle relative al loro affidamento ai genitori, ai sensi dell'art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la legge n. 77 del 2003, e dell'art. 155-sexies cod. civ., introdotto dalla legge n. 54 del 2006, salvo che l'ascolto possa essere in contrasto con gli interessi superiori del minore. Costituisce, pertanto violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto che non sia sorretto da espressa motivazione sull'assenza di discernimento che ne può giustificare l'omissione, in quanto il minore è portatore d'interessi contrapposti e diversi da quelli del genitore, in sede di affidamento e diritto di visita e, per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale. (massima ufficiale)

In tema di giurisdizione sui provvedimenti "de potestate", il trasferimento all'estero o il mancato rientro in Italia di minori figli di genitori separati non è qualificabile come illecita sottrazione all'altro genitore, allorché l'allontanamento avvenga ad opera dell'affidatario, con la conseguenza che in tale ipotesi è inapplicabile la Convenzione dell'Aja del 25 ottobre 1980 sugli effetti civili della sottrazione internazionale di minori, resa esecutiva in Italia con la legge n. 64 del 1994; tuttavia, qualora la mobilità internazionale e la mutabilità della residenza abituale sia stata convenzionalmente esclusa dai coniugi nelle condizioni di separazione, trova applicazione l'art. 10 del Regolamento CE n. 2201 del 27 novembre 2003, con la conseguenza che competente a decidere della responsabilità genitoriale resta il giudice della pregressa residenza abituale, finché non sia decorso un anno da quando chi aveva diritto a chiedere il ripristino del diritto di visita o il rientro ha avuto conoscenza del cambio di residenza. (massima ufficiale)

Il decreto emesso in camera di consiglio dalla corte d'appello a seguito di reclamo avverso i provvedimenti emanati dal tribunale sull'istanza di revisione delle disposizioni accessorie alla separazione, in quanto incidente su diritti soggettivi delle parti, nonché caratterizzato da stabilità temporanea, che lo rende idoneo ad acquistare efficacia di giudicato, sia pure "rebus sic stantibus", è impugnabile dinanzi alla Corte di cassazione con il ricorso straordinario ai sensi dell'art. 111 Cost., e, dovendo essere motivato, sia pure sommariamente, può essere censurato anche per carenze motivazionali, le quali sono prospettabili in rapporto all'ultimo comma dell'art. 360 cod. proc. civ., nel testo novellato dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, che qualifica come violazione di legge il vizio di cui al n. 5 del primo comma, alla luce dei principi del giusto processo, che deve svolgersi nel contraddittorio delle parti e concludersi con una pronuncia motivata. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 21 ottobre 2009, n.22238.




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Giurisdizione civile - Straniero (giurisdizione sullo) - In genere - Vendita internazionale di beni mobili - Pagamento del prezzo - Art. 5 della Convenzione di Bruxelles - Luogo di adempimento - Individuazione - Art. 57 della Convenzione di Vienna - Applicabilità - Conseguenze - Eccezioni di parte convenuta - Rilevanza - Esclusione - Fondamento - Limiti.
Giurisdizione civile - Straniero (giurisdizione sullo) - In genere - Legge n. 218 del 1995 - Convenuto non domiciliato o residente in Italia - Materie comprese nel campo di applicazione della Convenzione di Bruxelles - Criteri ivi indicati per determinare l'ambito della giurisdizione - Operatività nei confronti di convenuto non domiciliato in uno Stato firmatario della Convenzione - Sussistenza - Materie escluse dal detto campo di applicazione - Criteri operanti - Individuazione.


Qualora sia chiesto in giudizio l'adempimento di un'obbligazione nascente da una fornitura internazionale di beni da parte di un venditore italiano ad un acquirente monegasco, trova applicazione da un lato l'art. 5 della Convenzione di Bruxelles del 27 settembre 1968, resa esecutiva con legge 21 giugno 1971, n. 804, secondo cui il convenuto può essere chiamato in giudizio davanti al giudice del luogo in cui l'obbligazione è stata o dev'essere eseguita, dall'altro la Convenzione di Vienna sulla vendita internazionale di cose mobili dell'11 aprile 1980, ratificata con l. 11 dicembre 1985, n. 765, in vigore dal 1° gennaio 1988 (che, dettando la disciplina sostanziale uniforme della vendita internazionale, si sostituisce alle legislazioni dei singoli Stati e prevale sulla Convenzione di Roma, secondo l'art. 21 di quest'ultima), la quale individua quale luogo di adempimento la sede degli affari del venditore, salvo che le parti abbiano specificamente pattuito il pagamento in altro luogo ovvero che il pagamento debba avvenire al momento della consegna dei beni o dei documenti. La contestazione da parte del convenuto dell'entità dell'obbligazione dedotta in giudizio o l'eccezione da questi sollevata ed avente ad oggetto l'inadempimento dell'attore non costituiscono ostacolo all'applicazione del suddetto criterio di collegamento, atteso che la giurisdizione, anche nei confronti dello straniero, deve essere riscontrata in base alla domanda, indipendentemente da ogni questione circa il suo fondamento nel merito, non operando detto principio solo nel caso in cui la prospettazione di essa sia artificiosamente finalizzata a sottrarre la controversia al giudice precostituito per legge. (massima ufficiale)

La legge dello Stato "sulla competenza" alla quale rinvia l'art. 4 della Convenzione di Bruxelles 27 settembre 1968 (resa esecutiva con legge 21 giugno 1971, n. 804) nel prevedere che, se il convenuto non è domiciliato nel territorio di uno Stato contraente, la competenza è di norma disciplinata, in ciascuno Stato contraente, dalla legge di tale Stato, va individuata, per quanto riguarda l'Italia, nella legge di riforma del sistema di diritto internazionale privato 31 maggio 1995, n. 218, il cui art. 3, dopo aver enunciato, al comma primo, il criterio di collegamento costituito dal domicilio o dalla residenza del convenuto, detta, al comma secondo, due distinte disposizioni di rinvio ad altre norme regolatrici della competenza, distinguendo a seconda che si verta in materie comprese o escluse dal campo di applicazione della citata Convenzione di Bruxelles: per le prime vigono anche le speciali regole di competenza giurisdizionale della Convenzione, "anche allorché il convenuto non sia domiciliato nel territorio di uno Stato contraente" (come recita l'art. 3, comma secondo, della legge n. 218 del 1995); per le seconde la giurisdizione sussiste anche in base alle regole di competenza per territorio dettate dal codice di rito italiano negli artt. da 18 a 27. Ne consegue che, ove non venga in considerazione una delle materie (stato e capacità delle persone fisiche, regime patrimoniale fra coniugi, testamenti e successioni; fallimenti, concordati ed altre procedure affini; sicurezza sociale; arbitrato) escluse dal campo di applicazione della Convenzione di Bruxelles, ai fini di determinare l'ambito della giurisdizione italiana rispetto al convenuto non domiciliato nè residente in Italia occorre applicare i criteri stabiliti dalla sezioni 2, 3 e 4 del titolo II della Convenzione anche quando il convenuto stesso sia domiciliato in uno Stato non contraente della Convenzione, giacché il rinvio ai detti criteri è destinato ad operare oltre la sfera dell'efficacia personale della Convenzione. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 21 ottobre 2009, n.22239.




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Contratti in genere - Rappresentanza - Volontaria (procura) - In genere - Conferimento del potere di rappresentanza - Modalità - Procura e facoltizzazione implicita in altro negozio - Natura giuridica - Dichiarazione unilaterale ricettizia - Contenuto - Effetti.
Contratti in genere - Rappresentanza - Contratto concluso dal rappresentante - Effetti - In Genere.


Il conferimento del potere di rappresentanza, sia nella forma esplicita della procura, sia come facoltizzazione implicita in un altro negozio, consiste sempre in una dichiarazione unilaterale ricettizia indirizzata alla controparte, o comunque destinata ad esserle resa nota, con la quale si autorizza un atto altrui di disposizione, assumendo in anticipo su di sé le conseguenze che ne deriveranno; pertanto, con tale autorizzazione, l'autorizzante immette preventivamente nella propria sfera, appropriandosene, l'assetto che verrà dato ai propri interessi dal rappresentante nei confronti della controparte. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 21 ottobre 2009, n.22234.




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Previdenza (assicurazioni sociali) - Casse di mutualità e fondi previdenziali - Fondi speciali di previdenza - Fondo volo - Valore capitale della pensione - Liquidazione - Domande presentate anteriormente al 1 luglio 1997 - Coefficienti di capitalizzazione - Individuazione - Tabella allegata al r.d. n. 1403 del 1922 - Applicabilità - Fondamento - Coefficienti previsti per la determinazione della riserva matematica ai sensi della legge n. 1338 del 1962 - Inapplicabilità - Fondamento - Coefficienti introdotti con il d.m. 19 febbraio 2001 - Inapplicabilità - Fondamento - "Jus superveniens" - Inoperatività - Fondamento.

In tema di prestazioni per gli iscritti al Fondo speciale di previdenza per il personale di volo, dipendente da aziende di navigazione aerea, in relazione alle domande, presentate anteriormente al 1 luglio 1997, di liquidazione in somma capitale di una quota della pensione, l'art. 34 della legge n. 859 del 1965 - secondo il quale tale quota è calcolata in base "ai coefficienti in uso presso l'INPS" - deve intendersi nel senso che trovano applicazione i coefficienti di cui alla tabella allegata al r.d. n. 1403 del 1922, concernenti il calcolo delle pensioni degli iscritti alle pensioni facoltative, che consentono di risalire dalla quota di pensione alla capitalizzazione secondo i coefficienti della vita media, senza alcuna proiezione per il futuro, dovendosi, per contro, escludere l'applicabilità tanto dell'art. 13, sesto comma, della legge n. 1338 del 1962 (relativo alla determinazione della quota matematica in caso di omissione contributiva), che postula una capitalizzazione da effettuarsi tenendo conto anche di fattori ulteriori, quali la reversibilità della pensione e la possibilità di miglioramenti normativi della pensione dovuta, tanto del d.m. 19 febbraio 1981, che ha introdotto nuovi coefficienti di capitalizzazioni riferiti esclusivamente all'AGO (e non anche al Fondo volo), non estendendosi l'indicato rinvio ai coefficienti in uso presso l'istituto previdenziale anche ai successivi aggiornamenti degli stessi, quanto, infine, dell'art. 2, comma 503, della legge n. 244 del 2007 - che ha ritenuto applicabili i coefficienti di capitalizzazione determinati sui criteri attuariali specifici per il predetto Fondo ove regolarmente deliberati dal consiglio di amministrazione dell'INPS - non avendo tale norma natura interpretativa ed efficacia retroattiva. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 ottobre 2009, n.22154.




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Tributi locali (comunali, provinciali, regionali) - Tributi locali posteriori alla riforma tributaria del 1972 - Imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) - Base imponibile - Determinazione - Componenti positivi - Contributi erogati a norma di legge alle imprese esercenti il trasporto pubblico locale fino al 31 dicembre 2002 - Inclusione - Fondamento.

In tema di IRAP, l'art. 3, comma 2-quinquies, del d.l. 24 settembre 2002, n. 209 (introdotto dalla legge di conversione 22 novembre 2002, n. 265), nell'includere nella base imponibile, con decorrenza dal 1° gennaio 2003, i contributi erogati a norma di legge, ivi compresi quelli non assoggettati alle imposte sui redditi, dispone esclusivamente per il futuro, eliminando ogni dubbio in ordine alla debenza dell'imposta, e non costituisce pertanto interpretazione autentica dell'art. 11, comma 3, del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446 (nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall'art. 1, comma 1, lett. b, del d.lgs. 30 dicembre 1999, n. 506), la quale è stata invece fornita dall'art. 5, comma 3, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, nel senso che sono soggetti all'imposta in questione anche i contributi esclusi dalla base imponibile delle imposte sui redditi, salvo diverse disposizioni delle leggi istitutive dei singoli contributi o altre disposizioni di carattere speciale. Ne consegue che i contributi erogati a norma di legge, ivi compresi quelli versati - prima dal Fondo nazionale trasporti, poi dalle regioni - alle imprese esercenti il trasporto pubblico locale al fine di ripianare i disavanzi di esercizio, debbono essere inclusi nel calcolo per la determinazione della base imponibile dell'IRAP, anche se erogati in epoca anteriore al 31 dicembre 2002. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 ottobre 2009, n.21749.




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Previdenza (assicurazioni sociali) - Assicurazione per l'invalidità, vecchiaia e superstiti - Pensione di anzianità - Pensione di reversibilità - Disciplina del d.P.R. n. 1092 del 1973 - Beneficiari della prestazione di reversibilità - Minori non parenti formalmente affidati al titolare della pensione principale - Ricomprensione - Esclusione - Fondamento.

In tema di pensione di reversibilità, nel regime disciplinato dal d.P.R. n. 1092 del 1973, anteriore all'entrata in vigore dell'art. 1, comma 41, della legge n. 335 del 1995, i minori non parenti formalmente affidati al titolare della pensione principale non sono ricompresi tra i beneficiari della prestazione di reversibilità, non consentendo detta normativa di estendere la protezione previdenziale a soggetti diversi da quelli menzionati, senza che tale diversità di trattamento possa ritenersi irragionevole, restando affidata alla discrezionalità delle scelte legislative, condizionate anche da esigenze di equilibrio delle gestioni, la determinazione delle prestazioni e l'individuazione dei beneficiari nell'ambito di sistemi previdenziali differenziati. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 ottobre 2009, n.21743.




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Impiego pubblico - In genere (natura, caratteri, distinzioni) - Impiego pubblico contrattualizzato - Datore di lavoro pubblico - Potere di attribuire inquadramenti in violazione dei contratti collettivi di lavoro - Configurabilità - Esclusione - Fondamento - Atto di deroga alle disposizioni del contratto collettivo - Nullità - Sussistenza - Fondamento.

In materia di pubblico impiego contrattualizzato, il datore di lavoro pubblico non ha il potere di attribuire inquadramenti in violazione del contratto collettivo, ma ha solo la possibilità di adattare i profili professionali, indicati a titolo esemplificativo nel contratto collettivo, alle sue esigenze organizzative, senza modificare la posizione giuridica ed economica stabilita dalle norme pattizie, in quanto il rapporto è regolato esclusivamente dai contratti collettivi e dalle leggi sul rapporto di lavoro privato. È conseguentemente nullo l'atto in deroga, anche "in melius", alle disposizioni del contratto collettivo, sia quale atto negoziale, per violazione di norma imperativa, sia quale atto amministrativo, perché viziato da difetto assoluto di attribuzione ai sensi dell'art. 21-septies della legge 7 agosto 1990, n. 241, dovendosi escludere che la P.A. possa intervenire con atti autoritativi nelle materie demandate alla contrattazione collettiva. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 ottobre 2009, n.21744.




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Assistenza e beneficenza pubblica - Istituzioni di assistenza e beneficenza (opere pie) - In genere - Dipendenti delle ex IPAB - Contratto collettivo applicabile - Individuazione - Criteri - Conseguenze - Dipendenti delle RSA - Applicabilità del c.c.n.l.del settore sanità - Fondamento.

In materia di rapporto di lavoro dei dipendenti delle ex IPAB in base alle previsioni del c.c.n.l. - Quadro relativo alla composizione dei comparti di contrattazione collettiva, stipulato il 2 giugno 1998, nonchè del successivo c.c.n.l. - Quadro stipulato il 18 dicembre 2002, ai dipendenti delle ex IPAB si applica il c.c.n.l. del comparto autonomie locali, qualora l'ente presso cui i medesimi prestino le loro attività svolga funzioni prevalentemente assistenziali (art. 5), mentre deve trovare applicazione il c.c.n.l. del settore sanità, allorchè l'ente svolga funzioni prevalentemente sanitarie ovvero si occupi della gestione di RSA (Residenze sanitarie assistite a prevalenza pubblica), che in quanto strutture per anziani non autosufficienti non assistibili a domicilio e richiedenti trattamenti continui, di carattere sanitario ed assistenziale, hanno una natura mista non riferibile univocamente ad una delle predette categorie. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 ottobre 2009, n.21745.




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Competenza civile - Competenza per territorio - Diritti di obbligazione - Foro facoltativo - In genere - Trasmissione televisiva dal contenuto diffamatorio - Lesione dei diritti della personalità tramite mezzi di comunicazione di massa - Risarcimento del danno - Competenza per territorio - Individuazione - "Forum commissi delicti" - Luogo di domicilio o residenza della persona offesa o della sede della persona giuridica - Sussistenza - Fondamento.

Nel giudizio promosso per il risarcimento dei danni conseguenti al contenuto diffamatorio di una trasmissione televisiva e, più in generale, di quelli derivanti dal pregiudizio dei diritti della personalità recati da mezzi di comunicazione di massa, la competenza per territorio si radica, in riferimento al "forum commissi delicti" di cui all'art. 20 cod. proc. civ., nel luogo del domicilio (o della sede della persona giuridica) o, in caso di diversità, anche della residenza del soggetto danneggiato. Tale individuazione - che corrisponde al luogo in cui si realizzano le ricadute negative della lesione della reputazione - consente, da un lato, di evitare un criterio "ambulatorio" della competenza, potenzialmente lesivo del principio costituzionale della precostituzione del giudice, e, dall'altro, si presenta aderente alla concezione del danno risarcibile inteso non come danno-evento, bensì come danno-conseguenza, permettendo, infine, di individuare il giudice competente in modo da favorire il danneggiato che, in simili controversie, è solitamente il soggetto più debole. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 13 ottobre 2009, n.21661.




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Famiglia - Matrimonio - Rapporti patrimoniali tra coniugi - Fondo patrimoniale - Costituzione - In genere - Forma - Opponibilità ai terzi - Annotazione a margine dell'atto di matrimonio - Necessità - Trascrizione del vincolo - Funzione di pubblicità notizia - Conoscenza "aliunde" da parte dei terzi - Irrilevanza - Fondamento - Fattispecie.

La costituzione del fondo patrimoniale di cui all'art. 167 cod. civ. è soggetta alle disposizioni dell'art. 162 cod. civ., circa le forme delle convenzioni matrimoniali, ivi inclusa quella del quarto comma, che ne condiziona l'opponibilità ai terzi all'annotazione del relativo contratto a margine dell'atto di matrimonio, mentre la trascrizione del vincolo per gli immobili, ai sensi dell'art. 2647 cod. civ., resta degradata a mera pubblicità-notizia e non sopperisce al difetto di annotazione nei registri dello stato civile, che non ammette deroghe o equipollenti, restando irrilevante la conoscenza che i terzi abbiano acquisito altrimenti della costituzione del fondo. (Nella specie, le S.U. hanno confermato la sentenza di merito che - in presenza di un atto di costituzione del fondo patrimoniale trascritto nei pubblici registri immobiliari, ma annotato a margine dell'atto di matrimonio successivamente all'iscrizione di ipoteca sui beni del fondo medesimo - aveva ritenuto che l'esistenza del fondo non fosse opponibile al creditore ipotecario). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 13 ottobre 2009, n.21658.




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Tributi erariali indiretti - Tributi anteriori alla riforma del 1972 - Tributi doganali (diritti di confine - dazi all'importazione ed alla esportazione - diritti doganali) - Diritti di confine - Dazi all'importazione e all'esportazione - Esportazione di navi a scafo metallico - Restituzione all'esportatore dei diritti di confine (c.d. "drawback") - Condizioni - Prova dell'effettivo pagamento dei dazi sulle materie prime usate nella costruzione della nave - Onere a carico dell'esportatore - Superiorità dell'importo pagato rispetto alla percentuale di cui al d.P.R. 15 luglio 1954 - Necessità.
Comunità europea - Comunità economica europea - Disposizioni fiscali - Rimborso dei dazi - Esportazione di navi a scafo metallico - Restituzione all'esportatore dei diritti di confine (c.d. "drawback") - Condizioni - Prova dell'effettivo pagamento dei dazi sulle materie prime usate nella costruzione della nave - Onere a carico dell'esportatore - Superiorità dell'importo pagato rispetto alla percentuale di cui al d.P.R. 15 luglio 1954 - Necessità.


Il diritto dell'esportatore di navi mercantili a propulsione meccanica e chiglia metallica alla restituzione forfettaria del dazio pagato sulle merci importate ed impiegate per la costruzione della nave (c.d. "drawback"), previsto in misura forfettaria dall'art. 1 del d.P.R. 15 luglio 1954 e dall'art. 18 della tabella allegata, resta applicabile nell'ordinamento giuridico italiano limitatamente alle importazioni di prodotti impiegati nella costruzione della nave, che provengano da Paesi rispetto ai quali permane l'obbligo di pagamento del dazio, purché il costruttore che intenda avvalersi dell'agevolazione provi l'effettivo pagamento dei dazi e dei diritti di cui pretende il ristorno e l'importo pagato sia in ogni caso superiore alla soglia di valore risultante dalla percentuale forfettaria determinata dal citato decreto. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 ottobre 2009, n.21547.




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Lavoro - Lavoro subordinato - Indennità - Di fine rapporto di lavoro - Di anzianità - Disciplina del trattamento di fine rapporto di cui alla legge n. 297 del 1982 - Possibilità di corrispondere maggiori somme rispetto a quelle dovute a titolo di indennità di fine rapporto - Limiti - Polizza assicurativa a garanzia del trattamento di fine rapporto dei dipendenti - Utilità economiche ulteriori - A beneficio della gestione - Corresponsione delle maggiori somme maturate a favore dei lavoratori - Esclusione.

In materia di indennità di fine rapporto, la normativa di cui alla legge n. 297 del 1982 non preclude che, in generale, possano essere corrisposte, alla cessazione del rapporto, erogazioni integrative aventi natura e funzioni diverse dal trattamento di fine rapporto, purchè esse siano ricollegate al contratto di lavoro, nel quale devono trovare una giustificazione causale idonea ad escludere una disposizione derogatoria alla disciplina legale. Deve, pertanto, escludersi che siano da corrispondere ai lavoratori le maggiori somme maturate per l'effetto di una polizza assicurativa stipulata dal datore di lavoro, allorchè, in ragione della struttura della provvista e dalla modalità di erogazione degli importi, risulti che essa sia stata costituita a beneficio della gestione e delle finalità proprie del datore di lavoro, al fine di assicurare la corresponsione dell'indennità di fine rapporto ai dipendenti, e non preveda in favore di questi ultimi utilità economiche ulteriori rispetto alle somme a garanzia del trattamento di fine rapporto. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 ottobre 2009, n.21553.




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Acque - Tribunali delle acque pubbliche - Tribunali regionali delle acque - In genere - Composizione dei tribunali regionali delle acque - Componente tecnico - Art. 138 del r.d. n. 1775 del 1933 - Dichiarazione di illegittimità costituzionale - Successivo intervento con il d.l. n. 354 del 2003 - Periodo intermedio - Composizione dei tribunali regionali delle acque con soli magistrati togati - Ammissibilità - Fondamento.
Acque - Tribunali delle acque pubbliche - Tribunale superiore delle acque pubbliche - Sentenze - Impugnazioni - In Genere.


A seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 353 del 2002 - che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 138 del r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775, nella parte in cui prevedeva che del collegio giudicante dei tribunali regionali delle acque pubbliche facesse parte obbligatoriamente un funzionario dell'ex genio civile - si è venuto a creare un vuoto che il legislatore ha colmato solo con il d.l. 24 dicembre 2003, n. 354, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2004, n. 45, stabilendo che dei predetti collegi faccia parte un esperto iscritto all'albo degli ingegneri. Ne consegue che - nel periodo intercorrente tra la pubblicazione della sentenza costituzionale e l'entrata in vigore del citato decreto - poiché non era rinvenibile nell'ordinamento alcun criterio per integrare i tribunali regionali delle acque con componenti tecnici, né era venuto meno il principio per cui detti tribunali coincidono con una sezione della corte d'appello, dovendosi privilegiare una soluzione interpretativa tale da ovviare al rischio di una paralisi della giurisdizione, deve ritenersi corretta la composizione di detti tribunali con tre magistrati togati tratti dal ruolo ordinario della corte d'appello. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 ottobre 2009, n.21466.




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Giurisdizione civile - Straniero (giurisdizione sullo) - In genere - Vendita internazionale di cose mobili - Merci da trasportare - Luogo di consegna - Individuazione - Criterio - Luogo di destinazione finale della merce - Giurisdizione del giudice del luogo della consegna - Portata - Applicabilità a tutte le controversie nascenti dal contratto - Sussistenza - Domanda di pagamento del prezzo - Inclusione - Fondamento - Prevalenza del Regolamento CE n. 44 del 2001 sulla Convenzione di Vienna.

In tema di vendita internazionale di cose mobili, qualora il contratto abbia ad oggetto merci da trasportare, il "luogo di consegna" va individuato in quello ove la prestazione caratteristica deve essere eseguita e come "luogo di consegna principale" va riconosciuto quello ove è convenuta l'esecuzione della prestazione ritenuta tale in base a criteri economici - ossia il luogo di recapito finale della merce, ove i beni entrano nella disponibilità materiale e non soltanto giuridica dell'acquirente -, con la conseguenza che sussiste la giurisdizione del giudice di tale Stato rispetto a tutte le controversie reciprocamente nascenti dal contratto, ivi compresa quella relativa al pagamento dei beni alienati, dovendosi ritenere che la disciplina stabilita dal Regolamento CE n. 44 del 2001 prevalga sulle disposizioni dettate, "in subiecta materia", dalla Convenzione di Vienna. L'art. 31 di detta Convenzione, relativo al luogo in cui il vettore, eventualmente incaricato, abbia preso in consegna la merce, nonché il successivo art. 57 della medesima Convenzione, relativo all'individuazione del luogo di pagamento del prezzo al venditore, vanno pertanto interpretati nel senso che contengono una "regula iuris" idonea a disciplinare i rapporti obbligatori delle parti, ma non la giurisdizione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 05 ottobre 2009, n.21191.




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Giurisdizione civile - Conflitti - Di giurisdizione - Conflitto reale - Denunciabilità in ogni tempo - Sussistenza - Conseguenze - Provvedimenti originanti il conflitto negativo - Individuazione - Decisioni argomentate sulla declinatoria di giurisdizione - Necessità - Provvedimento di conferma indiretta emesso dal giudice di secondo grado - Irrilevanza - Fattispecie.

Il conflitto reale, positivo o negativo, di giurisdizione è denunciabile in ogni tempo e, dunque, anche nel caso in cui una od entrambe le decisioni siano ancora impugnabili ovvero siano state già impugnate nel merito, necessitando che, unitamente al ricorso per cassazione che denunci il conflitto, sia depositata, a pena di improcedibilità (art. 369 cod. proc. civ.), copia autentica dei provvedimenti che lo hanno determinato, in quanto indispensabili a risolvere la questione di giurisdizione, con l'annullamento dell'una o dell'altra delle statuizioni in contrasto. Ne consegue che, nell'ipotesi di conflitto negativo, i provvedimenti che hanno determinato il conflitto stesso vanno individuati in quelli che hanno argomentato la declaratoria di difetto di giurisdizione, indipendentemente dalla relativa ed indiretta conferma derivante dalla decisione del giudice di secondo grado investito di questioni diverse da quella di giurisdizione. (Nella specie, le S.U. hanno individuato le sentenze originanti il conflitto negativo di giurisdizione in quelle del giudice ordinario e del giudice amministrativo che, in primo grado, avevano espressamente declinato la rispettiva giurisdizione, escludendo che, a tal riguardo, potesse rilevare la sopravvenuta sentenza di secondo grado del Consiglio di Stato, giacché questa non si era pronunciata sulla giurisdizione, ma soltanto sull'eccezione di giudicato formulata dall'appellante). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 05 ottobre 2009, n.21196.




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Usi civici - Impugnazioni - Ricorso per cassazione - Sentenze delle sezioni speciali presso le corti d'appello - Termine di 45 giorni - Decorrenza - Comunicazione ex art. 133 cod. proc. civ. eseguita con notifica tramite ufficiale giudiziario - Idoneità ai sensi dell'art. 7 della legge n. 1078 del 1930 - Sussistenza - Fondamento.
Usi civici - Impugnazioni - Ricorso per cassazione - Decisione emessa dalla corte di appello - Ricorso per cassazione - Termine - Decorrenza - Notifica della sentenza ad istanza di parte - Inidoneità - Comunicazione del dispositivo a cura della cancelleria - Necessità - Fondamento - Illegittimità costituzionale - Esclusione.


In tema di ricorso per cassazione contro le sentenze delle sezioni specializzate per gli usi civici delle corti d'appello, ai fini del decorso del termine breve di quarantacinque giorni di cui agli artt. 7 e 8 della legge 10 luglio 1930, n. 1078, la comunicazione del dispositivo della sentenza ai sensi dell'art. 133 cod. proc. civ., ove eseguita mediante notifica a mezzo di ufficiale giudiziario, deve ritenersi idonea anche ai fini dell'art. 7 cit., in considerazione della identità di contenuto, senza che in senso contrario possa invocarsi che la comunicazione ex art. 133 cit. ha come destinatario il procuratore costituito, mentre quella ex art. 7 cit. avrebbe come destinataria la parte personalmente, in quanto in entrambe le disposizioni il destinatario della comunicazione (art. 133, secondo comma, cod. proc. civ.) o dell'invio del dispositivo (art. 7 legge n. 1078 del 1930) viene identificato nella parte, ed è principio generale che nel corso del procedimento le comunicazioni e le notificazioni si fanno non alla parte personalmente, ma al procuratore costituito. (massima ufficiale)

Ai sensi dell'art. 8 della legge 10 luglio 1930 n. 1078, il ricorso per cassazione avverso la sentenza della corte d'appello, emessa sul reclamo avverso le decisioni dei commissari regionali per la liquidazione degli usi civici, deve proporsi nel termine di quarantacinque giorni dalla notificazione della medesima, tale dovendosi considerare, a norma dell'art. 2 della citata legge, la notificazione a mezzo del servizio postale del dispositivo della sentenza a cura della cancelleria, mentre la notifica della stessa ad istanza delle parti non è idonea a modificare la sequenza cronologica voluta dalla legge; siffatta disciplina, non abrogata dal vigente codice di procedura civile, non è in contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., perché la diversità trova giustificazione nelle peculiarità del procedimento in materia di usi civici ed è comunque consentita un'adeguata possibilità di difesa. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 05 ottobre 2009, n.21193.




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Impugnazioni civili - Impugnazioni in generale - Termini - In genere - Termine annuale previsto dall'art. 327 cod. proc. civ. - Computo in caso di pubblicazione della sentenza nel periodo feriale compreso tra il 1° agosto e il 15 settembre dell'anno di pubblicazione della sentenza stessa - Individuazione - Conseguenza.
Acque - Tribunali delle acque pubbliche - Tribunale superiore delle acque pubbliche - Sentenze - Impugnazioni - Ricorso per cassazione avverso le sentenze del TSAP - Art. 327, primo comma, cod. proc. civ. - Applicabilità - Decorrenza del termine annuale - Individuazione - Riferibilità al momento della pubblicazione della sentenza - Necessità - Successiva notificazione della sentenza da parte del cancelliere del TSAP - Irrilevanza.


Il termine per la proposizione dell'impugnazione - e, quindi, anche del ricorso per cassazione - stabilito a pena di decadenza dall'art. 327 cod. proc. civ. si computa, in considerazione della sospensione dei termini processuali prevista dall'art. 1 della legge 7 ottobre 1969, n. 742, senza tener conto dei giorni compresi tra il 1° agosto ed il 15 settembre dell'anno della pubblicazione della sentenza impugnata, a meno che la data di deposito non cada durante lo stesso periodo feriale, nel qual caso, in base al principio secondo cui "dies a quo non computatur in termine", esso decorre dal 16 settembre. (massima ufficiale)

L'art. 327, primo comma, cod. proc. civ. trova applicazione anche al ricorso per cassazione avverso le sentenze del Tribunale superiore delle acque pubbliche (TSAP), tenuto conto che l'art. 202, primo comma, del testo unico sulle acque pubbliche, approvato con r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775, rinvia, per la proposizione di tale ricorso, alle norme del codice di procedura civile; ne consegue che il termine annuale previsto dalla citata disposizione del codice di rito decorre dalla pubblicazione della sentenza del TSAP, indipendentemente dalla notificazione, onde è inidonea a segnare un diverso "dies a quo" la successiva notifica della sentenza che sia avvenuta a cura del cancelliere del Tribunale superiore a norma dell'art. 183 del citato testo unico n. 1775 del 1933. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 05 ottobre 2009, n.21197.




Prevalenza dell’ipoteca sul privilegio del promissario acquirente

Fallimento – Rapporti pendenti – Privilegio del promissario acquirente – Prevalenza dell’ipoteca del costruttore iscritta in data anteriore.

Il privilegio speciale sul bene immobile, che assiste (ai sensi dell’art. 2775-bis cod. civ.) i crediti del promissario acquirente conseguenti alla mancata esecuzione del contratto preliminare trascritto ai sensi dell’art. 2645-bis cod. civ., siccome subordinato ad una particolare forma di pubblicità costitutiva (come previsto dall’ultima parte dell’art. 2745 cod. civ.), resta sottratto alla regola generale di prevalenza del privilegio sull’ipoteca, sancita, se non diversamente disposto, dal secondo comma dell’art. 2748 cod. civ. e soggiace agli ordinari principi in tema di pubblicità degli atti. Ne consegue che, nel caso in cui il curatore del fallimento della società costruttrice dell’immobile scelga lo scioglimento del contratto preliminare (ai sensi dell’art. 72 della legge fallimentare), il conseguente credito del promissario acquirente – avente ad oggetto la restituzione della caparra versata contestualmente alla stipula del contratto preliminare – benché assistito da privilegio speciale, deve essere collocato con grado inferiore, in sede di riparto, rispetto a quello dell’istituto di credito che, precedentemente alla trascrizione del contratto preliminare, abbia iscritto sull’immobile stesso ipoteca a garanzia del finanziamento concesso alla società costruttrice. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 ottobre 2009, n.21045.




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Giurisdizione civile - Straniero (giurisdizione sullo) - In genere - Art. 5 della Convenzione di Bruxelles - Giurisdizione in tema di obbligazioni alimentari - Separazione personale dei coniugi - Domanda di pagamento dell'assegno di mantenimento - Devoluzione al giudice del luogo di domicilio o residenza abituale del creditore - Fondamento.
Giurisdizione civile - Straniero (giurisdizione sullo) - In genere - Difetto di giurisdizione del giudice italiano - Eccezione proposta ex art. 4 della legge n. 218 del 1995 nel primo atto difensivo - Costituzione tardiva - Rilevanza ai fini della valida proposizione dell'eccezione - Esclusione.


In tema di obbligazioni alimentari, il criterio di collegamento previsto dall'art. 5 della Convenzione di Bruxelles del 27 settembre 1968, resa esecutiva con legge 21 giugno 1971, n. 804, ai sensi del quale il convenuto domiciliato nel territorio di uno Stato contraente può essere citato davanti al giudice del luogo in cui il creditore ha il domicilio o la residenza abituale, trova applicazione anche in riferimento alla domanda di pagamento dell'assegno di mantenimento dovuto al coniuge separato, avuto riguardo alla nozione di alimenti emergente dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia CE (cfr. sent. 17 marzo 1979, in causa 143/78; 6 marzo 1980, in causa 120/79; 27 febbraio 1997, in causa 220/95), la quale, sostanziandosi in una formulazione sopranazionale ed autonoma rispetto alle categorie proprie delle legislazioni nazionali, va interpretata in senso ampio, e quindi comprensivo dei diversi istituti dell'obbligazione di mantenimento e di quella di alimenti previste dall'ordinamento italiano. (massima ufficiale)

Ai sensi dell'art. 4 della legge 31 maggio 1995, n. 218, di riforma del sistema italiano del diritto internazionale privato, l'eccezione di difetto di giurisdizione del giudice italiano deve essere formulata dal convenuto nel primo atto difensivo, indipendentemente dalla tardività o meno della costituzione in giudizio, restando anche in tal caso esclusa l'accettazione della giurisdizione del giudice italiano. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 01 ottobre 2009, n.21053.




Contratto preliminare trascritto, privilegio a favore del promissario acquirente, prevalenza sull’ipoteca, fallimento del promettente venditore e scioglimento del contratto

Contratto preliminare trascritto - Mancata esecuzione - Privilegio speciale sul bene immobile in favore del credito del promissario acquirente - Prevalenza sull'ipoteca, ai sensi dell'art. 2748, secondo comma, cod. civ. - Esclusione - Fondamento - Conseguenze in caso di fallimento del promittente venditore e di risoluzione del contratto ad opera del curatore fallimentare - Credito assistito da ipoteca iscritta prima della trascrizione del preliminare - Prevalenza

Il privilegio speciale sul bene immobile, che assiste (ai sensi dell'art. 2775-bis cod. civ.) i crediti del promissario acquirente conseguenti alla mancata esecuzione del contratto preliminare trascritto ai sensi dell'art. 2645-bis cod. civ., siccome subordinato ad una particolare forma di pubblicità costitutiva (come previsto dall'ultima parte dell'art. 2745 cod. civ.), resta sottratto alla regola generale di prevalenza del privilegio sull'ipoteca, sancita, se non diversamente disposto, dal secondo comma dell'art. 2748 cod. civ., e soggiace agli ordinari principi in tema di pubblicità degli atti. Ne consegue che, nel caso in cui il curatore del fallimento della società costruttrice dell'immobile scelga lo scioglimento del contratto preliminare (ai sensi dell'art. 72 della legge fall.), il conseguente credito del promissario acquirente - nella specie, avente ad oggetto la restituzione della caparra versata contestualmente alla stipula del contratto preliminare - benché assistito da privilegio speciale, deve essere collocato con grado inferiore, in sede di riparto, rispetto a quello dell'istituto di credito che, precedentemente alla trascrizione del contratto preliminare, abbia iscritto sull'immobile stesso ipoteca a garanzia del finanziamento concesso alla società costruttrice. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 ottobre 2009, n.21045.




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Borsa - In genere - Intermediazione finanziaria - Illeciti amministrativi - Responsabilità dell'ente - Configurabilità - Condizioni - Qualifica gestoria apicale del soggetto agente - Necessità - Conseguenze - Condotta tenuta in esecuzione di incarico di consulenza professionale - Imputabilità all'ente - Esclusione.

Sanzioni amministrative - In genere - Intermediazione finanziaria - Illeciti amministrativi - Responsabilità dell'ente - Configurabilità - Condizioni - Qualifica gestoria apicale del soggetto agente - Necessità - Conseguenze - Condotta tenuta in esecuzione di incarico di consulenza professionale - Imputabilità all'ente - Esclusione.

In tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, la responsabilità dell'ente per gl'illeciti (nella specie, manipolazione del mercato) commessi nel suo interesse o a suo vantaggio, prevista dall'art. 187-quinquies del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, postula l'accertamento della qualifica gestoria apicale del soggetto agente, ovverosia dello svolgimento da parte di quest'ultimo di funzioni di rappresentanza, amministrazione o direzione dell'ente, in virtù delle quali il comportamento illecito possa ascriversi ad un'esplicita manifestazione di politica aziendale, e non è pertanto configurabile nell'ipotesi in cui la condotta illecita sia stata tenuta in esecuzione di un incarico di consulenza professionale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 settembre 2009, n.20936.




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Borsa - In genere - Intermediazione finanziaria - Illeciti amministrativi - Manipolazione del mercato - Art. 187 ter del d.lgs. 58 del 1998 - Soggetto attivo - Particolare qualificazione soggettiva - Necessità - Esclusione - Concorso di persone - Configurabilità - Rilascio di parere professionale - Sufficienza.

Sanzioni amministrative - Principi comuni - Concorso di persone - Intermediazione finanziaria - Illeciti amministrativi - Manipolazione del mercato - Art. 187 ter del d.lgs. 58 del 1998 - Soggetto attivo - Particolare qualificazione soggettiva - Necessità - Esclusione - Concorso di persone - Configurabilità - Rilascio di parere professionale - Sufficienza.

Sanzioni amministrative - Principi comuni - Sanzione amministrativa - Entità: limite massimo e minimo - Questione rilevabile d'ufficio - Sussistenza - Portata - Censura in sede di legittimità - Inammissibilità.

Procedimento civile - Giudice - Istruttore - Poteri e obblighi - In genere - Sentenza fondata su questioni rilevate di ufficio - Omessa sottoposizione delle stesse al contraddittorio delle parti - Nullità della sentenza - Esclusione - Limiti.

Sanzioni amministrative - Applicazione - Ordinanza- Procedimento - Istruttorie - Intermediazione finanziaria - Procedimento sanzionatorio innanzi alla Consob - Mancata trasmissione all'interessato delle conclusioni dell'Ufficio sanzioni amministrative - Mancata personale audizione innanzi alla Commissione - Violazione del principio del contraddittorio - Esclusione - Fondamento.

Sanzioni amministrative - Applicazione - Opposizione - Procedimento - In genere - Intermediazione finanziaria - Responsabilità degli autori materiali della violazione - Responsabilità delle persone giuridiche - Autonomia dei relativi rapporti - Conseguenze - Giudizio di opposizione - Litisconsorzio necessario - Esclusione - Litisconsorzio facoltativo - Configurabilità - Intervento adesivo autonomo - Ammissibilità - Riunione delle opposizioni proposte separatamente - Ammissibilità.

Borsa - In genere - Intermediazione finanziaria - Responsabilità degli autori materiali della violazione - Responsabilità delle persone giuridiche - Autonomia dei relativi rapporti - Conseguenze - Giudizio di opposizione - Litisconsorzio necessario - Esclusione - Litisconsorzio facoltativo - Configurabilità - Intervento adesivo autonomo - Ammissibilità - Riunione delle opposizioni proposte separatamente - Ammissibilità.

In tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, l'illecito di cui all'art. 187-ter del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 (manipolazione del mercato), non richiedendo particolari qualificazioni soggettive, può essere integrato da chiunque, e non soltanto da un soggetto qualificato, di tal che l'illecito va ascritto, in via concorsuale, a tutti coloro che, a vario titolo, abbiano concorso alla diffusione delle informazioni, voci o notizie false o fuorvianti, previste dalla norma, vuoi in ragione della qualità personale rivestita in seno alla società, vuoi per il determinante apporto causale concretamente arrecato al processo di ideazione, gestazione, formazione e trasfusione di contenuti da soggetti che siano stati coinvolti da coloro che ricoprivano cariche sociali. (massima ufficiale)

Nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, la questione relativa all'entità della sanzione irrogata è rilevabile d'ufficio, ma, in difetto di una specifica istanza, il suo esame rappresenta per il giudice non già un obbligo, bensì una mera facoltà discrezionale, il cui concreto esercizio non può pertanto costituire oggetto di censura in sede di legittimità sotto nessun profilo. (Principio affermato dalla S.C. ai sensi dell'art. 363, terzo comma, cod. proc. civ.). (massima ufficiale)

Nel caso in cui il giudice esamini d'ufficio una questione di puro diritto, senza procedere alla sua segnalazione alle parti onde consentire su di essa l'apertura della discussione (c.d. terza via), non sussiste la nullità della sentenza, in quanto (indiscussa la violazione deontologica da parte del giudicante) da tale omissione non deriva la consumazione di altro vizio processuale diverso dall'"error iuris in iudicando" ovvero dall'"error in iudicando de iure procedendi", la cui denuncia in sede di legittimità consente la cassazione della sentenza solo se tale errore sia in concreto consumato: qualora invece si tratti di questioni di fatto, ovvero miste di fatto e di diritto, la parte soccombente può dolersi della decisione, sostenendo che la violazione di quel dovere di indicazione ha vulnerato la facoltà di chiedere prove o, in ipotesi, di ottenere una eventuale rimessione in termini, con la conseguenza che, ove si tratti di sentenza di primo grado appellabile, potrà proporsi specifico motivo di appello solo al fine di rimuovere alcune preclusioni (specie in materia di contro-eccezione o di prove non indispensabili), senza necessità di giungere alla più radicale soluzione della rimessione in primo grado, salva la prova, in casi ben specifici e determinati, che sia stato realmente ed irrimediabilmente vulnerato lo stesso valore del contraddittorio. (massima ufficiale)

In tema di intermediazione finanziaria, il procedimento di irrogazione di sanzioni amministrative, previsto dall'art. 187-septies del d. lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, postula solo che, prima dell'adozione della sanzione, sia effettuata la contestazione dell'addebito e siano valutate le eventuali controdeduzioni dell'interessato; pertanto, non violano il principio del contraddittorio l'omessa trasmissione all'interessato delle conclusioni dell'Ufficio sanzioni amministrative della Consob e la sua mancata personale audizione innanzi alla Commissione, non trovando d'altronde applicazione, in tale fase, i principi del diritto di difesa e del giusto processo, riferibili solo di procedimento giurisdizionale. (massima ufficiale)

In tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, la responsabilità degli autori materiali della violazione, anche ove abbiano commesso il fatto in concorso tra loro, e quella delle persone giuridiche chiamate a risponderne, sia quali coobbligate solidali, ai sensi dell'art. 6 della legge 24 novembre 1981, n. 689, sia in proprio, ai sensi dell'art. 187-ter del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, danno luogo ad una pluralità di rapporti autonomi. Ne consegue che, nel procedimento di opposizione disciplinato dall'art. 187-septies del d.lgs. n. 58 cit., non è configurabile un litisconsorzio necessario, ma un litisconsorzio facoltativo tra i predetti soggetti, essendo ciascuno di essi legittimato a spiegare intervento adesivo autonomo nel giudizio promosso dagli altri, e soccorrendo, al fine di evitare un contrasto di giudicati nel caso in cui vengano proposte separate opposizioni, le ordinarie regole in tema di connessione e riunione di procedimenti. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 30 settembre 2009, n.20935.




