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Diritto Tributario - Merito, le ultime 50 novità
(in ordine di data di pubblicazione su questo sito)


Riscossione delle imposte - Esecuzione esattoriale - Limiti alla proponibilità delle opposizioni regolate dagli artt. 615 e 617 codice procedura civile - Inammissibilità delle opposizioni all'esecuzione, fatta eccezione per quelle concernenti la pignorabilità dei beni, e delle opposizioni agli atti esecutivi relative alla regolarità formale ed alla notificazione del titolo esecutivo - Conseguente impossibilità per il contribuente-debitore di far valere le patologie o l'inesistenza della notificazione dell'atto di pignoramento - Applicabilità di tale regime all'attività di riscossione mediante ruolo effettuato da Equitalia spa

La Corte Costituzionale:

1) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 57, comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), come sostituito dall’art. 16 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell’articolo 1 della legge 28 settembre 1998, n. 337), nella parte in cui non prevede che, nelle controversie che riguardano gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento o all’avviso di cui all’art. 50 del d.P.R. n. 602 del 1973, sono ammesse le opposizioni regolate dall’art. 615 del codice di procedura civile;

2) dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale del medesimo art. 57, comma 1, del d.P.R. n. 602 del 1973, sollevate, in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 111, 113 e 117 della Costituzione e all’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, dal Tribunale ordinario di Sulmona con le ordinanze indicate in epigrafe. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 31 maggio 2018.




Imposte e tasse – Riscossione coattiva – Iscrizione ipotecaria – A carico di imprenditore – Su beni costituiti in fondo patrimoniale – Ammissibilità – Sussiste – Eccezione di impignorabilità – Onere della prova – Grava sul contribuente

In tema di riscossione coattiva delle imposte, l’iscrizione ipotecaria è ammissibile anche sui beni facenti parte di un fondo patrimoniale alle condizioni indicate dall’art.170 c.c., sicché è legittima solo se l’obbligazione tributaria sia strumentale ai bisogni della famiglia o se il titolare del credito nonne conosceva l’estraneità a tali bisogni, circostanze che non possono ritenersi dimostrate, né escluse, per il solo fatto dell’insorgenza del debito nell’esercizio dell’impresa. Anche un debito di natura tributaria sorto per l’esercizio dell’attività imprenditoriale può ritenersi contratto per soddisfare tale finalità, dovendosi accertare che l’obbligazione sia sorta per il soddisfacimento dei bisogni familiari ovvero per il potenziamento della capacità lavorativa, e non per esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi.

Grava sul debitore che intenda avvalersi del regime di impignorabilità dei beni costituiti in fondo patrimoniale l’onere di provare l’estraneità del debito alle esigenze familiari e la consapevolezza del creditore.

[Nella fattispecie, il principio de quo è stato ribadito con riferimento ad un immobile costituito in fondo patrimoniale da quasi vent’anni.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI 11 aprile 2018.




Lavori di ristrutturazione o manutenzione - Immobili di proprietà di terzi - Detrazione iva - Condizioni

Deve riconoscersi il diritto alla detrazione IVA per lavori di ristrutturazione o manutenzione anche in ipotesi di immobili di proprietà di terzi, purché sia presente un nesso di strumentalità con l'attività d'impresa o professionale, anche se quest'ultima sia potenziale o di prospettiva. E ciò pur se - per cause estranee al contribuente - la predetta attività non abbia poi potuto concretamente esercitarsi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili 11 maggio 2018.




Espropriazione forzata - Credito tributario - Opposizione agli atti esecutivi - Vizi deducibili - Distinzione

In base ai principi di diritto desumibili dal combinato disposto del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 57 e del D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 29, nella procedura di riscossione esattoriale, l'opposizione agli atti esecutivi si propone nelle forme ordinarie (e quindi davanti al giudice ordinario, secondo le modalità previste dagli artt. 617 c.p.c. e segg.) sia per i vizi degli atti del processo di esecuzione forzata non relativi alla regolarità formale ed alla notificazione del titolo esecutivo, sia, in generale, per qualsiasi vizio, in caso di crediti non tributari.

Per quanto riguarda, invece, i crediti tributari, e con riferimento al vizio del pignoramento derivante dalla mancata notificazione degli atti pre-esecutivi, deve escludersi la proponibilità dell'opposizione agli atti esecutivi nelle forme ordinarie a favore della giurisdizione tributaria. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III 20 aprile 2018.




