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Il Caso.it, Sez. Articoli e Saggi - Data pubblicazione 02/02/2026 Scarica PDF

Discorso del 2 febbraio 2026 all'università di Lovanio (Ku Leuven) in occasione del conferimento della laurea honoris causa

Mario Draghi, già Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, Presidente della Banca centrale europea, Governatore della Banca d'Italia, Direttore generale del Ministero del tesoro


Fin dalla sua nascita, l’architettura dell’Unione europea ha incarnato la convinzione che il diritto internazionale, sostenuto da istituzioni credibili, favorisca pace e prosperità. Poiché nessuno stato europeo conservava da solo la capacità di difendersi, la nostra dottrina di sicurezza si è modellata sulla protezione garantita dagli Stati Uniti. Insieme, e sempre in alleanza con Washington, siamo stati in grado di affrontare ogni minaccia e di garantire la pace in Europa. E con la sicurezza assicurata e il commercio che si svolgeva in larga parte all’interno di quell’alleanza, abbiamo potuto perseguire senza rischi l’apertura economica come base della nostra prosperità e della nostra influenza. Ma il vecchio ordine globale – oggi defunto – non è fallito perché fondato su un’illusione. Ha prodotto benefici reali e ampiamente condivisi: per gli Stati Uniti, in quanto egemone, attraverso un’influenza incontestata in tutti i campi e il privilegio di emettere la valuta di riserva mondiale; per l’Europa, grazie a una profonda integrazione commerciale e a una stabilità senza precedenti; per i paesi in via di sviluppo, tramite la partecipazione all’economia globale, che ha sollevato dalla povertà miliardi di persone.

Il fallimento del sistema risiede in ciò che non è riuscito a correggere. Con l’ingresso della Cina nel Wto, i confini tra commercio e sicurezza hanno iniziato a divergere. Avevamo sempre commerciato anche al di fuori dell’alleanza, ma mai prima con un paese di dimensioni tali e con l’ambizione di diventare esso stesso un polo autonomo. Il commercio globale si è allontanato dal principio di Ricardo secondo cui gli scambi dovrebbero seguire il vantaggio comparato. Alcuni stati hanno perseguito un vantaggio assoluto attraverso strategie mercantilistiche, imponendo la deindustrializzazione ad altri, mentre i benefici residui venivano distribuiti in modo diseguale. Da qui è nata la reazione politica che oggi affrontiamo.

Allo stesso tempo, l’integrazione profonda ha creato dipendenze che possono essere sfruttate quando non tutti i partner sono alleati. L’interdipendenza, un tempo considerata una fonte di reciproca moderazione, è diventato uno strumento di leva e di controllo. La governance multilaterale non disponeva di strumenti per affrontare gli squilibri, né di un linguaggio per riconoscere le dipendenze. La fede nei benefici reciproci del commercio rendeva impensabile l’idea stessa di una dipendenza “armata”. Ma il crollo di questo ordine non è di per sé la minaccia. Un mondo con meno scambi e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa saprebbe adattarsi. La vera minaccia è ciò che lo sostituisce. Ci troviamo di fronte a un’America che, almeno nella sua postura attuale, enfatizza i costi sostenuti ignorando i benefici ottenuti. Impone dazi all’Europa, minaccia i nostri interessi territoriali e chiarisce, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi.

Ci troviamo di fronte a una Cina che controlla nodi critici delle catene globali del valore ed è disposta a sfruttare questa leva: inondando i mercati, trattenendo materie prime essenziali, costringendo altri a sopportare il costo dei propri squilibri. Questo è un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata – tutto insieme. E un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori. La transizione da questo ordine a ciò che verrà dopo non sarà facile per l’Europa. Affronteremo un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno anche mentre le rivalità si intensificheranno. Restiamo fortemente dipendenti dagli Stati Uniti per energia, tecnologia e difesa. La Cina fornisce oltre il 90 per cento delle nostre importazioni di terre rare e domina le catene globali del valore per il solare e le batterie, fondamentali per la nostra transizione verde.

In questa fase, la strada migliore per l’Europa è quella che sta già percorrendo: concludere accordi commerciali con partner affini che offrano diversificazione e rafforzare la nostra posizione nelle catene del valore in cui siamo già critici. E’ qui che risiede oggi la forza dell’Europa. Nel 2023 l’Ue è stata il maggiore esportatore e importatore mondiale di beni e servizi, con importazioni dal resto del mondo pari a 3.600 miliardi di euro. E’ anche il principale partner commerciale di oltre 70 paesi. E deteniamo posizioni chiave in diversi settori strategici. Le imprese europee controllano il 100 per cento della litografia ultravioletta estrema, la tecnologia necessaria per produrre semiconduttori avanzati. Produciamo metà degli aerei commerciali del mondo. Progettiamo i motori che alimentano la stragrande maggioranza del trasporto marittimo globale.

In questo contesto, è sbagliato pensare agli accordi commerciali principalmente in termini di crescita economica. Il loro scopo oggi è strategico: rafforzare la nostra posizione e riallineare le nostre relazioni, ora che commercio e sicurezza non coincidono più. Ma questa è una strategia di contenimento, non una destinazione finale. Presi singolarmente, la maggior parte dei paesi dell’Ue non è nemmeno una media potenza capace di navigare questo nuovo ordine formando coalizioni, ciascuna portando al tavolo risorse, che siano materie prime, nicchie tecnologiche o geografia strategica.