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Sanzioni amministrative - Applicazione - In genere - Intermediazione finanziaria - Carenza delle procedure aziendali - Responsabilità del collegio sindacale - Fondamento - Obbligo di vigilanza - Contenuto - Obbligo di denunzia immediata alla Banca d'Italia e alla Consob - Inadempimento - Conseguenze - Concorso omissivo dei sindaci - Configurabilità.

Borsa - In genere - Intermediazione finanziaria - Carenza delle procedure aziendali - Responsabilità del collegio sindacale - Fondamento - Obbligo di vigilanza - Contenuto - Obbligo di denunzia immediata alla Banca d'Italia e alla Consob - Inadempimento - Conseguenze - Concorso omissivo dei sindaci - Configurabilità.

Società - Di capitali - Società per azioni - Organi sociali - Collegio sindacale - Doveri - In genere - Intermediazione finanziaria - Sanzioni amministrative - Carenza delle procedure aziendali - Responsabilità del collegio sindacale - Fondamento - Obbligo di vigilanza - Contenuto - Obbligo di denunzia immediata alla Banca d'Italia e alla Consob - Inadempimento - Conseguenze - Concorso omissivo dei sindaci - Configurabilità.

In tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, la complessa articolazione della struttura organizzativa della banca non può comportare l'esclusione od anche il semplice affievolimento del potere-dovere di controllo riconducibile a ciascuno dei componenti del collegio sindacale, i quali, in caso di accertate carenze delle procedure aziendali predisposte per la prestazione del servizio di negoziazione, sono sanzionabili a titolo di concorso omissivo "quoad functione", gravando sui sindaci, da un lato, l'obbligo di vigilanza - in funzione non soltanto della salvaguardia degli interessi degli azionisti nei confronti di atti di abuso di gestione da parte degli amministratori, ma anche del controllo del corretto operato della banca intermediatrice, secondo parametri procedimentali dettati dalla normativa regolamentare Consob ed a garanzia degli investitori - e, dall'altro lato, l'obbligo legale di denuncia immediata alla Banca d'Italia e alla Consob, ai sensi dell'art. 8 del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, delle violazioni delle norme dettate in tema di intermediazione mobiliare. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 settembre 2009, n.20934.




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Sanzioni amministrative - Applicazione - Opposizione - Procedimento - In genere - Intermediazione finanziaria - Sanzioni amministrative - Opposizione - Prova dell'elemento soggettivo - Presunzione di colpa ex art. 3 della l. n. 689 del 1981 - Applicabilità - Fondamento - Conseguenze - Prova contraria - Onere a carico dell'opponente.

Borsa - In genere - Intermediazione finanziaria - Sanzioni amministrative - Opposizione - Prova dell'elemento soggettivo - Presunzione di colpa ex art. 3 della l. n. 689 del 1981 - Applicabilità - Fondamento - Conseguenze - Prova contraria - Onere a carico dell'opponente.

Sanzioni amministrative - Applicazione - Opposizione - Procedimento - In genere - Intermediazione finanziaria - Sanzioni amministrative - Opposizione - Prova della condotta illecita - Onere a carico della P.A. - Illecito omissivo - Presunzioni - Ammissibilità - Conseguenze - Prova contraria - Onere a carico dell'opponente - Oggetto.

Borsa - In genere - Intermediazione finanziaria - Sanzioni amministrative - Opposizione - Prova della condotta illecita - Onere a carico della P.A. - Illecito omissivo - Presunzioni - Ammissibilità - Conseguenze - Prova contraria - Onere a carico dell'opponente - Oggetto.

In tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, l'art. 190 del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, individuando una serie di fattispecie a carattere ordinatorio, destinate a salvaguardare procedure e funzioni ed incentrate sulla mera condotta, secondo un criterio di agire o di omettere doveroso, àncora il giudizio di colpevolezza a parametri normativi estranei al dato puramente psicologico, limitando l'indagine sull'elemento oggettivo dell'illecito all'accertamento della "suità" della condotta inosservante, con la conseguenza che, una volta integrata e provata dall'autorità amministrativa la fattispecie tipica dell'illecito, grava sul trasgressore, in virtù della presunzione di colpa posta dall'art. 3 della legge 24 novembre 1981, n. 689, l'onere di provare di aver agito in assenza di colpevolezza. (massima ufficiale)

In tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, l'opposizione prevista dall'art. 195 del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 dà luogo, non diversamente da quella di cui agli art. 22 e 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689, ad un ordinario giudizio di cognizione, nel quale l'onere di provare i fatti costitutivi della pretesa sanzionatoria è posto a carico dell'Amministrazione, la quale è pertanto tenuta a fornire la prova della condotta illecita. Tale prova può essere offerta anche mediante presunzioni semplici, che, nel caso di illecito omissivo, pongono a carico dell'intimato l'onere di fornire la prova di aver tenuto la condotta attiva richiesta, ovvero della sussistenza di elementi tali da rendere inesigibile tale condotta. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 30 settembre 2009, n.20930.




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Sanzioni amministrative - Applicazione - Ordinanza - Procedimento - In genere - Intermediazione finanziaria - Procedimento innanzi alla Consob previsto dall'art. 195 del d.lgs. n. 58 del 1998 - Vizi del procedimento - Rilevanza - Esclusione - Fondamento - Art. 21 octies della legge n. 241 del 1990 - Norma processuale - Giudizi di opposizione pendenti - Applicabilità.
Borsa - In genere - Intermediazione finanziaria - Procedimento innanzi alla Consob previsto dall'art. 195 del d.lgs. n. 58 del 1998 - Vizi del procedimento - Rilevanza - Esclusione - Fondamento - Art. 21 octies della legge n. 241 del 1990 - Norma processuale - Giudizi di opposizione pendenti - Applicabilità.
Sanzioni amministrative - Applicazione - Opposizione - Procedimento - Legittimazione - Intermediazione finanziaria - Ordinanza ingiunzione emessa nei confronti della società o dell'ente - Giudizio di opposizione - Autore della violazione - Legittimazione "ad opponendum" - Configurabilità - Conseguenze - Opposizione autonoma - Riunione dei procedimenti - Ammissibilità - Intervento adesivo autonomo nel giudizio instaurato dalla società o dall'ente - Litisconsorzio facoltativo - Configurabilità.
Borsa - In genere - Disciplina dell'intermediazione finanziaria - Sanzioni amministrative - Ordinanza ingiunzione emessa nei confronti della società o dell'ente - Giudizio di opposizione - Autore della violazione - Legittimazione "ad opponendum" - Configurabilità - Conseguenze - Opposizione autonoma - Riunione dei procedimenti - Ammissibilità - Intervento adesivo autonomo nel giudizio instaurato dalla società o dall'ente - Litisconsorzio facoltativo - Configurabilità.

In tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, per effetto dell'entrata in vigore dell'art. 21-octies, secondo comma, della legge 7 agosto 1990, n. 241, gli eventuali vizi del procedimento amministrativo previsto dall'art. 195 del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, che si svolge innanzi alla Commissione nazionale per la società e la borsa, non sono rilevanti, in ragione tanto della natura vincolata del provvedimento sanzionatorio, quanto della immodificabilità del suo contenuto. Tale disposizione, introdotta dall'art. 14 della legge 11 febbraio 2005, n. 15, ha carattere processuale, ed è pertanto applicabile con effetto retroattivo anche ai giudizi di opposizione in corso, ancorché promossi in epoca successiva alla sua emanazione. (massima ufficiale)

In tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, l'obbligatorietà dell'azione di regresso prevista dall'art. 195, comma nono, del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 nei confronti del responsabile, comporta, anche in ragione dell'efficacia che nel relativo giudizio è destinata a spiegare la sentenza emessa nei confronti della società o dell'ente cui appartiene, che, anche qualora l'ingiunzione di pagamento sia emessa soltanto nei confronti della persona giuridica, alla persona fisica autrice della violazione dev'essere riconosciuta un'autonoma legittimazione "ad opponendum", che le consenta tanto di proporre separatamente opposizione quanto di spiegare intervento adesivo autonomo nel giudizio di opposizione instaurato dalla società o dall'ente, configurandosi in quest'ultimo caso un litisconsorzio facoltativo, e potendosi nel primo caso evitare un contrasto di giudicati mediante l'applicazione delle ordinarie regole in tema di connessione e riunione di procedimenti. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 30 settembre 2009, n.20929.




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Sanzioni amministrative - Principi comuni - Solidarietà - Intermediazione finanziaria - Violazione dei doveri inerenti alla prestazione dei servizi di investimento - Amministratori di società - Responsabilità solidale - Fondamento - Obbligo di vigilanza sul regolare andamento della società.

Borsa - In genere - Intermediazione finanziaria - Violazione dei doveri inerenti alla prestazione dei servizi di investimento - Amministratori di società - Responsabilità solidale - Fondamento - Obbligo di vigilanza sul regolare andamento della società.

In tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, i componenti del consiglio di amministrazione di una società, chiamati a rispondere, ai sensi dell'art. 190 del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, per la violazione dei doveri inerenti alla prestazione dei servizi di investimento posti a tutela degli investitori e del buon funzionamento del mercato, non possono sottrarsi alla responsabilità adducendo che le operazioni integranti l'illecito sono state poste in essere, con ampia autonomia, da un altro soggetto che abbia agito per conto della società, gravando a loro carico un dovere di vigilanza sul regolare andamento della società, la cui violazione comporta una responsabilità solidale, ai sensi dell'art. 6 della legge 24 novembre 1981, n. 689, salvo che non provino di non aver potuto impedire il fatto. (Fattispecie anteriore al d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 5). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 settembre 2009, n.20933.




Responsabilità degli amministratori per i doveri di vigilanza in tema di prestazione dei servizi di investimento

Intermediazione finanziaria - Violazione dei doveri inerenti alla prestazione dei servizi di investimento - Amministratori di società - Responsabilità solidale - Fondamento - Obbligo di vigilanza sul regolare andamento della società.

In tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, i componenti del consiglio di amministrazione di una società, chiamati a rispondere, ai sensi dell'art. 190 del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, per la violazione dei doveri inerenti alla prestazione dei servizi di investimento posti a tutela degli investitori e del buon funzionamento del mercato, non possono sottrarsi alla responsabilità adducendo che le operazioni integranti l'illecito sono state poste in essere, con ampia autonomia, da un altro soggetto che abbia agito per conto della società, gravando a loro carico un dovere di vigilanza sul regolare andamento della società, la cui violazione comporta una responsabilità solidale, ai sensi dell'art. 6 della legge 24 novembre 1981, n. 689, salvo che non provino di non aver potuto impedire il fatto. (Fattispecie anteriore al d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 5). Cassazione Sez. Un. Civili, 30 settembre 2009, n.20933.




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Corte dei conti - Attribuzioni - Giurisdizionali - Contenzioso contabile - Giudizi di responsabilità - In genere - Giurisdizione della Corte del conti - Attribuzione - Criterio discretivo - Gestione di denaro pubblico - Qualità del soggetto - Irrilevanza - Natura del danno e scopi perseguiti - Rilevanza - Fondamento - Fattispecie.

Ai fini del riconoscimento della giurisdizione della Corte dei conti per danno erariale, non deve aversi riguardo alla qualità del soggetto che gestisce il denaro pubblico - che può anche essere un privato o un ente pubblico non economico - bensì alla natura del danno e degli scopi perseguiti. Ne consegue che qualora l'amministratore di un ente, anche avente natura privata, cui siano erogati fondi pubblici, per sue scelte incida negativamente sul modo d'essere del programma imposto dalla P.A., alla cui realizzazione esso è chiamato a partecipare con l'atto di concessione del contributo, in tal modo determinando uno sviamento dalle finalità perseguite, egli provoca un danno per l'ente pubblico, del quale deve rispondere davanti al giudice contabile. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto sussistere la giurisdizione della Corte dei conti in relazione al giudizio contabile promosso nei confronti del presidente dell'Opera Pia Santissima di Costantinopoli, ente privato gestito con fondi in gran parte di provenienza pubblica ed in particolare con fondi regionali e comunitari accreditati dalla Regione Puglia per l'attuazione di programmi di formazione professionale). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 settembre 2009, n.20434.




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Obbligazioni in genere - Nascenti dalla legge - Ingiustificato arricchimento (senza causa) - In genere - Domanda di indennizzo per arricchimento senza causa - Domanda di risarcimento danni da illecito - Differenze - Conseguenze - Domanda di indennizzo per mancata fruizione di acque pubbliche - Proposizione, in sede di legittimità, di domanda di risarcimento per illecita captazione di acque pubbliche - Novità.
Acque - Opere idrauliche, di bonifica e derivazione e utilizzazione delle acque - Danni - Acque pubbliche - Illecita captazione di acque pubbliche (sottensione) - Natura di illecito aquiliano permanente - Sussistenza - Conseguenze - Domanda di indennizzo per mancata fruizione di acque pubbliche - Proposizione, in sede di legittimità, di domanda di risarcimento per illecita captazione di acque pubbliche - Novità.
Acque - Tribunali delle acque pubbliche - Tribunale superiore delle acque pubbliche - Sentenze - Impugnazioni - Sentenza non definitiva - Art. 202 del r.d. n. 1775 del 1933 - Rinvio al codice del 1865 - Autonoma impugnabilità - Esclusione - Necessità di impugnazione con la sentenza definitiva - Sussistenza - Conseguenze - Sentenza definitiva impugnabile anche per vizio di motivazione - Estensione di tale regime alla pronuncia non definitiva.
Acque - Tribunali delle acque pubbliche - Tribunale superiore delle acque pubbliche - Sentenze - Impugnazioni - Censura di omessa pronuncia - Art. 204 r.d. n. 1775 del 1933 - Impugnazione esperibile - Ricorso per cassazione - Esclusione - Istanza di rettificazione - Necessità.


La domanda di indennizzo per arricchimento senza causa e quella di risarcimento danni da responsabilità aquiliana non sono intercambiabili, in quanto diverse per "causa petendi" e "petitum", poiché nella prima la causa dello spostamento patrimoniale non deve essere qualificata come antigiuridica e l'indennizzo deve essere ragguagliato alla minor somma tra l'arricchimento e il depauperamento; ne consegue che, promosso - da parte di un concessionario nei confronti di un altro concessionario - un giudizio di indebito arricchimento in relazione alla mancata fruizione di acque pubbliche, non è ammissibile in sede di legittimità, in quanto costituente domanda nuova, il motivo di ricorso con cui si faccia valere la violazione delle norme in materia di illecita captazione (o sottensione) di acque, poiché quest'ultima realizza un'ipotesi di illecito aquiliano permanente, risarcibile ai sensi degli artt. 45-47 del r.d. n. 1775 del 1933. (massima ufficiale)

A norma dell'art. 202 del t.u. sulle acque, che opera un rinvio recettizio al codice di procedura civile del 1865, la sentenza del Tribunale superiore delle acque pubbliche, che decida una questione di merito senza definire il giudizio, è impugnabile soltanto con la sentenza definitiva, poiché l'espressione "decisione interlocutoria" contenuta nel codice previgente deve interpretarsi come corrispondente alla nozione di sentenza che, pur decidendo il merito, non definisce il giudizio e impartisce distinti provvedimenti per l'ulteriore istruzione della causa, secondo le previsioni dell'art. 279, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ.; ne consegue che, ove la sentenza definitiva sia impugnabile anche per vizio di motivazione - il che avviene per le pronunce alle quali si applica il d.lgs. n. 40 del 2006 - tale regime vale anche per la sentenza non definitiva, attesa la sua non autonoma impugnabilità. (massima ufficiale)

Ai sensi dell'art. 204 del r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775 (t.u. delle acque) - che opera un rinvio recettizio alle corrispondenti norme del codice di procedura civile del 1865 - qualora il Tribunale superiore delle acque pubbliche abbia omesso di pronunciarsi su di una domanda, l'impugnazione esperibile non è il ricorso alle Sezioni Unite della Corte di cassazione, previsto dagli artt. 200-202 del medesimo t.u., bensì l'istanza di rettificazione rivolta al medesimo Tribunale superiore. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 10 settembre 2009, n.19448.




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Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Ricorso - Forma e contenuto - Indicazione dei motivi e delle norme di diritto - Ricorso per cassazione - Mancata formulazione del quesito di diritto - Integrazione o correzione successiva in sede di memoria ex art. 380 bis cod. proc. civ. - Preclusione.
Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Ricorso - Forma e contenuto - Indicazione dei motivi e delle norme di diritto - Motivo unico - Formulazione del quesito di diritto - Necessità - Fondamento.


Il ricorso per cassazione mancante dell'indicazione esplicita del quesito di diritto di cui all'art. 366-bis cod. proc. civ., non può essere successivamente integrato con la sua formulazione nella memoria ex art. 380-bis cod. proc. civ., ancorché non sia scaduto il termine per impugnare, ostandovi il principio della consumazione dell'impugnazione con la presentazione del primo ricorso. (massima ufficiale)

Nel ricorso per cassazione il quesito di diritto va formulato anche quando la censura sia affidata ad un unico motivo, trattandosi di obbligo del tutto indipendente dal dato formale dell'unicità o pluralità di motivi, poiché in un sistema processuale che già prevedeva la redazione del motivo con l'indicazione della violazione denunciata, la peculiarità del disposto di cui all'art. 366 - bis cod. proc. civ. consiste proprio nell'imposizione di una sintesi originale ed autosufficiente della violazione stessa, funzionalizzata alla formazione immediata e diretta del principio di diritto e, quindi, al miglior esercizio della funzione nomofilattica della corte di legittimità. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 10 settembre 2009, n.19444.




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Procedimento civile - Ausiliari del giudice - Liquidazione del compenso - Custodi e ausiliari del giudice - Liquidazione del compenso - Opposizione ai sensi dell'art. 170 del d.P.R. n. 115 del 2002 - Natura civile della controversia - Configurabilità - Decreto di liquidazione pronunciato nel processo civile o penale - Irrilevanza - Conseguenze - Spettanza della controversia ai magistrati addetti al servizio civile - Inosservanza - Vizio riscontrabile - Nullità - Esclusione - Fondamento.

Il procedimento di opposizione, ex art. 170 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, al decreto di liquidazione dei compensi ai custodi e agli ausiliari del giudice (oltre che ai decreti di liquidazione degli onorari dovuti ai difensori nominati nell'ambito del patrocinio a spese dello Stato), introduce una controversia di natura civile, indipendentemente dalla circostanza che il decreto di liquidazione sia stato pronunciato in un giudizio penale, e deve quindi essere trattato da magistrati addetti al servizio civile, con la conseguenza che la trattazione del ricorso per cassazione avverso l'ordinanza che lo decide spetta alle sezioni civili della Corte di cassazione. Tuttavia, qualora l'ordinanza che decide l'opposizione sia stata adottata da un giudice addetto al servizio penale, si configura una violazione delle regole di composizione dei collegi e di assegnazione degli affari che non determina né una questione di competenza né una nullità, ma può giustificare esclusivamente conseguenze di natura amministrativa o disciplinare. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 settembre 2009, n.19161.




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Tributi locali (comunali, provinciali, regionali) - Tributi locali posteriori alla riforma tributaria del 1972 - ICI - Fabbricati non iscritti in catasto - Riconoscimento del carattere della ruralità - Presupposti - Requisiti di cui all'art. 9 d.l. n. 557 del 1993 - Accertamento da parte del giudice investito della richiesta di rimborso del tributo - Possibilità - Necessità per gli immobili strumentali di identità fra proprietà del fondo e dell'immobile - Esclusione.
Tributi locali (comunali, provinciali, regionali) - Tributi locali posteriori alla riforma tributaria del 1972 - Immobili rurali - Esenzione dall'ICI - Presupposto - Iscrizione in catasto con la qualifica di "rurale" - Sufficienza - Attribuzione di diversa categoria catastale - Impugnazione del classamento da parte del contribuente o del comune - Necessità.


In tema di ICI, l'applicabilità dell'esenzione per i fabbricati rurali, prevista dal combinato disposto dell'art. 23, comma 1-bis, del d.l. n. 207 del 2008, convertito con modificazioni nella l. n. 14 del 2009, e dell'art. 2, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 504 del 1992, è subordinata, per i fabbricati non iscritti in catasto, all'accertamento dei requisiti previsti dall'art. 9 del d.l. n. 557 del 1993, conv. in legge n. 133 del 1994 e successive modifiche, accertamento questo che può essere condotto dal giudice tributario, investito della domanda di rimborso proposta dal contribuente, su cui grava l'onere di dare la prova della sussistenza dei predetti requisiti. Tra i requisiti, per gli immobili strumentali, non rileva l'identità fra titolare del fabbricato e titolare del fondo, potendo la ruralità essere riconosciuta anche agli immobili delle cooperative agricole che svolgono attività di manipolazione, trasformazione, conservazione, valorizzazione o commercializzazione dei prodotti agricoli conferiti dai soci. (massima ufficiale)

In tema di ICI, l'immobile che sia stato iscritto nel catasto dei fabbricati come "rurale", con l'attribuzione della relativa categoria (A/6 o D/10), in conseguenza della riconosciuta ricorrenza dei requisiti previsti dall'art. 9 del d.l. n. 557 del 1993, conv. in legge n. 133 del 1994, non è soggetto all'imposta, ai sensi dell'art. 2, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 504 del 1992, come interpretato dall'art. 23, comma 1-bis del d.l. n. 207 del 2008, aggiunto dalla legge di conversione n. 14 del 2009. Qualora l'immobile sia iscritto in una diversa categoria catastale, sarà onere del contribuente, che pretenda l'esenzione dall'imposta, impugnare l'atto di classamento, restando, altrimenti, il fabbricato medesimo assoggettato ad ICI. Allo stesso modo, il Comune dovrà impugnare autonomamente l'attribuzione della categoria catastale A/6 o D/10, al fine di poter legittimamente pretendere l'assoggettamento del fabbricato all'imposta. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 21 agosto 2009, n.18565.




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Igiene e sanità pubblica - Servizio sanitario nazionale - Organizzazione territoriale - Unità sanitarie locali - Personale dipendente - A rapporto convenzionale - In genere - Incarichi in favore di sanitari convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale - Controversie relative alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato - Giurisdizione del giudice amministrativo - Sussistenza - Fondamento - Apprezzamento discrezionale della P.A. - Presupposti - Posizione giuridica del medico - Interesse legittimo - Configurabilità.

In tema di incarichi in favore di sanitari convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale, appartiene alla giurisdizione del giudice amministrativo la controversia promossa da medico specialistico, avente ad oggetto la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato, dovendosi ritenere - alla luce della regola stabilita dall'art. 23, commi 13 e 14, dell'accordo collettivo nazionale dei medici convenzionati del 23 marzo 2005, rilevante per effetto dell'art. 4, comma 9, della legge n. 412 del 1991, richiamato dall'art. 1, comma 177, della legge n. 311 del 2004 - che resti rimessa alla valutazione dell'Amministrazione, in relazione alla complessiva programmazione regionale e all'attualità delle esigenze organizzative e di servizio, la scelta se disporre o meno la trasformazione del rapporto, e configurandosi, conseguentemente, la posizione giuridica del medico in termini d'interesse legittimo e non di diritto soggettivo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 agosto 2009, n.18503.