Prescrizione del credito portato dalle cartelle esattoriali afferenti contributi previdenziali – Termine quinquennale dalla notificazione delle cartelle – Sussistenza – Disconoscimento esplicito e puntuale di conformità all’originale delle relate di notifica prodotte in copie fotostatica dall’agente della riscossione

La definitività delle cartelle non opposte nei termini, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale dell’irretrattabilità del credito contributivo senza determinare la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie quinquennale, secondo l’art. 3, commi 9 e 10 della L. 335 del 1995) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 cod. civ., in quanto la cartella esattoriale, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato (Cfr. Cass. SS.UU. 23397/2016).
In assenza di esplicito disconoscimento agli originali delle relate di notifica prodotte in copia fotostatica dall’Agente della riscossione nel corso giudizio, le stesse, ai sensi dell’art. 2719 cod. civ. hanno il medesimo valore dell’originale e, dunque, costituiscono prova sufficiente dell’avvenuta notifica. (Diego Cuccù) (riproduzione riservata)
Appello Ancona 12 maggio 2018.




Associazioni non lucrative - Associazione sportiva dilettantistica ASD - Effettivo svolgimento di attività senza fine di lucro - Onere probatorio - Affiliazione al CONI - Irrilevanza

In tema di agevolazioni tributarie, l'esenzione d'imposta prevista dall'art. 148 del d.P.R. n. 917/1986 in favore delle associazioni non lucrative dipende non dall'elemento formale della veste giuridica assunta (nella specie, associazione sportiva dilettantistica), ma anche dall'effettivo svolgimento di attività senza fine di lucro, il cui onere probatorio incombe sulla contribuente e non può ritenersi soddisfatto dal dato, del tutto estrinseco e neutrale, dell'affiliazione al CONI» (cfr.Cass. sez. 5, 5 agosto 2016, n. 16449).

Le suddette agevolazioni tributarie di cui all'art. 148 TUIR in favore di enti di tipo associativo commerciale, come le associazioni sportive dilettantistiche senza scopo di lucro, «si applicano solo a condizione che le associazioni interessate si conformino alle clausole riguardanti la vita associativa, da inserire nell'atto costitutivo o nello statuto» (cfr. Cass. Sez. 5, 11 marzo 2015, n. 4872). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI 30 aprile 2018.




Avviso di accertamento relativo a crediti fiscali anteriori al fallimento - Omessa impugnazione da parte del curatore per mancanza di utilità per la massa dei creditori - Legittimazione ad agire del fallito - Esclusione

E' inammissibile, per difetto di legittimazione ad agire ex art. 43, comma 1, l.fall., il ricorso del contribuente contro un avviso di accertamento concernente crediti fiscali i cui presupposti si siano verificati prima della dichiarazione del suo fallimento, ove il curatore abbia omesso di promuovere detto ricorso non per inerzia, ma in seguito ad una esplicita presa di posizione negativa circa la sua utilità per la massa dei creditori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI 03 aprile 2018.




Beneficio cd. prima casa – Abitazioni non di lusso – Stipulazione in favore di terzo ex art. 1411 c.c. – Agevolazione fiscale – Sussistenza – Intervento in atto del terzo beneficiario – Necessità

Le agevolazioni fiscali per l’acquisto della cd. “prima casa” vanno riconosciute anche al soggetto che, pur non essendo parte del contratto, abbia acquistato il diritto reale e quindi, in relazione al contratto in favore di terzo ex art. 1411 c.c., anche al terzo beneficiario del contratto di compravendita di una casa di abitazione non di lusso, a condizione che lo stesso sia intervenuto in fase di stipulazione dell’accordo e abbia reso all’interno del contratto le dichiarazioni richieste dalla legge.

Va dunque annullato l’avviso di liquidazione della maggior imposta osservando che le disposizioni contenute nella nota 2 bis dell’art. 1 della Tariffa, parte prima, allegata al d.p.r. 131/1986, che disciplinano le agevolazioni fiscali per gli atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di case di abitazione non di lusso – cd. agevolazioni per l’acquisto della prima casa – operano specifico riferimento alla figura (sostanziale) dell’acquirente, e non alla formale parte contrattuale.