Collettivamente, però, abbiamo qualcosa di più grande: scala, ricchezza, cultura politica e 75 anni di costruzione delle istituzioni di un progetto comune. Tra tutti coloro che oggi si trovano tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare una vera potenza autonoma. Dobbiamo quindi decidere: restare semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui, o vogliamo compiere i passi necessari per diventare una potenza a pieno titolo? Ma sia chiaro: mettere insieme piccoli paesi non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione – la logica che ancora domina in Europa nella difesa, nella politica estera e nella politica fiscale. Questo modello non produce potere. Un gruppo di stati che si coordina resta un gruppo di stati: ciascuno con diritto di veto, ciascuno con un proprio calcolo, ciascuno vulnerabile a essere diviso e isolato uno alla volta.

Il potere richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione. Laddove l’Europa si è federata – nel commercio, nella concorrenza, nel mercato unico, nella politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto. Lo vediamo oggi negli accordi commerciali di successo con India e America Latina. Dove non lo abbiamo fatto – nella difesa, nella politica industriale, negli affari esteri – siamo trattati come una somma disordinata di stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza. E dove commercio e sicurezza si intersecano, i nostri punti di forza non riescono a compensare le nostre debolezze. Un’Europa unita sul commercio ma frammentata sulla difesa vedrà il proprio potere commerciale usato come leva contro la sua dipendenza strategica – come sta accadendo oggi. Alcuni diranno che non dovremmo agire finché la nostra posizione non sarà più forte, finché non saremo più uniti, finché l’escalation non sarà meno costosa. Ma questo compromesso è illusorio. E’ solo agendo che creiamo le condizioni per agire con maggiore decisione in futuro. L’unità non precede l’azione: si forgia prendendo insieme decisioni rilevanti, attraverso l’esperienza condivisa e la solidarietà che esse creano, e scoprendo di saperne sostenere le conseguenze. Pensiamo alla Groenlandia. La decisione di resistere, anziché accomodarsi, ha richiesto all’Europa una vera valutazione strategica: mappare le nostre leve, identificare gli strumenti e riflettere sulle conseguenze dell’escalation. La volontà di agire ha imposto chiarezza sulla capacità di agire. E restando uniti di fronte a una minaccia diretta, gli europei hanno scoperto una solidarietà che prima sembrava irraggiungibile. Questa determinazione condivisa ha risuonato nell’opinione pubblica più di quanto qualsiasi comunicato ufficiale avrebbe potuto fare. Allo stesso tempo, costruire una forza collettiva non sarà per l’Europa come lo è stato per la Cina, o come oggi sembra esserlo per gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti, nella loro postura attuale, cercano il dominio insieme alla partnership. La Cina sostiene il proprio modello di crescita esportando i propri costi sugli altri. L’integrazione europea è costruita diversamente: non si fonda sulla forza, ma sulla volontà comune; non sulla sottomissione, ma sul beneficio condiviso. E’ un’integrazione senza subordinazione – di gran lunga preferibile, ma di gran lunga più difficile.

Questo richiede un approccio diverso. L’ho definito “federalismo pragmatico”. Pragmatico, perché dobbiamo compiere i passi oggi possibili, con i partner oggi disposti, nei settori in cui oggi è possibile avanzare. Ma federalismo, perché conta la destinazione. L’azione comune e la fiducia reciproca che essa crea devono diventare le fondamenta di istituzioni con un reale potere decisionale – istituzioni capaci di agire con decisione in ogni circostanza. Questo approccio rompe l’impasse attuale, senza subordinare nessuno. Gli Stati membri vi aderiscono volontariamente. La porta resta aperta agli altri, ma non a chi minerebbe lo scopo comune. Non dobbiamo sacrificare i nostri valori per ottenere potere.

L’euro è l’esempio di maggior successo. Chi era disposto ad andare avanti lo ha fatto, ha costruito istituzioni comuni con vera autorità e, da quell’impegno condiviso, è nata una solidarietà più profonda di qualsiasi trattato. Da allora, altri nove paesi hanno scelto di aderirvi. Non sarà un percorso lineare. Come disse Schuman nel 1950, l’Europa non si farà tutta in ungiorno. Non tutti i paesi aderiranno fin dall’inizio a ogni iniziativa, che si tratti di energia, tecnologia, difesa o politica estera. Ma ogni passo dovrà restare ancorato all’obiettivo: non una cooperazione più lasca, ma una vera federazione.

Alcuni potrebbero illudersi che il mondo non sia davvero cambiato, o che la geografia li renda immuni. Altri potrebbero credere che rinunciare all’indipendenza economica, o persino a porzioni di territorio, non minacci la capacità di difendere i valori che ci definiscono. Questo non deve fermare i più lungimiranti dall’andare avanti. Siamo tutti nella stessa condizione di vulnerabilità, che lo riconosciamo o meno. Le vecchie divisioni che ci paralizzavano sono state superate da una minaccia comune. Ma la minaccia da sola non ci sosterrà. Ciò che è iniziato nella paura deve proseguire nella speranza. Agendo insieme, riscopriremo qualcosa rimasto a lungo sopito: il nostro orgoglio, la nostra fiducia in noi stessi, la nostra fede nel nostro futuro. Ed è su queste fondamenta che l’Europa sarà costruita.


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