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Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Occupazione temporanea e d'urgenza - Indennità - Onere del beneficiario dell'occupazione di provare la persistenza del godimento sul bene da parte del proprietario - Sussistenza - Portata - Relativamente a tutte le prerogative a lui derivanti dal possesso del bene - Necessità - Fondamento - Conseguenze - Fattispecie relativa ad occupazione regolata, "ratione temporis", dall'art.20 della legge n.865 del 1971.
Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Occupazione temporanea e d'urgenza - Indennità - Decorrenza - Determinazione - Momento del "dimensionamento" - Rilevanza - Conseguenze - Riconoscimento di un indennizzo per l'indisponibilità conseguente alla pronuncia del decreto - Condizioni - Prova di un reale pregiudizio - Onere a carico del proprietario.


In tema di occupazione temporanea e d'urgenza di un immobile espropriando, l'onere del beneficiario dell'occupazione di provare la persistenza del godimento sul bene da parte del proprietario, al fine di escludere il diritto all'indennità di occupazione, deve riguardare tutte le prerogative che a questo derivino dal possesso del bene, atteso che nel caso di godimento solo "pro parte", ovvero limitato ad alcune attività soltanto, il diritto all'indennità non può essere escluso, dovendosi valutare, piuttosto, in quale misura il godimento parziale o limitato incida sulla determinazione dell'indennità medesima. (Fattispecie relativa ad occupazione regolata, "ratione temporis", dall'art.20 della legge n. 865 del 1971). (massima ufficiale)

In tema di occupazione temporanea e d'urgenza di un immobile espropriando, il periodo di occupazione legittima decorre dal momento della effettiva immissione in possesso del beneficiario dell'occupazione, che si verifica, di regola, in conseguenza del c.d. "dimensionamento" - consistente nell'individuazione dell'area mediante infissione di picchetti e nell'affermazione degli incaricati dell'operazione che da quel momento il possesso dell'area s'intende trasferito all'amministrazione espropriante - costituendosi, per effetto di tali comportamenti, una impossibilità giuridica dell'ulteriore godimento dell'immobile da parte del proprietario. Dalla stessa data decorre - per le occupazioni regolate, "ratione temporis", dall'art. 20 della legge n. 865 del 1971 - anche il diritto alla corrispondente indennità (il quale postula che il proprietario abbia effettivamente perduto la disponibilità del bene). L'indisponibilità giuridica derivante dalla mera pronuncia del decreto di occupazione può invece costituire presupposto per il riconoscimento di un indennizzo, in favore del proprietario dell'immobile, soltanto ove quest'ultimo fornisca la dimostrazione dell'esistenza di un reale pregiudizio (quale, ad esempio, quello derivante dall'impossibilità di alienazione del bene in presenza di concrete possibilità). (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 07 agosto 2009, n.18077.




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Corte dei conti - Attribuzioni - Giurisdizionali - Giurisdizione della corte - Pensioni ordinarie - Pensioni a carico dello stato e altri enti - Giurisdizione esclusiva sui provvedimenti inerenti al diritto, alla misura ed alla decorrenza della pensione dei pubblici dipendenti - Delibazione degli atti amministrativi inrtervenuti nel pregresso rapporto di impiego - Potere-dovere della Corte dei conti - Sussistenza - Decisione in via incidentale sulla legittimità di detti atti - Divieto - Inosservanza - Ricorso alle Sezioni Unite della Corte di cassazione - Ammissibilità.

La Corte dei conti, in sede di giurisdizione esclusiva sui provvedimenti inerenti al diritto, alla misura ed alla decorrenza della pensione dei pubblici dipendenti (nonché degli altri assegni che ne costituiscono parte integrante), ha il potere-dovere di delibare gli atti amministrativi intervenuti nel pregresso rapporto d'impiego, inerenti allo "status" del dipendente ed al suo trattamento economico, al fine di stabilirne la rilevanza sul trattamento di quiescenza, ma non può decidere, neppure in via incidentale, sulla legittimità di detti atti, trattandosi di questione pregiudiziale che è devoluta alla giurisdizione del giudice del rapporto d'impiego, ove gli atti medesimi siano ancora impugnabili, e che resta preclusa, quando essi siano divenuti definitivi in conseguenza di mancata impugnazione (o di giudicato). L'inosservanza da parte della Corte dei conti del suddetto divieto, in quanto attinente ai limiti esterni delle sue attribuzioni giurisdizionali, è denunciabile con ricorso alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 agosto 2009, n.18076.




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Impiego pubblico - Impiegati dello stato - Promozioni - Diritto alle - Incarico annuale di dirigente scolastico - Requisiti di legittimazione degli aspiranti - Anzianità di servizio - Ambito di maturazione della stessa - Differenziazione tra servizio nella scuola media e nella scuola elementare - Possibilità - Esclusione - Fondamento.

In tema di conferimento di incarichi di dirigente scolastico, il principio di cui all'art. 29 del d.lgs. 165 del 2001, secondo il quale il reclutamento avviene mediante un corso concorso di formazione con modulo unico per la scuola elementare e media (e, dunque, aperto a candidati in possesso del requisito di legittimazione dell'anzianità di servizio maturata indifferentemente presso la scuola elementare o quella media), si applica sia per la partecipazione al concorso per l'attribuzione in via definitiva della posizione di preside, sia per il concorso ad un incarico temporaneo di dirigente scolastico dello stesso livello, non potendo richiedersi per un incarico provvisorio requisiti maggiori di quelli richiesti per un incarico definitivo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 luglio 2009, n.17785.




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Acque - Acquedotti - In genere - Determinazione delle aree soggette a rischio idrogeologico - Adozione del relativo piano stralcio - Interesse pubblico - Sussistenza - Conseguenze - Indicazione del termine per l'adozione al 30 giugno 2001 - Perentorietà di tale termine - Esclusione - Natura acceleratoria - Sussistenza.

La precisa determinazione delle aree soggette a rischio idrogeologico - che avviene attraverso l'adozione del piano stralcio previsto dall'art. 1 del d.l. 11 giugno 1998, n. 180, convertito, con modificazioni, nella legge 3 agosto 1998, n. 267 - risponde all'evidente interesse pubblico connesso all'operazione di individuazione; ne consegue che, nonostante il citato art. 1 preveda che i progetti di piano stralcio siano adottati entro il termine perentorio del 30 giugno 2001, deve ritenersi, anche alla luce delle disposizioni contenute nel d. lgs. 3 aprile 2006, n. 152, che il predetto termine, volto all'adozione quanto mai sollecita di tale piano, abbia un carattere sostanzialmente acceleratorio, senza implicare in alcun modo il venir meno del potere, da parte dell'Amministrazione competente, di provvedervi successivamente. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 luglio 2009, n.17783.




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Acque - Acque pubbliche - In genere - Divieti di edificazione ex art. 96 del r.d. n. 523 del 1904 - Finalità.

In materia di distanze delle costruzioni dagli argini, i divieti di edificazione stabiliti dall'art. 96 del r.d. 25 luglio 1904, n. 523, sono informati alla ragione pubblicistica di assicurare non solo la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ma anche (e soprattutto) il libero deflusso delle acque scorrenti nei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 luglio 2009, n.17784.




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Poste e radiotelecomunicazione pubbliche - Servizi di telecomunicazione - Impianti e concessioni - Emittenti private - Titolare di impianto radiotelevisivo a carattere locale - Preuso di una banda di frequenza - Interferenza sulla frequenza di utilizzatore successivo - Diritto alla tutela petitoria o possessoria - Configurabilità - Mancanza dell'autorizzazione amministrativa - Irrilevanza.

Il titolare di impianto di trasmissioni radiotelevisive via etere in ambito locale che utilizzi di fatto e con preuso, anche in mancanza dell'autorizzazione amministrativa, una certa banda di frequenza, è portatore nei confronti di altro utilizzatore privato che si trovi nella medesima condizione ed interferisca sulla stessa frequenza, di posizioni giuridiche soggettive, tutelabili davanti al giudice ordinario, sia in sede possessoria che petitoria. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 luglio 2009, n.17465.




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Procedimento civile - Notificazione - In genere - Notificazione degli atti processuali - Mancato perfezionamento per ragioni non imputabili al notificante - Ripresa del procedimento notificatorio - Ammissibilità - Conseguenze - Efficacia della notificazione a far data dalla iniziale richiesta di notifica - Configurabilità - Condizioni - Fattispecie relativa a notificazione di atto di appello.

In tema di notificazioni degli atti processuali, qualora la notificazione dell'atto, da effettuarsi entro un termine perentorio, non si concluda positivamente per circostanze non imputabili al richiedente, questi ha la facoltà e l'onere - anche alla luce del principio della ragionevole durata del processo, atteso che la richiesta di un provvedimento giudiziale comporterebbe un allungamento dei tempi del giudizio - di richiedere all'ufficiale giudiziario la ripresa del procedimento notificatorio, e, ai fini del rispetto del termine, la conseguente notificazione avrà effetto dalla data iniziale di attivazione del procedimento, sempreché la ripresa del medesimo sia intervenuta entro un termine ragionevolmente contenuto, tenuti presenti i tempi necessari secondo la comune diligenza per conoscere l'esito negativo della notificazione e per assumere le informazioni ulteriori conseguentemente necessarie. (In applicazione del suddetto principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva dichiarato inammissibile l'appello rinotificato - in seguito alla riattivazione del procedimento notificatorio effettuata, successivamente alla scadenza del termine lungo, dopo pochi giorni dalla conoscenza dell'esito negativo del primo, tempestivamente chiesto - presso il domicilio eletto dall'avvocato e dalla parte nel luogo sede dell'ufficio giudiziario, il cui cambiamento non era stato comunicato alla controparte). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 luglio 2009, n.17352.




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Lavoro - Lavoro subordinato - Categorie e qualifiche dei prestatori di lavoro - Mansioni - Diverse da quelle dell'assunzione - Personale dipendente da ente locale - Inquadramento con riferimento alle qualifiche contrattuali - Art. 3 del c.c.n.l. per il comparto Regioni Autonomie locali del 31 marzo 1999 e 1 aprile 1999 - Operatività - Fattispecie.
Impiego pubblico - Impiegati regionali, provinciali, comunali - In genere - Inquadramento con riferimento alle qualifiche contrattuali - Art. 3 del c.c.n.l. per il comparto Regioni Autonomie locali del 31 marzo 1999 e 1 aprile 1999 - Operatività - Fattispecie.


In tema di qualifiche del personale dipendente da ente locale, l'art. 3 del c.c.n.l. per il comparto Regioni Autonomie locali del 31 marzo 1999 e 1 aprile 1999 - nel prevedere la classificazione del personale in quattro categorie, descritte nell'allegato A al contratto medesimo, nonché che gli enti, in relazione alla propria organizzazione, identificano i profili professionali non espressamente previsti dal citato allegato "utilizzando in via analogica i contenuti delle mansioni dei profili" ivi indicati - non ha inteso attribuire allo svolgimento di date mansioni il diritto al corrispondente inquadramento secondo i criteri dettati dall'art. 2103 cod. civ., che non trova applicazione ai rapporti di lavoro pubblico, ancorché contrattualizzato, ma solo indicare un criterio guida in funzione integrativa del contratto nazionale, per la delineazione di ulteriori profili professionali relativi alle varie categorie. (Nella specie, il lavoratore aveva chiesto l'inquadramento nella categoria C del richiamato contratto, con il profilo professionale di custode coordinatore dei cimiteri, in luogo della categoria B riconosciuta, proprio in considerazione delle mansioni superiori svolte, laddove l'Amministrazione aveva effettuato l'inquadramento attraverso la mera trasposizione dalla vecchia alla nuova classificazione del personale; la S.C., nel confermare la sentenza impugnata, che aveva ritenuto la legittimità dell'inquadramento, ha affermato l'anzidetto principio). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 luglio 2009, n.17350.




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Sanzioni amministrative - Applicazione - Opposizione - Procedimento - Istruttoria - In genere.
Prova civile - Documentazione (prova) - Atto pubblico - Efficacia - Sanzioni amministrative - Opposizione - Verbale di accertamento di violazione del Codice della Strada - Efficacia probatoria privilegiata - Limiti - Fattispecie in tema di rilevamento d'infrazione all'obbligo d'indossare la cintura di sicurezza.


Nel giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione relativo al pagamento di una sanzione amministrativa è ammessa la contestazione e la prova unicamente delle circostanze di fatto della violazione che non sono attestate nel verbale di accertamento come avvenute alla presenza del pubblico ufficiale o rispetto alle quali l'atto non è suscettibile di fede privilegiata per una sua irrisolvibile contraddittorietà oggettiva, mentre è riservata al giudizio di querela di falso, nel quale non sussistono limiti di prova e che è diretto anche a verificare la correttezza dell'operato del pubblico ufficiale, la proposizione e l'esame di ogni questione concernente l'alterazione nel verbale, pur se involontaria o dovuta a cause accidentali, della realtà degli accadimenti e dell'effettivo svolgersi dei fatti. (Nella fattispecie, la Corte ha ritenuto assistita da fede privilegiata l'indicazione nel verbale del mancato uso della cintura di sicurezza da parte del trasgressore, in quanto oggetto diretto della constatazione visiva del pubblico ufficiale accertatore). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 luglio 2009, n.17355.




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Edilizia popolare ed economica - Competenza e giurisdizione - Assegnatario di alloggio popolare ex d.P.R. n. 2 del 1959, modificato dalla legge n. 231 del 1962 - Cessione in proprietà - Condizioni - Mancata inclusione dell'alloggio nella quota di riserva - Natura delle situazioni soggettive dell'assegnatario - Controversie relative - Riparto della giurisdizione - Criteri.

La qualità di assegnatario di alloggio popolare costituisce, ai sensi del d.P.R. 17 gennaio 1959, n. 2, come modificato dalla legge 27 aprile 1962, n. 231, condizione necessaria, ma non sufficiente, per acquisire il diritto alla cessione in proprietà dell'alloggio medesimo, essendo tale diritto escluso con riguardo a quegli alloggi che, con apposito provvedimento amministrativo, vengono inclusi nella quota di riserva, conservata alla proprietà dell'ente assegnante. Ne consegue che soltanto la formazione di tale quota, rendendo individuabili gli alloggi vendibili, segna il momento del sorgere del diritto al relativo acquisto, tutelabile davanti al giudice ordinario, mentre la legittima aspettativa degli assegnatari a conseguire la proprietà degli alloggi occupati ha natura di mero interesse legittimo, tutelabile, anche con riguardo al corretto svolgimento del procedimento di formazione della quota di riserva, davanti al giudice amministrativo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 21 luglio 2009, n.16903.




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Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Ricorso - Forma e contenuto - Esposizione sommaria dei fatti - Ricorso confezionato mediante spillatura del ricorso di primo grado e di tutti gli atti successivi - Inammissibilità - Fondamento.

La prescrizione contenuta nell'art. 366, primo comma, n. 3 cod. proc. civ., secondo la quale il ricorso per cassazione deve contenere, a pena d'inammissibilità, l'esposizione sommaria dei fatti di causa, non può ritenersi osservata quando il ricorrente non riproduca alcuna narrativa della vicenda processuale, né accenni all'oggetto della pretesa, limitandosi ad allegare, mediante "spillatura" al ricorso, l'intero ricorso di primo grado ed il testo integrale di tutti gli atti successivi, rendendo particolarmente indaginosa l'individuazione della materia del contendere e contravvenendo allo scopo della disposizione, preordinata ad agevolare la comprensione dell'oggetto della pretesa e del tenore della sentenza impugnata in immediato coordinamento con i motivi di censura. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 luglio 2009, n.16628.




Opponibilità della sentenza tra creditore e condebitore in solido e rilevanza di condotte autonome

Responsabilità civile – Attraversamento di minore sceso da scuolabus – Separate azioni di risarcimento nei confronti dell’investitore e del Ministero P.I. – Art. 1306, secondo comma, cod. civ..

In tema di responsabilità civile per investimento di minore che, sceso dallo scuolabus, attraversava da solo la strada, il giudicato formatosi in un primo giudizio, cui non ha partecipato il Ministero della Pubblica Istruzione, riguarda soltanto la misura del danno conseguente all’evento e il comportamento colposo del conducente dell’auto, ma non anche tutte le autonome e distinte condotte poste in essere da tutti coloro che, in tesi, possono ritenersi responsabili dell’evento, sicché, nel secondo giudizio, il detto Ministero può opporre, ai sensi dell’art. 1306, secondo comma, cod. civ., la sentenza pronunziata tra il creditore e il condebitore in solido solo nei limiti indicati, mentre non é precluso l’accertamento sulla rilevanza della diversa e autonoma condotta negligente della scuola e, quindi, del Ministero. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 15 luglio 2009, n.16503.




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Corte dei Conti - Attribuzioni - Giurisdizionali - Contenzioso contabile - Giudizi di conto - In genere - Società - Gestione separata di beni per conto e nell'interesse dello Stato - Sottoposizione a concordato preventivo con cessione dei beni - Domanda di accertamento della estraneità di alcuni beni alla liquidazione concordatizia - Giurisdizione della Corte dei Conti - Esclusione - Fondamento - Espletamento di consulenza tecnica d'ufficio - Rilevanza - Esclusione - Fattispecie.

La domanda con cui una società, incaricata di gestire beni per conto e nell'interesse dello Stato con separazione dal resto del suo patrimonio, chieda, dopo essere stata sottoposta alla procedura di concordato preventivo con cessione dei beni, di accertarsi che alcuni di essi, appresi dal liquidatore giudiziale, non sono fra quelli oggetto di cessione ai creditori, non rientra nella giurisdizione della Corte dei Conti, ma in quella del giudice ordinario, a prescindere dal fatto che, in funzione del predetto accertamento, sia stata chiesta l'ammissione di una consulenza tecnica d'ufficio, il cui eventuale espletamento non è in grado di modificare l'oggetto della causa, che non si identifica affatto con un giudizio di rendiconto riguardante la gestione dei beni per conto dello Stato. (Principio enunciato dalla S.C. in riferimento alla rivendicazione da parte della Federazione italiana dei consorzi agrari dei beni risultanti dalle operazioni di cui agli artt. 2 e 3 del d.lgs. n. 1235 del 1948, ratificato dalla legge n. 561 del 1956, applicabile "ratione temporis"). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 15 luglio 2009, n.16504.




Domanda del debitore per la restituzione di beni non contemplati dal concordato

Concordato preventivo - Cessione di beni - Domanda del debitore per la restituzione di beni non contemplati dal concordato - Azione ordinaria di cognizione - Ammissibilità - Fondamento

Le domande con cui il debitore assoggettato alla procedura di concordato preventivo con cessione dei beni intenda far accertare che una parte del patrimonio acquisito dal liquidatore giudiziale non è compresa nell'attivo societario contemplato dal concordato stesso (trattandosi nella specie di beni della Federazione italiana dei consorzi agrari costituenti un patrimonio a gestione separata, in quanto risultanti da operazioni condotte nell'interesse e per conto dello Stato, ai sensi degli artt. 2 e 3 del d.lgs. n. 1235 del 1948, ratificato dalla legge n. 561 del 1956, applicabile "ratione temporis") e chieda perciò la condanna del medesimo liquidatore alla relativa restituzione, sono proponibili nelle forme dell'azione ordinaria di cognizione; infatti, al pari dalla controversia promossa da un terzo che rivendichi su determinati beni un diritto incompatibile con la loro cessione ai creditori in funzione liquidatoria, l'analoga contestazione mossa dal debitore non rinviene, nella disciplina concordatizia, un espresso o inequivoco divieto di attuarsi se non mediante il sistema di tutela interno rappresentato dai decreti del giudice delegato, adottabili ex artt. 26 e 164 legge fall. e reclamabili avanti al tribunale, non inerendo tali rimedi ad un sistema speciale ed esclusivo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 15 luglio 2009, n.16504.




Assistenza di portatori di handicap e trasferimento ad altra sede

Lavoro – Lavoro subordinato – Diritti ed obblighi del datore e del prestatore di lavoro – In genere.

In tema di assistenza alle persone handicappate, il diritto del familiare lavoratore, che assiste con continuità un familiare od affine portatore di handicap, a non essere trasferito ad altra sede senza il suo consenso non può essere invocato ove il lavoratore versi in una situazione di incompatibilità ambientale. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 luglio 2009, n.16102.




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Tributi (in generale) - Contenzioso tributario (disciplina posteriore alla riforma tributaria del 1972) - Procedimento - Procedimento di primo grado - Termini per ricorrere - In genere - Imposizione tributaria - Procedimento di accertamento - Presentazione di deduzioni difensive - Effetti - Sospensione del termine ex art. 21 del d.lgs. n. 546 del 1992 - Esclusione - Fondamento.

In tema di contenzioso tributario, al di fuori delle ipotesi espressamente previste della legge, la presentazione di deduzioni difensive non rivolte nei confronti di un atto irrogativo di sanzione ma riguardanti un atto proprio del procedimento di accertamento e liquidazione tributaria, non è idonea a sospendere il termine di decadenza previsto dall'art. 21 del d.lgs. 31 dicembre 1992 n. 546 ai fini dell'impugnazione davanti al giudice tributario, ma può svolgere esclusivamente la funzione di sollecitare l'esercizio del potere dell'Amministrazione, di natura discrezionale, di annullamento d'ufficio o di revoca dell'atto contestato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 luglio 2009, n.16097.




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Procedimenti cautelari - In genere - Controversia assoggettata al rito del lavoro - Provvedimento cautelare emesso dal giudice monocratico - Reclamo - Giudice competente - Tribunale del lavoro in composizione collegiale.
Competenza civile - Regolamento di competenza - In genere - Procedimento cautelare - Provvedimento d'incompetenza emesso da due diversi giudici in fase di reclamo - Regolamento di competenza - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento - Fattispecie.


L'organo giudiziario competente a decidere sul reclamo avverso un provvedimento cautelare emesso dal Tribunale del lavoro in composizione monocratica è il Tribunale del lavoro in composizione collegiale, così come stabilito in via generale dall'art. 669-terdecies cod. proc. civ., e non la Corte d'appello, in mancanza di un'espressa disposizione derogatoria del regime giuridico ordinario del giudizio di reclamo cautelare. (Principio di diritto espresso nell'interesse della legge ai sensi dell'art. 363, terzo comma, cod. proc. civ.). (massima ufficiale)

In materia di procedimenti cautelari, è inammissibile la proposizione del regolamento di competenza, anche nell'ipotesi di duplice declaratoria d'incompetenza formulata in sede di giudizio di reclamo, sia in ragione della natura giuridica dei provvedimenti declinatori della competenza - che, in sede cautelare, non possono assurgere al "genus" della sentenza e sono, pertanto, inidonei ad instaurare la procedura di regolamento in quanto caratterizzati dalla provvisorietà e dalla riproponibilità illimitata - sia perché l'eventuale decisione, pronunciata in esito al procedimento disciplinato dall'art. 47 cod. proc. civ., sarebbe priva del requisito della definitività, in ragione del peculiare regime giuridico del procedimento cautelare nel quale andrebbe ad inserirsi. (Nella fattispecie, e a seguito di reclamo contro un'ordinanza emessa in sede cautelare, il Tribunale del lavoro in composizione collegiale aveva declinato la propria competenza a favore della Corte d'appello, che, a sua volta, si era dichiarata incompetente ed aveva richiesto, d'ufficio, il regolamento di competenza). (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 09 luglio 2009, n.16091.