(Fattispecie in cui il terzo beneficiario dell’acquisto immobiliare era intervenuto alla stipulazione notarile del contratto di compravendita dichiarando di voler profittare della pattuizione in proprio favore, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1411 c.c., e chiedendo contestualmente l’applicazione delle agevolazioni fiscali cd. prima casa). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Commissione tributaria provinciale Rimini 27 marzo 2018.




Scissione societaria - Responsabilità solidale e illimitata della società beneficiaria per i debiti tributari riferibili a periodi di imposta anteriori - Trattamento dei debiti tributari più favorevole rispetto a quelli civilistici - Manifesta infondatezza

Non è sono fondate le questioni di legittimità costituzionale di legittimità costituzionale dell’art. 173, comma 13, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, recante «Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi» (di seguito anche: TUIR), nella parte in cui prevede, in caso di scissione parziale di una società, la responsabilità solidale e illimitata della società beneficiaria per i debiti tributari riferibili a periodi di imposta anteriori alla data dalla quale l’operazione ha effetto, e dell’art. 15, comma 2, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472 (Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, a norma dell’articolo 3, comma 133, della legge 23 dicembre 1996, n. 662), nella parte in cui prevede, in caso di scissione parziale, che ciascuna società beneficiaria è obbligata in solido al pagamento delle somme dovute a titolo di sanzione per le violazioni commesse anteriormente alla data dalla quale la scissione produce effetto.

Le questioni sono state sollevate per violazione: a) dell’art. 3 Cost., con riferimento ai principi di uguaglianza e di ragionevolezza, in quanto le disposizioni censurate disciplinano, in caso di scissione societaria, i debiti tributari in modo diverso rispetto ai debiti civilistici per i quali gli artt. 2506-bis, terzo comma, e 2506-quater, terzo comma, del codice civile prevedono una responsabilità limitata alla quota di patrimonio netto attribuita alla società beneficiaria; b) dell’art. 53 Cost., in quanto le disposizioni censurate prevedono una solidarietà per i debiti tributari che prescinde dalla valutazione della capacità contributiva del soggetto obbligato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale 26 aprile 2018.




Processo tributario – Costituzione dell’agente della riscossione – Mediante rappresentante processuale – Nullità – Sussiste – Sanabilità – Affermazione

L’art. 9, comma 1, lett.d), del d.lgs. n. 156/2015, ha esteso l’inammissibilità della rappresentanza processuale volontaria anche all’ufficio dell’agente della riscossione il quale quindi deve stare in giudizio direttamente (o mediante la struttura territoriale sovraordinata), cioè in persona dell’organo che ne ha la rappresentanza verso l'esterno o di uno o più suoi dipendenti dallo stesso organo all'uopo delegati, e non può farsi rappresentare in giudizio da un soggetto esterno alla sua organizzazione.

La mancanza di potere di rappresentanza può essere rilevata in ogni stato e grado del giudizio e può essere sanata in fase di impugnazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Commissione tributaria regionale Campania 21 febbraio 2018.




Tributi – Irap – Presupposti – Attività professionale – Autonoma organizzazione – Governo dei profili organizzativi della società – Non sussiste – Esclusione

La qualità di mero socio del professionista che esegue prestazioni in favore della società, in mancanza di prova fornita dall’Agenzia sulla capacità di indirizzare i profili organizzativi della società medesima, non realizza il presupposto dell’applicabilità dell’Irap. (Valentina Pettirossi) (riproduzione riservata) Commissione tributaria regionale Umbria 20 novembre 2017.




Processo civile – Contributo unificato – Funzione – Riassunzione del processo avanti a giudice diverso a seguito di dichiarazione di incompetenza – Nuovo pagamento del contributo

Il contributo unificato ha la funzione di coprire il "costo" di funzionamento della macchina processuale ed è la forfetizzazione dei tributi giudiziari dovuti secondo la legislazione previgente per ogni singolo atto del processo; di conseguenza, nel caso in cui il processo venga instaurato e si svolga di fronte ad un ufficio giudiziario e poi, a seguito di dichiarazione di incompetenza del giudice adito, sia traslato di fronte ad altro ufficio, un nuovo pagamento del contributo unificato.