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Responsabilità civile - Amministrazione pubblica - In genere - In Genere.

  Cassazione Sez. Un. Civili, 09 luglio 2009, n.16090.




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Edilizia popolare ed economica - Competenza e giurisdizione - Edilizia residenziale pubblica - Cessione degli alloggi agli assegnatari - Provvedimento di autorizzazione della Regione - Fase successiva - Controversie relative - Giurisdizione del giudice ordinario - Fondamento - Conseguenze - Controversia attinente al colpevole ritardo nella procedura di stipulazione dei contratti di cessione - Giurisdizione del giudice ordinario - Devoluzione.

In materia di cessione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 204 del 2004, che ha dichiarato la parziale incostituzionalità dell'art. 33 del d.lgs. n. 80 del 1998, come sostituito dall'art. 7, lett. a), della legge n. 205 del 2000, sussiste la giurisdizione del giudice ordinario per tutte le controversie attinenti alla fase successiva al provvedimento di autorizzazione da parte della Regione, su richiesta dell'interessato, del trasferimento in proprietà all'assegnatario dell'alloggio, giacché nell'ambito di detta fase gli assegnatari hanno un diritto soggettivo perfetto, di carattere personale, alla cessione, alle condizioni stabilite dalla legge, mentre la P.A. non ha alcun potere discrezionale al riguardo, essendo i successivi adempimenti atti dovuti e costituendo l'atto di cessione un negozio di diritto privato. Ne consegue che appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la controversia avente ad oggetto il colpevole ritardo nella procedura di stipulazione dei contratti di cessione degli alloggi, rispetto alla quale manca qualsiasi valutazione discrezionale della P.A. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 luglio 2009, n.16094.




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Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Competenza e giurisdizione - Decreto di esproprio - Occupazione di terreni non compresi - Azione risarcitoria - Devoluzione al Giudice amministrativo - Fondamento.

Spetta alla giurisdizione del giudice amministrativo la domanda con la quale il privato chieda il risarcimento del danno conseguente all'occupazione di terreni non ricompresi nei decreti di esproprio e destinati ad opere di urbanizzazione, posto che in tale caso non si realizza un mero comportamento materiale non ricollegabile all'esercizio del potere espropriativo espresso dalla dichiarazione di pubblica utilità, a seguito della quale sono emessi i decreti di esproprio, ma un comportamento che deve essere valutato in correlazione ai predetti decreti, al fine di stabilire se esso possa essere ricondotto agli atti di una procedura espropriativa basata su una dichiarazione di pubblica utilità. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 luglio 2009, n.16093.




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Circolazione stradale - Sanzioni - In genere - Revisione della patente di guida - Impugnazione - Giurisdizione del giudice amministrativo - Fondamento.

L'impugnazione del provvedimento di revisione della patente di guida emesso dal direttore dell'Ufficio provinciale della Motorizzazione Civile ai sensi dell'art. 128, 1° comma, del codice della strada rientra nella giurisdizione del giudice amministrativo, trattandosi di provvedimento la cui adozione, sganciata dall'accertamento di una qualsiasi violazione delle norme sulla circolazione stradale, è rimessa alla discrezionalità della P.A. che, nell'espletamento delle sue funzioni istituzionali di tutela del pubblico interesse, deve aver cura di evitare che la conduzione degli autoveicoli possa essere consentita a soggetti incapaci. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 08 luglio 2009, n.15966.




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Igiene e sanità pubblica - Servizio sanitario nazionale - Organizzazione territoriale - Unità sanitarie locali - Personale dipendente - A rapporto convenzionale - In genere - Medici convenzionati esterni - Rapporto di lavoro parasubordinato - Configurabilità - Conseguenze - Controversie - Giurisdizione ordinaria - Sussistenza - Estinzione del rapporto o trasformazione a tempo indeterminato di rapporto a termine - Controversie relative - Inclusione - Finalità pubbliche e sociali del servizio sanitario nazionale - Conseguenze - Regolazioni uniformi sul piano nazionale - Oggetto - Posizione degli interessati - Interesse legittimo - Esclusione.

La natura privatistica dei rapporti di lavoro parasubordinati intercorrenti tra le A.U.S.L. ed i medici convenzionati esterni comporta l'assoggettabilità alla giurisdizione ordinaria delle relative controversie anche se attinenti alla cessazione del rapporto e alla possibilità (come nella specie) di trasformazione di un rapporto a termine in un rapporto a tempo indeterminato, non assumendo rilievo, a tal fine, le finalità eminentemente pubbliche e sociali proprie del servizio sanitario nazionale, la cui esistenza ha portato il legislatore a prevedere sistemi di regolamentazione pattizia collettiva di carattere uniforme sul piano nazionale, diretti a disciplinare le reciproche prestazioni delle parti delle convenzioni nell'ambito di un complesso di presupposti, modalità e condizioni, rispondenti ad una marcata esigenza "organizzatoria" con connotazioni pubblicistiche, senza qualificare la posizione degli interessati come di interesse legittimo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 luglio 2009, n.15847.




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Impugnazioni civili - Impugnazioni in generale - Riunione delle impugnazioni - Impugnazione della medesima sentenza proposta in via principale dal destinatario dell'altrui impugnazione - Onere del secondo impugnante di far conoscere al giudice la simultanea pendenza dei due procedimenti - Sussistenza - Funzione - Inosservanza - Conseguenze.

La parte cui sia stata notificata l'altrui impugnazione, qualora proponga la propria, avverso la medesima sentenza, separatamente, in via principale, anziché in via incidentale, deve porre il giudice in grado di conoscere la simultanea pendenza dei due procedimenti, affinché possa provvedere alla loro riunione, ai sensi dell'art. 335 cod. proc. civ.; in difetto, la mancata riunione delle due impugnazioni, mentre non incide sulla validità della pronuncia relativa alla prima, rende improcedibile la seconda, atteso che, risultando ormai impossibile il "simultaneus processus", si verifica un impedimento all'esame degli ulteriori gravami, in ragione della decadenza con la quale l'art. 333 sanziona la prescrizione dell'incidentalità delle impugnazioni successive alla prima. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 luglio 2009, n.15843.




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Edilizia popolare ed economica - Competenza e giurisdizione - In Genere.

  Cassazione Sez. Un. Civili, 07 luglio 2009, n.15853.




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Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Giudizio di rinvio - Giudice di rinvio - Poteri - In genere - Principio di dirittto - Vincolatività - Estensione alle norme processuali - Conseguenze - Diversa qualificazione giuridica del fatto in sede di rinvio - Ammissibilità - Esclusione - Fattispecie.

Nel giudizio di rinvio, è precluso qualsiasi riesame dei presupposti di applicabilità del principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione, non solo in ordine agli "errores in judicando" relativi al diritto sostanziale, ma anche per le violazioni di norme processuali, tutte le volte in cui il principio sia stato enunciato rispetto a un fatto con valenza processuale. Pertanto, quando la Corte abbia affermato, in relazione ad un atto amministrativo impugnato davanti al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, la sua idoneità a ledere una posizione giuridica soggettiva giuridicamente protetta e la sua autonoma impugnabilità, tale qualificazione non può essere rimessa in discussione, in sede di rinvio, sulla base di profili diversi, quali il carattere endoprocedimentale dell'atto. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 luglio 2009, n.15602.




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Arbitrato - Arbitri - Compenso - Determinazione - Assenza della quantificazione del compenso e delle spese nel contratto di arbitrato - Conseguenze - Determinazione rimessa al presidente del tribunale in base all'art. 814 cod. proc. civ. (nella formulazione antecedente alla novella di cui al d.lgs. n. 40 del 2006) - Natura del procedimento e dell'ordinanza conclusiva - Funzione giurisdizionale non contenziosa e provvedimento a carattere privatistico - Conseguenze - Ricorribilità per cassazione ex art. 111 Cost. avverso l'ordinanza presidenziale - Esclusione - Ipotizzabilità della soccombenza e necessità di provvedere sulle spese da parte del presidente del tribunale - Esclusione - Fondamento.

In tema di determinazione del compenso e delle spese dovuti agli arbitri dai conferenti l'incarico, secondo il regime previgente alla novella recata dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, qualora, in assenza di espressa rinunzia da parte degli aventi diritto, il contratto di arbitrato non contenga la relativa quantificazione, esso è automaticamente integrato, in base all'art. 814 cod. proc. civ., con clausola devolutiva della pertinente determinazione al presidente del tribunale, il quale, una volta investito (con ricorso proponibile anche disgiuntamente da ciascun componente del collegio arbitrale) in alternativa all'arbitratore, svolge una funzione giurisdizionale non contenziosa, adottando un provvedimento di natura essenzialmente privatistica. Ne consegue che detto provvedimento è privo della vocazione al giudicato e, dunque, insuscettibile di impugnazione con ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost.;tale natura del procedimento, inoltre, esclude l'ipotizzabilità di una soccombenza ed osta, pertanto, all'applicazione del relativo principio ed all'adozione delle conseguenziali determinazioni in tema di spese. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 luglio 2009, n.15586.




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Corte dei conti - Attribuzioni - Giurisdizionali - Contenzioso contabile - Giudizi di responsabilità - In genere - Appalto di servizi per la gestione di interventi manutentivi del patrimonio di un ente pubblico - Azione di responsabilità erariale nei confronti della società appaltatrice - Giurisdizione contabile - Sussistenza - Fondamento - Svolgimento di funzioni istituzionalmente spettanti all'ente pubblico - Rapporto di servizio - Configurabilità.

Spetta alla Corte dei conti la giurisdizione in ordine all'azione di responsabilità amministrativa relativa al danno erariale che un ente pubblico (INPDAP) assuma di aver subito nell'ambito dell'esecuzione di un contratto di appalto di servizi, stipulato con una società privata per la gestione di interventi manutentivi del patrimonio dell'ente, in relazione a responsabilità concorrenti della società e di un dipendente per la sua condotta integrante un fatto-reato. Infatti, ai fini della configurabilità di un rapporto di servizio, idoneo a radicare la giurisdizione contabile, assume rilievo l'effettivo svolgimento da parte della società privata di funzioni istituzionalmente spettanti all'ente pubblico, mentre è ininfluente la natura privatistica delle prestazioni individuate nella convenzione regolatrice del contratto. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 luglio 2009, n.15599.




Pagamento della retta di paziente di ex ospedale psichiatrico e giurisdizione

Giurisdizione – Controversia concernente il pagamento della quota alberghiera della retta di degenza per pazienti degli ex ospedali psichiatrici – Domanda nei confronti del paziente e della AUSL – Giurisdizione del Giudice ordinario.

La controversia, instaurata da una casa di cura convenzionata nei confronti di un paziente di un ex ospedale psichiatrico e della AUSL, avente ad oggetto il pagamento della quota alberghiera della retta di degenza in riferimento all'individuazione del soggetto obbligato e alla misura di tale obbligazione (sulla base di disposizioni regionali che pongono per l'intero o in parte la suddetta quota a carico dell'assistito rispetto a limiti reddituali), spetta alla giurisdizione del giudice ordinario, dovendosi escludere la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, ai sensi dell’art. 33 del d.lgs. n. 80 del 1998, atteso che vengono in questione una obbligazione di natura assistenziale che si ricollega a presupposti prefigurati dalla legge e non all'esercizio mediante provvedimenti discrezionali di poteri autoritativi dell'Amministrazione. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 luglio 2009, n.15377.




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Spese giudiziali civili - Condanna alle spese - In genere - Condanna generica emessa da giudice straniero - Domanda per la liquidazione del "quantum" proposta innanzi al giudice italiano - Ammissibilità - Fondamento - Condizioni.
Giurisdizione civile - Giurisdizione in generale - Pendenza di lite davanti a giudice straniero - Pronuncia di condanna della High Court of London in materia di spese - Rinvio ad autonomo procedimento per la liquidazione finale - Natura - Condanna generica o pronuncia di accertamento limitata all'"an" - Conseguenze - Automatico riconoscimento nell'ordinamento italiano ex artt.32 e 33 Regolamento CE n.44/2001 - Sussistenza - Fondamento.


Una decisione giurisdizionale di condanna generica alle spese processuali (ovvero di pronuncia di accertamento limitata all'"an") emessa da un giudice di uno degli Stati membri dell'Unione Europea (nella specie, dall'High Court of London), è automaticamente riconosciuta in altro Stato membro (nella specie, in Italia), essendo ricompresa, ai sensi degli artt.32 e 33 del Regolamento CE n.44/2001, tra quelle che, se invocate in un giudizio per il quale sia competente, in virtù del criterio di collegamento di cui all'art.2 del predetto Regolamento, il giudice del secondo Stato, non richiedono alcun procedimento per il riconoscimento; ne consegue che la parte legittimamente può instaurare in Italia il giudizio di determinazione del "quantum" ponendo a fondamento dello stesso la realizzazione del diritto di credito oggetto di accertamento, coperto da giudicato, nella predetta decisione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 luglio 2009, n.15386.




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Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Giurisdizioni speciali (impugnabilità) - Consiglio di stato - Vizio di costituzione dell'organo giudicante - Consigliere relatore collocato fuori ruolo - Difetto di giurisdizione - Configurabilità - Esclusione - Fondamento.

Il difetto di giurisdizione per irregolare costituzione del giudice si determina solo nell'ipotesi di un'alterazione qualitativa o quantitativa del collegio giudicante, ovvero quando vi sia una totale carenza di legittimazione di uno o più dei suoi componenti, o possa ravvisarsi una assoluta inidoneità degli stessi in modo da determinare una non coincidenza dell'organo giurisdizionale con quello delineato dalla legge. Non si verifica tale condizione quando, in una causa promossa davanti al Consiglio di Stato, il consigliere relatore risulti collocato fuori ruolo ed assegnato al Consiglio di giustizia amministrativa della regione Siciliana, con provvedimento di un giorno antecedente alla data dell'udienza e della camera di Consiglio, in quanto il collegio giudicante risulta comunque formato da componenti muniti dello "status" di magistrati del Consiglio di Stato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 luglio 2009, n.15383.




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Urbanistica - Giurisdizione - Convenzione di lottizzazione - Mancata approvazione - Risarcimento del danno - Giurisdizione amministrativa esclusiva - Fondamento.
Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Convenzione di lottizzazione - Mancata approvazione - Risarcimento del danno - Giurisdizione amministrativa esclusiva - Fondamento.


La domanda proposta dal privato di risarcimento dei danni causati dalla condotta inerte del Comune nell'approvazione di una convenzione di lottizzazione - la quale, essendo diretta a disciplinare il successivo rilascio di concessioni edilizie e l'esecuzione concordata tra le parti di opere di urbanizzazione, rientra tra gli accordi sostitutivi del provvedimento, ai sensi dell'art. 11, comma 5, della legge n. 241 del 1990 - appartiene alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, essendo la domanda di tutela connessa ad un comportamento dell'ente locale lesivo di interessi legittimi pretensivi alla conclusione positiva del procedimento di approvazione della convenzione, svolto nell'esercizio di un potere autoritativo e discrezionale, tutelabile insieme al conseguenziale diritto al risarcimento del danno. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 luglio 2009, n.15388.




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Risarcimento del danno - Morte di congiunti (parenti della vittima) - Morte derivante da incidente automobilistico antecedente al 1° maggio 1993 - Domanda di risarcimento "iure proprio" avanzata dagli stretti congiunti della vittima - Limiti risarcitori - Massimale - Limite previsto cumulativamente per un solo danneggiato - Esclusione - Limite previsto per ciascuna persona danneggiata - Applicabilità.

In tema di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante da circolazione di veicoli e di natanti, relativamente a fatto antecedente al 1° maggio 1993, per persona danneggiata, ai sensi dell'art. 21 della legge 24 dicembre 1969 n. 990, deve intendersi non solo la vittima diretta dell'incidente, ma anche i prossimi congiunti o gli aventi causa della stessa, così che i conseguenti danni non devono necessariamente essere soddisfatti tutti nell'ambito del massimale previsto per ogni singola persona, ma il limite del risarcimento è, distintamente per ciascun danno, quello previsto per ciascuna persona danneggiata, fermo nel complesso il massimale per singolo sinistro (c.d. massimale catastrofale). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 01 luglio 2009, n.15376.




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Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Procedimento - Liquidazione dell'indennità - In genere - Indennità di espropriazione - Ritenuta a titolo di imposta - Successiva declaratoria di illegittimità della procedura espropriativa - Pagamento delle somme oggetto di ritenuta - Esclusione.
Tributi erariali diretti - Imposta sul reddito delle persone fisiche (I.R.P.E.F.) (tributi posteriori alla riforma del 1972) - Redditi diversi - In genere - Indennità di espropriazione - Ritenuta a titolo di imposta - Successiva declaratoria di illegittimità della procedura espropriativa - Pagamento delle somme oggetto di ritenuta - Esclusione.


La ritenuta a titolo d'imposta, effettuata dall'Amministrazione espropriante sulle somme versate a titolo di indennità di espropriazione, non può ritenersi illegittima in caso di declaratoria di illegittimità degli atti della procedura e conseguente condanna dell'Amministrazione al risarcimento del danno per l'irreversibile trasformazione del fondo. Infatti, l'art. 11, comma 5, della legge 30 dicembre 1991, n. 413, include nel reddito imponibile non solo l'indennità di espropriazione, ma anche le somme comunque dovute per effetto di acquisizione coattiva conseguente ad occupazioni di urgenza divenute illegittime, relativamente a terreni destinati ad opere pubbliche, ed assoggetta anche queste ultime alla ritenuta a titolo di imposta. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 giugno 2009, n.15232.




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Trentino-Alto Adige - Acque pubbliche - Utilizzazione - Concessioni di grandi derivazioni - A scopo idroelettrico - Determinazione dei canoni di concessione - Principio fondamentale della legislazione statale nella materia - Proporzionalità del canone rispetto all'effettiva entità dello sfruttamento delle risorse pubbliche ed all'utilità ricavata dal concessionario - Sussistenza - Criterio dell'"importo fisso" previsto dall'art. 35 del r.d. n. 1775 del 1933 - Principio fondamentale - Esclusione - Art. 29 della legge della Provincia autonoma di Bolzano n. 1 del 2004 - Criterio di determinazione del canone in base a tariffa di tipo progressivo - Contrasto con l'anzidetto principio fondamentale della legislazione statale - Esclusione - Fondamento.

In tema di canoni per le derivazioni di acqua pubblica a scopo idroelettrico, l'unico principio fondamentale della legislazione statale nella materia - che segna il limite del corretto esercizio della potestà legislativa concorrente regionale di cui all'art. 117, terzo comma, Cost. - va ravvisato nella onerosità della concessione e nella proporzionalità del canone all'effettiva entità dello sfruttamento delle risorse pubbliche che la concessione comporta e all'utilità che il concessionario ne ricava, non potendosi, invece, qualificare come principio fondamentale il criterio della determinazione del canone in base ad un importo fisso per ogni cavallo dinamico nominale di potenza di forza motrice, previsto dall'art. 35 del r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775, il quale, pur collocandosi nell'alveo dell'anzidetto principio fondamentale, non ne esaurisce, tuttavia, la più ampia portata. Ne consegue che la determinazione della misura del canone operata, in riferimento alle piccole e grandi derivazioni, secondo un criterio che tiene conto dell'entità dello sfruttamento della risorsa in base ad una tariffa di tipo progressivo (in relazione al crescere dei Kilowatt di potenza nominale concessa o riconosciuta), dall'art. 29 della legge della Provincia autonoma di Bolzano 8 aprile 2004, n. 1, con decorrenza dal 1° luglio 2004, nell'esercizio della potestà legislativa concorrente ad essa conferita da una pluralità di fonti (tra cui: artt. 29 e 89 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112; d.lgs. 16 marzo 1999, n. 79; d.lgs. 11 novembre 1999, n. 463), non si pone in contrasto con il principio fondamentale innanzi individuato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 giugno 2009, n.15234.




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Tributi (in generale) - Contenzioso tributario (disciplina posteriore alla riforma tributaria del 1972) - Procedimento - Procedimento di appello - Atto di appello - In genere - Spedizione a mezzo di raccomandata - Adempimenti successivi - Deposito dell'atto nella cancelleria della commissione tributaria di primo grado - Verifica - Accertamento di fatto - Configurabilità - Conseguenze - Deduzione della mancata percezione, da parte del giudice di appello, del mancato deposito - Ricorso per cassazione - Esclusione - Impugnazione per revocazione - Necessità.
Impugnazioni civili - Revocazione (giudizio di) - Motivi di revocazione - Errore di fatto - Decisioni del giudice tributario - Sentenza d'inammissibilità dell'appello per mancato deposito dell'atto di gravame nella cancelleria della commissione tributaria di primo grado - Allegazione della mancata percezione, da parte del giudice d'appello, dell'avvenuto deposito del gravame - Ricorso per cassazione - Esclusione - Impugnazione per revocazione - Necessità.
Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Motivi del ricorso - Travisamento di fatti - Decisioni del giudice tributario - Sentenza d'inammissibilità dell'appello per mancato deposito dell'atto di gravame nella cancelleria della commissione tributaria di primo grado - Allegazione della mancata percezione, da parte del giudice d'appello, dell'avvenuto deposito del gravame - Ricorso per cassazione - Esclusione - Impugnazione per revocazione - Necessità.


La verifica, da parte del giudice tributario di secondo grado, dell'avvenuto deposito dell'atto d'appello presso la segreteria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata, quando il ricorso non sia notificato a mezzo di ufficiale giudiziario (ai sensi dell'art. 53, comma 2, d. lgs. 31 dicembre 1992 n. 546), costituisce oggetto di un accertamento di fatto, e non di una interpretazione degli atti processuali. Pertanto, la parte la quale lamenti che il giudice d'appello abbia dichiarato inammissibile il gravame, sull'erroneo presupposto che il suddetto deposito non fosse avvenuto, ha l'onere di impugnare la sentenza con la revocazione ordinaria, e non col ricorso per cassazione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 giugno 2009, n.15227.




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Tributi (in generale) - Condono fiscale - Definizione dei carichi inclusi in ruoli, ex art. 12 della legge n. 289 del 2002 - Ruoli finalizzati alla riscossione di entrate non aventi natura tributaria - Applicabilità - Fondamento - Fattispecie in tema di restituzione di contributi per eventi sismici.