Le parole della legge secondo le quali il contributo è dovuto "per ciascun grado del giudizio", da un lato, non contrastano con quanto precede posto che esse significano che il contributo di iscrizione a ruolo è dovuto non una sola volta indipendentemente dalla articolazione del processo in un grado o in più gradi, ma ogni volta in cui vi è una iscrizione a ruolo di fronte a giudici di grado diverso, dall'altro lato, sono suscettive di interpretazione a supporto della conclusione raggiunta perchè confermano che il contributo è dovuto nuovamente quando la causa è iscritta a ruolo di fronte ad un giudice diverso da quello inizialmente adito.

Né, con riferimento al caso di specie, vale l'osservazione a mente della quale non è possibile pretendere il pagamento del contributo "due volte trattandosi sostanzialmente dello stesso processo traslato dal giudice di Pace al Tribunale", in quanto l'indubbia identità tra processo riassunto e processo svoltosi davanti al giudice incompetente si sostanzia nella salvezza degli effetti sostanziali e processuali della domanda iniziale (Cass.19030/2008), ma non interferisce con la questione del costo del processo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. V, tributaria 11 aprile 2018.




Rinvio pregiudiziale – Fiscalità – Imposta sul valore aggiunto (IVA) – Cessioni successive relative agli stessi beni – Luogo della seconda cessione – Informazione del primo fornitore – Numero di partita IVA – Diritto a detrazione – Legittimo affidamento del soggetto passivo quanto alla sussistenza delle condizioni del diritto a detrazione

In circostanze come quelle del procedimento principale, l’articolo 32, primo comma, della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, dev’essere interpretato nel senso che esso si applica alla seconda di due cessioni successive di un medesimo bene che hanno dato luogo ad un unico trasporto intracomunitario.

Qualora la seconda cessione di una catena di due successive cessioni, comportanti un unico trasporto intracomunitario, costituisca una cessione intracomunitaria, il principio di tutela del legittimo affidamento dev’essere interpretato nel senso che l’acquirente finale, che si è avvalso a torto di un diritto a detrazione dell’imposta sul valore aggiunto a monte, non può detrarre a titolo di imposta sul valore aggiunto a monte, l’imposta sul valore aggiunto versata al fornitore sulla sola base delle fatture trasmesse dall’operatore intermedio che ha conferito alla sua cessione un’erronea qualificazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Giustizia UE 21 febbraio 2018.




Agente della Riscossione – Nomina di un Avvocato per la difesa nel processo – Inammissibilità della costituzione – Non sussiste

Pur dopo le modifiche introdotte dal dlgs n. 156 del 2015, non esiste una norma che vieta ad Equitalia di avvalersi della difesa tecnica. Vale la pena di osservare che la conseguenza comunque non sarebbe la inammissibilità del ricorso ma, ai sensi dell'ultimo comma dell'art. 12 del D.Lgs. 546/92, in virtù del quale si applica l'art. 182 c.p.c., la concessione ad Equitalia (come a qualunque parte privata la cui costituzione sia irregolare formalmente) di un termine per rinnovare la costituzione con le modalità ritenute corrette. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Commissione tributaria provinciale Roma 04 gennaio 2018.




Tributi - Ritenute - Omesso versamento - Modifica dell'art. 10-bis d.lgs. n. 74 del 2000 ad opera dell'art. 7, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 158 del 2015 - Abolitio criminis parziale con riferimento alle condotte aventi ad oggetto somme pari o inferiori a E. 150.000,00 commesse in epoca antecedente

La modifica dell'art. 10-bis d.lgs. n. 74 del 2000 ad opera dell'art. 7, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 158 del 2015, che ha escluso la rilevanza penale dell'omesso versamento di ritenute dovute o certificate sino all'ammontare di E. 150.000,00, ha determinato una "abolitio criminis" parziale con riferimento alle condotte aventi ad oggetto somme pari o inferiori a detto importo, commesse in epoca antecedente. (Sez. 3, n. 34362 del 11/05/2017 - dep. 13/07/2017, Sbrolla, Rv. 270961), pienamente applicabile all'analoga modifica effettuata dal medesimo d. Igs. all'art. 10-ter che ha escluso la configurabilità del reato per gli omessi versamenti dell'acconto relativo all'imposta sul valore aggiunto inferiori alla soglia di € 250.000 per ciascun periodo di imposta. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale 12 marzo 2018.