In tema di condono fiscale, la speciale procedura prevista dall'art. 12 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, per la definizione dei carichi inclusi in ruoli emessi da uffici statali e affidati ai concessionari del servizio nazionale della riscossione fino al 31 dicembre 2000 - mediante il pagamento del 15% dell'importo scritto a ruolo, oltre alle eventuali spese sostenute dal concessionario -, è applicabile anche ai ruoli finalizzati alla riscossione di entrate non aventi natura tributaria, ciò risultando in base alla norma interpretativa di cui all'art. 1, comma 2-decies, del d.l. 24 giugno 2003, n. 143, conv. nella legge 1 agosto 2003, n. 212. (Nella fattispecie, relativa alla domanda di restituzione di contributi per eventi sismici percepiti ai sensi della legge 14 maggio 1981, n. 219, la S.C., dichiarata la giurisdizione ordinaria, ha cassato la sentenza della commissione tributaria regionale, e preso atto dell'avvenuto pagamento dell'importo prescritto, ha dichiarato l'estinzione del procedimento per avvenuta definizione ai sensi dell'art. 12 della legge citata). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 giugno 2009, n.15242.




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Tributi (in generale) - Contenzioso tributario (disciplina posteriore alla riforma tributaria del 1972) - Procedimento - In genere - Avviso di accertamento - Apposizione della procura alle liti - Inidoneità - Fondamento - Conseguenze - Inammissibilità del ricorso - Condizioni - Inottemperanza all'invito del giudice a regolarizzare la situazione - Necessità.

L'avviso di accertamento tributario non è un atto processuale, bensì amministrativo, e su di esso non può quindi essere apposta la procura alle liti, che ai sensi dell'art. 12, comma terzo, del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, deve essere conferita a mezzo di atto pubblico, scrittura privata autenticata o in calce o a margine di un atto del processo. Peraltro il giudice tributario, pur in presenza della mancanza o invalidità della procura, non può dichiarare subito l'inammissibilità del ricorso, ma a norma degli artt. 12, comma quinto, e 18, commi terzo e quarto, del medesimo d.lgs. n. 546 del 1992 (nell'interpretazione data dalla sentenza della Corte costituzionale n. 189 del 2000), deve dapprima invitare la parte a regolarizzare la situazione, e, solo in caso di inottemperanza, pronunciare la relativa inammissibilità. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 giugno 2009, n.15241.




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Elezioni - Impugnazioni e ricorsi - Competenza e giurisdizione - Artt. 7 e 12 della legge reg. della Sicilia 26 agosto 1992, n. 7 - Posizione giuridica vantata dal soggetto indicato come assessore dal candidato a Sindaco per la futura nomina a tale carica, poi non intervenuta all'esito delle elezioni - Interesse legittimo pretensivo - Configurabilità - Fondamento - Conseguenza - Sussistenza della giurisdizione del giudice amministativo.
Sicilia - Elezioni - Comunali - Artt. 7 e 12 della legge reg. della Sicilia 26 agosto 1992, n. 7 - Posizione giuridica vantata dal soggetto indicato come assessore dal candidato a Sindaco per la futura nomina a tale carica, poi non intervenuta all'esito delle elezioni - Interesse legittimo pretensivo - Configurabilità - Fondamento - Conseguenza - Sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo.


La norma di cui all'art. 12, comma 1, della legge reg. della Sicilia 26 agosto 1992, n. 7 (da leggersi in correlazione con l'art. 7, comma 5, della stessa legge), che impone al Sindaco neo-eletto la nomina degli assessori indicati in sede di presentazione delle liste, tutela in via diretta il pubblico interesse alla governabilità dell'ente locale, per cui la situazione vantata dal soggetto indicato come assessore all'atto della suddetta presentazione delle liste elettorali, ma non nominato, è qualificabile come una situazione protetta solo in via mediata ed ha, pertanto, la consistenza di interesse legittimo pretensivo, come tale tutelabile dinanzi al giudice amministrativo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 giugno 2009, n.15233.




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Acque - Acque pubbliche - Derivazioni e utilizzazioni (utenze) - Concessione - In genere - Richiesta di variazione di utenza di acqua pubblica - Domanda nuova di concessione - Assimilabilità - Condizioni - Fattispecie in materia di domanda di modificazione del punto di restituzione dell'acqua.

La richiesta di variazione di un'utenza di acqua pubblica deve essere considerata come domanda di nuova concessione, ai sensi dell'art. 49, comma 1, del r.d. 11 dicembre 1933, n. 1773, con conseguente inapplicabilità della procedura di istruttoria breve ai sensi del secondo comma della citata norma, soltanto allorchè essa comporti in concreto una modificazione sostanziale delle opere di raccolta, regolazione, presa o restituzione, ovvero della loro ubicazione o dell'uso dell'acqua.(Nella fattispecie, relativa ad una domanda di rinnovo della concessione con richiesta di modificazione del punto di restituzione delle acque, la S.C. ha confermato la sentenza del Tribunale superiore delle acque pubbliche la quale aveva ritenuto che il mero mutamento del punto di restituzione, in mancanza di altri elementi qualificanti, non poteva essere considerato come variazione sostanziale della concessione). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 giugno 2009, n.15027.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - Giurisdizione in materia tributaria - In Genere.

  Cassazione Sez. Un. Civili, 26 giugno 2009, n.15032.




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Tributi erariali diretti - Accertamento delle imposte sui redditi (tributi posteriori alla riforma del 1972) - Ritenute alla fonte - Redditi di lavoro autonomo - Pagamento eseguito dal debitore del debitore - Ritenuta d'acconto ex art. 25 d.P.R. n. 600 del 1973 - Applicabilità - Sussistenza - Fattispecie in tema di ritenute sull'onorario dovuto dalla parte soccombente in favore del difensore antistatario della parte vittoriosa.

L'art. 25 del d.P.R. 29 settembre 1973 n. 600, a norma del quale i soggetti indicati nell'art. 23 dello stesso decreto sono tenuti ad operare una ritenuta d'acconto dell'IRPEF dovuta sulle somme da loro pagate a titolo di compenso per prestazioni di lavoro autonomo, è applicabile anche quando il lavoratore autonomo non è diretto creditore dell'ente che procede al pagamento e versa la somma quale debitore del debitore, come nel caso in cui il pagamento sia eseguito, a seguito di esecuzione coattiva, dal debitore del debitore (parte soccombente) al difensore antistatario della parte vittoriosa. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 giugno 2009, n.15031.




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Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - In genere - Dichiarazione di pubblica utilità - Revoca per sopravvenute ragioni di merito - Conseguenze - Occupazione del fondo - Cessazione - Accordo per la determinazione dell'indennità di esproprio - Risoluzione - Reciproche obbligazioni restitutorie - Insorgenza - Disciplina applicabile - Individuazione.

La revoca della dichiarazione di pubblica utilità per sopravvenute ragioni di merito, spiegando efficacia preclusiva della conclusione del procedimento espropriativo e costituendo condizione risolutiva dell'accordo intervenuto tra il privato e l'Amministrazione espropriante per la determinazione dell'indennità di esproprio, fa sorgere reciproche obbligazioni di restituzione riguardo, rispettivamente, al fondo oggetto di occupazione ed alla somma ricevuta in forza del predetto accordo. Avendo, tuttavia, tale revoca effetto "ex nunc", l'occupazione assume carattere di illegittimità solo a partire da tale momento, con la conseguenza che l'Amministrazione può liberarsi formulando offerta di restituzione dell'immobile, idonea a costituire in mora il proprietario creditore, mentre, quanto alla somma ricevuta a titolo di anticipazione dell'indennità di esproprio, valgono le regole della ripetizione di indebito oggettivo, essendo l'art. 2033 cod. civ. applicabile anche nel caso di sopravvenienza della causa che renda indebito il pagamento, sicchè, dovendosi presumere la buona fede dell'"accipiens", gli interessi decorrono dal giorno della domanda e non da quello dell'eventuale, precedente,costituzione in mora. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 25 giugno 2009, n.14886.




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Cosa giudicata civile - Giudicato implicito - Art. 161 cod. proc. civ. - Nullità insanabili - Rilevabilità solo con i mezzi di impugnazione - Conseguenze - Decisione di merito del TAR che riconosce implicitamente la giurisdizione - Mancato appello sulla giurisdizione - Giudicato implicito - Sussistenza - Decisione del Consiglio di Stato sul punto - Irrilevanza - Ricorso per cassazione - Inammissibilità.

A norma dell'art. 161 cod. proc. civ., le nullità anche insanabili - fra le quali rientra il difetto di giurisdizione - possono essere fatte valere solo con i mezzi di impugnazione e secondo le regole proprie di questi, secondo una disciplina, applicabile pure al giudizio amministrativo, che può avere come conseguenza anche quella di impedire la rilevabilità di dette nullità; ne consegue che, qualora il TAR, pronunciando sul merito della domanda, abbia implicitamente riconosciuto la propria giurisdizione e tale statuizione non sia stata contestata nei motivi di appello, non rileva che il Consiglio di Stato abbia affrontato la relativa questione - benché preclusa - ed il ricorso per cassazione avverso la sentenza di quest'ultimo è inammissibile, essendosi formato il giudicato implicito sulla giurisdizione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 25 giugno 2009, n.14889.




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Atti amministrativi - Procedimento amministrativo - In genere - Avvio del procedimento - Obbligo di comunicazione - Violazione - Conseguenze - Annullabilità del provvedimento amministrativo - Condizioni - Art. 21 - octies della legge n. 241 del 1990 - Provvedimenti di natura vincolata e non vincolata - Distinzione - Necessità.

A norma dell'art. 21-octies della legge 7 agosto 1990 n. 241, l'annullabilità di un provvedimento amministrativo per violazione dell'obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento, prescritto dall'art. 7 della medesima legge, è esclusa: a) quanto ai provvedimenti di natura vincolata, al pari che per la violazione delle altre norme del procedimento, nel caso di evidenza della inidoneità dell'intervento dei soggetti ai quali è riconosciuto un interesse ad interferire sul loro contenuto; b) quanto ai provvedimenti di natura non vincolata, subordinatamente alla prova da parte dell'Amministrazione che il provvedimento non avrebbe potuto essere diverso anche in caso di intervento di detti interessati. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 25 giugno 2009, n.14878.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Omesso avvio, da parte del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati, del procedimento disciplinare ed avvenuto rilascio del parere di congruità - Responsabilità nei confronti del denunciante - Domanda di risarcimento dei danni - Giurisdizione del giudice ordinario - Esclusione - Fondamento.

La controversia promossa da un avvocato nei confronti del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati (ente pubblico non economico), tendente a conseguire il risarcimento del danno asseritamente derivante dal mancato esercizio dell'azione disciplinare nei confronti di suoi colleghi, nonché dall'avvenuto rilascio del parere di congruità sulle parcelle professionali in favore degli stessi, è devoluta alla giurisdizione del giudice amministrativo, trattandosi, nel primo caso, della contestazione del mancato esercizio di una funzione pubblica, nel secondo caso dell'impugnazione di un atto soggettivamente ed oggettivamente amministrativo, che non si esaurisce in una mera certificazione della rispondenza del credito alla tariffa professionale, ma implica la valutazione di congruità del "quantum". (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 giugno 2009, n.14812.




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Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Retrocessione - Regime di cui all'art. 34 del d.lgs. n. 80 del 1998 - Domande congiunte ed alternative di retrocessione totale o parziale - Proposizione in data anteriore all'entrata in vigore del d.P.R. n. 327 del 2001 - Giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo - Sussistenza - Fondamento - Ordine logico di esame delle domande - Individuazione.

In tema di retrocessione di beni espropriati, a seguito dell'introduzione della giurisdizione amministrativa esclusiva in materia urbanistico-edilizia ed espropriativa da parte dell'art. 34 del d.lgs. n. 80 del 1998 e prima dell'entrata in vigore del d.P.R. n. 327 del 2001, il criterio di riparto della giurisdizione - fondato sulla natura della posizione soggettiva lesa (diritto od interesse legittimo) - che assegna al giudice ordinario la domanda di retrocessione totale ex art. 63 della legge n. 2359 del 1865, ed al giudice amministrativo quella di retrocessione parziale anteriore alla dichiarazione di inservibilità ex artt. 60 e 61 della legge n. 2359 cit., si applica solo se ciascuna domanda venga autonomamente proposta. Qualora le stesse siano proposte congiuntamente ed alternativamente, trovano invece applicazione i principi di logica processuale per cui, nelle materie di giurisdizione esclusiva, la decisione su più cause unite e/o strettamente connesse aventi od oggetto, in astratto, diritti ed interessi, spetta al giudice amministrativo, il quale, avendo cognizione su interessi e diritti, ha competenze più ampie rispetto a quelle del giudice ordinario, limitate ai diritti soggettivi. In tal caso, logicamente prioritaria è la verifica dei presupposti della retrocessione parziale, ovverosia dell'avvenuta realizzazione, anche parziale, dell'opera pubblica, in mancanza della quale il giudice amministrativo, rigettata la relativa domanda, deve estendere l'accertamento all'esistenza del diritto alla retrocessione totale, pronunciando anche sul risarcimento del danno da mancata utilizzazione del fondo, ex art. 35 del d.lgs. n. 80 cit. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 giugno 2009, n.14805.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Atto di diffida dall'attivazione di scarichi di acque reflue in assenza di autorizzazione - Provenienza - Dirigente provinciale non avente funzioni di ufficiale od agente di polizia giudiziaria - Impugnazione - Giurisdizione amministrativa - Devoluzione - Fondamento.

È devoluta alla giurisdizione amministrativa l'impugnazione dell'atto di diffida dall'attivazione di scarichi di acque reflue in assenza di autorizzazione, emanato da un dirigente della Provincia che, pur avendo funzioni di vigilanza in materia, non abbia la qualifica di ufficiale od agente di polizia giudiziaria (non rientrando nelle previsioni generali dell'art. 57 cod. pen. ed in quelle di una legge speciale); tale atto, infatti, può riconoscersi il carattere di provvedimento amministrativo di carattere autoritativo, in quanto emesso dall'ente cui gli artt. 124 e 130 del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 assegnano la competenza in materia di autorizzazione agli scarichi ed il relativo potere di diffida e revoca dell'autorizzazione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 15 giugno 2009, n.13893.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Atti amministrativi in violazione o elusione del giudicato - Domanda di nullità - Giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo - Sussistenza.

La domanda, da identificarsi sulla base del criterio del "petitum sostanziale", diretta a far valere la nullità degli atti amministrativi impugnati, in quanto elusivi di una precedente sentenza del giudice amministrativo, passata in giudicato, è devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, ai sensi dell'art. 21-septies della legge 7 agosto 1990, n. 241, introdotto dalla legge 11 febbraio 2005, n. 15. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 15 giugno 2009, n.13896.




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Previdenza (assicurazioni sociali) - Controversie - Domanda giudiziale - Rapporto con il ricorso amministrativo - Decadenza di cui all'art. 47 del d.P.R. n. 639 del 1970 - Domanda giudiziale rivolta ad ottenere l'adeguamento di una prestazione già riconosciuta in un importo inferiore a quello dovuto - Applicabilità - Esclusione - Conseguenze - Soggezione della domanda al solo termine prescrizionale.

La decadenza di cui all'art. 47 del d.P.R 30 aprile 1970, n. 639 - come interpretato dall'art. 6 del d.l. 29 marzo 1991, n. 103, convertito, con modificazioni, nella legge 1 giugno 1991, n. 166 - non può trovare applicazione in tutti quei casi in cui la domanda giudiziale sia rivolta ad ottenere non già il riconoscimento del diritto alla prestazione previdenziale in sé considerata, ma solo l'adeguamento di detta prestazione già riconosciuta in un importo inferiore a quello dovuto, come avviene nei casi in cui l'Istituto previdenziale sia incorso in errori di calcolo o in errate interpretazioni della normativa legale o ne abbia disconosciuto una componente, nei quali casi la pretesa non soggiace ad altro limite che non sia quello della ordinaria prescrizione decennale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 29 maggio 2009, n.12720.




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Previdenza (assicurazioni sociali) - Controversie - Domanda giudiziale - Rapporto con il ricorso amministrativo - Decadenza dall'azione giudiziaria per il conseguimento di prestazioni previdenziali - Art. 47 del d.P.R. n. 639 del 1970 - Decorrenza - "Dies a quo" - Individuazione - Incidenza del comportamento delle parti sul decorso del termine - Esclusione - Mancanza di provvedimento su domanda dell'assicurato - Carenza delle indicazioni di cui all'art. 47, comma quinto, del d.P.R. n. 639 del 1970 - Irrilevanza.

In tema di decadenza dall'azione giudiziaria per il conseguimento di prestazioni previdenziali , l'art. 47 del d.P.R. 30 aprile 1970, n. 639 (nel testo modificato dall'art. 4 del d.l. 19 settembre 1992, n. 384, convertito, con modificazioni, nella legge 14 novembre 1992, n. 438) dopo avere enunciato due diverse decorrenze delle decadenze riguardanti dette prestazioni (dalla data della comunicazione della decisione del ricorso amministrativo o dalla data di scadenza del termine stabilito per la pronunzia della detta decisione), individua infine - nella "scadenza dei termini prescritti per l'esaurimento del procedimento amministrativo" - la soglia di trecento giorni (risultante dalla somma del termine presuntivo di centoventi giorni dalla data di presentazione della richiesta di prestazione di cui all'art. 7 della legge 11 agosto 1973, n. 533 e di centottanta giorni, previsto dall'art. 46, commi quinto e sesto, della legge 9 marzo 1989, n. 88), oltre la quale la presentazione di un ricorso tardivo - pur restando rilevante ai fini della procedibilità dell'azione giudiziaria - non consente lo spostamento in avanti del "dies a quo" per l'inizio del computo del termine decadenziale (di tre anni o di un anno). Ne consegue che, al fine di impedirne qualsiasi sforamento in ragione della natura pubblica della decadenza regolata dall'anzidetto art. 47, il termine decorre, oltre che nel caso di mancanza di un provvedimento esplicito sulla domanda dell'assicurato, anche in quello di omissione delle indicazioni di cui al comma quinto del medesimo art. 47. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 29 maggio 2009, n.12718.




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Fallimento ed altre procedure concorsuali - Liquidazione coatta amministrativa - Amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi - In genere - Vendita di complesso aziendale non in esercizio - Applicazione delle modalità previste dall'art. 63 del d.lgs. n. 270 del 1999 per la vendita di azienda in esercizio - Violazione di legge - Sussistenza - Disapplicazione degli atti amministrativi prodromici - Configurabilità - Conseguenze - Nullità del contratto di compravendita finale - Fattispecie.

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Liquidazione coatta amministrativa - Amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi - In genere - Impugnazione degli atti di liquidazione ai sensi dell'art. 65 del d.lgs. n. 270 del 1999 - Legittimazione attiva - Titolare di diritti lesi - Legittimazione passiva - Commissario straordinario ed altri interessati - - Partecipazione al procedimento anche della P.A. - Condizioni - Effetti - Disapplicazione degli atti amministrativi presupposti - Ammissibilità - Fondamento - Fattispecie in tema di cessione di complesso aziendale.

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Liquidazione coatta amministrativa - Amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi - In genere - Programma di cessione dei complessi aziendali ex artt. 62 e 63 del d.lgs. n. 270 del 1999 - Regolamentazione delle attività preparatorie ed autorizzatorie - Derogabilità da parte del commissario straordinario e del Ministro - Esclusione - Fondamento - Norme imperative - Violazione - Conseguenze sull'attività negoziale conclusiva della procedura di vendita - Nullità del contratto - Sussistenza.


In tema di liquidazione dei complessi produttivi nell'ambito dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato d'insolvenza, qualora il Ministero dello Sviluppo Economico abbia autorizzato la cessione di un complesso con le modalità di cui all'art. 63 del d.lgs. n. 270 del 1999, dettate per le aziende in esercizio, ed esso risulti invece non più in funzione, restano travalicati i limiti del potere discrezionale spettante alla P.A., con la conseguenza che l'atto posto in essere è viziato per violazione di legge, e le relative autorizzazioni vanno disapplicate ex art. 5 della legge n. 2248 del 1865, All. E, restando escluso che i diritti soggettivi lesi dall'atto di liquidazione (nella specie, il diritto del creditore avente ipoteca sul bene immobile facente parte del complesso liquidato) possano ritenersi degradati ad interessi legittimi. (In applicazione del principio, la S.C. ha dichiarato nulla la vendita del complesso aziendale, ordinando al competente conservatore dei registri immobiliari di procedere alle conseguenti rettifiche ed integrazioni). (massima ufficiale)

In tema di impugnazione degli atti di liquidazione compiuti nella procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato d'insolvenza, il procedimento di cui all'art. 65 del d.lgs. n. 270 del 1999 va promosso, davanti al tribunale, dal soggetto che lamenta la lesione di un proprio diritto soggettivo, ed in confronto del commissario straordinario e degli altri eventuali interessati, e pertanto, nel caso in cui si tratti della cessione di un complesso aziendale, nei confronti dell'amministrazione straordinaria dell'impresa insolvente (quale venditrice) e dell'acquirente del complesso venduto; la partecipazione al giudizio anche del Ministero dello Sviluppo Economico, che ha emanato gli atti di autorizzazione all'esecuzione del programma di vendita, non è di ostacolo alla disapplicazione incidentale di tali atti, ex art. 5 della legge n. 2248 del 1865, all. E, quando il giudice sia chiamato ad indagare, sulla base della domanda e delle difese, se il comportamento lesivo del diritto soggettivo trovi una valida giustificazione nelle autorizzazioni rilasciate dal Ministero. (massima ufficiale)

In tema di cessione dei complessi aziendali nell'ambito dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato d'insolvenza, le disposizioni di cui agli artt. 62 e 63 del d.lgs. n. 270 del 1999, disciplinando le attività preparatorie ed autorizzatorie, pongono al commissario straordinario ed al Ministro dello Sviluppo Economico una serie di vincoli diretti a salvaguardare una pluralità di interessi, tra cui quello dei creditori, dei lavoratori, nonchè quello generale alla salvaguardia delle unità produttive; tali disposizioni hanno il carattere di norme imperative, alla cui violazione consegue la nullità, e non la mera inefficacia, dell'attività negoziale conclusiva della procedura di vendita (nella specie, il contratto di compravendita di azienda) e la illegittimità degli atti prodromici (il programma di cessione del complesso aziendale e le autorizzazioni ministeriali alla sua esecuzione ed alle vendite collegate). (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 27 maggio 2009, n.12247.




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Antichità e belle arti - Demanio pubblico - Archeologico - Monumenti ed opere di antichità - Affidamento di servizi aggiuntivi di assistenza agli utenti presso luoghi di interesse culturale ed artistico, integrati dal servizio di biglietteria - Qualificazione del rapporto tra P.A. e privati - Distinzione tra i servizi aggiuntivi e quello di biglietteria - Necessità - Concessione di pubblici servizi rispetto ai servizi aggiuntivi - Appalto di servizio pubblico per il servizio di biglietteria - Configurabilità - Fondamento.

Concessioni amministrative in genere - Rapporto di concessione - In genere - Affidamento di servizi aggiuntivi di assistenza agli utenti presso luoghi di interesse culturale ed artistico, integrati dal servizio di biglietteria - Qualificazione del rapporto tra P.A. e privati - Distinzione tra i servizi aggiuntivi e quello di biglietteria - Necessità - Concessione di pubblici servizi rispetto ai servizi aggiuntivi - Appalto di servizio pubblico per il servizio di biglietteria - Configurabilità - Fondamento.

Pubblica amministrazione - Contratti - In genere - Affidamento di servizi aggiuntivi di assistenza agli utenti presso luoghi di interesse culturale ed artistico, integrati dal servizio di biglietteria - Qualificazione del rapporto tra P.A. e privati - Distinzione tra i servizi aggiuntivi e quello di biglietteria - Necessità - Concessione di pubblici servizi rispetto ai servizi aggiuntivi - Appalto di servizio pubblico per il servizio di biglietteria - Configurabilità - Fondamento.


L'affidamento da parte della P.A. ad imprese private di servizi aggiuntivi di assistenza agli utenti (quali servizi di caffetteria, ristorazione e guardaroba, di vendita di riproduzioni di beni culturali, ecc.), da effettuarsi presso luoghi di interesse culturale ed artistico, integrati dal servizio di biglietteria - ai sensi degli artt. 112 e 113 del d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, richiamati dall'art. 115 del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 - si configura come concessione di servizio pubblico rispetto ai servizi aggiuntivi, e come appalto di servizio pubblico in riferimento al servizio di biglietteria. Infatti, la costante qualificazione normativa come "concessione" dell'affidamento della gestione a terzi dei servizi aggiuntivi è conforme alle definizioni delle direttive comunitarie (92/50/CE e 2004/18/CE), oltre che coerente con la struttura dei suddetti servizi, atteso che l'Amministrazione trasferisce il diritto di gestire il servizio in favore dei visitatori/utenti dietro pagamento di un canone, e che sussistono, altresì, i caratteri del pubblico servizio, per la valorizzazione dei beni culturali, in presenza : a)della titolarità del servizio in capo alla P.A.; b) della destinazione dello stesso alla soddisfazione di esigenze della collettività; c) della predisposizione da parte della P.A. di un programma di gestione, con obblighi di condotta e livelli qualitativi vincolanti per il privato; d) del mantenimento da parte della P.A. dei corrispondenti poteri di indirizzo, vigilanza e intervento. L'affidamento dei servizi di biglietteria (oltre che di pulizia e vigilanza), che possono integrare la suddetta concessione, è invece configurabile come appalto di servizio pubblico, rilevando l'assunzione da parte della P.A. della veste di acquirente dal privato, anche a favore di terzi individuati, di determinate "utilitates" contro il pagamento di un corrispettivo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 maggio 2009, n.12252.




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Giudizio civile e penale (rapporto) - Cosa giudicata penale - Autorità in altri giudizi civili o amministrativi - In genere - Sentenza di non doversi procedere per prescrizione o amnistia - Efficacia di giudicato nel processo civile per risarcimento del danno - Esclusione - Nuova valutazione del fatto da parte del giudice civile - Necessità.

Alle sentenze di non doversi procedere, perchè il reato è estinto per prescrizione o amnistia, non può riconoscersi alcuna efficacia extrapenale, sicchè nel giudizio promosso contro l'imputato per ottenere il risarcimento del danno, il giudice civile, pur tenendo conto di tutti gli elementi di prova acquisiti in sede penale e pur potendo ripercorrere lo stesso "iter" argomentativo del giudice penale e giungere, quindi, alle medesime conclusioni, deve tuttavia interamente ed autonomamente rivalutare il fatto. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 maggio 2009, n.12243.




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Sanzioni amministrative - Applicazione - Opposizione - Procedimento - In genere - Sollecito di pagamento - Natura impositiva - Esclusione - Autonoma impugnabilità - Opposizione ex art. 23 legge n. 689 del 1981 - Ammissibilità - Condizioni.

Procedimento civile - Termini processuali - Sospensione - In genere.

Sanzioni amministrative - Applicazione - Esecuzione forzata - Avviso di mora - Atto dell'esecuzione forzata - Esclusione - Opposizione - Forma - Ricorso ex art. 23 legge n. 689 del 1981 - Sospensione feriale dei termini - Applicabilità - Fondamento.


L'atto amministrativo di sollecito di pagamento, pur distinguendosi dall'avviso di mora, per la sua natura ontologicamente non impositiva, è autonomamente impugnabile da parte del destinatario, davanti al giudice competente, quando, nonostante il carattere atipico derivante dalla diversa denominazione attribuitagli dall'Amministrazione, abbia lo stesso contenuto e funzione del provvedimento tipizzato impugnabile. Ne consegue l'ammissibilità dell'opposizione ad ordinanza ingiunzione ex art. 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689 avverso un atto contenente un sollecito di pagamento per una sanzione amministrativa rientrante nell'ambito di applicazione di tale legge. (massima ufficiale)

L'avviso di mora, non aggredendo nessun bene del debitore, non è un atto dell'esecuzione né contiene una minaccia di procedere ad esecuzione forzata, avendo ad oggetto la semplice notizia dell'esistenza di un credito, con una sollecitazione al pagamento. Ne consegue che, qualora l'avviso sia stato emesso per la riscossione di somme dovute a titolo di sanzione amministrativa, all'opposizione proposta ex art. 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689 si applica la sospensione feriale dei termini, avendo il procedimento di opposizione ad ordinanza ingiunzione natura di giudizio di cognizione. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 27 maggio 2009, n.12244.




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Fallimento ed altre procedure concorsuali - Liquidazione coatta amministrativa - Amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi - In genere - Vendita di complesso aziendale non in esercizio - Applicazione delle modalità previste dall'art. 63 del d.lgs. n. 270 del 1999 per la vendita di azienda in esercizio - Violazione di legge - Sussistenza - Disapplicazione degli atti amministrativi prodromici - Configurabilità - Conseguenze - Nullità del contratto di compravendita finale - Fattispecie.

In tema di liquidazione dei complessi produttivi nell'ambito dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato d'insolvenza, qualora il Ministero dello Sviluppo Economico abbia autorizzato la cessione di un complesso con le modalità di cui all'art. 63 del d.lgs. n. 270 del 1999, dettate per le aziende in esercizio, ed esso risulti invece non più in funzione, restano travalicati i limiti del potere discrezionale spettante alla P.A., con la conseguenza che l'atto posto in essere è viziato per violazione di legge, e le relative autorizzazioni vanno disapplicate ex art. 5 della legge n. 2248 del 1865, All. E, restando escluso che i diritti soggettivi lesi dall'atto di liquidazione (nella specie, il diritto del creditore avente ipoteca sul bene immobile facente parte del complesso liquidato) possano ritenersi degradati ad interessi legittimi. (In applicazione del principio, la S.C. ha dichiarato nulla la vendita del complesso aziendale, ordinando al competente conservatore dei registri immobiliari di procedere alle conseguenti rettifiche ed integrazioni). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 maggio 2009, n.12247.




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Fallimento ed altre procedure concorsuali - Liquidazione coatta amministrativa - Amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi - In genere - Impugnazione degli atti di liquidazione ai sensi dell'art. 65 del d.lgs. n. 270 del 1999 - Legittimazione attiva - Titolare di diritti lesi - Legittimazione passiva - Commissario straordinario ed altri interessati - Partecipazione al procedimento anche della P.A. - Condizioni - Effetti - Disapplicazione degli atti amministrativi presupposti - Ammissibilità - Fondamento - Fattispecie in tema di cessione di complesso aziendale.

In tema di impugnazione degli atti di liquidazione compiuti nella procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato d'insolvenza, il procedimento di cui all'art. 65 del d.lgs. n. 270 del 1999 va promosso, davanti al tribunale, dal soggetto che lamenta la lesione di un proprio diritto soggettivo, ed in confronto del commissario straordinario e degli altri eventuali interessati, e pertanto, nel caso in cui si tratti della cessione di un complesso aziendale, nei confronti dell'amministrazione straordinaria dell'impresa insolvente (quale venditrice) e dell'acquirente del complesso venduto; la partecipazione al giudizio anche del Ministero dello Sviluppo Economico, che ha emanato gli atti di autorizzazione all'esecuzione del programma di vendita, non è di ostacolo alla disapplicazione incidentale di tali atti, ex art. 5 della legge n. 2248 del 1865, all. E, quando il giudice sia chiamato ad indagare, sulla base della domanda e delle difese, se il comportamento lesivo del diritto soggettivo trovi una valida giustificazione nelle autorizzazioni rilasciate dal Ministero. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 maggio 2009, n.12247.




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Fallimento ed altre procedure concorsuali - Liquidazione coatta amministrativa - Amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi - In genere - Programma di cessione dei complessi aziendali ex artt. 62 e 63 del d.lgs. n. 270 del 1999 - Regolamentazione delle attività preparatorie ed autorizzatorie - Derogabilità da parte del commissario straordinario e del Ministro - Esclusione - Fondamento - Norme imperative - Violazione - Conseguenze sull'attività negoziale conclusiva della procedura di vendita - Nullità del contratto - Sussistenza.

In tema di cessione dei complessi aziendali nell'ambito dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato d'insolvenza, le disposizioni di cui agli artt. 62 e 63 del d.lgs. n. 270 del 1999, disciplinando le attività preparatorie ed autorizzatorie, pongono al commissario straordinario ed al Ministro dello Sviluppo Economico una serie di vincoli diretti a salvaguardare una pluralità di interessi, tra cui quello dei creditori, dei lavoratori, nonchè quello generale alla salvaguardia delle unità produttive; tali disposizioni hanno il carattere di norme imperative, alla cui violazione consegue la nullità, e non la mera inefficacia, dell'attività negoziale conclusiva della procedura di vendita (nella specie, il contratto di compravendita di azienda) e la illegittimità degli atti prodromici (il programma di cessione del complesso aziendale e le autorizzazioni ministeriali alla sua esecuzione ed alle vendite collegate). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 maggio 2009, n.12247.




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Urbanistica - Giurisdizione - Licenza edilizia rilasciata nel regime anteriore alla legge n.10 del 1977 - Contributo per oneri di urbanizzazione - Domanda di ripetizione - Giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo - Sussistenza.

La cognizione delle controversie attinenti alla spettanza e liquidazione del contributo per gli oneri di urbanizzazione, che involgono anche quelle relative alla domanda di ripetizione o di compensazione dei medesimi oneri, appartiene alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, prevista dall'art. 16 della legge 29 gennaio 1977, n. 10; tale principio trova applicazione anche in caso di ripetizione di oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, versati in relazione ad una concessione edilizia rilasciata nel 2001 con riguardo a nuove opere, e che il proprietario dell'immobile assuma non dovuti in quanto inerenti a licenza edilizia concessa al proprio dante causa per la costruzione del fabbricato, nel regime anteriore dettato dalla legge n. 765 del 1967. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 maggio 2009, n.12114.




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Tributi locali (comunali, provinciali, regionali) - Tributi locali posteriori alla riforma tributaria del 1972 - IRAP - Soggetti passivi - Agente di commercio - Applicabilità dell'imposta - Condizioni - Autonoma organizzazione - Necessità - Rimborso dell'imposta - Assenza dell'autonoma organizzazione - Prova - Onere a carico del contribuente.

In tema di IRAP, a norma del combinato disposto degli artt. 2, comma 1, primo periodo e 3, comma 1, lett. c), del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, l'esercizio dell' attività di agente di commercio di cui all'art. 1, legge 9 maggio 1985, n. 204 è escluso dall'applicazione dell'imposta soltanto qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata. Il requisito dell'autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell'organizzazione e non sia , quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l'"id quod plerumque accidit", il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività in assenza dell'organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui. Costituisce onere del contribuente, che chieda il rimborso dell'imposta asseritamente non dovuta, dare la prova dell'assenza delle predette condizioni. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 maggio 2009, n.12108.




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Tributi locali (comunali, provinciali, regionali) - Tributi locali posteriori alla riforma tributaria del 1972 - IRAP - Soggetti passivi - Promotore finanziario - Applicabilità dell'imposta - Condizioni - Autonoma organizzazione - Necessità - Rimborso dell'imposta - Assenza dell'autonoma organizzazione - Prova - Onere a carico del contribuente.

In tema di IRAP, l'esercizio dell'attività di promotore finanziario di cui all'art. 31, comma 2, del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, è escluso dall'applicazione dell'imposta soltanto qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata. Il requisito dell'autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell'organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l'"id quod plerumque accidit", il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui. Costituisce onere del contribuente, che chieda il rimborso dell'imposta asseritamente non dovuta, dare la prova dell'assenza delle predette condizioni. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 maggio 2009, n.12111.




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Riscossione delle imposte - Con ingiunzione fiscale - In genere - Procedimento d'ingiunzione previsto dal r.d. n. 639 del 1910 - Entrate di diritto privato della P.A. - Applicabilità - Condizioni - Sussistenza di un credito certo, liquido ed esigibile - Necessità.

Lo speciale procedimento disciplinato dal r.d. 14 aprile 1910, n. 639 è utilizzabile, da parte della P.A., non solo per le entrate strettamente di diritto pubblico, ma anche per quelle di diritto privato, trovando il suo fondamento nel potere di autoaccertamento della medesima P.A., con il solo limite che il credito in base al quale viene emesso l'ordine di pagare sia certo, liquido ed esigibile, dovendo la sua sussistenza, la sua determinazione quantitativa e le sue condizioni di esigibilità derivare da fonti, da fatti e da parametri obiettivi e predeterminati, rispetto ai quali l'Amministrazione dispone di un mero potere di accertamento, restando affidata al giudice del merito la valutazione, in concreto, dell'esistenza dei suindicati presupposti. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 25 maggio 2009, n.11992.




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Acque - Acque pubbliche - Derivazioni e utilizzazioni (utenze) - Canoni - Sovracanoni - Sovracanone ex art. 1 della legge n. 959 del 1953 - Natura giuridica - Presupposti - Effettivo esercizio della derivazione d'acqua - Necessità - Esclusione - Impossibilità di esercizio per fatto non imputabile al concessionario - Conseguenze - Riduzione o cessazione dell'obbligo di pagamento del sovracanone.

Il sovracanone dovuto dal concessionario di grandi derivazioni d'acqua ai consorzi dei bacini imbriferi ai sensi dell'art. 1, comma 8, della legge n. 959 del 1953 si distingue sia dall'omonimo istituto previsto dall'art. 53 del r.d. n. 1775 del 1933, il quale consiste in una mera maggiorazione del canone concessorio applicabile in presenza di determinate condizioni con provvedimento del Ministro delle finanze, sia dal canone concessorio per la derivazione d'acqua, non costituendo una controprestazione nascente dal rapporto concessorio, ma una prestazione pecuniaria imposta dalla legge a favore dei consorzi di bacino, con finalità d'integrazione delle risorse degli enti territoriali interessati; esso, pur basandosi sul solo presupposto fattuale della titolarità della concessione di derivazione, e non già sull'uso effettivo della stessa, ed essendo quindi dovuto indipendentemente dall'entrata in funzione degl'impianti, postula un nesso oggettivo con l'utilizzazione effettiva o potenziale della risorsa idrica, è non è quindi dovuto o è dovuto in misura ridotta qualora la derivazione risulti totalmente o parzialmente inutilizzabile per calamità naturali o comunque per cause non imputabili al concessionario. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 25 maggio 2009, n.11989.




Rilascio del permesso di soggiorno e competenza del giudice ordinario

Straniero – Permesso di soggiorno per motivi umanitari – Diniego del Questore – Giurisdizione del Giudice ordinario.

Le S.U. hanno, per la prima volta affermato la giurisdizione del giudice ordinario su un provvedimento del Questore di diniego di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, richiesto ai sensi dell’art. 5, sesto comma del d.lgs n. 286 del 1998. La Corte, per affermare questo nuovo orientamento, ha valorizzato il mutato quadro normativo del regime giuridico del permesso per ragioni umanitarie, emergente dall’inserimento dell’art. 1 quater (ex art. 32 L. n. 189 del 2002) del d.l. n. 416 del 1989, convertito nella l. n. 39 del 1990, ai sensi del quale le Commissioni territoriali competenti a decidere delle domande di asilo devono, nei casi in cui non accolgano la domanda di protezione umanitaria, trasmettere gli atti al Questore per l’eventuale rilascio del permesso di soggiorno, quando ricorrano gravi motivi di carattere umanitario. Questa rilevante innovazione, entrata in vigore il 20 aprile 2005 e puntualmente confermata nella successiva normazione di derivazione comunitaria sulla protezione internazionale (art. 32 del d.lgs n. 25 del 2008 non derogato dal d.lgs n. 159 del 2008), ha radicalmente modificato, secondo l’interpretazione delle S.U., il rapporto tra attribuzioni della Commissione territoriale e poteri del Questore in quanto le Commissioni sono dotate di tutte le competenze valutative, di natura esclusivamente tecnica e non politico discrezionale in ordine alla pluralità di misure di protezione umanitaria previste dall’ordinamento (status di rifugiato, protezione sussidiaria e misure residuali e temporanee desumibili dall’art. 5, sesto comma del d.lgs n. 286 del 1998) mentre al Questore residua il compito di dare attuazione a tali deliberazioni senza alcun margine di autonoma valutazione sulla condizione “umanitaria” dello straniero. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 maggio 2009, n.11535.




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Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Mandato alle liti (procura) - Contenuto e forma - Impugnazione proposta da un Comune - Requisiti - Procura rilasciata dal Sindaco - Mutamento della persona fisica del Sindaco al momento della proposizione del ricorso - Rilevanza - Esclusione.

Ai fini dell'ammissibilità del ricorso per cassazione proposto da un Comune, sotto il profilo della sussistenza della procura speciale in capo al difensore iscritto nell'apposito albo, è essenziale che la procura sia stata rilasciata dal soggetto munito dei poteri di conferire mandato (nella specie il Sindaco pro-tempore), in epoca successiva alla sentenza oggetto dell'impugnazione ed anteriormente alla notificazione del ricorso, mentre non rileva che al momento della proposizione del ricorso il Sindaco sia persona fisica diversa da quello che ha rilasciato la procura, dovendo ritenersi che il potere conferito nell'interesse del Comune resti integro nel suo esercizio, a prescindere dal mutamento della persona in carica. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 maggio 2009, n.11531.




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Arbitrato - Arbitrato estero - Convenzione di New York del 10 giugno 1958 - Forma scritta del consenso dei contraenti - Clausola compromissoria "per relationem" ad altro negozio o documento - Validità - Condizioni - Fondamento.

Ai sensi dell'art. 2 della Convenzione di New York del 10 giugno 1958, ratificata con la legge 19 gennaio 1968, n. 62, e dell'art. 808 cod. proc. civ., agli arbitri stranieri nel c.d. arbitrato estero può deferirsi, in via preventiva ed eventuale, la decisione delle controversie non ancora insorte, tramite una clausola compromissoria redatta in forma scritta "ad substantiam", la quale identifichi con esattezza le future controversie aventi origine dal contratto principale: tale requisito di forma è soddisfatto - con riguardo alle clausole compromissorie "per relationem", ovvero quelle previste in un diverso negozio o documento cui il contratto faccia riferimento - allorchè il rinvio, contenuto nel contratto, preveda un richiamo espresso e specifico della clausola compromissoria e non, invece, allorchè il rinvio sia generico, richiamandosi semplicemente il documento o il formulario che contenga la clausola stessa, in quanto soltanto il richiamo espresso assicura la piena consapevolezza delle parti in ordine alla deroga alla giurisdizione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 maggio 2009, n.11529.




Giurisdizione e competenza in ambito CEE per l’apertura della procedura di insolvenza

Giurisdizione civile – Insolvenza transfrontaliera – Fallimento di società – Regolamento CE n. 1346/2000 – Competenza ad aprire la procedura di insolvenza – Giudice del centro di interessi della società – Presunzione "iuris tantum" di coincidenza della sede legale con la sede effettiva – Trasferimento della sede all'estero anteriormente al deposito dell'istanza di fallimento – Carattere fittizio – Conseguenze – Giurisdizione del giudice italiano – Sussistenza. (29/06/2010)

Ai sensi dell'art. 3, paragrafo 1, del Regolamento CE 29 maggio 2000, n. 1346/2000, relativo alle procedure di insolvenza, competenti ad aprire la procedura di insolvenza sono i giudici dello Stato membro nel cui territorio è situato il centro degli interessi principali del debitore, presumendosi - per le società e le persone giuridiche - che il centro degli interessi coincida, fino a prova contraria, con il luogo in cui si trova la sede statutaria; ove però, anteriormente alla presentazione dell'istanza di fallimento, la società abbia trasferito all'estero la propria sede legale, e tale trasferimento appaia fittizio, non avendo ad esso fatto seguito l'esercizio di attività economica nella nuova sede, né lo spostamento presso di essa del centro dell'attività direttiva, amministrativa ed organizzativa dell'impresa, permane la giurisdizione del giudice italiano a dichiarare il fallimento. (Principio affermato dalla S.C. in riferimento ad una fattispecie in cui la società, già avente sede in Italia, aveva trasferito la propria sede legale in Spagna nell'imminenza della presentazione dell'istanza di fallimento, quando la situazione d'insolvenza era già ampiamente in atto, senza che tale trasferimento trovasse riscontro nell'iscrizione nel registro delle imprese dello stato estero). (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 maggio 2009, n.11398.




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Fallimento ed altre procedure concorsuali - Concordato preventivo - Annullamento e risoluzione - Effetti - Risoluzione del concordato con garanzia con conseguente dichiarazione di fallimento - Legittimazione ad agire nei confronti del garante - Spettanza - Curatore fallimentare - Esclusione - Creditori concordatari "uti singuli" - Sussistenza.

In caso di dichiarazione di fallimento conseguente alla risoluzione di un concordato preventivo accompagnato da garanzia prestata da terzi per l'adempimento delle obbligazioni assunte dal debitore, la legittimazione ad agire nei confronti del garante non compete al curatore del fallimento, bensì individualmente ai creditori che risultino tali sin dall'atto dell'apertura della procedura concordataria. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 maggio 2009, n.11396.