Art. 4 d.l. 167/90, conv. con modifiche con l. 227/90 – Investimenti all’estero – Definizione di possesso – Obbligo dichiarazione – Presupposti

Art. 4 d.l. 167/90, conv. con modifiche con l. 227/90 – Investimenti all’estero – Trust – Interesse economico e mancata spendita nome – Obbligo dichiarazione – Sussistenza


La ratio dell’art. 4 d.l. 167/90, conv. con modifiche con l. 227/90 e succ. modifica, risiede nella straordinaria necessità e urgenza di adottare disposizioni di natura fiscale atte a consentire la possibilità di controllo di talune operazioni finanziarie da e verso l’estero, anche in vista della predisposizione di meccanismi di cooperazione e di scambio d’informazioni tra i paesi comunitari, nonché di talune importazioni ed esportazioni al seguito di denaro, titoli o valori per contenere l’uso del contante. In tal modo è stato introdotto un complesso meccanismo di controlli che, senza ostacolare la libertà dei movimenti di capitale fra persone residenti negli Stati dell’Unione, potesse consentire a questi ultimi di assoggettare a tassazione, sulla base del principio del c.d. “reddito mondiale”, anche i redditi di fonte estera posseduti dai rispettivi residenti.
L’obbligo della dichiarazione ex art. 4, il cui presupposto fonda sulla “detenzione” intesa come possesso di investimenti all’estero, è posto in capo: a) all’intestatario formale; b) al beneficiario effettivo di investimenti o attività di natura finanziaria all’estero; e c) tenuto conto della ratio della previsione normativa, a colui che, all’estero, abbia avuto la disponibilità di fatto di somme di danaro non proprie. La “logica reddituale” di tale norma fa sì che quest’ultima sia preordinata alla esatta ricostruzione della capacità contributiva dei residenti e la detenzione collegata espressamente dalla norma alla “suscettibilità di produrre redditi in Italia” di guisa che sono tenuti agli obblighi di monitoraggio: a) i titolari delle attività, cespiti patrimoniali o finanziari potenzialmente generatori di reddito in Italia; b) coloro che ne hanno la disponibilità o la possibilità di movimentazione effettiva nel proprio interesse. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Il concetto di detenzione e titolarità effettiva assume particolare rilievo con riferimento al trust: il combinato disposto degli artt. 37 co. 3, 4 D.P.R. 600/73, art. 4 co. 1 D.L. 167/90 consente di superare tutte le forme giuridiche che possono precludere, tramite l’applicazione della relativa normativa, l’esatta individuazione del soggetto titolare effettivo del cespite capace di produrre reddito. Inoltre, la Circolare n. 10/E del 13 marzo 2015, contenente le prime indicazioni relative alla procedura di collaborazione volontaria, e la Circolare 27 dicembre 2010, n. 61/E che, nel caso in cui il potere di gestire e disporre dei beni permanga in tutto o in parte in capo al disponente, attribuisce al trust la natura di struttura meramente interposta rispetto a tale soggetto al quale vanno pertanto imputati, secondo i principi generali, i redditi solo formalmente prodotti dal trust. Questo si verifica, secondo le circolari in esame, nel caso di trust revocabile, di etero-direzione dell’attività del trustee o, nel caso di fixed trust non discrezionale, qualora il beneficiary abbia la “effettiva disponibilità” dei beni segregati. Inoltre, secondo l’orientamento della giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., sez. VI civ., ord. 24 febbraio 2015, n. 3735; conforme Cass., sez. VI civ., ord. 24 febbraio 2015, n. 3737), quando il trust sia un semplice schermo formale e la disponibilità dei beni che ne costituiscono il patrimonio sia da attribuire ad altri soggetti, disponenti o beneficiari del trust, lo stesso deve essere considerato come un soggetto meramente interposto e il patrimonio, nonché i redditi da questo prodotti, deve essere ricondotto ai soggetti che ne hanno l’effettiva disponibilità. Tuttavia, va precisato che, in tema di trust, il combinato disposto dell’art. 44 co. 1 lett. g) sexies TUIR n. 917/86 e della l. n. 97/13 del 2013, modificativa dell’art. 4 cit., estende gli obblighi dichiarativi ai beneficiari “determinati” di trust, se destinatari o controllanti più del 25% del patrimonio del trust, e persino ai beneficiari “indeterminati” purché sia individuata la categoria degli stessi (diversamente il trust sarebbe invalido), incombendo in quest’ultimo caso l’obbligo dichiarativo sulla categoria dei beneficiari indistintamente individuata. In sintesi, dalla lettura sistematica delle norme, si evince che il soggetto obbligato a rendere la dichiarazione di cui all’art. 4 d.l. 167/90, conv. con modifiche con l. 227/90, nel caso in cui il presupposto impositivo sia rappresentato dalla titolarità di partecipazioni in società con sede all’estero, è colui il quale, senza spendere il proprio nome, sia titolare dell’interesse di natura economica che il bene, rappresentato proprio dalla partecipazione, è diretto a soddisfare.
Sul piano del diritto tributario, quindi, l’art. 53 Cost. con il principio di capacità contributiva, l’art. 4 conv. con modifiche con l. 227/90, l’art. 37 commi 3 e 4, D.P.R. n. 600 del 1973 impongono di verificare con riferimento alle partecipazioni di società sedenti all’estero e al relativo patrimonio, il titolare effettivo dell’interesse economico superando il criterio della spendita del nome, con il logico corollario, secondo la tesi della gestione indirette dell’attività di impresa, che la qualità di imprenditore e, quindi, di titolare effettivo della partecipazione societaria e del relativo patrimonio deve riconoscersi a chi, pur non spendendo il proprio nome, assume la gestione dell’impresa e acquisisce i relativi risultati economici. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)
Commissione tributaria provinciale Napoli 10 novembre 2017.




Utilizzabilità perdite pregresse – Presupposti – Limitazioni – Recupero a tassazione IRAP e IRES – Intento elusivo

In una società composta da due soli soci, detentori ciascuno del 50% delle quote, l’operata acquisizione di tutte le quote in capo a un socio non integra “il trasferimento o l’acquisizione della maggioranza delle partecipazioni aventi diritto al voto nelle assemblee ordinarie” ostativa, ai sensi e per gli effetti del comma 3 dell’art. 84 del DPR 917/86, al riporto delle perdite in bilancio. (Angelo Vicinanza) (riproduzione riservata) Commissione tributaria regionale Abruzzo - Sez. Dist. Pescara 27 novembre 2017.




Trustee - Trasferimento dei beni al trustee - Natura - Gratuità

Il trasferimento dei beni al trustee avviene a titolo gratuito, non essendovi alcun corrispettivo, ed il disponente non intende arricchire il trustee, ma vuole che quest'ultimo li gestisca in favore dei beneficiari, segregandoli per la realizzazione dello scopo indicato nell'atto istitutivo del trust, per cui l'intestazione dei beni al trustee deve ritenersi, fino allo scioglimento del trust, solo momentanea. (Franco Benassi) (riproduzione riservata9 Cassazione civile, sez. V, tributaria 17 gennaio 2018.




Equitalia Riscossione s.p.a. – Soppressione dell’ente ai sensi dell’art. 1 del d.l. 193/2016 – Effetti sul processo in corso – Contumacia dell’ente soppresso – Interruzione del giudizio – Necessità

Benchè l’art. 1 del D.L. 193/2016 disponga che l’Agenzia delle entrate-Riscossione subentra, a titolo universale, nei rapporti giuridici attivi e passivi, anche processuali, delle società del Gruppo Equitalia, in caso di contumacia dell’ente soppresso trova applicazione la disciplina generale di cui all’art. 300, comma 4, c.p.c. sicché, ove la controparte, nel corso del giudizio, documenti l’avvenuta soppressione dell’ente, il processo deve essere interrotto. Tribunale Mantova 26 gennaio 2018.




Transazione fiscale in sede di accordo di ristrutturazione dei debiti - Conseguenze sui giudizi in corso

In tema di transazione fiscale ex art. 182 ter l.fall., quella conclusa, ai sensi del comma 6, nell'ambito degli accordi di ristrutturazione dei debiti, pur non comportando espressamente la cessazione della materia del contendere relativamente ai giudizi in corso, atteso il mancato richiamo del precedente comma 5, determina parimenti, quale conseguenza, la dichiarazione d'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza dell'interesse delle parti ad una pronuncia di merito sull'impugnazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria 31 maggio 2016.



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