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Acque - Acque pubbliche - Derivazioni e utilizzazioni (utenze) - In genere - Ordine di rilascio delle acque trattenute dal concessionario di derivazioni di acque pubbliche - Motivazione - Valutazione comparativa dell'interesse dei concessionari per uso irriguo e di quello dei concessionari per uso idroelettrico - Necessità - Limiti - Fattispecie.
Atti amministrativi - Motivazione - Ordine di rilascio delle acque trattenute dal concessionario di derivazioni di acque pubbliche - Motivazione - Valutazione comparativa dell'interesse dei concessionari per uso irriguo e di quello dei concessionari per uso idroelettrico - Necessità - Limiti - Fattispecie.
Acque - Acque pubbliche - Derivazioni e utilizzazioni (utenze) - In genere - Ordine di rilascio delle acque trattenute dal concessionario di derivazioni di acque pubbliche - Legittimazione ad impugnare - Deduzione di pregiudizio subito - Sufficienza.


Il provvedimento col quale la Regione, avvalendosi dei poteri conferitile dall'art. 167 del d.lgs. 3 aprile 2006 n. 152, imponga ai concessionari di derivazioni di acque per scopo idroelettrico il rilascio di parte dei volumi d'acqua trattenuti negli invasi, va motivato in modo diverso a seconda della qualità delle acque di cui si impone il rilascio. Se, infatti, è imposto ai concessionari per uso idroelettrico il divieto di intercettare nei propri invasi acque naturalmente fluenti, tale provvedimento è legittimo anche se nella motivazione di esso non si prenda in esame l'interesse dei concessionari per uso idroelettrico, posto che l'art. 167 del decreto citato antepone, nell'uso di tali acque, l'uso irriguo a tutti gli altri, con eccezione del solo consumo umano. Ma se il provvedimento di rilascio concerne acque già invasate a scopo idroelettrico, il provvedimento di rilascio è illegittimo ove non compari, con adeguata motivazione, l'interesse dei concessionari per uso irriguo con quello dei concessionari per uso idroelettrico, perché le acque già invasate non sono disciplinate dall'art. 167 cit., il quale prende in esame solo le "derivazioni in atto". (massima ufficiale)

Il titolare di una concessione amministrativa di derivazione d'acqua per scopo idroelettrico, il quale alleghi di essere stato danneggiato dal provvedimento amministrativo col quale gli è stato imposto il rilascio di una parte delle acque raccolte in invaso, asseritamente trattenute in violazione dell'art. 19, primo comma, del r.d. 11 novembre 1933, n. 1775 e dell'art. 17, primo comma, del r.d. 14 agosto 1920, n. 1285, è per ciò solo legittimato ad impugnare dinanzi al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche il suddetto provvedimento, senza che possa farsi questione, ai fini della sussistenza dell'interesse ad agire, della legittimità o meno di quest'ultimo, attenendo tale ultima questione al merito della domanda. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 14 maggio 2009, n.11194.




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Pubblica amministrazione - Contratti - In genere - Ministero degli affari esteri - Opere destinate ad un paese in via di sviluppo - Applicabilità "ex lege" del capitolato generale delle opere pubbliche - Esclusione - Fondamento - Conseguenze - Eccezione di invalidità della clausola compromissoria - Valutazione in ordine all'applicabilità del d.P.R. n. 1063 del 1962 - Necessità - Sindacabilità in cassazione - Limiti.

I contratti per la realizzazione di opere da eseguirsi all'estero a beneficio di un paese straniero, stipulati dal Ministero degli Affari Esteri nel quadro della politica di cooperazione con i paesi in via di sviluppo, non possono essere qualificati come contratti di appalto di opere pubbliche, perchè la cooperazione allo sviluppo non è compito della P.A., ma risponde ad esigenze di politica internazionale. Ne consegue che non è applicabile "ex lege" a tali contratti il capitolato generale di appalto per le opere pubbliche di cui al d.P.R. 16 luglio 1962, n.1063, salva la facoltà delle parti contraenti di farvi espressamente richiamo nell'esercizio della propria autonomia negoziale. Pertanto, quando venga eccepita l'invalidità della clausola compromissoria perché difforme dall'art. 45 del d.P.R. n. 1063 cit., è necessaria una preventiva valutazione in ordine all'effettiva integrazione del contratto mediante il predetto capitolato generale, attraverso l'applicazione degli ordinari canoni d'interpretazione, la quale è censurabile in cassazione solo per vizi della motivazione o violazione delle regole ermeneutiche previste dalla legge. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 13 maggio 2009, n.10998.




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Edilizia popolare ed economica - Competenza e giurisdizione - Controversie in tema di cooperative edilizie - Giurisdizione ordinaria ed amministrativa - Criteri di riparto - Individuazione - Credito vantato dal socio receduto nei confronti della cooperativa - Relativa controversia - Giurisdizione ordinaria - Devoluzione.

Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Controversie in tema di cooperative edilizie - Giurisdizione ordinaria ed amministrativa - Criteri di riparto - Individuazione - Credito vantato dal socio receduto nei confronti della cooperativa - Relativa controversia - Giurisdizione ordinaria - Devoluzione.


In tema di cooperative edilizie, anche fruenti del contributo erariale, il riparto della giurisdizione deve ritenersi fondato sulle comuni regole correlate alla posizione soggettiva prospettata nel giudizio, e ciò alla luce sia del nuovo assetto normativo, di progressiva privatizzazione, che assegna alla cooperativa edilizia un ruolo diverso, di soggetto al quale sono riservati spazi agevolativi in favore dei cittadini per l'acquisto della prima casa, sia del superamento (conseguente alla sentenza della Corte costituzionale n. 204 del 2004) del criterio di delimitazione della giurisdizione tra giudice amministrativo e giudice ordinario basato sul principio della ripartizione della materia. Tenendo quindi distinta la fase pubblicistica - caratterizzata dall'esercizio di poteri finalizzati al perseguimento di interessi pubblici, e, corrispondentemente, da posizioni di interesse legittimo del privato - da quella di natura privatistica - nella quale la posizione dell'assegnatario assume natura di diritto soggettivo, in forza della diretta rilevanza della regolamentazione del rapporto tra ente ed assegnatario -, sono devolute alla giurisdizione amministrativa le controversie attinenti a pretesi vizi di legittimità dei provvedimenti emessi nella prima fase, mentre sono riconducibili alla giurisdizione ordinaria le controversie in cui siano in discussione cause sopravvenute di estinzione o di risoluzione del rapporto, quale è quella in cui si discuta del diritto di credito vantato dal socio receduto dalla cooperativa edilizia, non dovendosi in tal caso sindacare l'esercizio di un potere pubblico. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 13 maggio 2009, n.10999.




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Acque - Opere idrauliche di bonifica e derivazione e utilizzazione delle acque - Danni - Erogazione di finanziamento pubblico per la costruzione di un nuovo acquedotto - Preesistente concessione di derivazione sulla medesima acqua - Sottensione - Responsabilità conseguente al finanziamento - Esclusione - Responsabilità per l'utilizzazione dell'opera - Sussistenza - Fattispecie.

Acque - Opere idrauliche di bonifica e derivazione e utilizzazione delle acque - Danni - Art. 218, terzo comma, r.d. n. 1775 del 1993 - Contenuto - Norma di carattere procedimentale - Finalità di evitare la costruzione di opere inutili - Sussistenza - Tutela dei titolari di concessione di derivazione contro la sottensione - Esclusione - Fondamento.


Qualora venga erogato un finanziamento pubblico per la costruzione di un nuovo acquedotto alimentato con la stessa acqua concessa in precedenza ad altro soggetto, il fatto costitutivo della sottensione di acqua pubblica "sine titulo" - e, conseguentemente, della relativa obbligazione risarcitoria - non può identificarsi nel finanziamento dell'opera e nella sua costruzione, bensì nella concreta utilizzazione della medesima in assenza di una concessione di derivazione. (Nella specie, le S.U. hanno confermato la sentenza del Tribunale superiore delle acque pubbliche la quale - in un giudizio risarcitorio intrapreso dall'Enel per il risarcimento dei danni conseguenti all'illegittima sottensione di acque - aveva ritenuto che non si potesse individuare alcuna responsabilità in capo al Ministero per le infrastrutture ed alla disciolta Agensud, poiché essi si erano limitati a finanziare la costruzione dell'acquedotto alla cui utilizzazione, in assenza di concessione, era conseguita l'illegittima sottensione di acque già concesse all'Enel). (massima ufficiale)

L'art. 218, terzo comma, del r.d. n. 1775 del 1933 - in base al quale non possono essere concessi contributi e concorsi per acquedotti da alimentarsi con acqua pubblica, se non si sia ottenuta la concessione dell'acqua sulla base della normativa vigente - è una norma di carattere procedimentale la quale, lungi dall'essere finalizzata ad evitare ipotesi di sottensione o a tutelare quanti siano già concessionari di acque pubbliche, ha come suo obiettivo quello di razionalizzare gli interventi nel settore, evitando la costruzione di opere che finirebbero col rivelarsi inutili; depone in tal senso il fatto che la violazione della prescrizione comporti solo l'irrogazione dell'ammenda di cui al successivo art. 219, mentre nulla è previsto in favore dei precedenti titolari di utenze della stessa acqua. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 12 maggio 2009, n.10854.




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Acque - Competenza e giurisdizione - In genere - Diniego di rilascio di concessione in sanatoria da parte dell'autorità comunale - Edificazione in violazione delle distanze previste dall'art. 96, lett. f) del r.d. n. 523 del 1904 - Giurisdizione del Tribunale superiore delle acque pubbliche - Configurabilità - Fondamento.

Appartiene alla giurisdizione del Tribunale superiore delle acque pubbliche, prevista dall'art. 143 del r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775, la controversia relativa al diniego di rilascio di concessione in sanatoria, opposto dall'autorità comunale in ragione dell'edificazione dell'immobile da condonare in violazione della fascia di rispetto di dieci metri dal piede dell'argine, ai sensi dell'art. 96, lett. f), del r.d. 25 luglio 1904, n. 523; detto provvedimento, infatti, ancorché emanato da un'autorità diversa da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, incide direttamente sul regolare regime delle acque pubbliche, la cui tutela ha carattere inderogabile in quanto informata alla ragione pubblicistica di assicurare la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali e il libero deflusso delle acque scorrenti dei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 maggio 2009, n.10845.




Fermo amministrativo e competenza del giudice tributario

Processo tributario – Preavviso di fermo amministrativo – Impugnazione – Giurisdizione tributaria – Sussistenza.

Il preavviso di fermo amministrativo ex art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973 è impugnabile avanti al Giudice tributario, se riguarda una pretesa dell’ente pubblico di natura tributaria (nella specie relativa ai contributi dovuti ad un consorzio di bonifica), anche quando l’azione sia stata introdotta prima della modifica dell’art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992 ad opera dell’art. 35, comma 25-quinquies, del d.l. n. 223 del 2006, che ha incluso il fermo tra gli atti impugnabili avanti al Giudice tributario. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 11 maggio 2009, n.10672.




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Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - Determinazione e criteri - In genere - In genere.

  Cassazione Sez. Un. Civili, 06 maggio 2009, n.10366.




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Acque - Acque pubbliche - Derivazioni e utilizzazioni (utenze) - Concessione - In genere - In genere.

Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Occupazione temporanea e d'urgenza - Indennità - Contestazione relativa al "quantum" dell'indennizzo - Opposizione alla stima - Sussistenza - Giurisdizione del giudice ordinario (competenza in unico grado della Corte di appello) o del Tribunale regionale delle acque pubbliche - Sussistenza.

Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Espropriazione per pubblico interesse - Decreto di occupazione temporanea e d'urgenza - Contestazione relativa al "quantum" dell'indennizzo - Opposione alla stima - Sussistenza - Giurisdizione del giudice ordinario (competenza in unico grado della Corte di appello) o del Tribunale regionale delle acque pubbliche - Sussistenza.

Espropriazione per pubblico interesse (o utilità) - Procedimento - In genere - Occupazione temporanea ex art. 22 bis del d.P.R. n. 327 del 2001 - Finalità correlata alla restituzione dell'immobile al privato - Esclusione - Collegamento funzionale con l'espropriazione - Sussistenza - Fondamento - Tutela del privato.


Avverso il provvedimento di occupazione temporanea preordinata all'espropriazione, di cui all'art. 22-bis del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, che contenga la determinazione delle indennità di occupazione e di espropriazione, la doglianza relativa al "quantum" dell'indennizzo ed ai criteri di quantificazione non attiene alla legittimità del provvedimento di occupazione d'urgenza, ma si concreta in un'opposizione alla stima che, in base al combinato disposto degli artt. 50 (cui rinvia l'art. 22-bis citato) e 53 del d. lgs. n. 327 del 2001, appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario e, quindi, alla speciale competenza in unico grado della Corte di appello, ovvero al Tribunale regionale delle acque pubbliche ove l'occupazione dei fondi, totale o parziale, permanente o temporanea, avvenga "in conseguenza dell'esecuzione e manutenzione di opere idrauliche, di bonifica e derivazione e utilizzazione di acque", ai sensi dell'art. 140, lett. d), del r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775. (massima ufficiale)

L'occupazione temporanea preordinata all'espropriazione, prevista dall'art. 22-bis del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, (aggiunto dall'art. 1 del d.lgs. 27 dicembre 2002, n. 302), è finalizzata a consentire all'Amministrazione di conseguire l'anticipata immissione in possesso dell'area sulla quale dev'essere realizzata l'opera pubblica dichiarata urgente ed indifferibile, per dare inizio ai lavori ed evitare di dover attendere che il procedimento espropriativo giunga alla sua naturale conclusione con la pronuncia del provvedimento ablativo; tale funzione, analogamente a quella già propria dell'art. 71, primo comma, della legge 25 giugno 1865, n. 2359, fa sì che l'occupazione temporanea non sia più correlata alla restituzione (non prevista né prevedibile) dell'immobile al proprietario e che, quindi, sussista un collegamento funzionale tra le figure ablatorie dell'occupazione preliminare e della espropriazione, nonché tra di esse e la dichiarazione di pubblica utilità che ne costituisce il necessario presupposto legittimante, ferma la possibilità di sindacare unicamente per la mancanza del presupposto dell'urgenza la scelta dell'Amministrazione di ricorrere a tale istituto. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 06 maggio 2009, n.10362.




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Procedimento civile - Intervento in causa di terzi - Volontario - In genere - Nozione - Mera identità di questioni di diritto - Rilievo ai fini dell'intervento - Configurabilità - Esclusione.

Il diritto che, ai sensi dell'art. 105, comma primo, cod. proc. civ., il terzo può far valere in un giudizio pendente tra altre parti, deve essere relativo all'oggetto sostanziale dell'originaria controversia, da individuarsi con riferimento al "petitum" ed alla "causa petendi", ovvero dipendente dal titolo dedotto nel processo medesimo a fondamento della domanda giudiziale originaria, restando irrilevante la mera identità di alcune questioni di diritto, la quale, configurando una connessione impropria, non consente l'intervento del terzo nel processo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 05 maggio 2009, n.10274.




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Tributi erariali indiretti (riforma tributaria del 1972) - Imposta sul valore aggiunto (I.V.A.) - Determinazione dell'imposta - Detrazioni - IVA pagata a monte concernente beni o servizi relativi al successivo compimento di operazioni esenti - Diritto alla detrazione in capo all'operatore contribuente finale - Condizioni.

In tema di IVA, ai sensi dell'art. 19 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 ed in conformità all'art. 17 della VI direttiva n. 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977 (come costantemente interpretata dalla giurisprudenza della Corte Europea), immediatamente applicabile nell'ordinamento interno già prima dell'entrata in vigore del d.lgs. 2 settembre 1997, n. 313, non è ammessa la detrazione dell'imposta pagata a monte per l'acquisto o l'importazione di beni, o per conseguire la prestazione di servizi afferenti al successivo compimento di operazioni esenti o comunque non soggette ad imposta, atteso che, in base alla normativa citata, ai fini della detrazione non è sufficiente che le dette operazioni attengano all'oggetto dell'impresa, essendo necessario che esse siano, a loro volta, assoggettabili all'IVA. Ne consegue che al contribuente non spetta il rimborso richiesto se non prova che il fornitore non ha potuto detrarre l'IVA sull'acquisto dei medesimi beni, per essere a sua volta gestore di attività esente. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 aprile 2009, n.10136.




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Cassazione civile – Motivi del ricorso – Violazione di norme di diritto – D.M. – Natura di atto amministrativo – Conseguenze – Principio "iura novit curia" – Inapplicabilità – Mancata acquisizione del decreto in corso di giudizio di merito – Produzione nel giudizio di legittimità ex art. 372 cod. proc. civ. – Inammissibilità – Produzione nel corso del giudizio di merito – Indicazione generica nella narrativa del ricorso – Sufficienza – Esclusione – Fondamento - Art. 366, primo comma, n. 6, cod. proc. civ. – Indicazione della fase in cui il documento è stato prodotto – Necessità.

La natura di atti meramente amministrativi dei decreti ministeriali (nella specie, il decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze del 23 gennaio 2004, attuativo del divieto di procedere all'aggiornamento dell'indennità di confine) rende ad essi inapplicabile il principio "iura novit curia" di cui all'art. 113 cod. proc. civ., da coordinarsi, sul piano ermeneutico, con il disposto dell'art. 1 delle preleggi (che non comprende, appunto, i detti decreti tra le fonti del diritto), con la conseguenza che, in assenza di qualsivoglia loro produzione nel corso del giudizio di merito, deve ritenersene inammissibile l'esibizione, ex art. 372 cod. proc. civ., in sede di legittimità, dovendosi comunque escludere, ove invece gli atti e i documenti siano stati prodotti nel corso del giudizio di merito, la sufficienza della loro generica indicazione nella narrativa che precede la formulazione dei motivi, attesa la necessità della "specifica" indicazione della documentazione posta a fondamento del ricorso, ai sensi dell'art. 366, primo comma, n. 6, cod. proc. civ., che richiede la precisa individuazione della fase di merito in cui la stessa sia stata prodotta. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 29 aprile 2009, n.9941.




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Obbligazioni in genere - Nascenti dalla legge - Ripetizione di indebito - Soggettivo - Adempimento spontaneo di un'obbligazione altrui - Surrogazione per volontà del creditore - Applicabilità - Esclusione - Surrogazione per volontà del debitore - Applicabilità - Esclusione - Surrogazione legale ex art. 1203 n. 3 cod. civ. - Applicabilità - Esclusione - Indebito soggettivo "ex latere solventis" - Configurabilità - Esclusione - Conseguenze - Azione d'ingiustificato arricchimento - Ammissibilità.

Obbligazioni in genere - Adempimento - Del terzo - Adempimento spontaneo di un'obbligazione altrui - Surrogazione per volontà del creditore - Applicabilità - Esclusione - Surrogazione per volontà del debitore - Applicabilità - Esclusione - Surrogazione legale ex art. 1203 n. 3 cod. civ. - Applicabilità - Esclusione - Indebito soggettivo "ex latere solventis" - Configurabilità - Esclusione - Conseguenze - Azione d'ingiustificato arricchimento - Ammissibilità.

Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Poteri della cassazione - In genere - Doppia pronuncia declinatoria di giurisdizione - Ricorso per cassazione - Accoglimento con dichiarazione della giurisdizione del giudice adito - Non necessità di ulteriori accertamenti di fatto - Rinvio della causa al primo giudice ai sensi dell'art. 353 cod. proc. civ. - Esclusione - Decisione della causa nel merito - Ammissibilità - Fondamento.


L'adempimento spontaneo di un'obbligazione da parte del terzo, ai sensi dell'art. 1180 cod. civ., determina l'estinzione dell'obbligazione, anche contro la volontà del creditore, ma non attribuisce automaticamente al terzo un titolo per agire direttamente nei confronti del debitore, non essendo in tal caso configurabili né la surrogazione per volontà del creditore, prevista dall'art. 1201 cod. civ., né quella per volontà del debitore, prevista dall'art. 1202 cod. civ., né quella legale di cui all'art. 1203 n. 3 cod. civ., la quale presuppone che il terzo che adempie sia tenuto con altri o per altri al pagamento del debito; la consapevolezza da parte del terzo di adempiere un debito altrui esclude inoltre la surrogazione legale di cui agli artt. 1203 n. 5 e 2036, terzo comma, cod. civ., la quale, postulando che il pagamento sia riconducibile all'indebito soggettivo "ex latere solventis", ma non sussistano le condizioni per la ripetizione, presuppone nel terzo la coscienza e la volontà di adempiere un debito proprio; pertanto, il terzo che abbia pagato sapendo di non essere debitore può agire unicamente per ottenere l'indennizzo per l'ingiustificato arricchimento, stante l'indubbio vantaggio economico ricevuto dal debitore. (massima ufficiale)

La Corte di cassazione, qualora cassi la sentenza impugnata affermando la giurisdizione(negata in entrambi i gradi del giudizio di merito) del giudice (nella specie, quello ordinario) adito e non vi sia bisogno di ulteriori accertamenti di fatto, può decidere la causa nel merito, ai sensi dell'art. 384, secondo comma, cod. proc. civ., senza necessità di rimettere la causa al primo giudice ai sensi dell'art. 353 cod. proc. civ., norma applicabile nel solo caso di rinvio al giudice di merito, tenuto conto del principio di ragionevole durata del processo di cui all'art. 111 Cost. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 29 aprile 2009, n.9946.




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Acque - Competenza e giurisdizione - In genere - Provvedimento in materia di acque pubbliche - Erronea indicazione del TAR quale giudice avanti al quale impugnare l'atto - Tempestiva impugnazione davanti al giudice indicato - Errore scusabile - Diritto alla rimessione in termini per l'impugnazione dinanzi al TSAP - Sussistenza - Fondamento.

Qualora l'atto amministrativo impugnato indichi, come richiesto dall'art. 3, comma 4, della l. 7 agosto 1990, n. 241, il termine e l'autorità cui è possibile ricorrere, ma lo faccia in modo erroneo, l'interessato che lo impugni tempestivamente davanti al giudice indicato incorre in errore scusabile. Pertanto, nel caso in cui l'atto riguardi la materia delle acque pubbliche (nella specie, ordinanza di rilascio di beni immobili detenuti ai fini della gestione del servizio idrico), ma faccia erroneamente riferimento al TAR anziché al Tribunale superiore delle Acque Pubbliche, e l'interessato, dopo aver adito nel termine il giudice indicato, solo a seguito di ordinanza cautelare emessa in appello dal Consiglio di Stato, negatoria della giurisdizione amministrativa, proponga ricorso al Tribunale superiore delle Acque Pubbliche entro sessanta giorni da tale pronuncia, ma dopo la scadenza del termine previsto dall'art. 143 del r.d. n. 1775 del 1993, detto ricorso non può considerarsi tardivo, avendo la parte diritto alla rimessione in termini, come previsto dagli artt. 19 e 34 della legge n. 1034 del 1971 e dall'art. 36 del r.d. n. 1054 del 1924, richiamati, per il processo dinanzi al Tribunale superiore delle Acque Pubbliche, dall'art. 208 del r.d. n. 1775 del 1933. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 29 aprile 2009, n.9947.




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Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Provvedimenti dei giudici ordinari (impugnabilità) - Sentenze - In genere - In genere.

  Cassazione Sez. Un. Civili, 29 aprile 2009, n.9940.





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